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ATTI

PARLAMENTO ITALIANO

SESSIONE DEL 1861

Periodo - dal 20 novembre 1861 al 12 aprile 1862

(VIII Legislatura)

SECONDA EDIZIONE RIVEDUTA

______________

VOL. III

DISCUSSIONI DELLA CAMERA DEI DEPUTATI

TORINO 1862

EREDI BOTTA, Tipografia della Camera dei Deputati

VIA TEATRO D'ANGENNES, PALAZZO CARIGNANO

Parte 03 - [pag. 204-296]

INDICE

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TORNATA DELL'8 DICEMBRE 1861

PRESIDENZA DEL COMMENDATORE TECCHIO, VICEPRESIDENTE.

SOMMARIO. Seguito della discussione intorno alla questione, di Roma ed alle condizioni delle provincia napoletane -Spiegazioni personali e osservazioni politiche del deputato Spaventa - Incidenti sull'ordine della discussione e tu fatti personali - appello e proposta di chiusura del deputato Callenga - Spiegazioni personali e osservazioni dei deputati Avezzuna, Bertani, Conforti e Nicotera - SI delibera la chiusura dell'incidente - Proposta di chiusura della discussione generale del deputato Di Rorà, oppugnata dai deputati Mellana, Plutino, Ricciardi, Depretis e Castellano - Proposta del deputato Lanza Giovanni - Si passa all'ordine del giorno - Continua la discussione generale - Discorso del deputato Mancini per lo svolgimento del voto motivato proposto ieri - Discorso del deputato Panattoni in favore della politica ministeriale.

La seduta è aperta alle una e mezzo pomeridiane.

MASSARI, segretario, legge il processo verbale della precedente tornata.

GIGLIUCCI, segretario, espone il seguente sunto di petizioni:

7642. Di Caravana cavaliere Vittorio, già capitano in Novara cavalleria, ricorre nuovamente alla Camera per essere richiamato in attività e ripristinato nel suo grado, ed in ogni caso perché gli sia concesso l'uso della militare assisa e la collocazione a riposo colla pensione che gli compete.

70'3. I medici-chirurghi condotti dei mandamenti di Ponte San Pietro e di Caprino, provincia di Bergamo, presentano una istanza eguale alla petizione 6913.

7644. d'impiegali d'ordine, addetti al tribunale provinciale di Bergamo, ricorrono per ottenere un miglioramento sulla loro condizione d'impiego.

7645. Capaldo Francesco da Napoli, e per esso gli ufficiali destituiti in seguilo ai moti politici del 1820, si lagnano delle disposizioni emanate a loro riguardo coi decreti 28 dicembre 1860 e 30 giugno 1861 e chiedono riparazione.

7616. Cinquecentotredici cittadini di Mazara, provincia di Trapani, rinnovano l'istanza sporta colla petizione 681)1 per l'instituzione in quel capoluogo di circondario del tribunale di prima istanza.

7647. Gli impiegati del già Ministero di guerra del Napoletano reclamano contro il modo con cui venne operata la fusione loro nel personale del Ministero stesso in Torino.

7648. De Florentiis Felice di l'enne, provincia di Abruzzo Ulteriore primo, domanda di essere nominato controllore di dogana in quel comune.

ATTI DIVERSI

PRESIDENTE. Il signor Martinetti, capo stazione addetto alla ferrovia Vittorio Emanuele, fa omaggio di un suo scritto di economia politica delle strade ferrate.

Il Prefetto di Cuneo - 12 esemplari degli atti di quel Consiglio provinciale.

Cavaliere Giacomo Botta editore - Un esemplare: Statistica amministrativa del regno d'Italia, seconda edizione, riveduta ed ampliata per cura del Ministero dell'interno

SEGUITO DELLA DISCUSSIONE INTORNO ALLA QUESTIONE ROMANA ED ALLA CONDIZIONE DELLE PROVINCIE MERIDIONALI.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione intorno alla questione romana ed alle condizioni delle provincie meridionali.

«paventa. Chiedo di parlare per un fatto personale.

Nel discorso che l'onorevole Bertani leggeva ieri sera alla Camera egli parlò d'un partilo che esisteva in Napoli prima del 7 settembre, e ch'era partigiano del sistema di politica di cui egli fece la censura.

Sì, signori, questo partito esisteva in Napoli sin d'allora, ed io era uno di coloro che vi appartenevano.

Il deputato Bertani diceva non sapere come qualificare gli uomini di questo partilo.

Come debbano qualificarsi glielo dirò io.

Questi uomini avevano combattuto per la libertà del loro paese. (Rumori a sinistra)

Voci a sinistra. Questo non è un fatto personale.

Presidente Prego l'oratore di tenersi nei limiti del fatto personale.

SPAVENTA. Il deputato Bertani diceva di non sapere come qualificare gli uomini del partito la cui politica egli censurava.

Numerose voci a sinistra. Non è un fatto personale!

SPAVENTA. Debbo pur dire come questi uomini debbano essere qualificati.

Questi uomini aveano combattuto per la libertà del loro paese lunghi e lunghissimi anni, prima che il deputato Bertani venisse in Napoli; la loro qualifica era o una sentenza di morte pronunziata dai giudici borbonici sul loro capo, o lunghi anni di galera nobilmente scontati, o molti anni d'esilio... (Rumori a sinistra)

Voci a sinistra. Non è personale.

DEVINCENZI. Lascino parlare.

SPAVENTA... nobilmente sostenuti in terra straniera.

La loro qualifica era l'autorità e la fiducia di cui essi godevano fra i loro concittadini. Il deputato Bertani può dare anch'egli le sue qualificazioni; egli veniva ignoto tra noi.

Il sistema politico che quegli uomini procuravano d'introdurre in Napoli era il sistema politico che aveva raccolto la causa della libertà e dell'indipendenza italiana insanguinata e lacera a Novara, l'aveva fatta rivivere e prosperare nel piccolo Piemonte (tumori a sinistra); (Con calore) l'aveva fatta amare e rispettare dall'Europa.

205 - TORNATA DELL'8 DICEMBRE

Era il sistema politico che aveva condotto le nostre armi in Crimea per acquistarvi nuovo splendore ed aveva introdotto un piccolo Stato italiano nel' Consigli d'Europa; che aveva conchiuso l'alleanza francese, riconquistata la Lombardia, fatta l'annessione dell'Italia centrale e permesso a Garibaldi di scendere co' suoi mille prodi a Marsala. (Rumori a sinistra)

RICCIARDI ed altri a sinistra. Il regolamento!

CRISPI. Si faccia rispettare il regolamento!

PRESIDENTE. Non interrompano l'oratore!

LAZZARO. Si faccia rispettare il regolamento!

SPAVENTA, Era il sistema che aveva permesso, che aveva lasciato a Garibaldi passare lo stretto di Messina, aiutatrice la flotta italiana.

Era il sistema che aveva preparato la via a Garibaldi da Reggio a Napoli, in mezzo alle popolazioni acclamanti ed armate. (Bravo! a destra)

Era il sistema che aveva vinto a Castelfidardo, che aveva trasportata la bandiera italiana sulle rive del Tronto.

Era il sistema che voleva affrettare l'unione dei popoli meridionali cogli altri popoli italiani, acciocché con le forze riunite e con l'autorità morale di uno Stato di 32 milioni noi avessimo potuto riconquistare Venezia, riavere Roma.

Era il sistema che ha proclamato il regno d'Italia, che ha ottenuto che questo regno fosse riconosciuto dalle due principali potenze del mondo.

Era il sistema che ci ba assicurato il nonintervento, per cui noi siamo padroni in casa nostra e sediamo qui. (Bravo! al centro ed alla destra; rumori a sinistra)

Il signor Bertani veniva in Napoli per introdurvi un sistema ben opposto. Era dunque naturale che quegli uomini gli si opponessero; ed io fui uno di essi.

Che cosa avvenne allora? Nel sistema del signor Bertani era scritto: noi non faremo l'unificazione dei popoli meridionali cogli altri italiani se non si va prima a Roma, se non si conquista Venezia. Allora tutti i municipali, tutti i borboniani gridarono: ma a questo modo noi vogliamo l'unità come voi, noi siamo unitari più del signor Bertani, più degli altri. (Rumori, proteste a sinistra)

DEPRETIS Più degli altri no.

Voci a destra. Si lasci parlare!

SPAVENTA. Era questo come un volere l'unità per quel verso che non poteva succedere mai

CRISPI. (Con forza) Domando la parola per un richiamo al regolamento.

Voci a destra ed al centro. Non interrompano; si lasci parlare l'oratore. (Movimenti diversi)

SPAVENTA. Ed il signor Bertani si trovò avviluppato e circondato.

CRISPI. Si osservi il regolamento. (Sì! dalla sinistra)

Devincenzi e Voci a destra. Ma si lasci parlare l'oratore!

CRISPI. Parlerà a suo turno.

Voci a destra. Tocca al presidente il regolare le sedute.

Voce a sinistra. All'ordine! All'ordine!

DEVINCENZI. Gli vogliono togliere la parola!

CRISPI. Si faccia cedere la parola. Ora non gli spetta.

PRESIDENTE. Permettano, l'oratore ha chiesta la parola per un fatto personale. Questi rumori debbono assolutamente cessare.

Voci a sinistra. Ma non parla per un fatto personale; fa delle personalità.

PRESIDENTE. Spero che la Camera vorrà riconoscere che sempre le parole del fallo personale furono alquanto largamente interpretale. Il presidente, che deve conservare la più stretta imparzialità tra tutte le parti della Camera, non ha tolto la facoltà di parlare a nessuno di coloro che si dilungavano un cotal poco dai fatti personali pei quali aveano chiesto la detta facoltà; perciò non crede neppure in questo momento di toglierla al deputato SPAVENTA.

Prego bensì il deputato Spaventa di voler ridurre il discorso ai soli fatti personali che lo riguardano, altrimenti gli altri oratori che sono inscritti possono lagnarsi che venga loro soverchiamente ritardato, e forse alla fine impedito di prendere parte alla discussione.

SPAVENTA. Io assicuro la Camera che mi atterrò strettamente ai limiti di un fatto personale. Il signor Bertani si è permesso di dire che non sapeva come qualificare gli uomini che appartenevano a un sistema di politica opposto al suo. È notorio, è saputo da ognuno, che io era uno di questi uomini che in Napoli apparteneva a questo sistema opposto al suo, ed io ho il diritto e il dovere di difendermi e di dire quale era il sistema politico a cui io apparteneva, e nell'interesse della mia dignità che divido coi membri di questa Camera. (Bravo )

Allora che cosa avvenne? Il signor Bertani, senza volerlo, si trovò, come io dicevo, associato con tutti gli elementi municipali e borbonici del paese; ed io potrei citarvi molte nomine e molte disposizioni per provarlo; mi limiterò ad una nomina sola, a quella di un ex-deputato, del deputato Proto, della cui italianità e dei di cui spiriti nazionali la Camera di recente ha avuto luminose prove.

Il deputato Proto fu nominato ricevitore distrettuale di Noto; ma avvenne peggio, ben peggio.

Durante il governo della segreteria del signor Bertani, il dicastero di polizia, salve poche innovazioni fatte dal signor Romano, e ancora qualche piccola innovazione fattavi dal signor Conforti, rimase tale quale era sotto Peccheneda, Massa ed Aiossa...

ROMANO LIBORIO. Domando la parola per un fatto personale.

SPAVENTA... La prefettura o questura di Napoli rimase qual era sotto Governa e sotto Silvestri. La polizia attiva conteneva ancora 330 funzionari borbonici. Sicché, quando il sistema combattuto dal signor Bertani fu inaugurato un mese dopo in Napoli, io che ebbi l'onore di prendere a reggere l'amministrazione della pubblica sicurezza, per primo mio atto rimossi 42 impiegati borbonici dal dicastero, 38 altri dalla prefettura, 250 dalla polizia attiva. Dica ora la Camera quale dei due sistemi, quello del signor Bertani o il nostro, volontariamente o involontariamente, anzi io dico che fu involontariamente, ossia per la forza stessa delle cose, si conciliava più con i Borboni.

Il signor Bertani disse che il era nato sotto il sistema politico da lui combattuto; io mi limito a rammentargli i luoghi ieri sera citati dal signor Minghetti, San Severo, Isernia, Castel di Sangro, Avezzano, Montemiletto.

Il signor Minghetti fu ieri sera interrotto dall'opposizione, che diceva che quelli erano fatti di reazione e non di bri

206 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Ma vi è di più: il nucleo di queste bande fu formato da 680 galeotti scappati o lasciati scappare dalle galere dalla negligenza del sistema politico del signor Bertani... (Rumori a sinistra)

BERTANI. Domando la parola per un fatto personale. (Rumori)

SPAVENTA. Il signor Bertani disse ieri che il gio non si era potuto combattere, perché non si era avuto ricorso alla forza irregolare. Questa asserzione è intieramente inesatta. Questo ricorso alle forze irregolari si ebbe, e le forze irregolari restarono dappertutto insufficienti.

Io ricordo le forze irregolari del Romano, del Robecchi, del Pecorini e d'altri, e dappertutto le popolazioni e le autorità reclamarono l'aiuto delle forze regolari; ed era naturalissimo, perché quelle forze irregolari, mentre da una parte reprimevano il dall'altra seminavano involontariamente il germe della sedizione e dello sconvolgimento. (No! No!)

Il signor Bertani diceva che il non si era potuto distruggere perché l'elemento rivoluzionario era stato depresso.

Niente ancora di men vero.

Quali sono i luoghi dove il si è mantenuto più vivo ed ha più inferocito?

Nella Capitanata, nel distretto di Melfi, nei circondari elettorali di Atripalda e di Montesarcbio; e credo di non offendere, anzi di onorare parecchi de' miei colleghi, che seggono su quei banchi, dicendo che essi si tengono per rivoluzionari; io credo di onorare i miei colleghi, dicendo che essi debbono sapere di rappresentare le opinioni dei loro elettori.

Ebbene, quali sono le opinioni dei rappresentanti dei luoghi che ho citati, dove il è stato più fiero?

Io mi permetto francamente, senza reticenza, di citarle.

I rappresentanti, il cui nome è uscito dall'urna nei luoghi che ho nominali, sono i signori Saffi, DeBoni (Rumori a sinistra), il signor Ricciardi, il signor Avezzana, il signor Dassi. (Bravo! Bene! dalla destra - Interruzioni e proteste dalla sinistra) Il che prova, non che l'elemento rivoluzionario abbia creato il , ma, poiché l'elemento rivoluzionario non è rientrato nel suo letto, le popolazioni sono state mantenute in uno stato di eccitabilità, d'irritazione, d'incertezza, che le ha fatte diventare facile preda a tutte le suggestioni, a tutti gl'istigamenti dei partiti ostili al Governo italiano. (Violenti rumori dalla sinistra - Interruzione)

CRISPI. Non ci sono partiti ostili in questo recinto.

PRESIDENTE. Non interrompa l'oratore; parlerà a suo tempo per un fatto personale.

SAFFI. Sono provocazioni alla guerra civile. (Vive interruzioni)

GALLENGA. (Con vivacità) Chiodo di parlare... (Rumori) sull'ordine della discussione.

PRESIDENTE. Prego i signori deputati a non fare che succeda uno scandalo in quest'Assemblea.

UN DEPUTATO alla sinistra. Per un fatto personale non, si parla mezz'ora...

MICELI. Non s'insolentisce, non si calunnia!

RICCIARDI. Cosi non si fa l'Italia... (Rumori crescenti- Interruzione - Vociferazioni a sinistra)

Voci dalla destra. Silenzio! (Il presidente agita invano il campanello)

NICOTERA. È il protettore dell'uccisore di Mele... (Vivi rumori)

PRESIDENTE. Se non cessano questi rumori, il presidente sarà nella necessità di coprirsi e di sospendere la seduta. Prego caldamente i signori deputati, a qualunque parte della Camera appartengano, a non voler dar luogo a disordini.

GALLENGA. Domando la parola per una mozione d'ordine

PRESIDENTE. Permetta prima che termini il deputato SPAVENTA... (Nuovi rumori e grida a sinistra)

GALLENGA. Allora l'ordine non si stabilirà mai più!

PRESIDENTE. Parlerà dopo...

Voci. Sì! si!

Altre voci a sinistra. Non si può interrompere! Silenzio!... (Rumori)

GALLENGA. Sentano quello che voglio dire; sono poche parole...

Voci. No! noi Non interrompa.

PRESIDENTE. 11 deputato Spaventa continui

SPAVENTA. Sono dolente della tempesta che ho suscitato nell'opposizione; del resto io credo di non aver offeso nessuno personalmente. Io non ho fatto che esporre dei fatti; se l'opposizione può contrastarli, ha la libertà della parola, che non mai le è stata negata dalla Camera.

PRESIDENTE. Le ho conservalo la parola; dunque continui.

SPAVENTA. Che cosa io conchiudo da tutto ciò? Conchiudo io forse che il Governo deve rinnegare l'elemento rivoluzionario? No. Conchiudo io forse che il Governo deve per poco conciliarsi coll'elemento borbonico? Giammai! Tutti gli atti della mia vita e della mia amministrazione mi danno il diritto di dire: giammai!

Ma, o signori, nel nostro paese, come in tutti i paesi d'Europa, vi sono due partiti l'uno a fronte dell'altro. Il partito liberale, il partito propriamente dei perseguitali e il partito dei persecutori. Ma in mezzo a questi due partiti vi è la grande maggiorità del paese, un grande numero di intelligenze, di capacità, di braccia che non posson dirsi appartenere né al numero dei martiri, né a quello dei martirizzatorì.

Ora, quo! che io dico è che il Governo dovendo, e non potendo far altrimenti, appoggiarsi sopra gli elementi liberali, deve pure badar bene di non alienarsi da sé questa immensa maggiorità del paese. Per non alienare da sé questa immensa maggiorità del paese, esso deve procurare di scernere nel partito liberale tutti gli elementi organici «governativi che possano ritenere questa maggiorità devota al nuovo ordine politico.

Il Governo del Re, quando fu instauralo nelle provincie napoletane, tentò appunto di fondarsi, cavando le sue forze da questa maggiorità.

Il plebiscito fu un atto di volontà di questa maggiorità, la quale ha accettato il Governo nazionale per goderne i diritti e i benefizi.

II sistema politico del signor Bertani non è che la rivoluzione, e non vede altro modo di fondare e consolidare un Governo che la rivoluzione.

Signori, dico un'ultima cosa, e termino.

L'elemento rivoluzionario italiano, prima del 1859, eri un elemento astratto, un elemento spontaneo e generoso; ma che non teneva conto della realtà del presente e del passato d'Italia. Esso tentò di rinnovare più volte il nostro paese, facendo di esso come una tavola rasa, e non riuscì. Ne] 1859 fortunatamente questo elemento parve trasformarsi. Esso ri

207 - TORNATA DELL'8 DICEMBRE

Il sistema del signor Bertani tende a ricondurre l'elemento rivoluzionario italiano nelle sue antiche vie. L'associazione dell'elemento rivoluzionario coll'elemento dell'autorità ha fatto l'Italia; il sistema del signor Bertani tende a scindere quest'alleanza. Fra i due sistemi l'Italia ha scelto. (Bravo! a destra)

PRESIDENTE. Il deputato Romano ha facoltà di parlare per un fatto personale.

GALLENGA. Ma io aveva domandato la parola per una questione d'ordine.

PRESIDENTE. Trattandosi di fatto personale, ciascuno ha diritto di parlare.

GALLENGA. Io credo che la questione d'ordine debba avere la precedenza. Me ne appello al signor PRESIDENTE. (Rumori)

Io spero che mi sarà dato di spiegarmi in poche parole su questo incidente.

CRISPI. Bisognava prima, signor Gallenga, persuadere il suo collega, (Rumori)

GALLENGA. Io parlo per la concordia. (Rumori)

PRESIDENTE. Se si tratta d'una quistione d'ordine, allora io gli do la parola'; ma lo prego di limitarsi ad essa.

GALLENGA. Se io non sono interrotto, dirò due semplici parole.

Io credo che la discussione sia ora entrata in un terreno dove non dovrebbe inoltrarsi maggiormente. A me pare che il signor Spaventa, il quale è un uomo savio ed onoralo, abbia avuto torto di svegliare sentimenti e suscitare discussioni le quali non possono tendere al bene del paese. (Bravo. Bene!)

Signori, l'Italia domanda a noi leggi, domanda ordinamenti amministrativi, non vuole accuse e recriminazioni. (Bravo! da tutti i lati della Camera)

Io scongiuro (Volgendosi alla sinistra) questi signori, fra i quali ho molti onorati amici che io stimo, di dare campo a queste discussioni in altro luogo, ma non nella Camera; la Camera non può, non deve occuparsi di queste cose. Per amore d'Italia, io li scongiuro a non più toccare siffatte questioni. (Bravo!)

RICCIARDI. Appoggio.

GALLENGA. Io propongo quindi che si chiuda la discussione generale, e che questi signori abbiano la generosità di non replicare, di non insistere su queste cose, (foci a sinistra: SU sì! - Applausi)

Una voce a sinistra. Noi vogliamo la concordia e la fiducia. (Rumori)

PRESIDENTE. Non ha la parola. L'ha il deputato Romano per un fatto personale.

Avezzana. Domando la parola.

ROMANO LIBORIO. lo cedo la parola al signor Avezzana.

PRESIDENTE. Il deputato Avezzana ha facoltà di parlare.

AVEZZANA. Faccio osservare che per accettare la proposta del deputato Gallenga bisogna che il signor Spaventa ritiri l'accusa che ha fatto a quegli onorandi collegi, uno dei quali io rappresento.

Io sono stato eletto dal collegio di Montesarchio contro il mio desiderio, perché non mi conosco quei talenti oratori! che si richieggono per potermi presentare degnamente davanti ad un'augusta Assemblea come quella che rappresenta ora l'Italia libera (Con calore), quell'Italia che io ho sempre amata con tanta forza, che mi sono portato alla distanza di cinque mila miglia per sacrificarle la vita. (Bravo! a sinistra)

Io ho adottato il programma di Garibaldi, che è quello di Vittorio Emanuele e l'Italia una. A questo programma mi troveranno sempre fedele. Quantunque vecchio e curvato sotto il peso degli anni, come mi trovo al giorno d'oggi, non sarò mai secondo a nessuno nel momento della lotta.

Io mi associo al miei colleghi della sinistra, perché io non posso sedere che alla sinistra. Essendo stato esule per quarant'anni, ed avendo vissuto, per vicissitudini dei tempi, fin tra i selvaggi, non potrei sedere che da questo lato. (Ilarità prolungata) Ma io dico a tutti: tacete; che non si senta più una parola di dissidio fra noi; non ci regni Che fratellanza; siamo tutti concordi per armare là nazione, per organizzare la popolazione intiera in una completa guardia nazionale, per animare la gioventù al tiro del bersaglio, e per fare della nostra patria una nazione armata; che quando noi avremo la gioventù famigliare col fucile, quando essa sarà abile nel tiro al bersaglio, allora noi li faremo tutti soldati in quindici giorni.

Io dunque raccomando la fratellanza e la concordia, acciocché non si veda in noi tutti che una sola famiglia disposta ad ogni sorta di sacrifici per l'Italia.

PRESIDENTE. Il deputato Bertani ha facoltà di parlare per un fatto personale.

BERTANI. Io dichiaro che potrei smentire ad una ad una le asserzioni del signor Spaventa; questa smentisco per la prima: che nel tempo in cui io fui segretario generale sotto il governo di Garibaldi si siano schiuse le carceri o lasciato fuggire appositamente, deliberatamente i rinchiusi (foci: No! no!); poniamo anche per incapacità ed imprevidenza: io mi appello al signor Conforti, allora ministro di polizia, perché attesti se io più volte non venissi a dirgli che si temeva le carceri non fossero ben guardate, e che le popolazioni si preoccupavano della fuga dei prigionieri; e come egli mi tranquillasse accertandomi che la vigilanza era attiva e le carceri erano chiuse.

Del resto accetto la proposta del signor Gallenga, e senza togliermi il diritto ed il dovere ili rispondere altrove, e come si voglia e si deve al signor Spaventa, avanti all'invocazione della concordia io rinuncio alla parola.

CONFORTI. Debbo dichiarare al cospetto della Camera che al tempo della dittatura, le convinzioni del signor Bertani ed il suo sistema erano diversi dalle convinzioni nostre e dal nostro sistema, ma io sono intimamente persuaso dei suoi intendimenti patriottici.

Debbo dichiarare che, durante la dittatura, la città di Napoli, affidata al patriottismo dei cittadini e della guardia nazionale, si mantenne oltremodo tranquilla. Basti il dire che durante quel breve periodo si compì l'atto più solenne che abbia avuto luogo in Italia, il plebiscito (Bravo! Benissimo!), e si compì con quella calma e con quella unanimità che fa l'elogio di quel popolo generoso.

Né devesi dissimulare clic veramente le nostre condizioni erano straordinarie; avevamo la guerra alle porte, 58 mila soldati borbonici nei propugnacoli di Capua e di Gaeta, oltre 30 mila soldati che, abbandonate le bandiere, rendevano difficilissimo il mantenimento della sicurezza pubblica.

La fuga di alcuni condannati dall'isola di Ponza è un fatto di tanto poca importanza, che poteva passarsene l'onorevole Spaventa. Signori, quando cade un Governo con tutta la forza

208 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

SAFFI. Accetto anch'io l'appello fatto alla concordia e alla dignità dell'Assemblea dal deputato Gallenga, e per ciò che mi riguarda personalmente non rispondo.

Ma non posso lasciar passare in silenzio insinuazioni che vanno a ferire molti generosi patriotti delle provincie meridionali, quelli che iniziarono e regolarono in quei paesi la rivoluzione in Basilicata ed altrove.

Sono rappresentante dei circondari elettorali d'Acerenza, di Genzano, di Ruoti e d'altri comuni della Basilicata. Questi distretti furono sin dall'aprile travagliati dal Ma il non era indigeno in quelle terre; vi fu importato da altre provincie. I magistrati, i sindaci, i cittadini tutti di quei comuni combatterono valorosamente contro i briganti; il presidente della sezione elettorale di Genzano e di nuoti, autore della protesta per le irregolarità seguite da principio contro la mia elezione, fu l'egregio Federico Mennuni, fratello di quel David Mennuni, il quale, alla testa delle guardie nazionali a cavallo di quei comuni, accorse fra i primi a reprimere i tentativi della reazione, combattendo eroicamente contr'essa. E tutti i cittadini della Basilicata si distinsero per simili prove.

Questi sono i miei elettori. Vi può essere complicità fra tali uomini e i fautori dei Borboni?

Voci a destra. No! No! Non si è detto questo!

SAFFI. Poteva la loro elezione essere effetto d'ignoranza o disordine?

Vi può essere cosa che più onori la nostra rappresentanza, la nostra elezione, del carattere e dei fatti di questi elettori? (Bravo!)

Queste parole io doveva alla verità della storia, alla giustizia, alla dignità di quei generosi.

NICOTERA. Chiedo di parlare per uno schiarimento.

PRESIDENTE. Non potrebbe parlare che per un fatto personale.

NICOTERA. Scusi, il deputato Saffi ha parlato per uno schiarimento. Del resto le mie parole avranno relazione con un fatto personale.

PRESIDENTE. Allora ha facoltà di parlare.

NICOTERA. Non verrò a combattere le asserzioni del signor Spaventa, imperocché siamo qui riuniti pel bene del paese che dobbiamo salvare e non già per gettare il seme della discordia. Non voglio ricordare al signor Spaventa che cosa egli fece quand'era al potere, potrei dirigergli dei rimproveri tali da farlo arrossire, s'ei n'è capace. (Vivissima interruzione e segni di riprovazione a destra ed al centro)

SPAVENTA. Domando che si ritratti. (Rumori)

NICOTERA. Si dice che nel tempo della rivoluzione furono liberati i carcerati.

Signori, quando Garibaldi entrò in Sicilia, io era ancora in galera e ne fui liberato dopo la partenza delle truppe borboniche. Nel bagno in cui mi trovava erano mille condannati per reati comuni. Ora sapete voi chi trattenne quei condannati nei luoghi di pena? Fui io che mi onoro di essere un rivoluzionario. Se poi furono liberati, domando al signor Spaventa chi li liberò. (Agitazione)

GALLENGA. Domando che s'interroghi la Camera se la chiusura è appoggiata. (Rumori a sinistra)

PRESIDENTE. Se dieci membri non la domandano, il presidente non la può mettere ai voti.

GALLENGA. Per onore della patria e della concordia domando la chiusura.

Voci a sinistra. La chiusura dell'incidente?

MELLANA. Se è la chiusura dell'incidente, la votiamo.

GALLENGA. Ho proposto la chiusura della discussione sull'incidente in mal punto risvegliato dal deputato Spaventa.

PRESIDENTE. Domanderò se è appoggiata la chiusura proposta dal deputato Gallenga.

(S'alzano la maggior parte dei deputati. )

Essendo chiusa la discussione sull'incidente, continua la discussione generale. La parola è al deputato MANCINI.

Voci a destra. La chiusura! la chiusura!

DI RORÀ. Domando che si pronunci la chiusura della discussione generale, e ne spiegherò le ragioni.

MELLANA. Domando la parola contro la chiusura.

PLUTINO. Domando la parola contro la chiusura.

PRESIDENTE. Ma prima bisogna che il deputato Rorà spieghi la sua proposta.

DI RORÀ. Faccio osservare alla Camera che da otto giorni verte questa discussione di carattere puramente politico, che parlarono oratori della sinistra ed oratori della maggioranza; il Ministero ebbe campo a rispondere alle osservazioni che gli furono fatte ed a spiegare le sue intenzioni sulla direzione politica da darsi in avvenire. Ho osservato che vi sono ancora quaranta oratori inscritti

BOTTERO. Domando la parola.

DI RORÀ... e che abbiamo a discutere trenta progetti di legge che furono presentati.

Si è parlato finora di politica. Mi permettano di dire io pure una parola in proposito.

Io credo che la Camera sia chiamata ad un atto di alta politica, e che dopo aver discusso le attuali condizioni politiche, debba accingersi a far l'atto il più politico possibile, quello cioè di occuparsi degl'interessi del paese e di discutere questi trenta progetti che furono dal Ministero presentati.

Per queste ragioni domando la chiusura della discussione.

PRESIDENTE. Il deputato Mellana ha facoltà di parlare contro la chiusura.

MELLANA. Io non posso comprendere come da un deputato della maggioranza, dopo il doloroso incidente di ieri e dopo essersene fatto sorgere oggi un altro ancora più grave, si domandi la chiusura della discussione generale in questo punto.

Non è vecchia la tradizione di questo Parlamento che, laddove si tratti di una questione ministeriale, si facciano sorgere degl'incidenti dolorosi per isviare la mente dei deputati. (Ohi oh! Proteste e rumori a destra ed al centro)

PRESIDENTE. Perdoni il deputato Mellana. Altro è che siano sorti incidenti i quali abbiano sviata la discussione, altro è che alcuno gli abbia promossi col proposito di farla sviare. La prima asserzione è libera al deputato Mellana; quanto alla seconda, egli certamente vorrà astenersi da ogni insinuazione contro le intenzioni degli oratori che in quegli incidenti parlarono.

Una voce a destra. Chi è che ha fatto sorgere questi incidenti?

MELLANA. Osservo all'onorevole presidente, del quale io divido pienamente l'opinione, che io non credo aver detto che ora si facciano sorgere; dissi che noi abbiamo assistito più volte a questo doloroso spettacolo. Non vi ricordate voi del modo in cui fini l'interpellanza Garibaldi?

209 - TORNATA DELL'8 DICEMBRE

Ed è in questo modo che il Parlamento continuerà à mantenere quella dignità che seppe a giusto titolo procacciarsi? Oh certamente no.

Signori, vi sono momenti difficili in tutte le posizioni sociali, ve ne sono anche fuori di questo recinto, e ve ne sono anche davanti alla maestà della nazione, di cui noi siamo i rappresentanti. Né è questo l'unico Parlamento che sia caduto in simile errore; forse siamo ben al di sopra degli altri, perché appunto ne contiamo pochi.

Ma io domando a voi, o signori, se sarebbe salva la dignità del Parlamento quando si chiudesse in ora la discussione; se il verdetto che si sarà per dare al Ministero avrà quell'autorità che deve avere.

lo non chiedo che s'impieghi gran tempo; e ciò dico per rispondere a quella sciita osservazione che noi abbiamo delle leggi da discutere, per cui basta l'osservare che, chiusa l'interpellanza, forse si vedrebbe rinnovellati ciò che vedemmo pochi giorni fa, quando il Parlamento non tenne seduta per otto giorni.

Queste sono cose oramai vecchie.

lo non dico neppure che l'ordine degl'inscritti per la discussione debba avere il pieno suo compimento'; nessuno ciò pretende; ma è fuori di dubbio che, dopo che gli animi si sono esacerbati, dopo che si sono oltrepassati i limiti naturali nei quali doveva rimanere la discussione, si "dovrebbe almeno lasciar la parola a qualche oratore.

Non e questo il sentimento che vi ha indotto ieri a stabilire che in giorno festivo tenesse questa riunione, e così guadagnar tempo e autorità al Parlamento? E dopo che votaste, per questo sentimento degno di voi, la seduta d'oggi, dopo un incidente forse ancora più grave di quello di ieri, voi chiedete la chiusura della discussione?

La chiusura proposta dall'onorevole Gallenga sentiva di patrio affetto, e noi tutti l'accettammo; ma non crediamo che subito dopo si possa accettare quest'altra proposta fatta da un banco della maggioranza. "

PRESIDENTE. Il deputato Plutino intende parlare contro o prò della chiusura?

PLUTINO Contro...

PRESIDENTE. Il deputato Bottero?

BOTTERO. Contro

PRESIDENTE. Il deputato Lanza?

LANZA GIOVANNI. Per la chiusura.

PRESIDENTE. Ha la parola.

LANZA GIOVANNI, lo non so comprendere l'indignagnazione dell'onorevole Mellana riguardo alla mozione fatta dall'onorevole Rorà.

Egli suppone che questa proposta tenda a soffocare la discussione, ad impedire cioè che le diverse parti della Camera, ed in ispecie la sinistra, possano interamente esprimere la loro opinione e dare sfogo a tutti quegli appunti od osservazioni di qualunque natura atte a porre in rilievo i gravami contro il Ministero.

Ma mi si permetta di dire che questa indegnazione mi par poco fondata, dopo sette giorni di discussione sopra un tema, intorno al quale si sono già sentiti sopra venti, almeno dodici oratori della sinistra.

Voci a sinistra. No! mai più!

LANZA GIOVANNI. È certo che fu assai maggiore il numero degli oratori della sinistra, e, se non sono dodici, saranno undici, ma non meno.

La mozione del deputato Di Rorà venne inoltre fatta nel momento in cui un deputato della maggioranza chiede di parlare, e quando due discorsi in senso contrario si sono ieri sentiti.

Mi permetta dunque l'onorevole Mellana di non credere che sia molto profonda la sua indignazione. (Ilarità)

MELLANA. Domando la parola per un fatto personale. (Si ride)

I. ANZA GIOVANNI. Ritratto la parola, se gli dispiace; abborro dai fatti personali, perché sono troppo avverso a questo genere di discussione. (Bene! a destra)

Noi, o signori, dobbiamo avere di mira particolarmente due scopi: il primo si è di occuparci con tutta alacrità dell'ordinamento del regno, e per questo i progetti di legge non fanno difetto.

La Camera negli uffizi lavora alacremente, e credo che qualche relazione, se ancora non è in pronto, lo sarà tra poco. Anzitutto l'interesse del paese richiede che si pensi a questo ordinamento, e una buona parte degli argomenti addotti in questa discussione, tanto dai sostenitori, quanto dagli avversari del Ministero, tendono appunto a provare la necessità di accelerarlo.

Altra mira che dobbiamo avere presente è l'impressione che farà nel paese ed all'estero una discussione protratta al di là di quanto richiede l'importanza dell'argomento.

Dopò sette giorni di discussione io non so se vi sia ancor chi abbia l'intima coscienza di esporre delle cose nuove, di suggerire al Ministero e alla Camera rimedi! nuovi ai mali che si lamentano; tutto è stato detto.

Che cosa avverrà se voi protraete questa discussione? Quando una discussione è troppe protratta, quando tutti o la massima parte cominciano ad esserne stanchi, è facile sdrucciolare nelle personalità, nelle recriminazioni; è fi. Cile, esaurito l'argomento principale, di cadere negli accessori], e gli accessorii sono pericolosi. (Bene! a destra)

I due disgustosi accidenti accaduti nella seduta d'ieri e in quella d'oggi dimostrano appunto quanto sia pericoloso il voler persistere in questa discussione.

Non è poi né giusto, né parlamentare di attribuire ad una parte della Camera o a un deputato qualsiasi l'intendimento di aver voluto trascinare (a discussione sul terreno delle personalità e delle recriminazioni.

Io ho troppa stima dei miei colleghi e troppa fiducia in essi per credere che questo pensiero possa un momento solo balenare alla loro mente.

E diffatti noi vediamo che, pronunciata una parola di concordia, avvertili quelli che si lasciarono un momento trascinare da una passione del momento, come tutti concordi abbiamo esclamalo: rinunciamo alle personalità, rinunciamo alle recriminazioni, e ritorniamo ad occuparci degl'interessi del paese.

Possa questo sentimento, che scoppia così impetuosamente dall'anima di noi tutti, dimostrare non essere nel pensiero di nessuno di noi di voler appositamente provocare personalità. Respingiamo con isdegno un'insinuazione di questa natura. Panni pertanto che la mozione dell'onorevole Di Rorà sia quanto mai ragionevole ed opportuna.

Con ciò io non intendo di insistere vivamente sulla mozione tal quale la pose l'onorevole Di Rorà, ma almeno io amerei che la Camera prefiggesse un limite a questa discussione fin d'ora, e dichiarasse di sentire ancora tutto al più un oratore per parte.

In questo modo si concilieranno i desidera di tutti, eia discussione non andrà al di là di quanto veramente convenga; e credo che tutti i desiderii rimarranno con ciò soddisfatti. (Bravo! a destra)

PRESIDENTE. La parola è al deputato Plutino.

210 - CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL 1861

PLUTINO. Io mi oppongo alla chiusura, perché il paese non può restare sotto l'impressione di questa face di discordia che si agita in mezzo alla sua rappresentanza.

Io però, animato da un santo desiderio di conciliazione, arerà proposto un ordine del giorno, col quale sperava che in questa Camera si aressero potuto accordare tutti gli elementi di discordia, e che tutti i patriotti, tutti i figli più eletti d'Italia, inginocchiali davanti alla croce di Savoia, avessero potuto intendersi per il bene della patria. ,

Furono i promotori della discordia nel nostro paese che vennero a gettarla qui (Rumori), in mezzo alla rappresentanza italiana, di contro al desiderio dì rimuovere tutti quanti i dissidi che da quattordici mesi contristano la patria nostra.

Io, personificando in me la suprema rappresentanza della nazione (Ohi ohi), grido al signor presidente del Consiglio dei ministri: signor presidente, allontanate da voi questi serpenti a campanello..... (ohi ohi - Violenti rumori alla destra) non vogliamo più partiti in Italia; che tutti i figli prediletti delta patria si riuniscano, e sotto lo scettro di Vittorio Emanuele provvedano alla sicurezza della patria. Il nostro pericolo non dipende dalle finanze; noi abbiamo olio, abbiamo grani, abbiamo …..... (Ilarità e rumori) che daranno oro quanto basti all'Italia. Il nostro pericolo non è per mancanza di soldati; tutti gli Italiani, il giorno in cui si attentasse alla nostra indipendenza, prenderanno un tizzone all'Etna e al Vesuvio, e, corazzati del macigno delle Alpi, combatteranno tutti gli stranieri che ci attaccassero non solo, ma incendieranno il paese loro. Il nostro pericolo sta nella nostra discordia, sta in coloro che invece di amare la patria amano loro stessi.

Io quindi invito il presidente del Consiglio a trovare il mezzo di stendere la mano a tutti gli altri partiti politici che esistono in Italia, affinché si consolidi il Gabinetto del regno italiano, e provveda al riordinamento ed al benessere del nostro paese.

PRESIDENTE. Il deputato Bollerò ha facoltà di parlare.

RICCIARDI. Ho domandalo la parola io contro la chiusura.....

PRESIDENTE. Era iscritto prima il deputato Bollerò, e poi il deputato RICCIARDI.

PLUTINO. La cedo al deputato RICCIARDI.

PRESIDENTE. Il deputato Bottero le cede la parola.

RICCIARDI. Grazie. Non debbo dire che due parole, lo credo che la discussione non si debba prolungare tropp'oltre, ma non credo neppure si debba chiudere subito. E ciò perle due seguenti ragioni. In primo luogo ebbi già ieri L'onore di dire agli onorevoli ministri non aver eglino risposto abbastanza alle dimandi degli interpellanti; ripeterò oggi lo stesso. Essi avrebbero soprattutto dovuto rispondere a quello che fu dello di alcuni decreti, qualificati incostituzionali, perché implicavano delle spese che la Camera sola doveva e poteva decretare; incostituzionali, perché provvedevano ad ordini cui la Camera sola ha diritto di provvedere.

La seconda ragione è la seguente. Da tutti i discorsi che sono stati fatti dagli oratori, cosi della destra, come della sinistra, io non ho rilevato se non due sole idee pratiche. La prima, esposta dal deputato Bertani, sarebbe rigettata dalla maggioranza, ed è quella dell'andata a Napoli del generale Garibaldi.

D'ONDES REGGIO. Domando la parola contro la chiusura.

RICCIARDI. La seconda, che ebbi l'onore di emettere io, fu derisa da molti, fu riputata indegna di essere discussa, ed è quella del trasferimento del Governo e del Parlamento a Napoli (Oh! Oh! Rumori)

Mi lascino parlare col fine d'interporsi fra il pericolo della reazione, e il pericolo della rivoluzione.

A questo proposito, per dimostrare che la discussione non debba chiudersi in questo momento, dirò alla Camera essere giunte da quel paese lettere gravissime. Non accennerò che questo fatto, cioè che nella Basilicata, in tutti i luoghi dove il si mostra più minaccioso, le popolazioni fanno da sé, costituiscono governi provvisorii. Ora questo mi sembra un pericolo immenso; e in questo momento io parlo di conservatore, non da rivoluzionario, quale i più mi credono. Dunque è urgente che il Governo provveda.

Ora, in qual modo deve il Governo provvedere?

Bisogna, in primo luogo, che questa discussione non riesca sterile affatto; bisogna che sorga da essa un'idea pratica; bisogna che sorga almeno una parola di conforto a quelle Provincie, le quali aspettano ansiosamente la voce del Parlamento.

Ben vi ricorda, o signori, che già tre volle fu discussa fra noi questa questione delle provincie napolitane; la prima volta, quando il deputato Ferrari domandava inutilmente un'inchiesta; la seconda il dì 20 maggio, quando si ripeté inutilmente da me la stessa domanda.

I mali del paese aggravavansi intanto; eppure, la terza volta, quando il deputato Romano faceva le sue interpellanze, la Camera votò un terzo online del giorno, il quale implicava un terzo satisfecit al Governo.

Ora, o signori, io fo un appello al vostro patriottismo, al patriottismo così della sinistra, come della destra. Badate alle conseguenze d'un quarto satisfecit.

Non altro io vi dirò: decidete.

DEPRETIS. Domando la parola.

PRESIDENTE. Prima annunzio l'emendamento proposto dal deputato Lanza.

Il deputato Lanza ha proposto, in emendamento della domanda della chiusura della discussione generale, questo temperamento, che, cioè, prima della chiusura effettiva, sia accordala la parola a due oratori, uno dei quali parli prò, e l'altro contro.

Prima di tutto domanderò se questo emendamento sia appoggiato.

Una voce a sinistra. Domando la parola contro l'emendamento.

PRESIDENTE. Prima tocca al deputato Depretis.

DEPRETIS, lo credo di non fare invano appello alla concordia Tutti, o signori, sentiamo il bisogno di conciliazione, poiché tutti vediamo le difficoltà che ci stanno dinanzi e il pericolo gravissimo in cui gl'interni dissidi possono mettere la madre comune, l'Italia.

Si è detto che la discussione siasi di troppo prolungala, che siasi prolungata al di là di quello che la gravità dell'argomento il comportasse. Questa osservazione può ammettersi nel caso attuale?

È vero, la discussione si è prolungata; ma v'ha egli una questione più grave che possa mai agitarsi innanzi al Parlamento, innanzi all'Italia? Le quistioni di Roma e di Napoli non racchiudono esse evidentemente l'esistenza di tutto quanto abbiamo acquistato, non comprendono l'avvenire del nostro paese, non racchiudono la prosperità, la gloria della patria nostra? (Bene!)

Ora, una discussione così vitale, così ampia, la si vorrebbe chiudere in un momento d'irritazione e di perturbazione quale è quello in cui ci troviamo? Sarebbe questa la prudenza nostra? Partigiani, come vogliamo vantarci di tutte le libertà, troncheremo noi in un momento simile una sì im


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211 - TORNATA DELL'8 DICEMBRE

la quale, innanzi all'Italia, abbiamo il dovere di fare ampia, pacata, spassionata, col solo intento di illuminarci a vicenda, di promuovere gli interessi del paese e di trovare la verità? È egli prudente che noi chiudiamo la discussione quando gli animi nostri da due successivi incidenti furono commossi ed agitati?

Io credo, o signori, che il chiudere adesso la discussione non sarebbe atto degno del nostro patriottismo. Io citerò, o signori, un esempio '. ricorderò una celebre discussione nella quale anche veniva, come oggi, domandata la chiusura; e ricorderò che l'uomo illustre, del quale sì spesso si rammentò il nome, e s'invoca l'autorità in questo recinto, il conte Di Cavour egli stesso disse che, quando una discussione era di vitale importanza, bisognava lasciarla proseguire amplissima, sicché potesse naturalmente esaurirsi. E ciò a ragione, o signori, poiché in simili discussioni nessuno debbe poter dire al paese che la Camera con un' improvvisa deliberazione gli abbia impedito di esporre liberamente il suo voto ed il suo consiglio.

Ora io capisco, o signori, che taluno può essere stanco della lunga contesa; che alla mente di tal altro possa parere varia oramai una discussione che si fa da più giorni sopra un oggetto meramente politico, massime quando il Parlamento ha tanti argomenti d'interesse pratico, dei quali può occuparsi: ma, Dio buono, questa è una quistione di vita o di morte pel paese; bisogna scioglierla in modo che nessuno nella sua coscienza possa trovarsi meno libero; bisogna sia fatta pacata, serena, tranquilla; sicché la dignità del Parlamento non ne abbia a scapitare, soffrire detrimento; poiché dovete pensare, o signori, che la salute del paese e le sue libertà stanno in gran parte nella illesa dignità del Parlamento. Pensate anche che dalla soluzione della quistione fatta in un modo, anziché in un altro, dipende forse l'evitare gravissimi danni; dipende forse il proseguimento sollecito di quell'opera legislativa che giustamente si reclama da noi.

Io quindi, in nome della concordia, e più ancora in nome della libertà di discussione, che è la prima e fondamentale di tutte le libertà, e senza la quale nessuna libertà, o signori, sarebbe possibile, io scongiuro la Camera perché lasci che una pacata, serena discussione, riconduca la Camera in mezzo a quella tranquillità che abbiamo sgraziatamente interrotta.

Io spero che la Camera vorrà accogliere questa mia fervorosa preghiera. (Bravo! Bene!)

DI RORÀ. Io protesto che quando ho chiesto la chiusura, non l'ho fallo punto come membro della maggioranza, ma per convinzione mia personale. Sin da ieri credeva che la discussione fosse sufficientemente svolta e mi proponeva già di chiedere la chiusura. I due incidenti, che succedettero poscia, non solo non mi distolsero da questa idea, ma mi convinsero sempre più che fosse utile la chiusura, onde simili incidenti non potessero più rinnovarsi

DEPRETIS. Allora chiudete il Parlamento.

DI RORÀ, lo credo che, se si rinnovassero simili incidenti, non solo la concordia ne scapiterebbe molto, ma l'Italia stessa ne soffrirebbe.

Mi unisco però all'onorevole Lanza nella proposta da lui fatta, che siano ancora uditi due oratori, uno in favore e l'altro contro.

Io credo che in questo modo ci sarà tempo a calmarsi, e potremo passare alla votazione convenientemente.

PRESIDENTE. Il deputato Castellano ha facoltà di parlare.

CASTELLANO. Io combatto l'emendamento proposto dall'onorevole Lama, poiché credo che la Camera non potrebbe anticipatamente giudicare se debba chiudersi la discussione, dopo che due oratori avranno parlato uno prò e l'altro contro.

La ragione che m'induce a combattere l'emendamento si è appunto perché finora si sono uditi molti ed eloquenti discorsi sopra la politica più o meno generale, ma ben poco si è detto sui veri mali che affliggono le provincie napoletane, e non ho inteso proporre alcun positivo rimedio da apportarsi a questi mali.

Per conseguenza, se i due soli oratori, che si propone di fare ancora parlare, si addentrassero siffattamente nella questione da poterla considerare come esaurita, allora soltanto non sarei aliene dal votare la chiusura; per la ipotesi contraria non potrei anticipatamente dare un consimile voto.

Diffatti io trovo che sinora non si è parlato né delle vere cause da cui provenne l'accrescimento del né dei rimedi che allo stesso possono apportarsi; eppure, se si riflettesse che camminò di conserva con l'insediamento di talune delle nuove amministrazioni municipali e col trascuralo esercizio della polizia ad esse abbandonato, ben si vedrebbe che facile il rimedio sarebbe nell'uso energico delle facoltà e degli obblighi del potere esecutivo.

Neppure si è parlato delle condizioni eccezionali in cui versa la sicurezza pubblica nella città di Napoli. Si è fatto cenno di quelle in cui si trova la città di Bologna, ma non è sorta una voce la quale mostrasse che ben peggio succede nella terza metropoli d'Europa, come ben la denominava l'onorevole ministro dei lavori pubblici. Ivi, infatti, furti con aggressioni e ferimenti succedono di e notte nelle vie più popolose, e la polizia è scarsa ed impotente a raffrenarli.

Nessuno ha risposto al suddetto, onorevole ministro, che se egli, dicendo che viaggiò anche senza l'innocente revolver del signor Ferrari, ha voluto conchiuderne per la quasi sicurezza delle vie, ha da riflettere che lo doveva piuttosto all'essere quelle vie perlustrate, nell'occasione a cui egli alludeva, da forze imponenti, le quali erano quasi scaglionate lungo le strade che egli doveva percorrere.

Non vi è stata una voce, tranne quella dell'onorevole Ranieri, che quasi di soppiatto si e introdotta nella discussione, , per protestare contro l'altro concetto con cui, in certo modo, si è preteso far credere la città di Napoli scontenta quasi dell'attuale ordine di cose, per vedersi menomala la sua cosi detta importanza fittizia.

Napoli, o signori, ha sacrificato la sua importanza reale al compimento del più santo, del più nobile dei voti nazionali, vaie a dire l'unità italiana.

Non vi è stato un oratore il quale abbia richiamato sinora l'attenzione del Ministero sul modo come si conducono in quelle provincie i pubblici lavori; modo che toglie il campo ad ogni libera ed onesta concorrenza, con sommo aggravio alle finanze dello Stato.

Non vi è stato oratore il quale abbia fatto osservare che, ad onta dell'imprestito di 500 milioni, unanimemente votato da questa Camera, in ottobre non era ancora saldato il semestre scaduto a giugno sulla rendita napoletana.

Non vi è stato un oratore che avesse richiamato l'attenzione della Camera sull'annullamento quasi totale della percezione finanziaria nelle dogane del mezzogiorno, grazie al disordine ed al furto che pare vi si siano organizzati in permanenza. Non vi è stata una voce che abbia segnalato il malcontento destato in quelle provincie dal decreto che abolì il divieto di esportazione dei cereali in un mal punto; comprendo che fu effetto di vecchi pregiudizi popolari;

212 - CAMERA

ma vi sono dei casi in cui audio questi pregiudizi bisogna rispettare; né in casi eccezionali torna sempre il conto di applicare rigorosamente la teoria del libero scambio, benché per sé stessa vantaggiosa ed anzi inapprezzabile.

Non vi è stata una voce che avesse esclamato contro il tristo effetto che producono le incertezze ed esitazioni che tuttavia si frappongono nel menare a termine una volta per sempre la definitiva riforma della magistratura, e che avesse fatto riflettere come debba temersi che male sia per compiersi dal ministro guardasigilli, se conosce gli uomini nello stesso modo che i luoghi per cui deve provvedere. Diffatti nella nuova circoscrizione giudiziaria lo abbiamo visto, senza attenersi né alla vecchia, né alla nuova legge organica, stabilire quattro tribunali di circondario in una sola provincia, mentre poi cinque soli se ne sono dati al gruppo di tre Provincie, ed altrettanti a tre altre.

Queste materie, ed altre positive consimili, son tali, che il discuterle importa non solo il benessere o non delle provincie meridionali, ma imporla l'essere o non essere della patria a noi tutti comune.

È in nome dell'Italia adunque che io vi domando di non chiudere la discussione.

CASTELLI LUIGI. Chiedo di parlare per una mozione d'ordine.

L'onorevole Rorà ha ritirato la proposta di chiusura; dunque none più il caso di discutere su questo proposito. Dal momento che si propone che due debbano parlare, non si tratta più di chiusura. Quando questi due avranno parlato, quelli che vorranno la chiusura potranno allora domandarla. Non si può considerare come un emendamento della domanda di chiusura il proporre che parlino ancora due deputati, poiché, prendendo la cosa sotto quest'aspetto, al principio di una discussione qualunque si potrebbe decretare la chiusura, proponendo che parlino tanti per parte.

Dal momento adunque ch'è stata abbandonata la proposta di chiusura, e che nessuno l'ha raccolta, credo che questa, discussione sia finita, e che la discussione generale debba continuare.

PRESIDENTE. Veramente il deputato Rorà non ha ritirato la sua proposta. Egli anzi ha detto che oggi avrebbe ancora più che ieri motivo di farla. Però ha soggiunto che si associava alla proposta dell'onorevole Lanza. Castelli Luigi. Egli ha dichiarato di aderire alla proposta dell'onorevole Lanza, la quale non è già per la chiusura, ma tende a lasciar parlare uno o due.

Dunque la domanda di chiusura è stata ritirata.

SUSANI. Chiede di parlare sull'ordine della discussione.

Propongo l'ordine del giorno puro e semplice su quest'incidente.

Secondo il regolamento, credo che la proposta d'ordine del giorno puro e semplice debba sempre avere la precedenza; quindi prego il signor presidente di porla ai voli.

PRESIDENTE. Domando se è appoggiata la proposta d'ordine del giorno puro e semplice.

(È appoggiata. )

Essendo appoggiata, la pongo ai voti.

(È approvata. )

Ha facoltà di parlare il deputato Mancini.

MANCINI. Prendendo a parlare dopo la procella di questo deplorabile incidente, io sento più che mai il bisogno di quelle doti che mi mancano, di quella potenza ed autorità di parola che fosse efficace a ricondurre la discussione nella regione calma e serena, dalla quale non avrebbe mai dovuto dipartirsi.

Pur troppo non (ni resta, per augurarmi l'attenzione della Camera, che confidare nella sua indulgenza e generosità.

Uso nelle trattazioni politiche ad anteporre alla forma la sostanza ed ai pregi oratorii de' discorsi il valore pratico delle opinioni, mi studierò di volgere a questo precipuo scopo i miei ragionamenti. Epperò ho intendimento, in un succinto esame della nostra politica estera, che si compendia nella questione di Roma, limitarmi a riassumere i risultamenti che scaturiscono da tutta la discussione ed i termini ultimi in cui la quistione ormai trovasi ridotta, perché stimo non essere senza utilità riconoscere e porre in aperta luce le conclusioni pratiche alle quali conduce il sistema propugnato dagli oratori della parte della Camera in cui seggo.

Quanto alla quistione interna, ed in ispecie per ciò che riguarda le condizioni delle Provincie napoletane, anziché imitare i molti oratori che quasi con coltello anatomico riaprirono le piaghe dolorose che travagliano le infelici popolazioni del mezzogiorno, per esagerarne ancora l'importanza ed esporle al vostro sguardo; anziché pretendere di passare ancora una volta a rassegna una serie più o men lunga di minute lamentante, senza la possibilità d'una sufficiente indicazione di corrispondenti rimedi; tenterò piuttosto di compendiare le cause di quei mali in qualche formala sintetica che meglio conceda la ricerca dei mezzi di riparazione; e nel tempo stesso mi volgerò al Governo per manifestargli schiettamente alcuni miei desiderii, giustificando cosi l'ordine del giorno dame proposto ieri in forma di ammendamento, nel quale appunto quei voti medesimi si trovano espressi. Così sarà ancora risparmiato alla Camera di udire una seconda volta la mia voce per lo svolgimento di quella proposta.

Signori, il vostro voto del 27 marzo nella questione romana può dirsi in un suo capo essenziale accettato da tutte le parti di quest'Assemblea, in quanto cioè esso riconobbe una verità che gli oratori di sinistra come di destra con nobile realtà in questi giorni proclamarono, che una tale questione non è di quelle che si possano troncare colla violenza e colla spada, ma che essa racchiude veramente un arduo problema morale, nella cui soluzione un trionfo duraturo non può conseguirsi, fuorché colle armi della ragione, col sussidio della pubblica opinione illuminala. In ciò, parmi, siamo tutti concordi.

Ora, collocato il Governo in simili condizioni, a fronte di quel grande problema, , non poteva altrimenti tentare di scioglierlo che esercitando una doppia azione: un'azione affatto morule sull'opinione del mondo cattolico, ed in particolare della nazione francese; ed un'azione diplomatica, mercé avvedute negoziazioni col Governo imperiale di Francia e con altri Gabinetti d'Europa.

Per raggiungere il primo intento, l'onorevole presidente del Consiglio avvisò che fosse conveniente di formulare la alcuni articoli le nuove e grandi libertà e concessioni che fi Governo italiano dichiaravasi disposto ad accordare alla Chiesa ed al pontificato, e di sottomettere quegli articoli, per mezzo della Francia, all'accettazione del pontefice, riservandosi poscia di darne più tardi contezza al mondo cattolico.

Taluno degli oratori, nell'intento forse di difendere e giustificare il Ministero, ha detto che quegli articoli non altrimenti furono formulati e presentati se non con lo scopo, ed anzi con la certezza che non sarebbero accettati.

Dal mio canto, o signori, io respingo quest'interpretazione come indecorosa per un serio uomo di stato e pel capo di un Governo rispettabile; io sono convinto che l'onorevole presidente del Consiglio, studiata maturamente la questione,

213 - TORNATA DELL'8 DICEMBRE

con la persuasione che la loro ragionevolezza permetteva di nudrire, che meritassero di esser prese in attenta considerazione; e in ogni caso con la certezza che, quando pure somigliante speranza tornasse delusa, almeno non sarebbe mancalo il sicuro conseguimento di un altro prevedibile vantaggioso effetto.

Io non voglio sapere se quegli articoli e l'indirizzo che li accompagnava veramente rimasero ignorali dal pontefice, né punto trasmessi alla loro destinazione dal Governo francese; ovvero se piuttosto inviati a Roma, ed esplorate prima in vìa officiosa le disposizioni che solleverebbe la loro lettura, ed avuta la certezza di un perentorio rifiuto, si fosse preferito di risparmiare al capo del cattolicismo davanti alla storia della Chiesa la terribile responsabilità di quel rifiuto, e di non dar corso a quei documenti in via officiale. Questo io so, che l'annunzio di quelle larghe proposte, di quelle generose concessioni offerte dal Re d'Italia al papato, produsse una profonda impressione sopra i credenti di buona fede, ed esercitò una benefica influenza sull'indirizzo dell'opinione europea, ed a quest'ora, o signori, io credo che non si trovi più alcuno che lealmente ardisca sostenere che la questione che si agita tra l'Italia e il papato sia veramente una questione religiosa, e che il pontefice 'sia guidato da doverosa difesa di interessi soprannaturali e divini e non già da gelosa aridità di dominazione terrena e politica. (Segni di assenso)

Ma vi fu detto: imprudenti offerte furono queste consentite dal barone Ricasoli; eccessive, sfrenale concessioni, feconde di pericoli per l'avvenire d'Italia.

E l'onorevole Brofferio, se ben rammento, rivolgeva un rimprovero al ministro guardasigilli, perché, infedele alle tradizioni dell'Università e della Magistratura, avesse prestato il suo assenso ad una perniciosa abdicazione delle più preziose prerogative della civile sovranità.

L'onorevole Petruccelli poi, nel brillante ed ingegnoso suo discorso, ci disse che la formola: Libera Chiesa in libero Stato, esprimeva un concetto impossibile; che la Chiesa per essere libera deve essere stato; che lo stato con una libera Chiesa nel seno non è più padrone di sé; che una Chiesa libera deve avere codici, giurisdizione esteriore, immunità, diritto di asilo, l'autorità che arrogavasi con la bolla In coma Domini; che perciò vi si propone nientemeno che di ritornare in pieno medio evo.

Signori, cosi commentata quella magnifica formola, noi la vediamo cambiala in quest'altra: Chiesa dominatrice in servo Stato. Io non dirò che l'onorevole Petruccelli, così ragionando, ha mostrato di non comprendere, ma dirò piuttosto ch'egli ha troppo ingegno per non comprendere una formola, nella quale tutti ravvisiamo l'inizio ed il fondamento della libertà e della civiltà moderna. Avrò io bisogno di rispondergli che la libertà della Chiesa ai nostri occhi altro non rappresenta che il complesso delle libertà individuali dei credenti semplicemente nella sfera della dottrina religiosa; l'indipendenza di tutte le comunioni nella fede; l'incompetenza dello Stato in questo campo dello spirito e della vita interiore, salva sempre l'incolumità e la custodia dell'ordine civile e della pubblica quiete sotto le garanzie e le repressioni del diritto comune, davanti a cui non vi hanno né credenti, né sacerdoti, ma dappertutto e sempre cittadini, eguali e sommessi innanzi all'impero della legge e della giurisdixioqe, che emanar debbono dall'unica legittima fonte della sociale potestà; che in fine non può in quella formola comprendersi se non l'assoluta emancipazione della coscienza, santuario inviolabile, in cui anche avanti e senza gli articoli formulati dal presidente del Consiglio non potrà malessere che illegittima qualunque ingerenza

dell'autorità politica ed in cui l'occhio scrutatore dei Governi civili non avrebbe mai dovuto penetrare! (Bravo!)

Questa formola, o signori, amiche essere inattuabile e senza esempio in altri paesi d'Europa, come la qualificò l'onorevole Petruccelli, noi la veggiamo applicata ed in atto in molti di questi paesi. Tale è la condizione fatta alla comunione cattolica nell'Olanda, tali sono i rapporti tra la. Chiesa e lo Stato nel Belgio, tale è la condizione del cattolicesimo in Inghilterra, tale è nel paese della libertà per eccellenza, nella libera America del nord.

Ecco, signori, la pratica attuazione della formola libera Chiesa in libero Stato, che l'onorevole Petruccelli traduceva in una resurrezione del medio evo nel mezzo dell'Italia. E quando si considera che quest'attuazione ebbe luogo in quei paesi, dove senza alcun inconveniente, e dove con inconvenienti non pericolosi alla sicurezza dello stato, mentre il papa è ancora principe, e come principe naturalmente è circondato da politiche relazioni ed alleanze; chi potrà credere, o signori, che sarebbe da temere in Italia, in mezzo ad una nazione di 25 milioni, un pontefice che fosse ridotto vescovo e pastore delle anime, ed affatto spogliato del potere temporale che oggi possiede (Non vi può essere, o signori, che la memoria di un passato che non è più, e dei danni in verità gravissimi che il papato politico ha arrecalo in ogni età all'Italia, perché si possa ancora tremare della larva di quel potere, quando pur fosse abbattuto e spento.

In un senso solo io comprendo questo timore e gli scrupoli degli oratori avversari, nel senso cioè che nei particolari accordi, sapientemente riserbati ad ulteriori trattative dal presidente del Consiglio, sarebbe mestieri che venissero adottati e concertali speciali temperamenti e precauzioni, la cui opportunità non sarebbe relativa che ad un primo periodo di transizione dal vecchio al novello sistema; periodo che io chiamerei di prova, perché destinalo ad assicurarci che il papa abbia abdicato di buona fede, anziché rassegnarsi alle circostanze del momento, per tornar poscia ancora una volta a cospirare coi potenti della, terra contro la sovranità nazionale degl'Italiani, e per servirsi delle libertà e delle concessioni ottenute come istrumenti e mezzi di ricuperazione della perduta politica potestà.

Tuttavia, benché nelle tenebre del medio evo, dopo lotte aspre e secolari, questi mezzi valsero ai papi per conquistare una politica possanza; qual confronto, o signori, sarebbe possibile tra la società debole ed inferma dei secoli di barbarie ed ignoranza, e quella adulta, illuminata e civile del secolo xix?

Si, io stesso, educato alla scuola napoletana, cioè alla scuola dei giureconsulti i più avversi alle pretensioni politiche del papato, nato nella patria di Giannone, ed avvezzo a meditare con amore e riverenza sui volumi di quel grande e sventurato ingegno, i cui scritti composti nella sua dolorosa dodicenne prigionia in Piemonte e già inediti ebbi la ventura di scoprire e di porre in luce, io stesso, non ho difficoltà di dichiararlo, non saprei ravvisare menomamente pericolose quelle concessioni e quelle larghezze nelle normali condizioni, alle quali dovrebbero applicarsi. Che giova parlarci dell'Exequatur, del Liceat scribere, del diritto alla nomina dei vescovi e delle tante altre prerogative dello stato, delle quali oggi ragionevolmente con viva tenacità siamo tutti gelosi? Queste istituzioni (chi noi sa?) non furono una invenzione gratuita dei nostri padri e senza ragione di essere. I nostri maggiori furono costretti dalla necessità e da dolorose

214 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Ma questi mezzi di difesa diverrebbero inutili, come in antichi arsenali ci si mostrano le corazze di ferro de' lontani secoli, e verrebbe meno ogni opportunità di farne uso il giorno in cui, cessalo il poter temporale, mancasse altresì la probabilità delle aggressioni e delle invasioni da parte del pontificalo e dell'autorità religiosa.

Del resto, o signori, siatene persuasi, queste dappertutto saranno, in un futuro non lontano (si accordi o no il papato coll'Italia), le relazioni razionali tra Chiesa e Stato; questo sarà l'avvenire delle umane società. L'Italia, consenta oggi o no il pontefice, verrà un giorno spontanea, per organo del suo Parlamento, e mediante le sue leggi, a concedere alla Chiesa quella libertà e quella larghezza sotto forma di esercizio d'individuali libertà dei cittadini; e però le proposte dell'onorevole presidente del Consiglio non avrebbero fatto "oggidì che mettere l'Italia in grado di prenunziarej di anticipare, se possiamo così esprimerci, questa grande ed immancabile riforma. (Bene!)

Abbiamo detto che, oltre l'azione morale esercitala sulla opinione pubblica, rimaneva pure al Governo un'azione diplomatica da spiegarsi mercé le negoziazioni. Questa parte delle cure del Gabinetto non ha formalo, né in verità poteva formare soggetto di discussione in questa Camera, per difetto dei relativi documenti; ma niuno ha detto, e niuno, io credo, penserà che il Ministero siasi veramente limitato a formulare quegli articoli e quell'indirizzo, ed a tentare d'inviarli al loro destino.

Sappiamo tutti che assidue ed importanti negoziazioni furono intraprese e coltivate; che molti documenti esistono, i quali farebbero fede degli sforzi e dello zelo del Gabinetto; ma non possiamo che lodare la riserva del suo illustre capo per essersi astenuto tuttora dal presentarli, dappoiché, essendo trattativele qualj debbono avere corso ulteriore, non sarebbe stata la loro presentazione al coperto della censura d'imprudenza e di detrimento del pubblico servizio.

Vediamo piuttosto a quale risultamento pratico debbano tendere, secondo il nostro avviso, questi negoziati ancora pendenti.

Io penso ohe sarebbe un grave errore ostinarsi nella speranza di persuadere il pontefice e di ottenere da lui l'accettazione delle proposte italiane. Io lo penso, perché, o signori, sono ben lontano dal credere che per restituire Roma all'Italia siavi ineluttabile necessità di un concordato col pontefice. Quel principe, come fu già osservato dall'onorevole Carutti, come principe non è e non può considerarsi in condizione diversa da quella stessa in cui erano Francesco Borbone e Ferdinando di Lorena. Avete voi chiesto mai la rinunzia di costoro ai troni che occupavano? 0 non vi siete piuttosto rivolti all'autorità del suffragio popolare per la legittimità del novello Governo, per la costituzione della italica nazionalità? E poi, non è il papa un principe elettivo, il quale per ciò mancherebbe benanche della disponibilità del deposito confidatogli? Non è un principe che pretende essere il suo principato di diritto divino ed essenzialmente indispensabile all'esercizio indipendente della sua giurisdizione spirituale? Vano sarebbe adunque persistere nel tentativo e sperare alcun frutto da questa persistenza.

Chi darà dunque all'Italia la sua capitale in Roma?

Non vi ha bisogno, o signori, di mendicare concessioni e trattati; a noi basta il principio di nazionalità che attribuisce a ciascuna nazione la signoria di sé stessa e di tutto il suo territorio, che le dà facoltà di costituirsi ed ordinarsi,

di scegliersi un Governo consentaneo ai suoi bisogni, che le dà diritto di convertirsi di nazione in uno Stato. E questo diritto si esercita e si estrinseca nel suffragio universale: espressione e ricognizione della nazionale sovranità.

Altro dunque non occorre che sgombrare la via a quest'ultimo fallo, riuscire, cioè, ad ottenere che il popolo romano possa manifestare la sua volontà, e che il suo suffragio possa raccogliersi pacifico, ordinato, puro di eccesso e disordini, e mantenendo fino all'ultimo intatta questa prerogativa nobile e decorosa, e dirò pure straordinaria, della rivoluzione italiana. (Bene)

Ora, quale ostacolo, o signori, si opponeaquel fatto? Anche in ciò siamo tutti d'accordo esservi soltanto un ostacolo materiale, una forza armata «he impedisce al popolo romano di esercitare quel diritto, di concorrere col resto dell'Italia nella costituzione della nazionale sovranità. Questo appunto l'onorevole BunCompagni accennava nel suo sapiente discorso, quando ossejvava che mal si ponga ancora oggidì in Italia la questione, se il potere temporale dei papi debba o no abolirsi, essendo oramai mancate al loro Governo le condizioni vi tali indispensabili al possesso ed all'esercizio di qualunque politica sovranità; ma piuttosto la questione doversi così enunciare: se possa tollerarsi che una forza artificiale, una forza straniera, materialmente impedisca a quel potere temporale, che è caduto di diritto, di cadere altresì in fatto.

Ma questa forza è quella della Francia. E qui, o signori, l'onorevole Musolino, il quale con la sua straordinaria facilità di parola intrattenne per più ore quest'Assemblea, nella sua rivista storica retrospettiva sulle relazioni della Francia coll'Italia non si contentò di rammentare come la politica tradizionale della Francia da Carlo VIII, che dico? da Carlo Magno fino a Cavaignac sia stata poco propizia all'Italia; ma allorché io attendeva che facesse un'onorevole eccezione, è no traesse anzi un argomento di lode e di riconoscenza pel solo Governo attuale, come il primo dei Governi francesi cui l'Italia sia veramente debitrice di, segnalato benefìzio, egli trascorse a dire che lo stesso Governo imperiale nel 1860, ed anche nel 1859, era stato avverso al risorgimento italiano, e che anche oggi l'Italia veramente non abbia che in esso il suo unico nemico.

Confesso, o signori, che, mentre l'onorevole Musolino non dubitava di profferire questo paradossale giudizio, una subiti illusione s'impadronì per brevi istanti de' miei sensi, e parve ferirmi l'orecchio un lontano ed acuto grido, un doloroso lamento sollevato dalle miriadi de' prodi figli di Francia, che immolaronsi alla salute ed al riscatto d'Italia, e che avvolti nel loro lenzuolo di gloria ne' campi ancora cruenti di Magenta e di Solferino dormono il sonno eterno.

Però, o signori, la veemente requisitoria dell'onorevole Musolino ebbe il merito di eccitare tutti gli altri oratori ad esprimere in proposito la loro opinione, e di render palese che il di lui avviso rappresenta una voce solitaria e senza eco alcuna in quest'Assemblea; dappoiché non solo gli onorevoli BonCompagni e Rattazzi ragionarono in senso contrario difendendo l'alleanza francese, e quest'ultimo addusse argomenti, ai quali finora non ho udito replicare vittoriosamente, ma anche gli amici politici dello stesso onorevole Musolino, il Ferrari, il Petruccelli, il Ricciardi, gli contraddissero; e l'onorevole Brofferio, che non lascia mai sfuggire l'occasione di elevarsi alle ispirazioni dell'eloquenza, esordiva immediatamente la sua orazione inviando alla Francia in nome del

l'Italia e di quest'Assemblea italiana un fraterno ed amorevole saluto.

215 - TORNATA DELL'8 DICEMBRE

Né venga a dirci il deputato Bertani che a questo nodo noi facciamo una politica di sentimento. Signori, la gratitudine fra le nazioni, più ancora che fra gl'individui, non è solo l'adempimento di un dovere morale, ma è pure un buon calcolo, dappoiché è seme di novelli beneficii, sorgente di potenza e di grandezza. (Bene!)

SI, il sangue ed i sacrifici della Francia fu quest'ultimo periodo consacrati alla causa italiana strinsero ormai un vincolo indissolubile di amore e di alleanza, assai più che tra i due Gabinetti, tra i due popoli; e mi sia permesso di invitare tutti quanti qui seggono sui diversi banchi della Camera, senza distinzione, a voler rispondere a quelle veramente dolorose parole del deputato Musolino, mandando dal loro cuore un plauso unanime a quelle nobili e generoso vittime ed alla grande nazione da cui nacquero. (Segni d'approvazione)

Se non che resta sempre il fatto che il corpo d'occupazione francese è a Roma, e vi è, secondo la dichiarazione di quel Governo, per proteggere l'indipendenza del pontefice, per adempiere ad un debito assunto dalla Francia in faccia al mondo cattolico.

Qui, o signori, è necessaria una spiegazione.

Che cosa la Francia intende essa poter legittimamente proteggere a Roma?

L'autorità del principato civile, o l'indipendente e sicuro esercizio della potestà spirituale?

Nella prima supposizione, l'indipendenza del principe protetto per opera della stessa potenza protettrice sarebbe perita, si avrebbe un vero intervento permanente della Francia in Roma, cioè un intervento di quella medesima potenza, la quale ba proclamato la costituzione della italica nazionalità dover procedere all'ombra del grande e non mai abbastanza affermato principio del nonintervento. In questa guisa, lo Stato retto da un tal principe sarebbe divenuto uno Stato mezzo sovrano, cancellato dal novero degli Stati indipendenti, niente di meglio delle isole Ionie, o di una delle reggenze barbaresche.

Dunque, o signori, è mestieri riconoscere che la Francia a Roma non può proteggere fuorché la sola indipendenza del potere spirituale del pontefice; perché, riunendosi nella medesima persona le due qualità, essa non ha ancora saputo scorgere il modo, con cui possa disgiungersi la protezione e la garanzia dell'indipendenza del potere spirituale dalla garanti;) altresì della potestà temporale.

Allora, o signori, ci si fa chiaro lo scopo, cui le trattative diplomatiche del Governo italiano debbono rivolgersi. Esse non debbono tendere ad ottenere un concordato col pontefice; debbono riuscire a stabilire, quanto più presto e meglio si possa, una convenzione colla Francia, persuadendola che non solo l'interesse supremo d'Italia, ma gl'interessi stessi della Francia e della pace e tranquillità dell'Europa civile dono non già che essa abbandoni l'assunto compito di proteggere l'indipendenza spirituale del pontefice, ma che ne ceda l'esercizio alla stessa autorità italiana, che ne ceda l'adempimento al Re d'Italia. Lo ceda pure sotto tutte le garantire le più rigorose condizioni che potranno essere reputate convenienti e necessarie. Resti un corpo d'occupazione francese per qualche tempo a Civitavecchia, spettatore dell'opera nostra, e del modo con cui sapremo adempiere a quel debito d'onore; o se meglio vuolsi, una guarnigione mista italiana e francese per qualche tempo presti il suo servizio nella città di Roma, purché sia proietta, insieme con la inviolabilità del pontefice, la libera manifestazione del suffragio del popolo romano.

E qui non posso accostarmi all'opinione dell'onorevole Petruccelli, quando egli disse che noi andremo in Roma, ma per tutelarvi l'ordine, per assicurare che non accadranno colà eccessi e violenze; che vi andremo per quella sola ragione per cui il principe di Mettermeli sosteneva essere lecito a qualunque potenza portare i suoi eserciti in altro paese travagliato dalla rivoluzione, come è lecito a chicchessia di andare a spegnere il fuoco nella casa vicina, onde non s'apprenda alla propria.

L'onorevole oratore non può aver dimenticato in quale occasione quelle parole fossero scritte dal principe di Mettermeli. Rivelatrici della prediletta politica del Gabinetto austriaco, quelle parole furono adoperate precisamente per giustificare il principio d'intervento, quasi che potessero assomigliarsi le condizioni in cui trovatisi tra loro due popoli, due Governi indipendenti a quella in cui, sotto l'egida d'una comune potestà sociale, possono trovarsi i proprietari di due case vicine. No, signori, non possiamo chiedere di andare a Roma, per intervenire nel proprio senso di questa espressione, perché l'intervento costituisce necessariamente l'ingerenza coattiva di una nazione negli affari e nell'interno reggimento di un'altra. Ora, una nazione non interviene giammai in casa propria. Gl'Italiani a Roma non saranno fuori d'Italia, saranno sul territorio nazionale italiano.

Si crede forse impossibile che il proseguimento dei nostri negoziati col Governo dell'imperatore valga a raggiungere un tale scopo?'

Signori, rammenterò che molti fra nei credettero sommamente inverosimile nel'1859 che dugentomila Francesi scendessero dalle Alpi per aiutarci nella lotta contro l'Austria, e che dopo pochi mesi ne rivarcassero le cime per tornare in Francia. Molli tra noi ancora meno credevano che dopo l'infausta pace di Villafranca, e le solenni stipulazioni di Zurigo, le quali ebbero luogo dopo qualche mese, quando già i sentimenti del popolo italiano avevano avuto opportunità di estrinsecarsi, l'Imperatore abbandonasse il progetto di restaurazione de' principi spodestati, e su quello detta confederazione non insistesse. Pochissimi ancora sperarono cosi pronto il riconoscimento per parte della Francia del novello regno italiano. Ebbene, questi fatti, che parevano poco probabili, e che pure, col favore del cielo, sono accaduti, ci debbono inspirar fede nel compimento non lontano dell'altro gran fatto, cui in accennava, che cioè le negoziazioni 'vertenti possano riescire a comune soddisfazione, ad efficace tutela dei veri e grandi interessi religiosi e politici dell'Italia, della Francia, del mondo. (Bravo! a destra)

Né si creda, o signori, che l'opinione pubblica dell'universale sia poi veramente in Francia così disposta e pronunciata in nostro favore e che deliba necessariamente portarsi severo giudizio degli indugi del Governo francese.

