Eleaml


Unico difetto di questo testo è il linguaggio aulico. A volte un lettore moderno, fra le tante parole altisonanti, rischia di perdere il senso della frase. Per il resto è denso di spunti interessanti, sull'asservimento del Banco di Napoli (vi invitiamo a leggere unitamente "Il Ri-sorgimento toscopadano: una spinta dal basso in alto" di Nicola Zitara, 2009, www.eleaml.org, per capirne qualcosa di più sui perversi meccanismi finanziari utilizzati dai padri della patria per raggiungere tale obiettivo) ad esempio, ma non solo.

Vengono stigmatizzate anche le demenziali decisioni economiche oscillanti fra prestiti internazionali e innumerevoli tasse del novello stato. Il tutto in elogio alla vita e all'opera - misconosciuta ai più - dell'avvocato Luigi Minervini.

Zenone di Elea, RdS 19 Marzo 2009 - http://www.eleaml.org


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CESARE PEROCCO

DELLE PERSONE E DELLE COSE
D'ITALIA

Parte I, Serie I
VITE DI QUE' DI PRINCIPATO RAPPRESENTATIVO
LIV.
Luigi avv. Minervini






NAPOLI
Stabilimento Tipografico de' fratelli De Angelis
Vico Pellegrini n° 4, p. p.
1867

Ridotti gli emuli alla disperazione, e volati fare per necessità nemici implacabili… Tutti gli organi della stampa ministeriale avventati contro di loro nella guisa che dagli aperti vomitori! si rovesciano di ogni maniera bestie feroci nel Circo.

F. D. Guerrazzi,Discorso intorno alla Legge dell'annessione, ecc, Torino, 1860.

I.

§. 1. É da poco tempo, e quindi troppo tardi, che i propugnatori di parte democratica tolsero a narrare la vita de' loro più prestanti nella difesa delle ragioni della patria. Epperò lasciarono balìa a quei di parte avversa di mettersi primi innanzi alla nescie moltitudini siccome i soli ed unici campioni di quelle ragioni: le quali per essi successivamente significaronoriformine, autonomie costituzionali, indipendenza, fusione, forte reame delle regioni settentrionali,federazione, e da ultimo unificazione... - Oh! la trovarono la parola magica i valentuomini...


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Ed avvegnaché costoro avessero i più alti e lucrosi uffici dello stato; e, - se ne trai uno scarso numero, e di questo fui io pure, nell'udirlo mi s'imputi ad arroganza-, nessuno sorgesse a pubblicarli dottori di politica furfantina mercantilmente conquistatrice, accadde che le moltitudini si abituassero a stimare vere le lodi mendaci loro vendute dalle penne di mercimonio; e, di conseguenza, lorchè occorsero i momenti di convocarle a Comizi elettorali, suffragassero pe medesimi, e così contribuissero a serbarli degni di riassumere quegli uffici.

§. 2. E nel 65 mutarono, deputando altri a rappresentarle nello esercizio delle attribuzioni della sovranità legislatrice. Ma codesto non nacque per coscienza e scienza che avessero acquistato delle persone e delle cose nostre ad eleggere il meglio, sibbene perché le necessità a cui furono ridotte dai Consiglieri della Corona, riuscirono di tanta gravezza da non poterle più comportare senza pericolo di spegnersi.

Laonde la minaccia di un prossimo risolvimento del nesso sociale, e delle singole forze sue, le ispirò a confrontare tra loro i principi, i mezzi e gl'intendimenti degli uomini dapprima inviati al principesco Parlamento, ed a scegliere di essi queglino che ivi e fuori avvisarono a'modi di stornare que' funestissimi effetti, accoppiandovene altri dello stesso proposito. Sicché i voti del 65 non ebbero fondamento di provvidenza politica, si di sociale.

E nel 66, ed in questo, nonché cambiate, crebbero mille tanti più le nazionali rovine. Di che gli eletti dalle necessità sociali si composero ad unità compatta movendo a respingere le leggi che i Consiglieri

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della Corona or ora proposero: le quali, snaturando i principi del giure ecclesiastico e civile, in nome di una libertà liberticida volevano compiere l'opera della spogliazione delle private, avendo oramai consumata quella delle pubbliche fortune-buffonando da se' anni in qua alle legittime richieste de' bilanci.

Ecco perché sciolsero il Parlamento.

§. 3. E chi credesse lo abbiano fatto a cagione dei bilanci, a mio giudizio, non s'apporrebbe; avvegnaché e' non s'annettano colle stipulazioni del 15 settembre del 64. Sciolsero prudentemente la Camera perché non volle neppur discutere la legge sulla libertà della chiesa e sull'asse ecclesiastico, la quale era diretta illazione di quelle stipulazioni. Le quali negano il giure sovrano del nostro popolo ad unirsi e ad avere la sua capitale, - l'una e l'altra cosa solennemente proclamata da' Plebisciti e dalla nazionale rappresentanza-; e la legge che dico afferma la medesima negazione con esizio supremo della libertà di coscienza e della libertà e floridezza sociale del nostro paese. E se ciò si conducesse con rispetto verso la imprescrittibilità ed inalienabilità dell'umano giure, verso le convenzioni stipulate tra la Corona ed il popolo, e verso le ragioni del tempo, qui non si cerca; ed è prudente non farlo.

§. 4. Ne va dunque in conseguenza che i Consiglieri della Corona, avendo sciolto il Parlamento per le cause addotte, debbano mettere soppiedi legalità, moralità e dignità con i modi più contennendi a venire al disegno di soddisfare lealmente agli obblighi incontrati con chi non ci volle mai né uniti né liberi mercé una Camera di marionette.

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E quale abbiano a fare segno alle loro violenze non è mestieri dirlo, che ognuno comprende di lieve dover essere chi sia avversario della politica mercantilmente conquistatrice che professano, in grazia della quale Italia è per diventare un ricovero di accattoni col cervello ed i polsi al lacciuolo. D'altronde a cui non lo intenda eglino sanno farlo capire a meraviglia. Ed ormaidall' arco della corda, filata col pelo della volpe, vibrano tutta l'armeria delle frodi, delle menzogne, delle calunnie e degli assassinamenti raccolti da Gano fino a Truffaldino (1), stando rimpiattati dietro l'anonimo del pubblicista e del poliziesco dellespese segrete. E si sente dire a tutti i giornali e perfino a quelli i quali si ricordano fievolmente di avere qualche volta arrossito per pudore, che quanto adopera adesso il Ministro dell'Interno e Polizia coi Prefetti, Questori, ed altro genere simile, - per infamare i nemici della esterna e della interna tirannide con qualunque nome si appelli-, sorpassi ogni altro esempio di stoltezza feroce e di barbara nequizia. Io non mi meraviglio di certo se i manovali di una politica si bieca, furfantina e spudorata, facciano ogni sforzo per restare alla greppia. Ben m'inalbero che non si abbia usato della storia per farne vedere tutta la sazievole deformità.

Noi dobbiamo rimanere eternamente vittime invendicate delle loro calunnie, ed assi, per giunta, ci denne impunemente insultare dall'alto a cui salsero sulle nostre spalle e d'onde disfogliano la nostra vita individuale e collettiva, noi silenziosi in inerzia codarda?

Denunziamoli, per Dio! denunziamoli al popolo

(1 F. D.Guerrazzi difeso da Messere Arlotto Mainardi pievano di S. Cresci a Maciuoli, Genova, 1860.

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siccome suoi nemici capitalissimi; ed il popolo a cui surrepirono i diritti sovrani, provi loro che l'esercizio de' medesimi non è prescrittibile perché ei non li alienò mai, né mai volle, né li poteva alienare.

§. 5. Mess'io all'Indice le vite encomiastiche che comperarono dagl'indettati, principiando da C. Benso di Cavorro e venendo fino a' di presenti; e ciò dopo scovertene le invereconde contraffazioni di ragione storica e giuridica.

Qui denunzio siccome contraffattori i vecchi scribi mestieranti di panegirici ad esaltazione del diritto della forza eia gioventù educata a vendicare a questo la forza del diritto.

La Polizia, con fine accorgimento, da noi guastò e continua orrendamente a guastare la giovane generazione (1).

Ora, dopo tanta strage di principi morali, politici e sociali, è arduo tentare la rivendicazione loro dettando la vita di chi operò costantemente a prevenirla ed a far fiorire i beni della libera libertà (2).

(1 Sentite! se voleste fare una compiuta storia della Polizia, della Gendarmeria, del Ministero dell'Interno, della bottega de' diari politici, delle elezioni de' Consiglieri municipali e provinciali e de' Deputati, delle occasioni nelle quali le correnti governative o hanno a ingelarvi o ad asfissiarvi, vo' vedreste 'e sapreste quanti giovani e quanto fatalmente c'entrino - Adesso ogni villano, che viene paleggiando, diventa Marcello - I giovani de' quali dico sono cosi sicuri di far la parte di paladini della patria ch'ei disdegnano e condannano siccome ree di matricidio le dottrine emancipatrici ed equatrici.

(2 La vera libertà fu definita cosi da N. Machiavelli nel suoRapporto delle cose della Magna (1508).

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E poi qual cittadino, per le vie costituzionali tracciate dal principato, di diritto e di fatto può giungere alla emancipazione giuridica ed alla e qualità sociale?

Senonchè, contento a contropporre coscienza dignitosa, scienza perspicua e pratica provatissima a chi dalla più eccelsa parte del reggimento degl'italici negozi diffonde a larga mano la perfidia, la contraddizione e la più ributtante corruttela, racconto senza parte e senza studio le azioni de' migliori democrati.

Vorrei ch'eglino fossero democrati della democrazia e non democrati della monarchia, perocché altri potrebbe facilmente confonderli co democrati imperiali e sagrestani; e questo mi farebbe esaltare i nervi dolorosissimamente.

E de' migliori campioni del giure italico, considerato per ogni verso, è l'avvocato Luigi Minervini, del quale profilo la vita, ed a cui difficilmente saprei in Parlamento contropporre un altro che più di lui ami la patria comune e più di lui sia approfondito nelle ragioni delle cose divine ed umane, e più di lui sappia difendere la prima colla eloquente ed ampiamente filosofica esplicazione delle seconde.

II.

§. 6. Luigi Minervini ebbe Avellino a città natale; e il padre, dotto ed integerimo maestrato civile, lo educò alla scuola della carità, della scienza, della patria e della umanità.

Di fibra sensibilissimo e di mente acuta, vasta ed arguta, - due contrari ch'ei per felicissimo privilegio di natura ordinò ad armoniche rivelazioni -, e

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della poesia e delle lettere amene e delle scientifiche discipline fin dalla prima gioventù palesò sovranamente le leggi generali, l'ordine, la cognazione e la ragione estetica con componimenti degni di più liberi tempi.

§. 7. Lessi le sue cose edite e le inedite scritte in versi con vario metro; e tutte manifestano la più larga vena inventrice e il più acconcio magistero dell'arte. Curante delle leggi della parola, e più dell'effetto del pensiero o della immagine che lo adombra, tiene da una della franca severità dell'Alighieri e dall'altra dell'ardua libertà del Manzoni. Le sue poesie tendono sempre ad un fine eminentemente patrio, umano e civile; e quella stessa che dettò, Dio gli perdoni, in morte di C. Benso di Cavorro, mentre consente al dolore de' cocodrilli consortieri, si eleva al concetto di chi per la perdita di un uomo non sogna manco avvenga il finimondo.

È sempre nuova la verità vecchia ch'ei designava (1850) conseguenti versi del canto intitolatoI mali e'i rimedio:«Sacerdoti e tiranni fra loro

«Collegati con sordido patto,

«Ci contendono il sacro riscatto

«Che l'amore divino largì;

«Solo il volgo per fame sedotto

«Al tiranno ed applaude e festeggia,

«Più del tempio rispetta la reggia,

«Più del nume lo stesso oppressor.»

Giovane, condusse una tragedia che intitolò Hussem, di cui ne fece le lodi il chiarissimo marchese di Montrone, ed alla quale applausero i Tranesi quando la udirono recitare nel loro teatro.

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E l'Hussem tanto piacemi per l'intreccio, la varietà e contrasto delle tinte, la vera ragione storica ed artistica de' personaggi e l'ardito cospirare di tutto contro tirannide, - in anni ne quali a lei si benediceva: tanto era disfatto il senso morale, politico e sociale dell'uomo nostro! -, eh' io non potei che non ne recassi qui qualche brano di molto pregio poetico, drammatico e politico.

Trascrivo parte di quello con cui il poeta rileva per antitesi il carattere diffidente dell'orientale e l'arguto, aperto e deciso dell'italiano. In Hussem, protagonista dell'azione ritrae il primo; in Guglielmo il secondo-Ed Hussem e Guglielmo cospirano contro la tirannide coronata. Hussem, Gran Visir, sospettando dì venire involto nelle trame di una congiura di corte, tenta la fede dell'italiano per isventarle, e piglia così: Hussem - «...ma di pria:

Chi sei tu? Ove la cuna avesti? E come Dai corsari predato e a me condotto?» Guglielmo - «Dei tristi casi miei fedel dirotti.

L'unico figlio son d'illustre conte,

Mazzare detto, di mia stirpe nome.

Chiaro fu il sangue dei maggiori miei;

E non macchiato in queste vene il serbo.

Vinegia fu la patria mia diletta:

Quivi le prime respirai di vita

Aure beanti, che sparir ben tosto

Gol crescere degli anni; ed ora al colmo

D' ogni sventura son, lungi da' mei,

Schiavo fra' Turchi e senza alcun conforto

(Tranne il conforto di ti star d'appresso 

(indisparte alla figlia di Hussem)

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Hussem- «Ma come poi tu dei corsari in preda? » 

Guglielmo - «Le politiche gare, ognor funeste,

Dei genitori e della patria lunge

Esule mi guidaro al tempo stesso.

Erano i dì, nei quali il sole indora

Le bionda giuba del lion cocente,

Serena l'aria, e non molesti i venti,

L'azzurro flutto a valicare incita.

Prendo una nave; e ver Marsiglia il corso

De la veloce prua volgendo andava,

Quando da' lidi opposti orribil nembo

Ci piomba su: s' accavallare i flutti;

E rombarvi s'udia per entro l'afro.

Ora il mare ne ingoia e giù ne tragge

Quasi radendo l'imo fondo ascoso,

Ora ci sbalza in alto orribilmente

Quasi reietti del suo sen sconvolto.

Si squarciano le vele: il pino è svelto

Del furente aqujlon dagli urti spessi:

Franto il timone acuto a immenso scoglio

Erasi già, quando la buia notte,

Muta di luna e delle amiche stelle,

Stese i suoi vanni e ricoperse il cielo.

Senza temo sbattuti in tanto orrore

Errammo sopra agli agitati flutti.

Gessò il sevir della tempesta al fine

E il nuovo sci riappariva appena,

Quando (ahi crudele rimembranza acerbal 

Sparvierati corsari abbordan ratti

La nave già sdrucita; e in fiamme è tutta

Più non veggo i compagni; e fumo e fiamme

Mi circondano; e i tristi allor per onta

Legar me vidi e schiavo altrui tradurmi.

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Ecco qual nacqui, qual soffrii, qual sono.» 

Hussem - …(che dubita aprirsi a lui) Guglielmo- 

«Signor dal braccio mio qualunque brami

Opra, l'imponi, che fedel mi avrai:

Italo sono, e il giuro Hussem «...A te dovrei

Arcano... palesar... - Che fo? (si taccia.)» 

Guglielmo - «Tu diffidi di me? Comprendo..., oh stelle!

E non leggermi puoi nel volto il core?

Dal mio parlar la verità dell'alma,

Di', non ti parve scintillarmi in viso?

Ch'itala fiamma nel mio cor s'incenda

Di', non ti parve balenar dagli occhi?

Tu mi offendi o Signor, con tal dubbiezza.»

Non ommetterò i suoi dettati in rima essere stati grandemente pregiati da quanti poeti li lesserò. Anche G. Regaldi di Varallo -, un di estemporaneo verseggiatore, ed ora professore di Lettere italiane col ninnolo di Commendatore-, so averne parlato con lode.

Io poi di certe sue poesie politiche, composte prima delle novità del 59, non rifinirei di pregarlo a farne partecipe Italia. Esse sollevano l'animo all'ideale della patria di un popolo ampiamente sovrano.

§. 8. Senonchè, quanto la euritmia della parola e della nota musicale, e' considerò conferire potentemente al miglior modo di esercitare le facoltà umane la rivelazione delle leggi di armonia e la teorica e pratica loro applicazione col mezzo della Didattica generale, negando alla speciale la ragione della universalità dedotta da' confronti: la quale sola, più perfetta e progressivamente perfettibile, dalla scuola delle convenzioni de' secoli evirati trae la età adolescente

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alle sublimi apprensioni de' principi informatori dell uomo individuo e collettivo a vita liberamente libera. E così, lungi dallo scostarsi da' precetti vichiani, li fecondò di utilissime conoscenze. Per questo svolse con larghezza di concetti e vivacità di stile scultivo parecchi soggetti filosofici convergenti al fine di rinnovare la scuola nazionale italica per tornare la patria alla sublime ragione egemonica dell'umano incivilimento. E, de' tanti, v'ha quello profondissimo tratto sullaGenografia dello scibile, opera eccelsa del cav. dott. G. de Pamphilis, circa alla quale rettificò alcuni giudizi recati da N. Tommaseo mentre la illustrava ed annotava in modo unico piuttosto che singolare»

Sfortuna dell'ottimo cav. e dott. de Pamphilis! La suaGenografia, benché sia stata celebrata da un N. Tommaseo, da un marchese Dragonetti, e da un L. Mi nervini (1), non entrò nel cervello de' barbassori subalpini. Onde anteposero a lui un pre' Scavia, Arlecchino inamidato e stirato metodicamente; ed un Domine di Trani, Nicola Fusco (non Eduardo com'e' si domanda), che alla Università di Napoli sbalestra antropologicamente e pedagogicamente.

§. 9. Ma il Nostro, avendo indirizzato l'animo alla emancipazione giuridica dell'uomo civile, meglio che

(1) Della necessità di una cattedra di Enciclopedia pedagogica,novella menzione ed esame della Genografia dello Scibile,pél cav. dott Q, de Pamphilis,con Proiasionedel senatore march, Dragonetti e con Prefazionee Notedel sig. Minervini avv. Luigi Deput. al Parlam. sull'articolo del Dizionario di Esteticaper N. Tommaseo,sotto la rubrica Ragionamenti intorno alle Enciclopedie, Napoli, tip. di G. Cartoccio, Vico Carogioiello a Toledo, n. 17, 1862.

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a qualunque altro, si dedicò allo studio della eloquenza e della giurisprudenza corroborato da quello della storia, della filosofia della stessa e delle scienze politica ed economia.

Per la sensibilità della fibra e l'acume dell'intelletto ordinati a tali materie, ancora in fresca età ei divenne lo scudo dell'equo diritto, e quindi di conforto incomparabile ad umanità oppressa dalla oltracotante genia dei forti-per forza brutale - sia nelle personali che nelle sue civili e politiche ragioni.

E tanto meglio crebbe di fama nella professione dello difendere le vittime da' loro carnefici lorchè vi associò lo insegnamento di ragione civile e di Economia politica.

Di che, qual meraviglia se nella palestra civile,e colla parola parlata e colla scritta, contendesse la palma a Starace, a De Monte, a Ruggiero, ad Avellino, a Cardilo padre, a Ferrigni, a Romano, a Cacace, a Correrà e ad altri avvocati preclarissimi del Foro napolitano? Né mi sorprese punto, dacché costumai seco, s'egli nell'agone penale andò del pari con Castriota, Ciancio, Marini Serra, De Marco, Tarantini, Conforti e Pessina, per non toccare di altri non meno sottili indagatori delle cause, de' modi, della natura e degli effetti de' delitti e delle pene, nonché delle leggi che ne determinano i gradi?

E qui mi rimango di ogni altro encomio per occuparmi della sua fede e del suo apostolato politico e sociale, con cui e' fé' risplendere viemmaggiormente il suo genio santo alla cultura ed alla rigenerazione giuridica della patria.

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III.

§. 10. Il Minervini fu sempre unitario di convinzione?! divenne forse quando le autonomie significavano colpa di maestà nazionale innanzi alle vittorie delle armi popolari? Né lo affermo né lo nego. Certamente la unificazione alluvionale com'è stata fatta cova in seno i germi fatali di risolvimento. Epperò, da quello che mi pare di avere scorto in lui, egli anela alla unità politica per confederazione di regioni socialmente autonome. Con lui se ne vanno di molti; e non saprei in veruna guisa ripigliarli di errore se pongo mente a questa nostra gente diversa per cielo, per terra, per aria e per acqua, diversa etnograficamente, diversa per istoria, per tradizioni, per dialetti, per prodotti naturali ed artificiali, divisa e frastagliata dalle Alpi, dagli Appennini e da' loro contro forti, ed inclinata a differenti esercizi di vita intima ed esteriore. Peraltro in bocca del Nostro la unità divenne sacra dacché, bandita dal programma di Giuseppe GaribaldiItalia e Vittorio Emanuele, fu acclamata dai Plebisciti ed affermata solennemente in faccia ad Europa da' rappresentanti dal nostro popolo. Minervini ora crede sicuro che la unità sia un dovere ed un diritto imprescrittibile; e lotta lotte da Ercole perché altri non la converta in flagello della libertà e della ricchezza progressiva della patria.

Ho detto della libertà; ed io intendo di quella domandata libera, che cosi la volle e la vuole pure il Nostro valentissimo. Infatti ei capi che la libertà, - strizzante dal pressoio monarchico domandato Statuto costituzionale -, non è altrimenti che una bautta di cui si cuoprono alcuni per menare colpi più sicuri

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contro chi annaspi per farla da uomo, se, quando, e come gli torni. E non sì tosto Ferdinando II ritolse la Costituzione data alle Due Sicilie, il Nostro corse una lancia terribile contro gli abusi che atrocità del rinnovellato despotismo. La nazione briaca infuriava ai danni di chi innocentemente professava fede politica costituzionale di principato; e qua e là sosteneva in carcere, apriva processi di preteso delitto di maestà, percuoteva, applicava la cuffia del silenzio, calunniava, faceva strame. Il Minervini, sdegnoso delle turpezze vigliacche dell'atrocità della forza, accorreva ovunque la violenza del diritto umano chiedeva aiuto dalla giustizia. Sfidando i manigoldi del sire spergiuro, toglieva de' loro artigli insanguinati qualche poveri illusi nella fede traditora di quell'infame capetide. La provincia di Bari novera un numero infinito di famiglie alle quali ridonò padri, mariti e figliuoli, asciugandone le lagrime, calmandone i palpiti mortali, ed assicurandone la fortuna pericolante.

Con la irresistibile eloquenza della carità, colla scienza del diritto e coll'amore ardentissimo della libera libertà, ei trionfava dappertutto de' biechi sillogismi della forza.

Ma, se trionfava, la tirannide borbonica doveva punirlo pe' trionfi della giustizia e della umanità. Ciò ch'era suo merito a prò degli altri, per lui diventava colpa da non venire rimessa mai.

Principiarono le persecuzioni. Si alternarono le perquisioni domiciliari colle latinanze per evitar prigionia. È lunga la tessera delle sue glorie e delle sue sofferenze politiche dal 49 al 60; ned io le riferirò qui una per una. E volessilo anche fare, e' non lo

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aggradirebbe per paura di venir messo in mazzo con tanti dabbene, i quali si fecero scala di un martirio assai discutibile per ascendere là dove vuoisi avere virtù, scienza, dottrina e pratica nel maneggio dell'universale colle più minute conoscenze de' particolari, e non avarizia, presunzione, insolenzà, intrigo, trappoleria e quanto conferisce ad esizio del pubblico e del privato interesse.

§. 11. E quando al Congresso di Parigi la politica del Buonaparte, - rispetto alle cose d'Italia -, tradì dalle parole suggerite a C. Benso di Cavorro, chi aveva testa da capire introvide l'alleanza di quello con Savoia ad esautorare da noi la politica degli absborghesi per rimettervi quella di Francia; ed arguì giustamente che, ove Austria soccombesse sul Po all'impeto delle armi alleate, i Borboni di Napoli seguirebbero quelli di Parigi nelle vie dell'esiglio, dato che lo distendersi del moto italico non gl'involgesse nelle sue spire e non facesse loro scontare il fio delle scelleranze commesse contro la più eletta parte della penisola. E de' pochi che codesto presentivano era il Nostro. Perlochè, pigliando animo dalle nuove che di straforo penetravano nel Mezzodì, conveniva co' più audaci; e per varie guise ordinava sagacemente il presente all'avvenire. Nemico delle sette quant'io lo fui, sono e sarò, ed amico sincero dei principi inoppugnabili convenienti alla rigenerazione politica e sociale de' popoli quasi imbestiati per eternità di servaggio, con quelli si strinse intimamente de' suoi corregionari, i quali avevano scienza, senno e destrezza nel preparar e il giorno della vendetta e li argomenti rigeneratori de' vendicati. Non isperò troppo; né diffidò mai dei destini de' popoli.

