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LA QUESTIONE NAPOLETANA OGGI NON È QUESTIONE DI COLORI,
LA QUESTIONE NAPOLITANA È QUESTIONE DI ONORE

Le parole di Proto tuonano dal dimenticatoio della storia e parlano ai sordi. Ovvero agli epigoni di quei meridionali che l'onore lo persero sui campi di battaglia in Sicilia (Landi) e in Calabria (Ghio) e nelle aule parlamentari quando avvallarono la politica cavourrista prima e sabaudo-italiana poi (Massari, Mancini, Spaventa, Scialoja, Pica, ecc.).

"Non ostante le parole dell'onorevole presidente del Consiglio, io mi fo oso di presentare alla Camera questa mia mozione d'inchiesta parlamentare per i fatti che si passano nelle provincie napolitane. Essi sono di tal natura, che richieggono pronti rimedi, e soprattutto rimedi giusti e saggi. Né ciò solamente è necessario per la salute del mio paese, ma si per la salvezza di tutta Italia ad un tempo. La questione napoletana oggi non è questione di colori, la questione napolitana è questione di onore.

Egli è per ciò che io mi sono deciso a scrivere le mie idee intorno ad essa, e presentarle sul banco della Presidenza, persuaso che cosi saranno meglio ponderate, che ciascuno in sé medesimo saprà più facilmente convenire della verità di ciò che narro e della opportunità dei rimedi che propongo. Ed ho divisato così governarmi, memore del volgato proverbio che le parole volano e gli scritti rimangono, e però io spero non poter venire un giorno appuntato di aver assistito taciturno od inerte alle calamità del mio paese."

Abbiamo deciso di mettere online - dopo un lavoro impegnativo durato diverse settimane e svolto nei ritagli di tempo libero - gli atti parlamentari della Camera dei Deputati dal 20 novembre 1861 all'11 dicembre 1861.

Il 20 novembre fu una data importante nella nostra storia, vide il passaggio parlamentare della mozione di Francesco Saverio Proto duca di Maddaloni - ma non cercate il testo della sua mozione, non ne troverete traccia, essa fu rigettata dagli uffici della camera e neanche messa agli atti - poche parole che non rendono in alcun modo neanche la più pallida idea di cosa ci fosse scritto in quella mozione.

Nel neonato parlamento non si poteva fare una discussione su una mozione che avrebbe fatto inorridire l'intera Europa se fosse stata discussa nell'aula della camera e poi rimbalzata sulla stampa internazionale.

Ci si mise una cappa nera sopra, per sempre.

Proto si dimise, la sua lettera di dimissioni venne letta in aula. La troverete negli atti che pubblichiamo. I parlamentari meridionali si strinsero a coorte, abbracciando il più bieco sabaudismo (a parte rare eccezioni come Ricciardi e San Donato che svolsero una loro personale battaglia a favore delle genti che rappresentavano) mentre nelle provincie meridionali lavoravano alacremente i plotoni di esecuzione e morivano a centinaia coloro i quali Pierre-Joseph Proudhon nella sua opera "La guerre et la paix" avrebbe definito "les seuls patriotes qui restassent dans le royaume de Naples".

Intanto i nuovi padroni alla Peruzzi nelle stesse aule parlamentari si meravigliavano (o fingevano di meravigliarsi) che taluno ardisse parlare di usurpatori.

"Rari sono stati quei casi nei quali, cedendo allo zelo delle autorità, mi sia fatto scortare da forza stanziale; ma, dovunque il mio arrivo era stato annunziato, io trovava sulla strada numerosi drappelli di guardie nazionali, venute a proteggere e a far onore a questo rappresentante di quel Governo che da taluno si vorrebbe far credere usurpatore, da altri il piemontizzatore, il distruttore di tutto quello che vi aveva di grande, di bello, di nobile, di illustre in quelle magnifiche provincie."

Ovviamente sulla richiesta di Proto non si espresse alcun parlamentare, tantomeno quelli di origine meridionale. Si discusse invece della opportunità di dare seguito alle interpellanze sulle provincie meridionali o di rinviare la discussione magari a dopo aver approvato una legge finanziaria.

Uno dei pochi deputati che intervenne a favore della urgenza della discussione fu l'onorevole Ferrari, il quale scandalizzò la Camera parlando di "guerra civile".

"Dunque la necessità di rappresentare la rivoluzione italiana, e la necessità di rappresentarla concordemente, mi spinge a pregare la Camera di voler concedere la precedenza alla discussione sulle provincie napoletane. Un'altra ragione mi consiglia d'altronde a rivolgervi questa preghiera, o signori, ed è che in questo momento havvi in quelle provincie una specie di guerra civile."

Il parlamentare subì il rimbrotto del Presidente di turno che gli osservò di "Non deve confondere il brigantaggio colla guerra civile." al quale Ferrari replicò che "i rappresentanti del Governo hanno intrapreso nelle provincie meridionali dei gravissimi atti, i quali mettono in dubbio la Costituzione stessa. Vi furono dodici villaggi incendiati"

Sulla opportunità di dar luogo alla discussione Ferrari si espresse con estrema chiarezza (forse a lui noi meridionali dovremmo dedicare le strade che oggi portano i nomi di Cavour-Garibaldi-Vittorio Emanuele!).

[...] mi pare, dico, che si debba accordar loro di discutere sulle condizioni delle loro provincie, come si farebbe pei Toscani e Lombardi relativamente alla Toscana ed alla Lombardia. Che se poi altri Napoletani giudicassero opportuno di sopprimere o di differire il dibattimento, io mi tacerei. Spetta quindi alla deputazione napolitana...

Queste parole fecero inorridire il lacchè meridionale Massari, il quale esclamò "Ma qui non c'è deputazione napolitana: siamo tutti deputati della nazione!" e più avanti "Non vi è guerra civile!".

Su chi avesse ragione chiedetelo ai napoletani che festeggiano Natale con duemila tonnellate di immondizia nelle strade.

Anche per Napoli, oggi, si tratta di ritrovare un punto d'onore, ma non è facile dopo averlo perso il 7 settembre del 1860 spalancando le porte ad uno straniero che si spacciava per liberatore.

Buon Natale a tutti.

Zenone di Elea - 24 Dicembre 2010

NOTA BENE - Invitiamo gli amici, lo abbiamo già raccomandato altre volte, a consultare i testi originali in caso di utilizzo per tesi o pubblicazioni. Qualche errore rimane nelle nostre pubblicazioni, non disponiamo di una redazione a pagamento per rivedere i testi.


ATTI

PARLAMENTO ITALIANO

SESSIONE DEL 1861

Periodo - dal 20 novembre 1861 al 12 aprile 1862

(VIII Legislatura)

SECONDA EDIZIONE RIVEDUTA

______________

VOL. III

DISCUSSIONI DELLA CAMERA DEI DEPUTATI

TORINO 1862

EREDI BOTTA, Tipografia della Camera dei Deputati

VIA TEATRO D'ANGENNES, PALAZZO CARIGNANO

Parte 01 - [pag. 1-99]

INDICE

[Aggiunto da eleaml.org per facilitare la consultazione. NdR]

(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)


TORNATA DEL 20 NOVEMBRE 1861

SOMMARIO. Sorteggio degli uffizi. - Comunicazioni e lettere. = Presentazione di una proposta del deputato Salvagnoli. = Comunicazione del presidente del Consiglio di documenti sulla quistione romana, e di una proposta al Santo Padre. - Annunzi del deputato Ricciardi di interpellanze diverse - Annunzi e istanze del deputato Zuppetta di interpellanze sulle cose napolitane - Osservazioni del presidente del Consiglio - Il deputato Proto depone una proposta - Repliche del deputato Zuppetta - Osservazioni, e proposta del deputato Boggio circa la discussione della quistione napolitana e di quella finanziaria - Osservazioni, e proposta del deputato Saffi - Osservazioni, e repliche dei deputati Ricci Vincenzo Ferrari, Boggio, Zuppetta, Brofferio, Pisanelli, De Blasiis e Carutti - Sono approvate, la chiusura della discussione proposta dal deputato Chiaves, e quindi la proposizione dei deputati Saffi e Pisanelli intorno alle discussioni sulle quistioni romana e napolitana. - Discussione del disegno di legge per pensioni da conferirsi ai decorati dell'ordine militare di Savoia - Proposizioni sospensive dei deputati Ricciardi e Mellana, oppugnate dal relatore Massari, e dal ministro per la guerra - Sono respinte - Istanze del relatore Massari, e dichiarazioni del ministro per la guerra, e del deputato Cugia - Approvazione dell'articolo 1 - Proposte dei deputati Di San Donato e Ricciardi sull'articolo 2, non approvate - Approvazione dell'articolo 2 modificato dal Ministero, e dei rimanenti. = Comunicazione del ministro pei lavori pubblici di un trattato di commercio colla repubblica del Salvadore.

La sedata è aperta alle ore 1 ½ pomeridiane. Massari, segretario, legge il processo verbale dell'ultima tornata, e quindi si procede al sorteggio degli uffizi. (1)

(1) Gli uffici estratti a aorte si costituirono nel modo seguente:

UFFIZIO I. Presidente, - Vicepresidente, - Segretario. - Commissario per le peti (ioni, Sanguinetti.

UFFIZIO II. Presidente, - Vicepresidente, Zanolini- Segretario, Blasiis - Commissario per le petizioni, - Gonzaga.

UFFIZIO III. Presidente, Vincenzo - Vicepresidente, MicheliniG. B. - Segretario, - Commissario per le petizioni, Restelli.

UFFIZIO IV. Presidente, - Vicepresidente, Minghetti- Segretario, - Commissario per le petizioni, Mazza.

UFFIZIO V. Presidente, - Vicepresidente, - Segretario, - Commissario per le petizioni, .

UFFIZIO VI. PRESIDENTE. - Vicepresidente, - Segretario, - Commissario per le petizioni, .

UFFIZIO VII. Presidente, - Vicepresidente, - Segretario - Commissario per le petizioni, .

UFFIZIO VIII. Presidente, - Vicepresidente, Gioa V - Segretario, - Commissario per le petizioni. .

UFFIZIO IX. Presidente, - Vicepresidente, - Segretario, - Commissario per le petizioni, .

GIGLIUCCI, segretario, espone il seguente sunto di petizioni (1):

7568. La Giunta municipale di Cinquefrondi, provincia di Calabria Ultra 1^, sollecita provvedimenti atti a reprimere il brigantaggio da cui sono infestate quelle popolazioni, e domanda si stabilisca in quel comune, capoluogo di mandamento, una stazione di carabinieri.

7869. Sessanta cittadini siciliani fanno istanza perché il Governo del Re ponga a disposizione di quella luogotenenza il maggior numero possibile di carabinieri e di agenti di polizia perché abbiano termine i reati e gli attentati che non cessano di commettersi contro gli averi e contro le persone.

(1) Petizioni sprovviste dei necessari requisiti per essere riferite, giunte alla Camera dall'11 giugno al 20 novembre:

Amenta Francesco e suo figlio Antonino, da Palermo, già impiegati tecnici sotto il Governo borbonico.

Arbitrio fratelli Giuseppe e Vitaliano, commercianti di Catanzaro.

Anonimo (Un) sulla riorganizzazione del patrimonio ecclesiastico.

Assistenti misuratori (7) del corpo reale del genio civile di Parma.

Ariniello Salvatore, da Serino (Principato Ulteriore), già sergente nel 4° reggimento leggieri.

Alcaro Gregorio, da Borgia (Catanzaro), sacerdote.

Anonimo (Un) sulla leva nell'Italia meridionale.

Afragola (5 abitanti d').

Altamura (11 abitanti d').

Avvocato (Un) lombardo.

Bove Onofrio, da Altamura, guardia nazionale.

Bertocchi dottore Eustachio, da Firenze, professore di lingue.

Bonomini G. Battista, da Bione (Brescia).

Bacchi Domenico, da Castelfranco (Modena),

Bertocchi professore Eustachio, da Firenze.

Capitelli Gennaro, di San Zammaro Capua).

Cercone Cristoforo, da Pacontro (Solmona).

Camprianl Giovanni, da Terni.

Cancelliere (Un) dei tribunali civili delle provincie napoletane.

Capri (7 abitanti di) Carcerali (24) in Siracusa.

Caputo Giosafatle, da Bovino, cancelliere di giudicatura.

Cellaj Francesco, da Firenze. Cittadino (Un) dell'Italia meridionale.

Catalda. Carducci e Giovanni Marignassi, membri del capitolo di Taranto.

Cala Salvatore, noterò In Acquaviva.

Cittadino (Un) dell'Emilia.

Carabella Domenico, da Palermo.

Costa Don Pietro, parroco di Lodisio.

Ceravolo Antonio da Chiaravalle (Calabria), avvocato.

Cascina padre don Giovanni Battista, vicario generale, rappresentante la badia (Nullius) di Montevergine.

Cimino Luigi, da Saveiia Mannelli, ex-brigante.

Cianiraruso Santo e Leone Liborio, da Taranto.

Corsi Vincenzo, capitano della guardia nazionale di San Marco dei

Cavoli. Carabella Domenico, da Palermo.

De Salvatori Raimondo, già maggiore nell'armata meridionale.

Della Torre Girolamo, da Genova.

Dente Cesare, detenuto nel bagno di Procida.

De Fino Carolina, da Gerace, vedova di Saverio Bruno da Brienza, controllore dei dazi diretti in Salerno.

De Pasquale Francesco, da Cosenza, già portabandiera del battaglione dei carabinieri calabri. De Fiorente Felice, notaro in Penne.

De Psalidi Rachele, da Milano.

Dente Cesare, detenuto nel bagno di Procida.

Enriques Vincenzo, brigadiere doganale di Torre Misa (Paola).

Ercolani dottore Crescentlno, medico condotto in Castiglione del

Lago (Perugia). Ferranti Mauro, da Ravenna, sacerdote.

Fabregues Hozieres marchese Enrico, francese già al servizio di Ferdinando II di Napoli come luogotenente di cavalleria.

Finasen Antonio, da Comacchio.

Florio Francesco da Rogliano, negoziante in generi di privativa regia.

Furiere (Un) dello sciolto esercito napolitano.

Falcone Michele, patrocinatore presso la gran Corte civile di Catania.

Fengorre avvocato, da Foggia.

GrecoCaricati Filippo, da Cosenza, appaltore postale.

Giordano Nicolò, da Reggio (Calabria).

Girolamo Gennaro, da Corleone, notaro.

Granata Giovanni e De Mausa Liborio, portatettere in Potenza.

Greco Vincenzo da Rossano, legale.

Giani Giuseppe, a nome dei carrettieri e cavallanti di varii comuni della provincia di Voghera.

Germano Vincenzo, notaro in Pedavoli.

Hauch Antanio, già capitano nell'esercito napoletano nel 1811.

Impiegati (Gli) dell'intendenza di Breno.

Jacò Cosmo, da Palermo.

La Penna Roseto Giovanni Fedele, da Guglionesi.

Levario Francesco, da Bari, ingegnere civile.

Longo Pietro, da Catania, sacerdote.

Lupo Saverio, da Candela (Capitanata), sacerdote.

Minetti Giovanni, giudice del circondario di Caggiano.

Moio Giuseppe, da Ferruzzano (Reggio), detenuto nel bagno di Napoli.

Malfatti conte Bartolommeo, già ministro delle finanze della re pubblica veneta nel 1848.

Maggio Maria, da Palermo, moglie di Giovanni Arnucci, sottotenente nei carabinieri a piedi.

MottaCappellani dottor Francesco, da Palazzolo (Noto), aspirante giudice supplente.

Merlini fratelli Sabatini ed Antonio, da Teramo, ufficiali nella guardia mobile.

Montescaglioso (106 abitanti di).

Mandati Maria, da Civitella, orfana di un tenente dei veterani.

Morano (19 abitanti di). Maviglia Maria Carolina, da Teramo.

Masci Francesco Paolo nobile, di Rocca San Giovanni.

Musso Giuseppe, da Napoli, impiegato nei dazi indiretti.

Merolla Francesco, già secondo sergente nei cacciatori borbonici.

Marini Gaetano, da Ascoli. Qdindici navicellai lombardi.

Natoli Salvatore, sindaco di Messina.

ld. id.

Orazi Giuseppe, da Civitella.

Ortone Francesco Paolo, da Carpino (Capitanala).

Poggi Carlo, da Firenze.

Piccini avvocato Arcangelo, da Napoli.

Papini Angelo, da San Lorenzo Nuovo (Viterbo).

Pagnuttl Venccslao, da Frosinone.

Penna Salvatore, da Messina.

Pavoni Filippo, della Lempa (Civitella).

Papiri Pasquale, da Montefortino (Ascoli).

Pessina dottore Giovanni.

Politini dottor Gaetano, presidente del Comitato nazionale di Patagonia.

Pantino Francesco, ricevitore di San Cataldo (Sicilia).

Puca Rosa, da Civitella del Tronto.

7570. Il sindaco di Colaselo, provincia d'Aquila, trasmette una petizione del corpo municipale perché sia mantenuta la casa religiosa stabilita in quel comune dei minori osservanti di San Francesco.

7571. Sperandii Luigi, tenente della guardia nazionale di Ci vitella del Tronto, provincia di Abruzzo Ultra 1», esposti i servizi prestati per la causa italiana, le persecuzioni politiche di cui fu bersaglio, nel presentare de' documenti constatanti i danni sofferti in conseguenza dell'assedio di quel forte, chiede una competente indennità.

7572. Il sindaco di Sant'Agata, capoluogo di mandamento, provincia di Capitanata, rivolge la deliberazione presa a unanimità da quel Consiglio decurionale diretta ad ottenere la fusione del vicino mandamento di Deliceto con quello di Sant'Agata.

Il sindaco della città di Messina, per mandato del Consiglio comunale, invia cinque petizioni colle quali si chiede:

7575. L'abolizione dei Consigli degli ospizi stati ab antiquo instituti per la sorveglianza, la tutela e la direzione degli stabilimenti pii laicali;

7574. L'inscrizione sul Gran Libro del debito pubblico di un credito di somma pagata da quel comune nel 1848 per ingiunzione del Comitato di sicurezza;

7575. La ricognizione del credito comunale per avere sborsato ingenti somme per conto del Governo in queste ultime vicende politiche del 186061;

7576. La promulgazione di una legge intorno alla censuazione redimibile dei beni ecclesiastici e appartenenti al patrimonio regolare di quelle Provincie;

7577. Provvedimenti opportuni ad esonerare il comune dall'aggravio delle spese concernenti i giudici di mandamento.

7578. II sindaco di Rivello, provincia di Basilicata, chiede venga conservata la casa religiosa stabilita in quel comune dell'ordine de' minori osservanti di Sant'Antonio da Padova.

Quaglia Giovanni, da Piacenza.

Recca Catterina, vedova di Raffaele Felegrino da Napoli.

Rispoli Andrea, ufficialo telegrafico in Salerno.

Rinaldi Antonio, da Noia.

Romano Francesco, da Partanna (Trapani), sacerdote.

Rizzo Vincenzo, da Monteleone (Calabria).

Rossi Ferdinando, già sergente d'artiglieria nell'esercito meridionale.

fd. detenuto nel carcere di Bacciano.

Rapetti Simone, già istitutore pubblico in Corsica.

Salvatore Felicia, da Patena.

Scolart sorelle Emilia ed Elena, da Napoli.

Sorda Luigi, da Benevento, avvocato patrocinante.

Sancasciani Carlo, parroco di Santa Petronilla di Siena.

Padre Salvatore, da Monteforte, de'minorl osservanti di Santa Maria la Nuova.

Nove ufficiali telegrafisti delle provincia napolitane.

Nove ufficiali delle Provincie dell'Emilia.

Vignocchi Luigi, da Bologna.

Virano Celestino, da Torino, scritturale di commercio.

Viano Paolo Dionigio, da Vozzano (Levante), veterano giubilato del li" reggimento granatieri.

Undici volontari dell'esercito meridionale.

Venosca Francesco, detenuto nel bagno di Procida.

Zerilli Francesco, da Tremiti, maggiore.

Zuntea Giuseppe, da Civitella.

3 -TORNATA DEL 20 NOVEMBRE

7579. Il Consiglio comunale e parecchi cittadini di Savoca, provincia di Messina, reclamano contro un rescritto del cessato Governo, per effetto del quale vennero privati del possesso di fondi siti nel vicino territorio di Santa Teresa.

7880. 1 sindaci di Maropati e di Casoleto, provincia di Calabria Ultra 1', trasmettono le deliberazioni di quei Consigli comunali per la riammessione alla carica d'intendente del circondario di Palme del destituito Pier Luigi Puerio.

7581. Contini cavaliere Federico, antico militare del regno d'Italia, ricorre per ottenere il condono del residuo debito accollatogli dal Governo austriaco nel 18(19, per soddisfare al quale soggiace ad una mensile ritenuta sulla pensione di capitano di cavalleria.

7582. Goria Giovanni Domenico, di Carignano, provincia di Torino, già postiglione in quella stazione, inabile al servizio in seguito a caduta da cavallo, provvisto di annuo sussidio, ricorre per ottenere la pensione.

7583. Achille Paolo, di Cagnano, provincia di Abruzzo Ultra i», si lagna di essere stato escluso dal far parte di quel Consiglio municipale, sebbene abbia riportato nelle elezioni un numero di voti sufficiente per essere nominato.

7584. Ferrantini Ascanio e Valeriano, padre e figlio, di Montegiorgio, provincia d'Ascoli, domandano di essere provvisti di annuo sussidio onde essere sollevati dalla miseria in cui trovansi per effetto del cessato Governo papale.

7585. Auriemma Angela Maria, di Torre Annunziata, provincia di Napoli, vedova di Maccarone Francesco, contabile della quarta divisione d'artiglieria, ricorre per ottenere la pensione.

7586. Il sindaco di Cassano Magnago, provincia di Milano, fa istanza perché venga abolita la riscossione del diritto di decima dal quale è gravata la massima parie dei fondi siti in quel territorio, nominandosi dei periti idonei a valutare il compenso da pagarsi nell'interesse del demanio e delle manimorte.

7587. I medici e chirurghi esercenti nel circondario di Pieve, provincia di Porto Maurizio, presentano istanze conformi alla petizione registrata al n° 6943.

7588. Pratesi Emilia, vedova sessagenaria, domanda che il sussidio, di cui era provvisto suo marito per la morte incontrata dal loro unico figlio nella campagna del 1859, venga ad essa stabilmente continuato, ovvero le sia concessa una pensione.

7589. Il sindaco di Genova, in adempimento di deliberazione della Giunta municipale, rappresenta la necessità che colla nuova legge sui comuni i municipi vengano autorizzati a compilare e sottoporre alla sanzione sovrana regolamenti diretti all'organamento delle guardie municipali e dei pompieri.

7590. Il sindaco e molti cittadini di Alessa, provincia di Abruzzo Citeriore, domandano che le votazioni segrete prescritte dall'articolo 199 dell'attuale legge amministrativa abbiano luogo per mezzo di pallette bianche e nere.

7591. Savino Domenico avvocato, da Taranto, nell'interesse de' suoi concittadini e più specialmente della classe povera dedita al mestiere della pesca, fa istanza perché venga esonerata dal pagamento d'una contribuzione graduale arbitrarianente imposta dagli antichi feudatari,

(Prestano giuramento i deputati Pinelli, Battaglia, Silvio Spaventa, Raffaele Lanciano, De Sanctis Giovanni e Monzani. )

COMUNICAZIONI, LETTERE E OMAGGI.

PRESIDENTE. Il ministro dell'interno scrive in data 7 novembre 1861 partecipando al presidente della Camera la nomina del deputato De Cesaris a ricevitore del circondario di Penne.

Partecipa pure, in data 6 novembre 1861, che l'avvocato Filippo De Blasio fu nominato con regio decreto del mese di luglio p. p. a segretario generale del dicastero dell'interno e polizia presso l'ora cessata luogotenenza generale del Re nelle Provincie napolitane.

E finalmente comunica del pari, con lettera in data 6 novembre 1861, che l'avvocato Michele Pironti, consigliere alla Corte suprema di giustizia in Napoli, fu nominato con regio decreto 27 luglio prossimo passato a segretario del dicastero di grazia e giustizia e degli affari ecclesiastici presso l'ora cessata luogotenenza generale del Re nelle provincie napoletane.

Il questore del Senato scrive in data 18 novembre 1861:

«A seguito di qualche innovamento nella grand'aula del Senato venne pure cambiata la destinazione di alcune tribune, onde quella riservata agli onorevoli signori deputati trovasi adesso posta a destra del presidente, ed è distinta col numero 2.

Pregiasi il sottoscritto d'informare di questo cambiamento la Presidenza della Camera dei deputati, con preghiera che voglia farne avvertiti per loro governo gli onorevoli membri della medesima.»

Il ministro della guerra scrive:

«Non si tosto pervenne a questo Ministero per mezzo della S. V. illustrissima la petizione inoltrata a cotesto Parlamento nazionale dai militi volontari napoletani reduci dal Lombardo-Veneto all'oggetto di ottenere di essere considerati come militari, e come tali avere diritto all'applicazione dei decreti sui compromessi politici, fu il medesimo sollecito di sottoporla all'esame della Commissione politica appositamente a ciò creala, onde averne il di lei parere.

Questa, sulla considerazione che per quanto benemerita sia l'opera prestala dai volontari napoletani che nel 1848 si recarono nel Lombardo-Veneto, tuttavia essi non sono in condizione differente da quella di tutti i generosi delle varie Provincie italiane che in quell'epoca presero le armi e pugnarono valorosamente per la patria indipendenza; che i volontari, non avendo ferma, i gradi essendo fra loro elettivi, e la loro manutenzione dipendente dal Ministero dell'interno, non può ritenersi che questi corpi avessero carattere militare, emise il parere non aver diritto tra essi alla chiesta ammessione se non quelli, i quali, già facendo parte dell'armata, ottennero di potersi aggregare ai battaglioni volontari, senza perdere i diritti loro nell'esercito, perché questi realmente furono poi privati della loro posizione; ma, quanto a quelli che prima non erano nella milizia regolare, non potersi riconoscere in loro un diritto che non fu ammesso per i volontari delle altre provincie italiane, e nemmeno per le stesse legioni provinciali che tanti servizi prestarono nel Napoletano nei memorabili avvenimenti del 1820 e 1821.

«Nel recarmi a debito di far conoscere a V. S. illustrissima il parere emesso in merito di siffatte petizioni dalla prefata Commissione, mi giova soggiungerle che non dissimile fu la deliberazione presa al riguardo da questo Ministero.»

Darò lettura degli omaggi indirizzati alla Camera nel tempo della proroga della Sessione.

Il medico Giovanni Maria Accerqui di Cagliari - Poesia sull'inaugurazione del regno d'Italia (10 copie).


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4 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Il governatore della provincia di Basilicata - Relazione al Consiglio provinciale per l'apertura della Sessione ordinaria (ti esemplari).

Il sindaco di Cava, provincia di Principato Citeriore - Memoria intorno all'equiparazione dell'imposta fondiaria (un esemplare).

La deputazione provinciale di Forlì - Atti di quel Consiglio provinciale (una copia).

Il gonfaloniere della città di Cortona - Memoria intorno al proseguimento della ferrovia aretina (3 esemplari).

L'ingegnere Balducci Michele da Perugia - Opuscolo sullo stesso oggetto e appendice (8 esemplari).

Il presidente della Commissione centrale di beneficenza in Milano - Bilancio degl'istituti di beneficenza dell'esercizio 1860 (20 copie).

Il direttore dell'amministrazione del registro e bollo in Napoli - Relazione sull'attuale sistema del servizio di quell'amministrazione e proposta di miglioramenti.

Simon de Gournav Giulio e Zanetti Pietro da Genova - Progetto per l'istituzione d'una banca di circolazione (6 copie).

Il ministro dell'interno - Indice alfabetico dei comuni del regno a complemento della statistica amministrativa (480 copie).

Il ministro dell'istruzione pubblica - Raccolta delle leggi del cessato principato lucchese (volumi 70).

Il presidente della cassa di risparmio di Torino - Rendiconto delle operazioni di quella cassa durante il 1860 (30 esemplari).

Sarlo Annunziato da Monteleone (Calabria) - Secondo fascicolo di un progetto di circoscrizione e di riforma amministrativa ('( copie).

Il presidente dell'ateneo di Milano - Primo volume degli atti di quel corpo accademico e una memoria sulle ferrovie italiane (una copia).

L'intendente generale di Reggio modenese - Atti di quel Consiglio provinciale (6 esemplari).

Bermondi Gaetano da Napoli - Vita del colonnello Silvino Olivieri (3 esemplari).

Il procuratore generale del Re presso la Corte criminale di Calabria Citeriore - Discorso letto nelle solenni esequie che la città di Cosenza celebrava alla memoria del conte di Cavour (10 copie).

Il professore Vannini di Lucca - Progetto di nuovo ordinamento delle terme lucchesi (una copia).

Il governatore di Como - Esposizione fatta al Consiglio provinciale delle condizioni della provincia (un esemplare).

Il cavaliere Giacomo Botta editore - Cenni sull'origine e sui progressi dell'arte tipografica in Torino, pel teologo cavaliere Maurizio Marocco (una copia).

De Chiro Francesco, da Napoli - Cenni sull'amministrazione del regio albergo dei poveri in Napoli (un esemplare). Il governatore di Cremona - Atti di quel Consiglio provinciale (3 esemplari).

Il deputato Luciano Scarabelli - Memoria intorno alle condizioni economiche e politiche dell'Italia verso il tramonto del settembre 1861 (un esemplare).

Il deputato Antonio Ranieri - Discorso letto nel primo anniversarie del plebiscito dell'Italia meridionale, dedicandosi la statua di Giambattista Vico nel giardino pubblico di Napoli (un esemplare).

Ministero dei lavori pubblici - Relazione del cavaliere Grattoni sullo stabilimento metallurgico e meccanico di Pietrarsa (100 copie).

Municipio di Torino - Raccolta di atti municipali, anni 1849-1850-1857-1858-1859-1860.

Avvocato Bartolommeo Frinci, da Pisa - Progetto di Codice criminale (4 esemplari).

Governo di Napoli - Quadro statistico generale delle rendite e delle spese de' luoghi pii e stabilimenti di beneficenza delle provincie napolitane pel 1861 (10 esemplari).

De Juliis Zaverio, da Cava, distretto di Salerno - Osservazioni economiche sulla necessità di un nuovo catasto per la contribuzione diretta (10 esemplari).

Guglielmi Francesco-Memoria sull'amministrazione delle monete in Napoli (8 esemplari).

Intendente generale d'Ascoli - Discorso all'apertura del Consiglio provinciale (8 copie).

Il sindaco di Monterodaui, provincia di Molise - Rappresentanza al Parlamento per la reintegrazione de' diritti spettanti al municipio (8 esemplari).

Governo di Toscana - Statistica della popolazione delle Provincie toscane dell'anno 1861 (13 esemplari).

Sandreuil, avvocato generale alla Corte imperiale d'Aix - Discorso intorno alle riforme giudiziarie in Italia (2 copie).

L'amministratore segretario dell'asilo infantile di Aglié, Lorenzo Valerio - Undecima relazione sopra l'asilo infantile e la scuola superiore femminile in Agliè, letta nell'adunanza dei soci il 30 p. p. ottobre.

Il deputato Salvagnoli depone sul banco della Presidenza un disegno di legge che sarà trasmesso agli uffici, riguardante l'alienazione di beni demaniali.

COMUNICAZIONI DEL PRESIDENTE DEE CONSIGLIO DEI MINISTRI RIGUARDO ALLA QUISTIONE ROMANA.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno porta: comunicazioni del Governo. La parola è al presidente del Consiglio. (Segni di attenzione)

RICASOLI B. , presidente del Consiglio. Il Governo del Re è lieto di trovarsi di nuovo in mezzo ai rappresentanti della nazione, e di buon animo sottopone al loro giudizio il suo operato intorno la questione che più vivamente delle altre sollecita gli affetti della nazione intera.

Il grande uomo di Stato, di cui noi mai abbastanza deploriamo la perdita, ed io più di tutti, poiché dovei con forze minori sobbarcarmi all'ardua impresa da lui sì bene incominciata e condotta, quel grande uomo di Stato proclamò in ordine alla questione romana un principio fecondissimo, il principio della Chiesa libera in Stato libero.

Raccogliendo la grave eredità dell'illustre statista, considerai come dovere sacro il condurre questo semplice quanto vasto concetto dall'enunciazione astratta alla pratica applicazione.

Mi studiai pertanto di ridurre in brevi articoli le guarentigie reciproche della libertà della Chiesa e dello Stato, e pensai d'indirizzarmi ancora una volta in nome ancora dei miei colleghi e per ordine espresso di S. M. il Re alla rettitudine della mente ed alla bontà del cuore del sommo pontefice.

Ma polche sventuratamente ci era preclusa ogni via per trattare direttamente con esso, invocammo i buoni uffici del magnanimo Imperatore e del Governo francese, della cui benevolenza per l'Italia sono si molteplici e sì splendide le testimonianze, quanto sono luminose le prove di riverenza e di affetto alla Santa Sede.

5 - TORNATA DEL 20 NOVEMBRE

Già in altra occasione io ebbi a dichiarare solennemente innanzi a voi con quali modi e per quali vie il Governo del Re volesse andare a Roma; non per impeti disordinati, non per moti violenti, non per via di distruzione, ma di edificazione, porgendo occasione alla Chiesa di conseguire uno splendore nuovo ed una dignità nuova, emancipandola dai vincoli mondani che la fanno serva, sotto apparenza di mantenerle dominio.

Ad ogni procedimento verso Roma io posi per condizione che si sarebbe fatto d'accordo colla Francia, alla quale l'Italia non dimenticherà mai qual gratitudine debba pei potenti aiuti che n'ebbe a condursi nelle sue condizioni presenti, onde le sarà agevole, persistendo nella via di senno, di vigore, di fermi propositi fin qui nobilmente percorsa, salire al grado che le spetta fra le nazioni.

Era dunque il Governo del Re consentaneo alle sue dichiarazioni, ai suoi sentimenti, a tutte le convenienze, quando si studiava di sciogliere la questione romana per via di accordi col Santo Padre, sulle basi della libertà rispettiva della Chiesa e dello stato, e quando si volgeva al Governo imperiale di Francia perché de' suoi sentimenti e delle sue proposte volesse farsi mediatore presso la Santa Sede.

In quel tempo disgraziatamente non parve che l'animo del Santo Padre fosse disposto a porgere orecchio a proposta di torta alcuna; e il Governo imperiale nella sua saviezza giudicò che in tale stato di cose non sarebbe opportuno di prendersi l'incarico di presentare quel progetto che il Governo del Re, nella rettitudine delle sue intenzioni verso la Chiesa, avea con sommo studio compilato.

Ora il Governo del Re sente il bisogno di manifestare alla rappresentanza nazionale e al mondo intero quali fossero i suoi intendimenti nel compiere i doveri del suo ufficio e i modi tenuti per corrispondere ai suoi obblighi verso di voi e verso l'Italia; crede utile si sappia che, se la nazione italiana vuol conseguire il compimento della sua indipendenza e della sua libertà, ciò non vuol fare con pregiudizio della religione, né della Chiesa.

Quando questi sentimenti siano ben conosciuti e bene apprezzati, egli spera che avrà cooperatori tutti gli onesti, e confida che siano i più, i quali, si fra noi che fuori, pure, amando la libertà e l'indipendenza delle nazioni, temono ancora che questi grandi benefizi non possano conseguirsi senza disturbo della religione, senza ridurre la Chiesa a servitù.

Questo consenso delle coscienze rassicurate aprirà, non ne dubitiamo, quelle vie che sinora si tennero chiuse, e persuaderanno col mondo cattolico il Santo Padre che le intenzioni di S. M. il Re d'Italia e del suo Governo, nonché quelle della intera nazione, sono verso la Chiesa devote ed ossequiose, quanto dei diritti della nazione gelosamente osservanti.

Depongo quindi sul banco della Presidenza il progetto del quale ho parlato. (V. volume Documenti. )

PRESIDENTE. La Camera dà atto al signor ministro della presentazione di questi documenti.

La parola è al deputato Musolino.

MUSOLINO. Io domando che si faccia la stampa dei documenti presentati dall'onorevole presidente del Consiglio e la loro distribuzione ai singoli deputati.

PRESIDENTE. Non credo che vi possa essere alcun dubbio o questione su questo; saranno stampati nel rendiamolo ufficiale, e in seguito verranno distribuiti singolarmente a ciascun deputato.

MUSOLINO. Desidererei poi che venisse fissato un giorno, dopo questa distribuzione, in cui potessi rassegnare alla Camera alcune rispettose osservazioni su questo argomento.

RICCIARDI. Domando la parola.

ZUPPETTA. Domando la parola.

PRESIDENTE. Mi pare che sarebbe conveniente di far prima di tutto stampare i documenti, perché siano presi a maturo esame dai deputati, e poi, d'accordo col Ministero, fissare un giorno per la discussione.

MUSOLINO. Io non chiedo che sia domani o posdomani, ma solo che il Governo fissi il giorno in cui è disposto a rispondere alle mie osservazioni.

PRESIDENTE. Il signor ministro non ha niente da osservare?

RICASOLI B. , presidente del Consiglio. Niente; anzi è preciso desiderio del Governo che il suo pensiero venga ponderato, esaminato, discusso dalla sapienza che qui si raccoglie.

PRESIDENTE. Dunque si può ordinare la stampa di questi documenti, e intantola Camera procedere a' suoi lavori ordinari; si vedrà in seguito qual giorno si potrà destinare a questa discussione.

RICCIARDI. Domando la parola per una mozione d'ordine.

PRESIDENTE. Ha la parola per una mozione d'ordine.

PROPOSTA DI DISCUSSIONE INTORNO

A QUISTIONI RELATIVE ALLE PROVINCIE MERIDIONALI.

RICCIARDI. I momenti della Camera sono preziosi, per conseguenza credo di dovere in primo luogo esser breve.

Io domando che il giorno stesso in cui il signor Musolino farà la sua interpellanza mi sia lecito fare alcune osservazioni. Sarà poca cosa; un discorso all'americana, di mezz'ora al più, il quale si aggirerà su cinque capi distinti. (Movimento)

In primo luogo tratterò la quistione principale e più vitale, il compimento dell'impresa italiana; in secondo luogo la quistione dell'armamento; interzo luogo quella della finanza; in quarto luogo l'ordinamento interno; in quinto luogo finalmente la condizione speciale delle provincie meridionali. (Bisbiglio)

Desidererei inoltre che le quistioni più importanti e più gravi fossero differite alquanto, perché parecchi tra i deputati delle provincie meridionali non hanno ancora potuto arrivare. Il motivo principale del loro ritardo è stato la tardanza in cui siamo stati avvertiti della convocazione del Parlamento.

Al quale proposito io debbo segnalare alla Camera un grave sconcio, vale. a dire che i deputati delle provincie napolitano sono stati avvertiti del giorno della convocazione del Parlamento non già dal presidente della Camera, siccome sarebbe stato regolare, bensì dai prefetti di ciascuna provincia. Siamo stati in certo modo eccitati a venire ad adempiere il nostro dovere dagli ufficiali del potere esecutivo. (Mormorio)

Spero che questo sconcio non si rinnovi.

RICASOLI B. presidente del Consiglio. È necessario che io giustifichi questo fatto. Esso deriva appunto dal desiderio che i deputati sapessero per tempo qual fosse il giorno fissato per la convocazione del Parlamento.

6 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Io stesso, firmato appena il decreto di S. M. , ne ho avvisato tutte le prefetture e sottoprefetture, eccitandole a partecipare a ciascuno dei deputati che si trovassero in quelle località, i senatori compresi, il giorno della convocazione della Camera; e di questo fatto io punto non mi vergogno, anzi lo attribuisco a mia diligenza. (Bravo! Bene! a destra e al centro)

PRESIDENTE. La parola è al deputato Zuppetta.

ZUPPETTA. Io prego il signor presidente del Consiglio a volermi fissare un giorno, ed il più vicino che sarà possibile, nel quale io possa muovergli una rispettosa interpellanza.

Mio intento è quello di trattare una delle questioni più gravi che vi possa essere mai, togliendo di mezzo ogni questione pregiudiziale a proposito degli ineffabili mali che pesane sulle provincie napolitane, e al tempo stesso intendo di esporre quei rimedi che io giudico i più acconci per far cessare la generale costernazione che ha invaso quelle popolazioni; il tutto, ben inteso, colla credenza che i signori ministri vorranno portarvi un efficace riparo.

RICASOLI BETTINO. , presidente del Consiglio. Io aderisco a tutto ciò che la Camera crederà bene di fare, ma dichiarando previamente che io prego tutti di non fate discussioni inutili.

Le questioni dell'ordinamento interno dovranno essere risolte, credo io, colle nuove leggi, delle quali dovrà occuparsi il Parlamento. Le piaghe delle provincie napolitane non vi è medico che le possa guarire con degli specifici particolari. Ci vuole il riparo del tempo che venga in aiuto dell'azione governativa e dell'efficacia delle leggi, oltre a quei provvedimenti speciali che il Parlamento colla sua autorità creda di dover sanzionare.

Debbono primieramente i cittadini contribuire al medicamento di sé stessi, giacché si è parlato di medici e di medicamenti. Ma non s'illudano.

L'Italia si trova in un'epoca di formazione. Sei stati si sono dovuti distruggere per togliere le barriere che si opponevano a farla, ma non si può sperare che in sì breve tempo si sieno dileguati gli effetti del reggimento dispotico che per secoli pesò sovra di loro, delle cattive leggi, della depressione degli animi, della corruttela, di tutte le tristi conseguenze che seco mena il dispotismo.

Oggi l'Italia si è fatta, ma non si è ancora costituita, e ben s'intende che quest'opera non si compia senza qualche disturbo, cagionato dal lievito di un passato troppo ancora vicino, finché la libertà non abbia recati tutti i suoi frutti e i suoi benefizi.

Ora io credo che il promuovere di nuovo questa questione delle piaghe delle provincie napolitane sarà un perdere un tempo prezioso, sarà un ripetere una storia dolorosa di cose che, pur troppo, sappiamo. Noi deploriamo i mali di quelle nobili provincie; noi porremo, come abbiam posto sempre, ogni studio a ripararli e invochiamo per quest'opera riparatrice i consigli e l'appoggio del Parlamento; ma non vediamo in che potrebbero vantaggiarla le recriminazioni.

Se mi è lecito esprimere un parere, più come deputato, più come cittadino, che come presidente del Consiglio, io desidero che l'Assemblea italiana si penetri bene dei grandi doveri che ha verso la nazione.

L'Europa la guarda, e come ministro degli affari esteri mi sento il dovere di dichiarare che l'autorità della nazione sta tutta oggi nel Parlamento. (Benissimo! a destra ed al centro) Ci diranno: bisogna armare. Dobbiamo armare certamente; ma, gran Dio!non si arma con cento mila fucili, né con cinquecento mila, né con dei milioni.

Uomini ci vogliono, e questi non si hanno che colle leve, e con delle leve successive; e non si fanno gli uomini, quando un brigantaggio feroce affligge le provincie su cui sono sparsi sei milioni di abitanti. (Segni d'approvazione)

Nonostante però il Governo non ha risparmiato e non risparmierà niente, e ricorrerà a qualunque provvedimento, anche ai più energici, come v'ebbe già ricorso; e di questo il Parlamento può essere convinto.

Ora, se io vedessi un'utilità in queste interpellanze, dalle quali però, ben inteso, io non rifuggo; se ci vedessi un'utilità, sarei il primo a desiderarle e ad invocarle. Ma io sono in debito, ripeto, come deputato, come cittadino, come italiano di parlare conforme ho parlato. (Segni d'approvazione) L'Europa ci guarda: se il Parlamento con una veramente autorevole forza d'animo e di concetto si manifesterà al mondo e agli Italiani stessi come quello che giustamente rappresenti gl'interessi della nazione, se, non transigendo sulle necessità presenti, omettendo tutto quello che non è necessario, ponendo da parte tutto quello che riguarda accettazione o rifiuto di persone (spero che nessuno crederà che io voglia mettere in causa la mia persona), saprà passare sopra a queste miserie, l'Italia, se fatta é, si compierà presto. (Applausi dai banchi dei deputati a destra e al centro e dalle gallerie)

ZUPPETTA. Se la questione...

PRESIDENTE. è al deputato Proto che spetta di parlare. Le darò la parola dopo.

[PROTO. Non ostante le parole dell'onorevole presidente del Consiglio]

PROTO. Non ostante le parole dell'onorevole presidente del Consiglio, io mi fo oso di presentare alla Camera questa mia mozione d'inchiesta parlamentare per i fatti che si passano celle provincie napolitane. Essi sono di tal natura, che richieggono pronti rimedi, e soprattutto rimedi giusti e saggi. Né ciò solamente è necessario per la salute del mio paese, ma si per la salvezza di tutta Italia ad un tempo. La questione napoletana oggi non è questione di colori, la questione napolitana è questione di onore.

Egli è per ciò che io mi sono deciso a scrivere le mie idee intorno ad essa, e presentarle sul banco della Presidenza, persuaso che cosi saranno meglio ponderate, che ciascuno in sé medesimo saprà più facilmente convenire della verità di ciò che narro e della opportunità dei rimedi che propongo. Ed ho divisato così governarmi, memore del volgato proverbio che le parole volano e gli scritti rimangono, e però io spero non poter venire un giorno appuntato di aver assistito taciturno od inerte alle calamità del mio paese.

PRESIDENTE. Non occorre ora che si estenda sulla sua proposta, perché ora è solamente il caso di deporta sul banco della Presidenza; essa verrà poi trasmessa agli uffici, onde giudichino se sia il caso di ammetterla per lo svolgimento. E, in caso sia ammessa la lettura, potrà il proponente prendere a svolgerla come crede.

ZUPPETTA. Se la mia proposta fosse stata dalla mia coscienza riputata futile ed inutile, io non l'avrei affacciata.

L'onorevole presidente del Consiglio dei ministri, entrando nell'abisso dell'animo mio, cerca d'indovinare quello che per me non si è peranco appalesato. L'onorevole presidente diceva: i mali delle provincie meridionali sono tali che non vi ha medico che possa curarli. Distinguerò medici da medici; forse io indicherò i mezzi, ed i medici si troveranno. (Bene! a sinistra)

7 - TORNATA DEL 20 NOVEMBRE

L'onorevole presidente del Consiglio accennava le leve, accennava l'armamento.

Forse che nelle mie istanze parlava di leve, parlava di armamento? Non ho fatto che accennarvi alcuni mali di quelle provincie.

L'onorevole presidente mi parlava d'inchieste altre volte fatte, di errori che sono il retaggio dell'umanità; e quando per

Io insisto perché la mia domanda abbia effetto; io insisto, perché non voglio che col continuo pretesto che l'Europa ci guarda, e possa far le maraviglie, i mali di quelle Provincie non debbano essere svelati. Toccherà all'oratore l'essere italiano e parlare da italiano come lo potrebbe ogni italianissimo che si trovi in quest'Assemblea; ma non potrassi mai chiudere la bocca sopra mali di tal natura che potrebbero avere dei risultameli che io, che sono italiano quanto il presidente del Consiglio, mi astengo dall'enumerare.

BOGGIO. Chiedo di parlare.

ZUPPETTA. Io insisto quindi perché. si fissi (in giorno vicinissimo, non solo per lo svolgimento della questione da me accennata, ma ancora per sentirne ed i mali ed i rimedi. Quando uno vi si presenta dicendovi: io ho dei rimedi; ma, per lo meno, ascoltatelo, ed io domando di essere ascoltato. (Bene l)

PRESIDENTE. Il deputato Boggio ha facoltà di parlare.

BOGGIO. Giacché l'onorevole deputato Zuppetta insiste nella sua istanza, nella quale io sperava ch'egli non insistesse, io credo essere utile, e forse non vado errato se dico anzi essere necessario che sorga dai banchi della Camera una voce a contraddirlo.

Dico dai banchi della Camera, perché è sempre assai delicata e difficile la condizione di un ministro a cui si chiede la fissazione di un giorno per interpellanze.

Un ministro non può guari ricusarsi a dare le spiegazioni che gli vengano chieste da un rappresentante della nazione, eppure non sempre può essere opportuno ed urgente che le interpellanze si ammettano.

Quindi è che allorquando si solleva una questione di cotal natura, io credo che dai banchi della Camera deve sorgere l'espressione di ciò che meglio convenga fare.

Egli è partendo da questo concetto, onorevoli miei colleghi, che io propongo che le interpellanze che l'onorevole Zuppetta, od altri, voglia fare sulle condizioni delle provincie meridionali, sieno rinviate dopo il voto almeno di una legge di finanza. (Bene! al centro)

Imperocché, non occorre dissimularcelo, è tempo che ci parliamo schietto, che ci guardiamo francamente in viso e che ci venga sulle labbra quello che è nel cuore.

La prima parte della Sessione, pur troppo, andò quasi interamente perduta per il lavoro costitutivo dello Stato. Ora la necessità urgente, la necessità assoluta che ci preme, urgente ed assoluta quanto le leve e l'armamento, è quella di restaurare l'erario. Il primo nostro studio ora adunque debbe essere la finanza.

Mai le condizioni del nostro debito pubblico furono così infelici quali orsono; mai, neppure dopo il disastro di Novara. E perché? perché la prima parte della Sessione passò senza che si votasse dal Parlamento un sol centesimo di attivo, mentre si votarono spese enormi.

Io non ripeterò cose che ebbi occasione di dire altra volta; io non mi vanterò di avere, pur troppo, indovinato le conseguenze funeste di quel sistema disgraziato, per il quale ci mostrammo così pronti e corrivi allo spendere, senza darci un pensiero al mondo del come procacciar i mezzi di far fronte alle spese; ma ben mi sarà lecito constatare che i falli mi diedero anche troppa ragione, e provarono luminosamente che io non m'ingannava quando vi diceva: guai a noi, guai al nostro credito se la Sessione si chiude senza che alcuna nostra deliberazione provi al paese ed all'Europa che noi siamo disposti a qualunque sagrificio per ricondurre l'equilibrio nelle finanze.

Noi abbiamo votato ingentissime spese, ed era dover nostro il farlo per quelle provincie nostre sorelle che lo sgoverno del passato aveva poste in condizioni così miserabili; ma nel medesimo tempo noi avremmo dovuto procacciare all'erario il modo di far fronte a quelle spese. Fu invano che in questo recinto più di una voce si alzò a farne iteratamente la domanda; il Parlamento fu prorogato prima che fosse discussa pur una legge d'imposta.

Che cosa ne avvenne?

Noi, senza ottenere lo scopo di aiutare efficacemente le Provincie meridionali, abbiamo compromesso il credito generale dello Stato. Ricominceremo da capo con questi errori? Oso sperare che no, e per ciò appunto vi prego, miei onorevoli colleghi, a volere che avanti ogni altra discussione passino in questa seconda parte della Sessione le leggi di finanza, e concreto la mia proposta in questi termini: «Il giorno per l'interpellanza che desidera muovere l'onorevole Zuppetta sarà fissato immediatamente dopo la votazione di una legge d'imposta. (Segni di assenso)

PRESIDENTE. Il deputato Zuppetta ha facoltà di parlare.

ZUPPETTA. L'onorevole deputato Boggio preferisce la discussione sulle finanze a quella da me proposta. è questione di gusto.

BOGGIO. Chiedo di parlare.

ZUPPETTA. Io invece proporrei come suprema necessità di dare la preferenza alle mie interpellanze, e ne dirò il perché.

SAFFI. Domando la parola.

ZUPPETTA. L'onorevole Boggio suppone che per taluna questione noi possiamo essere gli arbitri del tempo; io lo pregherei di voler ritirare la sua mozione rammentandogli solamente le parole: Dum Romae consulitur, Sagunlum expugnatur.

PRESIDENTE. Il deputato Boggio ha facoltà di parlare.

BOGGIO. L'onorevole Zuppetta acquistando maggior pratica delle abitudini di quanti hanno l'onore di sedere in questo recinto si farà prontamente capace che nessuno di noi il quale senta la propria dignità vorrà mai fare qui dentro questione di gusto. Quella da me sollevata è questione di necessità, di una necessità assoluta, inesorabile. (Bene) Anche nella prima parte della Sessione ci si è detto: è urgente, è importante, è utile che si discorra anzitutto delle Provincie meridionali, e le interpellanze succedettero alle interpellanze, le discussioni su Napoli alle discussioni su Sicilia, e passarono le settimane, e passarono i mesi, e il tema più frequente era questo dell'Italia meridionale.

Noi deputati delle altre parti d'Italia, abbiamo lasciato fare. Ci rassegnammo ben volentieri a che le interpellanze promosse dai nostri colleghi napoletani e siculi avessero la precedenza sopra ogni altra questione, perché speravamo che dopo un sufficiente discutere sarebbero riusciti a mettersi d'accordo nel constatare il male e nel suggerirne i rimedi. Or bene: che frutto se ne è avuto?

8 - CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL 1861

Le condizioni generali dello Stato, specialmente in ciò che riguarda il credito pubblico, sono peggiorate; e le condizioni dell'Italia meridionale non sono punto migliorate; è lo stesso onorevole nostro collega Zuppetta che ce ne assicura! Non sarà dunque un far

Il sistema delle interpellanze già fu da noi largamente sperimentato nella prima parte della Sessione senz'alcun beneficio, anzi con peggioramento del malato: epperciò noi, mentre non metteremo certo in dubbio la buona fede dell'onorevole deputato Zuppetta, non possiamo per altro adattarci da capo a siffatto rimedio che abbiamo provato inefficace, perché la esperienza altrui e la nostra propria c'insegnano che le nazioni si creano non colle discussioni vaghe od irritanti, ma coi fatti e coi sacrificii. (Bravo! bravo!)

SAFFI. Parmi dover fare osservare che, mentre da un lato non si può impedire ai deputati di rivelare le piaghe delle provincie che rappresentano e di promuovere in Parlamento gli opportuni rimedii, dall'altro lato la differenza insorta rispetto alle annunciate interpellanze può conciliarsi, associandole alle questioni che si riferiscono agl'interessi generali d'Italia, quando si tratterà della questione romana. La Camera si propone, e l'onorevole presidente del Consiglio de' ministri accetta di fissare un giorno alla discussione dei documenti che ci furono testé presentati. Allora non sarà inopportuno fare un appello all'accordo dei partiti, in guisa da connettere con larghe vedute la questione generale, il negozio di Roma colle faccende interne. La questione esterna dipende infatti in gran parte dallo sviluppo delle forze e dall'ordinamento del paese. In quel giorno adunque si potrà pure trattare delle cose di Napoli, che sono tanta parte della causa italiana.

Egli è certo che Napoli ha apparecchiato il compimento dell'unità italiana, l'ha resa possibile; Napoli ha certo gran parte in questo sviluppo di eventi che ci costituisce nazione, e lo stato interno, l'ordine, il buon essere di quelle provincie è condizione vitale al progresso della causa comune. È quindi giusto e necessario che gli sconci, i mali di quella parte d'Italia siano esaminati, onde procacciare gli opportuni rimedi.

In quel giorno sarà libero ufficio dei rappresentanti delle diverse parti d'Italia di esporre le piaghe delle rispettive provincie e di proporre i provvedimenti alle gravissime difficoltà interne ed esterne in cui attualmente versiamo.

PRESIDENTE. Aderisce il deputato Zuppetta alla proposta del deputato Saffi?

ZUPPETTA. Purché il giorno sia vicino il più possibile.

PRESIDENTE. Se ella insiste, debbo mettere ai voti anzitutto la proposta del deputato Boggio.

RICCIARDI. Desidererei che non fosse prima di lunedì, per i motivi che ho accennati.

PRESIDENTE. La Camera deciderà.

C'è una proposta sospensiva, e le proposte sospensive devono avere la priorità.

RICCI VINCENZO. lo dirò una sola parola per motivare il mio voto.

Io divido perfettamente l'opinione emessa dal deputato Boggio, non soltanto sulla necessità, ma sull'urgenza assoluta di provvedere all'ordinamento finanziario del paese.

Noi abbiamo già tardato anche troppo, ed altamente importa quindi di provvedervi; ma le diverse leggi presentate dal ministro delle finanze

non sono ancora né presentate, né discusse negli uffici, e ci vorranno per lo meno quindici o venti giorni prima che vengano sottoposte alla Camera.

Se fossero pronte, io darei infallibilmente la preferenza alle leggi di finanza; ma ciò non essendo, e richiedendosi ancora forse un mese prima che sien pronte, credo che si possa dare sfogo a queste interpellanze. In caso contrario, che cosa succederebbe? Succederebbe che al primo articolo di ogni legge sul registro o sul bollo, l'abilità oratoria dei deputati cercherebbe innestarvi e farvi vedere la connessione colle quistioni del brigantaggio o di qualunque altra delle piaghe delle Provincie meridionali (Si ride); mentre, invece, se si sarà già dato sfogo a queste interpellanze, la Camera giustamente dirà: abbiamo già esaurito questa quistione.

In conseguenza è mia opinione che, prima di avviarci alla importantissima materia delle leggi finanziarie, le quali non sono, ripeto, pronte, vi sia tutto il tempo perché si possa dare sfogo alle enunciate interpellanze.

FERRARI. Io credo si debba far diritto alle interpellanze il più presto possibile, ciò per più ragioni: prima per quella di concordia alla quale faceva appello l'illustre presidente del Consiglio. Sì, noi siamo tutti concordi in quest'aula; noi siamo tutti unanimi e contro i papi, e contro gl'imperatori, e contro i re decaduti, e contro i duchi e granduchi; noi siamo concordi nella rivoluzione e dobbiamo con ogni forza attenerci a questa concordia per mantenerla prima fra di noi, in secondo luogo poi per propagarla. Dunque la necessità di rappresentare la rivoluzione italiana, e la necessità di rappresentarla concordemente, mi spinge a pregare la Camera di voler concedere la precedenza alla discussione sulle provincie napoletane. Un'altra ragione mi consiglia d'altronde a rivolgervi questa preghiera, o signori, ed è che in questo momento havvi in quelle provincie una specie di guerra civile. (Denegazioni a destra)

Io non voglio esagerare i mali del brigantaggio, ma in fin dei conti il malcontento continua, e mentre i signori ministri molte volte ci dicevano momentanei i disordini del mezzodì, fatti transitorii di lieve momento, e che il loro Governo avrebbe fatto prestissimo svanire; mentre, dico, i giornali e i loro amici moltiplicavano le assicurazioni, i mali si rinnovarono e si aggravarono, e si mutarono i luogotenenti, ed in questo momento stesso si cambiava il Governo stesso del regno di Napoli, ed il tutto senza menomamente consultare la Camera.

PRESIDENTE. Io prego il deputato Ferrari di non entrare nel merito delle interpellanze, altrimenti colle osservazioni degli uni e colle repliche degli altri si farà quella discussione che alcuni vogliono sospendere, altri vorrebbero impedire; lo prego pertanto di volersi limitare all'opportunità delle interpellarne, senza entrare nel merito delle quistioni accennate.

FERRARI. L'opportunità delle interpellanze la faccio consistere in questo: primieramente in ciò che vi è quasi una guerra civile.

Molte voci. No! no! (Rumori)

PRESIDENTE. Non deve confondere il brigantaggio colla guerra civile.

FERRARI. Ebbene, io dirò che consiste nella necessità ed urgenza di provvedere a gravissimi disordini, a disordini tali che mi obbligano quasi a fare di quest'argomento la quistione pregiudiziale della Sessione stessa. Mi spiego, lo intendo di compiere coscienziosamente il mio mandato; io professo il più profondo rispetto al Parlamento; sta qui tutta la libertà italiana. Ma i rappresentanti del Governo hanno intrapreso nelle provincie meridionali dei gravissimi atti, i quali mettono in dubbio la Costituzione stessa. Vi furono dodici villaggi incendiati (Rumori di dissenso).

9 - TORNATA DEL 20 NOVEMBRE

PRESIDENTE, lo non lo posso lasciar continuare su questo terreno, perché, se ella procede innanzi di questo passo, il Ministero ha diritto di rispondere, ed allora s'impegna quella

FERRARI. lo non fo che ripetere quello che tutti sanno. Quando vari deputati napolitani domandano che prima di votare delle imposte che sono gravissime (Rumori), le quali possono essere interpretate diversamente dagli elettori, e che possono reclamare sacrifici o durissimi o male applicati, mi pare, dico, che si debba accordar loro di discutere sulle condizioni delle loro provincie, come si farebbe pei Toscani e Lombardi relativamente alla Toscana ed alla Lombardia. Che se poi altri Napoletani giudicassero opportuno di sopprimere o di differire il dibattimento, io mi tacerei. Spetta quindi alla deputazione napolitana...

MASSARI. (Con forza) Ma qui non c'è deputazione napolitana: siamo tutti deputati della nazione!

PRESIDENTE. Osservo al deputato Ferrari che qui non vi sono che rappresentanti della nazione; non vi sono rappresentanti di provincie; tutti rappresentano l'Italia. (Applausi)

FARINI. È l'Italia unita che rappresentiamo.

FERRARI. Lo sappiamo che tutti rappresentiamo l'Italia unita; ma non bisogna spingere la discussione sul terreno demagogico ridotta a tale che più non si possano citare i nomi delle città e delle provincie, senza destare reclami, senza sollevare questioni le quali sotto altra forma sono pure questioni di campanile, e rivalità provinciali capaci di interrompere il corso di una seria discussione, alla vigilia forse di una guerra civile (Oh! Oh! - Richiami vivissimi dalla destra e dal centro)

(L'oratore continua fra i rumori a pronunziare parole che non s'intendono)

MASSARI. Non vi è guerra civile!

PETRUCCELLI. I briganti non sono italiani?

MASSARI. (Con veemenza) I briganti sono masnadieri, non sono un partito politico!

PRESIDENTE. Nessuno ha diritto di parlare prima che il presidente gliene dia la facoltà.

(Il deputato Ferrari parla in mezzo al frastuono della Camera)

Il deputato Ferrari non ha facoltà di parlare.

La parola è al deputato Boggio.

FERRARI. Dichiaro di non avere materialmente inteso le parole del signor Massari e di avere previamente detto nel tumulto che rinunziava alla parola.

BOGGIO. Nel proporre che non si entrasse a discutere sulle condizioni delle provincie meridionali del regno, se prima non si fosse votato una legge di finanza, io non ho certamente inteso di valermene come mezzo indiretto per impedire che si domandassero spiegazioni necessarie e legittime, ma solo perché io sapeva di poterla concretare in qualche cosa di prontamente e di facilmente eseguibile.

L'onorevole Ferrari diceva essere urgente di fare questa discussione per affrettare la concordia. Lascio a chi è oggi in questo recinto, a chi ha in questo momento veduto che genere di concordia possa portare fra noi anche il solo annunzio di cotali discussioni, il giudicare se il farla sia un avviamento alla concordia! Io ne conosco una sola vera, efficace concordia: la concordia negli sforzi e nei sagrifizi. (Bravo!)

FERRARI. Domando la parola.

BOGGIO. Ed appunto per ciò ecco come io concreto la mia mozione. Io propongo alla Camera che deliberi di non lasciar luogo a discutere sulle accennate interpellanze,

salvo dopo la votazione di quella legge che già nella prima parte della Sessione fu dichiarata d'urgenza, fu esaminata negli uffizi e riferita, e la quale, se allora non poté, per mancanza di tempo, volarsi, deve ora discutersi tra le prime

BROFFERIO. Domando la parola.

BOGGIO. Questa legge, essendo già nota a tutti, non può richiedere gran tempo, né presentare serie difficoltà, ed essa tende realmente ad inaugurare la vera concordia, la concordia dei sacrifizi, il concorso equo e proporzionale di tutte le provincie nelle pubbliche spese; la concordia dei fatti, e non delle sole parole; la concordia di coloro che pagano, e non solo di coloro che gridano.

E già certamente la Camera mi ha compreso; già ella capi elle io accenno a quella legge la quale dee far sì che cessi quest'anomalia per la quale il decimo di guerra è pagato solo dalle provincie più pacifiche del regno. (Segni di adesione)

La mia proposta la formolerei cosi: La Camera rinvia ogni discussione sulle interpellanze accennate finché sia votata la legge sul decimo di guerra già stata dichiarata d'urgenza nella prima parte della Sessione.

A questo modo noi avremo inaugurata la vera concordia quando, cioè, avremo con quel voto dimostrato di voler tutti concorrere nei pubblici pesi; e dopo questo voto noi potremo intraprendere senza inconvenienti quante altre discussioni siano utili e necessarie. E siccome l'onorevole Ricci, mentre si dichiarava in massima favorevole alla mia proposta, soggiungeva che un solo scrupolo gl'impediva di votarla, quello che non fosse in pronto veruna legge di finanza, ora che gli ho dimostrato che in tale sua ipotesi ei non si apponeva al vero, mi lusingo che egli pure vorrà rendere il partito favorevole alla mia mozione.

RICCI V. Sì, certamente.

PRESIDENTE. Mi pare che si potrà terminare ogni questione facilmente mettendo sollecitamente all'ordine del giorno questo schema di legge. La relazione è fatta e distribuita; non rimane che a fissare il giorno per la discussione, e nell'occasione stessa del dibattimento di questo progetto di legge mi pare che l'onorevole Zuppetta potrebbe fare, intorno alle condizioni delle provincie napolitane, tutte le interpellanze che crede, e proporre tutti i rimedi che gli sembrano opportuni, e cosi si metterebbe anche termine a questa discussione.

ZUPPETTA. È necessario che la mia interpellanza preceda. (Mormorio)

PRESIDENTE. Siccome si tratterà in quella legge di cose che riguardano particolarmente quelle provincie, cioè le Provincie meridionali, nulla impedisce che nell'occasione in cui si discute una legge d'imposta, ella interpelli il Ministero sulle cose di Napoli.

ZUPPETTA. Sono dolentissimo di non poter aderire: quindi insisto perché la mia interpellanza abbia la precedenza, e ne ho i miei motivi. Desidero che si dica una volta si 0 no intorno alla mia proposta.

(Parecchi deputati chiedono di parlare. )

PRESIDENTE. La parola spetta al deputato Brofferio.

BROFFERIO. Udimmo, testé dal signor presidente del Consiglio ch'egli nulla desidera di meglio che la discussione e la luce; e dopo queste parole facea voto che la discussione non seguisse.

Io non so conciliare questa premessa con questa conseguenza.

Diceva inoltre che la somma delle cose era in questo punto collocata nell'autorità del Parlamento, proposta a cui tutti facemmo onorata accoglienza.

10 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Ma acciocché il Parlamento sia nel caso di esercitare con sapienza la propria autorità è d'uopo ch'egli sia illuminato sopra Io stato delle cose. E d'onde può venire la luce? Dalle dichiarazioni del Ministero e dalla discussione dei deputati. Ma quando avvenga, come oggi, che il presidente del Consiglio ricusi di dare tutti quegli schiarimenti che la Camera ha diritto di avere, come potrà la Camera pronunziare coscienziosamente ed esercitare quell'autorità della quale ha parlato il signor presidente del Consiglio? (Voci di assenso dalla sinistra e dalle gallerie)

Il signor ministro entrando nel merito prima del tempo, ci disse che finalmente non si possono fare le cose in un'ora, che ci vuole del tempo, del tempo e del tempo.

Io, che in questa Camera sono antico, so che cosa valga qui il tempo, e quale artificioso aiutatore sia per i ministri il tempo.

Ci si chiedeva tempo per la questione di Roma; è passato un anno, ed invece d'andar innanzi siam tornati indietro.

CARUTTI. Domando la parola.

BROFFERIO. Il tempo per la questione napoletana venne pure invocato: datemi tempo, diceva un ministro, le Provincie meridionali saranno pacificate; trascorsero cinque o sei mesi, ed invece di pace, abbiamo sempre più fervida e dolorosa guerra.

None dunque il tempo invocato dal Ministero ragione per cui si debba rinunziare alle interpellanze che sono essenzialissime, acciocché la Camera possa con giusto giudizio portar finale sentenza.

Il signor deputato Boggio venne ad accusarci al Parlamento come se noi fossimo artefici di parole, e disse: non parole ci vogliono, ma fatti e soprattutto sacrifizi.

In ordine ai fatti ed alle parole, io gli dirò che i fatti nella politica sono conseguenza del pensare e del parlare, e quando si vuol chiudere la via al pensiero ed alla parola, questo significa che si vuole interdire il fatto. (Assenso a sinistra)

Inoltre io dico al signor deputato Boggio, il quale ci parla così altamente di sacrifizi, che, contro verità cortamente, corse in Italia la voce che nelle più solenni contingenze si volessero in questa Camera soffocare le discussioni (Rumori); voce, a vero dire, che io non credo fondata... (Il presidente scuote il campanello) specialmente per quanto concerne il signor presidente...

PRESIDENTE. Né per parte del presidente, né per parte della maggioranza della Camera. (Bravo!)

BROFFERIO. Ho già dichiarato che questa voce non la credo fondata, quantunque siasi veramente diffusa. Quindi è necessario che la si mostri sempre più falsa, lasciando ampia libertà di discorso, di opinione e di discussione.

Quanto ai sacrifizi, il signor deputato Boggio è troppo giovane per venirceli a raccomandare. Noi abbiamo vissuto più gran tempo di lui; sappiamo più di lui come si facciano, e a tempo e luogo tutti con molta serenità d'animo li abbiamo fatti. E per ora io domando al signor Boggio un sacrifìcio solo: quello di ascoltare con rassegnazione le parole de' suoi avversari. (Applausi dalle gallerie)

PISANELLI. Signori, io credo non solo utile, ma necessario, nell'interesse di Napoli non solo e delle provincie napolitane, ma nell'interesse dell'Italia, una discussione piena sulle cose napoletane. La discussione sulle questioni napolitane gioverà a noi, gioverà a quelle provincie, servirà all'Italia, servirà anche all'Europa; poiché io confido che sarà fatta con senno e con quella sapienza civile, colla quale tutte, queste questioni debbono trattarsi. L'impedirla sarebbe nocevole. La proposta di sospensione fatta dall'avvocato Boggio ha qualche cosa di ostile e di sospettoso;

né certamente sarebbe da applaudire il proposito della Camera, se si dimostrasse animata fin da principio da questi sentimenti.

Io credo, o signori, che, mentre noi dobbiamo far questa discussione ampiamente e largamente, dobbiamo d'altra parte conciliare questo bisogno cogli altri debiti che abbiamo. Perciò io appoggio la proposta dell'onorevole Saffi, e l'appoggio tanto più, in quanto desidero veder seduti sopra questi stalli, e lo saranno tra pochi altri giorni, molti rappresentanti delle Provincie napoletane che ora sono assenti. In conseguenza, dico che, nel giorno in cui si tratterà la questione romana potrà opportunamente anche trattarsi la questione napolitana. Queste due questioni sono, come avvertiva l'onorevole Saffi, strettamente connesse; anzi non sono che due aspetti della stessa questione, la questione italiana. Così la questione napolitana potrà essere trattata largamente, e potrà essere trattata senza discapito degli altri affari urgenti che ha la Camera.

PRESIDENTE. Il deputato De Blasiis ha facoltà di parlare.

DE BLASIIS. Appoggio l'avviso dell'onorevole Pisanelli che mi ha preceduto.

Io credo che sarebbe certamente una cosa non solo contraria al regolamento della Camera, ma anche contraria alla ragione ed alla convenienza, l'impedire che si facciano delle interpellanze sopra un argomento così grave, qual è quello della condizione in cui versano le provincie napoletane, solamente desidero che quelli i quali si faranno ad interpellare il Ministero sul proposito si mostrino animati dal vero desiderio di recar giovamento alla condizione delle cose, e facciano proposte di rimedi veramente pratici ed attuali, mettendo da banda nel discorrere le grandi frasi, le figure rettoriche, che sono fatte pur troppo per destare le passioni quando sonnecchiano; mentre invece noi dovremmo calmarle, perché sono troppo eccitate. Io desidero insomma che il freddo ragionamento prenda il disopra nella discussione che andrà a farsi; desidero che delle cose napoletane si parli pure, ma si parli il più brevemente possibile, il più lucidamente possibile per dire quello che può farsi per il bene di quelle provincie; non per dar luogo ad inutili e deplorabili recriminazioni, e far perdere alla Camera un tempo prezioso.

PRESIDENTE. Non entri ora in questi particolari.

DE BLASIIS. Ebbene, io esprimo francamente il mio avviso che le chieste interpellanze non debbono essere né respinte, né sospese; e spero che gli onorevoli interpellanti sapranno giustificare l'opportunità e la convenienza delle medesime, e metterle in accordo con le altre faccende delle quali la Camera deve instantemente occuparsi, e non cagionar ritardo sopra tutto alla discussione delle leggi di finanza.

PRESIDENTE. Il deputato Carutti ha facoltà di parlare.

CARUTTI. Sono stato preceduto dall'onorevole deputato Pisanelli intorno a ciò che mi proponeva di dire alla Camera.

Mi pare che il Ministero, avendo egli stesso invocata piena e solenne discussione sopra uno dei più gravi punti della politica attuale, sarebbe quasi impossibile eliminare da questa discussione non solamente la questione che si dice napolitana, ma tutte quelle altre questioni che riguardano la grande causa italiana.

Io perciò non giudico conveniente di fissare un giorno apposito per trattare una questione che chiamerò parziale, quando la questione più vasta, la questione generale, quella che tutte le altre comprende, è già da tutti consentita.

Per me credo vantaggiosa la discussione, e non sarò io certamente colui che vorrà impedirla, e non lo vorrà, spero, nessuno della maggioranza della Camera.


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11 - TORNATA DEL 20 NOVEMBRE

Credo imperlante di farmi interprete dei sensi di questa maggioranza respingendo, come lo ba già respinto l'onorevole signor presidente, il dubbio che da noi si voglia sopprimere la discussione. No, o signori, non la vogliamo sopprimere, la desideriamo anzi, e la provochiamo perché sappiamo che la discussione proverà che ogni cittadino qui presente, o ministro, o deputato, che egli sia, non ba avuto che un intento, quello del bene della patria, e che a questo intento, come ha conformato pel passalo, così conformerà per l'avvenire le opere e le parole.

PRESIDENTE. Il deputato Leardi ha facoltà di parlare.

CHIAVES. Domando la parola per una mozione d'ordine.

ZUPPETTA. Io aveva chiesto la parola per un fatto personale.

Presidente Si, ma vi sono ancora tre oratori iscritti prima di lei.

Leardi, lo mi limiterò unicamente

PRESIDENTE. (Interrompendo) Scusi, il deputato Chiaves avendo chiesto di parlare per una mozione d'ordine, debbo concedere a lui prima la parola.

CHIAVES. Io sorgo a proporre la chiusura di questa discussione.

lo non mi sento ora in lena di svolgere a lungo questa proposta, ma penso che lo stato delle cose sia tale, che ciascuno debba persuadersi facilmente dell'opportunità di chiudere questa discussione, tanto più quando si tratta di chiuderla sopra proposte che non furono formolate.

PRESIDENTE. Essendosi chiesta la chiusura, domando se sia appoggiata.

(È appoggiata. )

Allora la pongo ai voti.

(È approvata. )

Pare a me che tre sieno le proposte state fatte.

La prima è del deputato Zuppetta, il quale vorrebbe che si fissasse un giorno per le sue interpellanze; però non prima di lunedì.

La seconda, del deputato Boggio, tenderebbe a rimandare queste interpellanze, come pure qualsiasi altra discussione relativa alle condizioni delle Provincie meridionali, sino a che sia votata la legge di cui è già stata distribuita dalla Segreteria della Camera la relazione della Giunta, sull'aumento cioè del decimo di guerra per le provincie che non l'hanno ancora.

La terza, infine, è quella degli onorevoli Saffi e Pisanelli, i quali vorrebbero che la discussione sulle interpellanze relative alle condizioni di Napoli seguissero contemporaneamente a quella che avrà luogo nel seno di questa Camera intorno alla questione di Roma, sulla proposta stessa del presidente del Consiglio.

BOGGIO Domando di parlare per dare una spiegazione.

Dopo le dichiarazioni fatte dai preopinanti, la mia proposta riesce meno necessaria, poiché da una parte la legge d'imposta del decimo di guerra essendo dichiarata d'urgenza, spetta alla diligenza, sempre sollecita, della nostra Presidenza il fare che venga senza ritardo in discussione; e dall'altra, quando si discuterà sui documenti stati presentati dall'onorevole presidente del Consiglio, egli è evidente che non si potrà precludere la via agli oratori i quali, a proposito di Roma, vorranno anche parlare di Napoli.

Scopo della mia mozione era solo questo, d'impedire che si fissasse un giorno prossimo per udire le interpellanze dei signori Zuppetta e Ricciardi, con iscapito di altre questioni più urgenti e più pratiche.

Se i signori Zuppetta e Ricciardi desistono da questa loro istanza, più non è necessario che si voti la mia proposta; con che peraltro rimanga inteso che quelle interpellanze non avranno luogo salvo che in occasione della questione romana.

E tanto più volontieri rinunzio a che si voti sulla mia proposta, dacché anche le spiegazioni date poc'anzi dall'onorevole nostro presidente mi fanno sperare che la legge del decimo di guerra venga in discussione prima della questione di Roma.

PRESIDENTE. Ella ritira adunque la sua proposta?

BOGGIO. Mi unisco alla proposta Pisanelli.

Presidente, l'armi che quest'incidente potrebbe terminare senza una votazione, qualora il deputato Zuppetta anch'egli si ponesse d'accordo ed accettasse la proposta Saffi-Pisanelli. Egli desidera fare delle interpellanze sulla condizione di Napoli, gli si apre questa via, quindi parmi non possa più aver nulla in contrario.

ZUPPETTA. Aderisco alla proposta Saffi; quindi, come è evidente, modifico la mia proposizione.

Avevo domandato la parola per un fatto personale...

PRESIDENTE. Parli.

ZUPPETTA. Uno degli onorevoli colleghi che più grida alla concordia diceva: noi non possiamo veramente impedire la parola, purché però l'oratore usi di ragionamento...

PRESIDENTE. Permetta; questa non è questione di fatto personale. Se queste parole fossero state dirette contro di lei non avrei lasciato continuar l'oratore. Ella non ba pronunziato che poche parole, e quindi non è possibile che il deputato De Blasiis volesse riferirsi a lei. Non posso considerare che ella sia stata personalmente offesa, e non posso quindi lasciarla continuare a parlare su tale proposito.

ZUPPETTA. Fra le altre cose si è detto: purché si discuta senza passione. (Rumori)

Io le ho intese.

Voci. Questo si può dire; non è caso di fatto personale.

PRESIDENTE Quelle parole esprimono un voto che non offende nessuno.

ZUPPETTA. Questo è un farsi giudice delle intenzioni.

DISCUSSIONE DEL DISEGNO DI LEGGE PER PENSIONI

AI DECORATI DELL'ORDINE MILITARE DI SAVOIA.

PRESIDENTE. All'ordine del giorno è la discussione del disegno di legge per assegnamenti vitalizi sui bilanci dei Ministeri della guerra e della marina ai decorati dell'ordine militare di Savoia.

(Il segretario Cavallini dà lettura del disegno di legge relativo ai decorati dell'ordine militare di Savoia. )

La discussione generale è aperta.

Ha facoltà di parlare il deputato Musolino.

MUSOLINO. Io dichiaro di astenermi, perché sono in certo modo interessato.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il deputato Ricciardi.

RICCIARDI. Ha chiesto di parlare prima il deputato De Blasiis.

PRESIDENTE. Il deputato De Blasiis vi ha rinunciato.

RICCIARDI. Mi trovo in verità in un grave imbarazzo. Ricusare di votare una legge, la quale ba per iscopo di ricompensare il valor militare in un momento in cui l'Italia si appresta all'ultima prova, certo mi ripugna altamente; ma

CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1801

Quindi a me parrebbe che questa legge, che approvo in massima, e a cui mi associo di tutto cuore, fosse differita a quando l'Italia sarà tutta unita, perché allora potremo ricompensare molto più degnamente e ampiamente non solo i cavalieri di Savoia, ma tutti i prodi i quali avranno cooperato col loro sangue al trionfo della causa italiana.

Finirò questo mio brevissimo discorso, protestando contro il titolo di quest'ordine.

Io vorrei che quest'ordine fosse ribattezzato, che si chiamasse Ordine d'Italia, perché oramai questo nome di Savoia deve sparire del tutto.

Questa provincia ha cessato di essere provincia italiana, e noi dobbiamo creare un ordine che sia eminentemente italiano. Il perché, per le ragioni dette voterei la legge, se credessi il momento opportuno; ma non la voterei poi mai, se il titolo non fosse mutato.

MELLANA. Nella prima parte di questa ordinaria Sessione noi ci siamo comportati, per valermi d'una frase del nostro illustre Giorgini, come se fossimo in un'epoca di oasi: cioè invece di dare ordinamento alle finanze, abbiamo pensato a spendere, per non dire spandere, pensando più al beneficio presente che a quello più solido e duraturo dell'avvenire. Io non intendo di recriminare sul passato, ma posso bene asserire, senza tema di essere contraddetto, che il paese si aspetta da noi in questa seconda parte della Sessione una riparazione, la riparazione delle nostre finanze. Quindi non è senza grave sorpresa che io veggo iniziati i nostri lavori colla discussione d'una legge portante un nuovo aggravio alle pubbliche finanze.