Noi abbiamo veduto l'alta intelligenza del Guizot consacrare non ha guari un libro a difendere lo già scaduto potere temporale del papa.

Ci tocca di leggere in una recentissima pubblicazione fatta dal Proudhon nella capitale del Belgio queste incredibili parole:

«On n'a pas voulu voir que les Bourboniens étaient les seuls patriotes qui restassent dans le royaume de Naples (Si ride), que tout le reste; en trahissant François II, s'était vendu et avait vendu son pays à l'étranger. Que dirait-on à Paris d'une faction qui, sous proteste de constituer la patrie européenne, non contente d'abandonner l'empereur Napoléon, livrerait la France au Czar? Ce qui se passe à Naples est, sur une moindre échelle, exactement la moine cause. (Proudhon, La guerre et la paix, vol. I, pag. 315 -Bruxelles, 1861. ) (Movimenti)

216 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Quando noi vediamo dunque, o signori, uomini i quali passano per devoti alla libertà, per antesignani, anzi esageratori dei principii liberali, scrivere senza timore d'incontrare la riprovazione del mondo civile somiglianti parole, dubiteremo noi che in Francia l'opinione ha ancor bisogno d'essere rischiarata preparata, acciò quel Governo possa con nói accordarsi per un non lontano soddisfacimento dei nostri legittimi voti, dei nostri più ferventi desiderii? Sarà dunque altresì dover nostro porre in opera intanto tntt'i mezzi ausiliari, potenti ad agevolare un tal risultato.

Il primo e più efficace mezzo sarà quello di armare gagliardamente la nazione; anche in ciò tutte le parti di questa Camera si sono espresse con una maravigliosa e consolante unanimità.

Il secondo mezzo sarà d'instaurare un forte e saggio Governo nelle provincie che Aggi compongono il regno d'Italia, facendole prospere e felici.

Dobbiamo da ultime non interrompere un sol giorno la nostra propaganda morale per illuminare e convertire l'opinione de' paesi cattolici e principalmente della Francia.

Io spero che, con questi aiuti, con questi validissimi sussidi, le vertenti trattative del Governo italiano col francese potranno senza molto ritardo raggiungere il desiderato scopo, e che la natura delle cose ed il corso naturale degli avvenimenti faranno quello che l'onorevole Petruccelli ottener vorrebbe con altri espedienti, cioè rendere intollerabile la continuazione del soggiorno dei corpo di esercito francese in Roma.

Quanto al sistema di espedienti da lui proposto, esso fu già discusso dall'onorevole Carutti. Egli ne mostrò storicamente le lugubri conseguenze. Ma io mi permetterò di aggiungere che, nell'argomento speciale di cui ci occupiamo, quegli espedienti sarebbero propriamente atti a condurre allo scopo contrario a quello cui il signor Petruccelli vorrebbe intendere. Infatti, una propaganda abitatrice e rivoluzionaria da noi importata sul territorio romano, la rivoluzione in permanenza con tostato d'assedio, coi patiboli, col sangue nelle provincie nostre, questi sarebbero (non credo ingannarmi) i mezzi più sicuri ed efficaci di trattenere l'esercito francese a Roma, di dar ragione al Governo francese di mantenervelo per proprio conto ed interesse, per tema che una rivoluzione sanguinosa e sovvertitrice non valicasse le Alpi; e forse ancora di farvelo più oltre rimanere col plauso della opinione degli altri popoli civili di Europa!

Passando alla questione interna, dichiaro che non è mio intendimento di scendere in troppo minuti particolari, rifacendo la via già percorsa da tanti oratori che mi precedettero, per tentare di raccogliere dietro i loro passi qualche fatto obbliato o qualche parafrasi dei loro concetti. Dirò anzi francamente quale sia l'effetto in me prodotto da quella enumerazione di particolari gravami, che ci furono più o meno esattamente riferiti intorno all'amministrazione' delle Provincie napolitano. All'udire quei minuti falli, e sovente vedendo da alcuni denunziare come danni' gravi e manifesti quei provvedimenti clic altre persone ragionevoli e sensate annoverano invece tra i benefizi del presente ordine di cose, mi pare che non si riesca ad altro che ad impicciolire un argomento troppo grave e doloroso (Bene! al centro), a sfigurare il concetto dei mali di quelle provincie, ad indurre negli animi una specie di scettica incredulità, che finisce per attribuire una larga parte de' mali medesimi all'esagerazione ed alla feconda e riscaldata immaginativa di quel popolo meridionale. (Bravo! Bene! al centro)

Eppure, o signori, altamente lo dichiaro, un malessere, un profondo malessere realmente esiste nelle provincie napoletane; mentirebbe a Dio ed alla sua coscienza chi non lo confessasse. Questo malessere, come già fu detto, è in parte conseguenza fatale ed inevitabile di una improvvisa e radicale trasformazione politica; in parte eredità di un passato luttuosissimo, e di una tirannide senza nome e senza esempio. Ma un'altra parte e pure il frutto d'improvvidi, ancorché involontari errori. Errori di chi? Siamo veraci ed imparziali, e signori, errori di tutti, perché errori si commisero da quanti ebbero parte nell'amministrazione di quel paese; e per le condizioni speciali in cai esso trovavasi, era forse impossibile che fossero schivati.

Io tenterò adunque piuttosto di formulare, se così mi è lecito esprimermi, quasi una sintesi di quelle che a me sembrano le precipue cause di questi mali.

Lascierò da parte il male del brigantaggio, non perché non riconosca essere in, questo momento il più grave, il più sensibile ed intollerabile di quei mali: infatti, quando in un paese ad ogni cittadino, e principalmente al cittadino della parte liberale, manca ad ogni istante la sicurezza della vita e delle sostanze, quel paese è nella condizione la più miserevole che immaginar si. possa. Ma questo argomento ebbe già richiamato lo speciale esame di diversi oratori, alle cui opinioni mi basta associarmi di tutto cuore. D'altronde, vedendo quali sono gli sforzi, specialmente intrapresi dall'attuale amministrazione, per combattere il brigantaggio nel Napolitano; nell'udire come ben fio mila uomini del nostro prode esercito regolare si trovino impiegali a questa impresa della estirpazione del brigantaggio; all'apprendere i concerti recentissimi presi in questi ultimi giorni per la sua repressione dal nostro Gabinetto col Governo francese, mi si apre il cuore alla confidenza;e come oggi convien riconoscere che quel flagello si è circoscritto in alcune poche provincie, così ho fede che in brevissimo tempo potrà dirsi affatto spento e scomparso.

Ma vi fu chi, tra i mali più gravemente, sentili sopratutto dalla città di Napoli, ripose la perdita della capitale: se non m'inganno, lo stesso ministro dei lavori pubblici accennò a questa, come a preponderante causa di malcontento.

Se ciò fosse pienamente vero, io ne sarei sgomentato; dappoiché in questo fallò io vedrei un pericolo permanente per la solidità dell'edificio che gl'Italiani stanno cosi penosamente e con tanti sforzi e sacrifizi innalzando.

Ma, o signori, facciamoci per alcuni istanti a considerare, a riconoscere il carattere della nostra rivoluzione del 1859 e 1860, raffrontandolo con lo stato degli animi e delle opinioni nel 1848 e nel 1849.

Nel 1848 gl'Italiani, nudriti dello studio delle loro antiche istorie, tutti ugualmente nuovi alla vita politica, . ignari gli abitanti di ciascuna provincia bielle condizioni e dei bisogni delle altre, ed infine, avendo a guida un vessillo federale, aspirarono, ma non riescirono a svincolarsi dalle pastoie del municipalismo. Corsero dietro al concetto «li una stretta alleanza e solidarietà di municipi, avendo gli occhi ancora troppo infermi per affissarli nel luminoso sule di una patria grande, possente ed una. E la discordia non lardò a scuotere la sua face in mezzo ad essi: e il Governo iniquo e fedifrago che reggeva le Due Sicilie consumò quella memorabile defezione, alla quale è dovuta principalmente la caduta ben meritala di quella dinastia, ritirando il contingente del suo esercito destinato a combattere sul Po il comune nemico; e Venezia diffidò del Piemonte; e tra Milano e Torino, lo ricordiamo ancora con dolore, si sollevò la deplorabile contesa della capitale; e quel grande conato fallì!

217 - TORNATA DELL'8 DICEMBRE

Dieci anni di dolore e di vergogna in tutti i paesi d'Italia ove l'Austria ristaurò le assolute tirannidi; l'inconcussa fede del Piemonte e del suo principe alle istituzioni libere; il pane dell'esilio mangiato in comune in questo paese ospitale tra Lombardi, Romagnoli, Veneziani, Siciliani, Napoletani, furono, o signori, Una scuola ed una educazione che non andò perduta per il popolo italiano. Quando alla voce di Vittorio Emanuele l'Italia insorse nel 1859, non esisteva più l'antico popolo; si trovò trasformatoli carattere distintivo del nuovo movimento nazionale fu, e tuttavia si mantiene, quello della concordia, dell'amore, della solidarietà di voleri e di propositi fra tutte le parti d'Italia. Le popolazioni italiane, anziché inaugurare il loro nuovo possesso della libertà con intemperanze, con gelosie e dissidi, come in altri tempi, si resero ammirabili per moderazione e moralità. Delle municipali rivalità ed ambizioni era svelta fin l'ultima radice; non vi fu che una generosa gara fra le più nobili e gloriose cittadella Penisola nei servigi alla patria comune. Dirò anzi che là dove era più antico tesoro di grandezza e di gloria, ivi si trovò più eroico abbandono, più nobile e silenziosa modestia.

Onore, o signori, alla Toscana; il voto unanime e solenne di quell'Assemblea, il plebiscito di quelle popolazioni ci obbligano ad affermare che l'ultima pagina della storia particolare della Toscana vale tutti i suoi otto secoli precedenti di gloria e di splendore.

L'Europa, spettatrice di tutto ciò, avvezza a compiangere gli errori dei nostri padri ed a crederli ereditari nella loro progenie, ne rimase scossa e stupefatta; più ancora colpita di ammirazione per la nostra concordia, che pel coraggio dei. nostri prodi sui campi di battaglia, da quel giorno si è avvezzata a non dir più che il genio delle lotte fratricide e delle gelosie municipali sia di razza italiana.

Tale è stato, o signori, il caratteristico svolgimento della nostra epopea nazionale; ed io son certo che essa lo conserverà sino all'intimo, sì che dopo di noi vi saranno due storie d'Italia da apprendere: una storia di otto secoli di gare cittadine, di odii feroci di parti, di guerre in cui la grandezza e gli elementi della potenza italiana furono distrutti da mani italiane; ed una seconda e nuovissima storia di sublimi generosità, di emulazione santa tra le città italiane nell'abnegazione e nei sacrifizi, se tali possono chiamarsi gli sforzi per crearsi una patria grande, rispettata e libera.

Ora, o signori, non si tema, né vi sia chi dica che questa indole generosa del nostro movimento in Napoli abbia tralignato; che ivi, con un colpevole anacronismo, possa sollevarsi seriamente una questione di capitale, quando tutti gli occhi e le speranze degl'Italiani, aspettando il giorno prefisso' dalla Provvidenza, sono rivolte a Roma, tradizionale e necessaria capitale d'Italia; perché sola, fra tutte le città italiane, ebbe il vanto di essere due volte la capitale del mondo; e che Napoli, anziché confidare che dalle sue proprie leggi ed istituti si tolga ciò che vi ha di buono ed imitabile per concorrere alla costruzione della grande legislazione comune definitiva del regno italiano, opera riservata al senno ed agli studi del Parlamento italiano, faccia ostinatamente all'amore con gli abrogati Codici ed editti dei Borboni, i quali, o signori, avrebbero meritato di perire, se non per altro, per ispegnere la memoria di legislatori, che non furono benefattori, ma oppressori del popolo.

Quest'accusa, dunque, e questi sospetti costituiscono pei miei concittadini un'atroce ingiuria, contro la quale io protesto in nome loro, facendomi interprete dei loro generosi sentimenti.

In Napoli, signori, visse ognora ardente, gagliardo, benché occulto, il sentimento nazionale, io spirito dell'italianità. Chi può cantare le vittime che in quel paese han fatto sacrifizio a questo sentimento della loro vita e della loro libertà? Al certo non minor gratitudine i Napoletani sentiranno per coloro che verranno in questo recinto a descriverci di Napoli la solenne vastità delle mura, l'imponente agglomera '. iòne di popolo, la bellezza di quel cielo e di quel mare, e l'eterno sorriso della natura, che per coloro i quali attesteranno piena ed illimitata confidenza nella sincera, volonterosa partecipazione del popolo napoletano alla comune vita nazionale, e faranno fede che ivi alberga, non meno che nelle altre parli delta nostra Penisola, un vivo ed ardente amore all'Italia.

Non temete adunque, o signori: del sacrifizio, che non ha costato un sospiro alla nobile Firenze, alla sede privilegiata delle arti «della civiltà, alla patria dei più grandi uomini che abbiano vestito spoglie mortali, alla patria di Dante, di Galileo, di Machiavelli, di Michelangelo, di questo sacrifizio non sarà capace la patria di Vico e di Pagano, la madre di miriadi di martiri che diedero il loro sangue per la libertà? Che imporla che per la sua vastità ed importanza economica debba necessariamente tornarle più ardua la prova? Sarà più grande il merito, più legittimo l'orgoglio che dovrà sentirne; più larga, ben lo disse l'onorevole ministro Peruzzi, la riconoscenza che«lei ne dovrà l'Italia.

E poi, o signori, credete voi che a Napoli non si consideri che, quando la capitale d'Italia sia trasportata a Roma, fra tutte le italiane città sarà Napoli appunto che più ne sarà avvantaggiata?

Adunque non si adduca più oltre questa come causa permanente e potentissima dei mali che soffre Napoli; che del resto, se essa lo fosse, sarebbe irreparabile.

Quando vogliamo apprezzare lo spirito pubblico della popolazione napoletana, e parlo anche di quelle della stessa antica metropoli delle Provincie napoletane, basti rivolgere lo sguardo a quella nobile, patriottica, esemplare guardia nazionale, di cui non si è mai potuto far ricordo che con attestati di onore e riverenza ih questo recinto, e le cui bandiere io bramerei veder decorate in rimunerazione degli straordinari servizi da lei resi in quella immensa e popolosa città.

S'indaghi ancora il vere spirito di quella nobile popolazione nei giudizi in mezzo ad essa renduti finora da' giurati, dappoiché i verdetti de' giurati rappresentano gli affetti e la coscienza dei popoli. Io stesso, allorché ebbi parte nell'amministrazione di quelle provincie, promossi i primi tra quei giudizi, insistendo perché non si diffidasse di quella grande istituzione di giustizia e di moralità; come aveva già cooperato dapprima anche in quest'Italia superiore per allontanare i timori e le diffidenze che qui parimenti aveva suscitali quella liberale istituzione. Fui io che vivamente incoraggiai il procuratore generale a far che i giudizi di stampa senza ritardo avessero luogo nella città di Napoli, benché si presagisse che in quel paese, ancora in preda a scatenale passioni ed a quella specie di pregiudizio che era invalso in Francia nei tempi che succedettero alla rivoluzione del 1830, difficilmente si troverebbero giurati i quali, distinguendo la licenza della stampa dall'esercizio della onesta libertà, si mostrassero giudici imparziali, ed al bisogno severi.

Questi presagi, o signori, completamente fallirono. Tutti i giudizi di stampa, i quali furono celebrati innanzi a' giurati della città di Napoli, si conchiusero con dichiarazione di colpabilità e con la condanna de' colpevoli,


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218 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

e risultarono documenti di saviezza, di moralità, di giustizia; attestato non dubbio della partecipazione dello spirito e del cuore di una eccellente popolazione al consolidamento del presente ordine di cose, al trionfo definitivo della causa italiana. (Bene!)

Né ometterò di rammentare un ultimo fatto, sul quale potrebbe anche il Ministero fornirci per avventura notizie più precise di fatto, cioè la gara patriottica che si è manifestata nella città di Napoli, ed anche nelle provincie, in occasione della leva ivi incominciata.

Lo spirito pubblico delle popolazioni napolitane è pienamente rivelalo da questi fatti gravi, moltiplici, eloquenti. Essi escludono che il malcontento di Napoli derivi propriamente da che quella città, come Firenze, ha cessato di essere la sede del Governo; male irrimediabile che obbligherebbe a conchiudere che Punita italiana sia impossibile!'

Vediamo ora pertanto come possano riassumersi sinteticamente le vere cause dei mali che travagliano le provincie napolitane.

È mio avviso, o signori, che quel malcontento abbia la sua radice in una causa materiale ed in due cause morali.

Qual è la causa materiale? Nelle provincie napolitane s'intraprese, e dimostrerò che doveva intraprendersi e condursi energicamente l'opera dell'unificazione. Ma quest'opera, o signori, non fu sempre eseguita senza una lesione troppo estesa e profonda d'interessi, anche oltre il limite del necessario, e prima che si creassero novelli interessi in luogo di quelli che erano condannati a distruggersi e perire.

Accennando al rispetto che dovevasi agl'interessi locali, io spero, o signori, che in mezzo a voi la mia voce non sia sospetta. Io passo in Napoli per uno de' più rigidi unificatori. La responsabilità di quei terribili decreti del 17 febbraio, di cui ho udito parlare da uno dei lati della Camera con accenti di biasimo, ricade in massima parte sopra di me, e, mi affretto a dichiararlo, di tutto cuore io la accetto. Ma nell'opera complessiva, e che era il risultamene di una serie d'atti talvolta legislativi, talvolta governativi ed amministrativi, sia del Governo centrale, sfa di tutte le amministrazioni che colà con rapidissima vicenda si succedettero, io sostengo che non furono rispettati tutti gl'interessi che" potevano meritare rispetto, come non furono creati novelli interessi. Ho detto che l'opera della unificazione era necessaria, e lo provo.

Nessuno contrastava la necessità dell'unificazione militare e politica; infatti sin dai primi istanti si sentì il bisogno di operare la centralizzazione di quanto riguardava l'esercito, di quanto riguardava la marina, e di ciò che attenevasi alle relazioni della politica estera; era evidente che non poteva farsi altrimenti. Rimanevano dei dubbi sulla legittimità ed i limiti della unificazione legislativa, e ciò tenne per qualche tempo gli animi in sospeso.

L'onorevole deputato Zuppetta mi faceva rimprovero che nel 17 febbraio, prima che il Parlamento si aprisse, fossero nelle provincie napolitane per me introdotti il novello Codice penale, che era in vigore nell'Italia superiore, il Codice di procedura penale, la legge del novello ordinamento giudiziario; che di più io abbia sottoposti alla firma di S. A. il principe di Carignano, e quindi promulgati i decreti per la soppressione delle case religiose ed altri provvedimenti concernenti la polizia ecclesiastica. Egli impugnò la legalità e l'opportunità di questi provvedimenti.

Signori, della legalità non ragionerò, dappoiché essa trovasi oramai riconosciuta da più voti anteriori di questa Camera.

Voi avete riconosciuto che questa legalità si fondava non soltanto sull'articolo 89 dello Statuto, ma altresì sulla legge che aveva autorizzalo il Governo del Re ad accettare e stabilire l'unione dì quelle provincie per coordinarle con quelle della rimanente Italia, il che implicava facoltà di emanare tutti quei provvedimenti che all'uopo si riputassero necessari, e quella legge era anteriore al plebiscito.

ZUPPETTA. Domando la parola.

MANCINI. Perciò si sapeva quali fossero i poteri che il Governo del Re colà andasse ad esercitarsi fondava inoltre questa legalità sul decreto medesimo dell'istituzione della luogotenenza napolitana, cui si è dato esecuzione ed effetto in tutte le altre sue parli. E d'altronde, o signori, qual titola ed autorità maggiore avrebbe avuto il Governo stesso del Re a pubblicare questi medesimi Codici nelle Marche e nell'Umbria per organo de' suoi commissari? Egli è chiaro che con si poteva attribuire minor potere, minor facoltà al luogotenente generale delle provincie napolitane, di quello che hanno esercitato, ed, a quanto pare; senza alcun serio contrasto di legalità, quegli onorevoli commissari del Governo delle Marche e dell'Umbria.

Diciamo piuttosto una parola della convenienza e dell'opportunità di quegli alti. Quanto ai Codici era vivo desiderio del Gabinetto centrale che prima della riapertura dei Parlamento, e nell'esercizio dei poteri straordinari confidati alla luogotenenza, questi codici fossero in quelle provincie introdotti.

Tuttavia, malgrado queste istruzioni (e siede in questa Camera l'illustre giureconsulto, allora ministro guardasigilli, da cui io le aveva), io dichiarai costantemente che l'unico modo di far accettare in Napoli quei provvedimenti e quelle profonde mutazioni consisteva in non importi, e che dovessero consultarsi uomini competenti del paese, per far sì che quasi dalla discussione tra i medesimi sorgesse un voto che invocasse, nell'interesse del paese stesso, la surrogazione ai vecchi ordini borbonici dei nuovi Codici e del novello ordinamento giudiziario.

E difatti una Commissione, composta di reputati giureconsulti e magistrati, cui io ebbi l'onore di presiedere, fu incaricala di questo esame; e molti membri di quella Commissione seggono oggi degnamente nell'una o nell'altra Camera del Parlamento.

La Commissione, dopo lunga e matura discussione, venne in questa sentenza, che fosse indispensabile distinguere le parti della legislazione napoletana che si riferivano al diritto pubblico da quelle che si riferivano al diritto privato; che per quanto riguardava il diritto privato, come il Codice civile e quelli di commercio e di procedura civile, fosse inopportuno e dannoso qualunque mutamento, e convenisse attendere la definitiva codificazione, la quale regolerebbe uniformemente le sorti della famiglia e della proprietà in tutta la nazione italiana; ma diverso fu il suo avviso (e, se io ben mi rammento, fu avviso unanime) per quanto concerneva le parli della legislazione che riferivansi al diritto pubblico, come il Codice penale, quello di procedura penale, la legge sull'ordinamento giudiziario e quelle che definissero le relazioni dello Stato colla Chiesa. Tuttavia era ben inteso che né anche convenisse di introdurre in Napoli questa parte di Codici come definitivi; il Codice penale, quello di procedura pen le, l'ordinamento giudiziario definitivo per tutta l'Itato dovranno uscire dal voto di questo Parlamento, e dovranno essere lungamente discussi e liberamente approvati dai rappresentanti di tutta intera la nazione.

Se non che concepitasi un periodo transitorio fino al momento (che non si sapeva se potesse giunger fra uno o due anni) in cui potesse conseguirsi il benefizio di quella definitiva codificazione;

219 - TORNATA DELL'8 DICEMBRE

durante questo periodo transitorio era forse preferibile lasciare in vigore la legislazione esistente, il vecchio Codice penale, il Codice di procedura criminale, l'ordinamento giudiziario; o durante questo periodo di tempo sarebbe un beneficio, l'introduzione provvisoria e temporanea di quei novelli Codici, perché ravvicinerebbero le condizioni delle provincie napoletane a quelle del rimanente d'Italia?

Signori, la Commissione inclinò a quest'ultima sentenza, e non avrebbe potuto fare altrimenti.

Ed invero, per quanto il Codice penale napolitano del 1819 contenesse notevoli progressi sulla legislazione francese, e fosse stato salutato come un Codice degno di encomio e di imitazione anche presso popoli più avanzali nell'incivilimento; non era men vero che quel Codice aveva tutti i vizii che debbono necessariamente macchiare un Codice decretato da un Governo tirannico. Mi basti avvertire alla Camera che in esso i reati contro la religione erano sottoposti a pene gravissime; la bestemmia, che al di qua del Tronto non sarebbe stata punita altrimenti che cui rimorso della coscienza, invece soggiaceva ad una pena severissima nel Codice napoletano; troviamo colà i reati politici puniti con pene draconiane; nessuna delle garantie dei diritti politici; e come trovarla, se il Codice era stato promulgato in tempi in cui non esistevano diritti elettorali, libertà di stampa, diritti politici di veruna sorta, ed anzi il solo pronunciarne il nome era un delitto? Ivi la pena di morte scorgevasi largamente prodigala, mentre scrupolosa economia del sangue umano era introdotta nel Codice emanato nel 1859 nell'Italia superiore.

Del pari nell'antico Codice di procedura penale non si trovava motto dell'istituzione dei giurati, ma invece sedevano a giudici quei togati, molli dei quali avevano contaminato il nome santo della giustizia, e l'avevano fatta cadere cosi in basso nella opinione pubblica, prostituendo con servile compiacenza la loro coscienza al potere, che era un'impossibilità, non distruggendo le Corti criminali, restaurare in quel paese il credito e la morale autorità della giustizia.

D'altronde, se per un anno o per due avesse dovuto ritardare la definitiva codificazione italiana, come difatti sarebbe accaduto, per la natura della discussione e dell'opera immensa, le provincie napolitano sarebbero rimaste cosi lungo tempo senza l'istituzione protettrice per eccellenza della libertà, quella cioè dei giurali, e sarebbero state tenute in una condizione di politica inferiorità al confronto col resto dello Stato, condizione al certo degradante per una parie così notevole della famiglia italiana.

Ecco, signori, le principali considerazioni, per le quali si riconobbe l'opportunità e l'urgenza di pubblicare quei Codici.

Aggiungerò che la Commissione, a buon diritto togliendo dagli antichi Codici napoletani alcune disposizioni le quali mancavano nei Codici dell'Italia superiore, propose ed ottenne che accanto ai novelli Codici fossero mantenute in vigore, sperando che quel contributo della sapienza dei giureconsulti napoletani potessero un giorno entrare a far parte della codificazione generale e definitiva del regno.

Non tacerò che il Codice penale italiano già fu posto in osservanza dal luglio di quest'anno nelle provincie napolitane; mi giungono da ogni luogo relazioni, le quali fanno testimonianza della lodevole prova che generalmente il medesimo vi sostiene, e della soddisfazione di coloro che lo veggono applicato.

Per quanto riguarda la legge di soppressione dei conventi, non ne discuterò la giustizia intrinseca; mi basta dire che la statistica offriva l'esistenza del numero non minore di ti 00 case religiose nelle provincie napoletane con un perso naie sterminato; che i beni, in gran parie immobili, ch'esse possedevano, erano di tanta importanza, che giammai una riforma delle condizioni economiche di quel paese sarebbe stata concepibile, quando nelle manimorte avessero dovuto perpetuarsi cosi vasti possessi.

D'altronde non era meno sentita l'urgenza di promulgare i provvedimenti sopra la polizia ecclesiastica; imperocché, o signori, nel paese ov'era nato Giannone e dove aveano governato Tanucci e De Marco, la potestà civile, sotto gli ultimi Borboni, avea ignobilmente abdicato tutti i diritti dello Stato per compiacenza verso la potestà ecclesiastica; e però, sotto quegli ordini, il Governo trovavasi ridotto impotente ed inerme contro le sedizioni e le cospirazioni di alcuni dei potenti capi del clero, a' cui sentimenti faceva contrasto il patriottismo e l'amore d'Italia che scaldavano le anime generose di una parie ben estesa del basso clero, secolare e regolare, in quelle provincie. Ben quarantadue vescovi trovavansi lontani dalle loro diocesi, ed alcuni di essi cospiravano segretamente in Napoli, ed il Governo ne avea certezza. Che più? Cominciavasi a vedere che alcune case religiose, come quella di Casamare, all'uopo convertivansi quasi in fortezze, donde le aggressioni ed offese fin contro l'esercito italiano potevano prepararsi e consumarsi. Era dunque di manifesta urgenza che uno stato di cose cotanto minaccioso ed insidioso al più presto cessasse; che, spento il concordato del 1818, come conseguenza della cessata esistenza politica dello Stato delle Due Sicilie, fosse richiamata in vigore la preesistente polizia ecclesiastica, sapientemente e vigorosamente ordinata in quelle provincie a' tempi del Tanucci; nella stessa guisa che il Governo della Toscana, dichiarata pure la cessazione del suo concordato, aveva richiamalo in vigore i suoi antichi ordini leopoldini; che, sciolte le Commissioni diocesane, si ripristinasse il sistema dei regii economi; e sotto la pressione di tali impulsi furono codeste leggi pubblicate anche in conformità delle istruzioni del Governo centrale.

Che più? Si sperava, ed io lo spero, che la soppressione delle case religiose, e la vendila dei loro beni a privali, potesse appunto riuscire a creare una quantità di novelli interessi in quel paese, e d'interessi così strettamente collegali col novello ordine di cose, che ne venissero moltiplicati gli interessati difensori e sostenitori.

Ma, o signori, se quest'opera dell'unificazione entro codesti limiti appariva legittima, necessaria e ragionevolmente giustificata, io credo fermamente che era pur debito del Governo a quel limite arrestarsi, ed accarezzare e possibilmente migliorare tutti quegli interessi che non fosse inesorabile necessità distruggere.

Io non esaminerò con l'onorevole deputato Pisanelli, se una lesione de' locali interessi siasi arrecata, non serbando una esatta proporzione fra il numero degli impiegati napoletani e quelli delle altre provincie italiane presso l'amministrazione centrale.

Mi perdoni il mio rispettabile amico, anche questa osservazione condurrebbe ad impicciolire la questione, anzi a sostituire (al certo ben lungi dalle sue intenzioni) una specie di carattere federativo nell'amministrazione italiana ad un carattere unitario.

Ma questa generale verità di fatto conviene che sia schiettamente affermata. In Napoli da un tono in qua si è venuto di continuo operando una sistematica

220 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

e non graduata demolizione d'un'immensità di istituzioni, d'interessi, di amministrazioni locali. Né solo rimasero danneggiate e sacrificate, sotto la falce di questa distruzione, persone che appartenessero al partito borbonico, perché quelle amministrazioni trovavansi ormai in gran parte ripiene di uomini nuovi, e non di rado usciti dalla rivoluzione, e del novello ordine politico sommamente benemeriti. Di modo che anche nuove, nuovissime amministrazioni recentemente creale o sotto la dittatura o sotto alcuna delle luogotenenze dovettero perire, e numerosissime persone che vi consacravano l'opera loro, con iscapito dell'ottenuta posizione, cessare dall'esercizio delle attribuzioni loro affidate; e ciò operavasi per un'eccessiva tendenza all'uniformità coll'amministrazione e col sistema in vigore nell'Italia superiore, e malgrado la proclamata tendenza discentralizzatrice, ed aggiungerò, senza che costantemente apparisse una evidente necessità di farlo. E più aggravava il senso di questi danni, perché spesso i provvedimenti né pur rivelavano un concetto uniforme, e quindi mancava anche la potenza di quella logica politica inesorabile, la quale comanda che in ogni provincia di uno Stato un principio trovi eguale ed uniforme applicazione.

Ne volete una prova? In Toscana, sotto l'accorta amministrazione del barone Ricasoli, crasi proceduto assai diversamente, con grandissimo riguardo a tutti gl'interessi, ed ancor molto tempo dopo continuava, come oggi ancora continua in Toscana, a mantenersi per varii rispetti la diversità dell'amministrazione; si che l'onorevole presidente del Consiglio, sono pochi giorni, ci dichiarava che ora egli intende, proseguendo sempre ad attuare il sistema di unificazione, togliere anche in Toscana quella speciale amministrazione comunale e provinciale ch'essa continuò sempre ad avere. Lo stesso è avvenuto nella soppressione delle luogotenenze; non avendo essa avuto luogo dappertutto; ma solo in Napoli, non in Sicilia. Simili esempi mostrai ano che queste demolizioni d'istituti e d'iuteressi locali non sempre erana comandate da una rigorosa ed inesorabile necessità: talvolta si gettava lo sguardo nei varii paesi d'Italia, e vi si trovavano applicati principi! e norme diverse, e conseguentemente più si sentiva il dolere degli interessi che venivano, , quasi per empirico arbitrio, danneggiati, quando si credeva che il loro sacrifizio non fosse assolutamente necessario all'unità politica della patria.

Riconosco essere un lodevole principio quello dell'inflessibile esecuzione dei regolamenti, poiché ciò rende il Governo ordinalo e' disciplinalo. Nondimeno l'aver applicati nelle Provincie napoletane novelli regolamenti in gran numero, e con soverchio rigore, lia prodotto inconvenienti gravi.

Ho promesso di non discendere a particolari; ma scelgo a caso alcuni degli esempi stessi sui quali abbiamo potuto ricevere speciali spiegazioni dai ministri.

Si è parlalo della petizione di quei quarantacinque convittori della scuola di marina in Napoli, che erano stati congedati dallo stabilimento, in cui già attendevano al loro corso, perché la loro età era inferiore a quella prescritta dal novello regolamento. Ebbene, poiché non si trattava che di un regolamentò, e dai regolamenti i ministri possono dispensare, ci sia lecito domandare se era assolutamente, rigorosamente necessario che coloro i quali si trovavano già nel collegio, è che avevano una posizione, per dir cosi, acquistata e guarentita all'ombra dei provvedimenti emanali dall'anteriore autorità legittima, ne fossero espulsi, gettando nel malcontento e nello sconforto numerose famiglie.

Dobbiamo ammettere che questa necessità veramente non esistesse, quando ci è riferito che il generale La Marmora, uomo tenace della disciplina, e che certo non si lascia vincere da debolezza di sentimento, ha sentito il bisogno egli stesso, che è sul luogo, di concorrere nella istanza che il nuovo regolamento non si applicasse io Napoli con assoluto rigore e si instituisse una classe preparatoria di studi per quei 15 fanciulli.

Si è parlato parimenti della dimissione data in massa dal corpo dei macchinisti della marina napolitana, perciocché in un nuovo ordinamento fossero stati spogliali della graduazione di ufficiali che godevano in virtù delle disposizioni prima vigenti in Napoli, e fossero stati ridotti alla condizione della bassa forza.

Le dilucidazioni in proposito fornite dall'onorevole signor ministro della marina ci mostrano quale lodevole motivo lo determinò a rigettare le reclamazioni di quei macchinisti, quello cioè di reprimere un arto contrario alla disciplina militare, da che costoro si erano dirutamente a lui rivolti, anziché far pervenire per le vie gerarchiche la loro domanda. Ma questa e forma e non sostanza, ed io appresi dallo stesso ministro della marina com'egli avesse già pronto un decreto per migliorare la condizione, non solo di quei macchinisti, ma di tutti gli altri della regia marina italiana, "ed averne indugiata la pubblicazione unicamente in dipendenza di quelli violazione di disciplina, la quale per avventura potrebbe anche ascriversi a poca perizia de' contravventori, uomini di scienza, i quali, se per verità erano assimilali ai gradi militari e perciò legalmente sottoposti alle disposizioni dei regolamenti militari, non erano però propriamente militari.

Consentirò facilmente all'onorevole ministro della marina che è indifferente lo indossare le divise del soldato e quelle del generale sotto l'onorala bandiera italiana, ma spero che egli converrà pur meco che coloro i quali già trovansi insigniti del grado di ufficiale difficilmente possono piegarsi! discendere ad un grado inferiore senza reputarsi immeritevolmente oltraggiali.

L'amministrazione degli ospedali militari è stata in Napoli non ha guari disciolta, e potremmo presentare alla Camera le petizioni che ci vengono da parie di parecchi di quegl'impiegati onorevoli per sentimenti e meriti liberali, i quali sono stati collocali a riposo, benché nel. vigore dell'età, con tenuissime pensioni.

Dicasi lo stesso del collegio militare superiore, che in Napoli aveva prodotto eccellenti allievi nelle armi speciali, soppresso e convertilo in una scuola militare d'ordine inferiore; della classe sventurata e degna di tutte le simpatie, de' militari destituiti per causa politica nel 1821, che non possono ottenere un trattamento uguale a quello conceduto ai loro compagni di sventura dell'antico esercito piemontese, ed in età cadente languiscono nella miseria. Dicasi infine lo stesso di tanti e tanti altri casi particolari, nei quali non voglio discendere, perché desidero che il mio discorso non perda il carattere che ho inteso imprimergli. Solo avvertirò che di questi fatti abilmente s'impadroniscono i nemici dell'odierno ordine di cose; li commentano, li portano in giro per le vie della città, li esagerano; e convien pure riconoscere che in una città di 500 mila abitanti, le difficoltà e le conseguenze dell'unificazione dovevano incontrarsi più gravi, e perigliose che altrove. Né solo questi medesimi interessi potevano essere trattali con maggiore circospezione e sollecitudine, ma non si provvide ad accelerare la creazione d'interessi novelli.

Io non dubito che nuovi interessi sorgeranno, poiché la vendita dei beni ecclesiastici, le ferrovie in costruzione, le opere pubbliche, i porti, l'ampliazione dei commerci,

221 - TORNATA DÉLL'8 DICEMBRE

le mutate circoscrizioni giudiziarie, lo svolgimento del credito e delle istituzioni industriali, costituiranno in breve tempo ben altri e potentissimi interessi in quel paese, che lo vincoleranno con tenacissimi legami al resto d'Italia! Ma esprimo il desiderio che, poiché siamo ancora, e finché saremo in questo periodo transitorio, non si abbiano a toccare, senza assoluta necessità, gl'interessi esistenti, e se si può, si faccia opera di ristorare al più presto almeno i principali Ira quelli delle classi che han potuto rimanere, in un paese cosi vasto, pregiudicati. Io son convinto che questo programma, questo compito assunto, da parte del Governo non sarebbe solamente l'adempimento di un dovere, ma altresì un mezzo infallibile di procacciarsi influenza e simpatia.

Dirò ora brevemente delle due cause morali dei mali che travagliano le provincie napoletane.

PRESIDENTE. La seduta è sospesa per cinque minuti.

MANCINI. Dirò assai più brevemente di quelle che a me sembrano le due potenti cause morali del malcontento delle Provincie napolitane.

La prima di esse, o signori, a mio avviso, consiste nell'opinione colà generalmente diffusa, che il Governo italiano non sia volonteroso del pari ad accettare ed apprezzare il concorso di tutte le frazioni del partito liberale e nazionale.

Nelle altre provincie d'Italia la parte liberale e nazionale procede unita e concorde contro comuni avversari.

In Napoli, per grande calamità, non fu così. Prima ancora che ruinasse il trono di Francesco II, coloro i quali preparavano la rivoluzione in Napoli, benché tutti, fossero inspirati dal sentimento del patriottismo e dell'amore del paese e della libertà, pure si divisero, direi quasi, in due falangi, a capo di una delle quali era, come è noto, il così detto Comitato dell'ordine, e dell'altra un così detto Comitato d'azione.

Gli uni e gli altri inviarono emissari nelle provincie; e, convien dirlo, le gare tra questi agenti non furono sempre gare generose di pericoli e di sacrifizi; moltissime volte divennero gare e gelosie d'influenza.

Quando Garibaldi entrò solo con pochi suoi compagni nelle mura di Napoli, sotto gli occhi di numerosa parte dell'esercito borbonico, che rimase stupefatta e paralizzala dal mirabile entusiasmo di un'immensa e sterminata popolazione, egli accordò di preferenza la sua fiducia agli uomini del partito di azione, e penso che l'onorevole deputato Bertani, il quale oggi ci diè prova in quest'Assemblea delle sue tendenze, non sia disposto a disdire questa sua predilezione. Si ebbero a lamentare nel Governo, specialmente in alcune provincie, non lievi disordini ed inconvenienti; e poiché suole attribuirsi d'ordinario la responsabilità dei mali e delle pubbliche sofferenze a coloro che governano, cosi alcune delle luogotenenze, che indi si succedettero, si trovarono indotte ad accordare per contrario la loro preferenza agli uomini che si chiamavano del partito dell'ordine

Ciò coincidendo in Napoli colla partenza del generale Garibaldi per Caprera, che scosse vivamente la fantasia ed addolorò il cuore di quel popolo riconoscente, colla dissoluzione dell'esercito meridionale e con altri fatti gravissimi, sui quali è già stata chiamata l'attenzione della Camera. venne a poco a poco ingenerandosi l'opinione che il Governo italiano non fosse imparziale con gli uomini e le gradazioni diverse della parte liberale, ma fra coloro i quali avessero prestato i loro servigi alla causa nazionale, riserbasse maggiormente verso di alcuni le sue simpatie e la sua predilezione.

Badi la Camera che io dico, esiste questa opinione, e sfido chiunque a contrastare il fatto anzi questa opinione oggi più che mai ha gettato negli animi de' Napolitani profonde radici. Io non dico che questa, opinione corrispondesse alla realtà; ma ognuno degli atti del Governo ed ogni nomina e scelta di personale viene commentata sotto questo punto di vista, e con questa preoccupazione diffusa ormai in tutti gli ordini del paese. Ecco perché, o signori, quando, per combattere il brigantaggio, l'ultimo dei luogotenenti generali, l'illustre vincitore di Castelfidardo, l'espugnatore di Gaeta e di Messina, si propose di dissipare quella pericolosa opinione, e mostrò di accordare la sua fiducia anche ad alcuni uomini del partito più avanzato, ad essi commettendo incarichi di rischiosa risponsabilità, come era quello di dar la caccia ai briganti, questo fatto sollevò un doppio giudizio nel paese. Moltissimi ne trassero argomento di simpatia, di devozione, di riconoscenza pel generale Cialdini, il quale, come si sa, ne raccolse larghissima popolarità, che tuttavia circonda in Napoli il suo nome; ma non mancarono di coloro, i quali credettero invece che questa novità significasse un abbandono, una defezione verso quella frazione che più erasi mostrata devota al Governo.

Io narro un fatto, non esprimo alcun giudizio; ma questo fatto rivela il dovere che m'incumbe, come cittadino e deputato italiano, di manifestare al Governo con la più schietta franchezza un secondo mio desiderio, che il Governo si mostri, qual è, al. disopra di tutti i partiti; che assimili a sé tutti coloro i quali siano devoti ai principii della politica nazionale ed alla monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele II; che nel concorso della probità e della capacità non faccia altre distinzioni, se non quelle di merito, di dottrina, di servizi resi. Voglia studiarsi di trovare alcun modo, con atti che possano essere generalmente apprezzali, di dileguare questa preoccupazione, la quale è profondamente diffusa nella società napoletana.

Uno degli onorevoli oratori che mi precedettero, credo il signor Ferrari, ci diceva: imitate nella vostra politica interna quel che fece il piccolo Piemonte. Sì, io soggiungo, imitiamolo anche in questo.

Qual cosa ha fatto la forza del Gabinetto Cavour nel 1853? Un'assimilazione al partito, che allora sosteneva il Governo, di tutti gli uomini ragionevoli, assennati di una parte più avanzata nel senso liberale.

Qual cosa ha fatto la forza del Gabinetto Rattazzi dopo la pace di Villafranca, in quell'epoca veramente luttuosa, in cui il sentimento italiano parve per un istante scoraggiato e caduto in preda alle più grandi incertezze? Egli confidò rilevanti cariche anche ad uomini i quali avevano fino a quel tempo appartenuto all'opposizione, cioè ad una gradazione liberale più pronunciata.

Io voglio confidare che queste mie parole valgano una risposta a quell'appello alla concordia ed alla conciliazione che sul principiare di questa seduta ci veniva dai banchi della sinistra.

Io prego que' nostri onorevoli colleghi ai prender atto che questa voce di pace parte dai banchi della maggioranza, e che esorta il Governo del Re a dileguare, sopratutto nelle Provincie napoletane, una erronea e pregiudicata opinione, e ad attribuire la sua confidenza secondo i meriti, la capacità e le qualità personali di tutti coloro i quali, appartenendo alla parte liberale, facciano adesione leale, franca, sincera ed onesta, ai principii che servono di fondamento alla monarchia costituzionale italiana. (Bene!).

222 - CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL 1861

Un'altra causa morale di malessere e di malcontento sta in quel difetto invincibile di fiducia nel Governo, di cui parlò già l'onorevole Peruzzi, e che è fatto più forte dall'opinione altrettanto erronea che il Governo italiano, per tradizione e per sistema, facciasi quasi un obbligo di essere e dimostrarsi tenace ed inflessibile, incapace di ritornar mai sui propri atti, e che perciò non sia sperabile ch'esso mai ripari un errore, anche quando accidentalmente sia. stato commesso. Questa è l'opinione che generalmente si ha in Napoli dell'altitudine e dei principi! direttivi del Governo.

Ora a me sembra, o signori, che se tutti in questa Camera di accordo abbiam riconosciuto che degli errori si sono commessi nelle provincie napoletane, errori involontari come si voglia, e che forse non si potevano evitare, ma che pur si commisero, facile si apre la via al Governo a poter dissipare benanche quella bugiarda e fallace credenza.

Che il Ministero manifesti l'intenzione d'imprendere a rivedere pacatamente e coscienziosamente i principali atti governativi che hanno avuto luogo in Napoli dal 7 settembre 1800 fino ad oggi, sia delle dittature e delle successive luogotenenze, sia dello stesso Governo centrale; e così ras sicuri tutti gl'interessi lesi e pregiudicali, che o non rimarranno nella condizione in cui oggi si trovano, o almeno ciò avverrà dopo un nuovo esame, dopo che accuratamente si sarà verificato che le doglianze noti erano fondate, o che I privati interessi dovevano cedere in faccia ad invincibili necessità di un ordine superiore.

Io prego il Ministero di riconoscere che questa mia proposta nulla ha di comune colla mozione di una inchiesta parlamentare. Non avrei fede nell'efficacia di quel mezzo che alcuna volta venne da un'altra parte della Camera annunciato come la sola inedela ai mali delle provincie napoletane.

Io credo che un Ministero, il quale fosse collocato sotto il peso di questa specie di revisione del Parlamento di tutti i suoi atti di amministrazione, sarebbe esautorato, sarebbe ormai destituito di qualunque forza ed autorità, sarebbe dichiarato indegno di reggere la nazione italiana; credo altresì che il Parlamento assumerebbe un compito troppo malagevole e del tutto alieno da' veri uffici della nazionale rappresentanza che è chiamata a far leggi e non ad amministrare.

Una voce a sinistra. Ciò si fa in Inghilterra.

MANCINI. Non metto in quistione che ciò possa farsi, che per un fatto particolare, per qualche avvenimento di altissimo rilievo, sopratutto se abbia relazione col sistema della politica generale, e colla fiducia che debba accordarsi al Governo, si possa in casi gravi" e rarissimi ordinare un'inchiesta parlamentare. Ma non conosco esempi di un'inchiesta parlamentare che Si estenda in massa sopra tutti gli alti di un'amministrazione, anzi ili una serie d'amministrazioni che siansi succedute!.

È vero che in Napoli con gli alti d'amministrazione trovanti pur decretali alti legislativi; ma che imporla? Anche in queste leggi, emanale da' Governi che ivi si sono succeduti, non hanno potuto introdursi degli errori? Interessi importanti non hanno potuto esserne lesi? Ebbene, sono io il primo, o signori, che sottometto gli atti tutti dei cinque mesi della mia amministrazione nelle provincie napolitane a que. sta revisione; io invoco il mutamento, la correzione di qualunque di quei provvedimenti in«ui per avventurasi fossero cagionati danni, offesi interessi, non applicale esattamente Je norme della giustizia e della civile prudenza. Altri, come me, avranno erralo pure in tutta buona fede. Ma se errori esistono; se tutti siamo d'accordo nell'ammetterli, quale esser dovrà la conseguenza pratica di questa discussione?

Dovranno essi rimanere senza riparazione ed emenda? No; il Governo manifesti di voler intraprendere quest'accurata revisione. Né si dica che dovrebbesi parimenti estenderla a tutti i paesi d'Italia. Le provincie napolitano versano in una

condizione più grave, più difficile; ivi l'opera dell'assimilazione doveva perturbare più grandi interessi per l'importanza stessa di quella parte dell'italiana Penisola. Procedasi adunque, per opera esclusivamente del Governo, e dal Governo medesimo, circondalo dalla nostra fiducia, ad una revisione di tutti gli atti delle dittature, delle luogotenenze, dello stesso Governo centrale. Che se si appalesi il bisogno di apportai mutamenti in alti che hanno un valore legislativo, il Governo verrà innanzi al Parlamento a proporre le modificazioni di tutte quelle leggi e di tutti quei provvedimenti che egli si sarà convinto meritare emendazioni; ed il Parlamento non mancherà;;l certo di soccorrere largamente col suo voto ad appagare le richieste per soddisfarre a' legittimi desiderii, a' più caldi voti di numerose e sofferenti popolazioni.

Ma considerate "di grazia, o signori, qual sarebbe l'effetto immediato d'una dichiarazione di questa natura da parte del Governo. Un immenso, immediato, benefico effetto morale; la speranza e la confidenza ad un tratto risorgerebbero; anche quelli i quali si lamentano senza ragione, e ve ne ha moltissimi, entrerebbero in una novella fase di aspettazione;. e persuasi che il Governo dovrà riesaminare tutto ciò che si è fatto, desisterebbero dai loro lamenti; e quand'anche più lardi non conseguissero gl'invocati provvedimenti, almeno sarebbero ridotti al silenzio ed obbligali a riconoscere che dopo uno studio accurato e coscienzioso i consiglieri della Corona hanno finito per convincersi dell'insussistenza dei proposti reclami.

Proposti cosi i miei desiderii al Gabinetto, mi si domanderà: qual è la conclusione del vostro discordo? Che il Ministero merita censura?

Signori, io credo che i consigli dati ad un Governo da coloro che lo circondano della loro fiducia non possono significare una censura, sono anzi una conferma di questa fiducia. Io, colla mano sulla coscienza, ho domandato a me stesso quale sia la parte di responsabilità degli errori di cui ho ragionato, che ricade sull'attuale amministrazione, e sono obbligato a dichiarare lealmente che è la minima, perché la maggior parte degli alti e dei provvedimenti risale all'epoca delle dittature e delle luogotenenze; od alla cessata amministrazione; ed anzi l'attuale è entrata appena da un mese nella direzione immediata degli affari e degli interessi di quelle provincie.

Dirò anzi che, se io considero gli alti della attuale amministrazione, sono obbligalo a riconoscere che la medesima, se non ha raggiunta la meta, ha già fatto commendevoli sforzi per avvicinarsi alla medesima.

Ed invero, per quanto riguarda il brigantaggio, abbiamo veduto come più attivamente sotto questa amministrazione, che sotto la precedente, siasi adoperato l'esercito ad estirparlo; come vi siano stati impiegati anche i corpi di guardia nazionale mobilizzata; come siansi esercitati atti di repressione, se volete, severi, ma legali, perché è utile rischiarare l'opinione pubblica dell'Europa sopra un fatto che è stato talvolta travisato anche in questo recinto.

Vi ha un testo espresso del nostro Codice penale militare, in conformità del quale adunaronsi i Consigli di guerra contro coloro che avessero con vie di fatto resistito alla forza militare regolarmente organizzata.

Questo è quello che si è fatto con necessario rigore, ma con legalità, dal nastro glorioso esercito, il quale, non perdonando a disagi e pericoli, non ha certamente a muovere rimprovero ad alcuno de' suoi uffiziali.

223 - TORNATA DELL'8 DICEMBRE

Che se il dubbio talvolta insorse sopra taluno dei loro atti, sia lode al Governo, che non ha mancato di promuovere regolare giudizio a loro carico per sottoporli alle sanzioni biella legge.

Cosi abbiamo veduto pochi giorni sono tradursi il signor capitano Bosco davanti ad un tribunale militare in questa città, dal quale però venne assolto; e noi dobbiamo chinare il capo davanti all'autorità della giustizia, dappoiché il palladio di tutte le liberti è l'indipendenza dell'autorità giudiziaria.

Se passiamo all'amministrazione interna, vediamo di recente decretata una delegazione di alcune facoltà del Ministero ai prefetti della provincia. A mio avviso, sono facoltà molto insufficienti; ma il voto precedente della Camera vincolava il Ministero dell'interno.

Spero che la Camera sentirà il bisogno, nel discutere la legge comunale e provinciale, di cui il signor ministro dell'interno ci ha promessa la presentazione, di allargare ulteriormente la misura e la possibilità di quella delegazione, acciò il discentramento non sia una illusione ed una vana parola, ma una realtà.

Quanto all'amministrazione della guerra, più che altri mai desidero che la nazione sia al più presto vigorosamente armata.

Ora il ministro ci ha detto che ha ne' ruoli dell'esercito attivo 260000 soldati, che fa assegnamento sulle leve, alle quali alacremente si attende, per portar l'esercito alla imminente primavera almeno a 500000 uomini; che acquisti importanti si sono fatti di materiale da guerra; che anche oggi, se dovessero armarsi ed equipaggiarsi 120000 guardie nazionali, ne avrebbe in pronto i mezzi; è l'attuale ministro della guerra che ha finalmente decretata l'organizzazione di quattro divisioni del corpo dei volontari.

Egli stesso ha pur cercato di trarre profitto degli avanzi dell'esercito borbonico, non da lui, ma dall'amministrazione procedente disciolto; e mi è di compiacimento poter rendere testimonianza della buona prova che i soldati napolitani hanno fatto nel campo di San Maurizio, attirandosi la stima di quanti ebbero a visitarlo.

Finalmente è dovuto al ministro medesimo anche il compimento di un voto clic era nel cuore di tutti, ed al quale mi associai con fervore: quello che più non rimancssein sospeso la promessa amnistia a coloro i quali, mentre facevan parte dell'esercito regolare, messi da nobile ardore, erano corsi ad affrontare i pericoli delle battaglie nell'Italia meridionale sotto la bandiera di Garibaldi. Quest'amnistia è stata accordala e la si deve alla presente amministrazione.

Il ministro della marina ci ha comunicato importanti ragguagli riguardo al personale, al materiale ed agli ordini legislativi della nostra marina; ci ha riferito a qual punto si trovi l'esecuzione della legge da noi volata sulla leva di mare, quali sieno state le materiali difficoltà che in alcune Provincie si sono incontrate per la sua applicazione; ci ha confortali esponendoci lo stato in cui si troverà la marina italiana alla prossima primavera, cioè In forza superiore del doppio alla marina dell'Austria ed alquanto superiore anche a quella di un'antica potenza marittima quale si e la Spagna. Finalmente ci ha dato sicurezza che a togliere d'attività l'attuale regolamento penale marittimo, reliquia di altri, tempi, non degna della civiltà presente, erano già sotto l'esame di una Commissione tanto un Codice della marina mercantile, pianto un Codice penale marittimo, per essere presto sottoposti alle deliberazioni della Camera.

Quanto al ministro di grazia e giustizia, rammenterò che, per l'attuazione del Codice di procedura penale e del nuovo riordinamento giudiziario nelle provincie napolitane e siciliane, egli ha già proposto alla Camera due disegni di legge

che renderanno possibile quest'attuazione, e quindi l'introduzione dell'istituzione dei giurati in quelle Provincie all'aprirsi del nuovo anno. Dipenderà da noi di secondare questa che io 'credo utile e necessaria proposta; e tanto più necessaria, ove si pensi che alla medesima è intimamente collegala la possibilità della riforma nel personale della magistratura delle Provincie napolitane, che venne da tutti i banchi della Camera invocata. Come infatti potrebbe il Governo rimuovere dalle Corti criminali un numero di magistrati, surrogandoli con successori, i quali non dovrebbero rimanere in ufficio che pochi mesi, dappoiché le Corti criminali trovansi già soppresse pel decreto del 17 febbraio sul nuovo ordinamento giudiziario?

Il ministro medesimo recavasi personalmente in Napoli ed in Sicilia; e raccogliendo informazioni ed avvisi, compieva, non ha guari, l'arduo lavoro della novella circoscrizione giudiziaria di quelle provincie.

Finalmente il ministro ha il merito di aver con la pubblicazione de' necessari decreti e regolamenti dato ormai esecuzione alla legge sulla soppressione dei conventi nelle provincie napoletane, che egli stesso accennò come non tutte avesse trovale propizie le successive luogotenenze, per sollecitare la quale esecuzione, io aveva già indirizzate lunghe relazioni e lavori al Ministero centrale prima ancora che abbandonassi gli affari, aggiungendovi il progetto di un lungo regolamento per l'amministrazione della cassa ecclesiastica, e di un altro per lo stabilimento dell'economato regio nelle provincie napoletane, lavori di una benemerita Commissione da me convocata. Ma queste mie relazioni più non trovavansi nel Ministero di grazia e giustizia, ed è stato necessario per l'attuazione di tali provvedimenti, che io fornissi al ministro un novello esemplare di quei progetti, di cui accidentalmente mi trovai possessore.

Il ministro delle finanze ha annunciata l'esposizione che ei ci riserba ancora della sua amministrazione. Tuttavia gli dobbiamo l'ottenuta copiosa soscrizionc all'ultimo imprestito nazionale, e l'unificazione dei debiti pubblici di tutti i cessati stati italiani, opera di somma importanza politica, perché è uno di quegli atti che tendono a collegare immensi e potentissimi interessi al mantenimento dell'attuale ordine di cose.

Né può dissimularsi che l'operazione avrebbe potuto incontrare non irragionevoli difficoltà negl'interessi locali dei possessori della rendita napoletana, il corso della quale era di molto più elevato; e nondimeno le popolazioni napoletane non opposero la benché menoma osservazione o resistenza, novella prova del loro volonteroso concorso a procacciare al Governo italiano la forza ed il credito di cui abbisogna.

Questi atti adunque, congiunti con l'elaborazione di tutte le leggi riguardanti il nuovo, sistema delle imposte, l'esame dei quali lavori occupa da più settimane i nostri uffici, sono certamente titoli pei quali io non potrei senza ingiustizia determinarmi a ricusargli il mio voto di fiducia.

Dicasi lo stesso, o signori, per non protrarre più a lungo il mio discorso, del ministro dei lavori pubblici, il quale anch'egli di persona si è portato a perlustrare le provincie napoletane, facendovi studiare i progetti dei porti e di altre importanti pubbliche opere, e già eseguire i lavori delle ferrovie, ancorché una delle compagnie concessionarie fosse venuta meno ai suoi impegni. Né mi è ignoto che anche presso gli altri Ministeri si stanno elaborando e preparando importanti progetti, che presto saranno a noi sottoposti.

In questa condizione di cose, la mia fiducia nel Ministero non può venir meno, solo perché riconosciamo che nelle provincie napoletane si deplorano non pochi errati; perché troppi interessi vi furono perturbati e scossi,

224 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

ed urgente a me sembra il bisogno di annunziare una revisione coscienziosa degli atti di quelle amministrazioni per rialzare lo spirito del paese e specialmente per confortarne la parte liberale. No: io debbo ancora sperare che i consiglieri della Corona sentiranno l'importanza, la sinceriti dei manifestati consigli e suggerimenti, e non ricuseranno di adempiere al loro debito e di appagare i voti da ine significati.

Ed ecco, signori, le considerazioni che mi determinarono a proporre nella seduta di ieri, in forma di ammendamento, il mio ordine del giorno, sul quale, grato e riconoscente alla indulgenza generosa di cui la Camera mi ha onorato, ascoi, tandomi più a lungo che io non mi proponessi, non prenderò più la parola, abbandonandolo ai saggio apprezzamento della Camera.

In quest'ordine del giorno, dopo essermi associato al resto della maggioranza nella speranza del compimento operoso dell'armamento nazionale, e della restaurazione della sicurezza e dell'amministrazione pubblica, formulai così l'espressione di que' miei speciali desiderii: conciliando l'unificazione politica e legislativa col minor sacrifizio degl'interessi, accettando il concorso leale di tutte le oneste frazioni della parie liberale, ed imprendendo un'imparziale revisione dei principali alti governativi riguardanti le provincie napoletane dal 7 settembre 1860.

Io Io ripeto: intendo proporre quest'ordine del giorno, non già come un voto di censura, ma di direzione e consiglio: e, se fosse d'uopo a rassicurarci miei colleghi della maggioranza, che essi prendano atto di questa mia esplicita dichiarazione. Il Ministero poi non potrebbe declinarlo, perché non può respingere la direzione ed i consigli della nazionale rappresentanza nell'amministrazione dello stato.

Del resto, io sono pronto, ad accostarmi ad ogni altro ordine del giorno, in cui, con qualunque altra formola, quei miei voti possano risultare più o meno esplicitamente compresi; ed anzi aggiungo che a me basterà che il Ministero sorga a dichiarare ch'esso accetta quei suggerimenti, ch'essi rispondono alle norme d'amministrazione ch'egli si prefigge e che intende applicare, che prende impegno di conformarvi la sua condotta, perché io non abbia difficoltà anche di ritirare quell'ordine del giorno per rendere così più semplice e spedita la votazione della Camera.

Ma fra quei suggerimenti scongiuro il Ministero a prendere in ispecial considerazione quello che invita il Governo ad accettare largamente, imparzialmente, senza grette esclusioni e diffidenze, il concorso di tutte le oneste frazioni della parte liberale della nazione, che a lui facciano adesione.

Signori, finché l'opera della redenzione nazionale non sia compiuta, finché ci stanno dinanzi l'arduo problema mondiale della questione romana, e la prospettiva di un'ultima e sanguinosa lotta che dovremo sostenere per istrappar Venezia alla straniera dominazione, no, non è tempo ancora di dividerci in politici dissentimenti; è suprema necessità che la nazione intera rimanga unita e compatta quasi in giorni di pubblico pericolo, come unite e concordi si mostrano sempre tutte le libere e civili nazioni davanti a nemici che pongano in questione il loro onore e la loro esistenza!

Che significano più questi nomi, di cui si è tanto abusato e tanto si abusa ancora per rompere la nostra concordia, di uomini dell'ordine, e di uomini di azione? Aboliamone la memoria: tutti quanti amiamo l'Italia, vogliamo, tutti dobbiamo volere l'ordine; ma non già un ordine inerte, pauroso, partigiano, quale sarebbe scompagnalo dall'azione; tutti vogliamo e dobbiamo volere l'azione;

ma non cieca, imprudente, dissolvente, causa immancabile di debolezze e di disinganni, quando non è accompagnata dall'ordine!

Che significa ancora questo deplorabile dissidio, occulto, benché spesso non confessalo, tra gli adoratori ed i diffidenti di Giuseppe Garibaldi, tra idolatri ed ingrati? L'Italia non potrà mai mostrarsi abbastanza riconoscente ai prodigi di valore del nostro prode e glorioso esercito; ma, ad un tempo, potremo noi obbliare i grandi e meravigliosi servigi che all'Italia resero pure i suoi volontari, capitanati da quel miracolo d'uomo di Garibaldi?

Signori, colla mano sulla coscienza, domandiamo a noi stessi: senza Garibaldi e i suoi mille compagni di Marsala, senza quell'impresa che allora tutta Europa qualificò come una sublime follia, prima di vedérne i risultamenti, siete voi certi che ci troveremmo noi tutti qui raccolti nella maestà di quest'aula a deliberare sulle sorti della nostra grande patria?

E poiché mi venne sul labbro il gran nome di Garibaldi, concedetemi, o signori, di additarvi quel nobile ed autorevole eccitamento alla concordia, qua] grande esempio di abnegazione personale da lui stesso ci venga in questo stesso momento! Egli era testé in Torino: ma, appena pensò che la sua presenza al Parlamento, che si onora di averlo tra i suoi membri, nel momento in cui vi si agita la questione ministeriale, potesse avere una sinistra interpretazione, e fornire occasione o pretesto ad agitazioni o dissidi, tosto egli scomparve, e ripartì nuovamente per la sua solitudine di Caprera Non imiteremo un così nobile esempio?

Signori, quando io volgo intorno il mio sguardo in questa nobile e numerosa Assemblea, e vedo convenirvi insieme cittadini di Napoli e di Sicilia, Lombardi, Toscani, Romagnoli, Subalpini, Liguri, e tra loro discutere gravemente e pacatamente le questioni politiche, quasi immemori della secolare divisione dei loro paesi che durava ancora fino a ieri, colla coscienza e l'affetto di antichi concittadini e fratelli, io sento il mio cuore commosso, e penso, allorché assisto a qualche deplorabile incidente, come quello che contristò la seduta d'oggi, quale sarebbe la letizia e l'orgoglio che riempirebbe invece le grandi anime de' nostri illustri progenitori, dall'Alighieri, dal Machiavelli, dall'Alfieri, fino a Gioberti e a Balbo, che sotto gli occhi nostri iniziarono quest'era novella. se fosse dato a costoro scuotere la polvere dei loro sepolcri ed affacciarsi a questo recinto per mirarci qui tutti riuniti. per contemplare questa prima riunione de' rappresentanti di tutta l'Italia, spettacolo nuovo, non più veduto, invano da secoli desiderato, forse non sperato mai. Essi, o signori, no» comprenderebbero tra noi la possibilità di profondi dissentimenti; non comprenderebbero le nostre trepidazioni ed incertezze a perseverare tuttora in quella via che finora ci addusse a grandi e preziose conquiste; non comprenderebbero una seria discussione di programmi nuovi e sconosciuti, né la tentazione che prende alcuni tra noi di gettarsi nell'oceano di una nuova politica irto di scogli e senza sponde!

Bando adunque alle divisioni tra coloro che hanno giuralo fede allo stesso principio dell'unità nazionale sotto lo scettro costituzionale di quel prodigio di Principe che è il più grande de' doni che la Provvidenza abbia fatto all'Italia. Cessino le gare ed i rancori; tacciano le meschine passioni di persone e di parti; che cosa esse saranno davanti alla storia di quest'epoca gloriosa e memoranda? Facciamone tutti olocausto sull'altare della patria.

Chiuderò le mie parole dicendo al Governo: Non isdegnate i consigli dei vostri più sinceri amici; altrettanto sinceri sono quelli i quali confidano applaudendo,


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225 - TORNATA DELL'8 DICEMBRE

che quelli i quali confidano consigliando. Provvedete sempre più efficacemente ad affrettare la soluzione della questione romana; ad instaurare una buona amministrazione, in cui il rispetto alle leggi si accordi con ogni onesto svolgimento di libertà; ad effettuare in fine il sempre preconizzalo miglioramento delle condizioni delle provincie napoletane. Voi ne avete la volontà; chi ne dubita? Avete consacrato a questo scopo commendevoli sforzi; la Camera col suo voto mostrerà di apprezzarli. Ma non basta; è tempo di raggiungere la meta, accrescendo l'operosità, l'intelligenza, la virtù pratica di questi sforzi. Se all'apertura della novella Sessione i consigli ed impulsi dei rappresentanti della nazione si vedessero rimasti ancora senza frutto, potreste più a lungo fare assegnamento sulla continuazione della loro fiducia?

Dirò poi alla Camera: confidiamo ancora nella lealtà e nel patriottismo dell'illustre capo del Gabinetto e degli uomini che egli scelse a suoi cooperatori; e questa solenne discussione si chiuda con un voto che non sia di sterile ammirazione, né di censura, ma di eccitamento e di consiglio; che implichi una continuazione, per dir così, condizionata, ma piena ed intera del nostro efficace appoggio. Solo da un voto somigliante il Governo potrà attingere quell'incremento di autorità e di forza di cui abbisogna, e che non riposa semplicemente sul calcolo numerico dei suffragi, ma sopra la morale possanza delle idee, sopra l'assicurata soddisfazione degli interessi.

L'Europa, o signori, è intenta alle nostre deliberazioni. Essa oggi ancora vuol sapere, e forse è ancora incerta, se finora i destini della causa italiana prosperarono unicamente in grazia dell'ingegno e del prestigio di un uomo straordinario, del quale non ci stancheremo di deplorare la perdita.

Mostriamo, o signori, all'Europa che essi prosperarono' e prospereranno precipuamente per la virtù dell'intera nazione, pel maturo senno dei suoi rappresentanti.

PRESIDENTE. La parola è al deputato Zuppetta per un fatto personale.

Voci. Non c'è!

PRESIDENTE. Non essendovi il deputato Zuppetta, la facoltà di parlare spetta al deputato Panattoni.

PANATTONI. Signori, quando le discussioni volgono al loro termine, quando si accosta il momento del voto, la posizione di un'Assemblea si fa più solenne; e le condizioni di chi ha l'onore di prendere la parola divengono altrettanto malagevoli, massime poi in ora così tarda. Di già molte cose, e in vario senso, vennero esposte dai precedenti oratori, sicché sarebbe soverchio il ripercorrerle, ed il miglior mio merito sarà l'astenermene. Difficile altresì sarebbe, dopo quel tanto che fu detto in più giorni, immaginare alcun che, di nuovo, e veramente degno di trattenere lungamente quest'Assemblea.

Ridurrò pertanto il mio dire a sobrie e tranquille parole, le quali mi vengono ispirate unicamente dall'amore dell'Italia e dallo scopo a cui mirar dobbiamo in questo momento, quello cioè di chiudere una sì grave discussione con un voto che sia degno di noi. Me fortunato, se alla esemplarità di questo voto, saprò contribuire in qualche modo. E Io farò, raccogliendo dal fin qui detto i risultali della discussione, il fruito delle interpellanze.

Non può negarsi che tra noi sia risultata qualche divergenza nei modi; ma costante fu in tutti il pensiero di completare l'Italia, di. volerla ordinata in modo degno di lei.

Ora, quando questo fine domina tutte le menti, la divergenza dei mezzi bisogna che ceda al medesimo, e tutti dobbiamo intendere a farci uniti e a coadiuvarci per conseguirlo. Frattanto, qual, o signori, la difficoltà nella quale versiamo, e per cui abbiamo lungamente discusso sul nostro ingresso in Roma e sul riordinamento delle provincie meridionali? Essa è una difficoltà da non ispaventarci, è nulla più che la difficoltà propria del nostro assunto, e che naturalmente risulta dalla nostra situazione. Si tratta di completare una nazione formata poc'anzi; si traila di trasformare Stati antichi e divisi, e vorreste non incontrare difficoltà? Ci sgomenteremo forse in faccia alle medesime? No, o signori; appunto perché grave e difficile è il compito, devono essere unite le nostre volontà, e convergenti gli sforzi.

Bisogna inoltre, o signori, tener conto dei nostri nemici, i quali pur troppo son molti e sono tristi; e bisogna, appunto perché sono tristi, non temerli, ma deluderli o debellarli. Essi ci spiano, ci osteggiano, ci insidiano, ci calunniano. Questa nostra discussione deve adunque chiudersi in modo da strappare ad essi quelle maligne speranze che avevano concepite, e sulle quali facevano assegnamento.

Essi sono coloro che si ammantano dello religione per fini farisaici; essi sono coloro che in politica vorrebbero rialzare i poteri antiquati; essi sono coloro ai quali ripugna il riscattò delle nazioni, il perfezionamento della civile società. Non è adunque meraviglia che costoro non vogliano l'Italia. Il risorgimento della patria nostra è l'espressione del diritto nazionale, è un progresso nelle fasi dell'umanità; gli stazionari, i bigotti, i retrivi devono necessariamente avversarlo.

Il possesso di Roma, come capitale dell'Italia, non è un atto ostile al papato, non è un'onta al cattolicismo, non è un fatto sovversivo della ragione delle genti; esso è invece richiesto per unita di territorio, per imprescrittibile diritto delle popolazioni, per l'accordo morale e giuridico dello Stato con la Chiesa, per la quiete del presente, per l'utilità e la gloria dell'avvenire. Quell'acquisto è oramai assicurato dal diritto nazionale, dal suffragio popolare già espresso dalle provincie ora unite, e dalle aspirazioni palesi delle popolazioni tuttora sottratte alla bramata unità del regno; è finalmente sancito dal voto parlamentare, secondato dall'opinione più illuminata, richiesto dal bisogno della pace europea.

Il diritto nazionale (è inutile che i nostri nemici, i veri promotori dei nostri disordini, lo disconoscano), il diritto nazionale è la rivelazione e lo stabilimento di quelle leggi, per le quali soltanto può aversi il bene, la pace, la quiete, la prosperità e la soddisfazione dei popoli.

Nel sistema antiquato si pretendeva disporre degli Stati come si dispone di un mancipio e di una eredità. Erano gli Stati trafficati come i possedimenti; i popoli erano considerati come un armento venale.

Ora l'Italia infrange queste vecchie tradizioni, entra in una fase giuridica che sopprime gli abusi vetusti, e non può destare inquietudini nelle altre nazioni, sì perché essa tratta i fatti suoi, non s'immischia negli altrui, mantiene il principio monarchico, e non iscalza le dinastie che banno il vero tipo della legittimità, quello di contentare i cittadini.

Dunque, così facendo, l'Italia si completerà; e gli sforzi dei suoi nemici non basteranno a trattenerla, a disordinarla, se le perdurerà il senno dei suoi rappresentanti, e l'entusiasmo, la costanza delle popolazioni.

Il papato fu creduta sempre primaria tra le nostre difficoltà. Ma questo era secondo le meno schiarite ed anzi pregiudicate opinioni di un tempo che fu;

226 - CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL 1861

questo dipendeva dalla confusione tra il vicariato di Cristo e la più tarda imitazione dei potentati terrestri. Il papato, come apice gerarchico della Chiesa cattolica, s'informa e s'ispira dal cielo; e la terra non è che il campo dei suoi spirituali doveri e della sua religiosa missione. Poté già convenire al papato un possedimento neutrale per salvarsi dai despoti. Ma i tempi cangiarono; il potere temporale si è ridotto profano e nocivo; e la convenienza dei tempi presenti richiede che esso cessi per il meglio della Chiesa medesima.

Roma non appartiene, o signori, al cattolicismo per istituzione divina; né il papato può ritenerla per titoli superiori ai principati profani. La nazione adunque, salvo il combinare i riguardi dovuti al gerarca come capo della Chiesa, ha diritto che Roma non lesi neghi, e che la sua capitale non le si rifiuti. V'è si qualcosa che appartiene al cattolicismo; questo è il Vaticano. La vera religione ba per scettro la croce, ha la sua capitale nel tempio, la sua corona nel cielo.

La questione di Roma, o signori, è questione soltanto di convenienza politica. Basta trattarla convenientemente per dimostrare che l'indipendenza, la dignità del pontefice non è osteggiata, non è vincolala, non è menomala dal reggimento italiano. Quindi conviene trattare, ma' non soprassedere. Fu detto che il tempo è logico, ma è più logica la ragione dei popoli e la necessità delle nazioni. Ma si è detto che il papa non possa trattare. Se però egli trattasse con quell'indipendenza e convenienza che si addice alla sua dignità, non vi sarebbe ragione al suo rifiuto. Vedrà l'Europa che se egli si ricusa non è colpa del Governo italiano. Pur troppo ciò dipende meno dal sommo gerarca, che da coloro che lo circondano. Non illudiamoci; il pontefice in Roma è come un doge in Venezia; egli non può liberamente secondare nemmeno i rispettosi consigli di qualche nazione savia e cattolica. I cattivi consiglieri che circondano il trono pontificio Sodo quelli che creano le difficoltà, perché interessi non religiosi, ma obliqui e profani, li rendono ostili al regno italiano.

Dal canto della nazione francese io ritengo che non possano venir consigli contrari alla soluzione delle difficoltà di Roma. Roma non è una questione francese; questione francese è piuttosto il modo di uscire con decoro da Roma; e uscire con decoro da Roma non si potrebbe se non conciliando la libertà della Chiesa con la desiderala soddisfazione degl'Italiani.

Chi sono dunque i mali consiglieri che trattengono codesta salutare e bene auspicata conciliazione? Essi sono i falsi cattolici, sono coloro i quali propugnano i poteri caduti, le idee antiquate, i nemici d'Italia, gli Austriaci e gli austriacanti.

E che io non vada errato, vel dica, o signori, il riscontro che questo mio parere ritrova nelle, discussioni dei Parlamenti di Francia e del Belgio. Chi era che parlava contro Italia? chi era che esagerava le difficoltà della questione romana? Era la parte retriva, o quella parte che, liberale in altri tempi, è adesso avversa al Governo locale.

Un altro riscontro l'abbiamo dagli ostacoli che si vorrebbero opporre alla partecipazione del Governo italiano nelle conferenze di Costantinopoli, e in altre transazioni politiche. E la verità in questo proposito si fa chiara anche dai documenti relativi alla questione sugli archivi dei consolati, napoletani in Ispagna e in Portogallo. Sarebbe stato facile Io intendersi per la consegna di quegli archivi, che veramente spettano agl'Italiani e al Governo del nostro regno; ma il Gabinetto spagnuolo si ricusò per rispetto al Borbone, e per non riconoscere nemmeno i diritti che nascono dal nuovo ordine delle cose in Italia.

Questo ho credulo dovere avvertire, non solamente perché spiega le artificiali difficoltà della questione romana, ma anche perché dimostra d'onde venga una parie dei guai delle

Provincie napoletane, e perché rimanga stazionaria la questione della Venezia.

Malgrado però queste difficoltà e resistenze, avranno piena calma le provincie meridionali; il regno italiano sarà riconciliato col sommo pontefice, e l'Austria dovrà sgombrare e pacificarsi con noi.

Anch'io la Venezia è parte dei nostri diritti, e la sua emancipazione interessa la pace europea.

Dipende da noi, o signori, farci più forti, consolidando l'anione ed affrettando gli armamenti; poiché sarà men difficile la pace, quando potremmo, occorrendo, venire alla guerra.

Quando è stato dello tanto per giungere al fine d'ottenere la nostra capitale, permettete, o signori, permettano anche gli onesti Alemanni, e permetta perfino la imparziale lealtà del popolo austriaco, che si esprima il giusto desiderio di liberare i nuovi fratelli che gemono ancora sollo un giogo straniero, . e per stringere accordi e commerci con la Germania, e provvedere al bene comune, ponendo al coperto la nostra sicurezza politica. Forse l'Austria ba più ragione d'avere per confine avanzalo il Mincio, di quello che avrebbe la Francia per prendere confini avanzati sul Reno?

Scopo delle attuali interpellanze, e dei falli discorsi, fu anche quello di pacificare le provincie napoletane, e provvedere all'ordinamento e armamento d'Italia. Giungeremo facilmente alla meta di questi desideri!, se nel voto che chiuderà la presente discussione ci troveremo concordi. tutti abbiano per iscopo l'ordinamento d'Italia, solo ci divide qualche differenza di criteri! e di mezzi, e il bisogno d'intenderci è solamente relativo alle questioni speciali.

Codeste questioni mal si concreterebbero, e meno che mai si appurerebbero col mezzo di interpellanze. Le divergenze sull'ordinamento interno dobbiamo trattarle sopra un terreno più pratico, e nella discussione delle leggi e dei provvedimenti relativi. Allora potranno le discordi opinioni misurarsi meglio Ira loro; né sarà difficile trovare tuia via plausibile e soddisfacente, onde l'Italia abbia un ordinamento degno di lei.

