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A qualche amico questa pubblicazione non piacerà, ma è utile conoscere come sono stati impiantati nella mente dei meridionali – attraverso la rete delle scuole nazionali – i luoghi comuni della vulgata risorgimentale.

Ve ne anticipiamo un passaggio significativo:

Ci volle un assedio lungo e penoso, diretto mirabilmente dal Menabrea, che si acquistò per questo fatto la fama di valente generale; ci volle il valore e il coraggio immenso dei soldati italiani comandati dal Cialdini; ci volle la presenza e l'opera della nostra flotta, per vincere una resistenza cosi accanita. I nostri cominciarono il fuoco nel dicembre del 1860, e dopo varie vicende, dopo pochi momenti di tregua, dopo lotte tremende, rovesciando su Gaeta una grandine di bombe, facendo scoppiare le polveriere, rovinando le opere di difesa costruite dal nemico, il 13 febbraio del 1861, Gaeta cedeva. Il re Francesco, che durante questa guerra si era mostrato pusillanime ed inetto, si dovette allora convincere che tutto era finito per lui, e si avvide troppo tardi che i Re, se vogliono portare la corona, la debbono saper difendere e magari conquistare colle armi in pugno, come aveva fatto Vittorio Emanuele a Palestro e a San Martino; che colle cattive leggi, colla pessima polizia, colle tirannie non si va avanti, né ci si acquista l’affetto dei sudditi, perché il popolo vuole libertà, giustizia, amore. Se ne avvide, ma troppo tardi, e salito sopra una nave francese parti da quel regno, che non era più suo: e nessuno lo pianse.”

Abbiamo messo in evidenza la terminologia relativa ai buoni e ai cattivi.

Buona lettura.

BIBLIOTECA SCOLASTICA
ONORATA GROSSI MERCANTI
COME SI È FATTA L'ITALIA
STORIA DEL RISORGIMENTO ITALIANO
NARRATA AI FANCIULLI
con illustrazioni originali di E. MAZZANTI
Libro di testo per molte Scuole del Regno.
215° Migliaio
FIRENZE
R. BEMPORAD & FIGLIO
LIBRAI-EDITORI
Libro consigliato dal R. Ministero della Pubblica Istruzione.
(Bollettino ufficiale, 27 settembre 1900).

(se vuoi, puoi scaricare il testo in formato ODT o PDF)


Il venti Settembre.

Le bandiere tricolori sventolano allegramente al tepido sole d'autunno; la musica ripete gl'inni patriottici che seppero destare tanti nobili affetti; in ogni città, in ogni paese, in ogni villaggio d'Italia si fa festa in questo giorno. E per tutto sventola la stessa bandiera, per tutto risuonano gli stessi canti, per tutto si gridano a piena voce le stesse parole: Viva l'Italia! Perché si fa festa in questo giorno?et Ricorda esso qualche bel fatto? E dunque un giorno che gli italiani rammentano con gioia? Proprio cosi, fanciulli miei.

Questo giorno ricorda quello in cui i nostri soldati entrarono in Roma, nell'anno 1870. In quel giorno memorabile gl'Italiani poterono dire: La nostra patria è unita, è libera, un re italiano da Roma, capitale d'Italia, ci governerà con leggi giuste ed umane.

Ma non fu sempre cosi. Vi fu un tempo in cui la nostra penisola era divisa in più Stati, retti da diversi principi, quasi tutti stranieri, governati ora in un modo, ora in un altro, male sempre: vi fu un tempo in cui pronunziare le parole: Patria. Italia, Libertà, era un delitto che veniva punito coll'esilio, colla prigione, colla morte. Doloroso quel tempo, sapete, e come fu lungo!

Quante lagrime furono versate, quanto sangue fu sparso per arrivare a questo giorno! Quante guerre perché la bandiera tricolore potesse sventolare sulla terra italiana! Bisognò lottare in tutti i modi, bisognò combattere lunghe o pericolose battaglie, bisognò sopportare l'esilio, la prigione,

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sfidare la morte. Bisognò che ci fossero dei principi buoni e valorosi, che volessero unire questa povera Italia divisa; degli eroi grandi come non ce n' erano mai stati, dei martiri coraggiosi e pazienti, che soffrissero per gli altri; degli uomini d'ingegno che pensassero solamente al bene della Patria, e dicessero quello che si poteva e si doveva fare per essa. Io vi voglio raccontare questa storia di dolori e di speranze; voglio parlarvi di questi principi, di questi eroi, di questi martiri, di questi pensatori, perché conosciate i loro nomi e li ricordiate, perché impariate ad amare e venerare coloro che ci dettero le due cose più preziose che l' uomo possa aver sulla terra: la Patria e la libertà.

1. L'Italia dopo il 1815.

Dopo il 1815, l'Italia era divisa in molte parti, governate da differenti principi, o soggette al dominio straniero. Come se l'Italia non fosse per legge naturale una ed intera!

La vedete di contro al frontespizio? Ha la forma di uno stivale da cavaliere; in alto, a settentrione, è chiusa da una bella cintura di monti, le Alpi, e torno torno è circondata dal mare: i monti e il mare sono i nostri confini. Pare impossibile che ci sia voluto tanto, per fare intendere agli stranieri che dentro questi confini siamo in casa nostra, e che, se li mandiamo via quando li varcano, usiamo di un nostro sacrosanto diritto! Eppure questo diritto nessuno lo voleva riconoscere allora.

Quali erano gli Stati in cui era divisa l'Italia dopo il 1815? I seguenti:

1. Gli Stati Sardi, che comprendevano il Piemonte, la Liguria, la Sardegna, ed erano governati da un re di Casa Savoia, famiglia antichissima, molti principi della quale erano stati valorosi soldati, avevano governato i loro popoli da buoni sovrani, cercando di fare del bene all'Italia.

2. La Lombardia e il Veneto che formavano il Regno Lombardo-Veneto e facevano parte dell'impero austriaco.

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3. Modena e Reggio che costituivano il Ducato di Modena, dove comandava da padrone e tiranneggiava un arciduca austriaco, Francesco IV.

4. Il Ducato di Parma in cui signoreggiava Maria Luigia, figliuola dell'imperatore d' Austria.

5. Lo stato Pontifìcio, che comprendeva le provincie romane e la maggior parte delle Romagne e dell'Emilia, ove regnava il Papa.

6. La Toscana in cui comandava un granduca della casa di Lorena, austriaco anch'esso, ma non cattivo principe.

7. Il Regno delle Due Sicilie, che comprendeva il Napoletano e l'isola di Sicilia ed era governato da un principe della famiglia dei Borboni, uno scellerato tiranno che, come sentirete, fece spargere tanto sangue e versar tante lagrime.

Oltre a questi sette Stati maggiori, vi erano altri piccoli principati di minore importanza: la Repubblica di San Marino, che si regge ancora da sé, colle sue leggi e col suo governo, e che conta poche migliaia di abitanti; il Granducato di Lucca, destinato ad essere unito alla Toscana dopo la morte del suo principe; la Corsica, che apparteneva e appartiene ancora ai Francesi; Malta in mano agli Inglesi, il Canton Ticino unito alla Svizzera e finalmente Trento e Trieste che erano e sono tuttora in potere degli Austriaci.

In quante parti era divisa, da quanti padroni più o meno stolti e crudeli era tiranneggiata la povera Italia! Perché potesse liberarsi da tanti tiranni, perché potesse riunirsi in un solo Stato grande e indipendente ci voleva proprio un miracolo. E il miracolo ci fu, come vedrete. L'amor di patria ne fa tanti!

2. I Carbonari.

In tutta l'Italia v'erano uomini generosi che sentivano nel cuore profonda vergogna della schiavitù della Patria, che soffrivano e piangevano per essa, che volevano liberarla a ogni costo. Ma come fare? Non era permesso di parlare al popolo liberamente, né di scrivere per istimolarlo a scacciare lo straniero.

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Tutto era proibito, tutto punito! I principi che governavano l'Italia spiavano ogni atto, ogni parola, ogni sguardo, e mantenevano volentieri la plebe nella ignoranza, perché sapevano che un popolo ignorante si domina meglio e meglio si tiene a catena. L'istruzione è il primo passo verso la libertà.

Gli uomini generosi che desideravano il bene dell'Italia, non potendo apertamente giovarle, si riunirono e formarono delle società segrete, che presero diversi nomi, ma che avevano tutte un medesimo scopo: scacciar lo straniero e rendere l'Italia padrona di se stessa.

Fra queste società la più numerosa e la più temuta era quella dei Carbonari. Con questo nome s'indicava una potente associazione, i membri della quale erano legati da un sacro giuramento con cui s'impegnavano a prestare cieca obbedienza ai loro capi, e a sacrificare tutto, la vita se occorreva, per raggiungere il loro nobile scopo: pene severe, anche la morte, punivano i traditori.

Di questa società facevano parte uomini egregi, poeti, artisti, professori, soldati, popolani, e verso il 1820 essa contava più di seicentomila soci nel solo Napoletano.

Voi mi domanderete, o fanciulli: Queste società segrete erano proprio una cosa buona? 0 non c'insegnano invece ogni giorno a esser sinceri? 0 non ci dicon sempre che le cose buone bisogna avere il coraggio di farle in faccia a tutti, alla luce del sole? Ecco, io vi rispondo così, ragazzi miei: E vero, le cose buone bisogna avere il coraggio di farle apertamente, e cospirare, congiurare in segreto quando la Patria ha un governo libero e giusto è una brutta cosa. Ma quando un governo tirannico opprime una nazione, quando la Patria è sotto il dominio dello straniero, quando lo scopo è nobile e santo, anche una società segreta può essere una cosa buona, e quella dei Carbonari spinse migliaia di generosi ad atti eroici, e apri la via ad arditi tentativi, che avvicinarono l'ora della nostra libertà.

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3. I Carbonari a Napoli.

Nel regno delle Due Sicilie, dove Ferdinando I di Borbone governava tanto tirannicamente i suoi sudditi, i Carbonari fecero il loro primo tentativo. Due sottotenenti che erano di presidio a Nola disertarono con molti soldati dall'esercito del Re, gridando «Viva la costituzione!» e il prete Luigi Menichini, unitosi ad essi, inalzò pel primo la bandiera tricolore. Il grido della rivoluzione si sparse rapidamente; in quattro giorni tutto il regno di Napoli era sollevato, e da ogni parte si reclamavano leggi più giuste e un governo più umano e più libero. Il Re dovette cedere e accordare quello che non poteva negare. Con grande solennità il primo ottobre 1820 il re Ferdinando giurò sul Vangelo, in mezzo al popolo festante, di conservare e mantenere le leggi liberali che egli aveva date ai suoi popoli «E se io mancassi al mio giuramento,» egli aggiunse, «Dio mi punisca e mandi sul mio capo la pena degli spergiuri!» Come non credere a un giuramento cosi solenne? Come non abbandonarsi fiduciosi alla speranza di vedere tempi migliori e di non sentire più parlare di persecuzioni, di esilii, di morte? E i Napoletani crederono e sperarono: ma breve doveva essere la loro gioia, pur troppo!

L'Austria ed altre potenti nazioni d' Europa videro di mal'occhio questi mutamenti nel regno di Napoli, e sotto pretesto di voler trattare con Ferdinando di Borbone delle cose del regno, lo invitarono a recarsi a Lubiana, città dell'Impero austriaco. Il Re accettò subito l'invito, perché si era già pentito di quel po'di bene che aveva fatto, e non vedeva l'ora di rimettere i suoi sudditi sotto un giogo anche più duro e più grave di prima. E difatti, dopo tre mesi appena, lo spergiuro, con cinquantamila Austriaci, moveva verso il regno di Napoli. La popolazione si sollevò e il generale Pepe con numerosi soldati mosse contro i nemici; ma fu vinto a Rieti, e il 23 marzo 1821 gli Austriaci entrarono a Napoli.

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Che lutto in tutto il Regno! Gli stranieri erano novamente padroni vittoriosi di quelle belle terre d'Italia, la libertà era di nuovo perduta, in ogni città si bastonava, s'imprigionava, s'impiccava. Messina si sollevò al grido di libertà che il prode generale Rossaroll inalzò in mezzo al popolo avvilito, affranto dal terrore; ma invano. Nuovo sangue fu sparso, le galere s'empirono di nuovi prigionieri, e dure catene straziarono tanti generosi, che non avevano fatto nulla di male, che non avevano altra colpa che quella di avere amata la Patria, di avere odiato lo straniero, di aver voluta la libertà.

4. I Carbonari in Piemonte.

Anche in Piemonte i Carbonari, attivi e pazienti, spargevano le loro idee di libertà e d'indipendenza, e cercavano di sollevare il popolo, di spingerlo a chiedere leggi più giuste ed umane, eguali per tutti.

Veramente il Piemonte non era governato da un principe cattivo e feroce come il Borbone di Napoli, e Vittorio Emanuele I di Casa Savoia, che vi regnava, era d'indole mite, di cuore buono e affettuoso. Ma questo principe non aveva grande intelligenza; credeva che la potenza dei Re fosse illimitata come quella di Dio, e di cose nuove, di leggi più libere, di governo popolare non voleva sentirne parlare. Cosi era stato per tanti anni, e il popolo aveva obbedito e taciuto; cosi doveva essere ora e per l'avvenire, e il popolo doveva, come sempre, obbedire e tacere. Egli non aveva figli, e alla sua morte il regno sarebbe toccato a suo fratello Carlo Felice e, morto lui, a Carlo Alberto, principe di Carignano, appartenente a un altro ramo della Casa di Savoia.

Carlo Alberto era allora giovine di ventitré anni, di animo liberale, desideroso d'illustrare il suo nome con qualche nobile fatto, di liberare l'Italia dal dominio dell'Austria, e più volte aveva manifestati questi suoi pensieri, più volte

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aveva cercato di mostrare il suo odio per l'oppressore della Patria.

A lui dunque si rivolsero i Carbonari piemontesi, e in lui trovarono un amico e un alleato. A che cosa miravano i Carbonari? A raggiungere due scopi. Innanzi tutto essi volevano persuadere il Re ad accordare al popolo maggior libertà e a sostituire al governo dispotico col quale, come vi ho già accennato, comandava il Re da padrone assoluto un altro governo, in cui, insieme col Re, trattassero degli affari dello Stato e facessero le leggi alcuni cittadini eletti dal popolo. Queste riforme dovevano essere stabilite con una legge fondamentale chiamata Costituzione, che il Re doveva concedere, obbligandosi con giuramento ad essere il primo a osservarla lealmente e scrupolosamente. E poiché in Ispagna il popolo aveva ottenuto dal Re questa legge fondamentale, cosi i Carbonari volevano che Vittorio Emanuele concedesse al popolo una costituzione simile alla spagnuola. In secondo luogo, i Carbonari volevano muover guerra all'Austria, causa prima di tutti i mali che affliggevano l'Italia.

5. Carlo Alberto e i Carbonari.

Il 6 marzo del 1821 quattro uomini, passando per una scala segreta, venivano introdotti nella biblioteca del palazzo reale di Torino, ed erano ammessi alla presenza di Carlo Alberto. Erano Santorre Santarosa, Giacinto di Collegno, Carlo di San Marzano, Guglielmo Moffa di Lisio, Carbonari, capi dei cospiratori piemontesi. Essi palesarono al giovine principe i loro disegni, gli dissero ch'era giunta l' ora d' agire, il momento solenne in cui egli avrebbe potuto rendere immortale il suo nome» dando alla Patria la libertà e l'indipendenza. Le loro parole erano ardenti come l'affetto che le moveva, sgorgavano dal cuore e correvano calde e palpitanti sulle labbra; la gloria ch'essi facevano intravedere a Carlo Alberto era splendida e durevole come la luce del sole, e Carlo Alberto, commosso, acceso anch'egli da tanto

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entusiasmo, non riflettendo che forse non gli sarebbe stato concesso di mantenere quello che prometteva, accettò di porsi a capo della nobile impresa.

V immaginate, o fanciulli, con qual gioia ineffabile fosse accolta la sua promessa? Essa voleva dire che gl'Italiani guidati da un principe italiano, si dichiaravano fin d' allora nemici dell'Austria, le movevano guerra, tentavano di riacquistare la libertà e l'indipendenza. Il Santarosa e i suoi compagni, lieti di essere riusciti ad ottenere l'aiuto di Carlo Alberto, parteciparono la buona novella agli altri cospiratori coi quali affrettarono l' ora della rivoluzione.

Carlo Alberto in quel momento aveva promesso più di quanto la sua condizione di Principe gli poteva permettere di mantenere. Il giorno dopo tentò di persuadere i congiurati ad abbandonare l'idea di una rivoluzione immediata, ma ormai era troppo tardi: tutto era pronto, gli ordini erano stati dati e la rivoluzione scoppiò.