Ha ritenete, o signori, che nel prendere la parola sopra il presente schema di legge non è mia intenzione di considerarlo dal lato del nuovo aggravio imposto alle finanze del regno. Tutte le volte che nel primo periodo della Sessione io ho parlato per richiamare il pensiero della Camera sopra il supremo bisogno di portare ordine ed economie nel tesoro nazionale, io ho sempre dichiarato che le economie dovevano cadere sopra tutti gli altri pubblici servigi e non mai sulle spese indispensabili all'organamento ed al maggiore sviluppo delle nostre forze di terra e di mare. Quindi, se mi preoccupasse il solo pensiero delle finanze, io avrei prescelto di tacere; ma a questo pensiero altro se ne aggiunge, quello cioè del vero interesse del glorioso nostro esercito; e per queste due considerazioni io propongo di sospendere la discussione di questo schema di legge.

Innanzi tutto io ammetto che si possano ritrarre dei vantaggi dagli ordini cavallereschi, quando la giustizia e la parsimonia presiedessero al conferimento delle decorazioni; ma io non mi esagero, come vorrebbero alcuni, la potenza di questa molla sociale, massime in un paese libero e quando si combatte per una causa nazionale. Domandate al primo impero di Francia se, quando ebbe caricati di decorazioni i suoi prodi, esso abbia ottenuto maggiore slancio, maggiori atti di coraggio, più eccellenti capitani di quelli ottenesse la repubblica ed il giovane Bonaparte. E pur troppo anche quando abbiate creali più ordini cavallereschi o lautamente dotati di quelli che attualmente esistono, noi avremo a rimpiangere, od a ritenere per grande ventura, di avere in avvenire fatti gloriosi ed uomini benemeriti, quali possiamo vantare nel primo periodo della italiana rigenerazione.

Ma ammettiamo che sia non solo essenziale, ma indispensabile al buon organamento di un esercito nazionale l'esistenza di varii ordini con una svariata dotazione, perché noi dovremo procedere a centoni in una cosi importante materia? perché doteremo piuttosto quest'ordine di Savoia, anziché la medaglia al valor militare?

Prima però di entrare in materia, debbo dire all'onorevole mio amico Ricciardi che noi non possiamo occuparci né degli statuti, né del nome che si volle dare a questo ordine militare; lo Statuto dice apertamente che sono mantenuti colle loro dotazioni i preesistenti ordini e che alla Corona sola appartiene di crearne dei nuovi. Ma la Camera può intervenire quando si abbisognino dei fondi per ampliazione di dotazioni, o per dotazioni dei nuovi ordini; allora può vedere se la Corona sia stata bene o male consigliata dai ministri responsabili, coll'annuire o non ai domandati sussidi. Ma lo Statuto dice pure che gli antichi ordini devono conservare la propria instituzione ed i fondi a quelli assegnati devono essere applicati a norma delle istituzioni stesse.

Ora, domando a voi, o signori, sapete voi quali e quanti fondi sieno assegnati agli ordini cavallereschi che esistevano nelle Provincie aggregate? Sapete voi quanti ordini esistano nelle antiche provincie? Sapete voi se quelli e questi ordini sieno mantenuti nella primitiva loro instituzione? A mo' d'esempio, sapete voi quante trasformazioni abbia subito l'ordine militare dei santi Maurizio e Lazzaro? Quale uso si sia fatto o si faccia dei fondi ad esso assegnati?

Ora, ritenete pure giusta ed opportuna la dotazione che vi si domanda; non ne nasce però la conseguenza che tale dotazione debba inscriversi sui bilanci dello stato. Per fare un tale stanziamento bisogna che il Governo vi dia prima la prova che tutte le dotazioni degli ordini preesistenti sono impiegate a norma delle loro instiluzioni, e che ciò nulladimeno sono insufficienti ai bisogni. Io credo di non andare errato dicendo che i contribuenti vogliono che sia dato all'esercito quanto richiede il miglior assetto del medesimo; ma intendono pure che prima d'imporre nuovi carichi si vegga scrupolosamente se sono bene impiegale le dotazioni già esistenti; giacché, se ciò non fosse, il nuovo carico non cadrebbe a beneficio dell'esercito, ma di coloro che fruiscono ingiustamente di fondi destinati esclusivamente per ordini militari.

Ben mi ricordo che quando nel subalpino Parlamento ci fu domandata una dotazione per pensioni da accordarsi ai decorati della medaglia al valore militare, io feci consimili osservazioni, ed ottenni che una parte di quelle pensioni fossero pagate dal tesoro dell'ordine mauriziano, del quale ci facemmo presentare il bilancio.

E perciò indispensabile prima di occuparci di tale legge che il Governo ci presenti i bilanci di tutti gli ordini cavallereschi esistenti nello Stato, e quando da tale esame sarà fatto chiaro che le dotazioni che ebbero per origine e per destinazione il servizio militare sono insufficienti a dotare largamente questo servizio, allora, ma allora soltanto, ben di buon grado assentiremo ad un nuovo aggravio.

Ma se questo rinvio è domandalo su considerazioni finanziarie e pel decoro del Parlamento, il quale non può mai votare alla cieca, esso è vieppiù richiesto dal vero interesse e dalla dignità dell'esercito. Infatti nella sua relazione il ministro ci dice che fu ritenuto nella fissazione del numero e nell'assegnamento delle pensioni dalle eccezionali circostanze delle nostre finanze. Ora, perché fare una legge cosi importante in circostanze eccezionali? perché volere che una legge che. riguarda il benemerito nostro esercito si risenta di tali preoccupazioni? perché fare una legge che dovrebbe avere una grande stabilità in tali condizioni, per coi si dovrà, quando che sia, modificarla o mutarla?

Quindi, sia perché da un profondo esame della materia può forse emergere che per ora siano sufficienti al bisogno i fondi degli ordini già esistenti,

13 - TORNATA DEL 20 NOVEMBRE

sia per dar campo al Governo di meglio studiare la questione, onde vedere se per avventura non fosse più conveniente di sostituire un solo grande ordine degno della nazione e del suo esercito ai moltiplici ordini ora esistenti, io propongo di sospendere la presente discussione.

Ed a questa proposta sono pure condotto da un'altra considerazione. Postochè, a buon diritto, si domanda una reale fusione e nelle leggi, e nelle imposte, e nelle aspirazioni, perché non si farà anche una fusione di tutti questi ordini, o, per meglio dire, perché non si sopprimeranno tutti per far luogo ad un solo e grande ordine condegno alla grandezza dell'unità italiana?

Come potremmo noi votare una nuova dotazione per un nuovo ordine cavalleresco che il Ministero ci dice che sarà solamente momentaneo, e sino a tanto che le finanze dello stato siano tali da poter istituire un ordine cavalleresco che risponda alla grandezza dell'ordine della legione d'onore in Francia?

Ora, prima che il Parlamento debba occuparsi di questioni di ordini cavallereschi, deve il Governo vedere nelle Provincie, sì antiche, come in quelle aggregate, quali siano i mezzi che per avventura esistono a mani del Governo per dotazioni di ordini cavallereschi, e quando avremo sott'occhio questi mezzi lasciali dai nostri maggiori, e la Camera conoscerà che questi mezzi non siano sufficienti, allora sarà il caso di deliberare; ma intanto, nell'interesse stesso dell'esercito, io dico che non conviene adottare il presente schema di legge, inquantochè noi verremmo a toglierci di provvedere in modo condegno in un prossimo avvenire.

Infatti io credo che se agli ordini cavallereschi si provvede cosi alla spicciolata, è un far loro perdere ogni importanza.

Adunque sia perché vari di questi ordini esistevano presso di noi, sia perché vati ne esistevano nelle Provincie nuovamente aggregate, sia poi perché molti di questi ordini esistenti hanno dei redditi loro propri, siccome in questo caos di ordini cavallereschi (dichiaro per mio conto che non giungo a distinguere i vari nastri che ad ogni pie sospinto si vedono all'occhiello di questo e quello) è necessario, come il Ministero desidera, che sorga un solo grande ordine degno della grandezza del regno e dei meriti dell'esercito italiano, io credo che per il momento conviene soprassedere dall'occuparci di questo schema di legge, e domando nell'interesse stesso dell'esercito che una legge di questa fatta sia rimandata ad altri tempi, quando il Ministero avrà dati sufficienti intorno ai vari ordini cavallereschi che esistono, e potrà presentare uno schema che tutti li comprenda.

PRESIDENTE. Domando se la proposta sospensiva del deputato Mellana è appoggiata.

(È appoggiata. )

MASSARI, relatore. Domando la parola...

Come relatore desidererei di dare alcuni brevi schiarimenti

Mi pare che l'onorevole Mellana non si sia reso un conto esatto della significazione di questa legge. Egli ha parlato della creazione di un ordine nuovo, dell'abolizione dei vecchi ordini cavallereschi, o che so io: a me pare che la proposta della quale oggi ci occupiamo, e di cui la vostra Commissione vi propone l'approvazione, non versi menomamente sulla creazione di un nuovo ordine cavalleresco, né sulla fusione di quest'ordine con altri che per avventura abbiano potuto esistere, o esistano tuttavia in alcune provincie d'Italia.

Il progetto di legge sottoposto alle vostre deliberazioni vi domanda di assegnare una dotazione ai decorati delle insegne di un ordine cavalleresco già esistente; e qui, tra parentesi, mi sia concesso di far riflettere all'onorevole deputato Ricciardi che il titolo dell'ordine non è punto quello di una provincia, ma bensì quello dell'indila dinastia che tutti ci regge.

L'onorevole deputato Mellana è entrato nelle considerazioni finanziarie, ma mi pare che egli medesimo sia andato addirittura contro lo scopo che si prefiggeva di raggiungere, dichiarando che non era in vista delle considerazioni finanziarie che egli si opponeva all'accettazione di questa proposta di legge.

Quando questa proposta venne discussa negli uffici della Camera e nel seno della Commissione che l'ha esaminata, ci sono stati parecchi onorevoli deputati i quali hanno osservato che il rimprovero che si poteva indirizzare al Ministero si era quello, non già di avere proposto una dotazione alle decorazioni dell'ordine di Savoia, ma bensì una dotazione che è veramente troppo esigua.

L'onorevole Mellana conosce meglio di me l'origine di questo progetto di legge: egli sa che si tratta, anzitutto, come è già detto nella relazione, di adempiere ad una promessa che è un sacro debito di giustizia di soddisfare; che questa promessa venne fatta in occasione della spedizione di Crimea, del glorioso evento, cioè, su cui si è innalzato l'edilizio italiano; a me pare che, approvando questo progetto di legge, l'Italia tutta si trova collocata nella magnifica condizione di dover sciogliere un debito di gratitudine contratto dall'antico e glorioso Piemonte.

Oltracciò, io rammento all'onorevole Mellana che questa proposta ha pure avuto origine dal desiderio espresso da tutti noi, allorché l'onorevole generale Fanti presentò una proposta di legge specialmente rivolta a premiare un illustre soldato che abbiamo l'onore di chiamare nostro collega. Parve allora a molti dei nostri colleghi che non fosse conveniente di conferire un'onorificenza speciale ad un solo individuo, e che meglio valesse accordare una dotazione a tutti i prodi che per le segnalate loro azioni di valore avessero meritala una distinzione; fu in conseguenza di questo desiderio, posso dire pressoché ad unanimità espresso dagli uffizi, che il ministro della guerra, in adempimento della promessa da lui fatta, venne a presentare questo progetto di legge.

Queste sono le poche ragioni che io credo dover allegare per dimostrare all'onorevole deputato Mellana che questa legge inerita anche la sua approvazione, e confido che, dopo averle ascoltate, egli medesimo vorrà recedere dalla sua opposizione.

PRESIDENTE. Il deputato Mellana ha la parola.

MELLANA. Avanti tutto osserverò all'onorevole Massari, il quale supponeva che avessi confuso fra un ordine a stabilire e una dotazione da darsi ad un ordine, che io non so come abbia potuto attribuire a me queste parole, quando ho detto apertamente, rispondendo all'onorevole Ricciardi, che il diritto di creare degli ordini cavallereschi appartiene esclusivamente alla Corona; che quest'ordine di Savoia fu creato per mero decreto reale, e che noi ci entriamo puramente per assentire sì o no alla dotazione.

Quello che mi ha mosso alla presente opposizione, se tale può dirsi, sono le parole stesse della relazione che precede il progetto di legge presentato dal Ministero, ove è detto: salvochè, per un giusto riguardo alle condizioni del nostro erario, abbiamo notevolmente ridotti gli assegnamenti, in ispecie dei gradi superiori, mentre però d'altra parte, ecc.

14 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Da queste parole si scorge che il Ministero si trova nella necessità, davanti all'ampliato esercito, davanti ai fatti gloriosi da esso compiuti, di dare un ordinamento anche agli ordini cavallereschi.

Ora, questi ordini cavallereschi sono moltiplici. Prendendo esempio da altre nazioni, sembra più conveniente di dare un solo ordinamento, e di darlo competente alla grandezza della nazione e dell'esercito. Ora, perché alla vigilia di questa riforma voi verrete domandando un assegnamento per un'istituzione compiutasi alcuni anni or sono, come diceva l'onorevole Massari, quasiché si venisse qui a pagare per le antiche Provincie un debito contratto verso i prodi della guerra di Crimea? Noto solo che là si combatté per la causa italiana e non pel solo Piemonte.

Ma noi che abbiamo appunto veduto da vicino il modo col quale si diede esecuzione a quella nuova instituzione, abbiamo visto che le decorazioni di quest'ordine furono date per la gran parte non a quelli ch'erano in in Crimea, ma a quelli che avevano veduta la Tauride come me, e questo si faceva nel momento stesso della sua creazione. E, quando mi obbligassero, direi il nome di molti che portano questa onorata insegna, e la portano meritamente, ma per tutt'altro merito che per quello d'aver combattuto in Crimea. E ciò dico unicamente per rispondere all'onorevole Massari, secondo le parole del quale parrebbe che noi per questo assegnamento verremmo a sdebitarci verso i soldati che nobilmente portarono le armi in quelle lontane regioni. Ma quello a cui non ha risposto, e appositamente, credo, l'onorevole Massari, e che è appunto la ragione principale, si è che la Camera, per quanto sia propensa all'esercito, non deve mai fare le cose di slancio, ma ponderatamente. Ora, dico io, perché voteremmo noi una dotazione per un ordine cavalleresco, quando non sappiamo quali siano i mezzi che stanno a disposizione della Corona per tutti questi ordini?

Io non voglio trattenere la Camera presentandole tutti gli ordini cavallereschi che sono nello Stato, parlerò solo dell'ordine mauriziano, e domanderò se quest'ordine, a nome dello Statuto stesso, il quale vuole che gl'insigniti dell'ordine stiano nello Stato, ed i fondi siano spesi come è stabilito dalle istituzioni, se quest'ordine siasi mantenuto quale era al tempo della sua istituzione? Se sia tenuto quale ordine militare, quale doveva essere? E che veramente lo si tenesse per tale, ricorderò che vi erano in questo recinto dei rappresentanti di quell'ordine medesimo i quali assentivano alla mia proposta, allorché io domandava che gli assegnamenti vitalizi da farsi a quelli che erano decorali della medaglia al valor militare dovessero prima essere presi su quanto era disponibile dai fondi di quell'ordine, anziché dalle finanze.

La Camera, per far le cose come deve, essa che dovrà pur troppo portare fra poco la sua opera finanziaria ad aggravio di tante classi di cittadini, deve dimostrare che mai venne meno a questo principio.

Tutti i nostri connazionali divideranno con noi l'idea di dare un premio ai soldati che bene hanno meritato, ma nessuno potrà approvare quel Parlamento che abbia stanziato anche a prò dell'esercito una somma, quando questa somma si potesse prendere diversamente, non lasciando dare un'altra destinazione alle rendite delle istituzioni cavalleresche che esistono nelle varie provincie d'Italia.

Io non so comprendere come non sia accolta la mia proposta sospensiva, la quale ha il grande scopo di provare ai contribuenti, che dovremo altamente aggravare, che se sentiamo il debito che abbiamo verso l'esercito, e vogliamo adempierlo, procuriamo però di farlo in modo da non aggravar le finanze dello Stato,

cioè servendoci delle dotazioni dei vari ordini cavallereschi che esistono in Italia, tanto più che in tal modo potremo aumentare la dotazione ai decorati dell'ordine militare di Savoia.

Quindi io, nell'interesse dei contribuenti e nell'interesse dell'esercito medesimo, insisto perché sia sospesa la votazione sul presente schema di legge.

PRESIDENTE. Il ministro della guerra ha facoltà di parlare.

DELLA ROVERE, ministro per la guerra. Ho chiesto di parlare solamente per fare un'osservazione sopra una cosa detta dall'onorevole Mellana.

Egli si oppone alla dotazione dell'ordine militare di Savoia, perché dice che quando fu istituito nel tempo della guerra di Crimea ne furono fregiati alcuni che non facevano parte di quella spedizione. Io osservo all'onorevole preopinante che nel decreto che costituisce quell'ordine è detto che in quella circostanza potevano essere nominati alcuni militari già benemeriti del paese; e si aggiunge che anche in tempo di pace potranno taluni ufficiali essere decorati di quell'ordine per rilevanti e distinti servigi resi allo Stato.

Questo avviene anche rispetto all'ordine consimile della legion d'onore di Francia, i cui decorati sono dotati ed in cui molte decorazioni si danno per servizi resi in tempo di pace.

MELLANA. Chiedo di parlare per dare uno schiarimento.

La mia proposta di sospensione non si fonda sull'argomento che le nuove decorazioni dell'ordine di Savoia sieno state date in modo non al tutto conforme alla pubblica opinione, ed a chi non pose mai piede sulle spiagge del mar Nero; io ho fatto allusione a ciò al solo scopo di rispondere all'onorevole Massari, il quale voleva indurre la Camera a votare questa legge quale un debito verso i prodi che hanno combattuto in Crimea. Le parole dell'onorevole ministro vengono quindi in mio appoggio. Ma la mia proposizione di sospensione, ripeto, si fonda su questo, che si debba far prima luce ampia sopra tutti gli ordini cavallereschi esistenti in Italia, e perché la nuova legge organizzatrice di questa materia dev'essere fatta in modo ampio e condegno dell'esercito, il che non si farebbe con questo schema di legge.

DELLA ROVERE, ministro per la guerra. Allora la proposta di sospendere è inutile.

PRESIDENTE. Pongo dunque ai voti la sospensione stata proposta dal deputato Mellana, la quale consisterebbe nel sospendere la discussione sul presente schema di legge, finché sia meglio riconosciuta la dotazione degli altri ordini cavallereschi esistenti in Italia.

(Non è approvata. )

Consulto dunque la Camera se intenda passare alla discussione degli articoli.

(La Camera passa alla discussione degli articoli. )

MASSARI, relatore. Prima di procedere alla discussione degli articoli...

RICCIARDI. Non siamo più in numero.

PRESIDENTE. Un momento fa lo eravamo, ed io ho pregato i signori deputati a voler rimanere nella sala.

Farò avvertire i signori deputati che si trovano nelle altre sale a voler rientrare nell'aula.

MASSARI, relatore. Pregherei intanto il signor ministro per la guerra, a nome di alcuni componenti la Commissione, ad avere la compiacenza di dichiarare se egli mantenga la dichiarazione già fatta dall'onorevole suo predecessore


15 - TORNATA DEL 20 NOVEMBRE

intorno all'ampliazione del beneficio della decorazione anche ai semplici soldati.

DELLA ROVERE, ministro per la guerra. Prima di venire

alla Camera ho esaminalo il decreto relativo alla costituzione dell'ordine militare di Savoia, ed ho appunto portato la mia attenzione sul § 57. La redazione di esso mi sembra tale da escludere ogni ambiguità, poiché, mentre in tutti gli articoli del decreto dove si parla delle persone alle quali si può conferire l'ordine e delle condizioni in cui debbano trovarsi coloro che hanno da essere insigniti, si trovano sempre le parole: uffiziali, uffiziali superiori, uffiziali generali; in quest'articolo soltanto s'usa l'espressione: il militare di qualunque grado.

Io credo veramente che con siffatta dizione si cominci per intendere il semplice soldato che occupa il primo grado della milizia e si risalga sino al generale d'armata, che ne conseguì il sommo.

La Commissione all'incontro reputa che tal senso non si possa dare alla parola grado, ma che questa indichi una posizione superiore a quella del semplice soldato, e che quindi il primo grado sia quello di caporale, e l'ultimo quello di generale.

Essendovi quindi qualche dubbio a tal riguardo, rinnovo la dichiarazione già fatta dal mio predecessore e presenterò, ove occorra, un decreto che estenda ai semplici soldati la facoltà di poter ottenere questa decorazione.

CUGIA. lo credo non potervi essere dubbio che la condizione di soldato sia per sé stessa un grado. Per convincerne la Camera mi limiterò ad una sola considerazione.

Fra le pene che dai Consigli di guerra s'infliggono al soldato, avvi quella della degradazione. Ora, se la qualità di semplice soldato non fosse effettivamente un grado, è manifesto che esso non potrebbe essere degradato. Del resto, nell'esercito, quando si usa l'espressione: militare di qualunque grado, vi s'intende sempre compreso il semplice soldato. Perciò mi pare che sarebbe assolutamente inutile un decreto in proposito.

DELLA ROVERE, ministro per la guerra. L'osservazione del deputato Cugia mi richiama alla memoria un'avvertenza che io voleva fare, e sulla quale mi fondava per non promuovere la promulgazione d'un decreto. Se nelle parole: militare di qualunque grado non intendiamo che sia compreso il semplice soldato, ci troveremo imbarazzati riguardo a molte leggi, a molti decreti in cui trovasi la stessa espressione. Io aveva perciò stabilito di non ricorrere per questo alla pubblicazione d'un decreto. Se però la Camera lo stimerà necessario, si farà; ma credo che ciò non sia conveniente.

MASSARI, relatore. Domando la parola per uno schiarimento personale.

Io dichiaro che nel fare le mie osservazioni all'onorevole ministro della guerra parlava a nome di alcuni miei colleghi della Commissione, ma che il mio parere anticipatamente era conforme a quello espresso dagli onorevoli generale Della Rovere e generale Cugia.

PRESIDENTE. Dunque darò lettura dell'articolo primo:

Il Governo del Ree autorizzato ad assegnare sui bilanci della guerra e della marina il numero di pensioni indicate nell'articolo seguente ai militari dell'esercito o della marineria, ai quali sia stata o sarà concessa la decorazione dell'ordine militare di Savoia, riordinato col regio decreto 38 settembre 1855.

Lo metto ai voti.

(La Camera approva. )

Art. 2. Le pensioni saranno di lire 250 annue per le decorazioni del grado di cavaliere...

Metterò in votazione gli alinea separatamente, salvo poi a votare tutt'insiema l'articolo.

Se Dessimo domanda la parola, pongo ai voti quest'alinea.

DI SAN DONATO. Io, lungi di appoggiare la sospensione della legge, proporrei di portare la pensione pei cavalieri da L. 250 a L. 500, parendomi la cifra troppo meschina.

Massari, relatore. Questa osservazione è stata ancora fatta nel seno della Commissione.

Essa ha riflettuto che, siccome in un susseguente articolo è conceduto il beneficio della pensione anche alla vedova e agli orfani dei militari, cosi ha creduto, appunto per la considerazione finanziaria a cui ha fatto allusione con tanto calore il deputato Mellana, di doversi astenere dal proporre un aumento.

DELLA ROVERE, ministro per la guerra. Io farò una osservazione su questa domanda di aumentare da 250 lire a 300 la pensione per la decorazione del grado di cavaliere.

Io credo che sia miglior consiglio il fare poi un aumento (come mi riservava di proporre in fine) del numero delle pensioni dell'ultima categoria, e cosi, invece di 100, fissarne 500, appunto per poter esser più larghi verso i semplici soldati.

In quanto poi al vantaggio che si fa di estendere la pensione di quest'ordine alle vedove, io mi riservo di opponimi, quando verrà in discussione l'ultimo articolo.

PRESIDENTE. Metterò a' voti la proposta del deputato Di San Donato, il quale chiede che invece di lire 250 annue per la decorazione di cavaliere si debbano assegnare lire 300.

DELLA ROVERE, ministro per la guerra. Domando la parola.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare.

DELLA ROVERE, ministro per la guerra. Io naturalmente, se la Camera vorrà accordare 300 lire di pensione ai semplici militi, accetto questo favore. Dico però unicamente che, se la Camera vuol tenersi in via economica, preferisco aver 500 militi semplici a lire 250, piuttostochè 100 a lire 300.

DI SAN DONATO. Io proponevo un aumento sulla pensione dei semplici militi, perché avevo idea di rivalermene sa quella degli ufficiali superiori, ricchi già troppo di forte stipendio.

PRESIDENTE. Insiste sulla sua proposta?

DI SAN DONATO. Insisto perché sia messa ai voti, riserbandomi di appoggiare l'aumento che propone il ministro della guerra di portare da 400 a 500 il numero dei cavalieri.

RICCIARDI. Mi pare che, volendosi assolutamente votare questa legge, si debba cercar modo di democratizzarla al possibile.

Io vorrei che una sola pensione fosse concessa tanto ai semplici militi, quanto agli ufficiali superiori.

Io trovo che generale e soldato espongono egualmente la loro vita, e non vedo il perché la vita del semplice fantaccino, il quale non ha neppure la soddisfazione di tramandare il suo nome alla storia, debba non essere considerata come quella del generale, il cui nome va per le bocche di tutti. Per conseguenza domando formalmente che la pensione sia fissata indistintamente per tutti i decorati dell'ordine a lire 250 annue od anche a lire 300, siccome proponeva testé l'onorevole Di San Donato.

PRESIDENTE. L'onorevole Ricciardi chiede la soppressione di tutte le distinzioni. Questa proposta essendo molto più larga, la metterò dapprima ai voti. Se è adottata, cessa ogni questione di cifra.

16 - CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL 1861

DELLA ROVERE, ministro per la guerra. Domando la parola.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare.

DELLA ROVERE, ministro per la guerra. Io veramente sono un poco interessato in questa questione, coprendo una carica superiore in quest'ordine; quindi non è senza esitanza che io sorgo a parlare a questo riguardo. Nulla di meno stimo mio debito il dichiarare che la proposta del deputato Ricciardi non la posso accettare in modo alcuno.

Il Parlamento deve proporre delle ricompense, per quanto si può, in proporzione dei servigi resi. Ora sarebbe strano che un generale, il quale ebbe un merito tale da ricevere una decorazione di grande uffiziale, sia poi compensato con un assegno di lire 250.

Questi ufficiali generali non hanno uno stipendio lentissimo; essi devono spendere molto più che il soldato per le loro famiglie. Il sistema che si vorrebbe proporre, allargandolo molto, ci condurrebbe quasi alla divisione dei beni uguale per tutti, il che non è certamente nell'intendimento della Camera.

RICCIARDI. Non posso lasciare senza risposta l'onorevole ministro per la guerra.

Non è mia mente il dare nel comunismo colla mia proposta; io intendo solo di consacrare il gran principio di uguaglianza; io vorrei che si adottasse il sistema che esisteva in Francia sotto Luigi Filippo, quando i soli soldati avevano 250 franchi all'anno, perché si supponeva che un generale, avendo un largo stipendio, non aveva bisogno di cotal somma. E poiché il signor generale parlò di una distinzione da farsi tra i semplici soldati ed i generali, io dirò che questi ultimi non dovrebbero avere neppure un soldo, mentre i soli militi dovrebbero essere pensionali.

PRESIDENTE. Metto ai voti la proposta del deputato Ricciardi, di cui la Camera conosce già il tenore.

(Non è approvata. )

Metto ai voti la proposta del deputato Di San Donato, che vorrebbe che si portasse a lire 300 la pensione per la decorazione del grado di cavaliere.

(Non è approvata. )

Dunque, se nessuno domanda la parola, s'intenderà fissata in lire 250 annue la pensione per la decorazione del grado di cavaliere.

(Approvato. )

Lire 400 annue per le decorazioni del grado di ufficiale.

(approvato. )

Lire 800 annue per le decorazioni del grado di commendatore.

(Approvato. )

L. 1, 500 annue per le decorazioni del grado di grande ufficiale.

(Approvato. )

Lire 2, 000 annue per le decorazioni del grado di gran croce.

(Approvato. )

Il numero dei pensionati non potrà eccedere: «400 per i cavalieri.»

Qui il ministro della guerra ha già detto che voleva proporre una variazione.

DELLA ROVERE, ministro per la guerra. Ho già espresso il desiderio che questo numero sia portato a 500, appunto per poter essere più larghi verso i semplici soldati.

Attualmente il numero dei decorati di questo grado è di 485; quindi eccederebbe già il numero proposto in questa legge. Se pertanto la Camera desidera che si possa

largheggiare alquanto verso i soldati, io la prego di accordarmi l'aumento di cento decorazioni in questo grado, locchè richiederebbe di aggiungere 28, 000 lire alle 220, 000 che si domanderebbero per la dotazione.

PRESIDENTE. La Commissione aderisce?

MASSARI, relatore. Sì, aderisce.

PRESIDENTE. Metto ai voti la nuova proposta del Ministero. «500 per i cavalieri. (È approvata; quindi si approvano):

«100 per gli uffiziali.

«40 per i commendatori.

«20 per i grandi uffiziali.

«10 per i gran croce.»

Metterò ora ai voti l'intero articolo 2, colla modificazione sovra adottata.

(È approvato. )

Art. 4. Saranno privati dell'assegnamento quei militari che, sia in virtù dello statuto dell'ordine, sia in virtù delle leggi vigenti, saranno decaduti dal diritto di fregiarsi della decorazione.

Sarà sospeso durante la pena il godimento dell'assegnamento ai decorati che scontino una pena afflittiva per reato che non li renda indegni di appartenere all'esercito, o che prestano servizio di punizione in un corpo disciplinare.

(È approvato. )

Art. 5. Venendo a morte un membro dell'ordine militare di Savoia, l'assegnamento di cui il medesimo era provveduto verrà corrisposto alla di lui vedova durante il suo stato vedovile, ed in mancanza di questa ai figli minorenni cumulativamente, finché il più giovane di essi sia giunto a maggiore età.

«La continuazione dell'assegnamento sulle decorazioni dell'ordine militare di Savoia alle vedove ed agli orfani sarà regolata dalle norme determinate dalla legge sulle giubilazioni dell'armata di terra del 27 giugno 1850.»

DELLA ROVERE, ministro per la guerra. Io credo di dover demandare che questa estensione delle pensioni alle vedove ed ai figli non sia ammessa dalla Camera. II numero delle decorazioni è mollo limitato.

Ho accennato or ora che dei militi già si hanno 450 decorali.

Ove sorga una nuova guerra, presto compiremo il numero di 800.

Ora se questi militi tramandano alle loro vedove ed ai loro figli la pensione, questa sarà impegnata per 25, per 30 anni ancora, e quindi per tutto questo lasso di tempo non si potrebbero quasi dare decorazioni, né pensioni a quelli che le meriterebbero per le loro azioni di valore.

Né nella legione d'onore di Francia, né in alcuno altro ordine le pensioni passano alle vedove ed ai figli.

Io credo che, avendo limitato il numero delle croci che possono avere pensione, debbono essere escluse le vedove dal godimento della medesima.

PRESIDENTE. La Commissione aderisce?

Se aderisce, non è più il caso di mettere ai voti quest'articolo.

MASSARI, relatore. La Commissione è ridotta a piccola frazione, però la maggioranza dei presenti aderisce.

PRESIDENTE. Siccome si tratta d'una proposta ch'è stata fatta dallo stesso ministro, se egli la ritira

17 - TORNATA DEL 20 NOVEMBRE

(Il ministro della guerra s'alza per parlare. )

MASSARI, relatore. Perdoni il signor ministro della guerra. Non è la Commissione che ha proposto quest'articolo

DELLA ROVERE, ministro per la guerra. Era proposto dal mio predecessore.

Però se la Camera vuole discutere la cosa, io non mi oppongo.

lo espongo solo le difficoltà nelle quali si troverà il mio successore, e quanti altri successori verranno ancora.

Per 15 o 20 anni essi non potranno largheggiare di queste pensioni con quelli che le meritassero, e se la Camera vuole essere più favorevole alle vedove ed ai figli di costoro che hanno compiuti alti di valore, o fatte distinte operazioni militari, può disporre che le pensioni da assegnarsi alle vedove ed ai figli passino sul bilancio delle finanze, e siano tolte da quello stabilito per le decorazioni dell'ordine di Savoia. Senza di ciò io non posso accettare questa proposta del mio predecessore, e, per quanto duro ciò possa sembrare, desidero che la Camera non l'accolga.

PRESIDENTE. La Commissione dunque non insiste.

MASSARI, relatore. La Commissione non insiste. Mi dispiace solamente che in questo modo viene meno uno degli argomenti che io aveva allegato per sostenere l'esigua somma della pensione assegnata ai cavalieri.

PRESIDENTE. Non vi sarebbe perciò più nulla da mettere, ai voti. Il signor ministro ritira pure l'articolo 6 sullo stesso argomento?

DELLA ROVERE, ministro per la guerra. Certamente, che si riferisce puramente alle vedove ed agli orfani.

PRESIDENTE. Ora si procederà allo scrutinio segreto su questo progetto di legge.

SOLAROLI. lo dichiaro che mi astengo dal votare.

(Segue la votazione. )

PRESIDENTE. Non essendovi un numero sufficiente di voti per la validità della votazione, si procederà ad un nuovo squittinio nella tornata di domani.

Avverto i signori deputati che gli uffici sono convocati domani alle dieci per costituirsi, e siccome saranno distribuiti circa trenta verbali di nuove elezioni, si potrà esaminarli e presentare la relazione sopra una parte di essi nella tornata di domani.

COMUNICAZIONE DI UN TRATTATO DI NAVIGAZIONE

E COMMERCIO COLLA REPUBBLICA DEL SALVADOR.

PRESIDENTE. Il signor ministro dei lavori pubblici ha facoltà di parlare per fare una comunicazione alla Camera.

PERUZZI, ministro pei lavori pubblici. Ho l'onore di presentare alla Camera, a nome del ministro degli affari esteri, il regio decreto che approva il trattato di amicizia, di navigazione e di commercio colla repubblica del Salvador.

PRESIDENTE. La Camera dà alto al signor ministro della presentazione di questo trattato.

La seduta è levata alle ore 4 ½.

Ordine del giorno per la tornata di domani:

Votazione sopra il progetto di legge relativo agli assegnamenti ai decorati dell'ordine militare di Savoia.

Discussione dei progetti di legge:

Alienazione di beni demaniali.

Estensione della sovrimposta del decimo di guerra a tutte le provincie del regno.

18 - CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL 1861

TORNATA DEL 21 NOVEMBRE 1861

PRESIDENZA DEL COMMENDATORE RATTAZZI, PRESIDENTE.

SOMMARIO. Omaggi, = Rinnovamento di votazione, e approvazione del disegno di legge per pensioni ai decorati dell'ordine militare di Savoia. - Presentazione di un disegno di legge del ministro per la marineria per modificazioni alla legge organica sulla leva di mare. =. Verificazioni di elezioni - Approvazione di parecchie - Elezione del generale De Pettinengo, luogotenente generale del Re in Sicilia - Controversie sull'eleggibile dello stesso - Si oppongono i deputati nichelini e Ricciardi, e l'appoggiami i deputati Greco, relatore, e Leopardi, ed il ministro per l'agricoltura e commercio - È approvata. - Presentazione di disegni di legge del ministro per le finanze per l'approvazione di un decreto per il libero commercio dei cereali nel regno, per l'istituzione di una Corte dei conti, e sulla contabilità generale del regno. - Continua la verificazione delle elezioni. - Proposta del deputato Calvino sull'appello nominale, ritirata. - Discussione generale del disegno di legge per alienazioni di beni demaniali - Discorsi e proposte dei deputati Leardi, Grandi, Piroli e Tonelli - Considerazioni dei deputati De Blasiis, Pepali Gioachino, Battaglia, in appoggio dello schema in discussione - Replica del deputato Grandi. - Il deputato Ricciardi presenta un disegno di legge sull'accattonaggio.

La sedata è aperta all'una e mezzo pomeridiane.

MASSARI, segretario, dà lettura del processo verbale della tornata precedente.

NEGROTTO, segretario, espone il seguente sunto di petizioni:

7592. D'Apice Domenico, ex-generale negli eserciti lombardo e toscano, domanda che le disposizioni legislative emanate a favore degli ufficiali veneti siano estese agli ufficiali nominati dai Governi provvisorii di Lombardia e di Toscana nel 1848 enei 1849.

7893. Zocchi Ernesto e altri quarantadue giovani ingegneri delle provincie napoletane, presentatisi per essere ammessi nell'arma d'artiglieria, a termini del decreto 98 luglio 1861, domandano che a loro riguardo non siano applicate le disposizioni del successivo decreto 31 prossimo passato ottobre che limita il numero all'ammessione.

7594. La Giunta municipale di Rossano, provincia di Calabria Citeriore, fa istanza perché la strada da Paola a Rossano venga classificala fra quelle nazionali.

DI SAN DONATO. Chiedo di parlare sul sunto delle petizioni.

Pregherei la Camera di voler dichiarare d'urgenza le petizioni 7592 e 7593. La prima è del generale Domenico D'Apice, già pomandante dei volontari lombardi nel 1848, e toscani nel 1849. Egli reclama perché le pensioni disposte a favore degli ufficiali veneti siano ancora estese agli ufficiali nominati dai Governi provvisorii di Lombardia e di Toscana nel 1848 e nel 1849 che egli ha comandati.

L'altra è a nome del signor Zocchi Ernesto e di altri quarantadue distinti giovani ingegneri delle provincie napoletane che si presentarono corredati dei requisiti voluti per essere ammessi nel corpo d'artiglieria appena fu. pubblicalo il decreto 28 luglio 1861. Essi domandano, e a me pare con molta ragione,

che a loro riguardo non sieno punto applicabili le ulteriori disposizioni del successivo decreto 51 prossimo passato ottobre che limita di mollo il numero all'ammessione.

Per siffatte circostanze io prego la Camera perché voglia a tali petizioni accordare il rapporto di urgenza.

RICCIARDI. Chiedo di parlare sopra una petizione.

PRESIDENTE. Scusi un momento, lasci esaurire la proposta del deputato Di San Donato.

Il deputato Di San Donato propone che sieno dichiarate d'urgenza le petizioni 7593 e 7593.

Se non v'è opposizione, saranno dichiarate d'urgenza.

(Sono dichiarate d'urgenza. )

RICCIARDI. Domando l'urgenza per la petizione 7591.

Questa petizione muove dai numerosi pescatori di Taranto, i quali soggiacciono ad una tassa riputata da loro ingiustissima, e la quale non è altro che un misero avanzo del sistema feudale...

(È ammessa d'urgenza. )

OMAGGI.

PRESIDENTE. Sono pervenuti al seggio della Presidenza i seguenti omaggi:

Dal deputato Vegezzi-Ruscalla Giovenale quattro esemplari di un suo scritto: Diritto e necessità di abrogare il francese come lingua ufficiale in alcune vaiti della provincia di Torino.

Dal signor Malfei Raimondo da Broni, provincia di Pavia, due esemplari della Rivista Forestale dell'anno 1860.

Dal professore di letteratura nel regio collegio-liceo di Catanzaro Luciano Lossarco delle scuole pie, otto esemplari di un suo elogio funebre al conte di Cavour.

Dal senatore del regno Antonio Caveri, un esemplare della raccolta di giurisprudenza commerciale italiana.

19 - TORNATA DEL 21 NOVEMBRE

INNOVAMENTO DI VOTAZIONE E ADOZIONE DEL PROGETTO DI LEGGE

PER PENSIONI AI DECORATI DELL'ORDINE MILITARE DI SAVOIA.

PRESIDENTE. È all'ordine del giorno la votazione da rinnovarsi per scrutinio segreto sul progetto di legge già votato nella tornata di ieri, relativo agli assegnamenti ai militari decorati dell'ordine militare di Savoia, non essendosi più la Camera trovata in numero.

(Si procede all'appello nominale. )

Anche questa votazione non è riuscita completa; quindi sarà necessario di procedere ancora ad un'altra.

Prego i signori deputati che saranno chiamali di rispondere nei deporre il voto nell'urna, 0, se si astengono, di dichiararlo. Allora la Segreteria potrà conoscere il numero dei presenti e dei votanti, se no, è impossibile, e perderemo maggior tempo.

(Segue l'altro squittinio. )

Risultato della votazione:

Presenti 804

Votanti 188

Maggioranza 103

Voli favorevoli 158

Voti contrarli 50

Si astennero. 16

(La Camera adotta. )

PRESENTAZIONE DI UN DISEGNO DI LEGGE

PER MODIFICAZIONI ALLA LEGGE SULLA LEVA DI MARE

MENABREA, ministro per la marineria. Ho l'onore di presentare alla Camera un progetto di legge portante modificazione di alcuni articoli della legge organica sulla leva di mare in data 28 luglio ultimo scorso, e ciò in conformità delle dichiarazioni che ebbi l'onore di fare alla Camera sul finire della prima parte di questa Sessione.

PRESIDENTE. La Camera dà atto al signor ministro della marina della presentazione di questo progetto di legge, che sarà stampato e distribuito.

lo pregherei i signori relatori dei vari uffizi che hanno in pronto relazioni di elezioni di venire alla tribuna.

VERIFICAZIONE DI POTERI.

Ricciardi, relatore. Il collegio di San Demetrio, nel 5° Abruzzo Ulteriore, si divide in quattro sezioni, cioè quelle di San Demetrio, Castelvecchio Subegno, Barisciano e Paganie; le quali sezioni annoverano 883 elettori.

Nel primo scrutinio, avvenuto il giorno 23 giugno del 1841, Emilio Cappelli sopra 273 votanti ebbe 136 voti, il generale Pinelli 93, Angelo Camerini 33; il perché nessuno dei candidati avendo ottenuto il numero dei voti prescritto dalla legge, il dì 30 giugno si procedette al secondo scrutinio, il quale ebbe il risultato qui appresso: votanti 329. Emilio Cappelli voti 183, generale Pinelli, 148; voti nulli 1.

Il candidato Emilio Cappelli, avendo ottenuto il maggior numero di voti, fu proclamato deputato.

Le operazioni tutte essendo procedute regolarmente, a nome dell'uffizio III

ho l'onore di proporre alla Camera la convalidazione dell'elezione di San Demetrio nella persona di Emilio Cappelli.

(La Camera approva. )

DE BLASIIS, relatore. A nome del II ufficio ho l'onore di riferire sulle seguenti elezioni.

Il collegio di Montesarchio ha 982 elettori iscritti: nella prima votazione sono intervenuti 337, e si son dati 161 voti al generale Giuseppe Avezzana, 87 all'avvocato Francesco Bove, 81 al signor Carlo Lorenzo Rebaudi; 6 voti dispersi, 2 nulli.

La seconda votazione, resa necessaria per non essersi raggiunto da alcuno dei candidati il numero legale de' voti, ebbe luogo regolarmente, e v'intervennero elettori 441; i candidali ammessi al ballottaggio furono il generale Giuseppe Avezzana e l'avvocato Francesco Bove; il primo ebbe 284 voti, mentre il secondo ne ebbe 188, e due furono nulli. Essendo l'elezione proceduta in piena regola, e non essendovi contro di essa protesta 0 reclamo di sorta, l'ufficio II, per l'organo mio, propone alla Camera la proclamazione del generale Giuseppe Avezzana a deputato del collegio elettorale di Montesarchio.

(La Camera approva. )

Il collegio di Pontecorvo conta elettori iscritti 722. Intervennero come votanti 391 elettori; de' quali 386 nominarono il signor Giustiniano Nicolucci, e cinque soli voti furono dispersi.

Il signor Nicolucci perciò si trovò avere il numero legale dei voti fin dal primo scrutinio, ed essendo la sua elezione proceduta con piena regolarità e senza dar luogo a reclami, ho l'onore di proporre alla Camera a nome del II ufficio la proclamazione del signor Giustiniano Nicolucci a deputato di Pontecorvo.

Il nominato signor Nicolucci ebbe l'onore di essere eletto a deputato di quel circondario fin dal principio della Legislatura, e la Camera, che aveva confermala la sua elezione, dovette poi annullarla e ritenere il signor Nicolucci ineleggibile a causa che rivestiva allora la carica di professore ordinario nel real collegio medico cerusico di Napoli. Ma l'onorevole deputato ha presentata in tempo utile la sua rinunzia, ed ha fatto pervenire alla Camera l'ufficio originale con cui essa venne accettata fin dal 18 di maggio da questo Ministero della istruzione pubblica, sicché nulla osta perché noi possiamo ora ammettere a sedere fra noi l'onorevole collega.

(La Camera approva. )

Nel 1° collegio di Torino il numero degli elettori iscritti è di 1379.

Nella prima votazione intervennero 199; 136 voti furono dati al dottore Giovanni Battista Bollerò, 17 al luogotenente generale Della Rovere; 42 dispersi, 4 nulli.

Ebbe luogo la seconda votazione di ballottaggio fra il signor Bottero e Della Rovere, ed in essa sopra 188 votanti il primo ebbe voti 101, ed il secondo 84; tre furono nulli.

Essendo l'elezione in piena regola, io, da parte del II ufficio, propongo alla Camera di riconoscere al signor Bollerò l'invidiabile onore di succedere al compianto conte Di Cavour nella rappresentanza del 1° collegio di Torino.

(La Camera approva. )

SANGUINETTI, relatore. Ho l'onore di riferire sulla elezione del collegio di Savigliano nella persona dell'avvocato Giovanni Battista Canalis.

Questo collegio annovera elettori 1375; di questi intervennero alla prima votazione 831. L'avvocato Giovanni Battista Canalis ebbe voti 416 contro 58


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20 - CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL 1861

dati al generale De Genova di Pettinengo cavaliere Secondo, e 58 altri che andarono dispersi.

Nessuno dei candidati avendo riportalo il numero legale di voti richiesto dalla legge, si addivenne alla votazione di ballottaggio tra i due candidati che avevano riportato maggior numero di suffragi.

In questa votazione nella quale intervennero 397 votanti, l'avvocato Canalis avendo ottenuto 575 voti contro 20 dati al generale Di Pettinengo venne proclamato deputato.

Dai verbali consta che tutte le operazioni furono regolari; non vi fu protesta alcuna; perciò l'ufficio I vi propone la convalidazione di questa elezione nella persona dell'avvocato Giovanni Battista Canalis.

RICCIARDI. Domando all'onorevole relatore se tra i documenti mandati da Fossano non si trova una protesta.

PRESIDENTE. Questa non è l'elezione di Fossano, è quella di Savigliano. (Risa)

Metto ai voti la convalidazione dell'elezione di Savigliano.

(La Camera approva. )

BRIDA, relatore. Il collegio di Salerno consta di quattro sezioni.

Gli elettori inscritti sono 1359. Intervennero alla prima votazione 610 elettori, dei quali 287 votarono pel signor Nicotera Giovanni, 256 pel generale Pinelli, 79 per Longo Giacomo; 38 voti andarono dispersi, 10 furono dichiarati nulli.

Nessuno dei candidati avendo raggiunta la maggioranza voluta dalla legge, si addivenne al ballottaggio tra il signor Nicotera Giovanni ed il generale Pinelli.

Il signor Nicotera Giovanni avendo ottenuto sopra 718 votanti 366 voti contro 336 dati al generale Pinelli, venne dall'ufficio di Salerno proclamato deputato.

Nessuna irregolarità essendosi notata in quest'elezione, l'ufficio III ha l'onore di proporvi la convalidazione dell'elezione del signor Nicotera Giovanni.

(La Camera approva. )

SALVAGNOLI, relatore. Il collegio di Busto Arsizio si divide in Ire sezioni: di Busto Arsizio primo, Busto Arsizio secondo, e Saronno, e conta 608 elettori

AI primo scrutinio presero parte, il 31 agosto 1861, 244 elettori.

Berretta avvocato Paolo Emilio ottenne voti 75, il conte Giovanni Ballista Giustinian 122; 15 voti furono dichiarati nulli.

Non avendo alcuno ottenuto il numero di voti voluto dalla legge, si procedeva al secondo scrutinio il giorno 22' settembre.

Presero parte a questa votazione 332 elettori, dei quali 176 furono per l'avvocato Berretta, 182 pel conte Giovanni Battista Giustinian; 4 voti furono dichiarali nulli.

Venne dall'ufficio principale dichiaralo deputato l'avvocato Berretta.

Tulle le operazioni essendo procedute regolarmente, e l'avvocato Berretta non coprendo alcun impiego, a nome dell'ufficio III vi propongo di dichiarare valida l'elezione del collegio di Busto Arsizio nella persona dell'avvocato Paolo Emilio Berretta.

(La Camera approva. )

LEOPARDI, relatore. A nome del V ufficio ho l'onore di proporre alla Camera la convalidazione dell'elezione del signor Paolo Emilio Imbriani, eletto nel collegio di Avellino. Quel collegio conta 1743 elettori. Nel primo scrutinio il signor Imbriani ebbe 433 voli, Francesco Giordano 85; dispersi e nulli 68.

Ebbe luogo il ballottaggio, perché nessuno aveva raggiunto il numero di voti voluto dalla legge. Nella seconda votazione sopra 882 votanti il signor Paolo Emilio Imbriani ebbe 684 voti, ed il signor Giordano n'ebbe 195. Fu quindi proclamato eletto il signor Paolo Emilio Imbriani.

Non v'è alcun richiamo, nessuna irregolarità nei verbali, niun motivo d'ineligibilità. A nome dunque del V collegio, come ho già avuto l'onore di dire, propongo la convalidazione di questa elezione.

(La Camera approva. )

GRECO, relatore. A nome del V ufficio ho l'onore di riferire alla Camera sull'elezione del collegio di Fossano.

Questo collegio consta di 1344 elettori. 1 votanti furono 710. Il generale Pettinengo cavaliere Ignazio ottenne 627 voti, l'avvocato Riccardo Sineo ne ottenne 86. I voti dispersi furono 15, e 12 dichiarati nulli.

Le operazioni elettorali procedettero tutte regolarmente; senonchè si trovano nei verbali dell'elezione di questo collegio delle proteste, le quali dichiarano che l'elezione del deputato Pettinengo debba ritenersi invalida, poiché egli era ineligibile, siccome colui che copre la carica di luogotenente generale del Re in Sicilia.

Si è molto discusso nel V ufficio intorno a questa protesta, e si è considerata che la carica di luogotenente generale del Re nella Sicilia, coperta dal generale Pettinengo, era una missione temporanea, la quale deve cessare; che nella legge fondamentale dello Stato non essendo considerata fra le cariche che rendono eligibile o ineligibile un cittadino, non potrebbe altrimenti ritenersi se non come una missione speciale, quale è infatti; poiché essa, com'è cessata in Napoli, dovrà del pari cessare in Sicilia. Quindi il V ufficio, senza neppure tener conto dell'assimilazione, su cui la Camera non ha dato un voto esplicito nelle precedenti elezioni, e tanto più per la considerazione che la carica coperta dal generale Pettinengo non poteva assimilarsi a nessuna di quelle di cui parla la legge elettorale, ad unanimità ba credulo che l'elezione sia valida, non ostante la protesta di questo signor Filippi, di cui testé parlava l'onorevole deputato Ricciardi, e di altri...

A nome quindi del V ufficio ho l'onore di proporre alla Camera la convalidazione dell'elezione del generale Pettinengo a deputato di Fossano.

PRESIDENTE. Il deputato Ricciardi ha facoltà di parlare.

RICCIARDI. Domando lettura delle proteste.

PRESIDENTE. Se sono brevi, se ne può dar lettura.

GRECO, relatore. Ne darò lettura.

Leggerò dunque la protesta:

Sarebbe una derisione la convocazione del nostro collegio elettorale, quando chi deve rappresentarlo fosse costretto, per la natura del suo impiego, a stare ottocento miglia lontano dalla sede del Parlamento durando le Sessioni; epperciò il sottoscritto pensa che il generale Pettinengo, come luogotenente del Re in Sicilia, non possa essere eleggibile; e, riunendo anche la maggioranza dei voti per essere deputato, è certo che la Camera nella sua saviezza non ammetterebbe simile anomalia.

Carrù, il 13 ottobre 1861.

«Gaetano Antonio Filippi.»

PRESIDENTE. Il deputato Michelini ha facoltà di parlare.

GRECO, relatore. Havvi ancora un'altra protesta...

21 - TORNATA DEL 21 NOVEMBRE

RICCIARDI. Sonvene ancora altre? Io non conosceva che quella.

PRESIDENTE. Siccome sono tutte nel medesimo senso.

RICCIARDI. Sì, sì, basta.

Io vorrei pregare la Camera di esaminare il caso un po' attentamente, giacché in generale si procede con molta leggerezza. Io vorrei che si desse una volta un esempio. Parmi una cosa strana che si ammetta come deputato un cittadino il quale vive così lontano dalla Camera, e per conseguenza non può esercitare le sue funzioni di rappresentante. Io vorrei proprio che si esaminasse il caso un po' per bene una volta. PRESIDENTE. 11 deputato Michelini ha facoltà di parlare.

Nichelini. L'onorevole relatore, proponendo la convalidazione dell'elezione del collegio di Fossano, fonda la sua proposta sopra due circostanze; vale a dire trattarsi di un impiego temperano, e l'impiego di luogotenente generale del Re, di cui è rivestito il generale Pettinengo, non essere designato nella legge elettorale.

Ma, ammettendo questi due fatti, io sostengo che la conseguenza che se ne deve trarre è la nullità dell'elezione.

In fatti, quanto all'invocata temporarietà, la legge non distingue tra gl'impieghi temporanei ed i perpetui; quindi gli impiegati dell'una e dell'altra specie debbono essere egualmente esclusi dalla Camera. Questo mi sembra chiaro. L'effetto della temporaneità è che, quando cessa, l'impiegato potrà essere eletto. Ma frattanto, siccome colui che ha un impiego temporaneo ha un ufficio e gode di uno stipendio, però è vero impiegato come tutti gli altri; così, finché è tale, non può essere eletto.

Quanto alla notata circostanza di non farsi menzione nella legge dell'impiego di luogotenente generale del Re, dico che avvi una grande differenza tra l'antica legge elettorale del 1848 e l'attuale sancita nel 1859 durante i pieni poteri. Secondo la prima erano ammessi tutti gl'impiegati ad eccezione di quelli designati nella legge; al contrario, secondo quest'ultima, gl'impiegati sono tutti esclusi per regola generale, e per eccezione sono ammessi solamente quelli specialmente designati nella legge. Laonde, apparito perché la legge non parla dell'impiego di cui è rivestito il generale Pettinengo, si deve dire che è compreso nella regola generale degl'impieghi che rendono ineleggibile.

Questa è la genuina interpretazione che si deve dare alla legge elettorale, è l'interpretazione che si è data nelle antecedenti Legislature, ed alla quale, per mio conto, mi sono sempre serbato fedele, perché non posso approvare quella larghezza recentemente invalsa, per cui si sono ammessi a sedere in questo recinto impiegati, come se la legge elettorale non esistesse. Qui non cadono in discussione i ineriti del generale Pettinengo, non è questione di persone, ma si tratta d'interpretare la legge, e quest'interpretazione debb'essere conforme alla lettera ed allo spirito della legge medesima.

Voto quindi per l'invalidazione dell'elezione.

PRESIDENTE. Il deputato Leopardi ha facoltà di parlare.

LEOPARDI. Se io non vado errato, nel giudizio dell'onorevole preopinante c'è un errore di premessa. L'ufficio di luogotenente non è un impiego, e speriamo che non lo sia mai. È una missione straordinaria.

Il Governo del Re, nelle condizioni in cui versa l'Italia (sebbene 11 regno d'Italia sia già fatto e non perituro mai), in vista di circostanze affatto eccezionali, ha bisogno di persone cui affidare missioni straordinarie, funzioni bastevoli a superare

le difficoltà del momento. E dove volete voi ch'egli le scelga? Le sceglie nel seno della Camera elettiva di preferenza, perché si suppone che i deputati sieno gli uomini più ragguardevoli della nazione, più accetti alle popolazioni. Ora, quando venisse affidata a un deputato una di queste missioni straordinarie, ne conseguirebbe che questo deputato dovrebbe perdere il più prezioso dei diritti, quello cioè di sedere nell'Assemblea nazionale.

Ora domanderei all'onorevole mio amico, il signor Ricciardi, s'egli creda che la luogotenenza di Sicilia debba durare. Per me, s'io mi maraviglio d'una cosa, mi maraviglio che quella istituzione duri ancora. Può quindi essere che domani o fra quindici giorni il Governo del Re stimi che non sia più necessaria un'amministrazione eccezionale nell'isola di Sicilia, e il generale Pettinengo, uomo stimabilissimo per la cooperazione utilissima da lui data in diverse circostanze alla Camera, si troverebbe escluso da quest'aula per tutta la Sessione, solamente perché ha voluto prestare un servizio straordinario, aiutare il Governo ad uscire da una condizione eccezionale.

La luogotenenza pertanto non costituisce un impiego. No, signori. Essa è una missione straordinaria che terminerà fra quindici giorni, fra un mese. Sostengo perciò le conclusioni dell'ufficio, al quale mi pregio di appartenere, e dell'onorevole suo relatore.

Cordova, ministro d'agricoltura e commercio. Signori, per altre ragioni, diverse da quelle che vennero esposte dall'onorevole Leopardi, e da quelle che vennero dall'ufficio invocate, sostengo la validità dell'elezione del generale Pettinengo.

Egli è evidente che nella legge elettorale del 1889 si adottò nello stabilire le condizioni d'eleggibilità un criterio diverso da quello che si era seguilo nella Iqgge del 1818. Non si può dire che nella legge del 1839 si abbia avuto in vista, a cagion d'esempio, la posizione indipendente in cui si può trovare un funzionario pubblico. Infatti non sono chiamati ad essere deputati, non sono soltanto eleggibili i magistrati dell'ordine giudiziario aventi inamovibilità, ma sono chiamali a far parte della Camera, sono dichiarati eleggibili gli ufficiali di terra e di mare e i professori dell'Università, non che i segretari del Ministero. La esclusione dei governatori, dei prefetti e sottoprefetti dalla Camera dei deputati non potrebbe indurre alla conseguenza che nel criterio della legge i funzionari amministrativi siano stati dichiarati ineligibili, perché rimane chiaramente stabilito dalla lettera della legge stessa che non si ebbe in considerazione il carattere del funzionario pubblico, e che non si ebbe nemmeno in considerazione la compatibilità od incompatibilità per ragione di distanza tra l'esercizio della propria carica e l'esercizio del mandato di deputato.

Se così fosse stato, non si comprenderebbe come possa essere dichiarato ineligibile il luogotenente generale di Sicilia, mentre è eligibile il giudice della Corte d'appello di Catania, mentre è eligibile il professore dell'Università di Cagliari; quando non si ebbe riguardo nemmeno alle difficoltà di servizio che potevano sorgere dalla riunione di queste due funzioni, perché la legge ebbe per fine evidente di cercare le capacità là dove le trovava, e non solo l'indipendenza e il comodo nell'esercizio delle funzioni.

Di vari criteri riuniti la legge fece un complesso, secondo il quale si regola nel discernere i funzionari che possono essere dichiarati eligibili. Da una parte guarda all'importanza, dall'altra al carattere delle funzioni.

Dobbiamo noi adoperare questo criterio della legge nel vedere se il luogotenente generale del Re in Sicilia è eligibile, o dobbiamo, come vorrebbe il signor Michelini, stare giudaicamente (Susurri) al testo della legge stessa?

Noi non possiamo stare alla lettera di questa legge, come l'onorevole Michelini vorrebbe consigliarci.

22 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

La legge dichiara tutti i funzionari portati sul bilancio dello Stato indicibili. Fa poi delle eccezioni. E qui il caso di dire che tutto ciò che non è eccettuato, è compreso nella legge Si può asserire che anzi le eccezioni ne confermano la regola in forza del noto assiema: Exceptio firmai firn legis in casibus non exceptis?

Io non lo credo, perette gli avvenimenti che sopravven nero dopo la legge del 1859 ci hanno costretti ad assimilare una grande quantità di cariche. Per applicare la legge alle cariche dei caduti Governi, per applicarla a quelle che si crearono nel passaggio dall'antico al nuovo, fu necessario pareggiarle alle cariche di cui si era occupata la legge del 1859; quindi la necessità di dover adoperare il criterio dell'assimilazione.

Ora io domando: il luogotenente generale del Re in Sicilia, ehe non si può escludere per ragione di distanza, perché non si escludono i giudici e i professori di lontani collegi che non si può escludere per ragione di funzioni amministrative e salariate, perché non si escludono i segretari generali, né gli ufficiali di terra e di mare, si deve egli assimilare a un semplice prefetto, a un sottoprefetto, o non si deve piuttosto assimilarlo ad un ministro segretario di stato, dal momento che gli sono attribuite funzioni in certe cose superiori, direi, a quelle dei ministri, dappoiché le attribuzioni del luogotenente generale in Sicilia sono le stesse che vigevano poc'anzi per Napoli?

Se si deve adoperare il criterio delle assimilazioni, io non vedo che la Camera possa porre il luogotenente generale del Re in Sicilia in una condizione inferiore a quella dei segretari generali di Ministero e che in conseguenza lo debba dichiarare eleggibile.

RICCIARDI. Io non posso assolutamente accordarmi cogli onorevoli preopinanti che sono in favore dell'elezione.

L'onorevole mio amico Leopardi ha detto che il luogotenente generale in Sicilia non è impiegato. Questo mi pare molto strano. Come va che appena il generale Pettinengo è stato nominato luogotenente si è creduto dover riconvocare il collegio che lo aveva eletto, e quindi ha soggiacciuto alla sorte a cui soggiacciono tutti i deputati i quali passano ad occupare un impiego?

Per conseguenza egli deve essere tenuto come impiegato. In secondo luogo l'onorevole ministro dice che un luogotenente è al di sopra dei magistrati e di altri funzionari che ha citalo; ma io tanto più protesto contro la nomina del signor Pettinengo, in quanto che più allo egli è locato, in quanto che egli non può essere in alcun modo assimilato ai ministri, poiché non ha la risponsabilità dei ministri.

Tutte queste considerazioni mi fanno protestare di nuovo contro tale nomina, e desidererei che l'Assemblea si associasse a questa mia protesta.

GRECO, relatore. Per rispondere all'onorevole preopinante prego la Camera di permettermi una dichiarazione.

Individualmente io ho sempre votato per la maggior restrizione possibile sulla interpretazione della legge elettorale, e perché questo sistema di assimilazione fosse il più strettamente e rigorosamente possibile adoperato, tanto che quando n'è stato il caso ho votato sempre contro.

In questo momento parlo in nome del V ufficio, il quale è stato unanime nel dichiarare valida l'elezione del deputato di Fossano, signor generale Pettinengo, tanto più considerando che la Camera, nelle diverse elezioni che sono state riferite, ha approvato molte di quelle che sarebbero state contestabili,

perché non si trovavano le cariche coperte da alcun eletto specificate chiaramente nello Statuto', ed essendo ciò seguito per cariche inferiori a quella coperta dal generale

Pettinengo, avrebbe essa potuto più facilmente dare il suo voto affermativo alle conclusioni del V ufficio a favore del generale stesso. D'altra parte, l'onorevole deputato Leopardi ha detto tali ragioni a cui io debbo associarmi. Perciò, siccome, per la carica che copre il generale Pettinengo (se il sistema delle assimilazioni può essere adottato ancora una volta) può essere assimilato ad un ministro, anzi le sue attribuzioni sono forse superiori, come faciente parte del terzo potere dello Stato; siccome adunque altre elezioni di persone insignite di carica molto inferiore a quella del generale Pettinengo sono state dalla Camera approvate, a nome del V ufficio insisto perché questa elezione sia dichiarata valida.

PRESIDENTE. La parola spetta al deputato Michelini.

MICHELINI. Per decidere questa controversia mi pare necessario anzitutto di eliminare quanto non è intimamente legato alla natura di essa; quindi non dobbiamo occuparci, come alcuni hanno fatto, della questione di lontananza, la quale io confesso non poter essere un ostacolo alla elezione. La lontananza avrebbe forse dovuto indurre gli elettori a negare i loro suffragi al generale Pettinengo, perché dalla Sicilia non può disimpegnare i suoi doveri di deputato; ma di essa noi non dobbiamo tener conto, perché la legge non ne fa un motivo di esclusione.

Si è invocato per altra parte il desiderio che il generale Pettinengo segga fra noi, e si è detto che sarebbe cosa dura troppo e spiacevole che il Governo non potesse ricorrere ai servigi di uomini di merito senza privarli della deputazione. Ma questa osservazione militerebbe anche per tutti gli altri impiegati, i quali dovrebbero così essere tutti ammessi alla Camera.

In sostanza queste ed altre simili considerazioni nulla hanno che fare col caso nostro. Qui noi non dobbiamo fare una legge, bensì interpretare quella che esiste. Ora io non so come si possa rispondere a questo argomento. La legge elettorale esclude dalla deputazione tutti gl'impiegati, ad eccezione di alcuni nominativamente designati; fra questi non è compresa la carica di luogotenente generale del Re; dunque essa rende ineleggibile.

Qui si invoca l'assimilazione. Ma intendiamoci sopra queste assimilazioni, mercé di cui si può fare violenza alla legge elettorale, e riempire la Camera di impiegati. La questione delle assimilazioni è subordinata ad un'altra molto più importante e generale: quella se si debba dare una interpretazione ristretta o larga a quella parte della legge elettorale che riguarda l'esclusione degl'impiegati dalla Camera.

Ebbene, se si riflette che per disposizione generale gl'impiegati sono ineleggibili, è chiaro che, secondo le regole di retta interpretazione, alle eccezioni si deve dare una stretta interpretazione, non estendendole al di là di quello che la legge stessa vuol».

Ma vi sono considerazioni di più alta sfera che militano per una stretta interpretazione.

Pensate, o signori, che i deputati rappresentano i contribuenti, che devono formare i bilanci, sancire le contribuzioni, stabilire le spese. Ora, quale fiducia volete voi che i contribuenti abbiano nei loro deputati, se questi hanno un interesse opposto a quello dei contribuenti stessi? Il deputato che perceve stipendio sul bilancio dello Stato desidera di ampliarlo, e poco bada al disagio di coloro che devono pagare. Inoltre di rado l'impiegato conserva quella indipendenza che è richiesta per bene disimpegnare i doveri della deputazione. Gravi, gravissime sono queste considerazioni, le quali dimostrano che, se noi con intempestive, viziose assimilazioni allarghiamo di troppo le porte di questo recinto alle assimilazioni,

23 - TORNATA DEL 21 NOVEMBRE

possono diventare illusorie le nostre istituzioni, ed inefficaci a guarentire la libertà. Quindi, per evitare questi pericoli, che non sono cosi lontani come taluno potrebbe credere, è necessario che diamo alla legge elettorale una interpretazione ristretta ed anche giudaica; ed io, lungi dall'arrossire, mi vanto di sostenere questa tesi.

Nella legge elettorale non trovansi designati impieghi simili a quello di luogotenente del Re, e non regge l'assimilazione che si vuole stabilire tra esso e quello di ministro. Diversi sono gli uffizi, diverse le incombenze, e non havvi relazione di sorta fra essi; havvi bensì questa differenza essenziale, che i ministri sono soggetti a quella risponsabilità legale che è stabilita dallo Statuto, laddove i luogotenenti generali del Re non sono sottoposti che alla risponsabilità morale, cui lo è ogni uomo che faccia uso del suo libero arbitrio.

Per conseguenza, lasciando in disparte le considerazioni estranee alla questione che ci occupa, le quali sembrano militare contro la mia sentenza, ma attenendoci unicamente a quelle che debbono guidare il nostro giudicio, io credo che si debba invalidare l'elezione del generale Pettinengo.

(Posta ai voti, l'elezione del generale Di Pettinengo è approvata. )

PRESENTAZIONE DI DISEGNI DI LESSE: 1° PER LA LIBERTÀ

DEL COMMERCIO DEI CEREALI; 2° PER L'ISTITUZIONE

DELLA CORTE DEI CONTI; 3° SULLA CONTABILITÀ GENERALE.

PRESIDENTE. La parola è al signor ministro delle finanze per la presentazione di alcuni progetti di legge.

BASTOGI, ministro delle finanze. Ho l'onore di presentire un progetto di legge per l'approvazione del regio decreto 18 agosto prossimo passato, col quale si dichiara la libertà del commercio dei cereali in tutto il regno.

Ho l'onore parimenti di presentare un progetto di legge per l'instituzione di una Corte dei conti del regno.

Da ultimo sottopongo alla Camera uno schema di legge unico nell'amministrazione del pubblico denaro, cioè della contabilità generale.

Essendo queste leggi indispensabili perché in modo uniforme si possa cominciare l'esercizio dei bilanci pel 1862, pregherei la Camera di dichiararli d'urgenza, poiché senza questo non si avrà mai l'unità dell'amministrazione dello Stato.

Colgo quest'opportunità per dichiarare alla Camera che fra pochi giorni esporrò quel riordinamento delle finanze che io credo possa riescire utile allo Stato, sia per ciò che concerne l'amministrazione, sia intorno ai modi di sopperire ai bisogni generali del pubblico tesoro. In tal guisa la Camera potrà giudicar meglio, non solo le leggi e gli atti governativi che sono già stati fatti, ma ancora le leggi che sarò per presentare. Cosi pure potrà meglio conoscere come siano tutte parti esplicative di un solo concetto.

PRESIDENTE. La Camera dà atto al ministro delle finanze della presentazione di questi progetti di legge.

Il ministro propone che due di essi, vale a dire quello relativo all'instituzione della Camera dei conti, e l'altro concernente la contabilità generale dello Stato, siano dichiarati d'urgenza.

Se non vi è opposizione, s'intenderà ammessa l'urgenza.

(E' ammessa. )

CONTINUAZIONE DELLA VERIFICAZIONE DI POTERI.

SUSANI, relatore. A nome del VI uffizio ho l'onore di riferire sull'elezione del collegio di Altamura.

Questo collegio conta 1250 elettori iscritti.

Al primo scrutinio votarono 78'» elettori. Di questi 604 diedero il loro suffragio al contrammiraglio Vacca Giovanni, 104 al signor Sterbini Pietro, 81 al signor Melodia Tommaso; 25 voti furono dispersi o dichiarati nulli. Il signor contrammiraglio Giovanni Vacca, avendo raggiunto il numero di suffragi voluto dalla legge, venne dichiarato eletto a deputato del collegio di Altamura.

Le operazioni essendo riconosciute regolari, né essendovi protesta in contrario, l'uffizio VI ve ne propone la convalidazione, coll'osservazione che, pel grado ch'egli ha di contrammiraglio, il signor Giovanni Vacca deve essere iscritto fra i deputati impiegati.

(La Camera convalida l'elezione. )

Il collegio di Città Nuova conta 734 elettori. Al primo scrutinio avvenuto il 4 agosto di quest'anno votarono 191 elettori, dei quali 68 diedero il voto al signor Francesco Muratori, 44 al signor avvocato Oliva Giacomo e 36 al signor Bruno Vinci; 44 voti andarono dispersi e due furono dichiarali nulli.

Non essendosi da alcuno dei nominali raggiunto il numero prescritto dalla legge, ebbe luogo una seconda votazione per ballottaggio, nel quale fu dichiarato che si dovessero portare i voti, o sul signor Muratori Francesco, o sul signor Oliva avvocato Giacomo, secondo che la legge prescrive.

Nel secondo scrutinio, il quale ebbe luogo l'11 agosto, sopra 245 votanti il signor Francesco Muratori ebbe 162 voti, e l'avvocato Giacomo Oliva ne ottenne 80. Tre voti furono dichiarati nulli. Le operazioni essendo state riconosciute regolari colla proclamazione del signor Francesco Muratori a deputato del collegio di Città Nuova, né essendovi protesta in contrario, il VI ufficio, a mezzo mio, ve ne propone la convalidazione.

(La Camera approva. )

MASSARI, relatore. A. nome del VII ufficio ho l'onore di riferire alla Camera sull'elezione del collegio di Todi.

Questo collegio è diviso in quattro sezioni, ed annovera 641 elettori. Al primo scrutinio presero parte 132 votanti, 39 dei quali diedero il loro voto al professore Francesco Brioschi, ed 89 al cavaliere Lorenzo Grottanelli.

Si dovette addivenire allo scrutinio di ballottaggio, nel quale si presentarono 204 elettori; il professore Brioscia ebbe voti 116, ed il cavaliere Grottanelli 88. Dimodoché il professore Brioschi avendo raccolto la maggioranza dei suffragi venne proclamato deputato.

In quest'elezione non c'è la menoma irregolarità e non c'è nessun reclamo; e siccome l'onorevole eletto sostiene la carica di segretario generale del Ministero della pubblica istruzione, e quindi non è ineleggibile, così a nome dell'ufficio prego la Camera di pronunziare la convalidazione di quest'elezione.

(La Camera approva. )

Analoghe conclusioni lo stesso ufficio mi ha incaricato di proporre alla Camera per quanto riguarda il collegio elettorale di Atessa negli Abruzzi.

24 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Questo collegio, che è diviso in tre sezioni, annovera 884 elettori. Al primo squittinio presero parte 198, al secondo 247.

Il signor Pompeo Salvatore, nel primo scrutinio, ebbe voti 102, il professore Giuseppe Montanelli 43, il signor Erasmo Colapietro 32; altri voti andarono dispersi.

Nel secondo scrutinio sopra 247 votanti il signor Salvatore ebbe 137 voli, il suo concorrenti ne ebbe 108; ed avendo raccolto la pluralità dei suffragi, venne proclamato deputato.

Anche in quest'elezione non è da notare veruna irregolarità. Il signor Pompeo Salvatore non sostiene alcuna pubblica funzione, e quindi a nome dell'ufficio VII propongo l'approvazione di quest'elezione.

(La Camera approva. )

DI SAN DONATO, relatore. A nome del IX ufficio ho l'onore di rapportare alla Camera le operazioni elettorali del collegio di Cine.

Questo collegio si compone di cinque sezioni: Ciriè, Fiano, Volpiano, Rivarolo, Caselle; gli elettori iscritti sono 994, dei quali presero parte alla votazione 091.

I voti si divisero nel modo seguente:

Il cavaliere Farina Maurizio ottenne voti 390, l'avvocato Frescot Filiberto ne ebbe 283; 4 voti furono dispersi, 14 dichiarali nulli.

Non fu sporto reclamo di sorta alcuna; è solo da notarsi che il presidente della sezione di Caselle, credendo che i presidenti delle sezioni di Rivarolo, Volpiano e Fiano, avessero avuto il tempo di condursi lo stesso giorno alla sede principale del collegio elettorale, si presentò la sera, e, non avendo trovati gli altri presidenti, credette di depositare il verbale dei voti e partirsene. L'indomani mattina, per cagione del cattivo tempo e della lontananza, si presentarono i presidenti delle altre sezioni, sicché lo squittinio dei voti fu fatto senza l'intervento del presidente della sezione di Caselle.

10 ho creduto di riferire all'ufficio IX un tale fatto, e l'ufficio medesimo ad unanimità decise non incontrare difficoltà alcuna ad autorizzarmi a proporvi la convalidazione pura e semplice dell'elezione del cavaliere Maurizio Farina a deputato del collegio di Ciriè.

(La Camera approva. )

MOLFINO, relatore. Per incarico avuto dall'ufficio IX riferisco alla Camera sull'elezione fatta dal collegio di Martinengo, provincia di Brescia.

Questo collegio si compone di tre sezioni.

Esso fu convocato con decreto reale del 14 luglio scorso per il 4 agosto.

Gli elettori iscritti sono in numero di 709, dei quali presero parte al primo squittinio 184.

I voti si ripartirono nel modo seguente:

Il nobile Cedrelli Francesco ne ottenne 132, il nobile Cagnola Giovanni Battista, 53; voti dispersi 9.

Nessuno avendo ottenuta la maggioranza voluta dalla legge, si addivenne ad un secondo squittinio il giorno 11 agosto, al quale intervennero 127 elettori. Allora il nobile Cedrelli Francesco ebbe voti 124, il nobile Gagnola Giovanni Battista, 3. Il primo di questi fu quindi proclamato deputato.

Le operazioni procedettero regolarmente, non vi fu reclamo o protesta di sorta, all'ufficio non è constato di incapacità alcuna nell'individuo eletto; quindi, per mio mezzo, vi propone l'approvazione di quest'elezione.

PRESIDENTE. Pongo ai voti l'approvazione dell'elezione del nobile Francesco Cedrelli a deputato del collegio di Martinengo.

(È approvata. )

Non essendovi più altri che abbiano relazioni in pronto, passeremo alla discussione del progetto di legge che è all'ordine del giorno.

DI SAN DONATO. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Parli.

DI SAN DONATO. Ora pregherei l'onorevole signor presidente a voler sollecitare l'inchiesta sull'elezione del deputato di Tricarico, per cui fu ordinata un'inchiesta giudiziaria da oltre cinque mesi.

PRESIDENTE. Le carte sono già venute; saranno esaminate dall'ufficio, e quindi ne sarà fatta relazione alla Camera.

DI SAN DONATO. Ringrazio l'onorevole presidente della comunicazione che all'oggetto volle tarmi.

CALVINO. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Parli.

CALVINO. È bene che il paese sappia quali sono i deputati che intervengono assiduamente alle sedute. A tal fine io propongo alla Camera voglia deliberare che vengano pubblicati nella gazzetta ufficiale i nomi di tutti i deputati che hanno votato ciascuna legge.

PRESIDENTE. Bisognerebbe che si facesse un appello nominale appositamente per conoscere quali sono i deputati che hanno preso parte alla votazione.

CALVINO. Non è necessario, basta l'appello stesso della votazione.

PRESIDENTE. Questo potrà farsi quando saremo più inoltrati nella Sessione. Attualmente alcuni dei deputati non sono arrivati ancora, perché forse avvisati troppo tardi; non sarebbe quindi opportuno che in questo momenti» si facesse loro una censura, direi così, di poca assiduità. Ad ogni modo se ella intende di fare una proposta formale io la sottoporrò alla Camera.

CALVINO. Insisto nella mia proposta.

PRESIDENTE. Allora la metterò ai voti.

La Camera ha inteso qual è la proposta fatta dal deputato Calvino. Egli vorrebbe che, ogniqualvolta si procede alla votazione, di qualche legge, siano nella gazzetta ufficiale indicali i nomi di quei deputati che prendono parte alla votazione. Chi è d'avviso di ammettere questa proposta, è pregato di alzarsi.

CALVINO. Chiedo di parlare. Si potrebbe rimandare d'alcun poco, da qui ad otto giorni, per esempio. Piuttosto di vederla ora respingere (Ilarità)

PRESIDENTE. Io le suggerii appunto di sospendere la sua proposta; ella mi rispose che insisteva; non mi rimaneva che metterla ai voti... Ora la ritira i

CALVINO. La ritiro.

(Il deputato Capelli presta il giuramento. )

DISCUSSIONE DEL DISEGNO DI LEGGE

PER ALIENAZIONI DI BENI DEMANIALI.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno chiama in discussione il disegno di legge per alienazioni di beni demaniali.

GRANDI. Chiedo di parlare.

L'onorevole signor presidente sa che per parte di alcune Provincie è stata fatta


25 - TORNATA DEL 21 NOVEMBRE

una dichiarazione che tende a combattere questa proposta di legge. Debbo parlare pel primo, e non posso essere brevissimo; perciò prego la Camera onde, attesa l'ora tarda, la discussione sia rinviata a domani.

PRESIDENTE. Non sono che le quattro e un quarto e la Camera non s'è fatta in numero che dopo le tre e mezzo. Se cosi presto si scioglie l'adunanza, non so come si potranno discutere e votare tutte fé proposte di legge che furono presentate alla Camera. (Segni d'assenso)

La discussione generale è aperta.

La parola è al deputato Leardi.

Leardi Io do volontieri il voto favorevole a questa legge perdio uno degli articoli del mio credo economico è che il Governo non debba possedere né campi, né prati, fatta però la debita eccezione in favore dei poderi modelli, quando siano governati con speciale amministrazione. Tuttavia, siccome io desidero che il Governo in tempo non remoto domandi l'approvazione al Parlamento di alienare tutti gli altri beni demaniali, cioè una massa ingente di proprietà immobili, cosi io mi credo in obbligo di dichiarare che ben difficilmente potrei aderire alla legge che decretasse una nuova alienazione, quando il Governo, nel modo di vendita, si attenesse alla pratica fin qui usata.

Io sono altamente convinto che il gettare sul mercato una cosi grande quantità di beni immobili può nuocere assai a molte fortune private, ed in conseguenza alla ricchezza dello Stato; che, mentre trarrebbe dalla vendita poco profitto per sé, verrebbe ad essicare la fonte stessa della pubblica ricchezza.

Perciò io credo che la vendita si debba fare in modo che, mentre si discarica lo Stato di un'amministrazione che non è utile né a lai, né ai cittadini stessi, si debba adottare nel vendere i beni demaniali un sistema che non abbia il grave inconveniente di deprezzare le proprietà esistenti, con immensa perturbazione della ricchezza pubblica.

11 modo che io credo più utile sarebbe appunto quello di dare questi beni in enfiteusi.

Io sono avverso quant'altri mai al sistema enfiteutico, ma credo che in questo caso speciale il Governo potrebbe benissimo derogare alla massima generale, ponendo la condizione che coloro i quali devono pagare le enfiteusi se ne possano liberare pagando in ragione di dieci volte il canone enfiteutico, cioè in ragione del 2 12 per 0|0.

Signori, io sto garante che in pochi anni questa eccezione scomparirebbe, che in pochi anni egregie somme entrerebbero nelle casse del Governo. In questo modo il Governo si risparmierebbe probabilissimamente parecchi prestiti e l'usura che li accompagna. E se poi i beni demaniali saranno, come lo desidero vivamente, divisi in piccoli lotti, oltre al lucro che ridonderebbe allo Stato, avremo ottenuto un bene morale grandissimo collo stringere, come ci diceva l'onorevole ministro delle finanze, intorno al Governo moltissimi cittadini in una salutare solidarietà col Governo medesimo e coll'Italia.