In quanto all'armamento, per accelerarlo, due condizioni ci vogliono: unaè quella di pensare ai sacrifici pecuniani, perché le armi non ci manchino; l'altro è di provvedere alle leve e ai volontari che valorosamente combattano. Il Ministero ba date spiegazioni; la voce nostra le appoggi. Se le popolazioni vogliono essere libere, non siano renitenti. Senza questo, la forza militare non si completa, e molto meno si raccoglie ciò ch'è nerbo della forza militare, vale a dire i mezzi economici. La riforma finanziaria, che stiamo per discutere, ci aprirà la strada anche a questo. Andiamo ad incontrare nuovi aggravi; ma esiste un passivo che nacque dal bisogno della libertà e della indipendenza: la indipendenza e la libertà ci condurranno alla pace, alla prosperità, all'equilibrio, a una floridezza tutta nostra, non sfruttata dagli stranieri. Si vuole la patria; bisogna che tutti diamo quel tanto ch'è necessario a conseguirla.

Relativamente, infine, alle provincie napoletane, io nonni dichiaro competente per aggiungere cose nuove alle già dette. Anzi dubiterei di cadere in equivoco, se io dovessi giudicare da quello che ho udito in tante, spesso vaghe, e quasi sempre disparate opinioni, proferite in questo recinto.

Certamente non si sono ravvicinati i giudizi sulle cose del Napoletano à tal segno,

227 - TORNATA DELL'8 DICEMBRE

che al chiudersi della discussione sulle interpellanze mi sia permesso di prendere un partilo definitivo; e molto meno il partito di censurare il Ministero in una questione tanto varia, tanto vaga, tanto compressa, tanto eccezionale.

Ma di questo io mi conforto, che, se vi furono rampogne e recriminazioni sul passato, non vi è divisione sostanziale fra la maggioranza e la minoranza di questa Camera intorno all'avvenire, poiché e l'una e l'altra ambiscono che le Provincie meridionali siano fatte sicure, siano rese prospere, divengano soddisfatte. Io spero che quando le discussioni di questo Parlamento giungeranno a notizia dei popoli meridionali, essi avranno la saviezza di trarre buon frutto dalle più savie avvertenze dei loro rappresentanti; e pensando che si tratta del proprio paese, quei popoli ne attingeranno uno stimolo a meglio intendersi, a coadiuvarsi tra loro, a spiegarsi col Governo, a salvare la patria e provvedere al decoro ed al vantaggio comune.

È frattanto un gradito e stupendo risultato quello, che i guai inseparabili dalla trasformazione dei vecchi e viziosi ordinamenti, e dalle ribalderie del brigandaggio, non abbiano sconfortati i Napoletani! Cotesto fenomeno degno dell'attenzione nostra e dello sgomento dei nostri nemici, ci conforta che l'Italia diverrà d'ora in ora più forte e più rispettata. Le dichiarazioni del Ministero sulle interpellanze, la disposizione da lui mostrala ad intendersi ogni di meglio col Parlamento, e questo stesso voltarsi dei rammarichi al passato, senza diffidare dell'avvenire, sono tanti argomenti, per i quali io confido che la patria dovrà bene augurarsi dal voto che andiamo ad emettere.

L'amor patrio e la concordia ci hanno condotti a buon punto; e perché noi compiremo noi, con soddisfazione dei nostri elettori, per il bene dell'unità nazionale e ad edificazione dell'Europa, questa opera sacrosanta nella quale ci troviamo impegnati?

Io ho tanta fede nel senno del Parlamento da star sicuro che non ci scosteremo dai passati esempi nell'istante nel quale procederemo a dare il voto sugli ordini del giorno che ci sono stati proposti. Abbandonata ogni prevenzione, sedate le tendenze troppo spinte e composti gli animi ad una solenne concordia per il bene comune, noi ci onoreremo facendo si che da questo voto non sorga una crisi che potrebbe indebolire l'Italia, scemare il suo credito all'estero, far lieti i nostri nemici. Io mi auguro invece un rafforzamento della nostra posizione, ed un'arra di suo migliore avvenire; cioè la sorte dovuta alla patria nostra di essere una nazione forte, rispettata, durevole, sicché i vanti troppo vociferati dell'impero romano cedano di fronte alla più vera gloria del nuovo regno d'Italia. (Bene. Bravo!)

La seduta è levata alle ore 5 ½.

Ordine del giorno per la tornata di domani:

Seguito delle interpellanze al Ministero intorno alla questione romana ed alle condizioni delle provincie napolitane.

228 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

TORNATA DEL 9 DICEMBRE 1861

PRESIDENZA DEL COMMENDATORE TECCHIO, VICEPRESIDENTE.

SOMMARIO. Congedo e omaggi. - Istanza del deputato Minervini circa una sua proposta - Avvertenza del presidente Seguilo della discussione sulla questione romana e sulle condizioni delle provincie meridionali - Incidente sull'ordine della discussione - Il presidente del Consiglio ed il ministro per la guerra rispondono ad alcuni appunti loro mossi in antecedenti tornate - Repliche dei deputati Ricciardi, Lovito e Friscia - Dichiarazioni del presidente del Consiglio e ragguagli del ministro per le finanze - Discorso del deputato Mellana contro l'operato del Ministero, e comunicazione di una notizia concernente il generale La Marmora f. f. di prefetto a Napoli - Risposte del presidente del Consiglio e sua dichiarazione - Istanza del ministro guardasigilli - Dichiarazione del deputato Brofferio - Il deputato Mellana termina il suo discorso - Incidente sulla chiusura della discussione - Parlano i deputati De Cesare, D'Ondes Reggio, Di San Donato e Crispi- Opinioni e dichiarazioni dei deputati Nicotera e Sella riguardo alle cose napoletane - Parlano sulla chiusura i deputati Massari, Sella, Alfieri, Mazza ed Allievi - Si passa all'ordine del giorno - Foto motivato proposto dal deputato Macchi e da altri, ed aggiunta del deputato Mosca a quello del deputato Conforti e di altri.

La seduta è aperta all'una e mezzo pomeridiane.

MASSARI, segretario. Dà lettura del processo verbale della tornata precedente, che è approvato.

MISCHI, segretario. Espone il seguente sunto di petizioni:

7049. Giordano Annibale, consigliere della Corte di appello in Napoli, si lagna di non essere stato prescelto a professore in quella regia Università.

7650. La Giunta municipale di Messina domanda che il comune venga rimesso in possesso de' terreni che formavano l'antica cinta militare, non che quelli adiacenti, stati usurpati dal cessato Governo, e conceduti all'orfanotrofio militare.

7651. Il sindaco della città di Messina rappresenta le gravi perdite sofferte nel 1848 per la causa italiana, sia dai privati che dal comune, e a nome della Giunta municipale ne chiede riparazione.

7652. Valente Filippo, ricevitore delle contribuzioni in Bitonto, provincia di Terra di Bari, domanda che gli esattori e percettori siano esenti dalla tassa del decimò di guerra e da qualunque altra ritenzione.

ATTI DIVERSI

PRESIDENTE. Sono stati fatti questi omaggi:

Contini dottor Giovanni da Andria, provincia di Terra di Bari - un esemplare di un suo progetto di società di soccorso ai poveri.

Presidente del Consiglio provinciale di Catania - un esemplare della raccolta degli atti di quel Consiglio nella Sessione del 1861.

Il deputato Castagnola chiede un congedo di giorni otto per motivi di salute.

Se non v'è opposizione, s'intenderà accordato.

(È accordato. )

Il presidente dei Consiglio ha la parola.

MINERVINI. Domando la parola per una mozione d'ordine.

PRESIDENTE. Avrà la parola dopo il presidente del Consiglio.

RICASOLI BETTINO, presidente del Consiglio. Il Ministero sarebbe pronto, quando la Camera lo creda, di replicare a quei particolari appunti a cui è stato richiamato da alcuni deputati.

PRESIDENTE. Il deputato Minervini ha la parola per una mozione d'ordine.

MINERVINI. Fin da quando ebbi l'invito onorevole per essere qui presente a compiere i miei doveri, nel dubbio che forse le mie cose privale non mi facessero prestamente al dovere corrispondere, non mancai di fare quella debole parte, che ad un individuo si possa concedere, di lavorare cioè perché sul campo pratico dei bisogni del paese fossero esposte le cause ed i rimedi urgenti, indispensabili.

Laonde, con altri amici politici, interpretando la pubblica opinione, io feci un programma parlamentare colle proposizioni che sottometteva all'esame della Camera, sin dal principio di questa discussione; ma senza insistere a sciogliere sul principio la mia parola, volendo serbare la giusta modestia che a me si deve, perché nuovo nella discussione, e perché mi credo al disotto di ogni altro, meno nell'amore della patria, nel quale credo di non essere secondo ad alcuno.

Ora però non posso più a lungo tacere; quindi non intendo di far pompa di dire, ma, avendo studiate le piaghe del paese, avendo indicati i rimedi pratici, avendo fatto pubblico questo programma per le stampe, e depositato in omaggio alla Camera, io domando che la Camera ne faccia dare lettura e sia inserto nel resoconto, e che agi; uffici e ad una Commissione sia comunicato, e quindi vengano discusse le mie proposizioni, dichiarando che io sono pronto a sostenere delle mie proposizioni quelle che avranno il con furto dei lumi dei miei colleghi. Ma se con ragioni valide non le combattessero, perché potessi aver modo a modificarle, e se argomenti ragionevoli non mi facessero declinare dalle opinioni che ho avute, poiché io intendo di contribuire nella pienezza delle mie forze al bene della patria, saprò sostenerle con tetragona indipendenza.

Quindi io faccio domanda perché di questo mio programma si dia lettura, e perché passi negli uffici o ad una Commissione speciale e se ne dichiari l'urgenza.

PRESIDENTE. Il programma, di cui ella parla, sarebbe forse quello che fu già annunziato in una delle passate adunanze?

229 - TORNATA DEL 9 DICEMBRE

MINERVINI. No, quello era un progetto per una modificazione della procedura e del Codice penale, per estendere alle provincie non siciliane, né napoletane, quegli emendamenti che si erano trovati ragionevoli e votati per le Provincie meridionali.

PRESIDENTE. Il programma, al quale io testé alludeva, fu comunicato sin da parecchi giorni agli uffici. Anche il nuovo programma, ossia le nuove proposte dell'onorevole Minervini, che or ora egli ha fatto pervenire ar banco della Presidenza, avranno il corso voluto dal regolamento, cioè saranno inviate agli uffici, e, quando due almeno degli uffici, a tenore del regolamento, ne consentano la lettura alla Camera, il proponente sarà invitato a designare il giorno in cui egli intende di svilupparle.

SEGUITO DELLA DISCUSSIONE SULLA QUESTIONE ROMANA E SULLE CONDIZIONI DELLE PROVINCIE MERIDIONALI.

PRESIDENTE. Continua la la discussione intorno alla questione romana ed alle condizioni delle provincie napoletane.

Il presidente del Consiglio dei ministri ha annunciato che dal suo canto risponderà a vari appunti ed a nuove interpellanze che gli furono dirette. Lo prego indicare se intende di parlare immediatamente, oppure di aspettare che parli qualche altro degli oratori inscritti.

RICASOLI B, presidente del Consiglio. Io ho dichiarato che il Ministero era a disposizione della Camera; quando la Camera decidesse che il Ministero risponda immediatamente, lo farà.

PRESIDENTE. Interrogo la Camera se desidera che il Ministero parli immediatamente

Molte voci. Si! si I

PRESIDENTE. La parola è al signor presidente del Consiglio.

RICASOLI B, presidente del Consiglio. Risponderò immediatamente.

DI SAN DONATO. Domando la parola per una mozione d'ordine.

Io pregherei il signor presidente del Consiglio e la Camera di lasciare che prima parlino ancora altri oratori; anch'io sono tra gli inscritti e avrei delle domande da fare, alle quali sarà necessario che il Ministero risponda; e come potrà farlo se non avrà prima sentito le cose che gli si imputano? Finora si è parlato genericamente sulle questioni di Napoli e di Roma, ma non si è venuto ad alcun fatto speciale e concreto; quindi, se la Camera acconsente, io pregherei il signor ministro di attendere a rispondere quando tutte le domande gli saranno state fatte e che io abbia messo al corrente la Camera di alcune lagnanze.

PRESIDENTE. I ministri hanno facoltà di parlare quando vogliono...

DI SAN DONATO. Lo so.

PRESIDENTE... il signor presidente del Consiglia però ha dichiarato ch'egli subordinava questa sua facoltà al desiderio della Camera. Quindi io ho interpellato e interpellerò ancora più formalmente la Camera, se desidera che egli parli subito, o attenda a parlare dopo altri oratori.

MACCHI. Domando la parola.

Pregherei la Camera di consentire che il presidente del Consiglio parlasse subito. È certo che il Ministero non deve essere l'ultimo a parlare in questa discussione; se quindi il signor Di San Donato o altri avranno delle cose nuove a dire al Ministero, cui questo desideri di rispondere, potrà sempre farlo, e, se non lo farà, non avrà parlato per l'ultimo; se invece noi lasciamo che il Ministero risponda per ultimo a tutti ed a tutto, l'opposizione non avrà più campo di far sentire la sua voce.

DI SAN DONATO. Domando la parola.

Io mi permetteva di fare questa proposizione onde evitare il prolungamento della discussione. So benissimo che, come dice l'onorevole Macchi, i ministri hanno facoltà di parlare sempre quando loro piace, ma perché la discussione non si allunghi di troppo, è meglio che debbano più di rado servirsene.

Ora, vi sono dei piccoli fatti, ma interessantissimi, che finora non furono raccontati alla Camera, e che io credo necessario di far noti.

PRESIDENTE. Siccome l'onorevole presidente del Consiglio ha dichiarato che egli intende di ottemperare al desiderio della Camera, così interrogo i signori deputati se desiderano che il presidente del Consiglio parli immediatamente.

VIORA. Io credo che in forma convenientissima il signor presidente del Consiglio dei ministri ha manifestato il desiderio di parlare.

Il ministro ha diritto di parlare anche prima degli altri. Varie voci a sinistra. Lo sappiamo.

VIORA. Dunque la Camera non deve andar ai voti su questo.

PRESIDENTE. Il presidente del Consiglio ha chiesto la parola; egli aveva diritto di chiederla; e il presidente glie l'ha accordata.

Ma egli stesso ha tosto esternato il desiderio di ottemperare al voto della Camera quanto al momento in cui egli abbia a rispondere alle censure e alle nuove interpellanze che gli furono mosse.

Quindi io debbo (A sinistra: No! no!) necessariamente porre ai voti.....

CHIAVES. Domando la parola.

Qui non è questione di diritto, è questione di convenienza. L'onorevole San Donato ha precisamente portata la questione sulla convenienza. Egli ha detto: io ho dei fatti particolari da manifestare, su cui desidero anche la risposta del signor ministro; ma saranno probabilmente anche parecchi fra gli altri oratori iscritti i quali avranno fatti nuovi da esporre; e se la Camera seguisse il sistema proposto da alcuni, si dovrebbero sentire tutti gli oratori iscritti prima che fosse udito l'onorevole presidente del Consiglio.

Io pertanto, anche ritenuta la ragione addotta dall'onorevole Macchi, pregherei la Camera a voler manifestare il suo desiderio, perché il presidente del Consiglio parlasse immediatamente.

PRESIDENTE. Interrogo la Camera se desidera che il presidente del Consiglio, il quale ha manifestato l'intenzione di rimettersi al voto della Camera, parli subito.

(La Camera delibera affermativamente. )

230 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL J 861

RICASOLI B, presidente del Consiglio. Come presidente del Consiglio ho annunziato che il Ministero era pronto a rispondere ai particolari appunti che in questi giorni gli erano stati diretti da alcuni onorevoli deputati; quindi ora, nell'entrare in materia, parlerò immediatamente come ministro dell'interno.

Si è fatto appunto al ministro dell'interno di avere allontanato un emigrato veneto dall'Università dì Pavia, e intimatogli di proseguire i suoi studi all'Università di Cagliari. Ho esaminato quest'affare: la risoluzione è stata presa dalla direzione generale della pubblica sicurezza, e debbo dire che, essendo convinto che è stata applicata con fondamento e con giustizia, ne assumo tutta intera la risponsabililà.

Il provvedimento fu adottato in seguito di molte ammonizioni dirette a quell'emigrato, perché non agitasse la scolaresca e non facesse alti che potessero in alcuna maniera compromettere la politica del Governo:

Il giovine certamente è per ogni rispetto degno di considerazione; ma disgraziatamente prevale in lui eccessivamente vivo il desiderio di ritornare nella sua terra natia, e appartiene a coloro i quali vorrebbero, non domani, ma oggi stesso ricuperare quella porzione d'Italia; desiderio vivissimo a cui partecipiamo tutti, ma che conviene frenare per rendere più efficace la nostra ferma risoluzione, poiché, diversamente operando, piuttosto che arrivare prontamente all'intento, correremmo pericolo di perdere l'ottenuto e di procrastinare l'ottenibile. In questa parte il Governo è decisissimo di non lasciarsi levare la mano da chicchessia; è un dovere per lui verso la nazione, verso il Parlamento, dovere che egli non può declinare.

Non convengo poi in alcuna maniera che rispetto a questo giovane italiano siano state adottate disposizioni troppo severe, perché è stato accompagnato debitamente; gli è stata significata con forme convenienti la risoluzione che il Governo ha creduto di adottare, e di più a di lui riguardo si è anche provveduto assai generosamente.

Colgo poi quest'occasione per esprimere come il Governo si conduce verso questa importante ed interessante famiglia degli emigrati.

Noi abbiamo di emigrati il vistoso numero di quasi dodicimila, tanto appartenenti alle provincie venete, come alle Provincie romane ancora soggette al Governo pontificio. Di questi dodicimila, cinquemila sono i sussidiati. La somma che presumibilmente sarà erogala in questi sussidi al termine dell'anno corrente ammonterà, o piuttosto oltrepasserà i due milioni.

Il Governo, interessandosi alla condizione dolorosa di questa rispettabile categoria di nostri concittadini, ha cercato tutti i modi onde la somma sia elargita giustamente e con forme convenienti, tanto a chi rappresenta gli interessi nazionali, quanto agli individui che partecipano a questa elargizione.

Anzi è noto come negli ultimi giorni siasi stabilito un Comitato nella città di Torino, composto di generosi e patriottici cittadini, i quali sono destinati ad esaminare la condizione di ciascun emigrato (se tale veramente possa dirsi) e la sua condotta, ed esercitare sopra ciascuno, dirò piuttosto una tutela paterna, che un atto puro e semplice di elargizione. Così che il sussidio sarà anco aumentato di valore pei modi gentili, convenienti e liberali, coi quali sarà dato.

Colgo pure l'occasione di rispondere ad un'asserzione dell'onorevole deputato Ricciardi pronunciata nella tornata di ieri.

Egli asseriva che nella Basilicata la difesa del paese era intieramente abbandonata ai cittadini, che anzi in alcune località si erano eretti dei Comitati di salute pubblica.

Debbo dire chiaramente che quest'asserzione non ba fondamento.....

RICCIARDI. Domando la parola per un fatto personale.

RICASOLI B. , presidente del Consiglio imperocché in nessuno dei rapporti venuti da quelle parli dall'autorità politica, in nessuno si trova cenno di questo fatto.

Al contrario sappiamo che le guardie nazionali concorrono colla truppa regolare, invitate dall'autorità governativa, ad operare contro i briganti, i quali sono a questi giorni quasi distrutti. Cosicché, lungi di vedersi la difesa pubblica unicamente in mano dei cittadini, quasi che le autorità governative avessero disertato il loro posto e le forte legali non intervenissero in quest'importante servizio, al contrario io debbo nuovamente dichiarare alla Camera che vediamo una gara, tanto delle autorità governative degl'impiegati e degli agenti della pubblica sicurezza, quanto delle truppe regolari e della guardia nazionale, nel procurare la quiete pubblica e nel combattere questo momentaneo flagello del brigantaggio.

Ed i risultati sono pienamente conformi all'opera, dappoiché oggi stesso ho ricevuto dal generale La Marmora delle consolantissime notizie, sicché dovrei ritenere che a quest'ora il grosso brigantaggio abbia, come diceva tre o quattro giorni sono in questa stessa Assemblea, raggiunto l'ultima sua ora.

Ora, se piace, il ministro della guerra sarebbe in grado di rispondere ad altri appunti a lui diretti.

PRESIDENTE. La parola è al signor ministro della guerra.

RICCIARDI. Io aveva domandato la parola.

PRESIDENTE. Permetta, prima parlerà il signor ministro.

DELLA ROVERE, ministro per la guerra. Il mie discorso sarà alquanto sconnesso, perché molte furono le osservazioni che mi vennero dirette, e da parecchi deputati.

Prenderò dapprima a rispondere ad una osservazione fattami dal signor Bertani relativamente alla mia luogotenenza di Sicilia.

Io fui accusato dal signor Bertani di aver proibito la sottoscrizione per la protesta contro l'occupazione francese a Roma, e venni accusato di aver destituito un impiegato del Governo, che è pur deputato in questa Camera.

Risponderò a questo riguardo che la protesta contro l'occupazione francese a Roma a me parve un pretesto per agitare; ed in quel momento in Sicilia non occorreva agitazione.

Io aveva osservato, quando entrai in Sicilia, che il numero dei delitti ordinari andava crescendo, e che aveva preso ancora maggiore aumento nei primi giorni che io ci fui.

Si fu allora che, essendosi fatte alcune dimostrazioni politiche, io dovetti emanare un invito per farle cessare. Quell'invito fu bene accolto dal pubblico. Cessò l'agitazione politica, e debbo dire che diminuirono anche d'assai i misfatti ordinari. Si andò cosi avanti, non dico perfettamente tranquilli in fatto di omicidi e di misfatti, ma con una grande diminuzione effettiva sin verso il fine del mese di giugno od i primi di luglio: allora ricominciò un po' di agitazione politica, e di misfatti ricominciarono di nuovo.

In quel turno venne a conoscenza del luogotenente di Sicilia una voce, la quale io non so poi se fosse vera o falsa, che alcuni deputati di questo Parlamento, sbarcati a Napoli, erano stati accolti con dimostrazioni piuttosto ostili; venne pur detto allora che i deputati di egual colore, che sarebbero venuti in Sicilia, avrebbero avuto le stesse accoglienze. Da un'altra parte mi si diceva che altri deputati erano attesi per esser accolti con dimostrazioni favorevoli.

231 - TORNATA DEL 9 DICEMBRE

Chiamati a me il segretario generale della sicurezza pubblica ed il questore, per avvisare sul da farsi, dissi che, in quanto alle dimostrazioni favorevoli, io era contentissimo che si facessero, poiché nessun danno ne tornava alla cosa pubblica; ma che le dimostrazioni sfavorevoli io le considerava come un allentato alla libertà del Parlamento, e le avrei severamente represse. (Bravo! al centro)

Voleva allora emanare un'ordinanza anche per prevenire queste cose; ma sia il segretario di sicurezza pubblica, sia il questore mi dissero che non occorreva, e che sarebbe bastato di far correre la voce del modo in cui sarebbe stata ravvisata la cosa dal Governo, per togliere ogni probabilità di tentativo. Si fece così, e credo che nessun deputato, né d'un colore, né d'un altro, che sia venuto in Sicilia, abbia a lagnarsi del modo col quale fu ricevuto al suo sbarco.

Ma quell'agitazione che aveva cominciato a manifestarsi per quest'arrivo dei deputati andò man mano crescendo; si colse qualunque occasione per fare dimostrazioni politiche; si colse perfino l'occasione delle processioni che si fanno in Palermo di nottetempo; vi comparivano con bandiere, mandando gridi politici. Cosi si andò avanti fino al 7 settembre.

Io aveva avuto avviso che alcuni volevano fare dimostrazioni a Catania, e sapeva che questi erano in corrispondenza con altri di Palermo, e si domandavano che cosa si sarebbe fatto per quel tal giorno.

Finché nulla si manifestava di positivo, io lasciai andare le cose; ma il giorno prima del 7 settembre mi fu portato verso sera un gran foglio stampato, alto e largo quanto me, col quale s'invitavano i Siciliani ad una gran festa per solennizzare l'entraTa di Garibaldi a Napoli.

FRISCIA. Chiedo di parlare.

DELLA ROVERE, ministro per la guerra. Questa festa, per i Siciliani, i quali desiderano sempre allegrie, processioni, pompe, a che cosa si riduceva? Si riduceva a prendere ciascuno una penna, e ad andare a sottoscrivere una protesta contro l'occupazione francese a Roma.

Che questa si chiamasse festa mi parve molto singolare (Si ride), massimamente per un popolo cosi esaltato e cosi amante della pompa come i Siciliani. Io allora dissi al mio segretario generale ed al questore di non permettere l'affissione di quel gran cartellone; però, siccome esso era già stampato, pensai che forse si sarebbe contravvenuto a questa proibizione pubblicandolo nella notte. Allora scrissi io stesso (e questo lo dico, perché furono fatte delle accuse al segretario generale), scrissi io stesso un proclama ai Siciliani, nel quale diceva, mi pare, presso a poco queste parole: «Il partito d'azione, che tende ad agitare continuamente, vuole proporvi domani una sottoscrizione, per la quale voi protestate contro l'occupazione dell'imperatore Napoleone a Roma. Io 'vi consiglio di non protestare; voi protestereste contro il nostro migliore amico.»

Io non ricordo precisamente le altre parole di questo proclama, ma finiva per dire: «è inutile la protesta; non protestate.»

In questo modo emisi l'ordine che il signor Bertani pretende che io abbia dato. Io non feci altro che dire: non protestate, ché non ne vale la pena; non protestate, che sarebbe un danno politico. Se volevano protestare erano padroni, e non protestarono.

Ma due giorni dopo che avea emanalo quest'avviso venne fuori nei giornali una protesta contro il Governo, protesta della società operaia di Palermo.

Se questa fosse stata unicamente fatta dagli operai di Palermo, o da qualunque siasi abitante di quella città, non ci avrei badalo; ma questa protesta, che diceva essere tempo di abbandonare questo Governo servile, vile, basso, e non so che altro, era sottoscritta da due impiegati del Governo.

A me pare che gli impiegali del Governo sono principalmente retti da due leggi, cioè di servire il loro padrone, e di servirlo come vuole ohi ha la risponsabilità. (Bravo! a destra - richiami a sinistra)

E il Governo, sono io che devo rispondere in questa Camera se ho fatto male o bene a consigliare ai Siciliani di non protestare, ma i miei impiegati (Con forza) devono eseguire quello che io loro ordino; e quindi è che all'indomani feci chiamare i due impiegati della segreteria generale dell'interno, e quando seppi che erano veramente dessi che aveano sottoscritto la protesta, li destituii. (Segni di approvazione a destra, di disapprovazione a sinistra)

Questo per l'interpellanza del deputato Bertani, Adesso, (tassando agli altri appunti che furono rivolti al Ministero della guerra, mi pare che il deputato Ricciardi abbia detto che alcuni ufficiali liberali del 1831, i quali furono privati di impiego, non godono del favore concesso ad altri dimessi più recentemente.

A questo proposito dirò che ho già sottoscritto molle e molte ammessioni a riposo con tutti i vantaggi che loro conferisce il decreto del dittatore Farini a coloro che furono rimossi per fatti politici, e molti di questi appartengono al numero di quelli che vennero destituiti nel 1821.

Questi vantaggi poi sono che viene loro data una pensione di riposo computata sul grado che avevano al momento della destituzione, aumentata di un grado ogni dodici anni. Ella vede che dal 1820 al 1860 si aumenta di tre gradi; in questo modo fu loro applicato il decreto.

Un'altra osservazione mi venne fatta perché il collegio della Nunziatella, riputatissimo nella milizia napoletana, avesse avuto una destinazione d'importanza inferiore a quella che aveva prima.

A questo riguardo farò notare che il collegio della Nunziatella aveva presso a poco la stessa organizzazione dell'antica accademia militare di Torino. Vi si accoglievano giovanetti dai 10 ai 12 anni, ed a misura che si sviluppavano nell'istruzione venivano destinati parie alle armi facoltative del genio e dell'artiglieria, e parte alle armi della cavalleria e della fanteria. Quest'organizzazione fu riconosciuta sconvenientissima da noi, perché è un fatto che colle armi di fanteria e di cavalleria si esige un'istruzione infinitamente inferiore a quella che si richiede per le armi facoltative, e quindi, se in un collegio militare possono bastare quattro o cinque anni per l'istruzione necessaria ad un ufficiale di cavalleria o di fanteria, ci vogliono olio anni per l'istruzione d'un ufficiale delle armi speciali.

D'AYALA. Chiedo di parlare.

DELLA ROVERE, ministro per la guerra. In guisa che, se i due distinti corsi debbono seguire parallelamente, ne nasce che o vengono sacrificali gli uffiziali delle armi di fanteria e di cavalleria, o viene sacrificata l'istruzione degli ufficiali delle armi speciali; perciò si trattengono troppo gli uni o troppo poco gli altri negli studi. L'istruzione adunque essendo difettosa, doveva essere modificata. In Piemonte si era già modificata quest'istituzione, e l'accademia militare era già stata ordinata per le armi facoltative.

232 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Noi abbiamo cosi un collegio militare che può ricevere duecentocinquanta giovani da destinarsi alle armi facoltative, e, giusta i calcoli fatti, pare che questo possa bastare, quando abbia ricevuto lo sviluppo di cui è suscettivo. In Francia, in Austria, in Prussia non avvi che un solo collegio di questa natura. Domando quindi se non conveniva mantenere quello che è già presso di noi organizzato e modificare l'altro istituto militare. Questa modificazione si fece in modo da assimilarlo, perfettamente ai collegi di Firenze, di Milano, di Parma e d'Asti; i giovani vi ricevono la prima istruzione che può essere comune alle armi di fanteria, di cavalleria ed alle armi facoltative; e poi, uscendo da quel collegio, quelli che vogliono prendere la carriera delle armi facoltative vengono a Torino, mentre gli altri vanno alla scuola di Modena od alla scuola di Pinerolo.

Con quest'ordinamento non si produsse danno alla città di Napoli, poiché, se si guarda al numero materiale degli allievi, si vede che prima il collegio di Napoli non contava che 130 allievi, ed ora è atto a capirne 180, ed anzi credo che questo numero sia già al completo, e che vi siano già nuove domande di postulanti per esservi ammessi. In conseguenza non credo che il Governo siasi male diportato in ciò verso la città di Napoli. Il collegio ha perduto forse d'importanza tecnica, ma ha acquistata maggiore importanza numerica. (Bisbiglio a sinistra)

Un altro appunto mi venne fatto mentre io non era presente, e prego perciò di correggermi se sbaglio in qualche cosa.

Mi si dice che degli ufficiali già appartenenti allo sciolto esercito borbonico, ili quelli che avevano capitolato a Gaeta, abbiano presentato qualche ricorso, perché non ottennero la pensione che loro si compete, o perché non sono trattati giusta quanto era stato stabilito dai patti della capitolazione.

Questo io credo che sia erroneo. C'è ritardo nel liquidare le pensioni dei borbonici, ma questo ritardo sta tanto per loro come per gli svizzeri, che erroneamente taluno, mi si dice, abbia allegato essere già soddisfatti. Notisi che questa mattina stessa ho mandala una nota al signor presidente del Consiglio, ministro degli esteri, nella quale gli spiego alcune difficoltà che vo incontrando nel liquidare la pensione agli Svizzeri, siccome gliene era stata fatta istanza dal ministro del Consiglio federale.

A questo riguardo, ripeto, non v'è differenza alcuna di trattamento rispetto agli uni e agli altri.

A mano a mano che vengono i richiami, e che mandano le carie, le esaminiamo al Ministero della guerra, e poi mandiamo l'ordine alla gran Corte dei conti in Napoli, perché sia loro liquidata la pensione.

In quanto a coloro che hanno mostrato desiderio d'entrare nell'esercito, nei due mesi di tempo che furono loro concessi dalla capitolazione, già furono ammessi; e se alcuni non possono entrare, si è perché tardarono molto a presentare questa domanda.

Finalmente mi pare che il deputato Alfieri abbia fatto qualche domanda relativamente all'andamento della leva nelle Provincie meridionali ed anche relativamente ad alcuni inconvenienti che si presentano cella leva nelle Provincie delle Marche e dell'Umbria.

Io veramente, quando giunsi a prendere la direzione del Ministero, trovai che le operazioni della leva a Napoli erano molto arretrale. Si erano date dal Ministero di Torino tutte le disposizioni perché la leva ordinata dalla Camera di 36000 uomini fosse avviata nel mese di ottobre; ma, per le circostanze del brigantaggio,

per l'agitazione che regnava in quel paese, non credette il generale Cialdini di poter ordinare la estrazione. Quindi ogni cosa fu sospesa. Quando poi vi arrivò il generale La Marmorario gli feci eccitamento perché desse esecuzione all'ordine del Parlamento.

Dalle prime informazioni che io ne ricevetti pareva che ci fosse dubbio sull'esito; ma le notizie che ricevo oggidì dallo stesso generale sono soddisfacentissime, ed io spero che la leva si compirà nel Napoletano come si compieva sotto al regime borbonico. E questo lo spero, tanto più quando pongo mente al fatto dei 30000 o 32000 soldati napoletani che, come dissi pochi giorni fa, già sono incorporati nell'esercito, e sono nell'alta Italia. Quando questi vennero di là, si erano già sparsi nelle campagne, erano quindi gente che poteva darsi al brigantaggio, gente mollo più difficile a decidersi a partire che non i giovani coscritti, i quali sono mollo più morali che non i vecchi soldati stati lungo tempo sotto l'amministrazione borbonica Questo mi dà tutta la confidenza che la leva riesca bene a Napoli. Dirò di più che si è già disposto dal Ministero della marina perché per il giorno 15 del corrente i battelli a vapore occorrenti al trasporto dei coscritti sieno a Napoli a disposizione del generale Là Marmora.

In quanto alla leva in Sicilia, io credo che incontreremo forse maggiori difficoltà alla sua piena effettuazione che non a Napoli. E questo Io dico con dispiacere, perché, quando io era in Sicilia, credeva che le cose fossero avviate in modo da facilitare tali operazioni; ma da qualche tempo vi è un'agitazione prodotta dai partiti, prima, a quanto si dice, dal partito borbonico, e poi da coloro i quali vorrebbero estirpato violentemente questo partito.

Io desidero che quest'agitazione cessi quanto prima, affinché senza ostacoli notevoli possa operarsi la leva, e noi possiamo presentare all'Europa questo grande fatto che dalle Provincie meridionali vengano mandate all'armata italiana oltre a 18 o 80 mila reclute in un anno.

Spero però che, cessando quest'agitazione, la leva si farà; e lo spero, fidando nel patriottismo dei Siciliani.

In quanto alle Marche ed all'Umbria, per le leve fatte sui nati del 1839 e del 1840 si ebbero a deplorare fatti e a contare renitenti non pochi, in ispecie nell'Umbria. Di questi però va diminuendo il numero; ogni giorno ne rientrano ai rispettivi comuni, si presentano alle autorità e vengono a prendere servizio.

Migliore indizio poi si ha in ciò che la nuova leva che si va attuando fra i nati neL 1841 procede con molla regolarità, e pochi sono i casi di renitenza finora manifestatisi. Questo fa credere che anche in quelle Provincie si comincino a persuadere che quest'obbligo generale deve pur essere sopportato da loro.

Non so se abbia lasciato senza risposta alcuna domanda: quando ciò fosse, prego la Camera di volermela rammentare. (Segni di approvazione)

PRESIDENTE. Il deputato Ricciardi ha facoltà di parlare per un fatto personale.

RICCIARDI. Quello che dissi ieri della Basilicata fu da me attinto in parecchie sorgenti, ma specialmente nella relazione verbale di un testimonio oculare, del nostro collega Lovito, qui presente, il quale potrà all'uopo attestare i fatti da me accennati.

LOVITO. Domando la parola per un fatto personale.

RICCIARDI. Molte cose potrei aggiungere su questo proposito; ma poiché il signor presidente del Consiglio sembra mettere in dubbio i falli da me narrati, dirò che in generale quella provincia sf lagna mollo della indolenza del prefetto, il quale non provvede alle cose del paese con tutta l'energia necessaria.


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233 - TORNATA DEL. 9 DICEMBRE

Non ho detto che quelle popolazioni siano interamente abbandonate a sé stesse, bensì che nei luoghi più minacciati dal brigantaggio, le popolazioni, provvedendo alla loro salute, han posto su dei governi provvisorii.

Del resto, il mio onorevole amico Lovito potrà narrarvi ciò che è a sua cognizione.

Debbo ora ringraziare l'onorevole ministro della guerra di ciò che ha affermato aver fatto in favore delle gloriose reliquie del 1821, e così pure dell'assicurazione data rispetto all'osservanza della capitolazione di Gaeta.

Io credo, o signori, cl:e i nemici bisogna vincerli coll'umanità e soprattutto rolla giustizia.

PRESIDENTE. Il deputato Lovito ha la parola per un fatto personale.

LOVITO. Dal momento che l'onorevole Ricciardi ha invocata la mia testimonianza sui fatti di Basilicata, mi correva l'obbligo di reclamare la parola per restituire alla verità quelle cose che appresa in due mesi di dimora in quella provincia, d'onde or ora ritorno.

Mi compiaccio di sentire dall'onorevole presidente del Consiglio notizie più confortanti di Basilicata, come ammiro la leggiadria del discorso dell'onorevole ministro dei lavori pubblici; ma le assicurazioni dell'onorevole presidente del Consiglio e la leggiadria del discorrere del suo collega pei lavori pubblici non possono impedire che il giorno 5 novembre ultimo un'orda di briganti si portasse su Trivigno a massacrarvi cinque galantuomini; ed in quel giorno medesimo in cui il governatore di Basilicata faceva partire il generale Della Chiesa dal capoluogo della provincia con 450 bersaglieri, spacciando di averla finita coi briganti.

Che i briganti non fossero penetrati in Aliano, dove moriva per mano assassina il capitano dei bersaglieri, Palizzi; effe non fossero entrati in Stigliano, dove la bandiera borbonica restava a sventolare due giorni, a grande disdoro Del paese e del Governo; che non avessero saccheggiato Corigliano, Grassano, Accettura, Pietragalla, dove un pugno di eroi trincerali net palazzo ducale tennero 17 ore di resistenza; che non fossero entrati in Bella, dove periva il sacerdote Bruno, fratello di un capitano di volontari.

I discorsi degli onorevoli ministri non tolgono che i saccheggiatori non fossero entrati in Vaglio, ove a sei miglia da Potenza scannavano con altri liberali il sindaco signor La Casma; che i satelliti di Borges non invadessero Craco, dove morì il deputato del 1848, signor Costantino Rigirone; che non fossero penetrati in Salamini, dove il nobile mio amico e compagno di studi, signor Celerino Spaziento, era legato ad una colonna e vivo abbruciato. Mi riservo a suo tempo, e dopo che questa discussione sopra interessi più vasti e generali siasi esaurita, di formulare dei capi d'accusa contro il governatore di Basilicata, onorato testé non so di qual croce, secondo il costume del Governo di accordare decorazioni in ragione diretta degli insuccessi. (Mormorio di disapprovazione)

PRESIDENTE. La prego di limitarsi al fatto personale.

LOVITO. Ed allora dimostrerò che sotto gli occhi del prefetto di Basilicata, in pieno meriggio, a suono di tromba, nella Valle del Sauro si è organizzata, durante tutto il mese di Ottobre, la banda di Borges, che divenne poi il il terrore di Basilicata.

PRESIDENTE. Si ripiglia l'ordine degli Oratori iscritti.

FRISCIA. Ho chiesto la parola per un fatto personale.

PRESIDENTE. Non avevo inteso che avesse chiesto di parlare per un fatto personale;

l'avevo quindi inscritto per parlare à suo tempo sulla questione che si sta discutendo. Ha quindi facoltà di parlare per un fatto personale.

FRISCIA. Non mi tratterrò a parlare di un atto del luogotenente generale in Sicilia, che ha rapporto alla mia persona; non confuterò neanco una teoria che ha enunciato qui, in questo Parlamento del regno italiano, un ministro di un regno libero! Altri oratori, la Camera, il paese giudicheranno di questa teoria indegna di essere esposta in quest'aula. (Rumori di disapprovazione)

PRESIDENTE. La prego di restringersi al fatto personale.

FRISCIA. Vengo al fatto personale.

Quel luogotenente ci diceva che il suo proclama fu scritto e pubblicato in Sicilia in seguito delle informazioni che aveva avuti», lo che fui tra i segnatari di una protesta che diede luogo all'atto del luogotenente, dirò che le informazioni che aveva il luogotenente generale erano false, e i fatti hanno mostrato come fossero false; che le informazioni false che il luogotenente generale si aveva e che io condussero a quell'atto, il quale ò stato in Sicilia assai severamente giudicato, procedevano da che il Governo, avendo concepito una generale diffidenza su quel partito che era stato sempre primo in tutti i sacrifizi, si circondava di gente che non amava né la causa italiana, né la causa della libertà.

La società unitaria di Palermo, che io aveva l'onore di presiedere, pel 7 settembre aveva determinato che si celebrasse quel giorno che ricordava l'era in cui definitivamente i Borboni avevano finito di dominare sul regno delle Due Sicilie. Però quella società, composta dei più rispettati, dei più devoti patriotti della Sicilia, considerando come quei tempi erano tempi di agitazione, come in quei tempi le dimostrazioni di piazza potessero produrre degli sconcerti, che noi, che li avevamo sempre evitali, volevamo evitarli pure in quei momenti, aveva dichiarato che, non potendo quella data essere scordata dai Siciliani, doveva essere santificata, ma non colle dimostrazioni popolari. Però, siccome si sapeva che in Napoli ed in Genova, col consenso del Governo. e pubblicamente si firmava una protesta contro l'occupazione francese, si disse: si evitino assolutamente tutte le dimostrazioni, e per ricordare quel giorno non si faccia altro che invitare i cittadini a firmare quella protesta. A tal fine si destinarono, perché non ci fosse assolutamente convegno di molte persone, delle botteghe in siti appartati, nelle quali si dovesse concorrere a firmarla. Questa era stata la deliberazione della società unitaria; essa fu annunziata precedentemente nei giornali. Il Governo né ufficialmente, né officiosamente fece dir cosa o mostrò che si opponesse a quella determinazione; quando il giorno precedente il sette settembre era fatto pubblicare un programma, nel quale si diceva nient'altro che questo: si ricordava la data, si ricordava la necessità di non lasciarla dimenticata e si pregavano! cittadini che stessero fermamente all'ordine ed alla tranquillità e che accorressero solamente a firmare quella protesta.

Questo programma fu debitamente mandato alla questura perché lo firmasse, e la questura ricusò di firmarlo per l'affissione.

All'indomani il luogotenente fa pubblicare quel proclama, il quale eccitò una grande agitazione in Palermo. Si voleva in quel momento stracciarlo su tutte le cantonate; ma noi dicemmo che dovevasi mostrare fermo rispetto all'ordine ed alle leggi e l'abbiamo fatto rispettare. Egli è per questo solamente che quel proclama non fu stracciato e che delle dimostrazioni dispiacevoli, de' fatti dolorosi non si verificarono in quel giorno.

234 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Il luogotenente vi disse che supponeva che quel programma fosse stato pubblicato malgrado il divieto della polizia. Che il luogotenente si fosse ingannato, l'ha confessato oggi egli stesso.

Che quel proclama poi abbia impedito le firme della protesta. , questo è un fatto. In effetto, in quel giorno si videro stracciate, anche per le mani degli agenti della polizia, di quelle proteste!

Molti furono spaventati da quel proclama del luogotenente generale, e mandarono a cancellare la loro segnatura; ed esistono delle proteste deposte in Genova presso il Comitato generale di provvedimento, dove ci sono molte segnature già cancellate espressamente in quel giorno. (Susurro) In molti altri comuni della Sicilia, in seguito al proclama, molte copie della protesta furono carpite dagli agenti della sicurezza pubblica.

Da ciò si vede come il Governo, calcolando sopra informazioni false, giudicava male il partito che l'aveva sostenuto, partito che lo sosterrà sempre quando agirà nella buonavia; e quindi non era per niente bene ispirato in quegli atti che furono giudicali severamente e giustamente dal paese!

PRESIDENTE. Si ripiglia l'ordine degli oratori iscritti per la discussione generale.

RICASOLI B, presidente del Consiglio'. Domando la parola.

PRESIDENTE. Ha la parola.

RICASOLI B. , presidente del Consiglio. Non posso lasciar passare quello che l'onorevole Lovito ha pronunziato a carico del prefetto di Potenza. Il prefetto di Potenza è il signor De Rolland, che credo più conosciuto da molti membri che qui seggono (Si! si!), che non da me stesso. Egli ha sempre dimostralo, durante la mia amministrazione, un tal amore patriottico, un abbandono cosi completo d'ogni considerazione di sé medesimo, che non ho tema d'affermare che la distinzione che io stesso gli ho' conferito per le opere sue eroiche durante il brigantaggio è la distinzione che più mi compiaccio d'aver data. (Bravo! Bene '. )

Questa dichiarazione solenne in quest'Assemblea è un debito mio il farla, non tanto per giustizia riguardo al signor De Rolland, quanto perché io ritengo importante di rialzare la dignità, la stima, la fiducia, rispetto al pubblico, di tutti coloro i quali coprono degli uffici governativi, e ciò specialmente in questi momenti in cui l'opera loro non solo è difficile, ma anche coraggiosa, e perciò più utile al bene sociale. (Bravo)

Come io credo di dover rendere giustizia a coloro che la meritano, cosi, se alcuno avrà da articolare accuse fondate, mi vedrà del pari pronto a non avere alcun riguardo nell'applicare una severa punizione. (Bravo! Bene!)

PRESIDENTE. Il ministro delle finanze ha facoltà di parlare.

BASTOGI, ministro delle finanze. Ieri l'altro mi è stato riferito che un onorevole deputato ha detto alla Camera, . come la rendita, che chiamerò napoletana, non fosse stata esattamente pagata.

Dirò due parole in risposta.

La rendita napoletana semestrale ascende dai 14 ai 15 milioni di franchi circa; al principio di ottobre non rimanevano, a pagarsi che un milione e mezzo di franchi, e questa somma non si era ancora pagata, perché non si era fatta la presentazione dei titoli, probabilmente perché i proprietari, trovandosi assenti, dovevano mettere in regola le loro carte.

Può darsi anche che, in tanto tramestio di cose e di uomini, qualche impiegato non ancora bene esperto possa non avere esattamente fatto il suo dovere; ma questa amministrazione essendo distinta dalla centrale, il Governo non conosce tutti questi singoli fatti di lievissima importanza; però posso assicurare che un tal fatto, quando sia avvenuto, non si rinnoverà per l'avvenire.

Nel fare questa dichiarazione, cioè che rimaneva a pagarsi un milione e mezzo di franchi, debbo osservare che ciò non avvenne per mancanza di fondi per pagare queste rendite, poiché la cassa detta di ammortizzazione, la quale fa il servizio del debito pubblico, aveva, secondo le costumanze dell'ex-regno di Napoli, scontato per 300 mila ducati, cioè poco più di un milione di franchi; il che dimostra come queste casse fossero fornite del necessario.

Che poi le casse fossero fornite del necessario, lo dimostra questo fatto, che dal 1° gennaio al 3 dicembre dal tesoro centrale s'inviarono a Napoli 46 milioni, e che il tesoro di Napoli non ha pagati che di milioni; cosicché questo è debitore a quello centrale di circa sei milioni. Credo con queste poche parole di aver assicurato il Parlamento che il Governo è geloso, e sarà sempre geloso, che le rendite del nuovo regno italiano siano con precisione pagate.

PRESIDENTE. La parola spetterebbe al deputato Greco, il quale l'ha ceduta al deputato Mellana.

MELLANA. Ringrazio il deputato Greco di avermi ceduta la parola in una questione, ove essenzialmente si tratta delle provincie di Napoli; ciò più di ogni altra asserzione prova, o signori, che la conoscenza e la reciproca fiducia fra i figli d'Italia si va compiendo.

Valendomi della parola che mi è conceduta, non entrerò a rispondere direttamente a quanto venne or ora accennato da tre onorevoli ministri, che hanno testé parlalo; mi riservo a ciò fare nella parte del mio discorso ove farò passare brevemente a rassegna i sette antecedenti discorsi dei signori ministri; ma intanto nell'esordire non posso, per tema che mi fallisca la memoria, esimermi dal fare una risposta ad una osservazione dell'onorevole presidente del Consiglio, e ad un'altra dell'onorevole ministro della guerra, perché non riguardano, secondo me, dei fatti, ma toccano principii costituzionali.

L'onorevole ministro dell'interno parlò di un fatto relativo ad un giovane veneto, e parlò col linguaggio che avrebbe tenuto qualsiasi ministro di buon Governo nei giorni del pieno dispotismo.

Ei ci diceva: quest'uomo era incomodo, quest'uomo ammonito non ottemperava all'ammonizione; noi lo allontanammo. Ma lo allontanaste (Con forza), e con qua) legge lo allontanaste? Colla legge del pieno arbitrio.

Perché voi, che dite in pieno Parlamento all'Europa che l'Italia è una, ed avete proclamalo il regno d'Italia, non avete ancora avuto il coraggio di presentare una legge, per cui qualsiasi Romano, qualsiasi Veneto, che si trovi sul territorio del regno, sia cittadino nato e suddito del suo Re? (Viva approvazione a sinistra e dalle gallerie)

PRESIDENTE. Osservo alle tribuni; che è proibito ogni segno di approvazione o disapprovazione.

MELLANA. Il ministro della guerra, al quale mi riservo di fare più ampia risposta riguardo al fatto del collegio della Nunziatella, esso, mi si permetta l'espressione, burocraticamente diceva: di che possono lamentarsi i Napoletani sull'operato ministeriale in merito a quel collegio?

235 - TORNATA DEL 9 DICEMBRE

Trovavansi da prima in quello 120 alunni; ora ce ne sono si sono quindi regalati 60 giovani di più, ancoraché, e ammette, si sia menomala l'importanza di quella istituzione. E che? Ponete in bilancia l'aumento di 60 giovani in una città che conta 500 mila abitatori, col sentimento d'un giusto e nobile suo orgoglio?

Questo appunto mi prova che non comprendete né Napoli, né i Napoletani. Vi sono sentimenti di affetto e di dignità a cui le popolazioni tengono assai più che a meschini interessi. Vi sono tradizioni, vi sono retaggi ai quali l'animo dei cittadini è affezionato, e sui quali non si può porre leggiermente la mano. Da quella scuola uscirono uomini che hanno illustrato il nome italiano: mi basterà nominare il Colletta; e Napoli ha certo diritto che una scuola che formò uomini cosi distinti rimanga nelle sue mura. Se a ciò aveste pensato, voi non avreste cosi inopinatamente leso un giusto sentimento di quella Napoli che deve fare tanti sacrifici all'unità italiana. (Bene! Bravo!)

Ma. v'ha di più: in questo Parlamento molte volte si cita, ed a ragione, l'illustre generale La Marmora.

Lo citerò anch'io.

Egli sosteneva un giorno, nel subalpino Parlamento, che per decreto reale si potevano recar mutazioni organiche nelle scuole dell'accademia militare; ma dopo una lunga discussione riconobbe anch'egli che l'ordinamento delle scuole. militari, per la parte organica, non si può fare che per legge. Al Ministero spella, solo la parte regolamentare.

Se il Ministero fosse rimasto su questo terreno della Costituzione, se non avesse invaso il potere legislativo, avrebbe evitato a sé dei dispiaceri e molivi di giusti lagni a quella popolazione, che si vede ogni di tolto un qualche ufficio o reminiscenza; quello che è giusto si faccia, ma guardatevi dall'aggravare i mali. E questo valga anche per risposta al signor ministro della marina. (Bene!) Fatte queste due brevi osservazioni, permetterà la Camera ch'io diriga dapprima la parola all'onorevole Carutti. Le sue parole, dette con fine onestissimo, possono tuttavia trovare un'eco infausta fuori di questo recinto, e quest'eco è già pervenuta fino ai miei orecchi.

Quale è l'ordinaria accusa dei signori della maggioranza verso gii uomini della sinistra, o meglio dirò dell'estrema sinistrai

Essi dicono: voi della sinistra, o meglio voi dell'estrema sinistra siete divisi, non avete Uh programma.

Ebbene, l'onorevole Carutti all'improvviso trovò l'unità perfetta, trovò questo partito tanto compatto da essere, per. cosi dire, concentrato nella testa dell'onorevole Petruccelli; esso non solo trovò il programma dell'estrema sinistra, ma, quasi esterrefatto, vide già le teste dei Girondini infisse sulle porte di questo Parlamento. (Si ridi)

Ebbene, o signori, vi risponderò e circa la divisione e circa il programma. .

Il programma nostro in genere è il programma vostro. Né può essere diverso.

Noi abbiamo per programma l'unità italiana; poderoso armamento nazionale; liberale e forte organizzazione amministrativa.

Voi volete andare a Venezia, volete andare a Roma. E noi pare, e certo non ne dubiterete.

Il programma adunque è identico.

IL disparere sta nella scelta dei meni, nella scelta degli individui.

Noi, appunto perché minoranza, non possiamo avere un programma di particolari, o, come si dice, di dettaglio.

Noi, convenendo nei principii, lasciamo piena libertà ai nostri, perché liberi e franchi esprimano le loro opinioni, senza che l'uno assuma nei particolari la risponsabilità dell'altro. La perfetta disciplina è propria delle maggiorante, le quali condividono la responsabilità degli uomini che esse sostengono al timone della cosa pubblica.

Noi non aspiriamo a governare; quell'epoca è lontana; solamente i vostri errori possono accelerare quel giorno. Le redini dello Stato, prima di passare nelle nostre, devono passare per le mani di tutte le altre frazioni di questa Camera; devono essere prima chiamati a governare quegli uomini che si denominano pratici e possibili. (Ilarità)

Quando venisse il giorno che, peri vostri e gli altrui errori, le redini dello Stato dovessero cadere nelle nostre mani, state sicuri che quel giorno ci troverete perfettamente organizzati e quale un sol uomo, è con un programma netto e pratico, con quella energia alta a salvare l'iniziativa parlamentare. ;

Ritenete, o signori, che il senso pratico non è in Italia patrimonio esclusivo di alcuno, una nobile prerogativa e vanto della nostra nazione, checché altri ne pensi oltre l'Alpi ed il mare. Per noi pure rivendichiamo questa comune prerogativa, e ve ne daremmo luminosa prova, se mai dovesse per opera nostra essere salva la comune patria. (Bene! a sinistra)

Ma dite, o signori, voi che parlate di divisione fra noi, voi che chiedete il nostro programma, siete, poi voi veramente uniti e compatti? Avete voi un programma cosi sicuro ed esplicito? Questo è quello di che grandemente io dubito. Prova ne siaja presente discussione, o signori. Non potremmo noi, se vi fosse un tribunale a noi superiore, chiamarlo giudice nella grande contesa, se, cioè, il Ministero abbia fin qui corrisposte alla aspettativa vostra e del paese, e sia stato all'altezza delle gravi condizioni nelle quali versiamo; non potremmo noi, dico, rimettersi al giudizio di quel tribunale, producendo solamente i discorsi dei difensori del Gabinetto? lo sopprimerei tutti i nostri discorsi, e basterebbero abbondantemente i vostri documenti per vedere condannata la condotta fin qui tenuta dal Gabinetto, sia nella [politica esterna, sia a riguardo degli armamenti e dell'interna amministrazione.

E tanto è vero che i vostri discorsi non potevano essere interamente accolti dal Gabinetto, che l'onorevole barone Ricasoli, il quale sentiva l'umiliazione che gliene verrebbe ove valessero certe ragioni addotte dai suoi più caldi difensori, senti il bisogno di chiedervi un voto senza ambagi o reticenze, un voto esplicito e netto di fiducia.

Ho veduto i due ordini del giorno proposti da due frazioni della maggioranza, ed invano vi ho cercato il netto ed esplicito voto domandato dal signor Ricasoli.

Ebbene, datelo questo voto netto e franco che vi domanda il barone Ricasoli; io vi sfido a darlo dopo i vostri discorsi pronunciati in quest'aula e fuori, dopo i passi da voi fatti. I vostri discorsi vi diranno se voi possiate dare questo francò verdetto a chi ha lasciato Unto da fare, a chi non ha corrisposto all'altezza dei tempi, in cui si trovava.

Passo ora a spiegare quelle parole dell'onorevole Petruccelli, nelle quali l'onorevole Carutti scoperse il programma dell'estrema sinistra, e per tale poi bandito da alcuni giornali ministeriali.

Notate, o signori, che l'onorevole Petruccelli non ha mai parlato, come si usa quando si vuol fare il programma di un partito, a nome dei suoi amici politici; egli ha parlato per sé.......

PETRUCCELLI. Come sempre.

236 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

MELLANA. Come sempre. Quando egli venisse a parlare a nome di altri, lo direbbe con quella lealtà che è propria di tutti noi.

Ma stiamo pure alle parole dell'onorevole Petruccelli; suonano forse desse quali si volle far credere suonassero? Si parlò di stato d'assedio, quasi si desiderasse lo stato d'assedio. Ma e chi vi dice questo? Si è detto: prima di commettere, come avete fin qui fatto, atti degni di stato d'assedio ed illegali, esso vi disse: se prendete in alcune supreme circostanze indispensabile un tale provvedimento, innanzi che illegalmente applicarlo, abbiate il coraggio di domandare l'assentimento del Parlamento, ed il Parlamento avviserà.

L'onorevole Petruccelli, parlando della questione romana, vi diceva: prima ancora che agli Italiani, Roma appartiene ai Romani (ciò che è la stessa cosa, perché appartenendo ai Romani appartiene agli Italiani). Ora la diplomazia, la quale ha dovuto riconoscere che i Parmensi, i Modenesi, i Napoletani, i Toscani avevano il diritto di discutere senza intervento di alcuno le loro questioni coi loro principi, questo medesimo diritto, la stessa diplomazia, non può negarlo ai Romani.

Perché, egli diceva, perché i Romani non han fatto valere questo loro diritto al modo delle altre Provincie italiane? Odiato e debole è il loro Governo, ma vi sta a difesa la bandiera francese. E gl'Italiani, forse un po' egoisti, hanno sempre consigliali i Romani a soffrire, e non mettere inciampi nella questione generale d'Italia. E il buon senno italiano, questo buon senno che è il patrimonio di tutti gl'Italiani, la vinse; e i Romani hanno sofferto e soffrono tuttodì.

Così vi diceva l'onorevole Petruccelli; ma quindi soggiungeva: può venire il momento in cui stanchi, e per tanto tempo delusi nelle loro speranze, il dolore la vinca sulla prudenza, e i Romani insorgano nelle vie di Roma.

Quando quel caso avvenisse (e deve avvenire, perché la pazienza ha i suoi limili, né il popolo romano può esser condannato ad essere in perpetuo l'ilota o l'olocausto dei pregiudizi della società cattolica), quando ciò avvenisse, ecco i consigli dati da quel feroce convenzionalista che è l'onorevole Petruccelli; egli non vi ha chiamali alle scene di Marat, vi ha chiamali ai tuttuosi casi di Varsavia; vi ha detto che noi raccomanderemo ai Romani: «Se occorre, cadete; insanguinate del vostro sangue le vostre vie; cadete sotto il ferro straniero; ma, per carità! per ultimo sacrifizio alla comune causa, non versate il sangue medesimo che si versava "per l'Italia sui campi di Solferino.» (Bravo! a sinistra). ,

È questo il modo con cui s'interpretano i discorsi che vengono da questa parte? Petruccelli vi ha chiamali ai casi di Polonia, dove un popolo cattolico, dove un popolo di nostri fratelli, inginocchiato davanti agli altari del nostro Dio, soffre il martirio colla sola speranza che la sua voce non solo salga oltre la terra, ma giunga a commuovere i suoi fratelli.

Ma il cattolicismo, signori, che trovò denari ed uomini per sacrificarli in Castelfidardo e nelle montagne degli Abruzzi, per salvare due palmi di terra al pontefice, non ha avuto una voce, non una lacrima per i suoi correligionari sacrificati sugli altari del comune Iddio. (Applausi)

E questo sangue, signori, è l'ineffabile tutto delle donne polacche che piangono figlie marito, non ricadrà sul Russo, ma ricadrà sulla intera cattolicità, compreso il suo capo; compreso il primogenito figlio della Chiesa (Bravissimo!)

Ma direte: Petruccelli vuole un fucile per ogni individuo, vuole i patiboli. Esso disse:

se l'Europa ci volesse astringere a cosa indegna di noi, noi faremo d'ogni uomo un soldato, noi faremo salire sul patibolo i traditori, se mal ve ne fossero. E che? Vi sarebbe qui alcuno che vorrebbe sostenere una estrema guerra avendo a fianco de' traditori? In politica il sangue è delitto, quando non è richiesto da una ineluttabile necessità.

Prima di entrare nel merito, o signori, debbo ancora dare una risposta all'onorevole mio amico Carutti. (Ilarità) Sì, mio amico, ancora che sedente su diversi banchi. Esso vi diceva: questo fiero "Piemonte vuole solamente la sua Dinastia, il suo Statuto, vuole l'esercito, e ciò in risposta a quella parola che si fa correre in mezzo alle inquiete popolazioni, e che non può avere significato, cioè alla parola piemontesismo, della quale io, o signori, che mi stringo con predilezione con i nostri compagni di Napoli, perché desidero che ci studiamo e ci conosciamo a vicenda, potrò parlare senza timore di sollevare alcun dissidio.

Avanti tutto dirò all'onorevole Carutti: perché dire: il Piemonte vuole questo?Ma quello che vogliamo noi, lo vuole tutta Italia; e mi permetto anzi di dire che le altre parti d'Italia hanno dato di volerlo prove maggiori di noi, se pur fosse possibile.

Infatti noi non andammo a cercarla questa Dinastia, che amiamo però tutti (meno coloro che nel 1830 volevano un re di casa Estense), ma le altre provincie non la conoscevano che per l'istoria questa Dinastia, non la conoscevano che pei fatti recenti, e sono venute a cercarla, è la prescelsero, e con i gloriosi e splendidi plebisciti hanno posta in essa La loro fiducia. Dunque la loro affezione per la Dinastia sabauda è in est e pari alla nostra.

E perché sono venule a cercare questa Dinastia? perché il trono, senza fini reconditi, ha rinunziato al diritto divino per assidersi più sicuro su quello della volontà nazionale e sul diritto costituzionale. Quelli adunque che hanno cercato questa Dinastia l'hanno cercata per ciò, e conseguentemente 'quanto noi sono attaccati alle leggi fondamentali del regno.

L'esercito. Ma l'esercito è la parte rigogliosa dello Stato, che deve sortire dalle viscere, mercé le leve, di tutte le Provincie italiane, e quindi le provincie italiane tutte veggono nell'esercito una parte di loro stesse, veggono i proprii figli, quindi affetto uguale.

Signori, ho detto dapprima che vorrei, senza timore di suscitare né rumori, né dispiaceri, manifestare un desiderio, ed è che fosse questa l'ultima volta che si udisse questa parola: piemontesismo.

L'influenza di una parte dei cittadini sovra le altre in un libero reggimento non istà al materialismo del dove possa essere momentaneamente la capitale, e dove possa col tempo stabilirsi definitivamente. Credo di essere costituzionale dicendo che sta qui nella rappresentanza popolare e nell'emanazione della medesima, cioè negli uomini indicati alla Corona per assumere le redini del regno.

Ora, se ciò è, dovunque sia questa capitale, essa non avrà nessuna influenza. Sarebbe incostituzionale quest'influenza, ove l'esercitasse il capoluogo; per essere costituzionale, legittima, non può essere che rappresentata da voi.

Ne volete una prova?

Se vi poteva essere un giorno in col poteva fusi correre, non dirò giustamente, ma almeno con qualche apparenza di vero questa parola, era quando un uomo illustre, al quale io fui avversario,

237 - TORNATA DEL 9 DICEMBRE

si era meritamente acquistato una tale dittatoriale potenza parlamentare, che poteva forse spaventare 'i nuovi venuti. Ma un'immatura morte lo ha tolto a noi.

E vedeste, o signori, la potenza del sistema rappresentativo; l'eredità del conte Di Cavour dove è andata? È rimasta in Piemonte? No. Un nucleo di uomini intensi e uniti hanno afferrata quest'eredità. Voi vedete oggidì da uomini venuti in quest'aula da una provincia del centro retta la presidenza del Consiglio, i dicasteri dell'interno, degli esteri, delle finanze, dei lavori pubblici; insomma tutto ciò che fa la potenza governativa per imponisi, se quegli uomini volessero. Ebbene, cadde in pensiero a qualcheduno di noi, o può cadere di dire: siamo in pieno toscanismo! (Ilarità) No. Per mio conto dirò: mi lamento di una cosa sola, e si è che questi uomini si trovino impari, non abbiano lì fermezza di governo che si richiede in questi tempi eccezionali; ecco perché li combatto, non perché siano di altre Provincie. (Brami)'

Ma voi, Napoletani, perché non sapete dire ai vostri concittadini: noi in Parlamento siamo in numero maggiore; noi siamo quasi un terzo d'Italia; noi siamo ben superiori in numero a quelli che ora hanno le redini del Governo; noi possiamo quando che sia formare la maggioranza, andare al potere. E, o signori, voi v'andrete certo, quando, seppellendo nel vostro Etna, nel vostro Vesuvio, le antiche rimembranze, le gare e gli odii, ribattezzati ed uniti in una nuova vita costituzionale, a quella vita che deve condurre alla grandezza della vostra parte d'Italia, che è pure la grandezza della intiera Italia (Bene!. ), quando voi, o nostri fratelli di Napoli, siederete là; quando avrete, in seguito alla vostra unione, afferrato il potere, noi non vi diremo certo: siamo in pieno napoletanismo. Solo oggi vi ricorderò che, come il calore nel corpo umano deve distendersi per tutte le membra, e che raccolto in un solo membro vi porta l'infermità, cosi voi dovete concorrere ad estendere la vita sociale in tutte le parti del regnò, e perché vi sia eguaglianza di calore, dovete congiungere il caldo dell'Etna al ghiaccio delle Alpi. (Bene!)

Fatta questa risposta all'onorevole Carutti intorno a questioni ch'egli riguardava pericolose, che, come vedete, si son potute trattare con tutta fratellanza, io passo a quello che era propriamente il concetto del mio dire.

Io, quando dopo le vacanze parlamentari ritornai in quest'aula, vi ritornai col cuore non tranquillo, coll'idea che tristi, che gravi erano le condizioni nostre. Lo dico apertamente, perché io non credei mai che neppure in politica si debba dissimulare e tacere.

Il rimedio del mali presso i popoli liberi sta nel coraggio di francamente svelarli e pensare ai rimedi.

In questo modo l'Inghilterra rimediò ai suoi mali anche in. faccia al nemico; in questo modo, senza ricorrere a stranieri esempi, i Romani vi provvedevano avendo Annibale alle porte. Non nascondiamoci i nostri mali, non disperiamo cornei Romani, ma non dissimuliamo.

Io dunque dico che le mie impressioni erano tristi, e mi sono in quelle vieppiù confermato ascoltando gli attuali dibattimenti. Voi vedete la lotta (se si può dir lotta) che si agita da qualche giorno; voi vedete prendervi parte delle lancie spezzate, come si dice, dell'estrema sinistra e qualche membro più devoto al Gabinetto; ma voi vedete che quegli uomini della Camera, i quali possono credersi possibili, non vi prendono parte, o, se vi prendono parte, stanno alla lontana, e la prendono in modo tale che quasi non si può comprendere. (Ilarità)

E che vi dice ciò, o signori? Vi dice che triste è la condizione nostra. Quando i tempi corrono felici, quando le sortisi presentano prospere, quando la situazione è buona, allora vedete che tutti sentono che si deve rendere servigio alla patria, tutti corrono con animo lieto. Ed io vi ricorderò un fatto silo. Giacché abbiamo ricordato l'onorevole conte Di Cavour, dirò che egli dopo lo sconforto di Solferino si ritirava, ma quando i destini d'Italia prendevano incremento e l'orizzonte si era scoperto, allora vedeste con qual tenacità di proposito, con qua! nobile ambizione egli voleva il potere per dare il nome suo adatti gloriosi per la patria.

Credetelo, o signori, quando veggo gli uomini designati dalla pubblica opinione per la loro posizione, i quali si mostrano ritrosi a prendere il potere, io allora dico: ch'è triste la condizione nostra; oppure io dico a coloro che si racchiudono in un forte silenzio: e che? attendete che si migliori la posizione nostra? che sieno totalmente perduti gli uomini che stanno al potere? No, o signori, io appunto che sono dell'opposizione, ma di un'opposizione sincera, io che riconosco che il Ministero ha concretato nel suo capo un nome illustre, io dico: perché vorrete che esso vada fino al punto che sia perduto per sempre? perché vorrete che questo nome non possa più un giorno prestare nuovi ed importanti servigi al paese? Nella posizione fatale in cui si trova (e ne dirò le ragioni), colle idee che si è formate, coll'eredità che ha avuta, esso non ha potuto né può corrispondere ai supremi momenti in cui si trova la patria.

Ma che perciò? Io vorrei salvati questi uomini per l'avvenire, perché di uomini ne ha. sempre bisogno la patria, e gliene occorre in tutti i momenti per porre al banco dei ministri.

Questo Saturno della rivoluzione ha tantosto divorato il Gabinetto; gettate in quelle fauci altri uomini. (Ilarità generale e prolungata)

Questa, o signori, è una verità politica, anziché mitologica. La rivoluzione, o, meglio, questo stato di agitazione in cui si trova il paese, rassomiglia a quel divoratore; se non avrà dei Gabinetti da divorare, divorerà sé stessa, o signori; ed è meglio che si divorino uno, due, dieci Gabinetti, che si divori la rivoluzione. (Applausi a sinistra)

Io non imprenderò a combattere gli oratori che hanno difeso il Gabinetto; i suoi difensori, non per mancanza d'ingegno, ma perché era opera troppo ardua, non Io hanno difeso bene. Io quindi mi restringerò a combattere direttamente i discorsi, dei signori ministri.

Ad ogni pie' sospinto l'onorevole barone Ricasoli ci dice: noi seguitiamo la politica del più grande politico moderno, dell'uomo che rimpiangiamo.

Sì, o signor Ricasoli, va bene; ma ritenete che una cambiale sovra di un morto non può essere tratta che a breve data; si può in quel giorno in cui viene a mancare un uomo di Stato prendere in suo luogo le redini del potere e seguirne per qualche tempo l'indirizzo; ma pensate che quell'uomo, di cui voi rappresentate l'eredità, forse dopo due, tre, quattro giorni, dopo un mese, avrebbe potuto o dovuto interamente mutare il suo indirizzo politico, e non si sarebbe incaponito, intestardito in un errore, in una posizione difficile; quindi potevate trarre questa cambiale per breve tempo, ma dappoi dovevate col vostro solo programma, col vostro proprio indirizzo, a norma dei tempi, rispondere al paese.

Io ho combattuto, ho talora difeso l'illustre conte Di Cavour, quindi posso ben dire che in questi ultimi tempi, non per errore forse, ma per posizione, esso ha dovuto cadere in tre gravi e tremende difficoltà, le quali voi avete ereditato, e ve le dico in poche parole.

239 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Il conte Di Cavour, astretto dalla necessità di fa trangugiare alla diplomazia la spedizione delle Marche, avea dovuto rompere in visiera colla rivoluzione; questa era l'unica via, e la seppe prendere coraggiosamente. Il conte Di Cavour, avendo dovuto abbandonare la rivoluzione sulla quale si era appoggiato in prima, non avea più alcun punto d'appoggio per combattere là diplomazia che gli si parava innanzi sulla via di Roma. Quindi, dovendo riconoscere che non poteva far niente per la quistione romana, quell'alta mente, conoscendo che un popolo non può mai stare in sospeso innanzi ad una cosi vitale quistione, ha dovuto arrovellare il suo cervello per trovare una sosta qualunque. Un bel giorno venne, quasi spirato, a dirvi: Libera Chiesa in libero Stato. Il conte Di Cavour ciò vi diceva per guadagnar tempo, e voi prendeste le sue parole sul serio. (Applausi ed ilarità prolungata)

Il terzo errore del conte Di Cavour fu questo: egli aveva dovuto combattere la rivoluzione per essere accetto alla diplomazia; e senza quella, non poteva andare a Roma; quindi aveva trovato questa formola per divertire le menti. Ma, avvedendosi che quella sola non poteva aver lunga vita, cercò altro mezzo per divertire le menti: egli, checché ne avvenisse momentaneamente delle finanze, spinse le menti in mezzo agl'interessi; ma il conte Di Cavour non avrebbe con tutto ciò lasciato che il ministro Peruzzi seguitasse a promettere porti, strade, ferrovie a tutti, massime alla vigilia di un voto di fiducia in una quistione ministeriale.

Penseremo in modo equo ed a tempo a tutti questi interessi, dei quali vi è febbrile desiderio nelle varie provincie. Ora dobbiamo pensare al ristauro delle finanze per costituirci. Ho il coraggio della mia opinione. (Voci: Bravo! e movimenti in senso diverso)

Io vi diceva che il conte Di Cavour negli ultimi giorni della sua vita si trovava in questa difficile posizione ed avea trovato questo ripiego, ma non sarebbero passati quindici giorni che il conte Di Cavour avrebbe trovato altre vie degne d'un. uomo politico.

Ne volete una prora, signor barone Ricasoli?

Il conte Di Cavour, nello stesso tempo che combatterà in quest'aula | ristera alzata gli uomini della rivoluzione, li invitava nel suo gabinetto a conferire con Igi per armamento e sbarchi.

Esso, ne sono sicuro, per non cadere dall'altezza sulla quale si era posto, avrebbe trovato un mezzo qualunque, si sarebbe aperta una nuova strada gloriosa.

Esso non avrebbe lasciato che le razze stare per otto mesi si agitassero inutilmente, senza che il nostro Ministero stendesse loro la mano e formasse un'alleanza che varrebbe almeno quanto quella delle grandi potenze. (Bravo! Bene! a sinistra)

Riassumo ora questa parte del mio discorso in ciò che ammetto che il Ministero ha avuto una difficile eredità, ma dico che l'ha accettata e che non ha mostrato quel genio che forse colui che aveva lasciata questa eredità avrebbe dimostrato, quando avesse potuto diradare le nebbie che si erano intorno a lui condensate; quello che non ha fatto la vostra politica, o signori.

Ora passerò brevemente a rassegna i sette discorsi dei ministri, giacché io non intendo combatterli se non per i loro atti e le loro parole.

Prima però domanderei pochi minuti di riposo.

Voci. Sì! Sì!

(La seduta è sospesa per cinque minuti. )

PRESIDENTE. Il deputato Mellana ha facoltà di continuare il suo discorso.

MELLANA. Come io non so se mi sarà concesso, credo anzi impossibile che di nuovo io prenda altra volta la parola in questa discussione, cosi debbo fin d'ora dichiarare che se, contro alle mie viste in merito ad alcuni atti del conte Di Cavour, si alzasse alcuno a volere in nome suo testificare, perché abbia compartecipato ai suoi lavori o ad altri titoli, fin d'adesso gli rispondo che il conte Di Cavour l'ultimo suo pensiero non lo diceva che a sé solo. (Bene!)

Ed io credo avere indovinato l'ultimo suo pensiero nella mia tesi.

Ora, rientrando nel mio discorso, ripeterò quanto diceva dapprima. Io non combatto il Ministero per gli uomini, non lo combatto perché abbia seguita la politica del conte Di Cavour; ma lo combatto perché ha seguita questa politica quando il conte Di Cavour stesso l'avrebbe mutata; quando cioè quella mente superiore avrebbe trovato' modo di poter cambiare la sua difficile politica.

Io combatto il presidente del Consiglio perché fu impari ai bisogni nelle circostanze difficili in cui versa il paese, perché appunto non ha la mobilità del conte Di Cavour. Nei momenti difficili bisogna saper mutare, non tenersi immobile come il dio Termine. (Ilarità) Io lo combatto perché credo non abbia le qualità che si richiedono nelle gravi contingenze; perché, lo dico con dolore, ho risto in lui un'alta mente negli anni maturi, anziché trattar di politica, occuparsi di teologia per sforzarsi d'inscenare e spiegare i santi padri al pontefice.

Ed io, che non ho l'onore di conoscere da ricino il barone Ricasoli, ho dovuto formarmi l'opinione che non bagli elementi necessari ih questi difficili momenti dalla lettura dl' un suo scritto, se ben ricordo, emanato nei giorni gloriosi della sua dittatura in Toscana; scritto che allora altamente ho deplorato, e che, se poterà allora non aver conseguenze fatali, perché ristretto a quella sola provincia, le avrebbe esiziali quando divenisse norma di governo in tutto il regno.

Se ben ricordo, quando avevamo a fronte i Tedeschi e si trattava di combattere, mi pare di aver letto (non vorrei che la memoria mi fallisse) una circolare, nella quale diceva ai figli della nobile Toscana: Io non vi domanderò né un uomo per mezzo della leva, né un soldo; io non farò imprestiti, Ma questa è politica negativa dei tempi in cui siamo!

Ma, lasciando stare le cose passate, veniamo a discorrere brevemente dei discorsi degli onorevoli ministri. Anzitutto esordirò da quello del PRESIDENTE.

Egli diceva che vuole uomini onesti, capaci, e di colore 'politico nel quale possa aver fede la nazione.

Chi non sarebbe ministeriale da questo lato con questo programma? Io per il primo lo sarei.

Ma, o signori, gli uomini di Stato non fanno programmi se non quando hanno coi fatti preceduto a questo programma medesimo.

Ora io ho tutta la fede nel carattere dell'onorevole ministro, ma non mi fido, ancoraché abbia un programma che io credo roglia eseguire, ma che non ha eseguito, forse perché non ha la conoscenza degli uomini. E didatti bastano a provarlo pressoché tutte le nomine che si fanno da qualche tempo.

Sì, o signori, io debbo dire col cuore ulcerato che nelle stesse antiche provincie (le provincie napoletane furono vendicate con ben dolorosa vendetta), anche presso di noi si intromettono nelle amministrazioni, a capo della guardia nazionale, a capo delle opere pie, insomma in tutta la rete degli agenti governativi o dei posti d'influenza, degli uomini conosciuti apertamente retrivi;

239 - TORNATA DEL 9 DICEMBRE

e quasi a far si che acquistasse maggior autorità la voce che si alzerebbe in questo Parlamento a combattere questi gravi ed esiziali errori, il ministro, alla vigilia della riapertura della Camera, vi fa una nomina di nuovi senatori.