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Quindi all'annunzio della guerra imminente contr'Austria, lavorò per mettere a nuovo la casa perché riuscisse degna di migliore padrone. Gol partito d' azione stava col cuore; con quello dell'ordine colla testa. E quindi fu per chiunque sapesse creare opportunità di riscossa, ed avesse abilità nel maneggiarla. Liborio Romano fu per lui quello che la maggioranza de' patrioti meridionali, intuitivamente conoscendo, desideravano. E la maggioranza ignorava Savoia, il suo indirizzo politico, i suoi accordi vincolatori col Buonaparte, ed era affatto straniera a riposti consigli del partito di azione. Il gran male che fu questo! Per indurla ad accettare un'altra dinastia conveniva lodare costei di quello che non si sapeva; conveniva dare l'apoteosi ai condannati politici del reame senza esaminare quali fossero, che cosa sapessero, e che volessero; e da ultimo convenir va, -dal primo all'ultimo de' cospiratori, - promettere un nuovo Edenne in nome di un altro padrone col pericolo di vederlo convertito in un deserto di bronchi e di spine. Il principio di autorità puntava sei per aver asso. -Fu necessità?-Non parmi di sentenziare.

Il dado era gittato. Francesco II ripristinava la Costituzione col giuramento violato da suo padre; e facevalo dopo avere annunziato che avrebbe calcato le orme tracciate da quel tiranno spergiuro, e quando Savoia aveva già condotto a fine la guerra napoleonica d'indipendenza, ferita il cuore di tortoradalle grida di dolore che le erano giunte da tutte le contrade italiane. Cioè richiamava sgomento la Costituzione per popoli, i quali tenevano gli occhi e l'anima volti alla Croce di quella, - ad ispirazione de' Comitati di

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ordine, moderati dall'ambasciadore sardo, -il marchese di Villamarzana, - che voleva così prevenire gli effetti delle vittorie garibaldesche. Ecco perché nessuno seriamente apprezzò il di lui atto riparatore. So ne addiede. Mandò per uomini in fama di liberali per farsene puntello. A qual fine?...

§. 12. Fu detto ch'ei sospettasse della fede del ministero costituzionale di Liborio Romano; e si disse il vero per metà. Tardi, e di mala voglia, il Romano e quanti giudicavano dirittamente della condizione degli animi e de pubblici negozi d'Italia si dipartirono dalla causa del principe, perduta avanti discuterla. Quindi de' chiamati a consulta a provvedere ai casi disperati del reame per lo inoltrare del Garibaldi verso la capitale, nessuno suggerì rimedi efficaci a salvare un trono minato dalla pubblica coscienza. E di tanti il solo Minervini a faccia scoperta chiari il principe essere vano resistere allo incalzare dell'avversa fortuna. E perché questa lo sgabellasse più presto, salvato destramente il Romano, rinfocolò gli odi antichi colle brage de' nuovi; e, raccogliendo forze popolari in quella che eludeva le vindici brame della reggia perfidiante, all'appressarsi di Garibaldi aveva già fuso la parte del signor Liborio cogli uomini di azione. E purgata Napoli della lue borbonica, quello ed i suoi faceva festosamente accogliere ed acclamare redentore dal popolo sorpreso ed attonito per inaspettate, dolorose e liete venture.

Io mi ristringo a questo scorcio, lasciando al lettore il piacere di soddisfare alla propria curiosità di conoscere il fatto, leggendo la narrazione che ne fa lo

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stesso Minervini, (1) inserita nell' Indipendente del 9 e 10 gennaio del 61. È lavoro che merita di essere discorso con attento animo, il quale partorisce diletto ed ammirazione.

§. 43. Se io non l'avessi detto prima del Nostro egregio, ci avrei forte meraviglia, che, essendo egli delle provincie meridiane, appuntasse così giusto la sua emigrazione, ignobile per truffa di fama ottima, esosa per cupidine d'imperio e di pecunia, e scure fatale della libera libertà ed unità d'Italia. Ma io consigliavo Garibaldi a disfarsene nella seconda metà di settembre; (2) e se mi fossi trovato a Napoli e stato di autorità sull'animo del signor Liborio Romano, non tanto avreilo prima consigliato a risegnare l'ufficio all'entrare del generale, ma benanco spinto a disporre questo e il Municipio a governare essi soli il paese finché non si avesse terminato la guerra e convocate le provincie pe Plebisciti. La emigrazione da Torino tornava a casa per dominare de' proprii concittadini in nome del nuovo padrone che lautamente la inoffava. E tanto, anche pochi giorni dopo, il Dittatore, se avesse dato retta a miei consigli, poteva purgare il Mezzogiorno di quella inala pianta; e così il Nostro non avrebbe apposto la seguente nota, al prezioso suo opuscoloLa situazione, gli errori, ecc., p. 53, «E saputo, dic'egli, che la nostra emigrazione, avida di potere e di utili, con un codazzo di consorti non meno ambiziosi, movesse di Napoli incontro al re

(1) Dichiarazione cronologica sopra i fatti della rivoluzione di Napoli, Napoli 26 maggio 1861- Dall'Italia e détta nazionalità, Napoli 26 luglio 1860 -La situazione, gli errori, il rimedio, considerazioni, ecc, Napoli, 26 decem. 1860.

(2) Doveri e Diritti, 29 settem. 1860, Napoli.

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ed all'egregio Farini (!!!), loro mettendo a traverso e Garibaldi e gli uomini della rivoluzione per farsi merito e spingersi in alto; e fu loro inconsultamente dato credito. Quando furono smascherati, il paese era già stato per essi sfasciato, vilipeso, distrutto.» (1) E codesta nota compie ed illustra la ipotiposi con cui a mo' di C. Cornelio Tacito scolpisce la natura malvagia ed empia della medesima emigrazione.» La nostra emigrazione, continua così, composta di dottrinari vissuti all'ombra dell'ospizio piemontese, nulla fece, nulla sapeva fare per la rivoluzione; anzi nel medesimo momento dell'azione era pavida, incerta, irresoluta, e più d'inciampo che di utile. Ed è storico che, per riedere in patria avrebbe voluto o ribattezzarsi con i Borboni o sostenere il pretendente straniero; e non meditavano che alla federazione tra il Piemonte e Napoli, e non furono gli emigrati unitarì tranne che alla opportunità.» (2) Ed ora ben vegg'io perché il Nostro in Parlamento avesse chi sempre era disposto ad opporglisi da' venerandi stalli della dotta e patriotica destra... Caspita! frizzano troppo questi sali scagliatidall'Appendice da lui fatta all'accennato lavoriettola situazione, ecc.

Sicché per conto di perspicacia, di previdenza e

(1)

Io, nella mia raccolta di Documenti per laStoria contemporanea, ho un libro di A. Tripoti abbruzzese che da una filatessa di livree in erba accorse in Ancona a ricevere il savoiardo.

(2)

Emigrato politico sino a pochi mesi fa, a dirla proprio come è, la verità, sdegnai di tornare nel Veneto confuso colla famosa compagnia. Con il mio studioDelle persone e delle cose ne ritrassi la schifezza fin dal 1853 (Londra). Fui coerente non immischiandomivici lorchè riedi.

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franchezza nello determinare le deplorevoli consegue ne che sarebbero derivate al paese dallo aver posto in mano a quella gente sparvierata la pubblica cosa, dal Minervini in fuori io non ne rinvenni alcun altro nel Mezzodì.

Ma è tempo che lo vediamo in Parlamento correre il palio della opposizione.

IV.

§. 14. Divinatore dell'avvenire, il Nostro è giusto estimatore del presente; e dev'esserlo di logica conseguenza. Quindi, entrando de' membri di Parlamento, poteva assidersi accanto a coloro eh' ei giustamente stimmatizzò siccome cagione sicura di pubblico esizio? No. Ma, ponendosi dalla stanca, lo fece per avventura a fine di sinistrare? È cittadino troppo grave ed onesto per non offendersi di chi lo vendesse per mestierante di opposizione; ed io mi senti cuocere vedendo la leggerezza con cui l'autore dello schizzo biografico e politico della diluì vita-, raccolta ne'450 7 ovvero i Deputati dei presente ed i Deputati dell'avvenire, pubblicazione diretta da detto Arrighi, Fasc. XL, p. 7. -, ti getta fuori: «Minervini è oppositorequand méme». Si: sempre si oppose ed a tutto cui per una intuizione prontissima, una scienza sconfinata, ed un senso pratico incomparabile, antivide pernicioso agl'interessi politici e sociali del nostro popolo. Io ebbi la pazienza, -dal 1848 a questi dì-, di riunire insieme, e distribuire in tante categorie quanti sono i dicasteri da governare gli stati, le tesi svolte nelle varie ragunanze parlamentari d'Italia da' rappresentanti della nostra sovranità popolare.

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E, quantunque molte volte comparassi tra loro quelle che rispettano a politica, ad amministrazione, a Godici, Regolamenti, Organici, ad Economia, e cosi innanzi, non mi fumai venuto fatto di persuadermi il Deputato Mi nervini la cedesse a qualsiasi suo collega per ampiezza e profondità di concetti, per copiosa erudizionee per quel calore e colore di verità ch'ei trasfonde nelle materie che così logicamente ed eloquentemente maneggia. Ned ei dunque scende in lizza perché goli qualche piatto della opipare mensa ministeriale, perocché la sua opposizione sia una convinzione dimostrata: è assiomatica per la giustezza del principio che lajinforma e per la corrispondenza de mezzi e del fine con esso: è eminentemente patria poiché ha intendimento di scovrire il male e di suggerirne il rimedio più efficace. E la nazione, se non vagelli in eterno, dee incarnare le ragioni di quanto additò a vantaggio, e specialmente a salvezza sua; e quale codesto giudichi probabile creda pur probabile ch'ei di oppositore diventiquand mème encomiaste di tutte le belle cose fatte e che si faranno da' Ministri. Di sinistra ve ne ha a ciocché di messeri, che vi si trovano o senza saperlo o per fare i desideri dell'amicizia o speculando di quattro parole messe in croce contro questo o quel caporale detto stato, - tanto da far vedere che hanno la lingua senza denti in bocca-, ed anche per una certa tal quale vanità di parere saputi. Mi nervini aborre da queste arti: ei combatte alla Camera a prò della patria anziché attendere al Foro da cui la sua famiglia non derivò mai scarsa pecunia: il Minervini si sbilanciò ne' privati per attendere a pubblici negozi. E di questo la malignità de' suoi pettegoli avversari pusilli non ne ne vuole tener conto

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per non contraddirsi. Ma ne tiene chi studiò, conosce ed ammira la di lui abnegazione e modestia, ed i tanti titoli che ha, - in confronto di molti altri- , alla indulgenza italiana se, per ristorare le cose private, si riconcentrasse negli studi di avvocato della levatura ch'egli è.

§. 15. Il lucano, infranciosato, F. PetruccelIi della Gattinà, ne' suoiMoribondi del Palazzo Carignano (1), quantunque lo ponga tra' sinistri con fretta negligente, non può ammeno di chiamarlodotto. Vi aggiunse pure l'appellativoofficioso; e di questo il Nostro non se ne può adontare perché per lui officiosità vale cortesia, urbanità e cauta e dilicata maniera di accettare il bene da chiunque, insegnando così a conciliare gli animi delle contrarie parti - se tali veramente possano dirsi i duellanti destri e sinistri della Camera legislatrice de' principati rappresentativi-ed a spignerli con azione simultanea e sintetica al miglioramento progressivo della condizione politica e sociale della patria: le quali cose appartengono agli spiriti eletti e fatti alla virtù a profitto della convivenza civile.

Ma cosi non lo si disegna compiutamente.

Il biografo del Nostro nella raccolta testé citata, diretta dal sig. detto Arrighi, sembra inclinato a pigliareofficioso perassentatore o non saprei per quale altro coso senza dignità. Ei riferisce di una risposta data da quello a certo Procuratore Generale-personaggio reverendo per virtù, ingegno e studi, -la quale putirebbe di adulazione.

(1 X, p. 167,I repubblicani della sinistra, (1864, Milano, tip. Borroni).

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Bellino il sor biografo! E da quando in qua s' è udito che un avvocato non debba opportunamente adoperare de' modi più acconci a piegare i Giudici in favore di cui difende? E 'l difeso contendeva del capo al carnefice. Ne' giorni del terrore borbonico avrebbe voluto per avventura sì fosse impennato rampognando quel giustizierò d'insevire cotanto contro la libera cittadinanza? In caso e tempo diverso sarebbe stato giusto ed onorevole il farlo: da scervellato e di capitale rovina allora. Eppure il messere, occupandosi poco utilmente dello schiamazzo villano desto da' soliti destri contro il Nostro allorché cominciò a discutere intorno allaLegge per la ricchezza mobile, riporta ingenuo il seguente epigramma salacissimo da lui saettato su' loro sgrugni: «parli chi vuole, io sto qui, e risponderò a tutti quando dai suoni articolati passeranno ad usare la voce umana! (1)»

E se pel messere codesto è piaggiare, che s'intende a casa sua per frizzo davvero, che sia benedetto? E tanto non contrasta con le note di coraggio civile e di sapere larghissimo che gli consente nelle altre parti dello schizzo biografico? Ma, via, diasi di frego a codesto, e se gli domandi: Domine, less'ella gliOpuscoli, che pur ricorda, del Nostro? quel capolavoro di previdenza e di scienza ch'è ilsuo Programma parlamentare, pubblicato a Napoli a' 12 ottobre 1861, - formidabile requisitoria contro la bibula genia dei consorti, che posero in precipite i pubblici negozi

(1) Ci fu scommessa non oserebbe definire per ciuchi quei sbardellati valletti ministeriali. Vinse la prova; e'1 Resoconto della Camera ricorderà a' posteri una vincita, la quale quanto in' lui rivela ingegno ardito ed arguto altrettanto umilia quello de' miseri suoi avversari.

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disfogando passioni e secondando disegni violentatori delle leggi naturali, storiche e tradizionali, nonché i diritti e le ragioni sociali delle italiche provincie? Meditò, di grazia, e comprese quanto gravissimamente con logica sottile discorse in Parlamento e fece imprimere fuori? Confrontò, con intelligenza e solerzia classificando, tutti gli studi e le azioni domestiche e cittadine del medesimo a formarsene un esatto concetto della mente, della fede, del carattere e degl'intenti? Misurò con le sue le prove patrie degli altri? Ragguagliò la condizione politica e sociale dei popoli civili con quella del nostro, - ancora in lattìme nazionale -, onde dedurre se e quanto e' ponesse dell'ingegno eretto e sublime ad ordinarla Spropositi della presente civiltà? Non pare. Il di lei schizzo è intinto di regione di parte; conciossiachè, se tale ella avesse adoperato, sarebbesi guardalo a' piedi prima di prendere per sì goffa ironia, epperò rimaso della rimescolante raccomandazione, - da cui vapora un alito di arroganza, d'ingiustizia e di mal coverto rancore, che toglie capitalmente fede alla narrazione. Chi ammonisce il Nostro di andare per il maggior senso pratico mostra di non sapere che cosa significhi questo senso perché, senta, tutti i ragionamenti del Minervini lo personificano. Chi rimprovera Mi nervini di fare la opposizione per la opposizione, non ha osservato ch'ei suole oppugnare soltanto ciò che lede manifestamente le ragioni private e pubbliche. Chi lo esorta ad essere meno prodigo di parole, non vide sillaba del suo perché altrimenti avrebbe avvisato come nelle cose date in luce da lui qua e qua si desideri qualche voce di più, la quale, compiendo meglio la forma, renda più spiccato il concetto.

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Epperò, scalfirlo da questa, è proprio far di vedere altrui di non avere senso pratico; di aver animo disposto a demolire reputazioni prestantissime; di non avere capacità e buon gusto nello pregiare le opere utili ed eccellenti. Adulterò la verità storica e torse i nostri da' retti giudizi a maggiore danno e scorno della nazione, il garbato biografo! Crescermi la stizza pensando di non sapere a che attribuire codesto: non certo alla prosa di qualche centinaio di lire. Dunque a ragione di parte: la quale però non avrebbe dovuto diluire i fatti dell ingegno e del cuore eccellentissimi in un oceano di parole involgenti sensi in contrasto tra loro. E di questo mi appello al candido F. Bellazzi, già Onorevole, e specchiatissimo maestro del fìglio dell'ottimo cav, V. Crivelli, un tempo anima dell anima di G. Modena.

§. 16. Considerando Minervini da quella dell'antivedere politico, dico, che, disaminato attentamente quanto disse alla Camera e pubblicò colle stampe per questi se' anni, argomento non avervi uomo il quale non iscorga in lui anima naturata ne' più svariati studi della teorica e vieppiù in quelli della pratica conoscenza delle cagioni e degli effetti della umana attività.

Avendo compreso a che verrebbero le industrie ambiziose dei consorti, - de' quali il sor F. Petrucelli nei suoiMoribondi provò di non conoscerne la genesi e la ibrida sintesi-, dirette a produrre torbidi, livori, sfiducia, disprezzo, ed avversione alle cose nuove, stimmatizzando narrò con acume, fedeltà ed evidenza quale fosse il vero stato delle cose meridiane dal giugno al settembre del 60 per la inettezza grande del principe; per la malvagità de consigli de' cortigiani;

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per l' ambizione ed imprevidenza de' barcollanti Ministri; per l'aspettazione delle provincie che, di trepidanti ed irresolute, di subito si levarono a' più poetici ideali di felicità all'approssimarsi de' Filibustieri (1) dalla camicia rossa; per la fuga de' Borboni per le arti degli Egemoni piemontosi usate ad eludere gl'indirizzi delle vittoriose armi popolari; e per la guisa con cui gli esuli politici, tornati di Piemonte a Napoli, in nome di quegli Egemoni inaugurarono la nuova era di felicità capestrata prima di esser concetta. Ed attingendo elementi di giudizi comparati da quanto tradiva dalla condotta del primo ministro di Savoia (2) rispetto alle manifeste violenze giuridiche cui commettevano quegli esuli mai sazi d'imperio e di pecunia pubblica-e che di giorno in giorno crescevano a dismisura, - con fratti stupendi di politico antivedere, pe' treOpuscoli accennati dianzi, forte ammonì Italia con quegli Egemoni, e simile lezzo di manovali a' servigi loro, di lieve inabisserebbe nella più spaventevole delle dissoluzioni politiche e sociali - E questo fu siccome il piedistallo su cui elevò la statua colossale delle sue atletiche discussioni a premunirla contro sì grave e forse irreparabile sventura.

(1) Questo appellativo dettero i caporali della setta moderata nella superiore e centrale Italia a que' di Garibaldi; e cosi solevano chiamarli i capetidi coronati di Napoli e di Spagna.

(2) A' 2 gennaio 1859 dissi a Giovanni La Cecilia in via Dora grossa a Torino: «guerra certa avremo e tosto; ma di conquista per Savoia e di schiavitù maggiore per Italia».

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V.

§ 17. Piglio ora a tradurre colla brevità che per me si possa maggiore possibile quanto indi svolse nella Camera, e con trattazioni al di fuori, per ovviare a' mali imminenti della patria da lui divinati. E parto le materie in due ordini generali. L'uno è delle politiche, le quali comprendono i particolari della politica interna ed esterna propriamente detta, della ragione amministrativa de' Municipi e delle Provincie, della Istruzione pubblica, de' provvedimenti di salute e di libertà individuale e collettiva, ecc. E l'altro è delle economiche, che versano in tutte le parti della produzione naturale ed artificiale, delle trasformazioni che subisce, de' suoi valori rappresentativi, de' diritti ond'è aggravata, del modo e dell'esercizio loro migliore, ecc. E tutti e due io li ordino alle leggi di libera libertà politica e sociale, fecondate dal principio di reciprocità, per il quale solo vi ha moralità e felicità massima.

Perché spulezzasse la mala compagnia de' martiri di un bezzo alla dozzina, ela provincie meridionali respirassero, fé colle mani e co' piedi innanzi al signor di Savoia; e tanta fu la forza, la giustezza e la copia degli argomenti addottigli perché abolisse la Luogotenonza, - in cui arbitravano sinistrando per restringere sempre più i limiti dell'azione degli unitari emancipatori, -che alla fine quella bottega venne chiusa: anche per questo ch'essa avea mostrato cera di voler far concorrenza colla cavorresca. E i martiri da ciò presero ad invelenire vieppiù contro il Nostro spargendo sul suo conto di ogni maniera calunnie da ribaldi: arme unica rimasta a codesti gagliardi»

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cui usano con una spudoratezza da vincere quella de polizieschi e delle colombe del postribolo.

Le inconsulte deliberazioni di que' martiri, e quando armeggiarono da Maramaldi dittatoriali, e quando ebbero ufficio di azzeccagarbugli o di Dulcamara di Luogotenenza, e quando sedettero negli stalli parlamentari, e quando montarono all'altezza di Consiglieri della Corona d'Italia, causarono, inasprirono e dilatarono la piaga del brigantaggio; il quale è una fiera protesta militante contro promesse mancate, ed un'affermazione solenne del diritto di vivere esercitato in onta alle leggi. Insensati quegl'ingannatori! nella Camera fecero vincere partito si rogasse e promulgasse una legge, dal suo autore napolitano-, fiore eletto della consorteria mercatina -, domandataPica, la quale espose i cittadini a divenire bersaglio agli odi di parte, a' sospetti ed alle vessazioni delle quali sono capacissimi i polizieschi e la berrovaglia nostra -: archetipo dell'onore, della gloria, e della libera libertà. Il Nostro riconobbe la incontanente scaturigine di disastri innumerevoli. La assalse, e conficcò gagliardamente, bandendola anticostituzionale, iniqua di principio, brutale pe' mezzi e di pessimo effetto; e gliene contrappose un'altra alla quale, approvando, plausero nostrali e stranieri.

Fine tatto politico con somma ragione di morale e religiosa potenza addimostrò nello respingere la pena di morte, cui nessun uomo può applicare ad un altro uomo, imperocché la vita, appartenendo a Dio, sia fuori affatto della umana giurisdizione.

E ripiena di politiche provvidenze fu la straziante filippica contro Alfonso Ferrerò della Marmora, benché

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mirasse a trafiggere di scancio il suo complice, il conte di Novara e di Aspromonte, per aver fatto sostenere i deputati Fabrizi, Mordini, Calvino, ecc. nel Castello dell'Uovo; incoato processo di maestà contro Garibaldi; e messi sotto giudizio di guerra, e poi barbaramente condannati a durissime pene quanti, abbandonando la milizia regolare, corsero ad attelarsi sotto lo stendardo da quello inalberato contro la tirannide civile del pontificato.

E stupende furono le argomentazioni politicamente testé svolte da lui ad impedire che i poteri eccezionali esercitassero l'autorità legislativa e finanziaria - della quale ne fu fatto tanto abuso per voto della fossile maggioranza.

E né B. Ricasoli sostenne tranquillo la foga delle accuse politiche incontrovertibili colle quali scalzò ed atterrò il poliziesco suo ordine del giorno (1) che tirava alla impunità di coloro i quali contribuirono alla strage' del popolo sciarmato di Torino, ributtando la inchiesta fatta su quel misfatto mostruoso - di cui la storia avvisò il popolo perché a suo tempo vendichi l'oltraggio fatto a diritti sovrani a' quali non rinunziò mai per diventar carne di cannone feudale.

§. 18. E qui si tralasciano altre sue proteste di natura meramente politica per muovere toccando di quelle, le quali, se hanno obbietto sociale, pure rivelano la importanza esclusiva dei principi morali - scherniti

(1) Il barone, -fiero per chi ne conosce soltanto la oltracotanza feudale-, ha istinto di gramo avvocato di chi conculca i diritti e gl'interessi popolari. - Rammentiamoci ilsiamo onesti a difesa della onestà di P. Bastogi. - Vero coraggio non ha; e lo ha assicurato or ora F. D. Guerrazzi siccome si legge nelPopolo d'Italia del corr. marzo 1867.

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bestialmente da cui non inorridì dallo accettare ufficio di moderatore della cosa pubblica, avendo l'animo e gli abiti de corruttori, tiranni della mente e della fortuna dei popoli.

E di codesta guisa di proteste è quella che egli fece contro l'aumento del prezzo del sale, del tabacco, ecc. -: incitamento al contrabbando e causa di diminuzione di consumo. Ridonda di matematiche dimostrazioni, di testimonianze di autorità economiche eminentissime e di attiche pennelleggiate, le quali ne fanno un classico lavoro istruttivo e del maggiore diletto.

Io ne ritoccherò di proposito discorrendo dei soggetti di Economia politica da lui maneggiati maestrevolmente.

Altrettanto avrei a dire della protesta sua contro la tassa posta su' fabbricati.

Né di ragione essenzialmente diversa è l'altra che ei fece perché si abolisse il giuoco del lotto. Feconda di svariatissime dimostrazioni intese a provarne la immoralità e 'l danno sociale, essa ruppe innanzi allo scoglio della voracità erariale. Ma questa sconfitta fu riparata in parte dalla umanità generosa del sor Q. Sella Ministro, -piemontese-, il quale tocco del cuore alle istanze del Nostro, pietoso accordò non venissero tolti i soccorsi a' maritaggi delle donzelle orfane, quasi fossero quattrini della sua borsa.