6. La rivoluzione in Piemonte.

La rivoluzione scoppiò il 10 marzo fra i soldati che erano ó, di guarnigione ad Alessandria. Il giorno dopo Vittorio Fer? J rerò, capitano delle milizie reali, presso la chiesa di San Sai C: vario, proprio sotto le mura di Torino, insieme con un'ottantina di soldati e con un centinaio di cittadini, inalzò la bandiera tricolore fra le grida di Viva il Re, viva la Costituzione, guerra all'Austria! La mattina seguente i congiurati erano padroni della Cittadella di Torino, la guarnigione si era unita a loro. Carlo Alberto, mandato dal Re, si presentò agl'insorti per domandar loro che cosa volessero, ed essi risposero: Noi siamo fedeli al Re, e vogliamo obbedirlo, ma vogliamo che ci conceda la Costituzione spagnuola e che muova guerra all'Austria. Carlo Alberto espose al Re i desiderii degl'insorti, ma Vittorio Emanuele, non volendo esaudirli, quando seppe che i soldati facevano causa comune col popolo rinunziò alla corona in favore di

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Carlo Felice, e poiché questi era lontano dal Piemonte e si trovava a Modena, in sua vece fu nominato a reggere il governo Carlo Alberto.

Carlo Alberto, vinto dalle preghiere dell'intera cittadinanza torinese e dei capi superiori dell'esercito, dopo qual, che esitazione, concesse al suo popolo la Costituzione spagnuola, ma dovette aggiungere: Purché il Re dia il suo consenso. Carlo Felice non solo non dette il suo consenso, ma scrisse un ordine severo a Carlo Alberto, nel quale diceva che non voleva novità né riforme nel suo regno, e gl'imponeva di andare in esilio, Carlo Alberto obbedì, e il 22 marzo, a mezzanotte, parti da Torino.

Intanto le milizie che erano rimaste fedeli al Re, insieme colle soldatesche austriache che egli aveva chiamato in suo aiuto, domarono in breve tempo la rivoluzione, spargendo sangue, confiscando beni, imprigionando, condannando all'esilio, alla morte gli uomini più illustri del Piemonte. Molti riuscirono a fuggire, ma in loro vece sulla pubblica piazza, perché la memoria di quei generosi fosse per sempre infamata, furono appiccati dei fantocci, che portavano un cartello col nome e cognome dei fuggitivi. Questo si chiamava impiccare in effigie. Giustizia feroce e ridicola che infamò, non la memoria dei martiri, che oggi l'Italia onora e ricorda, ma quella dei carnefici, vili e crudeli.

7. Santorre Santarosa.

Fra coloro che promossero la rivoluzione in Piemonte non bisogna dimenticare il conte Santorre Santarosa, che fu uomo veramente grande per l'ingegno e per l'onestà del carattere. Suo padre era un alto ufficiale dell'esercito piemontese, e desiderava che il figlio diventasse un valoroso soldato. E perché fin da giovinetto si avvezzasse alla vita militare e ai pericoli delle armi, andando egli a guerreggiare contro i Francesi, nelle Alpi, condusse seco Santorre, che aveva allora appena tredici anni. Il giovinetto

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ebbe l'onore di portar la bandiera del reggimento, e dette prova di un coraggio veramente straordinario in un fanciullo dell'età sua.

Prese molta parte alla rivoluzione piemontese del 1821: ma dopo che l'Austria ebbe soffocato quel generoso tentativo, il Santarosa fu condannato a morte, e impiccato in effigie. Si salvò colla fuga: scampò dalle mani dei suoi nemici lasciando la moglie, i figliuoli, la Patria per sempre! Visse_£0yj3ro, esulo, ramingando di paese in paese, ora nella Svizzera, ora a Parigi, ora in Inghilterra, privo di tutti gli agi della vita e spesso anche del pane quotidiano; ma nella sua immensa sventura ebbe due grandi conforti: lo studio e L'amicizia.

Un giorno a Parigi, nella remota cameruccia ov'egli abitava, gli si presentò un giovane italiano, che veniva spontaneamente, con islancio di sincera amicizia, a offrirgli i suoi pochi risparmi. Chi era desso? Era un umile sorbettaio piemontese, certo Bossi, che da giovinetto aveva combattuto sulle Alpi col conte Santarosa, serbando poi sempre cara memoria di lui. Dai giornali aveva saputo che il suo compagno d' armi viveva miseramente a Parigi e si era messo a cercarlo per tutto; l' aveva trovato, ed era corso da lui come da un fratello per offrirgli il suo aiuto, tutto quello che possedeva. E quando il Santarosa fu carcerato a Parigi, perché anche da lontano l' Austria perseguitava i patriotti italiani e aizzava i governi contro di loro, il Bossi si recava ogni giorno a fargli visita e gli portava un cestellinq di frutta. Il nobile conte, già Ministro della guerra, nell'esilio riceve aiuto e conforto da un povero operaio del suo paese. E proprio vero che il dolore e l' amore affratellano gli uomini e li rendono tutti eguali fra loro!

Santorre Santarosa, stanco di vivere inoperoso nel durissimo esilio, non potendo far nulla per la libertà dell'Italia, volle combattere per l'indipendenza della Grecia, che in quel tempo s' era sollevata contro i Turchi, i quali da tanti secoli r opprimevano.

L'8 maggio 1825 egli era corso con altri in aiuto dell'esercito greco,

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che difendeva l'isola di Sfacteria dai Turchi, e in quel giorno, dopo aver valorosamente combattuto, cadeva sul campo di battaglia; una morte gloriosa era degna fine della sua nobile vita.

8. I prigionieri dello Spielberg.

Nella notte tra il 22 e il 23 marzo del 1822, una gondola conduceva da Venezia a Fusina, in mezzo alle guardie, quattro uomini duramente incatenati. A Fusina due carrozze erano pronte: i prigionieri e le guardie vi salirono, e le carrozze si mossero lentamente. Dove andavano? Chi erano i prigionieri, quale delitto avevano commesso? Quelle carrozze movevano verso le Alpi, le avrebbero varcate, avrebbero traversati paesi e villaggi stranieri per fermarsi in una città dell'impero austriaco, a pie di un monticello sul quale sorgeva una fortezza, dove erano rinchiusi più di trecento condannati. Quella fortezza era lo Spielberg; i prigionieri erano Silvio Pellico, Pietro Maroncelli, Canova, Rezia, condannati, come Carbonari, a quindici anni di carcere duro. Leggete bene questi nomi, scolpiteveli nel cuore, abbiateli sempre vivi dinanzi alla mente, venerateli.

Sono nomi di martiri che soffrirono per noi, che sopportarono tormenti incredibili in mezzo ad uomini rei dei più gravi delitti, non avendo nulla da rimproverarsi, senza altra colpa che quella di aver favorito la rivoluzione piemontese del 1821, e d' aver desiderato che la Patria loro diletta potesse liberarsi dall'oppressione straniera. Nella fortezza dello Spielberg, Silvio Pellico e Pietro Maroncelli trascorsero dieci anni. Erano rinchiusi in carceri tenebrose, umide, strette, dove l'aria e la luce entravano appena: dormivano su dure tavole di legno e ricevevano un cibo cosi scarso e disgustoso, che spesso pativano la fame; trascinavano coi piedi una catena, che misurava i loro passi e straziava le loro carni. Povero Silvio! Quante sofferenze, quanti martirii pati in quelle orrende carceri, dove non gli arrivava mai

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nessuna notizia della Patria, né dei parenti, dove vedeva soffrire e morire gli amici più cari! Eppure quanta bontà, quanta rassegnazione nell'acerbo dolore di Silvio!

Egli perdonava, amava, credeva; col perdono si vendicava dei suoi carnefici, coll'amore confortava il suo cuore, nella fede in Dio trovava la forza di rassegnarsi, e di aspettare paziente la fine di tanto patire.

Silvio Pellico ha scritto la storia di questi anni di patimenti in un libro che s'intitola Le mie prigioni. Io voglio qui riportarvi un passo di quel libro meraviglioso, che ha destato tanti nobili affetti e fatto versare tante lacrime di pietà e di riconoscenza. Al povero Maroncelli venne un tumore a un ginocchio, che lo faceva patire strazii inauditi: fu necessario tagliargli la gamba, ed ecco come Silvio Pellico descrive la dolorosa operazione.

«Il malato fu seduto sulla sponda del letto con le gambe giù; io lo tenea fra le mie braccia.

«Al di sopra del ginocchio, dove la coscia cominciava ad esser sana, fu stretto un legaccio, segno del giro che doveva fare il coltello. Il vecchio chirurgo tagliò tutto intorno, la profondità d' un dito; poi tirò in su la pelle tagliata e continuò il taglio sui muscoli scorticati. Il sangue fluiva a torrenti dalle arterie, ma queste vennero tosto legate con filo di seta. Per ultimo si segò l' osso.

«Maroncelli non mise un grido. Quando vide che gli portavano via la gamba tagliata, le diede un' occhiata di compassione, poi voltosi al chirurgo operatore gli disse:

« Ella m'ha liberato d'un nemico, e non ho modo di rimuneramela.

«l'era in un bicchiere sopra la finestra una rosa.

« Ti prego di portarmi quella rosa, mi disse. Gliela portai. Ed ei l'offerse al vecchio chirurgo dicendogli:

« Non ho altro da presentarle, in testimonianza della mia gratitudine.

«Quegli prese la rosa, e pianse.»

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9. Teresa Gonfalonieri.

Fra gli uomini illustri che cospirarono nel 1821 contro l'Austria, e che insieme con Silvio Pellico e con Maroncelli languirono per tanti anni in carcere allo Spielberg, merita di essere ricordato il conte Federigo Confalonieri. Egli fu Carbonaro come i suoi compagni di prigione e d'esilio, e in tutte le azioni della sua vita non ebbe che uno scopo solo: educare il popolo italiano, stimolarlo a volere la libertà, renderlo degno di questa libertà. Ma queste cose erano allora un delitto, e il conte Gonfalonieri, per avere osato di farle, dovette soffrire lunghi e crudi patimenti, che egli sopportò con coraggio veramente ammirabile, e che resero il suo nome caro e venerato a tutti gl'Italiani.

Ma io non voglio parlarvi soltanto di lui; voglio, perché anche le mie piccole lettrici possano avere un bell'esempio da imitare, un bel nome da ripetere, dirvi qualche cosa della moglie del conte Federioo, di Teresa Gasati Gonfalonieri. Essa era bella, istruita, amante della Patria, adorna di tutte le virtù che possono render cara e stimata una donna.

Che bene voleva a suo marito e come era amata da lui! Pel suo Federigo era affettuosa come una madre, indulgente come una sorella, consolatrice e consigliera come un' amica fedele. Ella era a parte di tutti i segreti di suo marito e li sapeva gelosamente custodire: conosceva lo scopo pel quale il conte Gonfalonieri scriveva e cospirava, poteva prevedere quale gastigo l'avrebbe punito se fosse stato scoperto, eppure non lo distolse mai, la nobile donna, dalle sue azioni generose. Ma quando fu arrestato, quando ella vide gli sgherri feroci incatenare il suo sposo, quando seppe ch'egli era condannato a morte, oh! non potete immaginarvi quanto pianse e quanto soffri! Gol fratello, col vecchio suocero, benché la stagione fosse orribile e le strade coperte di neve, Teresa, da Milano, affrettando il cammino, senza prendere un'ora di riposo, giunse a Vienna. Andò alla reggia. Supplicò di essere condotta alla presenza dell'Imperatore,

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di potergli parlare, ma la sua preghiera non fu ascoltata. Allora l'infelice donna, vinta dal dolore, si abbandonò a un pianto cosi disperato, che l'Imperatrice, uditi i suoi gemiti, senti pietà di lei e l'accolse benignamente nelle sue stanze. Teresa si buttò in ginocchio, gridando con voce interrotta dai singhiozzi: Grazia, grazia! L'Imperatrice s'inteneri, pianse con lei, corse dal crudele marito a chieder grazia pel condannato a morte, e non l'ottenne che dopo molte e molte preghiere. Teresa tornò tutta racconsolata a Milano. La grazia era fatta. Federigo Gonfalonieri era salvato da morte, ma condannato ai lavori forzati a vita nel carcere dello Spielberg. Pure Teresa sperava che gli fosse col tempo concessa la libertà, o che almeno avesse potuto fuggire da queir orribile prigione, e si rassegnò alla crudele sentenza. Andò ad abitare vicino allo Spielberg, sperando di vedere qualche volta il suo Federigo, di parlargli, contentandosi di respirare almeno l'aria che egli respirava: ma anche questa consolazione le fu tolta, poiché le venne imposto di tornare in Italia. Perduta ogni speranza di rivedere il marito, di soccorrerlo, consumata dal dolore e dai disagi, Teresa Casati moriva nel settembre del 1830.

Un giorno un carceriere, al conte Gonfalonieri che portava il numero quattordici fra i prigionieri dello Spielberg, disse duramente: Numero quattordici, vostra moglie è morta! E quando dopo dodici anni di prigione e molti di esilio il conte Gonfalonieri tornò in Italia, non ebbe altre conforto che quello d'inginocchiarsi piangendo sulla tomba della sua Teresa, che il dolore e l'amore avevano condotta innanzi tempo alla morte.

10. Giuseppe Andreoli.

I Carbonari erano perseguitati ferocemente in ogni parte d'Italia. Francesco IV duca di Modena, uomo crudelissimo per natura e che il timore di perdere il trono rendeva piij crudele che mai, vedeva dappertutto cospiratori e condannava alla galera e alla morte cittadini d'ogni condizione, ricchi,

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poveri, nobili, popolani, sacerdoti. Destò viva compassione in tutte le persone buone ed oneste la sorte del sacerdote Giuseppe Andreoli, professore di eloquenza e uomo di rara virtù, che menava vita semplice ed aveva modi schietti ed affettuosi con tutti. Amava la patria, e per questo suo ardentissimo amore, e perché il Duca ebbe il sospetto che l'Andreoli appartenesse ai Carbonari, il virtuoso sacerdote fu arrestato e condannato a morte.

Il 1 ottobre 1822 egli fu condotto in un' orrida prigione, separato da tutti gli altri compagni di carcere, e per ordine del Duca gli furono tolti gli abiti ecclesiastici e tutte le dignità sacerdotali. Il misero prete, solo, spogliato di quella veste, che nessuno aveva portato più nobilmente di lui, nel silenzio della notte mandava un lungo grido lamentoso: Mi hanno tolto gli ordini sacri, mi hanno detto ch'io devo confidare in Dio e sono solo in un orribile carcere! Quel grido giungeva fino agli altri prigionieri, e destava tenerezza e pietà. Qualcuno osò rivolgere una parola di conforto all'infelice, ma le guardie imposero silenzio.

Il 17 ottobre, a mezzogiorno preciso, l'Andreoli doveva salire il patibolo. Egli aspettò quell'ora colla calma rassegnata del giusto che sa di non potere sfuggire a un gastigo, benché abbia la coscienza di non meritarlo. Si confessò, perdonò ai suoi nemici, si tagliò da sé i capelli, dicendo che voleva risparmiare al carnefice quella fatica, e pregò che li portassero alla sua povera madre, che non lo avrebbe mai più riveduto su questa terra e alla quale egli volgeva il suo ultimo pensiero. Intorno a lui era un lugubre silenzio: anche la natura pareva prender parte a tanto tutto; il cielo era scuro, pioveva, scoppiavano i fulmini: il terrore agghiacciava la pietà dei buoni, e tratteneva le lacrime dei compassionevoli. L'Andreoli s'inginocchiò, piegò il collo: la scure lucente cadde, e troncò quella giovine testa, che il carnefice mostrò al popolo atterrito. Compiuto l'atto feroce, il sole rifulse di viva luce nel cielo azzurro e sereno, quasi volesse rassicurare gli uomini e prometter loro un avvenire migliore.

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11. Ciro Menotti.

