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CORTE SAN PIETRO VECCHIO, BARI ANTICA

"STORIA MIA NON E' PIU'
MALE A LORO E BENE A NOI
MI SENTO MEGLIO ORA CHE PRIMA
SE MI DOMANDA IL PADRONE SONO A DIGIUNO"
(Michele cantando tra i vicoli)



IL "PROVOLONE" DI PIAZZA VENEZIA E IL SUD

Nino Gernone

Talvolta sbirciamo tra bancarelle di libri a Roma, e queste librerie ambulanti si dispongono numerose e sparpagliate qui e là, con testi antichi e moderni in vendita in tutta la metropoli.

Sfogliando pagine e acquistando quel che ci appassiona, alcuni commercianti sono ormai diventati volti familiari: Armando ancor oggi pentatleta a più di sessant'anni, Angelo, il "Maresciallo", Augusto, la sora Emilia e il marito Angelo, il siciliano Salvatore, il bengalese Schumon…

Intendiamoci, sono bancarelle dove capitava di incrociare il pinguino risorgimentale extra - lusso senatore Spadolini, luoghi frequentati da intellettuali, scrittori e da lettori di gusti più semplici o addirittura con desideri morbosi, c’è di tutto.

Tra questi libri a cielo aperto ricordiamo dietro scaffali e pagine Vincenzo Manni, un anziano romano ricco solo d’esperienze.

Vincenzo era nato in una delle case popolari che riempivano l’attuale zona dei Fori Imperiali che si allunga tra Piazza Venezia e il Colosseo. Tutte le case antiche che avevano visto Vincenzo giocare e vivere la sua fanciullezza, furono abbattute e spianate su ordine dall’inquilino di Piazza Venezia che dagli anni '20 vi s’insidiò grazie all'appoggio e alle trame dei gruppi dominanti che in lui trovarono l’uomo adatto alla difesa e conservazione dei loro interessi: vi rimase l'impettito demagogo per un ventennio; ebbene l'autoritario uomo dal balcone affacciato, decise di far abbattere tutte le case che ostacolavano il suo sguardo fisso e la masticante parolaia mascella dalla vista del Colosseo della Roma imperiale.

Ho sempre pensato che sia stato il veder distruggere i luoghi della propria infanzia a determinare in Vincenzo, nel corso del tempo e con le esperienze che maturavano, il divenire partigiano nemico del demolitore urbano e d’uomini, e finanche il nostro amico s’impegnò in azioni militari in prima linea andando a combattere in Jugoslavia.

Affascinato dai suoi intensi e non banali anni trascorsi, ho passato non pochi pomeriggi e mattine ad intrattenermi con lui, giacché m’interessano sempre le storie orali dei protagonisti non famosi. Vincenzo mi raccontava un’infinità d’episodi vissuti; quando parlava dell’inquilino ventennale di Piazza Venezia lo chiamava, com’era d’uso tra molti fidati popolani a Roma, "Er Provolone", nomignolo suggerito dalla brillante e disabitata pelata (i romani convivono e sono in confidenza con il potere da millenni e conoscendone tutti gli interpreti riciclanti del dominio e comando, li deridono e beffeggiano).

Del Provolone Vincenzo conosceva, come tutti coloro che lavoravano o vivevano nelle vicinanze del suo Palazzo, le abitudini quotidiane: il pomeriggio alle cinque si sapeva che usciva in macchina il Provolone, ad altre ore saliva l’amica del Provolone, e durante la giornata i suoi fedeli seguaci (si possono immaginare le battute scherzose - Er Farinaccio è "annato" dal Provolone - ecc..).

Sulle adunate di massa ad acclamare il Provolone al balcone, Vincenzo mi raccontava che le moltitudini - fatta eccezione per le schiere urlanti squadriste della prim'ora e i cretini sempre abboccanti - erano forzate e condizionate; e vivendo da decenni a Roma ne sono più che convinto: i veri romani sono così scettici e riottosi ai potenti che tra le frasi più d’uso risuona il canticchiato"…e che ce frega e che c’importa…", "ma chi te se fila" ad essere eleganti.