E godemi l'animo mettere fra queste note ei solo fra tanti relatori sulle petizioni s'investisse della morale rilevanza del suo ufficio. Dal più degli Onorevoli il diritto petitorio fu così trascurato da avere ingerito nell'animo dell'universale la trista opinione ch'ei sia una canzonatura, e non argomento di difesa delle

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ragioni personali e reali della nostra cittadinanza. Per la quale opinione lo Statuto, che afferma quello diritto, si reputò di effemera virtù se non un complesso di leggi in germe, fatto apposta onde i mandatari del popolo affollino de polmoni a cavare il sottile dallo sottile per tessere una tela di ragno con cui fare un manto da cuoprire la nuda maestà del popolo stesso. Minervini, sempre per la giustizia e pel bene pubblico, apprezzando debitamente lo Statuto nel diritto petitorio, ed in questo il debito di chi rappresenta la sovranità legislativa del popolo di esercitarlo sollecitamente e scrupolosamente a prò del popolo mandante, nessuna petizione trasandò. Laonde sostenne fermo quelle degli studenti di I, II e III anno di parecchie Università del reame, le quali si richiamavano al supremo legislatore e giudice della patria dalle capestrerie de' Regolamenti, congegnate a modo da' vecchi e nuovi caporali del pubblico insegnamento, affinché il genio ed il cuore della gioventù si risolvano in meschine fosforescenze di sapere: boriosa iattanza di plastica virtù simile a cera buona ad ogni torsello. S'incese particolarmente di sdegno leggendo quella degli studenti dell'Ateneo napolitano, nella quale eglino con calma dignitosa esposero la causa e la guisa onde furono sostenuti. Si erano lagnati collettivamente di certi ordinamenti piovuti dalla burocrazia governativa degli eccelsi Egemoni subalpini, i quali scatevano d'incoerenze e di arbitri legittimati dalla firma e dal timbro ufficiale del Ministro, - che spessissimo ha il merito d'ignorare affatto quant'essa arruffa in nome suo. Conseguenza venuta come ilGloria Patri in fin di Salmo, fu l'arresto de' medesimi, non eseguita, ci s'intende, con lo

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scopo di mozzar loro le orecchie, che le autorità poliziesche d'Italia sono tutte per umanità e per libera libertà..., sibbene acciocché incominciassero ad avvezzarsi al culto del principio di autorità. E di qual modo ricercasse di sì nefanda violenza giuridica e con quali armi la atterrasse lo si può di leggeri indovinare (1). Con pari ardore sostenne quelle della Camera di Commercio di Avellino e del Municipio di Pozzuoli. Nell'adempimento del quale' ufficio, meno della scienza, della dottrina, della eloquenza e della ragione politica ch'ei grandissime esplica, io rilevo e lodo in lui un profondo sentimento morale, che propugna ed attua il debito di reciprocanza.

§. 19. Certamente, oltre la buona natura sua, la quale lo trae irresistibilmente a beneficare con opere di consiglio e di cuore, egli sortì un padre che era la incarnazione de' pensieri della giustizia e degli affetti di umanità, di quelli dottissimo e di questi tenerissimo sacerdote.

Ed io quando dall'ampia solennità della fronte, dalla fatta del volto nobilmente e largamente disegnato, dallo accordo delle armoniche parti, e dalla inesprimibile dignità, -cui diresti un misto di severo e di affettuoso-, spirante dal ritratto di personaggio sì egregio, ritraggo lo sguardo, e colla mente e col cuore mi raccolgo entro le stanze della sua casa, nelle aule della maestratura, e fuori ne' privati convegni della dotta e filantropica amicizia, mi esalto e commuovo.

In casa, marito e padre svisceratissimo, dischiudeva i tesori della scienza e dell'arte a' suoi figli beneamati ed a giovani assetati di sapienza.

(1) E gliene andò anche della borsa.

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Diede egli lezioni assidue di lettere latine, di storia, di filosofia, di diritto e di matematiche a' figli maggiori, Luigi, il Nostro, ed a Nicola; e sentì inondarsi l'anima della letizia più pura vedendoli crescere in iscienza, in grazia ed in ammirazione del civile consorzio. Ed a Lanciano, Chieti, Campobaso e Trani apprendeva la giovane età alle ragioni della filosofia e del diritto.

E poiché, quanto l'ingegno attissimo allo studio delle materie astratte, - delle quali la erudizione più vasta emulava la critica più profonda -, altrettanto avesse vivace e slanciata la immaginazione, accadde che nel disegno e nella pittura storica avanzasse con lo stile corretto e fedele rivelatore delle ragioni anatomiche, prospettiche, della luce, del colore, della intonazione e dell'effetto della scuola dì Leonardo e del Sanzio. E Giovanni e Giustino, altri due figliuoli suoi di minore età, fatti alla castigatezza ed alla perfezione estetica de' lavori paterni, agevolmente ebbero premio in disegno e pittura dalla Reale Accademia di Belle Arti.

Così quello cervello poligono coloriva le astrattezze delle forme allettatici dell'arte, siccome questa frenava e componeva cogl'intendimenti estetici applicando le leggi di quelle.

Quindi quale fosse nell'esercizio degli uffici di Giudice di G. G. civile e di regio Procuratore generale fia troppo lungo narrare. A questo solo fatto mi ristringo. Essendo, sotto re Giuseppe Buonaparte, Governatore di Atripalda e Santo Stefano nella provincia di Principato citra, salvò pudica fanciulla del contado sottraendola con paterna cura alle sozze brame di un capitano francese, consegnandola al

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Custode delle carceri e nudrendola del proprio. Qui e' è di quello della giustizia, del pudore e della carità.

Ne' convegni dell'amicizia dotta e filantropica, dalla bocca dell'ammirando giureconsulto e dell'artista peregrino sgorgavano a torrenti le idee e gli affetti che istruiscono ed educano a principi ed alle opere sublimi del vero, del buono, del giusto, dell'onesto e del bello (4).

E 'l Nostro, informato ad esempli di tanta virtù, dotato di mente e di cuore presti ad ogni prova illustre ed umana, rammenta con affetto di figliale riconoscenza i documenti paterni di scienza, dottrina e di arte; e si gloria in santa commozione perché, pochi istanti avanti di concedere alla natura, quel veglio venerando a lui ed agli altri suoi carissimi, i quali gli facevano pietosa corona attorno il letto, uscisse in queste estreme parole;figli miei, non ho verun rimorso d'impiego; non posso lasciarvi altro patrimonio che l'onore: custoditelo.Ed un figliuolo simile, colle parole e cogli esempi trasmette a' suoi nati l'avita eredità della sapienza, delle inclite virtù e della fama intemerata. E colei che impalmò, e glieli die', dico la gentile e bella pugliese sua Almerinda, ci mette tutto l'incanto delle grazie onde s'insaporino delle voluttà degli affetti casti e generosi. Essa è Turco di casato, e di Altamura di quel di Bari, sorella dell'Avvocato Candido di stampo antico, studiato e conto delle discipline civili.

(1)Necrologia e cenno biografico dettato dall'Avv. Michelangelo Livulpi (inserita nel giornale ilTempo, n. ° 58) -Esequie - Epigrafi (dello stesso Avv. Livulpi) -Tributo alla virtù, Napoli, tip. Mosca.

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Sindaco nel 60, siccome solerte, provvido ed onesto amministratore, non si difendere, ma seppe far fiorire la pubblica cosa commessagli dalla fiducia e dall'amore universale. Previde che la Luogotenenza, serbati ancora a Ministri gli esuli politici avidi e male accorti procuratori del governo centrale di Torino, rifiutando la restituzione delle proprietà demaniali, avrebbe cagionato umori tetri, rivolture e sangue da parte de' nullabbienti, a' quali erano state promesse-; e di qua veramente originé, più che da ragioni politiche, questa interminabile sciagura del brigantaggio. Quindi nel settembre dello stesso anno, col titoloDel Demanio altamurano, eruditamente e dottamente svolse la origine, la esplicazione e le modificazioni subite da quelle proprietà, la meglio parte delle quali avevano assunto nome regio per pararsi dalla veracità baronale e dalla gente nuova da subiti guadagni, che, allungati i denti, contendeva a quella lo inghiottirle tutte d' un fiato. Per rivendicarle al Comune, propose un suo giudizioso ed umano progetto. Fatto imprimere il lavoro, lo dirizzò al Ministro dell'Interno; e gli fu risposto picche per bastoni. Sorvennero i mali agevolmente preveduti. I Burgravi se n'addettero tardi. A chiudere la bocca allo onesto e valentuomo vennero fuori ad offerirgli l'ingoffo di non so quali Governi o Prefetture, e chi sa quante altre gioie. Intese ch'erano lustre; inorridi alla insidia consortiera; e rimase con la sua fama di provvido, giusto, incontaminato e prestantissimo italiano. Ora il popolo vorrebbelo deputare e rappresentante de' suoi diritti al Parlamento. Sarebbe da desiderare che i Burgravi di Altamura, soffolti dalle mistiche armi della Polizia e della chiericìa, -incautamente politicante -, non la

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spuntassero. Io però temo: forse verrà sgabellato.

E con le paterne istituzioni, e coll'ingegno ed il cuore, cogli studi e la pratica, co' propositi patri ed umani, e con una moglie fecondata da esempli di private e pubbliche virtù preclarissime, è logico richiedere ne' di lui figli un culto assiduo e diligente a tutto quanto eleva l'uomo, lo nobilita ed illustra.

E tali crescono i figli del Nostro, che tu non sapresti se più si debba in loro commendare la sobria ardenza dello apprendere o la cauta ragione di praticare la eccellenza delle cose apprese.

Ed ormai Gennarino, nome dell'avo paterno desideratissimo, die' alla luce un libro da cui schizzano lampi vivissimi di profitto nello studio delle cose ottime e nell'esatto ed affettuoso adempimento degli uffici morali di un ordine altissimo. E 'l libro impresso a Napoli dalla stamperia di Antonio Metitero l'anno 1864 si domandaCenni biografici sul prof. cav. dott. De' Pamphilis suo maestro dilettissimo ed ottimo. Gennarino va anche per la Drammatica; e di qua, ov'egli badi incessantemente alla natura politica e sociale del tempo, a questo momento di transizione o di trasformazione degli ordini della vecchia società, agl'istinti degli uomini, allo svolgimento delle passioni nelle loro cause, negli argomenti che le fomentano o sinistrano, e nell'obbietto a cui volgono, alla filosofica differenza vichiana tra il senso comune ed il buon senso circa a' giudizi individuali e collettivi, ed alla politica intorno a quelli che riflettono le virtù private e pubbliche, ecc, a' propositi dello scrittore civile, alle norme prescrittegli dal genio, dalla materia e dall'arte-, ove egli, dico, consideri queste ed

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altre condizioni, e ne adoperi a pingere l'uomo coi colori del presente per farne scuola all'avvenire, ha abbastanza d'ingegno, di fantasia e di passione per raggiungere una meta gloriosa percorrendo l'agone di chi rappresenta le varie condizioni della vita do mestica e cittadina.

Ora, pigliate Minervini quando alla Camera propugna la causa del popolo e quando modera la sua famiglia, e voi avviserete chiaro com'ei intenda al conseguimento del massimo de' beni dell'uno e dell'altra applicando le ultime conclusioni della scienza teorica e pratica dell'umano vivere, ordinate alla sublime obbiettività morale della perpetua ed immortale giustizia. Tutto quello ch'esce da lui spira rettitudine di consigli, soavità di affetti, incanto di armonia.

§. 20. E non si poria intendere questo vezzo di vituperi di cui costumano presentarlo per torgli estimazione di probità, onestà e di fede viva nelle ragioni della morale, se non per questo che le egregie virtù del personaggio riverberano di tal luce da Vedere tutte le sozzure dell'animo loro. E poc'anzi (decemb. 66) un giornale che infanga la patria, e s'intitolaLa Patria, ebbe la patria virtù di metterlo in voce « promettesse difendere rimessamente il proprio cliente a premura dell'avversario, ed avesse venduto il suo appoggio ad individuo ingiustamente arrestato in virtù della prima legge Pica; e questa seconda insinuazione fu manifestata alDiritto» (ora obbliquo), consigliandolo a toccarne a S. Spaventa, che ne difenderebbe la verità vera. Ed invece il cliente, sig. avvocato P. Califani di Lucera, con lettera degli Il del mese stesso, smentendo la calunnia, se ne loda del Nostro; ed

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invece S. Spaventa, con lettera da Firenze di nove giorni dopo, smentendo la calunnia, afferma la onestà del Nostro.

Oh di certi giornali quanto perfetta è la pittura eh' io copio! «Io l'ho a dire, cotesto fradicio, onde mi parve che la carta sudasse per la vergogna, cotesto inchiostro fresco, che t'insudicia le dita, e l'odore nauseante di grassume stantio mi dettero sospetto di colta; e fu ragione, conciossiachè indi a breve di leggeri comprendessi come la più parte dei giornalisti si rassomiglino alle baldracche di carnovale, le quali, finché portano la maschera sul viso ti paiono le mille lire, ma palesate eh' elle sieno, tu te ne scappi lontano, turandoti il naso. Tu hai a figurarli le più volte uno sciagurato, che non fu buono a cavarci un manovale ovvero un mozzo di stalla, che né dalla natura sortì tanto d'ingegno né dalla educazione acquistò tanto di dottrina da servire di pedagogo ai ragazzi di Brozzi e di Peretola, ecco saltare su in bautta a giudicareuomini e popoli, e, accusatore, giudice, e boia, condannare, scoiare e squatrare qualunque gli pigli vaghezza. Anima di buona voglia dannata compiacendo all'astio, che è la febbre quartana della ignoranza presuntuosa,Giuda condotto a nolo a tanto l'ora come i fiaccheri» (1)- «E' pigliano a cottimo a demolire con le infamie la reputazione di un cittadino come l'impresario s'incarica fabbricare una casa con calcina e mattoni. É un mestiere: la legge ne tollera dei più osceni: dei più infami no» (2).

(1) F. D. Guerrazzi difeso da mess. Arl. Mainardi, ecc, p. 7. , già citato.

(2) F. D. Guerrazzi,Discorso intorno alla legge dell'annessione, ecc, pare citato, p. 18.

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To', miserabile! che avesti il reo animo di maculare una vita intemerata: questo è il tuo ritratto: tientene adesso.

E perché andarti assottigliando nello inventare colpe ov'e' ci sono tanti meriti? Debito tuo era avanti di tutto chiovarti bene in capo che avvocato si è quale difenda qualunque ne chieda ausilio contro cui operi a' danni suoi o li giustifichi, vero o non vero. Ridurresti a nulla l'ufficio suo se lo ristringessi a sostenere la causa di San Luigi Gonzaga. E poi, dato e non concesso, avesse anco difeso chi, secondo te, avesse meritato condanna, non dovevi ricorrere per tutti gli anni ch'esercitò la sua professione ad informarti se più fossero le difese de' buoni che quelle de' rei? Nel 49 non difes'ei moltissimi cittadini di Barletta da falsi delatori accusati di maestà? Non difes'ei il cav: G. de Ildaris bitontino, il barone di Loreto, G. La Ginestra, B. Turi, F. Galletti, ed altri distinti ed eminenti cittadini incriminati per il Comizio di Bari? Non difes'ei que' d'Andria imputati di conciliaboli settari segreti? Non difes'ei i componenti del Comitato di Bari, fra'quali N. Guarnieri, G. Avella, C. Fresa, P. Cavaliere, G. Anelli, V. Contieri, G. Bozzi, C. Bozzi, R. de Stefano, F. S. Sforza, V. Lioaetti e parecchi altri? Non difes'ei i Molfettesi accusati di cospirazione armata con il fine di abbattere il trono? Non difes'ei gli Altana urani incriminati di ribellione e di avere scacciato il loro Giudice? Non difes'ei i Gravinosi, e fra loro P. Pellicciari, imputati di ribellione armata, di espulsione del proprio Giudice, e di avere fatto ressa perché non si effettuasse il sorteggio della leva comandata? Non difes'ei i Biscegliesi accusati dello stesso reato? E non fu per

- 42-questo suo civile coraggio che s'attirò addosso le ire di Gavodan Giudice regio e del Procuratore generale Morelli, strumento contennendo dell'Aiossa di Potenza traslocato Intendente a Bari in que' fatali momenti? Ed irrisore di si formidabili ire, non isdegné di soscrivere la petizione liberticida per abolire lo Statuto del reame, confortando quanti lo consultavano in proposito a fare altrettanto? E, sfidando i fulmini di Aiossa, non ardi andare per costui chiedendogli riparazione del domicilio violatogli? E, in mezzo a tante e sì nobili prove di animo indipendente, umano, ed assertare delle ragioni della libertà, le quali gli originarono e disastri gravissimi, un Gigli, - che ora anfana per farsi eleggere Deputato, -allora Ministro di Grazia e Giustizia, gli mette in quiescenza il padre Giudice della G. C. civile di Napoli, attribuendogli un voto favorevole per reato di stampa, e ne affretta la morte, che si tirò dietro quella della moglie.

Eppure, cosa altamente lodevole! quando Garibaldi stanziò la somma di se' milioni di ducati a indennità de danni patiti da' liberali meridiani, e vi rinunziò dicendo così:io stimava le sofferenze durate ed i danni ricevuti fossero largamente compensate dal potere, sotto il vessillo d'Italia redenta, tramondare ai figli ed ai nepoti in retaggio, la libertà sentificata dai comuni dolori e dai danni comuni a tutto un popolo.Quel messere dellaPatria vorrebbe dirmi in quali mani passassero que' be' se' milioni?. Saprebbe riferire sentimenti simili professati da qualcuno de' famosi martiri in atto di allontanare con ribrezzo il sacco di pecunia preso dall'erario del popolo

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per pagar loro l'opera messa a prò della patria? Gliene sarei grato fortemente.

Frattanto lo prego a consigliarsi con la prudenza, a studiare un po' meglio le persone e le cose nostre, che più non gli cadrà di dare sfacciatamente nella calunnia, la quale, così smascherata, lui e' suoi suggeritori (dalle Quinte...) cuopre d'infamia ed insieme di ridicolo. E tal frutto colse l'altr'ieri (7 marzo) quel capo ameno, il quale fece imprimereclandestinamente edimpunemente vendere non so qua' versi scritti da S. Verratti, - ancora imberbe -, ad onore di non so quale principe o di quale cittadino o cittadina del cielo, col patrio intento di levargli ragione di giudicare de' candidati politici de' Collegi elettorali. Ognuno si stomacò della furfanteria poliziesca; e chi conosceva addentro quell'egregio lo vendicò crescendogli due cotanti più la gloria di antico battagliero della democrazia. Gua'! che non cercò di una certa edizione di poesie sacre fatta per cura de' Gesuiti da un tipografo di Novara ne' begli anni della nostra redenzione 1849? Fra quelle poesie ve n ha due, una del co: T. Mamiani della Rovere ed un'altra di P. Sterbini. £ si che questi due signori ebbero fama di patrioti maiuscoli! Anzi anche il Nostrone mandò una sua a tipi alla occasione in cui una fanciulla prendeva il velo di monaca... - Orrore n' è vero? Poverino! è da ridere di chi sfregiaY altrui fama per questi articoli.

§. 21. E quanto pos'io sulla illibatezza del suo carattere lo accolsi viaggiando nel 61 per conoscere minutamente delle persone e delle cose del Mezzodì. In ogni città, castello e terra di questa ragione, il suo nome suona caro, chiaro ed illustre.

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La invidia e gli asti di campanile non esisterono per lui. E gli scrittori delPeuceta (diario di Bari del '61) scrivevano:» L'avv. sig. Minervini, candidato ed eletto deputato dal coli, elett. di Molfetta, in prov. di Bari; nella tornata di aprile p. p. ha dato fuori un Progamma, che il fa degno di laudi e di encomi. E noi, per elogiarlo, non facciamo altro che inserirne brevissimo tratto, che per se è leale e franca professione di fede italiana. Niuno, ei dice, può arrogarsi l'orgoglio difar l'Italia, perocché ciò farebbe supporre foss'ellamorta: l' Italia mai non moriva:fu fatta da Dio. • E poscia:» Ma la vita di lui è ben conta per dar saldissima base alle sue nuove parole». Ed in questo mese (marzo 67)La Rivoluzione, nuovo giornale di Terra di Bari, riconfermò il giudizio del Peuceta, largamente diffondendosi nello ritesserne le orditure di encomio. ELa Sveglia Elettorale del cittad. S. Verratti non ommise di fare altrettanto (marzo 67) a cui tenne dietro ilDovere. E non finirei mai se avessi a trascrivere un per uno i brani de' giornali o di lettere di personaggi celebri e prestantissimi per ingegno, studi ed amore patrio, i quali lo ritraggono siccome tipo mirabile di scienza, senno, e virtù private e pubbliche.

E non é molto, - da tanto ch'è infruscata la storia della vita di tant'uomo - a Torino gli fu mandata preghiera da que'di Gasalmaggiore acciocché si piacesse recarsi a presiedere ad un Comizio popolare (meeting) che quella italianissima città voleva raccogliere a prò della Polonia. Accettò; ed itovi entusiasmò quella cittadinanza per elevatezza e nobiltà di concetti, per larga vena di subita eloquenza, e per il caldo e scultivo modo che ha di significare le cose del pensiero e dell'affetto.

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Quell'altissimo e popolarissimo ingegno eliè F. D. Guerrazzi si rallegrò seco stesso dividendo li onori della presidenza con tale collega. Grandi intelletti e robusti petti italiani, ambidue vi lasciarono profondi segni della potenza del pensare e del sentire loro incomparabile. Ed i diari ne parlarono con lode massima, specialmente ilDiritto quando lo diriggeva l'avv. Bargoni. E pure di molti giornali ed ilDiritto medesimo (marzo 63) dissero di molte cose egregie a ricordare che il Nostro, richiesto da' cittadini di Lugo nella bassa Romagna a Presidente di un Comizio raccolto al medesimo fino di que' di Casalmaggiore, e recatovisi, sbalordì e commosse il popolo dotto ed indotto colla sublimità de' concetti e col fascino della eloquenza. I cuori di Casalmaggiore e di Lugo da allora in poi furono suoi.

In verità ci vuole la fronte di bronzo di certi ribaldi per attentare alla fama di uomini di simil fatta.

È cittadino di specchiatissima morale.

VI.

§. 22. E di quale conto sieno le difese da lui fatte del giure, a dirlo minutamente il tema mi caccerebbe troppo lontano e torrebbe del freno dell'arte. Cionondimanco e' mi conviene toccarne; e rapporterò di alcune sue trattazioni giuridiche messe a provare matematicamente ignoranza, mala fede, e natura di despoti spogliatori per viete, logore e prescritte arroganze di feudalità barbara, ne' Domini piemontesi impancatisi di Egemoni d'Italia, -senza mandato d'Italia, per ingrossare di terre e d'uomini verso

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compenso a Francia di Nizza o Savoia e dell'asservimento d'Italia acefala.

E dico prima di quella appellataBrevi considerazioni sulla legge del Registro, svolta e pubblicata nel mese di aprile 1862.

Codesta Legge, partorita, dal ministero del barone B. Ricasoli, puzza di feudalità a mille miglia. Dunque è degna dell'enologo di Broglio, dell'autore della ristaurazione di Leopoldo di Lorena, - secondo che narra F. D. Guerrazzi-, e ch'io confermo perché, ecco a' 12 aprile 1849 i villani del contado toscano, prorompendo in Firenze e percorrendola armati di picconi, di labarde, colubrine, schidoni, falci e coltellacci, mi volevano mettere a ghiaddo avanti aPalazzo non finito al grido di:dagli, ammazzalo, gli è il reprubbricano Perocco; e chi li avesse fatti certi di tanto, lo saprà qualche asino di spia che mangia a tradimento il dolce pane dello stato. Io riparai di notte tempo a Signa dallo ospitalissimo Scaffai prendendo pel ponte la Carraia (1). F. D. Guerrazzi dunque, - p. 46 del suoDiscorso intorno alla Legge dell'annessione, ecc. -, racconta dell'antropomorfo gentiluomo A. Mordini che ultimo se lo trovò al fianco in assisa militare il dì della reazione in prò del Granduca Leopoldo lorenese -operata dal barone Ricasoli e dai consorti. - E perché non paia eh' io abbia confermato questo per vendicarmi, benché da più fa l'abbia scritto (2), vo' citare uno scrittore non sospetto di parte, il modesto dott. Tommaso Paoli, già consigliere di prefettura a Pisa e Deputato all'Assemblea costituente toscana del 49.

(1) L'Avvenire d'Alessandria, Vita di C. Perocco, 1860.

(2) La Guerra del Mezzodì e le cause e gli affetti suoi, Lib. I, Cap. V. , p. 9699 Vol. L- Napoli e Ginevra 1861-64.

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Nel suo opuscolo pregevolissimoLa Democrazia toscana, meditazione storica (Lucca, tip. di B. Canovetti, 1860), sotto la rubricaAssemblea costituente, 12 aprile 1849, p. 80, scrive: «Ma le ire di parte, la paura di sentirsi gittare in faccia dal principe come la democrazia fosse stata meglio valente in ricomporre il paese, che imoderati e gliaustro-sanfedisti non fossero; e così la paura di non potere d'ora in avanti esercitare il di sopra, scatenò una mano di gente, che io voglio astenermi dal qualificare, a termine d'iniquità: poiché le violenze praticate nel 12 aprile, e anche dopo, finché un principio di senso morale esista fra gli uomini, finché amore di patria, virtù cittadine e delitto non siano nomi vani, suoneranno iniquità.»

Il Lettore non si dimentichi come per ottenere codesto fosse adoperato l'ebreo Sangui netti, e che, conseguitolo, laCommissione governativa-il Municipio con a capo Orazio Ricasoli-, ne divenne poi il capro emissario pegl'insulti del reduce padrone e delle giusto recriminazioni della storia. Anima della Commissione furono C. Rifolfì, G. Capponi, Neri, Corsini, Cappei, Bartolomei, Strozzi, Aldovrandini, l'arciv., Capoquadri, ecc, ecc.