Silvio Pellico, il Gonfalonieri, l'Andreoli e quanti, e quanti, altri condannati alla prigione, all'esilio, alla morte! Ma l'esempio di tanti martiri non scemava nel popolo italiano il desiderio della libertà; anzi, più i tiranni erano crudeli

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e.

più

vivo si sentiva il bisogno di liberarsi da loro. È naturale: colla forza, colle persecuzioni, coll'aiuto del carnefice non si può far tacere un popolo intero, che vuole quello che ha diritto d'avere, e che Dio stesso gli ha concesso! Passavano gli anni, è vero, ma intanto si facevano congiure, si preparavano rivoluzioni e veniva poi il momento

3 in cui scoppiavano, ora in questa città, ora in quella. A Modena, nel 1831, era a capo d'una congiura Ciro Menotti. Egli aveva sperato di ottenere l'aiuto del Duca, di quel crudele Francesco IV, che condannò a morte l'Andreoli e tanti altri generosi. Come! mi pare di sentirvi esclamare, sperava l' aiuto d' un arciduca austriaco contro l'Austria, sperava che un tiranno come Francesco IV potesse mettersi a capo di un'impresa cosi generosa? Ecco: Ciro Menotti sapeva che il Duca era crudele e sleale, ma siccome lo conosceva per un grande ambizioso, credette che egli per soddisfare quest'ambizione ed accrescere il suo regno prestasse volentieri il suo aiuto ai cospiratori e fosse con loro. Il Menotti ebbe molti abboccamenti col Duca; anzi, una volta si giurarono scambievolmente che, qualunque cosa accadesse, avrebbero rispettata e difesa la vita l'uno dell'altro. E Ciro Menotti, che era nobil

e quan

to prode, per due volte mantenne la parola. Come la mantenne il Duca? State a sentire.

La sera del 3 febbraio 1831 i congiurati erano in casa del Menotti, occupati a fabbricare cartucce e a preparare bandiere tricolori; quando a un tratto gli sgherri del Duca, avvertiti da un traditore, picchiano alla porta e impongono di aprire. I cospiratori rispondono scaricando i loro fucili:

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comincia una lotta accanita, e i soldati del Duca, vinti, si ritirano.

Tornano però poco dopo in maggior numero, guidati dal Duca in persona, armato da capo a' piedi come un brigante. La casa del Menotti è bersagliata di colpi da tutte le parti: le donne e i fanciulli, che abitavano negli altri piani di quel casamento, piangevano e urlavano e chiedevano misericordia. Era una scena dolorosa. Ciro si penti di essere stato poco prudente, di avere esposto i suoi amici a morte sicura, e volle riparare al mal fatto, andando spontaneamente ad offrirsi prigioniero al duca Francesco. Ma il Duca non lo volle nemmeno vedere, e ordiné che fosse condotto in prigione. Anche gli altri congiurati dovettero arrendersi e furono arrestati e trascinati in carcere con urla di scherno e con percosse dagli sbirri del Duca. Questi scrisse subito al governatore di Reggio: Questa notte è scoppiata contro di me una terribile rivoluzione: i cospiratori sono in mia mano; mandatemi il boia. E intanto impaurito, egli fuggiva a Mantova portando seco il Menotti e il 9 marzo lo riconduceva, sempre prigioniero, a Modena, e lo faceva condannare alla forca.

Cosi Francesco IV manteneva il solenne giuramento fatto a Ciro di salvargli la vita, qualunque cosa fosse avvenuta. Ma il suo nome è aborrito da tutti come quello d'un tiranno e d'un traditore; quello di Ciro Menotti è ripetuto' con affettuosa riverenza da un popolo intero.

12. Giovanni Berchet.

Anche i poeti cantavano le miserie della patria, vinta, dominata dallo straniero e cercavano di rianimare nel popolo il desiderio della libertà, di spingerlo a sollevarsi, a spezzare le sue catene, a ricacciare di là dalle Alpi i suoi oppressori.

Fra questi poeti io voglio ricordarvi Giovanni Berchet, che non ebbe in tutta la sua vita che un amore solo,

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quello dell'Italia; che un solo terribile odio, quello contro gli stranieri. Visse in esilio molti anni, mandando in Italia le sue belle poesie, che sapevano destare nell'animo degl'Italiani caldi e patriottici sentimenti. La polizia austriaca s'impadroniva di quelle poesie e ne distruggeva migliaia e migliaia di copie: ma già tutti le sapevano a memoria, tutti le ripetevano da un capo all'altro d'Italia; erano la voce d' un popolo oppresso, che un poeta aveva saputo intendere, raccogliere e trasportare nei suoi versi. Ecco alcuni di quei versi: imparateli a mente, o fanciulli, e non dimenticate il nome di chi li scrisse in tempi dolorosi, quando amare la Patria ed odiare lo straniero era punito come un grande delitto.

Su, figli d'Italia! su, in armi! coraggio!

Il suolo qui è nostro; del nostro retaggio

Il turpe mercato finisce pei re.

Un popol diviso per sette destini,

In sette spezzato da sette confini,

Si fonde in un solo, più servo non è.

Su, Italia! su, in armi! Venuto è il tuo di!

Dei re congiurati la tresca fini!

Dall'Alpi allo Stretto fratelli siam tutti!

Su i limiti schiusi, su i troni distrutti

Piantiamo i comuni tre nostri colori!

Il verde la speme tant'anni pasciuta;

Il rosso,!a gioia d'averla compiuta;

Il bianco, la fede fraterna d'amor.

Su, Italia! su, in armi!

Venuto è il tuo di!

Dei re congiurati la tresca fini.

…..........................................................

…..........................................................

Voi chiusi ne' borghi, voi sparsi alla villa,

Udite le trombe, sentite la squilla

Che all'armi vi chiama dal vostro Comun!

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Fratelli a' fratelli correte in aiuto!

Gridate al Tedesco che guarda sparuto:

L'Italia è concorde; non serve a nessun.

Su, Italia! su, in armi!

Venuto è il tuo di!

Dei re congiurati la tresca fini!

13. Giuseppe Mazzini.

Giuseppe Mazzini nacque a Genova il 22 giugno dell'anno 1805. Suo padre era un bravissimo medico e sua madre una donna bella e gentile che s'occupava con amore e con intelligenza dell'educazione e dell'istruzione dei suoi figli"

Il piccolo Giuseppe era d'animo affettuoso, sensibile; pativa quando vedeva soffrire gli altri e avrebbe voluto potere fare l'elemosina a tutti i poveri che si presentavano all'uscio di casa sua. Un giorno, quand'egli aveva appena cinque anni, usciva dalla messa con sua madre: un mendicante con voce lamentevole chiedeva la carità, la signora Mazzini, temendo che l'aspetto di quel povero vecchio potesse far troppo dolorosa impressione nell'animo del suo bambino, voleva tirarlo indietro, ma egli buttò le braccia al collo del poveretto, chiedendo alla madre con insistenza l' elemosina per lui. Il vecchio commosso accarezzò il fanciullo e disse alla madre: Tenetelo caro, signora, è uno che amerà il popolo.

Una volta egli passeggiava con sua madre per le vie di Genova, quando ad un tratto un uomo dall'aspetto severo ed energico, dallo sguardo vivo e scintillante si avvicinò a loro con un fazzoletto spiegato, chiedendo l'elemosina pei proscritti d'Italia. Giuseppe Mazzini che aveva allora quindici anni, si senti profondamente commosso a quella vista; pensò a tutte quelle centinaia d'italiani che erano costretti a lasciare la Patria, ad emigrare in paesi lontani, perché cosi volevano gli stranieri che comandavano da padroni in Italia, e il pensiero di quegl'infelici non lo lasciò mai da quel momento.

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Erano Carbonari, avevan preso parte alla rivoluzione piemontese del 1821, andavano in Ispagna, in Francia, in Grecia; molti di loro forse non avrebbero più riveduta la terra nativa, la famiglia, la madre, sarebbero morti in esilio! E per amor della Patria tutto questo soffrivano, quei generosi! Dunque si poteva e si doveva amare la Patria, dunque si poteva e si doveva fare qualche cosa per essa, pensava il giovanetto, e quest'idea non io abbandonò più da quel giorno, l' ebbe sempre viva nella mente e nei cuore. Ma che poteva egli fare allora, cosi giovinetto come era? Avrebbe voluto seguire quegli esuli, che ricordava sempre, che rivedeva anche nei sogni, ma era cosa impossibile, ed egli si consacrò tutto agli studi, aspettando che gli fosse data occasione di far qualche cosa, non sapeva ancora che, per la sua Patria.

Dai suoi compagni di studio all'Università egli era adorato, perché era buono, leale, perché ai più poveri fra loro dava generosamente libri, vesti, denari, perché li aiutava coi consigli, perché la sua calda parola sapeva destare in loro nobili affetti. A ventun anno era dottore in legge, e aveva già scritto molte belle cose.

Se egli avesse voluto essere un grande poeta o un grande scrittore e aver gloria e ricchezza dalle sue opere, vivendo quietamente in famiglia, lo avrebbe potuto, perché il suo genio era immenso:, ma egli non sognava né gloria, né ricchezze; egli pensava solamente alla Patria, e non voleva che il suo bene e la sua libertà.

Scrisse su molti giornali, cercando di destare nel popolo sentimenti di libertà e d'indipendenza, si affigliò ai Carbonari, che nonostante le feroci persecuzioni continuavano l'opera loro, e andò in Toscana per trovare altri buoni patriotti, che volessero associarsi con lui ed entrare fra i Carbonari. Ma fu tradito, denunziato alla polizia, arrestato e mandato prigioniero nella fortezza di Savona. .

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14. La Giovane Italia,

Nella solitudine del carcere di Savona, Giuseppe Mazzini pensò e meditò lungamente sulle sventure della sua Patria,

Egli comprese che una delle cagioni delle misere sorti dell'Italia era l' esser divisa in tante parti, governate da tanti principi. Per potere risorgere bisognava adunque che l'Italia acquistasse quell'unità che non aveva: l'unità le avrebbe dato la forza e la grandezza, colle quali avrebbe potuto finalmente esser padrona di sé, avere un governo suo proprio: l'Italia doveva essere una, indipendente, sovrana. Convinto di ciò, appena uscito di prigione per prendere la via dolorosa dell'esilio, Giuseppe Mazzini attese con ardore a mettere insieme una nuova società segreta, che chiamò la Giovane Italia. Questa società prese per motto le parole: Dio e Popolo, Pensiero e Azione, per significare che il popolo italiano non doveva confidare che in se stesso e in Dio, e che ai magnanimi pensieri dovevano tener dietro i fatti generosi, perché lo scopo santissimo di liberare la Patria dai tiranni che l' opprimevano si potesse raggiungere. La Giovane Italia si accrebbe ben presto di molti affigliati: i governi subito li temerono e li perseguitarono, ma essi, senza curarsi delle persecuzioni, continuarono l'opera loro e spargendo in tutta l'Italia, fra i nobili, nelle file stesse dell'esercito, nel popolo, le loro idee di unità e di libertà, colla parola, cogli scritti, coi giornali, ch'erano stampati segretamente e venivano letti di nascosto in tutta la Penisola, suscitando l'entusiasmo dei giovani, ed accendendo magnanime speranze.

Bastava, non solo essere affigliato alla Giovane Italia, ma conoscere, o avere relazione con qualcuno dei soci: bastava leggere, o prestare a leggere, uno dei giornali o degli scritti che quella associazione pubblicava, per essere presi di mira dagli sbirri dei governi d'allora, perseguitati, arrestati, mandati in esilio, condannati a morte.

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Andrea Vochieri, avvocato d'Alessandria, fu fra quest'ultimi: gli venne comunicata la sentenza, ch'egli ascoltò senza turbarsi, ma l' esecuzione fu sospesa, perché cosi volle il governatore d' Alessandria, un certo Galateri, che la storia ricorda perché, ogni uomo onesto lo disprezzi e lo abborrisca.

Per un' intera settimana il Vochieri attese che lo conducessero al supplizio, mentre il Galateri, perché confessasse il nome degli altri congiurati, lo torturava in tutte le maniere: coll'oscurità paurosa, col lungo digiuno, coll'impedirgli di riposare e di dormire, cogl'insulti, colle percosse; ma invano! Dalle labbra del condannato non usci nemmeno una parola.

Mentre questi si avviava al luogo dei supplizio, il Galateri gli si accostò, e con aria di compassione e con finta benevolenza gli disse: Ditemi quali sono i vostri voleri, cercherò di contentarvi. Solo una cosa per me si desidera rispose fieramente il Vochieri l'essere liberato dalla vostra presenza odiosissima.

Il Galateri allora, acceso di furore, percosse il condannato che, non potendo in altro modo rispondere all'ingiuria, sputò in faccia al suo persecutore. Per colmo d'infamia il povero Vochieri, mentr'era menato a morte, fu fatto passare dalla strada ove dimorava la sua famiglia, sotto le finestre della casa ove sua moglie e due bambini piangevano per lui, che non avrebbero più riveduto! Quanti dolori, quante miserie!

Iacopo Ruffini, genovese, giovane di grande animo e di eletto ingegno, fu arrestato perché ascritto alla Giovane Italia: ai giudici che gli domandavano se avesse complici non volle rispondere. Ricondotto in carcere, con un' arme che si potè procurare si uccise, e prima di morire scrisse col suo sangue sulle mura della prigione: Ecco la mia risposta: lascio in testamento la mia vendetta ai fratelli!

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15. I Fratelli Bandiera.

Attilio ed Emilio Bandiera eran figli di un ricco barone veneto, ufficiale della flotta austriaca; vestivano anch'essi la divisa della marina dell'Austria; avrebbero potuto col tempo ottenere un alto grado e vivere nell'agiatezza e fra gli onori. Ma essi odiavano quello straniero che il loro padre serviva tanto fedelmente; amavano l'Italia e sentivano ardente desiderio di farla libera e indipendente. Non volendo perciò servire i suoi oppressori, disertarono dall'armata austriaca e si rifugiarono a Corfù. Quivi con altri diciotto compagni, fra i quali Domenico Moro, Niccola Ricciotti, e Anacarsi Nardi, ardenti patriotti come loro, prepararono una spedizione, che aveva per iscopo di sbarcare in Calabria, di sollevarne la popolazione e di cominciare di li una rivoluzione, che doveva poi diffondersi per tutta l'Italia. Partirono il 12 giugno dell'anno 1844, e poco dopo sbarcarono presso Cotrone, città della Calabria.

Ponendo i piedi sulla riva, Niccola Ricciotti si pose in ginocchio e baciando la terra esclamò: 0 Italia, o patria nostra, tu ci hai dato la vita, noi la spenderemo per te.

Per quella notte e pel giorno seguente essi si aggirarono per la campagna, aspettando il momento di spingersi nell'interno della Calabria. Ma uno di loro, un tal Boccheciampe, li tradi: furono sorpresi, circondati dalle guardie, arrestati, condotti in prigione a Cosenza, e posti sotto processo. Un giudice interrogava Emilio Bandiera: Come vi chiamate? Emilio Bandiera. Siete Barone? Non me ne curo. Donde siete? D'Italia. Ma di che parte? D'Italia. Ma dove nato? In Italia.

Alcuni furono condannati alla prigione, altri all'ergastolo, nove, fra i quali i due fratelli Bandiera, il Moro, il Nardi, il Ricciotti, ad essere fucilati. Attesero l'ora estrema calmi, forti, intrepidi, parlando di letteratura e di religione, dando mirabile esempio di quel coraggio che non

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manca mai a chi sa di morire per una causa santa. Mentre li conducevano al supplizio cantavano un coro: «Chi per la patria muor, vissuto è assai» e il popolo li guardava e li ascoltava fremente di sdegno e di pietà. Giunti in un luogo chiamato Vallone di Rovito, presso Cosenza, il mesto corteo si fermò. I soldati erano commossi e non osavano scaricare il fucile su quei coraggiosi; Tirate pure: siamo soldati anche noi, e sappiamo che un ordine avuto dev'essere eseguito, disse Ricciotti. I soldati fecero fuoco, e quei nove martiri dell'amor di patria caddero a terra uno dopo raltro come fulminati. Il loro sangue non fu sparso inutilmente: un generoso esempio non resta mai senza frutto, e l'eroismo dei fratelli Bandiera ravvivò in molti cuori italiani il desiderio della libertà e l'odio contro gli oppressori d' Italia.

16. Giuseppe Garibaldi.

Clii di voi non ha sentito parlare di Giuseppe Garibaldi? A leggere la vita di quest' uomo meraviglioso, che col solo esempio del suo valore traeva dietro di sé contro i nemici della Patria a mille a mille i giovani più ardenti d'Italia, par di leggere una di quelle strane novelle in cui i cavalieri fatati abbattono fortezze, atterrano maghi, uccidono giganti. Ma Garibaldi é vissuto, le mirabili gesta che il popolo narra di lui sono scritte nella storia della nostra patria; qualcuno di voi ricorda quanto tutto si sparse in tutta l'Italia il giorno della sua morte; i vostri padri hanno forse combattuto con lui, e vi raccontano ch'egli era bello e gentile, che la sua voce era soave, che il suo sguardo era dolce e severo ad un tempo, che egli era nobile, generoso, e vi mostrano forse la camicia rossa che si onorano di avere indossato nei giorni delle battaglie. E in voi sarà ardente il, desiderio di sapere qualche cosa di quest'uomo che meritò I d' esser pianto dai generosi di tutti i paesi, che meritò il titolo di Eroe dei due mondi, che fu chiamato il Cavaliere dell'umanità. Leggete, e imparerete ad amarlo e ad ammirarlo.