Da tempo Vincenzo non c’è più, se n’è andato solo come tutti noi mortali con la sua testa capelluta e imbianchita, e con la bocca sdentata (era la sua forma d’opposizione al primo governo di iena ridens Berlusconi, ne sono sicuro); e in una bancarella vicino a quella una volta sua - adesso c'è il nipote amato Fabrizio (il nonno gli raccontava che discendevano dall’Ettore della Disfida barlettana, e il carattere c’era perbacco!) - ero qualche giorno fa, e immagino sia stato dall'altro mondo il compianto Luigi a suggerirmi di sfogliare i vecchi giornali in vendita.

Tra questi si è presentata la prima pagina del quotidiano romano IL MESSAGGERO, in data 1° aprile 1939. Leggiamone i titoli:

UN'ALTRA MEMORABILE GIORNATA PER LA CALABRIA FASCISTA – TRIONFALE EPILOGO DEL VIAGGIO DEL DUCE – LA PAROLA DI MUSSOLINI ACCOLTA CON IMMENSO ENTUSIASMO DAL POPOLO DI REGGIO – FOLLE DI MADRI, DI BIMBI E DI RURALI ACCLAMANTI LUNGO LA FERROVIA – UN VASTO PROGRAMMA DI OPERE PUBBLICHE.

Il DISCORSO:


EGLI DICE (testuale, ndr):


"Camicie Nere!

Voi mi avete atteso per sedici anni (dalla folla si grida: Troppi!) dando prova di quella discrezione che è un segno distintivo dei popoli di antica civiltà quali voi siete.

In questi due giorni io ho saggiato la tempra di questo Popolo. E' una tempra di buon metallo (applausi vibranti), il metallo col quale si fanno le vanghe e le spade, gli aratri e i moschetti.

Per la vostra organizzazione, per il vostro stile, per il vostro ardore voi siete in linea con tutte le provincie d’Italia (applausi prolungatissimi).

Venendo in questa terra si ha la certezza assoluta, attraverso le miriadi e miriadi dei vostri figli, la certezza assoluta della continuità nei secoli della nostra Patria. Questo voi indicate a coloro i quali subendo gli influssi nefasti di esotiche mode o di teorie che l’esperienza ha dimostrato assolutamente idiote (dalla folla partono fischi prolungatissimi), prima indeboliscono la Patria e poi la estinguono.

I popoli forti sono popoli fecondi; sono viceversa deboli i popoli sterili. Quando questi popoli saranno ridotti a un mucchio miserabile di vecchiardi (fischi dalla folla) essi piegheranno senza fiato sotto la sferza di un giovane padrone (la folla acclama lungamente).

Io sono venuto qui per vedere e constatare ciò che si è fatto. Ciò che si è fatto in questo primo periodo dell’Era Fascista è notevole, ma è ancora più notevole quello che si deve fare (la moltitudine acclama lungamente all’indirizzo del Duce).

I vecchi governi avevano inventato, allo scopo di non risolverla mai, la cosiddetta questione meridionale (fischi). Non esistono questioni settentrionali, o meridionali. Esistono questioni nazionali, poiché la Nazione è una famiglia e in questa famiglia non ci devono essere figli privilegiati e figli derelitti (applausi e grida di entusiasmo).

Dopo il mio discorso agli squadristi a Roma, ben poco vi è da aggiungere. Noi non dimentichiamo, noi ci prepariamo, noi pensiamo a decenni e quindi siamo sempre pronti ad attendere, com’è sicuro un Popolo che ha molte armi e saldissimi cuori (acclamazioni altissime).

Sono passati più di quattro anni dal mese in cui fu mobilitata la Peloritana, quattro anni di prove aspre e di gravi sacrifici, culminati nella conquista dell’Impero, che è Impero di popolo (la folla urla il suo entusiasmo). Impero di popolo che sarà difeso dal popolo per terra, per mare, nel cielo, contro chiunque (alte acclamazioni).

Alcuni deficienti d’oltr’Alpe (tutto il popolo fischia a lungo) confondendo colla realtà il loro desiderio, hanno favoleggiato di un allontanamento del Popolo italiano dal Regime (la moltitudine risponde con un solo grido appassionato: No!). I vostri sibili attraversando i loro timpani auricolari avranno dimostrato che è esattamente vero il contrario.