E, s'ebbe tale gloria nel 49, il sor Bettino la volle crescere, spaccandola daitalianissimo, nel 59. E chi voglia saperlo scorra lo squarcio de'Miei tempi di A. Brofferio dettoUna visita all'Italia centrale, (1860);e nella Parte V.Firenze- Siena-Livorno, s'avverrà in questo, che mette in luce vivissima l'autocratesimo selvaggio del barone,fiero nel 5960, e proprio coniglio sotto Guerrazzi. Oda dunque: «Nessuna libertà

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di persona, di domicilio, di stampa; ogni associazione vietata; violato sistematicamente il segreto delle lettere; i vecchi impiegati di Polizia accarezzati, uomini senza fede e senza carattere morale;preti e frati proietti ancorché faziosi; mantenuti nei loro uffizi i più odiosi servitori del governo caduto; gli uomini di parte liberale rimossi, sorvegliati, perseguitali; reietta la libertà religiosa; la guardia nazionale ordinata a servizio di Polizia, non a difesa nazionale; astiata la leva; ogni apparecchio di guerra negletto; il pubblico erario dilapidato per saziare l'ingordigia di nuovi favoriti; tutti gli atti ministeriali accennanti a municipale autonomia; la setta dei Moderati dominante con tale intolleranza, che gl'inquisitori di San Domenico sarebbero stati al confronto angeli di soavità;lusso di birri e di spie all'infinito; pauroso silenzio dappertutto, espulsione, arresti, perquisizioni mercé quotidiana; insomma dal barone Ricasoli al duca di Atene la distanza non era molta».

Ed ove neppure questo bastasse a fare altrui concepire una idea adequata del messere, vada lesto pe'Documenti relativi alla Brigata G. Nicotera estratti dal diarioGaribaldi, Napoli, 13 settembre 1860, pei Resoconti della Camera, e per quello che dal 60 in qua le effemeridi di ogni specie nazionali e straniere dissero di questa contraffazione di feudatario alla medio evo, di questa figura anacrona e grottesca della odierna civiltà, e di questa forza violentatrice della coscienza e de diritti del popolo italiano; ed avrà il fatto suo.

Se qui alcuno mi chiedesse: potremmo convenire in giudizio avanti la maestà popolare cui le grava il collo di soma sì importabile? risponderei: zitto, sacrilego!

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zitto, ribellante all'autorità di diritto divino! zitto, nemico della legalità e dell'ordine! chi la grava è testa di corona, -la quale per lo Statuto che largì al reame-, èsacra edinviolabile! E mi direbbero bravo la Polizia e 'l Fisco suo compare.

Ma a che la lunga digressione? Ecco: a. far intendere meglio la potenza della mente del Minervini che nella Legge del registro e bollo scovrendo l'anima feudale del barone B. Ricasoli, la respinse enunziandone la natura antropofaga.

Derivandola, -ed è vero inoppugnabilmente-, dagli ordini della feudalità, le controppose la legge vigente nel reame delle Due Sicilie, breve, chiara, semplice e rispettosa fino allo scrupolo della massima libertà nell'esercizio de' diritti civili e sociali della cittadinanza. Quella del 21 aprile 1862 invece va ormando dietro tutte le stipulazioni ordinarie e possibili, dietro la trasmissione de' diritti; ed infuria, empia! frugando perfino nella bara dei morti e procacciando d'inebbriarsi del sangue degli eredi sconsolati.

Un barone feudale dello stampo di B. Ricasoli poteva osar tanto contro giustizia, umanità e scienza e civiltà? Oh!., sì, sì, e' lo poteva perché l'aveva lungamente pensato affine di estinguere in noi ogni compassionevole avanzo di sentimento verso una patria diventata pur troppo matrigna per colpa di tre o quattro legittimi manubri di liberticidio individuati in lui.

E 'l Nostro, istituito confronto tra l'una e l'altra, con un nodo stringentissimo di argomenti di diritto e di fatto ti convince esuberantemente questa del 21 aprile non doversi avere né per legge di ordine pubblico né per legge

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di finanza. Meravigliosa erudizione, sottile critica, e gravissime dottrine emette sulla tassa ch'essa impone, della quale ne fauna storia fedele, cui commenta colle ragioni della altrui scienza e co' propri criteri profondi.

Vorrei dir di più; ma io scrivo una vita, non un' opera ermeneutica.

Ben mi cade obbligo di ricordare che intorno a tre mesi dopo, cioè a 21 giugno, e' propose alla Camera di sospendere l'esercizio di una legge sì esosa. Fra i rari capi del suo discorso dottissimo, il primo dimostra per quali cause cotal legge draconiana di registro e bollo fosse inattuabile nelle provincie della Italia inferiore. La logica calzante degli argomenti di principio e di sperienza, non lascia campo a chiechesia a confutarla. Il secondo prova incontrovertibilmente il diritto della Camera a tale sospensione derivare da cotesto che il ministero da' fatti suoi era diffìcultato a farne l'applicazione, nonché dalla dichiarazione di sospenderla fattagli dalla Camera, e dalla imposta non peranco perequata: la quale doveva precedere la formulazione e la divulgazione di quella legge. Perlochè il Nostro, estimata dirittamente la condizione del governo intorno a Finanza ne propose un'altra cui la Camera prese in considerazione.

§. 23. Ma a veder più addentro l'acutezza delle sue ragioni giuridiche, giudico prendere per le cose egregie ch'ei pubblicò, e non pronunziò in Parlamento, il meglio delle quali appartiene a questi se' anni da noi corsi al condotto di uomini, che la condizione politica e sociale del nostro paese non istudiarono mai a modo ed a verso, e meno ancora quella delle altre nazioni civili. E quindi, impostisi Egemoni del moto italico,

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mancando di tutti gli elementi da' quali derivare la giusta ragione di un Programma di azione rispondente ad entrambe, siccome pure alle aspirazioni de' popoli verso la loro ricomposizione unitaria, nazionale ed etnografica, senza scienza, senza pratica e senza fede nelle virtù e ne' diritti popolari, deviarono quel moto dal suo fine, lo respinsero verso l'arbitrio straniero, cui presero per falsariga, a lui sacrificando l'eroismo, le vittorie e le virtù sublimi di coloro, i quali ebbero il torto di credere il Programma proprio avesse potenza di sostituire a quello la ragione giuridica della patria, non accorgendosi che virtualmente lo serbava per la ripugnanza de' suoi termini. Indi io ebbi a dire che per questi vent'anni noi non si ebbe un vero Programma di azione simultanea e sintetica, alla cui formazione proposi i mezzi fin dal marzo del 48 (1).

E poiché cosi era inevitabile procedere per via di arbitrio, lo era del pari gli effetti suoi ritraessero della assorbente natura sua, e '1 popolo nostro gli rimanesse argomento da attingere i fini che si propose.

Per la qual cosa non ismessi mai di biasimare i nostri Egemoni di fatto sì reo; né mi senti d'imbracciare lo scudo a difesa de' campioni popolari della causa nazionale, poiché, improvvidi, eglino conferirono per indiretto alla maggiore autorità e potenza di quelli, i quali adoperando, diceva, secondo i disegni dell'arbitrio straniero, non potevano esercitare né Tuna né l'altra per la libera libertà e per la unità nostra: erano speculatori dinastici,

(1)Del principio di azione sintetica o considerazioni sopra quello che ciascun governo costituito o provvisorio d'Italia dee fare per se e preparare per una futura Assemblea Nazionale, Modena, 1848, tipi degli Eredi Soliani.

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e nulla più. Né mi valse avere avvertito Italia ilcoup d'état del due decembre 51 trarrebbe a rimorchio della fortuna del Buonaparte quello de' suoi principi, che più n'avrebbe a temere e a sperare, e confortatala a provvedere a' così suoi andando per le vie che menano alla rivendicazione dell'esercizio de' diritti sovrani dell'uomo individuo e collettivo imprescrittibili ed inalienabili (1). Per la divisione, la quale avevano prodotta fra gli uomini della parte a cui unico obbietto è il governo a popolo, gli Egemoni allora tenevano il campo; e senza contrasto dessero di aggiogarsi al carro della fortuna di Francia per guadagnare e sicurtà e distendimento d'imperio; e volsero le spalle a quella d'Italia: la quale raggiante di luce torreggiava dalla coscienza di pochi fidenti nel genio popolare, ma senza ordini di sorta.

E dall'arbitrio straniero trassero le alleanze e ìe parentele, madri della negazione del giure popolare italico, e di conseguenza della riazione a qualunque tentativo indiritto a reintegrarne l'esercizio.

E riazione ci fu da C. Benso di Gavorro a B. Ricasoli; e ci sarà finché non sieno sterminati tutti gli uomini emancipatori per libera libertà e per unità. Io veggo codesta essere una necessità creata da quella cui a sciente subirono i nostri Egemoni, cioè di seguire l'arbitrio straniero.

E pure, benché certo di buscarmi un nuovo cumulo di persecuzioni e di calunnie bestiali, m'use! denunziando le arti pessime usate da quegli Egemoni stolidamente feroci per adonestare da una parte il nuovo Campoformio buonapartesco, e per iscusarsi dall'altra di dover

(1)Un bel momento per Italia od acefalie politiche, tip. Botto, Genova, febb. 1852.

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cedere a quelle che dicevano dure necessità de' casi e della fortuna, e quindi di avere a rimuovere libertà che guastassero utili accordi ed ingenerassero pericolose suspicioni di perfidia.

E codeste cose, che a me parvero cotanto indegne e di si grave pernicie, non iscossero profondamente i visceri del popolo. Mi mise ribrezzo e pietà vedendolo rimanere li, ingrullito, fra l'attonito e l'apatico. Eppure un tale fatto suggellava la politica dello straniero arbitrio, e lui asserviva per mezzo de' suoi Egemoni! Eppertanto impugnai la penna, dettai, e fu stampato, un mio libro, il quale, dopo provato noi non essere persone giuridiche, sibbene cose di uso e di consumo a comodo altrui, tracciavo la maniera di vendicarci dell'insulto di Villafranca, e degli effetti giuridici che ne scaturirebbero, -onde fu esautorata affatto affatto la nostra sovranità collettiva, -e ne proponevo l'attuazione. (1) Garibaldi e qualchedun altro s'impennarono pure all'affronto mortale; ma si ordinavano ad azione sotto la fede di C. Benso di Cavorro, di U. Rattazzi, di Pasolini, di Farini, di L. Cipriani, e di B. Ricasoli... - fiore de' complici di quella politica, - intanto ch'io a Milano attendevo alla stampa ed a visiera alzata conficcavo la politica stessa, servile, conquistatrice, e frammentaria-nel Comizio della emigrazione veneta, -capitanata da tali, i quali dal popolo adriatico ora raccolgono disprezzo essendo stati conosciuti e stimati per quel che vagliono i trombettieri della signoria feudale (2).

(1) S'intitolaFaccim costì, tip. di F. Albeltari, Milano, 1859.

(2) I caporali della emigrazione veneta erano: il co: 6. B. Giustiniani soprannominatoZanetto del gilè; gli apostati P.

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E Garibaldi conobbe tosto come fosse fatta la fede di quei complici, ma...

Prima di seguirlo in Sicilia da libero pensatore e da libero giudice de' fatti suoi, in Genova palesavo a

Valussi e A. Cavaletto;Leo fortis de tribù Iudae siccome disse A. Bianchi Giovini che lo pubblicò viroa segretis consiliis della i. e. r. Polizia austriaca (mala lingua ve'!); un Sartorelli di Tre viso; dicono che ci fosse anche un E. Chiaradia; un Sacchetto di Padova tornato a' patii lari, e ne gli anni Domini 1866 rinato, e fatto centro di consorteria con molto piacerò del sor march. G. N. Pepoli; un Varenna, or dellaNazione, figlio di uno scriba teatrale della Fenice; un co: P. Correr eh' ebbe col babbo un'oasi di felicità dalle paterne cure del Cesare absborghese; ecc, ecc., -non ommesso il Beali di Mestre, color di fiamma viva.

Eglino, invitando la plebe emigrata con avvisi manoscritti, a chi di essa si presentava a sapere quello che non dicevano gli avvisi, fecero esibire un foglio di carta da pizzicagnolo, in testa alla quale posero i loro riveriti nomi, con il consiglio di riconoscerli siccome capi ed avere per ben fatto quanto frullasse loro in capo di fare.

Volevano che la emigrazione non solo si dichiarasse contenta delle cose, ma si ponesse sotto di loro, che operavano ad ispirazione degli Egemoni. Io respinsi sdegnato la captivante proposta; svelai le insidie nascose nel loro Regolamene to politico di associazione; ed altamente ìiprovai la condotta di que' degeneri nepoti di Orseolo, Gradenigo, Foscari, Dandolo, Morosini, Zeno, Pisani, ec, perocché cosi legittimassero la insolenza e, la violenza consumata dallo straniero a sfregio de' diritti nostri; ammettessero quindi la impunità dello oltraggio colla divisione d'Italia; si contentassero dell'offa gettataci in gola a colmo di vitupero affinché non fiatassimo; e da ultimo dichiarai ch'io stavo colla unità per la libera libertà del paese, cui da lui solo mi ripromettevo di avere.

Mi accusarono di maestà; epperò U. Rattazzi mi die' sfratto che rallegrò di calunnie da masnadiero-e prima i suoi

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M. Quadrio i miei dubbi sull'esito finale di una guerra il cui Programma poteva giovare e non nuocere ai suoi nemici mascagni e decapitare il partito di azione. Era appunto il Programma di Garibaldi, il quale porgeva il coltello per il manico a parte cavorresca ed a parte borbonica, perebè esso rinnegava repubblica, e commetteva la unità territoriale e politica d'Italia al governo di Savoia invischiato alla pannia del prepotente Buonaparte. Ed io tosto a Palermo venni fuori col mio diarioDoveri e Diritti, smascherando le macchinazioni dell'una e dell'altra parte, la prima a soffocare il moto popolare e la seconda a profittarne. Toccai la coda della vipera. Incontanente lo effemeridi del signore di Leri mi si scaraventarono contro fulminandomi addosso quella sostanza che i porci depongono in brago, ov'essi costumano in tutta la vita loro. Mi costò poca fatica a romper le corna a quelle Lesti e da traino. I borbonici, invece, si avevano meco con molta apparenza di amici; anzi cupidi di scindere e di guerra civile, non si stancavano di lodare alla franchezza con cui eontavo i porri degli Arganti di quello signore di Leri, de quali si struggevano disfarsene reputandoli assai metuendi.

Non ne fu nulla.

Il Programma del Dittatore fu dato a svolgere alla singolare abilità de' Prodittatori A. de Pretis, A. Mordini, F. Grispi e G. Pallavicini Trivulzi, i quali, consenziente A. Bertani

polizieschi fecerode populo barbaro del mioFacciam così? e dei giovani veneti che si posero dalla mia.

Sopprimo altre cose, tanto più che saranno raccontate dalla miaStoria contemporanea-He accennarono A. Bianchi Giovini nellaUnione e laPreste di Vienna.

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dallatappa, assunsero allo ufficio di loro Consiglieri di là e di qua del Faro le più intime creature di Cavorro, epperò le più sincere nemiche dell'eroe popolare.

I Consiglieri prepoterono. Avvenne quello che doveva avvenire (1), cioè che Garibaldi ed i suoi fossero mandati in lorinci, e si ponesse bando sarebbero puniti di maestà se la mestassero per Roma, cui Camilluccio sperava accapigliare per azione di forza morale (così ce la vendeva ilNazionale a' 27 Settembre 1860), e Venezia per quella della opinione de' Gabinetti (2).

E tanto accadde quando l'ingannato eroe de due mondi da Ficuzza balzò ad Aspromonte; né l'aver ripreso la spada per la Corona ed imporporato invano di sangue nostro il versante meridionale delle Alpi reti che ha peranco spento contro di lui le antiche fiamme degli odi acerbi e potenti.

A lui converrà un altro battesimo od ecclissarsi.

§. 26. Minervini, frapposto alla legalità ed allo indirizzo indeclinabile del progresso del nostro moto, se notò gli uomini di quella con l'acerbezza dell'animo inorridito alla conseguenze funestissime del loro intendimento politico, economico e militare, e lodò di cuore pieno alle magnanime ed inaudite intraprese de' sommi personificatori del moto che dico, non lo fece derivando rimproveri e panegirici da uno studio fatto precedentemente al 59 sulla mente di Savoia e su quella di parte repubblicana. Indovinò la politica di Cavorro nelle opere de' manovali ch'ei mandò a governare il Mezzogiorno;

(1 Glielo predissi a'29 Settem. 1860,Doveri e Diritti, Napoli.

(2) F. D. Guerrazzi,Discorso intorno alla legge dell'annessione, e e, pag. 37. Torino 1860.

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ed indovinò quella di Garibaldi dal disonesto strazio fatto da costoro alla gloria e fama di lui e de suoi. Ma se nel governo e' vide un ingrato conquistatore, ed in Garibaldi venerò un leale e vigoroso unitario, doveva persuadersi i dissapori tra l'uno e l'altro non procedessero da ragion di principio si di modo e di tempo di azione. Certamente i repubblicani provati al crogiuolo non si offesero della ingratitudine del governo siccome non andarono in sollucchero pe' benefizi costituzionali del generale del popolo. Quindi eglino in questa bega non e' entrarono né per la porta né per la finestra.

Il governo ingrato e 'l generale benefico, per la differenza del modo e del tempo di azione intercedente tra loro grandissima, non potevano comporsi in pace. Il governo, che dipendeva dall'arbitrio dello straniero, temporeggiava arrabbattandosi spiralmente tra conservare e conquistare ancora. All'opposto al Garibaldi, che interpretava la coscienza del popolo, pareva mill'anni di ricondurre al Campidoglio le aquile latine, spazzando Italia delle napoleoni che ed absborghesi una al mitico triregno dell'umile servo de servi di Dio. E furono mazzate da orbi.

Qui è questione di carattere morale diverso, e null'altro. Parte governativa alla bisogna ciurJa nel manico, si sbraccia, arrovella, arruffa, si maschera, posa e po' fa rombare il cannone; unisce primavera con inverno, l'aspide colla mammola; confonde il patibolo colla indulgenza plenària, la ragione colla dommatica, la libertà col capestro; pone lo sgherro colla maestra degli asili infantili, il delatore col socialista, Momo con Minerva, Bruto con Diocleziano, Ferrucci col Malatesta, Persano

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con Nelson, Ferrerò della Marmora con G. Cesare, il popolo colla feudalità barbara, la opulenza co' cenci, e via; e tutto per farci capire che essa ha la privativa della scienza, del diritto, della modestia e dell'amor patrio. Ecco perché a Garibaldi die' nome di ribelle e lo fé zoppo con una libera palla dopo aver fatto quel che fece per lei. Essa chiama il furto onestà, la perfidia accortezza, la tradigione dovere, la virtù arnese da Museo, la unificazione unità, Nizza terra barbara, la famosa Convenzione del 64 veicolo a Roma, Custoza Sadowa, F arte dello scroccone e del bancarottaio quintessenza di abilità economica o finanziaria, porcheria una legge sulla responsabilità e su' limiti dell'azione dei Ministri, infamia l'autonomia de' Comuni e delle Provincie e la solidarietà tra loro, delitto abolire la Polizia e lasciare a quelli ed a queste la cura della privata e pubblica sicurezza, delitto abolire le scuole ufficiali, delitto abolire...

All'incontro parte garibaldesca ha le sue idee fisse. Quantunque, a mo' della governativa, incensi anch'essa il suo idolo, pure rifugge dalle pravità politiche, sociali e casermatiche di costei. Essa si associa alla giustizia, alla lealtà, alla liberalità, al lavoro, all'abnegazione ed eziandio al martirio. Ha per articolo di fede che principato e libertà non sieno insociabili- res olim dissociabiles per quel tomo di C. Cornei. Tacito. Quindi annaspa, consulta l'oroscopo, non dico le streghe né il diavolo, per trovar l'incognita di una equazione impossibile. Per altroRoma o morte Y ha gridato; e se oggi Garibaldi, rabbonito, va facendo predicozzi ne' quali ci mette la droga della pazienza da F. D. Guerrazzi messa in groppa al somiero, ciò non implica menomamente che

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egli abbia accettato la Convenzione del 64 co' suoi scogli. Si, Roma e' la vuole perché l'ha promessa al popolo e perché non istarebbe male al signor suo lo mettersi dentro al Quirinale. E parte garibaldesca è liscia, netta, morale, schiva dell'altrui, straniera a violenze giuridiche, e perfino persuasa che nella bilancia di Messer Domine Dio tanto pesi Ròtscild quanto lo spazzaturaio, e che la si abbia a finire colla ineguaglianza-e, salvo errore, si pensa che sieno pure di questa opinione Crispi, Bertani, Nicotera, de Boni, ecc, ecc. -, e che nessun uomo possa venire spogliato della sua autonomia giuridica. Dunque, anche senza lente, il peggio miope del mondo avvisa quanto ci corra fra queste due parti.

Ecci dunque a meravigliare se Rattazzi vinse della mano Cavorro nello cacciare, svillaneggiare e disfare parte garibaldesca? Ecci dunque a meravigliare se B. Ricasoli s'industria a respingerla dalle urne e mandarla al bargello? Ecci dunque a meravigliare se que' di G. Mazzini, veduta e sperimentata la interezza d'animo, la bravura, la costanza, ed altro, di quella parte, presentandosi la occasione, non l'assolvano di certi peccati e non l'ammettano in grembo alla loro ecclesia puritana?

§. 25. E 'l Nostro scerse giusto l'una dall'altra parte; e sollevandosi a considerare le conseguenze del prossimo conflitto tra loro per causa del differente consiglio che avevano intorno al modo ed al tempo da cogliere per adempiere il voto nazionale, ripigliò acremente il ministero e la canatteria de' servi della pena al di lui servizio perché improntassero con contumelie, calunnie ed armi contro Garibaldi, il quale infine voleva quello

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ch'eglino, ormai schiavi dell'arbitrio straniero, dicevano di volere sapendo di avervi implicitamente rinunziato, siccome poi si riconobbe dalla Convenzione più volte mentovata e pocanzi dalla proposta di legge Dumonceu Langrand fatta da Scialoia e Borgatti-le quali indussero la persuasione in moltissimi il governo vi rinunziasse pure esplicitamente-; e ciò facessero appunto allora che se ne volevano disfare mandandolo sul Danubio alla impresa di un velo d'oro cosacco... Ed è pregio d'opera ricopiare dal numero 65 del giornaleAteneo popolare quanto a' 24 agosto del 62 e scrisse in proposito nell'ArticoloDei poteri eccezionali e dello stato d'assedio. - La mente di Garibaldi e il Proclama del ministero. E prima tocca così: «Nessuno, dice, votò mai per essere suddito del re del Piemonte o di fondersi nelle antiche provincie; ma le provincie meridionali in piena loro sovranità costituite, dichiararono volere l'Italiauna, indivisibile, indipendente, sotto lo scettro di Vittorio Emmanuele. Laonde quando, senza Roma e senza Venezia, col Bonaparte padrone delle Alpi e di Savoia e di Nizza e di Roma, coll'austriaco minaccioso dal quadrilatero, ci si vorrebbe mistificare il nostro Plebiscito la mercé dei procurati riconoscimenti, ciò rivelaper lo meno la fiacchezza e la inattitudine a compiere i destini della patria, e mendicare,con poca dignità e prudenza, l'appoggio di straniere potenze perché si avesse modo a sostenere unostatu quo intollerabile. E quando con la pressione minaccita prima per tali riconoscimenti si arriva ad ingannare concedendo poteri che non si hanno, e facendo che i Commissari o Proconsoli del Rattazzi, aggredissero, senza legalità e contro lo Statuto, Garibaldi

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e i suoi liberi e generosi volontari, la ribellione governativa, è, a nostro modo di vedere, evidentissima.»

«L'unità d'Italia non fu pensata, neanche immaginata dal Piemonte: venne subita; se ne giovava all'opportunità, ma rinnegava la iniziativa e il quasi compimento essere dovuti a Garibaldi e ai valorosi che con lui per la dinastia o per l'Italia versarono in ogni pericolo il generoso loro sangue. La rivoluzione creava la idea unitaria e l'attuava prodigiosamente.»