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Giuseppe Garibaldi nacque a Nizza il 4 luglio dell'anno 1807', e sin da fanciulletto mostrò d'avere grande intelligenza e cuore buono ed affettuoso.

Giovinetto era innamorato del mare che bagna la sua Nizza, ricca di fiori e di boschetti d'aranci, e passava lunghe ore a rotolarsi sulla sabbia del porto, o ad arrampicarsi sulle sartie e a scivolare giù lungo i cordami delle navi. Il mare lo allettava col sussurro delle sue onde, colla sua immensità, perfino colle sue terribili tempeste: il mare fu il testimone delle sue prime imprese. A otto anni, con grave suo pericolo, salvò una lavandaia che stava per affogare; cinque anni dopo, da sé solo, nuotando vigorosamente, potè condurre alla riva alcuni fanciulli, caduti da una barca che s'era capovolta.

Suo padre, non volendo contrariare l'inclinazione del figlio per la vita marinaresca, lo affidò ad un capitano suo amico, mandandolo come mozzo a bordo della nave Costanza.

Come fu contento il giovanetto! Come gli pareva bella la Costanza che correva svelta e sicura sul mare! come gli scendevano dolci al cuore i canti dei marinari! E anch'egli da quel giorno fu marinaro, e corse le acque, ora su questa ora su quella nave, allegro e buono, facendo sempre quel bene che poteva, dando tutto il suo a chi ne aveva bisogno, aiutando chi poteva giovarsi del suo aiuto. Ma un altro affetto nutriva potente nel petto il giovane Garibaldi: l'amore di patria. E per la Patria egli desiderava di adoperarsi; per la Patria egli si ascrisse alla Giovane Italia e nel 1834 fu condannato a morte, salvandosi a stento colla fuga. Allora, non potendo più tornare nella diletta Nizza, trascinato dall'indole sua avventurosa, s'imbarcò per l'America.

17. Garibaldi in America.

In America cominciarono le gesta meravigliose di Giuseppe Garibaldi. Come s'era dimostrato sin da fanciullo, egli si sentiva portato per indole a fare, a combattere, a mettere in azione tutte le sue forze, a spenderle sempre in aiuto dei

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deboli e degli oppressi. Non potendo lottare per la sua patria si uni con alcuni italiani, esuli come lui in America, e formò un glorioso drappello in aiuto di alcuni popoli americani, che guerreggiavano per l'indipendenza del loro paese. Combattè per terra e per mare, vincendo spesso, mostrandosi ora audace, ora prudente, prode sempre ed invitto. Una volta fu fatto prigioniero, riusci a scappare, ma, arrestato di nuovo, fu sottoposto alla tortura, perché rivelasse il nome di colui che gli aveva agevolata la fuga. Un manigoldo gli legò le braccia dietro le spalle con una fune, e con essa lo alzò fino al soffitto: egli non proferi parola, ma, benché affranto dal barbaro tormento, ebbe la forza di mostrare il proprio disprezzo al suo carnefice. Non molti anni dopo, questo scellerato fu tratto prigioniero al cospetto di Giuseppe Garibaldi, che si vendicò, come si vendicano i grandi ed i generosi, col perdono, dando ordine che fosse posto in libertà, e che non gli venisse fatto alcun male.

Un'altra volta Giuseppe Garibaldi con undici soldati soltanto tenne testa per sei ore ad un drappello di centocinquanta nemici, molti uccidendone e ponendo gli altri in fuga. Dando relazione di questo fatto egli scrisse: Un uomo libero vale per dieci schiavi.

In un combattimento avvenuto presso Sant'Antonio al Salto, Garibaldi colla sua legione italiana, composta di dugentodieci valorosi, lottò per dodici ore continue contro milledugento uomini. Egli diceva ai suoi soldati: Molti sono i nemici, pochi siamo noi, ma con la calma, col fuoco a bruciapelo, e poi colla baionetta ne usciremo con onore. E così avvenne.

In tal modo un pugno d'eroi rendeva caro e rispettato il nome italiano nella lontana America, e si preparava a combattere per la Patria, alla quale erano serbati nuovi destini.

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18. La terra dei morti.

Era inutile però che tanti prodi tentassero di migliorare le sorti d'Italia: era inutile che anche nella lontana America pochi valorosi rendessero caro e rispettato il nome della nostra patria. L'Austria ci tiranneggiava e faceva da padrona in casa nostra: gli altri stranieri, invece di compiangerci, c' insultavano. Un poeta francese, Alfonso Lamartine, che pure aveva un nobile ingegno e un cuore generoso, sapete come chiamò l'Italia? La terra dei morti! Il colonnello Pepe, valoroso italiano, sfidò il poeta a duello e lo feri, per fargli vedere che in Italia c'erano anche dei vivi.

Giuseppe Giusti, caro e simpatico poeta toscano, rispose al Lamartine con una poesia, nella quale ricordava quante cose mirabili avessero fatto gl'Italiani, e di quante glorie, di quante bellezze fosse ricca la patria nostra. E canzonava, fine fine, lo scrittore francese che l'aveva chiamata la terra dei morti come se fosse stata un cimitero, esclamando:

Oh che bel camposanto

Da fare invidia ai vivi!

L'Italia non era davvero la terra dei morti; le antiche virtù non erano spente nel cuore degl'Italiani e se non lo avessero attestato i tanti generosi che avevano offerta la vita per la patria, lo avrebbero dimostrato gli artisti, i poeti, gli scrittori!

Altro che morti! Quegli stranieri che c'insultavano, quegli stessi tiranni che ci opprimevano, venivano a imparare, dai nostri artisti, e non potevano fare a meno di ammirare le loro opere. L'Italia serva, povera, derisa era ancora intanto cose maestra delle altre nazioni.

Quei superbi stranieri che ci guardavano d'alto in basso correvano a Roma e a Firenze a cercare e a comprare 1 quadri dei nostri pittori, le statue dei nostri scultori, e si

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beavano nell'ascoltare le soavi melodie dei nostri maestri, del. Rossini, del Verdi, del Donizetti, del Bellini. Come si fa a chiamare la terra dei morti una nazione dove Cesare Balbo e Vincenzo Gioberti, piemontesi, scrivevano due nobilissimi libri per dimostrare che gl'Italiani avevano diritto d'esser liberi e indipendenti? Dove il Mazzini, anche da lontano, teneva vivo nei suoi compatriotti il desiderio di scacciar lo straniero? Dove Massimo D'Azeglio coi suoi romanzi ravvivava nel popolo l'odio contro i tiranni? Dove Francesco Domenico Guerrazzi, il fiero livornese, col suo Assedio di Firenze faceva fremere e piangere di sdegno gli oppressi? Dove Giambattista Niccolini scriveva la sua tragedia Arnaldo da Brescia che accendeva di carità di patria, d'amore di libertà un popolo intero? Ah! no, fanciulli miei, non era terra dei morti questa nostra Italia diletta, dove Alessandro Manzoni, uomo di alto ingegno e di cuore magnanimo, che noi tutti veneriamo, quasi prevedendo i giorni gloriosi della nostra redenzione cantava:

Oh giornate del nostro riscatto!

Oh dolente per sempre colui

Che da lungi, dal labbro d'altrui

Come un uomo straniero, le udrà!

Che a' suoi figli narrandole un giorno,

Dovrà dir sospirando: Io non e' era!

Che la santa vittrice bandiera

Salutata quel di non avrà.

19. Nuove Speranze.

V'era però in una regione italiana un re italiano che amava la patria sua, che aspirava coi suoi sudditi a riunire in uno solo i diversi Stati in cui era divisa la Penisola, e a scacciare oltre la cerchia dell'Alpi lo straniero. Quella regione era il Piemonte, quel re, Carlo Alberto. Mentre nei diversi Stati d'Italia, eccetto in Toscana, erano in vigore

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cattive leggi, male eseguite, Carlo Alberto governava saggiamente il suo regno e vigilava con amore e con intelligenza a migliorare le condizioni del suo popolo. Incoraggiava le arti, le scienze, gli studi, apriva nuove strade, arricchiva Torino, capitale del suo regno, di bei monumenti, cercava di accrescere il tesoro dello Stato e soprattutto di riordinare e render potente il suo esercito. Leggeva avidamente i libri del Balbo, del Gioberti, del D'Azeglio, che cercavano coi loro scritti di tener vivo negl'Italiani il sentimento patriottico, e segretamente li approvava e l'incoraggiava. Era, insomma, pei suoi sudditi un padre amoroso e sapiente.

Nell'anno 1835 il colera faceva strage in Piemonte: Carlo Alberto, disprezzando ogni pericolo, a Genova e a Torino, rianimava colla sua presenza gli sbigottiti cittadini, assisteva i malati, distribuiva loro soccorsi e li consolava con dolci parole di conforto.

Il giovane ardente che nel 1821 cospirava col Santarosa e coi Carbonari, il principe che aveva avuto fede in un migliore avvenire della Patria, si rivelava novamente nel Re saggio e patriotta.

Sire, gli disse un giorno Massimo d'Azeglio tutte le speranze degl'Italiani sono rivolte a voi. E Carlo Alberto rispose: Faccia sapere a quegl'Italiani che desiderano l'indipendenza della Patria, che stieno quieti e non si muovano, non essendovi per ora nulla da fare; ma stieno certi che, presentandosi l'occasione, la mia vita, la vita dei miei figli, le mie armi, i miei tesori, il mio esercito, tutto sarà speso per la causa italiana.

E per rendere più popolare questa sua promessa, e perché da tutti fossero conosciuti i suoi disegni, ch'erano d'accordo colle speranze degl'Italiani, fece coniare una medaglia ov'era rappresentato un leone, simbolo della Casa di Savoia, che sbranava l'aquila austriaca; e dov'era scritto: Aspetto la mia stella! Con queste parole voleva dire ch'egli aspettava il momento di potere combattere contro l'Austria in favore della patria sua.

20. Inno di Carlo Alberto.

Fu in quel tempo che Carlo Alberto pregò Giovanni Prati, illustre poeta nato a Dasindo nel Trentino, di cui tutti gli Italiani conoscono i canti ispirati da nobili affetti, di scrivere un inno patriottico, che doveva esser posto in musica e cantato dall'esercito piemontese. L'inno parve troppo ardito, fu detto temerario il poeta che lo aveva scritto, imprudente il Re che lo aveva ordinato, e in musica non fu messo. Ma la musica la trovò il popolo da sé, e quest'inno, che io qui riporto, fu cantato in ogni parte d'Italia, ravvivando nuove speranze nel cuore degl'Italiani.

Viva il Re! Tra' suoi gagliardi

Benedetto, ei muove il pie:

Vivan sempre gli stendardi

Dell'Italia, e il nostro Re!

Sin che ferva in ogni schiera

Il coraggio e la pietà,

Guai chi l'itala bandiera

Temerario offenderà.

Se i nemici avremo a fronte

Saran presti e braccio e cor,

E ogni zolla del Piemonte

Stillerà del sangue lor.

Tutti all'Alpe e sul Ticino

Ci raccolga un sol pensier:

Carlo Alberto e il suo destino

Sia la voce del guerrier.

Rotti e pesti elmetti e maglie

Ma inoffeso il forte acciar,

Tornerem dalle battaglie

Nuovi tempi a cominciar.

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Fremeran d1 allegri suoni

Le borgate e le città,

E di libere canzoni

Tutta Italia echeggerà!

Tutti siam d'un sol paese,

Solo un sangue in noi traspar;

A ogni tromba piemontese

Mandi un'eco e l'alpe e il mar.

Viva il Re! Tra' suoi gagliardi

Benedetto, ei muove il pie:

Vivan sempre gli stendardi

Di Savoia, e il nostro Re.

21. Pio Nono.

Il 1 di giugno dell'anno 1846 moriva in Roma il papa Gregorio XVI. Per dire la verità nessuno lo pianse, perché durante il suo pontificato non era riuscito a farsi amare da alcuno, e si era invece acquistato l'odio di molti. Le carceri erano piene di patriotti arrestati durante il suo regno, e i parenti e gli amici di quei poveretti, che da tanto tempo languivano in prigione, non potevano di certo versare lacrime sulla sua tomba.

Morto un papa, se ne fa un altro, dice il proverbio. I cardinali si adunarono subito o, come si dice, si riunirono a conclave per eleggere un successore a Gregorio XVI. La scelta cadde sul conte Giovanni Mastai Ferretti di Sinigaglia, vescovo d'Imola, che, secondo l'uso dei nuovi papi, cambiò il suo nome in quello di Pio IX. Il nuovo papa aveva poco più di cinquant'anni, era un buon sacerdote, amante della giustizia, d'indole mite, propenso alle riforme, desideroso d'acquistarsi il favor popolare. Comprese subite? che i tempi erano mutati, e che bisognava per conseguenza mutare un poco anche i governi e le leggi, e il 16 luglio, un mese dopo la sua elezione, pubblicò un editto col quale

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perdonava a tutti i patriotti, che erano stati esiliati o carcerati sotto ai suoi predecessori: ai primi concedeva di tornare in patria, agli altri apriva le porte delle prigioni.

Figuratevi la meraviglia e la gioia del popolo romano, dell'Italia intera! Un papa liberale, un papa patriotta era cosa nuova, era cosa inaudita! Se il Papa è con noi dicevano i patriotti Italiani noi saremo più forti contro i nostri nemici. E nuove speranze rianimavano anche i più increduli, i più sfiduciati. Gli esuli tornati in patria, i prigionieri usciti liberi dalle carceri benedicevano Pio IX; il suo nome correva tutta l'Italia, era sulle bocche di tutti, era ripetuto dal popolo negl'inni patriottici, in un delirio di gioia e di speranza, che si accrebbe quando Pio IX seguitò a largheggiare colle riforme, permise che i cittadini si armassero e formassero la guardia civica, e concesse libertà di stampa. Dappertutto si cantava:

Ponete, o bimbi, le ginocchia al suolo;

Pregate il ciel che vi conservi Pio;

Ei pose fine dell'Italia al duolo,

Ai suoi tiranni fé' pagare il fio.

Pece di molte genti un popol solo,

Una sola famiglia, un sol desio.

Or se la patria si levò contenta

Viva Pio Nono: è lui che l'ha redenta.

Se tanta luce sovra noi si spande,

Viva Pio Nono: è lui che la fé' grande.

Se un giorno spezzerà le sue ritorte,

Viva colui che la fé' unita e forte.

22. Il 1848.

Seguendo l'esempio del Papa, anche Carlo Alberto e il granduca di Toscana dovettero largheggiare nelle riforme, accordare la guardia civica, la libertà di stampa, e chiamare ad aiutarli

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nel governo ministri più umani e più liberali. Ma il Re delle Due Sicilie, Ferdinando II, non voleva concedere nessuna riforma, e anzi tiranneggiava più che mai i suoi sudditi. Allora i Siciliani, vedendo che colle "buone non e' era da ottener nulla, fecero dire al Re che, se il 12 gennaio non avesse concessa la Costituzione, essi si sarebbero sollevati.»

Il Re fece orecchi da mercante, e il popolo mantenne la parola. All'alba del 12 gennaio Palermo si sollevò cacciando le milizie regie; il Re fece bombardare la città e dopo questa infamia fu chiamato per ischerno il Re Bomba. Altre città della Sicilia imitarono l'esempio di Palermo, e in breve tutta l'Isola fu sgombra di soldati e si proclamò indipendente. Ferdinando ir~visto che questa volta il popolo diceva davvero, che i fatti tenevano dietro alle parole, e che anche Napoli si apparecchiava a seguire l'esempio della Sicilia, fece di necessità virtù, e il 9 febbraio accordò la Costituzione. Pochi giorni dopo giurò solennemente di mantenerla, mentre in cuor suo era deciso di non serbare la fede giurata, appena si fosse offerta una buona occasione di mancarvi: costume di famiglia! Suo nonno, Ferdinando I, nel 1820 aveva proprio fatto cosi; ve ne ricordate?

Il 17 febbraio anche Leopoldo II, granduca di Toscana, giurava la Costituzione, e il suo esempio era imitato da Carlo Alberto il 4 marzo e da Pio IX pochi giorni dopo.