PRESIDENTE. Il deputato Grandi ha facoltà di parlare. Sbandi, Signori, quando nella tornata del 15 luglio ultimo scorso fu presentata a questa Camera la relazione intorno al progetto di legge per l'alienazione di una parte de' beni, provenienti dalle soppresse corporazioni religiose, voi ricorderete, o signori, che i deputati delle provincie di Modena, di Parma e di Piacenza, dichiararono che le loro Provincie avevano dei diritti su que' beni e si riservavano di farli valere, onde conseguire il rilascio dei beni stessi e in ogni caso un adequato compenso.

Ora dunque che si tratta di discutere quella legge, e che io sono per ispiegare quei diritti e acidume e svilupparne le cause, prego la Camera di prestarmi cortese la sua attenzione. Premetto una brevissima storia di fatti. Le provincie di Parma e Piacenza (già ducati di questo nome) avevano molte corporazioni religiose, ricchissime di vasti e pingui possedimenti. Aggregate nel 1808 alla Francia (di cui fecero parte sino alla caduta dell'impero), le loro corporazioni subirono la sorte che già, sotto la repubblica, le francesi; soppresse, i loro beni vennero incamerati.

Cagione a questo furono (voi ben lo sapete) gli urgenti bisogni delle guerre, che di quei tempi si succedevano incessanti; ai quali, non bastando le imposte ordinarie e straordinarie, richiedevansi de' straordinari1 provvedimenti; ed uno se ne intravide e trovò in quei beni; la loro apprensione pertanto costituì, non che altro, una sovvenzione, un prestito insomma forzato, di cui avrebbe voluto giustizia che tutto l'impero cui approfittava ne reintegrasse proporzionatamente quelle provincie.

Ora una buona parte di quei beni fu alienata, l'altra fu salva e rimase al cessar dell'impero; ma questa, che avrebbe dovuto ritornarsi alle corporazioni, se nella ristorazione si fossero richiamate, o lasciarsi aj comuni (più naturali successori delle corporazioni, come dirò in appresso), se la soppressione volevasi mantenuta, i nuovi Governi dei ducati pensarono di ritenerseli, quasi fossero cosa loro; la ristorazione, che condannava ogni opera della repubblica e dell'impero, poco conseguente or ripudiava, or accettava, a seconda del suo interesse, le istituzioni e le disposizioni che la rivoluzione del 1789 aveva introdotte.

Per verità i ducati di Piacenza e di Parma, destinati, pei famosi trattati di Parigi e di Vienna, in usufrutto all'imperatrice Maria Luigia, furono tra gli stati d'Italia che subirono minori innovazioni, dappoiché vi furono mantenute quasi tutte le leggi è gli ordinamenti francesi, e per questo forse il suo Governo mantenne anche la soppressione delle corporazioni religiose, e il possesso e godimento dei loro beni; per altro vuol giustizia che si accenni che tante il Governo dell'austriaca, quanto il borbonico, che venne dopo, provvedevano coi redditi dei medesimi ai molti bisogni delle provincie. Così durarono le cose fino all'anno 1848, in cui, cessata la signoria borbonica, il Governo provvisorio creato dal popolo, con decreto del 7 maggio, dichiarò quei beni di dominio della provincia, e la provincia, nella sua dedizione a questo regno, l'accompagnò del voto che il decreto fosse con fermato.

La dedizione venne accettata dal Parlamento senza ricordare né il decreto, né il voto, perché l'onorevole ministro guardasigilli nella sua relazione osservò che mancavano le cognizioni di fallo per apprezzarlo; siccome però (come lo stesso ministro aggiunse), prima di deliberare, era bisogno di una istruzione, egli è manifesto non potersi dire che nel silenzio del Parlamento il voto sia stato respinto.

Premessa questa breve storia di fatti, entro senza pianella quistione.

La provincia piacentina chiede che le sieno lasciati come di suo dominio i beni invenduti provenienti dalle soppresse sue corporazioni religiose.

Ed in ogni caso che le sia dato un adeguato compenso, sia con una parte di quei beni, sia mediante assegnamento di una rendita, e ciò per sopperire alle spese obbligatorie e facoltative poste a suo carico dalle nuove leggi comunale e provinciale.

Quanto alla domanda dei beni, due titoli, a mio avviso, concorrono a dimostrare quel dominio.

Uno aulico e primitivo: La intenzione dei fondatori e il fine che essi si proposero.

L'altro recente: La volontà e la deliberazione del popolo.

26 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Quanto al 1°: La intenzione dei fondatori ed il fine che si proposero.

Nessuno ignora che nei primi tempi del cristianesimo il clero non possedeva beni di sorta; povero, viveva di pubblica carità; a principio colle oblazioni dei fedeli, poi colle decime, poi con doni e lasciti anche d'immobili.

Ma le oblazioni, le decime, i doni e i lasciti erano forse destinati al clero?No, o signori; i canonisti ne attestano che, toltone solo quanto era strettamente necessario al suo mantenimento ed alle spese del culto, erano destinati ai poveri, ' tutto anzi era sostanzialmente ai poveri, poiché povero era (e avesse pur durato in tale condizione) anche il clero; povera anche la Chiesa (1).

Se pertanto le offerte, le decime, i lasciti erano destinati ai poveri, ne conseguiti che in sostanza ne erano essi i veri proprietari.

E che cosi fosse ne convengono concordi tanto i commentatori dell'antico diritto civile, quanto quelli del canonico; professano i primi che devono presumersi proprietari delle cose legate o donate coloro a contemplazione de' quali il legato o la donazione è stata fatta: legatum ei adquiritur cuius contemplatione relictum est; res donata ei adquiritur cuius contemplatione donat uni fuit (2); gli altri, i canonisti, dicono che i donatori e i testatori, legando alla Chiesa, intendevano legare ai poveri (5); dicono che i beni ecclesiastici erano il patrimonio dei poveri (4), e tanto che i Concini chiamavano necatores pauperum coloro che o volgevano i beni ad altro uso o male li amministravano (5). La Chiesa insomma non era considerata, e non era altro che amministratrice dei beni donati e legati (6).

Cosi della Chiesa in generale; e de' monaci poi in particolare parlano i canonisti ancor più apertamente che i beni erano loro lasciali solo a titolo di amministrazione, non di proprietà, e aggiungono che i benefattori preferivano di rivolgere i loro lasciti ai monaci perché li avevano in conto di amministratori più fedeli (7).

Per la presunta intenzione adunque de' disponenti e pel fine che si proposero, testimonio perfino la Chiesa, ha da tenersi per fermo che i lasciti e i doni erano fatti ai poveri, e che la proprietà dei beni, che ne furono il subbietto, era di loro, non della Chiesa.

Ma vi ha di più: alle succitate dottrine si aggiugne l'autorità suprema dello Stato, imperciocché proprio pei beni

(1) «Stimma moderatione clerici omnes ad vitam sustinendam bonis ecclesiasticis uti debeant, utrinque necessariis alimentis contenti caetera in pauperum levamen et pios usus impendant.» (caVali. , IV, 125. )

(2) Menoce, De praesumpt. , lib. in, praes. 27, n 7, e lib. iv, praes. Uh.

(3) «Offerentium bona sua ecclesiis ea praecipue mens fuit ut Christum in pauperibus alerent et vestirent.» (Cavall. , IV, 129. ) «Fideles donando bona temporalia ecclesiis seu piis locis, ac beneficia fundando, semper id faciunt hac intentione, conditione et pacto tacito vel expressa, quod corum fructus et redditus non nisi ad Dei cultum, subsidium pauperum, alias-que pias causas applicentur.» (Ferrari, Bibliot. eccl. , lom. 1, pag. 513, verbo Beneficiatus, art. 1, n 43. )

(4) «Res ecclesiasticae nihil aliud sunt nisi pauperum patrimonium.» (Cavall. , IV. )

(5) «Tam alte insederat menti ecclesiae, res ecclesiasticas pauperum patrimonium esse ut saepe in conciliis qui res invadunt aut non recte procurant pauperum necatores appellanti quod necare videtur qui debita negat alimenta.» (Cavall. , IV, J30. )

(6) «Non dederunt (fideles) praelatis propter se, sed propter pauperes, et ideo non dederunt cis, sed pauperibus; praelatis autem dantur tanquam pauperum dispensatoribus.» (S. Toh. , De Epist. I Apost. ad Corint. , sei. v. )

(7) «Ex initio omnes monastici ordines pauperes fuerunt; ipsi quoque laici decimas aut ecclesias, apud monachos deposuerunt quod eos fideliores rerum pauperum administratores reputarent; hinc titulo potius administrationis quam proprietatis ecclesias aut decimas monachi teneri!; atque adeo modica parte sibi delibata reliquum in pauperes et usus ecclesiasticas effundant oportet.» (Cavall. , IV, 118. )

delle corporazioni religiose degli ex-ducati di Parma e Piacenza abbiamo un decreto speciale dell'anno 1769, emanato dal duca allora regnante, col quale, sopprimendo alcuni monasteri, dispose de' loro beni in favore de' poveri. «L'affluenza (cosi nei motivi) dei poveri infermi agli ospedali; la quantità dei mendichi sparsi per le strade, frequenti alle case e molesti nelle chiese; le fanciulle in copia vaganti senza direzione e senza ricovero, la condizione infelice di molti giovani che per la loro indigenza tengono inutili i talenti che o nelle lettere o nelle arti li renderebbero utili a sé stessi, alle proprie famiglie ed alla patria (!).

Al soccorso degl'indigenti adunque, agli ospedali, ai ricoveri di pubblica beneficenza, alla pubblica istruzione quei beni si ritennero originariamente destinati.

Ma quali ha da intendersi che fossero i poveri beneficati dai lasciti e dalle donazioni ecclesiastiche? Quelli certamente del luogo in cui era la chiesa o il monastero cui quei lasciti e quelle donazioni erano dirette; imperciocché da una parte è a quei poveri che i donanti e i testatori mostrarono la loro predilezione, e d'altra parte non è a supporre che fosse intenzione dei donanti e dei testatori che i monaci costituiti, come vedemmo, amministratori e distributori dei redditi dovessero andar fuori dal luogo di loro residenza a farne le distribuzioni (2).

Il beneficio insomma era personale e locale ai poveri del luogo, e questi poveri doveano esserne giovati.

Ora questo, che era innegabilmente vero, quando i ducati si reggevano a separato dominio, sicché i beni posseduti dalle corporazioni religiose soppresse nella provincia di Piacenza doveano ritenersi di questa provincia esclusivamente, quanto più non ha da ritenersi, or che è riunita al regno, alle altre parti, del quale è ben lontano che possa immaginarsi avere i donanti e i testatori pensato allorquando dettavano le loro disposizioni?

Posto adunque che i beni delle soppresse corporazioni religiose erano dei poveri e dei poveri del luogo in cui le corporazioni stesse risiedevano, ne conseguita che, tuttavolta esse fossero cessate, l'amministrazione ricadeva al corpo che naturalmente e legalmente rappresentava quei poveri, al comune cioè od alla provincia, non allo Stato.

E per qual diritto infatti dovrebbero questi beni dirsi proprietà dello Stato?

Furono forse donati adesso? No certamente. Donati, come si disse, sollo nome della Chiesa ai poveri del luogo, la proprietà passò in loro e divenne proprietà della loro comunità locale.

Fossero poi anche stati donati alla Chiesa, fossero da considerarsi perciò di proprietà della stessa, ancora non varierebbe la conseguenza; imperciocché come la Chiesa non è altro che la congregazione dei fedeli del luogo e li rappresenta, le donazioni e i lasciti fatti alla Chiesa non potrebbero non intendersi fatti alla congregazione stessa.

Cotesta quistione, o signori, se i beni delle soppresse corporazioni ecclesiastiche debbano dirsi dei comuni e delle Provincie anziché dello Stato, vi riescirà nuova, e nuova la è veramente, non certo a ragione del principio, ma per la ragione dei tempi: che non avrebbe potuto sollevarsi mai sotto i cessati Governi per motivi troppo facili ad immaginarsi.

Sotto quei Governi si è disputato bensì se quando si sopprimevano delle corporazioni religiose (il che certo può farsi nel concorso di particolari circostanze, perché un ente morale esistente solo per finzione di legge può, quando che si»,

(1) Raccolta delle leggi sulle manomorte, . 119.

(2) D Luca, De benef. , disc. . -Cavall. , IV, 8.

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per altra legge cessarsi), si è disputato, diceva, a chi dovevano cedere i beni di quelle corporazioni, se cioè alla Chiesa o agl'individui che componevano la corporazione soppressa od allo Stato; e mentre si è risposto, e giustamente, né alla Chiesa né a quegl'individui, senza entrare poi in altre indagini, né preoccuparsi d'altro, si è conchiuso a favore dello stato.

Ma per quali ragioni? Udite, o signori. perché (si è detto da alcuni) quando un privato intende metter fuori dal libero commercio le sue sostanze per fondare una istituzione perpetua ad un uso determinato, l'interesse è della società, e siccome chi stipula è il Governo, così se il Governo la sopprime ha diritto di avocare quelle sostanze, immutando la intenzione del fondatore e distribuendole in altro modo. Altri invece hanno dello che in quella stessa guisa che se muore un privato senza eredi entro i gradi stabiliti dalla legge, od un'eredità rimanga vacante, i beni si devolvono allo stato, allo stato debbano del pari devolversi i beni posseduti dalle corporazioni, se vengono a cessare per soppressione o per altra causa.

Ha queste ragioni, o signori, sono nel caso fondate? Un breve esame persuaderà, io spero, della negativa.

Se è vero che il Governo stipula quando approva una instituzione di un privato, è però vero insieme che non stipula per sé e nell'interesse generale della società, ma a nome e nell'interesse di quella parte della società stessa al cui benefìzio la instituzione è destinata. Dunque il beneficio non è per lo stato in generale, e Io stato in generale non deve né può approfittarne. Come pertanto le istituzioni e i lasciti fatti alle corporazioni ecclesiastiche erano dirette ai poveri del luogo, ne conseguita che per questi poveri stipulò il Governo quando approvò quelle istituzioni, onde la ulteriore conseguenza che quando il Governo le soppresse i beni dovevano restare ai poveri del luogo medesimo, e per essi al comune, loro rappresentante ed amministratore naturale e legale.

Non si nega che se una istituzione si disciolga possa il Governo dare ai beni della stessa un'altra destinatone, ma ciò è solo quando non se ne fosse dai fondatori determinata una, sia espressamente, sia presuntivamente, o la originaria non fosse più possibile per natura delle cose o le condizioni dei tempi, anche in questo caso però la nuova destinazione dovrebbe essere analoga a quella che" era nell'intenzione dei fondatori. Non regge adunque la prima delle addotte ragioni. Né è altrimenti della seconda. E di vero, come sostenere che i beui delle soppresse corporazioni religiose potessero dirsi nel caso vacanti? Non vi erano già gli credi contemplati dalle istituzioni, i poveri? Poi (ma questo sarà argomento da occupare i legislatori in occasione della compilazione dei nuovi Codici del regno) è da pensare se non sia esorbitante, e dirò anzi ingiusta la disposizione che deferisce allo Stato la successione legittima quando, o non vi sieno eredi entro certi gradi, od essendovene, le eredità sieno vacanti. E perché questa eredità allo Stato? Forse pel principio che lo Stato ha l'alto dominio sopra tutti i beni compresi nella estensione del suo territorio? Ma egli è ornai tempo di intendere sanamente questo principio e di restringerlo entro i suoi veri confini; l'alto dominio non può né deve essere che nel senso di un'alta tutela, non trarsi fuori e prodursi tanto che allo Stato sia dato un diritto di successione; si sa che tutti i beni erano una volta comuni, e che, cessata la originaria comunione, passarono a proprietà privata; ora par ben conseguente che alla morte dell'ultimo proprietario, trattandosi di privati senza credi o non conosciuti, e al cessare, per soppressione od altra causa,

di una corporazione, trattandosi di corpi morali, i beni ritornino là d'onde uscirono, alla comunione cioè; non dico già alla comunione originaria, sogno di menti inferme, che non è, né può essere più, ma alla particolare, che ha sempre 'esistito e sarà sempre, a quella del comune, cioè, del luogo a cui, o il privalo che muore, o il corpo morale che cessa, appartiene. Questo che io dico, o signori, ha, a me pare, ben saldo fondamento nelle leggi, argomentando per analogia da quelle stesse ragioni che dettarono le leggi successorie, la presunta maggiore affezione cioè del defunto, per cui sono dalla legge chiamati man mano i suoi parenti più prossimi. Ora domando io: quando muoia taluno senza successibili entro i gradi fissali dalla legge, potrebbe mai credersi che la sua predilezione fosse allo stato anziché al suo comune? Per me non so comprendere come negli Stati retti da istituzioni liberali si mantenga ancora il principio che le eredità debbano raccogliersi dallo stato, ed ho fede che tra le riforme rendute necessarie dai progressi del secolo sarà anche quest'una, che per la sua importanza è bea degna della meditazione dei legislatori.

Del resto, o signori, è ben manifesta la ragione per cui non si è pensalo se alla soppressione delle corporazioni religiose i loro beni fossero da attribuirsi ai comuni, anziché allo Stato.

Le soppressioni, tanto in Francia, quanto in altri dominii, furono determinate, già l'ho detto a principio, da urgenti bisogni; ora, poteva mai essere che i Governi suscitassero essi tale quistione? Potevano suscitarla i comuni e le Provincie, che non erano chiamati, e che pur riclamando non sarebbero stati sentiti?

Ma si dirà: se può uno Stato in caso di pubblica necessità occupare persino i beni dei privati, non potrà disporre di quelli posseduti dalle corporazioni religiose, dovesse pure ritenersi che fossero in proprietà dei comuni? E chi potrebbe negare tale diritto? Ma chi potrà d'altra parte contendere che ciò non debba essere se non dietro un proporzionato rintegro?

Tutti i pubblicisti, trai quali il Grozio, il Puffendorf e il Valtel, parlando del diritto che ha uno stato di apprendere e disporre in caso di pubblico bisogno, come di guerra od altro, dei beni dei sudditi, professano unanimi che il suddito spropriato deve essere reintegrato dal pubblico erario.

«Lorsque le souverain dispose (così il Vattel, Droit des e gens, 1. 1, cap. 20, n°à'i4), dans un besoin, des biens d'une communauté ou d'un particulier, l'aliénation sera valide... Mais la justice demande que cette communauté ou ce particulier soit dédommagé des deniers publics, et si le trésor n'est pas en état de le faire, tous les citoyens sont obligés d'y contribuer, car les charges de l'État doivent être supportées avec égalité ou dans une juste proportion.

Sin qui del primo titolo, onde si comprova nella provincia di Piacenza il dominio dei beni delle soppresse sue corporazioni religiose. Passiamo ora al secondo: 2° La volontà del popolo.

Ricordisi, o signori, che, appena espulsi i Borboni, il popolo piacentino, rivendicata la sua autonomia, usando dei suoi diritti imprescrittibili, creò un Governo provvisorio al quale conferì tutti i suoi poteri, e che questo Governo con decreto del 7 maggio 18ft8 dichiarò di proprietà della provincia i beni delle cessale corporazioni religiose.

Checché pur fosse adunque del dominio di quei beni anteriormente all'epoca succennata, avessero pure appartenuto, in forza della loro soppressione, prima alla Francia, poi agli stati di Parma e Piacenza, questo è però ben certo che da quel momento almeno la proprietà ne sarebbe passata nella provincia.


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28 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

E la provincia intese a conservarla dappoiché, comunque non ne fosse bisogno, il Consesso civico nell'atto solenne di sua dedizione espresse il voto che il succennato decreto fosse confermato.

E qual bisogno infatti vi era di questo voto? Qual bisogno di conferma del decreto? Se il decreto era opera del popolo padrone di sé, non aveva bisogno d'altro che della sua volontà per consistere ed aver effetto. Né la dedizione poteva togliere menomamente al decreto stesso. Fatta dopo quel decreto, non può non intendersi fatta nello stato e nelle condizioni nelle quali la provincia si trovava, e colla sua legislazione quale era sino a quel di. Dunque anche colla condizione costituita da quel decreto senza che fosse bisogno di farne parola.

Né dubitar si potrebbe che il Governo provvisorio avesse avuto facoltà di cosi decretare. Eletto dal popolo, libero e supremo moderatore delle cose sue; dal popolo che, fatto sovrano di sé, poteva finalmente disporre dei suoi destini; da quel popolo, la cui autonomia fu cosi riconosciuta dal regno che ne accettò la dedizione, quel Governo era investilo di tutti i poteri del popolo medesime; il suo atto adunque fu alto ben legittimo.

Ma si dirà nell'atto di accettazione della dedizione non fu disposto nulla intorno a quel voto. E che per ciò? Nient'altro se non che la cosa rimase nello stato in cui era prima; e tanto più che secondo il concetto del ministro guardasigilli, il quale riferendo a questa Camera osservò che mancavano le notizie di fatto per apprezzare quel voto, avrebbe dovuto farsi, comunque non necessaria, prima di deliberare, una istruzione. Infatti quale istruzione era mai da farsi? A fronte del decreto che rivelava la volontà del popolo, non occorreva di più.

Il decreto del Governo provvisorio pertanto rimase, come è ancora, sussistente.

Né potrebbe dirsi venuto meno dopo la fatale giornata di Novara; imperciocché quel fatto di forza maggiore tanto indipendente dalla volontà delle parli non fece che sospendere gli effetti del decreto medesimo, come sospese quelli della dedizione; la quale sospensione essendo cessata al sopravvenire del 1859, in cui le cose ritornarono nel primo loro stato, quegli atti ripigliarono il loro pieno vigore.

E nemmeno perché il Governo del Piemonte prese dopo il 1859 a disporre di que' beni; questo fatto che, d'altronde, è di mera amministrazione, non poteva distruggere il decreto.

E non credasi, o signori, che il voto del popolo muovesse da animo ingeneroso od ingrato; no, o signori, esso fu dettato da pura necessità. La provincia piacentina che non fu mai segno alle sollecitudini dei cessati Governi, ha avuto sempre a desiderare alcuni pubblici stabilimenti di cui abbisogna, e in presenza di questi bisogni avendo visto in quei beni un mezzo a provvedervi, non poteva intralasciare quel voto, il quale, d'altronde, non iscema i suoi obblighi generali verso il regno in concorso delle altre Provincie.

Ma prescindendo anche da quel voto, da quella riserva; prescindendo da qualunque dichiarazione su di ciò; stando, come si è dimostrato, che la proprietà dei beni dei quali si tratta è della provincia, non può ritenersi passala nel Piemonte senza una espressa rinuncia da parte della provincia stessa. Imperciocché è bensì principio di diritto pubblico che nella dedizione di uno stato ad un altro passino in dominio di questo i diritti e le proprietà di quello, ma ciò non s'intende che di quei diritti e di quei beni che sono dello Stato aggregato, non dei comuni e delle provincie.

Da quanto si è venuto dicendo sin qui parmi indubitato che anche solo pel secondo dei succennati due titoli i beni delle corporazioni religiose soppresse denno ritenersi di proprietà del comune e della provincia di Piacenza.

Ma pongasi per un istante che la proprietà dei beni controversi avesse pure a dirsi del nuovo regno, perché fosse passata in esso per virtù dell'aggregazione della provincia; in questa ipotesi sarebbe certamente dovuta alla provincia un'indennità o compenso proporzionato perla maggiore quantità di beni che ha apportato colla sua dedizione al regno.

E di vero, o signori, che si opera mai colla dedizione od aggregazione dì uno Stato all'altro, se non una società, società politica, internazionale, ma pur vera società?

Ora chi non sa che una società, come impone degli obblighi, attribuisce anche dei diritti? Lo Stato aggregalo deve concorrere in debita proporzione assieme agli altri a tutte le spese generali dell'intera nazione; ma, se si riconosca che fu in quota maggioro, ha diritto a compenso. Nel caso di società politiche di Stato a Stato, non può non avvenire ciò che nelle private e civili; al socio che conferisce alla massa comune capitali maggiori è dovuta una prelevazione corrispondente, della quale deve tenersegli conto; il diritto è lo stesso, e non varia, né può variare per la diversa natura della materia a cui si applica, né delle parti tra le quali interviene.

Ora, che ha importato l'aggregazione della provincia di Piacenza al regno? Ha fatto entrare nel regno una sostanza di ben quindici milioni di lire in tanti stabili. Questo introito, che o servirà ad una parziale esdebitazione di passività comuni a tutto il regno, e risparmierà la costituzione di una maggiore passività a carico del medesimo, torna, egli è manifesto, a vantaggio di tutto il regno; a questo vantaggio partecipano tutti gli stati che lo compongono. Senza quell'introito, o non potrebbe estinguersi una parte delle passività, "o dovrebbe crearsene una maggiore. Ora, chi avrebbe dovuto soggiacere a questo P Certamente tutti gli stati componenti il regno. Dunque tutti dovrebbero concorrere, al pagamento, compreso, ben s'intende, anche lo Stato apportatore dei beni. Come pertanto si provvede nel caso all'interesse generale e comune coi beni della provincia di Piacenza, è giusto che le altre Provincie concorrano colla loro quota à reintegrarla per contributo. La provincia di Piacenza deve essere trattala come se non avesse apportali beni. Se non ne avesse apportali, quale sarebbe stata la sua condizione? Sarebbe concorsa in proporzione assieme alle altre provincie colla sua quota, al pagamento del debito pubblico generale e nulla più. Ora, se, mentre ha dei beni, dovesse sostenere la stessa quota senza tenerle conto de' beni apportati, chi non vede che sarebbe trattata diversamente e aggravata più delle altre?

Ma altri Stati, si dirà, altre provincie hanno apportato dei beni. E che per ciò? Anch'esse saranno come la provincia di Piacenza trattate egualmente. Fatta una perequazione sul monte di tutti i beni apportati, e toltane la quota che ognuno sarà riconosciuto dover sostenere proporzionatamente, dell'eccesso, dovrà tenersi conto a quello Stato o a quella provincia in favore della quale risulti, e l'eccesso costituirà cosi una sua attività a carico del regno, colla quale la provincia potrà provvedere, in parte almeno, alle spese obbligatorie e facoltative poste a suo carico dalle nuove leggi. Nella più sinistra ipotesi poi, e dove si ritenesse che i beni delle corporazioni religiose soppresse sieno passati In dominio del regno, non si potrebbe certamente negare che vi sarebbero passati con quelle condizioni e con quegli oneri che vi erano originariamente inerenti.

29 - TORNATA DEL 21 NOVEMBRE

Questa massima, troppo naturale, troppo giusta perché si possa dubitarne, fu professala nel 1789 dagli stessi fautori del principio che i beni delle corporazioni soppresse dovessero considerarsi dello Stato. «La propriété de ces biens est elle à la nation (diceva il vescovo di Aulun, come può vedersi nel Adp del signor Merlin, t. Il, parola Clergé, § 9), en ce sens que, sans aucun égard pour leur destination première, la nation, par une supposition chimérique, puisse ce disposer de toues manières, et, à l'instar des individus propriétaires, en user ou abuser à son gré? Non, sans doute, car ces biens onl èie «chargés d'une obligation par le donateur, et il faut que par eux ou par un équivalent quelconque cette obligation soit remplie. Mais est-elle à la nation en ce sens que la nation s'obligeant à faire acquiller les charges des établissements nécessaires ou utiles, à pourvoir dignement à l'acquit du service divin suivant le véritable esprit des donateurs, à faire mime remplir les fondations particulières?... La question posée ainsi ne présente plus d'embarras; oui, sans doute.

La proclamò questa massima la stessa repubblica francese nella ricordata sua legge 2 novembre 1789, poiché alle parole: Tous les biens ecclésiastiques sont à la disposition de la nation, aggiunse: «à la charge de pourvoir d'une manière convenable aux frais du culte, à l'entretien de ses ministres et au soulagement des pauvres.

E questo fu mantenuto tanto dall'impero francese per tutto il tempo che dominò nella provincia, quanto dal Governo di Maria Luigia d'Austria e da quello dei Borboni, poiché tutti hanno sempre sostenuto le spese per le congrue ai parrochi, per le pensioni ai religiosi soppressi, pe' stabilimenti dei poveri, pei soccorsi agli ospedali ed altri luoghi pii, pe' stabilimenti di pubblica istruzione e di belle arti, di incoraggiamento all'industria, per le opere di decoro ed ornamento pubblico, insomma per tutte le spese che le nuove leggi del regno pongono a carico delle provincie sotto il doppio titolo di obbligatorie e facoltative, poiché la provincia che nei ducali di Piacenza e di Parma esisteva di fatto non era però riconosciuta di diritto come corpo morale; enti morali erano soltanto in quei ducati il comune e lo stato; ciò che non era al comune era allo Stato; lo Stato concentrava in sé quanto di attivo della provincia; allo stato i beni della provincia; allo Stato il prodotto d'ogni sorta di imposizioni ordinarie e straordinarie; era quindi conseguente e giusto che dallo Stato si sostenessero anche i pesi (il passivo della provincia), ai quali erano destinali i redditi dei beni, di cui si parla, ed una parte delle contribuzioni.

Come pertanto il nuovo regno, acquistando i beni di cui si tratta, sarebbe succeduto negli oblighi ad essi inerenti, o deve sopperire con quei redditi agli oneri cui furono destinati, o lasciare i redditi stessi, o dare un equivalente alla provincia; e tanto più che la provincia, creazione recente come corpo morale, non possiede nulla, né saprebbe senza enormi aggravii provvedere agli ingenti oneri obligatorii che le nuove leggi le impongono, e nei grandi bisogni in cui è di stabilimenti che le mancano, a fondare i quali occorrono gravi spese.

Non si obbietterà, penso, che, se la provincia di Piacenza ba apportalo al regno dei beni patrimoniali, ha però anche la sua parte di debito pubblico che passa a carico del nuovo regno; si risponderebbe che anche gli altri stati hanno il loro debito pubblico; e come la provincia di Piacenza dovrà concorrere a pagarne una parie, è giusto che anche le altre Provincie concorrano a pagare parte del suo; l'obbiezione avrebbe peso quando anche tutte le altre provincie avessero in proporzione tanti beni patrimoniali quanto Piacenza; allora sarebbe eguale il contributo;

ma stando che i beni della provincia piacentina eccedono di lunga mano la proporzione di quelle che ne hanno, e che altre non ne hanno punto, è manifesto che dal momento che essa concorre colla sua quota delle pubbliche contribuzioni al debito pubblico, come se non avesse portati beni, ha diritto di essere a concorrenza di questi compensata.

Nemmeno si obbietterà, cred'io, che le ingenti spese sostenute dal Piemonte per la liberazione d'Italia consigliassero a non reclamare pei beni, di cui si tratta; si risponderebbe che quelle spese non furono fatte per la sola provincia piacentina, sibbene per tutti gli altri Stati, e che poi la provincia di Piacenza, concorrendo a tutto il debito del regno che comprende anche quelle spese, sosterrà anch'essa senz'altro la sua parte di quelle spese medesime.

Se la provincia piacentina non avesse beni (lasciate che lo ripeta), quale sarebbe la sua condizione? Essa godrebbe dei vantaggi delle altre provincie, e non pagherebbe altro che la sua quota nel debito pubblico di tutto il regno. Ora, perché ha dei beni, dovrebbe pagare con questi una quota maggiore, una parte cioè di quella che dovrebbe pagarsi invece dalle altre?

Sarebbe dunque, in ogni caso, almeno da ritenere per le cose discorse essere obbligo dello Stato di sostenere coi redditi dei beni patrimoniali le spese obbligatorie e facoltative della provincia di Piacenza.

E, ritenuto quest'obbligo, non è bisogno di ricorrere ad altri argomenti, ad argomenti e ragioni di equità e di convenienza per ottenere quell'intento.

Ma, quando pur fosse bisogno, basterebbe per tutti ricordare quest'uno, che la provincia di Piacenza apportò qual si disse al regno una ingente copia di beni, coi quali, come sarebbero venuti a giovare a tutto il regno, il regno stesso avrebbe un obbligo morale di venire in soccorso alla provincia medesima.

Concludendo, riassumo:

I beni provenienti dalle soppresse corporazioni ecclesiastiche nella provincia di Piacenza, chiamati ora demaniali, essendo e dovendo ritenersi di proprietà della provincia stessa, denno esserle rilasciali, fermo, ben s'intende, che la provincia concorra colle altre, in giusta proporzione, a tutto il debito pubblico del regno.

Che se que' beni si volessero ritenere di proprietà del regno, siccome la provincia di Piacenza avrebbe conferito al regno stesso assai più delle altre provincie, dovrebbe farsi alla medesima un assegnamento sullo stato di un capitale corrispondente a quanto superasse la sua quota, onde giovarsi degl'interessi, a provvedere alle spese obbligatorie e facoltative, a meno che non piacesse al Governo di rilasciarle tanti di quei beni da amministrarsi da essa, a termini della legge provinciale.

Nella più sinistra ipotesi, le spese obbligatorio e facoltative della provincia dovrebbero sostenersi dallo S'alo, e per questo farle un assegnamento di una rendita sul pubblico erario.

In qualunque degli accennali modi si provvegga, è un atto di giustizia che la provincia di Piacenza reclama, e confida che giustizia le sarà falla.

PRESIDENTE. La parola è al deputato Piroli.

PIROLI. Io devo proporre alcune osservazioni nel medesima senso in cui ha sinora discorso l'onorevole Grandi, e le devo proporre nell'interesse della provincia di Parma, poiché il suo discorso è stato ristretto alla sola provincia piacentina, e Panna si trova nelle identiche condizioni di Piacenza.

30 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Premetto che sulla questione economica sono pienamente d'accordo coll'onorevole Leardi, che prendeva la parola pel primo, cioè che bisogna vendere i beni demaniali. La questione è a chi dehbe profittare il prezzo della vendita.

Io non discuterò in massima se nella soppressione dei conventi i beni debbano andare allo Stato o alle provincie o ai comuni; noi parliamo di beni che già furono incorporali al demanio dello stato, che li possiede, e che sta per alienarli; quello che mi pare fuori di controversia si è, come diceva l'onorevole oratore che mi hi preceduto, che quando i beni furono incamerati, lo Stato incontrava per ciò stesso l'obbligo di soddisfare a quei bisogni, a quei servizi, cui i beni fossero specialmente affetti, o in origine, o per la natura del corpo a cui appartenevano, e che lo stato, alienando i beni demaniali, non può essere liberato da quelle obbligazioni.

E per accennare a qualche specialità relativa alla questione, noterò che noi troviamo, a cagion d'esempio, che alcuni beni, i quali appartenevano alla congregazione che chiamavano delle Baiarde, erano stati in origine donati alla congregazione, coll'espressa condizione che, venendo a sopprimersi il convento, i beni venissero erogati alla fondazione di un nuovo ospedale. I beni furono incamerati, ed il nuovo ospedale non fu fondato. Ma non per questo è a dirsi che il Governo francese e i succeduti a quello intendessero defraudare l'intenzione della fondatrice; giacché, se non fu fondato l'ospedale nuovo, è a credere che lo Stato ritenesse soddisfare all'obbligo inerente alla fruizione dei redditi di quei beni, col dare sussidi agli ospedali esistenti ed agli ospizi civili, che abbracciavano in una sola amministrazione molti istituti di beneficenza, Né oggi alienando quei beni verrebbe meno allo Stato il carico di applicare il prezzo a quella destinazione.

Un altro fatto. Per decreto d'un duca Farnese venne sancito che l'Università di Parma avesse una dotazione perpetua stabilita in larghissima misura. Non venne fallo veramente uno stanziamento, una dotazione od amministrazione a parie, ma l'onere di far fronte alle spese di mantenimento della Università entrò nei carichi pubblici dello Stato. Ora, se oggi i beni demaniali di cui si propone la vendita, e fra i quali figurano molli provenienti dall'antica Camera ducale, sui quali specialmente vuoisi ritenere assegnata quella dotazione perpetua, se quei beni, dico, vengono alienali, certo è che ad ogni modo non si può privare la provincia di quell'antica istituzione, e conviene sia assegnala per ciò una rendita speciale.

Si dirà che lo Stato subentrerà in queste ed altre obbligazioni, che questi pubblici servizi ai quali contribuivano i beni demaniali saranno mantenuti.

Se questa assicurazione ci potesse venir data in modo direno e immanchevole, io non avrei forse elevala alcuna obbiezione in proposito della proposta legge. Ma, per quanto sia viva in me la fede che le istituzioni che ora abbiamo saranno mantenute a carico dello Stato, può benissimo avvenire che col tempo esse vengano poste a carico delle Provincie. Ed in questo caso ne risulterebbe che i beni, i quali in origine erano destinati e contribuivano a quei servigi, saranno stati alienali, e le provincie dovranno sobbarcarsi ad una imposta particolare per sovvenire ai bisogni di quelle medesime istituzioni; dovranno sottrarre una parte di quei tributi, che sarebbero destinati ad altri servizi pubblici e di utilità provinciale, per mantenere quelle istituzioni, a servizio delle quali erano affetti i beni che verrebbero alienali. E fu mosso fuori di dubbio, principalmente da questi riflessi, il Governo provvisorio di Parma, quando nel 1848,

alla vigilia dell'unione di quello Stato al regno subalpino, decretava che i beni dello stato verrebbero destinali esclusivamente alla dotazione degli stabilimenti d'istruzione e di beneficenza esistenti o che potessero fondarsi nello stato di Parma. E ciò che il Governo aveva decretalo fu anche tradotto in forma di voto pubblico nella solenne votazione che allora ebbe luogo per l'annessione a questo Stato. E, portato al Parlamento subalpino l'atto solenne della proclamazione dei voti, nel quale si esprimeva, tra gli altri, la volontà del popolo che i beni del patrimonio dello stato stessero ad esclusivo vantaggio di quella provincia, un ministro d'allora, il signor Ricci, notò che quei voti i quali avvaloravano il dicreto già sancito erano conformi ai principii che il Parlamento professava nel santo e patrio scopo di accrescere sempre il sentimento della fraternità italiana, tenendo dei desiderii delle varie popolazioni tutto quel conto che non fosse contrario al bene generale della nazione ed alla regolarità e prosperità della sua futura amministrazione.

Né vi fu bisogno di una sanzione speciale del Parlamento la quale avvalorasse il decreto del Governo provvisorio, perché emanava da un'autorità che esercitava il potere sovrano delegate dal popolo, e che nessun'autorità successiva avrebbe potuto disconoscere; né per fermo il Governo avrebbe mai proposto o il Parlamento consentito di revocare quel decreto, la cui esecuzione si poteva considerare ed era effettivamente un pillo esplicito della annessione.

Ma si oppone: dal 1848 in poi sono avvenuti molli fatti che hanno quasi cancellalo quel patio! Il 1859 ha create un nuovo diritto; gli avvenimenti tristissimi dal 1848 al 1859 fanno che non si possa risalire a quell'epoca.

A questo proposito, o signori, io mi limiterò ad una sola osservazione.

Quando nel 1859 i popoli poterono esprimere di nuovo il loro voto, che cosa avvenne? In Parma erano ancora presenti le truppe del Governo che cessava, ed il municipio non considerava già i nuovi avvenimenti indipendentemente da quelli che si erano compiuti nel 1848, ma dichiarala formalmente che esso riteneva vivo ancora ed attuabile istantaneamente il voto del 184 8, pel quale appunto quegli Stati parmensi si erano aggregali al Piemonte: e per acclamazione deliberava un indirizzo, il quale, riferendosi all'annessione del 1848, esprimeva che il municipio non faceva che richiamare e porre in atto l'antica votazione, e ritenere senza più lo stato di Parma come parte integrante della monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele II; ed il Governo alla sua volta aderì all'indirizzo e mandò un proprio commissario ad assumere senza più l'amministrazione di quelle provincie.

L'Assemblea dei rappresentanti del popolo parmense, chiamata pur essa ad esprimere il proprio voto, non volle far cosa nuova, enei preciso intendimento di mantenere l'annessione, come in diritto e in fatto era siala deliberata e accettata nel 1848, si riferiva agli alti di annessione d'allora e non faceva che confermare e proclamare il fallo dell'annessione di quegli stati al regno di Vittorio Emanuele II.

Ora io dico che in questa deliberazione è visualmente, se vuoisi, ma non per questo meno chiaramente compresa anche la condizione che debba essere rispellato il decreto, più volte ricordato, relativo ai beni demaniali.

L'onorevole Grandi, colla dottrina che gli è propria, ha toccato delle ragioni di diritto, le quali militano a favore delle pretese della provincia di Piacenza, e perciò anche della parmense, che, come ho dello, è in eguali condizioni, ed io non le ripeterò.

Non lacerò per altro un fallo che parmi debba avere peso sulla vostra deliberazione,

31 - TORNATA DEL 21 NOVEMBRE

ed è che il Consiglio provinciale di Parma ebbe già ad indirizzarsi al Governo onde volesse provvedere a che i decreti del 1848 avessero effetto per quanto fosse conciliabile colle nuove condizioni delle cose; visto poi che il Governo non dava risposta soddisfacente, che anzi la proposta d'alienazione veniva a rendere frustranea quella istanza, deliberava nella Sessione del settembre ultimo di provvedere all'esperimento anche giuridico di quei diritti che competono alle provincie dipendentemente ai fatti ora ricordati e alle ragioni a cui ho accennato e che largamente ha esposte l'onorevole Grandi.

Io ritengo, o signori, che col vostro voto non vorrete pregiudicare la questione. Ad ogni modo intanto io mi unisco pienamente alla parte conclusiva del discorso testé pronunciato dall'onorevole mio collega ed amico il deputato Grandi.

TONELLI. Come uno dei rappresentanti delle provincie che componevano l'ex-ducato di Modena, appoggio quanto diceva l'onorevole preopinante per le provincie dell'ex-ducato di Parma, affermando che anche le modenesi hanno diritto di compartecipare al prezzo della vendita dei beni demaniali, perché acquistali con gli avanzi d'imposte che in ogni altro luogo hanno servito a far vivere di vita propria la provincia, ed a migliorarne le condizioni materiali con opere di pubblica utilità.

E nelle provincie modenesi questo diritto è avvalorato dal fatto che gli acquisti di massima parte dei latifondi rurali posti in vendita e di altri molti che restano allo Stato, segnatamente tutti i boschi che coprono l'Appennino, dal confine parmense al bolognese e toscano, sono stati fatti di recente e dopo la restaurazione del 181'i, sicché non hanno quella sanzione del tempo che potrebbe autorizzare lo Stato ad invocare la prescrizione.

Anche il palazzo ex-ministeriale, segnato al n° 263, è stato fabbricato sono circa l'i anni, e costò più di mezzo milione, per la sua costruzione solida ed elegante, quale s'addice al genio dell'architetto che lo disegnò e diresse, e mi sia permesso segnalare come fa meraviglia il vederlo valutato sole lire 60, 000. Ciò indica che i mandatari del nostro Governo non vollero apprezzarne il valore, ed il dedurlo dal merito locativo è un errore, essendone affittala la minima parte.

Ma ritornando al merito della discussione, e nello scopo di non intralciare i lavori della Camera e conciliare le operazioni del Governo con i diritti delle provincie, propongo il seguente ordine del giorno:

La Camera, intese le ragioni sui diritti che possono competere alle provincie degli ex-ducati di Modena e Parma sui beni demaniali ivi esistenti, riservati questi diritti se e come di ragione sul prezzo dei beni stessi contro lo stato, passa all'ordine del giorno.»

PRESIDENTE. Domanderò se è appoggiata questa proposta.

(Non è appoggiata. ).

Il deputato De Blasiis ha facoltà di parlare.

DE BLASIIS. Per quanto ho potuto intendere dalle ragioni svolte lungamente dagli onorevoli preopinanti, io trovo che in fin dei conti quello che si dice nell'interesse delle Provincie di Parma e di Modena può essere dello di tutte le altre provincie dello Stato, quando si vada a discutere sulla origine e sulla natura dei beni demaniali delle differenti parti che componevano prima l'Italia. Saremmo quindi da (ali premesse costretti di venire alla conclusione che beni demaniali lo Stato attuale non ne avrebbe se non di nome, che nel fallo essi non fossero e non dovessero essere che il patrimonio delle singole provincie.

Ora io credo che questa persuasione non potrà mai insinuarsi nell'animo di tutti quelli i quali vogliono che lo Stato novellamente formato sia una verità, e che si assodi sopra salde e durevoli basi. Come potrebbe infatti, nelle condizioni in cui versa attualmente lo Stato, pensare a ripianare il disiquilibrio delle finanze, se gli mancasse anche la facoltà di poter disporre dei beni demaniali? Io trovo che è d'uopo pensare seriamente a questa conclusione prima di accettare le teorie poste innanzi dagli onorevoli preopinanti.

Si è sostenuto invero dai medesimi che vi sia differenza fra le particolari condizioni di Modena e Parma quanto ai beni demaniali dei quali si tratta, e quelle degli altri ex-Stati italiani; ma questa differenza si appoggia unicamente su non so quali atti popolari che rimontano al 1848, epoca della prima tentata annessione di quelle provincie al Piemonte. Ma a prescindere che sulla legalità di tali atti è difficile ora emettere un'opinione, io rammenterò che vi è stata una questione che tutti ricorderemo, allorché si parlò del debito pubblico.

Le provincie siciliane ottennero dal dittatore Garibaldi, in tutta la pienezza de' suoi poteri, un decreto che dava loro il diritto a che i debiti dei comuni fossero dichiarati debiti dello Stato; decreto che, senza dubbio, aveva tutti quanti i caratteri della legalità, e contro il quale poco c'era da dire. Ma fu osservato che per l'istessa ragione per la quale il decreto si era fatto da Garibaldi per le provincie siciliane, sarebbe stato conveniente che il Parlamento lo facesse anche per tutte le altre provincie italiane; e per conseguenza ne veniva per risultato che i debiti di tutti i comuni d'Italia sarebbero stati accollali per intiero al nuovo regno. Il Parlamento, pertanto, allora mostrò tanto buon senso da non occuparsi punto nella discussione relativa di un tale decreto, né lo credette valevole a far sopportare tale immenso carico allo Stato. Ora io credo che sui decreti che ponessero favorire Parma o Modena, lo stesso sistema si dovrà seguire da noi che ci troviamo in un'epoca in cui vi è tanta necessità di pensare alla formazione ed al consolidamento di uno Stato che versa pur troppo in difficili condizioni finanziarie.

Poiché ho facoltà di parlare, aggiungerò che non solamente opino doversi accogliere la legge di cui si discute, ma desidero altresì che il Ministero presenti al più presto al Parlamento una simile legge per le provincie napoletane, e per le toscane, e per tutte insomma le provincie dello Stato le quali hanno beni demaniali. Trovo sovratutto commendevole il modo inciò seguito dal Governo, di chiedere cioè l'autorizzazione di far delle alienazioni non a tempo determinato, di chiederla per alcuni beni ch'egli credè più facilmente vendibili degli altri, di chiederla per farne la vendila a lotti e non in massa. Questo sistema, saviamente seguito da pratiche le quali non dubito che la solerzia dell'onorevole ministro saprà fare in proposito, deve, secondo me, condurci ad avere un buon prezzo di questi beni, senza che venga scosso il credito pubblico da una massadi valori gettata sul mercato in una sola volta.

Dichiaro adunque che non solo voto in favore della proposta di legge, ma che anzi faccio eccitamento al signor ministro perché un simile disegno di legge egli presenti anche per le altre provincie che hanno beni demaniali, perché ritengo che, nelle condizioni in cui ci troviamo, si abbia da ricorrere a tutti i mezzi possibili per ripianare le finanze, e credo sia questo uno dei mezzi efficacissimi e che non vuolsi perciò trascurare.



32 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

UN DEPUTATO. Chiede di parlare.

PEPOLI GIOACHINO. Non posso convenire cogli onorevoli preopinanti riguardo ai diritti che possono avere sui beni demaniali delle Provincie di Modena e di Parma e queste stesse provincie. L'origine dei beni demaniali di tali Provincie è identica a quelle dei beni demaniali delle altre Provincie italiane. È identica in Toscana, è identica nello Stato pontificio, è identica nelle provincie napolitane. Quando sotto il regno italiano furono confiscali, per la soppressione dei conventi, tutti i beni delle corporazioni religiose, i medesimi passarono a far parte del demanio pubblico.

Dopo la caduta dell'imperatore Napoleone, del re d'Italia, nel Congresso di Vienna fu assegnata ai diversi stati che tornavano a risorgere per la caduta del re d'Italia, cioè al ducato di Modena, al ducato di Parma ed allo Stato pontificio medesimo una data quantità di beni; ed a quale scopo? Allo scopo di servire i fruiti del debito del monte Napoleone.

Una gran parte di questi beni hanno tale origine. Quanto alle provincie modenesi, esse sono poi assolutamente fuori questione; poiché il duca di Modena, spinto da sentimento soverchiamente religioso, ha compensato le corporazioni religiose con danaro dello stato, del valore dei beni che rimanevano indemaniati nello Stato medesimo. Quindi vi è un conto stampato che il governatore d'allora di Modena ha fatto pubblicare, il quale stabilisce in modo evidente che le corporazioni religiose hanno ricevuto dal Governo modenese assai di più di quello clic importavano i beni demaniali di origine religiosa.

Io quindi credo che si debba accettare il progetto ministeriale.

L'onorevole deputato Piroli diceva: ma sopra alcuni di questi beni vi sono delle obbligazioni.

Lo Stato ha assunto l'obbligo di mantenere, se non erro, l'Università, ed altri istituti di pubblica beneficenza.

Egli diceva: temo che se queste istituzioni saranno poi poste a carico delle provincie, la provincia dovrà imporre, senza avere l'equivalente nelle mani.

Questo è un fatto che deve succedere, e sarà il caso allora, cioè se questi pesi venissero posti a carico delle provincie di Parma e di Piacenza, di discutere e di vedere se essi non debbano porsi e mantenersi anzi a carico del bilancio dello Stato.

Ma in oggi venir a domandare che si sospenda la vendita dei beni demaniali, vendita che io reputo utilissima, vendila che io stesso aveva propugnata nel bilancio scritto dell'Emilia, vendita che, come diceva l'onorevole De Blasiis, contribuirà ad aiutare, se non altro, a sistemare le finanze dello Stato, mi parrebbe opera inconsulta, mi parrebbe opera non savia in nessun modo, perché noi cosi vorremmo che lo Stato ritenesse nelle sue mani questi beni; giacché certamente lo Stato non li cederebbe alle provincie. Ora nessuno di noi ignora che i beni in mano dello Stato rendono meno assai che quelli lasciati alla privata industria; quindi il ritardare questo, che io credo uno dei più grandi benefici che possa recare la nostra rivoluzione, quello cioè di rendere i beni circolanti, di farsi che essi producano maggiormente, e ritardarlo semplicemente per il sospetto che lo Stato voglia esonerarsi di certi carichi che egli aveva accettati per correspettività, non mi parrebbe cosa né utile, né giusta.

Il dittatore di Parma e di Modena intendeva perfettamente così, se non erro, il diritto dello Stato su que' beni; egli si è rifiutato costantemente di riconoscere questi diritti, ed ha pernio su a me, che allora ero ministro delle finanze sotto il suo Governo,

d'inscrivere nel bilancio una rendita di parecchi milioni, non ritengo ora la cifra esatta, su questi beni demaniali.

Il signor Leardi, se non erro, ha insistito perché questi beni si vendano a piccoli lotti. Io mi associo alla sua idea; questa vendita a piccoli lotti trarrà maggior numero di persone alla causa dell'unità italiana. Tuttavia non mi pare sia ora in discussione il modo della vendita.

A quanto poi dicevano il deputato Piroli e il deputato di Modena, credo che la Camera non possa dare ragione. Ritengo che essa debba risolutamente respingere questi pretesi diritti, poiché, se noi ammettessimo oggi questo diritto per Parma e per Piacenza, saremmo dalla logica inesorabile trascinati ad ammetterlo domani per la Toscana, per le Romagne, per Napoli e per la Sicilia.

Queste sono le considerazioni che mi inducono ad appoggiare e votare lo schema di legge.

BATTAGLIA. La legge proposta intorno all'alienazione dei beni demaniali è legge di pubblica utilità, ed io sono d'avviso che non debba molto discutersi in questa Camera per accettarsi; ma tanto più credo alla bontà della legge, quanto più i suoi salutari vantaggi possono estendersi e generalizzarsi in favore di tutte le classi dei cittadini.

Ora io ritengo che la vendita dei beni demaniali non produca i grandi vantaggi del censimento, formerebbe la concorrenza dei ricchi cittadini e ne rimarrebbero esclusi i cittadini operosi ed industriosi che avessero amore grandissimo all'industria e pochi mezzi.

Laonde io domando che si accetti la proposta dell'onorevole deputato Leardi, onde la Camera adotti il sistema dell'alienazione per concessioni enfiteutiche col patto della divisibilità e redimibilità del canone; cosi la, concorrenza sarà più estesa, e lo Stato potrà ricavarne maggior vantaggio e la proprietà sarà divisa e non formerà più l'esclusivo patrimonio del ricco.

lo reclamo che la Camera si occupi preliminarmente a dichiarare se l'alienazione debba aver luogo per vendita o per enfiteusi.

GRANDI. Gli onorevoli De Blasiis e Gioachino Pepoli hanno osservato che, se venisse accolta la domanda delle provincie modenesi, parmense e piacentina, dovrebbe, per inesorabile conseguenza di logica, la stessa disposizione applicarsi a tutte le altre provincie del regno. Ho notato già prima, ed ora ripeto esistere una differenza essenzialissima tra le diverse Provincie; le provincie modenese, parmense e piacentina, hanno un decreto formale del Governo provvisorio creato dal voto del popolo, che le investì della proprietà dei beni di cui si tratta, non le altre provincie. Il decreto non è stato mai rivocato, come lo provano le parole già citate dall'onorevole guardasigilli, quando disse: non occuparsi per allora la Camera del voto e decreto relativo, perché mancavano le istruzioni necessarie per giudicarne; l'accennalo argomento degli onorevoli opponenti adunque non regge.

D'altronde l'annessione al regno della provincia piacentina essendo stata fatta nelle condizioni e colle leggi in allora vigenti in quella provincia, e quindi anche sotto l'impero di detto decreto, stando questo, deve stare anche la conseguenza che alla provincia devono essere aggiudicali i beni di cui si tratta.

A ragione in diceva esservi una circostanza speciale per la provincia piacentina, la quale non è per nulla applicabile alle altre provincie.

Ho poi notato nella seconda parte del mio discorso che, qualora i beni di cui

33 - TORNATA DEL NOVEMBRE

si parla dovessero ritenersi come beni dello Stato, in forza dell'aggregazione, questi beni non potrebbero considerarsi altrimenti, rispetto ad ogni provincia, che quali una sovvenzione, quali un sussidio allo Stato.

Ora a questo sussidio, necessitato dalle circostanze di guerra, le cui spese non debbono stare a carico di questa o quella provincia soltanto, ma di tutte, tutto lo Stato debbe concorrere; e tanto è vero, che, se non vi fossero que' beni, si sarebbe dovuto, o si dovrebbe costituire, per pagare quelle spese, un debito maggiore, che sopportare si dovrebbe da tutto lo Stato, e quindi da tutte le provincie in giusta proporzione.

Si faccia dunque, io diceva, una perequazione di questi concorsi, e siccome la provincia di Piacenza ba una copia

maggiore di beni, sarebbe giusto che le fosse data un'indennità con una parte dei beni stessi, o fosse accreditata di una somma la quale corrispondesse all'eccedente de' suoi beni. La seduta ha termine alle ore 5 ¾.

Ordine del giorno per la tornata di domani:

1° Seguito della discussione sul progetto di legge per l'alienazione dei beni demaniali;

2° Discussione del progetto di legge per l'estensione a tutte le provincie dei regno della sovrimposta del decimo di guerra.

TORNATA DEL 22 NOVEMBRE 1861

PRESIDENZA DEL COMMENDATORE RATTAZZI, PRESIDENTE.

SOMMARIO. Omaggio - Verificazione di poteri - Relazione sopra l'inchiesta ordinata sull'elezione del collegio di Tricarico - È annullata - Osservazioni del deputato Di San Donato sull'elezione del collegio di Città Ducale - È appoggiata dai deputati Silvio Spaventa relatore e Cugia; ed approvata. - Presentazione di un disegno di legge del ministro per le finanze per l'approvazione del regolamento delle dogane. = Domande del deputato Ricciardi circa i bilanci, e spiegazioni del ministro suddetto. = Seguito della discussione del disegno di legge per l'alienazione di beni demaniali - Altre considerazioni del deputato Leardi - Considerazioni in favore del deputato De Cesare - Proposizione del deputato Moresca, non appoggiata - Sostengono il progetto il ministro per le finanze ed il deputato Battaglia - Approvazione dell'articolo 1° - Obbiezioni del deputato Panattoni, e risposte del ministro per le finanze - Approvazione degli articoli ì, 5 e 4 - Emendamento del deputato Salvagnoli all'articolo 5, combattuto dal ministro - Considerazioni del deputato Ciccone- È ritirato - L'articolo 5 è approvato- Votazione ed approvazione dell'intero schema - Approvazione di un voto motivato relativo alla legge, proposto dai deputati Colombani ed Allievi - Discussione generale del disegno di legge per applicazione a tutte le provincie dello Stato del decimo di guerra - Istanza del presidente - Opposizioni del deputato Ricciardi - Parole in favore dei deputati De Blasiis, Platino e Di San Donato - Emendamento del deputato Boggio all'articolo l pel dazio sul sali - Spiegazioni del ministro - voto favorevole del deputato. Greco - Osservazioni del deputato Tornili - Il deputato Fiutino combatte la proposta del deputato Boggio, il quale replica - Voto favorevole alla proposta della Giunta, del deputato Mandoj-Albanese - Domande del deputato Pepoli Gioachino, e dati finanziari esposti dal ministro - Nuove osservazioni dei deputati De Blasiis e Platino - La proposta del deputato Boggio è rigettata - Approvazione degli articoli 1 e 3.

La seduta è aperta alle ore 1 e mezzo pomeridiane.

MASSARI, segretario, dà lettura del processo verbale della precedente tornata.

GIGLIUCCI, segretario, espone il seguente sunto di petizioni.

7595. Bega Giacomo, di Camposanto, circondario di Mirandola, provincia di Modena, all'appoggio di documenti da lai prodotti, domanda che suo figlio Antonio venga esentato dalla leva militare del corrente anno.

7596. Romagnoli Nicola, da Napoli, riproduce la petizione a 6888 sulla quale la Camera nella tornata del 2 prossimo passato maggio passò all'ordine del giorno.

PEPOLI CARLO. Pregherei la Camera a voler dichiarare d'urgenza la petizione 7595, presentata da Bega Giacomo, di Camposanto, il quale domanda che suo figlio Antonio venga esentato dalla leva per le ragioni addotte nella petizione medesima.

(È dichiarala d'urgenza. )

PRESIDENTE. Il padre Luciano Loparco delle scuole pie, professore di letteratura, da Catanzaro, fa omaggio di 20 esemplari di un programma di nuova educazione pubblica.

Il ministro di agricoltura, industria e commercio scrive:

34 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

«La relazione che precedette il sovrano decreto del 13 ottobre prossimo passato di nomina di una Giunta consultiva della carta geologica del regno ed il rapporto di essa Giunta essendo stati resi di pubblica ragione, il sottoscritto pregiasi di trasmetterne 500 copie, pregando la Presidenza della Camera elettiva di voler curare onde siano distribuite agli onorevoli membri che la compongono.»

Saranno distribuite ai signori deputati.

(I deputati Farina, Canalis, Avezzano e Bottero prestano giuramento).

VERIFICAZIONE DI POTERI.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: verificazione di elezioni.

UGONI. relatore. Riferisco sull'elezione di Tropea.

Questo collegio si divide in tre sezioni: Tropea, Miletto, Nicotera, e conta 886 elettori.

Nella prima elezione accorsero 446 elettori, e nessuno dei candidati ottenne la maggioranza.

Al ballottaggio intervennero 643 elettori. Il signor Napoleone Scrugli ottenne 365 voti, Vinci Bruno 277; quindi il collegio proclamò deputato il signor Scrugli.

L'elezione fu regolare; non vie nessuna opposizione: non vi è che la disgrazia anche in questa elezione di vedere molti elettori illetterati, frutto dello sgoverno di chi signoreggiava quelle Provincie prima dell'unione loro al regno d'Italia.

Non essendovi nessuna irregolarità, bo l'onore, a nome del I ufficio, di proporre la convalidazione di quest'elezione alla Camera.

(La Camera approva. )

MACCHI, relatore. Riferisco a nome dell'ufficio IV sull'elezione del collegio di Maghe nella persona del signor Lacaita Giacomo.

Il collegio è composto di otto sezioni; il numero degli elettori è di 1543, dei quali se ne presentarono 485 nel primo scrutinio, 423 nel secondo.

Nel primo squittinio il signor Lacaita dottor Giacomo ebbe 343 voti,

De Donno dottore Achille ne ebbe 87, Nicotera Giovanni 37; i voti dispersi furono 14; nulli 2.

Nessuno avendo riportato il numero di voti richiesto dalla legge, si addivenne al ballottaggio tra il signor Lacaita ed il signor De Donno.

Nel ballottaggio il signor Lacaita ebbe voti 225, il signor De Donno n'ebbe 198, per cui venne dall'ufficio proclamato a deputato il signor Lacaita.

Non essendovi reclami, tutto essendo regolare, l'ufficio IV ve ne propone la convalidazione.

(La Camera approva. )

MASSARI. Ho l'onore di annunciare alla Camera che l'onorevole Lacaita, eletto nel collegio di Bitonto e la cui elezione fu già approvata nella prima parte di questa Sessione, e rieletto or nuovamente a Maglie, non può recarsi immediatamente alla Camera, e mi ha dato l'incarico di dichiarare che egli otta per il collegio di Bitonto.

MACCHI, relatore. Riferisco adesso sull'elezione del collegio di Gallipoli nella persona del signor Giuseppe Romano.

Il collegio consta di sette sezioni e conta 1067 elettori. Di questi si presentarono 407 nel primo scrutinio e 429 nel secondo.

Nel primo scrutinio il signor Giuseppe Romano ebbe voti 153, il dottore Carlo Cattaneo di Milano 128, il signor Bonaventura Balsamo 122. Bisognò procedere al ballottaggio tra il signor Romano e il dottore Carlo Cattaneo.

Il signor Romano ebbe in questa seconda prova 242 voti, il signor Cattaneo n'ebbe, 181; fu dunque proclamato a deputato il signor Giuseppe Romano.

Visti i verbali, risulta che non avvenne inconveniente di sorta; tutto procede regolarmente; epperciò vi propongo, a nome del IV ufficio, la convalidazione di questa elezione.

(La Camera approva. )

COPPETTA, relatore. Il collegio elettorale di Acireale nominava deputato La Rosa Mariano.

Il collegio è diviso in 10 sezioni; il numero complessivo dei votanti è di 799. Tre suffragi andarono nulli; sei dispersi. Il principe di Piombino raccoglieva 363 suffragi; La Rosa Mariano 427.

Niun richiamo, niuna rimostranza, perché niuna irregolarità; il IV uffizio conseguentemente propone che sia convalidata la nomina di La Rosa Mariano.

Devincenzi. Domando la parola.

Come presidente del IV uffizio debbo far osservare che questa elezione non fu dall'uffizio esaminata.

L'onorevole Zuppetta ci disse bensì averla in pronto, ma non ce ne fece la relazione; e penso che, per equivoco, anzi che all'uffizio ne abbia fatto relazione alla Camera.

ZUPPETTA, relatore. Io credeva che un annunzio al cospetto della maggioranza dell'uffizio equivalesse ad una approvazione; questo non è, o almeno dicesi che non sia; la proporrò domani all'uffizio.

PRESIDENTE. Rimane per ora sospesa ogni deliberazione su questa elezione.

MANDOJ-ALBANESE, relatore. Ho l'onore di riferire sulla elezione del collegio elettorale di Melfi.

Questo collegio si compone dei collegi di Barile, Rionero, Venosa, Lavello e del Palazzo. Il numero degli elettori è di 891.

Nel primo scrutinio Argentini Achille riportò 111 voti, il conte Castellani-Fantoni Luigi ne riportò 147, Ruggiero de' Ruggieri 107, D'Enrico Giuseppe 32, Nicotera Giovanni 13; voti dispersi 5; nulli 2. I votanti furono 415.

Nessuno avendo riportata la maggioranza voluta dalla legge, fu proclamalo dall'uffizio centrale il ballottaggio tra Argentini Achille ed il conte Fantoni, come coloro i quali avevano riportati maggiori voti.

Nel ballottaggio Argentini riportò 244 voti ed il conte Fantoni 124. Fu quindi proclamato deputato Argentini Achille.

Non vi fu nessuna irregolarità; non vi ha reclamo; quindi io prego la Camera a voler approvare l'elezione del signor Achille Argentini.

(La Camera approva. )

CONTI, relatore. Vengo a nome del I ufficio a proporvi la convalidazione della nomina del collegio di Siracusa nella persona dell'avvocato Greco Luigi.

Le sezioni sono 4 e contano 902 elettori. Nessuno dei candidati avendo ottenuto sufficiente numero di voti, secondo le norme della legge, si passò alla votazione di ballottaggio tra il signor Greco che avea conseguito 267 voti ed il signor Accolla che ne riportava 204. In questa seconda votazione il signor Greco avvocato Luigi avendo riportato, sopra 527 votanti, 503 suffragi, fu proclamato a deputato.

Siccome non vi è alcuna contestazione, l'ufficio vi propone l'approvazione della nomina del signor Greco dottore Luigi a deputato del collegio di Siracusa.

(La Camera approva. )

35 - TORNATA DEL 22 NOVEMBRE

GALLENGA, relatore. A nome dell'uffizio VII ho l'onore di riferire il risultato dell'inchiesta ordinata dalla Camera sull'elezione del signor Filippo De Boni.

La Camera ricorda che nella tornata del primo giugno io ebbi l'onore di riferire sopra quest'elezione fatta dal collegio di Tricarico nella provincia di Basilicata.

Quest'elezione, la quale ebbe luogo il 7 aprile e B maggio di quest'anno, diede luogo ad una protesta per parte di alcuni distinti elettori di quel collegio. Parve alla Camera che si dovesse procedere ad un'inchiesta giudiziaria, e questa fu ordinata dalla Presidenza il primo giugno.

Comunicata all'autorità competente, fu cominciata il 19 giugno dal signor Cosimo Ratti, giudice di gran Corte criminale, con funzioni di procuratore generale.

Sarà necessario che io legga alla Camera una parte del rapporto di questo signor procuratore generale.

Dall'inchiesta fatta da questo procuratore generale risulta:

«1° Che la predilezione degli elettori di San Mauro pel candidato De Boni muoveva da doppia causa: l'una che il nome di lui era stato raccomandato da un Comitato di Potenza, senza indicarsene i componenti; l'altra che gli abitanti di San Mauro per antiche gare sono stati sempre avversi a quelli del vicino comune di Accettura; sicché mal avrebbero tollerato che il deputato fosse uscito dalla terra di costoro.

Di qui i maneggi dei detti elettori per fare riuscire l'elezione in prò del signor De Boni.

Prima di procedere innanzi debbo far osservare che il procuratore generale ha esaminato 45 testimoni.

Risulta adunque dalla testimonianza di sei testimoni:

2° Che nella sala delle elezioni vi erano persone intruse, di cui, ad eccezione del signor D. Giuseppe Appio, domiciliato in Bernalda, non si sono indicati i nomi. Non è dubbio però che l'Appio fosse stato un intruso; dappoiché il suo nome non trovasi compreso nel molo degli elettori de' diversi comuni componenti la sezione di San Mauro che esistono nell'inchiesta compilata.

«3° Che si votava anche da persone sotto finti nomi, come a dire, all'appello di un tale don Mauro Lacovara, rispose un bracciante lurido e cencioso.

4° Che un drappello di guardie nazionali armate stette nella sala delle elezioni per tutto il tempo delle operazioni, senza che il presidente dell'ufficio definitivo ne avesse fatto inchiesta, e piuttosto coll'intento d'incuter timore agli elettori di Accettura, . che di tutelare l'ordine e la tranquillità nella votazione. Ed in effetto, essendo sorto alterco tra don Michele Spagna e don Pietro Giannotti per la ragione che quest'ultimo brigava pel De Boni, invano il presidente si rivolse alle dette guardie per far cessare quel disordine.

«5° Che gli elettori di San Mauro non scrivevano i loro voti sopra i bullettini che ricevevano dal presidente, ma invece ne cavavano di tasca altri scritti col nome del candidato De Boni, e questi gittavano nell'urna. Taluni di essi solevano anche spiegare i detti bollettini, sia per far conoscere agli altri il loro suffragio, sia per irritare gli animi degli elettori di Accettura. Per dippiù si permettevano essi elettori di costringere gli altri a riceversi i bollettini col nome del signor De Boni.

«6° Che quasi tutti gli elettori analfabeti dei diversi comuni di San Mauro, Garaguso ed Oliveto, non fecero scrivere da elettori di loro fiducia il nome del candidato, ma ricevevano le schede scritte col nome del signor De Boni, e queste adoperavano nella votazione.

«7° Che invano il presidente levava la voce per ricondurre gli elettori all'osservanza della legalità; imperocché i San Mauresi più si ostinavano nell'illecito operare. Né si poté compilar verbale delle suddette illegalità; essendoché avrebbero gli Accetturesi corso grave pericolo di vita, giusta le minacce precedentemente ventilate.

«8° Che i principali operatori del broglio e delle illegalità preaccennate si furono don Antonio Oliva, don Domenico Antonio D'Eufemia e don Nicola Lopiano di San Mauro, i quali scrivevano i bollettini col nome del De Boni, e poi li distribuivano agli altri elettori. Ed in ispecialità si attribuiscono al D'Eufemia le seguenti parole: vi abbiamo tolto la noia di scrivere i voti. E vedendo riunite molte schede estratte dall'urna, esclamò: queste sono in gran parte tutte di mio carattere. D. Pietro Giannotta, pure di San Mauro, premurava gli elettori a votare per De Boni, tanto che venne ad altercazione con don Michele Spagna di Accettura, il quale avrebbe voluto rispettata la libertà del suffragio.

«I signori don Leonardo e don Prospero Onorati, anche di San Mauro, non solo concorsero con i suddetti individui per il successo della votazione in favore del signor De Boni, ma appositamente si recarono in Stigliano per sollecitare gli elettori di detto mandamento a fare altrettanto; e le stesse pratiche furono quivi usate dal signor don Orazio Petruccelli di Moliterno, domiciliato in Potenza, il quale, secondo il deposto dei testimoni don Leonardo Cernzzi e don Vincenzo Del Monte, intervenne pure nell'assemblea elettorale, quantunque altri affermasse che egli si fosse trattenuto fuori la sala delle elezioni.

Queste cose sono accertate:

«a) Da tutti gli elettori di Accettura che sottoscrissero la protesta;

«b) Dagli altri elettori dello stesso comune: don Vito Nicola Casalaspra, don Vito Loscalzo, don Egidio Marone, don Leonardo Sassone, don Pasquale Loscalzo, don Francesco Antonio Loscalzo, don Giuseppe Laurenzana, don Luigi Giffuni;

«c) Dagli elettori di Oliveto don Leonardo Bonardi, don Vito Molfese, don Giacinto Mattiace, don Francesco Mattiace, don Domenico Tinaldi, Antonio Auletta, Nicola Marchione, Pietro Galasso;

«d) Gli elettori analfabeti di Garaguso, Nicola Barbarito, Francesco Paolo Moles, Vito Moles, Stanislao Guarino, nonché Innocenzio Belmonte di San Mauro, han deposto ch'essi non fecero scrivere i loro voti da persone di propria fiducia, ma che invece loro furono somministrati i bollettini col nome del signor De Boni. Il solo Giovanni Moscato, elettore analfabeta di San Mauro, ha deposto ch'egli designò il nome del candidato De Boni all'elettore suo parente don Nicola Lopiano, che si tolse la pena di scriverlo. Ma si può dubitare della verità di questa asserzione quando si non mente che il ridetto Lopiano era nel numero di coloro che brigavano per appunto in favore del suddetto candidato.

«Il signor don Tommaso Arcieri, supplente al giudice di San Mauro, ha narrato ch'egli nulla potea deporre intorno alla votazione per ballottaggio a motivo di essersi trovato in quel tempo assente da San Mauro; ma che però quando ebbe luogo la prima votazione si fecero le stesse pratiche in favore del signor De Boni, tanto ch'egli fu premurato dal signor don Pietro Giannotti a dare il suo voto a costui; ed avendo invece votato pel signor don Carlo De Cesare, si meritò un acre rimprovero dal Giannotti.

«Uditisi altri elettori di San Mauro, e precisamente don Francesco Arcieri di Giuseppe e don Pietrantonio Del Turco, han sostenuto che la votazione non fu punto illegale come si sostiene dagli elettori di Accettura.

36 - CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL 1861

Citatisi altri testimoni del detto mandamento, e precisamente don Michele e don Francesco Paolo di Sauza, don Pietrantonio Lauria, don Leonardo Viggiaoi, don Gennaro Furioso e don Michele Scalese, i primi cinque non sono comparsi, rimettendo invece fedi di malattia, e l'ultime non ba punto giustificato la sua contumacia.

«Il sottoscritto, avendo compiuto quanto più fedelmente gli è stato possibile il riassunto della inchiesta commessagli, ha l'onore di rassegnarlo insieme cogli atti relativi e coi documenti di cui gli fu fatta comunicazione.

Questo è il rapporto del procuratore generale.

Dietro questo rapporto, ed esaminati anche tutti gli atti giustificativi, l'ufficio VII non può a meno di proporre alla Camera l'annullamento di quest'elezione.

MACCHI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Parli.

MACCHI. Io non ho argomenti per invalidare i fatti statici ora ora riferiti e risultanti dall'inchiesta; però desidererei che, prima di procedere alla votazione, il signor relatore avesse la bontà di dichiarare, per onore del vero, e per omaggio ad un egregio patriotta quale è il signor Filippo De Boni, se il candidato in questione abbia avuto o colpa o parte alcuna nei fatti stati esposti, riferibili alla sua elezione.

GALLENGA, relatore. Non risulta affatto dagli atti che il signor Filippo De Boni abbia avuta alcuna parte diretta o indiretta in questi fatti.

MACCHI. Piacemi e giova si tenga nota di questa dichiarazione fatta dall'onorevole relatore.

PRESIDENTE. Pongo dunque ai voti le conclusioni dell'ufficio VII che sono per l'annullamento dell'elezione stata fatta dal collegio di Tricarico nella persona del signor Filippo De Boni.

(La Camera delibera l'annullamento dell'elezione. )

CORSI, relatore. Ho l'onore di riferire a nome del VII ufficio intorno all'elezione del collegio di Lacedonia. Questo collegio si compone di quattro sezioni: Lacedonia, Andretta, Carbonara e Teora. Il numero degli elettori iscritti ascende in totale a 584. Nella prima votazione non si verificò la necessaria maggiorità dei voti. Ne ebbero il numero più grande il sacerdote don Antonio Miele che raccolse 80 voti e il signor Pasquale Ciccarelli che ne raccolse 70. Si procedette allo scrutinio di ballottaggio, dal quale risultò che il signor don Antonio Miele ebbe voti 136, e il signor Pasquale Ciccarelli 108. Nello scrutinio delle sezioni alla prima votazione non comparve altri che l'incaricato della sezione di Andretta; quelli di Carbonara e di Teora non mandarono rappresentanti. Ciò venne dichiarato nel processo verbale.

L'Ufficio ha ritenuto i voti delle rispettive sezioni come suindicati, ma per quella di Andretta come presentati dal primo scrutatore delegato, e gli altri delle sezioni di Carbonara e Teora pel semplice invio dei verbali, stante la difficoltà di recarsi sopra il luogo alcun membro di quegli uffici, come dalle ragioni dai medesimi allegate, e che vengono spedite col presente verbale, ecc.

Questi processi verbali non sono accompagnati da alcun documento, come si avverte nel processo verbale di scrutinio collettivo. A questa elezione prima sono seguite due proteste; una di esse è firmata da 40 elettori, un'altra è firmata da un solo elettore; quella dei 40 elettori dice cosi:

«I sottoscritti elettori del mandamento di Lacedonia espongono quanto segue: La legge esige che il deputato sia eletto dal suffragio spontaneo di tutti gli elettori

del circondario. Nel caso in esame per forza maggiore non è intervenuta la maggior parte degli elettori, poiché, tranne i quattro paesi capoluoghi dei rispettivi mandamenti, gli altri comuni, a cagione del brigantaggio, non hanno potuto intervenire.

Per l'articolo 86 della legge elettorale la proclamazione del deputato non può aver luogo se non alla presenza di tutti i presidenti delle sezioni, i quali, di conserva, debbono procedere alla ricognizione generale dei voti dell'intiero collegio. Ora nella specie i presidenti delle sezioni di Teora e di Carbonara, ben lungi dal recare personalmente i verbali della votazione, hanno inviato i medesimi per mezzo di persone ignote e senza qualità; il che importa non potersi procedere né alla ricognizione generale dei voti, né alla proclamazione del deputato.

«E chi può attestare l'autenticità dei verbali quando non sonosi recati dai rispettivi presidenti? Ed i sottoscritti hanno per vero che, dopo siffatto invio illegale di verbali, i presidenti non possono ulteriormente riunirsi.

È certo essersi nel collegio di Andretta nullamentee falsamente proceduto, perché non solo vi furono elettori estranei, ma non giunsero mai al preteso numero di cento e otto. I fratelli di Antonio Miele hanno usato ogni mezzo arbitrario per ottenere n 1 proprio paese una votazione cosi esorbitante.

Epperò i sottoscritti richieggono che di questa loro protesta l'uffizio prenda atto e l'inserisca nel verbale; che, ai sensi del riferito articolo 86, non si proceda alla proclamazione del deputato, facendo constare soltanto il modo onde sonosi inviati i verbali della votazione delle sezioni di Teora, Carbonara, ecc.

Domandano infine che l'uffizio rassegni a chi spetti per procedersi ad inchiesta legale intorno alla falsa votazione di Andretta.

Questa protesta, come io diceva, è firmata da 40 elettori ed è autenticata dal gonfaloniere locale, per la qual cosa non esiste dubbio sulla qualità d'elettori nelle persone che l'hanno presentata.

L'altra protesta dice così:

«Riscontro cosi al di lei pregevole foglio del 25 decorso agosto.

L'elezione del deputato in questo collegio non è avvenuta, perché i presidenti delle rispettive sezioni non si presentavano per la ricognizione dei voti. Non ostante l'articolo 86 della legge elettorale, si voile proclamare il ballottaggio fra Pasquale Ciccarelli ed Antonio Miele. Nella ricognizione dei voti del ballottaggio neanche i presidenti si presentarono. Un tale incidente a lei presentato ordinò novello appuntamento colla minaccia di rinviare i contumaci presidenti al potere giudiziario; niuno si presentò, meno quello di Andretta, per mezzo dello scrutatore de' più suffragi. È qui che si è formata ogni opera in questo collegio. Debbo dichiararle poi che l'elezione è stata piuttosto il grido d'una fazione che la libera espressione della volontà dei cittadini. Ella vedrà che il solo Miele raccolse tutti i suffragi del suo mandamento, e, da quel che ho saputo, illegalmente; ciò che più rileva, tutta la sezione si porta presente, nell'atto che gli elettori non si mossero dalle loro case.

Le altre sezioni poi, abbenchè deserte per la paura dei briganti, diedero i loro suffragi spontaneamente al signor Ciccarelli e pochissimi al Miele.

«Ora, essendosi fatta la prima votazione contro il disposto della legge e proclamato il ballottaggio, come poteva devenirsi alla seconda votazione persistendo la illegalità della prima? Illegalità che non potrebbe sanarsi senza nuova votazione, se non si vuol dire che la prima votazione doveva essere riconosciuta dal solo presidente

37 - TORNATA DEL 22 NOVEMBRE

della prima sezione che era presente, dovendosi ritenere come rinunzia al diritto di suffragio dei votanti che venivano rappresentati dai rispettivi presidenti non intervenuti, nel qual caso Ciccarelli sarebbe stato proclamato deputato, come quello che ottenne la maggioranza dei suffragi di questa prima sezione.»

Per completare il rapporto di questa elezione debbo dichiarare che allo scrutinio generale di ballottaggio intervennero i presidenti della sezione di Carbonara e della sezione di Andretta, ma non intervenne quello di Teora.

Il processo verbale rende ragione di questa assenza nel modo seguente: «e tutto ciò non ostante l'articolo 86 e la mancanza del presidente della sezione di Teora, perciocché da altra via constano i voti di quella sezione, come dal verbale qui presentato.

«2° perché quell'assenza è abbastanza giustificata, dovendosi transitare per boschi e luoghi contigui infestati dai briganti.

«3° Infine perché, comunque computato il risultato di quella sezione, sempre la maggioranza è pel signor Miele.»

Risulta pertanto da questi documenti che nella prima elezione mancarono due dei presidenti delle rispettive sezioni, mancò il loro legittimo rappresentante, in quanto che le carte non avvisano che nessuno fosse legalmente deputato dal presidente della sezione a portare il processo verbale al collegio centrale.

Questa circostanza ha fermata l'attenzione dell'ufficio VII, il quale ha creduto di trovare una tale irregolarità da produrre l'annullamento della elezione.

Ha considerato l'ufficio VII che, se altre volte questa Camera ha riconosciuto valido l'invio dei processi verbali, era perché vi era impedimento legittimo del presidente; ma non constando dalle carte la legittimità di quest'impedimento, non constando neppure che il processo verbale fosse veramente inviato dal presidente, l'ufficio ha creduto di chiedervi l'annullamento dell'elezione.