Credete voi che parecchie di quelle nomine, per quanto io rispetti il carattere individuale ed i servigi che abbiano in altri tempi prestato questi onorevoli individui, possano avere tranquillate le nostre menti? No; fu una disfida gittata al partito liberale. Signori, se il barone Ricasoli con conosceva gli uomini di Stato, non doveva ignorare almeno le consuetudini che vi sono. (Sensazione)

Qual è quel Gabinetto che, sebbene abbia la piena ed assoluta indipendenza nelle nomine a' senatori, non usi l'atto di deferenza di interrogare la pubblica opinione od almeno la Presidenza di quel potere?

Egli poi aveva nel seno del Gabinetto un uomo distinto per ingegno, il quale conosce molto bene alcuni di quo' nuovi innalzati, e certo si ricorderà di averne ascoltato alcuno che sedeva su suoi banchi quando noi li combattevamo.

Cosa dolorosa a vedersi! Mentre queste nomine rattristano tutti coloro che non amano le vendette, no, ma vogliono che sia rincorata la nazione, vediamo degli illustri ammiragli, degli illustri generali posti in aspettativa.

Questo contrasto, credetelo, o signori; non nelle menti soltanto dei Siciliani e dei Napoletani, ma pur anco nelle nostre fredde menti subalpine, fa una tristissima e dolorosa impressione. (Bene!)

È impossibile che davanti a questi fatti si possa credere al vostro programma.

Rammentatevi un fatto accaduto sotto II primo impero; quando un uomo grande, il più gran genio del suo secolo, credette di essere tanto alto salito da non aver più a temere dei pigmei, con quella generosità che è propria di un genio, chiamava al Corpo legislativo, chiamava ad alti impieghi gli antichi amici della caduta dinastia; ebbene, venne il giorno anche per lui fatale! Quei gallonati che avevano disdetto i Borboni per un Napoleone, tacevano e s'inchinavano al vincitore d'Europa; ma, quando vennero i giorni di Waterloo, essi lo tradirono, e poi si vantarono di aver nell'amministrazione agito in modo che quel tradimento avesse luogo. (Vivi applausi)

Ricordando questo esempio che, se non è presente alla vostra mente, è presente alle nostre menti, al nostro cuore (credetelo, non vi parlo da avversario, ma da uomo che ama, e svisceratamente ama il suo paese), questi vostri atti hanno contristato tutti i buoni.

Un'altra cosa cita poi il presidente del Consiglio per far vedere come la sua amministrazione fu previdente, ed è che sono al loro posto tutti i prefetti.

Nei tempi difficili in cui versiamo, l'accusa che si fa non da noi, ma dagli uomini i più miti, i più onesti, i più sinceri, si è la mancanza di governo; vogliono il pane del governo; non sapete che noi non siamo ancora Americani, che non sappiamo ancora governarci da noi; noi siamo ancora bimbi; la nazione vuole il governo; ed è appunto in questo momento che non vi e governo. Ebbene in questo momento supremo che tutti vi domandavano un forte Governo, voi avete fatto un vuoto, un caos tale che, prima che questa macchina agisca, ci vorrà tempo e tempo lungo.

L'onorevole ministro ci parlava di libertà e di organismo; sa egli, l'onorevole ministro, se ha ben compreso la legge che applicava? Non è la nomina di prefetti che costituisce la libertà e l'applicazione del principio dìscentralizzatore. Questi consistono nel dare una libertà d'azione, una fiducia negli eletti;

non far si che impiegati nei Ministeri non abbiano maggiori influenze in quelle nomine che possono compromettere il buon successo delle amministrazioni delle singole prefetture. Conosco io varie provincie nelle quali le proposte dei prefetti poche volte sono accolte, ed è maggiore la influenza d'impiegati sedenti nella capitale. Se nelle Provincie è il prefetto che deve rispondere e per la sicurezza, e pel buon organamento, quindi si deve deferenza grandissima alle loro proposte.

E giacché ci parlò del liberalismo dei prefetti, giacché egli disse che nelle nomine da lui fatte ebbe di mira l'uomo probo, l'uomo di principii, io gli ricorderò (senza entrare addentro in questa materia, che sarebbe cosa troppo dolorosa) che, se non erro, eravi un giorno nella felice Messina un uomo amato da tutti, e che dal principe, il quale visitava quelle lontane contrade, otteneva parole di encomio e di amore, e quest'uomo era all'impiego; eppure dal Ministero non si è più trovato un posto per lui, mentre se ne trovarono per altri.

Egli parlò poi della libertà che ci vorrebbe dare maggiore colla riforma della legge provinciale. E volete sapere, o signori, qual è questa riforma presentata dal signor ministro, e che si studia nel Consiglio di Stato? Si è quella di abbandonare Un'altra volta la più grande conquista da noi fatta nella libertà; esso vorrebbe ritogliere agli eletti del popolo l'amministrazione delle provincie per ridonarla ai Consigli di prefettura. Questa è l'innovazione liberale! Questa è l'innovazione per cui il barone Ricasoli diceva che è certo dell'appoggio della Camera nella sua votazione! Oh! io spero che questa maggioranza, se arriverà fin qui una tale proposta, non si dichiarerà pel barone Ricasoli. Oh! certo per me, quanto avrò di voce e di petto, io mi alzerò per combattere e vendicare fino all'ultimo questa importante libertà che abbiamo conquistato in questi ultimi anni. (Bravo! Bene!)

Siccome, per quanto si dimostri meco oltremodo gentile la Camera, io non intendo abusare della sua pazienza, lascierò questo Ministero per passare ad un altro di grande importanza in questo momento, a quello della marina.

L'onorevole ministro per la marina vien qui alla Camera quasi a combattere i giornali, e non quello che si è detto in questo recinto; perché, se io non vado errato, non aveva ancora sentilo a combattere l'operaio di questo Ministero; qui, anzi, se vi fu un beniamino del Parlamento, fu l'onorevole Menabrea, il quale nella prima parte di questa Sessione ha ottenuto quanto esso seppe domandare dal Parlamento medesimo.

Ora l'attivissimo signor conte Menabrea (Ilarità) si dice accusato di non aver portata assidua l'opera sua; io credo, al contrario, che l'onorevole Menabrea sia attivissimo in qualunque posto esso sia collocato, per occuparsi massime nell'ordine delle sue idee.

Egli dice che si è occupato lungamente di un collegio, si è occupato delle galere, dei regolamenti ed altro. Ma crede il signor Menabrea, con quell'alto ingegno ch'egli ha, che il Parlamento voglia oggi da lui che si occupi di queste cose? Ma non ha delle persone di second'ordine cui affidar ciò? Ma sa che cosa vuole la patria? Che cosa vuole l'Italia dal ministro della marina? Vuole che si abbia una flotta, non sui registri, ma da tenere il mare; che possa nell'Adriatico competere con sicuro esito contro le flotte austriache; qui siche possiamo dire: sul mare, contro l'Austria, possiamo fare da noi, quando il Ministero lo voglia. Ebbene, è all'Adriatico che doveva pensare il signor ministro, invece di occuparsi unicamente della costruzione di forti nel Mediterraneo.

Quando si spinge una flotta sul mare, si deve pensare anche ad una sconfitta, a tempi procellosi; ed in questo caso è necessario avere un rifugio sicuro.

240 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Il signor ministro adunque doveva pensare a fare una costruzione navale a Brindisi, perché il porlo d'Ancona non potrebbe ricoverare che tre o quattro bastimenti e non una flotta di 80 o 90 legni.

Io faccio quest'osservazione soltanto di passaggio, perché la Camera comprende benissimo che, non essendo io uomo di mare, non sono competente in questa questione; ma sono sicuro che uomini ben più competenti faranno su questo punto così essenziale sentire l'autorevole loro voce.

Io domando poi all'onorevole Menabrea, se sa (e lo sa pur troppo) che quando noi, a dispetto di molti, salvammo l'onore del popolo piemontese, andando anche inopinatamente ad una seconda riscossa, nella quale fummo sconfitti, ma non prostrali; io domando se sappia che noi pagavamo in allora ISO mila uomini, ma non li avevamo che sui registri; cosicché ci trovammo sugli infausti campi di Novara con soli 80 mila uomini presenti.

Ora l'onorevole ministro della marina ci ha bensì dato uno specchio delle nostre forze navali, ci ha detto quanti cannoni abbiamo, quanta forza di vapore, e le ha confrontate con quelle di altre potenze; ma ci ha egli detto quanti uomini abbiamo per ogni cannone? Ci ha egli detto di quali qualità fossero i cannoni? Si sa infalli che oggidì passa una grande diversità fra l'una e l'altra qualità di cannoni.

Può esso l'onorevole Menabrea dirci, se a questa primavera noi avessimo a prendere il mare, potremmo noi spiegare una forza quale si, convenga, quando quelle deboli forze che abbiamo si divergono mandandole a lontani lidi, quasi avessimo da essere tranquilli e da dover scegliere noi il momento del combattimento?

Io quindi dico all'onorevole ministro della marina: se voi volete dar prova dell'alto vostro senno, e se volete rendere un grande servigio all'Italia, dovete venir qui a dire che cosa avete fatto; non nei dettagli, non nelle piccole cose, nelle quali non è opportuno ora intrattenerci, ma in complesso se noi siamo in tale posizione quale si addice alla nostra condizione politica.

E qui l'ordine delle idee, per non dover ripetere, mi porta a parlare al ministro della guerra, il quale, mi permetta che glielo dica, ho udito con dolore annunziarci che noi abbiamo 260000 uomini sotto le armi, da cui si devono però toglierne 60000.

Ma è inutile il persistere in questo sistema di dire sempre abbiamo un esercito, ma non possiamo spiegarlo tutto in battaglia; noi vi domandiamo conto del numero delle baionette, del numero dei cannoni che abbiamo da opporre al nemico; se potessimo noi schierare 200000 uomini in faccia al nemico.

Se si può fornire questa prova, io ne sono lieto; del resto io non voglio occuparmi degli uomini che, ancorché si paghino, non possono trovarsi sul campo di battaglia.

Ma il ministro della guerra quasi a consolarci dicevaci: la leva ci darà 95000 uomini; all'uopo avremo 40 o 60 mila volontari. Non saprei come faccia un tale calcolo. La leva non si fa in Toscana, perché già fatta nei precedenti anni; la leva la farete in Napoli, n° 5$ mila; la fate nelle rimanenti Provincie, che in proporzione dell'antica leva presso di noi fra prima e seconda categoria, per 10 "milioni avrete n° 36 mila; dunque in totale n° 68 mila e non 95 mila. Non parlo delle ordinarie mancanze; potete voi ripromettervi di avere intiera la leva nelle provincie sicule e napolitane?

Voi vi appoggiate sul giudizio di un uomo di sicuro giudizio, voglio dire dell'illustre generale La Marmora.

Se egli fosse qui ed avesse a fare il computo del nostro esercito e della prossima leva, egli che è uomo positivo, farebbe qualche sottrazione;

e per quanto sia la sua energia, egli certo non farebbe calcolo sopra l'intiera leva del Napoletano. Forse ci direte: state tranquilli, potremo sempre fare assegnamento sui volontari.

Quest'argomento io tengo in gran conto. I volontari al gridò della patria, al grido del Re, al grido di Garibaldi accorreranno numerosi. (Bene!)E voi li trovereste; sì, io l'ammetto.

Ma avete voi provveduto perché sia efficace questo rimedio? No. Voi dite: ma vedete, noi abbiamo fatto delle divisioni di questi officiali dei volontari; noi abbiamo nominati dei generali, dei colonnelli e simili; essi hanno la paga.

Ma è questo che io condanno. Io amo i volontari, amo questi nobili avanzi che hanno reso glorioso il nome italiano, ma li amo qon inutilmente a carico del bilancio, li amo utili alla patria. E perché questi uffiziali voi li lasciale abbandonali in alcune città, oziosi, inutili a sé stessi? perché, per esempio, i Napolitani che faceste esercitare nel campo di San Maurizio non li metteste a preferenza in questi oziosi quadri di volontari? Se in questi quadri vi fosse anche un piccolo numero di soldati, voi allora avreste dei quadri utili.

Signor ministro della guerra, io non sono generale, ma mi ricordo di Napoleone che vinse a Lutzen e Bautzen con dei volontari. Ma perché vinse con questi giovani soldati? perché questi uomini, che l'Italia e la Francia versavano nello stanco esercito napoleonico, trovavano colà degli avanzi, Uh nucleo di quei reggimenti distrutti, e questi volontari gareggiavano coi vecchi soldati, e vincevano a Lulzen e a Bautzen.

E giacché voi vi appoggiate alla politica del conte Di Cavour (io credo di non andar errato, e vi saranno qui altri che potranno saperlo meglio di me, e che ho sentito che hanno domandata la parola), non era egli il conte Di Cavour che aveva promesso che net settembre dell'anno scorso avrebbe radunati dei campi di questi volontari (e lo diceva quando li combatteva con tanta animosità), non era egli che come uomo di Stato comprendeva che non bisognava lasciar oziosi questi avanzi, bensì tirarne partito per rendersi utili ora ed in avvenire alla patria?

E qui, passando al signor ministro dei lavori pubblici, mi rimane poco a dire, appunto per due digressioni che già ho dovuto fare.

Mi aveva sorpreso ed aveva nel mio cuore encomiato l'onorevole Peruzzi, perché è venuto a dirci che nelle sue impressioni di viaggio in Sicilia ed a Napoli aveva acquistata la persuasione che i Consigli provinciali, ancoraché nuovi, avevano date tante prove di senno, da restarne meravigliato egli stesso (che di poche cose si meraviglia), tanto era lo sviluppo che avevano preso. Quindi io sperava che avrebbe consigliato e sj unirebbe meco a consigliare al suo collega. per l'interno che non si porli modificazione in quella organizzazione, appunto perché egli aveva veduto cogli occhi suoi propri che i veri interessati, i veri amministratori, sono coloro i quali vivono nelle provincie, coloro che banno, direi così, il battesimo dei loro amministrati, e rjon gl'impiegati del Governo.

Un'altra cosa, di cui voleva discorrere ed a cui ho già accennato in parte, e che mi ha fatto un senso doloroso, si ì di vedere in una discussione, in cui trattasi di dare un giudizio sulla condotta politica del Ministero, vedere il ministro venir qui a far sentirei Tizio, a Caio, a Sempronio, che si farà questo, si farà quell'altro.

Ma, per Dio! era questo il momento? Quando conosceremo lo stato delle nostre finanze, vedremo allora ciò che si potrà fare; ma non conviene destare ora delle speranze.


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241 - TORNATA DEL 9 DICEMBRE

E poi sarebbe fare un torto alle menti napoletane il pensare che questi interessi materiali possano andare avanti al grande interesse nazionale. I nostri amici di Napoli lo sanno meglio di chiunque che l'Italia volgerà le sue più solerti cure verso quelle provincie, per quanto le sue finanze lo comporteranno, onde svilupparvi le immense ricchezze latenti: ma ricordi l'onorevole ministro che questa operazione è lenta; bisogna fare molte cose per raggiungere questo scopo; e, ciò facendo, potrete estendere le imposte. Questo lo diremo e lo faremo a tempi ordinati e tranquilli; ma in questi tempi eccezionali è questione da muovere? Questa questione, mossa ora, ci condurrà a trovare vuoto il tesoro nei momenti supremi della patria, e a non trovare dal credito quanto ci potrà abbisognare.

La suprema necessità del paese è in oggi un'amministrazione ferma e sicura, è il consolidamento delle nostre finanze, è di portare tutta la nostra attenzione a sviluppare in modo l'arma mento nazionale che possa giovarci nei giorni nefasti e dolorosi che forse si possono presentare. Questa è la politica alla quale al presente dobbiamo attenerci; quanto all'altra, che ben conosco usata dai politici inglesi, di spendere opportunamente e saggiamente per isviluppare ricchezza interna, la faremo poi; non ne è ora il tempo; e, lo fosse anche, non era ora il momento di recare tale quistione dinanzi alla Camera.

Passando alla giustizia, rivolgerò la parola al mio amico Mìglietti (qualcuno rimarrà forse stupito che anche fra i ministri io abbia un amico) (Si ride), e mi rincresce di dirgli che ho visto con dolore come in una questione cosi elevata, cosi grave e di si alta importanza siasi lasciato trascinare in piccole discussioni.

Credetelo, signori, i dibattimenti parlamentari non possono discendere a piccole cose di dettaglio, essi devono star alti e sollevati, come alto e sollevato è il Parlamento.

Il ministro guardasigilli ha il debito (e, se non lo compie, deve rinunciare al suo uffizio), ha il debito, dico, di far sì che la magistratura sia all'altezza a cui deve essere. ,

Se un ministro di Gioachino Murat o di Giuseppe Napoleone, i quali alla lor volta succedettero un giorno ai Borboni, avessero lasciati in carica e premiati gli Speciali, i carnefici di Cirillo e di Pagano, essi avrebbero ottenuto quel tanto di popolarità che hanno conseguito in quella terra. ? E noi (Con forza), figli d'Italia, che, in nome della libertà e dell'unità nazionale, succediamo ad un esoso Governo, soffriremo più a lungo in caricai giudici, i magistrati servili, esecutori de' suoi voleri?

Questo non è possibile. No, non è possibile che i carnefici di Pisacane e i giudici di Nicotera e di tanti altri, non solo siano conservati nel loro posto, ma altresì premiati.

Parmi di avere risposto brevemente ai discorsi dei ministri. Mi rimane però un'osservazione da fare all'onorevole ministro delle finanze.

Il ministro delle finanze io vorrei che nelle circostanze attuali fosse il ministro dei ministri, cioè vorrei fosse uomo di tal polso, di tale abilità, da sapere col convincimento e col, l'autorità avere un'influenza, non nel suo soltanto, ma in tutti i dicasteri.

Sappiamo pur troppo, e la è questa natural cosa, che ciascheduno a cui è affidalo un portafoglio si preoccupa specialmente degli affari del suo dicastero. Egli prende un'affezione, un interesse tale per esso che non vede più altro intorno a sé (Ilarità); un abile ministro invece deve, nei tempi difficili come questi, prima, di tutto considerare le cose in generale, per fare la necessaria applicazione ai casi speciali.

A questo proposito vi ricorderò un fatto, o signori.

Nessuno vi era fra noi, nell'antico Parlamento, più amante dell'esercito, più. propenso ad ampliarne la forza che il generale La Marmora, il quale si può dire che è nato soldato.

Eppure quest'uomo, tenero come era del suo esercito (dico suo, perché l'amava e l'ama d'affetto paterno), pure dovette subire, dirò cosi, il malvolere di moltissimi per fare delle economie le più minute. E perché questo, o signori? perché il generale La Marmora fu ministro in tempi che, sebbene in più piccola sfera, erano, come adesso, difficili. Egli doveva tener rivolto lo sguardo al disavanzo delle finanze, al bisogno di tenerci preparali alla riscossa, agli imprestiti gravosi, alle nuove imposte. Le difficoltà erano si gravi, era tanta la preoccupazione delle condizioni del paese, che dovette quell'egregio nostro collega rinunciare a quello che più stavagli a cuore, a servire la causa dell'esercito, e si limitava alle più indispensabili spese.

Ora, egli è di questo che vorrei vedere preoccupato ogni ministro individualmente; e, se non lo fossero, vorrei che vi fosse un ministro delle finanze di tale autorità ed energia da forzarli tutti a questa preoccupazione.

Se cosi fosse, noi non vedremmo, dopo fatti i bilanci, sortire tante e cosi molteplici spese straordinarie.

È cosa dolorosa, o signori» il vedere in quel giorno stesso nel quale l'uomo il più potente in Europa è obbligato a venire davanti alla pubblica opinione a dire: ho errato; nego a me stesso il diritto che la Costituzione mi dà, di usare dei crediti supplementari nelle vacanze del Corpo legislativo; in quel giorno stesso, o signori, ho veduto sul nostro foglio ufficiale per cinque o sei milioni di spese di tal natura. E qui potrei ricordarne alcune che possono ben differirsi ad altro tempo.

Di tutto ciò io incolpo più di tutti il ministro delle finanze, perché in parte scuso un altro ministro, il quale, intento a migliorare l'amministrazione a lui affidata, non si tratteneva dal fare certe spese che potrebbonsi aggiornare; ma il ministro delle finanze è quello che deve rispondere di queste cose e deve saper dire la verità.

E ricordatevi, signori, giacché siamo sugli esempi, che non è gran tempo, in questo stesso recinto, il generale La Marmora aveva dovuto dirci: quando io voleva fare le spese, il conte Di Cavour, come ministro delle finanze, mi tratteneva. Io non so se dopo lasciato quel portafoglio il conte Di Cavour avesse alquanto abbandonato questo sistema; ma, quando era ministro delle finanze sapeva far prevalere queste sue opinioni.

Ritenga poi l'onorevole ministro delle finanze che dovrebbe farsi persuaso di una cosa, che, cioè, il credito e la finanza dello Stato sono assai differenti dal credito e dalle risorse dei banchieri. Questi sono obbligati, per mantenere il loro credito, di tenere il silenzio e nascondere certe piaghe; perché, guai se fossero conosciute, non sarebbevi più tempo, né modo di rimediarvi. Ma la condizione dello Stato è diversa. Allo Stato non c'è che la pubblicità che possa dar forza. Ritenga il signor ministro che, quando verrà il giorno solenne di discorrere delle finanze (e parmi che una tal discussione avrebbe dovuto precedere la presente, onde si potesse portare un giusto giudizio anche sull'onorevole Bastogi), quando verrà quel giorno, il mezzo unico, più sicuro di dar credito alle finanze, sarà quello di dir chiare le cose, svelare i mali e manifestare la ferma intenzione di rimediarvi. Il nasconderli non gioverebbe. Le condizioni del nostro Stato le sa il signor Rothschild, le sa il signor Fould, le sanno tutti i banchieri d'Europa meglio di noi.

242 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

E quello di cui credo si faranno meraviglia è di vedere che noi procediamo colla benda agli occhi, che noi non abbiamo il coraggio di mettere la mano sulla piaga. Se noi l'avremo questo coraggio, se nei. daremo mano ai rimedi, questo solo atto di coraggio darà al Ministero la forza di ristaurare le finanze d'Italia.

Ora mi rimane a parlare delle due questioni che sono il subbietto della presente discussione: ma, non reggendomi ornai né la forza, né la voce, mi restringerò a brevi osservazioni, anche per non abusare della costante cortesia della Camera.

Quanto alla questione napoletana, permettetemi che io la chiami questione interna, perché, ve l'ho già detto, i mali di Napoli si cominciano già a risentire in parte anche nelle nostre provincie, e se là il male è più curabile, perché è palese, il nostro è latente, e forse, se una mano più sicura non vi pon modo, noi andremo anche incontro a delle tristi conseguenze. E come mai il Ministero, parlando dei mali che affliggono le provincie napoletane, viene a dirci che questa è una grave malattia e quasi incurabile, che il solo tempo vi può apportare rimedio? Qui veggo l'errore intero della politica ministeriale, veggo che il presidente del Consiglio non distingue i tempi nostri dai tempi ordinari. Nelle ordinarie contingenze, concorro con lui, il tempo è un potente rimedio, come pure sieno efficaci ma lenti i rimedi delle buone leggi; ma abbiamo noi questo tempo? L'avete voi? È segno che voi non conoscete la vostra posizione. Come? Il Parlamento due volte è venuto a dire: conosciamo anche noi, è grave questa condizione, noi vi aiuteremo; e voi rispondeste: no, faccio da me, siate sicuri: ed ora per la lealtà che distingue il carattere dell'onorevole Ricasoli, non viene più neppure a domandarci tre mesi, ma ci dice francamente: la condizione è difficile, non c'è che il tempo che possa recarvi rimedio! E davanti a questa dichiarazione voi lascierete gli stessi uomini alla direzione dello stato? Ma questo è impossibile, lo invoco l'esempio della vita sociale. Quando un medico dicesse all'ammalato: non v'è che il tempo che possa rimediare i vostri mali; questo medico, per quanto fosse degno di fiducia, non vorrebbe assumere la continuazione di una cura alla quale si è dichiarato impotente.

Io dunque combatto il Governo non per le persone, ma perché ho la perfetta convinzione che esse non hanno compresa la loro posizione. Io credo che, se potessero essere compresi della loro posizione, certo avrebbero trovato nel nobile loro carattere un'energia pari alle circostanze. E per trovare quest'energia, bisognava, come diceva delle finanze, anche in questo avere il coraggio di toccare le piaghe.

lo ho presente alla mente un onorando vecchio, il nostro collega Polsinelli, che sedeva su questi banchi, ma che per non conoscere le forme parlamentari otteneva un giudizio cosi ingiusto dalla stampa; egli vi diceva parole acri, ma giuste; egli prevedeva i mali che affliggono presentemente le provincie napolitane; esso profetizzava, e qui si rideva; ebbene quel vecchio onorando, invece di essere qui a compiere il nobile ufficio di legislatore, con settant'anni si tiene un fucile sulle spalle, e, circondato dai suoi amici e dai suoi servi, difende il suo tetto. Oh possa questo ricordo d'affetto del suo lontano amico tornargli di conforto negli inenarrabili dolori cui forse è in preda! Oh qual maggiore dolore di pensare che esso avete preveduti que' mali, e che, ove fosse stato ascoltato, non ne subirebbe ora le estreme prove! (Bene! dalla sinistra)

E si difende in que' luoghi dove l'onorevole ministro dei lavori pubblici trovò così facile l'adito, dove dappertutto esso era festeggiato e da nessuno impedito nel suo viaggio. Chi è andato a visitare quelle provincie per esaminare lo stato dei pubblici lavori, e dare gli opportuni provvedimenti,

è certo che non si è lasciato senza scorta, e tutti, unitamente alla guardia nazionale, si facevano un dovere di difenderlo senza che egli avesse bisogno di avere un revolver.

E giacché mi trattengo su questo argomento, mi permetta egli una sola osservazione.

Io mi congratulo con lui per aver aperte nobili speranze fa quelle contrade, e per gli studi che egli ha fatto; ma io credo che se, senza correre il benché menomo pericolo, esso fosse caduto in uno di quegli agguati che fanno piangere tante famiglie, noi ne avremmo ottenuto un gran vantaggio, quello cioè che allora sarebbe stata una prova tale da dover energicamente provvedere. (Ilarità prolungata)

La mente mia, già concitata per questo discorso, che dura da due ore, si concita ancora più per un foglio a stampa (accenna ad un foglio che tiene fra le mani) che mi. viene in questo istante rimesso da alcuni deputati, e che contiene, se vera, una dolorosa notizia. (Udite! udite!)

Non voglio assumere sulla mia responsabilità di darne lettura; credo debito, mio d'inviare questo foglio al presidente del Consiglio, del quale, ove convenga, ne darà egli stesso lettura, o forse sarà in grado di poter smentire il fatto o mitigare l'impressione dolorosa che ha prodotto nell'animo mio. (Movimenti in senso diverso).

(Il deputato Mellana invia il foglio suddetto ai presidente del Consiglio, dopo averlo rapidamente scorso. )

RICASOLI B. presidente del Consiglio. (Dopo aver letto il foglio) Si tratta di questa notizia? Ne darò immediatamente lettura alla Camera (vivi segni d'attenzione)

«Nous apprenons. que le general De La Marmora vient d'adresser au Ministère un long rapport sur là situation des provinces du Midi. Sa conclusion est que si le Gouvernement ne modifie pas profondément sa marche politique, il se verra force de suivre l'exemple de son illustre prédécesseur, le general Cialdini. On comprend quel grave dommage la cause nationale éprouverait si cet évènement se réalisait. Il est probable que celle nouvelle sera démentie; mais on ne tardera pas à avoir a preuve positive qu'elle est fondée.»

Rispondo adunque che quanto si prevedeva, è. Non esiste alcun rapporto che ciò contenga. (Bravo! bravo!) La notizia è interamente falsa ed esigo che sia indicata alla Camera la sua origine. (Bene! Bravissimo!)

Sono di quei ragguagli che si pubblicano per ispaventarc il popolo italiano e porre in tristo aspetto, in faccia all'Europa, le nostre condizioni. (Sensazione)

Io dichiaro solennemente che nei miei rapporti diplomatici coll'estero, quello che ha recato grandissimo danne nelle trattative d'interesse nazionale, quello che ha reso la mia parola meno efficace, è stato appunto. (Con calore) questo continuo inventare e spandere notizie allarmanti sulle nostre condizioni interne. (Vivissimi applausi dalla Camera e dalle tribune)

Io sostengo (Con forza) dirimpetto alla Camera che le condizioni dell'Italia non sono in quello stato nel quale alcuni, con una voluttà che in verità io non so comprendere, si compiacciono dipingerle.

L'Italia, per i pregi degli Italiani, per il loro senno, per la loro virtù, e per non so qual beneficio della Provvidenza, nelle condizioni in cui si trova, è forse il paese meglio, ordinato d'Europa. (Bravo! a destra e al centro - Movimenti a sinistra)

Io mi appello alla coscienza di tutti, se finalmente, dopo una rivoluzione così profonda, uscendo da regimi che avevano turbati; tanto le condizioni morali ed economiche delle popolazioni e disseccate completamente tutte le fonti della pubblica felicità, un paese può essere in migliore stato di quello in cui si trova l'Italia.

243 - TORNATA DEL 9 DICEMBRE

Ripeto ancora, le condizioni politiche sono eccellenti; dappertutto le popolazioni confermano col loro contegno la loro adesione a quelle condizioni in cui si sono poste volontariamente; dappertutto accettano il plebiscito. Non vi sono altro che reati ordinari. Io non voglio contarne il numero, non ho statistiche. Forse, se io avessi una statistica criminale, chi sa se non potrei con due sole parole dimostrare da questo banco come le condizioni morali dell'Italia non siano per niente inferiori a quelle della Francia, dell'Inghilterra, delle nazioni più prospere, più civilizzate.

Io lo dico con tutta la verità, e lo ripeterò ancora, io faccio appello al sentimento patriottico di tutti, io chiedo che sia finalmente dato bando a queste pitture esageratamente fosche che si ha il vezzo di fare delle nostre condizioni. (Bravo! Bene!) Grande Iddio! Che cosa deve dire il mondo, quando questi quadri vengono da noi medesimi, si tratteggiano in questa stessa Camera dai rappresentanti del paese? Quale forza può avere il ministro degli affari esteri dirimpetto alle Corti estere, allorché gli si possono opporre i nostri stessi giornali, la voce, la parola degli stessi rappresentanti della nazione? (Sensazione)

Siamo onesti; non chiedo altro.

(Vivissimi e prolungati applausi dalla Camera e dulie tribune. Rumori a sinistra. Conversazioni animate nella sala. Dopo alcuni istanti si ripetono gli applausi dai deputati e dalle gallerie. )

BROFFERIO. Domando facoltà di parlare (Rumori, movimenti diversi. )

RICCIARDI. (Con impeto) La parola onesti debb'essere ritirata!

ZUPPETTA. Qui non vi sono disonesti! (rumore continua)

MIGLIETTI, ministro di grazia e giustizia. Mi permetta la Camera una parola sola

Voci a destra e al centro. Parli! parli!

BROFFERIO. Io ho già domandata la parola.

MELLANA. Io non ho ancora finito il mio discorso.

CHIAVES. Il deputato Mellana saprà difendersi.

BROFFERIO. None giusto che cada la responsabilità di quel viglietto sul deputato Mellana; quel biglietto l'ho portato io. (Rumori prolungali in vario senso)

MIGLIETTI, ministro di grazia e giustizia Mi rivolgo alla compiacenza della Camera, perché voglia ascoltare due sole parole. (Voci in vario senso)

La carta che io ho in mano, e che l'onorevole deputato Mellana ha trasmessa al presidente del Consiglio, è una prova di stampa, la quale probabilmente non ha ancora in questo momento vista la luce. Lo indica la materialità stessa della carta.

Io vorrei quindi fare appello a quell'amicizia, di cui ha fatto menzione l'onorevole Mellana, perché, se è possibile, questa notizia, la quale non ha i caratteri della verità, non sia pubblicata. (Bene! al centro).

BROFFERIO. Quella carta l'ho portata io. Se la Camera vuole una spiegazione, son pronto a darla. Non si debbe accusare il deputato Mellana.

Voci. No! no!

Altre voci. Parli Brofferio! No! (Rumori)

PRESIDENTE. La parola è al deputato Mellana.

Voci. Parli Mellana!

Altre voci a sinistra ed al centro. Parli Brofferio!

PRESIDENTE. La parola è al deputato Mellana; quando egli non la ceda, non la posso dare ad altri.

MIGLIETTI, lo intendo ancora di parlare; ma se trattasi solo di una spiegazione...

Voci. Sì! sì! Si dia la spiegazione! 'Altre voci. No! no!

MINERVINI. (Con calore) Questa è mistificazione; od è, o non è. (Rumori),

PRESIDENTE. Io interrogo la Camera se intenda accordare la parola al deputato Brofferio su quest'incidente per dare, una spiegazione.

(La Camera gli accorda la parola. )

È dunque accordala facoltà di parlare al deputato Brofferio, ma unicamente sopra quest'incidente.

BROFFERIO. Il signor ministro ha dichiarato che la notizia relativa al signor La Marmora, contenuta in quel viglietto di stampa, non è vera. ,

Io che stimo onesto il signor ministro, ho fede che la sua dichiarazione sia verace.

Dopo di ciò, ecco la breve istoria di quel viglietto.

Esso mi fu recato da onorata persona che appartiene alla stampa liberale, la quale ha ricevuta questa notizia da persona di Ogni fede degnissima.

Essendo stato partecipato alla direzione del giornale della sera come il signor ministro avesse dichiarato alla Camera che il generale La Marmora mandava al Ministero ottime nuove di Napoli, quel signor direttore mi portava la piccola bozza del giornale, che uscirà fra qualche ora, perché io vedessi se non si sarebbe potuto provocate qualche spiegazione in proposito. A tal uopo io la trasmisi al deputato Mellana, che aveva la parola, perché ne facesse l'uso che avesse giudicato più opportuno; e il deputato Mellana, per far cosa onestissima, come facciam sempre, la faceva passare al ministro. (Rumori a destra)

PRESIDENTE. La Camera ha accordato la parola al deputato Brofferio; io debbo mantenergliela.

BROFFERIO. Soggiungerò che non so vedere perché per una notizia, che può essere o non essere fallace, debbano sorgere tanti clamori. I giornali ministeriali, lo stesso foglio officiale, danno false notizie tutti i giorni; niuna maraviglia adunque che anche un altro giornale possa cadere in fallo. Questa notizia (rova qui molti increduli? Ebbene il tempo chiarirà il vero per tutti.

PRESIDENTE. Il deputato Mellana ha facoltà di continuare il suo discorso.

MELLANA. Io credeva che gli applausi, che hanno circondato la smentita che il presidente del Consiglio fu in grado di dare alla notizia che si conteneva in quel foglio, in parte dovevano appartenere a me. (Bravo! a sinistra - Ilarità)

Mentre da due ore slavo combattendo il Gabinetto, mi si fa pervenire una notizia che poteva servire di un'arma di grave appunto; anche in mezzo della concitazione del discorso, il pensiero di quella lealtà che deve mai venir meno nelle nostre discussioni (e si noti che io non potevo sapere se la notizia potesse essere disdetta), mi fa respingere l'arma che mi è consegnata, per affidarla al senno ed all'apprezzazione del presidente del Consiglio. (Bravo! a sinistra) Chi è stato qui, e lo dimando agli uomini della maggioranza, chi è stato qui più generoso e conservatore? il deputato dell'opposizione od il presidente del Consiglio? (Movimento in senso diverso)

Ancoraché il presidente del Consiglio non abbia ringraziato me, io ringrazio lui di aver potuto consolarci con una recisa smentita, alla quale io presto piena fede.

Ma mi sia poi lecito di osservare come non poco mi abbia meravigliato il vedere che il barone Ricasoli, dopo avere letto quel foglio e giustamente stigmatizzato l'uso e l'abuso che si fa di false notizie, abbia poi continuato a valersi della parola,

244 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

che a me spellava, per parlare di coloro che pare godano Dell'aggravare le condizioni d'Italia, quasiché volesse accennare al mio discorso...

Voci. Noi no! no!

MELLANA. Io ne appello all'intiera Camera se io non abbia nel mio discorso sollevata la presente discussione, innalzandola ai principii, anziché abbassarla a fatti meschini e dolorosi. Tutto il mio discorso suona fede nell'avvenire d'Italia, e pel bene di essa mi studio di provare che i ministri sono impari al bisogno in questi gravi e supremi momenti. (Bene! a sinistra)

Ora ritornerò a prendere il filo del mio discorso per quanto il potrà la stanca voce e l'agitazione dell'animo mio.

Mi restringerò ora a dire brevi parole sul capitolato, che, se si poteva scrivere, io non avrei mai. creduto di vederlo portato innanzi ai rappresentanti delle dottrine dei Giannoni e dei Tanucci; e toscano era, o signor Ricasoli, quel grande ministro di Napoli.

Dico, e lo dico sinceramente, che mi sanguina il cuore a vedere in che modo il Ministero abbia proceduto in questa questione. (Mormorio)

La Camera si accorgerà che io sono molto affaticato; non sarebbe cortesia in questo momento rendermi ancora più difficile il mio compilo. Se ciò che si Volle fare dall'onorevole Ricasoli nella questione romana colla lettera e col capitolato fosse rimasto, come doveva essere, una cosa di nessuna importanza, io non ne parlerei; ma quello che mi addolora grandemente è il pensare come sia costante costume nei Parlamenti di mettere in campo un fatto, e poi indi trarre, quasi direi, una conseguenza per iscusare il fatto medesimo» Voi avete sentito il lungo e profondo discorso dell'onorevole BonCompagni, per dirvi che questo capitolato è una conseguenza del nostra voto dato sotto il ministro Cavour. Ora, signori, io veggo in tutti gli ordini del giorno che si presentano tacersi di ciò; il presidente del Consiglio, con quella franchezza che gli è propria, invece di appoggiarsi ai motivi sottilmente posti innanzi dall'onorevole BonCompagni e da altri, ha preso un'altra via.

Io dico adunque: quale sarà la fatale conseguenza del vostro silenzio? Il giorno in cui, se non l'attuale Ministero, altri volesse su quei principii fabbricare una conseguenza della chiusura della questione romana, noi avremmo pregiudicata, immensamente pregiudicatala nostra posizione. Ritenete «he, se vi è questione che produrrebbe in avvenire in paese una guerra più sanguinosa dell'attuale, sarebbe fuor di dubbio questa dolorosa dottrina che si vorrebbe introdurre; l'ammettere le dottrine, i principii che si vedono in quel capitolato.

Oh! io ringrazio e ringrazio sinceramente l'imperatore dei Francesi di non aver dato corso a quel documento; esso si avvide che se tali dottrine trovassero un'applicazione, questa sarebbe dannosa a tutte le nazioni cattoliche; è un voler condannare tutti gli antecedenti d'Italia; glie un provveder assai male all'avvenire della patria.

Ma, o signori, il cattolicismo è quale se lo immagina nella colta sua mente il signor BonCompagni; il cattolicismo bisogna prenderlo quale è, quale ce lo trasmisero diciotto secoli di vita, e non quale se lo figurano alcuni uomini di buone intenzioni, ma che paiono ignari dei fatti.

L'unico mezzo per finire la questione romana si è l'organamento interno, e soprattutto l'armamento. Noi sappiamo che, per quanto sia generoso l'animo

di un principe e di una nazione amica di altra nazione, il vincolo che le unisce noti avrà mai saldo fondamento se non quando saprà che l'amico, l'alleato è forte e capace di giovare a sé e agli altri. Ora, o signori ministri, che altro la Francia può rispondere ai vostri desiderii se non questo: il giorno che saprò che voi non solo avrete stabilità interna e una forza tale da far valere il vostro diritto, ma che siete in tal condizione da poter quandochessia restituirle il beneficio.

Ora io dico: invece di queste discussioni teologiche che sono la morte di una nazione, ricorrete all'espediente degli uomini civili, che è quello della politica stabile e sicura, quello cioè di assicurarvi questo concorso del vostro alleato. Siate nell'interno forti, fortemente armati.

Io quindi conchiudo dicendo che voto contro, il Ministero per una convinzione profonda, che credo la sua politica non corrisponda ai bisogni del momento.

Io voto contro il Ministero, perché credo che, se esso continuasse in questa prova, noi non ne avremmo dopo alcun tempo a vedere la sua caduta più dolorosa pel paese.

Pensiamo tutti che nella vita politica gl'individui sono poca cosa. Parlerei contro a me stesso, se credessi che la mia presenza fosse contraria al bene della patria. Diamo bando all'idea che gl'individui siano gran cosa sulla superficie del globo; nello stato sociale la considerazione dell'individuo deve essere l'ultima. L'unica e grande considerazione che deve preoccuparci si è quella di provvedere a quello che crediamo sia il benessere della patria.

Per quanto paiano gravi le condizioni, non vi è a disperare. L'Italia si farà una e grande. Solo resta a vedere se ciò si compirà senza scosse, o passando per gravi dolori. Si farà senza scosse, se il Parlamento saprà restare alla sua altezza e se non si lascierà sfuggire la iniziativa. " Se ce là lasciassimo sfuggire, subentrerebbe un'altra e nuova forza che compirebbe le nostre speranze, ma passando per gravi ed incerti dolori.

La Camera sia pari alle speranze che ha sollevate, quando ne' comizi elettorali fummo eletti a sedere nel primo Parlamento italiano. (Applausi prolungati a sinistra)

PRESIDENTE. Il deputato De Cesare ha facoltà di parlare.

Voci. La chiusura! La chiusura!

DE CESARE. Dopo il brillantissimo discorso dell'onorevole Mellana, discorso di opposizione...

Una voce. Mettasi ai voti la chiusura!

PRESIDENTE. Deve essere domandata da dieci deputati per venir messa ai voti. Ora dieci deputati hanno chiesta la chiusura, e quindi, perdoni il deputato De Cesare.

DE CESARE. Ed io sono l'undecimo. (Ilarità) Mi lascino spiegare.

Io diceva che dopo un discorso di opposizione, in cui l'onorevole Mellana ha passato in rassegna tutti i diversi Ministeri, dopoché ha sviluppalo le questioni di Roma e di Napoli, dopoché ha riassunti tutti i fatti in questa Camera sviluppati per otto giorni, credo che possa domandarsi la chiusura, e la domando formalmente. (Bravo!) Se poi la Camera non l'ammette, mi riservo di parlare;

PRESIDENTE. Essendo stata domandata la chiusura, la pongo ai voti. Quelli che intendono che si dichiari chiusa la discussione...

D'ONDES REGGIO Signor presidente, domando la parola.

Io pregai l'altro giorno la Camera di permettermi di dire poche parole.

245 - TORNATA DEL 9 DICEMBRE

Io non era iscritto, perché non voleva infastidire la Camera con un mio discorso, avendo veduto che vi fosse una lunga schiera di oratori. Ma, dietro alcune parole dell'onorevolissimo presidente del Consiglio dei ministri, fui necessitato di rivolgere quella preghiera alla Camera, e parmi che essa, benché non abbia portato alcuna deliberazione in proposito, abbia accolta favorevolmente la mia domanda. (Rumori - Voci al centro e dalla destra: Noi no!)

Faccio riflettere che non sia conveniente che quelle parole del presidente del Consiglio intorno alla luogotenenza giungano in Sicilia senza che un deputato della Sicilia vi abbia risposto. (Rumori)

Voci. Ai voti! ai voti!

PRESIDENTE. Essendo stata chiesta ed appoggiata la chiusura, la pongo ai voti.

DI SAN DONATO. Domando la parola contro la chiusura.

Voci. Oh! oh! (Rumori)

PRESIDENTE, Ha la parola.

DI SAN DONATO. Come ho avuto l'onore di dire alla Camera in questa seduta, io era tra gl'interpellanti sulle condizioni politiche delle provincie napolitane.

Quando furono domandale spiegazioni al Ministero su tali condizioni politiche, il Ministero riunì la questione di Roma con quella di Napoli.

Sono otto giorni che dura la discussione, si è moltissimo parlato in generale sulla questione di Roma, sull'alleanza francese, sulla quistione di Napoli; ma non si è per nulla detto dello scontento di quelle popolazioni. (Oh! oh! - Segni di dissenso) Io (Con calore) mi credo in dovere, in nome d'Italia, senza punto incaricarmi degli oh! oh! di scongiurare il pericolo, e ve Io dico colle lagrime agli occhi (Movimenti diversi)

Nelle parole non sospette dell'onorevole Pisanelli voi avete dovuto leggere lo stato delle popolazioni del Napoletano.

L'onorevole Pisanelli vi disse che, se voi scendete dai saloni agli abituri di quelle provincie, voi trovate in tutti scolpito il sentimento di sapersi offesi ed umiliati: non offesi ed umiliati di certo per aver perduta la capitale; questo no, ve lo assicuro; lascio all'eccentricità dì alcuni miei amici simili proposizioni.

RICCIARDI. Domando la parola per un fatto personale. (Ilarità generale)

PRESIDENTE. (Ridendo) A che vale che parli per un fatto personale, quando si è dichiarato eccentrico da sé?

DI SAN DONATO. Lo scontento è generale, e si sente, perché il Governo ha dimenticato le auree parole di un augusto personaggio che chiamò gli Italiani di tutte le Provincie a far parte dell'Italia degli Italiani.

Ora, o signori, vi sono nelle provincie napolitane degli individui, i quali pensano, e con ragione, che questa nobile e generosa sentenza di Vittorio Emanuele è stata sconosciuta dall'attuale Gabinetto. Ed io sono tra coloro che, or sono sei mesi, all'oggetto mi raccomandai al signor barone Ricasoli prima di partire per Napoli; perché io sono di coloro, o signori, che quando voto centro il Ministero, Io dico altamente, e non appartengo di certo a quelli che fanno opposizione al Ministero nelle vie di Napoli, e vengono qui a Torino per appoggiarne la politica... (Segni di approvazione a sinistra e rumori a destra)

Signori, io voto contro il Gabinetto, lo dico altamente, perché esso disgraziatamente non ha compreso le vere condizioni delle provincie napolitane,

tanto nel fatto d'una giusta ed equa ripartizione negli impieghi, quanto in tanti singoli atti: l'onorevole Menabrea, ministro di marina, ci ha dati tra' molti due esempi di un arbitrio unico nella storia costituzionale. Il ministro Menabrea ha cercalo sopprimere un collegio di marina rispettato... (Rumori)

Voci. Si tenga alla chiusura!

PRESIDENTE. Prego l'oratore di limitarsi a parlare contro la chiusura.

Di San Donato, lo voleva parlare contro la chiusura, perché ho a dire un mondo di fatti, di dettagli e di miserie che riguardano le provincie napolitane; se si chiude la discussione, debbo solennemente protestare contro queste fatto che impedisce ad un rappresentante di mettere al corrente il Parlamento de' veri bisogni del mezzogiorno.

CRISPI. Chiedo di parlare contro la chiusura.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare.

CRISPI, Quando si annunziarono le interpellanze su Roma e su Napoli, noi credevamo che non sarebbe caduta la discussione sulle condizioni della Sicilia.

L'onorevole presidente della Camera, che in questa quistione prese la parola, ne fece un ritratto il più seducente; il ministro, presidente del Consiglio, parlò negli stessi termini. Oggi però, i! ministro della guerra ne ha discorso in guisa da dare a credere che in Sicilia la leva, la quale sino all'altro giorno non era se non che un fatto di entusiasmo, diventa difficile ad eseguirsi.

I giornali arrivatici dall'isola ci portano note di arresti in gran numero, e ci parlano di pericolo nella sicurezza pubblica...

Se queste cose non si fossero ventilate alla Camera, io ed altri deputati siciliani ci saremmo rimasti nel silenzio, pronti a dare il nostro voto dietro i discorsi degli altri nostri colleghi. Ma ora che queste cose sono state dette, non ci è permesso poter aderire alla chiusura della discussione, se prima uno o due oratori della Sicilia non prendessero la parola e non facessero conoscere lo stato vero delle condizioni dell'isola.

Qualora la Camera adottasse la chiusura, io sarei forzato a pregare il Ministero a voler fissare un giorno, il quale sia unicamente occupato delle interpellanze che io intenderei fargli sulle cose di Sicilia. (Si! si! No!)

Laddove questa discussione parziale non volesse farsi, e la Camera credesse di andare nella sentenza che la quistione siciliana andasse complessa colla napoletana, allora io pregherei la Camera a non voler chiudere la discussione ed a lasciare che uno di noi parli in questa occasione.

Nicotera. Chiedo di parlare contro la chiusura.

Io mi era inscritto per parlare, e mi proponeva di fare alla Camera un'esposizione di fatti, dai quali sarebbe risultato essere falsò pria di tutto che in Napoli non si obbedisce ai Governo per un'avversione che si nutre contro il medesimo. Io intendeva inoltre dimostrare come quel paese sarebbe disposto a rispondere generosamente, come quel paese è sempre disposto a provare ch'egli ama quanto tutti gli altri Italiani il novello Governo italiano. Io però non mi sarei opposto alla chiusura, ed avrei rinunziato di parlare, se non vedessi la necessità di sottomettere alla Camera un fatto molto serio. Poc'anzi l'onorevole deputato San Donato vi ha detto che molti deputati di Napoli declamano contro il Governo, e voteranno in favore. Signori, con dolore io voterò contro il Ministero, e voterò con dolore, primo: perché votare contro il Ministero significa che il paese ragionevolmente è scontento della condotta del Ministero (Mormorio); secondo, perché per ragioni personali avrei desiderato di votare a favore del Ministero.

246 - CAMERA DEI DEPUTATI:- SESSIONE DEL 1861

Signori, spesso qui dentro s'ode parlare di partiti.

Voci. Parli contro la chiusura!

NICOTERA. Io vorrei, e non sorprenda che da me venga questa preghiera, vorrei che si tralasciasse di parlare di partiti. In Italia non può esservi, oltre il partito borbonico, che un partilo solo, il partito che vuole l'Italia col programma di Garibaldi.

10 vi diceva, signori, che v'ha un fatto molto importante; e mi permetterò ricordare all'onorevole deputato Sella, ch'io ebbi l'onore di conoscere in Napoli, com'egli, venuto in Napoli, ebbe a persuadersi della verità dei reclami di quel disgraziato paese, come egli ebbe a riconoscere che in quel paese si era tutto distrutto, senza nulla riedificare. Ed io ricordo le sue precise parole.

Egli diceva: se io, quando al Parlamento si domandava la inchiesta sullo stato di queste provincie, avessi conosciute le vere condizioni di queste provincie, io avrei votalo due volte l'inchiesta parlamentare.

Signori, io onoro altamente i rappresentanti delle provincie d'Italia oltre le meridionali, ed io sono sicuro che, se tutti voi, o signori, aveste potuto visitare quelle provincie, voi non avreste portato giudizio diverso da quello dell'onorevole deputato Sella.

Signori, il paese aspetta da voi qualche cosa. Il paese non è avverso al Governo; solamente il paese non ha più fede, e m'è doloroso il dirlo, non ha più fede negli uomini dell'attuale Gabinetto.

Il paese aspetta da noi qualche cosa; si, l'aspetta dal Parlamento, perché molti dei nostri onorevoli colleghi che oggi non siedono dove io siedo, spesso hanno detto ai Napoletani: abbiate pazienza, abbiate pazienza ancora un' momento; quando si aprirà il Parlamento, noi faremo sentire i vostri dolori, noi otterremo dal Parlamento un rimedio ai vostri dolori.

Oggi non so per chi voleranno; ma io dico: guai all'Italia, se il paese perdesse quest'altra fiducia; guai all'Italia, se al paese mancasse quest'altra speranza, se il paese fosse costretto a dire: i nostri rappresentanti non' hanno saputo, curare i nostri dolori. (Bene! Bravo! a sinistra)

Signori, in nome di quella concordia che tutti invochiamo, pensiamo bene al voto che stiamo, per dare; e, se io vedessi che il Gabinetto fosse veramente istrutto degli errori, se io vedessi che il Gabinetto volesse veramente apportare un rimedio a quei mali, io pregherei tutti i miei amici di essere i primi a votare per questo Gabinetto. Ma, ripeto, ricordatevi che le provincie meridionali, che l'Italia tutta aspetta da noi un provvedimento che la salvi, un provvedimenti) che affretti la soluzione della questione romana.

SELLA. Domando la parola per un fallo personale.

PRESIDENTE. Il deputato Sella ha facoltà di parlare per un fatto personale.

SELLA. Il fatto che ha accennato l'onorevole Nicotera è perfettamente vero. Quando io ebbi l'onore e, dirò anche, il piacere di vederlo in Napoli, gli dissi che, se io avessi avuta più esatta conoscenza dello stato di quelle provincie, non mi sarei opposto a che si ordinasse sulle medesime un'inchiesta.

E questo perché?

Avendo l'onorevole Nicotera accennala questa mia opinione contraria ad un voto da me emesso, credo mi sia permesso dire le cagioni di questo cambiamento d'opinione, le ragioni per cui venni in un'altra sentenza.

E ciò si fu: primo, perché a me pareva si sarebbero certo riconosciuti, per via di questa inchiesta, alcuni errori commessi dal Ministero (ed io, deputato ministeriale, non ho alcuna difficoltà di dire che il Governo ha commessi alcuni errori a Napoli); in secondo luogo poi l'avrei desiderata perché, secondo il mio modo di vedere, sarebbe chiarissimamente venuta alla luce come una delle principali, anzi come la principale cagione dei maliche si lamentano in Napoli, sia una fittizia agitazione politica che vi si mantiene per ira di partiti in quella buona, in quella eccellente popolazione di Napoli, alla, quale non posso fare sufficienti elogi.

Io era mandato là dal ministro dell'istruzione pubblica per una missione dolorosa; e dico dolorosa, perché si trattava di disfare un Ministero: io ebbi a vedere molti impiegati, ed ebbi a fare ai medesimi proposte tutt'altro che liete; ebbene, io debbo dichiarare che udii da parecchi di essi parole patriottiche, le quali mi hanno consolato e mi hanno dato la più bella opinione sul conto dei Napoletani.

Or bene, io mi convinsi a Napoli che questo paese non ha sete d'altro che di una buona amministrazione, non ha sete d'altro che di ordine.

Ne sarebbe venuto ancora, a parer mio, questa conseguenza: essere importante, essere necessario, essere urgente di abolire la luogotenenza, perché questa era un centro politico; ed io non credo che in uno Stato solo, con un solo Parlamento, con un solo Re vi possano essere più centri politici; perché, quando succedesse che questi centri politici non camminassero perfettamente d'accordo, ne nascerebbe, un tale disordine, da rendere imminente il disfacimento dello Stato.

Dunque dalla inchiesta sarebbe derivata la proposta di un fatto, che io commendo altamente il Ministero di aver avuto il coraggio di compiere, l'abolizione della luogotenenza di Napoli...

CRISPI. Che cosa ha creato al pesto!

PRESIDENTE. Non interrompa.

SELLA. Io mi limito a dire la mia opinione.

Ripeto, per conseguenza, che l'onorevole Nicotera, accennando alle mie parole, non ha fatto che dire la verità, e perdoni la Camera se, personalmente interpellato, io mi sono alzalo ad esporre malamente alcune delle ragioni, per le quali aveva dovuto cangiare di opinione, e che mi vennero in sul momento alla memoria.

PRESIDENTE. Pongo ai voti la chiusura...

MASSARI. Domando la parola.

DI SAN DONATO. Domando la parola.

PRESIDENTE. Il deputato Massari parla contro la chiusura!

MASSARI. Si.

PRESIDENTE. Ha la parola contro la chiusura, (Rumori a destra)

MASSARI. Mi perdonino; lascino che svolga il mio concetto.

A me pare che le considerazioni svolte dagli onorevoli D'Oudes e Crispi debbano esercitare molta influenza sulla opinione della Camera. Certamente nessuno di noi fa differenza tra provincia e provincia nel nostro gran regno italiano; ma è indubitato che in questa discussione si è trattato più specialmente delle cose napoletane, anziché delle siciliane, lo credo debito di giustizia accordare la parola a quegli oratori i quali vorranno esprimere le loro doglianze intorno alle condizioni dell'isola di Sicilia, e perciò io propongo che si chiuda... (Interruzioni)... Abbiate la pazienza di ascoltarmi... io perciò propongo che si chiuda la discussione, con riserva che sarà conceduta la parola agli onorevoli deputati D'Ondes Reggio e Crispi sulle cose siciliane.

247 - TORNATA DEL 9 DICEMBRE

DI SAN DONATO. Io non sapeva che per sperare il suffragio e la parola dell'onorevole Massari bisognava essere nati in Sicilia. {Mormorio) Io ho l'onore di ripetere alla Camera di aver dei fatti e dei fatti serii sul Napoletano a far conoscere, lo credo pure che gli onorevoli Crispi e d'Ondes Reggio abbiano ragione di aver la parola. Ma questo non deve ponto togliermi il desiderio che la Camera vorrà accordarmi quindici minuti di benevolenza per sentire dei fatti.

Voci, Parli! parli!

PRESIDENTE. Interrogo la Camera se permette al deputato San Donato di parlare.

BERTEA. Domando la parola.

PRESIDENTE. Quando si fa una proposta, il presidente deve metterla ai voli.

SELLA. Domando la parola sull'ordine della discussione.

BERTEA. Io voglio richiamare l'attenzione della Camera...

PRESIDENTE. Permetta; la parola spetta al deputato Sella sull'ordine della discussione.

SELLA, lo voleva semplicemente dire che io capirei che la Camera avesse a decidere di accordare la parola al deputato San Donato, qualora fosse già votata la chiusura; ma la chiusura non è ancora decisa, e quindi non è il caso di trattare se si debba accordare la parola, o no, all'onorevole San Donato, e quindi io vorrei pregare questa parte (la destra) della Camera a voler, permettere che si continui la discussione. (Bravo! a sinistra - Bisbigli a destra).

Mi permettano di dire la mia opinione, garbi o no agli onorevoli miei colleghi.

La condizione di quelle provincie è grave; vi ha una tale esacerbazione che, qualora voi vogliate non dirò soffocare la discussione (che quanto a me la trovo già troppo lunga), ma interromperla, massime dopo che l'onorevole San Donato dice di aver fatti importanti a palesare, parrebbe che questi fatti voi non li vogliate sentire.

Abbiate pazienza, si tratta del terzo dell'Italia, si tratta di tante idee le quali forse non sono esatte, si tratta di rischiararle, di dileguare degli errori. E poi del resto mi permetterò di dire alla maggioranza...

Voci. Parli alla Camera!.

PRESIDENTE. Prego l'onorevole Sella a voler dirigere le sue parole alla Camera.

SELLA. Parlo in questo momento alla parte della Camera che appoggia il Ministero e le dico: la discussione che noi facciamo dimostra, quanto più si prolunga, che la politica seguita dal Ministero è la buona. A mio parere non vi poteva essere migliore dimostrazione della bontà della politica seguita dal Ministero che questa discussione. Pare a me che più innanzi si procede «ella discussione, e sempre più chiara rifulge la eccellenza della politica ministeriale, e la minore convenienza della politica dell'opposizione. (Mormorio a sinistra)

Credo perciò che la parte di questa Camera, ove io siedo, sia la più interessata a che la discussione continui. Faccio per ciò appello alla Camera perché la lasci continuare.

ALFIERI. Domando la parola per la chiusura.

PRESIDENTE. Il deputato Alfieri ha facoltà di parlare per la chiusura.

ALFIERI. Mi duole di scostarmi dall'opinione dell'onorevole Sella, e me ne duole tanto più perché c'è sempre qualche cosa di spiacevole, quando si tratta di togliere qualche larghezza alla libertà della discussione; ma io non credo che i fatti speciali, i quali si possono addurre in una discussione che ha abbracciato le condizioni generali di alcune provincie d'Italia, e la questione ancora più generale di Roma, possano mutare il giudizio che la Camera ha da pronunciare sull'indirizzo politico del Ministero.

Noi abbiamo avuto tutti gli elementi per giudicare la qualità dell'indirizzo politico del Ministero; questa si giudica non da un fatto o dall'altro, ma dall'insieme dei principii che dai fatti allegati si sono resi manifesti.

Ora, quando noi volessimo entrare in altri particolari sopra i fatti delle provincie dell'ex-regno di Napoli, o entrare in una nuova serie di fatti intorno alla Sicilia, invece di chiarire la discussione, la faremo divagare.

Noi dobbiamo, secondo a me pare, riserbare ad apposite interpellanze, come già chiedeva L'onorevole Crispi, la questione che riguarda la Sicilia. Dobbiamo oramai dai fatti esposti giudicare se l'indirizzo generale della politica del Ministero sia da approvarsi o da mutarsi.

Quando gli onorevoli nostri colleghi eletti nelle provincie napoletane chiedono dei provvedimenti, io mi permetto di far loro osservare che ogni giorno che si prolunga questa discussione generale è un ritardo per parte del Parlamento all'adesione a quei provvedimenti che il Governo da sé non poteva prendere: perciò noi abbiamo qui unicamente da giudicare con quale indirizzo egli abbia da proporci questi provvedimenti, per quindi approvarli, quando ce li presenterà.

Un tale momento, che io credo salutare per tutta Italia e, in ispecie per le provincie meridionali, io vi invito ad affrettarlo chiudendo oggi questa discussione generale.

Non illudiamoci col dire che ih questa discussione si voglia venire a far cessare i partiti. Per me questa è una illusione, per noti dir peggio.

I partiti in tutti i Governi liberi ci sono e debbono avervi la loro esistenza legale in seno al Parlamento. Possiamo essere concordi nel rispettare le leggi, 'possiamo essere concordi nell'ora delle battaglie o dei pericoli; ma negl'indirizzi politici, io lo dichiaro, rispettando le convinzioni di tutti i miei avversari, non m'indurrei mai ad accettare la parola di concordia coi partili che hanno delle convinzioni nei principii assolutamente opposte alle mie.

Perciò io credo che non si possa sperare, prolungando questa discussione, di venire alla distruzione di tutti i partiti; ma unicamente di fissare coll'appoggio di quali partiti, con quali opinioni il Governo deve dirigere la sua politica.

Questa determinazione io credo che sia in noi abbastanza stabilita dalla discussione che è avvenuta; epperciò insisto sulla chiusura della discussione.

Voci. Ai voti! ai voti!

MAZZA. Questa discussione ha già avuto una sufficiente ampiezza, perché la Camera già una volta abbia dovuto discutere se si debba o non si debba far luogo alla chiusura. Io rammento che l'onorevole Castellano segnatamente, citando fatti precisi davanti a questa Camera, ai quali non si era per anche risposto, la Camera ha sentenziato che non si dovesse chiudere la discussione prima che il Ministero avesse potuto rispondere ai fatti da esso addotti.

Dopo alcuni discorsi, viene ora a porsi la medesima questione dinanzi al Parlamento, e sorgono due oratori, l'uno delle provincie napoletane, l'altro delle siciliane.

L'oratore delle provincie napoletane dice: io ho una serie di fatti non meno precisi di quelli che si sono addotti da altri deputati, " ai quali non si è ancora data risposta. L'oratore della Sicilia dice pure che nell'occasione di questa discussione si parlò dell'abolizione prossima della luogotenenza di Sicilia; e il Ministero, anche a questo riguardo, non ha per anco risposto.


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248 - CAMERA DEI DEPUTATI:- SESSIONE DEL 1861

Ora, poiché non rimangono che questi due discorsi a cui propriamente si deve rispondere, io propongo alla Camera che si chiuda la discussione, salva la facoltà a questi due deputati (No! n0!) di esporre i fatti di cui hanno parlato, e salva la facoltà al Ministero di darci la conveniente risposta.

La Camera, venendo a questa conclusione, darà un giudizio coerente a quello che ha già dato, quando determinò di continuare la discussione accordando la parola all'onorevole Castellano.

Io propongo adunque la chiusura della discussione subordinata a questa condizione, che rimanga libera la parola ai signori San Donato e D'Ondes Reggio.

PRESIDENTE. La parola spetta al deputato Allievi.

ALLIEVI, lo non credo che si possa accettare la proposta dell'onorevole Mazza. La questione della Sicilia è stata sfiorata, si può dire, incidentalmente. I signori D'Ondes e Crispi hanno a fare delle osservazioni ch'essi credono di grande rilievo su quest'argomento.

Ma, o signori, gli altri membri della Camera non potranno forse essere chiamati a prendere porte alla quistione, rispondendo agli onorevoli D'Ondes e Crispi, e partecipando essi medesimi alla discussione?

Se si dovesse solo limitare la discussione ai fatti che vuole addurre l'onorevole San Donato.......

D'ONDES REGGIO. Domando la parola.

ALLIEVI... allora io comprenderei perfettamente come la questione delle Provincie napoletane, essendo stata lungamente discussa, a questi fatti potesse rispondere benissimo il Ministero; ma quando si tratta della questione della Sicilia, essa può involgere una discussione di metodo, una discussione grave.

Io non credo che il prorogare questa discussione possa produrre qualche inconveniente. D'altronde, l'Onorevole Crispi ci ha già annunciato che farebbe in altro giorno le interpellanze sulla Sicilia, e se esse avessero una destinazione loro propria nell'ordine del giorno, ci prenderebbero anche parte, forse, coloro i quali amano, e giustamente, il tempo utilmente impiegato dalla Camera in cose di amministrazione, e quindi richiederebbero un tempo maggiore di quello che ci occuperanno, forse, svolgendole ora distesamente in continuazione alle interpellanze di Napoli.

Io propongo quindi l'ordine del giorno puro e semplice sulla domanda della chiusura.

CASTELLANO. Domando la parola per un fatto personale. (Rumori)

PRESIDENTE. Ha la parola.

CASTELLANO. Ho chiesto la parola soltanto per fare osservare alla Camera, poiché all'onorevole Mazza è piaciuto di pronunciare il mio. nome, che, non avendo il mio turno di parola sul merito della discussione, non debba per questo il mio silenzio aversi per acquiescenza alla supposizione che il Ministero avesse risposto ai fatti da me addotti, poiché, al contrario, per nulla li ha esauriti.

MAZZA. No! noi

PRESIDENTE. Il deputato Allievi ha proposto...

D'ONDES REGGIO. Domando la parola... (Rumori)

Voci. Ai voti! ai voti!

PRESIDENTE. Su che domanda la parola il deputato D'Ondes?

D'ONDES REGGIO. Se si mette ai voti l'ordine del giorno puro e semplice, allora io rinuncio alla parola; altrimenti domando facoltà di parlare. (Movimenti prolungali)

PRESIDENTE. Metto ai voti la proposta fatta dal deputato Allievi dell'ordine del giorno puro e semplice. (La Camera approva. )

PRESIDENTE. Il deputato De Cesare ha facoltà di parlare.

Voci. A domani ! a domani!

PRESIDENTE. Prima che si sciolga l'adunanza, dò lettura di due nuove proposte, che sono pervenute al banco della Presidenza, e che saranno stampate e distribuite domani all'aprirsi della seduta.

L'una è così concepita:

«La Camera, invitando il Ministero a dare opera più efficace perché Roma sia restituita all'Italia, ed a provvedere all'armamento nazionale ed all'interna amministrazione, massime nelle Provincie meridionali, in modo che meglio corrisponda alle supreme necessità della patria, passa all'ordine del giorno.»

Sono firmati: Mauro Macchi - Depretis - Mellana - Michele Persico - E. Castellano - N. Schiavoni Carissimo-Vincenzo Ricci - Gaetano De Peppo = L. Romano - Francesco De Luca - Benedetto Cairoti - Salvatore Calvino -F. Mezzacapo -Rodrigo NoHi- Oreste Regnoli -Antonio Greco-Francesco Mandoj Albanese - Ricci Giovanni -Bruto Fabricatore - Elia Della Croce - Nino Bixio - Mordini Antonio Saffi Aurelio - D. Levi - Gaspare Marsico - Giuseppe Romano - Francesco Lovito - Luigi Minervini - Antonio Ranieri - G. Avezzana - G. La Masa - M. Casaretto - Spinelli - G. Cadolini - Cuzzetti - Pietro Moffa - Zanardelli - San Donato - S. Del Giudice - Berti-Pichat - Mariano d'Ajala - Francesco Garofano - Mariano Ruggiero - Vincenzo Vischi - Giuseppe Leonetti- Amilcare Anguissola - Filippo Ugoni - G. Saracco.

L'altra proposta è un emendamento a quella già stata presentata dal deputato Raffaele Conforti. Essa è firmata dal deputato Mosca ed è cosi concepita:

«La Camera, esaminati i documenti presentati dal Ministero e uditene le dichiarazioni in ordine allo stato della quistione romana, mentre persiste nel reclamare che Roma sia al più presto congiunta all'Italia, eccita il Governo a provvedere con ogni più acconcio mezzo, ma senza sacrificio delle essenziali prerogative della Corona e dei diritti inalienabili della podestà civile, al compimento di questo supremo bisogno nazionale.»

«La Camera confida altresì che il Governo darà opera alacremente a compiere l'armamento nazionale e l'ordinamento del regno.

«Essa prende pure atto,» ecc. , come all'alinea dell'ordine del giorno, al quale quest'emendamento si riferisce. La seduta è levata alle ore 6...

Ordine del giorno per la tornata di domani:

Seguito delle interpellanze al Ministero intorno alla questione romana ed alle condizioni delle Provincie napolitane.

TORNATA DEL 10 DICEMBRE 1861

PRESIDENZA DEL COMMENDATORE TECCHIO, VICEPRESIDENTE.

SOMMARIO. Congedi e omaggi - Presentazione di due disegni di legge del ministro per l'agricoltura e commercio, sulla proprietà letteraria nelle provincie napoletane, e sul censimento della popolazione - Sollecitazione del deputato Ricciardi circa la relazione di petizioni, e risposta del deputato Susani. == Mitra istanza del deputato Ricciardi circa remissione di cedole pontifìcie. Lettura dei disegni di legge: ia del deputato Mancini per una pensione ai volontari di Marsala; V del deputato Nelli per proroga di termini per le iscrizioni ipotecarie in Toscana; del deputato Minervini. per estensione a tutte le provincie del decreto luogotenenziale 17 febbraio 1861. = Seguito della discussione intorno alla questione romana ed alle condizioni delle provincie meridionali - Discorso del deputato De Cesare in favore dell'operato del Ministero - Discorso del deputato D'Ondes-Reggio relativo alla Sicilia - Risposte del ministro Cordova- Discorso del deputato Miceli contro il Ministero - Foto del deputato Saffi - Osservazioni e censure del deputato Di San Donato - Incidente sulla chiusura - Discorso del deputato Crispi contro la condotta del Ministero riguardo alla Sicilia.

La sedata è aperta all'una e mezzo pomeridiane.

MASSARI, segretario, legge il processo verbale della precedente tornata.

GIGLIUCCI, segretario, espone il seguente sunto di petizioni:

7055. La Giunta comunale di Sant'Angelo de' Lombardi in provincia di Principato Ulteriore protesta contro la testé emanata circoscrizione giudiziaria, la quale privò quel comune del tribunale circondariale.

7634. La Giunta, comunale di Solmona, in provincia di Abruzzo Ultra secondo, si lagna per non essere stato considerato quel capoluogo di circondario come la sede più opportuna della Gran Corte d'appello, o quanto meno di tribunale.

7635. La Giunta comunale di Manopello, in provincia di Abruzzo Citeriore, richiama l'attenzione del Governo sulla linea che dovrà percorrere la strada che movendo da Napoli volge all'Abruzzo Chietino.

7056. Ventidue proprietari cittadini bresciani domandano di essere indennizzali dei danni sofferti per effetto della guerra negli anni 1848 e 1849.

7657. Paterno Agostino, promosso a colonnello il 20 settembre 1860 dal cessato Governo borbonico, reclama per essere stato posto a riposo col solo grado di tenente colonnello.

SAN DONATO. Domando la parola, sul processo verbale.

PRESIDENTE. Ha la parola.

SAN DONATO. Nel mio discorso di ieri, parlando contro la chiusura, dissi di slancio, su di una proposta fatta, che a me pareva eccentrica.

Siccome questa frase pare abbia potuto ferire l'onorevole Ricciardi, al quale mi legano, se non comunanza di aspirazioni politiche, sinceri sentimenti di stima e di affetto patrio, affinché sappia l'onorevole Ricciardi che io non intendeva con tale parola di recargli pena, cosi la ritiro. (Bravo!)

(Il processo verbale è approvato. )

OMAGGI

PRESIDENTE. Furono fatti alla Camera i seguenti omaggi:

Il sindaco della città di Torino - Atti del municipio di Torino, volume 2°, annate 1851, 1852, con appendice (un esemplare).

Il presidente della Commissione delle scuole tecniche di Chiavari - Discorsi pronunciati per la distribuzione de' premii agli alunni delle scuole tecniche di Chiavari, e saggi dati dagli alunni medesimi (4 esemplari).

Il direttore del Monitore giudiziario ed amministrativo del regno d'Italia (La Legge) - Articoli relativi all'attuazione del Codice penale e alla sistemazione giudiziaria in Lombardia (20 esemplari).

Munitoli Carlo, da Lucca - Elogio del marchese Antonio Mazzarosa, detto nella solenne adunanza della reale accademia lucchese, 12 settembre 1861 (una copia).

Il deputato Scoccherà - Considerazioni sul Tavoliere di Puglia, e schema di una nuova legge (460 esemplari).

L'avvocato Francesco V. - Risposta agli articoli della Gazzetta di Milano, intorno al programma di un prestito di 800 milioni al pari e senza onere d'interesse (500 esemplari).

Molinari Enrico, capitano marittimo, da Genova - Piano dei lavori da farsi nel porto di Genova (una copia).

Il professore di matematiche Rocco Giovanni, di Lecce - Sul islema metrico generale d'Italia ed altre nazioni (una copia).

Il signor Vivanet, da Cagliari - Sulla linea da preferirai nella provincia di Cagliari pel tracciamento di una ferrovia lungo l'isola di Sardegna.

BROFFERIO. Domando facoltà di parlare sulle petizioni.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare.

BROFFERIO. Col n° 6857 venne negli scorsi giorni presentata una petizione da una società operaia di Milano, quella dei facchini, colla quale si chiede che si facciano cessare degli odiosi privilegi sull'esercizio del loro mestiere. Si pregala Camera a voler decretare d'urgenza questa petizione.

PRESENTAZIONE DI DISEGNI DI LEGGE: 1° SULLA PROPRIETÀ LETTERARIA

SUL PER IL CENSIMENTO DELLA POPOLAZIONE.

Cordova, ministro per l'agricoltura e commercio Colgo quest'occasione per dichiarare che il Ministero d'agricoltura e commercio ha precisamente in pronto un disegno di legge tendente a far cessare questi privilegi in tutto il regno. Parecchi altri progetti di legge ba in pronto questo medesimo Ministero di agricoltura e commercio, che sommano non meno che a quindici, coi quali si crede di poter avviare l'ordinamento economico del regno.

Devo rassegnare alla Camera che, per deliberazione presa in Consiglio dei ministri, onde non distornare in modo alcuno l'attenzione della Camera da tutto ciò che è più urgente, si è stabilito che questi progetti non debbano essere presentati che al principio della Sessione del 1862, salvo tre soli, dei quali uno è grave, ma di facile discussione; gli altri due, di cui parlo, hanno per fine di convertire in legge due decreti reali:

250 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

uno sulla proprietà letteraria nelle provincie napoletane, l'altro sul censimento della popolazione; i quali due progetti di legge ora io presento, e prego la Camera che siano discussi d'urgenza, perché l'esecuzione di essi debbe aver luogo il 31 corrente dicembre.

Il terzo, che rassegnerò prossimamente alla Camera, è quello sul sistema monetario.

PRESIDENTE. Se non c'è opposizione, la petizione G837 s'intenderà decretata d'urgenza.

(È ammessa d'urgenza. ).

Si dà atto al signor ministro di agricoltura e commercio della presentazione dei due progetti di legge che saranno stampati e distribuiti negli uffici.

ATTI DIVERSI.

PRESIDENTE. La parola è al deputato Leopardi.

Leopardi. Colla petizione al numero Gtl'i, il municipio di Sulmona domanda la revisione (felle tabelle della circoscrizione giudiziaria, lo prego la Camera che si compiaccia d'inviarla alla Commissione, cui è commesso l'esame della legge necessaria ad attuare i tribunali di circondarlo, e alla Commissione è stata altresì rimessa la proposta dell'onorevole Pisanelli di sospendere la esecuzione dell'ultimo decreto.

PRESIDENTE. Se non vi è opposizione, la petizione 7684, di cui ha fatto cenno l'onorevole Leopardi, sarà rinviata alla stessa Commissione che deve occuparsi della nuova circoscrizione giudiziaria delle provincie napolitano.

(La Camera approva. )

Il deputato Giustiniano Nicolucci chiede un congedo di qualche settimana, dovendo egli rimanere ancora al suo posto per gravi affari di famiglia.

Proporrci di fissare il congedo ad un mese. Se non'fi, sono opposizioni, si intenderà accordato questo congedo.

(È accordato. )

Il deputato Covone, maggior generale, chiede a neh egli no congedo temporaneo, attese le funzioni che attualmente esercita in alcune parti delle provincie napoletane infestate dai brigami Se la Camera crede, si accorderà congedo di un mese al deputato Govone.

(È accordato. )

PRESIDENTE. La parola è al deputato Ricciardi.

RICCIARDI. La Camera concede ogni giorno, sulla domanda di qualche deputato, l'urgenza per qualche petizione; sono 20 giorni dacché là Camera e riunita, e non una sola petizione è stata riferita! (Risa ironiche: Ma bravo!)

Io non comprendo il perché di tutta questa ilarità. (Suoni ilarità)

Mi sembra che ogni giorno si potrebbero riferire due o

tre petizioni votale d'urgenza, altrimenti questo diritto di petizione tara veramente illusorio...

SUSANI. Domando la parola.

RICCIARDI. Perdoni, non ho ancora finito.

Poiché ho la parola, vorrei richiamare l'attenzione del Ministero, e in ispecie dell'onorevole ministro delle finanze, sopra un fatto che io credo gravissimo.

È noto a tutti, ed ho modo da non poterne dubitare, che il Santo Padre in questo momento emette delle cedole per sei milioni di lire...

PRESIDENTE. Permetta; è relativo alle petizioni questo?

RICCIARDI. No.

PRESIDENTE. Adesso non si può parlare che sul sunto delle petizioni. ,

RICCIARDI. Mi riservo di parlare poi.

PRESIDENTE. La parola è al deputato Susani.

SUSANI. Avendo l'onore di far parte della Commissione delle petizioni, debbo avvertire la Camera ch'essa non ha mancalo di occuparsi di quelle che le furono trasmesse, e che è agli ordini della Presidenza per riferirle quandochessia.

PRESIDENTE. Sarà agli ordini della Camera, perché in questo la Presidenza stessa le è subordinata. Quando la Camera lo vorrà, si fisserà un giorno per sentire le relazioni delle petizioni.

Il deputato Ricciardi ba la parola sull'altro argomento.