Dunque nel 1848 quattro Principi italiani dettero le riforme e concessero la Costituzione. Tre di questi Principi, Ferdinando li, Pio IX e Leopoldo li non mantennero la fede data; uno solo la mantenne, e la Costituzione o, come fu detto, lo Statuto di Carlo Alberto, lealmente e fedelmente rispettato da lui e dai suoi successori è la legge fondamentale che regge anch'oggi i destini del popolo italiano.

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23. Le cinque giornate di Milano.

Nel mese di marzo scoppiò a Vienna, capitale dell'Impero austriaco, la rivoluzione. Anche là il popolo voleva la Costituzione, e si ribellava al governo dispotico del suo Imperatore. L'Austria, dopo aver fatto tanto male in casa nostra, doveva pensare ai casi suoi, e mentre era occupata a calmare i suoi sudditi poco sottomessi, ci lasciava respirare un poco, ci levava per un istante gli occhi da dosso: era un momento buono, bisognava profittarne. E i Milanesi ne profittarono,

11 18 marzo 1848 una folla numerosa si recò al Palazzo Municipale per chiedere la Costituzione; la guardia civica, la libertà di stampa. La sentinella austriaca di guardia al palazzo vuole impedire ai dimostranti di entrare: una fucilata la stende morta al suolo. Il generale Radetzky, comandante delle truppe imperiali, manda i suoi soldati in ogni parte della città, imponendo loro di adoperare ogni mezzo, anche il saccheggio, pur di ridurre all'obbedienza i ribelli.

Ma i cittadini al grido di Viva l'Italia! percorrono Milano senza curarsi del pericolo, sfidando eroicamente la morte: ad ogni finestra sventola la bandiera tricolore; i soldati irrompono nelle case, feriscono, uccidono, ma le bandiere restano al loro posto.

In ogni punto della città s'inalzano barricate: i poveri danno i loro meschini arredi, i ricchi i mobili costosi, i sacerdoti gli arredi delle chiese: tutto serve a formare un riparo contro gli austriaci. Le donne preparano le cartuccie e stanno a guardia delle barricate, o gettano dall'alto delle case pietre ed olio bollente sui nemici, mentre le campane sonando a stormo fanno echeggiare i loro lugubri rintocchi, e chiamano l' aiuto dei fratelli lontani. Anche i fanciulli prendono parte alla lotta, anch'essi stanno alle barricate coi loro padri, anch'essi combattono e rendono grandi servigi. l bambini dell'Orfanotrofio, i Martinitt, come li chiama

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vano a Milano, vestiti colla divisa del loro Istituto, in mezzo al trambusto e ai pericoli delle armi, recavano le notizie, le informazioni, i comandi, agl'insorti, da un punto all'altro della città.

A capo della rivoluzione era Carlo Cattaneo, scrittore sommo, uomo di gran mente e di gran cuore. Alcuni cittadini avendo arrestato il Bolza, capo della polizia austriaca, crudele e feroce, odiato da tutti, lo trassero dinanzi al Cattaneo e gli domandarono che cosa dovevano farne. Se lo uccidete, rispose il Cattaneo, fate bene; se lo lasciate libero, fate meglio. Il suo nobile consiglio fu accolto, e il Bolza ebbe salva la vita.

Intanto i soldati imperiali eseguivano i barbari comandi del loro generale, e saccheggiavano le case, le botteghe, le chiese; uccidevano le misere donne senza difesa, infilavano 1 bambini sulle punte delle baionette, bruciavano vive intiere famiglie.

j, Ma l'eroica Milano, senz'armi, senza munizioni, senza ' vettovaglie, seguitò a combattere per cinque giorni continui, ed ebbe la gloria di scacciare oltre le sue mura i soldati dello straniero. L'esempio di Milano fu seguito da tutte le città della Lombardia e del Veneto, e gli Austriaci non rimasero padroni che di quattro città, munite di salde fortezze: Mantova, Verona, Legnago, Peschiera, che formavano il cosiddetto quadrilatero lombardo.

24. Prima guerra per l'indipendenza.

In quei giorni la fortuna si mostrava proprio benigna all'Italia: pareva che, dopo tanti anni di tutto e di dolori, spuntasse finalmente un po' di sole anche per noi, e che le cose nostre cominciassero ad andar meglio. Il 22 di marzo, mentre a Milano il popolo scambiava le ultime fucilate cogli Austriaci e li metteva in fuga, a Venezia, gli operai che lavoravano nell'arsenale, più di duemila, insorgevano al grido di Viva San Marco! Viva la Repubblica

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di Venezia! Viva l'Italia! Il comandante delle milizie austriache, che non si aspettava questa sommossa, colto cosi all'improvviso, non ebbe nemmeno il tempo di pensare a frenare il popolo insorto; capi che il vento non spirava troppo favorevole per la bandiera gialla e nera, e acconsenti ad andarsene da Venezia coi suoi soldati. I Veneziani fecero gran festa per questa partenza, e affidarono l'incarico di governare provvisoriamente la città a Daniele Manin, virtuoso cittadino, ottimo patriqtta, conosciuto ed amato da tutto il popolo.

Il giorno dopo, il 23 di quel memorabile mese di marzo, di quel glorioso 1848 che la storia del nostro risorgimento scrive con lettere d'oro nel suo gran libro, Carlo Alberto, che aveva compreso esser quello il momento propizio ch'egli aspettava da tanto tempo, si moveva dal Piemonte, varcava il Ticino, scendeva in aiuto della Lombardia e della Venezia insj)rte, e dichiarava guerra all'Austria.

Il grido di guerra contro lo straniero dal Piemonte si sparse in un istante per tutta l'Italia, e accese ardente desiderio di combattere in ogni cuore italiano: da ogni regione della Penisola vecchi e giovani si mossero e corsero ad accrescere le milizie di Carlo Alberto. Dalla Toscana partirono seimila soldati, il fiore della gioventù, arditi pronti a vincere o a morire; da Napoli ne vennero quattordicimila sotto il comando del prode generale Guglielmo Pepe; dallo Stato Pontificio diciassettemila guidati dal general Durando; e il Papa benediceva quelle sante milizie, che andavano a combattere per la liberazione di un popolo intero.

Come descrivere l'entusiasmo di quei giorni? Chi aveva forte il braccio impugnava le armi; chi sapeva parlare con eloquenza accendeva nel popolo patriottici sentimenti; i ricchi davano oro a piene mani, il popolo offriva le cose più care, le donne i gioielli e gli ornamenti preziosi, per sopperire alle spese di questa guerra: i preti benedicevano le bandiere. L'Italia era concorde in un solo pensiero: scacciar Io straniero. Non c'erano più animosità, puntigli, ambizioni: Piemontesi, Lombardi, Veneti, Romani, Napoletani,

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Toscani si abbracciavano con affetto ardentissimo e si salutavano fratelli. Tutti si armavano e imparavano a maneggiare le armi: perfino i fanciulli prendevano parte all'entusiasmo generale, e in 'ogni parte d'Italia si udivano i bambini cantare il coro seguente, che, nel passare di bocca in bocca subì delle varianti:

Noi Siam piccini

Ma cresceremo,

Difenderemo La libertà.

Noi siam piccini

Ma baldi e freschi,

E dei tedeschi

Tema non s' ha.

Noi siam piccini

Ma poi non troppo,

E spada e schioppo

S'impugnerà.

25. Prime battaglie.

Questa guerra voluta da un popolo intero, benedetta dal Papa, proclamata da un re italiano, non poteva cominciare che con una bella e fortunata battaglia, ed infatti fu glorioso per gl'Italiani il primo scontro colle milizie austriache. Il 30 aprile 1848 i soldati piemontesi a Pastrengo si trovarono di fronte all'esercito austriaco, comandato dal Radetzky, un vecchio generale assuefatto alle guerre, bravo o valoroso, cui cuoceva ancora la sconfitta di Milano. Carlo Alberto dirigeva da so la battaglia, aiutato dal valoroso suo figliuolo, il duca di Savoia, che fu poi Vittorio Emanuele II, primo re dell'Italia libera e unita. Il giovane duca appena si trovò di fronte al nemico esclamò: Finalmente! e udito poi il rombo dei cannoni, disse con compiacenza:

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Oh! che bella musica è quella del campo dì battaglia questa si, che l'intendo: questa si, che mi piace

L'esercito austriaco aveva scelte le migliori posizioni, cominciò coi cannoni a far fuoco sugl'Italiani e a scomp: gliarne le file. Ma gl'Italiani non si perdono d'animo, an; raddoppiano il loro coraggio e stanno saldi al loro post(rispondendo col fuoco al fuoco nemico. Quindi, a un cenn dei loro capi, le milizie piemontesi si muovono in file ser rate per conquistare d'assalto i posti occupati dagli Au striaci: questi resistono valorosamente (bisogna onorare i coraggio anche nei nemici), ma di fronte all'ardire, all'im peto, all'eroico entusiasmo degl'Italiani, ogni resistenza vana. Quelle schiero nemiche, quei forti guerrieri che pei tanti anni ci avevano tenuti soggetti e sembravano invincibili, volgono ora le spalle in fuga.

Era la seconda volta in pochi giorni: prima in Milane erano fuggite dinanzi alla furia del popolo, ora a Pastrengc dinanzi al saldo valore delle milizie: in campo aperto e sulle barricate, due volte gl'Italiani avevano trionfato sui loro oppressori.

A Santa Lucia, vicino a Verona, avvenne una seconda battaglia. gl'Italiani combatterono collo stesso valore, ma non furono fortunati come a Pastrengo, e dovettero cedere dinanzi all'esercito austriaco. Il duca di Savoia resse con grande valore e per lungo tempo contro l'impeto delle schiere austriache, e permise ai nostri di ritirarsi onorevolmente: il suo coraggio ebbe degno premio nella medaglia d'argento al valor militare, che il Re gli assegnò sul campo di battaglia.

Gli Austriaci non poterono vantarsi lungamente di questa vittoria: pochi giorni dopo, ventiduemila soldati che accorrevano in aiuto del Radetzky assalirono Vicenza, difesa dal generale Durando; ma nonostante numerosi combattimenti ripetuti il 23 e il 24 maggio, non poterono vincere l'ostinata resistenza degl'Italiani. Vicenza fu inespugnabile: entro le sue mura la bandiera gialla e nera allora non potè sventolare!

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26. Curtatone e Montanara.

Il glorioso drappello ch'era accorso dalla Toscana ai primi gridi di guerra, giunto vicino a Mantova si era accampato presso i villaggi di Curtatone e di Montanara. Esso era composto in parte di soldati regolari, in parte di operai, di signori, di studenti che volontariamente offrivano il loro sangue per la Patria. Gli studenti dell'Università di Pisa avevan lasciate le scuole, e guidati dai loro professori avevano formato un battaglione universitario, che comprendeva proprio il fiore della gioventù toscana.

Eran poco più di seimila, e si trovarono di fronte l'esercito di Radetzky forte di trentamila soldati, assuefatti da lungo esercizio alla guerra. Ma quei seimila combattevano per l'indipendenza della Patria, contro lo straniero che l'opprimeva: epperó il loro valore era grande e veramente eroico era il loro coraggio, che suppliva alla scarsità del numero. Il combattimento ebbe luogo il 29 di maggio: per sei ore quel pugno d'eroi resistè alla furia delle armi austriache, infiammandosi dinanzi al pericolo, cadendo gloriosamente con questo grido sulle labbra: Viva l'Italia!

Quanti bei fatti, cari fanciulli, in quel giorno memorabile! E come sarebbero tutti degni d'esser conosciuti da voi. Il professore Leopoldo Pilla di Venafro, dotto scienziato, capitano del battaglione universitario, impaziente di trovarsi di fronte al nemico, si slancia contro gli Austriaci, ma una palla lo colpisce, ed egli cade per non rialzarsi mai più. Prima di morire si lamentò d'essere caduto troppo presto, di non avere. potuto uccidere qualche nemico, e le sue ultime parole furono queste: Viva l'indipendenza italiana!

Il generale De Laugier, comandante delle milizie toscane, rimproverava alcuni soldati, perché combattevano troppo allo scoperto e si esponevano inutilmente ai colpi del nemico. Uno di essi rispose: E viltà nascondersi! Gl'Italiani debbono mostrare il petto ai nemici.

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E seguitarono nella generosa imprudenza.

Paolo Sacchi, casentinese, ferito mortalmente a una coscia, vedendo che ai suoi compagni mancavano le munizioni e che perciò rallentavano il fuoco, si trascinò carponi a raccogliere le cartucce dei nemici uccisi, dando splendido esempio d'eroismo e di carità di patria. Un soldato d'artiglieria, Elbano Gasperi, al quale il fuoco dei nemici aveva abbruciato le vesti, si strappò di dosso la tunica incendiata, e rimasto nudo presso al suo cannone, continuò a far fuoco contro gli austriaci e fu l' ultimo a ritirarsi.

Ma non invano fu sparso tanto sangue. L'ostinata ed eroica resistenza dei Toscani, alla quale il Radetzky non era preparato, ritardò la marcia degli Austriaci e permise alle milizie piemontesi di prepararsi a nuova e più fortunata battaglia.

Nella chiesa di Santa Croce in Firenze due tavole di bronzo ricordano i nomi dei caduti a Curtatone e a Montanara: dinanzi a quelle tavole per molti anni s'inginocchiarono reverenti quanti amavano l'Italia e le madri vi condussero i figli, perché imparassero a venerare la memoria di tanti eroi, perché apprendessero a sacrificar tutto, anche la vita, per la libertà della Patria.

27. Goito.

Il 30 maggio, presso Goito, i Piemontesi, benedicendo agli eroici fratelli Toscani che a prezzo del loro sangue avevan trattenuto gli Austriaci, si prepararono a tener fronte al nemico. Per cinque volte gli Austriaci vennero ad assalire i nostri, e furono sempre respinti; ma vi fu un momento in cui essi poterono mettere in fuga un battaglione piemontese, farsi avanti, urtare altri battaglioni con impeto improvviso e scompigliarli. Allora, cosi racconta chi fu presente alla battaglia, si vide a un tratto avanzarsi correndo un giovane cavaliere: egli si spinge in mezzo a un reggimento di guardie, e grida loro: Avanti! Salviamo l'onore di Casa Savoia! si slancia con essi contro il nemico.

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combatte, anima, incoraggia, sprona; è ferito, riman saldo in arcione, combatte ancora e la vittoria è nostra! Quel giovine era Vittorio Emanuele, il duca di Savoia, che ebbe l'onore di mettersi sul petto, accanto alla medaglia d'argento meritata a Santa Lucia, una medaglia d' oro guadagnata con tanto valore in questa memorabile giornata.

Dico memorabile e con ragione, perché mentre Vittorio Emanuele vinceva a Goito, suo fratello, il duca di Genova, s'impadroniva di Peschiera e l' esercito, nella gioia solenne di questa doppia vittoria, salutava Carlo Alberto re d'Italia.

Ma ahimè! come durò poco quella gioia e come fu pagata cara quella vittoria! Pochi giorni dopo, quarantatremila Austriaci assalirono Vicenza, difesa soltanto da diecimila uomini, sotto gli ordini del generale Durando. Per sedici ore la nobile città, fulminata da tutte le parti, ridotta quasi un mucchio di rovine, resistè eroicamente, ma la forza vinse il valore, e gli Austriaci entrarono in Vicenza e tutto il Veneto, eccetto Venezia, ricadde in loro potere. Il 24 luglio a Sommacampagna e a Custoza vinsero ancora i bravi Piemontesi, ma il giorno dopo, ripresa la battaglia a Custoza, i nostri, sopraffatti dal numero, dovettero ritirarsi, nonostante splendide prove di valore. La prima guerra d'indipendenza era finita, e finita tristamente per noi.

28. Lotto agosto.

Io voglio raccontarvi un altro bel fatto accaduto nel glorioso 1848, perché anche in esso si manifestò splendidamente il valore italiano, e perché se fra i miei piccoli lettori v'è qualche bolognese, impari a conoscere le glorie della sua città. Il 2 agosto gli Austriaci che per le vittorie riportate s' erano tutti imbaldanziti, passarono il Po coll'intenzione d'invadere gli Stati romani. Erano comandati dal maresciallo Welden, e minacciavano stragi ed orrori a chi osasse resister loro. A Bologna appena si seppe della loro venuta, i patrizi, 1 signori insomma che erano a capo della città.