(L'elezione è annullata. )

SPAVENTA, relatore. A nome dell'ufficio V ho l'onore di riferire alla Camera sull'elezione del generale Giuseppe Givone, fatta dal collegio elettorale di Città Ducale.

Gli elettori iscritti sono 665; i votanti furono 245. Il generale Govone ebbe 197 voti, il signor Michele Giacchi SO; gli altri voti andarono dispersi; uno fu dichiarato nullo.

Vi fu quindi un secondo scrutinio, in cui i votanti furono 262. In questa seconda votazione il generale Govone ebbe 238 voti, il signor Michele Giacchi, che era in ballottaggio con lui, 33 voti; 1 voto nullo.

Per conseguenza il generale Govone fu proclamato deputate di quel collegio.

I verbali sono regolari in tutte le loro parti; quindi l'ufficio, per mio mezzo, propone alla Camera il convalidamento dell'elezione.

DI SAN DONATO. Domando la parola

PRESIDENTE. Ha la parola.

DI SAN DONATO. A me pare che il generale Govone da quasi un anno abbia un incarico militare negli Abruzzi, comandando colonne mobili, e con potere, sino ad un certo punto, speciale.

Ora, la legge elettorale che ci regge nettamente dichiara che sono eleggibili tutti gli uffiziali superiori di terra e di mare, ma che essi non possono punto essere eletti nei distretti elettorali ne' quali esercitano un comando; così, laddove il collegio che ha nominato il generale Govone facesse parte degli Abruzzi,

io con rincrescimento dovrei votare contro le conclusioni della Commissione, e, cosi facendo, renderei omaggio al senso chiaro e preciso della legge, nell'articolo 96.

Prego quindi l'onorevole relatore a volermi porgere su tale dubbio gli analoghi schiarimenti.

SPAVENTA, relatore. Il dubbio esposto dall'onorevole preopinante s'era pur mosso nell'ufficio di cui sono relatore, per cui esso credè spediente di scrivere al ministro della guerra per aver degli schiarimenti e sapere se il generale Govone avesse comando territoriale nella provincia d'Aquila, nella quale è compreso il collegio da cui è stato eletto, oppure se vi avesse solamente un comando transitorio, passeggero.

La risposta del ministro confermò che il generale Govone non aveva in provincia d'Aquila che un comando di truppe mobilizzate e non un comando territoriale.

Ora sorge la questione se l'articolo citato della legge elettorale, che costituisce un'eccezione contro l'eleggibilità degli uffiziali che hanno un comando superiore nella provincia in cui venissero eletti, possa riguardare ancora gli uffiziali superiori che abbiano comando di truppe mobilizzate.

L'ufficio di cui sono relatore ha creduto che il comando di truppe mobilizzate fosse cosa ben diversa dal comando territoriale, e non potesse essere contemplato dal citato articolo. Infatti comando territoriale implica autorità, giurisdizione; per conseguenza si suppone che possa creare un'azione, un'influenza, una pressione sull'animo degli elettori: al contrario il comando di truppe mobilizzate essendo di sua natura passeggero, né avendo giurisdizione, non si può supporre che per suo mezzo si possa esercitare un'influenza pericolosa, un'ingerenza illecita nell'opera degli elettori.

Dietro questa distinzione, l'ufficio, di cui sono relatore, ha creduto di dover ritenere come valida quest'elezione, non ostante che l'eletto esercitasse in quel momento un comando nella provincia d'Aquila.

PRESIDENTE. La parola è al signor Di San Donato.

DI SAN DONATO. Io speravo una risposta migliore. Mi si dice invece che lo incarico speciale dato al generale Govone riflette tutti e tre gli Abruzzi, nel territorio dei quali è compreso il collegio che lo elesse; cosi mio malgrado io debbo insistere nel rifiutare le conclusioni. L'onorevole relatore Spaventa ci disse in poche parole che il comando del generale Govone ha stanza negli Abruzzi. Ora io aggiungerò che a tale comando va unita una ingerenza grandissima in cose politiche, il comando della truppa stanziale, quello delle guardie nazionali mobilizzate, quanto insomma si usa di concedere ai commissari in tempo di guerra.

Oramai tutti sanno in quale condizione disgraziata sono ridotte le provincie del mezzogiorno, e specialmente gli Abruzzi finitimi agli Stati felicissimi del papa. Sono queste condizioni eccezionali che consigliarono il Governo a spedirvi il generale Govone; ma tutto questo porta a meglio' dichiararvi che, esercitando il predetto generale un comando militare negli Abruzzi molto più esteso di quello che ordinariamente è concesso ai comandanti di divisione territoriale, così mi è forza di pregare la Camera a voler esaminare attentamente se sia il caso di convalidarne la elezione,

PRESIDENTE. La parola è al deputato Cugia.

CUGIA. Farò osservare all'onorevole Di San Donato che il generale Govone comandava la brigata che occupava la frontiera romana da Aquila a Gaeta; ed il suo comando era semplicemente quello di truppe mobilizzate, senza avere il carattere territoriale; quando poi fu aumentata la truppa

38 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

che si trovava nelle provincie napoletane, il generale Govone abbandonò Aquila e si ridusse colla brigata alla frontiera di Gaeta.

Il comando territoriale degli Abruzzi dipende dal comandante della divisione che sta a Chieti, ed è esercitato dal generale Cadorna; esso non potrebbe essere eletto negli Abruzzi; ma sicuramente il generale Govone, senza di che due individui sarebbero esclusi per lo stesso uffizio.

DI SAN DONATO. Domando di rispondere all'onorevole Cugia.

Veggo chiaramente che l'articolo 97 è cosi concepito:

Sono eleggibili gli ufficiali superiori di terra e di mare, i quali però non possono essere eletti nei distretti elettorali su cui esercitano un comando.»

Ora io debbo ripetere: il generale Govone esercitava o no un comando militare nel collegio elettorale che l'ha scelto nel momento della sua elezione?

Il Ministero ne conviene; giudichi la Camera dell'eleggibilità di questo candidato, dopo le comunicazioni fatte dal relatore Spaventa.

PRESIDENTE. Metto ai voti le conclusioni dell'ufficio per la convalidazione della nomina fatta dal collegio elettorale di Cittaducale nella persona del generale Giuseppe Govone.

(La Camera approva. )

AGUDIO, relatore. Ho l'onore di riferire alla Camera sull'elezione del collegio di Pallanza.

Questo collegio è composto di cinque sezioni: Pallanza, Intra, Lesa, Omegna, Cannobio; il numero degli elettori iscritti è di 1177; 410 furono gli intervenuti.

Il signor marchese Nicolò Rapallo ebbe 596 voti; 15 voti andarono dispersi; uno fu dichiarato nullo.

Il collegio elettorale proclamò il signor marchese Rapallo qual deputato.

Io, per mandato dell'uffizio, invito la Camera a convalidare l'elezione del marchese Nicolò Rapallo a deputato del collegio di Pallanza.

(È approvata. )

PRESENTAZIONE DI UN DISEGNO DI LEGGE PER L'APPROVAZIONE

DI UN REGOLAMENTO DOGANALE.

Bastogi, ministro per le finanze. Ho l'onore di presentare alla Camera, perché sia convertito in legge, un regolamento generale per le dogane del regno, già pubblicato con decreto reale del 39 agosto p. p. (V. voi. Documenti. )

PRESIDENTE. La Camera dà atto al signor ministro della presentazione di questo progetto.

RICCIARDI. Vorrei fare una domanda all'onorevole ministro delle finanze a proposito dei progetti presentati.

Non posso che lodare la sua attività ed il suo zelo nel proporre progetti di legge che non possono se non ridondare a benefizio delle finanze. Solo finora non si è parlato punto dei bilanci.

Esamineremo finalmente questi bilanci, oppure il Ministero farà quello che ha già fatto altre due volte in quest'anno, cioè ci chiamerà, negli ultimi giorni della Sessione, a votare una nuova autorizzazione di percepire le imposte per tre o sei mesi? Desidererei che il signor ministro delle finanze rispondesse a questa domanda.

BASTOGI, ministro per le finanze. Sullo scorcio dell'ultima riunione del Parlamento il presidente del Consiglio dei ministri annunziò come il Ministero

avrebbe con ogni studio cercato modo di presentare prima della fine dell'anno al Parlamento il bilancio preventivo peli 862. Se il sistema di contabilità che ebbi ieri l'onore di presentare fosse già stato

introdotto in tutto il regno, io posso asserire che il bilancio preventivo generale della finanza sarebbe fra giorni sottoposto all'approvazione del Parlamento. Ma i varii metodi che si seguivano nelle diverse parti del regno hanno impedito a varie amministrazioni speciali di mandare in tempo opportuno il loro bilancio e tutti i documenti relativi al medesimo. Posso dire che solo ieri e ieri l'altro da alcune parti d'Italia, e non prima di quindici giorni fa da altre, sono venuti i bilanci.

Dichiaro che il Ministero si adopera colla massima alacrità per vedere se può far pago il desiderio del Parlamento; ma io non posso fare che i giorni anziché di ih siano di 48 ore, io non posso raddoppiare le forze degl'impiegati del Ministero, dei quali io non posso che pronunziare parole infinite di lode per l'alacrità colla quale disimpegnano le incombenze loro affidate. Spero però che prima della chiusura di questa Sessione, se non sopravvengono ostacoli, potrà probabilmente essere presentato questo bilancio generale preventivo pel 1862. Ripeto che tutto quello che poteva dipendere e dal ministro della finanza e da' miei onorevoli colleghi è stato adoperato per soddisfare a questo desiderio.

Viste queste difficoltà, il ministro della finanza si è occupato con molta diligenza per presentare, come ha fatto fin da ieri, un sistema generale di contabilità, affinché l'inconveniente al quale siamo andati incontro quest'anno non si rinnovi nel prossimo.

Questo è tutto quello che il dovere mi persuadeva di fare per mettere sulla via regolare l'amministrazione del regno.

PRESIDENTE. Il signor ministro delle finanze vuole parlare sul merito della legge?...

BASTOGI, ministro per le finanze. Parlerò a suo tempo.

SEGUITO DELLA DISCUSSIONE E ADOZIONE DEE DISEGNO DI LEGGE

PER ALIENAZIONE DI BENI DEMANIALI.

PRESIDENTE. Non essendovi altri relatori che abbiano a riferire sopra elezioni, passeremo all'ordine del giorno, che porta il seguito della discussione sul disegno di legge per l'alienazione di beni demaniali.

È ancora aperta la discussione generale.

La parola spetterebbe al deputato Mancini, ma non essendo presente, do facoltà di parlare al deputato Leardi.

LEARDI. Io sono lieto che la discussione di questo schema di legge abbia preso uno sviluppo proporzionato alla sua alta importanza per tre vaste provincie e per tutto lo Stato, e credo assai bene speso il tempo impiegato a dichiararne i priocipii ed a calcolarne le conseguenze.

Ciò premesso, io non mi arresterò a combattere gli argomenti addotti contro l'equità del disegno di legge dagli onorevoli Grandi, Piroli e Tonello. Le ragioni che essi, collo scopo lodevole di difendere diritti locali, hanno addotte, furono confutate abbastanza dagli argomenti degli onorevoli deputati Pepoli e De Blasiis; soltanto li pregherò di pensare alle conseguenze della loro opposizione. Quando i principii da essi stabiliti di riserve di diritti, di separazione d'interessi demaniali o provinciali, fossero dal Parlamento accettati, io non esito a dire che infinite altre pretese di questo genere si eleverebbero dalle varie parti d'Italia, e che il credito dello Stato, unica ancora di nostra salute, ne sarebbe scosso; come non esito a dire che le provincie stesse,


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39 - TORNATA DEL 22 NOVEMBRE

che prime avrebbero dato l'esempio di richiedere una parte così sottile e speculativa della fortuna dello stato, ci perderebbero assai più nella perdita comune, che non ci avrebbero guadagnato facendo nel bilancio comune parte da sé stessi.

Se queste dottrine, se queste consuetudini prevalessero in Italia, noi imiteremmo, pur troppo, quegli sciaurati fratelli che ruppero in brani non so quale fino lavoro di scultura per ripartirlo egualmente; colla differenza che, in cosi fare, essi sciuparono un lavoro di un solo artefice, mentre noi sciuperemmo il lavoro sublime di un popolo, l'unità e la grandezza della patria.

Con tutto ciò io non mi dichiaro pienamente soddisfatto dell'operato del Ministero intorno a questa gravissima materia dell'alienazione dei beni demaniali.

Egli, nella sua relazione, ci dice che ha inteso giovare all'agricoltura, giovando in pari tempo alla finanza. Io credo che l'utile dell'una e dell'altra, quando s'intenda sopra una larga scala, è assai problematico.

Approvo e lodo che si alienino i beni demaniali; ma dico in pari tempo che l'alienazione dei beni dello Stato, i prestiti e le nuove imposte stesse sono un palliativo e non un rimedio ai mali della finanza, se contemporaneamente non si provvede ad accrescere la pubblica ricchezza.

Ed io non veggo che il Governo si sia finora molto inoltrato in questa via e che ne abbia ottenuti considerevoli effetti.

Voi alienate i beni demaniali, diminuite il capitale dello Stato, per gittarne il prodotto nella voragine del deficit. Anche i ministri austriaci hanno fatto cosi, e tuttavia la bancarotta batte alla porta dei loro gabinetti.

Quando distruggete la vostra casa, perché logora e vecchia, dovete pensare a gettare le fondamenta di una nuova. Voi distruggete un capitale che frutta poco (ed in ciò sono d'accordo), ma voi dovete nello stesso tempo crearne dei nuovi, lo non m'accorgo che ciò siasi fatto sin ora. I beni demaniali, venduti all'asta pubblica bene o male, cadranno in potere di ricchi signori, . che li maltratteranno per mezzo dei loro agenti; o di piccoli proprietari, che saranno in parte schiacciati dall'inesorabile peso del pagamento dei quinti, dei decimi e che so io. Io vi domando come avrete con ciò giovato all'agricoltura, come avrete giovato al credito dello Stato l Voi avrete giovato al credito ed all'agricoltura se venderete questi beni con norme e misure tali che siano un incentivo al lavoro ed all'economia, senza pericolo di rovina per il troppo incauto od ingordo compratore. Voi gioverete all'agricoltura conservando allo Stato una parte di questi immobili, destinandoli ad essere istituiti a foggia di poderi modelli. Ed in ciò sperodi avere consenzienti gli onorevoli deputati che hanno combattuto questa legge, perché almeno in questo modo, qualora qualcuno di questi stabili sia destinato ad uso di podere modello, avranno un compenso i loro pretesi diritti o diritti effettivi, che si vogliano chiamare; che non mi credo competente a decidere la questione. Voi gioverete all'agricoltura facendo contribuire una parte dei capitali che ricaverete dalla vendita delle proprietà agrarie dello Stato in favore di una banca agraria istituita dallo Stato ed indipendente dal medesimo.

Dopo ciò, se non ho abusato di troppo della sofferenza della Camera, rivolgerei ancora poche parole agli uomini che hanno in mano il freno delle cose d'Italia, ed avrò terminato. Permettete, signori ministri, che per un istante la mia voce vi raccomandi le sorti della patria agricoltura; questa voce, quantunque debole ed ignorata, è tuttavia in questo momento un interprete fedele d'immensi interessi e di milioni d'individui.

So che in questo nobile recinto non furono sin qui troppo soventi agitate siffatte questioni; so che il Ministero che risiede nella capitale, centro piuttosto degli interessi commerciali che degl'interessi agricoli, rimane pur troppo distolto dal rivolgere le sue cure ad una classe di persone che per lo più lavora, si sacrifica e tace.

Prego il signor ministro d'agricoltura d'un momento d'attenzione. Signori, provatevi a pensare seriamente all'agricoltura, e vedrete che altri pure ci penserà: e se talvolta la voce del patriottismo non arriva sino agli orecchi degli uomini dell'alta finanza e della borsa, ci arriverà certamente la voce che annunzierà che le immense risorse del suolo italiano incominciano a svilupparsi, e questa voce andrà per l'Europa, e il nostro credito cosi angustiato, cosi depresso, uscirà dal suo letto di Procuste e si collocherà certamente fra i più rispettati del mondo commerciale. L'agricoltura non vi chiede molto, e per quel poco che vi chiede, vi compenserà durante questa stessa generazione con molti milioni che saran tolti all'usura e che risparmierete nella diminuzione dell'interesse delle cedole dello Stato. Ma ben più vi darà per la moralità, per la difesa, per la gloria della nazione; essa vi darà miriadi di soldati dotati di robustezza fisica, di docilità, d'abnegazione; e allora potrete veramente dire d'avere denaro sufficiente e ottimi soldati; allora potrà l'Italia presentare alle nazioni sorelle, secondo che i precetti dell'onestà politica o della legittima difesa lo richiederanno, l'ulivo della pace, o l'intimazione di guerra. Quel giorno l'Italia occuperà il posto che le compete fra le genti latine, perché all'ardente patriottismo de' suoi uomini di Stato, all'eroismo de'suoi uomini di guerra avrà congiunto l'onestà, la laboriosità, l'intelligenza, l'agiatezza di coloro che col loro sudore fecondano il sacro suolo della patria.

In quel giorno, signori, in quel giorno soltanto, lo dico colla più profonda convinzione, l'Europa potrà aver pace, libertà, felicità.

DE CESARE. Gli onorevoli deputati Leardi, Grandi, Piroli e Tonello, osteggiando il progetto del Governo, hanno riassunto i loro argomenti in due questioni: una principale e un'altra speciale per le provincie parmensi, modenesi e piacentine.

Innanzi tutto giova osservare che queste questioni si risolvono: 1° nel preferire l'enfiteusi alla vendita dei beni demaniali; nel volere che questa vendita sia fatta a benefizio delle provincie a cui appartengono i beni, anziché dello Stato.

Giova osservare che oramai è un dogma economico e di buona finanza, che uno Stato non debba possedere proprietà particolari, e che la ricchezza dello Stato non è che il risultamento della ricchezza dei cittadini.

Immensa utilità uno Stato può trarre dalla vendita dei beni demaniali e dallo sgravarsi dell'amministrazione dei medesimi; in quella guisa che immensi sono i benefizi che possono scaturire per un popolo industrioso, allorché la proprietà fondiale è liberata dai vincoli che la inceppano, ed è distribuita nel maggior numero secondo le regole del diritto e della giustizia.

Ora, in che guisa possiamo noi conseguire questi benefizi coll'enfiteusi? L'enfiteusi divide la proprietà in due domini, in dominio utile ed in dominio diretto: lo Stato, nella qualità di dominio diretto, è obbligato ad amministrare, a sorvegliare le proprietà censite, ad osservare in che modo si debbano, e quando ed in che guisa pagare i laudemii; bisogna che osservi i diritti provenienti dalle devoluzioni; quindi avrà necessità di speciali amministrazioni, di agenti salariati, ed allora il bilancio passivo dello Stato, invece di decrescere, aumenterà senza dubbio.

40 - CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL 1861

Oltre a ciò, in che guisa potremo noi produrre una trasformazione dell'agricoltura italiana, se non collo svincolare la proprietà da tanti ceppi che oggi la rendono stazionaria e inaccessibile alle piccole fortune? Coll'enfiteusi noi non otterremo giammai questo scopo; e giova osservare che, se porremo questo precedente, noi troveremo un grave ostacolo in una vasta impresa economica che dobbiamo compiere e consiste nell'affrancamento dei canoni del Tavoliere di Puglia, il quale è basato precisamente sull'enfiteusi. Oltre a ciò vi sono tanti altri beni e in Sicilia, e nelle provincie napolitane, e altrove, i quali hanno bisogno di essere eziandio svincolati. Se noi porremo adunque un precedente di simil fatta; se ci appiglieremo liberamente all'enfiteusi, non potremo più né liberare il Tavoliere di Puglia, né aprire le vaste sorgenti di ricchezza che vi sono, le quali si distendono non solo alle tre provincie di Puglia, ma a sette provincie dell'antico regno di Napoli, cioè alle tre Puglie, alla Basilicata, ai tre Abruzzi ed al contado di Molise; sin là si estende il Tavoliere di Puglia.

L'enfiteusi fu un contratto che surse in tempi di barbarie e di servitù, e nacque per poter in qualche mode giovare alla cultura di estensioni immense di terreni deserti; oggi, in tempi liberi e civili, il contratto dell'enfiteusi è per lo meno un anacronismo che bisogna bandire.

LEARDI. Domando la parola.

DE CESARE. Tutto ciò in quanto alla questione principale.

Segue la questione speciale per le provincie parmensi, modenesi e piacentine, quella cioè di voler che in luogo di vendere le proprietà demaniali nell'interesse dello Stato si debbano vendere nell'interesse delle provincie; e si ricorre a certi decreti del 1848, dai quali sono derivali i pretesi diritti in discorso. In fatto di decreti e di diritti sulle proprietà demaniali nelle provincie napolitane e siciliane ce ne ha moltissime e che rivengono dai Normanni, dagli Svevi, dagli Angioini, dagli Aragonesi, dai viceré e da tutta la caterva delle orde straniere scatenale sull'Italia e a danno di essa nei secoli passali.

Allora le popolazioni del Napoletano potranno dire: se dunque avete accordato un privilegio alle provincie parmensi, modenesi e piacentine, l'accorderete anche a noi. E chi vorrà infatti negarlo in questo caso? I privilegi sono sempre odiosi, ed io spero che la Camera ripudierà anche questo.

In quanto all'agricoltura e ai poderi modelli, di cui ho inteso testé parlare, dirò che l'Italia ha tanta estensione di beni demaniali che, se volessimo tutti trasformarli in poderi modelli, mancherebbero a ciò le braccia, gli animali e tutto.

I beni demaniali debbono servire al Governo italiano per creare, per cingersi di nuovi interessi, e questi interessi possono risaltare dal controbilanciare le piccole fortune, i piccoli interessi, i piccoli proprietari, la piccola con la grande agricoltura, con la grande proprietà, coi grandi proprietari. E sta qui il segreto di pacificare le provincie napolitane; perciocché quando i beni demaniali saranno venduti, quando il Tavoliere di Puglia sarà francato, quando il demanio che oggi si sta operosamente dividendo andrà nelle mani dei poveri agricoltori, ovvero degli impossidenti, io ritengo che allora il brigantaggio sarà spento interamente come parte indigena. Come parte esotica bisogna

PRESIDENTE. Pregherei l'onorevole oratore di fermarsi piuttosto sul merito della questione, senza estendersi di troppo: ora si tratta soltanto di una vendita parziale di alcuni beni demaniali.

DE CESARE. Mi pareva appunto di essere nella questione, esponendo i vantaggi che da questa disposizione possono derivare a quelle popolazioni.

PRESIDENTE. Forse il terreno, su cui ella portava la discussione, può deviare l'attenzione della Camera dall'oggetto speciale della legge.

De Cesare. Mi atterrò dunque strettamente a questo; e poiché, delle due questioni proposte, credo di aver esaurito tanto la prima, relativa all'enfiteusi, alla quale mi oppongo, quanto la seconda, relativa al privilegio speciale delle provincie modenese, parmense e parmigiana, io conchiudo col dichiarare che voto per la legge del Governo, perché la trovo assennatamente fatta, tanto più che la considero come un principio della vendita di tutti gli altri beni demaniali che si trovano sul suolo italiano.

PRESIDENTE. La parola è all'onorevole Maresca.

MARESCA. Io insisto perché si accetti la proposta del signor Leardi, e si faccia l'alienazione dei beni demaniali per mezzo di enfiteusi. Aggiungo che tal legge debba estendersi anche alle altre provincie italiane, dappoiché con tale provvedimento si potrebbe in parte trovare rimedio al pauperismo di molte famiglie che per rovesci politici si trovano tuttora prive di mezzi di sussistenza, e si toglierebbe il danno che viene allo Stato dalla vendita di tali beni in circostanze sfavorevoli, sia per il credito pubblico, sia per la diffidenza, in coi sono ancora non pochi timorosi d'Italia.

Proporrei quindi alla Camera il seguente ordine del giorno:

«L'alienazione dei beni demaniali sarà fatta per enfiteusi in tutte lo provincie del regno italico, avuto riguardo alle persone che hanno reso servigi alla patria. (Segni di dissenso)

PRESIDENTE. Domando se quest'ordine del giorno è appoggiato.

(Non è appoggiato. )

BATTAGLIA. Domando la parola.

PRESIDENTE. Parlerà dopo, ora ha domandalo la parola il ministro delle finanze.

BASTOGI, ministro per le finanze. La legge, della quale oggi s'intrattiene il Parlamento, riguarda la vendita dei beni demaniali. Su questa legge già, se non erro, è stato discusso lungamente.

Alcuni mi sembra che abbiano creduto che il Governo intenda oggi di vendere dei beni demaniali di Parma, delle Romagne o d'altre provincie; il Governo non ha avuto mai questa intenzione, né la poteva avere. Il Governo ha proposto di vendere dei beni demaniali del regno d'Italia, e come oggi ha proposto di vendere questi beni, un altro giorno proporrà alla Camera di vendere beni di altre provincie, beni cioè del demanio italiano; né vi poteva essere che un solo demanio, una volta che è costituita una l'Italia.

Se oggi sopra alcuni di questi beni vi sono degli oneri reali, credo, quantunque io non sia giureconsulto, che l'onere segue il fondo; cosicché, se questi diritti vi sono, questi diritti saranno rispettati. Se pei vi sono delle assegnazioni speciali su questi fondi, una buona amministrazione non può più ammetterle.

Oggi dunque io domando che si vendano intanto questi beni demaniali del regno d'Italia, non esistendo più beni demaniali speciali.

Intorno poi al modo di venderli, io dichiaro che, . vista la situazione generale d'Italia, cioè le diverse condizioni o, per dir meglio, i differenti gradi di ricchezza, la maggiore o minor copia di capitali che riscontrasi nelle urie parti che oggi compongono il nuovo regno, il ministro delle finanze si occupa già da qualche tempo, col ministro dell'agricoltura e commercio, per vedere se vi siano altri modi migliori da usarsi nell'alienazione di questi beni, che non sia la pura e semplice vendita.

41 - TORNATA DEL 22 NOVEMBRE

Quindi nuovamente io propongo alta Camera di dare un voto favorevole a questa legge.

PRESIDENTE. La parola è al deputato Battaglia.

BATTAGLIA. Il contralto enfiteutico, accompagnato dal patto della reluibilità, e sciolto dai diritti dominicali di preferenza, non inceppa per nulla la proprietà.

Il laudemio è un patto addietto, non un patto legittimo dell'enfiteusi, e però può non convenirsi.

Cosi avremo tutto il benefizio dell'enfiteusi, di cui i preopinanti hanno largamente parlalo; cosi la proprietà sarà divisa fra gente povera, che non ba mezzi per comprare, ma mezzi per migliorare; così le popolazioni saranno felici e fortunate di trovarsi nella posizione di avere una proprietà che non hanno avuta mai, e che hanno guardala nelle mani dei ricchi.

Tutti gli altri palli del contratto enfiteutico non servirebbero alla facile consecuzione del canone in favore del direttario.

Quindi io prego la Camera ed insisto perché si accetti l'ordine del giorno già dianzi proposto.

PRESIDENTE. Non c'è ordine del giorno in questo senso, perché quello stato testé presentato dal deputato Maresca non fu appoggiato dalla Camera, forse perché non era semplicemente diretto ad introdurre l'enfiteusi, ma era ancora accompagnato da altre condizioni che non hanno trovato appoggio in quest'Assemblea. Quindi, di ordini del giorno non ve n'ha alcuno, e non rimane perciò che a passare alla discussione degli articoli.

Darò pertanto lettura dell'art. t°del progetto di legge...

TORRIGIANI, relatore. Ma al banco della Commissione era pervenuto un ordine del giorno firmato dai signori deputati Allievi e Colombani, e la Commissione, per quanto mi consta, . non vi era contraria.

PRESIDENTE. Il deputato Colombani, nel mandare quest'ordine del giorno, ha però dichiarato che non intendeva di proporlo, salvochè nel caso che se ne fosse presentato qualche altro nel senso di valersi dell'enfiteusi.

Ora, siccome ciò non avvenne, io, a tenore della dichiarazione fatta da chi sottoscrisse quel primo ordine del giorno, non posso più tenerne conto e metterlo ai voli.

TORRIGIANI, relatore. Il deputato Allievi, che aveva pure presentato questo stesso ordine del giorno al banco della Commissione, non ba fatto questa riserva.

COLOMBANI. In effetto, io ho presentato quell'ordine del giorno dicendo che il mio solo scopo era quelle di troncare una quistione inutile nel caso che la si fosse ripresentata. In caso contrario, io pregava il presidente di cancellare il mio nome da quella proposta. Vi resta però il nome del deputato Allievi, il quale dirà se intenda proporre quell'ordine del giorno in nome proprio.

LEARDI. Domando la parola per un fallo personale.

PRESIDENTE. Qui non mi pare che vi sia luogo a fatto personale di sorta.

LEARDI. Domandai la parola non già per quello che abbia detto testé il preopinante, ma per cosa avvenuta prima nel corso della discussione. Non sarà che una breve dichiarazione. La Camera sa che non soglio abusare della sua pazienza.

PRESIDENTE. Faccia presto.

LEARDI. Ubbidirò il signor Presidente.

Dichiaro adunque che io non bo combattuto la legge, come ha detto uno fra gli onorevoli preopinanti, né ho proposto alcun ordine del giorno. Io ho bensì parlato di enfiteusi, ma non nel senso che i legali attribuiscono a questa parola; ma piuttosto ad un modo di vendila sui generis, col quale si possa ottenere che, o coll'interesse del capitale, come si usa nel credito agrario, si ammortizzi il capitale stesso, o si ponga l'enfiteuta in una specie di economica necessità di redimersi dal canone pattuito.

PRESIDENTE. Il deputato Allievi insiste perché si metta ai voti la risoluzione da lui proposta?. Foci. Non è presente.

PRESIDENTE. Allora porrò ai voti l'articolo 4, poiché questa risoluzione può venire dopo la legge, anzi è più regolare metterla in deliberazione in fine, perché parla di un'approvazione la quale ora non è ancora data dalla Camera.

«Art. 1. Il Governo del Re è autorizzato ad alienare i beni demaniali descritti nella tabella annessa alla presente legge, e vidimata dal ministro delle finanze.»

(La Camera Approva. )

«Art. 2. L'alienazione si farà col mezzo dell'asta pubblica nel prezzo che verrà determinato dal ministro delle finanze, previa perizia descrittiva e stimativa di ciascuna proprietà, senza riguardo al valore attribuito nella tabella suindicata.

Tuttavia i beni, il cui valore di perizia non ecceda le lire quattromila, potranno essere alienali per licitazioni private, da esperimentarsi ne' luoghi ove que' beni si trovano, di conformità al disposto dell'articolo 24 della legge 15 novembre 1859, numero 5767, e nelle forme prescritte agli articoli 120 e 155 del successivo regolamento approvato con regio decreto 7 novembre 1860.

Il Governo e pure autorizzalo a vendere per trattativa privata gli stabili che figurano ai numeri 355, 554, 555, e gli altri ai numeri 506, 507 e 526.»

PANATTONI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare.

PANATTONI. Il presente disegno di legge dichiara che i beni saranno venduti all'asta; io prego l'onorevole ministro delle finanze di voler dichiarare se è nella sua intenzione che quest'asta si eserciti in guisa che i beni siano divisi nel maggior modo possibile, acciocché si facilitino i mezzi di acquisto e la proprietà si ripartisca.

Io domando altresì se sarebbe nelle sue intenzioni di agevolare l'operato medesimo anche con un altro espediente, quello cioè di lasciare per un breve tempo, tempo compatibile col bisogno delle finanze, il prezto in mano dei compralori; il quale espediente inteso, come. io diceva, colle esigenze delle finanze, non toglierà nemmeno il beneficio di esigere più presto i capitali, agevolerà il pagamento ai compratori e quindi moltiplicherà le offerte. E, siccome si formeranno tante partite di credito fruttifero che si potranno vendere a piacere, nutro fiducia che l'onorevole ministro per la finanza troverà largo modo di alienarle, avvegnaché nulla sia più sicuro che un credilo fondalo sulla proprietà fondiaria.

BASTOGI, ministro per le finanze. L'osservazione stata fatta dall'onorevole Panattoni intorno alla ripartizione o divisione delle terre demaniali da alienare deriva forse da che egli non ha preso in esame le tabelle che furono già pubblicale, e dalle quali si rileva come la divisione di queste terre sia fatta in modo che l'uomo fornito anche di scarsi capitali ci possa concorrere; cosicché credo che le tabelle rispondano meglio che io non potrei con parole ai desiderii dell'onorevole Panattoni.

42 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

In quanto poi al modo di vendere detti beni, mi permetta l'onorevole preopinante che io ripeta quanto dissi pur dianzi, vale a dire che il ministro delle finanze si occupa col suo collega il ministro del commercio di vedere quali nelle condizioni presenti d'Italia sarebbero i modi più opportuni perché si facilitino queste vendite e vi concorra il maggior numero di compratori. Ma fino a che questi studi non sieno stati falli, le vendite debbono seguire nei modi prescritti dalle leggi vigenti.

PRESIDENTE. Pongo dunque ai voti l'articolo 2 testé letto.

(La Camera approva. )

«Art. 5. Per l'alienazione autorizzata dall'articolo 1 e per gli effetti tutti della presente legge è derogato alla facoltà del riscatto che, giusta le vigenti leggi, può competere al demanio.» (La Camera approva. )

«Art. 4. L'approvazione dei contraili avrà luogo col mezzo di decreti del ministro delle finanze, previo il parere del Consiglio di Stato, (La Camera approva. )

Art. 5. Quanto alla suddivisione degli stabili in più lotti, alle epoche del pagamento ed alle condizioni della vendita, il ministro delle finanze è autorizzato a stabilire quelle prescrizioni che riconoscerà più opportune nell'interesse delle finanze ed in quello della pubblica economia.

A quest'articolo ed al sesto il deputato Salvagnoli propone i seguenti emendamenti:

«Art. 5. La vendita dei beni demaniali, singolarmente dei terreni, si farà dividendoli in piccoli lotti, regolando l'estensione di questi secondo le consuetudini agrarie della parte della provincia ove si trovano i beni da vendere.

«Art. 6. Il compratore avrà facoltà di ritenere per anni trenta in mano la totalità o parte del prezzo, pagando su questo alla cassa del demanio il frutto annuo del cinque per cento.»

Se il deputato Salvagnoli intende svolgere la sua proposta ha facoltà di parlare.

SALVAGNOLI. La vendita dei beni demaniali ha sicuramente per oggetto di aumentare la ricchezza e la prosperità italiana; però sembra a me che, se la vendita è fatta a grandi lotti e coll'obbligo nel compratore di pagarne immediatamente il valore a contanti, non si raggiungono questi intenti. Se vendiamo delle grandi proprietà le quali debbano subito essere pagate a contanti, noi non potremo trovare dei compratori che nei grandi capitalisti.

Ora, i capitalisti hanno il mezzo d'impiegare i loro capitali a fruito altissimo nelle azioni delle società delle strade ferrate o nelle rendite dello Stato; quindi, se si decidono ad impiegare i loro capitali in terre, lo faranno comprandole a tenue prezzo, poiché non vogliono impiegarvi la loro opera industriale e intendono ritrarne gran frutto senza molta cura, e si svilirà anco la proprietà privata. Pare quindi a me che questi danni si eviterebbero quando la vendita si effettuasse dividendo il più possibile i terreni secondochè consentono gli usi agrari delle varie Provincie: ad esempio nel Parmigiano si dovrebbe limitare, secondo gli usi locali, l'estensione dei tenimenti il più possibile, perché bastanti per esercitarvi l'industria della fabbricazione del formaggio e del butirro. La facoltà di poter tenere il prezzo in mano permetterà che le proprietà si possano dividere il più possibile, divenendo proprietari tutti quei cittadini i quali non possiedono grandi capitali, eppure desiderano di esercitare l'industria loro nell'agricoltura. Questo è il concetto del mio emendamento. Né credo possa venir danno allo Stato, se questo, vendendo, non ritira immediatamente il danaro; in fin dei conti tornerà allo stesso se ritira il frutto di quello, e noi intanto stabiliremo

un principio che formerà la vera prosperità d'Italia, dando il mezzo ai piccoli capitalisti ed agl'industriali di divenir proprietari e di aumentare la pubblica ricchezza.

PRESIDENTE. Domando se l'emendamento del deputato Salvagnoli è appoggiato.

(È appoggiato. )

BASTOGI, ministro per le finanze. L'onorevole deputato Salvagnoli propose col suo emendamento che i beni demaniali sieno divisi in modo che vi possano concorrere molti individui, e sempre in proporzione degli usi, delle abitudini e della ricchezza speciale d'una provincia.

Ora debbo ripetere che a quest'emendamento risponde la pubblicazione delle tabelle, poiché, se l'onorevole Salvagnoli come l'onorevole Panattoni avessero esaminato le tabelle, avrebbero veduto come queste proprietà sieno ridotte in piccole porzioni. Ve ne sono, è vero, alcune le quali sono di qualche importanza e rappresentano un capitale rilevante; ma occorre sapere che queste terre non erano divisibili senza diminuirne il valore; ma però dove è stato possibile spartire le terre, perché molti potessero concorrere all'acquisto delle medesime, questo si è fatto sempre.

Infatti il ministro delle finanze non si è contentato di procedere con un concetto astratto, ma ha interrogalo gli uomini più pratici e più competenti delle varie provincie dove sono i beni demaniali dei quali vi si propone la vendita, per sapere se le ripartizioni corrispondano presuntivamente ai capitali e alle altre condizioni economiche dei paesi dove quelle terre si trovano.

In quanto al modo di vendere, non posso accettare l'emendamento dell'onorevole Salvagnoli, perché, se lo accettassi, risolverci quel problema che ho già accennato alla Camera formare subbietto di studio al Ministero delle finanze ed a quello d'agricoltura e commercio.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il deputato Ciccone.

CICCONE. L'alienazione di beni demaniali si può considerare come un provvedimento fiscale per una parte, e come un provvedimento economico per un'altra. Come provvedimento fiscale dovrebbe tendere a far entrare nelle casse del tesoro la massima quantità possibile di denaro; come provvedimento economico dovrebbe essere condotto in guisa che aumentasse, per quanto possibile, la ricchezza nazionale.

Ora, il conseguimento di questo doppio scopo dipende esclusivamente dal modo che si adopera nella alienazione dei beni demaniali.

I beni demaniali si possono alienare in due modi: o colla vendita assoluta, o colla vendita sotto certe condizioni.

Bisogna vedere quali sono i vantaggi ed i danni che si hanno dalla vendita assoluta, quali i vantaggi e i danni che provengono dalla vendita sotto certe condizioni.

II primo vantaggio che si ha dalla vendita assoluta è quello che si fa entrare nelle casse del tesoro tutto il capitale del valore dei beni che si mettono in vendita.

Il secondo vantaggio è che il Governo si sgrava di tutti gli imbarazzi dell'amministrazione.

Ma accanto a questi vantaggi ci sono anche i danni.

Un primo danno è che si viola quella legge di economia, cioè di accrescere il numero dei concorrenti, allorquando si pongano in vendita dei beni.

Il numero de' concorrenti è sempre proporzionato alle facoltà de' compratori.

Ora, quando voi mettete in vendita una grandissima quantità di beni, il numero di quelli che possono giungere a comprare questi beni è sempre minore di quello che si

43 - TORNATA DEL 22 NOVEMBRE

potrebbe avere allorquando si facesse in guisa la vendita che il compratore non fosse obbligato a pagare ad un tratto tutto il prezzo del fondo alienato.

Dunque si verrebbe a questo modo a far entrare nelle casse del tesoro una quantità molto minore di danaro di quello che entrerebbe allorquando si vendessero i beni nazionali sotto certe condizioni.

Questo è ano degli svantaggi. Ma ce ne ha un altro, ed è quello precisamente di aumentare il numero delle grandi proprietà.

Ora l'avvenire della libertà non dipende né dalle piccole, né dalle grandi proprietà; ma dipende dalle proprietà mezzane. I grandi proprietari sogliono tendere un poco verso il dispotismo, ed i molti piccoli proprietari per contro piegano verso l'anarchia; 1 veri conservatori sono i proprietari mezzani. Ora, per quanto vuol essere sminuzzata una proprietà, quando tutta l'estensione della proprietà che si mette in vendita è la stessa, non produce nessun effetto sul numero dei concorrenti, perché, sia che io debba comprare cento in un sol prezzo, sia che debba comprare tante volte uno che formino cento, io sono nella stessa condizione; oche 100 ettari di terra si mettano in vendita in 100 pezzi, o che si mettano tutti 100 in un sol pezzo, sempre ci vuole la stessa quantità di danaro per comprarli. Quando si tratta semplicemente di poca estensione di terra demaniale da vendere, allora la distribuzione in piccoli pezzi potrebbe facilitare in certa guisa la vendita; ma quando si tratta di una grande estensione di beni demaniali, l'inconveniente rimane sempre lo stesso.

Se si vuol esaminare quali sieno gli svantaggi che si hanno dalla vendita a certe condizioni determinate, si troverà che si ha lo svantaggio di far rientrare solamente un frutto, una rendita dei beni demaniali, e non di far rientrare il capitale. Ma qui ci si può riparare, perché supponiamo, per esempio, che il Governo abbia venduto un fondo, ed abbia fatto in guisa che la proprietà, come accade nei livelli, nelle enfiteusi, sia divisa tra il domino utile ed il domino diretto, il Governo rimane domino diretto, l'altro è il domino utile: non può il Governo vendere il suo dominio diretto? In questo modo, invece di mettere di un tratto all'incanto la proprietà, potrebbe venderla separatamente. In questo modo si avrebbe il vantaggio di ammettere alla concorrenza anche quelli che non hanno il denaro per pagare il prezzo del fondo.

E questa è una condizione importantissima, giacché, quando realmente si vuole fare il vantaggio dell'agricoltura, non bisogna vendere il fondo a chi ha il danaro, bisogna venderlo a chi ha le braccia e che sa coltivarlo. Voi trovate moltissimi coloni i quali non hanno capitali per comperare un fondo, ma hanno un capitale circolante, un capitale sufficiente per poter coltivarlo. AI colono importa poco di dover pagare l'affitto al padrone oil censo al Governo; ma quando egli ha il vantaggio di potersi assicurare la proprietà utile del fondo colle sue fatiche, colla sua industria, col suo ingegno; quando sa di poter avere il modo di cavare dalla terra un frutto maggiore di quello che deve pagare al padrone, allora, anno per anno, mese per mese, se occorre, è nella circostanza di poter affrancare quelle terre, che difficilmente potrebbe, quando invece fosse assolutamente in mano di un ricco proprietario.

E qui, intorno all'idea presentata dall'onorevole Leardi relativamente a qualche fondo che potrebbe essere convertito in podere modello, dirò che ci sono tanti fondi da vendere che importa poco che ne resti qualcuno per ogni provincia da convertirsi in podere modello; che ad ogni modo ciò sarebbe sempre lasciato alla discrezione del Governo. Ma, quanto all'utilità che si può ricavare dalla vendita dei beni demaniali,

io credo che, se si vende sotto certe condizioni, si avrà forse il doppio di quello che se ne otterrebbe laddove si vendesse in modo assoluto; onde, a mio avviso, si deve portar attenzione principalmente a quelle osservazioni che intesi fare dal ministro delle finanze, che non ancora si è stabilito come si debba fare la vendita, e che il ministro delle finanze col ministro d'agricoltura e commercio sono in concerto per determinare quali debbano essere le condizioni della vendita diretta, a che si possa ricavare il maggior profitto possibile da questi beni. Io dunque spero che vogliano i ministri di agricoltura e commercio e delle finanze tener presenti queste considerazioni allorquando si tratterà di stabilire queste condizioni.

PRESIDENTE. La parola è al signor relatore.

TORRIGIANI, relatore. Il discorso dottissimo del signor Ciccone potrà influire sugli studi cui con piacere sento essersi accinti gli onorevoli ministri di finanza e di agricoltura e commercio, ma non credo che possa in alcun modo variare le condizioni della legge, giacché queste sono cosi chiaramente espresse nell'articolo 5, da provvedere a tutte le contingenze svolte con tanta dottrina dall'onorevole oratore.

PRESIDENTE. La parola è al deputato Salvagnoli.

SALVAGNOLI. Aveva ben osservato come era fatta la ripartizione dei lotti in questa vendita, ma io aveva messo una riserva: «secondo le consuetudini locali. Ora io non so se vi sia in quelle provincie la consuetudine di considerare piccoli tenimenti quelli del valore perfino di 500, 000 lire. In questo io mi rimetto interamente alla dichiarazione fatta dal signor ministro delle finanze, di voler vendere, cioè, a lotti i più piccoli che sarà possibile.

Insisto poi sulla condizione che il compratore possa ritenere il prezzo in mano per dato tempo; ma poiché il signor ministro ha dichiarato di non avere deciso ancora il modo di vendere, e che sta studiando la questione, prendendo atto delle fatte dichiarazioni, e insistendo perché si diano le maggiori possibili facilitazioni pel pagante ai compratori, io ritiro il mio ammendamento.

PRESIDENTE. Li ritira tutti e due?

SALVAGNOLI. Sì, li ritiro entrambi.

PRESIDENTE. Non rimane allora che a mettere ai voti l'articolo: del Ministero, accettato dalla Commissione. Lo pongo ai voti.

(È approvato. )

Il ministro delle finanze aderisce alla soppressione dell'articolo 6?

BASTOGI, ministro per le finanze. Aderisco.

PRESIDENTE. Allora non c'è altro che a passare alla votazione della legge per scrutinio segreto.

RICCIARDI. Se si potesse riunire la votazione delle due leggi, quelle precisamente che sono all'ordine del giorno, si guadagnerebbe assai tempo.

PRESIDENTE. Non sono clic le tre e tre quarti, né si perderà guari tempo per una votazione.

RICCIARDI. Il tempo c'è tanto prezioso!

(Si procede all'appello nominale. )

Risultato della votazione:

Presenti e votanti 205

Maggioranza 103

Voli favorevoli 191

Contrari 14 (La Camera approva. )

44 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

PRESIDENTE. Adesso che si è votata la legge, darò lettura di un ordine del giorno che era stato proposto dai deputati Colombani ed Allievi, uno dei quali ha chiesto che si metta ai voti. Tale proposta è così espressa:

«La Camera dichiara che coll'approvazione della legge per la vendita dei beni appartenenti al demanio non ha inteso escludere l'esame ulteriore degli oneri che fossero inerenti ai medesimi.

Credo che su questa proposta non vi può essere questione, e la pongo quindi ai voti.

(È approvata. )

DISCUSSIONE DEL DISEGNO DI LEGGE PER L'ESTENSIONE

DEL DECIMO DI GUERRA A TUTTE E E PROVINCIE DEL REGNO.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno porta la discussione sul progetto di legge pell'estensione della sovrimposta di guerra a tutte le provincie del regno. (V. vol. Documenti. )

La discussione generale è aperta.

Prima però di dar la parola agli oratori che sono iscritti, io pregherei i signori deputati che intendono parlare sopra questo disegno di legge, di non entrare nelle condizioni particolari delle provincie meridionali, su cui deve portarsi anche questo aumento del decimo. Diffatti, dal momento che la Camera ha deciso che si dovranno svolgere le interpellanze che intende di fare il deputato Zuppetta sopra queste condizioni nell'occasione in cui si dibatterà la questione di Roma, mi pare che sarebbe duplicare la discussione, quando, a proposito di questa legge, si volesse ragionare sopra le condizioni particolari dell'ex-reame di Napoli. Io quindi darò la parola agli oratori che si sono fatti iscrivere, ma li prego di limitarsi puramente a discutere ciò che si riferisce strettamente a questo disegno di legge.

Il deputato Ricciardi ha facoltà di parlare.

RICCIARDI, lo debbo sottomettervi, un caso di coscienza. (Ilarità)

Ecco il fatto.

Io conosco una povera madre, la quale ha per altro figli più o meno ricchi, I quali sovvengono a' suoi bisogni. Se non che uno di questi figli, in questo momento, quantunque sia forse il più dovizioso di tutti, siccome quello il quale possiede i più bei campi del mondo, in questo momento, ripeto, si trova in grandissime angustie. Le sue messi sono divorate dai bruchi, le sue case coloniche sono incendiate, il rimanente del suo avere è quasi distrutto da un orribile temporale. Intanto la povera madre strepita e piange, e vorrebbe assolutamente danaro da tutti i suoi figli, non escluso quello il quale si trova in tali grandissime angustie. E chiede soprattutto danaro per riscattare due altri suoi figli carissimi, caduti in mano dei ladri. Indarno il povero figlio le dice: mamma mia dolce (Si ride), aspetta che io mi rifaccia; abbi un po' di pazienza, e quando io mi sia rifatto, ti darò, non solamente quello che chiedi, ma il doppio ed il triplo.

Ora, o signori, a chi darete ragione? Alla madre povera o al figlio pressoché rovinato? Io non so quale sarà la vostra risposta; quanto a me, in verità, non posso dar ragione alla madre, ma debbo darla al figliuolo.

Ma lasciamo l'apologo e parliamo sul serio; tanto più che la materia non è certo delle più liete.

Io credo clic tutti avranno scorto nella madre povera l'Italia, considerata siccome Stato, e nel figliuolo pressoché rovinato avrete certo ravvisato l'ex-reame di Napoli,

il quale, o signori, trovasi in questo momento in condizioni molto peggiori di quelle in cui si trovava nel mese di luglio, quando lo stesso progetto di legge, sul quale siamo chiamati a deliberare, fu saviamente differito. Io domando adunque un differimento, e credo doverlo motivare scendendo in alcuni particolari.

L'onorevole presidente ha consigliato agli oratori di non iscendere nella quistione politica; ebbene, io voglio compia cerio, ma fino ad un certo punto; io parlerò principalmente delle condizioni economiche del paese; ma naturalmente le condizioni economiche sono spesso collegate colle politiche; per conseguenza domando alla Camera un po' di tolleranza, un po' d'indulgenza.

Ieri l'altro si die sulla voce all'onorevole mio amico Ferrari, quando parlò del malcontento profondo che regna nelle provincie meridionali; signori, io non credo in verità che questa sua affermazione sia poi cosi ereticale. Vediamo, esaminiamo se veramente le varie classi di cui si compone la società abbiano diritto ono di lagnarsi nelle provincie napolitane; decomponiamo in certo modo la società, cominciamo dalla classe più numerosa, e la quale al cerio merita la nostra più viva simpatia, dalla classe operaia.

La classe operaia si divide naturalmente negli uomini della campagna e in quelli delle città. Non credo che il mestiere di coltivatore sia molto gradevole di presente in quelle Provincie, dove imperversa il brigantaggio, dove i briganti abbruciano le messi, dove in molte località impediscono finanche le seminagioni! Sapete, o signori, che in questo momento non si fanno altri lavori nel contado se non se quelli assolutamente indispensabili, ed anche i lavori indispensabili, siccome ho già detto, sono spesso impediti, dimodoché il popolo delle campagne si trova in pessime condizioni.

Vediamo se le condizioni di quello delle città sieno migliori.

Io non lo credo. La miseria è grandissima a causa del ristagno delle industrie e dei traffichi, a causa sopratutto del brigantaggio; gli artigiani in molte località non hanno quasi di che vivere. Si aggiunga il caro dei viveri, il quale non è stato mai così grande. Nel tempo dei Borboni il Governo, rompendo tutte le leggi della buona economia, impediva che il prezzo del pane salisse oltre una certa misura. e non così tanto presentiva la carestia, incettava grano, per modo che il prezzo del pane era sempre discreto. Invece noi, volendo obbedire alle leggi dell'economia, che cosa abbiam fatto? Abbiamo pubblicato un decreto in virtù del quale si concedeva libera l'uscita dei cereali. Questo decreto ha fatto naturalmente salire, momentaneamente forse, ma pure ha fatto salire il prezzo del pane, ed è certo che il popolo compra esso pane a molto più caro prezzo di prima, e il popolo fa intorno a questo fatto un poco lieto ragionamento. Nessuno più di me crede ai nobilissimi istinti del popolo, ma infine bisogna ch'ei viva, ed il popolo dice: sotto i Borboni noi mangiavamo, ed ora mangiamo molto men bene di quel che mangiavamo una volta. (Movimenti)

DI SAN DONATO. Chiedo di parlare.

RICCIARDI. Ora non credo che questo confronto ci possa essere molto favorevole.

Passando dalla classe degli operai a quella dei commercianti, non credo che questi ultimi possano molto lodarsi del presente stato di cose. Lo ripeto, vi è ristagno completo nell'industria e nei traffichi; per l'abbassamento delle tariffe, che ha rovinalo molte fabbriche, una gran quantità di gente non sa proprio dove dar di capo. Passiamo alla classe dei militari. I militari si compongono di due categorie nelle provincie napoletane, di coloro, cioè, che hanno appartenuto all'esercito borbonico e dell'elemento garibaldino.

45 - TORNATA DEL 22 NOVEMBRE

Non potete immaginare i richiami che si fanno ogni giorno dagli uffiziali dell'ex-esercito borbonico.

Non voglio esaminare se sieno giusti questi richiami, espongo solo il fatto; dicono che sono stati umiliati, spinti alla disperazione. Alcuni sono stati messi in disponibilità od in aspettativa, quantunque giovani, quantunque alti a servire ancora l'Italia, che vorrebbero pure servire.

In generale questa povera gente non amava i borboni, ai quali preferisce al certo l'Italia; ma sono quasi tutti ammogliati, hanno quasi tutti una famiglia, ai cui bisogni debbono sovvenire; quindi il vedersi messi da parte li ha crudelmente feriti, ed io mi maraviglio che tale estrema disperazione non li abbia sospinti a gittarsi col brigantaggio, il quale in si fatto caso sarebbe diventato terribile.

PRESIDENTE. Mi pare che ella si scosti realmente dal progetto di legge; ora non si tratta di mettere un'imposta sugli uffiziali dell'ex-esercito borbonico.

RICCIARDI. Io dico che, essendovi un gran malcontento, l'adozione di questa legge sarebbe un nuovo motivo di malcontento. La prego quindi, signor presidente, di lasciarmi parlare, di lasciarmi liberamente esporre le mie ragioni.

Passiamo all'elemento garibaldino, e per l'elemento garibaldino io intendo parlare degli innumerevoli cittadini, giovani la maggior parte, i quali, all'apparire di Garibaldi, presero le armi.

Questo elemento è stato disgustato, questo elemento è stato rigettato, per quanto era possibile il farlo.

Al perché non temerò dire che nutrono animo avverso al Governo; non bisogna farsi illusione. (Voci: No! No!)

Quanto agli esercenti arti liberali vi lascio immaginare se possano trovarsi, specialmente gli artisti, in uno stato di contentezza.

Veniamo agl'impiegati. Questi hanno molti motivi a dolersi, e in primo luogo sono incerti della loro posizione, perché da un momento all'altro possono essere sbalzati dal loro posto, e poi, ciò che ha indisposto moltissimo gl'impiegati, è stato l'ultimo decreto, in virtù del quale si è abolita la ritenuta del 12 1|2 per cento, ma non in favore dei piccoli impiegati, bensì degli alti.

Questa misura li ha grandemente indispettiti. Ma c'è di più. Molti impiegati sono chiamati nelle provincie dell'alta Italia, e specialmente a Torino Ora, abbiano torto o ragione, questo lasciar Napoli per venire a Torino spaventa moltissimi, che guardano in certo modo Torino come i Polacchi guardano la Siberia. (Voci: Ohi ohi)

Veniamo alla classe dei proprietari, la quale è numerosissima, poiché la proprietà nelle provincie napoletane è molto divisa e suddivisa.

I proprietari al certo devono esser meno contenti di qualunque altra classe, siccome quelli che sono incerti di riscuotere i loro redditi, e non sono certi se non d'una cosa, cioè li pagare le imposte.

Signori, prima di venire a Torino, io ho percorso alcune Provincie dell'ex-reame, e fra le altre la Capitanata. (Bisbigli) Posso dirvi quello che ho visto e sentito. Sapete, o signori, in che condizioni trovansi i proprietari in quella provincia? E credo si possa giudicare delle altre per analogia. I proprietari non osano uscire dall'abitato, perché le strade sono infestate dai briganti; ogni giorno hanno luogo i così detti ricatti. Ora, sapete che cosa voglia dire essere ricattato! Vuol dire che si è minacciati per avere danaro. E quello che è più grave si è che le persone ricattate non osano ricorrere alle autorità,

perché, che cosa accadrebbe loro? Accadrebbe che la dimane i briganti distruggerebbero loro gli animali, abbrucierebbero le case, ecc. ; e questo succede perché le autorità non hanno saputo finora adottare i mezzi idonei a proteggere i cittadini nella loro vita e nelle loro sostanze. Cosi, per esempio, nella provincia testé nominatavi sono circa 2000 uomini di presidio, ma l'autorità militare non ha saputo usare i debiti provvedimenti; l'autorità civile poi è inettissima, per modo che le popolazioni sono in certo modo abbandonale a sé stesse, e senza la loro energia, la quale in alcuni luoghi è stata maravigliosa, non so veramente che cosa sarebbe accaduto.

Venendo alla quistione del brigantaggio... (Rumori)

PRESIDENTE. Scusi, questo non ha che fare col progetto di legge. Se ella continua a questo modo dovremo necessariamente udire a ripetere la stessa discussione quando verranno le interpellanze.

RICCIARDI. Ebbene discorrerò del brigantaggio e del modo da tenersi ad ispegnerlo, quando avranno luogo le interpellanze.

PRESIDENTE. Allora le darò ampia facoltà di esprimere le sue idee.

RICCIARDI. Sta bene.

Avrei una serie di motivi di malcontento da allegare; ma, poiché vedo che all'Assemblea non gusta troppo questa esposizione, io tacerò. Solo pregherò la Camera di riflettere che l'adozione in questo momento di una legge simile a quella che siamo chiamati a votare farebbe un pessimo effetto in quelle provincie. Che, s'io credessi invece che quelle provincie potessero non guardare con occhio molto sinistro l'adozione di questa legge, sarei primo a votarla, perché credo che tutte le provincie italiane debbano sottostare ai medesimi carichi.

Del resto io non domando che un differimento; poiché abbiamo differito di sei mesi, perché non differiremmo l'approvazione di questo schema di legge sino alla Sessione del 1862?

E poi non abbiamo forse in quelle provincie una miniera d'oro, la quale ci darebbe mille volte di più che non questo progetto di legge? Lasciamo stare i beni del clero, che tosto o tardi dovremo incamerare;. lasciamo stare i beni demaniali, i quali hanno un valore immensamente superiore a quello di tutte le altre provincie italiane. Evvi il Tavoliere di Puglia, il cui solo affrancamento basterebbe a dare grandi ricchezze; vi sono i beni di casa reale, i quali ora sono in amministrazione; vi sono i beni dei gesuiti; vi sono i beni dell'Ordine Costantiniano. Ed a questo proposito vorrei domandare al ministro, da cui dipende questo ramo, quale uso si faccia di queste rendite. Non tacerò che in Napoli si dice che molto spreco si faccia di pecunia pubblica, e si vorrebbe sapere quale uso siasi fatto fin qui di cotesto danaro. , Ora, stabilire una nuova imposta, mentre avete delle altre risorse, perché? perché volere inutilmente allarmare ed irritare popolazioni che già sono abbastanza allarmate e irritate?

E nel dirvi ciò che vi dico, io non vi parlo qua) deputato delle provincie napolitane, bensì qual deputato italiano; perocché là quistione italiana sta principalmente nelle provincie napolitane. Se voi non pacificate, se voi non contentate quelle provincie, come vorrete in primavera, o quando che sia, muovere l'ultima guerra all'Austriaco? E qui mi sia lecita un'ipotesi. Supponiamo che la guerra scoppii sul Mincio o per fatto nostro, o per fatto dell'Austria: che cosa accadrebbe se scoppiasse in questo preciso momento?



46 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Voi dovreste sacrificare 50 mila soldati italiani a comprimere un tentativo di reazione nell'ex-reame di Napoli.

Voci. No! no!

RICCIARDI. Io dico che il popolo di quelle provincie ha provato, con questa sua pazienza veramente straordinaria di un anno e più, ch'egli è pronto a sopportare tutti i mali purché l'unità nazionale trionfi; ma non bisogna obliare la reazione europea: badate che Francesco II e tutta l'Europa reazionaria non aspettano che una dimostrazione armata sul Mincio a destare una controrivoluzione nelle provincie napoletane. Credete voi che non esista, che non sia forte il partito borbonico?

Molte voci. No! no!

RICCIARDI. Non ci facciamo illusione, o signori, io conosco il mio paese; il partito esiste, e potente, ed aiutato dagli sforzi di tutta la reazione europea, tenterebbe senza dubbio un colpo, e voi dovreste proteggere quelle provincie con 40 o 50 mila soldati, che sarebbero tolti alla causa italiana.

Dunque evitiamo qualunque cosa che possa accrescere il malcontento di quelle provincie, e questo malcontento è innegabile; che interesse ho io a dirvi il contrario del vero? Io che lavoro da trent'anni per l'unità nazionale!

Signori, per non uscire dalla questione, io non verrò a parlare dei mezzi i quali potrebbero far cessare, ed in breve, quel malcontento; mi riserbo di farlo quando saremo chiamati a parlare più specialmente della questione napoletana. Intanto prego l'Assemblea di voler differire la discussione della presente legge sino alla Sessione del 1862.

PRESIDENTE. Il deputato l'Intimi ha facoltà di parlare.

DE BLASIIS. Signor presidente, io domanderei di parlare, essendo io inscritto.

PRESIDENTE. Mi era stato riferito ch'ella vi ha rinunziato

DE BLASIIS. No, non vi rinunzio.

PRESIDENTE. In tal caso la facoltà di parlare spetta al deputato De Blasiis, che è il primo degl'inscritti.

DE BLASIIS. Io credo che sia noto a tutti noi come l'onorevole nostro collega signor Ricciardi, ai pregi moltissimi che ha, unisce quello di essere valente poeta. (Ilarità) Ora si sa che i poeti contraggono l'uso, tratti dalla necessità della rima e del metro, a dir le cose alquanto diverse da quello che sono. (Risa a destra) Ed è per ciò che io spero che né la Camera, né l'Italia, né l'Europa prenderà sul serio la triste e fantastica pittura che egli ha voluto fare delle provincie napoletane (Bravo! Bene!); e non vi saranno forse che le colonne dell'Armonia e dell'Ami de la religion, le quali ripeteranno con compiacenza il suo discorso! Io non credo pertanto di dover rispondere punto per punto alle cose che egli ha detto, se non fosse per altro per uniformarmi alla prudente insinuazione dell'onorevole nostro presidente, 11 quale ha fatto conoscere la convenienza di rimettere a miglior tempo la discussione di ciò che riguarda le condizioni delle provincie napoletane; ed è per ciò che io mi riserbo allora di rispondere alle molte proposizioni che assai leggermente il signor Ricciardi ha avanzato. (Bravo! )

Intendo però, per ora, di esporre alla Camera un fatto soltanto, il quale, spero, varrà a rispondere vittoriosamente alla massima parte delle cose da lui raccontate.

Rammenterà la Camera che, quando l'onorevole Finzi propose l'estensione alle provincie meridionali ed alla Toscana dell'imposta del decimo di guerra,

io, che formava parte della Commissione creata negli uffici per riferire sul provvisorio esercizio del bilancio del 1861, mi credetti in dovere, di unita ad un onorevole collega napoletano, di dichiarare che io riconosceva la ragionevolezza di tale proposta, e non avrei saputo oppormi ad essa. Il modo piuttosto vivo con cui tale proposta fu avversata da taluni deputati, la stretta connessione di questa proposta con le condizioni anormali della sicurezza pubblica nelle provincie napoletane, cagionò allora una certa commozione nella pubblica opinione; e dopo quel fatto invalse pur troppo nelle altre provincie d'Italia una falsa idea, che, cioè, il nostro paese non fosse proclive, al pari degli altri, ai sacrifici ed ai pagamenti, che pur sono urgentemente richiesti ad assicurare e compiere le sorti dell'italiano risorgimento.

In presenza di questo fatto, per me assai doloroso, io mi credetti in dovere, al chiudersi del passato periodo della Sessione parlamentare, di render conto ai miei elettori delle varie operazioni alle quali aveva io partecipato nel corso della Sessione, e principalmente di dichiarare ad essi francamente questa adesione da me data senza esitazione alla proposta estensione di quest'imposta, detta decimo di guerra, alle provincie meridionali.

Credetti inoltre aggiungere chiaramente che il mio conscienzioso pensiero è che in fatto d'imposte, sia di sangue, sia di danaro, le provincie meridionali non debbano restare indietro per nulla alle altre provincie dello Stato. (Segni di approvazione)

A questo mio rendiconto, che io ho inviato ai miei elettori non solo, ma in quasi tutti i comuni delle provincie abruzzesi, ed in molte principali città dell'ex-Stato napoletano; a questo mio rendiconto, che molti giornali mi han fatto l'onore di riprodurre o di darne estratti, io posso dichiarare solennemente da questo seggio di non aver ricevuto una sola risposta, una sola protesta, una sola osservazione tendente a farmi menomamente dubitare che il mio pensiero sul proposito non fosse in accordo con quello di tutti gli uomini ragionevoli, onesti e liberali, che sono nelle provincie napoletane. (Viva approvazione al centro ed alla destra)

RICCIARDI. Domando la parola per un fatto personale.

DE BLASIIS. Spero che questo basti per risposta a molte cose sconvenevolmente dette dal signor Ricciardi, ed a molti sospetti ingiustamente concepiti in questa Italia superiore a danno delle disgraziate provincie meridionali.

Io, sicuro di esprimere il sentimento de' miei elettori, ed anche della maggior parte de' miei concittadini napoletani, ripeto adunque francamente il voto di adesione che diedi a questa legge fin dal momento che il signor Finzi ne fece la prima proposta.

Senonchè per lo stesso principio di giustizia per cui credo che i Napoletani debbono sopportare delle imposte che pur si pagano dalle altre provincie italiane, o che dovranno novellamente pagarsi da tutto lo Stato per far fronte alla necessità inevitabile di pareggiare il deficit finanziario che ci minaccia, io son costretto a dire che non è giusto, mentre a tale parificazione d'imposte si procede, il lasciare sugli omeri delle sole meridionali provincie qualche ingiusta ed assurda tassa, che esse sono sole a pagare.

Accingendomi pertanto a dare il mio voto a questa legge, dichiaro che non posso accomunarmi al pensiero della Commissione, la quale ha credulo di sopprimere l'ultimo articolo del progetto ministeriale, per virtù del quale i pesi gravitanti sull'ex-reame delle Due Sicilie per l'estrazione degli olii e dei cereali erano provvisoriamente aboliti.

47 - TORNATA DEL 22 NOVEMBRE

PRESIDENTE. Se crede, potrà fare la discussione su quest'argomento speciale dopo votati gli altri articoli. Ella potrà allora riprodurre l'articolo soppresso.

DE BLASIIS. Allora prego il signor presidente a conservarmi la parola pel momento in cui verrà in discussione l'accennato articolo dalla Commissione soppresso, acciò io possa giustificare la riserva colla quale do il mio voto alla legge.

PRESIDENTE. Sta bene. La parola è al deputato Ricciardi per un fatto personale.

Lo prego però a limitarsi al fatto personale.

RICCIARDI. Non risponderò all'ironia del signor De Blasiis; il paese giudicherà tra lui e me. (Bene! a sinistra) Solo non permetterò a nessuno di dire che gli uomini onesti preferiscano un'opinione od un'altra manifestata da un deputato. Quando io manifesto un'opinione, credo di manifestar cosa, la quale non possa mai essere disapprovata dagli uomini onesti; per conseguenza protesto altamente contro l'insinuazione del deputato De Blasiis.

DE BLASIIS. Domando la parola per un fatto personale.

Varie voci a destra ed al centro. No, no!

PRESIDENTE. Il deputato Plutino ha facoltà di parlare. Plutino. Mi spiace il dirlo, ma pur debbo dirlo, spesso spesso, con tutta la buona fede, l'onorevole Ricciardi, anziché difendere, accusa il nostro paese. (Bravo)

La legge si compone di due elementi: l'uno riguarda il decimo di guerra, l'altro riguarda l'abolizione, o il mantenimento del dazio sugli olii. Io credo che il decimo di guerra le provincie meridionali debbano pagarlo, e ch'esse, qualunque sia lo stato della loro posizione sociale, siano contente di pagarlo. Dirò solamente, in contraddizione all'onorevole Ricciardi, che i garibaldini, contenti o non contenti, non solo pagherebbero il decimo di guerra, ma pagherebbero ancora ogni peso più grave pel mantenimento dell'indipendenza della nostra patria, e che essi diffatti pagano in oggi un gran tributo di sangue, poiché, cambiata la camicia rossa nell'altra assisa di guardia mobilizzata, stanno combattendo tuttavia per la patria, anziché mostrare il loro malcontento. (Bravo!)

Il peso del decimo di guerra è certamente sostenibile dalle nostre provincie; nei punti ove il brigantaggio non si oppone all'azione governativa, le popolazioni spontaneamente pagano le lasse. Prova ne è che non c'è alcun arretrato nelle Calabrie, ed il Governo esige tutte le imposizioni. In alcuni punti la commozione prodotta momentaneamente da una marmaglia indigena fomentata da marmaglia esotica (Risa di approvazione), produce una piccola commozione, e là solo per qualche istante i dazi non sono pagati; ma le popolazioni in generale sono disposte a pagare tutti i dazi, e sono dispostissime a contribuire con tutti i loro mezzi per la costituzione della nostra Italia. (Bravo!)

La legge come era stata presentata dal Governo ammetteva il pagamento del decimo di guerra, ma esonerava le provincie meridionali dal pagamento del dazio sull'estrazione dell'olio. Questo dazio veramente è immensamente gravoso, e la Commissione andò errata, quando disse che questo dazio...

PRESIDENTE. Permetta: debbo farle la stessa osservazione che bo mosso al deputato De Blasiis. Ora la discussione verte sui quattro primi articoli che riguardano il decimo di guerra; la discussione sul dazio per l'estrazione dell'olio si farà poi, quando saremo all'articolo 5.

PLUTINO. Mi limiterò dunque a dire che, per la parte che riguarda il decimo di guerra, io voto la legge, ma mi riserro di fare alcune osservazioni sulla parte che riguarda il dazio sull'estrazione dell'olio. Però io sarei disposto a votare la legge in massa, e ne dirò la ragione.

Quantunque questa legge riesca gravosissima alle provincie napolitane, come dimostrerò quando verrà in discussione l'articolo 8, e come lo dimostrerò anche adesso, se me lo permette il signor Presidente...

PRESIDENTE. Io sono indifferente a questo riguardo; ma, se si discute ora questa questione, debbo dare la parola al deputato De Blasiis.

PLUTINO. Quantunque questo dazio sia gravosissimo alle Provincie meridionali, siccome i quattro milioni che produce (poiché frutta appunto questa somma) possono essere necessari ai bisogni della patria, io credo di essere interprete dei sentimenti dai quali sono animate quelle provincie nell'interesse della patria, dicendo che anche con questo secondo gravame esse saranno disposte ad accettare la legge quale fu proposta dalla Commissione. (Bravo! Bene!)

PRESIDENTE. Il deputato Di San Donato ha facoltà di parlare.

DI SAN DONATO. Per amore di concordia e per carità di patria rinuncio alla parola. Volevo ragionare del mio voto sulla presente legge; avrei a dovere ancora di combattere moltissime frasi scappate, e che perdono, all'onorevole Ricciardi...

RICCIARDI. (Interrompendolo con forza) lo non ho bisogno e non accetto perdono da alcuno.

DI SAN DONATO. Tanto meglio; questa volta se Io merita. (Con calore) Quando si viene in un Parlamento d'Italia a dire ad alta voce, e dalla parte sinistra della Camera, che a Napoli si rimpiange che al tempo dei Borboni si mangiava, ed ora si muore di fame, io non veggo il perché l'onorevole Ricciardi non vada a sedersi sugli scanni dell'estrema destra... (Oh! oh! Rumori prolungati e proteste dalla destra; vari deputati da questo lato si alzano chiedendo la parola)

CASTROMEDIANO. Qui non vi è destra, né sinistra. Costituiamo tutti una maggioranza.

CARUTTI. (Dalla destra, con forza ed a varie riprese) Chiedo di parlare. (Continuano i rumori, il presidente scuote vivamente il campanello)

DI SAN DONATO. Si tranquillizzi l'onorevole Carutti; io intendeva parlare dell'antica destra clericale, che fortunatamente ora non è più in questo recinto. (Movimenti diversi)

PRESIDENTE. Io prego la Camera a voler fare silenzio e permettere all'oratore di svolgere le sue idee.

Era evidente che il deputato San Donato non faceva allusione a nessuna parte di questa Camera, perché nessuno qui difende la causa del Borbone.

CARUTTI. Benissimo!

DI SAN DONATO. Ed io, per deferenza all'onorevole presidente, non metto altra importanza all'incidente. Parlerò sulle vere condizioni di Napoli nel giorno delle interpellanze.

RICCIARDI. L'onorevole nostro presidente ha risposto per me al deputato San Donato. Nessuno certo in quest'Assemblea verrebbe a difendere la causa del Borbone. Oltre di che io credo che la totalità dei miei colleghi mi conosca ab bastanza per sapere a chi sia da darsi torto o ragione in questa controversia, la quale veramente mi sembra indegna di un Parlamento italiano! (Si! Si!)

48 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

PRESIDENTE. Nessuno chiedendo più la parola sulla discussione generale, si passerà alla discussione degli articoli:

Art. 1. L'aumento del 10 per cento a titolo di sovrimposta di guerra stabilito nelle antiche provincie con la legge del 8 luglio 1859, sarà dal 1° gennaio 1862 applicato nelle Provincie del regno, alle quali non è ancora esteso, sulle seguenti imposte:

«1° Contribuzione prediale che si riscuote a prò dello Stato;

«2° Imposta personale o di famiglia;

«3° Imposta sull'industria, sul commercio, sulle professioni liberali;

«4° Tassa sui redditi dei corpi morali o stabilimenti di manomorta;

«5° Dazi di dogana, meno i diritti di spedizione sugli olii e sui grani;

«6° Diritti per la vendita delle polveri da caccia e da mina;

«7° Tasse, d'insinuazione, di registro, di successione e di emolumento giudiziario così fisse come proporzionali;

«8° Prezzo della carta bollata e diritti che si pagano per la apposizione del bollo straordinario o del visto per bollo;

«9° Diritti d'ipoteca per le iscrizioni e le trascrizioni, qualunque sia la data dei titoli.

BOGGIO. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Parli.

BOGGIO. Desidero una spiegazione dal signor ministro delle finanze. Bramerei che egli esponesse alla Camera, ove creda di poterlo fare, se non parrebbe a lui conveniente che in quest'enumerazione che si fa all'articolo primo, fosse menzionato anche il sale. Le provincie che attualmente pagano il decimo, lo pagano anche sul sale; ora io non vedrei perché (se il principio di questa legge è l'assimilazione) non si colpirebbe eziandio questa materia imponibile, che è fra le più importanti.

Soggiungerò poi un'avvertenza. Dalle osservazioni che fecero gli onorevoli De Blasiis e Più li no è facile lo scorgere che questa legge, la quale accenna ad essere votata con grandissima concordia, e sarà felicissimo presagio ai lavori dell'attuale Sessione del Parlamento, potrà dar luogo a qualche discussione all'articolo quinlo del progetto ministeriale che la Commissione abbandona.

Ora, se il sale fosse compreso nell'articolo primo (perché io suppongo che è per mera inavvertenza che è stato lascialo in disparte), qualora, dico, fosse compreso nel numero primo, sarebbe, a mio credere, molto facile d'andare d'accordo con quei deputati, i quali pensassero di riproporre, pel principio d'assimilazione e d'unificazione, l'articolo quinto. Se invece si respinge all'articolo primo l'estensibilità del decimo di guerra al sale, violandosi il principio dell'unificazione, non potrà nessuno fare le meraviglie che, invocandosi questo precedente, sia riproposto e proferii) l'articolo quinto, massime che, e con ciò finisco, il reddito che darebbe quest'imposta sul sale, mentre in capo all'anno rappresenta una aggiunta insignificantissima pei contribuenti, avuto riguardo al grandissimo consumo totale che se ne fa, frutterebbe una somma di grande riguardo, che compenserebbe l'erario della perdita, in cui fosse per incorrere, quando si liberassero gli olii da quel dazio eccezionale che ancora li colpisce nell'Italia meridionale, quando sono esportati per mare.

Per queste considerazioni spero che il signor ministro potrà darci qualche utile schiarimento in proposito, ed ho fiducia che cosi rimanga aperta una via a fare in modo che non vi sia più discussione sul seguilo della legge, e che si possa votarla con quell'unanimità ch'è indizio della massima concordia

che certo presiederà a tutte le nostre deliberazioni.

BASTOGI, ministro per le finanze. A dire il vero, converrei nell'opinione dell'onorevole Boggio, e ne dirò le ragioni.

Presentemente la cura del ministro delle finanze è quella di pareggiare tutti i pesi in tutte le provincie del regno.

Del prezzo del sale intratterrò la Camera fra pochi giorni, quando, oltre i disegni di legge già presentati, presenterò pure, per completare tutto un sistema, quello sulle privative. Dimostrerò allora come convenga equiparare il prezzo del sale in Napoli a quello ehe si paga nelle altre provincie; tanto più che questa differenza è piccolissima; poiché il prezzo del sale in tutte le altre provincie del regno, tranne le Marche e l'Umbria, è di 30 franchi il quintale; mentre a Napoli è di lire 28 65 centesimi. Quando poi si consideri quale sia il consumo del sale, tosto si vedrà come questa piccolissima differenza porti seco un differente modo di amministrare, e non gravi gran fatto i consumatori, a qualunque classe appartengano: non v'è infatti che la differenza di 1, 35 sovra 270 libbre circa di sale, mentre il consumo del sale non supera 15 a 16 libbre di sale a lesta; cosicché, se scendiamo fino all'infima classe del popolo, si vedrà che l'uomo il più misero, quand'anche si ponga egualmente quest'imposta in tutto il regno, avrà da pagare dagli 8 ai 9 centesimi a testa di più all'anno, cioè neppure un centesimo al mese.

Se voi scendete a questo esame vedrete come il livellare questo prezzo non porti nessuna perturbazione.

lo dunque, per queste considerazioni, dividerei l'opinione dell'onorevole Boggio per la sovrimposta del decimo di guerra, perché si sarebbe fatto anche in questo un passo di più nella parificazione delle contribuzioni.

In questa occasione si è pure parlato del dazio sugli olii.

Io debbo convenire che la sovrimposta per la esportazione degli olii

PRESIDENTE. L'abbiamo sospesa dopo votala questa.

Il deputato Boggio vuol mandarmi il suo emendamento?

BOGGIO. Il mio emendamento è molto semplice, e verrebbe al numero 6 dell'articolo 1°, perché suppongo che si volerà l'articolo per divisione.

PRESIDENTE. Se non c'è questione, è inutile.

BOGGIO. Allora al numero 6 dell'articolo 1°, dove è detto: «Drtti per la vendita delle polveri da caccia e da mina,» si aggiungerebbe: e del sale.

PRESIDENTE. Il deputato Greco ha facoltà di parlare.

GRECO. Dichiaro che io voterei la legge quale è stata presentata dalla Commissione sul decimo di guerra, malgrado talune allusioni che si sono volute fare alle provincie meridionali, come se quelle, lungi dall'amare e propugnare l'unità d'Italia, che oggi felicemente esiste, volessero allontanarsene.

Io ho mandato da' miei elettori di dare questo volo, e lo do volentieri.

Intanto essendosi suscitata la quistione di estendere anche il decimo di guerra sul sale, mi conviene far notare alla Camera che, siccome il ministro e l'onorevole Boggio hanno detto che questo gravame non porterebbe un grande vantaggio all'erario pubblico, e, d'altra parte, sia anche un pregiudizio, siccome la classe infima di quelle popolazioni è mollo attaccata all'opinione che si volessero accrescere le imposte, e quella sarebbe la sola che potrebbe produrre delle lagnanze, cosi io credo che sia da accostarsi all'antico progetto presentato dal ministro ed emendato dalla Commissione,

49 - TORNATA DEL 22 NOVEMBRE

la quale toglieva appunto questo dal numero dei dazi sui quali doveva essere imposto il decimo di guerra. Prego quindi la Camera a volare l'articolo tal quale fu presentato dalla Commissione, e non tener conio della proposta di estendere il decimo di guerra anche sul sale, poiché si guadagnerebbe poco e si perderebbe molto.

Noi quindi che amiamo la concordia, e vogliamo portarla su tutte le classi delle popolazioni, è mestieri che questa concordia la promoviamo, massime quando i nostri sacrifizi debbono essere ben lievi.

PRESIDENTE. Il deputato Tonelli ba facoltà di parlare. Torelli Credo opportuno segnalare alla Camera che l'aumento del decimo delle imposte nelle Provincie dell'ex-ducato di Modena fu decretato dal regio commissario, poi dittatore, nel 1859, ad imitazione appunto della legge 5 luglio 1839 pubblicata nelle antiche Provincie, ma che nelle modenesi allora non aveva forza.