RICCIARDI. Come diceva adunque, sono state emesse dal Governo di Roma delle cedole per sei milioni di lire...

Alcune voci. Scudi e non lire.

RICCIARDI. Scudi a lire che sieno, quello che importa si è questo, che il papa balle moneta ogni giorno, lo bramo sapere se il Ministero pensi a riparare a questo inconveniente, perché l'unificazione del debito italiano avendo avuto luogo, quando saremo a Roma ci troveremo addosso tutti i debiti fatti dal Santo Padre. l

Io non voglio certamente qui suggerire il rimedio

(Rumori eilmitàa destra); ma la quistione mi sembra abbastanza grave, da dovere indurre il Ministero, cui tocca naturalmente il provvedervi, a occuparsene.

Esporrò dunque semplicemente uu mio pensiero.

Mi sembra che avendo la Camera nel giorno 27 marzo unanimemente dichiarato Roma dover essere la capitale d'Italia, potrebbe ora benissimo, e la Camera con un ordine del giorno, e il Ministero con una solenne dichiarazione, stabilire questo: che non sarà riconosciuta veruna cedola romana che sia di data posteriore ai 27 marzo del 1861.

(I deputati Caducei e Brignone prestano giuramento. )

LETTURA DI TRE DISEGNI DI LEGGE: 1° PER UNA PENSIONE AI VOLONTARI DI MARSALA; Z" PER PROROGA DI TERMINI PER LE ISCRIZIONI IPOTECARIE IN TOSCANA; 3° PER ESTENSIONE A TUTTE LE PROVINCIE DEL DECRETO LUOGOTENENZIALE DEL 19 FEBBRAIO 1861

PRESIDENTE. A norma dell'autorizzazione degli uffizi, sarà data lettura di, tre schemi di legge. Il primo, del deputato Mancini, è del tenore seguente:

Art. 1. È assegnala una pensione vitalizia di lire 1, 000, sui bilanci della guerra e delta marina, a titolo di riconoscenza nazionale, a ciascuno dei mille che fecero parte della spedizione del generale Garibaldi a Marsala, ed in caso di loro morie, alle vedove, durante lo stato vedovile, ed in mancanza di queste, cumulativamente agli orfani loro figli, durante la minore età.

«Art. 3. L'assegnamento alle vedove ed agli orfani sarà regolato dalle norme determinate dalla legge sulle giubilazioni dell'armata di terra del 27 giugno 1859.

«Art. 5. Ognuno dei pensionati avrà facoltà di dichiarare. che cede il godimento della propria pensione, in tutto od in parte, temporaneamente o per sempre, ad uno o più dei compagni della spedizione anzidetta, o alle loro famiglie.

251 - TORNATA DEL 10 DICEMBRE

PRESIDENTE. Il deputato Mancini è presente?

Voci. No! no!

PRESIDENTE. Si darà lettura della proposta del deputato Nelli:

«Nuova proroga del termine stabilito dall'articolo 2 della legge 8 luglio 1860 per la rinnovazione delle iscrizioni ipotecarie e per la pubblicazione degli alti interruttivi e sospensivi della prescrizione nelle provincie toscane, stato già prorogato dalla legge 19 maggio 1861.

«Articolo unico. Il termine assegnato per la rinnovazione delle iscrizioni ipotecarie in Toscana nei modi e forme stabilite dalla legge del di 8 luglio 1860, e stato poi prorogato dalla legge del 19 maggio 1861, è di nuovo e per ultimo prorogato per tutti gli effetti al 1° marzo 1861.»

PRESIDENTE. Chiedo al deputato Nelli quando intenda svolgere la sua proposta alla Camera.

NELLI. Sarei pronto anche subito; ma comprendo cìie ciò non sarebbe conveniente, stante la grave questione che ci occupa. Mi rimetto quindi alla destinazione del giorno che la Camera sarà per fare nella sua saviezza: Solamente, trattandosi di cosa urgentissima, pregherei che si volesse fissare il giorno immediatamente successivo a quello in cui avrà termine l'attuale discussione.

PRESIDENTE. Il deputato Nelli propone che lo sviluppo della sua proposta, sia rinviato al giorno immediatamente successivo a quello, in cui avrà termine la discussione che ci occupa.

Se non vi è opposizione, si intenderà accettata la sua domanda. .

(È accettata )

RICCIARDI. Domando la parola.

PRESIDENTE. Il deputato Ricciardi ha facoltà di parlare.

[RICCIARDI. Desidero che sia consegnato nel processo verbale]

RICCIARDI. Desidero che sia consegnato nel processo verbale che il Ministero non ha creduto dover rispondere alla mia gravissima domanda.

PRESIDENTE. Havvi una terza proposta di legge ancora, della quale si passa a dare lettura, presentata dal deputato Minervini.

«Il sottoscritto propone che la Camera, in linea provvisoria (e fino a quando non sarà provveduto per via di legge ad una codificazione italiana, civile, penale, militare, commerciale, amministrativa e forestale, e ritenendo il sottoscritto sempre quanto egli espresse ia questa Camera nella tornata del 17 giugno 1861), voglia estendere a tutte le altre Provincie riunite gli emendamenti e le modificazioni fatte pel Napoletano col decreto luogotenenziale provvisorio del 17 febbraio 1861, e che a proposta dell'onorevole Marchese furono estesi alla Sicilia;

Essendo giusto che le altre provincie italiane, riunite alle napolitani e siciliane, godessero delle disposizioni umanitarie e civili che riguardano ir modo di custodia esteriore, e l'esercizio dell'azione penale nei reati che attaccano la pace e l'onoro delle famiglie, subordinandola alla istanza privata, meno nei casi di violenza;

Epperò chiede che la Camera rinviasse questa proposta alla Commissione per coordinarne la locuzione al decreto provvisorio suddetto ed alla legge votala nel giorno 17 giugno 1861.

«Con questa proposta il sottoscritto non intende impegnarsi a riconoscere come legge gli atti e decreti della luogotenenza, che egli ritiene come misure provvisorie e non altro, imperocché né di leggi il nome e la forza potrebbero costituzionalmente avere.»

Il deputato Minervini quando intende sviluppare questa sua proposta?

MINERVINI. Quando che sia; io sono agli ordini della Camera.

PRESIDENTE. Bisogna che favorisca indicare un giorno; la Camera poi deciderà.

MINERVINI. Per me son sempre profilo; si potrebbe fissare dopo che sia esaurita la discussione in corso.

E Rasa. Dopo questa discussione vi è immediatamente. lo sviluppo del progetto di legge da me presentato.

Voci. Questo è già fissato.

PRESIDENTE. Dunque la proposta del deputato Minervini sarà da lui sviluppala dopo esaurite le materie già portate all'ordine del giorno.

SEGUITO DELLA DISCUSSIONE INTORNO ALLA QUISTIONE ROMANA

ED ALLA CONDIZIONE DELLE PROVINCIE MERIDIONALI.

PRESIDENTE. Continua all'ordine del giorno la discussione intorno alla questione romana ed alla condizione delle province meridionali.

Il deputato De Cesare ha facoltà di parlare.

DE CESARE. Acerbe parole sono risuonate in quest'Assemblea durante i nove lunghissimi giorni delle nostre discussioni, e tali che la calma serena ed eloquente voce dell'onorevole Rattazzi non ha potuto dissipare, né l'accorgimento dell'onorevole Carutti interamente dileguare. Si è detto che l'unica potenza che abbiamo nemica in Europa è la Francia; si è detto che a Roma non possiamo andare colla Francia; si è detto, con più benevole intenzioni, che bisogna distinguere la Francia dal Governo francese, l'una benevola, l'altro ostile all'Italia; si è detto persino da un oratore che egli ama la Francia, perché diede i natali alle sue carissime figliuole, detesta però il Governo francese; si è detto infine che lugubri giorni si apparecchiano all'Italia se noi seguiremo la politica del barone Ricasoli.

Queste acerbe parole, o signori, avranno un'eco dolorosa nel popolo, francese, a cui ci legano riconoscenza ed affetto; avranno un'eco non meno sinistra nelle popolazioni della Penisola, perché non sapranno formarsi un concetto esatto delle nostre relazioni colla Francia.

Infine, o signori, queste acerbe parole non varranno ad affrettare la soluzione ileIla questione romana.

Nell'interesse, assai più dell'Italia che della Francia, bisógna chiarire queste cose, e chiarirle ponendole a riscontro della questione romana e degli affari napolitani; ed io lo farò brevemente.

I principii, o signori, su cui poggiano le colleganze sono naturali od artificiali. Le colleganze naturali derivano dalle relazioni particolarmente determinate dalla natura, e si poggiano sulla somiglianza degli usi e costumi, sulla comune origine delle razze, sulla convenienza e reciprocità degli scambi.

Le colleganze artificiali derivano da necessità momentanee e si poggiano sopra fatti speciali.

Le antiche colleganze erano tutte artifiziose, incominciando dai comuni italiani insino alla pace di Weslfalia del 1648.

252 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

I comuni italiani si collegavano per respingere i nemici; allontanato il pericolo, la colleganza cessava. La pace di Westfalia mirò all'equilibrio d'Europa col contrapposto di un corpo collettivo di piccole potenze contro le maggiori; ma questa colleganza era fatta negli interessi dinastici, anziché in quello dei popoli e degli stati. La rivoluzione francese distrusse l'artifizio di quelle combinazioni politiche, ed il nuovo impero sostituì nuove sovranità alle antiche. Allora incominciò a farsi strada il falso principio della legittimità, e su questa si fondò il trattato del 1815.

Gl'iniqui patti del 1815 sostituirono il protettorato delle grandi potenze sulle piccole, le quali diventarono vassallo. , anzi feudi delle prime: La legittimità allora, parve assodata, ed in forza di essa fu dispogliato ed umiliato il più gran popolo d'Europa, vecchio di gloria e giovane di cuore, il generoso popolo francese. Con quell'artifizio furono divisi e suddivisi i popoli come armenti (Bene!), e fu supplizio d'Italia. Io dico iniqui quei palli, perché mal definirono la legittimità, anzi la misero in contrasto della libertà e dell'indipendenza degli Stati. Imperocché la legittimità, signori, non deriva che dalla fusione degli interessi dulie dinastie coi popoli.

Egli è per questo che io chiamo legittimo, anzi maggiormente legittimo fra tutti i troni, quello di Casa Savoia, perché Casa Savoia si fece cogli interessi degl'Italiani, con la loro libertà, con la loro indipendenza, con la loro nazionalità; chiamo legittimo il trono di Napoleone III, perché creato dal suffragio universale; chiamo legittimo il principato di Conza, perché creato anche dal suffragio medesimo, sul quale deve fondarsi il novello diritto pubblico d'Europa.

Ma questi felici risultamenti a chi sono dovuti?'Signori, fino al 1852 qualche diplomatico con mano timida ed irresoluta lacerò qualche pagina del trattato del 1815; ma quelli che lo distrussero colla spada furono Luigi Napoleone III e Vittorio Emanuele II, aiutati diplomaticamente dall'Inghilterra, che stese amica la mano all'uno ed all'altro.

Sì, tutto questo sarà vero, dicono i nostri avversari, ma noi non vogliamo la colleganza francese a prezzò di cruenti sacrifici; noi non vogliamo la colleganza francese a prezzo di non aver la nostra capitale, la nostra Roma; e il Governo di Napoleone III è un inciampo per noi, ei non può condurci a Roma.

Signori, la voce dell'immortale conte Di Cavour diceva in questa Assemblea che la questione romana era questione morale, che ella incontrava sulla sua via ostacoli morali, che là sola forza morale poteva vincere.

Voi, rappresentanti d'Italia, sebbene allora in Parlamento più ristretti, annuiste a questa politica.

L'erede di questa politica è l'onorevole barone Ricasoli, il quale con la lettera indirizzata al papa e col capitolato non volle far altro che tentare precisamente quelle vie morali onde influire sulla pubblica opinione d'Europa e sopra l'opinione assai più dell'imperatore dei Francesi. Il barone Ricasoli con quei documenti volle costituire in torlo il papato al cospetto del mondo cattolico, volle mostrarlo definitivamente qual è, nemico d'Italia, nemico della monarchia italiana, nemico del popolo italiano in mezzo a cui vive, nemico di tutti gl'interessi della Penisola.

Il barone Ricasoli con quei documenti volle dire all'Europa: vedete che noi stendiamo la mano al pontefice, è il papa che la ritira!

Con quei documenti il barone Ricasoli vuole in altri termini mostrare il papato trasformato in reazionario, in austriaco. Imperocché il papa apriva Roma alla reazione ed ai consigli dell'Austria, e la chiudeva a quelli del Re d'Italia, della monarchia italiana, del Governo francese, e mutava la capitale d'Italia in cittadella di brigantaggio ed in pietra di scandalo!

Questo intese fare con quei documenti il barone Ricasoli, e credo che egli abbia còlto nel segno, in quanto che immensi sono i risultati che si sono già ottenuti sulla pubblica opinione in Francia, nel Belgio, in Italia, ed anche sull'animo generoso dell'imperatore Napoleone III.

Addurrò un fatto che convaliderà le mie asserzioni.

L'imperatore Napoleone aspirava alla gloria di diventare il protettore della Confederazione italiana, in quella guisa che l'immortale suo zio fa il protettore della Confederazione germanica. Ora dalla mente dell'imperatore Napoleone è uscita quest'idea, e quando il brigantaggio nelle terre napolitano incominciava, i nemici d'Italia dicevano: vedete bene che questo brigantaggio è cosa politica; il cardinale Ruffo con dieci compagni sbarcati a Bagnata ottenne il risanamento di instaurare il trono nell'interesse dei Borboni. Bisognava dunque stare coll''armi al braccio e dire: nessuna entri in Italia, vediamo che cosa faranno le provincie meridionali.

Ora, che cosa abbiano fatto ed operato le provincie meridionali, chiedetelo a Pietragalìa, alla Brescia Lucana; chiedetelo ad Avviano, a Potenza, ad Acerenza, a Vaglio, a Pescopagano; chiedetelo a tutte le città lucane sollevate come nella rivoluzione; chiedetelo agli Abruzzi pienamente tranquilli, ad Isernia tranquilla del pari; chiedetelo a Campobasso, alla provincia di Puglia; chiedetelo oggi stesso a Terra di Lavoro, che si va liberando dai briganti, mercé l'aiuto della Francia, ed elle vi risponderanno: questo aiuto è dovuto alla nostra bravura, ed al coraggio dei cittadini delle Provincie napoletane.

Di fatto l'imperatore, vedendo la disposizione d'animo di quei cittadini, ha capito che non si trattava di partito politico, non si trattava più di Fabrizio Ruffo, ma si trattava d'una mano di briganti, e come tali ei li considerò, e stese nuovamente la mano al nostro Governo, e disse: sono nuovamente con voi per perseguitare codesti briganti, cotesti sciagurati che non compongono un partito politico'. Signori, tutto questo non è derivato che dai documenti del barone Ricasoli, e il capitolato, il quale si dice essere una cosa monastica, una omelia di un frate, non è che un documento peregrino della sapienza politica italiana.

Signori, dovete pensare che gli Stefano II e gli Astolfo non sono più possibili in Italia, in quella guisa che i Pipino ed i Carlo Magno non sono più possibili in Francia.

Quando il pontefice avrà accettato quel capitolato (e l'accetterà per le ragioni ch'io dirò in seguito), quando il pontefice avrà accettato quel capitolato, noi non possiamo ancora comprendere che cosa sarà l'Italia unita, quali relazioni l'Italia distenderà tra le potenze d'Europa, quale sarà la sua influenza, il suo predominio, la sua forza. Quindi non dobbiamo temere che il papa, caduto sotto la protezione delle potenze cattoliche d'Europa, possa farci male.

Io diceva che il potere temporale del papa nella pubblica opinione è quasi intieramente distrutto.

Vi dirò ora come il papa non tarderà guari a chiedere al Gabinetto italiano di voler negoziare sai patti proposti dall'onorevole Ricasoli.

253 - TORNATA DEL 10 DICEMBRE

Il re di Roma presente, o, meglio il sedicente re, non ba che un milione di abitanti che ei chiama ancora suoi sudditi.

Lo Stato romano ha di antico debito perpetuo 52,000,000 di scudi, di antico debito redimibile 54, 000, 000 di scudi; in tutto 66,000,000.

Oltracciò ha un debito di un milione di scudi col tesoro italiano, proveniente dal tesoro napoletano; ha pure sei altri milioni di scudi "per rendita venduta nel 18865758. Tiene infine altri sette milioni di scudi per altra rendita venduta in Trancia nel 1859 e 1860.

Tutto il debito redimibile adunque ascende a 48 milioni di scudi, che, congiunti ai 52 milioni di debito perpetuo, fanno una cifra di 80 milioni di scudi; sicché la rendita di questa somma, ripartita per ogni suddito, cadono a testa 500 franchi all'anno.

Né viceré di Spagna, né Governi austriaci hanno mai preteso ed esatto da nessun suddito 500 franchi per testa.

Il Governo del Santo Padre adunque, come re di Roma, è nell'impotenza assoluta di poter continuare tutti i servizi pubblici inerenti allo Stato ed alla monarchia, quando anche coprisse il nuovo prestito dei set milioni, già in progetto. Però siate certi, o signori, che quest'imprestito non si farà; anzi aggiungerò che gl'interessi di tutti questi capitali non saranno neanche pagati nel nuovo semestre che va già a scadere. ,

Quindi le difficoltà pel Santo Padre, come redi Roma, cresceranno in modo che, discreditato dalla parte cattolica come principe temporale, discreditato come Governo politico, non potendo più seguitare i servizi pubblici, poiché assolutamente privo di mezzi; non trovando fondi sui mercati d'Europa, il danaro di San Pietro esaurito, il museo Campana venduto, altri capolavori venduti; il Santo Padre, o signori, nell'impotenza di poter continuare come re, dovrà assolutamente accettare le proposte dell'onorevole barone Ricasoli.

Dunque la questione romana, trattala come questione morale ha fatti dei grandi passi. Lasciamo che l'azione della Francia, consentanea a quella d'Italia, pigli nuovo argomento da siffatte cose, onde mostrare al Santo Padre l'impossibilità di tenersi come re a Roma, e noi vedremo questa questione, in meno che noi pensiamo, decisa.

Influirà potentemente però a questo il contegno del Parlamento italiano, se saprà tenersi all'altezza di legislatori e di uomini politici; influirà a questo grandemente l'ordinamento interno del regno d'Italia, se noi, obbliando i partiti, obbliando le personalità, obbliando le recriminazioni del passato, ci fonderemo veramente in una unica famiglia, e con un unico scopo. Se noi faremo questo, oh! state certi che Roma si avrà in assai minor tempo di quel che noi potessimo pensare.

Questione napoletana, affari napoletani, interessi napoletani! Signori, Napoli non vuole che il trionfo delle leggi e dottrine economiche; le provincie napoletane non vogliono che porti, canali, ponti e ferrovie; vogliono sviluppati ampiamente gli interessi agricoli, gli interessi commerciali; non desiderano altro che l'agricoltura sia ravvivata, che i vincoli siano sciolti alle loro terre, che l'enfiteusi del Tavoliere sia disciolta, che il demanio sia diviso ai poverelli; questo chiedono le provincie napoletane, e io confido che il Governo, senza dubbio, soddisferà questi legittimi voti del Napoletano. Sono questi gli interessi vivi delle provincie napoletane; facciamole dunque ricche, potenti; educhiamole, stabiliamo scuole di arti e mestieri, scuole tecniche ed agricole in tutte le provincie, in tutti i comuni, perché le provincie napoletane non sono che agricole. (Bene!)

Questi, sono i veri interessi; propugniamoli sotto questo aspetto, e formeremo la felicità di quelle provincie.

Credete a me, chiunque abbia studiato le condizioni economiche di quelle importantissime provincie, sa che elle chiudono tesori inesauribili; ma vi manca chi si faccia ad estrarli dalla terra, vi manca la fiducia e la tranquillità. Esse hanno ricchezze di ogni genere, quando fossero sviluppate; ma ve l'ho da dire, o signori? allo stato delle cose tutto vien meno, perché manca l'attività umana. (Segni di adesione)

Dunque noi non dovremo far altro che chiedere ed invocare provvedimenti agrari, credito fondiario, credito agricola, lo svincolamento dei beni, l'alienazione dei beni delle manimorte; queste sono le cose che potranno veramente soddisfare alle necessità delle provincie napolitane.

Ed all'uopo io vorrei che pel 1862 anche in Napoli vi fosse una esposizione universale delle industrie e produzioni italiane. Facciamo che anche Napoli, che ha colto degli allori nella esposizione di Firenze, faccia tutte le prove della sua industria.

Sono questi i voti del Napolitano, ed io confido che il barone Ricasoli, la cui lealtà è proverbiale, saprà fare in modo che i nostri voti siano satisfatti prossimamente. (Bravo! Bene! dal centro)

PRESIDENTE. La parola spetterebbe al deputato Boggio, ma, essendo ammalato, la darò al signor Conforti.

CONFORTI. Siccome ho presentato un ordine del giorno che dovrò sviluppare, per non parlare due volte, mi riservo di parlare in quella circostanza. Se credono, potrebbe darsi intanto la parola al signor D'Ondes.

PRESIDENTE. Ella cede la parola al signor D'Ondes?

CONFORTI. SI, riservandomi però sempre di sviluppare il mio ordine del giorno.

PRESIDENTE. La parola è al deputato D'Ondes Reggio.

D'ONDES REGGIO. Dopo tanti oratori, e di tanta lena, è per me assai malagevole imprendere a parlare, specialmente che fa d'uopo di essere, più che sia possibile, breve.

Significai già le mie opinioni con tutta schiettezza intorno alla questione romana quando la prima volta si discusse cotanto solennemente in questo Consesso; l'illustre defunto conte Di Cavour, alludendo alle mie parole, si piacque di dire nell'aula senatoria, che forse erano state soverchiamente cattoliche. Per fermo io credo che fossero sommamente cattoliche, ma nel tempo stesso aggiustatamente politiche, i fatti sinora avvenuti lo dimostrano; ondeché io non ho da mutare le mie opinioni, ma anzi maggiormente raffermarle nell'animo mio.

Signori, la potestà temporale del pontefice non ha che fare colla potestà spirituale; né sentenza diversa ho io portato mai, come alcuno per ignoranza o per malizia ha spacciato.

Era già il papato grande, augusto ed incivilitore del mondo, e non era terrena potestà. Pure, se vi sono alcuni che di mala fede sostengano che la potestà temporale è necessaria alla spirituale, altri o lo credono di buona fede, o temono che si voglia privare il papato della potestà temporale per capovolgere la spirituale. Tocca a noi confutare quell'errore, sicurare le coscienze da quel timore, proclamando ed attuando sinceramente il principio di libera Chiesa in libero Stato.

Ho inteso qui dire che non si comprende che cosa importi quel principio. Ve lo dirò io con poche parole e chiare: libera Chiesa in libero Stato significa che Ja Chiesa debba avere una esistenza libera, cioè libera amministrazione delle sue

254 - CAMERA DEI DEPUTATI- SESSIONE DEL 1861

libera comunicazione col suo sommo gerarca, tutela delle persone e de' beni suoi, come qualunque individuo e qualunque associazione; significa che ella da un altro canto non debbe godere di privilegi;. lo Stato non ba da prestare mano forte alla dottrina o disciplina sua; esso non imporrà i suoi dogmi, né astringerà i suoi membri a serbare i loro voti od ubbidienza ai loro superiori. Se la vedano eglino colla propria coscienza e con Dio. Significa che i beni de' corpi religiosi restano liberi, e che quindi questi ordini religiosi possono acquistare od alienare i loro beni, senza che lo stato debba loro accordare alcuna permissione, e molto meno che ne debba loro spogliare per appropriarseli esso medesimo. Significa che non solo la Chiesa cattolica, ma qualunque altra debbe essere nelle medesime condizioni. Significa che lo Stato non dichiari avere per sé alcuna religione. Dire che uno Stato è ateo, è parola senza senso; un essere reale stato non esiste, non può esistere; è una idea astratta, e per un certo aspetto immaginaria.

Un essere stato non è nato mai, cresciuto e morto; non vi sono che individui umani, e la loro associazione è lo stato. Quanti errori e quanti mali per l'immaginario essere lo stato!

La religione cattolica non ha bisogno dello Stato, a lei ba sta il cielo; non è vero credente chi diffida che la cosa di Dio possa sussistere senza l'aiuto delle mondane cose.

E la libera Chiesa in libero stato non è nuova nel mondo; esiste nel Belgio e negli stati Uniti angloamericani. Ho inteso parlare d'inconvenienti che alcuna volta succedono per quella libertà in que' paesi. Sarà cosi; ma che per ciò? Inconvenienti sono e saranno ove sono opere umane, avvegnaché commiste colle divine. Abolire un ordine di cose, perché seco porta alcun male, è uo sofisma Si debbe abolire soltanto quando il nuovo ordine che gli si vuole surrogare porti seco male minore; questa è ta prima regola delle rjformazioni.

Ma se dobbiamo stabilire libera Chiesa in libero Stato, non consegue che, ove siano delle istituzioni, delle relazioni tra cattolici di una parte d'Italia ed il sommo pontefice, , relazioni avvegnaché in fatto di potestà spirituale esse vadano abolite, e che quindi in tutte le parti d'Italia si metta in vigore il diritto comune canonico. No, signori, di queste relazioni alcune sono importantissime, e tali che que' popoli vi sono fortemente e giustamente attaccali; cotali relazioni hanno informato mirabilmente la loro vita religiosa e sociale.

E voglio parlarvi dell'istituzione maggiore che sia in Italia, anzi nell'orbe cattolico, tale come mai non esiste la simile, se non una volta nell'Ungheria, santo Stefano regnante, della così delta legazione apostolica in Sicilia. Imperciocché, se mai, senza aggiungervi alcuna riserva, le proposte fatte dal barone Ricasoli fossero state dalla Corte romana accolte, certamente ella ne avrebbe tratto a conseguenza che quei privilegi, di cui ora dirò, fossero stati aboliti, e che il diritto canonico comune dovesse essere ornai in vigere in Sicilia.

Signori, quando il pontificato romano era nel suo apogeo, quando la podestà temporale esercitava sopra tutti i popoli e tutti i re, Ruggero Normanno, conte di Sicilia, il quale aveva coi Siciliani combattuta e vinta una guerra d'indipendenza e di religione, l'anno di grazia 1096 o 1097, da Urbano Il ebbe conceduto, che egli e tutti i suoi legittimi eredi nella terra siciliana di loro podestà avessero diritto di fare che nino legalo apostolico vi andasse, ed eglino fossero i legali apostolici.

E di più che, quando i pontefici convocassero Concilli generali, i vescovi di Sicilia non potessero andarvi che ove il sovrano di Sicilia lo volesse.

Sovente, come è naturale, sono sorti dei gravi dissidi sull'esercizio e sull'amplitudine di tale privilegio. Dei pontefici hanno cercato or di annullarlo tutto, ed or in parte modificarlo.

Quando Casa Savoia ebbe la Sicilia, e cosi di ducale s'innalzò a regia, nacque aspra la contesa tra Amedeo I, come re di Sicilia, ed il pontefice Clemente 'XI, la quale gravissimamente conturbò tutta l'isola. Ma morto Clemente XI, e passata la Corona di Sicilia a Carlo VI imperatore, si venne ad un concordato con Benedetto XIII, e si fermarono queste generali norme, che sono ancora il diritto ecclesiastico della Sicilia. Primieramente, come era stato già sempre, legati il pontefice non potesse mandare in Sicilia; il sovrano di essa essere perpetuo legato apostolico; esercitare intanto le sue facoltà non più da per sé o per un laico, ma per un alto ecclesiastico dignitario da lui eletto, che appunto si chiama il giudice della Monarchia; e quelle facoltà essere: concedere le dispense di matrimoni, eccetto quelle di primo e di secondo grado; annullare i matrimoni; decidere gli appelli delle sentenze dei metropolitani; annullare i voti monastici; definire le questioni che insorgono tra superiori ed inferiori dei corpi religiosi; insomma quasi tutto, che può riguardare la disciplina, in Sicilia si tratta senza che si abbia alla Santa Sede ricorso.

Signori, se mai avessimo libera Chiesa e libero Stato, vorreste voi che i cattolici della Sicilia rinunziassero a questi privilegi, ed invece andassero a Roma, come debbono andarvi tutti gli altri cattolici? Io credo certamente che no. Quello ohe alcuno dei re di Sicilia non ha voluto, non ha osato di fare neanco Filippo II, niuno dei Borboni, vorreste farlo voi? Voi non lo potreste; questa è faccenda propria dei soli Siciliani; voi non avete' questa potestà. Sto quindi sicuro che in appresso non sarà mai trattazione, la quale possa espressamente o tacitamente in menoma parte intascare i privilegi di Chiesa siciliana.

Altra cosa, o signori, assai censurabile nella proposta dell'onorevole presidente del Consiglio dei ministri, sono quelle parole, le quali per avventura accennano ad una possibilità di dissidio, in materia di religione, con il pontificato; non si parla, o signori, col papa-re, ma si parla col papa-sacerdote; io assolutamente le rigetto.

Un'Italia non cattolica, sarebbe un'Italia che ba ripudiato i suoi padri, la sua storia, la sua sapienza, le sue arti, tutto quanto ella ha fatto per incivilire il mondo, la sua supremazia sul mondo, il suo splendore immortale. Un'Italia non cattolica, sarebbe un'Italia snaturata.

Una voce. Questo è coraggio!.

D'ONDES REGGIO. Certissimamente ho il coraggio di annunziare le mie opinioni, e. quinci sono coll'onorevole presidente del Consiglio e coll'onorevole BonCompagni, indire che a Roma non si va con materiata forza. Il pontificato è potenza morale immensa, straordinaria, e tale quale mai non è stata e non può essere simile nel mondo. E quando alcuno ciò negasse, 'io gli risponderei: ditemi, ma se non è questa immensa potenza morale, come tutto il mondo attualmente pende da questa lite? E perché noi, rappresentanti della nazione italiana, tanto qui discuteremmo, se fosse cosa di poco momento? No; è cosa indubitatamente grandissima. Signori rammentatevi quello che diceva Napoleone I: «Ho trovata un uomo più potente di me, perché io comando su' corpi, ed egli comanda sugli spiriti.»

255 - TORNATA DEL 10 DICEMBRE

Questa potenza immensa morale si deve modificare nella sua esterna attuazione, e si modificherà, perché appunto tante volle si è modificala. La potenza di Pietro non era la potenza di Silvestro, quella di Silvestro non era quella di Gregorio Magno, quella di Gregorio Magno non era la potenza di Gregorio VII e di Innocenzo III, quella di costoro non era la potenza di Clemente VII e di Leone X, quella di Leone e di Clemente non era neanche la potenza de' papi successori. Sua forza modificatrice deve da sé stessa ricavare, non dà un'estranea potenza.

Colla forza a Roma non si va.

Voci a sinistra. Partendo i Francesi, si va.

D'ONDES REGGIO. Non si va, e se si va, a Roma non si resta; là, come a nuova Babele, si confonderanno le lingue e si disperderanno le genti. (Bisbiglio a sinistra, e movimenti)

A me Roma pare piuttosto un tempio, ohe una città; si picchia alle porte del tempio, ma non si entra che quando il sacerdote apre le porte. (Nuovo bisbiglio)

Passo all'altro argomento.

I ministri hanno commessi dei falli indubitatamente, e credo che molti di questi falli si sarebbero potuti evitare, ma alcuni no; e in generale penso che chiunque sieda a que' posti, ritenendo questo sistema di ordinamento italiano, deve commettere simili, e, se i tempi ingrossano di più, maggiori falli.

Primieramente richiamo alla memoria della Camera un avvertimento salutare, anzi ottimo, data dal signor commendatore BonCompagni, cioè che più d'ogni altra cosa si osservi, e santissimamente, la Costituzione; e niun più di me, signori, insiste sempre su di questo principio. E l'onorevole BonCompagni faceva riflettere alla Camera, che doveva ritenersi come specie di violazione della Costituzione quando il potere legislativo si voleva continuamente immischiare nel potere esecutivo ed amministrativo; e certamente una delle basi costituzionali, come tutti sappiamo, è la distinzione dei poteri, ed io questa stessa distinzione si trova il sindacato, il freno de' varii poteri l'uno sull'altro.

Ma, signori, se quello che accennava l'onorevole BonCompagni è violazione delta Costituzione, il volere da sé il potere esecutivo, non ostante le sue buone intenzioni, , ch'io non gli niego, il volere egli da se fare l'ordinamento d'Italia è una violazione maggiore della Costituzione. Per fermo, ore esiste, o signori ministri. , la legge che vi autorizza di mutare da capo a fondo tutto l'ordinamento d'Italia? Ditemi, come avete voi abolita la luogotenenza di Napoli! E qui non dirò se tornerà utileo dannosa; io credo dannosa; ancora il tempo non ha spiegato la sua logica, che l'onorevole BonCompagni aggiustatamente gli attribuisce.

Ma quel che è certo, voi non avevate la facoltà di abolirla; né si può invocare alcuna dichiarazione o di questo, o dell'altro Consesso legislativo; le dichiarazioni non sono leggi. La legge significa, lo sappiamo tutti, deliberazione nostra e del Senato, e sanzione del Re.

E riflettete, o signori, che questo far da podestà legislatrice i ministri, getta discredito sul regime costituzionale, quasi che le legislatrici Assemblee non sieno alla fine motto necessarie, o peggio ancora.

Ed or francamente dirò quali sieno intorno 'all'ordinamento d'Italia i miei divisamente.

Noi abbiamo già stabilito una Italia, e cosi indubitatamente sia; ma che cosa richiedesi a far che l'Italia sia una?

Parlamento uno, Re uno, esercito uno, rappresentanza in faccia agli stranieri una, finanza, quanto necessaria a colali obbietti, una.

Prima di procedere oltre, mi sia permesso, perché ne verrà luce ai veri che esporrò, rilevare un errore di storia politica pronunziato dall'onorevole deputato Parini.

Egli disse che non si concepisce un'Assemblea legislatrice, di cui i membri non traggano origine da una legge uniforme per tutti.

Ora i membri della Camera dei Comuni d'Inghilterra non vengono per una uniforme legge; alcuni s'inviano dalle contee, altri da borghi o città, e le Università di Cambridge e di Oxford vi mandano i loro rappresentanti. E quello solennissimo Consesso di lordi inglesi, dico lordi e non pari, e so che mi dico, si compone di pari inglesi ereditari, di vescovi ed arcivescovi, che sono lordi e non pari, e sono a vita; di pari irlandesi, che sono pure a vita eletti dalla nobiltà irlandese, e di pari scozzesi, che sono a tempo, eletti dalla nobiltà scozzese al cominciare di ciascun Parlamento. E gli stessi pari inglesi ereditari non hanno tutti la stessa origine; gli antichissimi siedono in Parlamento per l'antichissimo mandalo di convocazione in loro famiglia; gli altri proprio per il titolo della paria conferito alla famiglia.

In Sicilia, nella Camera de' rappresentanti dei Comuni, erano ancora rappresentanti dell'Università degli studi come in Inghilterra, e nella Camera dei pari al 1818, agli ereditari si aggiunsero degli eletti.

Come dunque, o signori, non ci possono essere Assemblee 'legislative, delle quali i membri non abbiano la stessa origine?

Dico questa cosa, o signori, non per notare cotesto errore, ma perché mi pare che proviene da quella tendenza, che io credo funestissima, ad una specie di necessaria uniformità, la quale s'oppone a tanta diversità di condizioni, che sempre si trova ove si trovano esseri umani.

Signori, in tutto il resto degli ordinamenti d'uno stato, eccetto quelli che io ho rammentati, l'unità non è necessaria. Se si può con giovamento abbracciare, ed allora si deve abbracciare; ma se per abbracciarla, se per soddisfare ad una visionaria perfezione, si debbono manomettere tanti interessi, si debbono stabilire delle leggi, le quali evidentemente scompigliano ed urtano le condizioni in cui si stanno i vari popoli, sebbene di una medesima nazione, allora queste leggi non debbono essere uniformi, ma debbono essere disformi.

Unita in necessariis soltanto.

Io, signori, schiettamente parlando, non ho potuto mai persuadermi che agli abitatori delle gelide forre di Agosta possano convenire tutte le identiche leggi che a quelli dei piani brucianti ove il sole pasceva i suoi cavalli, o de' monti ove ancora Encelado vomita le sue inestinguibili fiamme. (Bravo! bravo! a sinistra. )

E qui naturalmente cade l'argomento della luogotenenza' di Sicilia.

Signori, se all'unità d'Italia, se a ciò ch'ho detto, che necessariamente deve esser uno, la luogotenenza, o qualunque altra amministrazione di Sicilia, osti, si abolisca tosto, lo propongo io stesso; ma se questo non è, se al contrario, con abolire la luogotenenza di Sicilia, e principalmente ora, si può creare grave danno a quelle popolazioni, e quindi nessun utile, ma anzi danno a tutto il resto d'Italia (perché io credo che quando una parte d'Italia soffre, soffrano, tutte le altre parti), allora la luogotenenza di Sicilia non si deve abolire, ma mantenere.

Io vi parlo franco. La Sicilia, la quale per sette secoli ha avuta la sua autonomia, o meglio, come là si chiama, l'indipendenza politica,


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256 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

la quale per quarant'anni è stata in rivoluzione permanente, appunto perché questa le si voleva togliere, pur nondimeno, con. esempio più meraviglioso che

Corse voce che le si fecero promesse di larghissime concessioni d'indipendenza amministrativa; a quelle promesse io non prestai mai fede. Ed è tanta la difficoltà di togliere in Sicilia gli ordini proprii amministrativi, che i varii ministri non sono neppur essi d'accordo sul modo di riformarli.

Infatti vi sono amministrazioni che furono totalmente distrutte, altre a gran pezza modificate, altre lasciate quasi come erano. E gli affari come vanno? Dove tutto è stato distrutto, gli affari vanno pèssimamente; dove è alcunché di modificato, vanno mezzanamente, e dove l'ordinamento non si è mutato, vanno piuttosto bene che no.

Il Ministero non è in ciò concorde, non può esserlo, imperocché ciascuno dei ministri, animato che sia, come io credo, dallo spirito di voler fare il pubblico bene, s'imbatte continuamente in cento difficoltà a volere tutto uniformare in Sicilia, tutto distruggere di quanto è stato; quindi si arresta incerto, eccetto chi abbia il coraggio non invidiabile di rompere in tutto a precipizio.

Voi avete veduto che tutti i luogotenenti sono stati bene accolti; io so che la buona accoglienza in parte è dovuta alta prestanza delle persone che sono state inviate, ma si deve pure in molta parte alla stessa instiluzione che là si vuole, si crede indispensabile, ed è.

Signori, coloro i quali si recano dal luogotenente per qualche affare, ed il luogotenente risponde che non ha facoltà di provvedervi, sapete che cosa ripetono uno dopo l'altro? Ripetono ciò che qui a me non piace di ripetere.

Vi sono potentissimi imperii in cui non si crede necessaria e non si ha codesta intiera uniformità di amministrativi ordinamenti in tutte le loro parti.

L'Irlanda, più per tradimento de' suoi, che per volontà propria, rinunziò alla sua autonomia, perdette il suo Parlamento; pure conserva il luogotenente del Re. Gli ordinamenti amministrativi di Scozia non sono quelli d'Inghilterra. Sono ancora in Iscozia alcuni forti, in cui non lice entrare il soldato inglese, a guardia vi sta lo scozzese.

Eppure la Scozia e l'Irlanda formano coll'Inghilterra il regno unito della Gran Bretagna, che estende il suo impero sopra 180 milioni di sudditi in ogni parte della terra, in ogni parte de' mari.

Perché dunque sarà codesta uniformità necessaria all'Italia, codesta uniformità innaturale, e la quale applicata alla Sicilia, di cui tanto diverse sono le condizioni fisiche morali politiche da quelle delle altre parti d'Italia, travolge e distrugge cotanti interessi?

Non di rado ho inteso dire che i miei divisamenti sono specie di sistema federale; io ho giurato qui lo Statuto, dunque non può essere.

Federazione importa (qui lo sapranno tutti, ma fuori di questo recinto certamente sono molti che l'ignorano), importa che ciascuna parte d'una nazione, eccetto per quelle faccende su delle quali abbia delegato la suprema potestà al generale Governo, resta sovrana, come appunto sono gli Stati Uniti d'America.

Or le mie idee sono da ciò lontane; io voglio che la sovranità dello Stato sia una; e però in tutto, ed in tutte le varie parti del medesimo; ma voglio che in ciascuna sieno gli ordinamenti amministrativi diversi, secondo le diverse condizioni fisiche, morali, tradizionali, storiche, anco talvolta secondo i diversi pregiudizi, errori;

imperocché sovente è di mestieri rispettare per alcun tempo certi errori, affinché si faccia meglio la verità trionfare.

Quello che io non voglio apertissimamente è che si applicasse all'Italia il sistema francese, come appunto si sta facendo.

Signori 1 io, uomo della terra dei Vespri, mi scopro il capo davanti le aquile francesi quando volano dalla Senna sul Po per aiutarci a vendicare la nostra indipendenza; io voglio l'alleanza francese, là voglio per interesse e per gratitudine, ma io non voglio il genio italiano tarpato e distrutto dalle istituzioni francesi, che nulla hanno che fare con noi. (Segni d'approvazione)

Vi dirò francamente che quasi mi sono sentito vergognare, quando intesi che un burocratico erasi mandato a Parigi, ad impararvi burocrazia, ed al ritorno di colui il nome di governatore si è mutalo in quel di prefetto. (Bravo) a sinistra)

Ascoltate, il tipo del sistema non è Francia; mandate, vale la spesa del viaggio, un vostro burocratico alla China, ed al suo ritorno il nome di prefetto sarà mutato in quello di mandarino. (Bene! a sinistrale ilarità generale)

Signori, facile è l'imitare, facile il deliberare ogni cosa uniforme; il difficile è inventare, il difficile è l'Uniformità coordinare colle diversità, onde sorga una vita armonica, vigorosa e bella.

A questo fine sublime vi vuole innata virtù di mente e pazienza per arte, tempo e lavoro;e queste qualità sono di pochi umani.

Ma, per Dio, il genio italico è stato sovrano inventore, non servile imitativo. Sorgete, e ditelo voi Galileo, Michelangelo, Dante, Vico, Archimede mio! (Bravo!)

Voi, sommettendo l'Italia alle istituzioni francesi, ferite nel cuore il genio italico, l'italica nazionalità, più che non sia, perché stranieri stanno accampati in qualche parte d'Italia. Il sacro fuoco rimane nel resto ad infiammare gli italici petti, è come gli stranieri sono stati cacciati da una parte, saranno cacciali dalle altre. Più che non sia"per le perdite che io sempre deploro di Nizza e Savoia. (Movimento) Io non comprendo che la babelica colpa uccise per sempre negli uomini la libertà di associarsi, o che le cime dei monti o gli alvei dei fiumi sono i fattori fatali delle sorti dei popoli.

Eppure vi sono che al genio italico danno ferite più fatali ancora; coloro i quali intendono ad introdurre in Italia le germaniche dottrine, perché allora la sua radice si colpisce, e si tenta di far morta.

I nostri grandi si sono sempre valorosamente opposti a questo scempio della scienza italiana; nei giorni nostri sii gloria a Romagnosi, Rosmini, Gioberti.

Cogl'islituti francesi da un canto, e le dottrine germaniche da un altro, noi avremo perduta la nostra nazionalità, mentre pare che la vogliamo acquistare e stabilire robusta e perenne.

A Santa Croce, su di uno dei monumenti de' Grandi, sta scritto:

Questo monumento fu eretto, affinché il secolo che per impeto d'imitazione mena a novità servile, potesse verso l'antica italica sapienza accendersi d'amore. ,

A Santacroce, e non a Santa Genoveffa, andate ad ispirarvi, o ministri. (Bravo! Bene! - Movimento generale)

Io volevo proporre un ordine del giorno che mirasse a mutar il sistema dell'ordinamento d'Italia, ma non lo farò, perché una maggioranza si raccoglierebbe da tutti i lati della Camera che lo respingerebbe. Potrei proporre un ordine del giorno su di un oggetto speciale, ma io non voglio mettere imbarazzi'

257 - TORNATA DEL 10 DICEMBRE

Mi si dirà: dunque perette avete parlato? (Si ride) Ho parlato per il motivo, per cui Chateaubriand diceva che parlava, essendo della minoranza: per influire sulla pubblica opinione ed attendere dal tempo che si rivolga favorevole alle mie idee, . Verrà il tempo che l'Italia mi farà giustizia. (Bravo! Segni di approvazione a sinistra)

PRESIDENTE. Il signor ministro d'agricoltura e commercio hafacoltà di parlare.

CORDOVA, ministro dell'agricoltura e del commercio. Scopo del mio discorso, o signori, è di dileguare alcune apprensioni che il mio onorevole amico, barone D'Ondes, ha concepite intorno alle cose della Sicilia, e di confutare al cune sue idee elio non sono le mie, e che per avventura non sono neanche quelle della maggior parte dei membri di questa Camera.

La prima apprensione che egli poneva innanzi si riferisce ai cosi detti privilegi ecclesiastici dell'apostolica legazia e della regia monarchia in Sicilia.

L'onorevole D'Ondes ricordava alla Camera come libertà della Chiesa non significasse che si debbano togliere i particolari privilegi che possono avere questa o quell'altra Chiesa.

Questa considerazione dell'onorevole oppositore avrebbe dovuto bastare per farlo convinto che i privilegi dei quali egli parla non erano in conto alcuno in pericolo. Egli poteva anche trovare un precedente che lo assicurasse in questa materia.

Dopo la ristaurazione del 1815, allorquando i due regni che componevano gli antichi dominii della casa di Borbone in Napoli furono riuniti sotto unico nome di regno delle Due Sicilie, fu fatto tra Pio VII e Ferdinando 1 un concordato, il quale abbracciava tutte le materie ecclesiastiche dell'unico regno, come allora chiamami, delle Due Sicilie.

Un fatto di unione si era verificato, o signori, non per volontà spontanea dei popoli, ma per uso della forza; e dopo questo fatto di unione la monarchia, stipulando per l'unico regno, faceva un concordato, il quale dichiarava provvedere a tutte le materie del diritto ecclesiastico del regno. In questo concordato nessun ricordo facevasi dei privilegi dell'apostolica legazia e regia monarchia, come nessun ricordo di essi si fece nel capitolato che il presidente del Consiglio ha depositato sul seggio della Presidenza.

Immediatamente dopo il concordato del (818, il tribunale dell'apostolica legazia e della regia monarchia riprese le sue funzioni in Sicilia, le continuò e le continua tuttora, senza che per questa parte veruna opposizione si sia fatta dalla Corte di Rema.

E quale è, o signori, li ragione di questo fatto ' La ragione ella è che il privilegio dell'apostolica legazia e della regia monarchia, che riflette quei vantaggi giurisdizionali della Chiesa siciliana, che furono ricordati dall'onorevole oppositore D'Ondes, è uno di quei privilegi che non provengono già da reciproche concessioni tra Stato e Chiesa, che non urta in conto alcuno il principio della libera Chiesa in libero Stato, ma è uno di quei privilegi che spettano alle chiese provinciali, privilegi che sono conservati in tante parli dell'orbe cattolico, sebbene non abbiano dappertutto la grande estensione che hanno nelle Provincie siciliane. Io mi ricordo di una pagina eloquentissima dell'illustre Gioberti, , il quale raffigurava la pluralità delle chiese provinciali con tutte le loro competenze e con tutte le giurisdizioni loro nell'unità della Chiesa romana coi sette candelabri dell'Evangelista. Egli con quella grande sua eloquenza e con quelle sue origini filosofiche e teologiche, faceva risalire la pluralità delle chiese provinciali nell'unità della Chiesa romana a quel simbolo.

La dimostrava poi con ampi testi teologici e con molte prove filosofiche. Più volte alcuni dottori della curia romana hanno procurato, di distruggere le competenze delle chiese provinciali per assorbir tutto, per poter disporre non solamente delle persone dei chierici, ma anche dei beni della Chiesa in tutte le parli dell'orbe cattolico, secondo il beneplacito romano; ma la Chiesa cattolica si oppose sempre a queste usurpazioni, le quali, come testé io rassegnava alla Camera, non furono in conto alcuno tentate in Sicilia, anche in un'epoca in cui, per effetto del Concordato del 18)8, pareva che la Chiesa romana ne avesse un certo diritto, riconosciuto dalli dinastia allora regnante in Napoli.

Così essendo, o signori; io non mi farò a ragionare, come di cosa affatto superflua, di quello che fossero i privilegi della Chiesa siciliana. Non ricorderò come essi eminentissimi e di grande entità negli andati tempi, perché assicuravano alla Sicilia quelle sorgenti di civiltà che ormai sono comuni a tutte le nazioni, hanno man mano, col propagarsi della civiltà, perduto la loro primitiva importanza. Non si trattava soltanto del non poter convocare i prelati a concilio, senza consenso dell'autorità governativa, pericolo il quale nei tempi presenti è molto remoto; non si trattava d'impedire la spedizione dei legati, per il qual divieto Federico II, il quale amava di verseggiare, quando furono spediti dei legati in Sicilia dal papa, che non ne aveva il diritto, ordinava che fossero arrestati con un emistichio in cui diceva: Omnes legati centoni huc usque ligati. (Ilarità)

Non si tratta più, o signori, di questo, perché legati non se ne spediscono più nemmeno da Roma. Si trattava di cosa ben più importante, si trattava che tutte le materie miste, in cui entrava l'interesse laico, l'interesse del Governo e quello della fede, che. gli studi, che l'istruzione pubblica, che gli stabilimenti di pubblica beneficenza trovavano un'autorità suprema di natura mista in Palermo, nella capitale della Sicilia, ed in conseguenza erano sotto la mano del Governo, quando in tutto l'orbe cattolico si contrastava tra la Chiesa e lo Stato, perché la Chiesa voleva avocare a sé l'insegnamento, l'amministrazione delle opere pie e cento e cento altre attribuzioni.

Per effetto dei privilegi giurisdizionali che erano dati alla Chiesa siciliana, gli assegni, per esempio, che si facevano sui benefizi ecclesiastici a favore dei seminari, erano stabiliti dal cosi detto giudice della monarchia, nominato dal re e non dalle congregazioni romane. Egli regolava gli studi dei regolari in modo che il Governo poteva servirsi anche delle scuole dei regolari per l'insegnamento pubblico; egli s'ingeriva, sino al 1814, nelle opere tutte di pubblica beneficenza.

Ma, signori, voi vedete, dall'enumerazione di questi fatti, che tutte queste cose, le quali erano un privilegio allora della Chiesa siciliana, sono conquiste che la civiltà ha fatto in tutti i paesi del mondo, perché non vi è paese, il quale sia alquanto inoltrato nella civiltà, che non si trovi oramai nel possesso dell'amministrazione laica degli stabilimenti di pubblica beneficenza, che non si trovi nel possesso dell'istruzione pubblica, e di tanti altri 'servizi che riputavansi religiosi o misti.

Non dico, o signori, che abbia perduto intieramente la sua importanza il privilegio della Chiesa provinciale di Sicilia; io vj dico che la sua importanza è menomata per l'opera del tempo, perché ciò che allora era particolare alla Sicilia, oramai è fatto comune a molte parti dell'orbe cattolico.

Ma ciò che preclude la via ad ogni dispaia è precisamente questo, che l'apostolica legazia e la regia monarchia di Sicilia non è compresa nei capitoli presentati dal barone Ricasoli più di quanto fosse compresa nel concordalo di Terracina del 1818.

258 - CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL 1861

Quando io ebbi a fare all'Onorevole presidente del Coniglio quella stessa osservazione, che oggi l'onorevole D'Ondes ha fatta alla Camera, egli prontamente e recisamente mi rispose che, trattandosi di privilegi e di attribuzioni di Chiese provinciali, non erano già rapporti Ira Chiesa e Stato che venivano a sciogliersi, quante volte essi capitoli fossero accettati dalla Corte romana, ma erano rapporti tra Chiesa figliale e Chiesa madre, erano di quei privilegi che stanno nella costituzione estrinseca della Chiesa romana, e che le chiese provinciali sostengono al bisogno anche evi l'aiuto dell'autorità politica:

A questo riguardo io desidererei che l'onorevole deputato D'Ondes allontanasse per sempre i suoi timori, tanto più che si tratta di cose rimotissime, poiché la Camera non è già sul punto di esaminare un concordato che siasi conchiuso e firmato colla Corte di Roma, ma si traila di capitoli, i quali non sono nemmeno giunti a Roma.

Dopo questa prima apprensione, o signori, l'onorevole deputato D'Ondes ne esternava un'altra relativamente alla luogotenenza. Egli rimproverava al Governo l'abolizione della luogotenenza di Napoli, e si mostrava in prave sospetto di ciò che potesse accadere per l'abolizione di quella di Sicilia.

I suoi rimproveri per l'abolizione della luogotenenza di Napoli cominciavano, a suo avviso, dall'essere fondati in diritto. Senza, pel momento, occuparsi della questione politica, egli si occupava della questione giuridica, e domandava quale facoltà avesse il potere esecutivo di abolire la luogotenenza di Napoli. Egli non trova questa autorità nelle attribuzioni del Governo.

Mi perdoni l'onorevole oppositore; ma io ho una convinzione totalmente diversa dalla sua. Io lo prego di considerare per questa parte quali sono i limiti che dividono il potere esecutivo dal potere legislativo. Trattasi di materia, nella quale egli è maestro. II potere esecutivo, egli stesso più volte lo ha dello, e in questa medesima seduta ne rivendicava tutta la latitudine e tutta l'autorità, non deve considerarsi come l'autorità dell'usciere e dell'apparitore, che eseguiscono le sentenze di un giudice, per cosi dire, materialmente con un atto verbale; il potere esecutivo prende la grande regola che impone il legislatore, e co' suoi regolamenti, colle sue ordinanze fa delle regole minori.

Di più il potere esecutivo ha delle attribuzioni separate e distinte dal potere legislativo, e l'onorevole D'Ondes desidera che mai avvenga confusione tra questi poteri per effetto di questa separazione.

Se è necessario che le ruote e i meccanismi coi quali opera il potere esecutivo siano perfettamente nelle sue attribuzioni, egli li può ordinare come meglio gli piace, sempre che per questo ordinamento non pregiudichi in punto alcuno diritti individuali, diritti di corpi morali riconosciuti aventi una personalità civile, dappoiché i diritti dei cittadini non si possono modificare altrimenti che per legge.

La giurisprudenza seguita non solamente nelle antiche Provincie del regno italiano, le sole che in esso abbiano una storia costituzionale moderna, ma anche in altri Stati costituzionali, è conforme a questo principio. Noi abbiamo veduto anche sotto il regno di Luigi Filippo, anche all'epoca in cui la Monarchia francese era costituzionale, ordinarsi, comporsi e ricomporsi non solo i Ministeri francesi, ma anche il Governo dell'Algeria, il quale qualche volta era concentrato, altra volta diviso, per ordinanze reali e senza opera della legge.

Il potere esecutivo ordina le ruote del suo meccanismo per ottenere quei risultati dei quali è risponsabile in faccia al Parlamento.

Ma, si dirà: perché quando si tratta di una legge comunale e provinciale c'è bisogno di recarla al Parlamento?

Signori, le leggi provinciali e comunali regolano i diritti e le attribuzioni e le competenze di poteri che hanno un'individualità propria, e che, per dir cosi, hanno per la loro nativa indipendenza una certa personalità che non potrebbe, senza offesa alla giustizia, togliere il Parlamento stesso. Spingo fino a questo punto il principio dell'autonomia comunale, e riconosco il potere municipale. Quando si tratta di restringere i diritti che hanno i comuni, quando sj tratta di restringere i diritti che hanno le provincie che sono riconosciute per legge, è necessaria, senza alcun dubbio, una legge. La provincia esiste, il comune esiste, voi potete esautorare l'una e l'altro, ma il potere esecutivo non lo può, perché la provincia è costituita in corpo morale, perché i comuni sono persone civili, di cui non può il potere esecutivo restringere i diritti per accentrarli in sua mano.

Ma se esiste il comune e la provincia, domando all'onorevole D'Ondes se esiste per legge il regno di Napoli. Non vi è legge che consacri l'esistenza delle provincie napolitane come uno Stato che debba avere un Governo.

D'ONDES REGGIO. L'esistenza della luogotenenza non significa l'esistenza del regno di Napoli.

CORDOVA, ministro per l'agricoltura e commercio. Mi lasci continuare.

Al contrario v'ha il plebiscito che è una legge emanata dal voto spontaneo di tutta la popolazione, la quaL legge ba posto fine allo stato, al regno di Napoli. In questo caso non abbiamo più un corpo morale, e le provincie napoletane, come tutte le altre provincie del regno, non hanno diritto ad una costituzione amministrativa propria. Non formano un corpo morale le provincie napoletane, come noi formano le provincie siciliane. Lo formano bensì, ciascuna per sé, la provincia d'Abruzzo Citeriore, o quella di Macerata, come ogni altra provincia. (Bravo! Bravo!)

In questa materia spingo la mia opinione più oltre che non faccia l'onorevole, mio collega il ministro di grazia e giustizia. Quando si trattò dei decreti di discentramento, egli, fedele conservatore della legalità, non volle che quei decreti, che il Governo avrebbe desideralo di spingere molto innanzi a beneficio delle provincie, varcassero i limiti che la Camera, a proposta dell'onorevole ministro Minghetti, avea imposto al potere esecutivo. Quindi, non ostante il suo desiderio, il potere esecutivo si restrinse nei limiti legali più rigorosi le Provincie esistevano per legge; il Governo portò i suoi scrupoli sino a credere che non potesse dar loro di più di quello che consentisse la legge. Trattandosi, non di restringere le attribuzioni, ma di allargarle, il potere esecutivo avrebbe potuto delegare, deferire ai prefetti attribuzioni anche al di là di quella cerchia, vale a dire delle materie per qui non occorre alcun parere del Consiglio di Stato, o decreto reale, che la Camera aveva imposto nel suo ordine del giorno sul finire della prima parie della Sessione.

Tale era il mio avviso, che non fu seguito dal Consiglio per troppa amore di legalità. Ma non trattandosi di provincie, ma trattandosi di luogotenenza, la cosa è tutt'altra.

Voi, signori, conoscete benissimo che la luogotenenza napoletana, come la siciliana, non era che un provvedimento

259 - TORNATA DEL 10 DICEMBRE

Signori, io colgo quest'occasione per portare la mia opinione in materia di luogotenenza, nella quale materia io credo che sta gran parte della spiegazione dei fenomeni che sono accaduti negli ultimi tempi nelle provincie meridionali.

La Camera mi permetterà, dacché in questa lunga discussione non ebbi mai a prendere la parola, di fare qualche considerazione in proposito.

I doveri che aveva presso il Senato mi imposero di star lontano dalla Camera per parecchi giorni di quest'importante discussione, ed io ho procurato di farmene un criterio leggendola nei rendiconti della Camera stessa.

Ora, la Camera conosce che ciò che si legge non fa la stessa impressione di ciò che si ascolta. Per me la parte della discussione anteriore a questi due ultimi giorni, in cui ho potuto essere presente ai vostri dibattimenti, ha avuto il carattere di un libro scritto. L'ho letta come si legge una storia.

Signori, io oserò manifestarvi qual è stata la mia impressione.

Io sono convinto che molti degli oratori i quali hanno sostenuta una parte rilevante in questa discussione, rileggendo più tardi la discussione stessa, non avranno un'impressione che porli in sé il massimo soddisfacimento.

Io ho potuto osservare, signori, questo difetto radicale nella questione stessa. Si è data un'importanza immensa alle persone, all'azione personale, a questa mosca senza ali che si chiama uomo, sia ministro, sia luogotenente, sia prefetto, quel che volete.

I legislatori del popolo, che è stato maestro della filosofia della storia, non mi pare abbiano posto in giusto rilievo la forza delle cause che producono certi effetti, perché non sono tanto gli uomini che producono le cose, quanto sono le cause permanenti, le necessità del tempo.

Non vi sorprendete, o signori, e perdonatemi questo giudizio che è sincero, se io ho osato portarlo alla Camera.

Si è parlato, ed era ben naturale, come parlano i partiti, non come parlano la filosofia e la storia.

Vi citerò qualche esempio. Permettetemi questo allontanarmi alquanto dalla risposta che io fu all'onorevole D'Ondes.

Non abbiamo noi inteso, per esempio, il deputato Bertani in aria trionfale dire alla Camera che sotto la dittatura non si era manifestato brigantaggio, che non si era ancora verificato quattordici mesi or sono, il che vuol dire al mese di ottobre, epoca del plebiscito?

Abbiamo inteso l'onorevole Minghetti sostenere che il brigantaggio non si era manifestalo già sotto il suo Ministero, ma bensì in epoca anteriore al plebiscito, sebbene fosse qualificalo col titolo di reazione dal signor Bertani.

Dimodoché, se questi fossero giudizi rigorosi della filosofia della storia, si verrebbe alla conseguenza che il brigantaggio è un partito politico che non vuole il barone Ricasoli, e si produce quando si traila di fare opposizione all'attuale Gabinetto. (Bene! Si ride) Eppure, signori, basta gettare uno sguardo sulla storia,

per ispiegare il fenomeno, sul quale tutti hanno ragione; e l'onorevole Minghetti, il quale dice che vi era brigantaggio in agosto, e l'onorevole Bertani, il quale assevera che non vi era in ottobre, e noi che diciamo, e tutto il mondo che sa, che è sorto e in maggio e in giugno. Dei cinquanta e più brigantaggi che conta la storia napoletana, senza rimontare all'epoca poetica di Salvator Rosa e prima, di questi brigantaggi di cui il Colletta disse che la prima volta se ne era veduto il fine nel 1810, dappoiché sono sempre stati abituati in quelle provincie, non ve n'ha alcuno che si sia prodotto nel mese di ottobre; tutti quanti si produssero in maggio ed in giugno. (Si parla)

E, senza ricorrere agli uomini, né al Gabinetto, né alla dittatura, né all'onorevole Minghetti, tutti quanti gli scrittori ne danno la ragione col dire che in autunno, quando le piante cominciano a impoverirsi delle foglie, ciò che più non permette ai briganti di nascondersi tanto facilmente, quando mancano i frutti della terra e comincia la rigidità del clima sui monti; il brigantaggio diminuisce, e poi poco per volta si estingue; mentre, al contrario, quando cominciano ad aversi i primi legumi e si verifica la prima maturità dei grani, il brigantaggio ricomparisce. (Movimenti diversi)

Signori, questa è la storia ideale, eterna del brigantaggio. (Bravo!)

Eppure si faceva di queste date un capo di recriminazione tra un membro distinto dell'opposizione, un antico ministro, ed il presidente del Gabinetto.

Signori, permettetemi di ragionarvi della luogotenenza. Che cosa è una luogotenenza? Non è altro che una separazione di territorio il quale è trattato con regole diverse dalle altre parti dello Stato che si trovano in condizioni normali, ed una unione di poteri i quali si trovano divisi tra i varii dicasteri nella sede del Governo, e che nella luogotenenza si trovano concentrali in unica mano.

Dunque una luogotenenza, per la sua stessa natura, è tutto ciò che vi ha di più contrario e di più opposto alla libertà ed alla unità di una nazione, perché libertà e nazionalità richiedono, come principale condizione, unione di territorio e divisione di poteri, e la luogotenenza è separazione di territorio ed unione di poteri. (Segni di approvazione)

Che si verifica in questo fenomeno che si chiama luogotenenza, perché anch'essa è un fenomeno che nasce dalla natura stessa delle cose?

Gli onorevoli medici della Camera mi permettano un esempio tolto dalla loro scienza, benché non espresso con parole tecniche. Io ho sentito sempre dire da loro che, dove vi è uu accesso morboso nel corpo, dove è lo stimolo del morbo, ivi vi è l'afflusso della vitalità umana, la natura riparatrice provvede in quel modo. Frattanto tutte le altre parti del corpo sono estenuate nello stato di malattia, perché l'afflusso della vitalità si produce nella parte morbosa. Ma una volta risanato il male, la natura stessa fa cessare questo afflusso, e la vitalità ritorna a distribuirsi equabilmente in tutto il corpo; lo stesso avviene nella luogotenenza.

Quando vi è un pericolo, una minaccia in un paese, si accumulano tutti i poteri in quel punto sopra una sola persona, perché questa persona possa agire con grande energia, subordinando ogni servizio a quello che più è urgente. Ne avviene che deve diminuirsi l'azione in molti affari, con incapito evidente di molti rami del pubblico servizio; come avvenne appunto nel nostro caso della luogotenenza generale, che molti affari sono andati assai malamente.

Siccome il ramo più interessante nelle circostanze nostre è stato quello della pubblica sicurezza, ogni altro affare era sacrificato alle cure della politica interna.

Ma, appena cessalo il pericolo, ecco che si fa sentire tosto più vivamente il male,

260 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

il danno di quel concentramento, ed il Governo si trova spinto dalle esigenze della conservazione del paese e della propria conservazione a far cessare quell'afflusso di tutti i poteri verso un solo fine, e a rimettere ogni cosa ne' suoi naturali confini.

Un illustre pubblicista, che da poco tempo è stato perduto dalla Francia e dall'Europa, De Tocqueville, in un celebre suo libro ha dimostrato che il bollettino delle leggi e di tutte le ordinanze possibili non può dare l'idea del come funziona un'amministrazione, del come funziona una società. Egli è andato a percorrere tutte le corrispondenze amministrative del secolo passato, ed ha fallo conoscere il vero andamento del reggimento amministrativo della Francia in quell'epoca, ciò che non era stato fatto ancora da nessun storico o pubblicista. Seguirò il suo esempio, poiché da segretario generale delle finanze e da ministro di agricoltura e commercio ho potuto assistere al giuoco delle luogotenenze; ho potuto vederle funzionare, ed ho impressa dentro l'anima mia l'incompatibilità loro con un Governo regolare, come ho la convinzione che quando s'istituirono erano veramente necessarie. Che cosa fece rispetto ad esse il Governo? Dal momento in cui vide che le Provincie napoletane erano in condizioni eccezionali, istituì una luogotenenza. L'attuale Gabinetto, credendo maturi i tempi per preparare un regolare ordinamento della cosa pubblica, mandò in quelle Provincie un allo funzionario, la cui luogotenenza ebbe un carattere eminentemente civile. Amministratore per eccellenza, questo alto funzionario cercava di ordinare i servizi in vista de' tempi normali che si speravano. Egli frattanto veniva alquanto sopraffallo dai pericoli della sicurezza pubblica, e allora alla luogotenenza civile dovette succedere una luogotenenza, diciamo la parola, militare, una luogotenenza che era anche più luogotenenza della prima, perché maggiore era il bisogno di rigore e di unità nell'amministrazione.

Ma poiché ben riusciva, l'uomo distintissimo che la rappresentava propose egli stesso e fu anche opinione del Governo che la luogotenenza dovesse cessare per entrare a piene vele nell'andamento regolare delle cose.

[CORDOVA. Ora analizziamo come funziona una luogotenenza.]

Ora analizziamo come funziona una luogotenenza.

Il luogotenente generale ha in sé tutti i poteri; naturalmente ogni uomo si preoccupa sopratutto delle questioni più urgenti e più gravi; la questione politica interna, la questione della sicurezza era evidentemente la gravissima delle questioni in quelle Provincie. Voi vedete allora manifestarsi questo fenomeno che tutti gli altri servizi rimangono subordinati a quel primo bisogno; tutto è fatto, in vista della sicurezza; il benefizio della divisione delle attribuzioni nei Ministeri, per cui ciascuno veglia, per così dire, col proprio egoismo all'andamento della parte d'amministrazione che gli è confidata, è interamente perduto. II giudice è nominato in vista della sua maggiore facilità ed energia, nell'opera dei giudizi penali. Le considerazioni che fanno eminente il magistrato 'civile sono dimenticate. L'agente forestale è naturalmente distolto dalle sue occupazioni, perché si ha in vista di adoperarla per il servizio della sicurezza pubblica. L'agente doganale si trova nella stessa posizione, e tutto è subordinalo a quello scopo primo, a quel punto in cui vi è il pericolo e al quale si vuole ovviare; ma appena il pericolo pare passato e svialo, che cosa avviene? Che tutte le altre parli del servizio, le quali sono state trascurate per quella considerazione di maggior urgenza, risentono il difetto di azione che vi è stato in esse e chiedono di rientrare nella propria normalità.

Allora, cessato il pericolo, è giusto che ogni Ministero riprenda le sue attribuzioni e faccia operare direttamente gli agenti che da lui dipendono per poter ottenere de' risultati in quella parte di amministrazione che gli è propria.

Tutto questo è nell'essenza stessa delle luogotenenze, e posso dirvi che l'esperienza mi ha insegnato che questioni della maggior urgenza, notizie di fatto importantissime per dimande che si facevano al Governo centrale, diedero occasione a scrivere e riscrivere centinaia di lettere, che restavano senza risposta.

È vero che il luogotenente generale era circondato da segretari generali per ogni dicastero. Ma la firma, l'autorità era in lui solo. I segretari siedevano con lui a Consiglio. Naturalmente nei Consigli della luogotenenza si portano io prima le questioni di sicurezza pubblica, si portano dopo le questioni di economia e commercio, di finanze; ma tutte le questioni secondarie rimangono subordinate alla prima. Le ore del Consiglio intanto trascorrono, le determinazioni degli altri rami di servizio sono aggiornate. Se voi volete esercitare un'azione sovra i segretari generali perché adempiano al servizio che loro è affidalo, si scusano, dappoiché il luogotenente generale non ha presa determinazione alcuna. Questi nelle sue funzioni eccezionali, per le quali riunisce' le attribuzioni di tutti i dicasteri, non può essere subordinato ad alcun ministro in particolare.

Quindi rimane inviolabile, «e può trascurare a suo beneplacito tutto ciò che non crede conveniente alla sua posizione.

Questo, o signori, l'esperienza v'insegna. Ma vi ha di più. Una luogotenenza generale non ha emuli, e l'emulazione è una delle più forti sorgenti d'attività nel servizio pubblico. Se un luogotenente generale vi dice: la tale operazione amministrativa è impossibile; voi potete opporre a lui mille ragioni, egli vi risponderà con altre mille e cinquecento più o meno ben fondate, ma non farà quello che gli ordinate. Quando invece ordinate ad un prefetto, l'azione amministrativa è rapida. Ancora, quando il prefetto vegga, s'accorga che un servizio gli riesce grave o antipatico, invece di presentare delle impossibilità di servizio, gli si risveglia l'idea dell'emulazione. Egli dice a sé stesso: ma, sei miei cinquantotto colleghi fanno, potrò io provare che la mia provincia sia in condizioni tanto diverse da tutte le altre del regno da giustificare la mia inazione? Potrò giustificare il mio non fare? L'emulazione quindi lo fa operare insieme a tutti gli altri prefetti, perché sa che non potrebbe scusare la propria inerzia. La luogotenenza generale, un segretariato generale di luogotenenza non ha bisogno di scuse, non ha controprova nelle operazioni che non fa; in conseguenza i servizi vanno a rilento.

Dal perché, una volta che una ruota più o meno importante dell'amministrazione pubblica è istituita, essa vuole funzionare con la massima latitudine possibile, né viene quest'altra conseguenza che il potere luogotenenziale tende continuamente ad esautorare i prefetti e ad attenuare le attribuzioni del potere centrale.

Ed in ciò, o signori, una luogotenenza per avventura è scusabile dappoiché è un bel dire che si possa fare di una luogotenenza generale una gran prefettura, ciò non è possibile; dacché essa comanda a più Provincie riunite insieme, si costituisce in essa un centro politico; e dal momento che ri è un centro politico, si costitusce accanto a lui un centro di opposizione. Questa opposizione agisce ed opera sopra un cerio numero di provincie che appartengono alla giurisdizione della luogotenenza. Signori, vediamo le cose come sono realmente, e non ipoteticamente come dorrebbero essere.

261 - TORNATA DEL 10 DICEMBRE

Tutti gli uomini mirano al proprio successo; è un desiderio molto onesto e certamente scusabile. Il successo dipende dagli applausi dei luoghi in cui si risiede, se non dal consenso intiero, almeno dal non aver una opposizione feroce che affetti la disapprovazione generale.

Le autorità che si trovano costituite in simili centri politici tendono naturalmente a concessioni, le quali possono essere contrarie allo scopo che ha in mira il potere centrale. Essi contromandano molte disposizioni del Governo centrale, e abbiamo veduti dei funzionari, che non avevano che una importanza minima nell'amministrazione alla quale appartenevano, elevali al grado di consiglieri o di segretari di luogotenenza, diventare refrattari assolutamente all'azione del Governo centrale, perché erano stati costituiti quasi come ministri. Avendo giurisdizione su un gran numero di Provincie, essi credevansi in possesso di un indirizzo generale politico e amministrativo; preferivano di dar consigli e di far opposizione alle disposizioni del Governo centrale, anziché di ubbidire; il quale, partendo da un punto di vista "superiore, avente rapporto cogli interessi di tutto il regno, aveva dettate le sue istruzioni per' ragioni alle quali i. consiglieri o segretari di luogotenenza non sapevano rassegnarsi.

Tanto nel mio segretariato generale delle finanze, quanto nel servizio dell'agricoltura e commercio, ho sperimentato moltissimi fatti di questo genere, e li potrei narrare, se non credessi sconvenevole il venire ai nomi proprii.

Si è arrivati sino al punto che alcune norme generali in materie le più delicate, come le monetarie, il servizio contabile e simili, trovandosi contrarie a norme anteriori date da quei governi locali e temporanei, non si volle comunicarle agli agenti inferiori. Dopo due o tre mesi si sono veduti sorgere reclami di prefetti, di funzionari inferiori delle varie amministrazioni, i quali dicevano: questo servizio non va. E si è dovuto rimproverare i funzionari che circondavano la luogotenenza, per non aver comunicale le disposizioni del Governo centrale, sol perché erano contrarie alle disposizioni erronee che essi avevano date.

Cessato il bisogno, era dunque urgente distribuire di nuovo i poteri secondo l'ordine delle materie, e non più tagliare l'autorità, per dir cosi, orizzontalmente, spezzando tutti i nervi ed i lendini della vita dell'amministrazione, ma dividerli come va divisa, verticalmente, vale a dire lasciare che il potere, partendo da unica sorgente, si stenda per tutti i suoi rami fino all'ultime estremità dello Stato. Questa, . o signori, è la necessità delle cose, né io saprei in conto alcuno consigliare a questa Camera di prolungare siffatte istituzioni anomale.

Quello che diceva in favore di esse l'onorevole deputato D'Ondes, infatti, non era certamente tal cosa da dover mutare i giudizi della Camera. Egli affermava che le luogotenenze erano state in Sicilia tale desiderio del paese, che più volte il paese stesso si era sollevato per la conservazione di esse. Io credo, al contrario, che le luogotenenze siano state cause di sollevazione, perché intorno ad esse costituivano dei centri politici. Ciò poteva giovare alla causa politica italiana quando vi era un regno d'Italia libera ed indipendente da costituire, ma sarebbe ora una cosa molto lontana dai desiderii di quelli che seggono in questa Camera, ora che non vogliamo certamente rivoluzioni contro il nuovo regno d'Italia. (Bene!)

Ma ho di più qualche altra cosa a dire. Non si possono confondere le luogotenenze del potere costituzionale con quelle del potere assoluto.

In questo, dove tutto si trova concentrato nelle mani del principe, la luogotenenza, tagliando l'azione malefica del Governo dispotico, può essere fino ad un certo punto una salvaguardia. In tal modo si è veduto qualche volta la luogotenenza generale di Sicilia, impedendo degli ordini troppo assoluti che partivano da Napoli, essere grata e giovare al paese, perché allora, ispirandosi ai sentimenti del paese stesso, opponeva una resistenza agli ordini dispotici che partivano da Napoli.

Tuttavia vi dirò che questa resistenza non fu sempre benefica al paese. Ogni qual volta si trattava d'interesse di certe competenze locali, di privilegi, come quelli delle contee inglesi, per servirmi degli esempi del deputato D'Ondes, la luogotenenza di Sicilia, che s'ispirava agli uomini che la circondavano nella capitale dell'isola, prestava servigi importanti a questa parte delle libertà politiche. Ma non era cosi quando si trattava delle questioni di eguaglianza; e l'eguaglianza civile è uno dei bisogni più urgenti del secolo presente, è una delle cose cui più aspira l'Italia.

Quando si trattava di questa, o signori? Quando il Governo borbonico per altre mire che non sono, quelle di un Governo libero, per le mire di Luigi XIV, di Napoleone I, tendeva a livellare tutto ciò che potesse avere sotto di lui una certa prominenza; spesso ancora, quando quest'azione livellatrice era benefica, si vedeva turbata dall'azione della luogotenenza generale.

Il signor De Cesare, parlando delle provincie meridionali, or ora ha dato una grande importanza alla quistione della divisione dei demanii. Io vi posso assicurare che l'azione esercitata dalla luogotenenza di Sicilia dal 1838 sino al 1818 fu una delle cause della rivoluzione del 1848. Che sia benedetta per aver prodotto una rivoluzione contro un Governo dispotico; ma, siccome l'azione sarebbe la stessa anche quando le provvisioni vengono da un Governo libero, cosi noi dobbiamo allontanarne il pericolo.

Nel 1838 Ferdinando II ebbe la velleità d'ordinare la divisione dei demanii di Sicilia. Le operazioni s'incominciarono verso il 1841 e si protrassero al di là del 1845.

In Sicilia tutte le prefetture preparavano quegli atti che la rivoluzione gloriosa del 1860 ha nelle provincie napolitane confidato ai commissari ripartitori. Ma tutti gli alti che si facevano dalle prefetture, arrivati nella sede della luogotenenza erano revocati ed annullati per l'influenza che esercitavano i grandi proprietari, i grandi titolari dei demanii in quella sede.

Dei magistrati, dei funzionari, i quali erano spediti da Napoli con lo scopo di agevolare queste operazioni demaniali, Uno dei quali avete veduto sedere senza portafoglio in questo banco, questi magistrati, dico, si vedevano ridotti all'inattività, e perché? Per la pressione atmosferica che ricevevano nel luogo in cui sedevano;' perché l'uomo non vive di solo pane; noi tutti amiamo l'approvazione di coloro che ci circondano, vogliamo che qualcuno ci sorrida; ed un magistrato, un pubblico funzionario che si veda, per la condizione degli interessi locali, sfuggito, e come posto in contumacia, che incontri l'avversione, l'esclusione, per dir cosi, dalla società, cede a questa fatale pressione d'opinioni, la quale è assai più forte spesso che l'azione degli stessi Governi dispotici. Questa azione si esercitava precisamente nella sede della luogotenenza siciliana contro la salutare operazione della divisione dei demanii. Dimodoché ne avvenne questo, o signori, che da una parte i proprietari si trovarono disgustati del Governo napoletano, che aveva ordinate queste operazioni benefiche all'agricoltura, e che avrebbero ristabilita la ricchezza nei comuni; da un'altra parte gli abitanti, che avevano applaudito a que' decreti, quantunque provenissero dal potere assoluto, si trovarono disgustati di averli veduti ridotti al niente dalla luogotenenza.