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furono presi dallo spavento; e dimenticandosi d' essere italiani, avrebbero voluto aprir le porte e cedere senza combattere. Che vergogna eh? Ma il popolo non l'intendeva cosi; voleva combattere, voleva morire anche, se occorreva, ma non voleva Tedeschi,

Il 7 agosto gli Austriaci furono presso a Bologna, ed occuparono tre porte della città; volevano denari e sei cittadini in ostaggio. Allora il popolo fremente, indignato, non ebbe più freno e prese le armi. Tutte le campane suonarono a stormo: in ogni punto della città s'inalzarono barricate: combattevano tutti, uomini, donne, vecchi, fanciulli. Le guardie civiche, i popolani, i carabinieri, i finanzieri e soprattutto i bravi facchini di Borgo San Pietro, si distinsero con atti di sommo valore in quella memorabile giornata. Un popolano sotto lo scrosciar delle palle che venivano giù fitte come la grandine, chiuse una delle porte della città in faccia al nemico: da un' altra porta che gli Austriaci avevano varcata, essi furono cacciati a furia di popolo. La mischia più forte fu a porta Galliera e presso i giardini della Montagnola, che i nemici avevano conquistato, e da cui fulminavano la città colle artiglierie. Il combattimento durò a lungo; molti atti di valore furono compiuti, molti dei nostri caddero feriti, molti morirono; ma gli Austriaci dovettero fuggire, e Bologna, perché il suo popolo eroico lo volle, fu salva dallo straniero!

29. Napoli, Roma, Firenze.

Mentre nella Lombardia e nel Veneto gl'Italiani combattevano da eroi per l'indipendenza della Patria, che cosa accadeva negli altri Stati d'Italia? I sovrani che vi regnavano e che avevano giurato ai loro sudditi di mantenere le leggi liberali accordate colla Costituzione erano rimasti fedeli al loro giuramento, come ogni galantuomo dovrebbe fare? Ah! no, ragazzi miei cari; quei sovrani non avevano mantenuto le loro promesse, e le cose andavano proprio male. Sentite.

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Il re di Napoli, Ferdinando II di Borbone, aveva seguito l'esempio del suo nonno, buon'anima, e a mantenere il giuramento fatto non ci s'era nemmeno provato: difatti presa occasione da un tumulto sorto il 15 maggio 1848, mentre i Deputati eletti dal popolo si erano riuniti a parlamento ordinò ai suoi soldati di far fuoco sui tumultuanti, fece eseguire molti arresti, e tolse tutte le libertà che aveva concesse. Quanto sangue fu sparso in quel giorno! Quanti dovettero scontare nell'esilio o in dure prigioni l'errore di essersi fidati a un tiranno!

Leopoldo li, granduca di Toscana, dopo aver promesso molte belle cose, il 7 febbraio 1849, preso dalia paura, fuggi a Siena, poi a Santo Stefano e quindi si rifugiò a Gaeta. I fiorentini saputa la fuga del Granduca elessero tre cittadini noti per onestà e patriottismo a reggere provvisoriamente il governo della Toscana: essi furono Francesco Domenico Guerrazzi, Giuseppe Montanelli e Giuseppe Mazzoni.

A Roma il Papa, pentito d' essersi mostrato troppo liberale, voleva tornare indietro e stringere un poco il freno, ma oramai era tardi. Il popolo che voleva la libertà per davvero, un bel giorno si levò a tumulto, corse al Quirinale, al palazzo dove risiedeva il Papa, e cominciò a scambiar fucilate coi soldati ch'erano a guardia delle porte. Il Papa, visto che il popolo non ischerzava, fuggi a Gaeta, e qualche mese dopo, il 9 febbraio 1849, a Roma fu proclamata la Repubblica, e ne fu affidato il governo a un triunvirato, ossia a un governo di tre uomini.

Quanti cambiamenti, quanti fatti nel breve giro di pochi mesi!

30. Novara.

Dopo la triste giornata di Custoza nella quale, come vi ho narrato, o fanciulli, il valore italiano dovette cedere dinanzi alla forza nemica, Carlo Alberto rientrando nel Piemonte aveva detto al suo popolo: Passeranno ì giorni dell'avversa fortuna e il diritto trionferà della forza brutale.

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Che niuno disperi. La causa dell'indipendenza italiana non è ancora perduta.» E subito si occupò del suo esercito e si pose a riordinarlo, a prepararlo a nuove battaglie. E il 20 marzo del 1849 Carlo Alberto riprendeva la guerra contro l' Austria. Ma pur troppo, anche questa volta ai generosi non arrise la fortuna!

La guerra durò tre giorni soli: sui campi di Novara, presso le alture della Bicocca, il 23 marzo si decisero le sorti d'Italia. Quei campi, quelle alture si coprirono dei corpi dei nostri guerrieri, furono bagnati di sangue italiano, ma inutilmente, pur troppo! La battaglia, durata dalle undici della mattina alla sera, fu terribile, sanguinosa. Carlo Alberto e i suoi figli combatterono eroicamente, come semplici ufficiali, correndo dove il pericolo era maggiore e animando i loro prodi piemontesi colla voce, coll'esempio. Il duca di Genova compì in quel giorno predigli di valore: una palla nemica gli uccide il cavallo, egli monta su un altro e anche questo è colpito; sale sopra un terzo e combatte ancora; il terzo gli cade sotto ferito, ed egli, colla spada nel pugno, seguita a combattere a piedi, intrepidamente.

Quando Carlo Alberto vide perduta ogni speranza di vittoria, si slanciò nel più fitto della mischia per cercarvi la morte, e a chi tentava trattenerlo rispose; Tutto è inutile, lasciatemi morire. Questo è il mio ultimo giorno. Il conte Carlo di Robilant ebbe una mano troncata da una palla: mentre cercava fasciare il braccio monco passò galoppando suo padre e gli domandò: Sei ferito, figliuolo? Si, padre mio, ma posso battermi ancora. Bene, viva il Re! replicò il padre e si slanciò nel combattimento, senza voltarsi. Prode il figliuolo, eroico il padre, generosi ambedue!

Ma invano Re, principi, ufficiali, soldati meravigliavano col loro valore gli stessi nemici; invano. La giornata di Novara fu fatale per le sorti d'Italia, e Carlo Alberto alla fino di quel giorno dolorosamente memorabile, vide fallito tutto le sue speranze ed esclamò con tristezza: Ahimè, tutto è perduto!

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31. Abdicazione di Carlo Alberto.

A ora tarda Carlo Alberto rientrò in Novara, sali sulle mura della città e si mise a contemplare il campo sul quale si era sparso tanto sangue di valorosi. Quei cadaveri ammucchiati,; quella rovina di uomini e di cose gli straziavano il cuore, gli rappresentavano l'insieme delle sue belle speranze, che una dopo l'altra erano sfumate. Chiamò a sé tutti i generali e domandò se era possibile, riordinando l'esercito e chiamando rinforzi, seguitare la guerra. Gli fu risposto da tutti, no! Allora, in quella notte medesima, egli mandò a chiedere al generale Radetzky che la guerra fosse sospesa. Radetzky rispose che accordava la sospensione purché fossero accolti certi patti umilianti, ch' egli proponeva. Era impossibile accettarli. Allora il Re, adunati tutti i suoi generali disse loro: Non ho potuto trovare la morte sul campo di battaglia, e l'ho cercata, e a combattere non possiamo seguitare. Il nemico ci offre dei patti che noi non possiamo accettare: forse la mia sola persona è d'ostacolo e impedisce che l'Austria ci offra una pace onorevole. Pel bene del mio popolo io rinunzio al trono in favore di mio figlio Vittorio Emanuele: egli è il vostro Re! E proferi queste parole con voce ferma: quelli che lo ascoltavano, commossi, piangevano. Carlo Alberto abbracciò tutti coloro che lo circondavano, si ritirò a segreto colloquio coi suoi figli, poi, vestito semplicemente, accompagnato da un solo cameriere, esulò volontariamente dall'Italia, e col nome di Conte di Barge si ridusse ad Oporto, dove, consumato dal dolore e desideroso di trovare nel sepolcro quella pace che la vita non gli aveva concessa, quattro mesi dopo moriva.

Inchinatevi reverenti, o fanciulli, alla memoria del Re magnanimo!

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32 Vittorio Emanuele e il generale Radetzky.

Vittorio Emanuele, salito al trono dopo l'abdicazione di Carlo Alberto, mandò al generale Radetzky 1 suoi ambasciatori per mettersi d'accordo e per vedere di ottenere condizioni di pace meno dure e vergognose di quelle che gli Austriaci avevano proposte. Ma il Generale disse agli ambasciatori che le condizioni eran quelle, e ch'egli non voleva in alcun modo cambiarle. E perché gl'inviati di Vittorio Emanuele non volevano accettarle, Radetzky disse di voler trattare col nuovo Re in persona e lo invitò ad un colloquio.

Che cosa sperava Radetzky da questo colloquio, che cosa aveva a temere dal Piemonte l'Austria cosi potente, che aveva piantato tanto bene il piede in Italia? Quel Piemonte dava assai da ]ensare all'Austria col suo governo liberale, colle sue riforme, col suo Statuto: quel Piemonte era un pericolo, un punto nero. Parlando col giovine Re, quella vecchia volpe del Radetzky sperava di svoltarlo dalle sue idee patriottiche e liberali, e di rimetter le cose come prima. Il 24 marzo dell'anno 1849, a Vignale, Radetzky e Vittorio Emanuele s'incontrarono. In quel giorno, in quel luogo si decidevano le sorti della nostra patria. Radetzky foce intendere al Re ch'egli avrebbe fatto bene a non occuparsi della causa italiana, a rimettere il Piemonte come prima, a togliere la Costituzione, perché i governi costituzionali, diceva lui, erano pericolosi per i Re. E velatamente, ma in modo da farsi capire, aggiungeva che se alla bandiera tricolore Vittorio Emanuele avesse sostituito l'antico vessillo azzurro di casa Savoia forse avrebbe potuto accrescere il suo territorio, ingrandire il suo regno. Vittorio Emanuele ringraziò il Generale, e con atto reverente, ma fiero e dignitoso gli fece capire ch'egli non avrebbe mai mancato alla fede giurata, ch'egli avrebbe a qualunque costo mantenuto ai suoi popoli quello Statuto liberale che il suo augusto genitore aveva concesso. Radetzky s'inchinò silenzioso, e allontanandosi

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dal giovine Re ne ammirò la lealtà e la franchezza. Così Vittorio Emanuele, che doveva essere il primo Re dell'Italia libera e unita, col primo atto del suo regno meritava già d'essere chiamato il Re Galantuomo.

33. Le dieci giornate di Brescia.

11 23 marzo, proprio nello stesso giorno in cui gl'Italiani facevano predigli di valore a Novara, Brescia, stanca di sopportare l'oppressione degli Austriaci, si sollevò. Figuratevi che un generale austriaco voleva che i Bresciani pagassero come loro parte per le spese della guerra che l'Austria faceva contro di noi, una forte somma di denaro. Ma i Bresciani alla prepotenza austriaca risposero con questo grido: «Ai ladri, piombo, non oro.» I gendarmi osarono scaricare le armi sul popolo, ma il popolo non stette fermo, no: e fece strage de' gendarmi. Allora il comandante delle milizie austriache si rinchiuse nel castello e cominciò a bombardare la città, certo di far tacere il popolo a forza di cannonate. Ma quando il popolo combatte per la sua libertà, le cannonate non bastano, non fanno paura. In ogni strada sorgono barricate, chi può impugnare un'arme la impugna; chi può in qualche modo difendere la sua città si presta volenteroso; uomini, donne, fanciulli tutti sono affratellati in un sol volere: cacciare lo straniero.

Tito Speri, valorosissimo cittadino, guida una schiera di prodi fuori delle mura della città, e va con essa a incontrare il generale Nugont, che veniva ad assalire Brescia: per quattro giorni di seguito gli austriaci tornano all'assalto, per quattro giorni sono respinti. Il generale Nugent é ferito mortalmente, due colonnelli uccisi, insieme con un gran numero di soldati. Ma, nonostante tanto eroismo, Brescia non avrebbe potuto resistere a lungo: ai nemici venivano sempre nuovi rinforzi, e le forze dei cittadini invece andavano sempre scemando: eppure resistevano ancora.

Il generale Haynau, uomo feroce, che non era un soldato

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ma un carnefice, il 31 marzo intimò ai Bresciani d'arrendersi, minacciando, se dopo tre ore non avessero depostele armi, di prendere la città d'assalto e di saccheggiarla. I Bresciani risposero che preferivano morire sotto le rovine della loro città, piuttosto che cedere. Resisterono eroicamente fino al 1 d'aprile, ma pur troppo gli Austriaci entrarono nella città, e vi commisero ogni orrore. L'Haynau aveva comandato che non si facessero prigionieri: chi era trovato colle armi alla mano fosse trucidato subito, le case da cui partissero colpi d'arme da fuoco fossero bruciate senza misericordia. L'atroce comando fu eseguito; Brescia, la forte, Brescia l'eroica fu saccheggiata, messa a ferro e da fuoco, vinta. Ma con quanta gloria per lei!

34. La Repubblica Romana.

Il Papa era fuggito a Gaeta, ve l'ho già raccontato, ma non vedeva l'ora di tornarsene a Roma, e di riprendere il comando dei suoi Stati.

Ne tentò di tutte; ricorse perfino ai tiranni e agli stranieri e chiese l'aiuto del re di Napoli, della Spagna, della Francia, dell'Austria, perfino dell'Austria; pare impossibile, non è vero? Luigi Napoleone Bonaparte, ch'era allora presidente della Repubblica francese, accolse le preghiere del Papa, e, nell'aprile del 1849, un corpo di milizie francesi, comandato dal generale Oudinot, sbarcava a Civitavecchia e marciava su Roma. Si avanzavano lenti, calmi, senza prepararsi a combattere, come se fossero venuti a fare una passeggiata: il generale Oudinot aveva detto ai suoi soldati: Gl'italiani non si battono! Egli credeva davvero che l'Italia fosse la terra dei morii, epperò diceva cosi. Ma questa volta.... state a sentire.

A Roma reggeva il comando della Repubblica un triumvirato composto di Giuseppe Mazzini, d'Aurelio Saffi e di Carlo Armellini. Il Mazzini era l'anima di tutto. Chi sa quante volte negli anni dolorosi dell'esilio egli aveva sognato quel momento!

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Ed ora il sogno era realtà. I nemici d'Italia erano alle porte di Roma ed egli doveva, vigile custode, ordinarne la difesa. L'esercito era scarso di numero, ma animato da un santo entusiasmo. Da tutte le parti di Italia v'erano accorsi i più valorosi, e primo fra tutti Giuseppe Garibaldi.

Il 24 aprile le milizie francesi incontravano sulla via Aurelia i soldati romani. Che volete? domandano questi. Andare a Roma. Non si può. In nome della Repubblica francese vi anderemo. In nome della Repubblica romana, indietro. I Francesi fecero fuoco, i nostri risposero scaricando le armi. La guerra era incominciata. Il 30 aprile, i Francesi assalirono Roma dalla porta San Pancrazio, ma gl'Italiani, guidati da Giuseppe Garibaldi, respinsero i nemici, che si dettero a fuga vergognosa.

Questa volta l'Oudinot dovè confessare che gli Italiani si battevano. Eccome si battevano!

Voglio raccontarvi un bel fatto, avvenuto in quella gloriosa giornata. Un maggiore francese, per nome Picard, con trecento dei suoi era entrato nel giardino d'una villa. Nino Bixio, un valoroso genovese del quale vi narrerò tante altre belle cose a suo tempo, se ne accorge.

Che cosa fa? Sprona il cavallo furiosamente, arriva alla villa, scuote il cancello, lo apre, entra, si precipita in mezzo ai francesi, afferra il Picard pei capelli, lo trascina in mezzo agl'Italiani, gridando: Arrendetevi! E i Francesi si arrendono, e tutti son fatti prigionieri. Ce n'erano degli uomini vivi in questa terra dei morti!

35. Difesa di Roma.

Il re di Napoli vedendo che il piccolo esercito della Repubblica era occupato a difendersi dai Francesi, invase col suo esercito il territorio romano coll'idea di impadronirsi di Roma e farsene bello col Papa. Ma fece male i suoi conti.

Il Garibaldi, appena saputo che le schiere borboniche si avvicinavano, usci da Roma coi più valorosi dei suoi, e batto

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i Napoletani, prima presso Frascati, poi a Palestrina e il J maggio a Velletri, e così bene, che il Re pensò meglio tornarsene di corsa nei suoi Stati. Giuseppe Garibaldi lo in segui, passò il confine, entrò nel Napoletano, e chi sa dove sarebbe giunto, se non fosse stato richiamato a Roma, dove c'era gran bisogno di lui.