Indi rileva la inverecondia del Rattazzi e satellizio nello infamare l'eroe in nome del principe, il quale soscrisse se ad un Proclama, tiratovi da queste considerazioni, ch'eglino inclusero nel rapporto che lo cagionò:» il generale Garibaldi, posti in dimendicanza i doveri del cittadino, ha alzato la bandiera della ribellione. Il Vostro nome e quello d'Italia stanno ancora ad illusione dei semplici su questa bandiera, non servono più che a svelare gl'intenti della demagogiaeuropea, al servizio della quale egli sembra avere oggi posto il suobraccio e la suarinomanza.» - (Quante cose sa questo compaesano di V. Grispo vercellese! vere dalla prima all'ultima, tutte comprese 9 e nessuna eccettuata, neh?. .) «II grido diRoma omorte, e le insensate contumelie (il Nostro doveva metterci la seguente nota:le ritortole de' patti di Zurigo, del riconoscimento del reame, della Convenzione, ecc.più che insensate contumelie,sono una flagrante e permanente ingiuria al giure nazionale. E chi oserebbe disputare al leguleio Rattazzi il vanto principale nello filare, torcere e dipannare le fila per formarle? Madama di Solms non lo tollerebbe di certo, gua'! E sarebbe stata una nota per benino), le insensate

- 62 - contumelie contro il glorioso Vostro alleato (io qui pure ci arei messo:non fa neppure una grinza!) accolte con plauso daisoli nemici della libertà e unità d'Italia (se fossi stato nel Minervini:in pace tua, poliziotto gesuita, come ti scappò la bestemmia fossero nemici della libertàed unitànostra quanti contendevano a Roma cui tu contrastavi loro colle armi civili?) divengono sulle sue labbra (l'Onorevole doveva osservare:tanto lo temi, o fornicatore politico, o strumento completivo degli orditi buonaparteschi?) la causa chepiù ritarda il momento in cui, secondo il voto solennemente espresso dalla nazionale rappresentanza, la sede del governo italiano sarà stabilita nella città eterna.»(Impostore, dic'io,saltambanco, cerretano politico e poliziesco, t'infervorasti per Roma appellandoti al voto nazionale, e macchinasti la rovina di chi inoltrava a prenderla, di chi creò la opportunità di quel voto colla bandiera del principe e col braccio del popolo, facendo omaggio alla Corona di uno de' più belli reami del mondo? E t'infervoravi, certo che il glorioso alleato da Viterbo aveva scacciato le armi regie perché il pontefice con Roma conservasse impero civile nel cuore d'Italia? Dimmi, Cavorro, tu, Durando e Ferrerò della Marmora, unitari per la pelle..., praticaste col sire de' Galli affinché fosse sgomberata dalle armi imperiali e vi rientrassero le regie?. E perché dunque la Convenzione del 64? perché la legge Dumonceu Langrand? perché questo voltarsi del ministeroalle svenevolezze pe' tribuni militari del duce supremo della chiericìa? E perché questo suo stolido rinnegare le affermazioni del giure sovrano imprescrittibile del nostro popolo e legittimare quelle del

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giure sovrano prescrittìbile del donatario delle terre del popolo stesso per opera di chi le aveva usurpate fin dall'ottavo secolo colle armi traditore della conquista? E tu accennare ad unità?... E non ti ricorda di aver ordinato di farmi incarcerare all'Intendente generale di Novara Gay di Quarti per aver sostenuto questo principio a Varallo nel 52, onde mi fu mesteri pubblicare dichiarazioni de migliori di quella e della città di D orno do s sola ad eludere le tue e le sbirresche speranze del Cordera Intendente della stessa Varallo

,cui fondaste sul preteso apostolato mazziniano che le vostre spie mi attribuirono? Ed eri unitario nel 54 quando mi facesti sostenere nel carcere di Alessandria, e poi uscire coll'obbligo di non allontanarmi dall'ambito delle mura di circonvallazione di quella fortezza pena arresto o sfratto, e solo perché ti riferirono eh io predicavo unità repubblicana? E nel 51, sospettando eh' w mi fossi diretto a Genova per la impresa di Sapri, con una Circolare diretta agli Intendenti, ordinasti la mia cattura, la quale avvenne con modi bestiali a Cavallermaggiore in quella che movevo per Torino. E tu unitario mentre nel 59 decretasti la mia espulsione dal reame perché a Milano levai alto la voce contro i preliminari di Villafranca e contro que Veneti tuoi manovali che ne addolcivano l'agrezza letale colla fede pecorina del ben di Dio se si facesse da bimbi di giudizio osannando ad un fatto che involgeva la prescrizione dell'esercizio de' nostri diritti sovrani popolari e nazionali? E tu contaminare ed tuoi labbri la santa parola unità?...) .Evidentemente U. Rattazzi e suoi complici con questo proemio rinnegarono storia, principi, virtù,

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giustizia, patria e libertà; destarono in tutto il mondo civile un fremito di errore, ed in Italia una completa riazione morale agl'intenti servili e parricidi del governo. Da Aspromonte in poi la nazione intiera raccoglie, classifica, numera gli elementi di diritto e di fatto, e li prepara a tradurre codesta riazione in battaglie di emancipazione giuridica e di e qualità sociale.

Il Nostro ribatte tutte le ree parti di sì funesta denunzia, loro contrapponendo per antitesi il pensiero e l'azione costante e gloriosissima del generale con il discorsoLa mente di Garibaldi ed il Proclama del ministero: articolo d'inestimabile potenza dialettica con cui da storico veridico e da pubblicista profondo disnebbia la figura gigantesca del liberatore di popoli e donatore di regni delle infami imputazioni ministeriali e la mette di fronte a quella del Rattazzi, - composto di slealtà, di perfidia, di bassezza e di disprezzo satanico dei doveri e dei diritti d'Italia e della coscienza del genere umano.

§. 26. E dirittamente presagendo che di certo il ministero Rattazzi per la strada de' poteri eccezionali e degli Stati di assedio, -de' quali confuta vittoriosamente i sofismi di obbietto ferino, contrari alle più ovvie e vulgari ragioni de' governi costituzionali-, andava pe' lutti e le più orribili rovine patrie, si adoperò a tutt'uomo a salvare il Garibaldi ed i suoi, cercando col mezzo del generale E. Cialdini d'impedire una fatale tragedia di armi civili: consiglio patrio davvero e pieno di umanità! ma troppo tardi, imperocché colla proclamazione dello stato di assedio delle provincie meridionali il governo era proceduto tanto innanzi da non poter più recedere che con pregiudizio del principio di autorità, -anima e

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necessità del principato -,di cui è adoratore e propugnatore fino all'eccidio di popoli e di nazioni, le quali dieno seguo di volergli porre sopra l'autorità di principio; con probabilità di nimicarsi il padrone de' Galli, a cui per accordi soleva riferire tutto; e con manifesto pericolo per le ragioni della Corona di vedere parte democratica, rinforzata de' voti, della pecunia e delle braccia popolari, forse impadronirsi della egemonia nazionale: cosa di grandissima probabilità dopo le dure sperienze fatte dalle moltitudini de' nullabbienti, da que' del partito di azione, da' nobili, dal clero, e da coloro che furono messi sul lastrico dopoavere per lunghi anni serbato fede all'ufficio avuto da' padroni spodestati. Ed E. Cialdini, avesse anche con un atto di giustizia e di convenienza conseguito di far obliare al Garibaldi la ingiusta e sconveniente lettera scrittagli, non poteva sospendere il corso dei casi maturati dalle macchinazioni buonapartesche. Si voleva la morte dell'eroe ad avere così le mani libere nello incatenare e flagellare il giure italico.

Dico di più. Garibaldi, accertato della mala fede e dei fini scellerati del governo, -deciso a farla da sicario a pro' dell'arbitrio straniero-, non aveva banditoRoma omorte per ismettere e tornare a rannicchiarsi in Caprera: doveva andare innanzi. Ed io, che pure presagi quale sarebbe stato il fine dell'inevitabile cozzo civile, assai innanzi del Nostro pelPopolo d'Italia avvertivo il generale quando era a Ficuzza di provvedere a pararsi dalle legioni fratricide, - dalle quali veniva cacciato siccome belva ferocissima -, in quella che per tutti i modi consentiti ad un libero pensatore a voce ed in iscrìtto consigliavo i più autorevoli dei Comitati di Provvedimento a far massa di

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gente e a nonposare finché il paese non fosse tutto in armi, -giudicando false o, se vere, incaute le ragioni di rimanercene, allora messe in bocca del generale medesimo. E di certo a riuscirvi non avrei neppur voluto sentir parlare di aiuti di parte borbonica siccome altri fecero... perché questa li avrebbe dati sicuro, ma col frutto del mille per uno ad esclusivo profitto suo. §. 27. Sicché se nel Minervini io apprezzo di molto la patria cura e la squisita umanità intorno a questo proposito, non ho cuore di fare altrettanto rispetto alla sua speranza di attuarlo. Ingegnoso e dignitoso si dimostrò, é vero, nello suggerire al Cialdini, -con la lettera del 29 agosto del 62, alla quale unì laBozza di Programma al popolo italiano ed a Vittorio Emmanuele re d'Italia, la maniera di salvare il prestigio al disegno del Garibaldi senza venire alle prove che lo avrebbero dovuto incarnare; ma il tempo non gli soccorse per le inesorabili necessità che incalzavano. Quindi, non essendogli venuto fatto di allontanare una grande sventura nazionale, usò di ogni mezzo legittimo ed onesto a snudare le svergognatezze del ministero e della stampa salariata ed ufficiosa, che, non soddisfatti di avere attentato alla vita di tanto uomo, -de' cui portenti la età presente meraviglia stupita, ed il racconto de' quali i secoli avvenire reputeranno mitica invenzione, - a lui ferito, spettacolo della avversa fortuna, ed argomento di sarcasmo facchinesco a chi, contro il costume di tutte le nazioni gelose della propria dignità, non seppe rispettare una straordinaria sventura-frizzarono gli estremi colpi per decapitai lo politicamente al cospetto del mondo quale ribelle e cagione de' più grandi mali ad Italia, -da quel sommo rifatta al Volturno col

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le armi popolari dopo disfatta al Mincio da sestrate vittorie bastarde.

E fra redattori della garrula e salamistraGazzetta del Popolo, i quali con maggiore insolenza infuriavano provocando contro di esso le pene delle santissime leggi di maestà..., provo un senso di ribrezzo a rammentare fossevi il veneto G. Pisani, il quale avanti di emigrare era usciere dell'i, r. Tribunale prov. di Vicenza, e dopo, un povero addetto al ministero sardo dei Lavori pubblici per efficacia di raccomandazioni parmigiane: al quale ufficio congiunse quello di donneatore, benché ammogliato, e di pubblicista estemporaneo con quello suo immensurabile abisso d'ignoranza di ogni studio indispensabile a ragionare di cose di staio. E' costui che fece da battistrada a' Commissari regi ed a' reduci consorti della emigrazione veneta. - Il grande uomo fu retribuito col mandato di rappresentante de' diritti popolari alla Camera. -0 che teste gli elettori di un C. Pisani!-E. P. C. Boggio, - le fiamme del cui genio italico furono smorzate dalle acque di Lissa, frutto della splendida vittoria del nuovo Giasone, - piemontese-, il sor co:C. Pellione di Persano (1), - dalla suaDiscussione urlava da ossesso si appellasse alle leggi di maestà contro un uomo che aveva diviso il paese dal governo e perpetuaii i pericoli della patria. E qui il Nostro riassume tutte lo iniquità meditate e pubblicate

(1) I giornali ministeriali ed ufficiosi, con quella veracità e prudenza che loro sono proprie, alla nazione esterrefatta ed irritata per una sconfitta che a buon diritto giudicò figlia di tradimento, dissero che lanostra flotta era rimasta padrona delle acque di Lissa e che Teghetoff abiti, excessit, evasit, erupit - Oh la storia che fabbricano cotesti burloni!...

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da questi mostri, nel discorso del 14 settembre 1862, impresso a Napoli, -Sul Processo Garibaldi il Popolo i taliano al Ministero ed alla stampa di Torino, §. III. e Si va parlando, osserva egli, di processo contro Garibaldi. E si osa dire che il regalantuomo debba farla da secondoBruto ed assistere alla uccisione de propri figli -; che i Romani erano stolidi quando non decretarono onori di trionfo e ricompense nelleguerre civili; epperò star bene la promozione del colonnello Pallavicini al grado diMaggiore Generale pel fatto di due scariche in Aspromonte onde venne ferito un Eroe dei volontari sotto la bandiera di Vittorio Emmanuele!-; che non il Senato avesse a sedere giudice ma unConsiglio di guerra, acciò potesse senza pubblicità, con soppressione di forme, aversi una pubblica condanna (1)-; che si debba nelle provincie meridionale far durare lo stato di assedio, perché alla legge si surrogasse l'arbitrio deiProconsoli -; che dovesseroperseguitarsi e distruggersi tutti i garibaldini -; togliere di impiego i liberali che seguirono o favorirono Garibaldi a riunire all'Italia Napoli e Sicilia sotto la corona costituzionalesabauda - i e tutto questo per fondare (al dire del Borella (2)

(1) Grave, severa e giusta è la nota ch'ei fa qui. «Questa infamia del potere militarenon osavano porla innanzi il Barbone equei turpissimi suoi ministri. Torino si gloria ad insinuarla ed insiste!-Bel mezzo di fare l'Italia! - Bel mezzo di andare a Roma!... -Consigli onesti di uomini liberti... Eh via!...

(2 Singolare contraddizione! I bravi Piemontesi nel 62 vomitavano queste infamie contro Garibaldi, il quale moveva per a Roma negata dal Buonaparte, -cagione, cosi si divulgò, della dimissione del Ministero Ricasoli e del ritorno al potere

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e del Boggio)il regno della legge! (1) -; ed altrettante laidissime Insinuazioni di che è pieno il giornale intitolato laGazzetta del Popolo-: povero popolo se deve essere ammaestrato a cotali principi di dispotismo, di ferocia, d'ingiustizia, d'ingratitudine, e di disdoro nazionale!» - «Vorrebbesi andare sulla via dal Borbone battuta dopo il 15 maggio 1848? Vorrebbesi registrare il nome del re galantuomo là dove sta il nome di Francesco II, spergiuro, liberticida, carnefice e bombardatore del popolo?»

§ 28. Ed ora, - in luogo della ragione giuridica della censura, che acerbissima procede contro ministero e ministeriali sì in questo che nell'altro discorso, intitolatoIntorno agli ultimi fatti di Sicilia e di Calabria, Rivelazioni alla Camera ed al paese e pure pubblicato a Napoli nel 62-, credo bene riferire quello che il sor G. Bianchi Segretario Generale del sor B. Ricasoli pose ne' suoiMartiri di Aspromonte-quando squadronava da suo pari per aver Roma-, a rilevare

del Rattazzi. Come va dunque, che, rannodandosi attorno il co: Ponza di S. Martino, glorificato dallaPatria col titolo digenio di Polizia, sputano fiele si amaro contro il Ricasolitantum mutatus ab illo! contro esso che ora fa miracoli perché al vecchietto in camauro nessuno torca manco un capello; e tanto per piacere al Buonaparte, -antico avversario?-La opposizione ed eglino fanno a costui procede da italianesimo o non invece da piemontesimo? Dietro gli oppositori di simile conio parrai vedere colla mazza in mano il rieletto degli elettori alessandrini,... -Dunque non valeva la pena di fare tanto schiamazzo. - Adesso Ricasoli e Rattazzi sono due scheggie della stessa pianta.

(1 C. Cornel. Tacito disse ohe rispetto alla repubblicafacta arguebantur edicta impune erant. Ma quelli erano tempi di repubblica, e questi sono di monarchia feudale.Ergo.» - 70 -

l'animo dell'italianissimo piemontese U. Rattazzi. «Se si dovesse riguardare al famoso viaggio a Parigi (del Rattazzi) dove il futuro ministro del regno d'Italia potè intendersi coll'imperatore dei francesi, parebbe di si? ma se si riguardano i fatti, risulta che no. E se dovessimo appoggiarci ad una certa nota del governo francese pubblicata dopo lo scontro di Aspromonte in cui il gabinetto delle Tuilleries nega assolutamente di aver dato al governo italiano fondate speranze sulla restituzione di Roma, la menzogna del ministero,o lasua ambizione di salire a qualunque costo al potere, emergonovergognosamente chiare.»

«Rattazzidoveva essere certissimo di non poter dare Roma all'Italia (veramente, sor Celestino, non a lui o ad altri il darla, tocca al popolo riprendersela), e mancato questo scopo, poteva aspettarsi indubitatamente di vedersi fatto ludibrio alle iredei partiti edatta contraria opinione della nazione intiera (e mo', sor Celestino colendissimo, colla Convenzione del 64 sulle spalle e con le leggi del ministero di cui siete, non so ben distinguere se ani ma o corpo, parevi di rispettare codestaopinione contraria all'una ed alle altre? Vi regalo sette crazie di chicche si mi date una risposta che soddisfi allaopinione contraria...) Sapendo di non poter ottenere Roma, il tentativo di conciliazione dei diversi partiti riusciva unpessimo palliativo ed un assoluto assurdo, giacché non poteva essere che una conciliazione fallace e puramente momentanea. L'uragano non avrebbe fatto che scoppiare più tardi (l'uragano scoppia, sor Celestino!...), ma con violenza maggiore poichétutti sarebbero insorti, trovandosi tutti ingannati (4).

(1) III. , p. 83. della 2 ediz., Milano 1863.

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«Ed i fatti non si fecero a lungo aspettare, efurono quali il ministero l'aveva provocati. L'inganno era trasparso dalla maschera con cui aveva cercato cuoprirsi; Garibaldi si videslealmente ingannato, ed allora,non potendo più ritrarsi,decise di operare da se mettendosi alla testa del movimento nazionale (1)-Il ministro Rattazzi sperò fare dell'uomo del popolo un ribelle vulgare, il popolo invece, innalzandogli un monumento imperituro di riconoscenza, lo divinizzò, più che eroe, martire della causa italiana, la quale, per quella solidarietà di principi che dovrebbe unire tutte le nazioni, è la causa della li berta di tutti i popoli - Il governo italiano, persistendo in un falso sistema, s'ostinò a volere imprimere il marchio della colpa sul fronte di quegli uomini, che spiati da un ardente amore patrio, e partendo dal principio che in diplomaziacosa fatta capo ha, intendevano costringerlo in onta a tutti gl'impacci diplomatici che gli tenevano legate le mani, a portarsi in Campidoglio; ma il popolo, non ingannato nel suo buon senso, rese loro piena giustizia, riversando la colpa su chi di ragione.» (2 § 29. E poiché io non iscrivo le vite de' miei contemporanei a mo' di que' di parte, i quali con l'arte degli scorci e delle ombre fanno risaltare ciò che piace loro nascondendo ciò che disgusta tutti, ma fedele ritraggo la condizione de' tempi e le vie per le quali cammina la presente civiltà, a manifestare quanto eglino abbiano contribuito a migliorare od a peggiorar quella, lasciandosi andare alle ragioni di questa

(1) VIII., p. 102. , id., Milano 1863.

(2) XII, p. 15758, id.

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oppure dominandole per propria e superiore virtù, il cortese Lettore mi lasci finire codesta parte rilevantissima della nostra storia di ieri, di cui il Nostro se ne occupò con tanta mente e con tanto cuore italiano. Epperò a rinferrare quanto questi rivelò e C. Bianchi chiosò, metto fuori quantoUna voce dalle prigioni. Il fatto di Aspro monte, fece udire ad Italia ed alle nazioni sorelle nel settembre del 62. e Forte di...» Qualche giornale a stento carpito nei primi giorni della nostra cattività ci ha un'altra volta istrutti- come nei fatti di Sarnico - che il governo di U. Rattazzi ha eretto in sistema la menzogna. Ad esso non. basta l'avere spento nel sangue la fiamma rediviva della rivoluzione - a cui la monarchia savoiarda deve la corona d'Italia-, ma vuoi gittare ancora. sul viso dei vinti il fango insultante della calunnia/ e strozzare le grida vendicatrici dei patrioti italiani col nodo scorsoio della menzogna ufficiale- Leggemmo menzogne sulla nostra marcia in Sicilia, che fu una corsa di carro trionfale, menzogne sul pseudo combattimento di Aspromonte-; menzogne sui fatti attribuiti a Garibaldi -; menzogne sulla condotta dei nostri volontari, e su quella dei soldati del re: mentre qualora un tribunale si erigesse, si vedrebbe da qual parte sieno state rispettate le leggi dell'onore, della lealtà, della cavalleria, della generosità -; menzogne, infine, sul trattamento usato ai prigionieri, pei quali leviamo la voce, ci presentiamo testimoni e narratori sul nostro onore e per la nostra vita. A tanta fiumana di menzogne noi opponiamo una diga: la storia di ciò che abbiamo veduto e che fu; - l'Italia ha il dovere di leggerci ed il diritto di giudicarci. Non ci faremo a discutere la

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politica del governo. Il giorno in cui la nazione toccherà con mano 1 impotenza, e l'incapacità del presente sistema a risolvere il problema della sua esistenza, e l'ultima illusione le sarà caduta, in quel giorno anche il giudizio dei ribelli di Aspromonte, e di chi li ha condannati, sarà pronunziato inappellabile e finale - Soldati della rivoluzione - il disastro di un giorno non ci farà mutare bandiera. La nostra fede di oggi sarà quella di domani, perocché noi siamo convinti che la rivoluzione sola potrà dare nazionalità e libertà non solo al popolo italiano, ma a tutti i popoli che in Europa l'anelano. Il governo si dichiarò al contrario suo nemico, e rinnegò la patria madre- Tra noi ed esso il campo è segnato, la lizza è aperta - Il tempo maturerà la catastrofe. Una sola domanda però ci conviene rivolgere a questo governo-Perché, se egli era deciso a interrompere il nostro cammino colla forza,ci ha lasciata correre attraverso la Sicilia in trionfo, in trionfo entrare in Catania, in trionfo imbarcarci, in trionfo partire per Calabria?

Coll'anima straziata, co' capelli irti, col labbro convulso e increspato che proferisce esacrazione a Rattazzi, io trascrivo il miserando episodio delFatto di Aspromonte narrato siccomeAppendice al medesimo dalla stessaVoce dalle prigioni. Eccolo. «Allorché, dopo le poche fucilate, tutto era ritornato in calma, i volontari si affollavano intorno al loro duce, all'ex Dittatore dell'Italia meridionale del 1860, che rinunziando a tutto in allora si traeva alla solitaria Caprera, dopo di essersi sentito dire in su quel d'Isernia,salute al migliore de miei amici da Vittorio Emmanuele di Savoia, che per esso era divenuto re d'Italia.

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Gli ufficiali dell'esercito regio, affettando cortesia, erano larghi in profumi di complimenti; il colonnello Pallavicini dimesso, taciturno, colla berretta in mano, si aggirava intorno al generale del Popolo, fìngendo dolore per lv accaduto, dopoché aveva ricevuto ordine didistruggerlo e dischiacciarlo; i dipendenti del Pallavicini s'ingegnavano d' imitare le sembianze di dolore del loro capo. In questa si ode il trotto di un cavallo; mi volto e vedo che si avanza a spron battuto il colonnello Heberard; si ferma a trenta passi di distanza dal Grande Ferito, guarda attorno, sogghigna; e quindi dice:ho riconosciuti alcuni ufficiali disertori che domani saranno fatti fucilare-Heberard, coll'estraneo amo di tamburino, nel 1860 pescò il grado di colonnello» (nell'esercito di Garibaldi... Anche questa commoventissima storia ascolti chi legge; e maledica alla natura se gli seccò le vene del pianto.

«Odi, prosegue la stessa voce, odi o Urban di Alessandria, e trema. Mentre mi aggiravo pel campo, da un lato sento un pianto dirotto; vedo due giovani strettamente abbracciati; uno era un bersagliere regolare, l'altro un garibaldino. Chi erano dessi? perché tal pianto così pietoso? Son fratelli, che erano corsi a baionetta calata per trafìggersi. Riconosciutisi, avevano gettate le armi fratricide; non si volevano né distruggere né schiacciare come venne loro comandato, ma volevano vivere ai cadenti genitori, all'amore di tutti gli onesti e generosi; questi due spiriti in quel momento sublime pur troppo compresero che il disubbidire a certi comandi da demone valeva la benedizione di Dio. Quando si sciolsero

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dall'amplesso imprecarono, maledissero; la maledizione partiva dal loro cuore potente, terribile. Io che piango del loro pianto, seppi a stento che erano due lombardi-Né ciò basta. Un venerando veglio, della terra dei Vespri, prosteso al suolo stringeva affannosamente al petto un giovinetto, bello come l'angelo dell'amore; sgorgava sangue dal cuore all'infelice; il misero padre non poteva pronunziare parola, non poteva trarre un sospiro. Sul volto al giovinetto si diffondeva a poco a poco il pallore di morte; apriva di tratto in tratto gli occhi, e affissava la languida pupilla sul genitore e poi la volgeva in cerca di luce. In men che il dico il morente schiude in uno sforzo supremo la pupilla, ed apre l'asciutto labbro a tal parole:- padre mio, dunque debbo abbandonarti?...Viva Roma! - Il bel giovinetto diveniva freddo cadavere sotto lo sguardo del genitore, che seco lo aveva condotto,per immolarlo al 2 dicembre, sotto le mura di Roma.»

O gagliardo della terra che Adige e Po riga, il quale dettasti questo racconto, che attrista ed allieta di fede sì ardente ne' destini patri ed umani, ti prego, ascoltami. U. Rattazzi ministrava l'Interno e Polizia sarda nel 57. £i sapeva tutto l'ordito della spedizionePisacane. Io avvertì da Torino ch'ei fingeva di secondarla par assassinarla. Non fui ascoltato: fui invece calunniato. Rattazzi non ci stese gli artigli addosso fuorché quando si persuase di finire in noi l'eroismo popolare d'Italia. Fra non molto saprai di questo è de' fatti del 49, del 53 e dell'altro di Sarnico: storia orribile da Italia peranco ignorata. -

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Sono questi quelli che Rattazzi suoi chiamare igrandi servigi resi allo Stato; e per un allievo del buon conte Lazzari e del celebre padre Roothan da delazione e sangue di liberi in fuori nulla v'è di più meritorio. - Questa è la sua fede.