262 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Il malcontento fu dunque generale, e questo malcontento generale contribuì un giorno a partorire la rivoluzione del 1848, che d'altronde ha avuta la sua radice nei principi! liberali dell'isola e nel suo amore per l'indipendenza italiana.

La luogotenenza infine, o signori, tende ad esautorare, credetelo a me, . il controllo che nei Governi costituzionali è esercitato dal Parlamento; e quel deputato, il quale disse ch'egli riteneva che la responsabilità» di questo Gabinetto incominciava il giorno in cui fu abolita la luogotenenza napoletana, quel deputato ha detto una grande verità; perché, per quanto vogliate pretendere che un Ministero debba rispondere degli atti di un Governo separato da lui e che non sta sotto la sua mano, dentro la vostra coscienza, signori, vi ha qualche cosa che dice: ma che cosa poteva fare questo Ministero, se vi era là un'altra istituzione eccentrica, la quale non operava direttamente sotto la sua azione?

Naturam expellas furca, tamen ipsa recurret.

Il mio egregio collega il ministro della guerra, che è stato luogotenente generale in Sicilia, mi permetterà una rivelazione, che io non credo in modo alcuno possa pregiudicarlo, ma che conforta gli argomenti che io porto alla Camera.

Io gli ho sentito a dire, colla massima buona fede che distingue tutti gli atti suoi, che aveva ricevuto in Torino, prima di partire, delle informazioni intorno ad uomini ed alle cose di Sicilia da parecchi onorevoli deputati che aveva avuto il piacere di consultare, che poi aveva trovato in gran parte poco esatte, trovandosi nell'isola.

Signori, io credo intimamente alla buona fede del mio illustre collega; non feci alcuna postuma risposta a questa sua osservazione. Ma io diceva però? dentro di me con un presuntuoso riso filosofico, che mi perdonerete, che anch'egli era un fenomeno, che anch'egli aveva portato sul naso i vetri colorali della luogotenenza (Ilarità); poiché andando In quei luoghi era circondato da persone che, concordi nelle viste autonomiche, benché degnissime persone, avendo interesse di conservare un centro politico, lo allontanavano dal prestare una piena fede a quello che gli poteva essere stato suggerito da onorevoli deputati.

Ora, nel sistema costituzionale l'opinione più autorevole che si possa portare al Governo intorno ai destini di alcune Provincie, ai bisogni dei comuni, dei collegi elettorali, oltre quelle della stampa, dei Consigli comunali, dei Consigli provinciali, è quella dei deputati che sono i rappresentanti della nazione, che hanno il mandalo legittimo di rappresentare il paese.

Ma quando portano i loro consigli, i loro lumi al Governo centrale, questi lumi e questi consigli restano infruttuosi, finché durano i Governi locali, finché il Governo non ha in mano le redini degli affari. E state sicuri che per lo più le informazioni che vengono da questi Governi, circondati da un'atmosfera alla quale sono costretti di ottemperare, sono, secondo il mio avviso, molto meno imparziali di quelli che possano venire dagli onorevoli deputati che siedono in questa Camera.

I danni delle luogotenenze infine si riassumono tutti in queste parole: Governo viceregio; abbiamo veduto biblioteche di volumi, da due secoli a questa parie, di scrittori lombardi e scrittori napoletani esporrei mali dei Governi viceregii; tutti i danni delle Provincie meridionali d'Italia provengono dal Governo viceregio, che perde le sorti economiche di quelle parti d'Italia; ed io sono sicuro che il brigantaggio che durava da secoli, che, represso, risorge nelle Provincie napoletane, potrà essere compresso dall'autorità pubblica, ma che non lo estirperà né il Ministero dell'interno,

né l'amministrazione della pubblica sicurezza, se non temporaneamente, all'oggetto di conservar l'ordine per quanto è possibile; ma i Ministeri che lo estingueranno, come diceva l'onorevole De Cesare, sono quelli dei lavori pubblici, dell'agricoltura e commercio, e dell'istruzione pubblica; quindi desidererei vivamente che tutti gli inceppamenti che possono frapporsi all'azione di questi Ministeri cessassero nel più breve termine possibile.

L'onorevole D'Ondes non era bene informato quando diceva che dei servigi che dipendono dalla luogotenenza di Sicilia, alcuni essendo stati staccati intieramente, altri staccati in parte ed altri conservati alla luogotenenza generale di Sicilia, vanno pessimamente quelli che sono intieramente staccati, mentre quelli che sono per metà staccati vanne un poco male e un poco bene, e quelli che non sono punto staccati vanno benissimo.

Posso assicurare l'onorevole D'Ondes Reggio e confermare la mia asserzione colle carte che stanno, in ogni Ministero, che tutti i servizi vanno malissimo, tranne quello dei lavori pubblici, che si vede andare passabilmente bene, appunto perché riceve direttamente gli ordini dal Governo, perché il Ministero che ne dispone agisce fuori la pressione delle influenze locali.

Cosi stando le cose, non giova ricorrere alla ragione della differenza dei climi. Questa dottrina di Montesquieu non è più in questo secolo tenuta nell'alto pregio in cui la teneva il secolo scorso, e non è applicabile alle varie frazioni del territorio italiano; il nostro territorio non è abbastanza vasto per l'applicazione di una simile teoria. La diversità che s'incontra fra il Torinese ed il Siciliano è assai minore di quella che passa fra gli abitanti dell'Alsazia, che sono Tedeschi, ed i Provenzali, che sono quasi Italiani. Ciò non ostante sono stretti da quella unione che costituisce la grande potenza della Francia. Né vale citare l'esempio dell'Inghilterra.

Le discrepanze che esistono nella legislazione inglese sono universalmente riconosciute come assurde, e l'opera dei legislatori inglesi tende costantemente a farle sparire; se nella Camera dei pari ed in quella dei comuni trovansi rappresentanti d'origine diversa, forsechè tutte le riforme elettorali che colà si fanno non tendono a cancellare queste differenze? Se l'Inghilterra dovesse costituire quest'oggi il suo Parlamento, non farebbe ella sparire tutte queste screziature per costituire la sua rappresentanza sopra la base comune di rappresentanza della nazione intera? (Bravo!)

Questi esempi molto meno si devono citare in un momento in cui si vedono gl'Irlandesi reagire, appunto perché educati e formati sotto un Governo staccato da quello d'Inghilterra, contro le armate britanniche. (Segni d'approvazione)

Desidereremmo noi forse di vedere le popolazioni siciliane reagire contro l'armata del regno d'Italia, il giorno di battersi contro l'Austria? (Bravo! Bene!)

Signori, cessino una volta queste divisioni, queste difformità che sono sorgenti di vere dissensioni e cause di danno duraturo, permanente nel paese. Cessate nel tempo stesso, io. vi prego, dal considerare mai più il brigantaggio come un atto di opposizione al barone Ricasoli. (Si ride)

Date determinate condizioni, voi avete questo prodotto che si chiama brigantaggio. Dato un paese montuoso, che questo paese si chiami Calabria od Abruzzo, che si chiami Catalogna o Navarra, che si chiami provincie basche o napoletane, non importa; dato questo paese montuoso, con educazione molto superstiziosa, senza strade vicinali interne, ma con grandi strade che lambono le falde dei monti, sulle quali possono discendere i ladri, e dalle quali possono risalire ed occultarsi prontamente;


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263 - TORNATA DEL 10 DICEMBRE

dato questo terreno, seminate in esso un po' di repubblica, un po' di dinastia di don Carlos, di dinastia Murai, di dinastia don Miguel; fate dei partigiani, i partigiani diverranno briganti.

Il brigante sia. al ladro, come il corsaro sta al pirata. Il brigante non è altro se non un ladro legittimato da una patente.

Quando vi ba un pretendente, risieda esso in Sicilia (come risiedeva all'epoca del decennio) od altrove, il quale spedisca dei diplomi a colui che liba il sangue nel teschio de' suoi avversari liberali, e lo considera come uomo politico, allora questo assassino prende un'aria fiera, crede d'aver l'approvazione d'una certa quota dell'opinione pubblica, si presenta al prete, si presenta al vecchio codino che si vuol atteggiare a borbonico (Si ride) e darsi un carattere politico, e l'assassino, divenuto brigante, ne ottiene più per violenza che per vera complicità i mezzi di sussistenza e l'asilo.

In tal modo il brigantaggio si verifica. Seminate, io dico, di tal seme in tale terreno, voi. avete il prodotto brigantaggio. Quando si distruggerà questo prodotto?

Quando si otterrà quello che il capo del Gabinetto si studia con tutte le sue forze di ottenere, vale a dire l'allontanamento da Roma di colui che concede ai briganti la patente di legittimità. (Vivi applausi dei deputati e dalle gallerie) Quando si otterrà quello che gli altri dicasteri s'impegnano d'ottenere, vale a dire solcare di strade questo territorio, , diboscarlo, coltivarlo; cose le quali si. otterranno col tempo, abbenché non bisogni certamente aspettare tanto, a lungo, per ottenere che cessi il brigantaggio, che cessino gli assassinati dalle condizioni in cui si trovano attualmente, il che sarà opera del ministro dell'interno e della sicurezza.

Io parlo dell'estinzione intiera dì quel male in modo che non si riproduca mai più, come si è riprodotto sempre dai tempi di re Manfredi, quando si disputavano i re legittimi coi bastardi di Svevia, a quelli di Ferdinando d'Aragona e a tutte le epoche seguenti.

Per ottenere che non rinasca mai più, o signori, ci vuole la rivoluzione economica, la quale non può essere ritardata che dalle discussioni dei partiti che si prolungano sempre con danno dei popoli. (Vivissimi applausi da destra, dal eentro e dalie gallerie)

PRESIDENTE. Il deputato Miceli ha la parola.

MICELI. Signori, io dovrei dolermi, eppure mi compiaccio di essere tra gli ultimi a trattare le grandi questioni che da nove giorni qui si dibattono.

Ho udito i ministri ed i più strenui difensori della loro politica. I primi, con tuono franco e sicuro, han detto concordemente che le condizioni d'Italia non siano quelle che i deputati dell'opposizione asseriscono; che le sue sventure non siano quali e quante noi le rappresentiamo; ch'è inevitabile l'esistenza dei mali che si ba ragione a lamentare; che unico rimedio per essi sia il tempo; e che il Gabinetto di nulla si pente, ed in nulla ha ragione di mutare, tanto nella politica estera, che nell'interna.

Ed or ora ho udito, con immensa sorpresa, dall'onorevole ministro Cordova, che tra le grandi cause del brigantaggio che insanguina le provincie napoletane siano i burroni delle montagne e le fronde che vestono gli alberi nel mese di giugno!

Io dirci, o signori, che questo è un modo troppo derisorio d'indagar le origini di una piaga si maligna che ammorba quelle contrade, se la stessa prodigiosa sicurezza che mostrano i signori ministri, se la leggerezza degli argomenti con coi pretendono calmare l'ansietà di quest'Assemblea e del paese,

non fossero la più gran prova che essi non comprendono la gravità della posizione in cui siamo, e che la vera e precipua sorgente dei nostri mali è lo sciagurato sistema con cui essi han governato e si ostinano a governare.

L'indirizzo della loro politica è falso; esso è fondato sull'errore; e quando la base è viziata, l'edificio crolla; quando il veleno è nella sorgente, le acque che ne partono recano dovunque l'infermità è la morte

I più riputati campioni del Ministero, malgrado la loro innegabile devozione agli uomini ed alla causa che propugnarono, sono stati costretti a confessare che gravi errori si sono commessi; queste confessioni, loro strappate dall'evidenza de' falli e dei pericoli, e gli stessi ordini del giorno proposti dalla destra di questo Parlamento, nei quali i consiglieri della Corona sono oppressi da preghiere e da consigli, provano a chiara luce che la loro politica è erronea. Ed io aggiungo che gli errori sono tanto gravi e funesti, che, se non si fa sosta, e subito, nella via che si corre, noi andremo a rovina.

Signori, duolmi che per poco debbo alzare il velo del passato, perché la politica del presente Gabinetto è continuazione della politica del Gabinetto anteriore. Nella vita di questa politica, io prego voi, rappresentanti del popolo, di volere ben rammentare che nel primo stadio il Governo, con audacia straordinaria, con ardimento che fece tutti stupire, dichiarò la guerra alla rivoluzione, che avea salvato l'Italia e realizzava il secolare desiderio della sua unità. Il Governo cominciò il suo armeggiare, dirigendosi apparentemente solo ad una limitata classe di patriotti, ch'ei chiamava perturbatori ed instancabili nemici dell'ordine. In quell'epoca i paladini della tribuna e del giornalismo ministeriale vedeano. che il campo di battaglia era occupato ancora dai volontari che da Marsala a Capua aveano portato trionfante il vessillo d'Italia; non osarono di scoprirsi, ed aspettarono. Intanto, gittando in mezzo al popolo la vaga frase di perturbatori e nemici di ogni Governo, crearono un fantasma che confuse gli ignoranti e li riempi di paura, e cosi preparavansi il terreno per l'avvenire, che giunse ben presto. L'Italia meridionale era liberata da un esercito di eroi; bisognava dichiarar la guerra a questo esercito caro alla nazione, circondato dal prestigio di splendide vittorie, guidato da un capo che era l'idolo di tutti e proclamato il redentore d'Italia La guerra fu dichiarata ed intrapresa.

Signori, quello fu un atto di tale ardimento, che fa meraviglia come potesse concepirsi. Un esercito che aveva liberalo dieci milioni d'Italiani con la bandiera della monarchia di Savoia, fu dai ministri di questa monarchia disciolto, quando non aveva ancora asciugato il sudore delle battaglie, quando erano ancor calde le ceneri di mille prodi morti rendendo onorata quella bandiera dov'era scritto: Italia e Vittorio Emanuele'.

L'onorevole ministro della guerra l'altro ieri diceva: l'esercito dei volontari non fu sciolto, ma si sciolse da sé, perché, finita la guerra e cessato l'entusiasmo, i volontari non avevano ragione di esistere» Cosi rispondeva agli onorevoli deputati Pisanelli e Mancini, che avevano segnalalo quel fatto come grave errore, cagione di scontento estremo nelle Provincie meridionali. No, i volontari non si sciolsero, ma furono sciolti con cento arti e cento insidie; no, l'entusiasmo non era venuto meno; essi dicevano Roma e Venezia, attendeano la nuova guerra, cui voleano presentarsi ben istruiti ed avvezzi ad ogni genere di fatiche. Mentre il paese bramava vicina l'ultima guerra, e gridava armi ed armali, e mentre il Governo ripetea lo stesso grido, si gittavano dei milioni per istrappare le armi dalle mani di quei che le avevano si strenuamente adoperate; i volontari erano dispersi,

264 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

e Garibaldi, deposta la dittatura, andavane solitario a Caprera.

Ecco, o signori, la prima e grandissima causa del malcontento delle provincie napoletane, malcontento che di giorno in giorno fu alimentato da nuovi errori e nuove offese da parte del Governo che con tanta fede ed entusiasmo aveano proclamato. Ecco la vera sorgente del brigantaggio, che senza ciò o non avrebbe giammai alzalo minacciosa la testa, o sarebbe mancato al suo primo levarsi.

Il Governo continua ciecamente la sua opera, e vuol compiuto trionfo sulla rivoluzione e su quei che l'avevano rappresentata.

L'un passo chiama l'altro; e nell'ebbrezza della prima vittoria, anzi mentr'essa era ancor preparata e non compiuta, sfida l'opinione pubblica con un atto più avventato ed imprudente; dove reggeano Garibaldi ed i suoi più fidi manda a reggere i più noti nemici di Garibaldi. Quelle popolazioni ne rimasero attonite, non sapeano comprendere le cause di avvenimenti si strani, ma notavano con amarezza l'ingratitudine di cui erano segno il loro liberatore e gli uomini cui primi aveano visto accorrere nei pericoli a porger loro fraterno soccorso.

Non passa molto, ed il Governo, quasi incalzato da un genio maligno egualmente funesto a lui ed all'Italia, chiama a capo delle amministrazioni e delle magistrature del paese gente o ignota o odiata, e mette in disparte i patriotti che da anni aveano combattuto l'assolutismo borbonico, ed erano stati forti nelle sventure e nei pericoli, modesti e generosi al potere.

Questo oltraggio, che si compie su tutta la superficie dell'antico regno, desta l'ira di tutti, la quale cresce col tempo per nuove offese patite e nuove speranze deluse. Ecco le cause del malcontento: la depressione dei buoni, l'innalzamento dei tristi.

Poteva il Governo, aveva egli diritto di procurarsi la fiducia del paese, se questo vedeva compiere ogni giorno sì gravi ingiustizie? La questione del personale nei paesi che si liberano dalla tirannide per mezzo di sanguinose lotte è questione di principale importanza.

Il patriottismo, o signori, bai il Suo orgoglio, il suo legittimo orgoglio, e chi s'attenta di offenderlo, dà luogo a reazione ed a vendetta. Signori, i popoli del mezzogiorno, liberati dall'oppressione dopo dodici annidi patimenti durissimi, dopo una guerra fratricida, dopo aver visto i nostri campi da Calatafimi al Volturno seminati di ossa d'Italiani caduti per mano d'Italiani, si son visti con raccapriccio condannali a subir la legge dei loro nemici, che erano pure i nemici della patria, e non poteano che raddoppiar nell'odio contro i premiati carnefici dei loro fratelli, contro le spie che aveano vituperato il paese ed ora soprastavano e deridevano le vittime! Né ricordo fatti speciali e non cito nomi; potrei ricordarne e citarne moltissimi; ma con questi fatti, come si vorrebbe ancor dubitare sulle cause e sulla intensità del malcontento che agita le provincie napoletane?

Altre offese furono recate all'Italia, e con particolarità alle contrade del mezzogiorno, da alcune illiberali e pericolose massime di politica esternate dal Governo financo nel recinto di quest'aula; massime, il cui eco funesto risuona sempre come un'accusa al Governo, e lo disereda da ogni avanzo di fiducia. Ne ricordo una sola, per esempio. L'onorevole deputato San Donalo, un giorno reclamò i riguardi del Governo a prò degli ufficiali, che al potente invito di Garibaldi vergognaron di essere parricidi all'ombra della bandiera borbonica, l'abbandonarono ed offrirono il braccio e la vita all'Italia.

Il presidente del Consiglio rispose: gli uomini che han mancato ad un Governo sono pronti a mancare ad un altro. Massima riprovevole, perché non fa distinzione Ira Governo tirannico e libero Governo! E con ciò quasi mettea lo stigma di traditore sul fronte di uomini onoratissimi, che, trascinali da magnanimi pensieri, con sublime risoluzione spezzavano ogni legame coi nemici della patria, e correvano anch'essi a liberarla col sangue. Giuseppe Garibaldi, che si intende alquanto di patriottismo e di onor militare, chiamò eroi coloro che al barone Ricasoli parvero traditori, ' e li abbracciò come padre al cospetto della nobile popolazione di Palermo, che nel colmo dell'entusiasmo li portava in trionfo! Parlo, o signori, di Amilcare Anguissola e de' suoi compagni che il Governo ha gittato nel nulla, mentre il loro ardimento gittò lo scompiglio nell'esercito del Borbone, e tanto contribuì perché un pugno d'uomini rivoluzionassero un regno di dieci, milioni, e rovesciassero un soglio occupato da sei generazioni di principi di una delle più potenti dinastie d'Europa.

Voi, o signori ministri, oltraggiando quei generosi, oltraggiale il paese, il quale ama quegli uomini, ricorda l'ingiuria che soffrono, e se ne ricorderà finché non sia interamente riparata.

Non si avvide il presidente del Consiglio che egli con quelle parole assumeva un contegno da nemico anche coi valorosi che nel 1848 abbandonarono sul Po le insegne del bombardatore di Napoli e sostennero l'onore delle armi italiane in Roma ed in Venezia. A che, o signori ministri, due pesi e due misure in fatti simili? Imprimete lo stesso stigma anche sul fronte di quei valorosi, parecchi dei quali ci onoriamo di aver colleghi nel Parlamento. Signori, nei giardini pubblici, di Torino è innalzato un monumento a Guglielmo Pepe, se noi sapete, io vi dico: egli fu il capo di quei ribelli! or via, urtiate nel fango la statua del gran patriotta e guerriero, o come i ribelli del 1848 sieno trattati i non meno generosi del 1860. (Bravo! Bene! a sinistra) Con questi fatti, che rivoltano la coscienza di ognuno, qual fede potete voi attendervi dal nostro popolo?

Signori ministri, voi avete un programma che è la più flagrante contraddizione. Voi dite: vogliamo Roma e Venezia; non vogliamo la rivoluzione. Non sapete voi che voler conquistare Roma e Venezia significa voler compiere una immensa rivoluzione, una rivoluzione grande quanto la rivoluzione francese, e forse più grande pe' suoi finali risultamenti? Voler Venezia significa scacciare l'impero germanico, che da tanti secoli schiaccia l'Italia, che non ha potuto mai liberarsene; voler Roma significa distruggere il dominio temporale dei papi, la più antica, ed un tempo la più venerata istituzione d'Europa; significa gittar via dal seno dell'Italia quella permanente causa della divisione della nostra patria, di cui lagnavasi Machiavelli, costituire l'Italia su nuove basi, modificare le fondamenta del diritto pubblico europeo. , sostituendo razionali principii di giustizia agli interessi di uno Stato, di ma casta, di una dinastia; applicare nelle relazioni internazionali e nell'assetto nuovo dei popoli le feconde conseguenze di quei principii. Ebbene, volete compiere un si vasto programma e cominciate col bandire il mezzo che solo può condurvi allo scopo?

Questa è contraddizione evidente, perché la logica e la storia prescrivono che non ài compie una gran guerra di libertà e d'indipendenza, senza le forze di tutto il popolo che deve rivendicare i suoi diritti. Questa contraddizione nel programma della vostra politica è la vera causa che ci fa indietreggiare nelle speranze di aver Roma e Venezia: ecco la ragione per cui siamo deboli all'estero, e la Francia non ci ascolta; ecco la ragione per cui imperversa il brigantaggio nelle provincie napoletane, e, piaga peggiore del brigantaggio, l'indignazione del popolo è contro di voi,

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e va sempre crescendo; né sapete, né potete rimediarvi.

Volete Roma; e, mentre vedete il misero fine delle vostre pratiche diplomatiche, impedite che gl'Italiani protestino contro l'occupazione francese, esprimano al cospetto della Francia e del mondo la coscienza del loro diritto e delle violazioni onde lo veggono colpito. Calpestale la Costituzione, impedendo le proteste con raggiri, minaccie e violenze. Io reclamai presso l'onorevole primo ministro in nome di alcuni abitanti e del Comitato di Piediluco: il signor ministro mi dichiarò francamente che la protesta non poteva impedirsi, non essendo vietata dalla legge. Io pubblicai queste dichiarazioni coi giornali, e dopo quindici giorni si commettevano violenze per impedir la protesta in Concordia di Modena, si metteva in ritiro il direttore delle dogane di Siracusa, cassiere del Comitato di provvedimento, ed in Palermo, impedita la protesta contro la Francia, si destituiva dal suo impiego l'onorevole deputato Friscia, perché aveva osato protestare contro la condotta del Governo.

Se la Costituzione implica rispetto alla legge ed all'opinione pubblica, mi dicano i signori ministri come fu rispettala l'una e l'altra nella destituzione di un patriotta onorato, che aveva reso i più segnalati servigi al paese nel 1848 e nel 1860 ed in dodici anni di operoso esiglio. Giacché mi è venuto sulle labbre il nome di Friscia, io non posso a meno di ricordare con somma meraviglia le parole che nella ternata di ieri proferiva sul proposito il signor ministro della guerra.

Egli disse che destituì l'onorevole Friscia, perché l'impiegato deve servire un sol padrone, e deve fare ciò che il padrone vuole... (Con calore) ciò che il padrone vuole!... ed in che altro consiste mai il despotismo? Se la volontà del padrone è il solo criterio della condotta di un impiegato, a che chiamarlo impiegato? Chiamatelo schiavo] sì, francamente schiavo! (Bravo! a sinistra) Se un impiegato deve aver come sua regola la volontà, il capriccio di un padrone, a che parlare di Coscienza, di legge, di onore? Dunque un impiegato ha la sua coscienza e deve rinunciarvi; conosce le leggi e deve violarle; comprende l'onore e deve calpestarlo, perché il suo capo lo vuole! (Bene', bene!) Lo schietto despotismo Don consiste ne più né meno che in questo; si il despotismo e non l'assolutismo, perché nei Governi assoluti vi è pure un Codice di leggi che anche l'impiegato ha diritto d'invocare in sostegno del suo dovere. E poi qui in questa Camera ci si parla di padrone!

Signori, noi amiamo e rispettiamo l'augusto Capo dello Stato, il delegalo supremo della nazione; ma noi che or ora usciamo da una guerra in cui ci siamo uccisi Italiani ed Italiani; noi che dopo tante generazioni di lolle abbiamo finalmente acquistalo la sospirala libertà, non riconosciamo padrone in chicchessia, ed a aborriamo di esser chiamati servi;. noi che abbiamo l'orgoglio di essere e di voler esser sempre liberi cittadini. (Bravo! a sinistra- Applausi dalle tribune)

Signori, io respingo questa teoria immorale, e sperò che giammai più, né ministro, né deputato, né cittadino italiano, oserà di pronunziare n$ in pubblico, ne in privato simili parole.

Dite di voler Venezia; ma giacché non abbiamo 300000 soldati per liberare quei nostri fratelli, che cosa fate, o signori ministri, per mostrare ad essi il nostro amore? Che fate pei Romani, pei Tirolesi, per gli altri Italiani che non sono ancora nella nostra famiglia? Istituite una Commissione di sussidi, e ne fate una succursale delle questure; quei che parlano in modo che a voi dispiaccia, li mandate in Sardegna, nella Caienna degli Italiani, che sono peranco stranieri in Italia!...

Avete proclamato innanzi al mondo che Venezia è nostra, ci onoriamo di essere colleghi in questo Parlamento di illustri patriotti veneti e romani, e poi le migliaia di esuli non partecipano ai diritti dei pochi! Eppure essi han largamente versato il loro sangue per l'Italia da San Martino a Capua ed a Gaeta. Conosco, tra tanti, che ora è superfluo nominare, due valorosi e dotti ufficiali di marina veneti, già tenenti sin dal 1848, Sandri e Marini: che ne avete fatto di costoro, signori del Governo?

Erano lenenti di marina e furono capitani di artiglieria il 1848 e 1849. Dopo dodici anni di onorato esilio, dopo segnalati servigi resi all'Italia nelle campagne del 1859 e 1860, . sono ancora tenenti, mentre i loro compagni che non vollero lasciare le bandiere dell'Austria occupano tutti gradi superiori. Questo importa, in grazia del nostro Governo, aver, animo italiano e non austriaco; questo è il modo in cui si provvede all'avvenire del paese, mentre sanno i ministri che molli Italiani militano ancora nella flotta e nell'esercito dei nostri formidabili nemici! Signori, siate più giusti ed umani con i nostri fratelli emigrati: essi Sodo Italiani al par di noi, ed oltre ai diritti a noi comuni han più di noi il sacro diritto che dà una nobile sventura.

Signori, per non abusare della vostra benevolenza, affretto il termine dei mio discorso, quantunque avessi a dirvi moltissime altre cose.

La politica del Governo è la principale cagione dei nostri mali; essa, avendo generalo lo sdegno ed il malcontento delle popolazioni, ha prodotto il brigantaggio, che preoccupa il pensiero di ognuno cui sian care le sorti del paese.

Come estirpar questo cancro? I signori ministri han parlato con compiacenza di 50000 soldati che nelle provincie napoletane combattono il brigantaggio! Io fui colpito da sommo dolore udendo quei detti 50000 soldati del nostro esercito che dovrebbero esser sul Mincio a fronteggiare l'Austriaco, son condannati ad una guerra aspra e terribile più di ogni altra guerra! Avete voluto, signori ministri, soffocar la rivoluzione ed avete procurato l'anarchia. Era legge fatale, e dovevate comprenderla. La rivoluzione ha salvalo finora l'Italia; non abbiamo compiuto gli estremi sforzi, non superati gli estremi pericoli per costituirci; la rivoluzione sola può salvarci ancora e dar compimento all'opera sì felicemente condotta allo stato in cui lasciavala Garibaldi partendo da Napoli il novembre del 1860. La rivoluzione, guidala dalla monarchia, non spaventa né può spaventare alcuno; le contrarie apprensioni non sarebbero fondate. Il Governo italiano deve adunque mutar di politica; sostituisca alle diffidenze nei patriotti la piena fiducia in essi. La diffidenza, facendogli abbandonare e contrariare i patriotti, lo gittava inevitabilmente in braccio ai borbonici. Non un sentimento di malintesa conciliazione determinava questa strana ed ingiustissima condotta; si sarebbe stato conciliativo anche coi democratici che sorpassano la politica del programma Garibaldi, o almeno coi democratici che nello stesso terreno del programma comune sono avversari al Governo riguardo alla scelta dei mezzi. Bisogna dar bando per sempre a così rovinoso sistema.

Il Governo non comprende queste supreme necessità del paese, egli è ostinato nelle idee e nelle vie che ci han condotti nelle critiche circostanze in cui versiamo.

Il paese dev'essere rianimato dal soffio vivificatore della libertà

266 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

La storia di Napoli nei principi! del secolo ci dà il più eloquente insegnamento. Sotto il primo Napoleonide, i Borbonici, insorti nelle Calabrie, vinsero prima i generali Regnier e Verdier; più tardi Massena, il prediletto figlio della vittoria, toccò solenni sconfitte, e le ossa di 55000 Francesi vedeansi sparse nelle gole di Campetenese e del Umido, presso Santa Eufemia ed Amantea. Il brigantaggio pareva invincibile; e Parafonti e Benincase sapeano sfidare i veterani dell'impero, cui avevano altrove ceduto tutti gli altri eserciti d'Europa. Murai volle distruggere i nemici del suo trono; si affidò interamente al suo partilo ch'era numeroso e potente, nel paese, ed in poco tempo con poderosi sforzi raggiunse lo scopo. Ciò che fece con le forze del popolo un re straniero che parlava in nome del diritto di conquista, nol potrà un Governo nazionale, chiamalo dal voto spontaneo dei popoli? L'armamento generale circonderebbe da per sé stesso e senza operazioni strategiche i nemici della unità, i devastatori del paese, gli sgherri del Borbone e del papa. Il popolo si libererebbe da sé dalle sventure che l'opprimono, e riacquistala la pace sarebbe pronto ad accorrere agguerrito a combattere le ultime battaglie della nostra indipendenza. Soddisfatte le legittime esigenze del partito patriota, nesso a segno il partilo avverso, armato e pacificato il paese, si avrà la leva e si riscuoteranno le imposte, cesserà lo scontento e si apriranno dappertutto nel paese le sorgenti della vita sociale, ora arrestata da si grandi disordini, da si tristi calamità

Dalle stesse diffidenze provenne la smania di unificar tutto, sforzando le cose bruscamente in una via in cui non poté vano entrare, o, entrandovi, agire con efficacia e senza pericoli. Le innovazioni non determinate dall'urgenza sono perniciose, ora che gii sforzi del paese debbono dirigersi a meta più alta ed importante, cioè provvedere alle necessità che possibilmente c'incalzeranno dal di fuori.

Ma non a voi, signori ministri, è dato compiere questi fatti. Ministri di un Principe eletto dal voto universale, rinegaste la rivoluzione da cui eravate sorti; voleste soffocarla, mentre era nostro debito condurla; voleste opporvi alle imperiose leggi dei morali bisogni, che, contrariali, reagiscono, e tra le altre rovine fanno pur quella di coloro che osarono contrastare il legittimo loro corso. La vostra prova è fallita: conoscetelo nei mille ostacoli che vi attraversano il cammino, nella diffidenza generale con cui si è dalle popolazioni risposto alla vostra diffidenza in esse. Ed a chiunque a voi possa succedere, io dico che seguir la via in cui voi siete cieca; mente camminali, è tradire le speranze del paese, è condurlo alla rovina. Voi siete uomini coscienziosi, e giacché senza aver la fiducia della nazione è impossibile governare, farete opera di verace patriottismo, se anche nella convinzione di fare il bene, lasciale farlo ad altri che ispiri la confidenza da voi distrutta in ogni animo, e che non è dato a voi ridonare.

PRESIDENTE. La parola è al deputato Saffi.

Voci. Ai voti! ai voti! La chiusura!

SAFFI. Al termine al quale è giunta la discussione, innanzi alle supreme necessità in cui versa il paese, nelle condizioni gravissime per le quali esso aspetta provvedimenti e fatti più che parole da noi, io credo di fare opera di patriottismo rinunciando alla parola (Bravo! dal centro); e mi associo al grido di dolore sorto da questo lato della Camera, alle proteste del patriottismo italiano, alla domanda dei provvedimenti che lo stato delle cose instantemente richiede.

Varie voci. La chiusura! la chiusura!

PRESIDENTE. Se la chiusura non è domandata da dieci deputati, il presidente non può metterla ai voti.

[DI SAN DONATO. Il ministro non ha sinora perfettamente risposto]

DI SAN DONATO. Domando la parola sulla chiusura. (Rumori)

Come aveva l'onore di dire ieri, il ministro non ha sinora perfettamente risposto a tutti gli appunti che partirono dai deputati delle provincie del mezzogiorno in quanto all'amministrazione di quelle parti.

Io aveva l'onore di dire alla Camera di aver qualche fatto da aggiungere ai tanti reclami.

Se la Camera crede d'andare alla chiusura, io rispetterò i suoi voleri; ma mi permetterà che, appena finita questa discussione, io inviti il Ministero a rispondermi su altri falli.

Voci. Sì! Si!

Altre voci. Ai voti! La chiusura!

DI SAN DONATO. Dunque, signor presidente, io la prego di prendere atto della dichiarazione che mi dà facoltà, appena finita..... (Interruzione - Rumori)

Voci. Subito! Parli subito!

DI SAN DONATO. Ebbene, signori, io parlerò subito, e parino trepidante, perché mi veggo obbligato di condurre la discussione sopra un altro terreno. Avvezzi a dei discorsi d'illustri oratori che hanno trattata in modo sublime la questione, voi certamente mi perdonerete se io debbo scendere a dei dati così particolari, così interessati, non degni forse dell'altezza e della maestà del Parlamento.

Io adunque chiedo la vostra indulgenza per pochi minuti, perché voglio in certo modo spiegare in che consistano in parte i malcontenti nel Napoletano. Sono oramai sei mesi che io mi raccomandava particolarmente al Ministero, e con ispecialità all'illustre barone Ricasoli (non presentava ordini del giorno, perché oramai so in ohe conto si tengano dal Governo gli ordini del giorno), io mi raccomandava, dico, perché nella promiscuità degl'impieghi si tenesse il debito conto dell'elemento napoletano (Rumori)

Se la Camera mi usa la cortesia d'ascoltarmi, parlerò; altrimenti rinuncio alla parola, e protesterò.

Ora, signori, io debbo rendere giustizia al barone Ricasoli è nello stesso tempo al generale Cugia, preposto alla superiore direzione della guerra.

Il barone Ricasoli, per quanto da lui dipese nel ramo della guerra, fece delle nomine; queste nomine furono d'ufficiali napolitani, ma esse non risposero certamente all'aspettazione del paese.

Le provincie meridionali, o signori.....

CARUTTI. (Interrompendo) Domando la parola per on richiamo al regolamento.

PRESIDENTE. Per un richiamo al regolamento, ha facoltà di parlare.

CARUTTI. Chiedo di parlare non per troncare il discorso dell'onorevole deputato, ma perché il regolamento sia rispettalo, (Rumori alla sinistra)

DI SAN DONATO. Non si può interrompere un oratore quando parla.

CARUTTI. Permetta.

PRESIDENTE. Il regolamento dice che quando si fa un richiamo al regolamento è immediatamente sospesa la discussione, quindi io non posso a meno che di accordare la parola al deputato Carutti.

CARUTTI. Non intendo impedire il discorso dell'onorevole deputato che ragiona in questo momento, domando solamente alla Camera che il regolamento sia osservato.

Ora l'articolo 26 del regolamento dice nettamente che quando dieci deputati domandano la chiusura, deve la chiusura esser posta ai voti, fatta facoltà ai deputati

267 - TORNATA DEL 10 DICEMBRE

di parlarvi contro. Ora là chiusura è stata chiesta non da dieci, ma da moltissimi deputati, ed essa non è stata messa ai voti, e si è incominciato un discorso sul merito della quistione.

Io non mi oppongo, ripeto per la terza volta, a che continui il discorso incominciato, ma domando che il regolamento sia osservato, cioè che la Camera sia consultata.

DI SAN DONATO. Io parlo contro la chiusura. (Rumori)

PRESIDENTE. Il deputato Di San Donato ha detto espressamente queste parole; chieggo alla Camera se mi consente, di domandare alcune spiegazioni su certi fatti. La Camera a questa proposta non solo non si è punto rifiutata, ma ha mostrato evidentemente di assentire; ed è per ciò che io gli lasciava facoltà di parlare. (Sì! si. )

Ora però, facendo un richiamo, interrogo la Camera se intende permettere al deputato Di San Donato di spiegare le sue opinioni. (Sì! si! Parli! da tutti i banchi. )

Ha facoltà di parlare.

DI SAN DONATO. Ringrazio la Camera e doppiamente la ringrazio della bontà con cui volle accordarmi la parola. Debbo novellamente pregare i miei onorevoli colleghi di ritenere che a me spiace di dover discendere, non dirò a dei pettegolezzi, ma a dei fatti, che credo dipendenze tutt'altre che del Parlamento. (Rumori)

Io vi dicevo adunque che desiderava che nella ripartizione degli impieghi civili e militari si fosse tenuto religioso conto delle provincie napoletane, che rappresentano quasi otto milioni d'Italiani. Ebbene, o signori, si sciolsero tutti i dicasteri, tutte le amministrazioni centrali, tutto ciò che c'era di burocratico in Napoli, senza per nulla tenere in debito riguardo quegli impiegati, che pure sono della gente onesta, capace ed intelligente, e che ardentemente desidera di essere meglio utilizzata. Metteteli all'opera e lo vedrete. In dieci Ministeri che sono a Torino, non vi è, permettete, o signori, che io lo dica, un solo in cui vi sia un capo di divisione che appartenesse alle provincie del mezzogiorno. (Rumori). Capisco dai rumori che le mie parole debbono toccare molte suscettibilità, ma il dovere mi conforta a continuare, ed io continuo. Voi così vedete che nell'assimilazione degl'impieghi si sono fatti degli atti d'ingiustizia!

Eppure, come aveva l'onore di dirvi, il capo di ripartimento dei Ministeri napolitani corrispondeva perfettamente al capo di divisione dei Ministeri dell'antico regno, che anzi quelli di Napoli, passando capi di divisione, perdevano in certo modo del loro soldo, che è oltre a 500 franchi mensili.

Gli ufficiali di carico, anche perdendo qualche poco del loro appuntamento, erano assimilati ai capisezione; e sino a questo grado nei rari esempi in cui il Ministero ne ha preso qualcheduno ha rispettata la loro vera posizione.

Vi erano nelle nostre amministrazioni degli ufficiali di prima, di seconda e di terza classe. Ebbene, o signori, quale è l'assimilazione che egli ha fatto a loro riguardo? Esso non li ha nominati di certo segretari di prima, di seconda o di terza classe, come doveva, ma sibbene li ha impiegati come applicati di prima, dj seconda o di terza classe, il che vuol dire che li ha fatti discendere di tre categorie.

Io so e mi consta che II Governo ha preteso che impiegati che nelle amministrazioni napolltane non avevano altro soldo

che dieci ducati al mese, che rispondono a 40 franchi, fossero applicati collo stesso soldo in Torino, mentre nelle segreterie dell'antico regno non vi sono e non vi furono mai categorie d'impiegati di 40 franchi al mese; e questo quando si è preteso?

Si è preteso quando tutti gl'impiegati che da questa capitale si mandavano a Napoli, non solo si promovevano di soldo, ma si accordava pure loro sul tesoro napolitano due, tre e sino a quattro cento franchi al mese d'indennità. La cosa è verissima, o signori, diciamola chiaramente.

L'onorevole barone Ricasoli ci diceva l'altro giorno, che nelle amministrazioni delle prefetture si era ricordato dell'elemento napolitano.

Ebbene, o signori, le provincie napolitane erano sedici, compreso il Beneventano. Vi erano dunque nel regno di Napoli sedici prefetti, sedici segreterie generali, cinquantacinque sottoprefetti; ogni intendenza o prefettura aveva pure tre, quattro consiglieri di prefettura; dimodoché, moltiplicate queste per 16, e voi avrete una cifra di 62, 63 o 70 consiglieri.

Nel piano del personale, pubblicato ora sono pochi giorni, io non trovo che solo otto prefetti napolitani, una trentina di sottoprefetti, ed invece di 70 consiglieri di prefettura, non ve ne ho letti neanche la metà.

Io capisco, o signori, che un Ministero, quando va alla ripartizione degli impieghi; non deve mica andare con una bilancia esatta; ma la società è composta d'Uomini, ed ogni uomo ba qualche cosa di più forte che l'interesse, è l'interesse dell'amor proprio.

Ora di tutti questi ex-consiglieri, di tutti questi ex-prefetti, ex sottoprefetti, che cosa ne avete fatto? Tanti nemici al nuovo ordine di cose, e nemici, sino ad un cerio punto, con ragione, perché il loro interesse e la loro dignità è rimasta offesa.

Veniamo all'elemento militare.

Io ho cominciato a dire che l'onorevole barone Ricasoli prese in considerazione la mia preghiera, ma disgraziatamente si arrestò bel più bello. Dopo qualche centinaio di nomine di uffiziali subalterni, egli non credette di farne altre. Io, o signori, compreso di dolore e di maraviglia notai, in una rivista che il general Cialdini, luogotenente del Re nelle Provincie napoletane, passava a degli ufficiali nella così detta parata di Piedigrotta, da 1500 a 1600 giovani, nessuno dei quali aveva al di là di 30 anni, vestiti, sapete come? Come veterani, come invalidi! Altri li ho veduti poi declinati alle piazze. A me dispiace di essere condotto a discendere a dei confronti, ma pure debbo farlo. Il ministro della guerra vi ha detto che delle provincie napoletane avete nell'armata da 36 a 40 mila soldati: ebbene, avete voi il corrispettivo nel ramo degli ufficiali e dei generali? lo lo domando alla coscienza della Camera. Ne avrete ancora altri 36000 colla leva; perché non richiamare anche degli ufficiali superiori, dei generali? Sarebbe, per quanto tarda riparazione, un atto di grande politica.

SOLAROLI. Sono andati via.

DI SAN DONATO. L'onorevole Solaroli m'interrompe dicendo che sono andati via; domanderei che dicesse quali sono.

PRESIDENTE. Non interrompano l'oratore: parli alla Camera.

DI SAN DONATO. Non prenderò a parlare dei cappellani dei reggimenti (Rumori), e specialmente di quelli del disciolto esercito dei volontari napoletani, taluni dei quali combatterono vittoriosamente, ai ponti della Valle colla carabina e colla croce, e sul Volturno, nei primi giorni di ottobre,

L'onorevole Pisanelli vi diceva: se voi interrogate il popolo napolitano, voi vi trovate

268 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

del dichiarato scontento e dell'amor proprio offeso. Infatti non vi è istituzione pubblica, collegi, università, amministrazioni, educandati, ecc. , ecc. , a Napoli che non sia stata sciolta unicamente perché non aveva i regolamenti piemontesi!

L'onorevole Menabrea, con un coraggio unico al mondo, e che io ammiro (Ilarità), ha avuto nientemeno che il coraggio di invitare quarantatré nobili padri di famiglia a ritirare dal collegio di marina i loro ragazzi (che essivi tenevano da tre o quattro anni, messi al tempo dei Borboni e rispettati dal conte Di Cavour), unicamente perché al signor Menabrea era piaciuto di dire che questi erano entrati nel 1858, quando a Napoli non vi erano i regolamenti piemontesi.

Citerò un altro fatto, l'affare dei macchinisti, che tra tanti che dovrei narrare ha anche accresciuto il malcontento.

L'armata navale aveva, fra le molte cose buone, dei macchinisti distinti e buoni; essi, secondo le antiche leggi napolitane, erano assimilati ai sottotenenti; l'onorevole Menabrea pretendeva assolutamente che costoro fossero assimilati ai sott'uffiziali, e, perché essi si opposero alla sua volontà, l'onorevole Menabrea, sempre con un coraggio che mi piace di ammirare (Ilarità), li sottopose ad un Consiglio di guerra per farli condannare per insubordinazione. E questa insubordinazione egli si permetteva l'altro giorno di ricordare alla Camera, quando avrebbe dovuto rispettare una sentenza del Consiglio di guerra, la quale dichiarava che non vi era insubordinazione.

Ebbene, signori, mettiamoci una mano sulla coscienza ed accumuliamo tutti questi fatti insieme; impiegati in disponibilità, impiegati non al loro, posto, impiegati mandati via, l'elemento napolitano tolto dall'esercito, e dopo tutto questo volete che il paese sia favorevole all'attuale Governo?

Ma, mi si dirà: e che? Napoli non è contenta di far parte dell'Italia? Signori, io avrei desiderato che ognuno di voi si fosse trovato a Napoli il 21 ottobre, anniversario del memorando plebiscito; voi avreste veduto come in Napoli ed anche nelle provincie, perché non vi è punto dualismo tra Napoli e le provincie. e mi piace ricordarlo all'onorevole Peruzzi; tutti adunque dalle città ai villaggi festeggiarono ampiamente il plebiscito; anzi vi dirò con una specie di pompa maggiore, per sempre più mostrare all'Europa che non volevano punto disconoscere, non ostante gli errori governativi, il patto giurato il 21 ottobre 1860.

Per me poi vi aggiungerò che la politica attuale del Gabinetto è stata tutti i giorni irritante nel Napolitano; esso ha voluto governare escludendo sempre i Napolitani, evitando sempre i Napolitani, combattendo sempre i Napolitani a qualunque partito essi appartenessero.

Quando il generale Cialdini venne in Napoli in momenti ben difficili, quando Napoli era seriamente minacciata da molte forti bande di briganti, egli che cosa fece? Egli ebbe il nobile concetto di stendere la mano a chiunque veramente volesse l'unità d'Italia, ed è a questo ed alla sua sapienza politica che egli seppe cattivarsi la stima e l'appoggio del paese; di qui ne venne la forza che diede al Governo che contribuì grandemente al miglioramento dello spirito pubblico ed alla distruzione di molta parie del brigantaggio ed al ritorno della sicurezza pubblica.

E poiché mi venne in bocca la sicurezza pubblica, quale fiducia le popolazioni di Napoli possono avere nell'attuale Gabinetto, se tutti i giorni egli permette che vengano dall'estero (e voi che vivete in tranquille e calme provincie non sapete le conseguenze delle irruzioni di tali orde) su barcacce centinaia di assassini! (Oh! oh'. );

si, o signori, dalle frontiere romane, da Malta e da Marsiglia si vomitano ogni giorno assassini sulla misera patria mia! Che fa il Governo? Egli non sa neanche prevenire questi sbarchi e queste scorrerie. Per non abusare maggiormente della pazienza della Camera io vengo alla conclusione.

Conchiudo adunque che, sino a che il Gabinetto si mani tiene in questo stato di noncuranza pel Napolitano, non avrà: di certo il mio appoggio!

Voci. La chiusura!

(Dieci deputati chiedono la chiusura. )

CRISPI. Chiedo la parola contro la chiusura.

PRESIDENTE. Il deputato Crispi ha facoltà di parlare.

CRISPI. Ieri pregai la Camera di volermi concedere la parola per parlare delle condizioni della Sicilia.

L'onorevole deputato D'Ondes, che mi ha preceduto, limitandosi unicamente a due questioni d'organamento interno, non fece parola di tutto ciò che concerne lo stato dell'isola. Egli sviluppò quelle due questioni con quella sapienza che gli è propria, comunque, devo dichiararlo alla Camera, in molte delle cose da lui dette non fossimo d'accordo. Ma ci sono circostanze più importanti da far conoscere, le quali non si riferiscono né alla luogotenenza, né alla legazione apostolica; questioni gravi, ma dalle quali non può dipendere il ben essere e la sventura di quelle popolazioni. Quindi insisto, pregando la Camera a non voler votare la chiusura, e, laddove venisse nella sentenza di chiudere la presente discussione, di permettere ch'io esponga alla Camera talune idee sulla condizione di quel paese. Torno a dire alla Camera che, laddove la parola non mi sia concessa, sarò costretto a pregare il Ministero di volermi accordare un giorno per indirizzargli delle speciali interpellanze.

Voci diverse. Parli! parli!

PRESIDENTE. Domando alla Camera, se consente che parli il deputato Crispi.

Voci. Parli! parli! Subito!

PRESIDENTE. Domando alla Camera, e prego i signori deputati di rispondere per alzata e seduta, se consentono che prenda ora la parola il deputato Crispi.

Alcuni deputati. Chiedo di parlare.

Altri. Si vota; non si può parlare!

(E accordata facoltà di parlare al deputato Crispi. )

MASSARI. Signor presidente, chiedo di parlare per una mozione d'ordine.

Io pregherei la Camera a ritenere che, coll'aver conceduta la parola al deputato Crispi, non rimane punto riaperta la discussione, ma che la discussione generale è chiusa. Con questa riserva siamo tutti d'accordo.

PRESIDENTE. La discussione generale non fu ancor chiusa. Dopo che avrà parlalo l'onorevole deputato Crispi, domanderò alla Camera se intende di chiuderla.

MASSARI. Allora parecchi altri nostri colleghi avranno essi pure il diritto di essere ascoltati, e non la finiremo più. (Movimenti diversi)

PRESIDENTE. Essi avranno diritto di chiedere la parola; spetterà alla Camera negarla od accordarla Ciò rimane sempre in facoltà della Camera. (Bene! a sinistra)

Il deputato Crispi ba la parola.

CRISPI. Sono le cinque e mezzo pomeridiane. (Rumori)

Voci a destra. Parli! parli!

CRISPI. Avrò un'ora di discorso almeno.

Voci a destra. Parli! parli!

269 - TORNATA DEL 10 DICEMBRE

PRESIDENTE. Parli il deputato Crispi.

CRISPI. Duolmi, o signori, di dovervi intrattenere in ispecial modo della Sicilia.

Occupati come siete delle cose di Napoli e della questione di Roma, argomenti gravissimi, e dai quali tutto può dipendere l'avvenire dell'Italia, parrebbe che io volessi distrarre la vostra attenzione richiamandola ad un tema umilissimo di amministrazione locale. Pur tuttavia lo non posso rinunziare al mio compito, e per debito verso i miei elettori, e per debito verso di voi, i quali, se qui sedete in nome e nell'interesse della nazione, vi state altresì per provvedere al benessere delle singole provincie.

Spero che questa sia l'ultima volta in cui la mia voce sarà ascoltata per un interesse meramente locale, e che, se avrò la fortuna di parlare nuovamente innanzi a voi, la mia voce non si leverà più, se non se nell'interesse generale della grande famiglia italiana.

Rappresentante della nazione, io sono inviato a voi da un popolo stanco, diffidente delle autorità che lo governano, e dove è potente il lavoro dei nemici della libertà. Io credo farmi l'interprete di esso popolo, dicendovi che il Ministero non ne gode la fiducia.

Io non so se questi vi abbia degli amici; ma posso assicurarvi che non vi è un solo, il quale osi difenderlo dalle accuse che gli si muovono.

Colà è universale la credenza che il Ministero non intende compiere l'unità italiana che è nei voti del plebiscito.

Io comprendo, signori, che questo sentimento è esagerato, e riconosco io pel primole buone intenzioni del Governo. Ma l'indirizzo che egli ha dato all'amministrazione di quel paese è tale che vi ha perduto ogni credito, e non havvi un solo in Sicilia, il quale si persuada che il barone Ricasoli ci voglia realmente condurre a Roma.

Quando giunsero nell'isola i documenti presentati a voi il 20 novembre dal barone Ricasoli, io vi assicuro che nessuno li prese come cosa seria L'impressione che vi fecero fu come di una lettera messa alla posta senza indirizzo.

Il barone Ricasoli, si diceva, ci ba promesso di guidarci a Roma, e non potendo adempiere la promessa cerca di occuparci con discorsi accademici La sola conclusione che si poté ritrarre da questi documenti è che nella mente del Governo c'è confusione d'idee, che egli non sa distinguere, i diritti della Chiesa da quelli dello stato, e che, volendo assicurare la libertà dell'uno e dell'altro, egli non fa se non che preparare la schiavitù di questo e la tirannide di quella.

Ed invero, signori, dopo le teorie spiegate in questa Camera dal guardasigilli, che duolmi di non vedere al banco dei ministri, io dovrò dirvi che i miei conterranei avevano ragione.

Il ministro guardasigilli ci diceva l'ultima volta che, malgrado lo Statuto e le leggi che lo accompagnano, la libertà di coscienza, la libertà dei culti, non sono che un desiderio, e che esse non saranno una. verità, se non quando la formola paradossale libera Chiesa in libero Stato sarà attuata, cioè quando gli articoli del capitolato del barone Ricasoli saranno messi in esecuzione.

Signori, nella Chiesa bisogna distinguere due condizioni essenziali di essere: la Chiesa come associazione dei credenti in Gesù Cristo, e la Chiesa come culto. Nel primo caso essa è come tutte le altre associazioni soggette alle leggi dello Stato, né ha diritti maggiori di quelli che le assicura la costituzione politica del paese. Nel secondo caso essa è libera, liberissima,

né vi è potenza umana che possa su di essa esercitare alcun dominio. La Chiesa, quale associazione dei credenti, ha ordinamenti suoi proprii, leggi, tribunali, giurisdizione speciali. Queste istituzioni, sorte in principio per suffragio di popolo, in progresso, quando all'organizzarsi dell'aristocrazia ecclesiastica la Chiesa prese usi e abitudini dalla monarchia, queste istituzioni caddero in potere dei principi, i quali le esercitarono nell'interesse e a tutela della società. Ciò fu per quella potentissima ragione che in uno Stato non è possibile l'esistenza di un solo individuo il quale viva di vita sua propria, e costituisca una potenza rivale e quasi indipendente dalla sovrana autorità del paese.

Pertanto voi trovate, sin dai primordi del cattolicismo, Costantino imperatore convocare concilii e nominar vescovi; e nell'età di mezzo, Ruggero il Normanno chiedere ed ottenere di essere legato della Chiesa nei dominii da lui governati. Or bene, questi diritti, che io non vorrei certo limitati alla Sicilia, ma che credo essere diritti cardinali ed estensibili a tutte le provincie della monarchia, il barone Ricasoli li ba completamente abbandonati. Né vale l'osservazione del ministro di agricoltura e commercio, il quale, parlando del capitolalo del barone Ricasoli, volle dirci ch'esso non offendeva menomamente la legazione apostolica, per lo specioso motivo di non essersene fatto menzione e di restarvi integra siccome istituzione provinciale.

Mi permetta ricordargli che il solo articolo nel quale si parla che!a nomina dei vescovi debb'essere completamente affidata a Roma, è un articolo che ferisce direttamente quella legazione. Ma lasciamo, signori, quest'argomento, che come un incidente ha penetrato nel mio discorso, e andiamo alle cose siciliane, che sono lo scopo principale per cui bo preso la parola. Siccome vi dicevo, il Governo colà non gode alcuna fiducia. La diffidenza del paese contro di lui si traduce da mille guise, si manifesta da tutti gli atti della vita sociale.

fn molti comuni, signori, non è possibile raccogliere i consiglieri comunali, e gli uomini più distinti si rifiutano di accettare cariche municipali. In altri la guardia nazionale non risponde all'appello che le fanno le autorità, e, laddove presta servizio, è in assai scarso numero e malvolente.

La convinzione che l'opera dei cittadini nel maneggio degli affari pubblici sia inefficace è tale e tanta, che si sono visto parecchie volte le urne elettorali andare deserte, ed ancora in questo momento molti dei Consigli provinciali in Sicilia non sono completi.

A conforto del mio assunto vi ricorderò due fatti economici.

Il ministro d'agricoltura e commercio con un regio decreto aveva determinato di aprire a Palermo in novembre una sede della banca nazionale. Il signor ministro potrà dirvelo, che, per la difficoltà di raccogliervi azionisti, la banca non fu ancora stabilita.

Signori, la rendita piemontese e la rendita italiana si vendono sol mercato di Palermo al due ed al tre per cento al disotto della rendita siciliana. Come vedete, questa è una quistione di fiducia la più importante.

Signori, nessuno più di me deplora questo stato di cose, e nessuno più di me è pronto a lavorare perché avesse a cessare. Nondimeno, debbo dirvelo, la vera causa, la causa principale di questo malessere è il Governo attuale, sono gli uomini che amministrano II paese. Questo Governo, per imprudenza e inopportunità, per inscienza delle cose locali, per incertezza nelle misure da emettere, per completa ed assoluta mancanza di rispetto alle leggi, ha dato tutti i motivi perché il paese non possa essere contento. Io verrò singolarmente mostrandovi come queste ragioni si appoggino a fatti.


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270 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Io non posso al certo essere imputato di non amare l'unità italiana. L'unità della patria comune è stata sempre la mia fede, la mia religione, e la bandiera sotto la quale, duce Garibaldi, andai a Marsala.

Vi noterò un fatto che mi concerne. La mia opinione, niente benevola al sistema della luogotenenza del Re in Sicilia, mi valse da qualche giornale di Palermo il titolo di fusionista e accentratore. Ma, signori, quando ci è un'istituzione da abolire ed un nuovo sistema di governo da instaurare, sono necessarie l'opportunità e la prudenza. E, perché io sono unitario, parteggiai, quantunque senza frutto, per le regioni; e, perché fosse cementata questa unità, io vorrei che nell'organizzazione del paese si andasse a rilento, affinché non avvenissero quelle scosse dalle quali verrebbero colpili moltissimi interessi.

Signori, noi non abbiamo bisogno d'imitare la Francia per. l'ordinamento interno del nostro paese. A noi basta prender a modello i Romani, e, se volete, anche gl'Inglesi, che ne sono i più fedeli imitatori. Essi c'insegnano che non bisogna inconsideratamente, improvvisamente mettere l'ascia a tutte le istituzioni di un paese, le quali non siano uniformi a quelle della metropoli; ma che sia necessario rimettere al tempo il gran lavoro dell'assimilazione legislativa e sociale. Siffattamente l'opera degli antichi conquistatori del mondo fu lungamente duratura, e gl'Inglesi possono dire, come altra volta Carlo V, che nei loro possedimenti non tramonta mai il sole.

Io non enumererò singolarmente tutti gli atti del Governo nella sua febbre unificatrice. Io vi osserverò che a partire da Messina, dove il conte Bastogi viene di abolire le bonifiche dell'antico portofranco, sino a Palermo, che vede ogni giorno mancarsi senza alcun compenso tutte le preminenze, lo scontento è grandissimo. E notate, signori, che l'agitazione si fa più viva, non tanto per quello che è stato perduto, come per quello diesi è in pericolo di perdere. In Palermo l'abolizione della tesoreria generale suscitò gravi rumori, ma gli animi sono concitati perché è in pericolo il governo interprovinciale, perché la Corte dei conti è minacciala, perché è incerto l'ordinamento dei tribunali.

L'inscienza delle leggi e delle cose locali e l'incertezza del Governo nelle misure a prendere sono altre cause gravissime di malcontento. Il 18 ottobre ultimo, il ministro della guerra, annunziando al sindaco di Messina la distruzione problematica della cittadella, gli dichiarava di voler vendere o dare in affitto alta città i terreni che si sarebbero sbarazzati, i quali appartengono al municipio. Sul finire di agosto il ministro dei lavori pubblici e quello delle finanze regalarono alle provincie siciliane che cosa? La sovrimposta del 3 per cento sul contributo fondiario, di cui l'uno e mezzo già apparteneva alle provincie ed era da loro amministrato; e l'altro uno e mezzo era stato abolito con decreto dittatoriale del 17 maggio 1860, il quale ristabiliva la fondiaria nelle condizioni in cui era il 5 settembre 1848 per un decreto del Parlamento. Vedete quindi che le generosità del Governo sono state tali e tante, che parrebbero una ironia.

Vi ripeterò in proposito una frase del mio paese. Quando quei provvedimenti furono promulgati, si disse: Il Governo ci regala il vento dell'Africa.

Il 18 maggio 1860 Garibaldi aveva decretato che sarebbero rifatti i danni cagionati dalle truppe borboniche. Con un altro decreto del 9 giugno destinava a quest'uso le rendite delle opere di beneficenza.

In questo decreto, all'articolo 2, era scritto: «Tutti i monti di famiglia, fidecommissarie ed altre istituzioni non abolite o conservate in vigore,

dietro le leggi eversive dei fidecommessi, sono ancora essi tenuti al versamento di tutte le somme, delle quali è parola nel precedente articolo. Essi verranno rimborsali delle somme in tal modo impiegale nelle forme e nei tempi, come sarà con analoghe disposizioni prescritto.»

I danni della rivoluzione, o signori, non furono rifatti, ed i proprietari, a cui furono tolte le rendite, aspettano ancora il provvedimento per sapere in qual tempo e secondo quali forme debbano essere rimborsati di un danaro che loro è dovuto. Alquanti individui della famiglia Vanni, che hanno una ricchissima fidecommissaria, mi dicevano un giorno: «Noi siamo stati leverò vittime della rivoluzione!» E sapete perché? perché da due anni non possono godere le rendile che la dittatura avea destinato a quel servizio pubblico.

Il 17 ottobre 1860 furon dichiarati debiti dello Stato i debiti dei comuni. I comuni non pagarono più, perché discaricati dalla legge; lo Stato non ha pagalo, perché non vuol riconoscere la legge, ed i creditori muoiono di fame in mezzo ai due rifiuti.

Vi è l'ospedale civico di Palermo, istituzione che non dirò comunale, ma di uso generale dell'isola, che ha un credito sa quel comune di 200, 000 ducati, ed è alla vigilia di essere chiuso.

Ebbene, signori, delle due una, giacché è una colpa l'esitazione: o riconoscete il decreto del 17 ottobre 1860, od ordinate che sia rivocato. Nel mezzo sapete che ci è? Scontento ed odio contro il Governo.

Ma più deplorabile è lo strazio che si fa dei cittadini e della libertà delle persone.

Il ministro Mìglietti l'altro giorno ci diceva che egli non metterebbe mai la firma ad una legge preventiva. Io mi sarei aspettato dall'onerevole Mìglietti che ci avesse detto che egli non permetterebbe mai nessuna misura preventiva.

Credete voi, o signori, che in Sicilia si eseguano lo Statuto, le leggi nuove e gli stessi Codici del dispotismo? Niente affatto. Ascoltate.

In una provincia di Sicilia sono saccheggiate alcune case di campagna, è incendiata una fattoria, ed il suo padrone è minacciato nella vita. Egli chiede giustizia, e gli viene negata. Che cosa di più, Q signori? Con una misura che ricorda i più tristi tempi del regime assoluto, questo offeso è tratto dal suo domicilio e viene confinato in un altro comune, con ordine dell'autorità amministrativa di non potersene allontanare. L'offeso e punito economicamente dalla luogotenenza del Re è il signor Filippo Pancali; il comune nel quale furono consumati i reati si chiama Vittoria; Comiso è quello in cui il Pancali al presente è confinato; la provincia è Noto. E sapete quale è l'amministrazione che ba commessa questo abuso? È l'amministrazione del generale Della Rovere.

La notte del 9 al 10 di questo mese la forza pubblica circonda una casa in Partinico. Il proprietario di questa casa, signor Angelo Nobile, all'annunzio di quella visita, salta sul tetto per fuggire. La moglie va ad aprire la porta; la polizia entra e si dà ad una perquisizione la più severa.

Un uomo della forza pubblica si accorge dalla finestra che il fuggitivo era su) torto, tira il fucile e lo colpisce a morte.

Un fatto simile, o signori, era anche avvenuto un mese innanzi nel comune di Bagheria.

Un fatto più orribile successe, prima che io partissi da Palermo, nelle carceri centrali della provincia; un arrestato, entrando, venne ucciso sul limitare della prigione.

Più volte si sono sporti reclami al signor ministro della giustizia contro gli arresti arbitrari, e debbo fargli i miei complimenti perché anche egli se ne è addolorato,

271 - TORNATA DEL 10 DICEMBRE

ed ha scritto per averne informazioni. Io domanderei al signor ministro se ebbe mai risposte dalle autorità locali.

Il 16 dello scorso mese essendomi presentato all'autorità giudiziaria per chiedere di alcuni arresti fattisi in Partinico ed in altri comuni della provincia, l'autorità giudiziaria non li conosceva. Rivoltomi al questore del circondario ed al segretario della sicurezza pubblica, venne risposto che essi non avevano spedito alcun mandato d'arresto.

Il signor ministro della giustizia vuole anche i nomi degli arrestati? Glieli darò: sono essi Patti, Timpa, Nobile ed altri. Ebbene, signori, il 28 novembre, giorno della mia partenza da Palermo, gl'imputati non erano stati ancora rimessi al procuratore generale del Re presso la Corte criminale.

Un altro fatto, signori, devo narrarvi che rammenta l'epoca tristissima del regime caduto. Abbiamo nelle prigioni di Palermo individui assolti dalla Corte criminale, che l'amministrazione di sicurezza pubblica tiene ancora in prigione, malgrado la loro assolutoria.

Non vi parlerò, signori, della pubblica sicurezza'. In Sicilia siamo costretti d'andar sempre armati per tutelare la nostra persona e le nostre proprietà.

Nel corso di un anno, dacché il Governo regio vi fu stabilito, nel circondario di Palermo più di 200 reati di sangue sono stati commessi. Per cinque sesti i processi furono istruiti contro rei ignoti; dell'altro sesto non tutti hanno avuto la meritata punizione.

Signori, non so se conoscete la celebre lettera del barone Tholosano, prefetto di Catania, al commendatore Minghetti, che tatti i giornali riprodussero. In quella lettera si accusava tostato infelicissimo della provincia. Notate, signori, che in questa provincia si commettono meno reati che in tutte le altre della Sicilia. Ebbene, il barone Tholosano accusa d'insipienza e di poca moralità gl'impiegati di sicurezza pubblica e la magistratura, ed aggiunge che i testimoni non osano deporre per paura del facinorosi. Ora dovete convenirne meco che dell'insipienza e della poca moralità dei giudici e dei delegati di pubblica sicurezza il Governo è il responsabile.

E infatti, se invece di giudici insipienti, di giovani che ignorano il loro mestiere, si mandassero colà uomini sapienti e coraggiosi, i quali non temessero il pugnale del sicario, i testimoni farebbero pure il loro dovere.

Ora, come potete capirlo, signori, tutto ciò stanca le popolazioni e le aliena da voi. Nei nostri paesi, usciti da poco tempo dal despotismo, ogni cosa che succede s'imputa al Governo. D'altronde, esse hanno ragione; esse dicono: noi paghiamo le imposte e adempiamo a tutti i doveri che lo Statuto ci prescrive. Il Governo, in conseguenza, è obbligato ad assicurarci la vita e le proprietà.

lo vi diceva, signori, che potente è colà il lavoro della reazione; e vi è potente, è facile immaginarlo, appunto perché voi gliene date causa.

Se non ci fosse il motivo di un paragone tra un Governo immaginario che si potrebbe ottenere ed il Governo esistente, mancherebbe il confronto; e la Sicilia, nella quale il sentimento contro i Borboni è radicato, non avrebbe ragione, perché dovesse detestarvi.

E poiché siamo sull'argomento della reazione, e che i giornali ci hanno portata una lista di nuovi arrestali, i quali voglio credere che non resteranno eternamente nelle prigioni, ma subiranno un regolare processo; permettetemi che vi dica un fallo della più grave importanza.

Signori, la Chiesa siciliana sventuratamente non è più quella che era un anno addietro, e della quale noi. i primi ci siamo sempre lodali

Allora il prete e il frate reazionario erano un'eccezione; ora, all'inverso, il frate ed il prete liberale sono un'eccezione.

In tutti i conventi, in tutti i monasteri è organizzata un'opera di spogliazione che fa orrore. I frati e le suore vendono le ricche suppellettili, gli ori, gli argenti delle chiese; fanno dei lunghi affitti e ritirano grosse anticipazioni sulla locazione dei loro poderi; ed il denaro sapete dove va? Il signor ministro guardasigilli ce Io saprebbe dire? Piglia la via di Roma, e là naturalmente si converte in polvere e palle pei briganti che funestano il continente. (Segni di assenso)

Avreste, o signor ministro, un mezzo di correggere i nostri preti ed i nostri frati. Siete là in condizioni più fortunate che non siete qui. Avete la legazione apostolica, della quale vi parlava il mio amico, il deputato D'Ondes, e che esercita un immenso potere sul clero secolare e regolare. (Il guardasigilli fa un sorriso)

Credete voi che non basti? Vorreste forse abolirli? Ma io vi voterò qualunque legge, se mai credeste di andare più innanzi. Al momento però, e finché le nuove leggi verranno, avete mezzi sufficienti per rimediare al male. Tuttavia dovreste cominciare dal liberarvi del giudice della monarchia, del signor Rinaldi, che fu nominato da Francesco II. Sa il signor ministro che cosa fece Ferdinando II nel 1849, dopo la restaurazione? Egli destituì il giudice della monarchia, che esisteva al tempo della rivoluzione, e non gliene fo colpa, giacché il pari monsignor diluito, ch'esercitava quell'ufficio, aveva firmato, qual membro del Parlamento siciliano, l'alto di decadenza di quella dinastia. Quindi il Borbone al posto del Cilluflo nominò un uomo di sua confidenza, il che era ben naturale.

Ora voi, perché lasciale a quelle funzioni un individuo scelto sotto il regime caduto, e non gli sostituite un prete patriota, il quale sia degno dei tempi nuovi?

Con un buon giudice della monarchia, il quale esercita piena giurisdizione su tutti i conventi, su tutte le, chiese, su tutti gli ordini religiosi, qualche cosa si potrà fare. (Segni di denegazione del guardasigilli)

Se poi il signor ministro, come pare alluda col suo gesto, avesse qualche mezzo migliore, io lo ripeto, sarò prontissimo ad aderirvi.

Signori, 'ì Siciliani, e coloro che si sono avvicinati alla Sicilia, sanno quanta influenza abbiano i monasteri nel nostro paese. Molte famiglie vivono di essi, e da essi, col pane, vengono anche bene spesso le idee. E che sia cosi, il signor ministro della guerra ce lo ricordava ieri parlando degl'impiegati del Governo; il che, invero, non fa mollo onore ai signori deputati impiegati. (Si ride) Egli diceva che chi copre un ufficio pubblico ed è pagato dal Governo, bisogna che serva il padrone, ed aggiunse ch'esso è forzalo ad avere anche le idee del padrone. Quindi è chiaro che le monachine ed i frati, dando del loro danaro, danno altresì le loro idee. E quali sono queste idee? Sono quelle che vengono inspirate dai confessionali e che la reazione dirige al clero da Roma. Di là, signori, parte il motto d'ordine contro le nostre libertà, Il quale, coperto dall'ipocrita manto della religione officiale, diviene veleno nelle famiglie. (Bravo)

I gesuiti, due volte espulsi, nel 1848 e nel 1860, non sono ancora tutti partiti II comune di Caltanissetta è il loro quartiere generale. Ivi il ministro dell'interno non può ignerarlo, il 17 novembre è avvenuto un deplorabile tumulto, nel quale ufficiali del nostro esercito furono insultati e gravemente offesi, ed anche qualche soldato ferito. Esso fu pn primo tentativo della reazione.

272 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Il padre Morii lo, il cui nipote il barone Ricasoli ha eletto alla dignità di senatore e ultimamente Io ha elevato commendatore dei santi Maurizio e Lazzaro, sta là accanto al celebre Vanasco, l'anima dannata di Maniscalco. Il Guerriero Cattolico, la Camera forse non conosce questo foglio che si stampa in Malta 'nell'interesse dei principi spodestati, viene in Sicilia propagato e diffuso assai meglio che i giornali ministeriali, dei quali pare che non si senta bisogno. (Si ride)

Le furtive comunicazioni tra Malta e la Sicilia, per là via di Pezzallo e sulla costa orientale dell'isola, sono continue e facilissime, e se mi permetteste di rivelarvi un nome, vi direi che è il sindaco di un comune di quella spiaggia che li aiuta e favorisce.

Gli sbarchi dei borbonici cominciarono ai tempi del generale Della Rovere e sono continuati e continuano. Non avvengono a centinaia, come un dispaccio del giugno scorso, ripetuto da tutti i giornali, ci fece sapere, ma a piccoli drappelli di cinque e di sei. Appena giunti in Sicilia, spariscono; direste che la terra li inghiottisse. Si nascondono, e poi, tra, vestiti, viaggiano l'isola per diffondervi le idee dei loro padroni e per seminare il malcontento, di cui voi gli prestate materia.

Il ministro della guerra ieri ci parlava di partiti borbonici ed antiborbonici, e ci dichiarava che, per l'agitazione che essi vi suscitano, la leva vi diviene difficile. In verità non avrei aspettato dal generale Della Rovere questa notizia. Pia volte, essendo egli in Sicilia, quando gli si rivelavano le male arti dei nostri nemici, se ne mostrava incredulo. Sapete che cosa rispondeva il generale? Egli rispondeva:

che mai? qui non ci sono borbonici, non ci è divisione di opinioni; qualche agitatore e niente altro. Ieri invece è venuto egli stesso a recitare il mea culpa e ad annunziare che in Sicilia esistono borbonici.

Nel mese di agosto ultimo fu presentata al luogotenente generale del Re una lettera di Napoli, nella quale si parlava di una cospirazione. In essa erano notati come colpevoli i nomi di alcuni impiegati attualmente in ufficio. Sapete che cosa fece il generale Della Rovere? Gettò la lettera indignalo. E ne aveva ragione; coloro che lo circondavano non potevano fargli capire la posizione, giacché i borbonici erano nel palazzo reale. D'altronde oggi ve lo dicono i giornali, fra gli arrestati voi trovate degli impiegati della casa reale.

Era naturale: il generale Della Rovere non poteva vedere borbonici, mentre li aveva accanto a lui. (Ilarità)

Signori, ieri ebbi una dolorosa impressione quando il ministro della, guerra, parlando dei partiti militanti in Sicilia, pose gli antiborbonici fra gli agitatori. Gli antiborbonici, che anche vengono chiamati garibaldini, sono coloro che hanno la mia fede politica. Ebbene, questa confusione tra noi ed i nostri nemici è una indegnità!

Signori, noi, io il primo, siamo condannati ad essere conservatori in Sicilia, non per amore agli uomini che siedono sul banco dei ministri, ma perché l'agitazione nell'isola, un tumulto qualunque non so dove potrebbe condurre. Potrebbe condurre anche al distacco. (Bravo!)

Voci a destra. No! no!

CRISPI. E noi che siamo unitari, noi che vogliamo la gran patria italiana dall'Alpi ai due mari, sentiamo il dovere, e impediremo sempre che colà accadano tumulti. (Bene! bene!)

Quindi è una ingiustizia il vedere un consigliere della Corona venir qui in unica frase a confondere noi ed i nostri nemici. Io debbo un ricordo al ministro dell'istruzione

pubblica, il quale l'altro giorno venne a ringraziarmi di aver io tranquillato la scolaresca di Palermo, che aveva fatto pubbliche rimostranze contro la legge Casati. Io non feci che il mio dovere, e voi mi troverete sempre a calmare l'eccitazione popolare e metter l'ordine tutte le volte che venga turbato. Ve lo ripeto, in Sicilia noi siamo conservatori e dobbiamo esserlo. (Bene!)

E qui conchiudo. Le condizioni della Sicilia sono difficilissime per la imprudenza e inopportunità nelle riforme amministrative, per l'inscienza delle cose locali, per l'esitazione nelle misure da adottarsi, e finalmente pel nessun rispetto alle leggi.

Voci. Oh! oh!

Crispi. Signori, io vi ho esposto con fatti lo stato della sicurezza pubblica. Vi ho parlato d'individui arrestati arbitrariamente, d'individui che soffrono pene non decretate dal Codice, d'individui uccisi a capriccio, e tutto questo significa nessun rispetto alle leggi. Potete immaginarvi che tale essendo lo stato delle cose, e queste le conseguenze di un cattivo Governo durante dodici mesi, quelle popolazioni non possono avere fiducia né negli uomini che amministrano la Sicilia, né negli uomini che governano l'Italia.

Il borbonismo in Sicilia non prevarrà, siatene sicuri; ma la sicurezza pubblica non so se possa sempre essere mantenuta, e se noi avremo sempre il potere di calmare le agitazioni. Il borbonismo non prevarrà; o infatti, o signori, credete che i reazionari, cospirando, parlino del Borbone? Niente affatto. Durante le vacanze parlamentari ho sentito serpeggiare nel popolo delle brutte massime. Ho sentito dire più d'una volta: poiché non si va a Roma, pensiamo a noi. Un frate questuante, uno di quei furbi le cui turpitudini non potrebbero essere ignote alla polizia, pochi giorni addietro, per dare autorità alle sue parole sediziose sui contadini dell'agro palermitano, faceva vedere sotto la sua tunica la camicia rossa! Voi capile, o signori, quanto quel segno sia potente sull'immaginazione di quelle popolazioni.

Signori, duolmi che la Camera non sia stata in gran numero per ascoltare il mio discorso. In ogni modo abbiatevi un'ultima parola: vi prego, signori, quando emetterete il vostro voto, di volervi ricordare della Sicilia, di volervi ricordare della sua città capitale, che in due epoche vicine e stata la culla della rivoluzione. (Bene!)

Voi, con un pensiero a' quei luoghi che han fatto tanto per la causa della libertà, provvedente non solo all'interesse degli stessi, ma all'interesse di tutta la nazione, giacché là, in fondo del Mediterraneo, sta anche riposto il mistero delle sorti italiane. (Bene - Vivi segni d'approvazione a sinistra)

PRESIDENTE. Domando alla Camera se intende approvare la chiusura della discussione.

Quelli che approvano la chiusura, si alzino.

CRISPI. Non siamo più in numero.

CORDOVA. Il Ministero vorrebbe rispondere qualche cosa sui fatti particolari citali dall'onorevole preopinante.

Voci. Ha tempo dopo!