Ai francesi erano giunti nuovi rinforzi, e il 3 giugno i generale Oudinot con trentacinquemila uomini si avanzò animosamente verso Roma, e si impadroni d'alcune ville che dominavano la città: della villa Corsini, della villa Panfili (detta villa Valentini). Il Garibaldi coi più arditi dei suoi soldati e coi valorosi bersaglieri lombardi guidati da Luciano Manara, un prode che aveva consacrato la sua vita alla Patria, usci da Roma e si spinse impetuosamente contro i Francesi. Quattro volte le ville furono riprese e quattro volte perdute.

Gli atti eroici compiuti dai nostri in quella giornata furono infiniti. li comandante Masina si slancia a cavallo su per la scalinata di villa Corsini, fulmina di colpi i nemici, è ferito, cade, muore da eroe. Nino Bixio si spinge coi suoi contro i Francesi: dieci colpi atterrano il suo cavallo ed egli intrepido va avanti a piedi, finché una palla la coglie e lo costringe a fermarsi. I Francesi tentarono passare il Tevere sopra una zattera, presso Ponte Molle. Un romano, certo Fulgenzo Fabbri, scorge la zattera, indovina il pericola, afferra la spada coi denti, si getta a nuoto nel fiume, si aggrappa alla zattera e la trascina alla riva fra il grandinare delle palle nemiche.

Dal 3 al 29 giugno i nostri fecero grandi prove di valore, guidati, animati dal Garibaldi, che colla parola e coll'esempio trasfondeva negli altri il suo immenso coraggio. Ai nostri non era rimasto, fuori di Roma, che un solo posto di difesa, un edifizio chiamato, per la sua forma, il Vascello. Lo difendeva Giacomo Medici, il quale per ventidue giorni con pochi valorosi tenne testa al nemico che senza tregua lo fulminava. Ma ormai l' edifizio era crollante, e le rovine si ammucchiavano sulle rovine seppellendo i generosi difensori;

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eppure il Modici, intrepido, ardito in mezzo ai rottami, coi pochi rimasti, combatte ancora, combatte sempre e non lascia il suo posto che quando un ordine del Garibaldi glielo impone.

Tanto valore fu inutile, li nemico era più numeroso e vinse; il 3 di luglio le milizie francesi entrarono in Roma, e vi ristabilirono il governo del Papa. L'onore dell'Italia era salvo, ma Roma era perduta.

36. Goffredo Mameli.

Goffredo Mameli genovese, giovine di appena vent'anni, bello, gentile, soave come un fanciullo, audace e fiero come un leone, era accorso cogli altri valorosi alla difesa di Roma, nelle file comandate dal generale Garibaldi. Il 3 giugno, a Villa Corsini, combattendo da prode, il Mameli fu ferito a una coscia; dovettero tagliargli la gamba, ed egli, non pensando ad altro che alla Patria, domandava affannosamente se anche con una gamba di meno avrebbe potuto combattere a cavallo; e intanto il giovane ero(} moriva fra un inno e una battaglia. Perché Goffredo Mameli era poeta, e nei brevi riposi delle battaglie scriveva bello poesie, ardenti d'amore di patria. Non ci pensava tanto a scriverle, sapete: gli venivano alle labbra su dal cuore, come il profumo viene dal fiore, come il gorgheggio viene dalla gola degli uccellini. Il popolo imparava a mente quei versi e i soldati cantavano con entusiasmo, mentre si avviavano alla battaglia, quest'inno che vi riporto. Voi non lo intenderete certamente, ora; ma non importa, imparatelo pensando ai prodi che morirono cantandolo, sentitelo nel cuore e basta. Un giorno, quando sarete grandi lo intenderete.

Fratelli d'Italia,

L'Italia s'è desta,

Dell'olmo di Scipio

S' è cinta la testa.

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Dov'è la vittoria?

Le porga la chioma

Che schiava di Roma

Iddio la creò.

Stringiamci a coorte,

Siam pronti alla morto

Italia chiamò.

Noi siamo da secoli

Calpesti e derisi,

Perché non siam popolo,

Perché siam divisi;

Raccolgaci un'unica

Bandiera, una speme:

Di fonderci insieme

Digà l'ora suonò!

Stringiamci a coorte, ecc

Uniamoci, amiamoci!

L'unione e l'amore

Rivelano ai popoli

Le vie del Signore!

Giuriamo far libero

Il suolo natio,

Uniti per Dio

Chi vincer ci può?

Stringiamci a coorte, ecc.

Dall'Alpi a Sicilia

Dovunque è Legnano;

Ogni uom di Ferruccio

Ha il cuore e la mano;

I bimbi d'Italia

Si chiaman Balilla;

II suon d' ogni squilla!

Vespri suonò.

Stringiamci a coorte, ecc.

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Son giunchi che piegano

Le spade vendute:

Già l'aquila d'Austria

Le penne ha perdute.

Il sangue d'Italia

E il sangue polacco

Bevè col Cosacco;

Ma il cuor le bruciò.

Stringiamci a coorte,

Siam pronti alla morte,

Italia chiamò!

37 Anita Garibaldi.

Caduta Roma, Giuseppe Garibaldi rivolse i suoi passi a Venezia, dove ancora gl'Italiani combattevano contro gli Austriaci. Egli disse ai suoi soldati: Esco da Roma per continuare la lotta contro lo straniero; a chi mi vuol seguire non posso offrire né agi, né ricchezze, ma gli offro fame, sete, pericoli, la morte: avremo per tenda il cielo, per letto la terra, per testimone Iddio.

Circa quattromila soldati lo seguirono; e via a marcie forzate, viaggiando notte e giorno, attorniati da tutte le parti dai nemici, che credevano ad ogni momento d' aver Garibaldi fra le mani, e che vedevano sfuggirselo sempre.

In America, nel dolore dell'esilio, una donna bella e gentile sorrise a Giuseppe Garibaldi e lo amò teneramente. Quella donna si chiamava Anita. Essa aveva lasciato il paese dov'era nata, la casa dov'era cresciuta, tutte le persone più care, per seguire un povero esule che non possedeva altra ricchezza che la sua spada, altro tesoro che il suo genio. Con lui aveva attraversato mari burrascosi, con lui era fuggita in mezzo alle foreste, con lui era stata ai pericoli delle battaglie. Una volta, durante un combattimento di mare, ella si era mostrata intrepida in mezzo alle cannonate, spingendo col suo esempio i paurosi, animando i codardi.

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Un'altra volta, fatta prigioniera dai nemici, riusci a fuggire sopra un cavallo non doniate, attraversando una foresta, passando a nuoto un torrente gonfio per le pioggie, nutrendosi per otto giorni di frutta selvatiche, finché ebbe raggiunto il suo sposo adorato.

Per molti anni Anita fu per Garibaldi una tenera moglie, una compagna devota. Ed ora lo seguiva nella dolorosa ritirata da Roma; lo seguiva nelle marcie forzate, nelle fughe improvvise, nelle veglie paurose in mezzo ai boschi, coi nemici alle spalle, che cercavano rabbiosamente, che li perseguitavano come bestie feroci. E quando dopo molti giorni di cammino, il piccolo esercito di Garibaldi si era sbandato, Anita era ancora al fianco del marito, errava con lui per la pineta di Ravenna, non curante le fatiche, gli stenti, i pericoli continui e sempre nuovi. Ma le forze mancarono ad un tratto all'eroica donna, ed ella cadde svenuta. Giuseppe Garibaldi aiutato da un suo compagno d'armi, la prende fra le braccia, attraversa la folta macchia, giunge a un tugurio e vi depone la sua diletta. Anita è morente, ma sorride ancora e cerca di rassicurare il marito. I nemici si avvicinano, bisogna ancora fuggire; dopo lunghi stenti arrivano a una fattoria, ove la malata può finalmente riposarsi sopra un letticciuolo: ma ormai ogni soccorso umano è inutile per lei. La moribonda prende dalle mani del suo diletto un sorso d' acqua, gli si abbandona fra le braccia, gli rivolge un ultimo sguardo, spira. Il Garibaldi si getta su "quel cadavere e piange come un fanciullo! Anita, la fida compagna dell'esilio, la moglie devota, la tenera madre dei suoi figli, quella donna forte e gentile, che aveva combattuto con lui, che l'aveva amato tanto, era morta!

38. Ugo Bassi.

Fra quei pochi valorosi che seguirono Giuseppe Garibaldi nella sua ritirata da Roma c' era un frate barnabita che si chiamava Ugo Bassi.

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Era nato a Cento presso Bologna, al principio di questo secolo: sapeva parlare con voce cosi dolce e armoniosa, che non si poteva ascoltare senza esser persuasi, trascinati dalla sua ardente parola. Egli aveva nel cuore due grandi affetti: quello per la sua religione e quello per la sua patria. Dio e l'Italia avevano tutto il suo amore. A Bologna egli parlava al popolo, che l'ascoltava commosso, lo incoraggiava a confidare in Dio, lo esortava a combattere contro lo straniero, a sperar nei destini della Patria. Poi, prete e soldato sui campi di battaglia, diceva soavi parole di conforto ai caduti, rendeva meno triste le ultime ore ai morenti e sapeva all'occasione maneggiare le armi: teneva sul petto la croce, al fianco la spada. Ferito in una battaglia da una palla austriaca, salutava cosi la sua sventura:

Viva Italia! Son ferito, Son ferito e non mi noia: Mescolato colla gioia La ferita ha il suo dolor.

Nell'assedio di Roma egli compi miracoli di valore: era sempre al fianco del Garibaldi, sempre dove il pericolo era maggiore, sempre soldato della libertà e sacerdote di Cristo.

Caduta Roma, Ugo Bassi segui il Generale, e quando l'esercito fu disciolto, mentre egli tentava salvarsi, fu arrestato a Comacchio dagli Austriaci, condotto a Bologna e condannato a esser fucilato. L'8 agosto 1849 fu menato al supplizio. Sereno in volto, tranquillo, cogli occhi splendenti di fede e d'amore, rivolse un pietoso addio agli amici e alla patria diletta; poi, vol tosi al comandante austriaco, gli disse fieramente: Son pronto, ma ricordatevi di troncarmi la vita allora soltanto ch'io avrò conserto questo crocifisso sul petto, mentre mi occorre tutto lo sforzo dell'anima per morire, senza maledire gli oppressori dell'Italia.

Ciò detto, l'eroico frate s'inginocchiò e mentre pregava, colpito dal piombo austriaco, cadeva in mezzo alla pietà, alle lacrime di quanti erano presenti.

In tutta l'Italia si pianse Ugo Bassi, e la sua morte rese

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più ardente l'odio degl'Italiani contro gli Austriaci, più vivo il desiderio di vendicare tanti martiri generosi, che erano caduti per la libertà della Patria.

39. Difesa di Venezia.

Ve ne ricordate, non è vero? La prima guerra per l'indipendenza italiana era stata gloriosa, ma non fortunata pur troppo! Gli Austriaci erano ritornati, avevano novamente rioccupato la Lombardia ed il Veneto, e Venezia soltanto resisteva ancora all'oppressore. Daniele Manin governava la città, Guglielmo Pepe comandava l'esercito: erano due valorosi, e il popolo eh' essi guidavano era degno di loro. Anche a Venezia, come a Roma, da ogni parte d'Italia accorrevano i generosi ad offrire il loro sangue per la patria comune. Gli Austriaci riuscirono a impadronirsi di Mestre, città poco lontana da Venezia, e circondarono quest'ultima colle loro milizie, chiudendola da ogni parte come in un cerchio di ferro. Bisognava spezzarlo quel cerchio, e riprendere Mestre agli Austriaci. La cosa era difficile però, perché i nemici erano molti e in una buona posizione, ma i Veneziani erano valorosi, e dopo quattro assalti accaniti Mestre fu nostra. In quella gloriosa giornata fu mortalmente ferito Alessandro Poerio, napoletano, anch'egli gentile poeta e soldato, come Goffredo Mameli.

Intanto, mentre a Venezia accadeva questo, a Novara i nostri perdevano, ve l'ho già raccontato, e gli Austriaci intimavano novamente ai Veneziani d'arrendersi: essi risposero che avrebbero resistito ancora e sempre, a ogni costo. Ma i denari mancavano; le spese della guerra erano tante! Ma si! il popolo quando combatte per la libertà della Patria i denari li trova sempre; due famiglie offrirono tutte le loro ricchezze; gli ori delle chiese, i gioielli delle donne furono convertiti in denaro, e cosi gli arredi di rame delle cucine, i bronzi delle campane. Allora Radetzky, visto che Venezia non si sarebbe arresa, la cinse d'assedio e rivolse tutti i suoi sforzi sulla fortezza di Marghera, poco lontana da Venezia.

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Settanta bocche da fuoco scagliavano palle, razzi, granate su Marghera, ma i valorosi difensori non si arrendevano; dove i colpi nemici facevano un guasto, essi accomodavano subito e rispondevano al fuoco col fuoco.

Ma per quanto valore essi adoprassero, il 26 maggio 1849" Daniele Manin ordinò di desistere dalla difesa del forte. Che dolore pei bravi difensori! Obbedienti all'ordine dei loro capi inchiodarono i cannoni ch'erano ancora servibili, poi, abbracciando e bagnando di lacrime quelle armi che avevano adoprate con tanto valore, uscirono mesti da Marghera, e con tanto ordine, che solo il giorno dopo il nemico, dopo aver seguitato a far fuoco per tutta la notte, si accorse che gl'Italiani si erano ritirati.

40. Cesare Rossaroll.

Dopo la caduta di Marghera non restava che Venezia da difendere, e la difesa fu lunga ed eroica, perché vi presero parte tutti i cittadini: uomini, donne, vecchi, giovani, fanciulli. Si, anche i bambini davano il loro aiuto ed esponevano la loro vita per la salvezza della terra nativa. Un giovinetto. Angelo Chelli, fu ucciso mentre serviva ai mortai, e un ragazzo di dodici anni, Antonio Zanetti, fu colpito da una palla, mentre trasportava le munizioni ai cannoni: le cose belle e buone, gli atti valorosi, come vedete, li possono far tutti: l'esser poveri, deboli, piccoli, non conta; basta volere.

Sant'Antonio era un posto molto importante per la difesa della città, e i Veneziani l'avevano fortificato con una batteria di cannoni, comandata da Cesare Rossaroll, un prode napoletano, che da giovinetto aveva combattuto in Grecia, che era stato ferito a Curtatone, che aveva dato prove di gran valore a Mestre e a Marghera. I nemici fulminavano di colpi, senza smettere un momento, la batteria di Sant'Antonio; ma Rossaroll resisteva intrepidamente. Il 27 giugno l'assalto fu veramente terribile: Rossaroll era malato, aveva la febbre, ma, nonostante, da sé ordinava il fuoco e puntava

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i cannoni contro gli Austriaci. A un tratto una palla lo colpisce nel fianco e lo getta a terra. Il Cosenz, suo amico e fratello d'armi, accorre, cerca di sollevarlo, ma il Rossaroll era morente ed ebbe appena il tempo di dirgli: Ti raccomando la mia batterìa! L'ultimo pensiero di quel prode fu per la Patria, le ultime sue parole furono per quelle armi nelle quali stava la salvezza di Venezia!

Al Rossaroll successe nel comando della batteria di Sant'Antonio un altro valoroso, il capitano Kollosek, boemo, che combatteva con ardore contro l'Austria, perché anche la Boemia, la sua patria diletta, era oppressa dagli stessi tiranni, che tenevano soggetta la patria nostra. Égli continuò l'eroica difesa: un giorno, il 5 luglio, un suo amico lo trovò mesto mesto, in mezzo ai suoi cannoni, e gli domandò che cosa avesse per essere cosi triste. Penso, rispose il Kollosek, che qui fra poco dovrò morire; spiacemì solo che lascio una famiglia povera e numerosa: mi consola questo però: che Dio e Venezia non l'abbandoneranno. Mezz'ora dopo, colto da una palla, era morto.

La notte del 6 luglio gli Austriaci, in mezzo ad un fuoco terribile, assalirono improvvisamente la batteria di Sant'Antonio. I difensori son presi dallo spavento e fuggono; il Cosenz rimasto solo con un compagno, tien fronte al nemico, uccide un ufficiale, ferisce altri soldati, raggiunge i suoi, li rincora, li riconduce contro il nemico: il nemico è respinto, la batteria è salva!

41. Caduta di Venezia.

I Veneziani non volevano arrendersi: parlando degli Austriaci essi dicevano: Non li volemo quei catti, non li volemo! E cantavano:

Foco, foco, foco, foco!

S'ha da vincere o morir!

Le bombe cadevano dentro la città, notte e giorno, portando stragi e rovine, e i cittadini se ne stavano intrepidi, e i ragazzi si trastullavano coi proiettili caduti.