§ 30. Aspromonte è un fatto compendiatore degli estremi di tirannide vigliaccamente bestiale e di eroismo, se ciecamente credulo, pure portentosamente grande nelle opere sue. Il Nostro doveva considerarlo rispetto al giure pubblico e umano ed a quello della civiltà. Ei con la face filosofica d'entrambi infamò in eterno la tirannide di un governo, il quale in opera d ingratitudine perfidiosa e di liberticidio insensato vinse e superò a gran pezza quanto poterono fare ed immaginare tutti i cervelli dei despoti delle remote, antiche, nuove e recenti età civili e barbare fusi insieme in stampo ferino. Quindisalute al più illuminato, al più franco ed al più perseverante de battaglieri del giure imprescrittibile ed inalienabile de popoli!Noi Italiani, più per colpa nostra che de' governi per noi subiti od invocati, noi,dum vetera recolimus recentium incuriosi, ignoriamo le persone e. le cose fra le quali viviamo. Vedi stupore se circa alla contezza delle persone e delle cose nostre siamo Ottentoti a noi stessi! Di qua, - nelle presenti occorrenze-, pe' mascalzoni che fungono del sacerdozio del principio di autorità, la privativa della storia, epperò della ragione di gabbarci ignoranti di noi stessi. Ned io soffersi né patirò mai tanto al modo che qui i giuocolieri e' cantastorie ufficiali vendicano a se il diritto

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di essere creduti, -intanto che mentono parlando ed agendo-, quanto soffersi e soffrirò sempre vedendo la nostra balordaggine nello seguire come pecore matte cotal geldra di birboni pagati per impecorirci vieppiù con legali bugie. Ed eglino, da più forti che sono, hanno poi facoltà sovrana di chiamare sapienza la ignoranza, fedeltà il capestro e sobrietà la miseria, -sirocchia dell'ozio boccheggiante.

Il Nostro, messo e fatto girare sul trespolo tutte queste ragioni, s'infiammò d'ira a vedere commessi facciano giuoco del popolo, e come da codesto proceda sì lunga e tediosa complessità di conseguenze, le quali si riducono niente meno che all'annullamento dell'autonomia sovrana giuridica dell'uomo e ad un'assurdità degli ordini cosmici è provvidenziali a' quali si dee ordinare quanto è dello spazio e del tempo. Laonde le parti in guerra da Caraibi, le idee false, confuse, ripugnanti tra loro, la mancanza di criteri, il tentonare, la irresolutezza e l'apatia a benefizio della scuola ufficiale, sublimato corrosivo della vita domestica e cittadina.

Quindi da' fatti costanti ed unigeni il Nostro ha abito di astrarre principi immutabili, che sa appropriare alle pratiche ragioni del consorzio civile senza offesa della naturale e politica libertà. Loica teorematicamente ed opera a tenore del tempo in cui vive per quello in cui sarà ricordato benefattore della patria e di umanità.

Impresse la fisionomia delle sue deduzioni giuridiche da' fatti di universalità ed individualità a quanto condusse pei' incarnarle.

§ 31. Leggi i suoiErrori del Governo centrale a riscontro della storia dalla quale Macchiavello- 78 - (nelle Deche e nel Principe) desumeva le massime di governo e ne rimarai convinto. È questo il giudizio del profondo filosofo della storia e del sagace ed accorto politico, estrinsecato con sublime semplicità, -caratteristica della verità. -Di parecchie edizioni che ne furono fatte ne cercheremmo invano una sola copia (1).

Nel novembre del 62l'Omnibus di Napoli, - anno XXX, num. 133-, annunziando la ristampa in due volumi delle cose pubblicate dal Nostro, oltre alle ricordate fin qui, ne novera parecchie altre le quali intesero a persuadere a' rettori della cosa pubblica del reame, convenire ed approdare loro mettere ogni studio a togliere la divisione che crearono, cessando delle offese verso coloro a' quali la coscienza infallibile del popolo, -che intuisce diritto-, aggiudica la corona pel rinnovamento della possanza ed onore italiano, cui conseguirono cospirando ed eroicamente

(1 Egli è giudizio mio che gliErrori del Governo centrale, ecc., sieno stati stimmatizzati con fino discernimento e gravissima ragione di stato per quell'altro egregio suo lavoro, cui chiamòDichiarazione e Protesta contro le proposte dei Ministri dell'Interno e di Grazia e Giustizia, con che vorrebbero ottenere i pieni poteri indirettamente e contro lo Statuto,chiedendo che il potere esecutivo, esautorandosi volontariamente, venisse sostituito dal potere esecutivo responsabile. Io ne faro motto. Qui metto questo che i principi giuridici che svolse in esso, Solennemente difese nell'Uffizio di cui faceva parte, e, fuori, con la savia, provvida ed energica lettera scritta a Napoli sette giorni dopo, cioè a' 31 gennaio 65 e diretta al Prefetto comm. Vigliani, la quale fu inserita dalPopolo d'Italia plaudente al proposito del medesimo, dichiarando: «La presenza induce complicità alle violazioni del patto fondamentale, che ministri e deputati avevano il sacro mandato di custodire».

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operando con meraviglia del mondo, contro le sinistre ragioni dell'arbitrio straniero. Eppertanto dico che a'24 settembre 62 per una lettera che discorrevaSuite voci che corrono-Processo a Garibaldi Amnistia- Convocazione o scioglimento della Camera, dimostrava la urgenza di amnistiare quei di Aspromonte; e raccomandavalo si bandisse spontaneamente dal principe, e suggeriva si convocasse prontamente la Camera. Sottile, nobile e patrio provvedi mente! Da un canto tornava il governo all'autorità perduta ed alla unità di mezzi di azione nazionale; e dall'altro gli offeriva occasione di dedursi dall'arbitrio straniero, trincerandosi dietro i diritti della nazione. Ed un altro rimedio al mal fatto, con aggiuntavi la guisa di applicarlo, è riposto nel punire gli autori della cattura illegale degli onorevoli Mordini, Fabrizi e Calvino e la scandalosa abdicazione della Cassazione di Napoli a propri diritti giurisdizionali in favore degli arbitri governativi. Il Nostro propose l'uno e l'altra nella bella lettera diretta al Presidente della Camera a 2 ottobre 62, il quale la faceva pubblicare nelDiritto. Allo stesso fine concorrevano altre quattro: la prima degli Il ottobre dello stesso anno, mandata eziandio a quel PresidentePer ottenere che l'amnistia si estendesse ai militari e che non venissero cancellati dai ruoli dell'esercito i nomi degli uffiziali della Brigata Piemonte: la seconda innalzata al principe col mezzo del medesimo Presidente, cui esortava pregarlo a farne i politici ed umani desideri, scritta pure agli Il di questo mese: la terza de' 18 con cui confortava il Presidente mentovato a presentarne un'altra al sovrano a conseguire da luigrazia piena pei militari a' quali la penadi morte era stata

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cambiata in quella delcarcere a vita: ed anche la ultima è dirizzata al sovrano nel giorno 18; ed insta per il conseguimento di tale grazia.

E queste quattro lettere furono inserite nell' Omnibus, Numero 127, a' 23 ottobre 62.

Non vi sarebbe stato uopo di nessuna se fosse stato così inteso ed attuato quanto ragionòSullo stato dei popoli e degli eserciti nel settembre dell'anno innanzi; conciossiachè con quello provasse la unità e l'armornia delle posse armate e sciarmate di uno stato, essendo tutte cittadine, non poter volere tirannide: la quale sorge dalla divisione e dalle collisioni loro. Ed era saggio dar retta a ciò che scrisse a' 26 maggio62 col titoloQuello che vediamo, che sperare, che temere, - rivelazione provvidentissima de' disegni buonaparteschi verso Italia. Lo quale dettato, nel medesimo giorno ebbe più largo discorso dall'altro domandatoLa situazione, e le ragioni per stare in guardia contro le mene diplomatiche, cui confermavano gli altri del 10 e del 23 luglio: quelloSul riconoscimento della Russia e questo gl' italiani fra il coro dei riconoscimenti. Ma non vi si badò; e parve ingiuria l'aver ei, notomizzando, dimostrato fiaccheLe interpellanze Petruccelli e le risposte Durando, ed insegnato al paese, alla Camera ed al Ministero solo colla emancipazione dall'arbitrio straniero e coll'uso libero, sapiente e coscienzioso de' mezzi nazionali ordinati ad azione armonica collettiva e simultanea, potersi avere pace, gloria, floridezza, potenza, rispetto, e sincere e valide alleanze ed amicizie di fuori e di dentro. Certo da uomini sì ambiziosi ed inetti, sì armeggioni e paurosi, sì italiani e piemontesi, sì larghi e capestranti, e sì leali e

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perfidi, di simil maniera pungimenti non avevano a essere tolti per giulebbe. Senonchè quanto essi davano argomento agli stranieri, e disponevano anche un certo numero de' nostri a stimare Italia orba affatto di cervelli e di polsi al Fa natica, altrettanto ei celiava degli altri con lo vivacissimo ed arguissimo scrittoNon mancare Italia di uomini di stato e di governo e quindi non avesse a di menticarsi nella cerchia degli uomini, che s'imposero a tutti e che si fanno guerra per salire e discendere e con danno sempre della cosa pubblica. Convinceva insino al più imbecille il torto fosse del paese, che si lasciava menare alla beva da' venduti ad interessi non suoi, da' fautori d'interessi non suoi, dagli affermatori d'interessi non suoi, da' vermi saliti al sommo di questo letamaio, - Italia messa sottosopra dal nostro moto galvanico;-i quali a guisa de' faggiuoli a bollire nella péntola salgono e scendono a vicenda sotto l'azione delle fiamme, -cioè da tanta negazione di pudore e da tanta affermazione di soltizia, dì arroganza e di voracità. Il popolo non ricercò del meglio; e, quando gli fu additato, lo respinse in nome di quei suoi nemici mortali. £, poiché lo messero all'incanto, da chi terrà?

§. 32. Ora a nuovi argomenti circa a giure. Saturni del popolo italico, i Consiglieri del principe, fiutato F odore de' milioni di ducati del Banco di Napoli, vi stendevano sopra le acute zanne; ma non osavano addentarlo lì per lì a non far dire ch'eglino raddensassero tutti gli atroci istinti del grassatore o de' maestri di comunesimo. Infatti a parole vantano rispetto pe' diritti di qualsiasi natura, specialmente per quelli dell'ingegno e della proprietà. £ se mai alcuno lo dubitasse vegga laPatria (marzo 67) loro

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dirlindana, la quale vuole proprio che diecinove milioni de nostri non mettano la bocca e meno la mano sull'Area inviolabile dello stato, -su per giù venuta al pregio di quella diNoè, colla quale, il più ribaldo degli uomini, F. Alessandroni, creava ed uccideva opinioni e reputazioni a misura dell oro che gli si snocciolava, fosse poliziesco o fosse parti gì ano - dovendo essere posta a governo della intelligenza e della possidenza. Quei diecinove milioni di nullabbienti, se avessero pagnotta aulica e latifondi, via! si poria anche aggreggiarli agl'intelligenti di cose di stato. Ma eglino sono a sbrendoli, dunque non devono avere capacità governativa, devono essere cose; ed al più al più asini della sapienza e della ricchezza privilegiata. Sicché è chiaro e lampante e dominati co che si farebbero ammazzare a difesa dei diritti della intelligenza e della proprietà. Dunque come divorare il Banco di Napoli ch'è l'amministratore fiduciario di somme depositate deprivati?... Ecco... si ricordaroao de' fìlosofi dell'assoluto, che all'immaginario ente stato diedero carta bianca di fare e disfare. E venne di conseguenza ch'eglino, rappresentando quell'ente, si persuadessero di essere padroni del Banco. Per Bacco! l'ente stato non manda al patibolo le creature di Dio? Ergo a più ragione le fortune de' privati cittadini; e l'egheliano prof. A. Vera lo confirmerebbe ad occhi chiusi. Gnorsì, i buoni Consiglieri del principe dichiararono furfantinamente il Banco di Napoli essere cosa del governo, e nessuno altro che lui avervi sopra diritto. Non lo dissero. proprio così netto netto; ma si capiva meglio il loro disegno divoratore da quello che tacevano. E perché senza legalità non si può rubare nè

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sciupare il rubato, conservandoci di coscienza tranquilli, colla Legge del registro e bollo argomentavamo di averla trovata. Ma il Nostro, quantunque non venisse al fine di far ritirare lo schema di cotal legge per l'abbietta servilità matricida della maggioranza, in questo punto del Banco di Napoli la vulnerò si, ch'essa non potè reggere; e 'l Ministro di Finanza dovè gridare accorr'uomo, e poi riconoscere l'autonomia indipendente di quello, salvo però che la di lui amministrazione si affidasse a cui fosse del governo. Cosi sostenne l'una, e s'aperse la breccia per rapinare l'altro. E non sono secoli che gli uomini innanzi in argomento di Economia pubblica e di Finanza s'unirono a coro facendo eco alle giuridiche opposizioni del Minervini circa a quella legge; e non sono neppure secoli che l'onesto e previdente march. Avitabile, posto dal governo alla testa del Banco, pe' giornali fe' capire a chi lo doveva intendere, ch'ei avrebbe fatto onta eterna a se stesso se avesse conservato un ufficio pel quale diventava arme di un governo spagliatore dei più sacri e più inviolabili diritti. Ma quel governo, che aveva aperto la breccia, stimò pusillanime l'onesto e valente nobiluomo; e per invadere tutto, di cheto, passo a passo, senza strepiti e busse, invece sua vi spinse dentro il signore Colonna de' principi de' Stigliano, uomo ben misurato, da sapere come si fa a spennacchiare la gallina senza che i cristiani sentano grido di sorte. Senonchè, per rispetto al casato, il quale non rinunzia alla fama d'integrità di carattere largo e cavalleresco, a lui che aveva condotto il negozio a buon termine, inadiutorium fu dato il, sannita Nisco del beneventano, grinta da, finirla con gl'indugi, e da convertire il Banco in bottega

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governativa. Nisco a Firenze abbaca per compire il gran fatto che immortalerà il genio del diritto moderatore della pubblica cosa italiana. ,

E siccome gli uomini della egemonia cretina, per italica sventura, patendo d'idrope, vorrebbero che Italia fosse un carciofo da cacciar giù per le ingorde canne come si farebbe di un tonico, così non estimano manco il principio di giustizia sanzionato dalla pratica di tutti i popoli civili, il quale è di negare alle nuove leggi effetti retroattivi. Di che intervenne il Nostro togliesse a pugnare per il diritto delle famiglie meridionali di essere esonerate dal servigio militare, diritto concesso loro dalle leggi antiche del reame delle Due Sicilie. La giustizia cesse alla soverchianza del numero de' membri della confraternita de' Laudesi, i quali legittimarono co' loro voti una flagrante ingiustizia. E la maggioranza di que' voti, hmm! la fu proprio di Onorevoli meridiani, i quali li giustificavano colla ragione di educare i loro all'uso delle armi, levandoli cosi del vivere molle perché, robusti ed inciviliti dalla culta e dotta caserma, rispondessero meglio a' bisogni dello stato e della famiglia: quasiché ci fosse da guadagnare davvero per quello e per questa alle spalle della violazione de' diritti altrui, e non si avesse potuto, rispettandoli, per altri modi, supplire al difetto di pochi e per poco tempo!

E con quale potenza di logica giuridica, politica e morale abbia ritorto contro Petitti e Lanza li argomenti ch'e' svolsero nelle loro Circolari quasi apologetiche delle sozze, detestabili ed infami carneficine di Fantina fatte dal De Villata di tanti generosi, che con Garibaldi mossero per a Roma, è più facile dirlo che dimostrarlo.

- 85-Cionondimanco il diritto della forza la tenne contro quello della coscienza sollevata a tanto conculcamelo delle ragioni di umanità e di civiltà. Costumano i nostri padroni togati e sagati ad esercitare le attribuzioni de' despoti di corona invocando ed ottenendo quelli che in lingua bastarda domandiamo poteri eccezionali. Di fermo chiesero e conseguirono quelli di fare e di abrogare leggi e codici. Minervini, non appena udì ciò che volevano, si levò su a protestare. Disse e provò, -cosa che ognuno direbbe e proverebbe giusta incontanante-, come riferire al ministero l'arbitrio di leggiferare e codificare fosse abdicare al diritto sovrano di autorità legislatrice in favore della esecutrice, cioè tornare al governo assoluto, lo che contraria intieramente a' principì del reggimento di monarchia rappresentativa ed annulla di fatto lo Statuto. Arrogi. Per me c'era qualche cosa di peggio. La Camera legislatrice con quell'atto di abdicazione eccedeva il mandato del popolo, il quale non elesse i suoi rappresentanti perché lo tornassero all'arbitrio, sibbene perché vegliasserne contro e promovessero più largamente i beni della libera libertà politica e sociale. Il popolo, piacemi ripeterlo, non intende, non vuole e non può delegare altrui l'ufficio di rappresentarlo con ragione assoluta di esercizio de' suoi diritti sovrani, sibbene relativa. Delegando con la prima, ei commetterebbe suicidio, e non vi ha diritto; e, delegando con la seconda, rimane nella sua integrità autonoma di persona giuridica, tranne soltanto eh' ei non ne esercita direttamente le attribuzioni. E questo non è bene. E neppure da sì vergognosa dedizione la maggioranza degli Onorevoli si arretrò, quantunque il Nostro per mille argomentazioni

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calzanti la preavvertisse delle conseguenze giuridiche che ne deriverebbero. A tanta viltà si oppose solo, e dichiarò irrite e nulli e quante leggi ed irriti e nulli quanti codici emanassero dall'arbitrio, negazione de' diritti del popolo. Ma la maggioranza non ne fece caso perché non ne aveva fatto alcuno nello votareinsciente (1) la cessione di Nizza e Savoia e nel violare la imprescrittibilità ed inalienabilità dell'esercizio delle ragioni sovrane del popolo, -affermate da' Plebisciti-, e da essa stessa (quanto coerente!) confermate. -Essa perse Italia giuridica per unificarla numericamente - È rea di maestà nazionale: non lo si dimentichi mai: il giorno del giudizio deve venire.

Ma che volete pensare di una maggioranza, la quale tollerò Q. Sella proponesse niente altro che la riduzione del numero de' Deputati per quella ch'ei non si peritò chiamare legale composizione della Camera in opposizione alle disposizioni statuarie? Minervini con succoso e tagliente discorso rivelò l'intento liberticida di quel piemontese; e monna maggioranza si compose a vindice della carta statuaria. -Quanto zelo!...

Un bel giorno il sor Cordova da' banchi ministeriali usci con una faggiuolata contro il contenzioso amministrativo -

(1) Il Gnerrazzi nel suo incomparabileDiscorso intorno alla legge dell'annessione - tanto poco studiato o tanto poco inteso da' nostri-a p. 8, scrive per nota: e Basterà a pruova della verità le parole del DeputatoChiaves, ministeriale fino a' capelli, che suonavano: io voto perché mi trovo costretto dalla necessità imperiosa che voi (Cavorro) affermate e che ionon conosco, né volete farmi conoscere. - E questo Chiaves ci aveva a toccar di vedere poi Ministro dell'Interno e Polizia di Ferrerò della Marconi, il Chiaves dal famosoFischietto! - 87 -

il quale durerà finché le autonomie federali de' Municipi e della Provincie non riattivino libere ed indipendenti le proprie posse sociali per individuale e collettivo loro interesse progressivo -; e da' stalli di manca il Nostro lo annichili dimostrando ch'ell'era in contraddizione col principio informatore degli ordini del monarcato costituzionale, e che sposterebbe una folla di combinazioni e di negozi, - possibili ed esistenti-, con detrimento grandissimo dello stato e degli amministrati. E poi, ove accada che si veggano le autonomie dette, tanto qualche lite ha a nascere fra' privati e 'l reggimento comunitativo intorno alla ragione di certi diritti il cui esercizio non sia determinato dalle leggi. Vero è che essa si scioglierebbe presto col giudizio arbitrale, il quale alla sua volta diverrebbe elemento di criteri giuridici da' quali si trarrebbero norme obbligatorie per tutti a giudicare inappellabilmente in casi identici; e così presto si dirimerebbero li argomenti del contendere: d'onde la sicurezza con la libertà maggiore nelle speculazioni che aumenterebbero con progressivo vantaggio de' membri della comunanza. Ma è altresì vero che a codesto ci dee pensare chi non creda alle virtù degli ordinamenti del principato rappresentativo, e creda esclusivamente a quelle degli ordinamenti della democrazia sovrana. E su questo punto io non disserto perché profilo la vita del Minervini, fedele giurato a' primi, benché di sicuro non avversi assecondi; e tanto è manifesto dall'ordine del giorno da lui presentato a' 22 marzo dell'anno scorso per convalidare la elezione di G. Mazzini contro la proposta di annullamento fatta da' putti della maggioranza.

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E, siccome profondissimo in qualsiasi contezza di argomenti giuridici, si pose tutto contro l'organamento giustiziano. Argomenti di opposione per lui furono eh' esso tornassedispendioso, complicato e poco adatto ai costumi ed alle tradizioni delle regioni meridiane. Eragli così aperta la strada a dichiarare precoce la istituzione de' giurati, imperocché non ancora istruiti in materia di governi costituzionali e quindi in quella dell'ufficio loro.

Né tacque, vedendo il nuovo Codice di procedura dichiarare la perenzione operativa di pieno diritto a dispetto di tutte le ragioni di diritto e di fatto. E poiché l'onorevole Catucci aveva formulata la legge intesa a prorogarne il termine, egli, per lui, disteso, acuto e forte la propugnò a' 21-23-24 marzo del 66.

Il governo degli italianissimi, dopo applicata alle nuove prede la legge feudale di U. Rattazzi (copia peggiorata di quella del Belgio) con cui il Comune e la Provincia diventarono due suoi massai, -messi sotto la vigilante e sconfinata autorità poliziesca dei Prefetti (1) e de' loro compagni di azione eviratrice-,

(1 Se, sotto specie di rallentare la cavezza a' Comuni ed alle Provincie senza Infermare le ragioni della unità di azione, si aumentino le attribuzioni della podestà prefettizia, statene certi che noi si andrà alle satrapi e persiane ammodernate buonapartescamente. -Che bel vivere!... -Cosi davvero le coronate dinastie feudali di Europa si convinceranno che noi saremo per loro una forza (numerica) di civiltà, di ordine e di pace, forzasic, perché reintegrati nell'essere nostro di nazione. Scusate la frase barbara usata per non dire reintegrati nell'esercizio diretto de' nostri diritti sovrani individuali e collettivi o nazionali ed etnografici. Ma dir cosi sarebbe quanto volerla fare da uomo, e da uomo italiano; eppérò converrebbe venire su Roma, importunare colla libertà e con altre cose non permesse a chi non è uomo giuridico.

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reputò fosse troppo larga di manica, e per tener l'uno e l'altra alla briglia, colle apparenze di discentrare, concentrò tanto, da lasciar loro appena l'aria da respirare. Ed ancora ebbe paura di non aver fatto abbastante. Votatili quasi di tutto, a fronteggiarne la insaziabile rapacità e' non avevano meglio de' redditi di dazio consumo. Anche di questi il babbo prudentissimo s'invogliò, e volle tramutarli in cespite erariale, benché decrescessero di giorno in giorno per lo ristagno di operazioni utilitarie causato da tributi, balzelli e taglie e mille angarie pubblicane, le quali e' va successivamente moltiplicando. Così questa estrema usurpazione legittima delle risorse estreme di quelli, li ridusse a vivere alla giornata senza lavoro e col giusto malcontento delle moltitudini ammiserite. E 'l licore soave di concedere loro facoltà d'imporre qualche centesimo addizionale a' tributi propri, tornò siccome rimedio di violenta virtù in disperate condizioni di salute, il quale invece di ritardare, suole accelerare il termine della vita. Sicché il Nostro, edotto dalla scienza e dalla pratica delle cose di finanza e di amministrazione, certo che di qua il governo darebbe l'ultimo tracollo al paese-perché la inopia massima del Comune è argomento sicurissimo di prossima fallenza dello, stato, - e di lunga mano preparato a propulsare i di lui spedienti liberticidi in camuffo di provvisorietà, di sperimento o di massima necessità di pecunia, s'impennò e per ogni lato percosse le oppressatrici ragioni della sua potenza legislatrice, la obbiettività delle quali coesiste in ignoranza, povertà e catena. E con la eloquenza rivelatrice della scienza, così propugnò il diritto politico e sociale, che, qualunque uomo capace

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di sentire, non dico di apprezzare ed attuare il debito di giustizia, sarebbe corso istintivamente a maledire ad un attentato mostruoso al diritto di conservazione. Eppure il Nostro a governo sì umanitario proponeva, in luogo d'incamerare erarialmente il dazio consumo, pigliasse il 20 per 0[0 de' redditi comunali, fatto balia a' Comuni di ristorarsi con altri dazi che non toccassero né fondi né farine, -pupille de' proprietari e de' proletari. E ciononpertanto fa legittimata la spogliazione; ed ei dovette convincerai che la forza del giure soccombe sempre quando l'esercizio di quello della forza lo campeggia coll'intento di sfiorire sonni sicuri nella profonda solitudine della pauperie e della formidine de' vinti. Certamente il governo tagliò sempre corto e respinse le domande e perfino le indirette allusioni a leggi che definissero la sfera di azione ministeriale, la responsabilità e le pene de' Ministri, i quali la trasgredissero, ed il modo d'infliggerle loro. Il governo fé sembiante di aver desiderio di governare Il meno possibile; e, per accertarcene, di ogni provincia fé un pascialato poliziesco e truffatore perfino del buonsenso. Il governo sostentò di voler rispettare e di voler far rispettare i dir ritti di proprietà, e, vedete! e' li annulla con violenti spogliazioni. Ora è questo il governo da ascoltar la ragione, la legge del dovere, i postulati della scienza la voce della sovranità popolare?... Poveri Onorevoli sinistri, se tornando a' stalli parlamentari, dopo tutto quello che videro, seppero e sperimentarono, arguissero di poter ora quello che non poterono mali Se non resterà Ricasoli, un altro verrà di certo a chiarirli d'illusione. Non si oppresse finora cori sfacciatamente per piegare innanzi alla

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sovranità popolare, -ormai convinta di essere stata fatta zimbello del diritto della forza-: sarebbe da vigliacco e da imbecille: il vincitore diverrebbe vinto; e qual vinto! Esso è il governo partito con eserciti di terra e di mare, con fortezze, con pecunia pubblica, con interessi comuni alle corone europee minacciate dalla moscovita, e forse prossime ad irne frante da mazze cosacche (4) le improvvide provvidenzialmente pe' popoli!...