BIXIO. Domando la parola contro la chiusura, (Rumori)

Voci. Non siamo in numero.

La seduta è levata alle ore 6 ½.

Ordine del giorno per la tornata di domani:

Seguito delle interpellanze al Ministero interno alla questione romana ed alle condizioni delle provincie napoletane.

TORNATA DELL'11 DICEMBRE 1861

PRESIDENZA DEL COMMENDATORE TECCHIO, VICEPRESIDENTE.

La seduta è aperta all'una e mezzo pomeridiane.

MASSARI, segretario, dà lettura del processo verbale della tornata precedente, che è approvato.

GIGLIUCCI, segretario, espone il seguente sunto di petizioni:

7653. La Giunta comunale di Sant'Angelo de' Lombardi, in provincia di Principato Ulteriore, reclama per essere stato privato quel comune del tribunale circondariale, e protesta contro la leste emanata circoscrizione giudiziaria.

7654. L'amministrazione municipale di Solmona, in Abruzzo Ultra secondo, si lagna perché quel capoluogo di circondario non sia stato considerato come la sede più opportuna della gran Corte d'appello, o quanto meno di un tribunale giudiziario.

7655. La Giunta municipale di Manoppello, provincia di Abruzzo Citeriore, chiama l'attenzione del Governo intorno alla scelta della linea migliore che dovrà percorrere la strada che muovendo da Napoli volge all'Abruzzo Chietino.

7656. Ventidue proprietari cittadini bresciani rivolgono istanza per ottenere l'indennizzazione dei danni sofferti in seguito alla guerra negli anni 1848 e 1849.

7657. Paterno Agostino, promosso a colonnello il 30 settembre 1860 dal passato Governo borbonico, reclama per essere stato posto a riposo col solo grado di tenente-colonnello.

7058. I fabbricanti di birra in Milano chiedono una diminuzione della tassa su tale fabbricazione e la facoltà di trattare colla direzione delle gabelle, perché questa imposta venga annualmente ragguagliata al consumo preventivo delle singole fabbriche.

7659. Andreau Antonio di Foggia, provincia di Capitanata, presenta ip stato de' servizi militari prestati sotto il primo impero francese, e domanda di essere provvisto di pensione unitamente agli arretrati.

7660. Conti Domenico e Antonio fratelli, e Allodi Antonio di Brincello, provincia di Reggio Modenese, domandano di essere indennizzali dei danni sofferti in seguito all'atterramento delle case loro coloniche, ordinato dall'ex-duca nel maggio 1859.

7661. Il Consiglio comunale di Carrara, interprete del voto generale della popolazione, fa istanza perché nella nuova organizzazione giudiziaria sia decretato il ristabilimento in quella città del tribunale di circondario.

7662. Canale Giuseppe, capitano nel corpo dei volontari, stato dimesso in seguilo a parere della Commissione di scrutinio, ravvisandosi leso nell'onore e nell'interesse, chiede di essere reintegralo nel suo grado dietro un nuovo esame dei suoi titoli.

ATTI DIVERSI

PRESIDENTE. Sono stati fatti i seguenti omaggi:

L'ingegnere Carlo Mezzanotte, da Milano - dodici esemplari di un opuscolo relativo al modo di equamente ripartire le imposte necessarie per far fronte alle spese del comune, della provincia e del regno.

Il sindaco di Reggio nell'Emilia - dieci esemplari del resoconto morale della Giunta municipale di Reggio, presentato al Consiglio nella pubblica seduta del ì dicembre 1861.

Il professore Carboni Raffaello, capitano commissario di guerra dell'esercito meridionale - un dramma romano: La Santola, per strenna di soccorso agli emigrati veneti e romani.

(Il deputato Mosciari presta giuramento. )

SEGUITO DELLA DISCUSSIONE SULLA QUESTIONE ROMANA

E SULLE CONDIZIONI DELLE PROVINCIE MERIDIONALI.

PRESIDENTE. Segue all'ordine del giorno la discussione in tordo alla questione romana ed alle condizioni delle Provincie napolitano. Ieri è stata posta ai voti la chiusura della discussione gè. aerale, ma frattanto venne riconosciuto che la Camera non era più in numero; quindi pongo nuovamente ai voti la chiusura della discussione generale.

(La discussione generale è chiusa. )

Dal signor ministro dell'interno venne trasmesso alla Presidenza un dispaccio telegrafico a lui diretto dal generale d'annata Alfonso La Marmora (Segni di attenzione), giunto questa mattina alle ore 12 14.

Esso è del tenore seguente:

«Da un dispaccio arrivato in questo momento vedo con mio grande stupore che il deputato Mellana parla di un mio rapporto sulle mie viste intorno alla politica del Ministero, e va sino a dire che io ho dichiarato mi sarei dimesso. Io dichiaro invece solennemente di non avere né parlato, né scritto sulla politica del Ministero, e tanto meno pensalo a voler dare le mie dimissioni in queste occorrenze. (applausi a destra ed al centro)

274 - CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL 1861

La Camera ricorda che quattro sono gli ordini del giorno presentati alla Presidenza e quinci stampali e distribuiti a ciascun deputato...

Il primo è sottoscritto dal deputato Raffaele Conforti, ed altri; il secondo dal deputato Boncompagni, ed altri; il terzo è del deputato Mancini; il quarto del deputato Mauro Macchi, ed altri.

Venne poi presentato al primo dei detti ordini del giorno un emendamento sottoscritto dal deputato Mosca. E in questo punto giungono al banco della Presidenza altre due proposte, la prima sottoscritta dal deputato Luigi Castelli, la seconda dal deputato Petruccelli Della Gattina. Quella del deputato Luigi Castelli è così concepita...

«La Camera, mentre riconosce e dichiara pienamente consone al proprio voto del 27 marzo le pratiche a lei sottoposte relative alla questione romana, esprime la sua fiducia che il Governo, perseverando nel dare opera intelligente ed energica sia a migliorare cogli annunciati provvedimenti la condizione delle Provincie meridionali, sia a provvedere al riordinamento del regno e all'armamento nazionale, affretterà cosi il giorno in cui i rappresentanti di tutta Italia possano riunirsi Dell'acclamata sua capitale, e passa all'ordine del giorno.»

Quello del deputato Petruccelli Della Gattina è in questi termini:

Preso atto dei fatti e delle ragioni svolte nella presente discussione, la Camera passa all'ordine del giorno»

Il deputato Conforti ha facoltà di parlare per isvolgere il suo online ilei giorno.

TOSCANELLI. Domando la parola sull'ordine della discussione.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare.

TOSCANELLI. A me pare che l'ordine del giorno, il quale maggiormente si allontana dall'ordine del giorno puro e semplice, dovrebbe avere la preferenza e dovrebbe essere pel primo discusso.

PRESIDENTE. Quanto alla votazione, credo non vi i dubbio che l'ordine del giorno che dovrà esser posto al voti. , prima d'ogni altro è quello che meno si discosta dall'ordine del giorno puro e semplice dovrebbe avere la preferenza e dovrebbe pel primo discusso.

Quanto alla discussione, è naturale il seguire l'ordine cronologico della presentazione; ciò è conforme alla pratica ed altresì all'articolo 44 del regolamento.

Quindi, se non c'è reclamazione in contrario, mantengo la parola al deputato Conforti per isvolgere il suo ordine del. giorno, che èil primo fra i vari che vennero presentati.

CONFORTI. Signori, non paventate da me un lungo discorso; io sarò breve, anzi sorvolerò molte frasi, le quali si trovano nel mio ordine del giorno; solo mi intratterrò, per quanto la necessità lo richiede, sopra alcune di esse.

Ho voluto nell'ordine del giorno dire: la Camera conferma il voto del 27 marzo che dichiara Roma capitale d'Italia, perché io desiderava che tutti comprendessero la significazione di quel voto.

Ho voluto che queste parole Roma capitale d'Italia, rimbombassero perfino nella capanna dei contadini. Ho voluto che leggendo il mio ordine del giorno tutti comprendessero che il Parlamento ha il suo pensiero costantemente fisso su Roma.

Ho detto: la Camera confida che il Governo darà opera alacremente non già a compiere, ma a proseguire l'armamento nazionale e l'ordinamento del regno; perocché Ti Ministero non può prendere l'impegno di compiere l'armamento, essendo esso dipendente da tante circostanze delle quali non può rispondere; ma egli può prendere l'impegno di proseguirlo colla massima alacrità.

Dico proseguire, perché io debbo, riconoscere al cospetto della Camera e del paese che H Ministero, e specialmente il ministro della, guerra, non è stato colle braccia incrociale, ma ha fatto quanto era in lui per ordinare uh esercito, il quale potesse stare a schermo e a difesa d'Italia... Nella mia proposta prendo pure atto delle dichiarazioni del Ministero quanto alla sicurezza pubblica.

In verità, o signori, se vi ha cosa la quale debba essere a cuore di una nazione, è questa, che il cittadino sia sicuro. Sventuratamente l'Italia del mezzogiorno, per le condizioni veramente straordinarie in cui si ritrova, non ha ancora potuto giungere a quello stato di sicurezza, ch'è il primo fondamento della felicità e prosperità d'un paese.

Ora il Ministero ci ha assicurato di avere il Governo francese preso accordi col nostro affine d'impedire che i briganti si rannodino e riuniscano sul territorio romano, e quindi passino il confine per portare il saccheggio, l'incendio e la morte nelle provincie meridionali; spero che questo accordo possa condurre ad un risultato soddisfacente.

Signori, l'onorevole, presidente del Consiglio, ragionando innanzi alla Camera, e facendo un discorso ponderato, non arrischiato, non tumultuario, disse: il Governo non farà mai alleanza coi satelliti del dispotismo; il Governo si stringerà con coloro i quali sono sinceri patrioti.

Quando io nel mio ordine del giorno ho detto: scelta del personale sinceramente patriottico; io non ho fatto altro che togliere di peso quelle parole dal ragionamento dell'onorevole barone "Ricasoli.

E in verità, che vuol dire patriotta? Non altro che amante del paese, della patria. Ora io non veggo come questa parola possa non essere adottata, quando esprime un sentimento che è un sacro dovere del cittadino. E invero questo risorgimento della nazione italiana, questa Italia, da chi è stata falla? È stata fatta dal patriottico esercito stanziale, il quale ha versato a larghi rivi il sangue a Palestro, a San Martino, a Castelfidardo, a Gaeta; è stata fatta dall'esercito dei volontari, capitanato dal grande guerriero, che ha vinto una lotta ineguale a Cablatimi, a Palermo, a Milazzo, al Volturno; è sfata fatta da quel numero infinito di patrioti, i quali per tanti anni pertinacemente, indefessamente, quasi senza speranza combatterono la tirannide, ed espiarono l'amore di patria nelle carceri, nell'esilio, in sul patibolo.

Questa Italia è stata fatta da questo nobilissimo Piemonte, e specialmente dal suo patriottico Parlamento, il quale per lo spazio di undici anni mantenne inviolata e sacra la statua della libertà, ch'era stata spezzata in quasi tutti i Parlamenti d'Europa.

Quest'Italia infine è stata fatta da una gigantesca figura di patriota, da un Re guerriero e salvatore d'Italia. (Bene!)

275 - TORNATA DEL 11 DICEMBRE 1861

Per le quali cose a me sembra che questa frase: scelta del personale patriottico, debba essere accettata.

Riordinamento della magistratura. L'onorevole ministro Mìglietti ci ha annunziato com'egli dia opera indefessamente a riordinare la magistratura del regno, affinché la giustizia possa essere renduta culla massima imparzialità, colla massima probità e speditezza.

Maggiore sviluppo dei lavori pubblici. L'onorevole ministro dei lavori pubblici, allorquando ha parlato di Napoli, ha detto che egli si proponeva di presentare un progetto, il quale mirava alla costruzione di un gran porto mercantile a Napoli, che è destinata ad essere una grande città commerciale.

Nel mio ordine del giorno lo parlo di un maggiore sviluppo della guardia nazionale, che merita tutta la riconoscenza degl'Italiani; perocché essa nelle provincia meridionali ha renduto e rende tuttavia i più grandi servigi alla patria.

Nel mio ordine del giorno prendo nota di tutti gli altri provvedimenti efficaci a procurare il benessere delle Provincie meridionali, per una ragione semplicissima.

Io credo che il ministro dei lavori pubblici sarebbe disposto a tramutare la scuola d'applicazione dei ponti e strade in Napoli in una scuola centrale, istituzione assai giovevole al paese. Il Ministero dovrebbe stendere la mano soccorrevole a quelle infelici famiglie, le quali hanno sofferto saccheggi, incendi, assassinii per cagione del brigantaggio. Io credo che il Ministero dovrebbe essere assai largo d'onorificenze a quelle guardie nazionali ed a quei cittadini, i quali hanno perigliato e perigliano la vita combattendo contro i ladroni, i quali infestano le infelici contrade napolitano. Io credo insomma che il Ministero possa e debba prendere molte misure acconce a procurare il bene delle provincie napolitane, e specialmente della città di Napoli, la quale ba di buon grado fatto getto di quell'autonomia, che la rendeva capitale di un vasto reame.

Signori, quest'ordine del giorno credo che possa essere accettato dal Ministero, lo intanto debbo dichiarare al cospetto della Camera ed anche al cospetto del paese le ragioni, per le quali io non avverso il Ministero, anzi presento un ordine del giorno accettabile.

Signori, qual cosa temono i nostri amici? Qual cosa sperano i nostri nemici? I nostri amici temono, i nostri nemici sperano l'instabilità del Governo italiano; perocché, senza una certa stabilità di governo, non si fondano le nazioni. (Benissimo! al centro)

Noi siamo un paese nuovo di libertà, nuovo delle istituzioni parlamentari, e quindi non abbiamo partiti politici ben coloriti e disegnati; non abbiamo in gran numero uomini di stato; non già ch'essi manchino nella patria di Machiavelli, ma perché gl'Italiani, durante la tirannide paesana e forestiera, non ebbero occasione, né il tempo di farne la prova.

Ora in questa condizione di cose non bisogna usare cosi facilmente gli uomini di stato i quali si trovano al potere.

In Inghilterra dopo lord Palmerston succede lord Derby co' suoi amici. Cade lord Derby, sorge lord John Russel o lo stesso lord Palmerston, che serve la sua patria da 80 anni.

Ma nel nostro paese non è cosa facile il trovare gli uomini di Stato, e noi non dobbiamo fare con deplorabile facilità una prova che può riuscire dannosa all'Italia.

Signori, la città di Napoli patisce grande disagio dopo l'abolizione dell'autonomia. Il ministro Peruzzi ba dichiarato che bisogna pagare un debito a Napoli.

Sì, o signori, questo debito bisogna pagarlo. Quella immensa città rende immagine di una grande città manifattrice ed industriale, la cui industria, le cui manifatture erano sotto la protezione del Governo.

Nel momento in cui quella protettone è abolita, ecco i capitali impegnati divenuti inutili, gli operai agglomerati in quella città condannati alla miseria.

Che colpa adunque ha la città di essere divenuta cosi popolosa? Che colpa hanno gli operai di essersi agglomerali nella città che, per effetto di un decreto, ha cessato di essere centro di una grande manifattura e di una grande industria? I capitalisti e gli operai non hanno certo colpa nessuna, gli uni di avere impegnato i loro capitali, gli altri di avere impegnato il loro lavoro, ed intanto i primi perdono i loro capitali, ed i secondi, obbligali alle vacanze lavorative, sono condannati alla miseria. Bisogna, o signori, pensare alla città di Napoli e compensarla de' disagi che soffre per le mutate condizioni.

Il Governo dunque ha l'obbligo di fare il possibile perché si mantenga in quella città il benessere.

Signori, bo finito; solo aggiungerò una cosa.

L'onorevole deputato Ferrari disse una grande verità, allorché disse che il primo, il più savio fondamento della grandezza e della prosperità della patria è l'amore dei figli suoi, è l'amore de' suoi cittadini. Un Governo, e ne abbiamo un esempio in Europa, un Governo assistito da un numerosissimo e fortissimo esercito, se non è amato dai cittadini, si accampa nel paese, ma nol possiede

L'Italia, forte dell'amore de' suoi cittadini, potrà quando che sia, non solo con fiducia, ma con la certezza della villoria, combattere l'ultima battaglia della libertà, quella battaglia che le aprirà le porte di Venezia e di Roma. (Bravo! Bene! dal centro)

MELLANA. Chiedo di parlare per un fatto personale.

Assente dalla Camera per servizi che la concernono, mi venne riferito che si era dal presidente del Consiglio presentato un dispaccio dell'illustre generale La Marmora. Sono asceso al banco della Presidenza e ne ho preso lettura.

Io ritengo che il dispaccio, il quale ha dato luogo alla risposta dell'illustre generale La Marmora, sia un dispaccio governativo, perché il generale La Marmora non risponderebbe a un dispaccio di privata od incerta provenienza.

Il generale La Marmora dice che ha ricevuto un dispaccio col quale gli viene notificato come il deputato Mellana in quest'Assemblea abbia asserito ch'esso generale sia dissenziente dal Governo, tanto da essere pronto a dare la sua demissione; quindi esso smentisce quest'asserzione.

Sappiamo pur troppo che quello che si dice in quest'aula è spudoratamente travisato dal giornalismo ministeriale, né ornai me ne meraviglio, vi sono avvezzo; ma, quando ciò chi qui si dice è travisato in un dispaccio governativo, ne sento alta indignazione, né è più fattibile il silenzio.

Il fatto di cui si traila è succeduto innanzi a voi, signori; domando se il contegno da me tenuto, ove non fosse stato travisato, poteva dar luogo al dispaccio sottoscritto La Marmora.

Ricorderete che, in mezzo alla concitazione del discorso, mi si fece passare una carta stampata, con istanza di darne lettura.

276 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Chiunque conosca la mia stima per l'illustre generale La Marmora può comprendere qual fosse l'impressione in me destata da quel foglio. In quell'istante la freddezza dell'animo mio, l'onestà politica che mai non verrà meno in me, mi consigliò di dirigere la carta al presidente del Consiglio, appunto colla speranza che io esprimevo vivissima che fosse in grado di smentire quella notizia.

Ora, io domando se si possa travisare per tal modo un fatto succeduto davanti alla rappresentanza nazionale. Quindi io, non potendo avere fiducia net Ministero, domando a' miei colleghi che, per l'onore loro, per ossequio alla' verità, essi autorizzino il nostro presidente della Camera a riferire con dispaccio, spedito seduta stante, al generale La Marmora. puramente e semplicemente le cose come sono avvenute in quest'aula. (Bene! A sinistra)

RICASOLI BETTINO, presidente del Consiglio. Non sussiste dispaccio governativo che riferisca al generale La Marmora il fatto dell'altra sera, per quello che dipende da me.

Però, poiché non voglio che vi sia in nessuna parte difetto di verità, ho pregato il mio collega il ministro dei lavori pubblici, onde si conduca all'ufficio dell'interno, ed esamini i registri, se per parte di alcuna delle direzioni fosse stato trasmesso a Napoli un dispaccio circa il fatto accaduto nella seduta di questa Camera il giorno di lunedì.

A momenti il ministro tornerà, e compirò in allora la storia precisa di questo emergente.

PRESIDENTE. Il deputato Saffi ba la parola contro l'ordine del giorno proposto dal deputato Conforti.

SAFFI, lo prendo la parola, che l'onorevole amico mio deputato Nicotera ha voluto cedermi, per discorrere brevemente sul concetto dell'ordine del giorno presentato dal deputato Conforti.

Io non mi propongo di discutere sulla sostanza dell'ordine del giorno, la quale credo che più o meno risponda ne' suoi capi principali ai voti dell'Assemblea; quello che intendo combattere è la forma dell'ordine del giorno, il modo nel quale è indirizzato al Governo. E mi fermo alla prima parte del medesimo: «La Camera conferma il voto del 27 marzo, che dichiara Roma capitale d'Italia, e confida che il Governo darà opera alacremente a compiere l'armamento nazionale e l'ordinamento del regno.»

L'armamento nazionale e l'ordinamento del regno sono, non v'ha dubbio, i due grandi mezzi di risolvere, nelle presenti difficoltà, o, se non di risolvere, di far progredire efficacemente la questione nazionale.

Non v'ha dubbio che, innanzi al fatto gravissimo del differito acquisto di Roma a capitale della nazione, noi, non potendo muovere dal centro alle parti per l'ordinamento nazionale, dobbiamo tenere via inversa, ordinare le parti per giungere al centro. Questa è la situazione pratica fatta dallo stato delle cose.

Ma le difficoltà della situazione sono immense, e richiedono mezzi straordinari, richiedono tale attività, tale energia, tale virtù organizzatrice, quale in poche circostanze la storia ricorda. A questo grande problema non si richiederebbe minor virtù di quella del genio potente, costruttore, creatore di un Carnot.

L'armamento nazionale si risolve in due elementi: nello sviluppo dell'esercito regolare e nell'armamento delle forze cittadine, nella organizzazione degli elementi patriottici della nazione. Sulla prima parte il ministro della guerra ci ha dato cifre, sulle quali io non discuterò in questo momento.

Ne risulta però evidente questo fatto gravissimo, che l'esercito regalare non può compiersi che per lenta formazione; clic il medesimo non sarà proporzionalo alle necessità del paese, alle eventualità della guerra, se non corso qualche anno.

Ora noi, non che anni, siamo appena sicuri di aver mesi dinanzi a noi. L'eventualità della guerra non è in nostra mano; quella opportunità, alla quale l'onorevole presidente del Consiglio dei ministri accennava, orson sei mesi, nel suo discorso in occasione del prestito, quella opportunità può sorgere da un momento all'altro; può sorgere Cqs assai più grave, la necessità, il dovere della guerra. 11 nemico non è lontano; alberga nelle nostre città, nelle nostre fortezze; si prepara assai più efficacemente alle offese di quel che noi non facciamo alle difese.

Innanzi a questa situazione, e nelle infelici condizioni in che si trova la nazione all'interno, per difettiva, disordinala amministrazione, commessa a mani incapaci od infide, come risulta da molti fatti addotti, durante la discussione, da un lato e dall'altro della Camera; innanzi al malcontento e alla crescente sfiducia del paese; innanzi ai pericoli esterni che ci sovrastano, ai doveri che incombono a noi tutti, che fa il Governo a provvedervi?

Io ho piena fiducia nella virtù, nel valore di quell'esercito che ritrasse la gloria ed il nome dalle gesta di Palestro e di San Martino; ho piena fiducia in questo nascente esercito italiano, destinalo a portare sui campi delle future battaglie la. nazionale bandiera a quel grado di onore al quale è chiamata dai ricordi, dagli esempi, dalla missione della storia nostra; ma sento nel profondo dell'animo che l'esercito regolare non basta, e che insieme con questo deve cooperare efficacemente alla salvezza della nazione, all'ordine, alla sicurezza interna della medesima il concorso delle forze popolari, l'ordinamento de' volontari e delle guardie nazionali.

Signori, io ho udito il ministro della guerra, nelle supreme necessità che ci stringono, dopo sei mesi che il Parlamento ba decretato la legge sulle milizie nazionali, narrarci che, ad esecuzione di quel decreto, non esiste sin qui che un regolamento per le operazioni preliminari negli uffici del Ministero.

Or bene, questo sol fatto basta a giustificare la nostra sfiducia ne' reggitori dello Stato rispetto alle loro opere passate.

Io per me non fo questione di persone; stimo i ministri al pari di noi desiderosi del bene e dei successi della nazione; credo alle loro buone intenzioni; ma, mio malgrado, giudicandoli dai fatti, giudicandoli dal metodo ch'essi hanno seguito sin qui, non posso coscienziosamente riporre fiducia nelle loro altitudini, non posso riconoscere quella larghezza di concetti e quell'energia nell'opera loro, la quale è necessaria alle condizioni del paese.

Francamente, dopo sei mesi inutilmente trascorsi, mentre il brigantaggio infestava il mezzogiorno, e le difficoltà della questione romana crescevano, e la minaccia o la necessiti della guerra coll'antico nemico d'Italia era ed è sempre presente, il non aver posto in atto quegli ordini, che avrebbero giovato ad educare la gioventù ai forti esercizi e alla disciplina dei campi di battaglia, che n'avrebbero fatto strumento di efficace difesa contro la reazione, mi toglie dall'animo oggi disposizione di fiducia verso i ministri. Ciò pel passato. Non rimane quindi, a fondamento delle fidenti parole dell'ordine del giorno Conforti, che la speranza nell'avvenire; la speranza che il Ministero possa riparare quegli errori che ha, per sentenza de' suoi stessi difensori, commessi in addietro, comechè senza intenzione.

277 - TORNATA DELL'11 DICEMBRE

Rimane la speranza che d'ora innanzi la condotta del Governo possa riuscir più efficace e più proporzionata alle cresciute difficoltà della patria.

Questo non sarebbe un voto di fiducia, o signori, ma veramente un atto di fede appoggiato ad una incerta promessa.

E fra gli errori nati dalla buona fede dei ministri e gli alti di fede del Parlamento, io, in vero, non so dove condurremo le fortune d'Italia.

È questa la via di rendere forte il Governo, forte la nostra rappresentanza, forte Io Stato?

Per fermo, un tale atto di fiducia da parie nostra è impossibile; onde io mi oppongo all'ordine del giorno dell'onorevole deputato Conforti.

Per mio avviso, o signori, più che confidare, noi dobbiamo eccitare, noi dobbiamo chiedere risolutamente, nella coscienza del nostro dovere verso il paese, che nella politica esterna il Governo italiano segua un indirizzo più conveniente alla dignità della nazione, un indirizzo, il quale, senza provocare (il mio pensiero è ben lontano da ciò), la generosa nazione che combatteva con noi sui campi lombardi, risponda però altamente alle giuste esigenze del diritto nazionale, del diritto italiano, continuando, senza tregua, quella protesta morale che grida Roma capitale d'Italia. Il sol fondamento pratico, sul quale può comporsi la questione romana, è il fondamento del diritto nazionale. La soluzione religiosa, la soluzione teologica, sciolta che sia la questione politica, non può fallire a buon porto, né potrebbe risolversi prima, dacché massimo ostacolo a quella soluzione è precisamente la presenza di un elemento straniero, di un elemento di forza materiale, il quale rende assai più difficile il problema, per le sinistre influenze, per gl'interessi e le cospirazioni che intorno a tale impedimento si accolgono. Le correnti morali, che potrebbero, comunicando insieme, ristabilire l'armonia fra i due principii, non hanno campo di spontaneamente operare, perché fra le medesime s'interpone la forza. Questa grande questione ha carattere essenzialmente morale; è non vi è arbitro che possa comporta se non su la coscienza delle nazioni cattoliche, la coscienza civile dell'umanità, l'opinione. Ora, come può l'opinione esercitar la sua feconda influenza, se all'opera sua si attraversa' in Roma stessa uno scoglio che le toglie virtù di libera azione?

lo porto fede che le influenze del cristianesimo da una parte, quelle del patriottismo italiano dall'altra, libere da questo impedimento, faranno tale connubio fra loro, da svolgere nuove e feconde armonie di progressi religiosi, morali e civili per l'Italia e pel mondo; ma prima, no.

Ciò posto, io concludo dicendo: noi dobbiamo esigere dal Ministero, o da chi verri dopo lui, una condotta ferma, risoluta, progressivamente efficace pel nostro diritto sa Roma, e ad avvalorare il diritto, ad agevolare tutte le soluzioni, tale uno sviluppo delle forze nazionali, degli ordini amministrativi delle attitudini produttive del paese, delle finanze, da consolidare, malgrado la mancanza temporanea della capitale, la vita e l'unità della nazione; dobbiamo esigere che tutte le forze vive della patria nostra siano coordinate al grande intento comune, con programma largo, conciliativo, sinceramente patriottico; cessando diffidenze ed esclusioni che i tempi respingono, che il sentimento della nazione condanna, e che sono ingiuste anche verso il nostro passato. Perocché, o signori, qui non sono più partiti radicalmente ostili, e le nostre divisioni passate non nascevano da differenze fondamentali, non da differenze di programma nazionale, ma da diverso giudizio sull'ordine dei mezzi

onde raggiungere il fine dell'indipendenza e dell'unità d'Italia. Da queste differenze, occorse in tempi di transizione e di lotta, è assurdo il trarre argomento di una divisione radicale di partiti sul terreno delle patrie imprese. Questi partiti, incontrandosi in tempi migliori e con mezzi più maturi, devono cooperare concordi alla salute d'Italia.

Abbiamo un dovere comune da compiere, un'immensa opera da creare, l'ordinamento, cioè, di una nazione già sorta a novella vita per nativa virtù, per singolare eroismo della indomita volontà de' suoi figli.

Sì, questo è il nostro compito: costituire questa nazione, assicurarne l'avvenire col concorso di tutti gl'intelletti, di tutte le braccia che essa produce; de' primi a fecondarne le istituzioni, delle seconde a difenderla si dalle esterne che dalle interne difese. (Piva approvazione a sinistra)

Mosca. Io cercherò di abusare meno che sia possibile della pazienza della Camera, raccogliendo in poche parole le osservazioni che sarebbero state opportune più particolarmente per isvolgere l'emendamento che ho avuto l'onore di proporre all'ordine del giorno dell'onorevole deputato Conforti.

Io ho osservato che di tutti gli ordini del giorno che vennero presentati al banco della Presidenza nessuno finora erasi occupato di ciò che, a mio avviso, debbe formare il soggetto principale della deliberazione della Camera.

La Camera non può aver dimenticato che questa lunga ed in qualche parte penosa discussione ha avuto la sua origine da ciò che il Governo sottopose alla medesima quello che aveva reputato di fare in ordine alla questione romana, ed ha invocato sul suo operato il di lei giudizio.

Io non credo che, per quanto un sentimento di alta convenienza possa far desiderare di declinare questo giudizio, allo stato delle cose sia questo possibile. Il Governo stesso, per organo del suo illustre presidente, ha dichiarato formalmente che egli non mendicava un voto di fiducia dal Parlamento, ma voleva un giudizio netto, chiaro e tale che gli potesse servire al tempo stesso di lode e d'incoraggiamento se aveva incontrato l'approvazione del Parlamento, o che potesse avvertirlo di desistere da funzioni alle quali non fossero conformi i suoi atti e le sue convinzioni se diversamente aveva operato.

Dunque, io domando, perché, ad eccezione di un ordine del giorno che venne presentato solamente questa mattina dal mio onorevole amico Castelli, avviene che di questa somma e principale quistione non sia fatto cenno in alcuno degli ordini del giorno proposti alla deliberazione della Camera? Qual è il motivo di questa reticenza, di questo silenzio? Ha questo silenzio una significazione, e quale? È egli conveniente alla dignità del Parlamento di discutere per otto o nove giorni una quistione, e quindi lasciarla indecisa? È egli conveniente per la dignità del Governo, domando io, di 'accettare una tacita amnistia del suo operato, e di prendere per punto di partenza un equivoco, no sottinteso? lo non credo che tutto ciò sia possibile, né sia degno.

Io quindi affronto decisamente la quistione che, mi pare, avrebbe dovuto occupare molto di più la Camera, e che è stata troppo trascurata anche durante la discussione generale.

L'operato del Ministero, in ordine alla quistione romana, si riduce principalmente ad una serie di articoli che Tennero da esso qualificati come capitolato, al quale io devo credere che egli avrebbe volonterosamente sottoscritto, se il pontefice romano avesse acconsentito a rinunziare al suo potere temporale. Io devo credere che il Governo abbia concepito qualche dubbio sul valore di questo capitolato, e penso che abbia sentito


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278 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

il bisogno di rassicurarsene, tanto più dal momento che esso non avendo potuto pervenire alla sua destinazione, cessava il bisogno altrimenti d'invocare sopra di esso il giudizio della Camera. Ebbene io credo che questo capitolato sia oramai giudicato dalla pubblica opinione, cosi entro questo recinto, come fuori di esso; io non credo d'ingannarmi asserendo che questo capitolato venne accolto con generale disapprovazione, che venne accolto per Io meno con una grande diffidenza per l'avvenire.

Io non ne voglio avere per prova che Io stesso eloquente silenzio in cai si rinchiusero a tale riguardo gli stessi oratori, i quali hanno più calorosamente parlato a favore del Governo.

Il nostro onorevole presidente, nel suo discorso improntato di un carattere essenzialmente conciliativo, ci avvertiva di non esaminare il passato, e ci ammoniva sulle conseguenze che questa indagine retrospettiva poteva produrre. Ma per quanta deferenza io possa avere a questo consiglio, non posso tenermi dal considerare che è dal passato soltanto che mi è lecito giudicare dell'avvenire; che tutto al più io non posso declinare da un giudizio, che venne francamente, lealmente invocato. ,

Ma v'ha di più. L'oratore della destra, che ha ed esercita un'incontestabile autorità su molte parti della Camera, non solo disse press'a poco la stessa cosa, ma disse, a mio avviso, ancora di più: egli disse, cioè, che, a suo modo di vedere, quel capitolalo non pregiudicava menomamente la quistione della vera e dell'essenziale libertà che si voleva accordare alla Chiesa. Egli diceva che questa libertà non poteva intendersi altrimenti che quella onesta e legittima libertà che si deve accordare, per esempio, alla famiglia, alla scuola, insomma ad ogni altra istituzione, che si raccomanda per la sua moralità e per la sua necessità di esistenza: ciò che io credo fosse diametralmente in opposizione col senso e colla natura del capitolalo.

Se non si tratta che di accordare alla Chiesa quell'onesta libertà a cui hanno diritto tutte le istituzioni morali, ed in quel limite che meglio corrisponda alla dignità, e perché possano fare il maggior bene possibile, e cosi anche con una distinzione speciale, e con uno speciale favore a riguardo della Chiesa, io convengo intieramente coll'onorevole preopinante; ma io non crederò mai che la potestà civile possa discendere a contrattazioni, le quali pongano in questa parte un limite alla sua assoluta e suprema autorità, alla quale è sempre riservalo di giudicare ciò che importa che si faccia nell'interesse dello stato, e che possa essere senza pericolò lasciato alla libertà di ciascuno.

Io non parlerò di altri oratori che si provarono più o meno a difendere il capitolato in relazione a certi scopi ch'io credo immaginari, o quanto meno non si addicono alla dignità della nazione.

Chi disse questo capitolato non essere altro che una traduzione pratica del voto del 57 marzo di questa Camera; chi disse non essere altro che un mezzo ingegnoso avente unicamente per iscopo di provocare il papa ad un rifiuto che Io avrebbe screditato al cospetto della cristianità; chi disse finalmente che non aveva altro scopo, tranne quello di mostrare da qual parte stava lo spirito di conciliazione e la disposizione agli accordi.

Ma io domando: se tutti questi scopi erano sinceri, bisogna conchiudere, qualora si fosse trovata la medesima disposizione dall'altra parte contraente, che si sarebbe stati nella deliberazione, nel proposito di mantenere queste condizioni stesse come se fossero state accettate. Né mi si dica clic venga meno la dignità del Parlamento di

occuparsi di cose che non banno avuto nemmeno il loro recapito; poiché, se non l'hanno avuto, potevano averlo, e forse anche, se non l'hanno avuto, ella è cosa che appunto umilia il nostro carattere, in quanto che si potrebbe dire che il papa non ha accettati i patti, perché aveva timore che non gli sarebbero stati mantenuti. Se quelle proposte dunque, come debbo credere, erano sincere, vogliono essere giudicate. Se poi non sono state fatte con serietà, allora è certo che abbiamo parlato invano per molli giorni, e non sarebbe il caso di discuterle nemmeno in questa circostanza. Ma questa ipotesi, poco dicevole al Ministero, io non la posso ammettere. Stando dunque il carattere serio di queste proposte, non solo non mi hanno soddisfatto i discorsi degli oratori che parlarono in favore del Ministero, ma meno ancora mi hanno soddisfatto i discorsi che in ordine a ciò han fatto gli stessi ministri

Comincio ad avvertire in questo argomento una notevole contraddizione fra quello che disse l'onorevole presidente del Consiglio e quel che disse il signor guardasigilli.

Il signor presidente del Consiglio considerava quest'articolo, non già come concessione, ma come vera restituzione di facoltà che non avrebbero mai dovuto essere levate alla Chiesa, o che, se ebbero la loro ragione di essere levate alla Chiesa, sarebbe mestieri ristabilire le cose sulla base che costituisce l'ideale della politica. Egli aggiungeva essere convinto che l'Italia non ha meno gelosia per la sua unità religiosa di quello che ne abbia per la sua unità politica. Questi principii sono chiari e lampanti, ma non posso conciliarli con quelli che vennero esposti dall'onorevole guardasigilli, il quale subordinava l'attuazione di quegli articoli a due circostanze di sommo rilievo, cioè alla rinunzia per parie del papa del suo potere temporale, e inoltre alla proclamazione dell'assoluta eguaglianza dei culti e della completa libertà di coscienza.

Ma era egli nei mezzi del Governo di ciò proporre come il correlativo dei capitolato che si presentava al Pontefice? Signori, si tratta dell'interpretazione di articoli dello Statuto, articoli ai quali rinuncerei facilmente; ma infine, poiché questi articoli sono scritti nella nostra legge fondamentale, non credo che alcun Governo possa assumere degl'impegni che sono subordinati unicamente all'abolizione di principii fondati in questo Statuto.

É vero che, seguendo l'opinione dei diversi membri del Ministero, io sono giunto al punto che veramente non so quanto di serietà si possa attribuire a quel capitolato, ed io mi ricordo specialmente dell'eloquentissimo discorso del ministro Cordova, fatto ieri in risposta all'onorevole D'Ondes-Reggio, in cui lo rassicurava completamente sulle sorti della legazione apostolica di Sicilia, e ciò col sussidio d'una certa sua distinzione che io, confesso il vero, non saprei apprezzare, cioè colla distinzione dei privilegi che appartengono alle Chiese provinciali e dei diritti che appartengono allo Stato e che dipendono da reciproche concessioni della podestà civile e della podestà ecclesiastica.

Questa distinzione, io dico, non so apprezzarla, perché dovunque si parla di uno Stato, il quale si compone di diverse Provincie, le quali hanno avuto tino ad un certo tempo un diritto pubblico distinto, noi avremo sempre distinte Chiese provinciali, con particolari privilegi e diritti, i quali competono cosi in Sicilia come altrove alla potestà civile, e sono quelli che da un solo articolo sono approvati e contemplali, cioè dall'articolo 18 del nostro Statuto fondamentale.

Né mi commuovono le riflessioni che eloquentissimamente seppe addurre l'onorevole Mancini su questo particolare, allegando che infine non si tratta che di mettere la Chiesa io quella stessa condizione in cui si trova, non so se per nostra fortuna o per nostra vergogna, presso altre potenze, le quali pur si direbbe non

279 - TORNATA DELL' 11 DICEMBRE

avrebbero gli. stessi motivi, non essendo animati da uno spirito cattolico.

Io credo ch'egli avrebbe potuto moltiplicare gli esempi, senza per questo migliorare la posizione della sua tesi. Precisamente le concessioni dell'autorità spirituale alla potestà eh ile suppongono necessariamente che persone investite di questo potere o privilegio sieno sottomesse allo stesso principio religioso, da cui emanano le concessioni.

Non vi e che un solo Stato, il quale può fornire un esempio al Parlamento italiano di quest'assoluta libertà concessa alla Chiesa, libertà che però credo non si estenda ancora fino ai limiti proposti dal barone Ricasoli; questo stato è il Belgio.

Ma il Belgio non mi sembra che ci presenti uno spettacolo invidiabile di felicità, perché tutti sappiamo che quel paese, che pure è tanto inoltrato nei lumi e nella civiltà, e tanto conforme a noi di sentimenti, di opinioni e di progresso civile, è però tormentato dalla lebbra del partito cattolico, che vi rappresenta la reazione più sterminata; e questa fu la cagione per cui di tanto fu ritardato e contestato il riconoscimento d'Italia nostra.

Non credo dunque che per ogni verso debbano meritare approvazione gli articoli del capitolato Ricasoli, e credo che la Camera debba pronunciare un voto chiaro, netto, limpido, decisivo su questa questione, affinché il Ministero non possa ritenersi autorizzato a seguitare, la pratica sopra queste basi.

lo sono convinto che in quel tempo che è avvenire, nel quale tutti staranno limitati entro i confini dei proprii diritti e del proprio dovere, la Chiesa godrà la più grande libertà, godrà gli omaggi di tutti i popoli cattolici, e specialmente dell'italiano che è popolo essenzialmente cattolico; ma io non credo che la società civile possa senza pericolo essere defraudata di quei legittimi mezzi di difesa che hanno consigliati la saggezza dei popoli e soprattutto le tradizioni del nostro paese, tradizioni conformi dappertutto.

lo non mancherò di fare a questo punto un franco appello a tutti quegli uomini illustri dell'antico Parlamento piemontese, i quali sono conoscenti e sapienti delle leggi del loro paese, e domanderò loro se si possa, senza pericolo, accettare quel capitolato.

lo potrei fare altrettanto a riguardo di molte altre Provincie, ma parlerò solo in ispecie riguardo alla Toscana, ove, nei moti primi diretti a quest'unità d'Italia che pur abbiamo conseguita in grati parte, gli uomini più insigni, "più patriottici, si sono sempre occupati di studiare la questione italiana sotto questo punto di vista.

Io tengo qui, per esempio, un opuscolo intitolato: Apologia delle leggi di giurisdizione, di amministrazione e di polizia ecclesiastica, stampato a Firenze nel 1858. Questo libro, propugna energicamente tutti i diritti della potestà civile, e soprattutto la convenienza di non scendere mal a patti con Roma, perché tutto ciò che è giusto e conveniente di concedere deve venire dalla giustizia della nazione, e tutto ciò che si dà invece sotto forma di concessione non fornisce che pretesti al turbamento delle coscienze e alla violazione dei diritti stabiliti.

Ebbene, o signori, chi credete che siano gli autori di questo opuscolo cosi esplicito, cosi eloquente? Sono gli uomini dell'attuale Ministero; il barone Ricasoli era tra i compilatori dell'opuscolo, lui era il cavaliere Ubaldino Peruzzi che sta pure al banco dei ministri; lo erano molti altri uomini insigni che ci vennero dalla Toscana, e che portarono qui tanta copia di lumi e di sapere e di patriottismo. Credo dunque di essere nel vero, quando ripeto che quei documenti non possono ottenere l'approvazione

della Camera, come, a mio credere, non hanno certamente ottenuta l'approvazione del paese.

MELLANA. Coll'assentimento dell'onorevole oratore, interrompendo momentaneamente il bel discorso dell'onorevole Mosca, io prego il signor presidente, poiché vedo ritornato il signor ministro Peruzzi, di voler permettere che si dia termine anzitutto all'incidente poc'anzi sollevato. La Camera comprenderà che io non posso stare un sol momento sotto la pressione di quel fatto.

PRESIDENTE. La Camera ricorderà che l'onorevole presidente del Consiglio ha dichiarato di non aver mandalo nessun dispaccio telegrafico al generale La Marmora intorno a questo argomento, e che nel tempo stesso incaricava il suo collega, il ministro Peruzzi, di recarsi al Ministero per riconoscere meglio la cosa. Essendo ora presente il ministro Peruzzi gli accorderò facoltà di parlare per dare le chieste spiegazioni.

RICASOLI B. , presidente del Consiglio. Mi permetteranno che le dia io stesso.

Poc'anzi ebbi l'onere di accertare la Camera che nessun dispaccio era partito per parte del presidente del Consiglio e ministro dell'interno sull'incidente avvenuto in quest'Assemblea lunedì sera. Il ministro dei lavori pubblici, di ritorno dal Ministero, mi fa egualmente avvertito che neppure per parte di alcuno dei direttori è partito un dispaccio consimile.

MELLANA. Preoccupato dell'interesse generale lascierò in disparte di domandare perché il Governo non conosca chi spedisce i dispacci.

lo qui non cerco il falsario; mi basta che sia riconosciuto il falso; la coscienza pubblica si formerà anche sulla nuovissima arte dei dispacci telegrafici.

Quello che mi preoccupa in questo istante è il mio onore, e più ancora l'onore della Camera. Ripeto quindi la mia domanda, che, cioè, non potendo avere fiducia in altri, sia per voto della Camera autorizzata la Presidenza nostra a spedire un dispaccio telegrafico all'illustre nostro collega, il generale La Marmora, per comunicargli esattamente l'incidente avvenuto in questo recinto nella seduta di ieri l'altro. (Movimenti in senso diverso. )

Voci: No! no! Si! Si!

PRESIDENTE. Interrogo la Camera se intende...

DE BLASIIS. Domando la parola su questo incidente.

Arriveranno sicuramente al generale La Marmora i discorsi dell'onorevole Mellana quando saranno stampati, ed allora prenderà naturalmente cognizione delle cose; mi pare ben singolare che la Camera debba dar incarico al presidente di segnalare per telegrafò, solo per dare una Certa soddisfazione all'amor proprio di uno dei componenti di essa.

DEPRETIS. Io prego la Camera di osservare che si tratta di una cosa assai grave. (Interruzione e rumori) Si, signori. Prego il presidente di dar nuovamente lettura del dispaccio spedito dal generale La Marmora. Da quel dispaccio parrebbe che un onorevole nostre collega, l'amico mio Mellana, fossa venuto in questa Carnei a a raccontarvi un fatto non solamente infondato, ma falso. La cosa è per l'onorevole Mellana tanto più grave in quinto che alcuni giornali, che io mi astengo dal qualificare, ' hanno esposto il fatto in tal guisa da mettere in dubbio la buona fede, non mai da nessuno contestata, dell'Onorevole mio amico, il quale, se ha fatto sempre guerra ai ministri, lo ha fatto con pienissima buona fede e sempre con tutta la lealtà. Or bene, o signori, perché ci si viene a contrastare una domanda cosi semplice ed onesta?

Che male c'è che si facciano indagini del come il generale La Marmora ha potuto essere ingannato sul fatto attribuito all'onorevole nostro collega?

280 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Ad ogni modo perché non si smentirebbe la notizia, come ha chiesto l'onorevole Mellana?

Si dice che il generale La Marmora verrà a conoscere dai dibattimenti, dai giornali, come è andata la cosa; ma, o signori, gli è lo stesso come dire ad uno che è calunniato: pubblicate la vostra risposta, aspettate che la stampa possa illuminare la pubblica opinione, aspettate che le prove possano smentire il fatto. Ma le prove contrarie noi le abbiamo sotto mano. Quando le prove sono facilissime, come quando è facilissimo l'indagare se una notizia inesatta o falsa fu spedita al generale La Marmora, si ha il diritto di reclamare, perché a nessuno può essere imposto il dolore di rimanere inutilmente sotto il peso di un'accusa che può essere facilmente dileguata. (Applausi dalle tribuni)

PRESIDENTE. Le tribune facciano silenzio. è vietalo in questo recinto ogni segno di approvazione o di disapprovazione.

DEPRETIS. Prego anche i signori ministri ad avvertire che, nell'interesse della verità, sarebbe bene che fin da questo momento la medesima fosse accertata; ad ogni modo è necessario che sia dal nostro presidente ristabilita la verità, onde l'onorevole nostro collega Mellana possa, per la sua dignità e per la nostra, essere innanzi alla Camera, innanzi al paese, pienamente giustificato. (Segni d'approvazione dalla sinistra)

PRESIDENTE. Interrogo la Camera se essa acconsenta alla domanda fatta dal deputato Mellana.

Voci. Ai voti! ai voti!

MAZZA. Chiedo di parlare su quest'incidente. (A sinistra Noi noi)

PRESIDENTE. Parli il deputato Mazza.

MAZZA. La domanda dell'onorevole Mellana, sostenuta dal deputato Depretis, è troppo giusta in sé perché non si debba esaudire.

Si tratta di rettificare un fallo, e qualunque sia la maniera con cui questo fallo si deve rettificare, è nostro debito, io credo, di consentirlo. Tuttavia, siccome questo dispaccio è stato inviato al presidente del Consiglio, parmi perciò che lo stesso presidente del Consiglio si affretterà di rettificare, ove occorra, il fatto contenuto nel dispaccio medesimo. (No! No! A sinistra)

PRESIDENTE. Lascino che parli.

MAZZA. Io faccio per conseguenza la proposta che voglia la Camera permettere che l'onorevole presidente del Consiglio dei ministri scriva egli stesso al generale La Marmora per accertare la cosa.

MINERVINI. Domando la parola su quest'incidente.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare.

MINERVINI. Signori, questo fatto è di gravissima importanza, (Rumori di dissenso)

Sì, signori, noi siamo qui per non mentire a noi stessi.

Nel Napoletano voi avete clamori perché il Governo non va col paese, e noi, che rappresentiamo l'opposizione coscienziosa, franca, onesta ed indipendente, non abbiamo a tollerare di rimanere sotto una sinistra interpretazione.

Ebbene, quando un deputato, non napoletano (l'onorevole Mellana), onde far sì che la stampa non s'impadronisca di quella fallace notizia, nel corso della sua orazione, dava in confidenza al presidente del Consiglio quella caria, sollevatasi la questione di alta delicatezza, il presidente del Consiglio volle farne manifesto egli il dettato;

e finalmente, allora il presidente del Consiglio esclamava: siamo onesti.

Signori, questa parola non può rimanere sopra di noi. Noi abbiamo tanta probità, quanta (Rumori) non può averne niuno altro al mondo, e non sarà vanagloria la coscienza dell'onore di noi medesimi.

Io sono fra i moderati; ma quando si tratta del nostro decoro, io domando che la Camera faccia giustizia aperta, severa, indipendente, perché la luce si faccia a norma della domanda dell'onorevole Mellana. (I rumori coprono la voce dell'oratore - Bravo! a sinistra)

PRESIDENTE. Interrogo la Camera se acconsente alla preghiera del deputato Mellana, cioè che sia spedito un dispaccio telegrafico il quale esponga con esattezza l'incidente.

Quelli che intendono di approvare sono pregati di alzarsi.

BRUNO. lo dichiaro di astenermi, perché non ero presente quando accadde l'incidente.

(Dopo prova e controprova, la proposta del deputato Mellana è approvata. )

(Applausi prolungati dalla sinistra e dalle gallerie. )

MASSARI. Domando la parola.

PRESIDENTE. Un usciere ha annunziato che per due volte venne un fischio da una tribuna. L'usciere incaricato di vegliare a quella tribuna deve subito far uscire la persona da cui il fischio è proceduto. Sé mai non avesse potuto conoscerla, e se il disordine si rinnovasse, quella tribuna sia immediatamente ed interamente sgombrata. (Con forza) La libertà e l'indipendenza dell'Assemblea deve essere rigorosamente garantita. (Benissimo!)

Ho pregalo due dei signori segretari di compilare immediatamente il dispaccio del quale la Camera ha determinato la trasmissione al generale La Marmora.

Il deputato Mosca ha facoltà di continuare il suo discorso. Prego il deputato Mosca di ascoltare una parola. Venne

fatta da taluno l'osservazione ch'egli per avventura sia rientrato nella discussione generale.

Io dichiaro fermamente che ciò non credo, perché mi parve precisamente che il deputato Mosca svolgesse il concetto del suo emendamento. Nel suo emendamento egli dice espressamente che, secondo lui, il capitolato è un sacrificio delle essenziali prerogative della Corona e dei diritti inalienabili della potestà civile. Perciò, siccome egli, a mio avviso, stava propriamente nel tema e nei termini del suo emendamento, io non poteva punto muovergli la censura ch'egli rientrasse nella discussione generale.

Non di meno prego l'onorevole deputato di volere, per quanto è possibile, rimanere sempre nei limiti del suo emendamento.

MOSCA. Mi pare che l'onorevole suggeritore di questo avvertimento avrebbe potuto domandare la parola per fare io pubblico questa osservazione ed al cospetto della Camera. Io sul merito ili quest'avvertimento me ne riporto interamente alla difesa che ha fatto già il signor PRESIDENTE. Io non credo di essermi menomamente allontanato dallo scopo precipuo che io mi era proposto di ottenere; mi pare di essere stato rigorosamente nei limiti dell'emendamento che ho avuto l'onore di proporre alla Camera.

Aggiungo poi che mi fa tanto più specie quest'avvertimento dopo la larghezza colla quale venne in questa discussione interpretata la facoltà di parlare a quanti oratori vi presero parte. Del resto io ho ben poco da aggiungere; veramente la seconda parte

281 - TORNATA DELL'11 DICEMBRE

del mio discorso era di un colore ben diverso da quello della prima, perché io non credo di poter approvare la condotta del Ministero in quanto al capitolato da esso formolalo. lo non credo nemmeno di poter portare un giudizio molto severo sulla sua condotta in genere. Io sono, cioè, di parere che il Ministero non potesse fare di più, od almeno non potesse fare molto di più di ciò che ha fatto per far progredire

(Interruzioni a sinistra)

È una questione di apprezzatone; uno la vede in una maniera, un altro la vede in un'altra. Io, per parte mia, non credo di considerare come un progresso (e lo dico una volta per tutte) le adesioni di tre o quattro teologi. Se si intende che i voti della teologia sulla questione romana e sulla necessità o meno del potere temporale del papa siano progressi della questione romana, io ammetto che essa ha fatto qualche passo; ma, siccome io non crejdo che questi voti possano aggiungere il peso di una piuma al valore della questione romana nell'opinione pubblica dell'Europa, così ritengo che la questione romana sia precisamente allo stesso punto in cui si trovava all'epoca di cui ho parlato.

Io dico che il Ministero forse poteva fare qualche cosa di più. Io non sono uno dei grandi signori della politica, uno di quelli che hanno un'autorità a dire la loro sentenza sulle grandi questioni che agitano il paese; ma permettetemi, poiché ho la parola, di dire anch'io la mia debole opinione.

Io credo, per esempio, che, in ordine alla questione romana, visto che la Francia e col mezzo delle sue note autentiche inserte nel Moniteur e col mezzo de' suoi uffici diplomatici e col mezzo di un'infinità di altre proclamazioni ha sempre dichiarato di essere in massima persuasa e convinta della necessità di sgombrare Roma e il resto degli Stati del papa; visto che essa non attende che delle garanzie per la dignità del papa e per la sua indipendenza nell'esercizio della sua divina missione, invece di essere noi quelli che per mezzo della Francia presentavamo un capitolato al papa, dovevamo metterci dalla parte più ovvia, più naturale, quella di invitare la Francia a spiegarsi su queste garanzie ed a dire infine una volta quali e di che indole siano queste garanzie che essa reclama dall'Italia. Questo sarebbe stato, a parer mio, un avviso molto più prudente e molto più efficace.

Del resto io colgo quest'occasione per fare anche una professione di fede. Io sono partigiano dell'alleanza francese quanto ciascuno può esserlo più sviscerato in questa Camera; credo io che nell'alleanza francese sia riposta la suprema salute d'Italia; alleanza, s'intende, non dipendenza; ma sotto questo riguardo, io, col barone Ricasoli alla testa del Gabinetto, sono più che tranquillo che non confonderà mai l'alleanza colla dipendenza dalla Francia.

Questa è la mia opinione. Però, se io sono tenero dell'alleanza francese, e se io sono tranquillo sul senso che il barone Ricasoli attribuisce all'alleanza francese, noi non ci possiamo fare un'illusione, perché non siamo più padroni della opinione pubblica di quello che lo sia qualunque Governo assoluto; la fede in quest'alleanza è scossa nell'opinione degli Italiani, perché, credetelo pure, i pretesti coi quali si pretende

di giustificare la prolungazione dell'occupazione di Roma per parte dei Francesi non possono prendersi sul serio da nessuno.

Io non so se, al punto a cui sono ridotte le cose, noi possiamo ancora dire che l'Imperatore dei Francesi è il nostro primo, ed anche, come alcuni vogliono, il nostro unico amico. Per me basta che egli sia il nostro primo, il nostro più grande benefattore, e come nostro primo e più grande benefattore, mi hanno fatto male (lo dico anch'io) alcune espressioni che potevano intendersi in senso contrario; mi hanno fatto male; ma nello stesso tempo io dico e sostengo che un'alleanza, la quale ormai si trova cementata unicamente da questi vincoli di gratitudine, abbia presto a spegnersi, perché le alleanze durevoli sono quelle che sono fondate sulla comunanza di interessi.

Ora io verrò a spiegare il mio emendamento in ordine a questo concetto.

Io do la preferenza sopra ogni altra alla proposta dell'onorevole Conforti, e dirò di più che quest'ordine del giorno ha suggerito l'idea del mio emendamento, e gliene faccio merito, specialmente dopo che ho sentito le sue dichiarazioni dello scopo che ha il suo concetto, che è anche il mio. Tuttavia, amando io che non vi siano equivoci, parmi che convenga dire le cose ancor più chiaramente. Egli proponeva che voi deliberaste la Camera a confermare il voto del 27 marzo; ma subito dopo egli s'affrettò di dire in che senso egli piglia questo voto del 27 marzo. Egli ha detto voler levare a quelli che leggeranno quest'ordine del giorno l'incomodo d'andare a rovistare gli annali del Parlamento per vedere qual sia questo voto del 27 marzo.

Credo che ci sia qualche cosa di più; se non m'inganno, egli vuol dire che da quel voto si prenda ciò che è importante, e ciò eh' è importante è la questione di Roma come capitale d'Italia; ma il dire semplicemente che si conferma il voto del 27 marzo, non è, secondo me, conforme ad una politica dignitosa e conciliativa.

Mi riporto allo stesso ordine del giorno che si tratta di confermare: concedete, signori, ch'io ve ne dia lettura. L'ordine del giorno del 27 marzo era concepito in qnesti termini:

«La Camera, udite le dichiarazioni del Ministero, confidando che, assicurata la dignità, il decoro e l'indipendenza del pontefice e la piena libertà d'ella Chiesa abbia luogo, di concerto colla Francia, l'applicazione del nonintervento, e che Roma, capitale acclamata dall'opinione nazionale, sia congiunta all'Italia, passa all'ordine del giorno.

L'onorevole Mellana, il quale ha delle osservazioni molto profonde tutte le volte che si discute qualche questione d'interesse supremo in questa Camera, l'onorevole Mellana in quella circostanza dichiarò non già ch'egli respingeva quest'ordine del giorno, ma ch'egli si asteneva dal votarlo perché conteneva delle clausole, le quali vincolavano una verità che, quando si proclama, si deve farlo arditamente da chi ha l'onore di essere il rappresentante della nazione italiana. (Bravo! Bene!) Egli pronosticava fin d'allora gl'inconvenienti che quest'ordine del giorno cosi formolato avrebbe in seguito portato.

Egli vi diceva sopratutto che quelle parole: d'accordo colla Francia, inserite nell'ordine del giorno, portavano di conseguenza pregiudizio tanto all'azione del Governo, quanto ai futuri giudizi del Parlamento sulla condotta di questo stesso Governo. Questo è ciò che precisamente si è verificato.

Io dunque, in ordine a ciò che aveva già detto prima, cioè alla necessità di togliersi fuori da ogni ambiguità, dico che non è bene di riferirsi ad un ordine del giorno, il quale ha data origine, ed origine mollo scusabile, ad errori, od almeno a quegli errori che credo tali, e che io ho francamente dichiarati al Governo.

282 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Io voglio estrarre dunque da quest'ordine del giorno ciò ch'è in esso d'essenziale, di principale; questo è la proclamazione della grande verità, che Roma è roba nostra; che noi la vogliamo, perché è roba nostra. Noi non dobbiamo mai stancarci di ripeterlo, finché non sia fatta ragione ai nostri sacrosanti diritti.

Ecco dunque in che modo io giustifico il mio emendamento.

Io credo con quest'emendamento, di cui mi permetto dar lettura, di raggiungere questi tre importanti scopi.

L'emendamento è questo:

La Camera, esaminali i documenti presentati dal Ministero, e uditene le dichiarazioni in ordine allo stato della quistione romana, mentre persiste nel reclamare che Roma sia al più presto congiunta all'Italia, eccita il Governo a provvedere con ogni più acconcio mezzo, ma senza sacrificio delle essenziali prerogative della Corona e dei diritti inalienabili della podestà civile, al compimento di questo supremo bisogno nazionale.

Con questo emendamento, diceva, io credo di raggiungere questi tre importanti fini. Il primo è di rinnovare il voto del 27 marzo, in ciò ch'egli ha per poter essere accetto a tutti, la proclamazione di Roma, imprimendogli una nuova e più energica consacrazione.

Io credo in secondo luogo di liberarlo da quelle ambiguità, da quelle circonlocuzioni, che giustificano fino ad un certo punto il contegno del Ministero, contegno che io non esito a disapprovare, in ordine a ciò che ha fatto sopra questa questione.

Finalmente raggiungo il terzo importantissimo fine di decidere la questione sottoposta dal Ministero al giudizio della Camera, di deciderla in un modo conveniente per la Camera e pel Parlamento, poiché il Parlamento non può lasciarla indecisa, senza mancare insieme e alla sua dignità, ed al bisogno di guida del Governo, ed alle esigenze di tutto il paese.

Ho detto. (Bravo! a sinistra)

PRESIDENTE. La parola spetterebbe al deputato Plutino per parlare in favore dell'ordine del giorno Conforti, ma non essendo egli presente, darò la parola al deputato Nisco.

NISCO. L'onorevole deputato Saffi attaccò l'ordine del giorno presentato dall'onorevole Conforti unitamente a me e ad altri amici, in quanto alla forma.

La questione che faceva l'oggetto delle interpellanze che occuparono ed occupano questa Camera, era duplice: la questione di Roma e quella degli affari di Napoli.

La questione di Roma veniva innanzi alla Camera non per essere discusso se noi dovevamo andare a Roma, se avevamo l'obbligo per la nostra esistenza nazionale di avere Roma per capitale, se potevamo togliere Roma al papa, bensì per vedere se gli alti praticati dal Ministero erano tali che non ci avessero fatti andare a Roma.

Perciocché ritornare sulla questione principale, cioè se noi dovessimo andare a Roma, sarebbe stato lo stesso che venire a rimettere in discussione ciò che già si era discusso il 27 marzo passato, e che il Parlamento aveva già dichiarato. Quindi a noi non restava se non confermare il voto del 37 marzo; conferma necessaria non per validare questo voto, ma per servire di sprone al Governo onde raddoppiare di energia e di ardire.

In quanto alla questione di fatto, dopo le parole autorevoli del chiarissimo presidente della Camera, signor Rattazzi, io con alcuni miei amici ci siamo convinti

che non restava altro a fare se non che fortemente costituirci ed armarci; quindi noi abbiamo detto che riconfermando il voto del 27 marzo, impegnavamo il Governo a compiere l'armamento nazionale e l'ordinamento definitivo del regno. Questo è quanto un Parlamento può domandare al Governo; resta poi ai cittadini romani di seguire il consiglio dell'onorevole mio amico Petruccelli.

In quanto a me, dico francamente, per l'amore che porlo alla nazione francese, per il sentimento profondo di riconoscenza e verso la Francia che ha combattuto con noi la guerra della nostra indipendenza, e verso l'imperatore Napoleone che fortemente, gelosamente custodisce il principio del nonintervento, mercè il quale ora siamo padroni in casa nostra, che io desidero che ogni pietra di Roma divenisse fuoco per i piedi francesi; io vorrei che la stazione di Roma fosse impossibile ai Francesi, io vorrei che da Roma uscissero i Francesi; perché, come cittadino e come Italiano, io temo che gli Italiani tutti non debbano un giorno venire a considerare questi nostri alleati, questi che hanno combattuto con noi le nostre battaglie, come stranieri anch'essi, i quali s'impongano all'Italia, onde impedire che l'Italia compia i suoi gloriosi destini.

L'onorevole Mosca attacca questa prima parie del nostro ordine del giorno, perché egli vorrebbe che fosse dato un giudizio intorno al capitolato proposto dal barone Ricasolial papa, dicendo che la Camera deve necessariamente, indispensabilmente, dare il suo verdetto su tale capitolato.

Signori, il capitolato non era che un progetto che, se mai fosse venuto accettato, sarebbe stato discusso. Certo non posso ritornare alla quistione principale, altrimenti esprimerei un mio convincimento individuale, convincimento che ho pubblicato, e che ho sempre professato, ed è questo: che tra l'uomo e Dio non vi deve essere mai intermediario, che la coscienza deve esser libera; sicché sosterrò sempre non solo la Chiesa libera in libero Stato, ma che non vi fosse religione dello stato, che lo Stato non può avere religione, sono gli individui che l'hanno.

Laonde, secondo il mio proposito individuale, indipendentemente da ciò che riguarda la legge dello stato, io ho fede che verrà giorno in cui sarà abolita ogni religione dello Stato; in cui la libertà della Chiesa sarà completa come ogni altra libertà, e quindi non accetto l'emendamento Mosca.

Passo poi all'altro attacco cortesemente promosso dal deputato Saffi all'ordine del giorno proposto da me e da' miei amici, sostenendo che da noi si riconosceva come il Governo dia opera, anche presentemente, all'armamento nazionale.

Francamente, o signori, noi per questa parte, e notatelo bene, ne abbiamo il pieno convincimento.

Le dichiarazioni del ministro della guerra sono tali da persuaderci che non solo si provvedeva all'armamento nazionale della truppa regolare, ma ancora all'armamento nazionale dei volontari.

Il ministro della guerra disse che vi sono 260000 soldati ed armi sufficienti per armare 120000 volontari, che i volontari si stavano organizzando, e che aveva fiducia che il generale Garibaldi ne avesse assunto il comando.

Queste dichiarazioni, o signori, io non posso mettere in dubbio fintantoché non vengano contraddette, ed a fronte di esse al certo non si può logicamente che dimandare al Ministero di dare opera con un'alacrità, con un'energia maggiore a compiere l'armamento nazionale. Quando noi saremo forti, quando saremo ordinati, andremo sicuramente a Roma.

Eccomi alla seconda parte del nostro ordine del giorno che si rapporta

283 - TORNATA DELL'11 DICEMBRE

alle condizioni delle provincie napoletane. Divido con l'onorevole deputato Saffi il desiderio di assicurare il bene alle provincie napoletane, come ancora il profondo dolore pe'guai che ne turbano lo stato di pace e di prosperità tanto da quelle popolazioni sospirato; ma non divido con lui il giudizio di non essere nel nostro ordine del giorno determinato abbastanza quanto riguarda il desiderato pel Napoletano. Mi permetta che lo chiami a considerare che in un ordine del giorno si può annunziare soltanto quanto si desidera dalla Camera che il Governo facesse. Tutti hanno convenuti;

Che cosa fecero in quell'epoca i Francesi per reprimerlo? Pubblicarono delle leggi severissime. Nel 31 luglio 1806 le Calabrie furono dichiarate in istato di guerra; il generale comandante la spedizione poteva ordinare Commissioni militari, far fucilare, tutti quelli che avevano armi senza permesso; obbligare i superiori dei conventi a dichiarare quali fra i loro religiosi avessero servito di spie ai nemici. Furono venduti i beni di tutti coloro che si trovavano assenti dal regno. Insomma fu fatto quanto di più severo per qualsiasi legge mai erasi fatto. Né fu sufficiente: nel 1807 fu pubblicata una altra legge, per la quale venivano tutti i comuni condannati solidariamente al risarcimento dei danni che potevano derivare dal brigantaggio ad un distretto, e venivano i parrochi condannati a pene severissime, se non spingessero i cittadini a combattere contro i briganti, e se non persuadessero i briganti a costituirsi.

Che cosa abbiamo fatto noi? Noi abbiamo mantenuto completamente la legalità. Lo dico ad elogio del Governo, lo Statuto non è stato alterato. Libertà di stampa, libertà di riunione, libertà di movimenti: lo Statuto è stato rispettato come soltanto si rispetta in Inghilterra. Intanto l'illustre mio amico, generale Cialdini, in mezzo a tutte queste libertà, ha fatto in tre mesi più di quello che non ha fatto il generale Manhès in tre anni.

Ma il brigantaggio che era stato distratto in ottobre è ritornato in novembre, e perché? perché le guardie nazionali non erano armate, non erano costituite per combattere il brigantaggio.

Quello che distrusse il brigantaggio nel 1809 non furon già le leggi severe, ma fu l'ordinamento della guardia nazionale, furono le compagnie dei militi provinciali.

Io dunque desidererei che il Governo, esaminando bene le circostanze eccezionali di quei paesi, si studiasse di presentare una legge anche eccezionale, essendovi momenti in cui le eccezioni sono necessarie, affinché la guardia nazionale fosse organata in compagnie mandamentali, composte come erano quelle dei militi provinciali, cioè di tutti i proprietari, di tutti gli industriali, di tutti gli uomini attaccati sinceramente all'Italia.

Il Governo dovrebbe pure per legge eccezionale esser facoltato ad ordinare che i giudici di mandamento coadiuvassero i sindaci nella polizia locale; perciocché la mancanza di polizia nello stato attuale è troppo grave cosa.

Il brigantaggio, o signori, bisogna combatterlo nel paese, bisogna combatterlo

nel momento che nasce, nel momento che si organizza, e bisogna combatterlo nei suoi protettori, che d'ordinario son preti, monaci, ed anche quelle monache, le quali gridano tanto di volerle noi turbare dalla loro pace celestiale con le nostre leggi sul clero. Mi basti qui accennarvi come, pochi giorni or sono, per ordine del generale La Marmora era arrestata la superiora delle monache di Mugnano, per essere quella appunto che manteneva le corrispondenze di Cepriano la Gala, e che pel santo zelo del brigantaggio aveva introdotto fra le sue vergini claustrali un famoso cappuccino.

VARESE. Domando la parola.

NISCO. L'onorevole Saffi oppose che nel nostro ordine del giorno non è stato detto chiaramente che il Governo deve servirsi di tutti gli uomini probi e capaci appartenenti a qualunque partito. Sì, o signori, io confesso che c'è questa colpa, perché noi vogliamo che alla capacità e dalla probità sia congiunta la qualità politica di liberale in quegl'individui di cui il Governo debbe servirsi. Se dunque c'è distinzione, essa non è che a danno dei nostri nemici politici, di quegli uomini che fanno baratto di tempi, di principi! e di ogni cosa, insomma di quei che meco certamente disprezza il mio onorevole Saffi.

Quanto ai lavori pubblici, io mi permetto di far osservare alla Camera che molti lavori pubblici veramente si sono incominciati, e moltissimi sono in progetto; però non tanti quanti sono necessari nel paese, e quanti corrispondentemente se ne fanno nelle altre provincie. Quindi, se abbiamo detto nell'ordine del giorno che vogliamo maggior sviluppo dei lavori pubblici, egli è perché appunto i lavori pubblici nelle provincie napoletane debbono essere per lo meno rispettivamente eguali a quelli che si fanno in questa altra parte del regno italiano, ove si spendono in via ordinaria in questo anno 22 milioni, a fronte di 8 milioni assegnati al Napoletano.

E qui è mio debito di far osservare che in Napoli è stata pubblicata la legge del 25 ottobre 1859 intorno all'ordinamento provinciale e comunale, sopprimendo l'articolo ikl, pel quale le opere provinciali sono dichiarate opere dello Stato; sicché ne è avvenuto che, mentre noi negli uffici e nella Camera siamo chiamati a discutere e ad approvare spese maggiori per queste opere pubbliche, che da provinciali sono diventate opere pubbliche dello Stato, nel paese napoletano le opere provinciali non sono eseguite a cagione che alle Provincie mancano i mezzi. Ad esempio, la provincia di Benevento, tanto devastata dai briganti, ed in cui le guardie nazionali hanno mostrato come si combatte per la libertà e la patria, spediva il presidente del suo Consiglio qui nel mese di ottobre per chiedere un imprestito di un milione, onde soddisfare ai suoi gravissimi bisogni e dare alla povera gente pane, mercé il lavoro; eppure quest'imprestito non l'ha potuto ottenere, perché il ministro per le finanze ha osservato che in Napoli non è stata pubblicata la legge del 30 giugno 1857 intorno alle casse dei depositi e dei prestiti. Io dunque richiedo che tutta intera la legge del 1859, come la legge del 1857 delle casse dei depositi e dei prestiti, sieno pubblicate nelle provincie napoletane; tanto più che nelle provincie napoletane evvi deficienza di capitale circolante.

SCIALOJA. Per quest'uopo è già presentato alla Camera, ed è passato agli uffizi, il progetto sulla cassa dei depositi e prestiti.

NISCO. Allora me ne congratulo.

Fra i mezzi alti per tutelare la tranquillità ed il benessere, io ne ricorderò uno al Ministero.

Per legge, pubblicata nelle provincie napoletane, sono state opportunamente abolite

284 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

le decime; i cittadini adunque, servendosi del loro diritto, non hanno pagato le decime, e se le avessero pagate, avrebbero fatto male. Intanto ne è venuto che molli parroci di villaggio, che vivevano con queste de"cime, sono rimasti senza assegnamento. Io quindi domando che si provvegga a questo male grandissimo.

Ricordo che l'Imperatore Napoleone III, allorché sequestrò a favore dello Stato i beni della casa d'Orleans, ne applicò un terzo alla sovvenzione dei parroci. Rendiamo utili veramente allo Stato i beni riuniti nella cassa ecclesiastica, e ciò

Questi, o signori, sono gli espedienti necessari, ed altri io ne presenterei se non temessi di abusare della pazienza della Camera, già stanca da tanti giorni di discussione sullo stesso argomento.

Io sono certo che la Camera accetterà il nostro ordine del giorno, poiché esso, se nella prima parte richiede al Governo energia ed ardire per condurci a compiere la nazione, nella seconda parte è diretto a segnare al Governo i principali mezzi per istabilire fra le popolazioni del Napoletano la sicurezza, la tranquillità e la prosperità. È pur troppo dolorosamente vero che dobbiamo persuadere que' nostri concittadini che il Parlamento ed il Governo hanno di loro speciale cura, di che veramente ne sono degni, se riflettiamo che, anche scontenti del Governo d'Italia, combattono per l'Italia, e sotto la bandiera gloriosa della Casa di Savoia, contro i briganti assoldati da Francesco II e dal papato.

PRESIDENTE. Il deputato Matina ha facoltà di parlare.

MATINA. Signori, l'ordine del giorno dopo una tale discussione ne deve essere la conseguenza logica, e mi pare che l'ordine del giorno in parola non raggiunga affatto lo scopo.

Tralasciando tutte le altre parole del medesimo, io mi fermerò sulla sola parola confida.

Osservo che la parola confida non è ben adatta allo sviluppo dei fatti che vennero analizzati nella presente discussione.

Incominciamo da prima dall'ingenua confessione che faceva l'onorevole presidente del Consiglio dei ministri alla Camera, che cioè i mali delle provincie napolitane non v'ha forza umana che possa curarli, ma solo potersi dal tempo.

Dunque io domando: colui il quale ingenuamente di chiara di non essere capace di raggiungere lo scopo prefisso, non è logico e morale che lasci ad altri la cura di un infermo che egli ha dichiarato non aver rimedi opportuni per poterlo medicare?

Lasciando questo argomento, parlerò degli altri modi con cui la maggioranza tentò difendere il Ministero, e dirò che tutti gli onorevoli deputati della maggioranza, chi più chi meno, non fecero altro che scusarlo.

Ma, o signori, la scusa induce il perdono, ma non può mai autorizzare a commettere altre mancanze, perché Cristo quando dava ai suoi apostoli la potestà di assolvere coloro i quali, dietro sincero pentimento, si presentavano pel perdono, non li autorizzava in alcun modo a continuare nelle loro mancanze.

Dall'esame dei falli io veggo che l'attuale Gabinetto sviluppa la sola sua vita meccanica riposta nel macchinismo burocratico, come la circolazione del sangue in tutto l'individuo; ma nei momenti supremi sono necessarie quella forza

e quella energia proprie delle circostanze e della posizione in cui si trova l'Italia.

Quindi io conchiudo che, se i ministri dichiarano che hanno errato e che i mali sono incurabili, quwwalche sola medicina è il tempo, non può il paese concedere al presente Ministero la confidenza e la fiducia richiesta.

Io voto pel paese.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il deputato Varese.

Voci. La chiusura! la chiusura!

VARESE. Ora che la gran battaglia è terminata e che non si traila più, per dir cosi, che di seppellire i morti e curare i feriti (Ilarità), credo che ciascuno di noi, il quale non è entrato nella lizza o non vi ha assistito con opinioni preconcette, possa e debba domandare a sé stesso chi ha ragione, chi ha torto.

Io non sono né Rotulo, né Troiano, né, come don Abbondio, ho in uso d'accostarmi sempre alla parte del più forte; sto qui per dare del martello quando sul cerchio e quando sulla botte, perché l'opera si compia e riesca a bene. (Bravo!)

Mi accosto volentieri all'ordine del giorno del deputato Conforti, e ne dirò brevemente le ragioni.

Da molli discorsi, e tutti persuasivi, compresi quelli dei signori ministri, questo intanto per mio conto ho imparato, che la condizione del Governo italiano nelle provincie meridionali è estremamente difficile e delicata, appunto perché Governo italiano vuol dire Governo mite, civile, e sovratutto costituzionale. Ci fu detto e ripetuto che la mala signoria, a cominciare dagli Spagnuoli buona memoria, sino all'ultimo dei Borboni, ha disseminalo in quelle contrade tanti e si enormi abusi, che al solo numerarli l'aritmetica si stanca. Agli abusi necessariamente si aggrappano tutti quelli che ll' sfruttano, e vi si aggrappano con tanta tenacità, che, se recidete loro le mani, li afferrano coi denti, come quel Greco alla nave, che voleva ad ogni costo ritenere. E figuratevi, dico io, se lascieranno presa così presto, quando hanno lì a due passi un re ed un papa che gridano loro: tieni saldo, che io li soccorro; un re colle sacca piene dell'oro rubato (Bene. ), un papa colle benedizioni e colle indulgenze. Tutto ciò che seduce le turbe, ricchezze se vincono, paradiso se soccombono.

Il mezzo di far presto, dico io, c'era.

Ercole ha spazzato le stalle di Augia in quattro e quattr'otto. Ma colla clava. Ha dato nei lumi, e bazza chi tocca.

Rammentale la storia: Cromwell ha atterrale le più alte piante, dalle più superbe alle più umili, colla scure, poi è andato a cercarne le barbe fino nelle intime viscere della terra colle fiamme, ed allora, ma allora solo, ha potuto ararvi, come suol dirsi, coll'asino e col bue (Ilarità)

Vi fu rammentala la Francia del 1793. Al solo nome di Robespierre molli si sono fatti il segno della croce. (Nuova ilarità)

Ebbene, se il Direttorio prima, se Napoleone poi hanno potuto ricondurre quel reame a quiete (a quiete, badate, nona libertà), essi devono ringraziare Robespierre.

Se non erano gli esilii, la legge sui sospetti, e sovrattutto la ghigliottina, chi sa quanti anni ancora durava quel tremendo tramestio. E Coblenza non era Roma; c'è un bel tratto. Ma vorreste voi che un Governo italiano, che un Vittorio Emanuele avessero agito nelle provincie sconvolte come Cromwell in Inghilterra, come Robespierre in Francia?