Ora, nel progetto di legge all'articolo 1 essendo detto che l'aumento del decimo voluto dalla detta legge ti luglio 18'i9 deve estendersi, potrebbe lasciar dubbio che anche alle modenesi la legge stessa dovesse applicarsi. Ciò importerebbe alle provincie stesse due decimi d'imposizione, l'uno già in vigore per il decreto del regio commissario, l'altro per l'applicazione che si volesse fare della legge delle antiche Provincie. E ciò sicuramente non farà il Governo.

Questa mia osservazione chiedo sia registrata nel resoconto della tornata, ove non incontri veruna opposizione.

SALVAGNOLI. Domanderei che si procedesse alla discussione dell'articolo B prima di votare l'articolo 1.

Molti con me sono pronti, pell'idea dell'unificazione, a votare l'aumento del sale, purché si tolga il dazio sull'estrazione degli olii.

(Parecchi deputati domandano la parola. )

PRESIDENTE. Siccome c'è il numero 5° dell'articolo 1 in cui si dice: «Dazi di dogane, meno il diritto di spedizione sugli olii e sui grani, si verrebbe a riprodurre l'articolo B. Quindi, se la Camera lo crede opportuno, io aprirei la discussione sull'articolo 8, poiché non altrimenti si potrebbe ammettere quest'aggiunta che sopprimendo l'articolo 5.

DEVINCENZI. Domando la parola per la posizione della questione.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare sulla posizione della questione.

DEVINCENZI. Si fa questione se, aggiungendo il decimo di guerra a diverse imposte, sia da aggiungersi ancora sull'imposta del sale.

Bisogna distinguere che vi hanno provincie nelle quali non esiste imposta sul sale... Varie voci. No! noi

PRESIDENTE. Permetta, questo non riguarda l'ordine della discussione.

Ripeto che io proporrei di aprire la discussione sopra ciò che forma oggetto dell'articolo B, prendendo occasione dalle parole che si aggiungono al numero B°: «meno i diritti di spedizione sugli olii e sui grani.

Se la Camera delibera che si debbano mantenere queste parole, vuol dire che si deve sopprimere l'articolo 5.

Allora darò la parola prima al deputato De Blasiis sulla questione degli olii, e poi verrà la questione del sale, essendoché pare che Cuna dipenda dall'altra.

Il deputato Boggio propone di aggiungere anche l'aumento del decimo sul sale e di ristabilire nello stesso tempo l'articolo S: dunque anch'egli fa dipendere una cosa dall'altra.

BOGGIO. Precisamente, perché io credo le due questioni connesse in questo senso che, quando si ammetta il decimo sul sale, sta benissimo che si tolgano le parole meno il diritto di spedizione sugli olii e sui grani, e riviva l'articolo B del Ministero, perché in tal caso il grande obbietto che si fa, cioè il danno delle finanze è coperto dall'aumento di percezione sul sale. Invece, se non si estende l'aumento del decimo al sale, rinascono tutte le difficoltà osservate centro l'articolo 5 del Ministero, e di più rimane vulnerato il principio di assimilazione.

Prego adunque il signor presidente di far bene osservare la circostanza che le due questioni sono connesse, una è condizione dell'altra; intanto possiamo trovarci d'accordo sul liberare gli olii, in quanto saremo stati d'accordo nel colpire il sale.

PRESIDENTE. Appunto io voleva mettere in discussione la questione sugli olii, accordando al signor De Blasiis la facoltà di parlare su questo argomento.

DE BLASIIS. Se il signor Boggio vuol sostenere che il dazio sugli olii, eccezionale per Napoli, deve essere tolto, io gli cederò volentieri la parola, perché starà meglio in bocca sua il difendere questo principio.

PRESIDENTE. Il signor Plutino sostiene anch'egli lo stesso principio?

PLUTINO. Io sostengo che si debba mantenere il dazio degli olii piuttosto che aggravare quello del sale.

Signori, sono uomo franco, e francamente espongo la mia opinione; la Camera deciderà.

Io credo che aumentando ora il dazio sul sale sarebbe un voler provocare nelle provincie meridionali un malcontento nelle masse per riuscire poi ad esigere pochissimo, ed io non vedo che sia più giusto di far pagare alle masse dei proletari un maggior prezzo per il sale, onde esonerare gli olii, dazio che cade soltanto sui proprietari.

Io sono uomo coscienzioso, e metto la questione come va messa; mi dispiace che l'onorevole Boggio sia venuto a sollevare una questione che è molto difficile a risolversi.

PRESIDENTE. La parola spetta al deputato Boggio.

BOGGIO. Pare sia opinione generale della Camera, contraria a quella del solo deputato Plutino, che si sopprima il dazio sugli olii (No! no!), e che si estenda l'imposta del decimo sul sale. L'onorevole Plutino invece crede che non si debba fare affatto eccezione, che non si debba estendere questo dazio sul sale, perché ne verrebbe, secondo lui, grave malcontento.

PLUTINO. Sicuro! e gravissimo!

BOGGIO. Ora, a questo io rispondo col l'osservare che il mantenere il dazio sugli olii è vulnerare il principio di parificazione che questa legge tende ad attuare; invece, lo estendere il decimo al sale, è applicare questo principio, perché in tutte le altre provincie si paga questo decimo da gran tempo.

Dico poi che è un aggravio che non arriva a quindici centesimi per individuo; perché il sale essendo pagato in meno di ventinove lire il quintale, la consumazione media di un individuo non eccedendo i cinque chilogrammi all'anno, questa imposta sarà tanto tenue ed insensibile che non potrà pregiudicare lo stato dei contribuenti, mentre si comincia a vedere una legge di parificazione che agisce egualmente in tutto il regno; quindi è che io persisto nella mia proposta. Ma, siccome mi preme di evitare ogni equivoco anche nella votazione, perché è possibile un errore in queste questioni così connesse, proporrei questa redazione, che cioè si avesse a dire:

50 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1801

«Sono parificati i diritti per la vendita delle polveri da caccia e da mina e sul sale, ed è soppresso il diritto di spedizione sugli olii e sui grani.

Ecco il mio concetto.

Vorrei che non si confondessero insieme le due proposte; perché ho detto abbastanza alla Camera che nel mio concetto sono tra di loro così connesse, che l'unaè la condizione dell'altra.

PRESIDENTE. Questo non impedisce che, se qualcuno volesse proporre la divisione, fosse essa adottata.

Il deputato Mandoj ha facoltà di parlare.

MANDOJ-ALBANESE. Dopo le domande messe in campo dall'onorevole deputato Boggio, io sento il debito di manifestare da prima alla Camera d'essere io pronto a votare lo schema di legge come è stato proposto dalla Commissione, malgrado le provincie meridionali siano in condizioni innormalissime, difficilissime e miserevolissime, penetrato come sono della giustizia che tutte le provincie del regno debbano sopportare tanto i pesi, quanto godere i benefizi dell'attuale libero e nazionale reggimento. Sento ora però il dovere di ricordare alla Camera quanto le diceva altra fiata, cioè che in Napoli l'imposta fondiaria è un quinto del reddito; mentre per le antiche provincie, per istudi da me fatti, la non arriva al decimo! Sicché il Napoletano pagherà DUE DECIMI d'imposta di guerra e non un decimo!

Epperò una cosa potendo ben compensar l'altra, osserverò all'egregio collega Boggio, che il doppio che si paga sull'imposta prediale dal Napoletano potrebbe compensare largamente il difetto che v'ha sull'imposta del sale.

DE BLASIIS. Domando la parola.

MANDOJ-ALBANESE. La questione del dazio sul sale, o signori, è questione odiosa, gravissima, pericolosissima, per le provincie napoletane!...

Però io condivido coll'amico Plutino l'opinione che non si debba uscire dal disegno di legge come ci è stato proposto dalla Commissione.

PRESIDENTE. Il deputato Fiutino ha facoltà di parlare.

PLUTINO. Io prego il patriottismo dell'onorevole Boggio di ritirare questa proposta.

Prego la Camera, prego il Governo di penetrarsi del mio convincimento.

Il dazio sul sale è un dazio assolutamente detestato dalle nostre popolazioni. Era coi piccoli contrabbandi sui sali, specialmente pel privilegio che si accordava alla Sicilia, che le nostre masse erano torturate dai doganieri, e tutte le volte che noi abbiamo fatto un movimento di libertà, sia nel 1847, sia nel 1848, sia nel 1860, noi la prima cosa che abbiamo fatta, come atto politico, è stata quella della riduzione del dazio sul sale per accattivarci le masse.

Il dazio sul sale in alto non dà nulla.

Il dazio (non vi parlo dell'imposizione del decimo), il dazio non dà che una vilissima somma, poiché in quest'epoca di rivoluzione è stato tanto il contrabbando che si è fatto dalla Sicilia nel continente, che tutti quanti sono provvisti di sale per dieci anni.

Dunque il dazio sul sale è una miseria.

Lo stato e la condizione morale delle nostre provincie è tale, che tutte le notti dalla controstante Sicilia si spediscono dei carichi di sale, che sono ripartiti fra le popolazioni, e nessuno quasi ha il coraggio di opporsi a questo contrabbando. Ora, se voi non esigete il dazio stesso sul sale, come vorrete esigerne la sovrimposta del decimo! Io credo che ne' suoi risultati una tale imposizione non ci darà

alcun emolumento, e per contro i nostri nemici se ne serviranno come di arma efficacissima per gettare nelle masse il malcontento verso il nuovo Governo.

Prego l'onorevole Boggio, lo prego con tutta l'anima, a ritirare la sua proposta.

PEPOLI GIOACCHINO. Prima di votare quest'emendamento dell'onorevole Boggio, mi piacerebbe conoscere esattamente dal signor ministro delle finanze quale somma produrrebbe all'erario quest'aumento del decimo sul prezzo del sale, aumento che, a mio credere, non si imporrebbe soltanto alle provincie napoletane, ma che si estenderebbe anche all'Umbria, alle Marche ed alla Toscana.

Io avrei piacere di conoscere prima questa somma, poiché, se mi risultasse non molto rilevante, penso che sarebbe meglio non insistere sulla proposta di questo tributo, il quale graviterebbe sulle classi minute, all'opposto del dazio sull'olio, che peserà specialmente sui ricchi proprietari.

In questi momenti io credo utile di non aggravare le ultime classi; perciò desidererei di sapere prima dal signor ministro la cifra esatta di questa rendila.

BASTOGI, ministro per le finanze. Dirò all'onorevole deputato Pepoli che il consumo ordinario nel regno di Napoli dei sali è di 585000 a 590000 quintali all'anno. L'entrata ascende a circa undici milioni e poche centinaia di mila franchi; cosicché il decimo di guerra produrrebbe L. 1, 100, 000 circa.

Quanto al dazio sugli olii, dal 1° gennaio a tutto settembre l'esportazione dal regno di Napoli per l'estero fu di 209451 cantara, pari a 186000 quintali; ed il dazio, che è di L. 1 90 il quintale, ha prodotto in quei nove mesi 397, 956 90 ducati, pari a L. 1, 691, 313. Aggiungendo a questa somma il quarto per i mesi che ancora rimangono a compiere l'anno, avremo circa L. 2, 100, 000. Cosicché, abolendo il dazio sull'esportazione degli olii dal regno di Napoli, le finanze perderebbero due milioni; ed imponendo invece il decimo di guerra sul sale, ritrarrebbero un milione soltanto, epperciò. risentirebbero un danno di circa un milione.

Mi fu inoltre chiesto, se non erro, dall'onorevole deputato Pepoli, se nelle altre provincie del regno vi sia il decimo di guerra sul sale. Risponderò che in Toscana, a Parma, a Modena, nelle Legazioni v'è già il decimo di guerra.

Dunque questo decimo di guerra esiste dappertutto, fuorché nelle Marche, nell'Umbria, nelle provincie napolitane e siciliane.

È da osservare che in Sicilia non vi è decimo di guerra, solo perché non vi è imposta; e, questa mancando, non vi poteva né vi può essere sovrimposta. In altri termini, non vi è in quell'isola la privativa nel sale.

PRESIDENTE. Il deputato De Blasiis ha facoltà di parlare.

DE BLASIIS. Io pregherei l'onorevole ministro a volermi dire s'egli sia nell'intenzione di parificare quest'imposta sul sale in tutte le provincie del regno, e se tale sua intenzione sia pronto a concretarla in uno schema di legge da presentarsi alla Camera nello scorcio di questa Sessione. {Segno di affermazione dal banco del Ministero)

Allora io direi che, se l'onorevole ministro prende tale impegno, non vi sarebbe veramente necessità di parlare in questa legge di alcuna sopratassa sul sale. Credo inoltre che non dovrebbe in questo momento parlarsene, anche per ragione di ciò che ha detto poc'anzi l'onorevole ministro, cioè che le sole provincie continentali napolitane avrebbero tale imposta e sovrimposta, mentre sarebbero e dall'una e dall'altra esenti le provincie siciliane; mi sembra infatti che in ciò non campeggerebbe quella giustizia distributiva che pur siamo di accordo di far prevalere in tutto lo Stato.

51 - TORNATA DEL 22 NOVEMBRE

Io quindi proporrei di riserbare la perequazione della imposta del sale al momento in cui l'onorevole ministro proporrà uno schema di legge generale su tal proposito e votare intanto le altre parti di questa legge, non escluso l'articolo ultimo che abolisce il dazio sull'estrazione degli olii.

Nel giudicare della convenienza di sopprimere questa imposta nelle meridionali provincie, io prego la Camera di non restringersi a riguardare la quistione solamente sodo la veduta finanziaria; l'interesse della finanza nei momenti attuali è certamente gran cosa; ma noi vogliamo promuovere quest'interesse nella via di giustizia, e la giustizia deve essere intiera e per tutti.

Il dazio sugli olii consiste in una tassa che si paga per l'estrazione dell'olio, ed è di quattro ducali per cantaia.

Ora, primieramente questo dazio è parziale, non esistendo che nelle sole provincie meridionali; secondariamente esso è contrario alle teorie economiche di libero commercio prevalenti in tutte le leggi finanziarie che reggono il nostro Stato; in terzo luogo è ingiusto, perché gravita sopra una specie sola di proprietà; i proprietari che non sono produttori d'olio non pagano certamente questo dazio. Finalmente dico che questo dazio è stato reso assurdo nelle provincie continentali dell'ex regno di Napoli dall'essersi abolita la linea doganale sull'antico confine terrestre delle medesime; avviene infatti che quelle provincie che possono fare il commercio per terra, gli Abruzzesi, per esempio, ai quali io appartengo, e che sono provincie fertilissime in olio, non pagano in alcun modo questo dazio allorché smaltiscono il loro olio sui soliti mercati delle Marche, dell'Umbria e delle Romagne, laddove che le Puglie e le Calabrie, dovendolo estrarre perla di mare, lo debbono inevitabilmente pagare.

Vegga adunque la Camera che in questo dazio vi è dell'assurdità, dell'ingiustizia anche fra le stesse provincie dell'ex-Stato napolitano; e consideri che un dazio, il quale raccoglie contro di sé tante riprovevoli caratteristiche, non potrebbe essere ulteriormente mantenuto. Noi siamo alla vigilia di volare cinque nuove leggi daziarie già presentate dal ministro delle finanze; dovremo forse votarne altre che egli presenterà sicuramente nello scorcio di questa Sessione; per virtù delle quali leggi le provincie meridionali dovranno adattarsi a pagare ben altro che quel meschino reddito che ora produce il dazio sull'estrazione dell'olio, che io ho dimostralo tanto ingiusto e tanto assurdo; perché dunque la Camera dovrebbe esitare a toglierlo? E qui osserverò che, quantunque nulla legge si parli di dazio sull'estrazione dei grani e degli olii, pure un vero dazio produttivo esiste solo sugli olii, perché pei grani non vi era dazio, ma semplicemente il divieto d'esportazione, e questo divieto d'esportazione è già stato tolto. Per conseguenza non si tratta ora di privare la finanza di un introito qualunque sull'esportazione dei grani, ma solo dell'introito che proviene dall'estrazione dell'olio per mare; quindi nel fare un grande atto di giustizia non si arreca che un assai lieve danno alla finanza, ed è questo danno di gran lunga compensato dalle novelle imposte che le provincie meridionali senza difficoltà accetteranno.

BASTOGI. ministro per le finanze. Conviene osservare che altra cosa è parificare il prezzo del sale, altra è quella di mettere o non mettere il decimo di guerra. Quando il Ministero fra pochi giorni presenterà una legge per la parificazione delle tariffe relativamente a tutti i generi di privativa, proporrà, come ho accennato, anche la parificazione del prezzo del sale. E la proporrà con tanto più coraggio perché la differenza che esiste è minima.

E giova oramai che fra una e un'altra provincia non esista più alcuna differenza, sebbene la differenza, come io diceva, possa essere lievissima. Ma questa questione sulla tariffa è estranea affatto all'argomento che trattiamo. Noi ora discutiamo se si debba imporre alle altre provincie il decimo di guerra, e questa, ripeto, è una questione affatto separata da quella che faremo allorquando avrò l'onore di presentare alla Camera la legge per pareggiare la tariffa dei prezzi dei generi di privativa.

Si è parlato della sovrimposta sull'esportazione degli olii.

Convengo pienamente nelle osservazioni fatte dall'onorevole De Blasiis.

È strano vedere un prodotto italiano sottoposto esclusivamente ad un dazio che non pagano gli altri prodotti congeneri del regno.

È strano che un individuo che sta in un'altra parte del regno paghi l'olio nostrale gravato di un dazio, mentre un consumatore, il quale si trova verso gli Abruzzi e riceve l'olio per parte di terra, avrà l'olio non gravato dello stesso dazio.

Io non ho dimenticato questa strana anomalia, ma ho detto: se vogliamo costituire finanziariamente l'Italia, dobbiamo far leggi uniformi per tutto il regno, ma non si dee credere che coll'abolire un dazio, per quanto ingiusto sia, si cominci a togliere questa differenza di aggravi fra provincia e provincia. Questa tassa sull'olio potrà esser tolta, quando tutte le leggi d'imposta o molte di esse saranno stabilite in tutto il regno.

Se domani io domandassi alla Camera d'applicare a tutte indistintamente le provincie le leggi d'imposta che oggi gravano sopra alcune solamente, e poi chiedessi di lasciare sempre questo dazio sull'olio, voi tutti direste che questa sarebbe una suprema ingiustizia, perché non si deve far differenza tra i consumatori delle provincie napoletane e quelli delle altre provincie del regno, cioè trattare gli uni differentemente dagli altri. Ma la differenza esiste dì già tra i produttori di una parte del regno e i produttori dell'altra, fra i consumatori dell'una e dell'altra parte del regno, e solo quando saremo mollo innanzi nell'applicazione di leggi uniformi in tutto il regno, certo è che non potrà rimanere una ingiusta eccezione a carico dei produttori degli olii in Napoli; allora solo, ripeto, togliendosi ogni differenza fra produttore e produttore di una stessa provincia, sparirà ogni disuguaglianza di aggravi fra una provincia e l'altra del regno.

Nelle condizioni dunque presenti la quistione si riduce piuttosto ad esaminare se egli sia conveniente cominciare ad equiparare il prezzo del sale, estendendo la stessa imposta del decimo di guerra anche sulle provincie sulle quali non è stato finora messo.

Io dichiaro francamente che intorno al prezzo del sale io credo che il timore sia piuttosto, quasi direi, ispirato dalla scienza, che dalla pratica.

Io credo in ultima analisi che, ogniqualvolta una rivoluzione venne a scoppiare in un paese, coloro che si sono voluti mettere alla testa hanno subito fatta una diminuzione nel prezzo del sale.

Ma, se io esamino quale è il sollievo che in questo modo si arreca alla classe povera, veggo che questo sollievo è più apparente che vero, perché la differenza di una lira e mezzo a due lire ogni quintale si riduce a meno di un centesimo a testa al mese. Ora, a meno che il povero consumi più di sale che il ricco, e invece di 15 libbre ne consumi 20 all'anno, egli, invece di nove centesimi di più all'anno, ne pagherà 12.

Ma quale è quel misero che stende anche la mano tutto giorno per le strade per domandare un tozzo di pane che senta maggiore miseria per 12 centesimi all'anno? Voi ammettereste come possibile una miseria che non può resistere, quando è ridotta a tanta estremità.

52 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861.

Dunque io ritengo che il ribasso del sale sia stato spesse volte un temperamento di coloro che momentaneamente (e fors'auche con savio accorgimento politico) hanno voluto frenare le passioni delle moltitudini, anziché dare loro un sollievo. Credo poi che praticamente una piccola differenza nel prezzo del sale non annienti le sofferenze del popolo, né le alleggerisca.

Quindi io sarei d'avviso che, poiché siamo nella via della parificazione delle imposte, questa parificazione si facesse nel prezzo del sale per tutte le Provincie, imponendo a tutte il decimo di guerra.

Confortato anche dalle generose parole di alcuni deputati che rappresentano quella bella parie d'Italia, parole che certamente sono suonate dolcissime a tutto il Parlamento, ed essendo questo il mio avviso anche perché io sono profondamente convinto che nelle provincie napoletane vi è tale uno spirito d'italianità, confido che esse non ricuseranno di sopportare tutti i pesi che sopportano gli altri cittadini dell'Italia. (Bravo! Bene!)

Voci. Ai voti! ai voti!

PLUTINO. Domando la parola.

PRESIDENTE. Ha la parola.

PLUTINO. Voglio far osservare semplicemente alla Camera ed al Governo la posizione pratica nella quale andremo a trovarci col sistema finanziario che si vuole stabilire oggi in Italia: avremo la Sicilia che non pagherà né dazio sul sale, né decimo di guerra; quindi grande tentazione di un terribile contrabbando tra la Sicilia e la Calabria, ed io che mi trovo li vicino, naturalmente posso essere testimone di tutti i grandi disordini che da questa parte deriveranno. Abbiamo il dazio sull'estrazione dell'olio; questo dazio peserà solamente sulla Sicilia e sulla Calabria, giacché gli Abruzzi, potendo far passare i loro olii per terra verso la provincia anconitana, non saranno soggetti a questo pagamento, e quindi ne verrà che le Puglie e la Calabria spediranno o da Brindisi o da altra parte i loro olii al confine degli antichi stati napolitani, e poi dal Vasto li faranno passare per terra nella provincia vicina d'Ancona; quindi non faremmo che una straordinaria confusione, e daremmo grande tentazione al contrabbando, e le finanze quindi, anziché guadagnare, perderebbero. Io perciò vorrei che il progetto come fu presentato nell'altro periodo della Sessione e come fu presentato dal Governo venisse accettato, senza né punto né poco le modificazioni fatte dalla Commissione.

Sostengo poi che non si tratta di quindici o venti centesimi per testa all'anno di differenza, come diceva il ministro delle finanze, e, riguardo al sale, credo che, quantunque si tratti d'un pregiudizio del basso popolo, credo, dico, che politicamente vada rispettato.

PRESIDENTE. Il deputato Boggio propone di aggiungere al numero 6° dell'articolo 1 le parole: e sul sale, e di sopprimere nel precedente numero 5° le parole: meno il diritto di spedizione sugli olii e sui grani.

Metterò dunque prima di tutto ai voti l'aggiunta surriferita.

(Non è approvata. )

BOGGIO. Ritiro l'altro emendamento, il quale era naturalmente connesso con questo.

PRESIDENTE. Allora metterò a' voti l'articolo 1°, con questa avvertenza però che resterà salva la questione delle parole: meno il diritto di spedizione sugli olii e sui grani, la quale questione verrà poi decisa,

quando la Camera la tratterà all'articolo 8 del Ministero.

Con questa riserva adunque metto a' voti l'articolo 1° si e come venne formolato dalla Commissione.

(È approvato. )

Art. 2. Alla ritenzione di due decimi sulle vincite al lotto, stabilita coll'articolo 5 della legge del 5 luglio 1859, sarà dal 1° settembre 1861 sostituito ed applicato in tutte le Provincie del regno l'aumento di un ventesimo sopra ogni giuocata.

Nell'applicare questo aumento, per ogni frazione di mezzo centesimo o più sarà pagato il centesimo intero; ogni frazione minore di mezzo centesimo sarà trascurata.

Fino a che nelle provincie meridionali non sarà messa in circolazione la moneta decimale, le giuocate, nelle quali il ventesimo sarebbe inferiore al mezzo grano, sono sottoposte a un mezzo grano intero. Per le altre giuocate, le frazioni del ventesimo, pari a mezzo grano o inferiori, saranno calcolate per mezzo grano: le frazioni maggiori saranno calcolale per un grano.»

TREZZI. Domando di parlare.

Prego la Camera di osservare che vi si dice: «dal 1" settembre 1861.»

PRESIDENTE. II signor Trezzi osserva che qui si dice: i dal 1° settembre 1861.» Probabilmente si dovrà dire: dal 1° gennaio 1863.

BASTOGI, ministro per le finanze. Sì, è dal 1" gennaio 1862.

PRESIDENTE. Metto ai voti l'articolo con questa variazione.

(È approvato. )

CORSI, relatore. Domando di parlare.

Debbo avvertire che qui si richiederà un nuovo membretto. In Toscana vi sono già due imposte sul lotto: l'una del decimo sopra le vincite, l'altra del 60 per cento sopra le giuocate. Se l'articolo si tenesse fermo nei termini nei quali è esteso, ne verrebbe la conseguenza che per le giuocate in Toscana vi sarebbero tre imposte, ciò che porterebbe un disquilibrio nel sistema generale della lotteria dello Stato. Io quindi credo dovrebbesi aggiungere un membretto, il quale dicesse che con questa nuova imposta s'intenderà abolita l'antica del sessanta per cento già esistente in Toscana.

PRESIDENTE. L'ora essendo tarda, si potrà combinare l'aggiunta e risolvere poi domani la questione.

La seduta è levata alle ore 6.

Ordine del giorno per la tornata di domani:

Seguito della discussione sul progetto di legge per estendere a tutte le provincie del regno la sovrimposta del decimo di guerra.


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TORNATA DEL 23 NOVEMBRE 1861

PRESIDENZA DEL COMMENDATORE RATTAZZI, PRESIDENTE.

SOMMARIO. Giuramento di alcuni deputati, =Lettura di uno schema di legge del deputato La Musa, per riconoscimento di gradi e pensioni militari conferiti dal Governo di Sicilia nel 1848. - Verificazione di elezioni - Si ordina un'inchiesta sull'elezione del collegio di Naso. = Seguito della discussione del disegno di legge per la sovrimposta del decimo di guerra da estendersi a tutte le provincie del regno - Aggiunta proposta dal relatore Corsi all'articolo 2 - approvata - Si approva pure l'articolo 3 - Osservazioni dei deputati Caracciolo e Platino sull'articolo 4 relativo al dazio di esportazione sugli olii - Domanda del deputato Massari sulla durata di quel dazio, e dichiarazione del ministro per le finanze - Osservazione del deputato Briganti-Bellini - L'articolo 4 è soppresso. = Incidente sull'ordine del giorno e delle sedute - Aggiornamento fino a nuovo avviso. - Domande del deputato Ricciardi circa la nomina del generale La Marmora a Napoli, e spiegazione del ministro per l'interno. z= Votazione ed approvazione dell'intiero disegno di legge.

La seduta è aperta all'una e mezzo pomeridiane.

TENCA, segretario, dà lettura del processo verbale della tornata precedente.

TONELLI. Domanda la parola.

PRESIDENTE. Ha la parola.

TONELLI. Mi è sembrato che nel processo verbale sia espresso avere io detto che il decimo di guerra fu dal dittatore applicato nelle provincie dell'Emilia: io dissi soltanto nelle provincie modenesi.

PRESIDENTE. Sarà fatta la rettificazione nel senso da lei accennato.

(Il processo verbale è approvato. ) (Prestano giuramento i deputati Rapallo, Scrugli, Luigi Greco, Brioschi e La Rosa. )

LETTURA DI UNA PROPOSTA DI LECCE DEL DEPUTATO LA MASA

RELATIVA AI MILITARI IN SICILIA NEL 1848.

PRESIDENTE. Gli uffizii I, III, VIII e IX hanno autorizzato la lettura della proposta di legge stata fatta dal deputato La Masa.

Se ne darà lettura.

MASSARI, segretario (legge. - V. vol. Documenti. )

PRESIDENTE. Essendo presente il deputato La Masa, lo prego di dire quando intende sviluppare la sua proposta.

LA MASA. Prego il signor presidente di fissare un giorno dopo le interpellanze che sono state annunciate in una delle precedenti sedute.

PRESIDENTE. Allora sarà fissato lo svolgimento di questa proposta subito dopo che abbiano avuto luogo le interpellanze sulle cose di Roma e di Napoli.

VERIFICAZIONI DI POTERI.

PRESIDENTE. È all'ordine del giorno verificazione di poteri.

MACCHI, relatore. Riferisco, a nome del IV uffizio, sull'elezione del I collegio di Messina.

Questo collegio è composto di tre sezioni, e conta in tutto 1165 elettori. Di questi 531 votarono al primo scrutinio, 661 nel secondo.

Nel primo scrutinio il signor Pancaldo Emanuele riportò 329 voti, il signor Leila Sebastiano 232, il generale Fabrizi 34; sette voti andarono dispersi, e nove furono dichiarati nulli.

Procedutosi al ballottaggio fra il il signor Pancaldo Emanuele e il signor Leila Sebastiano, il primo ebbe 353 voti, il secondo 302.

Il signor Pancaldo Emanuele fu per conseguenza proclamato deputato.

Non essendovi osservazioni, né proteste, l'ufficio ve ne propone per mio 'mezzo la convalidazione.

(La Camera approva. )

Il medesimo ufficio IV m'incarica di proponi la convalidazione dell'elezione del collegio di Acireale nella persona del signor La Rosa don Mariano.

Questo collegio è composto di dieci sezioni, e conta 1095 elettori, de' quali si presentarono 799 alla prima votazione.

Il signor La Rosa don Mariano ebbe 427 voti, il signor Buoncompagni, principe di Piombino, ne ebbe 363.

Il signor La Rosa, avendo riportalo in questo primo scrutinio la maggioranza di voti richiesta dalla legge, venne addirittura proclamato deputato.

Si è osservato nell'esame diligente degli annessi documenti che vi è qualche lieve differenza di cifra fra i sommari parziali e il sommario generale; ma siccome, anche fatta la più ampia deduzione, il signor La Rosa, che venne proclamato deputato, avrebbe tuttavia riportato un 60 voti di più del suo competitore, l'ufficio non credette di dover tener conto di questa piccola variante, esprimendo solo il desiderio che in altra occasione queste differenze non abbiano più a verificarsi, e vi propone senz'altro la convalidazione di questa elezione.

(La Camera approva. )

CAPRIOLO, relatore. Per mandato dell'ufficio VI ho l'onore di proporre un'inchiesta giudiziaria relativamente all'elezione del collegio di Naso.

Questo collegio è composto di 19 sezioni, tante sezioni quanti sono i comuni; il numero degli elettori indicati come iscritti è di 1003; nella prima votazione nessuno dei candidati riportò il numero dei voti necessari per essere eletto; si dovette perciò venire al ballottaggio.

A questa seconda votazione intervennero elettori 890, ottenne voti 481 Cammarata Francesco e voti 409 vennero dati a Raffaele Giovanni.

54 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Francesco Cammarata, avendo ottenuto 72 voti di più del suo competitore, aveva per conseguenza ad essere proclamato deputato. L'ufficio principale esitava a ciò fare, né lo fece tuttavia, se non, come dichiarava, per uniformarsi alla legge; ma dichiarò ad un tempo che credeva la Camera non avrebbe convalidata reiezione siccome peccante di gravi irregolarità, anzi di assoluta nullità. Adduceva a quest'uopo parecchi fatti e molli richiami, anche all'appoggio di tre proteste; ma principale fra tutti gli addotti fatti è questo che, confrontali i verbali dell'elezione del 27 gennaio coi verbali di quest'ultima elezione, ne risulterebbe questa differenza, che gli elettori inscritti troverebbonsi in numero minore di 72 degli elettori che presero parte a questa votazione, cioè a dire che avrebbero votalo 72 individui i quali non erano inscritti fra gli elettori.

Si presentò uno lato per accertare questa differenza; tuttavia l'ufficio VI non volle pronunziarsi definitivamente, perché non aveva sott'occhio i verbali e le liste dell'una e dell'altra elezione per farne il confronto, e perché può essere anche che nel tempo trascorso fra le due elezioni si sia in quel collegio proceduto alla modificazione delle liste elettorali.

La qual cosa, per verità, è poco probabile; ma pure, essendo possibile, stimò miglior partito l'ufficio VI di astenersi dal proponi addirittura l'annullamento dell'elezione.

E si che stava quasi per farlo, poiché dai verbali stessi di questa elezione risulta che, per esempio, nella sezione Alcara si presentarono, per il primo scrutinio, le volute liste da cui si rilevava che erano 47 gli elettori inscritti, i quali tutti 47 diedero il loro voto all'onorevole Cammarata, e quindi nel ballottaggio, cioè selle giorni appena dopo, furono invece nella stessa in numero di 51 gli elettori che diedero tutti il loro voto al medesimo signor Cammarata, onde l'assoluta certezza che vi intervennero almeno 4 individui che non avevano diritto di votare.

Un quale fallo, aggiunto agli altri richiami riferiti dal seggio della sezione principale, indusse tanto più l'uffizio VI ad affidarmi il mandato di proponi un'inchiesta giudiziaria, affinché sia riconosciuto se veramente il numero dei votanti eccedesse di 72 quello degli inscritti. In qual caso l'elezione sarebbe radicalmente nulla, poiché farebbe scomparire la maggioranza ottenuta dall'eletto, che è appunto di 72 voti.

Oltracciò l'ufficio VI mi commetteva di richiedervi che vi piaccia di estendere l'inchiesta a tutti i fatti e a tutte le circostanze riferite dal seggio della sezione principale e dalle tre proteste che vanno unite al verbale di proclamazione.

Fatti e circostanze che ora io laccio per risparmiarvi una inutile molestia, poiché l'inchiesta dovendosi fare, è naturale che si estenda a tutte le irregolarità denunciate.

L'ufficio elettorale chiede in pari tempo, e al vostro uffizio sesto parve bene di chiedere alla sua volta che si cerchi modo di ridurre il numero delle sezioni, cosicché noi vi sieno tante sezioni quanti sono i comuni, che cioè questo collegio si divida come tutti gli altri in quattro o cinque sezioni. Così si potranno evitare molle rivalità locali.

Propone infine il vostro uffizio un'inchiesta giudiziaria, perché fra i denunziati avrebbevi anche l'intendente locale.

MASSARI. Vorrei che l'onorevole relatore avesse la compiacenza di dichiarare alla Camera se dall'esame ch'egli ha fatto delle operazioni elettorali del collegio di Naso risultasse il minimo addebito alla persona dell'onorevole eletto.

CAPRIOLO, relatore. Nulla risulta che si possa imputare all'eletto; anzi, per quanto mi consta, egli non era nemmeno in Sicilia.

PRESIDENTE. L'ufficio VI propone che sia ordinala una inchiesta giudiziaria per riconoscere il numero dei votanti, se erano cioè maggiori di quello degli elettori inscritti, ed anche per verificare alcune altre irregolarità che vennero dallo stesso ufficio notate.

(La Camera approva. )

MONTICELLI, relatore. A nome dell'VIII ufficio ho l'onore di riferire sulla elezione del collegio di Conversano, avvenuta il 4 agosto 1861 nella persona del signor Giuseppe Lazzaro.

Totale inscritti numero 1250; votarono 660; dei quali 577 elettori diedero il loro voto al signor Lazzaro Giuseppe, e 31 al generale Lungo, e gli altri voti andarono dispersi.

Avendo pertanto il signor Lazzaro avuto più voti del terzo degli inscritti, e più della metà dei volanti, fu proclamalo deputato.

Le operazioni sono regolari; non vi ha che un errore nel sommario degli elettori inscritti, che l'ufficio principale portò a 1485, mentre nelle liste gli elettori sarebbero in numero assai minore, non essendo che di 1250.

Ad ogni modo il signor Lazzaro Giuseppe ha tutti i voti richiesti dalla legge, sia che si contino 1481 elettori, sia che se ne contino 1250; quindi il signor Lazzaro venne legalmente eletto.

Esso era professore di lettere nel collegio di musica di Napoli, ma mandò la sua rinuncia, la quale fu accettata in data 29 luglio 1861, e così prima che a venisse la sua elezione.

Per conseguenza l'uffizio Vili a mezzo mio propone alla Camera la convalidazione di quest'elezione.

(È approvata)

Debbo pure riferire sull'elezione del collegio di Terranova, nel quale il 23 giugno rimase eletto il signor Beltrani Vito.

Gli elettori inscritti nelle cinque sezioni di questo collegio sono 1074; votarono 894.

Il signor Beltrani Vito ebbe voti 483; il signor Camerata Scovazzo Francesco 405, e gli altri 6 andarono dispersi.

Prima che l'ufficio principale redigesse il verbale, furono presentati tre reclami contro le operazioni di due di quelle sezioni, dei quali l'ufficio principale tenne conto, senza voler giudicare, e senza neppur asserire se i fatti che venivano esposti in queste proteste fossero veri.

Una di queste proteste è sottoscritta da una dozzina circa di elettori della sezione di Riesi, i quali reclamano contro la votazione fatta in quel comune, perché le operazioni elettorali dell'ufficio non furono eseguite in unica adunanza, ed in continuazione di quelle dell'ufficio provvisorio. Diffatti l'ufficio provvisorio scioglieva l'adunanza a mezzogiorno e chiudeva il locale della riunione elettorale.

Alle cinque pomeridiane l'ufficio definitivo riapriva il locale dell'adunanza elettorale e cominciava a raccogliere la votazione pel deputato.

Appoggiandosi su quest'interruzione, che non è permessa dalla legge, questi elettori che protestano, chiedono l'annullazione dell'elezione stessa.

Gli altri due reclami sono sottoscritti da un buon numero di elettori della sezione di Butera e della sezione di Terranova.

Essi espongono che credono debba dichiararsi nulla l'elezione succeduta nel collegio di Terranova: «1° perché nella sezione di Licata la lista degli elettori

55 -TORNATA DEL 25 NOVEMBRE

è composta in massima parte di cittadini che non hanno i requisiti del censo e le altre condizioni volute dalla legge elettorale; locchè facilmente si scorge dalla lettura della lista suddetta, nella quale in gran parte sono indicate per qualità elettorali quelle di civile, negoziante, sacerdote; %' perché gli elettori di quella sezione, che ad arte furono cresciuti ad un numero considerevole (più di 400), votarono in gran parte senza scrivere di proprio pugno il nome del candidato, ma gettando nell'urna la scheda che portavano bell'e preparata in tasca; e questo perché il massimo numero dei medesimi risulta essere della classe degli analfabeti.»

Nell'esame di questi tre reclami, l'ufficio VIII ha creduto che non fosse il caso di tener conto del primo, cioè che la sezione di Licata non avesse fatte tutte le operazioni elettorali senza interruzione; perché, sebbene la legge voglia che le operazioni siano fatte di seguito, siccome in detta sezione sono 146 gl'inscritti, e che di essi votarono in numero di 98, per conseguenza coloro che soffrirono dall'interruzione sarebbero solamente 18, i quali, supponendo anche che avessero dato tutti il loro voto al candidato che ebbe minor numero di voti, ciò non avrebbe potuto variare l'esito della votazione.

Quanto al secondo appunto, cioè che la lista degli elettori della sezione di Licata fosse composta in massima parte di cittadini non aventi i requisiti del censo o quelle altre condizioni che sono richieste dalla legge, seguendo la giurisprudenza già adottata dalla Camera, l'ufficio VIII ha creduto che non si poteva dare importanza a questo richiamo, perché le liste elettorali debbono essere rivedute nelle epoche volate dalla legge, ed una volta che le medesime sono compiute ed approvate nella debita forma, esse hanno pieno valore, e quelli che vi sono scritti hanno diritto di dare il loro voto nelle elezioni.

Quanto al terzo, cioè che gli elettori della stessa sezione di Licata si siano presentati colle schede scritte in tasca, ed abbiano gettato nell'urna, non già una scheda data loro dal segretario o dal presidente, come vuole la legge, ma una scheda che avevano già scritta e preparata prima, l'ufficio Vili osservò che questa protesta non venne dagli elettori della sezione stessa di Licata, i quali fossero opponenti a colui che riusci eletto, ma che fu presentata da elettori di altre sezioni, i quali non poterono entrare nella sala, epperciò non possono aver veduto questo fatto, che cioè si gettassero nell'urna le schede scritte prima.

Osservò poi che anche nell'elezione del principe Sant'Elia, fatta da questo stesso collegio, vennero le stesse proteste dagli elettori delle sezioni di Balera e Terranova, sempre contro gli elettori di Licata.

Si vede dunque che vi ha fra queste sezioni una certa rivalità; anzi in una di queste proteste gli elettori di Terranova dicono francamente:

«Si chiede adunque che la Camera ripari all'illegalità, annullando la votazione degli elettori di Licata, come emanazione di una lista arbitraria; il che è una violazione della legge elettorale e dello Statuto, salvo a presentare al Parlamento la petizione di far escludere dal collegio elettorale di Terranova il comune di Licata, ed introdurne invece altri dello stesso circondario, i quali, per una mal considerata circoscrizione, furono aggregati ad altri collegi.

In conseguenza l'ufficio Vili, considerando da una parte che si vede che vi ha una certa rivalità manifesta fra queste sezioni, e che ad ogni elezione vengono le stesse proteste dalle stesse sezioni sempre contro quella di Licata;

considerando che i fatti esposti da questi petenti non possono essere da essi convalidati come testimoni, perché nessuno di essi entrò nella sala di votazione della sezione di Licata, l'ufficio Vili per mezzo mio vi prepone di convalidare l'elezione, dichiarando eletto deputato il signor Vito Beltrani. (La Camera approva. )

SEGUITO DELLA DISCUSSIONE E ADOZIONE DEL. PROGETTO DI LEGGE

PER L'ESTENSIONE DELLA SOVRIMPOSTA DEL DECIMO DI GUERRA

A TUTTE LE PROVINCIE DEL REGNO.

PRESIDENTE. Non essendovi più relazioni di elezioni in pronto, si riprenderà la discussione dello schema di legge per estendere a tutte le provincie del regno la sovrimposta del decimo di guerra.

La Camera ha ieri votato l'articolo 3 del progetto ministeriale, che è il secondo della Commissione. A quest'articolo il relatore della Commissione ha proposto un'aggiunta cosi concepita:

«Il ventesimo in Toscana è sostituito alla sopratassa già ivi esistente sulle giuocate di centesimi ti e sessanta parti di centesimo.»

Il relatore della Giunta ha facoltà di sviluppare questa sua proposta.

CORSI, relatore. Per conoscere la convenienza del paragrafo che ho chiesto si aggiunga all'articolo 3, occorre sapere che in Toscana vi sono già due sovrimposte al giuoco del lotto; havvi una sovrimposta del decimo per le vincite, che equivale al ventesimo sopra le giuocate, giacché nei calcoli comuni le vincite si calcolano a metà dell'incasso delle giuocate; ed havvi un'altra sovrimposta sopra le giuocate stesse di B centesimi e 60 frazioni di centesimo, che equivale ad un altro ventesimo.

Ora, mi è nato il dubbio che, portando quest'aumento di 5/20 alle giuocate ordinarie, esse possano diminuire sensibilmente e trattenere cosi dal pagamento di questa dolorosissima imposta.

É per questa considerazione che ho proposta la dichiarazione che nel ventesimo che si stabilisce attualmente s'intendano compresi quei 0, 860 che già esistono sopra le giuocate.

Dichiaro però che io faccio questa proposta movendo il dubbio se questo aumento sensibile sopra le giuocate possa pregiudicare alla rendita dell'imposta relativa, ma che io non insisto poi di troppo: quindi, se anche la Camera credesse di non appoggiare la proposta da me fatta, non farei grande insistenza, tanto più che credo che non la farà neppure il ministro delle finanze.

PRESIDENTE. Il signor ministro per la finanza accetta quest'aggiunta?

BASTOGI, ministro per le finanze. Ove piaccia alla Camera, si potrebbero togliere questi cinque centesimi, come una sovrimposta a quelli che già si metterebbero, unicamente perché, aggravato di soverchio il giuoco del lotto, dà luogo ad un contrabbando dirò cosi straordinario. Io domanderei fosse abolita questa sovrimposta già esistente; quando però la Camera non creda di abolirla e procedere col sistema uniforme in questo momento, per togliere le differenze in avvenire, io non insisterò.

PRESIDENTE. Pongo a partito quest'aggiunta.

Chi approva, è pregato di alzarsi.

(Fatta prova e controprova, l'aggiunta è adottata. )

Ora viene l'articolo terzo, che corrisponde al quarto del progetto ministeriale:

«Sulla sovrimposta di guerra non sarà corrisposto alcun aggio ai contabili né ai distributori della carta bollata.»

56 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Se nessuno domanda la parola, Io pongo ai voti.

(È approvato. )

Viene infine l'articolo quinto del progetto ministeriale, che sarebbe il quarto quando venisse approvato dalla Camera.

L'articolo è cosi concepito:

«La tariffa doganale italiana sarà applicata alle provincie napolitane e siciliane anche alla spedizione e all'esportazione degli olii e dei cereali presentemente sottoposte a disposizioni eccezionali.»

CARACCIOLO. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. La parola è al deputato De Blasiis che se l'era riservata su questa questione.

DE BLASIIS. Cedo la parola al deputato Caracciolo.

CARACCIOLO. Era mio intendimento d'associarmi al desiderio manifestato dagli onorevoli miei colleghi Fiutino e De Blasiis perché fosse riprodotto l'articolo quinto del progetto ministeriale, il quale importa l'abolizione del dazio sugli olii nelle provincie meridionali. Non parlo del divieto d'esportazione dei cereali, perciocché questo divieto fu introdotto da un decreto reale che nell'ultima tornata il ministro delle finanze propose fosse convertito in legge. Ma quanto all'esportazione degli olii mi permetterò di sottoporre alla Camera una considerazione, sulla quale non è stata finora richiamata la sua attenzione, e che, non ne dubito, dovrà influire grandemente sulle sue deliberazioni.

Il dazio di esportazione sugli olii, come tutti i dazi internazionali, non pesa solamente sul proprietario e sul consumatore indigeno, ma eziandio sul consumatore forestiere; quindi non pare che sia né ragionevole, né prudente che il Governo rinunzi a quest'importante vantaggio senza cercare d'ottenere dall'estero un vantaggio corrispondente, attesoché i consumatori esteri profitteranno del beneficio che sollecitiamo. Le indagini da noi fatte c'inducono a credere che pendano trattative con qualche Governo estero per migliorare le condizioni dei nostri commerci. L'abolizione del dazio suddetto, ove facesse parte di un atto internazionale, potrebbe essere cagione di qualche altra agevolezza pel commercio italiano. Lo straniero sarebbe indotto a concedercene solo in ragione di reciprocità.

Però per qualche breve spazio di tempo verrà ritardata la soddisfazione di questo desiderio giustissimo, per la ragione che nessuno nella Commissione stessa, né molto meno il Ministero proporrebbe al paese di rinunziare a questo salutare effetto di raddoppiare cioè il beneficio economico che esso è destinato a ricevere, di crearne due invece di un solo, vale a dire svincolare la mercanzia paesana all'uscita, ed agevolare l'importazione di qualche mercanzia analoga dallo straniero, e al tempo stesso compensare il fisco del sacrifizio che esso è obbligato a sopportare per effetto della cessazione di questo vistoso provento.

Per le ragioni che ho significate, riserbando tutte le altre, io voto per il progetto della Commissione. (Bravo bravo!)

PRESIDENTE. Il deputato De Blasiis aderisce?

DE BLASIIS. Aderisco.

PLUTINO. Rettifico dapprima l'asserzione dell'onorevole preopinante.

Io non dichiarai di voler combattere il progetto di legge pel dazio sulla esportazione degli olii, ma mi riservai di discutere in proposito.

Il dazio sulla esportazione degli olii gravita esclusivamente non già su tutte le provincie napolitane, ma solamente su tre di esse: sulle Puglie, sulle Calabrie e sulla Sicilia; gli Abruzzi, potendolo esportare per terra, né andranno esenti. Il dazio è immensamente gravoso, perché colpisce i proprietari di una sola natura di agricoltura, e perché gravita sopra un prodotto, il quale è già colpito di un forte gravame fondiario.

Un guanto, e guanto di nobile sfida, ci è stato lanciato dall'altro lato della Camera, e noi lo raccogliamo. Si è detto alle Provincie meridionali: concorrete con noi e uguagliateci nei sacrifizi che si debbono fare per la patria comune.

Ebbene, o signori, noi in questa occasione vogliamo dimostrare che non solo vogliamo uguagliare le antiche provincie nei sacrifizi che si debbono fare per la patria, ma che, animati da santa emulazione, vogliamo superarle. {Bravo!bravo) Io sono nato in una parte d'Italia, la quale principalmente viene colpita dal dazio che oggi noi votiamo; né credo d'essere esagerato se sostengo che quel dazio sull'estrazione degli olii colpisce quasi per un terzo del suo valore la provincia nella quale son nato.

Dirò di più; questo dazio è immensamente gravoso per le condizioni speciali di quelle provincie meridionali sulle quali questo dazio va a pesare.

Signori, ho veduto tempo fa un carro contenente 180 otri d'olio avanti la dogana di Torino; questo carro veniva da Savona, aveva tragittato un'immensa distanza, gli Apennini. Ebbene, o signori, nelle provincie meridionali per trasportare 180 otri d'olio ci vogliono 90 cavalli, e spesso spesso ci vogliono 180 uomini, poiché da grandissima parte dei nostri oliveti noi siamo obbligati a far trasportare sulle spalle di uomini gli otri d'olio. Io voglio con ciò far considerare alla Camera l'immenso sacrificio che questo dazio apporta a quelle popolazioni, per dimostrare, votandolo, il desiderio che esse hanno di concorrere nei sacrifizi per la patria. (Bravo!)

Non credo di andare errato e di essere l'interprete delle buone disposizioni di quelle popolazioni, se dichiaro che con animo pacato e volonteroso accetteranno questo novello gravame. (Bravo! Bene!)

Però il ministro per le finanze deve convenire con noi che questa imposta deve assolutamente essere temporanea, perché è veramente ingiusta. Io spero che, quando il Governò vi troverà la sua convenienza nell'interesse generale delle finanze italiane, sarà sollecito a domandarne l'abolizione.

Mi spiace che non sia presente il signor ministro dei lavori pubblici; io gl'indirizzcrei i miei ringraziamenti, come Italiano, per i prodigi che ha fatto nel portar avanti le opere pubbliche, ma lo pregherei nelle stesso tempo che cooperasse con tutta la sua attività allo sviluppo dei mezzi di comunicazione nelle provincie meridionali, le quali saranno sorgente d'immensa ricchezza e di prosperità per le nostre finanze.

Io prego il Governo di non fare per l'Italia meridionale come opera la caritatevole abitudine dei frati mendicanti, i quali da una parte vi presentano una larga bisaccia per accettare copiose largizioni e dall'altra parte vi offrono una presa di tabacco, (fiorito) Il Governo abbia cura di esigere le imposte in tutte le provincie. Oggi s'impone il registro, domani s'impone il bollo; noi pagheremo tutte le imposte come le altre provincie del regno; ma d'altra parte desideriamo che il Governo abbia maggior cura alle condizioni anormali nelle quali si trovano le provincie meridionali.

Signori, se vogliamo che l'Italia cammini, bisogna rafforzarne le gambe. Pensate alle provincie meridionali. (Segni di approvazione)

57 - TORNATA DEL 23 NOVEMBRE

MASSARI. Anch'io avevo in animo di proporre il rista

Prego però, e credo di non essere indiscreto nel muovere preghiera, prego però il mio onorevole amico il ministro delle finanze di aver la compiacenza di dichiarare alla Camera che realmente la conservazione di questo carico sarà puramente temporaneo.

BASTOGI, ministro delle finanze. Poiché è desiderio, ed è riconosciuto necessario, di conservare momentaneamente questo dazio sugli olii, io credo, dopo quanto ho esposto ieri intorno a questa sovrimposta o dazio, di non aver bisogno di aggiungere molte parole. Dirò solo che, dopo aver indicate le anomalie che produce nel sistema generale delle tariffe italiane il sistema di questo dazio, ho dichiarato che non credeva opportuno di sopprimerlo immediatamente.

Riconosciuto pertanto non equa nel sistema generale delle imposte questa specialità di dazio, dichiaro che il Ministero si occupa perché sia tolto non solamente nell'interesse generale di una specie di produttori, ma nell'interesse generale del commercio italiano.

Dicendo queste poche parole mi pare di convenire nei desidera già espressi principalmente dall'onorevole deputato Caracciolo.

BRIGANTI-BELLINI. Domando la parola.

PRESIDENTE. Vuol parlare su questo argomento e riprodurre l'articolo?

BRIGANTI-BELLINI. Vorrei dirigere su quest'argomento poche parile all'onorevole ministro delle finanze.

Presidente Onde stabilire i veri termini della questione, io osservo che tanto il deputato De Blasiis che il deputato Plutino sono entrambi d'accordo nel non insistere nella loro domanda; perciò non è più il caso di discutere su quest'argomento. Ciò premesso, do la parola al deputato Briganti-Bellini.

BRIGANTI-BELLINI. Dopo le generose parole pronunciate dagli onorevoli membri appartenenti alle provincie dell'Italia meridionale sarebbe sconveniente (e questa frase forse neppure spiega tutto il mio pensiero) di venire a proporre che altre provincie, che pur sono soggette a delle imposte eccezionali, ne fossero sgravate.

Io non ho domandato la parola se non per prendere atto delle dichiarazioni fatte dall'onorevole ministro delle finanze, che questi dazi eccezionali, queste imposte che gravitano sopra alcune o una sola provincia verranno tolti nell'equiparazione delle tasse, e per conseguenza nella stessa occasione in cui sarà tolto il dazio sugli olii. Io intendeva solamente a far notare che fra le provincie che erano soggette al Governo pontificio la sola Marca è rimasta assoggettata ad un dazio sul vino, che venne tolto alle al Ire provincie che erano sommesse alla dominazione pontificia.

Io non credo necessario di domandare all'onorevole ministro delle finanze che equipari quella provincia a tutte le altre, quando saranno tolte le altre tasse straordinarie o che non gravitino su tutte le altre provincie del regno, e il suo silenzio verrà considerato come sua acquiescenza in questo principio, acquiescenza ch'egli ha già enunciata in occasione della tassa sugli olii.

PRESIDENTE. Essendo stata ritirata la proposta di riproduzione dell'articolo 3, non è più il caso di metterlo ai voti. La Camera quindi rammenterà essersi ieri sospeso di deliberare sull'ammessione o non all'art. 1 delle parole: «meno il diritto di spedizione sugli olii e sui grani, facendola dipendere dalla soppressione

o non dell'articolo 5: rimanendo ora soppresso questo articolo, necessariamente dovranno intendersi approvate quelle parole all'articolo 1: «meno il diritto di spedizione sugli olii e sui grani.»

Scialoia. Sugli olii. Sui grani è inutile, perché non esiste.

PRESIDENTE. Allora il n°8 dell'articolo 1 dirà: a Dazi di dogana, meno il diritto di spedizione sugli olii.»

Si passerà allo squittinio segreto sul complesso della legge, che ora è così concepito:

«Art. 1. L'aumento del IO per cento a titolo di sovrimposta di guerra, stabilito nelle antiche provincie con la legge del 5 luglio 1889, sarà dal 1° gennaio 1852 applicato nelle Provincie del regno, alle quali non è ancora esteso, sulle seguenti imposte:

«1° Contribuzione prediale che si riscuote a prò dello Stato;

«2° Imposta personale o di famiglia;

«3° Imposta sull'industria, sul commercio, sulle professioni liberali;

«4° Tassa sui redditi dei corpi morali o stabilimenti di manomorta;

«5° Dazi di dogana, meno il diritto di spedizione sugli olii;

«6° Diritti per la vendita delle polveri da caccia e da mina;

«7° Tasse d'insinuazione, di registro, di successione e di emolumento giudiziario, cosi fisse, come proporzionali.

«8° Prezzo della carta bollata e diritti che si pagano per l'apposizione del bollo straordinario o del visto per bollo;

«9° Diritti d'ipoteca per le iscrizioni e le trascrizioni, qualunque sia la data dei titoli.

Art. 2. Alla ritenzione di due decimi sulle vincite al lotto, stabilita coll'articolo 8 della legge del 5 luglio 1839, sarà dal 1° gennaio 1863 sostituito ed applicalo in tutte le Provincie del regno l'aumento di un ventesimo sopra ogni giuocata.

Nell'applicare questo aumento, per ogni frazione di mezzo centesimo o più sarà pagalo il centesimo intero; ogni frazione minore di mezzo centesimo sarà trascurata.

Fino a che nelle provincie meridionali non sarà messa in circolazione la moneta decimale, le giuocate, nelle quali il ventesimo sarebbe inferiore al mezzo grano, sono sottoposte a un mezzo grano intiero. Per le altre giuocate, le frazioni del ventesimo, pari a mezzo grano o inferiori, saranno calcolate per mezzo grano; le frazioni maggiori saranno calcolate per un grano.

«Il ventesimo in Toscana è sostituito alla sopratassa già ivi esistente sulle giuocate di centesimi 8 e sessanta parti di centesimo.

«Art. 3. Sulla sovrimposta di guerra non sarà corrisposto alcun aggio ai cantabili, né ai distributori della carta bollata.»

Siccome poi non vi è più nulla all'ordine del giorno, la seduta sarà terminata.

Mi occorre a questo punto di osservare che nulla vi è attualmente in pronto da poter essere messo in discussione per il primo giorno della ventura settimana; quindi io credo miglior partito che i signori deputati si adunino negli uffici, onde esaminare e preparare i vari progetti di legge che furono presentati, e particolarmente quelli relativi alle finanze.

Intanto, siccome si è già stabilito che debba istituirsi una discussione sui documenti presentati dal presidente del Con

CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Credo opportuno che si attenda fino a quel giorno, perché molli deputati non sono ancora giunti, ed è necessario di lasciar trascorrere un certo periodo di tempo affinchè abbiano agio di recarsi alla Camera, se intendono prender parte a una discussione cosi importante.

Se dunque non vi sono opposizioni, si intenderà approvato questo sistema.

RICCIARDI. Domando la parola.

Quanto a me, non ho nessuna difficoltà; solo mi sembra che la Camera non dovrebbe perdere cinque o sei giorni: è impossibile che non ci sia nessuna legge, nessun lavoro in pronto per occupare la Camera in tutto il corso della settimana.

PRESIDENTE. Quando vi sia qualche lavoro in pronto prima di lunedì, io convocherò, come ho dello, la Camera nel corso della settimana.

RICCIARDI. Allora bisognerà stimolare gli uffici affinché facciano presto a dar corso all'esame di alcune leggi...

PRESIDENTE. Ella ha perfettamente ragione, ma io non posso far altro che rivolgere questa raccomandazione a tutti i deputati, che siano il più che possono solleciti; e spero che pel sentimento del dovere che hanno, essi faranno quanto è umanamente possibile per preparare lavori da presentare alla Camera.

RICCIARDI. Giacché ho la parola, se mi permette, farò una domanda al Ministero.

PRESIDENTE. Parli.

DOMANDE DEL DEPUTATO RICCIARDI RICCARDO ALLA CONDIZIONE

DEL DEPUTATO LA MARMORA, PREFETTO TEMPORARIO A NAPOLI.

RICCIARDI. Desidererei sapere il perché il collegio elettorale di Biella non sia stato ancora convocato per l'elezione di un nuovo deputato, il generale La Marmora essendo stato nominato prefetto della provincia di Napoli. Io non credo che il Governo voglia considerare il generale La Marmora nella stessa guisa colla quale ieri l'altro si volle considerare il generale Pettinengo, perché la luogotenenza è stata mantenuta in Sicilia ed abolita in Napoli.

Domanderò poi un altro schiarimento al ministro dell'interno: io trovo nel giornale ufficiale di Napoli essere stato il generale La Marmora, prefetto di Napoli, delegato dal ministro dell'interno a rappresentarlo in tutto ciò che spetta all'esecuzione, del la legge relativa alla leva, e si aggiunge aver esso prefetto diramato una circolare agli altri prefetti delle Provincie meridionali. Questo fatto è molto grave, ed io desidero sapere se il generale Lamarmora sia veramente il prefetto della sola provincia di Napoli, ovvero il capo supremo delle Provincie meridionali.

Mi sembra che con quest'alto il Governo riconosca incerto modo il fallo di aver abolito la luogotenenza, ed abbia avuto la certezza che la luogotenenza poteva pur servire a qualche cosa. Bramerei dunque avere qualche schiarimento su quello che ho detto.

RICASOLI B. , ministro per l'inferno. Sono in grado di rispondere immediatamente.

Il generale La Marmora non è prefetto di Napoli; è unicamente incaricato temporariamente delle funzioni di prefetto di Napoli.

Al Ministero questa circostanza è parsa sufficiente perché il generale La Marmora non perdesse la qualità di deputato.

Quanto all'avere incaricato il generale La Marmora di dirigere le operazioni della leva, è una risposta semplice anche questa, che posso dare io stesso, sebbene manchi il ministro della guerra, che potrebbe forse diffondersi maggiormente ed indicarne meglio di me le ragioni legali.

La leva nelle provincie napoletane si deve fare colla legge antica. Già tutte le operazioni erano avviate; non mancava altro che il chiamare i giovani ad adempiere al debito della estrazione. Dovendosi far la leva colla legge di quelle Provincie, essendo già inoltrate le operazioni, ed essendovi di più un apposito uffizio centrale in quelle provincie, il quale dirigeva tutte queste operazioni, è parso che sarebbe stato imprudente interrompere e prolungare queste importantissime operazioni della leva, tanto più urgenti pel tempo protratto, perché la legge napoletana non ha effetto se non durante l'anno che ancora resta. Essendo, come dissi, già molto avanzati nell'anno stesso, poteva accadere che le operazioni non si ultimassero prima che la legge cessasse di aver effetto.

È parso bene dunque di conservare nel generale La Marmora la qualità di direttore di questa operazione che deve farsi unicamente in quelle provincie giusta l'antica legge. Del resto il Governo non è punto pentito d'aver abolita quella luogotenenza.

Il Governo ha creduto con ciò di adempiere pienamente allo spirito prevalente della nazione e che si è manifestato più particolarmente in quest'Assemblea, cioè di tendere rapidamente all'unificazione, il che vuol dire abolire quei governi eccezionali, che non erano altro che le memorie di un passalo che tutti deploriamo, e del quale conserviamo ancora disgraziatamente molte vestigia. (Vivi segni di approvazione a destra)

RICCIARDI. Sarò costretto allora a fare due altre domande. (Segni d'impazienza)

PRESIDENTE. Pregherei l'onorevole deputato Ricciardi, se ha interpellanze da fare, a domandare che venga fissato un giorno.

RICCIARDI. In primo luogo vorrei sapere se il prefetto La Marmora percepisca o non percepisca stipendio. (Mormorio)

Mi pare che, ove percepisca stipendio, non debba essere deputato, perché la legge elettorale è chiarissima a tale proposito.

D'altra parte l'onorevole presidente del Consiglio ha parlato della provvisorietà delle funzioni del generale; ma io non mi ricordo aver visto il decreto il quale dichiara questa provvisorietà.

Di più io non so vedere il perché siasi riconosciuta la necessità di abolire la luogotenenza di Napoli e non quella della Sicilia'; mentre la Sicilia non deplora quasi nessuno dei mali che affliggono le provincie napoletane.

PRESIDENTE. Osservo all'onorevole Ricciardi, 'che solleva una questione che vuole essere annunziata e discussa con tutta maturità.

RICCIARDI. Ebbene, di ciò si parlerà lunedì.

Ma intanto io vorrei sapere se il generale La Marmora percepisca o non percepisca stipendio come prefetto.

PRESIDENTE. Il signor presidente del Consiglio vuole rispondere adesso!

RICASOLI B. ministro per l'interno. Posso, se la Camera vuole...

Varie voci. No! No!

59 - TORNATA DEL 23 NOVEMBRE

Presidente Allora si passerà alla votazione della legge per iscrutinio segreto.

Risultato della votazione:

Presenti 205

Votanti 201

Maggioranza 105

Voti favorevoli 191

Voti contrari 10

Si astennero 4

(La Camera approva. )

La seduta è levata alle ore 3 ½.

TORNATA DEL 29 NOVEMBRE 1861

PRESIDENZA DEL BARONE POERIO, VICEPRESIDENTE.

SOMMARIO. Lettura di una propositi di legge del deputato Pisanelli, e di altri, per proroga della riorganizzazione dell'ordine giudiziario nelle provincie napoletane - Incidente sul giorno a fissare per lo svolgimento. - Lettura di un disegno di legge del deputato Salvagnoli per l'alienazione di beni demaniali nelle provincie toscane. = Lettere di rinunzia dei deputati Malinusi e Turrisi-Colonna - Si concede loro un congedo. - Lettera del deputato Proto - La sua rinunzia è accettata. - Presentazione di due disegni di legge del ministro guardasigilli, per modificazioni alla legge sull'ordinamento giudiziario nelle provincie napoletane e siciliane. = Verificazione di poteri, = Informazioni ed istanze del deputato Lama sull'esame e sulla presentazione di bilanci. = Relazione sul disegno di legge per l'attivazione del Codice di procedura penale, e dell'ordine giudiziario in Lombardia. - Relazione e discussione del disegno di legge per l'abolizione di vincoli feudali nella Lombardia - Il ministro guardasigilli, ed i deputati Mosca, Gadda, Mancini e D'Ondes Reggio si oppongono alle modificazioni della Giunta circa il consolidamento dei beni feudali - Queste sono propugnale dai deputati Allievi, Zappetta, e Restelli relatore - Si discute il progetto ministeriale - Aggiunta del deputato Di Cavour all'articolo 1° - Osservazioni in appoggio del deputato Trezzi, e opposizione del ministro guardasigilli - L'articolo è approvato - La proposta della Giunta all'articolo V è respinta - Altra aggiunta proposta dal deputato Di Cavour, contrastata dal deputato Mancini, è rigettata - Approvazione degli articoli 2, 5, U e li - Avvertenza del relatore sul 6, che è approvato - La votazione sull'intiero schema non è valida per mancanza; è rinviata.

La sedata è aperta alle ore una e mezzo pomeridiane.

MASSARI, segretario, legge il processo verbale dell'ultima tornata.

GIGLIUCCI, segretario, espone il seguente sunto di petizioni:

7597. Brugnatelli Giovanni Battista da Pavia, nella qualità di curatore del figlio legittimato del nobile Carlo Benedetto Gandolfi, luogotenente nell'arma di fanteria, morto nel 1889 in seguito a ferita riportata alla battaglia di Palestre, ricorre perché il medesimo venga ammesso ai beneficii accordati ai figli dei militari orfani, a termini delle vigenti leggi.

7598. De Giorgio Vito Elia da Clienti, provincia di Capitanata, capitano della guardia nazionale, domanda di essere indennizzato dei danni sofferti da un'orda di briganti che gli devastarono e bruciarono i suoi poderi.

7599. Feroci Giuseppe, Mari Remo e Nucci Ettore chiedono l'ammessione nel ruolo dei procuratori esercenti nel tribunale di prima instanza di Arezzo, per essere stati abilitati a quell'esercizio dalla Corte di Firenze nello scorso mese di giugno.

7600. Il sindaco e trecento cittadini di Massa-Carrara fanno istanza per il più possibile avvicinamento della stazione della strada ferrata del litorale alla città di Massa.

7601. Donadio Michele da Manfredonia, provincia di Capitanata, lagnasi di essere stato dismesso da ufficiale sorvegliante telegrafico, e domanda, in vista de' servizi prestati, di venir riammesso in impiego.

7602. Valentino Pietro da Sersale, provincia di Calabria Ulteriore seconda, già professore interinale nel liceo di Catanzaro, chiede la nomina di professore titolare di antepratica.

7603. Filipponi Emidio da Monsanvito, provincia di Ancona, vecchio settuagenario, domanda un impiego in vista delle sofferte persecuzioni politiche e de' servizi prestati.

7604. La Giunta municipale di Posta, circondario di Città Ducale, provincia del secondo Abruzzo Ulteriore, reclama contro

la deliberazione emessa dal Consiglio provinciale relativa al traslocamene della sede mandamentale da Posta a Borbona.

7605. De Chiro Francesco da Baranello, provincia di Molise, ex-impiegato nel regio albergo de' poveri in Napoli, domanda il di posto ufficiale di terza classe nell'amministrazione del bollo.

7606. Albertini Giovanni Battista, da Genova, chiede una pensione, o, quanto meno, un sussidio vitalizio, siccome già addetto all'amministrazione sotto il Governo del primo impero francese a Roma.

PRESIDENTE. Sono stati presentati alla Camera i seguenti omaggi:

Santi Filippo, da Napoli-Ricognizione africana; memoria estratta dal giornale l'Ateneo popolare (copie 180).

60 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Satragni Giuseppe da Milano - Sull'ordinamento interno (copie 500).

Calvi avvocato Giuseppe - Discorso pronunciato per la distribuzione dei premii agli allievi ed allieve delle scuole elementari comunali di Oneglia (k copie). m Prefetto di Pesaro e Urbino - Atti del Consiglio provinciale nella prima sessione straordinaria del 1861 (2 copie).

Prefetto di Genova - Atti del Consiglio provinciale, sessioni ordinaria e straordinaria; relazione del professore Carlevaris, preside dell'istituto tecnico, intorno alla visita fatta da operai genovesi all'esposizione italiana in Firenze (12 esemplari).

Bossa Alessandro Goffredo, da Saluzzo - Carmi latini ed italiani ai redentori, ai municipi ed alla 'gioventù d'Italia (6 copie).

Il presidente del regio Comitato centrale italiano per l'esposizione di Londra - Quarta puntata degli atti ufficiali (numeri 15 a 19) di quel Comitato (esemplari 430).

Prefetto di Modena - Atti del Consiglio provinciale, sessione ordinaria (li esemplari).

Gigli avvocato Luigi - Progetto di lingua filosofico universale pei dotti (esemplari 450).

Babbini sacerdote Elia, curato della cattedrale pistoiese - Scritti relativi alla sua sospensione a divini (50 copie).

Murre Fraccagnani avvocato Giovanni Battista, da Camerino - Della ragione filosofica nel diritto politico penale (2 copie).

Romano Rivera Alberto - Cenni sull'esposizione italiana (10 copie).

(I deputati Lacaita e De Siervo prestano giuramento).

LETTURA DEL DISEGNO DI LESSE PER PROROGA

DELLA RIORGANIZZAZIONE DELL'ORDINE GIUDIZIARIO

NELLE PROVINCIE NAPOLITANE.

PRESIDENTE. Due proposte sono state ammesse alla lettura: la prima, tendente a prorogare nuovamente l'esecuzione del decreto 17 febbraio 1861, presentata dai deputati Pisanelli, De Blasiis, Spaventa Silvio, De Cesare Carlo, Leopardi, Devincenzi G. , Baldacchini, è cosi concepita:

«L'esecuzione del decreto 17 febbraio 1861, contenente l'organico giudiziario per le provincie napoletane, è prorogata fino al 1° giugno 1862.

Domando al deputato Pisanelli quando intenda sviluppare la sua proposta.

PISANELLI. Domani, se si può.

PRESIDENTE. Abbiamo già un'altra proposta dell'onorevole signor La Masa stata ammessa alla lettura, e Io sviluppo della quale venne fissato dopo le interpellanze che devono aver luogo lunedì; intende il signor deputato l'inanelli che la sua proposta segua quella del signor La Masa?

PISANELLI. Se oggi c'è tempo, potrebbe svilupparsi oggi; se no, domani.

PRESIDENTE. Per isvilupparla oggi converrebbe che fosse stata messa prima all'ordine del giorno; però quando la Camera sarà in numero la consulterò in proposito.

D'ONDES REGGIO. Non ho chiesto di parlare se non per significare alla Camera che, se il signor Pisanelli debbe tenere discorso sull'ordinamento giudiziale decretato dal ministro di grazia e giustizia per le provincie napolitane, io debbo tenere discorso per quello decretato per la Sicilia, e per pregare la Camera che assegni il termine più breve possibile affine di deliberarne la sospensione, poiché sono persuaso, e non m'inganno, che se mai quell'ordinamento si mandasse in Sicilia ad effetto, esso sarebbe specie di sancita denegazione di giustizia, cagione di danni ingenti, di generale scompiglio.

PRESIDENTE. Mi perdoni; ora non sarebbe il caso di entrare in questi particolari

D'ONDES REGGIO. Scusi, signor presidente, è d'uopo accennare a grave motivo, affine di ottenere dalla Camera che tosto, come urgente, si tratti la bisogna.

RICCIARDI. Domando la parola sul processo verbale.

PRESIDENTE. Abbia la compiacenza di attendere che sia esaurito questo incidente.

La parola è al deputato Pisanelli.

Pisanelli. Pregherei l'onorevole guardasigilli di volermi fissare un giorno per un'interpellanza riguardante le tabelle pubblicate nel giornale ufficiale del 26 e 28 novembre sulla circoscrizione per il nuovo ordinamento giudiziario nelle provincie napolitane e siciliane.

MIGLIETTI, ministro di grazia e giustizia. Potrò rispondere nella circostanza in cui l'onorevole Pisanelli svolgerà la proposta di legge che ha presentata alla Camera.

PISANELLI. Sta bene; lo ringrazio.

PRESIDENTE. Anche l'onorevole D'Ondes-Reggio potrà rimandare le sue osservazioni a quel giorno.

D'ONDES REGGIO. Ma quando sarà?

PRESIDENTE. Attendo che la Camera sia in numero per interpellarla Appunto su questo.

Intanto il deputato Ricciardi ha facoltà di parlare sul processo verbale.

RICCIARDI. Desidererei che fosse registrato nel processo verbale un fatto che credo di qualche importanza.

Sabbato scorso, rivolgendo la parola all'onorevole ministro dell'interno, io gli domandai perché il collegio elettorale di Biella non fosse stato convocato; egli rispose a questa mia domanda, ma non alla seconda, cioè se il prefetto La Marmora percepisse o no stipendio; bensì si alzò dicendo che ove la Camera desiderasse, avrebbe risposto subito. Allora, non la Camera, ma alcune voci avendo detto: JVo! no! busta! l'onorevole presidente del Consiglio si reputò dispensato dal dare ulteriore risposta.

Io desidererei che questa circostanza fosse consegnata nel processo verbale, che grave mi sembra il fatto, non essendo io stato mosso a fare la mia domanda che dalla convinzione il diritto costituzionale essere stato violato.

Massari, segretario. È inutile affatto che insista l'onorevole Ricciardi; se egli desidera che s'aggiunga questa circostanza speciale, sarà aggiunta sul processo verbale.

RICCIARDI. Non domando altro che risulti che ho richiesto il ministro dell'interno di rispondere a una domanda gravissima, e che questa risposta non fu fatta.

MASSARI, segretario. Benissimo.

(Il processo verbale è approvato. )


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61 - TORNATA DEL 29 NOVEMBRE

LETTURA DELLA PROPOSTA DI LEGGE DEL DEPUTATO SALVAGNOLI

PER VENDITA DI BENI DEMANIALI IN TOSCANA.

PRESIDENTE. L'altra proposta di legge, la cui lettura è stata autorizzata, è dell'onorevole Salvagnoli; essa è cosi concepita. (V. vol. Documenti. )

L'onorevole Salvagnoli non essendo presente, attenderemo la sua venuta per interrogarlo quando intende sviluppare la sua proposta.

CONGEDI E RINUNZIE.

PRESIDENTE. Ci sono domande di congedo e rinunzie; prego l'onorevole segretario di darne lettura.

MASSARI, segretario. L'onorevole Malmusi scrive in data 20 novembre:

Onorevole signor presidente,

«Gravi e pur troppo incontestabili motivi di salute mi obbligano a rinunziare all'onore, cui tanto ambii, di sedere deputato di Modena nel Parlamento italiano.

«Prego pertanto la S. V. illustrissima perché voglia rassegnare alla Camera il presente atto di rinuncia, i Sono con sensi di profonda osservanza,» ecc. Chiavarina. L'egregio nostro collega deputato Malmusi domanda le sue dimissioni per cagione di salute.

Io proporrei alla Camera di fare, come operò altre volte quando onorevoli nostri colleghi hanno domandato le dimissioni, di non accettarle, cioè, pel momento, ma di concedergli un congedo di due o tre mesi, affinché alla fine di quel tempo il deputato che ha chiesto le dimissioni per qualche infermità, possa, ove la sua salute glielo permetta, ritornare al Parlamento

PRESIDENTE. La proposta dell'onorevole Chiavarina è la seguente: di non accettare immediatamente le dimissioni dell'onorevole Malmusi, ma invece, poiché trattasi di dimissioni chieste per motivi di salute, di dargli due o tre mesi di congedo, nella speranza che possa ristabilirsi e continuare a far parte di questa Camera. È appoggiata questa proposta? (É appoggiata. ) La metterò ai voti. (È approvata. )

MASSARI, segretario. Il deputato Turrisi-Colonna scrive da Palermo in data del 18 corrente:

Signor presidente,

Non permettendomi lo stato di mia salute sostenere in inverno un lungo viaggio di mare, né dimorare lungamente nella città di Torino, è mio dovere rinunciare la rappresentanza al Parlamento italiano che mi ebbi dal 3° collegio della città di Palermo.

Crederei tradire la fiducia in me riposta dagli elettori se, nella impossibilità di recarmi all'appello, io volessi conservare il mandato che ho sostenuto fin oggi.

Mi creda, ecc.

PRESIDENTE. Se non vi sono opposizioni, s'intende accettata la dimissione.

RICCIARDI. Domando la parola.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare.

RICCIARDI. Io proporrei lo stesso ch'è stato proposto dall'onorevole Chiavarina pel nostro collega Malmusi, poiché identici sono i due casi, e trattasi di conservare alla Camera uno dei nostri più degni colleghi.

MASSARI. Domando la parola.

PRESIDENTE. Il deputato Massari ha la parola.

MASSARI. Ognuno s'associerà certamente alle parole di encomio date dall'onorevole Ricciardi al nostro onorevole collega Turrisi-Colonna.

Ma farò osservare che non v'è identità fra il caso testé succeduto dell'onorevole Malmusi ed il caso attuale.

L'onorevole Malmusi aveva chieste le sue dimissioni per motivi di salute, laddove l'onorevole Turrisi-Colonna, con una lealtà che gli fa grande onore, dice che si trova nell'impossibilità di recarsi all'appello, e per conseguenza chiede le sue dimissioni.

Io quindi credo che la dimissione debba essere accettata.

D'ONDES REGGIO. Domando la parola.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare.

D'ONDES REGGIO. Veramente il signor Turrisi-Colonna essendo persona ragguardevolissima quanto altri mai, io mi accomodo all'opinione del signor Ricciardi, imperocché Turrisi-Colonna ha scritto, come diceva anche in Sicilia prima che si riunisse il Parlamento, che era per questo tempo invernale e per certe sue particolari condizioni che non poteva ora venire. Quindi l'onorevole Turrisi-Colonna non mancherebbe che pel breve tempo che noi staremo radunati in questo scorcio della prima Sessione; ma sono sicuro che all'aprirsi della novella Sessione verrà. Se poi allora non venisse, sarebbe certamente il caso di accettare la sua rinunzia.

D'altronde la Camera, sospendendo di accettare questa rinunzia, non vi sarebbe meno in questa Sessione uno de' rappresentanti della nazione, perché, anco accettandosi, aranti che si ordini la convocazione del collegio e si elegga un nuovo deputato, certamente questa seconda parte della prima Sessione sarà chiusa.

Io quindi propongo che per ora la Camera non accetti la rinunzia dell'onorevole Turrisi-Colonna.

MASSARI. Dal momento che l'onorevole deputato D'Ondes Reggio dichiara che quella parola impossibilità è in certo modo condizionata, mi associo con molto piacere alla sua proposta.

PRESIDENTE. Metto ai voti la proposta dell'onorevole Ricciardi, appoggiata dal deputato D'Ondes Reggio, perché non si accetti la rinunzia dell'onorevole Turrisi-Colonna, ma gli si conceda un congedo di due mesi.

(La Camera approva. )

[La terza lettera del deputato Proto]

MASSARI, segretario. La terza lettera è del deputato Proto, scritta da Torino in data del 27 cadente. (Movimento)

«Onorevole signor presidente,

«Quando mi accinsi a scrivere la mia mozione d'inchiesta parlamentare per le provincie napolitano erari consigliato dal dolore che in me destava l'infelicissimo stato del mio paese, non che dalla voce della coscienza cui solo hanno servito tutte le mie opere nella mia vita. Ma io era ben lungi dal credere che la mia mozione dovesse destar tanti sdegni e che ciò che aveva scritto per i soli deputati e per leggersi negli uffizi, onde tenerli avvisati del vero stato della cosa pubblica in quella parte meridionale d'Italia, dovesse diventare di ragion comune dello universale e subbietto alle diverse dicerie della stampa periodica. Sapevo non esser lecito discorrere fuori di un'Assemblea legislativa di ciò che si passa negli uffizi di essa, e però maraviglio che sia avvenuto il contrario per la mia mozione. La lettura della mia mozione seppe reo? Ciò mi è grave. Non pertanto io non posso ritirarla e ritiro invece la persona mia dalla Camera elettiva (Benissimo! Bravissimo!),

62 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

dolorosamente protestando contro un potere che par non voglia sapere, né riparare i mali che travagliano le Provincie napolitane. (Bisbigli di dissenso)

«Nel dimettermi dal carico di deputato, per onor del vero e' per rispetto del mio carattere e della indipendenza di quello che adorna i miei antichi colleghi, giovami dichiarare che a rassegnare i miei poteri non sono stato indotto, né consigliato da persona, che di mia libera e piena volontà io ritorno alla vita privata ed ai miei pacifici studi, lietissimo del ritornarvi senza rancore e senza rimordimento veruno.