(1) Gl'italiani, per tei stessa ragione che non attesero alto studio della propria, non curarono quello della storia degli altri popoli. Il Panslavesimo, che, a guisa di serpe boastrictor va inviluppando il mondo continentale nelle sue spire formidabili, fattosi scudo del Pangermanesimo prussiano e del Panrepubblicanesimo americano, volge a spegnere in culla il Panlatinesimo ed il Panellenesimo, i quali hanno per capo putativo il Buonaparte. Se costui si mettesse con Russia, Prussia ed America, occidente, mezzodì ed oriente europeo cadrebbero pili presto appiè dell'autocrate delle regioni boreali: il Buonaparte serberebbe per qualche tempo ancora la sua dinastia assorbendo i piccoli reami e repubbliche ohe gli toccherebbero nella gran divisione europea. Senonché, ove no 'l facesse, la questione orentale cosaccoprussiana sul Danubio e nell'Egeo, inforserebbe di certo la sua e la esistenza degl'infidi e deboli suoi alleati. Io prevedevo ed annunciavo questo fatto nella mia operaLa Donna, -1844, Venezia tip. Passeri-Bragadin-, toccando del Panslavesimo, parte cancellata dall'i. r. Censore Casoretti, e discorrendo più largo del libroUn bel momento per Balìa, ecc., altrove citato. In cui fra le prime conseguenze del 2 decembre posi lo ascendere della politica dagli Tsari e il pericolo delle libertà europee. Ivi trascrissi e commentai primo in Italia il testamento di Pietro il Grande. -Ora il nostro governo, nello stato presente di Europa e d'Italia, ove corre? Crede forse di guadagnarne issando bandiera panellenica? Per chi pugnerà? Per Russia o per Francia? Per l'ima e per l'altra finirà col suicidarsi.

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Pe' popoli?... Ma i popoli si sono ordinati all'attuazione del principio di solidarietà? E se si, perché non sorgono simultaneamente, e per converso pugnano singolarmente ed alternativamente perché si avveri quel de' Britannidum singuli pugnant universi vincuntur. (1). Domandatelo al principato che li agita per se, ed alla loro ignoranza.

§. 33. É di troppo lunga opera ricordare e chiosare tutto quello che il Nostro ci diede rispetto a giure; e paremi assai il ricordato e chiosato sinora. Ma poss'io ommettere ch'ei, fecondando del suo genio TAteneo popolare, nessuna violenza, soppruso o rea applicazione de' principi giuridici lasciò correre senza severo biasimo, manifestando ad un tempo i tesori della giurisprudenza cavati dalla filosofia della natura dell istinto, della coscienza, delle aspirazioni e della ragione umana? Ei, quasi compatendo, contuse l'atto despotico con cui il Presidente del Tribunale Circondariale di Napoli, usurpando le attribuzioni del potere legislativo, con un tratto di penna abolì le informazioni postergando

-Se avesse fede, se avesse virtù, se avesse scienza, se avesse coraggio, innalzerebbe quella de' popoli: là è la sua salute. Il popolo non deve seguirlo in intraprese da folle, che alla fin de' conti è padrone di de; ed il governoè un suo commessario. Non lo seguirebbe di sicuro se fosse stato ammaestrato degl'indirizzi cosacchi e della necessità dell'antagonismo franco-germanico a profitto de' medesimi. - Adesso i nostri pubblicisti pigmei tornano alle cose di oriente; e bestemmiano da turchi nelle estimazioni che ne fanno, aliene dalla storia, dalla etnografia, dalla politica e dal giure. - Che vadano in ma!... a! (1) C. Cornel. TacitoVita di C. Gneo Agricola.

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ogni riguardo all'antica consuetudine; e ne dimostrò per qualunque verso la illegalità(Ateneo popolare N. 48).

Ti piace e sorprende, per le svariatissime e tutte saggie sue osservazioni e provvidenze, la legge che propose a'20 del febbraio 64 in sostituzione di quella provvisoria sul brigantaggio, votata, cosi e' nota, con assai precipitazione, causa di enormissimi danni alla privata e pubblica guarentigia, tra per la sua locuzione e tra per la interpretazione illegalissima da tale da coloro ch'erano deputati ad eseguirla. Furono adoperateper indicare una colpa voci infinite ingiure ed inlingua, - sospetto, manutengolo, vagabondo, camorrista. «E chi darà, a coteste voci il suo significato?... - L'arbitrio. - Quali saranno le prove?... - L'arbitrio.» E di quale maniera sostenesse queste conclusioni e quali fossero i suoi giudizi ed argomenti per prevenire ed ostare ad una serie di violenze legittime che verrebbero al giure personale e reale, non è mio riferire: è debito di chi brama vedere come si facciano le ragioni di quel giure, discorrere per tutta la legge da lui proposta. E qui viemmi acconcio trascrivere dal giornaleLes Nationalités, - III anno, N. 140, 21 giugno 1853 -, il giudizio su questa legge. «Le travail de M. Minervini dénote une préoccupation constante, infatigable, accusant la ferme volonté de trouver remède au mal sans cesser d'être un homme de cœur, aimant ses frères égarés voulant le repentir du pécheur et non sa mort! - M. Minervini indique tout un système fort intelligent d'encouragements aux brigands à se livrer d'eux mêmes, ou les uns les autres, et d'excitations pour leurs parents et leurs amis à contribuer à leu

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capture ou à leur reddition. - «Nous croyons en avoir dit assez pour faire mesurer l'abîme qu'il y a entre le projet de loi de la Commission et colui de M. Minervini: l'une serait une honte pour l'Italie, l'autre aurait l'assentiment de tous les honnêtes gens du monde entier.» (1 Né è da tornare sulla pena di morte per riferire della forza e giustezza delle ragioni giuridiche con cui oppugnò il diritto di statuirla, determinarla ed applicarla. IlPopolo d'Italia a' 46 marzo 65 le pubblicava, ed io ricopio le stringenti e dilemmatiche, che seguono. «E dirò a coloro i quali accettano l'abolizione (della pena di morte), ma dicono di volerla diferire ad altro momento per istudiare meglio e per prendere esempio da altre nazioni, che offendono la logica, conculcano la gloria italiana. Offendono la logica; imperocché, io domando loro - nel periodo che vorreste ~ o ucciderete, e sarete violatori della vostra coscienza, o non ucciderete di fatto,

(1 Regnando nelle Due Sicilie Giuseppe Buonaparte, governava quel di Atripalda e Santo Stefano, siccome esposi altrove (V. §. 19. p. 35) il padre del Nostro. La fama, di leale e di umano trasse il capo di una formidabile banda di briganti a mandare per lui affinché si recasse ad un abboccamento volendosi dare nelle sue mani, salva la propria e la vita de' compagni. Coraggioso vi andò. Stipulati i patti di dedizione e di conservazione della vita, il capo ed i suoi si arresero. Avutili taluno de' più eminenti ufficiali del reame, gli propose di spegnerli. S'inalberò dicendo: potrei io consentirvi perché si dica un maestrato del principe tradisse la fede de' patti? E li salvò. Ben a ragione fugli dato il soave nome dipadre della patria!- Il nostro non tralignò; ed emmi caro associare la lode del padre a quella del figlio per opere si umane,

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ed allora la morte, rimasta esclusivamente in diritto, esautora le leggi. Sostituite al diritto l'arbitrio; e la volontà di un Ministro farà che si erga e non si erga il patibolo! Conculcano la gloria italiana; perocché il volere studiare ancora, dopo la lunga storia della umanità, - vittima di codesta enormezza -, è pretesto inverecondo, ovvero e degradevole ignoranza il voler pigliare esempio da altre nazioni, quando C. Beccaria e M. Pagano (italiani) i primi fecero abolire la tortura e propugnarono i primi la inviolabilità della vita dell'uomo; sarebbe dar ragione, con onta del paese, a chi disse l'Italiala terra dei morti» - "II volere poi che si unificasse anche il carnefice, chiedendo alla Toscana di accettare questo sagrifizio in grazia della unità!... o di lasciare in tutta Italia il carnefice, rispettando in Toscana la gloria, e dirò il diritto di non averlo, mi pare tua dilemma di tale una stupida contraddizione e ferocia, che rivela sempreppiùin taluni nomini il solo coraggio della paura, e la niuna fede nei grandi principi della moralità della scienza e del progresso!. . "

Io mi sono vergognato di essere italiano dal febbraio 1848 fino a questi be' giorni della soverchiarne brutale del governo della chiesuola toscana, che ha per Sceik-Ul-Islam l'enologo di Broglio. Perché? perché d'allora ad ora ho veduto e toccato con mano che principi, con la nobiltà blasonica e bancaria, or con uno ed ora con un altro protesto, sono tutti concordi nel fine di captivare più di prima le moltitudini in umore di volere libera libertà. E quando ci malmenavano divisi, e quando li rappresentò launificazione italiana individuata in un de' loro co' consigli e gli aiuti della bruzzaglia de' perdutissimi del passato, noi diventammo

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una più grossa mandra di bestie, gravati di some si grandi che ormai non si può più ire innanzi né politicamente né socialmente senza morirvi sotto. E, per levarci ogni speranza, nonché di unità con libera libertà, ma di sollievo qualunque, non credendo abbastanza mortale la stoccata della Convenzione, che ci moriva politicamente e socialmente, tentarono di fondervi sopra il veleno della legge Dumonceau Langrand perché spirassimo sicuramente di religioso napello.

Ma il veleno ebbe il suo controveleno efficacissimo nei nostri volteriani in sedicesimo? No. Avvisati ch'egli era da finire ove lo si avesse preso, lo respinsero? No. Mossero alla vendetta? No. Un solo pensò al veleno ed al rimedio. Questi è appunto l'avv. L. Minervini.

Rimandando a cui doveva l'ingiuria che ne' sinistri mancassero ingegno e dottrina a pruovare venefica la pozione Dumonceau Langrand, ed a suggerire un antidoto efficace da preservare la salute delle anime e de' corpi, il Nostro, -proprio a' 10 febbraio 67-, pubblicava un suoControprogetto alla Legge: libertà della Chiesa- liquidazione dell'asse ecclesiastico. Erudito e dotto di giure canonico e civile, di storia ecclesiastica e civile e di materie economiche e finanziarie, scardassò di tal maniera la matassa di legge sì laida cogli argomenti di quel giure, di quella storia e di quella scienza da rimanergli poco da aggiungere tarmando a' stalli manchi.

Posto che la chiesa fu libera soltanto nell'esterno esercizio delle sue attribuzioni meramente religiose, e quindi sempre libera dacché cessarono le persecuzioni della potestà politica contro quell'esercizio,

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conclude naturalmente che questo, non essendo stato prescritto dalla potestà stessa, il governo d'Italia commette atto vano ed inutile di autorità dichiarandola libera da ogni ingerenza governativa.

Indi da dell'asino ad immensa gola a tale governo che mostra d'ignorare perfino cosa s'abbia a intendere e s'intenda per Ecclesia o Chiesa, poiché circoscrive entro un numero di are di terra italica essa ch'è universale e spirituale.

E da ultimo atterra con argute beffe il giure possessorio della Ecclesia, dal governo fatto rappresentare dagli Episcopi, dimostrando costoro non essere mai stati possidenti si amministratori delle cose dei fedeli messe a comune benefizio di quella, la quale ha per confini i due poli. Quindi lo stato non può torre l'altrui per darlo a cui gli piaccia, meno ancora a cui lo pigli con divieto delle leggi evangeliche e delle civili, perché neppur queste consentono loro di ricevere ciò ch'è stato surrepito dalla forza.

Combattuti i falsi principi dalla legge governativa, e' propone la sua, che rende tutto, secondo i principi di giustizia, di libertà e di utile pubblico, al suo legittimo possessore, il Comune; e vi mette attorno di tante provvidenze affinché nessuna potenza lo sperda od impediscalo di fruttare il meglio possibile, eh' è proprio da vederlo per concludere una volta per sempre: scienza, coscienza, virtù, amore del giusto e del perfettibile essere le qualità caratteristiche del Nostro.

Ed a che rammentare il robusto e facondo discorso fatto alla occasione della guerra, con cui condannò le determinazioni eccezionali che si voleva prendere circa

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alla stampa e l'applicazione infamissima della legge de' sospetti durante il tempo che noi si era a giornata contro i cesariani?

Neppure mi tratterrò sulla giustezza de' suoi criteri giuridici discutendo innanzi la Camera intorno alla proposta di emendamento degli articoli 834 ed 835 della Proc. Gen., né tampoco su quel forte e nobile ragionamento con cui nella tornata 21 maggio 66 dimostrava luminosamente le riforme penali si avesse a concepirle così che garantissero la libertà e non compromettessero la vita civile e politica de' prevenuti.

E pure tacio della sua moderanza rispetto alla pena per colpa di contrabbando con tanto vigore propugnanta alla Camera a'4 giugno 66, perché quando egli non é grande?

VII.

§. 34. Di presente accenno ad alcune cause celebri sostenute dal Nostro, la soggettiva ad obbiettiva rilevanza delle quali richiederebbe un esame diligente minuto, largo, lunghissimo, acciocché altri le estimasse convenientemente. Ma dalle cose ragionate finora chiunque mi abbia letto lo avviserà di leggeri. Certo è che U. Rattazzi e F. D. Guerrazzi presentati dal Nostro de' volumi stampati che le raccolgono, affermarono di averle a monumento di alto ingegno e di profonda e svariata dottrina giuridica e della più viva e dialettica eloquenza - E sì che gli avvocati si amano tra loro come i medici!

La Corte di Appello di Trani la diè vinta al Nostro, il quale sostenne un padre avesse diritto ad opporsi al matrimonio di un figlio maggiorenne,

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in su' 25, fondandosi sugli argomenti: onore di famiglia, difetto di mezzi da parte del figlio, nonché di guise da procacciarseli, per impalmare la giovane del suo cuore. Era la causa Tissi e Zanni

Difese i diritti della figlia naturale del marchese Genovese e de' veri e noti eredi di costui, contro i quali digladiavano di molti che avevano a loro posta le orecchie e l'autorità de' ministri e di Altezze Reali... .

La causa colossale, materia di più volumi, fu trattata avanti le Corti Criminali de' Tribunali prov. di Napoli e di Salerno e di Appello e di Cassazione di Napoli.

Sarebbe stata vinta sicuramente in Cassazione se gli avversi non avessero mandato per l'ex ministro di Grazia, Giustizia e Culti, il sor G. Pisanelli di Terra di Otranto, acciocché la sera per la mane accorresse a violentare altrui a danno della giustizia.

Il Nostro da' clienti poveri di fortuna e ricchi di diritto non ebbe nulla, se ne trai la occasione di sfavillare di nuovo di scienza, erudizione, eloquenza ed onestà giuridica senza paragone, e di spendere del proprio.

E di grande polso eziandio fu la causa da lui condotta, la quale rispettava a minori Cleter ed alla vedova Cimitile. Punto di discussione era se un legato disposto per testamento scritto potesse venire distrutto dal nascimento di un postumo.

La discussione, che seguì al Tribunale prov. ed alle Corti di Appello e di Cassazione di Napoli, fa tre grossi volumi.

Il Nostro con disinteresse unico anticipava a' fanciulli Cleter spese e studi di lunghi giorni e di molta notti vigilatissime.

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E pure importanza somma ebbe l'altra eh ei sostenne a favore del duca di Sandonato contro Messanelli.

La famiglia Malvito de duchi di San Donato è vetustissima ed illustre per nobiltà ed imprese belliche e civili. Discendente de' principi sovrani di Sanseverino, aveva comune il diritto di maggiorascato con l'altro ramo, pure sanseverinesco, di Campana. Un secondogenito di casa Messanelli, per matrimonio, cu'io non direi morganatico, entra in casa Campana. Costui, mentre que' di Malvito agiscono a rivendicare beni, titoli e tutto contro i Campana, per alcune migliaia di ducati si appropria a un bel circa mezzo milione de' medesimi Malvito, assumendo ragione dì redentore di lite.

Io non sono ne famigliare né amico politico dell'egregio signor duca di San Donato, sibbene uno di coloro che sinceramente stimano in lui le nobilissime doti dell'ingegno, e più la bontà del cuore, la dignità di cavaliere, e l'amore sovrano eh' ebbe ed ha alla patria Italia, per la quale pati lungo e duro esiglio che s' accompagna quasi sempre con domestici danni. I parenti gli tolsero molto dell'avita fortuna ed i Borboni molto contribuirono a terminarne lo scempio. Il governo riparatore... non lo udi querelarsi per codesto. Il fiero duca, - forse argomentando su per su le signorie di corona essere tutte dodici once buon peso, non si tacque di se e de' casi suoi-, ma, usando del diritto di membro della Camera legislatrice, si messe da sinistra; per se' anni non ommise mai di pugnare validamente pe' diritti popolari a mo' di regio democratico: lo che fece e costuma fare ne' Consigli municipale e provinciale di Napoli»

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Chiaro di lignaggio, onoranza dell'esiglio politico, gloria parlamentare, desiderio degli ottimi, oh può ben compiangere i miserabili che raccolgono il fango della calunnia per gettarglielo in fronte! Quel fango fu respinto dalla coscienza popolare saettata su' ceffi polizieschi da' quali partì

Il Nostro giudicava sotto il famoso governo riparatore la Cassazione avrebbe prescritto il diritto spogliatore. Non fu così: a disparità di voti venne riaffermato. Se io avrò tempo e fortuna narrerò a parte questa santificazione di un diritto spogliatore, di genere affatto nuovo, condendo il racconto di aneddoti curiosissimi. Peraltro non tacerò che il Nostro difendeva la casa de' Malvito intimi della sua lorchè perseguitavalo a cagione di politica la spietatezza poliziesca, la quale aveva costretto ad esulare il duca di lui clientolo. Ci volle di molto coraggio per que' tempi, e tanto più per l'autorità grande dell'avversa parte ne' consigli della corte borbonica! Vero è ancora che il Nostro per questa causa famosa de' Malvito lavorò in modo incredibile e sborsò somme enormi. Ebbe a compagni nella generosa difesa L. Romano ed A. Starace, ed altri preclarissimi del foro napolitano. Ma ei si sobbarcò alla soma più grave. Le discussioni giuridiche e' condusse con la fermezza dignitosa, con la scienza insofferente di ambagi e di levità loquaci e con la eloquenza derivante dalla conoscenza minuta dell'argomento e dalla giustizia del difenderlo.

Essa è divisa in parecchi volumi. Il comm. G. Nobile, il Nestore de' tipografi, e l'unico che conservò al nostro paese il primato per bellezza e nitore di caratteri, per esattezza di composizione ed eleganza e vero gusto

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estetico d'arte, - onde s'immortalarono gli Aldi, Andrea d'Asola, i Griffio, Bodoni, Cornino, Bottoni, ecc. -ne impresse la miglior parte. Il resto altri. Quindi que' volumi hanno il raro pregio di racchiudere un tesoro di trattazioni di materia di giure raccomandato a' posteri da' più classici tipi del tempo. Non v'ha dunque meraviglia se sono ricercatissimi.

Né meno celebre io considero la causa Pignatelli Strongoli e Pignatelli per entità di argomento e di obbietto e per modo di trattazione.

Il principe Francesco Pignatelli Strongoli, padre di Vincenzo ora Senatore del reame d'Italia, in pena dell'amore ardentissimo che portava alla libertà, venne cacciato in esiglio. Lui iniquamente aggredì con lite sazievolissima un Ferdinando Pignatelli in retribuzione delle accoglienze oneste e dei beneizi de' quali quell'ottimo gli fu largo. Nell'aggressione protetto da Ferdinando II di Borbone, che aveva disegnato la rovina di quello e della sua spettabilissima famiglia, e, difeso dal bestiale Carrillo, che fra le altre coli' ufficio di Procuratore gli fu concesso ancora quello di avvocato, -benché la concessione non fosse tollerata dalla legge -, domandava niente meno che la espropriazione di qualunque ragione di beni e de' titoli appartenenti al detto principe, cambiandogli il nome di benefattore in quello di usurpatele.

La bisogna barellava; e 'l vecchio F. Pignatelli che erasene addato, perocché parte dei suoi avvocati male e per le lunghiere tirassero la difesa, ebbe ricorso al Nostro - suo lontano parente da quella di madre -, il quale, quantunque segno continuo agli strali avvelenati della

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Polizia, accettò l'affidatogli ufficio di sostenerlo contro il Ferdinando. Molte notti vegliate studiando la ragione della serie innumerevole de' fatti per applicarvi i principi del giure, lunghissime le ore di ansia, eterna la fede nel trionfoaequis juris. Certo dalle ragioni di fatto e di diritto avanzò imperturbato nell'arena giuridica. Dolore per lui di avere di fronte un Carrillo brutto cagnotto borbonico. Costui non durò all'impeto delle acute ed inoppugnabili deduzioni ed induzioni di fatto e di diritto; e, vinto, fu condannato nel suo clientelo ad una penale di 30m. ducati.

Il Nostro che ne cavò? Assai per il delicato cuor suo: abbracci e baci di riconoscenza del principe, de' fratelli e de generi di lui, e solennissime testimonianze morali di gratitudine della gentilissima signora baronessa Barracco suocera del principe Vincenzo Pignatelli presente senatore.

Certamente e' fu un mezzo milione di ducati, oltre a' titoli ed alla fama, ch'e' rivendicò a quella nobilissima famiglia.

E poi? Disinteressato fino alla sconvenienza, ei dovè sperimentare di qual natura sieno riconoscenza e gratitudine pe' fortunati potenti del mondo, e quanto aguzza sia la punta con cui la invidia ferisce. Il principe, il patriota, l'esule politico, il difeso vittoriosamente dall'aggressione di un ingrato favorito, converse la gratitudine in ingratitudine; e li avvocati che il Nostro ebbe a colleghi nel difenderlo non se gli mostrarono punto cortesi.

La causa è di vari volumi editi pe' tipi del rammemorato signor comm. G. Nobile, epperò tutti assai ricercatila

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importanza della quale si argomenta da questo mio succinto racconto e dalla corrispondenza del principe V. Pignatelli col Nostro, la quale la documenta.

Ed avrei di molti altri argomenti, a convincere chi peranco no 'l fosse, il Minervini nelle cose penali e civili poter avere rivali e non superiori.

VIII.

§. 35. Emmi ora di somma soddisfazione entrare nelle cose di Economia politica. Se in Parlamento e fuori lo profilai vindice strenuissimo del giure personale, or vo' che lo si vegga gigante del pari siccome vindice del reale individuale e collettivo nelle singole sue applicazioni.

E, prima di noverare i lavori ch'ei fece a vendicare codesto giure, dico le cose politiche e sociali d'Italia essere state pessimamente iniziate e tirate innanzi da G. Benso di Cavorro. Costui non creò nulla di nuovo con vera ragione di scienza economica e finanziaria. Prese da Inghilterra, -professante libera concorrenza per quelle tra le produzioni naturali ed artificiali della qualità e quantità delle quali essa sopravanzava tutte le altre nazioni civili-, le ordinazioni del libero cambio, applicandole scioccamente al reame di Sardegna, eh' era privo o lontano sconfinatamente dalla possibilità di ottenerla, incarognito ed infrollito dal sistema di protezione-reame impreparato alle pratiche e meno ancora alle teoriche speculazioni de grandi mercati del mondo. Di lavoro onnigeno per applicazione continua de' capitali sociali, di svolgimento progressivo della ricchezza, di officine o stabilimenti vasti d'industria, di grandiose moltiplici e sicure stipulazioni commerciali di qua e di là dell'Atlantico e del Pacifico, il beato reame non ne sapeva

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nulla. In val di Strema, in val Sesia sul Lago Maggiore, a San Pier d'Arena, e sulle riviere ligustiche orientale ed occidentale, ci fu, è vero, grande fervore di opera. Ma i filati di cotone, di lana e di lino, ma i tessuti, ma i pannilini e i pannilani, ma le stoffe seriche, i velluti, le ghise, ecc. che cosa furono e sono a petto di quelli e quelle d'Inghilterra, di Francia, del Belgio, della Svizzera e della Germania per conto di numero di specie, e di quantità, qualità e prezzo? E dove cosi la ragione di utile concorrenza! Non importa, dicevami un giorno il sor C. Cavorro nella sua villa di Leri, badate al consumo maggiore per la modicità progressiva dei prezzi degli articoli. Non la bevo cosi grossa, rispondevo io; mi dica, il denaro modico e ci ha pure a essere; e dove si ritrae se la concorrenza straniera inaridisca le fonti del lavoro nazionale? Pensa ella che i crisocrati, i ricchi proprietarì, al discadere della produzione artificiale del paese votino i forzieri a risollevarla con la certezza di vederla ridiscendere ai ' colpi di quella crescente consorrenza? Ella non considerò al diritto lo accorgimento e la prudenza di R. Peel né ben comprese l'obbietto della scuola di R. Cobden. Via! con quale articoli di produzione indigena concorrerà con la straniera, e dove, e come e quando e perché? Senta, io sono tutto pel libero cambio, ma non come lo intende lei, bensi come lo intendono ed attuano gl'Inglesi. Mi dia articoli nostri, i quali per ispecie, quantità e qualità non temano il confronto con quelli di qualsiasi popolo, ed io acclamerò subito il libero cambio. Ma Ella se ne va col monopolio; della pecunia pubblica usa a negoziare con privativa; le piccole imprese utilitarie vengono assortite dalle grandi sostenute da quella;

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e se si va avanti di questo piede in pochi anni le provincie sarde diventeranno altrettanti feudi della bancocrazia dello stato e di pochi privati cittadini ch'esso attrae a se colla affascinante attrattiva di sicuri e subiti guadagni favolosi sull'attività dell'universale. In questo senso ella vuole esercitare il diritto di associazione; ed è l'associazione de' ladri. Certo le associazioni operaie sono una ironica personificazione di quel diritto. Formate di nullabbienti costretti a dipendere dal capitale maneggiato dalle crisocrazia monopolizzatrice, e mummificate dalle virtù de' chimici di Polizia, elleno formano risparmi sulla miseria per riscattarsi dalla tirannide de' ricchi che speculano della loro impotenza sociale. Esclusi dalla partecipazione all'esercizio de' diritti politici, i nullabienti vivono fremendo tra il banco del lavoro e l'urna elettorale: cospirano. E chi le dice che cosa ne avverrà? Sicuro è che questi sono tempacci, perché i nullabbienti hanno saputo avervi una questione sociale da risolvere, la cui soluzione può ben venire diferita dal monopolio, -padrone estemporaneo de' moti politici-, ma deve risolversi secondo l'intendimento della odierna scienza economica, i quali si aggirano attorno al principio di libera libertà e di reciprocanza. Il sor Cavorro troncò il discorso guardandomi da capo a piedi con quel suo ghigno satanico che metteva ribrezzo e furore nelle anime oneste e civili. -Erano i 29 di agosto del 52. -Dopo lo vidi una sola volta, e sdegnai di salutarlo.