Delle molle ragioni addotte a dimostrarci che il Governo poteva far meglio, me ne passo. Certo certo poteva far meglio.


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285 - TORNATA DELL'11 DICEMBRE

Mi passo altresì degli ostacoli che gli furono levali contro colla mira di aiutarlo, o col pretesto.

Dal complesso di quelle e di questi io mi persuado che Iliacos intra muros peccatur et extra.

Venia dunque al passato; ma a patto che si farà prò degli errori, e che l'esperienza ci sarà buona maestra per l'avvenire.

Noi frattanto sgombriamo concordi e volonterosi i passi, tanto che quelli i quali hanno da venire non dicano di noi: costoro urlarono, urlarono, e ci lasciarono la via più impedita di prima. (Bene'. )

Sovratutto poi della grande questione, da cui dipende l'essere e la gloria della madre Italia, non ne facciamo questione del trionfo di un partito o di alcuni uomini, che allora la grande questione, permettetemi di dirvelo con una frase plateale, la grande questione allora diventa una miserabile lite tra Betta e Caterina. (Ilarità)

Quanto alla questione di Roma, do un voto più esplicito al Ministero.

Diciamolo francamente, la sua condotta gli è imposta da un'ineluttabile necessità.

Chè, se il papa avesse accettato il capitolato, io direi plagas al Ministero: ma egli sapeva che non lo avrebbe accettato, e giuocava sul velluto.

Ma intanto il mondo discute quelle proposte, e il mondo dirà: il Governo italiano voleva fare per la Chiesa quello che la Chiesa ne' tempi di sua maggior superbia, quello che i pontefici più ambiziosi non avrebbero osato mai di sperare; Roma lo ha ricusato: Quos perdere vult Deus dementat. Cui vuol male, Dio toglie il senno. Questo dirà il mondo; la rovina della Corte di Roma è decretata!

E allora la Francia (ne ho speranza, ne ho la fiducia, e male avvisata lei se non lo facesse!), allora la Francia dirà al papa come già in altri incontri gli ha detto: Santo Padre, lo avete voluto, la colpa è vostra; io fo come Pilato, me ne lavo le mani. (Ilarità - Bene!)

PRESIDENTE. Non essendovi alcun altro oratore iscritto sul primo ordine del giorno, si passa al secondo. Do la parola al deputato BonCompagni.

BONCOMPAGNI. Allorquando il signor presidente del Consiglio sorse la prima volta a parlare nella discussione che da parecchi giorni occupa la Camera, chiese egli che gli si desse un voto esplicito di fiducia o di non fiducia.

lo credo che molto regolarmente operasse cosi facendo, e rendesse omaggio al grande principio su cui si fonda tutto il sistema costituzionale, al principio della responsabilità ministeriale, mostrandosi pronto a proseguire nell'indirizzo della cosa pubblica, o a desisterne secondo che avesse o no la fiducia della Camera.

Coll'ordine del. giorno che io propongo in nome di molti amici politici, noi intendiamo dare un esplicito voto di fiducia al Ministero, e ve ne spiegherò i motivi. Onde non far questione di parole, io accetterò i termini in cui è dettata la proposta fatta dal deputato Conforti, la quale io credo potersi e doversi intendere anch'essa in senso di voto di fiducia, e proporrò quelle pochissime variazioni che mi pareva doversi introdurre di consenso dell'onorevole proponente.

Nell'esaminare se dovessimo dare la nostra fiducia al Ministero, noi prendevamo per punto di partenza la politica del conte Di Cavour.

Nella discussione sul prestito, seguila poco tempo dopo la morte di quell'uomo di stato, la Camera faceva solenne adesione a questa politica; essa dichiarava voler procedere per quella via.

Sicuramente io non credo che la gloria di un nome illustre possa mai bastare a coprire l'insufficienza né di una amministrazione, ne di una maggioranza che la appoggi.

Ma, signori, quella che noi chiamiamo la politica del conte Di Cavour, in realtà non fu creazione sua. Essa fu l'espressione del senno italiano, e fu la gloria di quell'insigne uomo di Stato, quella di averlo ben compreso, quella di aver portato i proposili del popolo italiano più vicino che noi avessimo mai sperato all'esecuzione, con quelle doti che sono il distintivo dei veri uomini di Stato, colla congiunzione dell'audacia e della prudenza.

La politica del conte Dì Cavour, che è l'espressione del senno italiano, è quella che fu il principio della nostra rivoluzione, ma che rassicura tutti i diritti, tutti gl'interessi legittimi, tutte le persone oneste e pacifiche.

La politica del conte Di Cavour è quella che invita alla difesa della causa nazionale, quando sia minacciata dai nemici interni ed esterni, . tutte le forze dello stato, senza ricercare da alcuno ragione né delle sue intime aspirazioni, né della sua vita precedente; ma che commette l'amministrazione del regno alle mani fidate di uomini che siano sinceramente devoti a tutto ciò a cui noi entrando in quest'aula giuriamo di essere fedeli.

La politica del conte Di Cavour è la politica accettata dalla nazione italiana, è quella che tutti schiettamente, apertamente, continuamente proclamammo; che dice all'Europa: noi vogliamo procedere nella via della nostra gloriosa rivoluzione, noi vogliamo compiere l'unità, l'indipendenza, la libertà d'Italia; ma che dice nello stesso tempo: questa rivoluzione non è una minaccia contro nessuno, è una sicurezza per tutti i grandi interessi dell'ordine e della civiltà europea.

Noi abbiamo interrogato noi stessi, abbiamo esplorato tutti gli atti del Ministero e ci siamo domandato: è egli stato fedele a questa politica nelle sue relazioni esterne E credemmo poter esplicitamente affermare che l'onore della nazione, che i principii da noi professali erano stati altamente difesi al cospetto dell'Europa; perciò reputammo fare opera cittadina venendo a dargli il nostro appoggio al cospetto di quelle insinuazioni che tratto tratto ci si indirizzano da una certa stampa straniera, la quale ci viene consigliando di essere più docili ai suggerimenti altrui. Penso quindi che faremo opera utile, dignitosa per l'Italia, rincalzando il Ministero nella sua risoluta professione d'inspirarsi alla dignità, all'onore, ai diritti d'Italia. (Bene!)

Abbiamo portato le nostre considerazioni sulle condizioni interne del regno e non abbiamo dissimulato a noi stessi quanto esse lascino a desiderare. Le entrate che non pareggiano le spese, le imposte che non sono eguali in tutto il regno; il bilancio, che è la condizione essenziale della vigilanza che il Parlamento esercita sull'amministrazione, non discusso regolarmente; la sicurezza pubblica compromessa in Bologna e nelle provincie meridionali, e l'autorità del Governo non dappertutto in esse riconosciuta.

Di tutto ciò non ci siamo sgomentati, non abbiamo trovato in questa condizione di cose alcun motivo di ricusare la nostra fiducia al Ministero. Noi abbiamo creduto che fossero questi inconvenienti naturali che accompagnano le grandi mutazioni; che di questi se ne trovavano presso tutti i popoli che avevano fallo una rivoluzione; che niuna rivoluzione era stata più grande ne' suoi effetti che la nostra; niuna accompagnata da minori perturbazioni di quella che si compie io Italia.

Noi non abbiamo inteso alcun fatto, per quanto abbiamo tenuto dietro diligentemente a questa discussione, che abbia portato negli animi nostri

286 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1801

il convincimento che il Governo fosse venuto meno a' suoi doveri rispetto alle condizioni interne del regno. Non perciò abbiamo creduto che non dovessimo rassegnarci alla prolungazione di questi mali, ma che dovessimo cercarne i rimedi. Abbiamo creduto che primo ed essenziale rimedio fosse di aver un Governo forte, forte di ciò che fa la potenza del reggimento costituzionale, dell'adesione del Parlamento. Noi siamo di avviso che sarebbe funesto in questo momento al nostro paese tutto ciò che potesse non solo condurlo immediatamente, ma prepararlo a una crisi ministeriale. Noi non abbiamo veduto che ci fossero uomini in pronto per raccogliere l'eredità del potere, i quali meglio corrispondessero alla fiducia della nazione, epperciò noi siamo risolti di dargli un franco e leale appoggio.

Noi abbiamo creduto che dei rimedi a questi mali alcuni dipendono dal concorso del Parlamento; cosi ciò che appartiene alla sistemazione delle finanze, così ciò che spelta all'organamento amministrativo. Noi speriamo che allorquando saranno approvate, migliorandole nella parte in cui si stimerà opportuno, le leggi che sono state proposte dal ministro delle finanze, noi ci saremo avvicinati al pareggio delle entrate alle uscite. Noi portiamo fiducia che si saranno presentati abbastanza sollecitamente i bilanci, affinché l'amministrazione dello Stato e quella della pubblica finanza possano procedere secondo le norme regolari del Governo costituzionale. E mentre io esprimo questa fiducia al ministro delle finanze, spero che le mie parole valgano ad aggiungergli stimolo per sollecitare questa parte tanto essenziale della sua amministrazione. Noi diamo eziandio la massima importanza all'ordinamento dell'amministrazione generale del regno, il quale dipenderà anch'essa in gran parte dall'opera dei Parlamento, in quanto sarà necessario di vedere come l'organamento attuale possa estendersi a tutte le provincie del regno, o quali nuovi principii debbano introdursi.

Questo problema fu già studiato l'anno scorso. Ora permettetemi ch'io, non in nome di altri, ma in nome mio, esprima il mio rammarico, perché allora coloro che si occuparono di questa gravissima materia si siano preoccupali forse più che non occorresse d'una questione speciale, che più che tutte le altre divideva le opinioni, anziché di cercare in che le nuove proposizioni differissero dalle antiche leggi, con che si sarebbe potuto ridurre la discussione a quella di venti o trenta articoli che ci avrebbero avvicinati all'uniformità amministrativa, e che avrebbero allargato le libertà locali di tutto il regno. Ma, senza più oltre addentrarmi in questo argomento, io penso che debba essere inteso e pel Ministero e per la Camera che l'organamento amministrativo debba essere oggetto di serio studio e di seria discussione.

Se il signor ministro è di parere che noi possiamo procedere innanzi con più lievi modificazioni all'organamento attuale che non si credesse nell'anno scorso, quest'opinione vorrà essere esaminata coscienziosamente, senza preoccupazioni di voler innovare molto o poco, ma colla coscienza che abbiamo tutti di dover provvedere in conformità a quello spirito liberale che non deve solamente stare in cima dello Stato, ma deve diffondersi in tutte le parli dell'amministrazione.

Ora ci è poi ancora una parte nell'amministrazione pubblica, la quale non appartiene punto al potere legislativo, la quale è abbandonata intieramente all'azione del ministro per l'interno. Noi confidiamo adunque, noi manifestiamo il desiderio e la speranza che il servizio del Ministero per l'interno sia praticalo nel modo il più regolare ed il più efficace. Noi lo esortiamo soprattutto colla speranza, colla fiducia di corrispondere all'intimo pensiero del Presidente del Consiglio, che attualmente regge

il Ministero dell'interno, che egli usi tutti i mezzi che la legge gli dà per istabilire la sicurezza pubblica là dove attualmente è turbata. Io intendo specialmente accennare a quella nobile città di Bologna che è cara a tutti quelli che amano l'Italia, e che è particolarmente cara a me per la fiducia di cui i suoi cittadini mi onoravano nei principii del risorgimento italiano. Si valga egli di tutti i mezzi, di tutte le forze di cui è necessario disporre onde por fine ai disordini, che, prolungandosi, sarebbero un disonore al reggimento costituzionale, e sicuramente non potrebbero contribuire a conservare la fiducia del paese in un'amministrazione qualunque ella si fosse.

Questo riguarda la fiducia che noi dobbiamo avere non negli uomini che tengono ora il potere, ma in quella grande istituzione che si chiama il Governo.

Ho udito con soddisfazione che il presidente del Consiglio si occupava di un nuovo ordinamento di polizia per la città di Bologna; ma è parso, dalle sue dichiarazioni, che non si trattasse di leggi, ma di atti che si potessero fare dal Governo solo.

A parer mio, queste disposizioni dovranno bastare; ma, quando il Governo dovesse ricorrere al Parlamento, io sono convinto che questo provvederebbe colla più grande alacrità; ma provvederebbe sempre ispirandosi a quei principii liberali che mai non debbono trasandarsi in alcuna parte della pubblica amministrazione; provvederebbe, persuaso che la libertà concessa agli onesti non è mai una scusa per lasciare senza freno il delitto.

Io dirò poco delle provincie napolitane, giacché io credo che, entrando ora in una nuova condizione d'amministrazione, dappoiché fu abolita la luogotenenza, e quelle provincie rimasero sotto l'autorità diretta del Governo, non sia né utile, né opportuno riandare gl'inconvenienti che poterono succedere e gli errori che per avventura siansi commessi.

Noi accettiamo volonterosamente tutte le dichiarazioni che furono fatte dal Ministero, noi ne prendiamo atto, nei esprimiamo la nostra fiducia che queste dichiarazioni avranno il loro effetto.

Rimangono ancora le due grandi questioni, che non dipendono né dal Ministero, né da noi, ma dalle condizioni generali d'Europa) ed io desidero che risuoni in questo Parlamento una voce la quale ricordi alla diplomazia straniera come l'ordinamento interno di questo regno sia opera oltremodo difficile nello stato in cui si trova in faccia all'Europa, e finché non sarà cessata la dominazione che ora esiste in Roma, come altresì la signoria straniera nel Veneto.

In quanto alla seconda di queste condizioni noi non possiamo che esortare il Ministero a procedere nell'opera, a cui ci dichiarò di attendere alacremente, dell'armamento nazionale.

In quanto a me, io posso dire, e questa impressione è stata divisa da'miei amici politici, che furono soddisfatti delle dichiarazioni che ci si fecero a questo riguardo dal signor ministro della guerra; noi speriamo che il Governo del Re provvederà con eguale alacrità ed all'armamento dell'esercito regolare, in cui sta il nerbo delle nostre forze, ed alla guardia nazionale mobile ed ai quadri dei volontari, per valercene quando occorresse il bisogno; e dall'altra parte noi confidiamo che colla stessa solerzia procederà in ordine alla marina.

Noi abbiamo stimato opportuno d'insistere ancora una volta sul voto espresso da questa Camera il 27 marzo in ordine alla questione romana; noi desideriamo che l'Europa sappia che tutti in questo recinto, incominciando da coloro che professano le opinioni più temperate insino a quelli che sono più spinti,

287 - TORNATA DELL'11 DICEMBRE

che tutti abbiamo fermo convincimento che non si possa procedere con piena sicurezza nell'ordinamento d'Italia, finché dura quel fomite di disordine, quella mostruosità che è oggi il Governo di Roma; desideriamo che si sappia che noi vogliamo frammetterci mediatori, non fra il pontefice-re, ma fra il pontefice capo della Chiesa e l'Italia; che noi desideriamo che l'Europa si occupi sollecitamente di questa questione, affinché, allorquando noi, colla riverenza che si deve ad una grande istituzione, e colla sollecitudine che portiamo agli interessi morali del nostro paese, ci frammetteremo ancora una volta mediatori, non dobbiamo sentirci dire quelle parole tremende sempre in tempi di rivoluzione: È troppo tardi. (Bene!)

Queste sono le dichiarazioni che io intendeva fare; esse esprimono abbastanza qual era l'intendimento con cui proponeva il mio ordine del giorno. Questa espressione delle intenzioni risulta abbastanza chiaramente dalle parole che ho dette, perché non debba insistere più su alcune espressioni che su alcune altre; perciò volentieri mi unisco alla proposta fatta dal deputato Conforti, mediante qualche leggiera variazione.

Le parole: La Camera conferma il voto del 27 marzo che dichiara Roma capitale d'Italia, le accetto, quantunque io debba esprimere che intendo richiamare questo voto, non solamente nella parte che dichiara Roma capitale d'Italia ma in tutto il concetto in cui fu espresso; perché in questa Roma capitale d'Italia c'è pure il presidio francese che non vogliamo osteggiare, c'è pure il pontefice a cui vogliamo proporre temperamenti che siano conciliabili colla sua dignità, colla sua indipendenza, colla piena libertà che vogliamo assicurare alla Chiesa.

Desidero che al fine della prima parte di questa proposta si aggiunga: l'ordinamento del regno e l'efficace tutela delle persone e della proprietà.

Colla commozione che hanno eccitato in Bologna alcuni fatti recenti, credo che a quell'illustre città e a quelli che possono commoversi di questi fatti dobbiamo dire che noi confidiamo interamente nel Governo; questa fiducia non è scompagnata dal fermo proposito del Ministero e del Parlamento di provvedere con tutta l'energia, con tutta l'alacrità.

Accetto l'intenzione ch'era spiegata nelle parole: la scelta del personale sinceramente patriottico.

Credo anch'io, come diceva l'onorevole Conforti, che, quando si dice patriottico, s'intende chi ama la patiti, e amare la patria per noi è amarla con tutte le sue istituzioni. Credo meglio spiegato questo concetto quando si usino queste parole: la scelta del personale onesto, abile, devoto alla causa nazionale.

Con tutte queste spiegazioni, accetto l'ordine del giorno qual è stato proposto, sicuro di non essermi allontanato dalle intenzioni che avevano l'onorevole Conforti ed i suoi colleghi che lo firmavano.

Dopo essermi già accordato con loro, e avere stabilito di comune concetto questa redazione, mi rivolgo ora a quelli che hanno minore fiducia nel Ministero, ma che tuttavia dichiarano di non volere cagionare al paese quella perturbazione che accompagnerebbe una crisi, di non volere introdurre una questione di persone nelle gravi controversie suscitate dalla questione italiana.

lo li conforto dunque ad unirsi con noi, affine di dare stabilità a quella grande istituzione che è il Governo; che non vuol dire tali uomini piuttosto che tali altri seduti su quel banco, ma che significa l'istituzione che tiene raccolte le forze, che dovranno servire all'unità, all'indipendenza, alla libertà d'Italia. Mi rivolgerò poi ai più risoluti

oppositori, ed a loro riguardo farò un voto, che parrà certamente strano dalla parte di un amico del Ministero. Io farò il voto che la loro opposizione sia più pericolosa; io farò il voto che in essa ci sia qualche cosa che possa ridursi ad un programma pratico. Cosi ci accosteremo alle condizioni normali d'un Governo sinceramente costituzionale, sinceramente liberale, sinceramente parlamentare, in cui la Corona può scegliere fra due opposti sistemi, tutti e due ugualmente nell'ordine delle idee politiche costituzionali. Cosi il Ministero troverà nel programma dell'opposizione non solo delle difficoltà che sempre si rinnovino, ma uno stimolo che sempre lo spinga a procedere innanzi nella via della rigenerazione nazionale.

Finalmente io conchiuderò indirizzando una parola a tutti: se vi sono delle idee che ci dividono, ne abbiamo una che ci unisce; tutti dobbiamo concorrere e colle parole e colle opere e col pensiero assiduo ad allontanare tutto ciò clic può essere occasione di dissidi pericolosi, tutto ciò che può privare l'Italia di quella forza che nasce dalla concordia; noi (Con calore) dobbiamo seguitare l'esempio che ci davano tutti i popoli della Penisola, allorquando proclamavano Vittorio Emanuela Re e lo Statuto costituzionale legge fondamentale; noi dobbiamo seguitare quel grande esempio di concordia, di abnegazione, di devozione alla causa, italiana. (Segni di approvazione a destra e al centro)

PRESIDENTE. Il deputato Bixio ha la parola contro quest'ordine del giorno.

BIXIO. lo ringrazio l'onorevole BonCompagni della franchezza che ha usata oggi, appoggiando apertamente, chiaramente il Ministero.

Lamento però che questa non sia la conclusione dei lunghi e sconfortanti giorni di una discussione che ha indebolito il Governo e fatta perdere la fiducia in tutti.

La maggioranza doveva, a senso mio, parlare francamente. Il presidente del Consiglio ha esposta la sua politica, egli disse: dopo questo faremo questo e quest'altro; voi diteci chiaro, ci volete? non ci volete?

Che cosa rispose la maggioranza? Ha dato dei consigli, ha fatte delle prediche, mi si permetta la parola. (Movimento) In questi giorni, o signori, io rimango pensoso nel vedere come oggi, mentre noi abbiamo bisogno di un Governo forte, lo rendiamo invece nullo.

Il partito a cui io appartengo (e non sono dell'estrema sinistra, che nel combattimento è nazionale e monarchico e per la monarchia italiana); ebbene, io sperava vedere la maggioranza forte e compatta, con un programma seriamente politico, dirci: noi vogliamo questo e questo; noi ed il Ministero abbiamo ragione e voi torto.

Ma che cosa è risultato da tutta questa discussione?

Io ne sono dolentissimo, ripeto: l'impressione che ne ho mi sconforta, e l'incidente che ebbe luogo in questa seduta, mi ha ancora sconfortato maggiormente.

Ora vengo all'ordine del. giorno che combatto, ed esaminerò alcune cose che in esso si contengono.

Prima di tutto vi si legge: «La Camera conferma il voto del 27 marzo.» Mio Dio! Ciò vuol dire: acclamiamo una capitale che non si è potuta avere. Ecco la chiave dell'ordine del giorno per me. (Movimenti in senso diverso) Questo non toglie che altri l'intenda diversamente.

Nell'ordine del giorno del 27 marzo per me non vi erano che due cose: la capitale acclamata, e Cavour, ministro presidente del Consiglio a cui si dava un voto di fiducia, perché vi ci conducesse.

288 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Ora Cavour non è più! E fu questa una gran fatalità per l'Italia.

Ma gli uomini che sono venuti dopo al potere, che cosa ci dissero di fare? Credete voi che il modo da essi tenuto sia quello che ci condurrà a Roma? Per me io non lo credo.

Io vi dirò francamente la mia opinione.

I Francesi sono a Roma per molte ragioni che non dicono, e per molte che dicono; e noi, qualunque sieno le nostre ragioni, non vi andremo che quando, dietro ad esse, avremo 500 mila soldati. E non v'è altro rimedio. Questo per l'esercito.

Quanto poi ai 50 mila volontari, di cui parlava il ministro della guerra, non saranno che una vana parola. (E qui mi dispiace immensamente che la mia posizione ufficiale possa forse dare alle mie parole una portata presso qualcuno che non debbono avere: il mio individuo qui non v'è; qui v'è il deputato (Bravo! Bene!), lo, dico, vorrei che quei 80 mila volontari fossero raccolti in tempo e capitanali da un uomo il quale ha dato tali guarentigie alla monarchia da non potersi mai dubitare della sua fedeltà (Bravo!), e questo per le possibili eventualità avvenire. Mi permetta la Camera che io esamini in proposito l'ipotesi fatta dall'arciduca Massimiliano d'Austria.

L'arciduca Massimiliano in un opuscolo pubblicato Io scorso anno, esaminando il caso in cui... (perché non dirlo? Non sono segreti per nessuno, e d'altronde lo stato maggiore austriaco ha già detto che questa è la sola cosa che l'arciduca abbia provata. ) Esaminando dunque il caso in cui 50000 volontari organizzati in tempo dopo che la flotta italiana avesse ridotto la flotta austriaca o a rifugiarsi nei porli, come le flotte alleate costrinsero la flotta russa, o l'avesse calala a fondo, come succederà evidentemente, sbarcassero in Dalmazia; l'arciduca diceva che questi 50000 volontari capitanali da Garibaldi potevano andare senz'intoppo fino a Vienna. Chi vuole persuadersi di questo non ha che a leggere quell'opuscolo. Gli uffiziali di stato maggiore austriaco che hanno cospirato con me, dicevano essere questa la sola cosa che l'arciduca abbia provato.

Noi abbiamo nelle nostre popolazioni degli ottimi elementi; ma perché con essi si possa fare qualche cosa di serio non basta fare dei quadri; questi diventano ridicoli e somministrano materia a certi giornali umoristici, che in verità fanno ridere anche noi. (Ilarità) Per preparare questi elementi in modo utile, e come il conte Di Cavour voleva fare, vuolsi ben altro che quadri! Il conte Di Cavour, a fronte del movimento ungaresc, slavo, e di altri popoli che non occorre accennare, ci prometteva che nel mese di settembre si formerebbero i campi per i volontari, per prepararli seriamente alla guerra. E questa è una cosa importantissima; se si trattasse solamente di combattere in Italia, preparate le gambe e tirato qualche colpo di bersaglio, è tutto fatto; ma, per le possibili eventualità d'una guerra fuori d'Italia, bisogna pensarci in tempo, e nel modo che dico: io non dico che sia cosa da eseguirsi domani, ma dico che può presentarsi il caso previsto dall'arciduca, ed affinché Garibaldi possa condurli alla pugna quandochessia bisogna prepararli fin d'ora, onde siano in istato di servire a tutte le eventualità possibili che potessero presentarsi.

Questo è per ciò che riguarda i volontari.

Quanto all'esercito, noi non possiamo chiamare a sindacato l'operato del ministro della guerra attuale per due ragioni, che sono egualmente visibili anche agli orbi. Primieramente egli è da pochissimo tempo al Ministero. In secondo luogo ha una legge sul reclutamento, la quale non può che eseguire quando il ministro dell'interno, per la parte sua, avrà calmato il paese, e quando la leva si potrà fare dappertutto.

Ora, che volete che egli faccia? Il ministro Della Rovere ha parlato magnificamente! Egli prende i soldati che può avere e li organizza; ma all'infuori della legge non può far niente.

Ci pensi dunque il Governo, perché questa non è una cosa che sì possa proporre dai deputati. Le forze militari, colla legge attualo, 'non danno all'Italia che pochi soldati, quando

ne ha bisogno di molti; e ne darà molti, quando forse non ne avrà bisogno di tanti. In quanto che questa legge sul reclutamento nelle provincie funziona nell'intero suo periodo, e nelle provincie novellamente riunite raccoglie pochissime forze.

Io non vi citerò l'esempio della rivoluzione francese, ma vi dirò: fate quello che ha fatto il Governo prussiano nel 1813, malgrado la sorveglianza della Francia e con Napoleone I, che certo non mancava d'occhio; e, sotto l'abile direzione del generale Scharnost ed altri, preparò una organizzazione tale, che, a malgrado del trattato di Tilsitt, poté mettere sotto le armi un esercito formidabile. Quando, in questo modo od in un altro qualunque, avremo un esercito forte, coi mezzi che ci sono e con quegli altri che si ravviseranno opportuni, e si saranno dati i provvedimenti che ho accennato riguardo ai volontari, allora soltanto potremo dire la nostra ragione. Il paese prenderà confidenza nel Governo, e avrà fede di avere e la sua capitale e le sue naturali frontiere; non prima.

Noi abbiamo avuto la disgrazia, colla presente discussione, di aggiungere, dirò così, delle nuove debolezze; ma, come dissi, ogni dubbiezza sarà tolta quando saremo forti, quando avremo un'armata disciplinata e potente; allora sì che potremo dire agli stranieri e ai nemici che continuamente tendono a rovesciare la nostra libertà: ehi! fuori d'Italia, voi non siete in casa vostra; e se non andate, vi caccieremo (Bravo)

Questo per rapporto all'esercito e regolare e volontario. Quanto alla marina, dirò francamente la mia opinione senza reticenze. Io ho tutta la stima pell'onorevole Menabrea, come scienziato e come generale del genio; ma gli confesserò esplicitamente che, se egli, come ministro della marina, crede che la nota da lui presentata al Parlamento possa essere presa sul serio da noi, si inganna a gran partito.

Mi dispiace immensamente il dirlo, ma io ho la convinzione profonda che la marina nostra sia ben lontana dall'essere al punto che egli ci venne indicando. Interroghi il signor ministrò, interroghi soltanto uno doi nostri migliori uomini di mare, l'ammiraglio Mantica, per esempio, e gli chieda con tutto il personale e il materiale di marina, che dice d'avere, qual flotta si potrebbe formare. Io sono convinto, pienamente convinto, che esso tutt'al più la potrebbe comporre di pochissimi bastimenti. Altro che novanta! Tutti i bastimenti che componevano la flotta nel mezzogiorno d'Italia, tolto uno, gli altri non li calcolo punto, li regalo tutti ad un'impresa postale, e non me ne importa niente. (Ilarità) E poi quand'anche i legni esistessero, gli uomini dove sono? I marinai dove li prendete, o signori?

Ma v'ha di più. Abbiamo pochi bastimenti veramente utili, vi dissi; ma dove ripararli? Quali sono i nostri porti militari? Quando farete la leva? Quali sono i marinai? I bastimenti voi li mandate a riparare a Tolone; ma credete voi che essendo obbligati a mandare così i vostri bastimenti a Tolone, la Francia prenda confidenza in voi?

Io già non dispero di niente; quanto a me, quando non c'è più il cognito, sono all'incognito... (Ilarità) Ma veniamo al punto su cui debbe fermarsi la nostra attenzione.

289 - TORNATA DELL'11 DICEMBRE

Ognuno di leggieri comprenderà la possibilità di una lotta coll'Austria, e l'importanza che per la medesima potrebbero avere i 50 o 60 mila uomini che ora si trovano nel mezzogiorno d'Italia. Qualora si rompesse la guerra, necessariamente bisognerebbe levarli di là, lasciandone tutto al più dieci o dodici mila, e il resto dovrebbe recarsi nella valle del Po. Come si porteranno questi soldati in un caso urgente! 1 bastimenti chi li scorterà, dato che abbiate i trasporti che oggi ancora non avete?

Io devo, parlando di questo, porgere ringraziamenti al ministro dei lavori pubblici, il quale finalmente ha compreso che la forza marittima è qualche cosa, ed ha fatto recentemente dei contratti per la posta che lasciano una certa speranza per l'avvenire, e che all'occorrenza trasporteranno le forze militari sparse nel mezzogiorno.

Insomma noi siamo in condizioni in cui non bisogna persistere e non abusare della Provvidenza.

Io non so che cosa dire; quel che so, egli è che sono dolente, dolentissimo della discussione che si è falla, che non verrei e non l'avrei voluta, e quasi quasi mi dichiarerei contrario per sistema alle interpellanze politiche, se non debbono produrre altro che il risultato che vediamo. (Bene!) Direi quasi che anche negli errori, vedete fin dove vado, anche negli errori bisogna che il Governo sia forte, e, per Dio, si faccia rispettare da tutti.

Ma, Dio mio, tranquillizzate il nostro intimo convincimento!'

Voi sapete bene quanto il conte Di Cavour non facesse complimenti, come egli ci combattesse in pubblico, palesemente; ma egli sapeva bene organizzare sott'acqua le faccende (Bene! Ilarità), non già per cacciare, occorrendo, la zizzania, ma per viste serie; e se le circostanze avessero suggerito all'Ungheria di insorgere, non l'avrebbe abbandonata; avrebbe preso quelle SO mila camicie rosse che infastidiscono molti, e avrebbe detto: andate là; e sarebbero andati, e (Con calore) saremmo andati noi con Garibaldi, e avremmo vinto, perché con Garibaldi si vince dappertutto, statene certi. (Bene! Bravo!)

Dunque, signori ministri, quanto al voto che venne chiesto, io debbo rispondere che non ho confidenza. Io sono pieno di ammirazione per molte qualità del signor Ricasoli; io mi ricordo ancora che alla lettura della sua prima nota ho creduto di ravvisare in lui un ministro italiano, che parlasse un linguaggio alto e fiero; ma disgraziatamente i fatti non corrisposero alla parola.

Io ho pure qualche relazione all'estero, ed ho veduto degli ufficiali stranieri, venuti a studiare le condizioni militari del nostro paese, strapparsi i capegli. Voi potete essere battuti, mi dicevano essi; e, sé ciò avvenisse, noi cadremmo vergognosamente.

Concludendo dirò alla maggioranza ed al Ministero: il male c'è, e debbo accennarlo. Era molto meglio per la maggioranza lo intendersi una volta, dar torto a noi, se cosi stimava, ma dar forza al Governo (Bene'. ), onde preparasse il paese alle eventualità di una guerra necessaria ed inevitabile per compiere il glorioso nostro compito. (Bravo)

DELLA ROVERE, ministro per la guerra. Questa discussione, a mio avviso, è andata veramente fuori della sua prima direzione. Le interpellanze fatte successivamente non furono vere interpellanze, furono osservazioni, furono consigli, furono critiche; ma il risultato di esse si fu di delineare bene due diversi modi di pensare: l'uno, che sta, se non altrove, certo in questo banco dei ministri, che sia cessata la rivoluzione, che l'Italia sia libera, e che tutto debba svolgersi secondo le idee di libertà

e secondo le leggi costituzionali; l'altro è che la rivoluzione non è finita, che deve continuare, spingersi avanti, e che dalle misure eccezionali andando allo stato d'assedio, ai patiboli, deve condurci finalmente ad una dittatura. (Rumori e segni di protesta dalla sinistra)

Ora io, per la parte che riguarda l'esercito, sto collo svolgimento regolare del medesimo. Io darò all'esercito tutto l'impulso possibile secondo le leggi, secondo quanto può fare l'Italia regolarmente. In quanto ai volontari, l'ho già detto, io li chiamerò al momento opportuno, e spero che combatteranno sotto il comando del generale Garibaldi.

Io ho detto che di volontari non esiste esercito in tempo di pace, perché non può esistere, perché ciò è contrario alla sua stessa essenza. L'esercito dei volontari vi sarà quando verrà il momento della guerra; prima si debbono formare i quadri, questi quadri si devono istruire e disciplinare bene: e questo è appunto il mio intendimento. Di più non posso fare.

MENABREA, ministro per la marina. Domando la parola.

PRESIDENTE. Ila la parola.

MENABREA, ministro per la marina, lo non voglio trattenere più lungamente la Camera su questa discussione; ma sento il dovere e il bisogno di rettificare le asserzioni emesse dall'onorevole Bixio. Egli, accennando alle cifre che ho citale nel discorso dell'altro giorno, le crede esagerate e fallaci. Ora son costretto a dichiarare che l'asserzione dell'onorevole deputato è inesatta, e per provarlo non citerò che i nomi dei bastimenti i quali saranno pronti pel mese di gennaio.

L'onorevole Bixio diceva che, a suo credere, noi non avremmo avuto nella prossima primavera che sei navi da guerra, e lo diceva con tanta asseveranza, che era disposto a farvi una scommessa. Ebbene, io posso a mia volta assicurarlo che a Napoli abbiamo un vascello, il Monarca, abbiamo una fregata in perfetto stato, il Garibaldi; ed ho avuto questa mattina l'avviso che l'Italia, bellissima fregata nuova, sarà anche in ordine nel mese di gennaio. Abbiamo a Genova la Maria Adelaide, il Vittorio Emanuele, il Duca di Genova, che son già tutte pronte. Abbiamo due corvette corazzate, la Terribile, già armata, e la Formidabile, che lo sarà tra pochi giorni. Abbiamo per ultimo il San Giovanni, anche esso armato, e che tra breve verrà nei nostri porti. Ho già dunque numerali nove bastimenti ad elica.

BIXIO. Domando la parola.

MENABREA, ministro per la marina. senza contare quelli a ruote. E qui, o signori, per amor di brevità, non parlo che delle navi da guerra, come mi taccio di quelle che sono nei cantieri, e che certamente sullo scorcio della primavera, o al più tardi nel venturo estate, saranno compiutamente armate.

Onde conchiudo che le cifre da me citate non peccano punto d'inesattezza, ma esprimono la pretta verità.

Non disconosco le gravi difficoltà che s'incontreranno per allestire tutte queste forze navali; ma sono anche intimamente persuaso che, coll'operosità che io ritrovo in ogni parte a secondare l'opera mia, si giungerà a capo della difficile impresa.

L'onorevole Bixio accennava ancora alla mancanza dei porli, come se questo fosse colpa del Ministero; ma è in vero singolare che si venga ad accusare il ministro di non aver potuto supplire a ciò che non ci ha dato la natura.

L'onorevole preopinante non ignora quanto io abbia insistito presso la Camera affinché votasse la legge per la costruzione del porto della Spezia, e come,

290 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

appena questa venne votata, fatto di cui attesto ora al Parlamento la mia riconoscenza, il Ministero siasi sollecitamente adoperato per tradurla in atto.

Posso inoltre aggiungere che in seguito ai capitolati, i quali furono formati a norma delle prescrizioni della Camera, si presentarono società potentissime per dar mano ai lavori; ed ho la ferma speranza che queste opere importanti, senza le quali noi non avremo marina militare, saranno condotte a compimento colia massima alacrità. Ma

giova ripeterlo e ben persuadersi che lavori di tal natura non si possono terminare in poco tempo; che si richiedono anni; che né coi voti del Parlamento, né con tutta la buona volontà di cui sia capace un ministro, si possono d'un tratto creare quei porti, pei quali si richedono grandi fatiche, ingenti spese e molto tempo.

Io credo che queste dichiarazioni basteranno alla Camera per assicurarla della verità di quanto ebbi l'onore di esporre nel discorso precedente.

PRESIDENTE. Il deputato Bixio ha facoltà di parlare.

BIXIO. Mi permetta la Camera che aggiunga poche parole, in risposta al ministro della marina, a quello che ho detto nel mio precedente discorso.

Voci. Parli! parli!

BIXIO. Non è possibile che l'onorevole generale Menabrea mi attribuisca l'intenzione di renderlo risponsabile della mancanza di porti militari.

Quanto alle nostre forze navali, io potrei rispondere all'onorevole Menabrea una cosa, la quale proverebbe che io non sono tanto lontano dal vero, quanto egli vuole asserire. Io credo che egli avrà avuto sotto gli occhi un documento che dimostra quelle incontestabili verità!

Quando l'onorevole generale Menabrea è venuto ad ispirarci questa gran fiducia nei nostri mezzi attuali militari marittimi, io non ho potuto dividere con lui tutta questa fiducia. Se egli venisse a dirci delle cose che non potessero essere verificate dai nostri nemici, io non domanderei niente di meglio; ed io vorrei che i ministri della guerra e della marina potessero far credere all'Europa che noi abbiamo un milione di soldati e tutte le fluite dell'Inghilterra. Ma il generale. Menabrea sa che i nostri nemici conoscono le nostre forze, come noi conosciamo quelle dei nostri nemici.

Quando io ho detto che abbiamo un numero limitato di legni utili, non ho voluto dire che le cifre messe fuori dall'onorevole generale Menabrea fossero inesatte; ma ho detto che il materiale capace veramente per formare una flotta non esiste che in piccolissimo numero. Il ministro parla delle batterie corazzate. E qui bisognerebbe entrare in una discussione che è fuori di proposito, per esaminare il merito di queste navi; ma io dico solamente che l'Austria in pochissimo tempo, dal 181(8 in poi, ha dovuto ordinare novellamente la sua marina, ed in questo momento è in condizione di costrurre a Trieste le sue fregate corazzate; mentre nel nostro stabilimento metallurgico di San Pier d'Arena, che è l'unico d'Italia, ciò non si è ancora potuto ottenere, poiché ha contro di sé certe suscettività regolamentari, le quali si oppongono a che là dentro si costruisca un materiale capace. Solo ultimamente questo stabilimento ebbe per la prima volta qualche commissione, e in ciò credo di essere ben informato, di qualche bastimento di pochissima importanza.

Ma io domando francamente al ministro della marina, se non era possibile, ed a mio avviso era possibile, nello stabilimento metallurgico di San Pier d'Arena di riparare i bastimenti dalle avarie che possono succedere, sia per combattimenti marittimi, che per altre cause?

Del resto, io sarei molto più contento che le risposte dell'onorevole ministro avessero ragione sopra di me; se la Camera vorrà esaminare questa questione, il Governo può prenderne cognizione, ogni membro che compone il Gabinetto e la Camera lo possono fare con vari mezzi: si possono tenere sedute segrete, ove si discutano francamente e chiaramente le cose; oppure si possono fare dal Governo inchieste amministrative. In ciò si può prendere esempio dall'Olanda, ove si fanno inchieste presiedute da ammiragli e da principi. Se le tradizioni del paese non si prestano ad una inchiesta parlamentare, si facciano appurare le cose per altra via; ma quello che è certo si è ch'io temo pur troppo d'avere ragione.

Si è parlato dei cannoni: ma quanti marinai vi sono, quanti bastimenti potrebbero armarsi, oggi che l'Austria ha una flotta d'evoluzione che sta esercitandosi lungo il littorale della Dalmazia?

Mi si dirà che la legge sulla leva marittima è stata votata da poco tempo, che vi sono delle difficoltà; ed io lo capisco, ma, Dio mio! non domando che una cosa, che possiate riescire. Se riescite, vi applaudirò; se non riescite, vi disapproverò. In politica la riuscita è tutto. Molti furono acclamati non per altro che perché avevano riuscito.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il deputato Bertolami.

Volte voci. Ai voti! ai voti!

PRESIDENTE. Domando alla Camera se intenda chiudere la discussione.

BERTOLAMI. (Prende a parlare, ma molte voci, che gridano: Ai voti! ai voti! coprono la voce dell'oratore, il quale dichiara che rinunzia volontieri alla parola. )

PRESIDENTE. Si procederà al terzo ordine del giorno, il quale è del deputato Mancini.

È presente il deputato Mancini?

Non essendo presente, si procede al quarto ordine del giorno.

Il deputato Macchi ha facoltà di svolgerlo...

MACCHI. Lascio al mio amico Depretis la cura di dir brevemente le ragioni, cui si fonda quest'ordine del giorno, che io d'accordo con lui e con molti altri miei colleghi, ho deposto sul tavolo della Presidenza. Lascio a lui questa cura, perché ben mi avveggo che al punto in cui siamo giunti è d'uopo che la voce di chi parla abbia presso di voi un'autorità che pur troppo conosco di non avere la mia

DEPRETIS. L'onorevole deputato Macchi mi costringe, mal mio grado, a prendere parte a questa discussione.

Nel ringraziarlo delle cortesi parole, mi permetto di dirgli che certo egli non mi ha reso un servigio, perché in verità. dopo una discussione che ha consumati tanti giorni, dopo tante splendide arringhe, dopo i discorsi degli onorevoli Mellana e Bixio, coi quali sono interamente concorde, io sarei troppo presuntuoso, se credessi possibile di esporre cose nuove o di poterle esprimere in modo tale da potermi cattivare l'attenzione della Camera. Le mie parole saranno quindi molto brevi.

Io non rientrerò nella discussione generale, non farò che toccare alcuni punti della questione, e, dirò quasi, alcune faccie del programma politico, che, credo, abbiam tutti comune quanti siamo in questo recinto, discordi solo nella scelta ed applicazione dei mezzi per arrivare alla meta Prego quindi la Camera d'accordarmi pochi momenti d'attenzione.

Io non posso lasciar passare senza una risposta le parole che furono pronunziate dall'onorevole generale Della Rovere.


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291 - TORNATA DELL'11 DICEMBRE

Egli ha fatto, secondo me, assai mal a proposito, e certamente per nulla ispirato da quel sentimento di concordia che è nella bocca di tutti, ma che pur troppo panni che non tutti abbiano nel cuore, egli ha fatto, dico, una odiosa distinzione, che assolutamente io non posso ammettere. Egli ha fatta la distinzione tra gli nomini che seggono in questa Camera, e ch'egli chiama rivoluzionari, e quelli che seggono sui banchi del Ministero, o difendono gli attuali ministri, ed ha tatto sentire che vi è una parte della Camera la quale non potrà mai accordarsi col Gabinetto, perché ostinata nel voler seguitare esclusivamente le idee ed i mezzi più esagerati della rivoluzione.

L'onorevole generale Della Rovere credo che si sia altamente ingannato.

Gli nomini ch'egli può chiamare più avanzati in questa Camera riconoscono siccome loro capo il generale Garibaldi. Esso rappresenta ed esprime i loro concetti politici.

Ebbene, crede egli il generale Della Rovere che il generale Garibaldi possa essere chiamalo il rappresentante di quella sfrenata rivoluzione che deve rendere per sempre impossibile qualunque assetto regolare d'Italia? Ha egli versa in un grande errore, se ha tale credenza. Io glielo proverò ricordando avvenimenti ben noti.

Questi uomini della rivoluzione, questi incontentabili agli occhi del generale Della Rovere, che devono, secondo lui, continuare, in eterno il disordine, che non potranno mai prender parte ad un Governo regolare, ma essi debbono essere per sistema continuamente ostili al Governo. Eppure non hanno essi sofferto e combattuto per la monarchia italiana? Non hanno essi accettato lo Statuto al quale siamo tutti devoti? E poi, non ricordate voi (Con calore) una non lontana ed appassionala discussione, nella quale, in questo stesso recinto, il generale Garibaldi, con quella sua voce affettuosa e tranquilla che tanto bene esprime l'altera serenità della sua coscienza, parlando del dualismo che ci divide, diceva al Parlamento e all'Italia: tutte le volte che il dualismo potrà essere dannoso alla causa d'Italia, Garibaldi ha ceduto e cederà sempre? (Bravo!) Voi le ricordate queste nobili parole, tutte improntate di carità di patria e di quel sentimento di conciliazione che forma un punto essenziale della politica nazionale. E voi osate a venirci a parlare di partiti coi quali la conciliazione sia difficile, e li dipingete con tetri colori, come se vagheggiassero non altro che patiboli e stato d'assedio, e insistete sulla strana accusa, e vi compiacete di proclamarci divisi, quasi a rendere il nostro dissenso più grave e il nostro accordo impossibile?

Io penso che il generale Della Rovere ha detto cosa che certo non potrebb'essere confermata dalla Camera e che, senza dubbio nessuno, è respinta dalla coscienza nazionale. (Bene! Bravo! «sinistra)

Detto questo, io vorrei esporre brevemente e semplicemente le pochissime osservazioni che debbo fare per involgere l'ordine del giorno al quale mi sono sottoscritto, e che, secondo me, ha fra gli altri il pregio della semplicità e della chiarezza.

Quest'ordine del giorno riassume anche ne' suoi punti principali la discussione avvenuta in questi giorni, tocca la questione romana e la politica interna nel punto più sostanziale che alla questione romana si riferisce, cioè a dire l'armamento del paese, e l'interna amministrazione massimamente nell'Italia meridionale.

Ho detto, o signori, che questo ordine del giorno aveva tra gli altri il pregio della chiarezza, e doveva essere cosi, perché mi pare che se vi fu circostanza nella quale le nostre opinioni debbano chiarirsi agli occhi di tutti, ella è veramente questa.

L'ordine del giorno è concepito in questi termini:

«La Camera, invitando il Ministero a dare opera più efficace perché Roma sia restituita all'Italia, ed a provvedere all'armamento nazionale ed all'interna amministrazione, massime nelle provincie meridionali, in modo che meglio corrisponda alle supreme necessità della patria, passa all'ordine del giorno.»

Le circostanze esigono da noi un giudizio chiaro ed esplicito. Imperocché, se noi vogliamo riandare e singolarmente e nel loro complesso tutti i discorsi che furono pronunziati, essi c'infondono la convinzione che noi ci troviamo in uno di quei momenti supremi, nei quali è necessario che il male, se esiste, sia rivelato; che la verità sia delta intera, senza velo, senza equivoci, senza dissimulazione.

Il Ministero diceva che egli ha bisogno d'una fiducia aperta, intera, completa da parte della maggioranza della Camera, e il Ministero ha perfettamente ragione.

In questa parte le parole del mio onorevole amico, il deputato Bixio, mi dispensano da qualsivoglia dimostrazione.

Io credo che riuscirebbe assai più utile al paese se il Ministero, il quale debbe aver una maggioranza in questa Camera, l'avesse con un programma chiaro e definito per modo che non ci venissero mai più davanti certi ordini del giorno lunghi come litanie, con tante prescrizioni ed ammonizioni e ricordi; certe proposte che non sono disapprovazione, ma non sono approvazione, e tanti discorsi a sostegno della politica del Ministero, dai quali non è possibile capire se i ministri ed i suoi sostenitori fossero pienamente fra di loro di accordo.

Per esempio, ho sentito l'onorevole Mancini venirci a dire che la sua approvazione era condizionata, che la sua fiducia era data sotto certe riserve. Ora, le condizioni del paese, a mio avviso, sono tali che un Ministero ha bisogno d'incondizionata fiducia.

Io credo poi che anche nell'ordine costituzionale e per l'ufficio cui sono chiamati i grandi poteri dello Stato, sarebbe assai miglior cosa che la posiziono dei partili in faccia al Governo fosse netta e definita.

In questo recinto, io non ne dubito, nel grande programma nazionale noi siamo tutti d'accordo; anche fuori di questo recinto i dissidenti sono in piccol numero.

Se noi, o signori, rimanendo nell'ordine costituzionale, lasciando che si apra il campo alle parti politiche per migliorare la legislazione e l'amministrazione del paese, abborrendo dai sistemi esclusivi, ammettendo che qui siam tutti chiamati pel bene dello Stato, daremo opera alacremente a far progredire il paese, senza dissimulare gli errori, e mutando, se occorre, i reggitori della cosa pubblica, noi riesciremo ben presto alla nostra meta. Ma a questo risultato non si arriva se tutte le parti non adottano una politica generosa, senza recriminazioni, schiettamente conciliatrice.

L'ordine del giorno di cui si discute, non lo dissimulo, esprime modestamente, ma francamente un voto di sfiducia all'attuale Gabinetto.

Io credo di non poter far diversamente, e me ne spiace.

Stanno su quei banchi degli uomini, ai quali mi professo amico. Rispetto il carattere di tutti i ministri, ed onoro il suo illustre capo, le opinioni del quale sopra varii punti dell'interna organizzazione dello Stato concordano colle mie. Credo che le intenzioni degli attuali ministri siano buone. V'ha di più; sono quasi convinto che il programma nazionale l'abbiamo tutti comune. Ma questo è poco; questo accordo si riduce a consentire in una massima astratta; l'essenziale sta nella parte pratica del programma, cioè nei mezzi d'esecuzione. Qui siamo invece in disaccordo. Il Ministero avrà fatto tutti gli sforzi che poteva fare; ma non ha avuto il successo; è una fatalità; io desidererei che l'avesse avuto, pel bene del mio paese; ma dopo tanto tempo e tante dilazioni

292 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE BEL 1861

e tante promesse non è riuscito; politicamente parlando, il Ministero ha torto.

Un deputato. Domando la parola. (Rumori)

DEPRETIS. Siccome io non ci tengo molto a dilungarmi, se mai la Camera credesse che io parlassi più del dovere, io accetterei le interruzioni e i rumori come un avvertimento di metter fine al mio ragionamento. Non ho niente né di preparato, né di meditato, né di scritto; procurerò di essere assai breve. Lasciando dunque le molte cose che potrei dire, verrò più da vicino a spiegare l'ordine del giorno proposto.

Ho detto che quest'ordine del giorno riassume in certo modo anche il programma nazionale e la discussione che abbiamo fatta. Si accenna della questione romana, e si consiglia il Governo ad usare modi più efficaci; il che vuol dire che quelli dal Ministero usali non li crediamo efficaci abbastanza ad ottenere l'intento di restituire Roma all'Italia; e vuol dire che il sistema a cui fin qui il Governo si è attenuto colle sue lettere al papa ed ai cardinali, colla azione diplomatica che non riesce ad ottenere le cose le più semplici e le più giuste, con quel benedetto capitolalo che c'è venuto a portare come fossimo raccolti in concilio, che questo sistema, dico, lo crediamo riprovevole. E la discussione, o signori, e gli ordini del giorno proposti dagli stessi sostenitori del Governo mi pare che vengano in appoggio di questa conclusione.

E quanto al capitolato, l'onorevole Mosca mi ha portato via tutto quanto avrei volute dire su di esso. La Camera deve tuttavia ricordare come nella discussione fattasi l'anno passato, che si conchiuse coll'ordine del giorno 27 mano, che appunto si vuole ribattezzare dall'onorevole BonCompagni e dall'onorevole Conforti, il conte Di Cavour, parlando dei nuovi principi! di diritto pubblico, riassunto nella formola: libera Chiesa in libero Stato, diceva che questi principii di libertà dovevano essere inscritti in modo firmale nel nostro Statuto, dovevano formar parte integrante del patto fondamentale del nuovo regno d'Italia.

E aveva ben ragione; quel capitolato è tale atto che forse ad approvarlo non bastano i poteri che la nazione ha adesso confidati al Parlamento. Si tratta di variare delle disposizioni dello Statuto che sono essenzialissime; non si viene già ad introdurre con esso la libertà di coscienza e di culto, ma invece si danno al papato prerogative e privilegi e preminenze, senza guarentire lo Stato, e si viene perfino a mettere il pontificato romano e gli accordi proposti sotto la guarentigia di potenze estere.

Ora, o signori, non credo che un Parlamento potrebbe introdurre una simile modificazione nel patto fondamentale del. regno, senza aver ottenuto per lo meno un nuovo battesimo dal paese legale col suffragio esplicita degli elettori d'Italia.

Alcuni, e fra essi l'onorevole Mellana, hanno espresso una opinione che per l'onore del nostro paese e del Parlamento io francamente non potrei approvare.

D'accordo, sulla parte sostanziale della politica, coll'onorevole mio amico, non esito, ogniqualvolta mi trovo in qualche particolare dissenso, a manifestarlo senza ritegno, ben sapendo ch'egli lo prende in buona parte.

L'onorevole Mellana diceva: ma il conte Di Cavour, quando parlava degli accordi da farsi col pontefice, voleva prender tempo, e non altro. Lo stesso, a un di presso, disse un oratore a difesa del Ministero: l'innocente capitolato dieci sta dinanzi il Ministero lo propose, quando già era sicuro della ripulsa.

lo non so se il Ministero accetta simile difesa; bensì io credo che, in un argomento cosi grave, un uomo come il conte Di Cavour non parlasse a caso, o per prender tempo; io credo che una proposta egli l'avrebbe fatta, o fatta fare da altri, e seriamente.

Ma io, o signori, non crederò mai che gli venisse in mente di proporre un tale capitolato, per cui esistesse in Italia il capo della Chiesa sotto la guarentigia di trattati internazionali. Questa condizione io credo che il conte di Cavour non l'avrebbe mai né proposta, né accettata... (Si parla) Se la Camera è stanca di udirmi...

Voci. Parli! Parli!

DEPRETIS. So bene che è difficile il trovare la strada per andare a Roma, questa Roma a cui il vecchio proverbio dice che mettono tutte le strade. Adesso invece la strada per andarvi è appunto delle più difficili, e certo non ci si va che coi mezzi indicati dal mio onorevole amico deputato Bixio.

Bisogna che i ministri che seggono su quel banco siano il governo d'un paese forte, bisogna armare; questo è l'essenziale. Ad organizzare un paese ci vuole del tempo; ma per armarlo, ciò si può fare al presente e in breve; ma bisogna volerlo. Oh! se venissero quelle necessità supreme, per cui bisognasse ricorrere alle armi, il generale Della Rovere egli stesso sarebbe costretto ad armare rivoluzionariamente il paese.

DELLA ROVERE, ministro della guerra. L'ho detto la prima volta che ho parlato.

DEPRETIS. Non lo farebbe? Me ne dispiace per lui.

DELLA ROVERE, ministro della guerra. Scusi, l'ho già detto anch'io.

DEPRETIS. Sì? Ebbene allora gli dico che potrebbe fio d'ora fare qualche casa di più, potrebbe e dovrebbe fare qualche passo sulla strada per avvicinarsi alla meta. La questione di Roma non si scioglie colla forza materiale, anche questo lo so. Gioverà a scioglierla l'alleanza francese; e sta bene; è impossibile dimenticare i servigi infiniti che ci ha reso la Francia, e la riconoscenza c'impone infiniti riguardi. È la forza morale che bisogna adoperare per risolvere la grande questione del papato; e tutto questo lo ammetto: ma io dico che, perché la forza morale possa agire, in altri termini, perché la diplomazia possa riescire, bisogna che i nostri diplomatici rappresentino un paese armato, organizzato e tranquillo. La diplomazia dei paesi deboli non è abile, difficilmente riesce.

Detto questo sulla quistione romana, passando alle altre parli dell'ordine del giorno, esse esprimono i precetti pratici della politica nazionale: armato ed ordinate il paese.

In Italia, o signori, il concetto politico che ha dominato e domina il movimento italiano è quello dell'unità nazionale; questa è la religione politica degli Italiani; ed oggimaì è la religione dominante colla sua autorità, la sua forza, la soa intolleranza. Questo dogma politico penetrò nelle viscere della società civile in Italia; fu lavorio lento, inavvertito, incompreso, massime dagli uomini di stato calcolatori, ma scettici; adesso ha invaso, penetrato la nazione; è diventato un bisogno reale, ed è perciò irresistibile. A ciò debbono pensare seriamente i Governi. La nazione vuol essere; lo vuole con tutti i modi, colle forze morali, colle materiali, coi governi ordinali, se questi la conducono sulla retta via; ci sarebbe andata anche coi governi e coi mezzi rivoluzionari, se mai non avesse trovato in Vittorio Emanuele ed in Garibaldi il Re galantuomo e il cittadino fedele che la condussero pressoché alla meta. (Bene! a sinistra)

Dunque nella parte pratica il programma consiste principalmente nel dare opera a procacciare molle e buone armi e far presto. L'onorevole ministro della guerra ci diceva: i volontari devono aspettare; verranno in campo quando sarà il momento; e lo dice quando non può fare la leva, quando forse non può mandare uomini sufficienti per spazzare dall'Italia meridionale quei manipoli di scellerati che la infestano; ma, Dio buono! che male ci sarebbe mettere venti uomini per ogni compagnia di volontari,

293 - TORNATA DELL'11 DICEMBRE

perché si potessero esercitare ed istruire? Ma che? È una cosa che dipende intieramente dal ministro; poiché è possibile pensare che il Parlamento vi farebbe opposizione.

Noi abbiamo una legge sulla guardia nazionale mobile. Tutti ricordiamo, e signori, i sacrifizi che abbiamo fatto nelle nostre convinzioni per venire a quella specie di transazione col Governo sul progetto di armamento presentato dal generale Garibaldi; or bene, sono passati più mesi; a che siamo? C'è un regolamento, ci si dice, che si sta studiando, e cammina negli uffici del Ministero. E ci volete persuadere che si è fatto il possibile! Questa non è rivoluzione, signori ministri. E dopo questo volete un voto di fiducia? Ma noi non possiamo approvare queste lentezze; fate, allora approveremo.

L'organizzazione del paese, la quiete pubblica, la conciliazione nello Statuto, cioè la giustizia nell'amministrazione?

Io non andrò a spigolare dai discorsi ragioni per dimostrare che il Ministero ha bisogno su tutti questi punti della politica e dell'amministrazione non di lodi, ma di eccitamento. Ma una sola parola del ministro Peruzzi basta a dimostrarmi quale sia lo stato di alcune Provincie d'Italia. Egli ha detto: quelle popolazioni non mancano solamente di fede nelle persone del Governo, no, esse non hanno fede nel Governo come ente, mancano di fede nel principio. Mancano di fede nel Governo? Non c'è più autorità riconosciuta su di loro? Dunque, signori, quelle popolazioni sono nello Stato in cui era l'Italia al tempo dell'invasione dei barbari; manca la forza morale, non c'è che la forza materiale. Guai a noi, se le parole del signor ministro fossero vere! Io credo invece che quelle popolazioni hanno fede nel Governo come ente, come principio, e lo sperano, e lo invocano, perché è impossibile che non ne sentano il bisogno. Guai, se loro mancasse la speranza! No, o signori, non manca la fede nel Governo; c'è anzi, a mio credere, sete di Governo in quelle popolazioni, e non è difficile all'autorità il riacquistare il loro affetto.

Per mia parte, o signori, quantunque da lunghi anni invariabilmente nella opposizione, per verità assai moderata, vorrei, se il potessi, dare un voto che rinforzasse il Governo, o Io aiutasse nell'arduo lavoro. Né sarebbe il primo; poiché, malgrado le distinzioni e le classificazioni che si son fatte dal Ministero e da' suoi difensori, gli uomini che seggono da questo lato della Camera, nelle più gravi questioni, e quante volte trattossi della grande causa nazionale, non esitarono a votare e spese ed imprestiti ed armamenti d'ogni fatta, ed ogni legge di progresso anche lieve e di miglioramento nelle condizioni del paese. Nelle spese di marina, o signori, 'per dire un esempio, nella marina, se abbiamo peccato da questo lato della Camera, è stato forse per stimolare il Ministero a fare forse qualche volta l'impossibile. E voi ci chiamate uomini rivoluzionari, e ci mettete in fascio, ed ora trovate, ora non trovale il programma, e ad ogni modo ci dichiarate divisi da voi, ed impossibile fra di noi ogni accordo! Ma a che serve che parliate di concordia, e che senso ha questa parola?

Signori, io credo che questi giudizi siano molto imprudenti; ad ogni modo, se potessi farvi più forti e più abili e più operosi e più fortunati, io vi darei il mio voto. Ma, come posso sperarlo coi fatti che mi stanno dinanzi? No; gli atti del Governo non m'ispirano fiducia.

Io finirò... Uh'. ah) Io non sono solito ad abusare della parola; ho parlato per venti minuti, non è troppo; mi pare ci dovrebb'essere più tolleranza; tuttavia io dagli avversari politici so sopportare anche le interruzioni, perché anche

queste hanno per me il loro linguaggio, il loro significato. (Bene! a sinistra)

Signori ministri, noi non possiamo accordarvi la nostra fiducia, ma noi non facciamo questione di persone; pensate che questa lunga discussione vi ha rivelato molte piaghe ed alcuni rimedi; vi ha rivelato anche lo stato dell'atmosfera morale d'Italia.

Signori ministri, in una parte d'Italia, non dimenticatelo, vi è una temperatura morale diversa dalla nostra.

Migliorate adunque la vostra politica, io lo desidero, armate il paese largamente; governatelo con ispirito di concordia e di giustizia; migliorate la vostra politica; siate operosi; fate: gli uomini dell'opposizione verranno essi stessi a voi; ma affrettatevi: il tempo stringe: questo stato d'incertezza coll'Austriaco a Venezia, ed il Borbone a Roma, non può durare lungamente.

Mutate la vostra politica, ed avrete l'aiuto di tutti gli uomini che hanno fede nell'unità italiana sotto la monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele, e la grande impresa vi diventerà facile; altrimenti tutto vi sarà difficile.

Non illudetevi, signori, le difficoltà sono grandi. Che io non ammetto l'idea del deputato Musolino, il quale crede che l'unità d'Italia sia quasi un complemento dei trattati di Vienna, e la cosa più facile del mondo; tutt'altro, signori; l'unità d'Italia è una rivoluzione nella costituzione e nell'equilibrio d'Europa; è un'impresa difficile, perché tocca e sposta e turba e ferisce una quantità grande d'interessi, e quindi essa ha molti ostacoli e molti nemici. A superare tutte le difficoltà occorrono tutte le forze del paese, si richiede l'accordo di tutti gli onesti cittadini. Signori ministri, voi potete ottenere quest'accordo sol che 11 vogliate. Adoperate una politica conciliativa, non riguardo alle persone, lo ripeto, ma riguardo al metodo di governo; pensate che la migliore conciliazione è la giustizia; armate, soprattutto armate, lo ripeto, e vedrete che tutti i liberali verranno a voi; se noi farete, noi vi combatteremo; perché, se non facciamo questioni di persone, se siamo disposti ad accostarci a tutti gli onesti consigli, sopra ogni altro pensiero mettiamo l'interesse della patria comune, la quale colla vostra politica; cogli spedienti che voi adoperate, non potrebbe essere mai ridotta ad unità di nazione, né acquistare il grado che le spetta nel consesso dei popoli d'Europa. (Bravo! bravo'. )

PRESIDENTE. Il deputato Toscanelli ha facoltà di parlare.

Voci. Ai voti! ai voti!

TOSCANELLI. Le franche dichiarazioni dell'onorevole Depretis mi dispensano dal combattere l'ordine del giorno per quelle parole, secondo le quali implica una chiara sfiducia, siccome egli stesso ci ha confessato.

Mentre l'oratore che testé ha favellato, nella sua lunga ed eloquente orazione ha fatto appello alla concordia, nello stesso tempo ha dichiarato ch'egli invitava la Camera a dare un voto di sfiducia all'attuale Gabinetto.

Confesso francamente che sentendo parlare tanto di concordia, credeva che l'onorevole Depretis concludesse per votare l'ordine del giorno della maggioranza (Si ride); ma invece comprendo che mi era molto ingannato.

Nel venire al Parlamento, veggendo la fiducia generale delle popolazioni nell'attuale Ministero, tanto nelle Provincie alle quali appartengo, quanto nelle altre, per relazione avuta da molti miei amici, non credeva davvero di trovar tanti, i quali con colori cosi foschi ci asserissero essere il malcontento cosi grave nella patria nostra.

È vero, i dolori nelle provincie meridionali sono grandi; ma questi dolori derivano dalla politica dell'attuale Gabinetto o dalla forza delle cose?

294 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1861

Ecco la domanda che io credo coscienziosamente noi tutti dobbiamo farci nell'emettere il voto in questa importantissima discussione.

L'ordine del giorno, sostenuto e sviluppato dall'onorevole Depretis, implica un biasimo al Ministero. Ma da questa discussione possiamo forse conchiudere che questo biasimo sia meritato?

L'onorevole Depretis si è degnato di asseverare che i deputati della destra avevano essi stessi per i primi conculcalo l'attuale Ministero.

Io a lui ritorno l'accusa, e dichiaro e sostengo che l'attuale Gabinetto non poteva avere avvocati migliori e più efficaci degli oratori che stanno assisi sui banchi della sinistra. (Si ride)

Ed infatti l'onorevole ZUPPETTA...

(La voce dell'oratore è coperta da quella di molti deputati che gridano: Ai voti! ai voti! - Rumori prolungati)

PRESIDENTE. Prego la Camera di non interrompere l'oratore.

Ho detto più volte che quando dieci deputati si alzino per chiedere la chiusura, la porrò ai voti.

Voci. Ai voti! ai voti!

(Il deputato Toscanelli seguita a parlare, ma le sue parole, a motivo di rumori, non si possono sentire. )

Toscanelli. L'onorevole Zuppetta nel narrarci le ragioni per le quali le provincie napoletane si trovano in cattive condizioni, che cosa ci ha detto?

Ha censurato tutte le amministrazioni anteriori all'epoca nella quale i ministri attuali assunsero la direzione delle cose pubbliche, ma non ha potuto dir niente di grave contro il Ministero attuale.

Come ha conchiuso l'onorevole Ricciardi il suo dire? Al solito, esso ha fatto una lunga narrazione di mali, poi ha proposto il trasferimento della capitale a Napoli; e questo prova ch'esso è intimamente convinto che il male non è l'opera, non è l'effetto del modo nel quale oggi è governata l'Italia.

L'onorevole Crispi... (Nuovi e più vivi segni d'impazienza, rumori dalle varie parti della Camera. )

L'onorevole Crispi ci ha indicate le cattive condizioni nelle quali si trovava l'amministrazione in Sicilia, specialmente per opera d'impiegati ch'egli stesso quando era alla direzione della cosa pubblica non ha creduto di destituire...

Poiché la Camera è stanca, e ben a ragione, di una discussione di soverchio prolungata, concludo che non bisogna considerare le piccole cose nelle quali per avventura il Governo può avere errato, ma conviene tenere computo altresì di tutto il bene che ha fatto {Rumori e risa a sinistra); si, ha operato cose grandi ed utili alla patria; per questo francamente dichiaro che m'ispira la più ampia fiducia. (Oh! oh!) Noi non possiamo dire in tanto male nessun lume di bene, ma dobbiamo invece asseverare in cosi poco male moltissimo bene.

Due oratori della sinistra hanno rampognato la maggioranza perché era poco ordinata, e bene a ragione, o colleghi; ma ho la speranza che questa discussione servirà a rimediare a questo male (Oh! oh! al centro) ed a renderla più disciplinata e più compatta nel sostenere il Ministero. (Movimenti diversi e rumori a destra ed al centro; applausi ironici a sinistra. )

Moltissime voci. Ai voti! ai voti!

PRESIDENTE. Osservo alla Camera che all'ordine del giorno che ora si discute è stato proposto un emendamento dal deputato Berti-Pichat, il quale consiste nell'aggiungere dopo le parole: necessità della patria, le seguenti: ed esortandolo a provvedere efficacemente alla pubblica sicurezza, passa all'ordine del giorno.

MACCHI. Chiedo di parlare.

Voci. Ai voti! ai voti!

MACCHI. Solo per una dichiarazione.

Io ed i miei amici politici che abbiamo sottoscritto l'ordine del giorno acconsentiamo a quest'emendamento.

Voci numerose. Ai voti! ai voti!

PRESIDENTE. Interrogo la Camera, se intenda chiudere la discussione sopra quest'ordine del giorno.

(La discussione è chiusa. )

Ora viene l'emendamento proposto dal deputato Castelli Luigi.

Darò la parola al deputato Castelli per isvilupparlo.

Voci. No! no!

CASTELLI LUIGI. L'ora è tarda, e per

Voci. Ai voti! ai voti!

Voci generali. Ai voti! ai voti!

PRESIDENTE. Il deputato Castelli vuole svolgere il suo ordine del giorno?

Voci generali. No! no!

CASTELLI LUIGI. Me ne asterrò.

PRESIDENTE. Il deputato Petruccelli vuole svolgere il suo ordine del giorno?

Voci generali. No! no!

PETRUCCELLI. Io Io ritiro (Ah!), dichiarando però che io resto impenitente, come il signor barone Ricasoli, e che mantengo la mia conclusione, malgrado tutta l'opposizione che mi sia stata fatta da quella parte e da questa. (Bravo!) Perciò non voto alcun ordine del giorno.

PRESIDENTE. Sono venule al banco della Presidenza due liste di deputati, delle quali l'una domanda in massima la votazione per appello nominale per l'ordine del giorno sul quale si voterà, ed è sottoscritta dai deputati:

Gaspare Marsico - Pietro Moffa - Giuseppe Romano - Scrugli - Nicola Schiavoni - Giuseppe Lazzaro - Francesco Garofano - Musolino - Ruggiero - G. Libertini - A. Bertani - A. Saffi - A. Greco - Castellano - Ferrari - Minervini - Fabricatore - De Luca - G. Matina - Di San Donato - Nino Bixio - Giovanni Nicotera - G. Cadolini - Vincenzo Ricci - Ugdulena - Michele Persico - Gaetano Del Giudice - Salvatore Calvino - G. Zanardelli - L. Zuppetta-Giuseppe Leonetti - Leopoldo Cannavina - Achille Polli - Luigi Miceli Raeli - Mauro Macchi.

Nell'altra si domanda la votazione per appello nominale per l'ordine del giorno firmato Mauro Macchi, Depretis, Mellana, ed è firmata dai signori G. Lanza - M. Minghetti - C. BonCompagni - Briganti-Bellini - Filippo Capone - F. De Blasiis - Adriano Mari - Trezzi Ambrogio - Colombai! - Rorà - Corsi,

Ora rimane a vedere a quale degli ordini del giorno spetta la priorità.

Secondo gli usi della Camera, la priorità spelta a quello che più si avvicina all'ordine del giorno puro e semplice; quindi si dovrebbe prima volare sull'ordine del giorno sottoscritto dal deputato Raffaele Conforti, al quale si è aggiunto, mediante le relative modificazioni, anche il deputato BonCompagni. Per conseguenza rileggo l'ordine del giorno colle modificazioni introdotte:

295 - TORNATA DELL'11 DICEMBRE

«La Camera conferma il voto del 27 marzo, che dichiara Roma capitale d'Italia, e confida che il Governo darà opera alacremente a proseguire l'armamento nazionale, l'ordinamento del regno, e l'efficace tutela delle persone e della proprietà.»

«Essa prende pure atto delle dichiarazioni del Ministero Intorno alla sicurezza pubblica, alla scelta del personale onesto, abile, devoto alla causa nazionale, al riordinamento della magistratura, al maggiore sviluppo dei lavori pubblici e della guardia nazionale, ed a tutti gli altri provvedimenti efficaci a procurare il benessere delle provincie meridionali, e passa all'ordine del giorno.»

RICASOLI B. , presidente del Consiglio. A nome del Ministero mi è grato di annunciare alla Camera che il Ministero accetta quest'ordine del giorno, il quale è consenziente completamente agli intendimenti suoi, non che è d'accordo colle opere già iniziate, sia per il riordinamento del regno, sia per l'armamento nazionale.

Mosca. A quest'ordine del giorno va unito un emendamento.

Voci. La discussione è chiusa!

PRESIDENTE. Se il deputato Mosca insiste perché si metta ai voti il suo emendamento, certo egli ne ha il diritto; quindi domando se l'emendamento del deputato Mosca sia. appoggiato.

RICCIARDI. Si rilegga.

PRESIDENTE. Lo ha un o tutti sotto gli occhi; del resto lo rileggerò.

«La Camera, esaminati i documenti presentati dal Ministero e uditene le dichiarazioni in ordine allo stato della quistione romana, mentre persiste nel reclamare che Roma sia al più presto congiunta all'Italia, eccita il Governo a provvedere con ogni più acconcio mezzo, ma senza sacrificio delle essenziali prerogative delta Corona e dei diritti inalienabili della podestà civile; al compimento di questo supremo bisogno nazionale.

La Camera confida altresì che il Governo darà opera alacremente a compiere l'armamento nazionale e l'ordinamento del regno.

Essa prende pure atto,» ecc. , come all'alinea dell'ordine del giorno, al quale quest'emendamento si riferisce.

Domando se è appoggiato.

(È appoggiato. )

Lo pongo ai voti.

(La Camera non approva. )

Si procede alla votazione per isquittinio pubblico sull'ordine del giorno dei deputati Conforti e BonCompagni.

Chi lo approva, pronunzierà il si; chi lo rigetta, risponderà no.

(Segue l'appello e lo spoglio dei voti. ).

Il deputato Boggio, essendo ammalato, mi ha mandato il suo voto scritto. Domando alla Camera se abbia a darne lettura, e se...

Voci generali. No! No! non si può!

Votarono in favore:

Abatemarco - Acquaviva - Agudio - Airenti - Alfieri - Allievi - Amicarelli - Ara - Arconati-Visconti - Argentino - Atenolfi - Audinot - Baldacchini - Barracco - Bastogi - Battaglia-Avola - Belli - Beltrami Pietro - Berardi Tiberio - Bertea - Bertolami - Bichi - Boldoni - BonCompagni -Bonghi - Borella - Borgatti

-Borromeo - Borsarelli - Boschi -Bottero - Bracci - Bravi - Brida - Briganti-Bellini - Brignone - Brioschi - Broglio - Brunet - Bruno - Bubani - Busacca - Cagnola - Camozzi - Canalis - Canestrini - Cantelli - Capone - Cappelli - Capriolo - Caracciolo - Carafa - Cardente - Carletti-Giampieri - Carutti - Caso - Cassinis - Castelli Demetrio - Castromediano - Cavallini - Cavour - Cedrelli - Cempini - Chiapusso - Chiaves - Ciccone - Cini - Colombari - Compagna - Conforti - Conti - Coppino - Cordova - Correnti - Corsi - Cossilla - Cucchiari - Cugia - Danzetta - Deandreis - De Blasiis - De Cesare - De Filippo - Del Re Giuseppe - De' Pazzi - De Sanctis Francesco - De Siervo - Devincenzi - Di Martino - Di Sonnaz - Dorucci - Fabrizj - Farina - Farini - Fenzi - Pinzi - Galeotti - Gallozzi - Genero - Gherardi - Gigliucci - Ginori-Lisci - Giorgini - Giovio - Giuliani - Grandi - Grattoni - Greco Luigi - Grella - Grixoni - Grossi - Guerrieri-Gonzaga - Guglianetti - Imbriani - Jacini - Lacaita - La Farina - Lanza Giovanni - Leopardi - Luzi - Macciò - Maceri - Maggi - Malenchini - Marazzani - Maresca - Mari - Marliani - Massa - Massarani - Massari - Massola - Mattei Felice - Mattei Giacomo - Mautjno - Mayr - Mazza Pietro - Melegari Luigi - Melegari Luigi Amedeo - Menichetti - Menotti - Michelini - Minghelli-Vaini - Minghetti - Mischi - Mongenet - Monti -Montani - Morelli Giovanni - Moretti - Mortai - Muredda - Nelli - Ninchi - Nisco - Oytana - Palomba - Panattoni - Paternostro - Pelosi - Pepoli Carlo - Pepoli Gioachino - Peruzzi - Pescetto - Pezzani - Piacili Piria - Piroli - Pisanelli - Pisani - Poerio - Possenti - Pugliese-Giannone- Raeli - Ranco - Rapallo - Rasponi - Rattazzi- Restelli - Ribotti - Ricasoli Bettino Ricci Malico- Robecchi (seniore) - Robecchi Giuseppe - Romeo Pietro - Romeo Stefano - Rorà - Rovera - Raschi - Sacchi - Salvatore - Sanguinetti Sanseverino - Saragoni - Scalia - Scalini - Scarabelli - Schininà - Scialoia - Scoccherà - Sella - Sergardi - Sgariglia - Silvani - Silvestrelli - Sirtori - Solaroli - Soldini - Spaventa - Speroni - Susani - Tenca - Testa - Tonelli - Tonello - Toretti - Tornielli - Torre - Torrigiani - Toscanelli - Trezzi - Urbani - Vacca - Valerio - Vegezzi Zaverio -Vergili - Villa - Viora - Visconti Venosta - Zambelli - Zanolini.

Votarono contro:

Anguissola - Avezzana - Beretta - Bertani - Berti-Pichat - Bixio - Braico - Cadolini - Cairoli - Calvino - Cannavina - Casaretto - Castellano - Catucci - Cosenz -Crispi - Cuzzetti - D'Ayala - Del Giudice-Della Croce - De Luca - De Poppo - Depretis - De Sanctis Giovanni - Fabricatore - Ferrari - Friscia - Gabrielli - Garofano - Greco Antonio - La Masa - Lanciano - Lazzaro - Leonetti - Levi -Libertini - Longo - Lovito - Maccabruni- Macchi - Mandoj-Albanese - Marsico - Matina - Mellana - Mezzacapo - Miceli - Minervino - Molla - Mollino - Monticelli - Mordini - Mosca - Mosciari - Musolino - Nicotera - Nolli - Pancaldo - Persico -Polli - Positano - Ranieri - Regnoli - Ricci Giovanni - Ricci Vincenzo - Ricciardi - Romano Giuseppe - Romano Liborio - Ruggiero - Saffi - San Donato - Saracco - Schiavoni - Scrugli - Spinelli - Ugdulena - Ugoni - Vischi - Zanardelli - ZUPPETTA.

Si astennero :

Castelli Luigi - D'Ondes-Reggio - Florenzi - Gallenga - Petruccelli - Tecchio.

Risultato della votazione:

Presenti 317

Votanti 311

Maggioranza 159

Votarono in favore 232

Votarono contro 79

Si astennero 6

(La Camera approva. )

(Applausi a destra ed al centro)

La seduta è levata alle ore 6 ½.






















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