Frattanto piacemi significare alla onoranza vostra che ho già ordinato venga data a stampa la mia mozione, acciocché gli amici del vero e la storia possano conoscerne le vere parole ed il senso, e però giudicare a loro agio tra me ed i miei avversari politici.

Voglia, signor presidente, comunicare alla Camera questa mia lettera e, ringraziandola della cortesia, ossequiosamente mi dico, ecc.

PRESIDENTE. La proposta del signor Proto è stata rigettata da tutti gli uffizi, all'unanimità e con indignazione. Ora il signor Proto dice che la stamperà; in tal caso l'opinione pubblica potrà giudicare se giustamente sia stata rigettata una proposta cosi indegna e contraria ai sentimenti italiani.

Metto dunque ai voti l'accettazione delle demissioni del signor Proto, duca di Maddaloni, da deputato del collegio di Casoria.

(Dopo prova e controprova, la rinunzia risulta accettata all'unanimità. )

LEOPARDI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Parli.

LEOPARDI. Prendo la parola per dire che l'accettazione della rinuncia del deputato Proto non deve implicare per nulla quello che si può chiamare delitto di stampa...

MOSCA. Ciò non appartiene a noi.

PRESIDENTE. L'incidente è terminato, la Camera ha già deliberato.

PANATTONI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. La parala spetta prima all'onorevole guardasigilli.

PRESENTAZIONE DI DUE DISEGNI DI LEGGE RELATIVI

ALL'ORDINAMENTO GIUDIZIARIO NELLE PROVINCIE NAPOLITANE.

MIGLIETTI, ministro di grazia e giustizia. Qual siasi l'esito della preposta che intende fare l'onorevole Pisanelli, io debbo intanto prepararmi" per l'attuazione nelle provincie napoletane e siciliane di quell'organamento giudiziario che per disposizione legislativa dovrebbe andare in esecuzione al 1° gennaio 1862. Per quest'oggetto, perché, cioè, sia facilitata l'attuazione di quest'organamento nelle suddette provincie, io presento alla Camera due schemi di legge, i quali hanno per oggetto essenzialmente di parificare gli stipendi della magistratura e di conferire al Governo quelle facoltà che sono indispensabili, perché nel periodo della transizione possa dare quelle disposizioni che sono necessarie per l'attuazione del citato organamento giudiziario.

PRESIDENTE. La Camera dà atto al guardasigilli della presentazione di questi due progetti di legge, che saranno passati agli uffizii per l'esame.

DOMANDA DI RELAZIONE DI URGENZA DI UNA PETIZIONE.

PRESIDENTE. Il deputato Panattoni ha facoltà di parlare.

Panattoni. Domando che sia dichiarata urgente la petizione 7599.

La medesima è stata avanzata da tre legali aretini abilitati alla professione di procuratore. Essi fin qui non poterono essere ammessi all'esercizio effettivo della loro professione nel tribunale di Arezzo a motivo di un dubbio che loro è affacciali».

Quando il tribunale d'Arezzo fu istituito, il numero dei procuratori venne fissato dal relativo regolamento in proporzione del territorio, ma questo è stato successivamente aumentato d'altre comunità, ed il numero degli abitanti è cresciuto di circa trenta mila. Conseguentemente per il buon servizio giudiziario non bastano i causidici attuali, e la Camera di disciplina dei procuratori addetti al tribunale di Arezzo ha proposto che se ne accresca il numero. Per altro il ministro di giustizia non ha creduto di essere facoltato ad allargare il ruolo dei procuratori di Arezzo, dubitando che potesse occorrere una legge per tale modificazione.

Per ciò i tre petenti hanno richiesto che venga dal Parlamento fatta qualche dichiarazione in proposito per togliere ostacolo, qualora vi fosse. Ed essendo questa una cosa che riguarda il servizio della buona giustizia, mi pare che l'urgenza della petizione sia bastantemente dimostrata.

(La petizione è dichiarata d'urgenza )

VERIFICAZIONE DI POTERI.

PRESIDENTE. Prego i signori relatori d'elezioni che hanno relazioni in pronto di presentarsi successivamente alla tribuna.

DE BLASIIS, relatore. Ho l'onore d'essere incaricato dal Il uffizio di riferire sull'elezione del collegio d'Atripalda.

Gli elettori inscritti in quel collegio sono 1069.

Alla prima votazione intervennero in numero di di 8, ed i voti furono cosi ripartiti: al signor Francesco Paolo Catucci in numero di 178, al signor Dassi Giuseppe in numero di 68, al signor Belli Sabino in numero di 73, al signor Grilla Domenico 88; voti disporsi e nulli 23.

Essendosi resa necessaria la seconda convocazione pel ballottaggio fra i signori Catucci e Dassi, intervennero in essa elettori in numero di 479, dei quali 270 votarono pel signor Catucci e ISO pel Dassi; 59 voti furono dichiarati nulli.

L'ufficio ha creduto che si dovesse render conto alla Camera di questa straordinaria quantità di voti dichiarati nulli, ed è per ciò che fo conoscere alla Camera che di queste 59 schede, otto furono dichiarate nulle nella sezione di Atripalda per sconvenevolezze in esse contenute, e per essersi in esse dichiarato di non voler votare né per l'uno né per l'altro dei candidati che erano in ballottaggio; otto furono dichiarate nulle nella sezione di Volturara per essersi in esse nominate persone diverse dai due candidati che erano in ballottaggio; i 8 furono annullate nella sezione di Montemiletto, perché si trovarono essere scritte su carta diversa da quella che era stata consegnata dal presidente agli elettori, perché sopra vi fosse scritto il nome del candidato cui davano il roto; 38 finalmente furono annullate nella sezione di Serino per un motivo più grave, del quale io sono in obbligo di dare perfetta cognizione alla Camera.

63 - TORNATA DEL 29 NOVEMBRE

Nella seconda votazione del collegio di Serino i votanti furono 112. Intanto si trovarono nell'urna bollettini in numero di 124.

È necessario per l'intelligenza, per il calcolo di questa irregolarità, che io dia lettura del processo verbale col quale l'ufficio della sezione di Serino dichiarò l'annullamento di 58 schede. Ecco le parole testuali:

«Si è osservato nel corso delle operazioni, ossia nella estrazione delle schede dalle urne, che in molle schede piegate ed intestate a Giuseppe Dassi, di volume più grande, vi erano involte diverse altre di minor volume, che numerate in seguito erano in numero di 16.

Compiuta la votazione, si è verificato eziandio che erano nell'urna 124 schede, mentre i votanti intervenuti erano 112. Infine si è osservato che nelle schede intestate a Francesco Paolo Catucci non vi erano alterazioni.

«In conseguenza di che la Commissione ha dichiarato nulle le sedici schede non solo, ma anche le altre dodici, separando i votanti che, per la legittima ragione che le piccole schede rinvenute erano cadute sicuramente da quelle più grandi, che segnavano la stessa piegatura e carattere.

Ora l'ufficio ba agitata la questione della regolarità di ciò che si è operato nella sezione di Montemiletto, annullando le 15 schede portanti il nome dei Catucei, e nella sezione di Serino, annullando i 28 voti a danno del Dassi, per le ragioni indicate nel verbale, ed è stata di avviso che in Montemiletto si è proceduto con soverchia severità, annullando le 15 schede per la sola ragione che erano scritte sopra carta diversa da quella distribuita dal presidente, dappoiché non vi è nessuna disposizione di legge la quale, sotto pena di nullità, inibisca agli elettori di poter far uso di una carta differente da quella distribuita dal Presidente. Sulle operazioni poi del collegio di Serino, l'ufficio si è pronunziato per l'annullamento della votazione intiera, dappoiché non può ritenersi fatto regolarmente ciò che l'uffizio ha creduto di fare annullando parzialmente alcuni bollettini soltanto. Però, siccome i voti che si sono avuti dal Catucci in Serino sono 63, ed i voti che si sono accordati a Dassi sono 49, e, se anche si volessero a questi aggiungere i 28 annullati, sarebbero 77; e siccome il totale dei voti avuti nelle altre sezioni del collegio da Catucci sono stati in numero di 203, e da Dassi in numero di 101, cosi è chiaro che, sia che si aggiungano a queste ultime cifre i voti dati dalla sezione di Serino, sia che tutta la votazione di Serino si ritenga nulla, sempre il Catucci resterà superiore al Dassi di molti voli, e perciò la sua proclamazione a deputato non ammette dubbio quanto alla prevalenza dei voti.

Ho avuto non pertanto l'incarico di riferire le accennate cose, perché valessero di criterio alla Camera nel giudicare sul valore di un ricorso che è stato presentato contro questa elezione, risultando chiaro dalle riferite cose che tanto il rigore usato dal collegio di Montemiletto nell'escludere 18 schede sulle quali era scritto il nome di Catucci, quanto l'eccedenza delle schede verificate nella votazione di Serino tendevano a favorire piuttosto il Dassi che non il Catucci, apro del quale da niun verbale apparisce che si sia fatta o tentata alcuna irregolarità.

Senonchè contro quest'elezione, che pur fu fatta in giugno del corrente anno, solamente al 23 del corrente mese, e quando l'ufficio II aveva già deliberato sulla validità della medesima, si è presentata una protesta, colla quale si cerca di invalidarla, o per lo meno promuovere un'inchiesta.

Darò lettura alla Camera della protesta che è concepita nei seguenti termini:

Al Parlamento nazionale,

«Gli elettori del collegio di Atripalda, nella provincia di Principato Ulteriore, usi a promuovere lo spirito pubblico, o la vera e sana opinione, e forti del diritto di poter accusare i cittadini al popolo, o a qualunque magistrato o Consiglio, quando che peccassero in alcuna cosa contro allo stato libero, si recano a dovere di richiamare l'attenzione del Parlamento nazionale sopra i fatti e le pratiche tenute da non pochi raggiratori onde far risultare vittorioso dall'urna elettorale il nome di Francesco Paolo Catucci.

Non perché emissari spediti da Napoli, con la cooperazione di altri della provincia, la maggior parte affigliati al Catucci per agevolezze durante la presidenza da esso lui tenuta al tribunale civile di Avellino, facevansi apostati e fabbri della più inaudita corruzione, variamente lusingando gli elettori; a taluni si faceva credere il Catucci raccomandato all'uopo dal Governo, e quindi la promessa di cariche o impieghi amministrativi, giudiziari, doganali, secondo i desiderii o le varie tendenze dei votanti; a taluni, che vergogna! offrivasi in moneta il prezzo del loro suffragio; e agli altri infine, riconosciuti per lor vita onesta, s'imponeva con delle raccomandazioni e col nome di persone autorevoli, dalle quali gli elettori per relazioni civili dipendessero.

«In pruova, niuno potrebbe negare che, oltre alle somme pecuniarie, anche dei pranzi furono dati pel Catucci, ed il trionfo del nome di costui, raccomandato, non dal liberate coscienzioso suffragio, ma dal complotto di mestatori, mentre indegnava i buoni, dava campo alle querele degli ambiziosi e dei retrivi, i quali nelle immorali pratiche del Catucci traevano materia alta a muovere il pubblico a loro favore e ad odiare e sprezzare le libere istituzioni.

Insistere per le opportune provvidenze non è di presente nostro compito, che ogni raccomandazione all'uopo varrebbe sospettare del sentimento e della coscienza del Parlamento, che gelosamente sa custodire la propria dignità; valga quindi la presente accusa come causa a più severe disposizioni legislative alte ad assicurare la libertà delle elezioni ed annullare quelle fatte in dispregio della legge e della morale, essendo questo il più nobile ed importante tra i diritti cittadini, ' ed in tal modo tra gli elettori del mandamento di Atripalda gli esponenti potranno, a chi volesse accagionarli di aver venduto il loro suffragio, con franchezza rispondere aver eglino coraggiosamente accusato (anta corruzione, forti del loro diritto, e tranquilli della propria coscienza.

Questa protesta è firmata da 68 persone, ma le loro firme non sono punto autentiche.

Inoltre la Camera ha potuto vedere come nella protesta niun fatto preciso è stato indicato, niuna persona è stata nominata come rea di corruzione, o come pronta ad attestare 1 fatti di corruzione vagamente cennati; tutto si riduce a gratuite asserzioni, le quali giungono alla Camera dopo il decorso di cinque mesi, e senza spiegare il motivo per il quale in questo frattempo niuna doglianza e niun reclamo si era presentato.

Per queste ragioni l'ufficio couchiuse non doversi tenere in alcuna considerazione questa tardiva protesta, non fornita di firme autentiche, e non contenente fatti precisi e concludenti.

Sono quindi incaricato dal detto ufficio II di proporre alla Camera l'approvazione dell'elezione del signor Francesco Paolo Catucci a deputato del collegio di Atripalda.

(La Camera approva. )

64 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

SUSANI, relatore. A nome del VI uffizio ho l'onore di riferire sull'elezione del collegio di Arezzo.

Questo collegio, composto di cinque sezioni, conta 1521 elettori inscritti. Alla prima adunanza, il 27 scorso ottobre, convennero 249 elettori, e 2'»8 bollettini furono dichiarati Validi. Di questi 231 portavano voti favorevoli al cavaliere Filippo Brignone, luogotenente generale nell'esercito di terra; il conte Fossombroni ebbe 6 voti.

Niuno avendo raggiunto il numero prescritto dalla legge, si dovette passare allo scrutinio di ballottaggio.

È da osservare che nella sezione quarta, quella di San Francesco, il presidente provvisorio, presentatosi nella sala alle ore otto del mattino, e rimastovi sin dopo l'una pomeridiana, non riuscì mai ad avere un numero di elettori sufficiente per costituire l'uffizio provvisorio; quindi per questa quarta sezione è annessa al verbale definitivo una dichiarazione del fatto firmata dal presidente dell'uffizio provvisorio, e gli elettori della quarta sezione essendosi astenuti, non concorsero alla elezione. Nella sezione quinta di Monte Sanseverino l'ufficio definitivo fu costituito per acclamazione.

Il processo verbale dichiarando questo fatto spiega come l'ufficio provvisorio ammettesse questo modo di elezione fondandosi sopra i precedenti della Camera, e principalmente sopra un precedente del U aprile 1850. Questo, precedente si riferisce all'elezione del collegio di Torriglia. Nel rapporto che allora venne fatto alla Camera, l'ufficio dichiarò effettivamente che l'essere l'ufficio stabile stato acclamato anziebè eletto per scrutinio non costituisse, a suo avviso, una irregolarità la quale infirmasse la elezione.

Nel secondo giro di scrutinio per ballottaggio, sopra 230 votanti, il lenente generale Brignone ebbe 221 voti, 5 voti furono dati al conte Fossombroni.

Nella quarta sezione si è nuovamente riprodotto il caso che non si presentarono elettori in numero sufficiente perché si costituisse l'ufficio definitivo, sebbene consti che il presidente provvisorio era rimasto nella sala dalle 8 del mattino sin dopo l'una pomeridiana.

Non vi essendo alcuna protesta, le operazioni essendo in massima regolari, il VI ufficio a mezzo mio vi propone di convalidare questa elezione.

L'ufficio mi ha però incaricato di esporvi come sembri a lui che non debba essere incoraggiato il fatto dell'elezione per acclamazione dell'ufficio stabile. Sebbene pei precedenti invocati l'ufficio non abbia creduto che ciò potesse invalidare la elezione sulla quale si riferisce, pure esso è d'avviso che per l'articolo 69 della legge elettorale l'ufficio definitivo debba formarsi per via di schede.

L'opinione espressa dall'ufficio risulta convalidata dalle espressioni con cui è detto nella legge che quando quelli che hanno avuto il maggior numero di voti non siano presenti, non accettino l'ufficio, debbano ad essi subentrare coloro che in seguito si ebbero un maggior numero di suffragi.

Ad ogni modo giova ripetere come, nonostante questa circostanza e per riguardo al precedente espressamente invocato nel verbale, l'ufficio non ritenne che questo vizio di forma possa invocarsi per invalidare questa elezione. L'osservazione si volle però esposta onde impedire che altre volte si invochino cosi fatti precedenti. (L'elezione è convalidata. )

LANZA GIOVANNI. Domando la parola sull'ordine del giorno.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare.

MOZIONE DEE DEPUTATO LANZA GIOVANNI

PER LA PRESENTAZIONE DEL BILANCIO.

LANZA GIOVANNI. Fra i lavori, che alla chiusura del primo periodo di questa Sessione rimasero incompiuti, vi è quello importantissimo sui bilanci.

La Commissione ha creduto suo dovere di rendere conto alla Camera dello stato in cui si trovano questi lavori, onde la Camera potesse dare quelle norme che le sembrassero richieste all'uopo.

La Commissione dei bilanci nel primo periodo della Sessione ha presentato la relazione sopra le spese straordinarie dei bilanci e sopra il bilancio della guerra.

S'attenne essa a questo sistema di riferire prima sulle spese straordinarie, perché le parve che costituissero una parte essenziale dei bilanci, una parte in quell'epoca non ancora impegnata, ed intorno alla quale per conseguenza l'opera e le discussioni del Parlamento potessero ancora tornare utili ed efficaci.

Ma nell'intervallo tra il primo ed il secondo periodo della Sessione, questa parte dei bilanci venne grandemente variata. S'introdussero molte mutazioni in più ed in meno, cioè a dire per decreti reali si approvò l'esecuzione di opere, le quali non erano contemplate nei bilanci. D'altronde anche le opere iscritte nei bilanci in gran parte vennero già appaltate ed alcune anche intraprese.

Io quindi non chiederò ora alla Camera che si discuta questa parte dei bilanci, perché ciò non si potrebbe fare senza che prima la Commissione ritirasse quella relazione, e prendesse ad esame tutte le mutazioni introdotte. Io credo inutile che la Commissione rifaccia questo lavoro, perché, prima che esso sia compiuto, probabilmente le opere saranno già in parte eseguite, e le spese impegnate, cosicché la Camera non ci potrebbe far nulla.

Venendo poi alla parte ordinaria dei bilanci, sulla quale la Commissione avrebbe ancora a riferire, avvertirò che le spese sono quasi tutte già fatte. Essendo oramai trascorsi undici mesi dell'anno solare, è compiutamente inutile che la Camera si occupi della discussione di un bilancio, quando esso è quasi tutto consumato.

Per queste considerazioni la Commissione ha creduto di prevenire la Camera, che essa per ora soprassiede dall'ulteriore esame di questi bilanci, ed attende con ansietà e con una specie d'impazienza che vengano dal Ministero presentati i bilanci del 1862, per poterne intraprendere alacremente la discussione, acciocché possano essere volati il più presto possibile.

La Commissione non ha certamente la presunzione di richiedere che questi bilanci del 1862 siano approvati prima che comini l'esercizio, perché ciò sarebbe impossibile, ma spera che possano essere discussi prima che l'anno sia mollo inoltrato, affinché l'esame del Parlamento torni abile ed efficace alla cosa pubblica.

Io non aggiungerò altre parole, perché la discussione preventiva di un bilancio è cosa di tanto momento, che si può a ragione dire che il sistema costituzionale non è pienamente in vigore fintantoché il Parlamento non procede a quest'approvazione preventiva. Dirò ancora di più che non è possibile introdurre qualsiasi riforma nell'amministrazione, né cancellare qualsiasi spesa inutile od eccessiva, senza che il Parlamento si addentri in tutti i meandri del bilancio, onde vedere dove stiano queste spese inutili ed eccessive.

65 - TORNATA DEL 29 NOVEMBRE

Io non ispingerò più oltre le mie osservazioni, perché sarebbe un voler istruire Minerva; voi tutti ben sapendo queste cose.

Conchiudo coll'esprimere la speranza che il Ministero farà ogni suo sforzo, perché questi bilanci pel 1862 sieno al più presto possibile presentati al Parlamento.

PRESIDENTE. Prima che si passi alla discussione del disegno di legge che è all'ordine del giorno, domanderò all'onorevole Pisanelli quando intenda svolgere la sua proposta.

PISANELLI. Io sono agli ordini della Camera; se essa intende che si possa svolgere in questa seduta, io sono pronto; se crede sia meglio aspettare a domani...

PRESIDENTE. Osservo che si fissa sempre prima un giorno per Io svolgimento.

PISANELLI. Dunque a domani.

PRESIDENTE. Se non vi sono opposizioni, s'intenderà fissato per domani lo sviluppo della proposta Pisanelli.

(La Camera approva. )

D'ONDES REGGIO. Domanderò all'onorevole presidente se sia inteso che io pure domani possa fare contemporaneamente la mia mozione.

PRESIDENTE. Si, sì, è inteso, coll'occasione dello svolgimento stabilito.

RELAZIONE SUL PROGETTO DI LEGGE PER L'ATTUAZIONE DEI. CODICE PENALE E SULL'ORDINAMENTO GIUDIZIARIO IN LOMBARDIA

PRESIDENTE. La parola è al deputato Gadda per presentare una relazione.

GADDA, relatore. Ho l'onore di deporre sul banco della Presidenza la relazione della Giunta sul disegno di legge tendente a mettere in attività in Lombardia il Codice di procedura penale e l'ordinamento giudiziario.

PRESIDENTE. Questa relazione sarà stampata e distribuita.

PRESENTAZIONE DELLA RELAZIONE E DISCUSSIONE DEL DISEGNO

DI LEGGE PER L'ABOLIZIONE DEI VINCOLI FEUDALI IN LOMBARDIA.

RESTELLI, relatore. Domando la parola.

Per mera formalità presento la relazione della Commissione sull'abolizione dei vincoli feudali in Lombardia; relazione che fu già, del resto, distribuita ai singoli deputati.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno chiama la discussione dei disegno di legge portante abolizione dei vincoli feudali in Lombardia.

È aperta la discussione generale. Anzitutto interrogherò il signor ministro se accetti le modificazioni proposte dalla Commissione.

MINISTRO DI GRAZIA E GIUSTIZIA. Debbo dichiarare che il Ministero non può accettare il progetto che la maggioranza della Commissione ba sostituito a quello che già venne adottato dal Senato, e che il Governo credette di riproporre.

Le ragioni per cui non può accettarlo si mostrano evidenti. Io accennerò le principali.

Tutti sono d'accordo essere giusto che cessi il vincolo chegrava attualmente i feudi; il punto su cui seno divise le opinioni di questa Camera e del Senato consiste nella soluzione di una questione la quale è di mero interesse privato. Cessando di esistere i feudi, doveva necessariamente provvedersi ai rapporti privati del possessore del feudo e di coloro i quali avevano non un diritto, ma una speranza di possedere col tempo i feudi medesimi.

La maggioranza della Commissione scioglie questa questione in contemplazione di un caso determinato, essa cioè propone il caso in cui siano i beni feudali posseduti da chi si trovi nel vigore degli anni e possa ancora aver prole. Dice la Commissione: sarebbe ingiustissimo che venisse parte di questa sostanza feudale aggiudicata ad un chiamato della linea collaterale, mentre il possessore del feudo è nella condizione di procreare colui che, per le disposizioni le quali crearono il feudo medesimo, avrebbe ragione di possederlo dopo di lui.

In verità, se si contempla questo caso, par giusta la soluzione che la maggioranza della Commissione ha dato al quesito, giacché questo si presenta nei rapporti privati del possessore del feudo e di coloro che sono chiamali a possedere successivamente il medesimo; ma se, per lo contrario, noi fingiamo altri casi, evidentemente là soluzione data dalla maggioranza della Commissione apparirà ingiusta. Se, per esempio, noi supponiamo che il feudo sia posseduto da chi per la sua età non sia più in condizione di procreare figli, ed abbia la speranza di possedere dopo di lui il feudo uno che si trovi nel fiore degli anni, parrebbe egli giusto in questo caso che a quest'individuo, il quale è chiamato a possedere il feudo dopo la morie di colui che lo possiede attualmente, non si concedesse parte alcuna dei beni feudali? La questione dovendosi sciogliere legislativamente, debbono contemplarsi tutti indistintamente i casi che si possono presentare, e non un caso solo; e siccome nella frequenza dei casi potrebbe molte volte essere ingiusto non dar parte alcuna dei beni feudali a coloro che vi sono chiamati, cosi necessariamente deesi adottare quella soluzione la quale provvede meglio alla giustizia nel maggior numero dei casi.

Dirò inoltre francamente ch'io sono obbligato ad insistere nel progetto che già fu adottato dal Senato e che il Ministero ba riprodotto, perché, quando non venisse adottato dalla Camera, ne verrebbe per conseguenza che i feudi non sarebbero in Lombardia soppressi; che in verità non oserei riprodurre la terza volta al Senato questo disegno di legge, invitandolo, dopo due voti cosi solenni dati sopra questa questione, a sciogliere la medesima in modo diverso; e tanto meno oserei farlo, in quanto che sarebbe questa proposta contraria alla mia convinzione e contraria pur anche a tutto ciò che si è praticato allorquando si dovette altre volte provvedere in simile materia.

Per tutte queste considerazioni non pregherò la Commissione a voler ritirare il suo voto, ma pregherò la Camera a voler respingere la proposta della Commissione, accogliendo puramente e semplicemente la proposta che già fu sancita dal Senato e che il Ministero ha riprodotta. In questo modo soltanto i feudi in Lombardia potranno essere soppressi.

Allieti. La Camera non s'attende certo ch'io riproduca oggi la discussione che s'è fatta altre volte e forse troppo lungamente su questa materia. Non dirò dunque che due parole per istabilire e mantenere il voto della Commissione. Credo che ora siamo al punto in cui questa questione vuol essere decisa.

Il signor ministro ci ha detto che nella questione presente si tratta d'un interesse meramente privato, non è questione che di un'attribuzione di beni piuttosto ad una che ad altra persona. Naturalmente non posso lasciar passare quest'affermazione del signor ministro, senza dire che la Commissione ha creduto di insistere nel suo voto precedente, perché ella ha creduto che si trattasse di consacrazione di un grande principio, di un principio di interesse pubblico, secondo il quale solamente si possono e si debbono o sacrificare o tutelare gli interessi privati;

66 - CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL 1861

imperciocché il signor ministro mi concederà che, se noi ci addentriamo nella casuistica delle diverse ipotesi che possono presentarsi nell'applicazione della legge, quale è presentata dalla Commissione, o piuttosto quale è stata presentata dal Ministero ed ora ci ritorna dall'altro ramo del Parlamento, noi troviamo una quantità di casi in cui la legge presentata dalla Commissione pare ingiusta verso le aspettative che si sono concepite, e un'altra quantità di casi in cui la medesima invece parrà rispondere meglio al concetto della giustizia; ed è appunto per questa contraddizione assoluta in cui noi ci incontriamo tutte le volte che ci addentriamo in una casuistica su questa materia (casuistica sulla quale le previsioni dell'oggi non sono nulla, perché noi prevediamo oggi una data condizione di fatti che può essere profondamente modificata da tutti i fatti che sopravvengono), è appunto per ciò, dico, che noi non dobbiamo seguire questa difficilissima via delle casuistiche e che noi dubbiamo attenerci fermamente alla prosecuzione di un grande principio. Questa fu la norma dalla Commissione seguila, e sulla quale viene oggi in due parole a ripetervi quello che disse altra volta.

Il legislatore non è chiamato a fare un'attribuzione di beni, ma bensì ad inaugurare e consacrare il principio che la proprietà feudale ornai ha cessato, e comincia quindi la proprietà libera. Tutte le conseguenze ulteriori, scaturenti dall'applicazione di questo principio, sono rimesse alla legge civile. Il legislatore non ha nient'altro a fare fuorché consacrare questo grande fatto, e lasciare che la legge civile, che è l'equità somma del legislatore nel rapporto dei diritti privati, deduca le sue conseguenze.

Del resto, doloroso sarebbe certamente che questo progetto di legge avesse a tornare un'altra volta innanzi all'altro ramo del Parlamento. Io credo però che non ci sarebbe in certo modo irriverenza alcuna, se cosi mi è permesso lo esprimermi, da parte di questa Camera.

Effettivamente nell'ultima discussione è avvenuta una specie di transazione, di compromesso, che non soddisfece nessuno, e meno che agli altri soddisfece alla Commissione, la quale appunto aveva di mira la consacrazione di un grande principio.

Può essere che il progetto di legge, tornato, per così dire, puro e libero da questa specie di transazione, di compromesso, trovi presso l'altro ramo del Parlamento accoglienza migliore che non trovò nell'ultima presentazione.

Del resto, in quanto agl'interessi che sono in sofferenza per questa soluzione dei vincoli feudali, dirò che, siccome la soluzione proposta e mantenuta dal signor ministro è tale che condurrebbe a delle necessità di valutazioni, a delle contestazioni, a delle laboriose dispute per le divisioni e suddivisioni dei beni, e che quindi manterrebbe in sospeso ancora per molto tempo le ragioni e gl'interessi privati, così noi avremmo un compensa nella più facile e più decisiva soluzione del nostro progetto.

Il danno della proroga della presente legge si compensa col danno che verrebbe dai lunghi indugi portati dall'esecuzione della legge che ora ci viene proposta.

La Commissione non aggiunge nulla di più; io credo così di aver mantenuta la mia parola quando promisi alla Camera di essere breve.

ZUPPETTA. Onorevolissimi colleghi.

Dopo essersi lungamente discusso intorno a questa legge, io, che oggi solamente prendo cognizione del soggetto, mi asterrò di riprodurre le argomentazioni svolte in vario senso da oratori competentissimi.

Nondimeno intendo rispondere concisamente a certe obbiezioni dell'onorevolissimo ministro guardasigilli, e poscia esaminerò rapidissimamente i motivi del mio voto, ed estrinsecherò senza ambagi che io preferisco il progetto della Commissione al voto del Senato.

L'onorevole guardasigilli dice che la risoluzione è definita per caso pratico e per esempio, e che, siccome si può anche avere qualche esempio contrario, cosi resterebbe sempre nel suo essere la difficoltà.

Naturalmente nell'occorrenza d'un caso che fa sparire l'odioso sistema dei vincoli feudali, e nell'occorrenza di un altro caso che pur presenta qualche inconvenienza, è da preferire sempre quel sistema il quale viene a neutralizzare l'odiosissimo vincolo dei feudi.

L'onorevole guardasigilli soggiungeva: per me temo che, se per una terza volta sarà presentata al Senato la legge, senza che si entri nelle sue vedute, son di credere che i feudi perdureranno in Lombardia.

Io non credo che il Senato possa essere cosi facile e corrivo a rigettare la proposta di questa Camera solamente perché non siasi ottemperato al suo sistema.

Io ritengo invece che la sapienza di quel Consesso, dopo che avrà veduto disparire ogni difficoltà, vorrà far eco a quanto verrà accolto da questo ramo del Parlamento, essendo fermamente persuaso che il sistema della giustizia debba in ogni incontro prevalere a tutto ciò che senta di suscettibilità di corpo.

Ritornando alle ragioni esposte dalla Commissione, io dirò brevemente che il sistema del Senato di lasciare un terzo al presunto successore all'epoca della pubblicazione della legge implica dissipazione di tempo, genera impigli, ed attraversa, avvelena e vizia l'essenza della legge.

Io dirò in secondo luogo che questo sistema del Senato è fecondo di litigi, è fecondo d'incoerenze, e conseguentemente fa disparire tutti i vantaggi che entrano nello scopo della legge medesima.

Ma io dirò da ultimo che il sistema del Senato altro non fa che creare una successione fittizia, una successione arbitraria ed ingiusta, e la sostituisce a quella successione naturale che determina la mente di quella legge che cerchiamo di abolire, e che l'animo mio non vede l'ora di atterrare, come avanzo di pregiudizi e di errori che, la Dio mercé, non sono più dei nostri tempi.

Quanto a me, io credo che tutta volta che sia questione di leggi abolitive di un abuso, questa legge debba apparire al pubblico come la testa di Medusa, debba cioè impietrire e neutralizzare l'abuso rispettando la cosa.

Nella specie, l'abuso è il vincolo feudale: la cosa che intendiamo sceverare dall'abuso, è la proprietà.

La legge dunque deve strozzare l'abuso, ossia il vincolo feudale, e consolidare la piena e libera proprietà dei beni soggetti a vincolo feudale nelle persone attualmente investite dei feudi, ed aventi diritto all'investitura; come suona l'articolo 2° del progetto della Commissione, che da me si predilige.

PRESIDENTE. Il deputato Mosca ha facoltà di parlare.

MOSCA. Anch'io non abuserò della pazienza della Camera. Mi limiterò soltanto a dire due parole per confutare l'onorevole mio amico Allievi, in quanto egli, pur dichiarando di voler astenersi dall'entrare nuovamente nella discussione,

67 - TORNATA DEL 29 NOVEMBRE

ha pur saputo molto maestrevolmente riprodurre gli argomenti principali che stanno a sostegno della sua tesi. Egli ha fatto appunto al principio, saviamente mi pare, posto dall'onorevole guardasigilli, che, cioè, nel fondo, la devoluzione di questi beni non implica che il soddisfacimento di un interesse puramente privato, e che non bisogna entrare in una casistica per regolare, giusta le contingenze di essa, la giustizia o l'ingiustizia dell'uno o dell'altro dei due sistemi che sono qui a fronte.

Il rimprovero però non mi pare meritato dall'onorevole guardasigilli; è la relazione stessa della Commissione che ha cominciato a portar avanti l'esempio di un caso; era giusto quindi che il signor guardasigilli dovesse rispondere mostrando l'eventualità di altri casi che forniscano occasione ad una soluzione perfettamente contraria.

Certamente che quando vedo l'insistenza della maggioranza della Commissione nel suo sistema, io non posso dubitare della profondità delle sue convinzioni, come della loro sincerità e lealtà; ma la maggioranza della Commissione userà la stessa giustizia riguardo a coloro che hanno un'opinione diversa.

A che cosa si riduce ora la questione? È certo che vi sono in presenza due considerazioni: una di più eminente convenienza, che la maggioranza della Commissione intende raggiungere col suo sistema; ed una di una maggior soddisfazione del sentimento di giustizia, che i propugnatori del sistema contrario tendono ad ottenere col sistema approvato dal Senato.

Io voglio ammettere che questo sentimento di giustizia sifondi sopra degli scrupoli; voglio ammettere che la maggioranza della Commissione abbia un sentimento più squisito del diritto, che possa con maggiore infallibilità dire: questo è precisamente il mio, questo è il tuo; ma, al postutto, siccome non vi è alcun giudice superiore intorno al merito di questa fallibilità, mi pare che, poste in presenza la convinzione fondata sopra il sentimento di pura convenienza e la convinzione fondata sopra un sentimento di giustizia, la prima debba cedere inevitabilmente alla seconda.

Il Senato, essenzialmente conservatore dei diritti e di tutte quelle disposizioni d'ordine che sono la conservazione della società, ha manifestata in un modo assolutamente solenne quale è la sua opinione intorno a questa questione di diritto e di giustizia; io credo che sarebbe violenza quella della Camera se volesse insistere a fargli cambiare opinione in un punto sul quale non gli è lecito cambiarla.

Certamente che il mio amico Allievi sa porre con somma abilità là questione, che cioè qui non si tratta di sapere a chi vanno i beni, non si tratta di attribuirli a questo piuttosto che a quello, ma solo di consacrare il principio proclamato dalla moderna civiltà, che i vincoli feudali non debbono sussistere. Voi non occupatevi di altro, egli dice, non andate più in là; rendete liberi i beni feudali, e lasciata il resto al dominio della giurisprudenza.

GADDA. Domando la parola.

MOSCA. Ma io faccio osservare che la maggioranza della Commissione, quando pone così il suo problema, è in contraddizione con sé stessa, perocché essa dispone pure di quei beni, essa trova la necessità d'introdurre nella sua dispositiva che questi beni si consolidano nelle mani dell'attuale possessore, essa dunque ammette che bisogna disporre qualcosa di questi beni. Se si deve adunque disporne a modo suo, si può anche ragionevolmente prendere in considerazione un altro sistema, il quale soddisfa meglio ai nostri sentimenti di giustizia.

Finalmente, il mio amico Allievi dice: sarà quello che sarà, ma noi dobbiamo restare coerenti ai nostri principii, noi dobbiamo insistere sopra ciò che crediamo giusto e conveniente.

É vero che in questa maniera si renderà problematica l'abolizione dei vincoli feudali in quel termine prossimo che i bisogni della Lombardia richiedono e cornee desiderio generale della Camera, ma in ultima analisi vi sarà una compensazione: questi interessi che rimarranno in sofferenza troveranno un compenso per lo meno in quelle liti che verranno cosi ad essere evitate, e che sono, secondo la maggioranza della Commissione, la conseguenza dell'attivazione del sistema propugnato in Senato.

Ma io dico che questo non è un compenso; perché, se coll'indugiare l'abolizione dei vincoli feudali si levasse la cagione della discordia, allora ammetto che ci sarebbe parte di guadagnato in compenso di ciò che si è perduto; ma finché quei vincoli feudali non sono aboliti, la questione sussiste per intero, e tutte le volte che essa sarà riproposta, tornerà da capo la questione di coloro i quali pretendono che si debba dare qualche cosa ai chiamati; ed io non vedo che questo compenso esista realmente; epperciò io pure mi associo interamente alla proposta dell'onorevole guardasigilli e prego la Camera a respingere tutti gli emendamenti della maggioranza della Commissione.

GADDA. Signori, a me preme soltanto di far considerare che la minoranza della Commissione, quando il progetto di legge venne presentato la prima volta in questa Camera coll'approvazione preventiva del Senato, ebbe ad accoglierlo di buon grado. Essa però aveva fin d'allora non accettata la transazione che taluno degli onorevoli membri di questa Camera propose, e che era stata accolta dalla maggioranza della medesima Commissione e dal Ministero.

In oggi la minoranza della Commissione, sebbene nel progetto riprodotto vegga sagrificato per cosi dire un proprio voto nella disposizione che desiderava fosse compresa nella legge, quella, cioè, che riguarda la prescrizione, tuttavia, persuasa appunto che il supremo principio che deve dirigerle determinazioni della Camera nel votare quella legge sia quello di raggiungere l'abolizione dei vincoli feudali, persuasa, dico, di questo, essa ha fatto sagrifizio anche della disposizione dell'articolo sesto, accettando per intiero il progetto ministeriale.

Oramai dalle osservazioni già messe innanzi dall'onorevole guardasigilli e dal preopinante noi abbiamo potuto convincerci, il che del resto rimaneva già evidente, che è impossibile, che ritornando una terza volta questo progetto di legge al Senato, progetto che riflette non una materia politica o finanziaria, ma esclusivamente giuridica e civile, abbia ad ottenere un voto diverso.

Io dunque conchiudo che, per il desiderio di veder tolti i vincoli feudali in Lombardia, sia approvato il progetto ministeriale già votato dal Senato, e respinto quello proposto dalla maggioranza della Commissione.

PRESIDENTE. L'onorevole Mancini ha facoltà di parlare.

MANCINI. Aggiungerò poche osservazioni nel medesimo senso.

Fra le due opinioni, nelle quali vedo dividersi la Commissione, confesso sentirmi astretto a preferire quella della minoranza, la quale propone l'adozione del progetto come fu emendato dal Senato, divenuto oggi altresì progetto ministeriale.

Considerazioni non solamente giuridiche, ma anche storiche e desunte da' precedenti legislativi delle varie provincie d'Italia, fino ad un certo punto ci vincolano, e ci tolgono un assoluto arbitrio nel risolvere la combattuta questione.


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68 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Dal punto di vista giuridico, io non rinnoverò la controversia, se ne' feudi, ne1 fedecommessi ed in simili istituzioni, i primi chiamati abbiano veramente diritti o semplici aspettative fondale sulla legge che le protegge dopo averle create. Per me cioè indifferente; imperocché, quand'anche i primi chiamati abbiano semplici aspettative, esse hanno potuto certamente servire di fondamento e d'occasione ad una moltiplicità di private transazioni più o meno importanti, le quali probabilmente non avrebbero avuto luogo senza questa specie di ragionevole fiducia sopra le disposizioni della legge che trovasi in vigore.

Tal padre non avrebbe consentito al matrimonio d'una sua figliuola; gravose obbligazioni non si sarebbero imposte sopra a determinati beni, se non avuto riguardo precisamente a queste aspettative, che nulla accennava dovessero rimanere defraudate ed estinte.

Con ciò non rimaneva certamente vincolata la sovranità del potere legislativo, il quale, non avendo a sua norma che l'interesse pubblico, muta le leggi per meglio accomodarle ai vantaggi sociali.

Ma è stato sempre considerato essere conveniente, essere anzi di tutta giustizia che queste aspettative già poste sotto la protezione della legge, e che vengono meno, ottenessero un qualche compenso; ed è questo il principio che appunto ha informato il sistema che è stato costantemente applicato fino ad ora.

Per tal modo concorrono altresì in favore dell'opinione della minoranza della nostra Commissione ragioni storiche, e quelle dei nostri stessi precedenti troppo noti alla Camera; mentre a mia notizia reputo senza autorevoli precedenti il sistema che la maggioranza della Commissione stessa c'invita ad accettare.

Non solamente in Francia, dove massimo era divenuto l'orrore di questi vincoli, e dove lo scioglimento ebbe luogo in mezzo alla commozione rivoluzionaria, ma in tutti gli Stati italiani nell'abolizione dei fedecommessi e dei maggiorasebi parve debito di giustizia assicurare ai primi chiamati (talvolta ai primi chiamati che si troverebbero nati o concepiti al momento della morte degli attuali possessori, tal altra volta ai primi chiamati nati o concepiti nel momento della promulgazione della legge) la nuda proprietà di un'aliquota dei beni, di una parte insomma della sostanza già vincolata.

La questione se fosse più equo riservare tal quota di beni a coloro i quali si troveranno primi chiamati nel momento della morte dell'attuale possessore, o a quelli già nati o concepiti nel momento della promulgazione della legge, ormai può considerarsi pregiudicata dalla risoluzione datane nel maggior numero delle leggi emanate sulla materia ne' vari paesi d'Italia.

È vero che nell'articolo 351 della Costituzione ligure del 1797, e nelle leggi che indi ne seguirono del 32 marzo ed 8 maggio 1799 scorgesi prescritta la regola che la nuda proprietà della mela dei beni già sottoposti a vincoli di fedecommesso fosse riserbata al primo chiamato che si troverebbe vivo o concepito al momento in cui verrebbe a morte l'attuale possessore; ma fu deplorato come un inconveniente assai grave, che in certa guisa venisse, con la continuità parziale del vincolo, mantenuta ancora in ceppi e fuori commercio la metà delle proprietà svincolate forse ancora per lunga serie d'anni. Quindi ne sorsero dubbi e quistioni, sulle quali la giurisprudenza non fu concorde.

Ma è certo che l'opposta regola, cioè della riserva di una quota de' beni a' primi chiamati nati o concepiti nel tempo della promulgazione

del provvedimento svincolativo, venne seguita nelle tante altre leggi pubblicate nella Penisola; cioè nell'editto del re Carlo Emanuele del 7 marzo 1797 in Piemonte, nonché nella più recente legge discussa nel Parlamento subalpino nel 1851; nel decreto del 2 agosto 1806 ed in altri successivi in Napoli; ne' decreti 9 e 11 novembre 1859 nell'Emilia; ne' decreti del 18 e del 31 ottobre nelle Marche e nell'Umbria; ed in parecchie altre sulla materia.

Ora, si potrebbe domandare dalle famiglie numerosissime, state finora trattate con questa norma, se oggi la Camera possa reputare giusto e conveniente che in un solo Stato, nel seno di una medesima nazione, la quale debbesi supporre in condizione più o meno somigliante di bisogni, abbiasi a compiere questa grande riforma dello scioglimento dei vincoli reali della proprietà con norme diverse, anzi assolutamente opposte.

Pare a me pertanto che queste ragioni giuridiche e storiche, e questi numerosi ed autorevoli precedenti legislativi non più ci lascino una amplissima libertà di discutere e diversamente decidere la questione, al certo grave e suscettiva di esame, che venne già sollevata dalla Commissione, ed ora ne viene riproposta.

Nella dotta relazione della Commissione stessa leggo che, se vogliamo passare a rassegna i precedenti, ne possiamo anche trovare uno favorevole al di lei assunto nella legge stata volata dalla Camera subalpina e poi dal Senato nell'anno 1857, se non erro, riguardante lo scioglimento delle enfiteusi; perciocché nelle enfiteusi ex pacto et providentia, nelle quali appunto contengonsi vocazioni pattizie in favore di determinate linee o persone contemplate nel contralto, il legislatore, senza aver riguardo a queste chiamate, abbia prescritto trasmettersi questi beni enfiteutici agli eredi dell'attuale enfiteuta colle norme ordinarie delle successioni, cioè con l'applicazione del diritto comune.

Ma, a parte la risposta che la stessa Commissione ha già dato a sé medesima, e che non credo efficacemente combattuta, che cioè non può farsi un adeguato paragone tra le proprietà enfiteutiche di valore poco rilevante, e l'importanza grandissima de' patrimoni feudali, ovvia si presenta anche un'altra risposta, quella cioè che nelle enfiteusi le vocazioni ex pacto et providentia, non essendo che dirette a privilegiare tra i successibili per dritto comune i soli maschi, o il solo primogenito tra essi, Io scioglimento de' vincoli enfiteatici, anziché intervertire propriamente l'ordine prestabilito di successione, lo mantenne allargandolo, facendo unicamente scomparire ingiuste ed odiose preferenze tra i nati da un padre medesimo.

Respingerò un'ultima obbiezione. Questo sistema, si dice, riuscirà complicato e fecondo di liti, e quindi ritarderà lo svincolamento delle proprietà feudali. Certamente la semplicità e la prevenzione delle liti cessano di essere un pregio nelle leggi, quando si ottengano col sacrifizio e lo sconoscimento di legittimi interessi. Ma gioverà riflettere che le temute liti principalmente consisteranno nella divisione che dovrà operarsi delle proprietà svincolate per attribuirne un terzo a' successori ulteriormente chiamati. Ora chi mai per impedir liti vorrà opporsi alla divisione delle proprietà?

Non è forse uno dei postulati della scienza economica, uno dei più fervidi voti dei riformatori delle leggi, specialmente in questo secolo, quello d'iniziare al possesso della proprietà territoriale il maggior numero di cittadini, di combattere sopratutto le istituzioni che artificialmente tendono a moltiplicare i latifondi

69 - TORNATA DEL 29 NOVEMBRE

e a concentrare in poche mani grandi masse di proprietà? I feudi d'ordinario sono proprietà di grande estensione e valore. Nell'abolire i vincoli feudali faremo adunque un gran passo anche nella via del progresso economico, dividendo immediatamente questi beni per attribuirne un terzo in proprietà ai primi chiamati, anziché lasciare queste masse di beni tuttora raccolte nelle mani degli stessi attuali possessori.

Pertanto io conchiudo accostandomi all'opinione della minoranza della Commissione ed al progetto ministeriale, ed augurandomi che non verrà più oltre ritardato un grande e sospirato vantaggio alla Lombardia, e che, applicando in questa italiana provincia la stessa norma già applicata in altre, venga una volta di più renduto omaggio a quel principio di unificazione ed uniformità legislativa che debbe servir di guida a' nostri lavori; parendo a me che la diversità delle norme regolatrici della famiglia e delle proprietà nelle varie contrade d'Italia, finché sussisterà come reliquia delle antiche divisioni politiche, potrebbe apparire una tacita negazione della nostra unità nazionale.

PRESIDENTE. Il deputato D'Ondes Reggio ha facoltà di parlare.

D'ONDES REGGIO. Io, per una specie di necessità, dirò qualche cosa alla Camera su questo subbietto. Imperocché la Camera rammenterà facilmente che io nella prima parte di questa Sessione ho ragionato a lungo intorno a questa legge, ed ho sostenuto una sentenza, la quale non fu la deliberata, né quella che ora sostiene la Commissione, né l'altra che ha tenuta il Senato, ma il meno che discorda è appunto con questa del Senato.

Per gli esempi storici m'aggiusto all'opinione del signor Mancini, ma con un'eccezione, e quest'eccezione maggiormente mi conferma nel sentimento, che noi dobbiamo più presto abbracciare l'opinione del Senato, che quella della maggioranza della Commissione. Quest'eccezione, o signori, fu in Sicilia; Ferdinando Borbone che prima là si chiamava III, ed in Napoli IV. e poi nell'uno e nell'altro regno si appellò I, sciolse con modo e fine tirannico i fidecommessi attribuendone la proprietà tutta a coloro che ne erano investiti, e spogliando totalmente i successori, a fine che le grandi proprietà si sciupassero incontanente, come didatti avvenne, ed uomini potenti ed indipendenti più non fossero, che alle usurpazioni sue potessero opporsi.

E appunto perché quella fu opera di tirannide, è un esempio che non deve essere seguito da legislatori in un politico reggimento informato a libertà.

Dirò poi, o signori, che pare non s'intenda far altro con questo disegno di legge se non se d'abolire un privilegio. Ebbene, gli attuali investiti di questi feudi, ossia fidecommessi, lo sono appunto in virtù d'un privilegio, ed ora si vorrebbe rendere il loro privilegio più grande ancora, attribuendo ai medesimi tutta quanta la proprietà, quasi poco o nullo sia il privilegio che han goduto finora.

Mi sembra che si cada in aperta contraddizione: si mira a distruggere un privilegio, facendo, dirò, privilegiati massimi coloro che finora sono stati i privilegiati.

La prima di tutte le ragioni è la giustizia; no, non v'ha alcuna ragione al mondo che sia ad essa superiore; bugiarda la pubblica utilità che non sia la giustizia. Ed egli è giustizia che coloro i quali già avevano delle aspettative, e per cui hanno potuto contrarre delle obbligazioni, come ben diceva l'onorevole Mancini, s'abbiano almeno alcun che di ciò a cui, in virtù della legge precedente, avevano indubbio diritto.

E per fermo poi, attesa la legge su cotali fidecommessi, giustizia sarebbe che il terzo delle sostanze, come in ciò sennatamente rifletteva l'onorevole Zuppetta, si attribuisse, non a coloro i quali si trovino attualmente successibili, ma a coloro i quali si trovino successibili alla morte degli attuali possessori.

Ma questo la Camera non piacendosi di deliberare, veggo meno male che si abbracci la sentenza del Senato, anzi che la proposta della Commissione; imperocché per Cuna pochi probabilmente di quelli che avranno dritto alla successione di fidecommessi patiranno ingiustizia, per l'altra patiranno ingiustizia tutti che vi avranno dritto. Si smetta, o signori, il falso concetto, che si può fare il bene pubblico commettendosi alcuna ingiustizia a danno dei privati. Ciò puzza della male famosa ragione di stato.

Voto quindi per la deliberazione del Senato e contro la proposta della Commissione.

RESTELLI, relatore. Non dirò che brevissime parole, giacché credo che la discussione sia assolutamente esaurita e portata forse fin oltre il limite che sarebbe stato consentito dall'importanza della legge. Però debbo sottoporre alla Camera alcune considerazioni che diano ragione della insistenza della maggioranza della Commissione a mantenere la propria opinione.

Si è detto or ora che la proposta di essa costituirebbe una legge tirannica.

Non so in verità come possa sostenersi questa tesi, quando la Commissione col di lei progetto propone che sieno svincolati i beni feudali negli attuali possessori e che nella loro successione abbia luogo la legge comune. V'ha egli tirannia a sostituire la legge comune ad una legge di odioso privilegio politico?

Anche oggi nella discussione avvenuta in questa Camera mi pare che nessuno abbia insistito sul principio che i chiamati abbiano un diritto; non si e parlato che di aspettative più o meno fondate. Ora, quando si tratta di soddisfare a mere aspettative, siamo nel campo della convenienza, e allora è lecito non solo, ma doveroso di esaminare se v'abbiano inconvenienti attribuendo ai chiamali una quota dei beni feudali.

Su di questo punto l'onorevole Mancini disse che finalmente le liti che si temono sono relative soltanto alla divisione dei beni e che devonsi per esse avere serie preoccupazioni. Or mi permetto di far notare alla Camera che non si tratta delle liti che sorgerebbero per il fatto delle divisioni, quanto delle liti che sorgeranno per l'appuramento dei vincoli feudali, ossia della consistenza dei beni feudali e per l'appuramento della vocazione dei pretendenti alla divisione dei beni feudali. Queste sono le liti temute, e che pur troppo seguiranno; liti lunghe e gravose come sono quelle che si riferiscono a questioni feudali. Che se adunque, mantenendo l'attribuzione di una quota di beni ai chiamati, veniamo ad involgerci necessariamente in una serie lunghissima di liti, io dico che il beneficio della legge, quando sarà pubblicata, non sarà che desideriamo di un immediato effettivo svincolo, perché fino a quando durano le liti, continua anco l'incertezza sulla proprietà di questi beni, e l'effetto dello svincolo non è ottenuto.

Ho sentito far appello agli antecedenti di questa Camera e del Senato relativamente a leggi adottate in materie affini; rispondo che se v'ha antecedente che trovi applicazione al nostro caso, codesto antecedente è quello recente seguite nella Legislatura dell'anno 1855 dello svincolo delle successioni nelle enfiteusi ex pacto et providentia.

70 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Già fu accennato nella relazione, e lo ripeto ancora colla più intima persuasione, che se non fu ammesso l'ordine di successione che era stabilito nelle investiture enfiteutiche per farsi luogo invece all'ordine di successione della legge comune, credo che lo stesso principio debba essere attuato anche nello svincolo dei feudi, soggiungendo che qui vi ha una ragione maggiore, perché nelle enfiteusi si trattava di contratti intervenuti tra privati, si trattava di un ordine di successione stabilita in un contratto bilaterale, mentre nei feudi si tratta di un ordine di successione il quale è sancito da una legge politica, alla quale quindi con tanta maggior sicurezza e giustizia possiamo sostituire la legge comune.

Nulla più aggiungo, esprimendo solo, nel terminare, la ripugnanza ad accettare un progetto che per nessun modo attua le aspettative che si avrebbero potuto nutrire in base alla legge feudale.

Il progetto del Senato istituisce dei nuovi chiamati, di sua creazione, che non sono quelli della legge feudale, mentre pure si pretende di soddisfare alle loro aspettative fondate nella stessa legge. A fronte di questa contraddizione, a fronte di questa violazione del principio cui dovrebbe coordinarsi l'economia della legge, non so accostarmi al progetto del Senato, e, mantenendo la promessa di esser breve, non farò che ripetere alla Camera la raccomandazione di approvare il progetto della Commissione.

PRESIDENTE. La parola spetta al deputato Michelini.

Voci. La chiusura! Ai voti!

PRESIDENTE. Interrogherò la Camera, se intende che si apra la discussione sopra gli articoli della proposta ministeriale, ovvero su quella della Commissione.

Miglietti, ministro di grazia e giustizia. Mi pare che la discussione si debba aprire sul progetto presentato dal Ministero.

PRESIDENTE. Chi intende che la discussione si apra sugli articoli de) progetto del Ministero, è invitato ad alzarsi.

(La Camera delibera affermativamente. )

Ne do lettura:

Articolo I. Sono aboliti, dal giorno della pubblicazione di questa leggo, tutti i vincoli feudali che ancora sussistono nelle provincie lombarde sopra beni di qualunque natura, compresi i vincoli derivanti da donazioni di principi.

DI CAVOUR. Penso che la Commissione manterrà almeno come emendamento la sua aggiunta che dice:

«Compreso pure il diritto di riversibilità spettante allo Stato.»

Se tuttavia la Commissione non la mantiene, la propongo io.

PRESIDENTE. Perdoni; l'articolo primo, sia del Ministero, che della Commissione, è identico. Non vi è nessuna aggiunta.

DI CAVOUR. Permetta; c'è un'aggiunta; prego l'onorevole presidente di leggere.

MIGLIETTI, ministro di grazia e giustizia. L'aggiunta era nell'antico progetto.

DI CAVOUR. Io la trovo in quello che c'è stato distribuito oggi. Sarà forse un errore degli uscieri.

Tuttavia, se quest'aggiunta non si trova in questo progetto, io propongo che nel 1° articolo si aggiungano le parole: compreso pure il diritto di riversibilità allo Stato.

Credo che nessuno vorrà sostenere ancora l'assurdo principio della riversibilità allo Stato per quei beni che furono già feudali.

RESTELLI, relatore. Faccio osservare all'onorevole preopinante che l'articolo 4 provvede precisamente a quest'aggiunta. L'articolo 4 è così concepito:

Le finanze non potranno, dopo la pubblicazione di questa legge, promuovere contro i possessori dei beni feudali alcuna istanza di caducità o riversibilità in virtù delle leggi o degli usi feudali.»

DI CAVOUR. Domando perdono alla Camera, ma l'errore proviene dagli uscieri che mi hanno distribuito un altro esemplare.

TREZZI. Io mantengo l'emendamento testé proposto, perché dicendosi: «le finanze non potranno promuovere una azione contro i possessori di beni feudali,» s'intende che vi sia un possessore; qui si tratta invece di togliere il diritto di riversibilità allo Stato, il quale si verifica quando l'ultimo possessore è morto senza lasciare alcun chiamato.

Io vorrei che questo diritto fosse tolto, e che ciò fosse ben espresso.

Diffatti, in Francia lo stesso Merlin aveva sostenuto che altro era l'abolizione dei feudi, altro il diritto di riversibilità; nell'abolizione dei feudi riteneva che fosse tolto il privilegio della devoluzione a determinate linee, e fosse messo il feudo sotto la legge comune, ma che, per il verificarsi dell'estinzione della linea, avesse diritto il fisco di avocare a sé la proprietà feudale; ed appunto per evitare queste contestazioni che possono nascere, io prego la Camera ad ammettere questo emendamento, che, ove il signor Di Cavour abbandonasse, io intenderei ripigliare.

DI CAVOUR. Io non l'ho abbandonato, solo avea lasciata la preferenza, come è ben naturale, alla Commissione.

MIGLIETTI, ministro di grazia e giustizia. Prego l'onorevole preopinante a voler avvertire che quest'aggiunta che egli vorrebbe fare all'articolo 1" è un vero pleonasmo, una duplicazione.

Io non so come si possa in una maniera più chiara esprimere che le finanze non potranno far valere il diritto di riversibilità, che usando le parole che si leggono nell'articolo 4: «In nessun caso le finanze potranno far valere questi diritti.

L'aggiunta che l'onorevole preopinante vorrebbe fatta al primo articolo dice forse qualche cosa di diverso da quanto è dichiarato nell'articolo 4? L'aggiunta dice: compreso pure il diritto di riversibilità allo Stato; dichiara cioè che cessa fra le altre cose anche il diritto di riversibilità spettante allo Stato. Ora, quando all'articolo h diciamo che le finanze non potranno più far valere questo diritto di riversibilità dopo la pubblicazione di questa legge, mi pare che si esprima in altri e forse più precisi termini la stessa cosa. Non si sopprime il diritto di riversibilità, come vorrebbe l'aggiunta; ma si dichiara che, dopo la pubblicazione di questa legge, questo diritto non è più esperibile; dunque l'aggiunta è assolutamente inutile, mentre per sé sola basterebbe a ritardare l'adozione della legge.

PRESIDENTE. L'emendamento proposto dall'onorevole Di Cavour e sostenuto dall'onorevole Trezzi consiste nell'aggiungere in fine dell'articolo i° queste parole:

Compreso pure il diritto di riversibilità spettante allo Stato.

DI CAVOUR. La Commissione l'ha fatto suo.

PRESIDENTE. Domando se è appoggiato. (Non è appoggiato. )

Non essendo appoggiato, metto ai voti l'articolo 1° quale fu proposto. (È approvato. ) «Art. 9. La piena proprietà dei due terzi dei beni soggetti a vincolo feudale si consoliderà negli attuali investiti dei feudi od aventi diritto all'investitura,

71 - TORNATA DEL 29 NOVEMBRE

e la proprietà dell'altro terzo sarà riservata al primo o ai primi chiamati, nati o concepiti al tempo della pubblicazione della presente legge.

«L'usufrutto però della totalità di essi beni continuerà ad appartenere agli attuali investiti od aventi diritto all'investitura durante la loro vita.

DI CAVOUR. Domando la parola.

Io penso che la Commissione insisterà nel suo articolo, quindi non voglio inceppare questa discussione; soltanto annunzio che, ove fosse respinta la proposta della Commissione, mi riservo di proporre un altro emendamento.

PRESIDENTE. La Commissione insiste nel suo emendamento?

RESTELLI. relatore. Si, persiste.

PRESIDENTE. Leggo l'articolo emendato dalla Commissione:

«La piena e libera proprietà dei beni soggetti a vincolo feudale si consoliderà negli attuali investiti dei feudi od aventi diritto all'investitura.»

Lo metto a partito.

(È rigettato. )

DI CAVOUR. Nella prima parie di questa Sessione io ebbi l'onore di proporre alla Camera un emendamento che fu votalo ad una certa maggioranza. Esso era dettato da un desiderio di conciliazione; io credeva che prendendo una via di mezzo tra i due sistemi proposti, si soddisfacesse a quella esigenza del Governo parlamentare di farsi delle reciproche concessioni. Riputava poi che si potessero distinguere in modo chiaro e tale da non dar luogo a nessuna ambage, a nessuna ambiguità, quei primi ulteriori chiamati che hanno una. vocazione la quale non può essere distrutta nello stato attuale della legislazione da nessun'altra circostanza che da quella della loro morte. Questi poi sembravanmi doversi distinguere da quelli che non hanno che una lontanissima speranza di percepire qualche utilità dalla loro vocazione.

Un onorevole membro della Commissione, che mi rincresce di non vedere qui presente, aveva fatto allora una descrizione alla Camera molto bene tratteggiata delle aspettazioni lontane di certi primi chiamali, i quali diceva chiamati per una fabbricazione fattizia e per il caso presente. Tali sono coloro che già contano i 70, i 75, gli 80 anni, e si trovano essere i primi chiamali, mentre l'investito sarà un giovinotto di 20 o 22 anni, ancora nubile, oppure se già ha moglie, non ha aucora figliuoli.

La disposizione clic sanzionò il Senato favorisce questo vecchio dai 70 agli 80 anni, il quale, calcolando matematicamente il suo interesse, cioè la probabilità che ha di percepire un'eredità, non toccherebbe neanche l'uno per cento, secondo le tavole che conoscono tutti gli statisti, e coloro che si sono occupati della costituzione di vitalizi e di assicurazioni sopra la vita. A questo vecchio poi si vuole regalare gratuitamente un terzo della proprietà che mai non gli sarebbe altrimenti toccata. Qui vi è una mostruosità ed un'ingiustizia. Il legislatore prende insomma nella tasca di Pietro per mettere in quella di Giacomo somme che possono essere ingenti.

Io trovo in questo caso un vero spoglio, che non può essere ammesso dal legislatore senza una flagrante ingiustizia, perché qui si dà uno spropositato valore a ciò che è soltanto una lontanissima speranza.

All'opposto il figlio che doveva succedere a suo padre, che doveva necessariamente succedere secondo la legge attuale, qualunque cosa avvenisse, eccello il caso di sua morte, che per noi non si calcola, perché i morti non hanno proprietà,

questo ha certamente un'aspettazione tale, che, parlando propriamente, io credo realmente che debba chiamarsi diritto.

Io qui so che ho contro di me quasi tutti i grandi giureconsulti delle antiche scuole.

I giureconsulti antichi dicevano che in questo caso non c'è diritto, ma soltanto aspettazione, e che la legge può togliere quest'aspettazione.

Io rispetto la loro opinione; ma osservo che allora i giureconsulti che scrivevano i trattati di diritto feudale, e di cose simili, erano per lo più uomini che andavano stretti alla lettera della legge scritta. In quei secoli non si credeva che la legislazione potesse e dovesse emendarsi tutte le volte che se ne sente il bisogno.

Si diceva allora che la giurisprudenza si crea per molti secoli, ed è forza rispettarla, fuorché vi sia un assoluto bisogno di cambiarla.

Noi, all'opposto, siamo entrati in tutt'altra via; noi crediamo che le leggi cattive devono essere cambiate, e quelle leggi che non attribuivano diritti a chi ne aveva, crediamo che devono essere riformate, come distruggiamo certi diritti che non sono più del nostro tempo.

Osservo poi che nelle scuole di Germania, nelle quali il progresso della filosofia del diritte è. forse più avanzato che non nelle nostre, si distinguono due diritti, cioè diritto giuridico e diritto etico. Adottando ora questa foggia di parlare, io ritengo che i chiamati non hanno forse diritti giuridici, cioè non hanno diritti nel senso di Bartolo, di Culaccio e di altri scrittori; ma nel senso di molli scrittori delta filosofia del diritto della Germania, io dico poi che essi hanno un diritto etico a compensi nei casi più gravi.

Ora il diritto etico vincola indubitatamente la coscienza di un onest'uomo, sebbene esso non può vincolare il cittadino che non è molto delicato, e che vuole approfittare anche di quello che si chiama un diritto crudo.

Noi legislatori non siamo vincolati da nessuna legge scritta, noi possiamo disfare tutto il Codice civile, possiamo disfare qualunque altra legge dello stato fuorché lo Statuto; ma possiamo noi fare per ciò un atto contrario alla nostra coscienza? No, signori, no certamente, perché se votiamo contro la nostra coscienza, siamo dei birbanti, quantunque legalmente nessuno legalmente abbia il diritto di dircelo.

Ora, io domando in questa solenne occasione (e la dico solenne, perché implica molti principi! di filosofia del diritto), io domando se con trovano esorbitante che un figlio, il quale ha preso moglie sulla fiducia di avere un grandissimo patrimonio, un patrimonio, ad esempio, di un milione, e da questo matrimonio ha avuto cinque o sei figli, questi debba oggi rinunziare alle sue speranze.

Infatti potrà succedere che suo padre, di settanta o più anni, epperciò non avente più che poco tempo a vivere, possa ridurlo alla mendicità? Eppure, secondo il progetto della Commissione, questo padre di settant'anni avrà diritto di recarsi in una casa da giuoco e di esporre o sulla rossa o sulla nera l'intiero valore di tutto il suo pingue patrimonio, e di privarne in tal modo il figlio.

Il progetto della Commissione mi sembra quindi alquanto duro; però io lo avrei preferito ancora a quello del Senato.

Il Senato, nel votare questa legge, avrà avute le sue convinzioni; ma osservo che il suo progetto fu votalo in fretta nell'estate, che la Sessione era molto avanzata, per cui si trovarono' presenti pochissimi senatori. Mi sovvengo che, fra le altre cose, fu detto che non era logica la distinzione dei primi chiamati assolutamente chiamali, e dei primi chiamati la cui vocazione stava ancora in pendolo.

72 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Mi si perdoni, ma io non so che logica vi sia in questa osservazione. Qual paragone si può fare tra uno che ha in suo favore la probabilità che, matematicamente calcolata, vale l'uno per cento, e l'altro che ne ha una del novantotto per cento? Noi legislatori dobbiamo procedere con norme generali; dobbiamo pertanto valutare nella nostra coscienza i diritti morali delle diverse categorie di primi chiamati, ed indennizzare quelli le cui aspettazioni sono già di gran peso.

In questa valutazione poi deve ammettersi un certo arbitrio, ed invocando il diritto romano (poiché parlerò anche dell'antico diritto romano, quantunque non sia più di moda), faremo ciò che dicevasi in antico: iudicium bonce (idei, e non già iudicium stridi iuris.

Concederò ai rigoristi che questi chiamati della prima specie non abbiano un diritto strido iure, ma certamente hanno un diritto di buona fede.

Quell'uomo che ha passata la metà della sua vita sapendo di avere un certo reddito, una certa posizione sociale, per cui poté darsi a certe occupazioni, dovrà poi vedersi ridotto alla miseria in un momento per un cambiamento di legislazione?

Io penso che questo cambiamento sia necessario; che i fedecommessi si debbano abolire, e non solo qui, ma in tutto lo Stato, riprendendo in ispecie lo schema di legge per l'abolizione dei fedecommessi e primogeniture nelle provincie napoletane, schema che fu già presentato, e sul quale mi rincresce che la Commissione non abbia potuto andare d'accordo, e quindi non abbia ancora presentata la sua relazione. Io vorrei ad ogni modo che quel principio fosse accettato, perché è richiesto dall'indole e dalla natura dei nostri tempi, ma vorrei pure che la transizione si facesse con quei riguardi che, come diceva l'onorevole Mancini, si sono usati in tutte le occasioni. Eccettuo però una legge che fu pubblicata nella repubblica Cisalpina, conosciuta nel foro sotto il nome di legge del Sei termidoro. Quella fu una legge rivoluzionaria, la quale sconvolse molle cose; forse tale legge in allora era giustificata dalle necessità della guerra, ma non potrebbe esserlo in questo momento.

Ora si tratta soltanto di sapere se quella classe interessante dei primi chiamati, che sono nati e cresciuti con aspettazioni cosi forti, possa veder distrutta intieramente la sua posizione ed essere ridotta in un momento alla miseria. E tutto ciò perché? Per un amore di euritmia nella legge, perché non si vogliono fare distinzioni e si dice semplicemente: i primi chiamati sono tutti uguali. Quasi che si potesse dire colla stessa logica: i birboni egli onest'uomini sono tutti uomini, dunque trattiamoli alla stessa maniera.

Quanto al pareggio del trattamento, confesso che né nella primi discussione, né in questa non ho sentito una sola ragione seria che stabilisse il pareggiamento di queste due classi. Non fu discusso nemmeno perché gli uni volessero tutto da una parte, gli altri tutto dall'altra. Io spero frattanto che la Camera non vorrà nel mese di NOVEMBRE disdire ciò che ha fatto nel mese di maggio, ed accetterà l'emendamento che ho avuto l'onore di proporle e farle adottare sei mesi fa, e che oggi con con convinzione anche rinforzata riproduco.

PRESIDENTE. L'emendamento del deputato Cavour consisterebbe nell'aggiungere al primo capoverso dell'articolo secondo e dopo le parole: nati concepiti al tempo della pubblicazione della presente legge, le seguenti parole: quando essi discendano in linea diretta dall'attuale investito.

Domanderò se quest'emendamento è appoggiato.

(È appoggiato. )

MANCINI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare.

MANCINI. Se non vado errato, l'emendamento proposte dall'onorevole Di Cavour è la riproduzione pura e semplice del progetto stato già votato una prima volta dalla Camera e rimandato dal Senato. Si proporrebbe adunque precisamente di contrapporre al sistema del Senato, che ha creduto dover persistere nella sua precedente opinione, una persistenza altrettanto tenace nell'opinione altra volta adottata dalla Camera.

Non posso però dissimulare che le considerazioni che hanno guidato il Senato mi sembrano d'incontrastabile valore. Esso ha creduto che il caso del primo chiamato in linea retta discendentale dall'attuale possessore, che è appunto il caso di cui si preoccupa l'onorevole marchese Di Cavour, fosse per avventura il meno meritevole d'essere contemplato con disposizione speciale di favore nella legge. Ed invero, allorché il primo chiamato è un figlio o altro discendente, ognun comprende che minor danno potrebbe temersi dall'adottare il sistema oggi proposto dalla nostra Commissione, cioè di dichiarare liberi tutti i beni nelle mani dell'attuale possessore. Si avrà il vantaggio da un lato di avere data libertà ad una maggiore massa di proprietà; ed applicando la regola ordinaria delle successioni, e confidando nella efficacia degli affetti paterni, si avrà al più l'effetto che, invece d'un solo figlio privilegiato con odiosa disuguaglianza, potranno essere ammessi i vari figli a partecipare dopo la morte dell'attuale possessore alle sostanze che egli lascerebbe.

Ed a moltissimi parrà preferibile una legge che permetta di ripartire doviziosi patrimoni fra tutti i figli, secondo le regole delle ordinarie successioni, anziché ostinarsi a mantenere in un solo di questi figli, secondo la successione feudale, un concentramento eccessivo di proprietà; il che equivale ad una forzala conservazione in certe famiglie di quest'ineguaglianza di distribuzione successoria per un'altra generazione.

Per lo contrario, ove si ragioni di un estraneo alla famiglia, di un collaterale, il quale, morendo senza figli l'attuale possessore, sarebbe stato chiamato dalla legge feudale o dal titolo d'investitura a succedere, è allora che vi ha pratica importanza a proporre e risolvere la questione, se i suoi diritti eventuali, o legittime aspettative che siano, meritino una qualche considerazione e riguardo, dappoiché costui certamente non più succederà, tolto di mezzo il sistema dei feudi, mentre i figli dell'attuale possessore, abolito pure il feudo, succederanno sempre per diritto comune; con la sola differenza che succederanno tutti con l'applicazione della legge generale di successione, invece di succedere un solo tra essi, secondo la legge feudale.

Giova ancora considerare che, concessa l'assoluta libertà e disponibilità dei beni all'attuale possessore, ed applicato il dritto comune successorio, non rimarrebbe al certo interdetta la facoltà di testare, e quindi egli non mancherebbe di avere tutte le considerazioni verso quel primogenito, o verso quello de' suoi figli che l'onorevole marchese Di Cavour suppone costituito in condizioni speciali meritevoli di riguardo. Invece non si potrà ragionevolmente presumere che un'eguale considerazione si avrebbe verso un lontano congiunto o verso un estraneo.

Queste considerazioni, che determinarono il voto del Senato, esercitano molta influenza sul mio convincimento, e non mi permettono di accettare la proposta dell'onorevole marchese Dm Cavour, la quale, riproducendo in sostanza l'opinione altra volta manifestata dalla maggioranza di questa Camera,

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non farebbe che perpetuare un insolubile conflitto fra due supremi corpi dello Stato, ed opporre per ora un ostacolo forse insuperabile alla soddisfazione altamente reclamala di un urgente bisogno sociale di una nobilissima provincia italiana, qual si è lo scioglimento dei feudi in Lombardia.

So che a parecchi occorre la ben diversa considerazione che l'attuale possessore può oggidì non aver figli, perché sia forse di giovane età; che una parte per avventura di beni, per effetto di questa legge, passerà in qualche lontano collaterale; ed in seguito sopravvenga allo stesso attuale possessore un figliuolo che, per la legge feudale, sarebbe veramente stato l'ulteriore chiamato, senza che egli però possa più avere alcun diritto sulla quota già irrevocabilmente ad altri devoluta.

Ma, se questa paresse ingiustizia da evitarsi, io crederei che converrebbe provvedere a questa eventualità con una disposizione diversa da quella proposta dall'onorevole marchese Di Cavour.

Non è mio intendimento di suggerirla, perché, stimando il massimo dei danni ogni maggior ritardo a far scomparire i vincoli feudali in Lombardia, preferisco che anche ivi si faccia, in occasione di questo scioglimento, né più né meno di quello che si è fatto in quasi tutte le altre provincie italiane nell'abolizione dei fedecommessi e dei maggioraschi. Ma quante volte potesse deliberarsi altrimenti dalla Camera, proporrei un'aggiunta all'articolo, perché l'attribuzione della nuda proprietà del terzo dei beni ad un primo chiamato nelle linee ascendentali o collaterali avesse luogo con cauzione di restituirne il prezzo equivalente ai figliuoli che per avventura sopravvenissero all'attuale possessore. Cosi tutti i dubbi sarebbero rimossi, tutti gl'interessi conciliati e soddisfatti.

Da ultimo porto avviso che la Camera non debba arrestarsi alla proposta dell'onorevole marchese Di Cavour, anche per un sentimento di alta convenienza; non dovendo noi dimenticare che l'altro ramo del potere legislativo continuamente fa atto di adesione alle nostre proposte di legge, specialmente quando sono per terminare le Sessioni. Noi ordinariamente votiamo un gran numero di leggi verso il fine della Sessione parlamentare, ed esse soltanto negli ultimi giorni arrivando al Senato, il medesimo si trova soventi costituito nella penosa alternativa di accettarle quali sono, o d'impedire talvolta il servizio pubblico, e di ritardare riforme sollecitate dall'opinione pubblica e dai bisogni del paese.

In tali contingenze quella eminente Assemblea ha dato continue e solenni prove di saviezza e di patriottismo.

Noi dunque sentiamo il debito della reciprocanza, soprattutto quando non si tratta di accogliere una proposta dal Senato ripugnante ai grandi principii ed alle massime stabilite sulla materia, ma quando anzi (tale è l'opinione non solo mia, ma che ho udito manifestarsi anche da altri oratori di questa Camera) essa è più conforme a' dettami della giustizia, ed ai precedenti storici e legislativi di tutta Italia.

Voci. Ai voti! ai voti!

PANATTONI. Domando la parola.

Voci. La chiusura!

PRESIDENTE. Metterò ai voti la chiusura su questa discussione relativa all'emendamento sull'articolo 2.

(La Camera approva. )

Metto ora ai voti l'emendamento presentato dal deputato Di Cavour, che consiste

in queste parole da aggiungersi al primo capoverso dell'articolo 3: «quando essi discendano in linea diretta dall'attuale investito.»

(La Camera rigetta. )

PRESIDENTE. Metterò ai voti l'articolo com'è stato proposto nel progetto di legge presentato dal Ministero:

«Art. 2. La piena proprietà dei due terzi dei beni soggetti a vincolo feudale si consoliderà negli attuali investiti dei feudi od aventi diritto all'investitura, e la proprietà dell'altro terzo sarà riservata al primo o ai primi chiamati, nati o concepiti al tempo della pubblicazione della presente legge.

«L'usufrutto però della totalità di essi beni continuerà ad appartenere agli attuali investiti od aventi diritto all'investitura durante la loro vita.

(La Camera approva. )

Art. 3. La divisione dei beni potrà essere promossa tanto dagli attuali investiti, quanto dai primi chiamati, contemplali nell'articolo precedente.»

(La Camera approva. )

«Art. 4. Le finanze non potranno, dopo la pubblicazione di questa legge, promuovere contro i possessori dei beni feudali alcuna instanza di caducità o riversibilità in virtù delle leggi o degli usi feudali.»

Possenti. Domando la parola.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare.

Possenti. Ho domandato la parola unicamente per prender alto delle dichiarazioni fatte dal signor ministro guardasigilli che con quest'articolo viene determinato che dalla pubblicazione di questa legge in poi non potrà per nessun titolo farsi luogo ad alcun atto di riversibilità o ad altra qualsiasi pretesa da parte dello Stato contro i beni attualmente goduti dai possessori degli enti feudali.

PRESIDENTE. Metto ai voti l'articolo 4 testé letto.

(La Camera approva. )

«Art. 8. Le annue prestazioni in danaro od in generi che, giusta i titoli d'investitura o di consuetudine feudale, fossero dovute dai possessori di beni feudali, potranno essere dai debitori affrancate pagando cento lire di capitale ogni cinque di annua prestazione.

«Se si tratterà di prestazioni da soddisfarsi a modo di laudemio, il riscatto avrà luogo pagando la metà del laudemio medesimo.

(La Camera approva. )

«Art. 6. Colla presente legge non si intenderà pregiudicato ai diritti di proprietà, o d'altra natura, acquistati da terzi sopra beni o prestazioni feudali prima della pubblicazione della medesima.

«Parimenti non si intenderanno colpite dalla presente legge le istituzioni enfiteutiche ed altre simili che, sebbene si trovino impropriamente denominate feudali, non hanno tuttavia gli essenziali caratteri dei feudi.

La Commissione ha aggiunto:

«Contro l'azione vindicatoria potranno i terzi possessori opporre l'eccezione di prescrizione giusta le norme della legge civile.

La Commissione persiste in questa sua proposta?

RESTELLI, relatore. Affinché la legge possa essere votata senza che ritorni al Senato, quanto a me, come relatore, ora che la Camera ha adottato il principio ammesso dal Senato, proclamato dall'articolo 2 del progetto di legge, dichiaro (e credo che meco consenta la maggioranza della Commissione) che non v'ha ragione sufficiente

74 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

per insistere nell'emendamento da essa proposto all'articolo che è in discussione, colla formale dichiarazione però che, togliendo da quest'articolo l'alinea di cui si tratta, non sene tragga la conseguenza che non sia opponibile nella materia feudale la prescrizione secondo la legge comune. Siccome e nel Senato, e in questa Camera, e nelle relazioni fatte a questa ed a quello, ed anche nella relazione del ministro guardasigilli fu detto e ripetuto che non faceva d'uopo di una disposizione espressa per rendere operativa la eccezione di prescrizione secondo la legge comune, cosi, ritenuta ben ferma questa dichiarazione, dichiaro di recedere dalla proposta aggiunta del detto alinea.

PRESIDENTE. Metterò dunque ai voti l'articolo come è redatto nel progetto del Ministero.

(È approvato. )

(Si passa allo squittinio segreto, che per mancanza del numero legale di votanti riesce nullo. )

La seduta è sciolta alle ore 4.

Ordine del giorno della tornata di domani:

Rinnovamento della votazione per scrutinio segreto sul progetto di legge per l'abolizione dei vincoli feudali in Lombardia.

Svolgimento della proposta di legge presentata dal deputato Pisanelli e da altri deputati, per prorogare l'esecuzione nelle provincie napolitane del decreta del 17 scorso febbraio.

Discussione del progetto di legge per l'attuazione in Lombardia del Codice di procedura penale e del nuovo ordinamento giudiziario.

TORNATA DEL 30 NOVEMBRE 1861

PRESIDENZA DEL COMMENDATORE RATTAZZI, PRESIDENTE.