§. 36. Con lo stesso buon senso esordì nelle cose di Finanza. La ragione de' tributi diretti ed indiretti la importò di punto in bianco da Inghilterra e da Francia. Modellando il reame su

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quelle due floridissime nazioni, non si era accorto ch'elleno producevano tanto da poter imporre alle moltitudini con la certezza di un reddito progressivo perché progressiva era la produzione della ricchezza a cagione dei capitali applicati a lavori semplificati ed in miriadi di guise perfezionati, moltiplicati, ordinati e diffusi col minimo della spesa di produzione, di trasporto e di cambio? Ei d'altronde, parlando de' soli tributi prediali, qual norma per equa imposizione? Il reame non aveva estimazione censuaria, non Mappe e Catastri a modo, non Registri di voltura, imperfetto il sistema ipotecario. E dove così gli elementi di perequazione? I tributi edilizi ingiusti per la medesima ragione. E pegli altri quale scorta di criterì non essendovi segno di Statistica? E, senza questi fondamenti quale Programma di azione finanziaria lo stato sardo, imperiante Cavorro? Ma Cavorro, che aveva tirato a Torino Togno Scialoia ad insegnare a pagare a' renuenti subalpini, di queste inezie non si curava manco.

Creato il monopolio della pecunia e del lavoro, promesso un Eldorado a' babbei col libero cambio inteso a rovescio, trovata la chiave dello imporre con quella che quell'Eldorado rifarrebbe i contribuenti di mille tanti più, cacciò sangue da tutti gli elementi della natura perché esercitavano l'arte di far vivere anche gli spiantati.

Continuò la concorrenza degli articoli di produzione straniera, e vi fu assottigliamento di tasche; si piantò banca di usura, - votata per legge proposta e sostenuta da lui-, e vi fu nuovo assottigliamento di tasche; si fondò la Banca Nazionale unica, tirandovi dentro i denari dello stato e de' plutocrati, e vi fu ancora

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assottigliamento di tasche, -pella cessazione delle piccole speculazioni e delle piccole imprese, nonché pella sparizione delle piccole proprietà-; s'impose sugli articoli di prima bisogno il triplo di prima, e vi fu un progressivo assottigliamento di tasche; s' impose il decuplo di prima sull'esercizio di arti, mestieri, industria e commercio, e si continuò nell'assottigliamento delle tasche; si colpi di tasse progressive i prodotti in tutte le loro trasformazioni ed applicazioni, e crebbe vieppiù l'assottigliamento delle tasche; si pensò e si attuò il modo di spillare milioni sopra milioni colla infamia delle tasse di registro e bollo, ecc, ecc, e si finì col seccare le tasche di tutti diffìcultando l'intrapresa delle liti, le transazioni, i contratti, gli acquisti e le vendite, e via, via. Di qua il bisogno di nembi di locuste ufficiali, di spie, di ruffiani ed altra simile rogna politica e sociale. Neppur le rendite de' Comuni salve: i Comuni purché dieno l'anima, padroni di tuffarsi a gola ne' debiti: Polizia, sbirro e pretoriano, con decreti di scioglimento de' Consigli, se non si votino allegramente per lo stato. -Cavorro non rese mai conto della sua amministrazione. E sì che in proporzione che impoveriva il popolo gli aggravava lo some! Quindi inopia, oppressione e scontento crescente.

Chiuse la bocca a tutti colla industria delle guerre dinastiche: colle guerre si compenserebbero, diverrebbero altrettanti Cresi! Ma per farle quelle guerre e' ci vogliono quattrini. -Mano alle borse. -Elle sono vuote. - Dunque prestiti. - Prestiti sieno: Inghilterra, Francia, città anseatiche, America de' quattrini ne hanno. -E qual pegno di sicurezza?-I beni dello stato. - Sta bene. Ma dopo una, vienne un' altra guerra, e poi

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un'altra ancora. E i quattrini? - Ce ne sono: prestiti. -A quanto? - Al 60 per 0|0: è unjolie benefice pel Ministro e pe' tirapiedi:vada todos.E Cavorro moriva con un considerevole numero di milioni, e lasciava in eredità a coloro che gli succedettero, il più felice sistema di far bene le parti dello scroccone e del bancarottaio, nonché quelle del poliziesco e del birro.

§. 37. E l1 Nostro dovette assistere dal 61 in poi alle più barbare e più ladre proposte finanziarie che mai sieno state intese a memoria di uomini. I modi di Cavorro furono seguiti fedelmente: non a provvedere alla produzione, ma a ridurre al capezzale di morte il bello e ricchissimo de' paesi della terra.

I complici delle rovinose operazioni di prestito, i complici dal rovinoso sistema bancario, i complici della rovinosa guisa di liquidazione delle proprietà nazionali, i complici del rovinoso iniquo, brutale e stupido ordinamento d'imposte, ecc, non sono pochi, e tutti solidali nel sostenere i diritti divini della notte orfica, madre degli Dei e degli uomini. Ognuno capisce che, se si facesse giorno sulla reale condizione degli esiti e degli introiti dello stato, mille braccia di corda non basterebbero per impiccarli.

Quindi rimasti senza estimo nazionale, senza una statistica precisa e ragionata degli elementi della vita intima ed esterna della famiglia, del Comune, della Provincia e degli effetti della sua azione, cioè senza dati regolatori per imporre equamente; rimasti col monopolio bancario, con debiti incalcolabili, colla inevitabile necessità di farne ancora, impoveriti, senza credito al di fuori; rimasti alla corda della

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disperazione a far le corse de' funamboli; rimasti segno a tutti i vituperi della parte più scellerata della nostra società, che pretendere noi italiani da un Deputato per quanto sapiente, dotto, provvido, energico ed onesto? Tutto al più che i complici lo ascoltino per poi fischiarlo.

E Minervini conseguì molto da costoro se non lo impedirono sempre di far udire le sue proteste contro la ignoranza, la mala fede e l'abuso che fecero e fanno del loro ufficio; di additare qualche rimedio a mali che rinciprigniscono miseramente; e di profetare disastri imminenti e forse irrimediabili alla patria.

Facilmente verrà eletto dal Collegio di Montecorvino Rovella; ed andrà ad ingrossare un altra volta la schiera degli oppositori della Camera.

Ma a che riuscirà dopo i colpi di stato bianchi, dei quali i nostri ministri fanno un lusso così terrifico?

§. 38. Riuscirà a farsi rispettare ed amare vieppiù siccome uno de' più valenti difensori de diritti del popolo, pel quale, alla occasione del bilancio nel 64, proverbiò aspramente, ma sapientemente, il metodo amministrativo della pubblica cosa, preannunziando un abisso spalancato innanzi al paese e proponendo validissimi argomenti a ripararvi, - argomenti che la maggioranza de' complici sfacciatamente negò di discutere. - Oh era il Minervini!, di tanto stomaco da votare contro tutti i ministeri, ch'ebbero la santa ispirazione italianissima di ridurci ne' termini che siamo felicissimi... Oh era il Minervini! che col ricordato suoProgramma parlamentare nell'ottobre del 61 non temé insegnare al paese quali dovessero essere le strade da percorrere per riparare con buoni

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provvedimenti agli effetti di un pessimo sistema di governo tanto da lato politico che sociale. Oh era il Minervini! il quale ruppe i sonni nella zucca de' complici di Sarnico e di Aspromonte; ed accortosi a tempo, li manifestò ad Europa siccome agenti spensierati ed automatici della politica delle Tuglierie, e quindi quale onta e vitupero de' diritti e della dignità nazionale!-Sta bene: eglino trattano la loro causa, sì giusta, sì nobile, sì civile, sì umana!

Il Nostro mise loro il cultro nel cuore da se' anni in qua, specialmente in argomento di Economia e di Finanza.

Non fu di certo palparne l'orgoglio l'erompere con grande numero di nervose e taglienti argomentazioni circa allaTassa sulla ricchezza mobile! Ei argutamente per primo la denominòTassa sulla miseria stabile. Bandi alla recisa, ed irrefutabilmente provò essere assurda. Messa percontingente e non perquotità, a buon diritto la dimostrò ingiusta. Infatti così, e' disse bene, essa tassava la miseria, poiché colpiva la rendita di 250 lire, che pure non sarebbe stata del pari pagata da ciascuno contro lo Statuto. Osservò che, non la rendita, sì essa aggravava il capitale; che il metodo della tassa unica, una a quello della moltiplice, era proscritto dalla scienza economica e finanzia siccome ripugnante; e che, che dopo averla francata, tassava la industria, già aggravata per mille modi - I complici ne levarono i pezzi; fecero baldoria; sputarono su' loro petti; e guairono - Imbecilli! su quale base di fatto, dimostrato vero, fondavano la ragione di simile peso?...

Né il Nostro si cattivò il loro animo lorchè vedendoli correre a capofitto nello rincarare il prezzo

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del sale, del tabacco e delle lettere, diede loro una lezione di Economia elementare. Da quella imprudenza ingorda ei dedusse la conseguenza del contrabbando e dello sminuire della consumazione, causa di gravezza alla cittadinanza e di scapito all'erario - E fu così come doveva esserlo

Su questa dell'aumento del prezzo de' generi di privativa, e particolarmente del sale, e ci venne anche nella tornata de' 25 maggio dell'anno scorso. Ecco gli assunti che sostenne con scienza ed erudizione pari all'acume ed alla eloquenza.

«Signori, io mi propongo di parlare non al cuore de' miei colleghi, ma alla loro mente: intendo provarvi che la tassa sul sale sia incostituzionale, sia nocevole, sia ingiusta. Da ciò dedurrò che l'aumentare ciò che è in giusto, sia assolutamente incomportevole, e massime quando non il governo, ma la Commissione, fuori dei termini del suo mandato, e contro gl'interessi de' contribuenti, ci viene proponendo codesto aggravio enorme, inqualificabile.»

«Indi mi riserbo di provarvi con le cifre, desunte dalle statistiche delle nazioni più civili, la ingiustizia e l'assurdità della proposta.»

«Poscia vi farò la stessa prova colle nostre cifre, cioè con quelle che risultano dagli allegati che la Commissione ha uniti alla sua relazione. «

Giusto intendimento ebbe puranco la opposizione da lui fatta alla Tassasui fabbricati, avvegnaché, senza prò della Finanza, sia assai dannevole a chi manchi di abitazione, cioè al meno agiato ed al povero. -Io avrei a farci sopra qualche osservazione, ma no 'l faccio perché

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m'impegnerei in lunga disputa; e non è questo né il luogo né il momento.

Degna di encomi fu la discussione ch'ei sostenne contro la Convenzione di navigazione e di commercio stipulata con la Francia. Affermolla manchevole di dati statistici e funesta, perché, senza reciprocità, infeudava a Francia i mari, l'industria, l'agricoltura ed il commercio nostro per dodici anni. Ebbe ragione: le perniciose conseguenze crescono quotidianamente.

Ommetto ch'ei, rimescolatosi alla ladronaia delle ferrovie del Mezzodì, stette colle conclusioni della Commissione d'inchiesta; che nel 64 ripigliò il Ministro Sella della obbliqua e disastrosa natura delle sue industrie finanziarie. Invece di annunziare il fallimento, consigliavalo di appropriarsi la legge di economia che proponeva, la quale era a codesto di togliere un quinto delle spese dal bilancio ordinario ed un terzo dallo straordinario, e di contrarre un prestito nazionale di 800 milioni su' beni demaniali e di manomorta per non incappare nello baratto de' medesimi con agiotaggio di grassatori - l'egregio voleva prevenire un mercato già conchiuso!...

E la ragione della scienza rischiarata da quella della giustizia, lo trassero alla rampogna contro la Legge pitocca dellaritenuta sugli stipendi e sulle pensioni, perché la di lei applicazione li colpiva due volte essendo soggetti a quella della ricchezza mobile. Con tutto questo, quantunque di una flagrante ingiustizia, la maggioranza de' complici la votò a passo di carica.

Nella tornata de' 4 maggio 66 confutò il Decreto del 1 dello stesso mese intorno al corso forzato dei Biglietti

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della Banca Nazionale, siccome di grave pernicie al credito pubblico, alle altre istituzioni bancarie, e specialmente al Banco di Napoli.

Ad evitare le tantissime tasse che si volevano mettere, alla tornata 10 maggio 66, ei propose e svolse un emendamento per cui, invece loro, si avrebbe fatto l'aumento dell'aliquota dall'8 al 10 p. 0|0 sulla ricchezza mobile, riducendo il minimo non tassabile al reddito di lire 500.

Adoperò acciocché si serbasse la tassa sulla rendita del Gran Libro, la quale era già stata posta con la legge sulla ricchezza mobile. Scialoia voleva che la rendita iscritta venisse esonerata dalla tassa detta, però obbligando a pagarla coloro che l'avessero dichiarata o la possedessero intestata. Così esclude va gli stranieri ed i possessori di biglietti al portatore, i quali non la dichiarassero o non la avessero dichiarata - La proposta del Ministro non fu accettata (Tornata 10 maggio 66).

Nel medesimo giorno fece la proposta di emissione per un prestito di 800 milioni sui beni del Demanio o che si potessero a questo devolgere.

E pure agli 8 ed a' 9 del mese di maggio 66 insisté perché le facoltà eccezionali ed i progetti finanziari, proposti da Togno da Procida e dalla devota Commissione, si avessero a discutere dopo esaminati; e tanto alla occasione della guerra - Allora improntò eziandio, e lo dissi, contro le misure di eccezione proposte sulla stampa e contro la legge de' sospetti lungo la guerra.

Nelle tornate de' 22, 24, 25 e 30 maggio si oppose allaTassa sui redditi fondiari, ormai tassati con molte imposte; a quella concessa a' Comuni sui valori locativi de'

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fondi urbani; e riprese ad oppugnare l'aumento dell'altra sul sale, su' passaporti, sulle vetture, sui servi e famigli, sulla Istruzione pubblica, sulla enormità della tariffa relativa a' dazi di consumo; ed appoggiò la proposta stata fatta di una tassa unica proporzionale e non progressiva.

E già nella enunziata tornata del9 maggio votò contro i poteri eccezionali conceduti circa a finanza e contro la libertà all'occasione della guerra; e propose una tassa unica provvisoria di guerra pernon fiaccare sotto il cumulo di tasse innumerevoli il povero lavorante anziché l'ozioso ricco gaudente.

Ed altra volta protestò contro l'abito indelicato di m>ii discutere i bilanci; domandò sempre, e non ottenne mai i consuntivi; e provò largamente essere inconstituzionale votare spese ed imporre aggravi, far debiti e vender tutto a prezzo di ghetto, senza sapere in qual baratro colasse la pecunia del paese. All'ultimo votò contro l'esercizio provvisorio de' bilanci, avvegnaché, dopo se' lunghi anni, stimasse che fosse debito obbligare l'amministrazione a presentare sì i preventivi che i consuntivi.

Ei conobbe che cosa suonasse moralmente e materialmente la leggeLibertà della Chiesa. - Liquidazione dell'asse ecclesiastico, - scolta avanzata di 43 tasse proposte dal Ministro-, eppertanto a' 17 gennaio 67 formulò un eccellente progetto di legge, per cui la Finanza, con lo emettere 40 milioni di consolidato 5 per 0|0 alla pari, avrebbe ottenuto 800 milioni garantiti quale moneta produttiva senza andare per la usura degli stranieri. La semplicità e la lucentezza delle argomentazioni, e delle prove vi tirarono sopra gli sguardi

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e l'esame profondo di uomini sperti della materia e de' diari nostri e stranieri. Un tate progetto presentato alla Camera s'aveva a discutere; e poiché questa fu sciolta, si va vociferando il Ministero pigli a voler tentare di attuarlo in qualche parte.

§. 39. E da questo riassunto de' suoi lavori economici e finanziari appare quanta in lui sia la potenza dell'esame, della scelta, della distribuzione, dell'ordine perspicuo e la evidente utilità de' soggetti della intricata e svariatissima materia.

Duolemi soltanto che la condizione della pubblica e della privata fortuna sia ridotta a tale che le maggiori e migliori prove della scienza economica e finanziaria tornino di scarso o nessuno vantaggio. Voi potete loro appropriare la natura de' cerotti o degli empiastri apposti ad un postiema infossato o ad una cancrena inveterata, i quali per poco sembrano calmare la furia delle sostanze corrosive e risolventi, ma tosto si vede che a salvare questo o quello membro così infetto e guasto e' si debba ricorrere al ferro ed amputare per salvare il resto.

IX.

§. 40. Egli è di chi legge giudicare se sia facile rinvenire nel nostro ed in altri paesi civili una copia si grande di argomenti derivati da fatti egregi ed incontrovertibili per iscrivere una vita che glorifichi famiglia, patria ed umanità.

Considerato per tutti i rispetti, il Nostro torna esempio solenne di virtù domestiche e cittadine. Lo visita il genio de' canti? Egli sposa alle corde fedeli dell'arpa umanitaria le più delicate, le più forti e le più sante aspirazioni de'

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credenti nel trionfo della giustizia e della libera libertà mentre li percuote il flagello della tirannide del trono e dell'altare. - Si spazia per i campi dell'amena letteratura? Ed eccolo scegliere fior da fiore e far ghirlande e corone di civile ammaestramento ed appenderle alle statue de' grandi del mondo asiano, greco, romano, dei tempi dimezzo e de' presenti, i quali conferirono alla progressiva e diffusiva coltura de' popoli. -Pose riverente il piede sulla soglia del tempio di Fisi? E colla potenza penetrativa e sintetica della mente intende e rileva le leggi, gli ordini le condizioni, e gli armonici intendimenti degli elementi e delle singole nature del megacosmo e del microcosmo localmente inerti, organici ed inorganici, aventi moto da se o vorticosamente agitati e trasportati pe' vari punti dello spazio. - S'affige nella causa prima dell'essere? E, sobriamente metafisico e profondamente ontologo, egli estrinseca la ragione della idea ideabile e della domonstrabile, ponendone le relazioni, indicandone le astratte obbiettività, insegnando le fonti della creazione e de' principi eterni a' quali è ordinata. -Piglia per la storia delle azioni di umanità? medita su' giudizi recativi sopra dalle più eccelse menti de' secoli? considera la ragione onde i popoli da quella e da questi dedussero le norme migliori dell'ordinamento politico e sociale e le leggi più semplici ed umane? Ed ei colla filosofia della storia e del diritto, colla scienza di quelle leggi, metafisico ed ontologo prestantissimo ed oratore facondo e lucidissimo, corre le più difficili prove a vendetta degli oppressi, a tutela degl'insidiati, ed a sicurezza e miglior benessere di tutti. -Discorre per le ragioni della produzione e riproduzione naturale ed artificiale, delle sue trasformazioni, de' suoi

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cambi, dell'uso e del consumo suo, de' suoi valori, ecc, e' si appunta nel principio di libera libertà, e seco muove pe' governi, per le istituzioni loro, per i diritti tributi che impongono a' lavori di natura e d'arte, -coefficienti della ricchezza-; discende ne' visceri de' monti; s'aggira per le foreste; va par l'agricoltura; entra nelle officina; e cala nel profondo de' mari; raccoglie gli elementi della umana attività; traduce questa ne suoi effetti; li paragona con que' diritti; ed eleva la voce solenne contro gli autori loro, che, deliranti servi del diritto della forza, empiamente e stoltamente adoperano a sinistrare gl'intendimenti della natura e quelli dell'opera umana. E così della storia, della statistica e della politica imbraccia lo scudo a sostegno della libera libertà sociale, -primo domma della presente religione di economia politica.

E, quanto riassunsi, ho dimostrato.

§, 41. Que' dannati dellaGazzetta d'Italia, -lievito dellaPatria, dell' Avvenire, dellaGazzetta di Torino, dellaPerseveranza, e di tutti gli altri diari al soldo or di Momo, o di Mercurio, , or di Venere ed ora di Marte, or di Nettunno ed or di Priapo-possono bene anfanare attorno al Repertorio della Polizia, del mercato e del lupanare, a rinvenire fatti e frasi di calunnia a nome sì illustre; ma finché la storia, il buon senso e l'amore del vero e della libertà dure ranno, Minervini sarà amato e venerato, ed eglino sprezzati siccome i più abbietti creaturi dell'abbiettissimo, inferno poliziesco.

§. 42. Ed io il povero libro dettai a testimonio di stima e di affetto riconoscente, il quale, se non titolo di lode, saragli certo di scusa.

Ad ogni modo, ove altro frutto non ne abbia a ritrarre,

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questo credo di certo debba mi venire, di avere insegnato a studiare con diligenza ed amore le azioni degli uomini di qualunque parte. E chi non metta né diligenza né amore, ascoltando soltanto i suggerimenti dell'orgoglio offeso, della vanità umiliata, della ignoranza sconfitta, della petulanza irrisa, della malvagità denudata e della infamia traditora posta ad esecrazione della coscienza umana, costui certo di un onesto ne fa un ribaldo, di un sapiente un capone, di un patriota un assassino della patria-e tanto per fare Italia una e indivisibile, il maledetto!

Napoli 9 Marzo 1867.

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- 81 78 ricercarsi nella cerchia degli uomini dimenarsi nella cerchia dei nomi

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- 95 - 26 protesto pretesto

98 - 14 propugnanta propugnata

100 - 32 democratico democrate

105 23 quale articoli quali articoli

107 24 rifarrebbe rifarebbe

Conobbi così le opere dette abbisognare di nuove indicazioni di principio e di fatto politico e sociale, minute ed esatte al maggiore possibile. Laonde in quella che conducevo laStoria della guerra del Mezzodì e le cause e gli effetti suoi, pubblicata a Napoli ed a Ginevra fra il 61 e il 64, misi fuori due opuscoli usciti in luce a Bari colle stampe de fratelli Cannone, l'uno intitolatoOrganamento di circoli Sociali e l'altroRiordinamento de' Comuni e delle Provincie, ecc. E questi avevano intendimento di far ritratto degli elementi della forza politica e sociale del nostro popolo, di associarli tra loro, e ai ordinarli ad azione simultanea al condotto della libera libertà. Non fui inteso. Allora per rialzare la condizione de' nullabbienti, - che fanno 19 milioni di creature di Dio-, adottando un metodo conciliativo delle ragioni del capitale con quelle del lavoro, sotto il nome diRiorganamento delle Associazioni italiane, pubblicato a Lugano nel 62 per l'Associazione popolare di Salerno, di cui ero membro onorario, esplicavo più largamente il modo di raccogliere, classificare è disporre a quello fine gli elementi della forza detta. Ove i Comuni e le Provincie avessero attuato que' miei studii, oh quanto diverso sarebbe ora lo stato d'Italia! Non se ne occuparono; e quind'io fui costretto ad addoppiare la fatica per avere una minima parte di ciò che abbisognavo a compiere un lavoro di vent'anni.

Ora, pregando i più sinceri amatori e validi propugnatori della reintegrazione della persona giuridica italiana sì politica che sociale, a considerare questo bisogno mio, confortoli a vedere di quell'ultimo mio lavorietto, e di adoperare affinché mi torni utile per il fine enunziato.

Che se in tutto non estimassero attuarlo, lo vogliano almeno in parte, aiutandomi cortesi di quelle contezze che paionmi rispondere meglio a quel fine, cioè riferendo

1. Delle singole famiglie di ogni provincia, del nome dei suoi membri, del cognome, della condizione, de' titoli, degli uffici, ecc;

2. Delle persone della chiericia, della istruzione ed educazione che si da loro ne' seminari e ne' monasteri;

3. Di tutti coloro che hanno ufficio dallo stato, come Prefetti, Sottoprefetti, Questori, Ispettori, Delegati, ufficiali e guardie di P. S., spie stipendiate ed onorarie, Gendarmi, ecc. insegnanti, ecc;

4. Delle imprese comunali e provinciali, delle governative, ecc;

5. Dello stato delle Associazioni.

I gentili che mi esaudissero spediscano le memorie al mio indirizzo, Napoli, Largo Rosario di Palazzo, n. 17.

Cesare Perocco












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