Popolo e Regime sono tutt’uno (la folla urla: Sì! Sì!): Forze Armate e Popolo sono tutt’uno (la moltitudine rinnova all’indirizzo del Duce una ardente manifestazione di entusiasmo e devozione) e questo Popolo italiano è pronto a indossare lo zaino (tutto il popolo prorompe in un formidabile: Sì!) poiché come tutti i popoli giovani non teme il combattimento ed è sicuro della vittoria".


Ebbene delle opere pubbliche promesse in quella visita nulla si vide, della folla calabrese "acclamante" tutti negli anni a venire bestemmiarono e odiarono il Provolone perché li obbligò ad entrare in guerra mondiale, e ancor più inveirono e maledirono il condottiero del balcone quando furono inviati in combattimento figli, mariti e padri dei quali moltissimi non rientrarono al Sud nelle loro case, tra i loro affetti.

Dalle truppe dell’ARMIR inviate dal Provolone in Russia sfuggì il compianto 'Manuel' Ferrarese, cugino di mio padre di cui a voi confido il felice e comico ricordo. Comico perché per anni abbiamo riso del modo in cui Manuel sfuggì a Provolone.

Fu arruolato Manuel tra le truppe destinate alla fantasticata conquista della Russia promossa da Provolone e Nanetto 2° (per la storia: Vittorio Emanuele III° dei Savoia, i conquistatori e tiranni del Sud), e fu per il nostro quartiere Libertà ( la toponomastica è beffarda) di Bari un dramma familiare che coinvolse i genitori del soldato Manuel, fratelli, cugini, nonni; i tempi erano differenti da oggi, il quartiere era più spazioso, molta più campagna che case, e la famiglia era allargata con le vicissitudini condivise. Che fare, dunque? Già si sapeva al di là della propaganda di regime, che molti non tornavano dalla chiamata alle armi...

Il colpo di genio l'ebbe la mia bisnonna Rosa, nel quartiere chiamata Commà Rosina, che era la nonna della moglie di Manuel, l'ancora scoppiettante e riccioluta Mariett'.

Commà Rosina vestiva così come si vede nelle vecchie foto delle donne meridionali del tempo andato, con lunghe gonne, lo sguardo intelligente e vivo incorniciato da cerchiati occhialetti; era nata nei primi anni della seconda metà dell'800: aveva dunque negli anni '40 più di ottanta anni, nulla da perdere, astuzia e sangue freddo. Fu trasmesso dai familiari un telegramma al Comando militare il giorno prima della partenza di Manuel, telegrafando che era morta la madre di Manuel invero viva e vegeta. Il Comando informò il Comando dei Carabinieri che inviò un maresciallo per controllare il decesso. Tutti i ragazzini di famiglia erano in allerta e quando si avvistò l'arrivo del graduato fu dato l'allarme. Il maresciallo appena salì le scale incontrò un intero caseggiato parato a lutto e lacrime, bambini , donne piangenti e uomini addolorati, tutti vestiti in nero; ma per disposizioni superiori doveva constatare di persona il decesso. Giunto nella camera da letto vide Commà Rosina ferma e immobile in rigor mortis distesa sul baldacchino, con il suo unico dente sporgente, il fazzoletto bianco annodato intorno al capo, con i consueti alti fiammicolanti ceri funerari attorno e con tutti i parenti piangenti. Chiese rattristato il sottufficiale se la "defunta" fosse la madre del militare Emanuele Ferrarese e n’ebbe accenno di conferma, diede pertanto le sue sentite condoglianze e ritornò al comando. Di lì comunicò la conferma del decesso, e conseguentemente la partenza di Manuel fu sospesa per i giorni di lutto mentre il suo reparto con armamento insufficiente, vestiario ridicolmente inadatto alla stagione delle steppe partì tragicamente in Russia da cui nessuno di loro tornò.

Dopo ciò per lunghi anni Manuel trascorse la sua vita lavorando nel suo negozio artigianale in via Principe Amedeo, cucendo e scucendo materassi in ottima lana, e s'ebbero battesimi, comunioni, matrimoni, funerali, gioie e dolori familiari, lunghe partite serali a briscola, scopa e tresette ridendo sempre di Provolone e Nanetto 2°. Commà Rosina morì ultra novantenne in un inverno barese in cui stranamente nevicò, e lei gioì della bianca ghiacciata sorseggiando un caffè.

 

sg gennaio 2004

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