SOMMARIO. Presentazione di un disegno di legge del deputato Mancini. = Rinnovamento della votazione, e approvazione del disegno di legge per abolizione dei vincoli feudali in Lombardia. - Svolgimento del disegno di legge presentato dal deputato Pisanelli, e da altri, per proroga dell'attuazione dell'ordinamento giudiziario nelle provincie meridionali - Proposizione sospensiva dei deputati Baldacchini e Caracciolo - Adesione e considerazioni del ministro di grazia e giustizia - Osservazioni del deputato D'Ondes Reggio - Adesione del deputato Pisanelli - È approvata la proposta sospensiva - Riserve del deputato De Blasiis sulle tabelle e risposte del ministro. - Domanda del deputato Allievi per la deposizione di documenti relativi alla vertenza colla Spagna - Assenso del presidente del Consiglio. == Domande del deputato Mando}Albanese per deposizione di documenti relativi al deputato Tofano, e per la nomina di una Giunta parlamentare per l'esame - Opposizioni del deputato D'Ondes Reggio, e informazioni del presidente - La domanda è sospesa. - A istanza del deputato Castelli Luigi, la discussione sul disegno di legge per l'attuazione in Lombardia del Codice di procedura penale e del nuovo ordinamento giudiziario è aggiornata.

La seduta è aperta all'una e mezzo pomeridiane.

MASSARI, segretario, dà lettura del processo verbale della tornata precedente, ed espone il seguente sunto di petizioni:

7607. Guccione Giuseppe, sacerdote, da Campobello, comune della provincia di Trapani, domanda la restituzione di un mutuo fatto nell'ottobre 1848 alla Commissione di riscossione di argenteria.

7608. Guidi Luigi, Salerno Giovanni e Della forata Lorenzo, da Napoli, destituiti dalle cariche che coprivano nella magistratura per aver preso parte ai moti rivoluzionari del 1830, ricorrono perché vengano ammessi a godere delle pensioni e favori accordati ai compromessi per cause politiche.

7609. Della Corte Giuseppe, di Santa Maria Maggiore, provincia di Terra di Lavoro, domanda un qualche compenso che lo sollevi dall'indigenza in cui trovasi per essergli stato distrutto, nell'ottobre 1860, un suo vasto edificio, sito nelle Vicinanze di San Tannaro, dalle truppe borboniche.

ATTI DIVERSI.

PRESIDENTE. Sono pervenuti al seggio i seguenti omaggi:

Dal signor Garilli avvocato Raffaele: ì fasti di Piacenza (una copia).

Dal signor De Castro Salvator Angelo, da Cagliari: Intorno ad alcune considerazioni del senatore Ignazio Aimerich sul progetto d'una ferrovia nell'isola di Sardegna (480 esemplari. )

Dal signor Dal Re Giuseppe, ispettore dei sali e tabacchi in Vergato: Sull'amministrazione dei sali e tabacchi nelle provincie delle Romagne (copie 4).

Dal presidente della Camera dei rappresentanti della Grecia: Alti della Camera medesima (7 volumi);

Primo volume dei Documenti della ellenica rigenerazione.

Il deputato Mancini depone sul banco della Presidenza un progetto di legge, che sarà trasmesso agli uffici per l'autorizzazione della lettura.


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75 - TORNATA DEL 50 NOVEMBRE

MAJ. Prego la Camera a voler dichiarare d'urgenza la petizione 7597.

La tutela del minore Gandolfi, orfano di militare morto in battaglia, domanda che questo sia ammesso ai beneficii delle leggi militari che finora gli furono negati.

(E ammessa d'urgenza. )

Caso. Prego la Camera di dichiarare d'urgenza la petizione 7608 di alcuni giudici destituiti nel 1820 per cause politiche.

(E ammessa d'urgenza. )

INNOVAMENTO DI VOTAZIONE E ADOZIONE DEL PROGETTO DI LEGGE

PER L'ABOLIZIONE DEI VINCOLI FEUDALI IN LOMBARDIA.

Si procederà ora all'appello nominale per la rinnovazione della votazione, non riuscita ieri valida, sul progetto di legge stato discusso ieri riguardante l'abolizione dei vincoli feudali in Lombardia.

(Succede l'appello, e la votazione, per mancanza del numero legale di deputati, rimane sospesa sino alle 3 e ½ . )

Vedendo come a quest'ora la Camera non è ancora in numero, si procederà nuovamente all'appello nominale, ed i nomi di quelli che risulteranno assentì saranno iscritti nel giornale ufficiale.

(Dopo altro intervallo, la Camera essendo in numero, si procede ad altro squittinio. )

Risultato della votazione:

Presenti 209

Votanti 203

Maggioranza 108

Voti favorevoli 177

Voti contrari 26

Si astennero 6

(La Camera approva. )

(Il processo verbale è approvato. )

GALLOZZI. Prego la Camera di dichiarare d'urgenza la petizione 7609, colla quale Giuseppe Della Corte chiede il rimborso, o che almeno siano minorali i danni sofferti da lui per la guerra combattuta sotto Capua in una sua casa occupata dai garibaldini, la quale venne distrutta dalle truppe borboniche. Questo proprietario Unii aveva che questa sola ed unica risorsa, cosicché egli ora trovasi senza mezzi, e deve inoltre ancora pagare il tributo fondiario per questo suo fondo.

Spero che la Camera vorrà dichiarare d'urgenza, come fu di tante altre, anche questa petizione, dappoiché, rivoltosi il petente all'autorità locale, ebbe in risposta che doveva adire il giudizio del Parlamento, non toccando alle altre autorità il decidere, se gli competesse, oppur no, il rimborso dei danni sofferti. (È dichiarata d'urgenza. )

Premi Dente. Prego i signori deputati che avessero elezioni da riferire di venire alla tribuna. (Non se ne presentano. )

INCIDENTE E SOSPENSIONE DELLA DISCUSSIONE DEE DISEGNO DI LEGGE DEL DEPOTATO PISANELLI E DI ALTRI SULL'ORDINAMENTO GIUDIZIARIO NELLE PROVINCIE NAPOLETANE.

PRESIDENTE. Non essendovi in pronto relazioni sopra elezioni, si passerà all'ordine del giorno, che chiama lo svolgimento della proposta di legge presentata dal deputato Pisanelli e da altri deputati, per proroga dell'applicazione nelle Provincie meridionali dell'ordinamento giudiziario.

Prima di concedere facoltà di parlare al proponente debbo dar cognizione alla Camera di un ordine del giorno, che venne presentato sopra questa proposta dai signori deputati Baldacchini e Caracciolo, e che è così concepito:

«Si domanda la questione preliminare, perché, senza pregiudicare nulla, la proposta di proroga della legge sull'ordinamento giudiziario nelle Provincie napolitane sia svolta quando sarà nominata negli uffici la Commissione che dovrà riferire sul progetto di legge presentato dal ministro guardasigilli, col quale domanda nuove facoltà per l'attuazione dell'anzidetto ordinamento.»

Prima di tutto do facoltà di parlare al deputato Baldacchini per isvolgere questo suo ordine del giorno, il quale essendo sospensivo, naturalmente ha la precedenza.

Baldacchini. Fin dal giorno di ieri, in cui il ministro guardasigilli presentò la sua domanda alla Camera, io intesi che la proposizione dell'onorevole deputato Pisanelli non poteva essere utilmente svolta che in seguito all'esame di questo progetto di legge presentato dal Ministero. Questa mattina adunque mi sono affrettato a presentare il mio ordine del giorno, affinché tutte le cose, che potrà dire in soggetto tanto importante l'onorevole deputato Pisanelli, possano essere ben ponderate dal Parlamento.

Ciascuno intende che la domanda dell'onorevole ministro passando per tutti gli uffici, e gli uffici nominando ognuno un commissario, la Commissione potrà raccogliere un fascio di lumi, che sarà di grandissima utilità nella discussione.

Io credo che in questo momento la discussione non potrebbe che rimanere nel vago e nell'astratto, per la ragione semplicissima che i deputati i quali appartengono alle Provincie dell'Italia superiore non si troveranno tutti egualmente in grado di poter dare il loro voto con piena conoscenza di causa.

lo dunque pregherei l'onorevole deputato Pisanelli di voler aderire a questa mia proposta, la quale poi non pregiudica nulla. Ed ove l'onorevole guardasigilli volesse pure dal suo canto aderirvi, questa questione sarebbe poi trattata ampiamente in tempo utile; tanto più che mi sembra non potersi presupporre che, occupandoci in questo momento di questa questione, non venga in qualche modo implicata quella dell'opportunità del disegno di legge stato presentato ieri dall'onorevole ministro.

Io credo di non dover nulla aggiungere a queste parole, perché la Camera da sé stessa intende l'utilità della proposta che io, nell'interesse delle nostre discussioni, ho creduto di dover presentare insieme col mio amico Camillo Caracciolo.

Biglietti, ministro di grazia e giustizia. I due disegni di legge da me stati ieri presentati, riguardanti l'attuazione dell'ordinamento giudiziario nelle provincie napolitane e siciliane, dovranno essere discussi dalla Camera, sia che l'attuazione medesima debba aver luogo il primo gennaio pros

76 - CAMERA DEI DEPUTATO - SESSIONE DEL 1861

Con questi disegni di legge io domando sostanzialmente, in primo luogo, che sia pubblicata in Napoli la tariffa degli stipendi giudiziari, in sostituzione di quella che fu inserta nell'organamento giudiziario stato pubblicato col decreto del 17 febbraio 1861; «ciò per la ragione semplicissima che, se non vi ha parità di stipendi, si perderà uno dei principali vantaggi che dalla attuazione in Napoli ed in Sicilia della legge di ordinamento sarà per derivare, la fusione cioè della magistratura, massime per quanto riguarda la magistratura giovane. Domando, in seconde luogo, che sia data al Governo la facoltà di dare tutte quelle disposizioni che sono necessarie, perché quest'organamento sia attuato.

Vede dunque la Camera che, qualunque sia l'epoca in cui l'organamento debba andare in vigore, è pur sempre conveniente, dirò anzi necessario, che sia modificata la tariffa e che siano date al Governo le facoltà necessarie per l'attuazione della legge. Io, in verità, dovrei desiderare che la proposta di sospensione messa innanzi dall'onorevole deputato Pisanelli venisse senza ritardo discussa, avvegnaché proponendomi io di attuare con ogni sollecitudine e con ogni mezzo possibile quest'organamento giudiziario, una proposta di sospensione, la quale rimanga ancora a discutersi, potrebbe in qualche modo inceppare la libertà dell'azione che io debbo in questa circostanza avere pienissima. Ad ogni modo, per abbreviare le discussioni della Camera, ed anche per le ragioni addotte dall'onorevole Baldacchini, non dissento che lo svolgimento della proposta fatta dall'onorevole Pisanelli abbia luogo contemporaneamente alla discussione che si farà sopra i progetti di legge che io ieri ho presentato.

Desidererei però che la Camera volesse assentire che questi progetti di legge venissero discussi senza troppo ritardo, cioè almeno prima che sia scorsa la settimana prossima.

D'ONDES REGGIO. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Quanto al dichiarare d'urgenza i due progetti di legge presentati dall'onorevole guardasigilli, credo che la Camera non abbia alcuna difficoltà, ma mi corre debito d'osservare come sarà cosa assai difficile che possano essere discussi prima del termine della settimana prossima. Lunedì sono all'ordine del giorno le interpellanze sulle cose di Roma e di Napoli, ed è molto probabile che questa discussione si protragga per qualche giorno; aggiungasi che gli uffici non hanno ancora esaminato i due progetti suaccennati e che le Commissioni non sono ancora composte; quindi è improbabilissimo che prima di dodici o quindici giorni possano venire in discussione dinanzi alla Camera.

Se adunque l'onorevole guardasigilli fa una condizione assoluta che debbano i suoi due progetti di legge venire discussi entro il termine da lui accennato, debbo dichiarare che sarà pressoché impossibile che si possano conciliare le cose in questa guisa.

MIGLIETTI, ministro di grazia e giustizia. Non voglio certamente attenermi ad una stretta esigenza di giorni, ma è necessario che le leggi da me presentate vadano in discussione prima che arrivi il giorno in cui deve andare in esecuzione l'ordinamento giudiziario.

Dicevo come sarebbe stato conveniente che la discussione di queste leggi avesse luogo al più presto possibile, perché, dovendosi anche discutere contemporaneamente sulla proposta Pisanelli, se l'epoca della soluzione fosse più prossima, tanto più libera sarebbe la mia azione.

D'ONDES REGGIO. Credo che s'intenda che l'ordinamento giudiziario della Sicilia debba parimente rimanere

sospeso come l'ordinamento giudiziario di Napoli, imperocché ieri io ho chiesto alla Camera facoltà d'interpellare il ministro appunto per ottenere la sospensione di cotale ordinamento, come perniciosissimo alla Sicilia; e per la medesimezza della materia consentii a fare l'interpellanza quando l'onorevole Pisanelli avesse svolta la sua proposta.

Io poi faccio riflettere alla Camera che mi sembra impossibile che in pochi giorni su di tale argomento sia portata una legge.

Non basta infatti che deliberi questa Camera, è di necessità che deliberi anche il Senato. Dobbiamo dunque convenire che, finché non sia dal Parlamento adottata la proposta di legge di cui si tratta, non avrà esecuzione l'ordinamento giudiziario né nella Sicilia, né in Napoli. Bisogna parlare chiaro ed intenderci bene.

MIGLIETTI, ministro di grazia e giustizia. Non credo che la proposta Pisanelli miri a far si ch'io debba sospendere ogni atto il quale tenda all'attuazione dell'ordinamento giudiziario.

Dichiaro formalmente che fino a tanto che la Camera con un suo voto non mi ordini di sospendere una tale attuazione, io provvedere perché la medesima abbia luogo.

Questa è la dichiarazione che ho il debito di fare alla Camera. Per semplificare la discussione io non ho alcuna difficoltà che la proposta Pisanelli sia discussa contemporaneamente alle leggi da me presentate; ma non solamente non assumo l'impegno di sospendere intanto ogni atto che sia relativo all'attuazione dell'ordinamento giudiziario, ma dichiaro che intendo procedere come se la Camera avesse sin d'ora respinto quella proposta, giacché non vorrei trovarmi nella condizione che, quando la Camera con un suo voto rigettasse la proposta di sospensione, io potessi essere rimproverato di essermi posto per mia negligenza in tale stato da non poter compiere il mio debito, da non poter attuare l'ordinamento giudiziario.

MASSARI. Bene!

D'ONDES REGGIO. Benissimo! Panni che ciò significhi che, riguardo a quanto noi vogliamo sottoporre alla Camera sugl'inconvenienti gravissimi che ravvisiamo nell'ordinamento giudiziario di Napoli e della Sicilia, a cagione del tempo necessario a discutere la proposta di legge e deliberare, ci si leva la parola, e non ci si lascia esporre le nostre idee...

Voci. No! No!

PRESIDENTE. Nessuno le toglie la parola. Ella ha la facoltà di opporsi, se vuole, alla mozione sospensiva del deputato Baldacchini.

Metterò ai voti questa proposta, e se la Camera crederà dover essere del suo avviso, la respingerà, e si passerà allo sviluppo della proposta del deputato Pisanelli.

D'ONDES REGGIO. Chiarisco, signor presidente, le mie idee; non diceva io che ella o la Camera m'impedivano di parlare, ma col fatto avveniva che non avrei potuto parlare sull'obbietto, non potendosi tra breve tempo portare la discussione della legge, ed intanto, venendo il termine in cui l'ordinamento giudiziario si metterebbe in esecuzione, non mi si toglieva di parlare direttamente, ma mi veniva tolto di parlare indirettamente.

PISANELLI. Io aveva già chiesta la parola quando ho visto sorgere il signor D'Ondes Reggio. Dopo le dichiarazioni fatte dall'onorevole guardasigilli io non avrei nessuna

77 - 'TORNATA DEL 30 NOVEMBRE

ragione per oppormi all'adozione dell'ordine del giorno proposto dai miei amici Baldacchini e Caracciolo. Se io non ho mal udito il significato di quelle dichiarazioni, esse importano il desiderio io lui vivissimo che le leggi proposte sieno

D'ONDES REGGIO. Ebbene, credendo anco io che così avverrà, e fidando sulla buona fede della Camera, consento a che venga differita la discussione sull'ordinamento giudiziale della Sicilia.

PRESIDENTE. Metterò ai voti la proposta sospensiva dei deputati Baldacchini e Caracciolo. (È approvata. )

DE BLASIIS. Le interpellanze che io aveva annunciate all'onorevole ministro guardasigilli, relativamente alle tabelle che sono state pubblicate per la circoscrizione territoriale del novello ordinamento giudiziario per le provincie napoletane e siciliane, sono così strettamente connesse alla proposta dell'onorevole Pisanelli, che, essendo essa stata rimessa a miglior tempo, sono costretto a chiedere anch'io che siano all'epoca stessa rimesse pure le mie interpellanze. Ma intanto desidererei volgere una semplicissima e brevissima domanda al signor ministro, appunto per rassicurare gli animi contro la tema che quelle tabelle dovessero fin d'ora riguardarsi come invariabili e immutabili.

Io lo prego quindi di dichiarare che, ove egli venisse a riconoscere che in alcuna parte quelle tabelle fossero difettive o degne di modifica, non si rifiuterebbe alle modificazioni ed aggiunte necessarie e reclamate dall'interesse del pubblico servizio nelle provincie napolitane e siciliane.

MIGLIETTI, ministro di grazia e giustizia. L'opera della circoscrizione giudiziaria nelle provincie meridionali io l'ho compiuta senza prevenzione, senza passione, circondandomi di coloro che potevano darmi quelle nozioni che sono indispensabili perché una circoscrizione corrisponda ai bisogni dell'amministrazione della giustizia e non leda gl'interessi esistenti.

Non è certamente possibile che un'opera di questa natura si faccia senza che sorgano disgusti; alcuni interessi si trovano spostati, e non si creano nuovi interessi colla semplice pubblicazione della circoscrizione giudiziaria. Debbo però dire che, dopo la fattane pubblicazione, ho dovuto essere contento dell'opera mia; io temeva che le lagnanze sarebbero state e molto maggiori e relative ad errori molto più importanti; esse invece furono poche, e tali, che mi lasciano credere che il lavoro corrisponda ai bisogni veri dell'amministrazione della giustizia.

Io non pretendo certamente di non avere errato; è possibile, è probabile anziché

io abbia errato, e con molta soddisfazione io correggerò gli errori quando la persuasione sia entrata in me, semprechè la Camera, allorquando si discuterà il progetto di legge da me presentato, creda di darmene facoltà; e, se questa mi verrà negata, io mi farò debito egualmente di confessare il mio errore alla Camera e pregarla perché lo voglia correggere essa stessa; ma intanto io credo che le circoscrizioni territoriali quali furono pubblicate non vadano immutate, perché, se si intraprendesse una discussione relativamente al modo di comporre questa circoscrizione territoriale, sarebbe impossibile che la legge andasse in esecuzione, non solo al 1° gennaio, ma neanche di qui a dieci mesi.

DE BLASIIS. Io non posso accogliere in tutta la sua pienezza la dichiarazione dell'onorevole ministro, e mi riservo allorché sarà trattata la proposta del deputato Pisanelli, e allorché avrà luogo la mia interpellanza, di dimostrare che forse non mancano in quelle tabelle errori e deficienze, che meritano di essere assolutamente corretti prima di dar loro esecuzione.

PRESIDENTE. La parola è al deputato Leopardi; lo avverto però che non si può impegnare la discussione in questo momento, mentre essa è stabilita quando verrà all'ordine del giorno la proposta Pisanelli.

LEOPARDI. Purché la discussione rimanga libera quanto alle tabelle, sulle quali sono anche incorsi, secondo il mio parere, gravi errori.

Mi riservo pertanto di dimostrare questi errori che evidentemente sono incorsi nella formazione di queste tabelle, quando la proposta verrà in discussione. (Si! si!)

DOMANDA DEI. DEPUTATO ALLIEVI PER COMUNICAZIONE

DI DOCUMENTI BELATIVI ALLA VERTENZA CON LA SPAGNA.

PRESIDENTE. La parola è al deputato Allievi, per una interpellanza al signor ministro degli affari esteri.

ALLIEVI. Un fatto grave è sopravvenuto nelle condizioni della nostra politica estera, vale a dire la rottura delle relazioni diplomatiche col Governo spagnuolo e la partenza del nostro ambasciatore da Madrid; io domanderò al signor ministro degli affari esteri se egli non avrebbe difficoltà a depositare sul banco della Presidenza i documenti relativi allo svolgimento di questa vertenza.

Non credo che sia necessario di fissare una giornata per la discussione, inquantochè, essendo imminente una discussione di politica generale, probabilmente in quella occasione troverà posto anche tutto ciò che concerne a questo affare, il quale interessa altamente la dignità del nostro paese.

RICASOLI, ministro degli esteri. Il Governo non ha nessuna difficoltà a deporre sul banco della Presidenza i documenti relativi alla vertenza passata tra il Governo d'Italia ed il Governo di Madrid, anzi aderisce di buon grado alla domanda dell'onorevole deputato Allievi, e quanto prima compierà la sua promessa. (Bene! Bene!)

PROPOSTA CONCERNENTE IL DEPUTATO TOFANO.

PRESIDENTE. La parola è al deputato Mandoj-Albanese.

MANDOJ-ALBANESE. Ieri la Camera si pronunziava sul duca Proto.

Pesano su qualche altro membro di questa Camera ben altre diverse e gravissime accuse!... Se fosse vero il decimo di quelle che si è detto e scritto sul conto di questo, la Camera non permetterebbe certamente ch'egli sedesse per un'ora soltanto nel suo seno.

78 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Io nell'interesse della dignità e del decoro di questo nobilissimo Consesso, nell'interesse stesso della persona su cui pesano si gravissime accuse, prego gli egregi miei colleghi, cui è tanto a cuore l'onore di questa nobilissima Assemblea, e quello di tutti i cittadini, a voler ordinare che i documenti che bastarono al Governo per destituire un consigliere di suprema Corte, un presidente della Gran Corte criminale di Napoli, vengano depositati in sul banco della Presidenza, e sia nominata una Commissione composta non di Napolitani (No! no! ) per esaminarli, darne un parere, dietro del quale la Camera, ben illuminata, prenderà gli opportuni provvedimenti. (Movimenti)

PRESIDENTE. Prego la Camera a fare silenzio. Chi non vorrà approvare, combatterà la proposta.

MANDOJ-ALBANESE. Aveva detto non Napoletani per un sentimento di delicatezza.

Ringrazio la Camera, perché non vuol aderirvi. Son certo però ch'essa apprezzerà il sentimento che mi obbligava a quella eccezione.

PRESIDENTE. Toglie queste parole: di non Napoletani?

MANDOJ-ALBANESE. Sì.

PRESIDENTE. Direbbe: e venga nominata una Commissione per esaminarli, e darne un parere, dietro del quale la Camera prenderà gli opportuni provvedimenti.»

Fa dunque due proposte, quella per la deposizione dei documenti relativi alla dimissione del deputato Tofano da consigliere della gran Corte di Napoli sul banco della Presidenza, e l'altra perché si proceda alla nomina di una Commissione per riferire alla Camera sopra questi documenti.

D'ONDES REGGIO. Signor presidente, domando la parola.

Io sommetterò brevemente alla Camera che questa proposta non si può accogliere, perché non può avere nessun altro effetto che uno scandalo. Qualunque sia il risultato di questo esame, non è affatto conceduto dalla Costituzione, che noi possiamo cacciar fuori della Camera un nostro collega. Se si ammettesse cotesta massima, o signori, si potrebbe oggi per un conto, domani per l'altro, escludere ora questo, ora quell'altro deputato, e sarebbe finita l'inviolabilità dei deputati. L'inviolabilità dei deputati se importa che niuno può essere molestato per quel che dice in Parlamento, tanto più importa che non possa essere cacciato per quel che dica in Parlamento, o dica o operi fuori del Parlamento. Se alcun deputato commetta reato, e, dandone la facoltà la Camera, e nei modi legali, sarà condannato e privato de' diritti politici, allora soltanto verrà dalla Camera espulso, altrimenti non mai. Accolta la proposta di che trattasi, colale precedente stabilito, sapete quale sarebbe, o signori, la conseguenza? La maggioranza potrebbe disbrigarsi oggi d'uno, domani d'un altro della minoranza; essa diventerebbe tiranna, il libero reggimento sarebbe perduto.

PRESIDENTE. Senza addentrarmi nel merito della questione sollevata dall'onorevole D'Ondes, debbo prima di tutto dichiarare alla Camera che il deputato Tofano ha diretto alla Presidenza una memoria, che mi spiace di non aver qui presente, e che non ho ancora comunicata alla Camera, perché attendo ancora qualche altro riscontro, della quale però posso indicare il tenore. Egli in questo scritto da comunicare alla Camera chiede che venga istituita una Commissione d'inchiesta sui fatti che gli vennero imputati, e che diedero luogo a provvedimenti contro di lui. Mi occorre adunque d'avvertire la Camera che, essendovi questo ricorso, sarebbe forse bene che,

prima di addivenire ad una deliberazione a questo riguardo, essa ne prendesse cognizione. Perciò io proporrei di sospendere quest'oggi ogni discussione su questo argomento ed attendere che quella memoria possa essere comunicata.

MANDOJ-ALBANESE. Vi acconsento.

INCIDENTE SITE DISEGNO DI LEGGE

PER ORDINAMENTO GIUDIZIARIO IN LOMBARDIA.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione sul progetto di legge per l'attuazione in Lombardia del Codice di procedura penale e del nuovo ordinamento giudiziario.

CASTELLI LUIGI. Chiedo di parlare per una mozione d'ordine.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare.

CASTELLI L. La relazione della Commissione sopra questo schema di legge fu distribuita ieri a sera assai tardi, e pervenne a me, e, come credo, alla maggior parte dei miei colleghi, solamente questa mattina.

Dall'esame di questo progetto di legge emersero alcune difficoltà ed il bisogno di alcune aggiunte e modificazioni, che comunicai per sommi capi ad alcuni membri della Commissione, i quali ne riconobbero la convenienza. Ora, se si dovesse impegnare oggi la discussione sopra questo schema di legge, essa riuscirebbe lunghissima, e la Camera si annoierebbe, ed io stesso non potrei formulare precisamente le modificazioni che crederei necessarie.

Per questi motivi io prego la Camera di permettere che, attesa l'ora tarda, la discussione su questo progetto di legge sia rimandata ad un altro giorno.

GADDA, relatore. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare.

GADDA, relatore. La Commissione non ha alcuna difficoltà di aderire alla proposta di sospensione, in quanto che, in seguito alle considerazioni che saranno sottoposte dall'onorevole Castelli, potrà nascerne una discussione la quale riuscirà forse difficile alla maggior parte dei deputati, poiché riguarda una legislazione che non è da tutti perfettamente conosciuta. La Commissione, ripeto, non si oppone alla proposta di aggiornamento di questa discussione, tanto più che, trattandosi di uno schema di legge composto di oltre a 50 articoli, non potrà certamente essere ultimata nella seduta d'oggi.

PRESIDENTE. Domando se è appoggiata la proposta di aggiornamento della discussione di questo schema di legge.

(È appoggiata. )

Essendo appoggiata, la pongo ai voti

(È approvata. )

La seduta è levata alle ore 4.

Ordine del giorno per la tornata di lunedì:

Interpellanze al Ministero intorno alla questione romana e alle condizioni delle Provincie napolitane.

TORNATA DEL 2 DICEMBRE 1861

PRESIDENZA DEL COMMENDATORE TECCHIO, VICEPRESIDENTE.

SOMMARIO. Congedi. = Giuramento di alcuni deputati. = Discussione generale, ed interpellanze sulla questione romana e sulla condizione delle Provincie meridionali - Discorso del deputato Ferrari contro l'operato del Ministero - Discorsi in merito ed in favore, dei deputati Alfieri e Massari - Spiegazioni personali del deputato Lazzaro - Discorso del deputato Mugolino, in opposizione agli atti ministeriali, circa la questione romana - Continua questo discorso.

La seduta è aperta alle ore una e mezzo pomeridiane.

MASSARI, segretario, dà lettura del processo verbale dell'ultima tornata, che è approvato.

MISCHI, segretario, espone il seguente sunto di petizioni, e gli omaggi:

7610. Zunino Stefano, di Pontinvrea, circondario di Savona, provincia di Genova, chiede che l'unico suo figlio Giuseppe, chiamato a far parie della leva del 1860, venga esentata dal servizio militare.

7611. Petit Giuseppe, già inserviente presso la direzione della casa di pena in Milano, domanda un aumento di pensione equivalente ai servizi prestati durante 42 anni.

7619. I segretari comunali del circondario di Casale uniscono le loro istanze a quelle dei colleghi di altre Provincie, perché colla nuova legge comunale sia definitivamente provvisto alla loro sorte.

7613. 500 cittadini proprietari dell'isola d'Elba, nel lamentare il monopolio che sulle proprietà esercita l'amministrazione delle miniere, fanno istanza perché quell'isola venga parificata, anche nei rapporti della legislazione delle miniere, al rimanente della Toscana.

7614. Cristi Giuseppe, da Bologna, reclama il rimborso di un credito stato riconosciuto dal Governo pontificio.

7615. Il sindaco di Rimini trasmette un'istanza della ditta Legnani per diminuzione del prezzo del sale occorrente alla fabbricazione della soda.

7616. Giulia Giuseppe, da Napoli, capitano nello sciolto esercito borbonico, collocato a riposo, domanda gli sia accordata l'intiera pensione attribuita al grado di cui era rivestito.

7617. Gli addetti al servizio delle carceri in Napoli ricorrono perché loro sia aumentato Io stipendio.

OMAGGI, CONGEDI E GIURAMENTO DI ALCUNI DEPUTATI.

MISCHI, segretario. Il commissario straordinario delle finanze in Napoli, signor Sacchi - Sunto delle osservazioni del cessato dicastero delle finanze (6 esemplari).

Prefetto della provincia di Parma -Atti del Consiglio provinciale, Sessione 1861 (16 esemplari).

Dalgas dottore Gustavo, da Firenze - Sulla legislazione mineraria e le scuole delle miniere (30 esemplari).

Bonaini Francesco, da Firenze - Studi intorno agli archivi delle provincie dell'Emilia (2 esemplari), ed uno scritto del cavaliere Leopoldo Galeotti, deputato, concernente l'istituzione dell'archivio centrale di Stato in Firenze (100 copie).

Castiglioni Pietro, dottore, ex-deputato, da Milano - Errori prodotti dalle cifre medie nella statistica (un esemplare).

Minervini Luigi, deputato, da Napoli - Suo programma parlamentare per la corrente Sessione (30 esemplari).

PRESIDENTE. I deputati Boggio, Guerrazzi, Pace, Sinibaldi, Giacchi e Bianchi scrivono che per ragioni di salute o per affari urgenti non possono intervenire alla seduta.

(Prestano giuramento i deputati Abatemarco, Imbriani, Nicotera, Lazzaro, Pancaldo, Ugdulena, Beretta, Vacca, Cedrelli e Argentini. )

INTERPELLANZE SULLA QUESTIONE ROMANA

E SULLE CONDIZIONI DELLE PROVINCIE MERIDIONALI.

PRESIDENTE. Sono all'ordine del giorno le interpellanze al Ministero intorno alla questione romana ed alla condizione delle provincie di Napoli e di Sicilia.

Accordo facoltà di parlare al deputato Ferrari. (Segni d'attenzione)

FERRARI. Signori, approfitto della cortesia dell'amico mio Musolino, che mi ha ceduta la parola, per parlare il primo in quest'importantissima questione.

Io mi sono sempre rivolto a voi come chi guarda all'avvenire, senza pensare a me stesso, e direi quasi senza politica.

Voi mi avete altre volte benignamente ascoltato, riconoscendo che io parlava per obbedire al primo mio dovere di darvi il consiglio che emanava dalla profonda sincerità della mia coscienza. Altro ora non vi chiedo, o signori, se non di accordarmi la medesima benevolenza che pure m'era accordata dal signor conte Di Cavour, quando, proclamando egli in questo recinto che Roma era la capitale d'Italia, io mi era costituito suo oppositore.

Voi sapete, o signori, che il conte Di Cavour era pazientissimo della polemica, e che intendeva il dubbio, voglio dire quel dubbio che precede, e che deve sempre precedere, ogni grande impresa. Egli quindi mi ascoltava quando io gli diceva: signore, la vostra proclamazione di Roma a capitale è atto grande, ma rifletteteci: o quest'atto è troppo accademico e per sé stesso inferiore alla dignità di questa Assemblea

, oppure è atto troppo concludente, e che c'impegna ad un tentativo quasi impossibile.

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CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Io dico che l'atto è accademico se voi proclamate semplicemente Roma capitale d'Italia, poiché Roma è sempre stata la capitale nostra, e, senza parlare dei tempi romani, essa lo è stata sotto i Goti, sotto i Longobardi, sotto i re italiani; lo è stata al tempo delle repubbliche e al tempo dei signori; Roma fu sempre la nostra città sacra, la Delfo italiana; che se la vostra proclamazione vuol dire che Roma deve essere la capitale del regno, che noi dobbiamo trasportarci a Roma e impegnarci a stabilirvi i nostri lari, i nostri dicasteri e il centro d'un governo imponente, in tal caso noi ci impegniamo a combattere chi divieta di andare in casa nostra, nel nostro palazzo; noi ci impegniamo a mettere in dubbio il regno nostro, lottando contro l'autore primo della spedizione di Roma.

Ha tanto era il fascino esercitato dal conte Di Cavour, sì bene sapeva egli coprire di naturalissimi equivoci ogni lato vulnerabile del suo sistema, si abilmente faceva sorgere e ingrandiva le speranze sull'ascendente suo in Francia e a Roma, sui popoli e sui re, che, vistolo padrone e di Garibaldi nel mezzodì e dei Francesi nel nord, credevasi ad una misteriosa possibilità che egli potesse compiere a Roma l'opera sua, e si presentava alle immaginazioni italiane come un nuovo Mosè, il quale, vinto e sbaragliato ogni nemico interno ed esterno, coll'unica forza della ragione, additava finalmente Roma come la terra promessa.

Ora il conte Di Cavour è scomparso; egli più non vive che nel cielo della gloria; ma noi che siamo in terra, noi che dobbiamo aver ragione o torto, noi che ci trasciniamo tra le spine ora della finanza, ora dell'amministrazione, ora della diplomazia, noi siamo costretti a domandarvi conto della vostra politica, noi vi chiediamo quale dopo tanti mesi di lavoro, di negoziati, di aspettative destate, d'impazienze contenute, quale, dico, è il risultato dei vostri sforzi per giungere nella capitale d'Italia.

Quale è questo risultato? In verità io mi meraviglio nel vederlo ridotto a tre documenti, i quali sono tre lettere non ricevute. Il primo consiste in una lettera diretta al pontefice, il quale non l'ha mai vista; il secondo è una lettera al cardinale Antonelli, il quale non poteva dar seguito ad una negoziazione non incominciata; il terzo è uno scritto al nostro ambasciatore a Parigi; e quantunque egli debba aver risposto, e quantunque ci sia noto il senso ultimo del suo riscontro, noi non ne conosciamo punto il senso letterale. In fondo il senso di questi documenti riassunto in una sola parola, sarebbe che noi desideriamo di andare a Roma il più presto possibile, che Roma ci è indispensabile, che noi dobbiamo impadronircene, che il pontefice deve rinunziare alle miserie del regnare, alle inquietudini dell'amministrare, perché noi siamo ansiosi di procurare a noi stessi queste cure, queste miserie, queste inquietudini.

Ma, signori, che cosa avrà detto l'imperatore dei Francesi leggendo tali documenti? Come avranno giudicato i suoi ministri questo primo atto del regno uscito dalle vostre proclamazioni? Che ne avranno pensato, domando io? Ma noi Io possiamo agevolmente sapere: le teorie, le dottrine, gli alti diplomatici, le professioni di fede della Francia rivoluzionaria o religiosa, filosofica o cattolica, sono celebrate dalla fama, eterizzata da monumenti o da leggende che nessuno ignora, e che costituiscono la gloria di quella nazione. Il loro senso è semplice: Rousseau e Voltaire, gli enciclopedisti e i filosofi del XVIII secolo hanno cominciato la più terribile guerra che mai avessero immaginato i liberi pensatori

dei secoli anteriori contro la religione cattolica, e a capo di cinquant'anni, nel 1793, questa religione cadeva, le sue statue erano infrante, le reliquie disperse, le sue tombe spezzate, e inauguravasi il culto della dea Ragione in tutte le cattedrali della Francia.

Se non che nello stesso trionfo della filosofia si avvide la Francia che il nuovo culto, o falso o frainteso, o prematuro o iniquo, tiranneggiava le coscienze assai più che fatto non avesse l'inquisizione, e che il suo terrore sorpassava il terrore già incusso dai pontefici. Allora il primo Napoleone chiuse i convegni del nuovo culto, riaprì le chiese, rassicurò il clero, stabilì un nuovo concordato col pontefice e rinnovò l'antico patto di Carlo Magno colla Chiesa, però alla condizione che egli sarebbe non il cieco imperatore dei tempi antichi, ma della nazione, dove era proclamala la libertà dei culti, e alla condizione che i vani miracoli del medio evo, gli stolidi conventi della passata superstizione e le fraudolente reliquie che insultavano la ragione umana svanissero per sempre dall'Europa rinnovata. Che pensa adunque l'erede di Napoleone I della tradizione che Io precede? Su qual punto del passato si fissa il suo sguardo? Forse sulla statua rovesciata della dea Ragione? Forse sull'incoronazione di Napoleone I? Io non Io so, non devo saperlo; solo posso dire che i documenti, la storia, le leggende, la filosofia della Francia contemporanea dicono grande esser la vita delle nazioni, ogni suo alto abbracciare più vile d'uomini, ad ogni tratto le pretese impossibilità di certi politici svanire o dinanzi ad un nuovo conclave o ad una nuova vittoria, e che in ogni modo la gran questione di Roma, questa questione che è vanto e tristezza dell'Italia nostra, abbraccia il mondo colla religione e l'universo intero con Dio. Qui tutto è grande, tutto terribile; trattasi di Voltaire, di Bonald, di Bossuet, di Rousseau, dei grandi campioni della causa dell'umanità. Che cosa avrà dunque pensato Napoleone III leggendo che il signor Ricasoli desidera di andare a Roma al più presto possibile nell'interesse del regno? Ancora una volta, noi non lo sappiamo, ma possiamo congetturare che avrà trovata la nota non seria, e lo avrà detto nello stile garbatissimo della lingua francese che aguzza e dissimula ogni epigramma. Didatti Io stesso signor Ricasoli ci ha riportato ingenuamente che l'imperatore rifiutò la mediazione, credendo l'umore del pontefice essere altro che quello dei nostri ministri.

Del resto, in quanto concerne la Corona, renderò questa giustizia al signor ministro, che la nota non è sottoscritta dal Re.

Adesso, o signori, dobbiamo esaminare più particolarmente la nota del signor ministro, a causa dell'importanza da essa acquistata nei nostri dicasteri. Ma giacché si tratta della proclamazione d'una capitale del regno, che non è ancor passata nell'ordine dei falli e che siamo ancora nella letteratura, il mio esame sarà tranquillo come se si trattasse di una discussione pacifica con un monaco di Montecassino. (Ilarità)

In primo luogo il signor Ricasoli osserva che inesauribile è la facoltà della Chiesa di seguire con nuove riforme il progresso delle nazioni, e a buon diritto mostra che il pontificato di Leone X non era quello di Gregorio VII, e noi gli prestiamo fede anche quando mostra la differenza tra il regno di Gregorio VII e quello di san Pietro, che noi non conosciamo, e di cui senza dubbio sono giunti particolari documenti al nostro primo ministro. A buon diritto egli mostra che ad ogni tratto ogni gran periodo di rivoluzioni trovasi riassunto dalla Chiesa, e che, per ispiegarci con un nostro esempio, san Filippo Neri e san Carlo Borromeo equivalgono a Lutero. Ma, se questa idea è giustissima, e se come uomo privalo merita senza dubbio il nostro primo ministro

81 TORNATA DEL 2 DICEMBRE

di avere proseliti ne' conventi; è egli un nuovo san Filippo Neri? Ha egli diritto di parlare, nelle sue note diplomatiche, come san Carlo? Come mai un ministro del regno d'Italia può fare, per cosi dire, la parte di un santo? (Ilarità) In altri termini, io intendo che i sacerdoti, i cittadini della Chiesa, i santi, gli stessi filosofi abbiano diritto di dare consigli sulla religione, sulla sovranità dello Stato romano; intendo benissimo che, vista la miseria della filosofa e l'impotenza degli scienziati, un nuovo Lamennais possa cingere il triregno e rifare il mondo coi cenci della Bibbia; intendo benissimo che il potere discrezionale dei pontefici, cioè la facoltà di lottare colla lettera dei libri sacri, e il comunismo della Chiesa, cioè la facoltà di lasciar passare tutte le riforme possibili della proprietà, possano dare nuova vita al papato. Ma voi, signor ministro, che dovete limitarvi alla parte politica internazionale, finché siete esterno a Roma, come a San Marino, voi dovete tenere il linguaggio della Francia, della Prussia, della Russia, dell'Inghilterra, che sottoscrivevano il memorandum. Voi non potete oltrepassarci confini della questione politica, voi dovete reclamare se il pontefice invade il vostro territorio, se vi spoglia de' vostri Stati, se confisca i beni de' vostri cittadini, se minaccia la sicurezza vostra: il mediatore francese non può ascoltare un altro linguaggio, e non gli avete neppure persuasa l'impossibilità, secondo me vera, di sottoscrivere la confederazione coll'attuale Capo della Chiesa.

Voi dite in secondo luogo incompatibile il potere temporale del papa collo spirituale: ma non avete voi stesso annunziato nella riga anteriore che la Chiesa poteva progredire? E perché adunque non potrebbe essa riformare ad un tempo i suoi due poteri? E che? il papato sarebbe forse incompatibile col proprio potere temporale da lui posseduto per più di dieci secoli? Ma la vostra asserzione, forse vera, manca assolutamente di ogni prova; l'impossibilità di una instituzione che dura da dieci secoli, è asserzione contraddittoria; ciò che esiste può esistere, ciò che dura può durare; se altre prove non avete per annullare la donazione di Carlo Magno, voi avete torto dinanzi allo stesso pontefice, e tanto farebbe il dimostrare l'incompatibilità della costituzione cogli Inglesi o della monarchia coi Russi. Si, io credo oramai incompatibile colla giustizia il potere dei pontefici, io lo penso, lo professo da lunghi anni; la giustizia condanna i pontefici, la rivoluzione li confonde, i loro popoli si agitano, anche prima di conoscere lo spirito della loro agitazione. Ora qual è questo spirito? Voi non lo dite in filosofia, voi me lo neghereste, e poiché siete cattolico nel vostro apostolato epistolario, riconoscete l'infallibilità spirituale del capo della Chiesa, spetta adunque ad esso il giudicare le incompatibilità emergenti dal suo carattere soprannaturale. Come potete voi rivolgere una simile domanda al capo della Chiesa? Voi commettete un peccato. (S ride)

Quindi non posso neppure seguire il presidente del Consiglio quando proclama la ripetuta massima: libera Chiesa in libero Stato; e non dubito di affermare che tale massima ben intesa vien contraddetta dallo stesso Governo. Libero Stato è quello che non ammette i dogmi di alcuna religione, che li rispetta tutti, alla condizione di essere conformi alla giustizia; che permette ogni divergenza di setta, considerando le divergenze come errori di mente o dubbi di coscienza. Libero Stato è quello che non paga sacerdoti, che non confisca i beni di alcuna chiesa, che non chiede né Te Deum, né sepolture sacre, né sacramenti al sacerdoti delle diverse religioni. Libero stato è quello dell'America del nord, ed perfezione od eccezione tale, che la Francia stessa, la stessa Inghilterra non la possono consentire.

Libera religione poi è quella che non piega il ginocchio dinanzi ad alcuna potenza mondana, che non riceve né leggi, né consigli, né condizioni da alcun popolo, da alcun re; libera religione è quella o inviolata nel santuario della coscienza di ogni uomo, o regnante nella società tutt'intiera. Anche qui la libertà della Chiesa su questa terra è tale perfezione od eccezione, che, appena fuori della coscienza, la troviamo nel medio evo coi papi, e nella coscienza al di là dell'Atlantico in America. Ma il nostro stato è stato di lotta; noi non possiamo parlar né di libera Chiesa, né di libero stato; sventuratamente non possiamo ora rinunciare ai limiti della nostra libertà.

Succede ai tre documenti del signor ministro un capitolalo che propone nuovi rapporti fra il regno d'Italia e il pontefice romano, e tale capitolato rinnova un concordalo già immaginato otto secoli fa fra il pontefice Pasquale II e l'imperatore Arrigo V. Un giorno, nel 1119, questi due capi della cristianità, dopo 42 anni di guerra di sterminio, di eccidi; dopo di avere messe a soqquadro tutte le città italiane nella gran lotta delle investiture, si trovavano al fine riuniti nella basilica di San Pietro a Roma, e la pace era quasi conchiusa.

Il pontefice e l'imperatore si accordavano in questo, che il primo rinunzierebbe alle donazioni di Pipino, di Carlo Magno, di Ottone e de' suoi successori, il che equivaleva a rinunziare allo Stato della Chiesa, come si direbbe in oggi; e che d'altra parte l'imperatore riconoscerebbe al pontefice il diritto di nominare tutti i vescovi dell'Italia e dell'impero. Quest'incredibile concordato era convenuto; il pontefice e l'imperatore si trovavano nella basilica di San Pietro; imminente era l'incoronazione; quando d'un tratto la voce ostinata di un Lombardo rivelò che i due capi della cristianità ingannavansi a vicenda, e Arrigo imprigionava subitamente il pontefice. I due capi, dico, ingannavansi, poiché il pontefice poteva tutto accordare e spogliarsi di ogni bene, di ogni territorio, di ogni ornamento, purché, padrone dei vescovi, restasse assoluto padrone delle anime, che gli avrebbero non solo restituite le donazioni, ma conferito l'impero del mondo.

Veniamo a noi: lasciate voi a Pio IX i vescovi con libertà assoluta? Io non so se potrà fidarsi alle vostre promesse, io ignoro se potrà credere alla vostra diplomazia, io non voglio indagare se gli presentiate tali condizioni di solidità, di sicurezza, di durata, di popolarità, da confidarvi i destini della Chiesa. Ma certo io non posso di lui fidarmi, non posso credergli, troppo ha egli violata la libertà perché creda all'amor san polla ragione. Coi vescovi, i papi rovesciavano il regno dei Longobardi, di Berengario, di Arduino, l'antico regno d'Italia cadde vittima della Chiesa, e voi volete lasciarli più liberi ancora che non lo concede la legge?

Mal fermi sono adunque i ragionamenti del signor ministro sulla capitale italiana, e, per colmo di sventura, nelle sue mani l'innocente proclamazione del conte Di Cavour svela la tristissima contraddizione di due sistemi ora amalgamati insieme. Quando proclamavasi Vittorio Emanuele, quando si proclamavano le annessioni, quando si conservava al Re la numerazione degli antichi duchi suoi predecessori, quando si dava nome a questo Parlamento di VIII Legislatura, si procedeva col sistema di un regno esteso dal Piemonte alla rimanente Italia, e quindi ordinato era il regno come l'antico Stato dei Longobardi, o dei Franchi, o dei Berengari. Il regno poteva giungere subito a Roma o soffermarsi, ricevere una sconfitta o riportare una vittoria, senza essere snaturato, senza cessare di esistere, senza credere la propria forza compromessa.

82 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Il regno era ordinato definitivamente e assicurato in ogni sua parte, e poteva durare 500 anni come quello di Alboino.

Ma adesso che voi avete dichiarata la necessità della capitale, adesso che avete fissato ad ogni reclamo il gran giorno di Roma e che volete far aggirare su questo perno unico l'organizzazione territoriale del regno, adesso dico, voi cadete nello stato provvisorio, in un vero interregno, nella sospensione metodica di ogni definitivo assesto. Adesso voi non imitate più i Franchi, i Longobardi, i Berengari, gli Ugo, che marciarono arditamente contro Roma, ma imitate l'infelice Carlo Alberto, alla volta sua imitatore involontario di Ladislao, di Roberto o degli Scala, che estendevansi subitaneamente per esplosione, senza trovare né sostegno, né tempo per stabilirsi colla forza di nuove idee. Essi fondavano regni, Stati, dominazioni inorganiche; la disposizione delle città era fatta a caso; ogni centro conservava le antiche tendenze, le diverse ostilità che lo separavano dagli altri, e al primo urto, alla prima morte di un capo, di un papa, di un imperatore, tutto svaniva di un tratto. Per giunta il signor Ricasoli, insistendo nella via sua, s'impegnerebbe a costituire il sillogismo della dipendenza italiana; e quanto più supplicherà invano l'imperatore de' Francesi, tanto più sarà stabilito che senza di Roma, provvisoria è la nostra libertà, e senza della permissione imperiale di Francia, provvisoria la nostra esistenza. Questo sillogismo sarebbe semplicissimo. Il regno senza Roma non può sussistere: Roma dipende dall'imperator dei Francesi: dunque... non finisco. Il presidente del Consiglio si è guardato da questo sillogismo, ma non vorrei che altri lo facesse.

Signori, io non critico per criticare, io non isvelo piaghe le quali possano essere dichiarate insanabili, io vi porto il consiglio sincero di chi spera nell'Italia. Tra il sistema delle annessioni (che ho combattuto, ma che rispetto, come rispetto ogni avversario) e il sistema delle esplosioni, se mi permettete la frase, il sistema romano, che io rispetto ugualmente, vi è un terzo sistema, nel quale io vi prego di entrare.

Voi credete forse che io vi proponga un'utopia? Io me ne guarderò sempre! Io vi propongo di imitare il Piemonte dal 1849 al 1889. Che cosa fece di fatto il Piemonte dopo la battaglia di Novara? Il Piemonte tacque; pose il fucile al piede, pronto a ricominciare; ma frattanto tranquillo ripigliò il suo lavoro in un modo nuovo, o almeno sconosciuto a Carlo Alberto e al suo Governo, e disse: io voglio che i miei popoli siano così felici, cosi liberi, da rendere impossibile ad ogni Italiano di non desiderare di esserlo altrettanto. (Vivi segni di approvazione)

Quanti voi componete qui la maggioranza, qualunque sia nell'avvenire il diritto di principii a voi superiori, giustamente voi avete fin qui disposto della sorte della nazione, poiché avete professati i suoi due principii che proclamavano in primo luogo la libertà delle costituzioni, in secondo luogo l'iniziativa piemontese.

Ora, o signori, siamo 22 milioni, la nostra guerra non è finita, e siamo appena alla metà della nostra carriera. E se mi chiedete: che cosa bisogna fare? Io vi rispondo: questi 22 milioni debbono essere cosi felici, che ogni Italiano divenga fremente di appartenere al nostro regno. (Bravo! Bene! a destra. )

Il conte Di Cavour, che era ingegnoso, e il cui merito, o il cui debole, era l'equivoco, che pure contiene e suppone qualcosa di vero, s'avvide benissimo che un nuovo moto stava per cominciare; lo sentì come lo sentono tutti coloro che altamente rappresentano un principio pericolante, e nell'alto istesso, in cui si proclamava l'annessione delle Due Sicilie,

quest'alto tanto solenne e con tanta impazienza atteso, egli annunziò che il nuovo regno doveva essere oramai discentralizzato.

Di più, io udii alcuni di voi in quel tempo parlare del sistema delle regioni, nuovo sistema di cui io non voglio ora intrattenervi, benché forse abbia interesse a desiderare che coloro i quali Io annunziavano gli fossero padri e non padrigni. Ognuno di voi mi accorderà senza distinzione di partiti o di opinioni, che l'idea delle regioni implicava il pensiero, che urgeva una nuova organizzazione territoriale, la quale stabilisse in modo non provvisorio, ma in modo fermo e sicuro l'assetto, l'amministrazione, il governo, in una parola la felicità degl'Italiani oramai messi in grado di disporre di sé e di conquistare Roma subito o attendendo senza pericoli ogni meno prossima occasione.

Onorevoli colleghi, siete voi entrati in questo sistema, avete voi annunziato al mondo la nuova iniziativa di 22 milioni in faccia a Roma? Avete voi rinnovato il fatto del vecchio Piemonte tolto ad angusti confini e trasportato all'insieme delle regioni italiane? Lungi dell'avanzarvi verso l'avvenire, voi vi siete ostinati, barricati nell'antico sistema, e per la forza di un passato al quale voi non avete saputo sottrarvi a tempo, ne nacque che, a malgrado di ogni vostro più sincero sforzo, a malgrado delle diverse, ma leali intenzioni di ogni vostro luogotenente, dopo l'annessione delle Due Sicilie siete riusciti a questo controsenso, che una città di 500. 000 abitanti è ridotta ad essere una città di provincia, come Lecce, Taranto o Cosenza, e che questa città obbedisce ad un centro lontano, il quale gli è inferiore almeno della metà. Senza dubbio la nostra fittizia metropoli è retta da ministri dotati di ottime qualità, pronti (e qui vorrei che la mia voce rimbombasse ben lontano), pronti ad ogni riforma, ad ogni concessione consentanea ai loro principii; ma non risiedendo essi materialmente nell'antico regno di Napoli, vivendo essi lontani da quello Stato che conta otto secoli d'esistenza, non possono conoscerne nei costumi, né i reclami, tanto più che le Due Sicilie, condannate ad un'eccezionale contralizzazione, ad un eccezionale governo, ad un eccezionale dominio, appartengono ad una civilizzazione originale e strana, che non si può conoscere senza vederla.

Che cosa n'è nato? (E qui ancora non vorrei costituirmi sterile censore, ed abusare della parola e della vostra benevolenza) Che cosa n'è nato? N'è nato che siamo sulle spine quanto alla finanza, nell'incertezza quanto alla diplomazia, nel provvisorio quanto all'amministrazione. Se parliamo del mezzodì, in alcune regioni gli uscieri non possono nemmeno eseguire le sentenze; nessuna sicurezza negli affari, nessuna confidenza nelle diverse imprese, nessun lavoro pubblico che muti le condizioni generali, e due provincie del Napoletano stanno in questo momento sotto il flagello massimo del brigantaggio.

Ma, o signori, se l'aria delle montagne del mezzodì non è pura, non si va a Roma. Io credo benissimo che la Francia co' suoi trabalzi possa sempre offrirci un soccorso diplomatico per giungere colle nostre idee nella nostra capitale proclamata. Credo alla Francia, qualunque ne siano i capi, o le forme, o le vicissitudini; ma, se sempre aperta sarà là via di Magenta e di Solferino, voi mi accorderete a nome della patria che sempre aperta altresì deve essere la via che da Marsala, da Milazzo e da Salerno conduce al Campidoglio. (Segni d'approvazione)

(L'oratore riposa alcuni minuti. )

PRESIDENTE. L'oratore è invitato a continuare.

FERRARI. Io debbo adesso, o signori, parlarvi del mezzodì, di questa parte annessa


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83 TORNATA DEL 2 DICEMBRE

che ha sconvolto la nostra primitiva politica, e che deve servire d'esempio per conquistare, moralmente prima, e materialmente dopo, la rimanente Italia.

Io lascio ogni particolare per la ragione che ciò spetta agli indigeni, i quali meglio di me conoscono il proprio paese, e mi limito a trattenervi della gran piaga, del flagello terribile dei briganti.

Io non voglio esagerare l'importanza dei briganti. Io mi propongo anzi di attenuarla e di ridurla alle dimensioni che ci lascino la speranza della vittoria non solo sui briganti, ma sui partigiani che potessero prevalersene. SI, avete forse ragione, i briganti non sono cittadini, la guerra loro non è politica, non sono sostegno di alcun Governo, e vi accerto che i briganti sono innanzi tutto ladri, e, se occorre, assassini. Nessuno può chiedere il loro soccorso, nessuno può associarsi con loro; nessun borbonico, per quanto cospicuo, può avventurarsi con essi. Forse potrà vederli nelle sale di Roma, ma non certo sulle montagne del mezzodì. (Ilarità)

È dunque inteso che è necessità prima, necessità assoluta di distruggere i briganti, e conveniva distruggerli, signori, nell'uno o nell'altro dei due modi seguenti.

In primo modo che io desiderava consisteva nel dotare quel paese delle leggi nuove da lui desiderate e nel seguire il corso della rivoluzione, lasciandola sotto i suoi naturali capi, e specialmente sotto Garibaldi. Senza entrare in alcun dettaglio, senza esporre in questo momento alcun piano di amministrazione, intendete che il principio che aveva liberato il Mezzodì poteva compierne la liberazione; ed io riassumeva altre volte il mio pensiero in questo recinto, dicendovi che il torto del Governo era di non essere amato, e che conveniva di farlo amare, perché senza l'amore non si fondano i regni. Io desiderava dunque che la rivoluzione stessa distruggesse il brigantaggio, tanto più che ogni Stato, e voglio dire ogni provincia di sette milioni d'uomini non ha bisogno di guardie di polizia spedite da un'altra provincia; ogni vasta circoscrizione contiene uomini capaci di mantenere il buon ordine e di stabilire la pubblica sicurezza. Né in massima ci è permesso di considerare uno Stato come indisciplinato, come ingovernabile: simili asserzioni implicherebbero la nostra condanna. Spettava adunque alle provincie recentemente annesse il riformarsi da sé stesse, col nostro soccorso, coi nostri principii, col nostro dominio, se volete, ma innanzi tutto colla sua propria spontaneità e con una politica amorevole, perché amorevolmente invocata.

Eravi in secondo luogo, lo confesso, un altro modo di governo, quello della forza; intendo che si poteva inviare un numero sufficiente di truppa, di carabinieri, di uomini capaci di mantenere l'ordine pubblico, finché il tempo sospirato dell'amore potesse giungere.

E difatti mille volte i signori deputati napolitani da tutte le parti di quest'Assemblea hanno chiesto che s'inviassero armati, che si spedissero guardie di sicurezza pubblica, e che s'impiegassero, come si diceva, mezzi energici.

Ora, in qual modo il Governo provvide ai bisogni urgentissimi dell'antico regno di Napoli? Appena sciolta la nostra Assemblea, da luglio a novembre, le guerriglie si moltiplicano, tutti i giornali raccontano un'iliade di combattimenti, la stessa gazzetta ufficiale per ben due mesi ci narra fatti tuttuosissimi che attristano l'Europa, che destano la meraviglia del Moniteur di Francia, e che poi essa stessa si decide a coprire con prudente silenzio.

Per comprendere l'estensione di tanti disastri basterà il dire che dal giugno al novembre più di ottanta villaggi furono invasi

e che ogni invasione suppone cento scene di terrore. Didatti il brigante giunge di notte, in poche ore impone taglie, prende viveri, cavalli, munizioni, organizza il furto, spaventa tutti coll'assassinio, coll'incendio, colpisce i suoi nemici, i magistrati, i sindaci, i liberali, e supplisce al tempo che gli manca colla rapidità dell'esterminio, perché allo spuntare del giorno, alla prima truppa che giunge, bisogna che fugga sulle montagne. Quante vittime in una sola invasione!

Dunque più di ottanta villaggi furono taglieggiati, sconvolti, insanguinati, dati in preda al saccheggio. (Movimenti)

Questo è disordine, nessuno me lo contesterà. (Susurro) Voi potrete dirmi che questo è disordine fatale, che non ne siete responsabili; ed io ascolterò religiosamente la vostra difesa; ma, in fondo, non possiamo dissimularci che il flagello dei briganti sussiste oggi ancora, e non sta per cessare.

Ma, signori, se il disordine del brigantaggio è grande, e se potete addurre per iscusa che l'avete combattuto e in parte represso, quale è stata la vostra repressione? Esaminiamola. E perché parlo del ministro, e non d'alcun'altra responsabilità, io qui dichiaro che non intendo per nessun conto mettere in discussione la condotta dei nostri soldati. La nostra truppa è ottima quanto quella d'ogni più distinta nazione. Cento volte mi sono incontrato con ufficiali superiori ed inferiori, con semplici soldati, e non ho trovato che una continua cortesia ed una pazienza veramente esemplare in una guerra atrocissima e nel tempo stesso faticosissima. Molti comuni, specialmente nel distretto di Gerace, attestarono pubblicamente la loro riconoscenza per i soccorsi ricevuti, e senza addentrarci in più minute particolarità, la nostra truppa, caso eccezionale, va esente nel mezzodì, per quanto la natura lo comporta, anche da quella taccia di alterezza e di orgoglio pur sempre abituale in chi porta la spada ed espone la propria vita ad ogni istante per dovere. Ciò proviene dal confronto che ogni meridionale può instituire tra l'antica e la nuova armata. La prima aveva ufficiali insolenti, maneschi, imitatori di quei borghesi, di quei nobili, che nelle vie di Napoli io ho visto schiaffeggiare e frustare in faccia i cocchieri, senza che questi se ne risentissero menomamente, nemmeno per toccarsi il viso insanguinato.

Ora ognun vede che nessun tenente, nessun caporale, nessun uffiziale italiano sogna simili enormità, come pure nessun soldato italiano soffre il bastone. Ciò posto, e ben intese queste dichiarazioni, qual uso avete voi fatto della nostra giovane armata? Voi l'avete lanciata in numero scarso, insufficiente, esposta a rovesci in faccia a insidiosi nemici; voi l'avete messa nella situazione tragica di sorpassare ogni forza umana, supplendo all'insufficienza col terrore pur sempre legittimo dove milita il sacro diritto della bandiera e della rivoluzione.

Senza dubbio dispregevoli e miseri sono gli scarsi militi del brigantaggio, ma sono figli delle montagne, inaccessibili nelle ritirate, formidabili nelle sorprese; sono scarsi, ma a cavallo, disciplinati, organizzati, sussidiali da mille intelligenze e capaci di moltiplicarsi subitamente e di attorniare ogni gruppo di soldati, traendo seco una folla di villici sparsi nelle campagne dove sembrano contadini. Sono briganti, ma il suolo li favorisce a tale che una capitale proporzionatamente grande due volle più di Parigi e un perpetuo dispotismo furono sempre necessari per tener libere le vette di tante montagne. Sono briganti, ma ad ogni rivoluzione di Napoli essi contano come una forza politica. Ne' tempi del mal governo essi pullulano come i vermi in un corpo ulcerato, e tanto nel 1799, quanto nel 1814, i padri degli attuali combattenti riconducevano i Borboni sul trono di Napoli.

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Sono briganti, ma hanno una bandiera, sussidi potenti che possono ingannare l'ignoranza generale; sono briganti, ma numerosi sono i sacerdoti che i nostri tribunali proscrivono come emissari a sostegno della passata tirannia; sono briganti, ma il partito borbonico sussiste; la sua astensione è visibile in ogni elezione. Le imposte, la guerra, mille incertezze possono alterare ad ogni tratto la proporzione delle forze in un popolo ancora più mutabile del francese. Sono briganti, ma infine prevalenti contro i militi non sostenuti dalla polizia, né dai bureaux in gran parte invasi dai borbonici.

Dunque che cosa avete voi fatto della nostra giovane armata, gettandola in faccia ad una causa terribile, nemica? Io non ho l'onore di aver combattuto ai fianchi dei capitani e dei colonnelli del mezzodì, ma io so per gli esempi della Francia, dell'Inghilterra, della Germania, che cosa ha dovuto fare la nostra armata, che non poteva lasciar disonorare la nostra bandiera, né la nostra libertà, e che trovavasi investila del diritto di Robespierre, del diritto di rivoluzione. Essa ha dovuto procedere collo spavento, combattere con furore, lasciar fare ogni ausiliario sconosciuto, adottare ogni sospetto e credere giustizia ogni vendetta.

lo mi avanzo coi militi e scopro in questa villa la paglia che ha servito di letto al nemico: fuoco! e innanzi) Voi direte forse che convien prima verificare il dubbio, convocare i testimonii, verificare ogni fatto, ricorrere ai giudici. SI, ma ad ogni minuto una vedetta si ripiega, ad ogni istante una staffetta sparge l'allarme, ad ogni esitazione il nemico vi crede intimorito; non si può attendere un giorno, non un'ora, , quando un minuto espone i nostri, e quindi la paglia parla da sé. Dunque il villico che scempiamente mi fugge, mi teme e balbetta una stolida scusa diventa mortalmente pericoloso. Dunque una donna che perde la presenza di spirito sembra complice de' ladri in fuga e che stanno per ripiombare sopra dei nostri Dunque questo pecoraio che porta viveri nella campagna va a soccorrere i briganti e non si può lungamente deliberare sulla sorte sua. Dunque questo bifolco che possiede un fenile, questo fattorino che porta un riscatto per liberare un prigioniero de' ladri, per salvare il suo tugurio minaccialo, sono sospetti, sono forse d'accordo coi nemici. Dunque questo villaggio, che la paura ha obbligato ad inalberare di notte la bandiera borbonica, cela forse un piccolo esercito; convien espugnarlo, invaderlo con chi asseconda la truppa; un indugio lascerebbe ingrossare il nemico, perderebbe cento villaggi. Dunque si avanza colla face alla mano, si combatte disperatamente: quanti prigionieri! Chi può rilasciarli? chi giudicarli? E già nuove detonazioni annunziano. i ladri, forse loro amici. Che fare? Pensateci.

Intendete le tragedie che si svolgono al seguito delle nostre stesse vittorie. Nel turbinio degli avvenimenti le nuove s'ingrandiscono, . le morti si moltiplicano nelle immaginazioni del volgo, il terrore prende mille forme, il silenzio paralizza la lingua del cittadino che, reclamando, teme di essere sospetto, e la confusione giunge a tal punto che io a Napoli non poteva sapere come Pontelandolfo, una città di 5000 abitanti, fosse stata trattata.

[FERRARI. lo ho dovuto intraprendere un viaggio]

lo ho dovuto intraprendere un viaggio per verificare il fatto cogli occhi miei. Ha io non potrò mai esprimere i sentimenti che mi agitarono in presenza di quella città incendiata. Mi avanzo con pochi amici, e non vedo alcuno; pochi paesani ci guardano incerti; sopravviene il sindaco; sorprendiamo qualche abitante incatenato alla sua casa rovinata dall'amore delta terra, e ci inoltriamo in mezzo a vie abbandonate.

A destra, a sinistra le mura erano vuote e annerite, si era dato il fuoco ai mobili ammucchiati nelle stanze terrene e la fiamma aveva divorato il tetto; dalle finestre vedovasi il cielo. Qua e là inconlravasi un mucchio di sassi crollati; poi mi fu vietato il progredire; gli edifizi puntellati minacciavano di cadere ad ogni istante. Ricevetti l'ospitalità in una delle tre case risparmiate per ordine superiore; ma in faccia sorgeva la casa o quasi il palazzo Gogliotti incendiato, rovinato. Tutto un museo di abiti e di medaglie antico era scomparso nelle fiamme, tutte le gioie erano perdute nelle macerie. Chi può dire i dolori di quella città! E quando volli vedere più addentro lo spettacolo celato delle afflizioni domestiche, mi trassero dinanzi il signor Rinaldi, e fui atterrito. Pallido era, alto e distinto della persona, nobile il volto; ma gli occhi semispenti lo rivelavano colpito da calamità superiore ad ogni umana consolazione. Appena osai mormorare che non cosi s'intendeva da noi la libertà italiana. Nulla io chiedo, disse egli, e noi ammuttimmo tutti. Aveva due figli, l'uno avvocato, l'altro negoziante, ed entrambi avevano vagheggiato da lontano la libertà del Piemonte, ed all'udire che approssimavansi i Piemontesi, che così chiamasi nel paese la truppa italiana, correvano ad incontrarli. Mentre la truppa procede militarmente, i saccomanni la seguono, la straripano, l'oltrepassano, e i due Rinaldi sono presi, forzati a riscattarsi, poi, dopo tolto il danaro, condannati ad istantanea fucilazione. L'uno di essi cade morto; l'altro viveva ancora con nove palle nel corpo; e un capitano gittavasi a ginocchio dinanzi ai fucilatori per implorare pietà; ma il Dio della guerra non ascoltava parole umane e l'infelice periva sotto il decimo colpo tirato alla baionetta. Rinaldi possedeva due case, e l'una di esse spariva tra le fiamme, e appena gli ufficiali potevano spegnere l'incendio che divorava l'altra casa. Rinaldi possedeva altre ricchezze, e gli erano rapite; aveva altro... e qui devo tacermi, come tacevano dinanzi a lui tutti i suoi conterranei.

Quante scene d'orrore! Qui due vecchie periscono nell'incendio; là alcuni sono fucilati, giustamente, se volete, ma sono fucilati; gli orecchini sono strappati alle donne; i saccomanni frugano ogni angolo; il generale, l'affiliale non possono essere dappertutto, si è in mezzo alle fiamme, si sente la voce terribile: piastre, piastre, e da lontano si vede l'incendio di Casalduni, come se l'orizzonte dell'esterminazione non dovesse avere limite alcuno.

Mai non dimenticherò il 14 agosto, mi diceva un garibaldino di Pontelandolfo. Sul limitare di una delle tre case eccettuate dall'incendio, egli gridava ai villici di accorrere, li nascondeva nelle cantine, e, mentre si affannava per sottrarre i conterranei alla morte, vacillante, insanguinata una fanciulla si trascinava da lui, fucilata nella spalla, perché aveva voluto salvare l'onore, e quando si vedeva sicura, cadeva per terra e vi rimaneva per sempre.

Intendo la vostra voce, l'inesorabile voce di tutti i burocrati italiani, non si poteva fare diversamente. Ma in che aveva Pontelandolfo fallito? Ve lo dirò io: Pontelandolfo ba il torto di essere fieramente atteggiato su di un monte in mezzo ai monti, in mezzo alla catena del Matese, d'onde a trabalzi si va dallo Stato romano fino a Cancello, a un'ora da Napoli. Da Pontelandolfo si scopre un'immensa estensione di terreno ondeggiante e quasi danzante, e nessun milite, nessuna pattuglia potrebbe avvicinarglisi senza essere scoperta a più miglia di distanza. Indovinate l'importanza di questo posto per i briganti, se potevano accamparvisi, se potevano concentrarvisi i briganti e la malagente di Morcone, Fregnatello, Campolattaro, essi potevano spargere il terrore fino nei dintorni di Napoli; e diffatti appena si udì che Pontelandolfo

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era da essi invasa, il terrore dei dintorni fu tale, che fino a Solopacca le autorità inviarono le donne e i fanciulli a Napoli, raccogliendo ogni arma per resistere.

Ma il sacrifizio di Pontelandolfo ha forse distrutto i briganti? Il 1° novembre io non potei avviarmi a quella volta senza ricevere molti consigli di prudenza ed anzi un vero biasimo sul mio progetto. Quando giunsi a Maddaloni, e mi presentai al comandante per chiedergli due o tre uomini, per avere un'apparenza di difesa, mi rispose: non potermi dar meno di venti uomini, se no i briganti ci fucilerebbero; gli ordini di Napoli essere precisi. Ben presto congedai tanta scorta; ma quando a sera di ritorno da Pontelandolfo, scherzava cogli amici sui nostri innocui revolveri, il vetturino ci disse sorridendo: ecco gli amici, e vedemmo il fuoco dei briganti che si ristauravano nella grotta di Santa Maria, d'onde erano visti da tutto il paese in giro a tre leghe di distanza, e dove nessuno pensava alla possibilità di assalirli.

Dopo questo fatto, o signori, io non vi parlerò di nessun altro, né di Crotonei, né di Gioia, né di nessun'altra città, poiché io troppo rispetto il vostro dolore, e troppo ne sono io partecipe.

Io finirò richiamandovi che il tempo è giunto di riconoscere la situazione, e di riconoscerla solennemente. Nulla di grave; non ci sono piaghe insanabili; ma qualcosa vi è da sanare, ed è la vostra politica. Se vi ricordate gli antecedenti delle attuali tragedie, la mia prima parola sul mezzodì fu di non precipitare l'annessione, per lasciare il mezzodì alle proprie correnti, salvo il rispetto a quei momentanei confini che impunemente non potevansi distruggere. Più tardi, manifestatosi il malcontento ed anzi i torbidi, io vi proposi di fare un'inchiesta affinché una metà della nazione conoscesse appieno l'altra metà, e le due parti della Penisola si unissero fraternamente; voi rispondeste essere l'inchiesta inutile, i mali passeggeri; e adesso io non vi domando più l'inchiesta, o almeno lascio la parola agli avvenimenti, e ascolterete altri oratori assai più competenti di me, e voi vedrete se le vite e la ricchezza degli abitanti siano o no state compromesse; se la piaga del sia veramente cicatrizzata; se il sangue dei nostri soldati che voi avete lasciati sempre in iscarso numero, in posizioni tragiche e disperate, sia stato risparmiato. Voi vedrete se il sangue stesso degli uomini giustamente sacrificati onori il giovane regno, il quale sorge pure sulla terra dove Filangeri e Beccaria predicavano umanità, e dove sotto i migliori Governi napoletani si viaggiava sulle montagne coll'oro in mano. Fate voi stessi la vostra inchiesta: vedete se non avete permesso alla reazione di scoppiare, ai briganti di corrompere interi paesi, alle popolazioni di molti luoghi di turbarsi riflettendo all'avvenire promesso dalla nostra rivoluzione. Invero noi non abbiamo perduti i nostri amici, e giacché ho citato Rinaldi, io vi ripeterò le parole che mi disse: non domando niente, non mi lamento di nulla. Gli amici della libertà sono pronti ad ogni perdono; ma essi vi guardano e attendono molto da voi. (Sensazione)

Io più non abuserò, o signori, della vostra indulgenza, e solo vi dirò che appena cominciate le vacanze io andava a Parigi, dove sperava di ritornare momentaneamente alle mie tranquille occupazioni, quando i tumulti del mezzodì vennero a turbare i miei sonni, lo più non poteva né scrivere, né pensare; i miei stessi amici mi scacciarono amorevolmente, ed io, pensoso, dubbioso, tristissimo, intrapresi il viaggio delle Due Sicilie.

Una mattina, sotto un sole sfolgorante che rendeva divino il cielo e celeste la terra, approdai a Messina.

Conosciuto di nome, a caso, da alcuni giovani, questi mi attorniano, mi prendono, per forza quasi mi mettono in una carrozza e mi conducono a vedere; indovinate che? Forse le meraviglie del golfo? Forse Scilla, Cariddi, la cattedrale? No; mi conducono sulla via d'Austria, di Giudecca, di Zaera, per due miglia mi mostrano a diritta ed a sinistra le case annerite, rovinate, incendiate. Io non aveva pensato mai che tanti proiettili fossero posseduti da un Governo per vomitarli contro una città. Dieci anni erano scorsi, e nell'animo dei cittadini il disastro era presente come se tuonasse ancora il cannone. Parlo per Palermo, ed ivi pure i miei amici non mi mostrano né la cattedrale normanna, né la tomba del gran Federico; ma mi conducono sui luoghi del disastro più recente, dove vedevansi le rovine fatte da' Borboni. Io vado a Siracusa, e trovo una popolazione gentile come l'anima di Gelone, e nello stesso tempo fierissima come già lo fu nei tempi di mezzo, una popolazione che nel 1859 aveva emigrato in massa per fuggire la dominazione borbonica.

O signori, su questo entusiasmo, su queste rovine si fonda il regno. Questa è la nostra base, questo il nostro principio, principio di libertà e di giustizia. (Bene! bene!)

E se io prima credeva al Parlamento, se prima non poteva sperare fuori della legge, dopo io non cessai e non cesso di rispondere ad ogni gravame: andate all'Assemblea, mandateci i vostri deputati; scuotetevi dall'inerzia, dalla disperazione delle astensioni; sappiate che il regno siete voi stessi, che nulla vi darà, nulla deve darvi, se non quanto darete voi a voi stessi. Mai non vide il nostro cielo Assemblea più vasta, libertà più ampia. Che se per disgrazia svanisse la libertà da questo recinto; se il principio della Costituzione, che ci rende, se non unanimi, al certo concordi, cessasse di animare la nazione, allora l'immagine della futura Italia svanirebbe alla volta sua, , senza le glorie antiche, noi vedremmo riprodursi l'era delle cieche repressioni, delle battaglie interne, delle calamità che si avvicendavano anticamente nelle nostre città. Allora, o signori!... Oh! ma no, voi non permetterete che regni la forza e che i nostri nemici ripetano contro di noi le parole di un tiranno esigliato da Milano: Io attendo che i delitti dei Torriani abbiano sorpassato quelli dei Visconti. I vostri principii vi obbligano a credere che la libertà sana tutto, che chiude l'era antica e che deve vincere il pontefice. (Applausi a sinistra)

PRESIDENTE. Il deputato Alfieri ha facoltà di parlare.

ALFIERI. Nella grave discussione che si è aperta in quest'aula, io ravviso una condizione di cose che non è tanto frequente nei fasti parlamentari, giacché noi, trattando la questione romana e la questione napoletana, noi richiamiamo a sindacato non solo il Ministero, ma noi medesimi. Abbiamo altra volta lungamente e profondamente discussa la presente questione, e abbiamo, ad immensa maggioranza, dettato al Governo il cammino che esso doveva seguire; perciò mi pare non dilungarmi dal vero considerando che la maggioranza della Camera in questo momento, non solo al Governo, ma a sé stessa chiede conto, in certa guisa, di ciò che si è fatto.

Diffatti l'eloquente discorso del preopinante, senza dilungarsi dalle sue antiche opinioni, che ciò sarebbe inconcepibile in lui, nel metodo, direi cosi, di discussione, assunse le forme piuttosto di chi suole appoggiare il Governo, che di coloro che sogliono combatterlo.

Io cercherò soprattutto di trattare la questione di Roma, perché questa discussione è posta in termini generali, e mi pare che solo la questione romana possa abbracciare tutta la situazione nostra politica. Col definire quella si potrà

CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Nell'uomo politico, non altrimenti che nell'uomo privato, allato ai ragionati pensieri stanno sentimenti ed affetti; ed in me un affetto politico di tal guisa si rivolge benevolo all'onorato patrizio toscano che presiede al Governo del Re. Io amo in lui uno degli strenuissimi operatori dell'unità della patria; mi piace che in quel nome famoso si concreti il concetto che l'Italia sta irremovibile nel mantenere nella piena integrità sua il programma dell'immortale Cavour; mi è simpatico un personaggio che ha saputo raccogliere la stima di tutti gli onesti, che ha saputo destare contro di sé l'odio di tutti i nemici d'Italia, scuotere i dubbiosi ed i timidi, e risvegliare le ire più maligne di tutti gl'ipocriti.

Se non che io ravviso nell'esistenza dell'odierno Gabinetto due periodi ben distinti. Il primo io lo chiamerei delle dolci illusioni, dei generosi, ma sterili conati; il secondo, che io approvo ed auguro di tutto cuore possa durare, si può dire dei ben avvisati disegni e dell'operoso lavoro.

Or bene, duolmi che, mentr'esso non avrebbe avuto che encomii e conforti perché perseverasse e progredisse in questo secondo periodo, egli invece abbia richiamata la discussione sopra quella sua prima maniera di governo, che per verità piuttosto io sarei per accettare con indulgenza, che con approvazione, che io piuttosto sarei per iscusare, anziché per lodare. Cosicché, ad aprirvi schietto l'animo mio, dopo, avere meno felicemente, meno accortamente scelto il punto suo d'attacco contro quella poderosa piazza forte politica che si chiama la questione romana, ora in gran parte per fatto suo tale questione ci si presenta in mala vista, si presenta al giudizio della Camera sotto un aspetto meno vero e meno favorevole, e ciò tanto per quello che riguarda la sostanza stessa della cosa, quanto per ciò che spella al modo col quale il Governo la considerava dal giugno in poi ed al modo con cui ci tocca ora di trattarla.

Qui mi occorre una distinzione, forse alquanto sottile, ma che io credo vera e necessaria a farsi.

Se il Ministero, forte della propria coscienza, forte delle leali sue intenzioni, riconosciute anche da suoi avversari, avesse aspettato che le interpellanze ed i rimproveri gli venissero fatti da coloro che stanno sui banchi opposti, a me pare che egli non avrebbe avuto per rispondere e pienamente discolparsi che a rileggere alcuni brani dei discorsi del compianto conte Di Cavour, od a ripetere le proprie dichiarazioni. Egli si era impegnato ad andare a Roma coi mezzi della persuasione, colle vie pacifiche, d'accordo colla Francia. Tali erano i termini nei quali si era stipulalo il contratto dell'impresa tra il Ministero e la maggioranza.

Or bene, gli avversari avrebbero dovuto dimostrare che quelle vie pacifiche si erano aperte innanzi al Ministero e che egli non vi si era addentrato, che la Francia ci aveva ceduto il luogo e che egli non se n'era prevalso.

In verità io non credo che il Ministero abbia avversari cotanto eccentrici e così imperturbabili nelle loro passioni, da volersi accingere ad un assunto cotanto assurdo.

Ma il Ministero invece si presenta con un documento che, a parer mio, non distrugge, no, ma capovolge il suo programma; mentre da un lato corre il rischio di farci dubitare che non sia occorsa qualche malintesa fra lui e noi, è costretto a confessare che questo suo prediletto ritrovato è rimasto affatto sterile. In verità, mi si condoni l'espressione un po' volgare, ma che mi pare appropriata, non francava la spesa, né per la dignità del paese e del Governo, né per la fama della sapienza ministeriale di sudar tanto per fare un buco nell'acqua,

e come dicono i nostri ameni vicini di oltre Alpi: Si fe l'avait fait, je n'irai pas m'en vanter.

Della volontà degli Italiani circa a Roma, io credo che non sia ormai più il caso di discutere.

Gl'Italiani hanno risoluto solennemente di fare dell'antica metropoli dell'impero romano la capitale del nuovo Stato italico: fosse un errore (giacché nessun potere umano è infallibile, sia esso di principe o d'assemblea), fosse errore, quell'errore per noi oramai è legge. Io dico questo perché desidero spiegare come io non possa seguire l'onorevole preopinante, quando pare che metta di nuovo innanzi al Parlamento il quesito se la capitale d'Italia abbia o no ad essere Roma. In ciò per noi non si tratta, non si può trattare che del de modo: ma a questo proposito io dissi poc'anzi che il Ministero aveva capovolto la quistione, ed io credo che ciò sia avvenuto tanto se si consideri l'operazione meramente politica, quanto se si consideri la quistione in quanto riguarda ai rapporti da stabilirsi tra il nuovo stato e la religione.

Il conte Di Cavour dichiarava ripetutamente che la liberazione e l'impossessamento per parte degli Italiani di Roma era il complemento della rigenerazione della patria; era l'incoronamento dell'edificio nostro nazionale. L'attuale presidente del Consiglio, invece, l'andata a Roma considera come un mezzo per fare l'Italia. Il conte Di Cavour voleva serbare a sé stesso il tempo di dimostrare, e voleva lasciare al mondo cattolico il tempo di persuadersi che la religione di nulla poteva tanto vantaggiarsi, quanto della propria alleanza coi principii della civiltà e del progresso. C'attuale presidente del Consiglio crede invece di minacciare il pontefice d'uno scisma, e di presentare le sue dissertazioni canoniche, la sua proposta di concordato, dirci quasi, alla punta delle baionette. Or bene, io non dubito di asserire che la verità stava nel primo concetto tal quale fu esposta dal conte Di Cavour; ed io sono lieto che oramai il Ministero paia essere ritornato a quel modo di considerare questo punto capitale del nostro sistema.

A Roma, o signori, noi troviamo una tradizione politica, noi troviamo una grave questione religiosa.

In quanto alla prima, la Roma politica non farà mai l'Italia; bensi l'Italia non può essere compiuta, se non che conquistando Roma.

Roma non farà mai l'Italia, perché, finché essa fu una potenza reale e attuale in politica, sempre la impedì, sempre la combattè, sempre la sconvolse. Egli è che i principii politici, le tradizioni, il carattere mondiale ed umanitario, che si concretano in quel nome solennissimo, sono la negazione, sono il contrapposto della nazionalità italiana e delle teorie politiche e moderne; sono il contrapposto di quei principii liberali, dei quali la creazione del regno d'Italia è l'esplicazione suprema.

Roma ha reso degl'immensi servizi alla civiltà; Roma si è resa altamente benemerita del progresso umano, anche immolandogli crudelmente per tanti secoli la nazionalità italiana. Ma ora i tempi sono cangiati, la nostra volta è venuta; ora l'Italia deve inaugurare una nuova èra nella storia dei progressi politici del mondo; ora noi dobbiamo immolare le tradizioni romane alle idee moderne.

Signori, osservate che le nazionalità non vengono a costituirsi se non per mezzo della' egemonia, che nasce in loro di alcune delle loro parti. Or bene, questa egemonia in Italia io la trovo tentata in Pavia dai Longobardi, in Ravenna dai Goti, in Sicilia sotto Federico II, in Napoli sotto Alfonso, in Firenze sotto Lorenzo Medici; poi in Milano, in Venezia e final

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In ciascuno di questi tentativi di egemonia veggo uno stadio del progresso civile e politico d'Italia; io vi veggo un grande insegnamento ai popoli italiani.

Roma non sorse mai per fare l'Italia; Roma talvolta sorse per rifare l'impero romano; in Roma non vi ha una buona lezione, non un buon esempio di politica nazionale.

Vedete, o signori, vedete liberali di estreme opinioni, veggano gli stessi repubblicani quanta sia l'infezione de principii cesarei. Quello stesso illustre martire della rivendicata libertà della ragione, quel precursore dei moderni triumviri romani, quell'antenato filosofico dell'onorevole Ferrari, Arnaldo da Brescia, egli stesso invitava l'imperatore germanico a ritornare in Roma, e gli preparava il restaurato seggio di Marco Aurelio.

Una folle impresa di Cola da Rienzo potè essere nobilitata dalla eccelsa fantasia di un vate sublime, potè essere abbellita dall'estro romanzesco de' moderni autori, ma io sono persuaso che la severa storia finirà per riconoscere in essa una parodia di fatti illustri, e che la scienza politica non vi vedrà che un'indegna mascherata di venerande istituzioni antiche.

Io voglio concedere a coloro che seguono una scuola storica diversa affatto dalla mia, che v'abbia potuto essere in Roma un tentativo di egemonia italiana, e che abbia durato tanto, quanto i bellicosi sogni del gran pontefice condottiero che illustrò il nome cosi onoratamente portato dal nostro ministro della guerra; ma fu una passeggiera larva. Per contrapposto, posso far osservare che perfino sotto i Borgia e sotto il regno del pessimo fra i pontefici e del più politico fra i papi, allorché il suo figlio prediletto volle sostituire la sua politica italiana alla politica pontificia, ben presto nacquero discordie tra il Valentino ed Alessandro VI; ben presto quegli fu condotto ad una quasi ribellione, ed in mezzo alle diffidenze ed ai disordini quella politica cadde ben tosto pienamente in rovina.

Laonde, allorquando nella desiosa fantasia voglio immaginarmi il trionfo finale della causa italiana, non saprei ravvisarlo in un re costituzionale travestito in Campidoglio da imperatore romano. Nei sogni ardenti che precorrono i fati augurati alla mia patria, io ravviso l'Italia come una giovane robusta e gagliarda sedente altera e vendicala sulle ultime rovine dell'antico edifizio cesareo. Cosi nelle sublimi tele dell'Urbinate, del Guido, del Domenichino vedesi la gran Vergine simbolica schiacciare col piede la testa allo spirito maligno. Né dissimile fu il destino della Roma cristiana sorta sul suolo medesimo di Roma pagana. Non è nelle pompe cattoliche che si ammirano nel Vaticano, non è nei templi e nei riti che serbano ancora alcunché di profano e terrestre, che spicca la vera grandezza cristiana. II trionfo dello spiritualismo evangelico sul materialismo pagano rifulge su quella nuda croce di legno piantata nella deserta arena, intorno a cui pare si squarcino le colossali rovine del circo, e mandino dagli aperti baratri urli di disperata agonia.

E qui, giacché il discorso mi vi riconduce, permettetemi che io tocchi a Roma considerata come quistione delle relazioni tra il principio religioso e il principato laico.

Credete voi, o signori, che quando il conte Cavour insisteva nel modo che noi tutti possiamo ricordare 'Sulla necessità di dar tempo al tempo, e di mantenersi nelle vie pacifiche riguardo alle nostre relazioni col papato, credete voi che egli lo facesse unicamente per una troppo spinta tenerezza dell'autorità pontificia, o per una esagerata deferenza, per iscrupoli o pregiudizi di animi devoti o di soverchio timidi?

Egli certo non difettò mai né di ardimento nei propositi, né di audacia nelle imprese; egli ben sapeva che vi erano in Europa troppi e troppo zelanti patroni e difensori del principio cattolico per prendersi questo incarico. No, anche questo punto egli lo considerava da primo ministro del Re d'Italia, e da uomo politico; egli sapeva che la religione, soprattutto quando è quasi unica in un paese, che la religione dominante è il fatto il più grave che abbia da tenersi in conto da un Governo che si costituisce; egli sapeva quanto il principio religioso importi nella costituzione sociale di un paese; egli sapeva che opera delicatissima, forse la più gelosa di quante possa avere ai tempi che corrono da compiere un Governo, è il segnare il giusto posto a questo elemento sociale, per modo che esso non preponderi sulla potestà laicale, ed in guisa che esso non sia avvilito, né perda la sua benefica efficacia sugli animi per essere sottoposto alle venture ed al dominio dei Governi.

Forse egli aveva in ciò presente l'esempio del più abile maestro che abbia mai esistito nell'arte di fondare le monarchie costituzionali, del sapientissimo Guglielmo d'Orange, il quale seppe collegare la sorte degli istituti politici ch'egli reggeva nello stesso tempo colla sorte della Chiesa anglicana a Londra, non che con quella della Chiesa presbiteriana in Edimburgo.

Il principio religioso è un grande elemento conservatore, poiché esso solo può far penetrare il vero concetto del diritto e del dovere in quelle moltitudini alle quali le necessità materiali della vita tolgono il tempo ed i mezzi d'inperare, di discutere, di persuadersi. È un elemento conservatore salutarissimo ne' suoi effetti sull'uman genere, perché, inculcando ognora il concetto dell'imperfezione e della debolezza degli uomini, loro persuade che ci vuole tempo, che ci vuole molta fatica per giungere a qualunque progresso, per rivendicare anche i più legittimi dei nostri diritti. È un elemento conservatore, perché, dimostrando continuamente ai popoli la prospettiva di una giustizia superiore, eterna, riparatrice delle temporanee iniquità terrestri, semina a larga mano la sofferenza e la tolleranza; ed io vi chieggo qual è il politico assennato il quale vorrebbe di lieto animo, nel costituire uno Stato appena appena risorto, ributtare e disprezzare un ausiliario così utile, cosi prezioso!

Ma, o signori, perché quest'ausiliario sia efficace, bisogna ch'egli sia rispettato dalle genti. E qui permettetemi che io vi ricordi un episodio della vita del grande Astigiano, che mi pare faccia al caso. Egli narra come nella sua puerizia venisse in sospetto che un tal irate, che gli era direttore spirituale, si fosse lasciato indettare dalla madre sua per ribadirgli i rimproveri che già essa gli aveva fatto. Il senso suo morale, come i retti suoi istinti, si ribellarono contro quella intromissione di un'autorità che egli per altro teneva per veneranda, e venerava caramente, e così egli concbiude la narrazione di questo suo fatto: «Contrassi d'allora in poi un odietto bastantemente profondo al suddetto frate, e poca propensione in seguito a quel sacramento.»

Così, o signori, io credo che la penseranno i popoli ogniqualvolta verranno nel dubbio che i precetti della loro religione, invece di venir ispirati da divina infinita sapienza, vengano dettati per opera di un'umana autorità.

Applicando questi principii generali al caso nostro, io credo che nella questione romana sarete disposti a convenir meco che, anche nell'ordine politico, l'Italia nulla avrebbe a vantaggiarsi, sia che noi lasciassimo il pontificato sussistere con tutto il suo potere spirituale, ma mantenendosi qui il perpetuo e mortale nemico nostro; sia che si abbattesse il pre

88 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

con una violenta ed obbrobriosa sconfitta inflitta al sommo gerarca della Chiesa.

Se avessi ad esaminare la politica di un Ministero rappresentante le opinioni della parte che siede alla sinistra, io entrerei in tutt'altro ordine di argomenti, giacché so queste essere cose alle quali, secondo le loro convinzioni, quei nostri colleghi non possono che attribuire un'importanza meno che secondaria. Invece mi lusingo che la maggioranza della Camera ed i ministri converranno meco in quanto ho testé esposto.

Io confido perciò nella lealtà e nel fermo proposito del barone Ricasoli di voler andare a Roma non per rovesciare dalle fondamenta la Chiesa cattolica, non per cacciarne il sommo suo gerarca, ma bensì per restringere il potere di esso negli stretti limiti dei suoi uffici religiosi, e per insediarvi a suo fianco la monarchia costituzionale italiana.

Si afferma che, allorquando nello scorso giugno l'Italia venne colpita da luttuosa sciagura, la Francia fosse per acconsentire alla sostituzione del presidio suo in Roma da un presidio nostro, con che per altro ci obbligassimo d'impedire ogni qualsiasi violenza fatta al papa, e gli lasciassimo tempo di stabilire pacificamente gli accordi tra il suo potere spiritare e la nostra potestà civile. Il conte Di Cavour era così felicemente uscito dai mali passi; egli aveva trionfato parecchie volte delle più accanite resistenze; egli si era svincolato in tempo debito dalle più temerarie e pericolose alleanze sue, per modo che si poteva condonare ch'egli assumesse il rischioso impegno. Ma non così a coloro che gli succedettero.

Perdonate la schietta mia sentenza; ma, o essi erano stranamente illusi, od erano acciecati da orgoglio e da presunzione.

Io non posso meravigliarmi che il nostro potente alleato, essendosi (a torto od a ragione, non tocca a me di discuterlo) assunto l'incarico di mandatario del cattolicesimo in Roma, non abbia creduto di adempiere a tale suo mandato, confidando la sicurezza e l'indipendenza del pontefice al Ministero nostro in quei tempi; bensì mi meraviglio che i nostri ministri abbiano potuto farsi questo concetto anche per un giorno solo, e molto più che abbiano preso questo supposto a base di tutto un loro sistema politico.

Né io voglio insistere su questo poco grato confronto, tra la potenza e la forza del compianto conte Di Cavour e quella dei suoi successori. Ma farò osservare che poco dopo quell'infausto dì le condizioni dell'Italia meridionale erano profondamente mutale, e mutate assai in peggio; che minaccie di guerra rumoreggiarono all'orizzonte, e che gli andamenti del Governo nostro per parecchi mesi accennarono a tutt'altro che a fermezza, che a sicurezza di direzione. In quei tempi, se il barone Ricasoli poteva sperare di andare a Roma capo del Governo del Re, io non so come potesse avere cortezza di rimanervi a lungo nella stessa condizione, e se pure aveva questa certezza, io non so da quale partito appoggiato egli credesse di rimanervi, oppure da quale partito trascinato dovesse cadere.

Finalmente, senza parlare del maggiore sconcerto elio questi avvenimenti potevano condurre nel regno, di cui era abbastanza scombussolato l'ordinamento, io vorrei che avesse riflettuto il Governo in quei giorni che, se repentinamente scoppiavano le ostilità sul Mincio, forse avrebbe avuto da rimpiangere la partenza di ventimila nostri fidi ausiliarii e valorosissimi, e nello stesso tempo rimpiangere la mancanza di altrettanti nostri soldati alla frontiera, mentre avrebbero dovuto essere trattenuti

a Roma nel poco grato uffizio di presidiare la residenza pontificia, a dispetto di moltissimi Italiani e per conto del cattolicismo, che non pertanto né si sarebbe fidato di noi, né ce né avrebbe saputo in alcun modo buon grado.

In quei giorni, mi è forza il dirlo, il Ministero, secondo me, non fu bene avvisato; egli doveva acconsentire alla domanda d'uomini e di denaro fatta dal luogotenente del Re in Napoli; egli doveva rivestire quel funzionario d'autorità ministeriale, incaricandolo degli affari di quella provincia; egli doveva rimandare a tempi meno torbidi la prosecuzione delle trattative interrotte per la morte dell'illustre conte Di Cavour, e rivolgere tutta l'arte e l'energia della sua diplomazia non solo presso la Francia, ma presso tutti i Governi civili, per far cessare le cospirazioni del Quirinale e la scandalosa ed indegna complicità pontificia colla reazione cosmopolita e col napoletano. (Bene!) Il Ministero doveva comprendere che non vi ha che un'Italia ordinata, non vi ha che un Governo posto, agli occhi di tutti, al coperto da ogni colpo di mano e da ogni preponderanza dei partiti rivoluzionari, il quale possa ottenere che l'Europa lasci il pontefice in balla della nostra lealtà, della nostra moderazione e della nostra giustizia.

Io deploro altamente che il Governo del Re non abbia inteso di per sé stesso la condotta che le circostanze gl'imponevano; io deploro che abbia dovuto imparare tutto ciò dal rifiuto avuto dalla Francia. Ma mi gode l'animo (e qui abbia termine la parte di censura del mio discorso) che ormai le poche parole, per le quali vi prego ancora di alquanta pazienza, abbiano a suonare encomio, conforto e fiducia.

(L'oratore prende alcuni istanti di riposo. )

In un altro recinto l'onorevole presidente del Consiglio ha rassicurati gli animi intorno alle trattative occorse tra il Governo del Re ed il nostro alleato per troncare la mala pianta della reazione in Roma. Ella è cosa evidente che, mentre l'Italia si dispone a rinunciare ad ogni opera di violenza contro il capo della Chiesa, non può portarsi in nessun modo con buona pace che egli protegga i nostri nemici, e ci muova la guerra la più barbara e sleale. Mi congratulo cordialissimamente col ministro degli esteri dei risultati politici delle sue pratiche in proposito.

Credo poi quasi superfluo aggiungere ora la mia voce a quella di tutta la nazione che applaude all'energia, all'operosità del ministro dei lavori pubblici. Sarebbero degni d'encomio in' ogni tempo i suoi sforzi, ma quasi portentose sono le opere che egli ha compiute, e quelle delle quali ha inoltrato l'esecuzione, in mezzo a difficilissime condizioni tecniche e finanziarie, e circondato da terribili ostacoli.

All'onorevole ministro per la guerra odo del pari dare encomio da tutti coloro che sono competenti nella materia, alla quale egli è preposto; non dubito ch'ei sia in grado di tranquillare la Camera sulla leva nelle Provincie meridionali e nelle disposizioni assunte, perché non si abbiano colà a rinnovare gl'inconvenienti sperimentali nell'Umbria e nelle Marche. Io spero eziandio che coll'annunziata ampliazione dell'esercito nazionale egli potrà far luogo a riparare ai fatali errori che alienarono gli animi di molli prodi, i buoni e valorosi volontari, più d'una volta confusi con intriganti avventurieri, o con malvagi mestatori, che fecero germogliare discordie ed ire, là dove la concordia e la fratellanza dovevano infondere novello vigore nelle forze militari del paese.

Non sarebbe luogo di trattare di ciò che concerne altri dicasteri, nei quali mi pare che il buon volere e l'operosità sia quella che la maggioranza desidera.

89 - TORNATA DEL 2 DICEMBRE

Vengo a ciò che con

Non vi sarebbe generosità, né opportunità alcuna, a trarre in campo quelli che spontaneamente si ritirarono dalla tizia; d'altronde ciò che mi dispiacque nel primo periodo si collega strettamente col sistema generale della politica che io ho dianzi esaminato e censuralo. Non è qui il luogo di fare il paragone tra le leggi vigenti ed il sistema che loro fu contrapposto. Quest'ultimo io non intendo per nulla di giudicare e molto meno di condannare in massima. Sostenni altra volta e mantengo ora, che fu atto improvvido il mettere in discredito e scuotere dalle fondamenta la legislazione amministrativa esistente fra noi.

Sostenni altre volte e mantengo ora che per quanto buono fosse per riuscire il sistema nuovo, la sua presentazione e la sua discussione erano improvvide ed impolitiche.

Sostenni e mantengo che dalle leggi vigenti, secondo lo spirito dai loro autori esplicato, e con animo benevolo e non sistematicamente e personalmente ostile, attuate, svolte ed emendate, vi è campo a trarre la discentralizzazione conforme alle tradizioni ed al genio italiano, quella discentralizzazione che è necessaria se si vuole organare lo Stato.

Muti le leggi il Ministero il meno possibile; le applichi quanto maggiormente egli può. Non dimentichi mai la discentralizzazione: prima la discentralizzazione materiale, cioè che sul luogo si decidano quanti più minuti affari si può; la discentralizzazione legale poi, cioè nelle proposte di legge egli cerchi di trasferire non alle autorità dipendenti dal Governo, ma alle autorità elettive dei comuni, delle provincie e dei loro consorzi, quanto mai è possibile delle attribuzioni soverchie, pesanti, soffocanti, delle quali è oberato lo Stato.

Dacché queste parole che io rivolgo all'onorevole ministro dell'interno debbono essere udite dal presidente del Consiglio, prima di finire invocherò da lui un provvedimento urgente ed eminentemente politico.

Spero che, d'accordo col suo collega il ministro dei culti, egli vorrà domandare alla Camera di riparare alla deficienza della legge per ciò che riguarda la provocazione alla diserzione. Vi è un'insigne immoralità nella mitezza colla quale è colpito un delitto di lesa nazione, colla quale si punisce chi toglie alla patria il più valido suo appoggio, il valore dei suoi figli.

Quando poi siano i sacerdoti quelli che rinnegano ogni dovere di cittadino, ogni sentimento patrio per servire unicamente un sovrano estero, nemico dell'unità e dell'indipendenza italiana, allora io spero che i nostri legislatori rammenteranno la bella lezione e gli energici esempi di Vittorio Amedeo II.

Cosi, o signori, mentre non dubitai di palesarvi schiettamente l'animo mio intorno ai riguardi da usarsi al principio religioso ed all'autorità somma del cattolicismo, cosi ora io sono ben lieto di mettermi in prima fila per difendere il terreno della potestà laicale, il campo della politica dalle invasioni clericali. Io spero che, se il ministro mi trovò dapprima severo censore, ora abbia in me riconosciuto un amico schietto, sicuro e devoto.

Verrò conchiudendo che, s'egli è vero che sarebbe stato ventura per l'Italia, allorquando venne orbata del più illustre de' suoi figli,

che coloro i quali ne raccolsero l'eredità politica avessero sfuggite le illusioni, per verità, troppo ingenue, per le quali credevano di potere in poche settimane condurre a termine la parte precisamente la più ardua del problema, quella appunto per cui il gran ministro si era riservato tanta libertà di azione, di tempo e di mezzi, se, dico, sarebbe stata gran ventura per l'Italia che non si fossero perduti tre mesi utili e preziosi per l'ordinamento del paese, che si fossero scartate tutte le vane discussioni, che tutte le forze vive d'Italia immediatamente si fossero raccolte e riunite su quella tomba che racchiudeva una mente cosi vasta e un braccio così gagliardo; tuttavia, se ciò non si è fatto, si va facendo, ed io riconosco che il Ministero si dimostra di tutte queste cose leale operatore. Per conseguenza non mi pare che la maggioranza di questa Camera possa far altro che ripetere i voti da essa altra volta pronunciati.

E siccome non dubito che le spiegazioni che nel corso di questa discussione sarà per dare il Ministero vengano a diminuire i motivi della censura che io gli mossi per il passato, e vengano invece ad accrescere i motivi di encomio pel presente, ed i motivi di fiducia per l'avvenire, cosi io mi riservo di accostarmi a quell'ordine del giorno che, mantenendo fermo l'intero programma legatoci dall'illustre uomo di Stato di cui tutta Italia rimpiange tuttora la perdita, conduca il Governo del Re a promuovere l'ordinamento dello Stato nella rigorosa e compiuta applicazione delle leggi vigenti, nello sviluppo delle risorse militari e finanziarie del paese.

PRESIDENTE. Il deputato Massari ha facoltà di parlare.

MASSARI. Signori, fu nobile ed ingegnoso pensiero quello dell'onorevole Ferrari di accattivarsi la vostra attenzione, ricordando che il compianto conte Di Cavour aveva pazienza, e sapeva ascoltare le obbiezioni e i dubbi de' suoi avversari.

Io spero che col fatto l'onorevole deputato si sarà convinto che gli amici del conte Di Cavour hanno almeno ereditata questa parte delle sue virtù, e che essi sanno ascoltare, non dirò con pazienza, ma con molto interessamento le obbiezioni e le opinioni dei loro avversari, segnatamente allorché esse sono svolte con tanto ingegno e con tanta convenienza di linguaggio, come ha fatto l'onorevole preopinante.

Io naturalmente non lo seguirò nella dissertazione storica e teorica che cosi brillantemente vi ha sviluppato; come argutamente ha detto egli medesimo, trattò la questione come se si fosse trovato in un capitolo di benedettini; io non posso trasformare questo augusto Consesso in una cosi pia assemblea, io tratterò esclusivamente, e nel modo il più succinto che mi sia possibile, la questione di fatto.

Io credo, o signori, che, per quanto concerne la questione di Roma, noi non abbiamo più nulla a discutere per ciò che concerne i principii, poiché nella tornata, se non erro, del 27 marzo di quest'anno, la Camera pressoché unanime ha adottato un ordine del giorno nel quale sono additate le norme a cui il Governo deve conformarsi nella trattazione di una cosi grave questione politica. La questione attuale è di vedere se il Governo si sia, oppure no, conformato a quelle massime; questa pare a me che sia la questione, e non altra.

Noi avevamo detto che bisognava andare a Roma non contro il pontefice, ma contro il re; che dovevamo andare a Roma non a dispetto e contro la Francia, ma bensì d'accordo colla Francia.

Il Governo si è egli scostato, o signori, da queste massime? La risposta mi pare che sia chiaramente scolpita in quei documenti che molto a torto, secondo me, l'onorevole deputato Ferrari ha qualificato per composizioni letterarie.


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90 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Io non entrerò a discutere il merito delle guarentigie offerte al Santo Padre.

Questo non sarebbe il mio compito, perché mi farebbe rientrare nella questione teorica, la quale io non voglio menomamente toccare.

Dico solamente che, se quelle guarentigie, come ho inteso dire da molli, possono essere appuntate di eccessive dal Iato delle concessioni, dico che ciò non è gran male, poiché, quando ciò fosse, gioverebbe invece di nuocere alla nostra causa.

Voi tutti, o signori, saprete che la longanimità di coloro che sostengono le cause giuste nuoce ai loro avversari e non a loro medesimi.

A me pare evidente, o signori, che il Governo abbia adempito religiosamente il dover suo; a me pare che con la stessa pubblicazione di quei documenti egli abbia trovato il modo veramente efficace, per mezzo del quale noi possiamo riescire al nostro intento, poiché la questione romana, è stato detto e ripetuto mille volte, non è una questione che si possa troncare né coi cannoni, né colla forza, è una questione che si tronca col sussidio di quella grande potenza che è l'opinione pubblica, ed in quest'opinione, o signori, noi dobbiamo comprendere l'opinione del mondo cattolico.

Sì, noi dobbiamo dimostrare che la questione romana non è questione religiosa, ma è questione politica; nel che... (Susurri a sinistra)

Non intendo le interruzioni degli onorevoli avversari.

PRESIDENTE. Prego i signori deputati di far silenzio.

MASSARI... nel che noi siamo secondati, giova il dirlo, e molto bene dai nostri nemici; poiché basta gettare lo sguardo su tutta l'Europa e vedere chi sono coloro che sostengono ancora la conservazione della dominazione temporale del pontefice, per persuadersi che questa questione è essenzialmente ed esclusivamente politica.

Mi basterà, o signori, di ricordarvi un fatto recentissimo, un contrapposto che è veramente singolare. Noi abbiamo veduto un teologo insigne, un ex-gesuita, il definitore d'un nuovo dogma della Chiesa sostenere con molta sodezza di dottrina e con profondità di convincimento cattolico la necessità di far cessare la dominazione temporale del papa, ed in opposto abbiamo veduto un illustre calvinista straniero sostenere la causa di quella dominazione. (Bene!) Signori, il Governo deve continuare e perseverare nella via incominciata; esso deve mantenere il suo diritto, e non deve permettere che la questione romana possa essere agitata in Europa senza il suo intervento. Queste mie parole si riferiscono ad una frase che qualche tempo fa, come voi tutti, ho letta in un discorso collocato sulle labbra della sovrana della Spagna dal suo Ministero, in cui si faceva cenno di non so più quale congresso delle potenze cattoliche per definire la questione romana.

Io voglio sperare che su questo punto l'onorevole presidente del Consiglio vorrà essere cortese di dare alla Camera un qualche schiarimento.

In pari tempo, o signori, noi dicevamo che a Roma si deve andare, non contro la Francia, ma d'accordo colla medesima. Per ora c'è stato un rifiuto. Noi dobbiamo rispettare ed apprezzare le cagioni di questo rifiuto. Cerio, siccome esso è proceduto da un Governo le cui intenzioni estremamente benevole verso di noi non sono un mistero per nessuno, e che sarebbe mostruosa ingratitudine di negare, cosi questi motivi hanno dovuto essere rispettabili, ed io li rispetto.

Ma però, se la Francia continua a mantenere le sue truppe valorose in Roma per proteggere il Santo Padre, certamente non può essere, non è sua intenzione che questa protezione venga ad estendersi a coloro che sono protetti

dal Governo del Santo Padre medesimo. In una parola, o signori, e senza adoperare nessuna circonlocuzione, se le truppe francesi rimangono ancora per qualche tempo in Roma, esse vi rimangono per proteggere Pio IX, ma non per proteggere Chiavone.

Però, o signori, essendo evidente che per ora noi non andiamo a Roma, che cosa ci resta egli mai a fare? Non lasciamo accreditare, o signori, la funesta idea (e la chiamo pensatamente funesta), che senza aver Roma immediatamente noi non possiamo costituire l'Italia; io dico ed affermo che con Roma o tosto o tardi l'Italia deve essere e sarà costituita. Guai a noi, o signori, se accettiamo quella infausta formula: tutto o niente, la quale per lo passato ci ha cagionato tanti danni, e che è gloria dell'antico Piemonte di aver confutata col fatto.

Naturalmente ciò che dobbiamo far noi è di provvedere alla buona amministrazione del paese; qui è la vera questione; la questione dell'ordinamento interno; ed io dico che provvedendo ad un buon ordinamento interno non si potrà più dire che facciamo sosta nel nostro cammino; io dico che noi avremo ampliala ed agevolata la via per conseguire la meta dei nostri desideri!. E credo che nell'esprimere questa opinione io mi trovo d'accordo anche con ciò che poc'anzi si diceva l'onorevole deputato FERRARI.

Quale è la difficoltà all'attuazione di una buona amministrazione nel regno italico? Quale è l'ostacolo principale?

[MASSARI. Non esiste una questione napoletana speciale]

Signori, qui mi trovo naturalmente condotto a discorrere della questione napoletana.

Ho detto questione napoletana, e mi dispiace di aver tolta questa parola al discorso del mio onorevole amico il deputato Alfieri. La questione napolitana è una locuzione impropria, è una locuzione inesatta. Signori, non esiste questione napoletana (Movimenti in senso diverso); esiste una grande questione amministrativa italiana, ma non esiste una questione napoletana speciale. Io vorrei vedere bandita questa parola, che ricorda troppo ancora la tradizione municipale, anche dalla nostra lingua parlamentare. (Segni di assenso)

Si dice e si afferma tutti i giorni ed in tutti i modi che le Provincie napolitane sono mal soddisfatte, che esse sono assai malcontente. Potrei osservare che in quest'asserzione v'è una dose non lieve di esagerazione; potrei riferire alla Camera che alcuni onorevoli nostri colleghi, testé giunti da quelle provincie, prima di venire qui hanno avuta occasione di conferire coi loro elettori ed hanno raccolta l'opinione che quanto ci fosse di meglio a fare nelle condizioni attuali era di dar sostegno al Governo, di appoggiare il Ministero. Ha non voglio sofisticare sul più e sul meno; parlo lealmente. Dirò che il malcontento nelle provincie napolitane esiste, ed esiste realmente, e ch'esso è tanto più pericoloso, in quanto che è assai vago ed indefinito.

Ammesso il fatto, è necessario rintracciarne le cause. Io le additerò brevissimamente.

La prima causa, signori, voi la conoscete meglio di me; è l'eredità del Governo passato. Il Governo borbonico era riuscito ad accumulare tante infamie ed iniquità, che era ben naturale che, una volta quel Governo rovesciato, succedesse negli animi delle popolazioni una reazione, e, bisogna dire anche la parola francamente, un desiderio di vendetta. Niente di più naturale. Le popolazioni, immaginose come sono e vivacissime, hanno creduto (e di ciò non va certo fatto loro addebito) che bastasse il cangiamento di Governo, perché ad un tratto gl'infiniti mali che contristavano ed affliggevano quelle provincie cessassero. Ciò non è avvenuto, o signori; non poteva avvenire.

91 - TORNATA DEL 2 DICEMBRE

Ma dal fatto non avvenuto è originato un disinganno, il quale alla sua volta ha prodotto e continua a produrre del malcontento.

Un'altra ragione del malcontento vuolsi ravvisare, o signori, nel modo stesso con cui è avvenuto il cangiamento nazionale e liberale nelle provincie meridionali. Nelle provincie meridionali l'ordine nuovo di cose non è stato instaurato, come in Lombardia, in seguito ad una guerra combattuta da eserciti regolari; non come in Toscana, nell'Emilia, e nelle provincie del centro dell'Italia in seguito a deliberazioni, a votazioni spontanee: in quelle provincie il cangiamento è succeduto in virtù di una rivoluzione lungamente preparata, la quale ebbe la sua spinta dal di fuori. Mi pare che, giudicando le cose a questo modo, io non faccio altro che narrare i fatti. Ora il Governo del Re, quando ha dovuto assumere direttamente il governo di quelle provincie, si è trovato in faccia a due ordini di difficoltà gravissime. La prima difficoltà proveniva dalle rovine accumulate dal Governo borbonico, e le altre difficoltà provenivano dalle rovine necessariamente accumulate dalla rivoluzione. Non credo con ciò pronunciare alcuna parola severa od ingiusta contro coloro che hanno promosso la rivoluzione; tutt'altro; io dico che quando si fa una rivoluzione è inevitabile una distruzione, eia distruzione implica rovina. Il Governo si è trovato fino dal primo momento in faccia a questo doppio ordine di rovine, ed è ben naturale che le difficoltà l'abbiano sopraffatto e che esso non abbia potuto ad un tratto operare il miracolo di ridonare a quelle provincie l'ordine e la calma.

Un'altra ragione di malcontento gravissima, e secondo me, la più essenziale, è la mancanza della sicurezza pubblica.

Dal mese di maggio a questa parte le condizioni del Napoletano a questo riguardo sono desse migliorate oppure no? Signori, io credo che la risposta a questo quesito è ovvia, io credo che da quell'epoca in poi il flagello del brigantaggio sia scemato. (Interruzioni, e segni di diniego a sinistra)

Mi sembra di ascoltare delle diniegazioni. Io torno a ripetere la mia affermazione. Dal mese di maggio in poi il flagello del brigantaggio è scemato. Nel momento in cui parlo, o signori, e tutti riceviamo delle lettere, tutti abbiamo delle informazioni da nostri amici a tale proposito, nel momento attuale il flagello del brigantaggio incrudelisce in due provincie, nella Basilicata e nella Terra di Lavoro; incrudelisce pur troppo, non lo nego (cosi lo potessi negare) in due provincie...

A sinistra. E in altre...

PRESIDENTE. Non interrompano; parleranno al loro torno.

MASSARI. Io prego il signor presidente di permettere anche qualche interruzione, per poter esser in grado di combatterla o di accettarla.

PRESIDENTE. Io non debbo permettere alcuna interruzione; le interruzioni sono proibite dal regolamento. L'oratore è pregato di continuare.

MASSARI. Ma il brigantaggio, o signori, e godo anche in questo di trovarmi d'accordo coll'onorevole deputato Ferrari, il brigantaggio è un malanno essenzialmente e prettamente sociale, e non ha assolutamente alcuna relazione colla politica.

Giorni sono l'onorevole deputato Petruccelli diceva, non interrogativamente, come per errore gli hanno fatto dire gli stenografi della Camera, ma bensì affermativamente: i briganti non sono italiani; e l'onorevole deputato Petruccelli aveva perfettamente ragione, soprattutto quando si riflette che i capi più audaci e più intraprendenti non sono nemmeno nati in Italia.

Voci. E Chiavone?

MASSARI. Chiavone pur troppo è nato in Italia, ma Borges, e non so quanti altri, non sono nati in Italia.

La reazione, o signori, a questo modo è una vera importazione, la reazione non è un portato naturale delle provincie napoletane. Io credo che per quest'asserzione non troverò contraddittori in questo recinto. Ma mi pare d'aver rilevato dal discorso dell'onorevole Ferrari che egli addebiti al Governo di non aver distrutto il brigantaggio. Non ci è che da ricordare l'esempio della storia per vedere quanto quest'accusa manchi di giustizia.

Il brigantaggio nelle provincie napoletane ha esistito pur troppo, e per parecchi anni, sotto il governo di Gioachino Murat, sotto l'occupazione francese. Ci volle tutta l'energia, non molto mansueta e non molto blanda, del generale Manes, per infrenare il brigantaggio. I Borboni medesimi furono costretti a fare un'ignobile capitolazione con i Vardarelli per estirpare dalla Capitanata una banda, la quale non credo che eccedesse il numero di 40 persone. Con qual diritto, o signori, si chiederebbe dal Governo italiano il miracolo di far cessare tutto d'un tratto un malanno, contro del quale dei Governi, che non avevano certamente il rispetto che esso ha verso la libertà e verso l'umanità, hanno avuto a lottare per tanto tempo?

E qui, o signori, mi sia lecito di cogliere l'occasione per rendere un omaggio sentito di riconoscenza e di lode al nostro valorosissimo esercito, il quale, come sempre, fedele alle sue discipline ed ai principii dell'onore, ha eroicamente combattuto contro nemici che erano indegni di lui.

Fra le condizioni del malcontento voglionsi anche annoverare, o signori, degli errori che si diffondono presso le popolazioni dell'Italia meridionale, tanto per quanto concerne le cose, quanto per quanto concerne gli uomini. Per quanto concerne le cose, a cagion d'esempio, io citerò la finanza. Ho ricevuto moltissime lettere, ho parlalo con molte persone, le quali con la massima buona fede mi hanno svolto il parere che in realtà si portasse via non so quale somma di danaro dalle provincie napolitane per venir ad impinguare le casse di Torino.

Io sono persuaso che l'onorevole ministro delle finanze non mancherà, nel corso di questa discussione, di dare i più ampi schiarimenti a questo riguardo; ma frattanto questa mattina stessa ho ricevuto il rendiconto fatto dal segretario generale delle finanze di Napoli, dal 1° aprile al 51 ottobre 1861, dal quale risulta che per sopperire al disavanzo esistente nel bilancio delle provincie napoletane, il quale, fra parentesi, spero che abbia ad essere l'ultimo bilancio municipale, per sopperire a quel disavanzo sono state inviate in contanti dal Governo centrale parecchie somme determinate.

(L'oratore si riposa per alcuni minuti. )

PRESIDENTE. Il signor Massari è pregato a ripigliare il suo discorso.

MASSARI. Durante l'interruzione alcuni onorevoli colleghi mi hanno invitato a dar lettura delle cifre che ho poc'anzi accennate, ed io mi faccio incontanente ad appagare il loro desiderio.

Nella relazione adunque del signor Sacchi leggo che, per sopperire al totale disavanzo 1861, si è provveduto colle somme ricevute in contanti dal Governo centrale per 8, 670, 891 franchi e 99

Voci. Non franchi: ducati.

MASSARI... centesimi

BASTOGI, ministro per le finanze. Ducati, ducati.

92 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

MASSARI. Ducati. Coll'importo delle negoziazioni delle cambiali fatte sul Governo centrale, 5, 400, 135 ducati e qualche frazione; coll'introito fatto sul prestito nazionale del Governo centrale, dedotte le restituzioni del primo decimo, 462, 230 ducati. Credo in tutto che faccia la somma di 6, 832, 000 ducati e qualche frazione.

E giova osservare che in queste spese non sono menomamente comprese quelle che riflettono la guerra, la marina, e le altre spese generali.

Signori, un'altra cagione di malcontento è ciò che si chiama la invasione della burocrazia piemontese. Si accusa il Governo di non avere usato una equa lance nella distribuzione degli uffici amministrativi; io sono persuaso che, mentre io su questo particolare non posso dare alcun ragguaglio preciso, il Ministero, e segnatamente l'onorevole ministro dell'interno non mancherà all'obbligo, che gli corre, di dare alla Camera gli schiarimenti più precisi a questo riguardo.

Ma oltre agli errori sulle cose, i quali mantengono ed alimentano il malcontento, ci sono anche gli errori relativi alle persone.

Potrei dirvi, o signori, che non sono stati risparmiati degli uomini noti per lo sperimentato patriottismo, e per l'antica fede nella libertà; potrei dirvi che ad ogni tratto si viene dicendo che tutti i mali del paese derivano da una certa consorteria. (Ilarità a sinistra)

Comprendo la ilarità di alcuni miei onorevoli colleghi, ma ciò non mi distoglie dal proseguire nel mio assunto.

Potrei, o signori, entrare in molti ragguagli a questo riguardo, e dimostrarvi con i nomi proprii come questa terribile e famelica consorteria sia composta di uomini i quali, per la massima parte, o non hanno avuto mai nulla dal Governo, oppure, se avevano qualche occupazione, l'hanno perduta nelle recenti emergenze. (Movimenti a sinistra)

Ma questa è questione di persone: alcuni onorevoli colleghi potrebbero considerare, e a torto, che io in questo momento sostenessi la parte di Cicero prò domo sua (Si ride a sinistra), e quindi m'astengo dell'addentrarmi in quest'argomento. Voglio però soltanto citare alla Camera un errore di fatto curiosissimo, il quale concerne un nostro onorevole collega, che io chiamo sempre con piacere mio amico, quantunque in questi ultimi tempi sia stato separato da lui da alcuni dissidi intorno a questioni amministrative, intendo dire il mio carissimo amico Marco Minghetti. (Ilarità prolungata)

Chi Io crederebbe, o signori? L'onorevole Minghetti non credo che goda in Napoli una popolarità maggiore di quella che godo io, la quale non è eccessiva. (Si ride) E sapete perché? perché egli passa per un terribile centralizzatore.

L'onorevole Minghetti è accusato come il ministro che abbia voluto tutto ingoiare, tutto concentrare a Torino. (Voci di denegazione)

Intendo delle denegazioni, ma io posso citare un fatto speciale, e godo di vedere al suo banco un onorevole nostro collega, che potrà rettificare le mie osservazioni.

L'onorevole Lazzaro, prima di essere rieletto per la seconda volta dagli elettori di Conversano, ha indirizzata ad essi una circolare, nella quale dice che viene al Parlamento per combattere ad oltranza l'onorevole deputato Minghetti, perché appunto vuol tutto centralizzare. (Rumori a sinistra)

L'onorevole deputato Lazzaro è presente, e, torno a ripetere, se nelle mie asserzioni c'è qualche inesattezza, io lo prego a rettificarla.

LAZZARO. Domando la parola per un fatto personale.

PRESIDENTE. Lasci terminare l'oratore, e le, darò dopo la parola pel fatto personale.

MASSARI. Signori, un'altra cagione di malcontento, cagione evidente, incontrastabile, è quella delle lesioni di tanti interessi.

Ma, Dio buono! come volete che succeda altrimenti? Ma che? Si può formare una grande nazione, senza ledere molti interessi, senza ferire molti pregiudizi, senza urtare contro mille suscettività? Ma concedetemi di dirlo, o signori, concedetemi di dirlo, che una delle cagioni principali dei mali che travagliano il paese siamo noi medesimi. E non dico noi per artifizio oratorio, no; lo dico con profonde sentimento di verità. SI, se invece di dividerci, o signori, noi fossimo rimasti uniti; se invece di sospettarci e di rimproverarci a vicenda, noi ci fossimo mutuamente consigliati ed aiutali, no, le condizioni delle nostre provincie non sarebbero cosi cattive. Noi dobbiamo dirlo, noi non abbiamo dato un commendevole esempio alle nostre popolazioni, le quali sono buone, le quali sono ottime, le quali non partecipano alle nostre meschine ambizioni.

Signori, è egli giusto di addebitare al Governo tutte queste difficoltà, tutte queste cagioni di malcontento che io vi son venuto enumerando? È egli giusto di rappresentare tuttodi alle popolazioni il Governo come la cagione principale di tutti i mali? Ma, signori, ciò equivale all'accendere, ad alimentare l'incendio, e poi ad accusare il Governo di non aver la forza di estinguerlo!

[MASSARI. Non annovero fra le cause di malcontento il rammarico della perduta autonomia]

Non annovero fra le cause di malcontento il rammarico della perduta autonomia, poiché io non credo che questo rammarico esista nelle popolazioni napolitane. Alle popolazioni delle provincie poco importa di essere amministrate da un punto d'Italia, anziché da un altro. Napoli, o signori, ha troppo splendore intrinseco per aver bisogno dell'effimero bagliore di una Corte, e di una Corte come quella che, la Dio mercé, ha perduta.

L'onorevole ministro dei lavori pubblici, che mi duole di non vedere in questo momento al suo posto, ha viaggiato, non è guari, in pressoché tutte le provincie dell'Italia meridionale, ed egli (e sono persuaso che non mancherà di farlo) potrà dirvi quali sieno i nobili ed italiani sensi che ha ritrovati in tutte quelle buone popolazioni. E poi, o signori, noi abbiamo un argomento che non ammette replica, abbiamo un atto medesimo solenne di quest'Assemblea, la votazione della sovrimposta di guerra.

Io invidio il mio onorevole amico il deputato Plutino.....

(Ilarità) Non posso rinunciare al piacere di chiamare amici (Ilarità generale) coloro che per me lo sono da tanto tempo. Lo ripeto, io invidio al mio amico Plutino (Nuova ilarità) la gloria di aver detto in quest'Assemblea che le popolazioni napolitane non solo intendono di concorrere nei sacrifici con quelle di tutte le altre provincie, ma che sono animate dalla santa emulazione di superarle. Cosi parlando, egli non manifestò soltanto i sensi suoi personali, ma ha espressi i sensi delle ottime, patriottiche e governabilissime popolazioni che egli ed io abbiamo l'onore di rappresentare.

Mi si dirà forse che in tutta questa lunga enumerazione io abbia fatto la parte troppo bella al Governo, e non abbia detto che esso ha commessi degli errori. Prevengo immediatamente questo appunto, e dico ed ammetto che il Governo ha commessi non pochi errori. Soggiungo che il Governo non solo ne ha commessi, ma ne commetterà (Viva ilarità, alla quale prendono parte i ministri), perché non posso immaginare che il sedere su quei banchi (Indicando il banco dei ministri),

93 - TORNATA DEL 2 DICEMBRE

non so quanto invidiati, ma certo poco invidiabili, conferisca il privilegio dell'impeccabilità. Dirò poi che dal primo novembre in qua i doveri del, Governo sono cresciuti, e le ragioni e le scuse di commettere errori Sodo molto diminuite, poiché dal primo novembre in qua, colla decretata cessazione della luogotenenza, la responsabilità del Governo è divenuta, relativamente alle Provincie napolitane, ciò che non era stata finora, vale a dire è divenuta una responsabilità seria e reale.

E questo è uno dei tanti motivi per i quali io non esito ad approvare pienamente il provvedimento di unificazione a cui il Governo, in conformità dei voti manifestati in quest'Assemblea, si è appigliato.

Da quanto sono venuto dicendo è facile inferire che nella grave discussione oggi incominciata io non potrò non rendere il voto favorevole al Governo. Credo poi averne addotte le ragioni in modo che precluda l'adito a qualsivoglia equivoco, ad una qualsivoglia non giusta interpretazione.

Io accordo la mia fiducia al Governo, perché lo veggo procedere risolutamente e sinceramente sulla via dell'unificazione; perché sono persuaso che tutti gli errori ch'egli ha commessi sono stati commessi in buona fede, e quindi sono riparabili. (Ilarità e mormorio)

PRESIDENTE. Sono pregati di far silenzio.

MASSARI. Aggiungerò poi francamente un'altra circostanza speciale che m'induce a dare questo voto di fiducia.

Voi avete veduto, o signori, in quale guisa recentemente siasi favellato delle cose nostre e dell'andamento del nostro Governo in alcuni diari forestieri, i quali sembrami abbiano facilmente dimenticato che l'Italia, scuotendo il giogo austriaco, non ha credulo con ciò di mutare padrone. Si è persino frammisto in quest'occasione alle polemiche dei detti diari il nome del personaggio illustre che con tanto senno e con tanta imparzialità modera le nostre discussioni, il quale, quando dovesse abbandonare quel seggio (Indicando il leggio del presidente) per recarsi sui banchi del Ministero, vi andrebbe per la fiducia della Corona, per quella della nazione, ma non per nessuna sorta di beneplacito straniero. (Movimenti diversi) Io non vorrei perciò rendere un voto il quale potesse essere interpretato anche da lontano come compiacenza verso esigenze che non posso in nessun conto ammettere.

Nel porre fine a queste parole, o signori, non mi resta che a dire a voi una cosa, della quale, del resto, tutti, senza dubbio, siete convinti, vale a dire che oggi più che mai sia d'uopo far astrazione delle nostre persone, sia d'uopo della più grande abnegazione.

Noi siamo, o signori, da lungo tempo una generazione di sacrifizi, ma i nostri sacrifizi non sono ancora compiuti.

Quanta a me (e in questo momento son certo di parlarvi anche a nome de' miei amici politici), quanto a me, o signori, la mia divisa è chiara e semplice: niente per noi, tutto per il paese. (Bene!)

PRESIDENTE. Il deputato Lazzaro ha la parola per un fatto personale.

LAZZARO. Io ringrazio l'onorevole signor Massari d'aver ricordalo ciò che io ho detto nel mio programma agli elettori, offrendomi il destro di ripetere in questo luogo quello che allora ho manifestato.

Io dunque non ho detto di combattere il signor Minghetti perché centralizzatore, almeno non mi ricordo per nulla di aver adoperato queste parole: ho detto però che, ove si prestasse l'occasione, io combatterei il signor Minghetti

(Ilarità generale prolungata), e certamente lo combatterò (Nuova ilarità), perché centralizzatore, non nel significato ordinario che si suol dare a questa parola, ma perché unificatore contro le spirito del plebiscito (Rumori) che noi delle provincie meridionali abbiamo votato. Lo combatterò, perché egli nell'organamento delle provincie meridionali, tuttoché avesse creduto dirigerlo allo scopo che tutti quanti desideriamo, pure non è riuscito a creare un edilizio su tutto ciò che era di già crollato.

Lo combatterò inoltre, perché, credendo molti, ed io ancora, che uno dei mezzi di poter sciogliere la questione di Roma sia il far appello alla pubblica opinione co' mezzi legali, co' mezzi onesti, co' mezzi che la civiltà consente, il signor Minghetti ha creduto opporsi a questo fatto; perciò io, sul campo storico, lo combatterò, per venir poi alle conclusioni politiche, se mi sarà dato prender la parola in queste gravi discussioni.

Ecco ciò che io intendeva di dire.

PRESIDENTE. Il deputato Musolino ba facoltà di parlare.

MUSOLINO. L'Assemblea è stanca.

Voci. No! No! Parli!

MUSOLINO. Premetto che sarò un po' lungo.

PRESIDENTE. Faccio osservare che sono solo le 4 e ¾, e vi sono 40 oratori iscritti.

MUSOLINO. Allora parlerò.

Io ho avuto altra volta l'onore di manifestarvi la mia opinione rispetto ai nostri rapporti col Governo francese. I nuovi fatti avvenuti da cinque mesi a questa parte, lungi d'averla modificala, hanno contribuito invece a farmi confermare maggiormente nelle antiche credenze.

Io non so se tutti abbiano dato alle mie parole quel significato che io ho inteso d'attribuire loro; ho motivo di dubitarne alquanto, giacché in quell'epoca i giornali di Torino e di Parigi le travisarono nel modo più strano, e, dirò pure, in un modo assai poco benevolo.

Epperò, dovendo adesso toccare quest'ingrato argomento, prima di entrare in materia io sento il bisogno ed il dovere di rinnovare la dichiarazione già fatta altra volta, affinché sia allontanato qualunque equivoco. Prego quindi caldamente la Camera perché voglia onorarmi di sua fredda ed imparziale attenzione.

Voi già sapete, o signori, che io non ho molta fiducia nella politica del Governo francese rispetto a noi, ma nello stesso tempo mi affretto a dichiarare solennemente che non solo io non intendo che la nostra alleanza sia rotta, ma ohe io non voglio neppure la guerra a qualunque costo; desidero invece che noi non abbiamo mai motivo di prendere le armi contro quella nobile e generosa nazione; desidero che la buona intelligenza, l'alleanza, la fraternità siano perpetui fra noi.

Quello che io domando, e che il Governo non ha finora fatto, e, secondo me, non intende fare, è che si metta in quel grado di forza che conviene ad una grande nazione, senza aver bisogno né della tutela, né del consentimento, né dell'alleanza di chicchessia; imperocché il più forte e sicuro alleato per un popolo che difende il suo diritto è la santità della propria causa, ed una grande nazione di 24 milioni d'uomini, quando vuole, basta a sé stessa.

Quello che io domandò è che il Governo continui pure a trattare per due, per quattro, per sei mesi, per un anno, non istabilisco termine fisso; ma che, quando il tempo delle trattative sia spirato, egli si trovi in grado di adottare quel partito che conviene alla sua dignità, al suo diritto, senza consultare, né dipendere dallo straniero, qualunque esso sia. (Bene!) Spero che in questo, signori, siamo pienamente d'accordo,

94 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

perché io non posso ritenere che in questa Camera esista un solo deputato il quale voglia ammettere che noi dobbiamo trattare indefinitamente colla Francia senza, venirne ad una conclusione, che noi dobbiamo picchiare e pitoccare a tutte le porte senza essere ascoltati; e che allora unicamente dobbiamo andare a Roma, quando all'augusto Imperatore dei Francesi piacerà di darci la graziosa permissione di andarvi.

Fatta questa dichiarazione, la quale, se non m'inganno, pare che dorrebbe essere con favore accolta dalla maggioranza della Camera, io mi sento confortato a trattare la questione sotto tutti i punti di vista ed in tutta l'indipendenza del mio carattere, e spero, o signori, che nel resto noi saremo anche d'accordo.

Le comunicazioni fatte dal Governo relativamente alla questione straniera e romana, la quale si collega strettamente colla questione interna non mi hanno per nulla sorpreso. L'esito infelice delle trattative, quale ci è stato annuncialo, era stato già da me previsto e denunciato alla Camera sino dallo scorso giugno. In quell'occasione io, parlando dell'indole delle nostre relazioni col Governo francese, aveva dichiarato che quel Gabinetto era a noi assai meno favorevole di quello che generalmente si pensasse; che la politica personale dell'Imperatore, fedele in questo alla politica tradizionale di tutti i Governi francesi che lo precedettero, era avversa alla nostra unità nazionale, e che, fino a tanto che noi eravamo disarmati e deboli, era follia sperare il possesso di Roma col di lui spontaneo consentimento.

Io avrei desiderato ben di cuore che gli avvenimenti mi avessero chiarito bugiardo profeta; ma sventuratamente i fatti pare che mi abbiano dato ragione, ed è questo un altro motivo che spero mi raccomanderà maggiormente alla deferente attenzione della Camera.

Quello che mi sorprende grandemente è che il Governo abbia deposto sul banco della Presidenza quei documenti e fatto quelle dichiarazioni che voi conoscete.

Certo dopo l'ansiosa aspettativa in cui era il paese, egli non poteva prolungare ulteriormente il suo silenzio. Certo non poteva venir qui in pieno Parlamento a dire spiattellatamente: anch'io comincio a dubitare della pretesa sincerità della politica straniera; no, non poteva pronunciare queste parole. Ciò sarebbe stato, non dico poco parlamentare, quando non si è alla vigilia di una dichiarazione di guerra, ma sarebbe stato di più un linguaggio altamente impolitico ed imprudente. Tuttavia poteva in modo vago fare intravedere a un di presso la stessa idea, sia con un'abile circonlocuzione, sia più di tutto con fatti governativi di non dubbio significato. Ed allora io avrei detto in me stesso: l'Italia è salva, perché il Governo è ravveduto e corretto; ed allora non solamente non sarei qui sorto a volgere una parola di biasimo, ma sarei venuto di tutto cuore ad applaudire al Gabinetto.

Ma poiché sventuratamente, malgrado tanti fatti precedenti di gravissimo peso, e malgrado l'ultimo tristissimo disinganno, vediamo il Governo venire sempre a ripeterci la stessa cantilena, cioè che non dobbiamo dipartirci dai consigli di Francia, che le dobbiamo deferenza massima e intera fiducia, che non possiamo, né dobbiamo pretendere di andare a Roma senza il di lei consenso, io mi sento obbligato per coscienza a prendere la parola su questo doloroso argomento, per dire che una tale politica, ove si seguisse, sarebbe non solo al sommo fallace, ma estremamente pregiudiziale all'Italia. Imperocché essa rimetterebbe ad un avvenire incerto, lontano, misterioso, pericolosissimo la soluzione del nostro problema nazionale, esponendoci al rischio di perdere in un istante quanto abbiamo finora guadagnato.

E ciò non tanto per le complicazioni che potrebbero nascere dai nostri imbarazzi interni, i quali possono cessare da un momento all'altro con un atto solo della nostra volontà, quanto per le eventualità che possono sorgere all'estero o in Francia o altrove; eventualità indipendenti da noi, alle quali noi non siamo preparati, ed alle quali pare che il Governo non voglia prepararsi, perché troppo fiducioso; troppo fiducioso, lo ripeto, nell'assistenza della Francia, e troppo arrendevole ai di lei consigli.

Signori, l'argomento merita tutta la vostra sollecitudine, perché comprende una questione di vita e di morte nazionale. Noi finora abbiamo perduto molto tempo cullandoci in vane speranze. È necessario riguadagnarlo, adottando una condotta politica, prudente si, ma più vigorosa e più indipendente.

Io rinnovo le mie istanze all'Assemblea, perché voglia concedere benigna attenzione alle considerazioni che sarò per sottoporle, ed ove nella sua profonda saviezza essa veda che siano non indegne del suo appoggio, io la prego e la scongiuro in nome dell'Italia, in nome della monarchia, di emettere un voto decisivo reclamato dalla suprema salvezza del paese.

Io confesso francamente che non so difendermi da un sentimento di dispetto e di umiliazione nazionale tutte le volte mi fo a meditare, o signori, sulla debolezza che colpisce lo spirito italiano di aver per lo straniero, e specialmente per la Francia, delle prevenzioni quasi puerili e delle simpatie che nulla può giustificare e che anzi la storia condanna nel modo il più solenne.

Sono i nostri vecchi amori; e si direbbe che noi siamo quasi simili a quei babbioni, i quali restano tanto più sommessi ed attaccali alle loro amorie, quanto maggiori sono le infedeltà che ne ricevono. (Ilarità generale) Questa è verità, o signori, è pretta storia, ed i fatti storici non si possono negare

Un deputato. Anche Solferino è storia!

MUSOLINO. Quante più sono adunque le infedeltà che ci fa la Francia

Un deputato. Non la Francia, ma il Governo francese.

MUSOLINO. Senza dubbio io mi servo della parola Francia per brevità, ma intendo parlare del Governo, e non della nazione francese. Epperò io domanderei in qual epoca della storia i Governi francesi sono stati propizi all'Italia; quando le hanno fatto del bene? (Mormorio a destra)

Io non parlo dei secoli lontani, ma richiamo l'attenzione sugli avvenimenti ch'ebbero luogo dalla fine del passato secolo fino al tempo d'oggi.

Ebbene, o signori, io avrò l'onore di citarvi, nello spazio brevissimo di sessant'anni, niente meno che dieci occasioni in cui la Francia non c'è stata amica. Queste epoche sono il 1796, 1799, 1804, 1830, 1831, 1848, 1849, 1859, 1860, 1861. (Voci di denegazione)

PRESIDENTE. Lascino che spieghi le sue opinioni.

MUSOLINO. Verrò, verrò. Io ho previsto tutte le difficoltà, ed aveva perciò pregato il signor presidente a voler rimettere a domani la discussione, perché sarò più volte obbligato a dilungarmi in minuti particolari.

Comprenderò sotto una sola categoria gli anni dal 1796 al 1819. E poiché dal 1889 a questa parte si crede generalmente che sia stata iniziata una nuova era politica, è necessario che io discenda per quest'altro periodo a speciali considerazioni, comunque in sostanza la politica sia sempre la stessa. E lo provo.

Il 1796 era l'epoca felice della repubblica proclamala in nome della libertà e dell'indipendenza dei popoli, e della beatitudine universale.

95 - TORNATA DEL 2 DICEMBRE

Ebbene, i Francesi di quell'epoca scendono in Italia con bei proclami, secondo il solito, e per primo complimento che cosa fanno? Strozzano due repubbliche sorelle, Genova e Venezia. S'incorporano runa come provincia puramente e semplicemente, ed abbandonano il dilaniato cadavere dell'altra alla loro eterna rivale l'Austria. E badate bene che Venezia era neutrale!

1799. Continuano le loro escursioni di pretesa riforma in Italia, e vanno a Napoli. Vi stabiliscono la repubblica partenopea; ma, per vicende della guerra, non potendo dimorarvi mollo tempo, evacuano il paese, lasciando delle piccolissime guarnigioni.

Caduta la repubblica partenopea sotto il peso della reazione capitanata dal cardinale Ruffo, tutti i patriottiche erano compromessi, naturalmente si ritirarono nei forti all'ombra della bandiera francese. Ma i Francesi sono obbligati a capitolare ed evacuare anche questi. I patriotti allora, per sottrarsi agli sgherri borbonici, avevano indossata tutti la divisa militare. Or bene, che accadde? Al momento d'imbarcarsi, il comandante di quelle forze designò gl'individui che avevano, per ragione di salvezza, vestito l'uniforme; sicché furono consegnati a Nelson ed al cardinal Ruffo, che li fecero passare per le mani del boia.

1804. Proclamazione del primo impero francese. Le terre italiane che erano state incorporate come Provincie, rimasero Provincie. La repubblica cisalpina si ribattezzò in regno, e prese il nome di regno d'Italia; ma tutte le altre Provincie della Penisola rimasero smembrate, sicché la grande idea di unificazione, che sin da quell'epoca si vagheggiava, venne defraudata dalla Francia.

1820. Scoppia la rivoluzione a Napoli ed in Piemonte. Quella rivoluzione, ve lo ricorderete bene, aveva anche uno scopo unitario. La sorte fa contro di noi in quell'epoca per diverse cagioni. Si convoca il Congresso di Lubiana, la Francia interviene e dà il suo voto, perché l'Austria venga a comprimere il movimento nazionale a Torino ed a Napoli, mentrechè essa stessa va a Madrid per isciogliere le Cortes liberali di Spagna.

1831. La rivoluzione di Parigi produce un contraccolpo a Bologna, e non senza istigazioni o concerti almeno di uomini di grande influenza ed alto locati in Francia. Gl'Italiani, fedeli sempre alla loro grande idea, non mancano all'appello, si commuovono ed insorgono.

Gli Austriaci immediatamente marciano per comprimere l'insurrezione in Romagna. Il Governo di Luigi Filippo fa la spedizione di Ancona, che tutti credevano fosse in soccorso degl'Italiani; tanto che all'apparire della flotta francese tutti i patriotti d'Ancona accorsero ad aprire le porte ai nuovi alleati. Il generale Cubières, per primo atto di ringraziamento per siffatta fraterna accoglienza, arresta tutti i patriotti e li consegna alla polizia del papa, e poi, di concerto colle armi austriache, comprime la insurrezione e fa regnare l'ordine, come si soleva dire in quell'epoca, nelle Provincie romane.

1848. Rivoluzione generale d'Italia. Il glorioso Carlo Alberto, di augusta rimembranza, entra in campo per redimere l'Italia. La sorte delle armi ci è contraria nella prima e nella seconda campagna. Intanto, fin dal primo commuoversi delle popolazioni italiane, i Francesi concentrano un corpo d'osservazione sulle Alpi. Vi furono delle trattative, le quali, in verità, non ebbero effetto; ma tutti generalmente credevano che i Francesi stessero là per accorrere, ove mai noi fossimo battuti. Fummo battuti; ed i Francesi non si mossero. perché dunque si concentrarono sulle Alpi?

Ascoltate ciò che dice sul proposito il signor Lamartine, allora capo del potere esecutivo in Francia.

È un gran sogno quello degli Italiani, di credere che la Francia possa contribuire alla formazione di un grande Stato vicino alle sue porte; non era questo l'oggetto della concentrazione del nostro esercito; noi eravamo là in vedetta per osservare come si sciogliesse il conflitto. Questo non si poteva decidere che o a favore dell'Austria o in favore del Piemonte; l'Austria vincitrice avrebbe invaso in tutto od in parte il Piemonte; il Piemonte vincitore avrebbe espulsa l'Austria da tutta o da una parte del Lombardo-Veneto; nell'uno e nell'altro caso, essendo distrutto l'equilibrio, noi per mantenerlo avremmo occupato Nizza e Savoia. Ecco lo scopo del concentramento delle nostre forze sulle Alpi.

E notate che si trattava allora della formazione di un piccolo Stato in proporzione di quello di tutta l'Italia.

Ora, se in quel tempo la politica francese era contraria anche alla formazione del regno dell'alta Italia, considerate quel che sarebbe stato ove si fosse trattato della unificazione di tutta Italia.

Veniamo al 1849.

Voi sapete, o signori, come la repubblica francese schiacciò la repubblica romana. Non istiamo qui a vedere, come certo osserverà il mio amico Macchi, se ciò sia stata opera di un partito dominante nell'Assemblea legislativa, anziché di un'Assemblea rappresentante veramente il paese. Il fatto sta che la spedizione decretata sotto il Governo di Cavaignac venne poi eseguita durante la presidenza di Luigi Napoleone.

Io non voglio entrare a discutere se Luigi Napoleone poteva o no sospendere la risoluzione di un Governo precedente, non voglio impegnarmi in questa discussione da curiale (Rumori); noi nazione dobbiamo guardare le nazioni in massa; chi rappresenta una nazione in faccia all'altra? Certo il Governo. Per conseguenza, se la Francia, rappresentata da quel tale o da quell'altro partito, poteva eseguire bene o male quella data determinazione, è cosa che non ci riguarda; per noi sta in fatto che il Governo francese repubblicano schiacciò nel 1840 la sorella repubblica di Roma.

Or dunque, se in tutte le epoche, in tutte le occasioni e sotto tutte le forme di reggimento il Governo francese è stato costantemente ostile all'Italia, e come mai noi Italiani abbiamo ad essere tanto innamorati dello straniero?

Io dico anche di più, o signori, e lo dico con dolore, che, se c'è stato Governo, il quale sia stato veramente esiziale all'Italia, questo Governo è quello di Francia, perché tutti gli altri almeno sono venuti con un programma netto e chiaro: vogliamo essere dominatori; a noi il comando, a voi l'obbedienza; ma la Francia tutte le volte che si è immischiata nei nostri affari è sempre venuta con delle belle e larghe promesse, e poi ha finito come tutti gli altri a ridurci in ceppi; la quale condotta è tanto più biasimevole, inquantochè non vi ha nazione che, come l'Italia, abbia dato alla Francia prove di vera amicizia, di sentita simpatia e d'inalterabile fedeltà. E se noi dovessimo fare i nostri conti, oh di quanto la Francia ci andrebbe debitrice, e quanto ella più a noi che noi a lei avrebbe dovuto e dovrebbe essere grata!

Ai tempi del primo impero noi combattemmo tutte le sue battaglie e versammo a fiumi per lei oro e sangue. E quando la stella napoleonica stava per tramontare, e tutti l'abbandonavano, e si preparavano ad assalirla e combatterla, noi sino all'ultimo restammo soli saldi e fedeli alla bandiera. E combattevamo, o signori, per causa non nostra, perché, vincitori o vinti, il nostro destino era oramai deciso.

96 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Vinti, ritornavamo all'antica separazione ed all'antico dominio straniero, come ritornammo; vincitori, rimanevamo provincia della Francia.

Eppure nessuno meglio della Francia in quell'epoca poteva compiere l'opera della nostra unità nazionale, poiché Napoleone I occupava tutta la Penisola ed aveva nominato suo figlio re di Roma. Ciò non pertanto noi dimenticheremo anche tutte queste aberrazioni delle umane passioni, e speriamo che arriverà un momento nel quale potremo rendere alla Francia, se ella crede di non essere ancora da noi sufficientemente corrisposta d'affetto, l'ultimo guiderdone che sarà anche il più prezioso. Io ho fede che, non appena ci saremo sottratti agli imbarazzi della nostra posizione attuale, e che avremo calma ed agio di occuparci delle nostre riforme interne, il genio italiano risorgerà possente maestro qua! fu altra volta, e noi diventeremo la nazione essenzialmente assimilatrice, non per forza d'armi, ma per sapienza di istituzioni e di leggi, e spingendo le nazioni a modellarsi sul nostro esempio, e la Francia facendo altrettanto, noi le daremo ciò che ella non ha, né forse ha avuto giammai; noi allora, signori, le daremo la libertà. Ma intanto non possiamo né disconoscere, né dissimulare che finora la Francia ha seguito sempre rispetto a noi la sua politica tradizionale, la quale consiste in questo: cioè che, quando essa non può ingrandirsi con nuove conquiste, debba almeno impedire che esistano o si formino intorno ad essa dei grandi Stati compatti e forti; e che invece la Francia sia circondata da stati deboli e piccoli, i quali possano avere sempre bisogno di lei, e su cui essa possa perciò esercitare la sua influenza.

Qui mi si dirà: tutto questo può esser vero sino al 1849, ma dal 1889 in poi comincia una nuova èra, mentre oggigiorno la causa italiana è immensamente popolare in tutta la nazione francese, e il Governo la promuove e tutela con tutte le sue forze.

Se l'imperatore Napoleone non si fosse associato con noi contro l'Austria, e se egli non avesse proclamato il principio del non intervento, senza dubbio noi non saremmo dove adesso siamo.

L'apparenza è bella, o signori, e convengo che enunciando cosi la cosa ha una cert'aria di verosimiglianza. Ma è questa una illusione ottica; alla superficie non si vedono che delle rose, ma se si guarda nel fondo si trovano delle spine.

Innanzi tutto bisogna far differenza tra nazione e Governo.

Io convengo che la causa italiana è eminentemente popolare in Francia, e tutti quanti dobbiamo esser grati a questo grande popolo, come gratissimi dobbiamo essere ancora a quegli illustri pubblicisti che hanno difeso e difendono con una nobile e generosa perseveranza la nostra causa.

E questo è, secondo me, quello che costituisce una delle colpe principali del Governo, poiché se la causa nazionale italiana è popolare in Francia, che cosa dobbiamo temere quando Francia ed Italia sono concordi ed alleate?

Però quello che si dice della nazione non si può estendere al Governo. Certo, se l'imperatore Napoleone non si fosse collegato con noi, non avremmo potuto avere la Lombardia; certo, se egli non avesse proclamato il principio di nonintervento, noi non avremmo potuto avere tutta la libertà d'azione che abbiamo avuto per mettere a brani i vari troni dei principi ostili all'unità, ed arrivare al punto cui siamo arrivati. Ma, o signori, io vi porto a discutere sopra un altro terreno.

La Francia ci ha dato la Lombardia perché servisse di base alla futura o£tà italiana? Proclamò il principio di nonintervento

perché noi potessimo avere quella libertà d'azione che avemmo? Le annessioni posteriori furono nelle intenzioni, nelle previsioni della Francia? Son questi, o signori, i problemi che io v'invito a meditare e risolvere. Se voi vi limitate all'apparenza, avrete senza dubbio motivo di essere grandemente soddisfatti; ma se guardate alla realtà, trovate materia di essere spaventati. Imperocché non siamo stati noi che abbiamo guadagnato il Gabinetto delle Tuilerie; ma è desso che ha guadagnato noi; noi finora siamo stati strumenti della di lui politica, ed il soccorso che ci concesse fu più nel suo, anziché nel nostro interesse. I fatti, o signori, son 11, ed in non fo altro che l'uffizio di storico. Questi fatti altra volta io li citai, ed oggi sono obbligato a ripeterli; e vi prego di non addebitarmi a colpa questa ripetizione, perché allora io sarei obbligato a rispondere, come rispondeva Voltaire ai suoi tempi, a quelli che lo rimproveravano di riprodursi incessantemente nei suoi scritti: signori, ei diceva, io declamo centro i vostri vizi e le vostre superstizioni; correggetevi, ed allora io cambierò tuono; ma fintantoché voi persevererete negli stessi difetti, io sono costretto naturalmente a ripetere la stessa leggenda.

Voi conoscete, o signori, che esiste in Francia un voto secolare, che è quello di portare le frontiere, da una parte al Reno, dall'altra alle Alpi. Ora, Napoleone III si è proposto di realizzare questo voto incominciando dalle Alpi; ma non poteva tradurlo in atto colla forza aperta contro il Piemonte, impossessandosi bruscamente della Savoia e di Nizza. Ha usato l'arte; e l'epoca era ben favorevole, perché l'agitazione italiana gliene offriva la più bella opportunità, come simile opportunità gli offrirà forse più tardi l'agitazione unitaria tedesca, alla cui testa sta la Prussia; se riuscirà in Alemagna, i fatti lo mostreranno; in Italia è riuscito, servendosi del Piemonte come strumento. Ma, prima d'impegnarsi nell'impresa, consultò l'opinione delle grandi potenze, alle quali fé' intendere che, per giungere a soffocare la rivoluzione io Europa, era d'uopo dare soddisfazione alle giuste esigenze degl'Italiani per la loro indipendenza dall'Austria. E poiché l'unità italiana, ritenetelo bene, signori, non è vero che sia avversata dalle grandi potenze, che anzi essa è nel loro interesse, e ve lo dimostrerò, sembra cosa strana a dire, questa unità corona maravigliosamente il trattato del 1818, le potenze vi assentirono; non restava allora che concertare il modo di porre ad esecuzione i formati progetti. Per la qual cosa, di accordo coll'Inghilterra, proclamato il principio di nonintervento, onde impedire che le potenze secondarie tedesche non facessero causa comune coll'Austria, si combinarono talmente le cose, che s'indusse l'Austria a prendere l'iniziativa delle ostilità per giustificare cosi il concorso del nostro alleato a favore del debole contro il forte.

Quello che avvenne dopo, voi lo sapete. Dunque la causa dell'alleanza nostra colla Francia e della proclamazione del principio del nonintervento non fu per nulla l'unità d'Italia, ma l'acquisto di Nizza e Savoia.

Noi non possiamo chiudere gli occhi a tanta verità; però, siccome il Governo francese vide che noi andavamo al di là delle sue intenzioni, si affrettò ben presto a mettere la prima barriera ad ogni nostro progresso, segnando i preliminari di Villafranca, seguiti poscia dal trattato di Zurigo. E non mi state a dire che i preliminari di Villafranca furono provocati dal timore della coalizione, dacché questa non esistette mai, mentre, come vi ho detto, le grandi potenze sapevano ciò che doveva avvenire in Italia.

I preliminari di Villafranca ed il trattato di Zurigo non solo lasciarono all'Austria la Venezia, che ci era stata anche promessa, ma, quel che è peggio, riservarono i diritti dei principi spossessati; cosicché, se noi ci fossimo lasciati scoraggiare da quel trattato,


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97 - TORNATA DEL 2 DICEMBRE

si chiudeva per sempre la porta alla nostra rivoluzione; se noi siamo andati più in là, ci siamo andati per la nostra audacia, per la nostra tenacità, per la nostra perseveranza, contro la volontà dell'Imperatore e del suo Governo.

Gli avvenimenti che seguirono dopo confermano questa verità, e sfido chiunque a citarmi un fatto solo in cui il Governo francese, dalla pace di Villafranca in poi, ci abbia dato, non dico già incoraggiamento, ma almeno approvazione. In tolte le emergenze, alle nostre sollecitazioni egli ha costantemente opposto il non possumus di Pio IX. (Risa)

In effetto, quando si trattò dell'annessione dei ducati e della Toscana, il Governo francese avrebbe voluto che si stabilisse un regno di Etruria, e, quel che è peggio, con un principe straniero.

Si trattò dell'annessione delle Romagne? Il Governo francese voleva una luogotenenza nominalmente dipendente sempre dal Santissimo Padre, ma con amministrazione a parte. Dunque una nuova divisione in Italia, non l'unità.

Si trattò della spedizione di Garibaldi in Sicilia? Il Governo francese fa per ben due volte proposizione all'Inghilterra non solo di agire d'accordo per impedire lo sbarco sul continente, ma persino per obbligarlo ad evacuare l'isola.

Si trattò della occupazione delle Marche e dell'Umbria? (Che io deploro siano state sole occupate, perché, se il Governo avesse occupato anche Roma, non ci troveremmo ora in questi imbarazzi) Ebbene, il Governo francese la disapprovò tanto da richiamare il suo plenipotenziario da Torino.

A Gaeta la fiotta francese difende a spada tratta Francesco II, in modo che impedisce il blocco della nostra squadra, e mantiene la libera comunicazione con la piazza assediata, non solo per i viveri, ma anche per i soldati sbandati, che, dispersi da Garibaldi, trovavano da per tutto gli aderenti del Borbone che li imbarcavano e li facevano traghettare in Gaeta; e la Francia li lasciava passare!

Si trattò della ricognizione del regno d'Italia? Qui poi accadde un fatto che non so come qualificare: si dà a Vittorio Emanuele il titolo di Re d'Italia, ma non si riconosce il regno territoriale; mentre non solo si dichiara di restare fedeli alle stipulazioni di Villafranca e di Zurigo, ma si ritengono in tutto il loro vigore le proteste del papa per l'occupazione delle Marche e dell'Umbria. Sono questi fatti, o signori, o non sono io un visionario?

L'ex-granduca di Toscana e l'ex-re di Napoli hanno tuttora i loro rappresentanti ufficiali a Parigi

Voci. No! noi

Altre voci. SI! si!

MUSOLINO. Rinunzio a questo fatto: è di tanto poco valore, che non caduca la mia argomentazione.

Si tratta finalmente d'intavolare col Santo Padre delle negoziazioni, onde affrettare l'acquisto della nostra capitale, e si sollecita a tale oggetto la mediazione dell'Imperatore; quale è la risposta che riceviamo? Messieurs, on ne passe pas. (Ilarità)

Insomma, dalla pace di Villafranca sino ad oggi noi non abbiamo avuto un solo atto di adesione a tutti i passi progressivi da noi fatti. Tranne la cessione della Lombardia, in tutto il resto il Governo francese ci ha opposto tutte le difficoltà morali e diplomatiche che ci poteva opporre, e, venuti a domandare il possesso di Roma, ci risanile con un brusco rifiuto.

Laonde, se finora non abbiamo avuto che delle opposizioni

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Ma veramente la risposta del Governo francese è stata un aperto rifiuto?

A tanto dire autorizzano evidentemente le corrispondenze diplomatiche comunicate dal Ministero. Esaminiamo brevemente per ora la negoziazione in complesso, riserbando appresso ad esame speciale gli articoli della proposta.

L'onorevole mio amico Ferrari ha già, e meglio di me, accennalo qualcosa di quello che vi vado ora a dire, cioè che queste corrispondenze mancano del documento più importante, cioè della risposta del nostro ministro; naturalmente il signor Nigra ebbe una conferenza col signor Thouvenel, e perché il Governo non ci partecipa il dispaccio da cui avrebbe potuto rilevarsi il merito della conferenza stessa?

Nella non esistenza del documento più importante noi siamo sempre autorizzali a trarne le conseguenze le più sperticate, e le deduzioni non sono solo possibili, ma fondatissime.

In effetto, il signor presidente del Consiglio ci dice che, dopo aver studiato profondamente co' suoi colleghi una quistione cosi scabrosa, venne finalmente nella sentenza d'indirizzarsi al Santo Padre; ma, siccome non vi erano comunicazioni regolari tra le due Corti, si pensò di rivolgersi alla mediazione di S. M. l'imperatore dei Francesi, il quale, avendo esaminato la cosa, opinò che il papa non si trovasse nelle condizioni morali le più favorevoli per accettare la proposta.

Con tutto il rispetto dovuto alla onorabilità personale del Gabinetto, i signori ministri converranno che una simile allegazione non può essere udita, senza lasciare nell'animo mille perplessità, e senza suscitare mille interrogazioni sfavorevoli. Ma il Napoletano arde a causa del brigantaggio, ma le Provincie sono nell'ansia più violenta, ma tutti gl'interessi soffrono; ma si tratta di una quistione vitale e pel papato e per l'Italia, ed il pontefice risponde che non è in grado di ascoltarci? E come il Governo francese può asserir questo, se la proposta non fu comunicata al papa? Aveva forse dei precedenti per conoscer ciò? E lo stesso Governo francese si è pronunziato sul merito della nostra proposta? È troppo o troppo poco quello che abbiamo offerto? Nell'uno e nell'altro caso, e perché l'imperatore, ch'è tanto buon per noi, ch'è il nostro angelo tutelare, perché, dico, non ci ha formolato egli stesso un progetto accettabile, onde facilitarci la via al compimento dell'opera? Ed il nostro Gabinetto come si acquieta ad una risposta che ha tutta l'aria di un brusco rifiuto? E perché non insiste per delle spiegazioni categoriche? E perché non dimanda su quali basi il Governo imperiale intenderebbe che si trattasse, e sull'ultimo termine che si propone di assegnare?

Ecco i dubbi e le interrogazioni che fa suscitare la negoziazione fatta dal Governo nella questione romana. E poiché il Governo stesso non ha creduto rispondere a nessuno di questi quesiti, anzi non ci comunica neppure la corrispondenza del Nigra, che ci avrebbe dato pieno lume su tutto, noi siamo autorizzati a dire che il Governo imperiale ha risposto in questa occasione con una di quelle frasi ch'erano abituali a Pio IX: non posso, non debbo, non voglio, e che il nostro Gabinetto, arrestandosi a tale risposta senza neppure fiatare, dà prova di tanta incapacità o debolezza, da compromettere presso lo straniero anche l'onore della nazione e la dignità dello Stato.

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98 - CAMERA DEI. DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

nella Francia la stessa piena fiducia, e non dipendere che da lei per la soluzione della questione romana. Signori, un simile linguaggio è inqualificabile, ed io nutro la salda convinzione che tutti converranno lo stesso Ministero o non essere all'altezza della sua missione per tutelare gl'interessi e la dignità del paese, o, come io diceva dianzi, non essere indipendente. Domanderei al signor presidente di aggiornare a domani la discussione, perché la voce non mi serve più. Imploro dalla Camera questa indulgenza, perché ho da parlare ancora molto a lungo.

PRESIDENTE. Interrogo la Camera se crede rinviare la discussione a domani.

Voci. Si! si!

PRESIDENTE. Allora sciolgo l'adunanza. La seduta è levata alle ore 5 ¾.

Ordine del giorno per la tornata di domani:

Seguito delle interpellanze al Ministero intorno alla questione romana e alle condizioni delle provincie napolitane.

























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