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Anzi, poiché le munizioni mancavano, tutti andavano a cercare le bombe scoppiate, le palle cadute, e le portavano all'arsenale, perché fossero fuse e adoprate contro il nemico. Sul ponte dei Fuseri una vecchierella chiedeva da molti anni l'elemosina: le bombe venivan giù fitte come la grandine, ma la vecchierella se ne stava tranquillamente al suo solito posto anzi un giorno una palla cadde sul ponte a due passi da lei, ed ella, senza commuoversi, disse sorridendo: Varda, varda che Radeschi me fa la carità!

Un altro guaio affliggeva Venezia e terribile quanto il fuoco nemico: la fame! Avevano finite tutte le provvisioni, non potevano rinnovarle; morivano di fame. E non basta: si sviluppò anche il colèra; mancavano i medicinali, mancavano i soccorsi: più di quattrocento persone al giorno si ammalavano e quasi tutte morivano.

Ma i Veneziani non volevano cedere ancora: volevano uscire tutti insieme dalla città contro il nemico, e morire piuttosto che sottomettersi. Daniele Manin, un giorno in cui il popolo chiedeva armi e non voleva udir parlare di resa, scoppiando in un dirotto pianto, esclamò: Con questo popolo.... e dover cedere!...

Un poeta gentile, Arnaldo Fusinato, soldato di Venezia, descrisse mirabilmente il dolore di quei giorni in una delle sue belle e patriottiche poesie. Eccone alcune strofe:

Venezia! l'ultima

Ora è venuta;

Illustre martire,

Tu sei perduta....

II morbo infuria,

Il pan ti manca.

Sul ponte sventola

Bandiera bianca!

Ma non le ignivomo,

Palle roventi,

Né i mille fulmini

Su te stridenti

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Troncàro ai liheri

Tuoi dì, lo stame.

Viva Venezia!

Muore di fame!

Sulle tue pagine

Scolpisci, o tutoria,

L'altrui nequizie

E la sua gloria,

E grida ai posteri:

Tre volte infame

Chi vuol Venezia

Morta di fame!

Viva Venezia!

L'ira nemica

La sua risuscita

Virtude antica;

Ma il morbo infuria,

Ma il pan le manca....

Sul ponte sventola

Bandiera bianca!

Il 24 agosto 1849 il sacrifizio di Venezia era compiuto.

I suoi valorosi difensori si avviavano tristamente per l'esilio: quattro giorni dopo la bandiera gialla e nera sventolava sulla piazza di San Marco, o l'Italia, dopo tanti mesi di lotta, di speranze, di sventure, era di nuovo oppressa dallo straniero, schiava tutta dall'Alpi al mare un' altra volta. Per quanto ancora?

42, Antonio Sciesa.

L'Italia era dunque un'altra volta schiava d'uno straniero oppressore, ma gl'Italiani oh! non erano certo rassegnati a servire: colla schiavitù ricominciarono le cospirazioni, e colle cospirazioni, le persecuzioni, gli esilii i supplizi.

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Nel luglio del 1851 fu arrestato a Milano un popolano, Antonio Sciesa, che fu sorpreso proprio nell'atto di affiggere un patriottico manifesto, col quale si eccitavano i cittadini contro l'Austria. E subito la polizia a tormentarlo, perché rivelasse i nomi dei suoi complici: lo minacciarono dei più atroci tormenti, cercarono di allettarlo con lusinghe e belle promesse, ma tutto fu inutile. So già qual sorte mi aspetta, rispondeva egli e taceva. Fu condannato a morte. Mentre lo portavano al supplizio, il 2 agosto 1851, un ufficiale austriaco raggiunge il funebre corteo, si fa innanzi allo Sciesa e gli dice: «Ringrazia la clemenza del governo; tu sei salvo a patto di nominare i tuoi complici.» E lo Sciesa, senza voltarsi, rispose eroicamente nel suo dialetto: Tiremm innanzi! (Andiamo avanti!) e seguitò a camminare verso il luogo del supplizio, preferendo la morte al tradimento.

Onoriamo la memoria gloriosa di quest'eroe popolano!

43. I martiri di Belfiore.

Sarebbe troppo lungo e doloroso raccontare la storia di tutti i martiri, i quali negli anni tristissimi che corsero fra il 1849 e il 1854 furono imprigionati, uccisi, perché cercarono e tentarono di scuotere il giogo che opprimeva la loro Patria adorata.

A Mantova si era preparata una cospirazione contro l'Austria: vi erano ascritti molti cittadini di ogni condizione, di ogni età: nobili e popolani, ricchi e poveri, sacerdoti e studenti. Un comitato composto di diciotto patriotti dirigeva la cospirazione. Fra i più ardenti di questi generosi c'era un prete, don Giovanni Orioli. Il buon sacerdote, per una falsa accusa, fu arrestato, condannato a morte e il 5 novembre 1851 fu condotto a Belfiore, per esservi fucilato. Un giudice, credendo che il timore della morte potesse indurlo a parlare e a tradire i suoi amici, gli promise salva la vita, purché egli svelasse quanto sapeva intorno

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alla cospirazione. Ma il generoso prete rispose: Io sono innocente; se mi si vuole colpevole sono pronto a subire il fato estremo: io mi abbandono nelle mani di Dio e mori benedicendo i suoi carnefici. La morte di don Giovanni Orioli non iscoraggiò i congiurati, anzi il loro odio contro il feroce oppressore si fece più vivo, e più ardente il desiderio di affrettare l'ora della comune libertà. Ma la congiura fu scoperta, e il 7 dicembre cinque nuovi martiri lasciavano la vita sulla forca a Belfiore. Fra questi e' era Enrico Tazzoli, sacerdote anch'egli, professore di filosofia, amato e stimato da tutti pel suo sapere, per la sua carità; aveva spesa tutta la vita beneficando il popolo, fondando asili infantili, e moriva come un malfattore, sul patibolo!

Quanto sangue nobile e innocente sparso dalle mani del carnefice! Ma l'Austria non era sazia ancora. Il 13 marzo 1853 erano impiccati a Belfiore il conte Carlo Montanari, uno dei più benefici e riveriti cittadini di Mantova, don Bartolommeo Grazioli, arciprete di Revere, ottimo parroco ed ottimo cittadino, e Tito Speri, bresciano, l'eroe delle dieci giornate di Brescia. Tutti andarono incontro alla morte serenamente, da coraggiosi. Quelli dei congiurati che sfuggirono alla forca dovettero scontare in dure prigioni la colpa d' avere amata la Patria.

E cosi l'Austria credeva di soffocare, di spengere negl'Italiani il desiderio di libertà e d'indipendenza che li spingeva ad atti eroici e generosi, ma riusciva proprio ad ottenere il contrario. Il sangue nobilissimo sparso a Belfiore era un seme che doveva portare nuovi fiori e nuovi frutti di patriottismo.

E i fiori germogliarono presto belli e rigogliosi, e i frutti non tardarono a maturare.

44. Cammino Cavour.

Cammillo Cavour! Ecco un altro nome glorioso, che voi dovete pronunziare con reverenza e con gratitudine profonda, perché è quello d' un uomo che ha fatto tanto bene all'Italia,

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che ha speso tutto il suo ingegno, tutta la sua vita, perché noi potessimo avere una patria indipendente.

Egli non fu un grande guerriero, né un ardente cospiratore: fu un uomo di Stato, che si occupò del governo del nostro paese, ordinando e preparando gli avvenimenti, giocando di accortezza cogli altri governi. Il Cavour s'era prefisso una méta, quella cioè di fare l'Italia grande, indipendente, e dove gli altri non iscorgevano altro che ostacoli, egli vedeva la strada ampia e diritta, che conduceva a quella méta. Ma bisognava figurar di non accorgersi di quella strada, bisognava figurar di non voler giungere a quel dato punto, e intanto, senza parere, camminare adagio adagio, vigilando, aspettando, pronti sempre a cogliere l'occasione favorevole, il momento propizio. Ci voleva un grande ingegno, una finezza, una politica straordinaria, non è vero? E il Cavour ebbe queste doti in sommo grado, e fu il più grande uomo di Stato dei suoi tempi per l'acutezza della mente, per la onestà dei propositi, per il carattere fermo e costante.

Egli era nato in Torino il T di agosto dell'anno 1810: entrato da giovinetto come nei paggi o alla corte del principe di Carignano, capi ben presto che quella vita non era fatta per lui, e si ascrisse nelle file dell'esercito dove, però, colle sue idee liberali, non potè stare a lungo. Si dette allora a studiare l'agricoltura, viaggiò molto e imparò sempre più a conoscere gli uomini e le cose. Tornato in patria nel 1847, cominciò a farsi conoscere come scrittore; dopo la battaglia di Novara fu nominato ministro, e nel 1852 Presidente del Consiglio dei Ministri, ossia capo del Governo.

Allora egli cominciò a giovare al Piemonte governando sempre colla libertà, osservando e rispettando i diritti dei cittadini consacrati dallo Statuto, senza guardare in faccia a nessuno. Introdusse belle e utili riforme nel Piemonte; vi diffuse le strade ferrate, i telegrafi, riordinò il pubblico tesoro, muni di saldi ripari le fortificazioni, cercò di accrescere l'esercito e di renderlo forte e atto a combattere con valore e con fortuna. Vittorio Emanuele, che aveva piena fiducia di lui, lo lasciava fare ed anzi lo incoraggiava ad

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andare avanti. Così per l'onestà, per l'ingegno, per l'amor patrio del Cavour, il Piemonte prendeva un'aria tutta italiana, si metteva a capo dei moti liberali di tutta la Penisola, e ospitava con larga generosità i patriotti, gli esuli di ogni parte d'Italia.

Cammillo Cavour, come vi ho detto, si era messo in testa di liberare l'Italia dallo straniero e non si lasciava fuggire l'occasione, anzi la cercava, di parlar male dell'Austria e di spingere contro di lei, non solo il Piemonte, e tutta l'Italia, ma anche gli altri governi stranieri, affrettando cosi il giorno glorioso del nostro risorgimento.

45. La guerra di Crimea.

Vi ho detto che Cammillo Cavour non si lasciava sfuggire nessuna occasione di fare un passo avanti nella strada che s'era messo in capo di percorrere, e che doveva adagio adagio fargli raggiungere il suo scopo, e ve ne dò subito una prova. Verso la metà dell'anno 1853, scoppiò la guerra fra la Russia e la Turchia. L'anno dopo, la Francia e l'Inghilterra fecero alleanza con la Turchia e le mandarono in aiuto i loro eserciti.

Il Cavour vide in questa guerra una bella occasione, non solo di misurare le forze del suo esercito, ma anche di mettere in mostra il Piemonte, di farlo figurare, di cattivargli le simpatie dell'Europa, e quest'occasione l'afferrò subito. Il Re fu d'accordo col suo ministro, e alla fine di aprile dell'anno 1855 quindicimila soldati, sotto il comando d'Alfonso La Marmora, uno dei più bravi generali che il Piemonte avesse allora, partirono per la Crimea, dove la guerra si combatteva.

Per tre mesi quei bravi soldati stettero inoperosi, travagliati da gravi stenti, da continui disagi, dal colera perfino, ma venne finalmente anche per loro il momento di combattere. Il 16 agosto un corpo di milizie russe, molto più

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forte per numero dei nostri, assali, presso il fiume Cernala, l'esercito piemontese: ma questo sostenne valorosamente l' assalto, e combatté con tanto eroismo, che i nemici dovettero darsi a fuga vergognosa. Che onore pel piccolo esercito piemontese! Combattere a fianco dei Francesi e degli Inglesi, mostrarsi degni di loro, meritarsi da loro ammirazione ed elogi! Pochi giorni dopo questa battaglia, la fortezza di Sebastopoli si arrendeva ai Turchi e ai loro alleati, e la guerra era finita.

L'anno dopo, nel febbraio del 1856, i rappresentanti dei principali Stati europei si adunarono a Parigi per trattare della pace: a quella riunione, a quel Congresso, vi fu rappresentato anche il Piemonte, e degnamente rappresentato, da Cammille Cavour. Vi parrà una cosa naturale, di poca importanza questa, lettori miei, ma invece non è così. Era la prima volta che un piccolo Stato si trovava a congresso coi grandi per trattare delle cose d'Europa, e questo fatto nuovo e tanto importante per noi, avveniva perché l'ingegno, la politica e l'amor patrio del Cavour l'avevano saputo preparare. E il Cavour, che sapeva parlare in modo da farsi ascoltare, disse il fatto suo e si fece intendere. Esposo in quali misere condizioni si. trovasse l'Italia, soprattutto per colpa dell'Austria; mostrò che la patria nostra aveva, come le altre nazioni, diritto alla sua indipendenza. Le calde e convincenti parole del Cavour fecero il loro effetto; l'Italia si era ormai acquistata la simpatia di tutta r Europa, e l'ora della sua liberazione, o prima o poi doveva suonare: era destinato!

46. Carlo Pisacane

Vi ricordate dei fratelli Bandiera? Vi ricordate di quei forti giovani, che abbandonati gli agi e le gioie della casa paterna erano corsi a morire per la loro patria? Animati dagli stessi sentimenti, ebbero sorto eguale alla loro molti altri generosi, dei quali voglio ora raccontarvi la storia.

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Carlo Pisacane, calabrese, giovine, bello, infiammato di amor di patria, pronto a sfidare ogni pericolo per liberare il regno delle Due Sicilie dalla tirannia del Borbone, immaginò e preparò una spedizione destinata a fare insorgere la Calabria. Non era solo, s'intende: gli erano compagni pochi valorosi degni di lui e dell'atto che stava per compiere, e fra gli altri Giovanni Nicotera e Giovanni Falcone, calabresi anch'essi, giovani e arditi, che avevano già combattuto col Pisacane nel 1849 per la difesa di Roma. Partirono da Genova il 25 giugno 1857: Carlo Pisacane abbandonava la moglie diletta e una figliolina, la sua Silvia adorata. Che addio doloroso! Per via si accrebbero di alcuni compagni, sbarcarono in trecento a Sapri, sulle coste calabresi, e preceduti dalla bandiera tricolore mossero verso Padula, Quivi si trovarono di fronte a duemila soldati borbonici, che li assalirono ferocemente: resisterono, combatterono da eroi, uno contro dieci, ma finalmente, assaliti da ogni parte, caddero colle armi in pugno, e per i primi Carlo Pisacane e Giovanni Falcone. Giovanni Nicotera, ferito gravemente in più parti, fu lasciato come morto sulla riva d' un ruscello; preso poi dalla sbirrjiglia con alcuni compagni fu condotto in un' orribile prigione e condannato alla galera.

Il popolo pianse ed ebbe cara e venerata la memoria di quei giovani eroi, ed un canto mestissimo li ricorda ancora e ne lamenta la morte. Dice cosi:

Eran trecento, eran giovani e forti E sono morti!

47. seconda guerra d'indipendenza.

Le parole di Cammillo Cavour al Congresso di Parigi portarono il loro frutto: l'imperatore dei Francesi, Napoleone III, mostrò molta simpatia per l'Italia, e in un colloquio eh' egli ebbe col Cavour promise, in caso di una guerra fra l'Austria e il Piemonte, di mandare in aiuto di quest'ultimo

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un esercito di dugentomila uomini. E l'occasione non tardò a venire.

Fin dal principio del 1859 tutti capirono che il momento della nostra redenzione era giunto, e da ogni parte d'Italia la gioventù più scelta e i patriotti più intemerati accorrevano nel Piemonte, si arrolavano come volontari nelle file dell'esercito, si preparavano a combattere. Il 28 d'aprile Vittorio Emanuele annunciava al popolo italiano la guerra contro l'Austria. Impugnando le armi egli diceva per difendere il mio trono, la libertà dei miei popoli, l'onore del nome italiano io combatto pel diritto di tutta la Nazione. Confidiamo in Dio e nella nostra concordia; confidiamo nel valore dei soldati italiani, nell'alleanza della nobile Nazione francese; confidiamo nella giustizia della pubblica opinione. Io non ho altra ambizione, che quella d'essere il primo soldato dell'indipendenza italiana. Viva l'Italia!

Le parole di questo Re Galantuomo, nel quale il popolo italiano aveva ormai riposto tutte le sue speranze, che già salutava come suo liberatore, furono accolte con gioia immensa, con grande entusiasmo in ogni parte d'Italia. Gli italiani si sarebbero dunque trovati novamente di fronte agli oppressori; li avrebbero sgominati, messi in fuga e questa volta per sempre! Perché gl'Italiani erano certi della vittoria: avessero pure gli Austriaci un esercito numeroso avessero pure armi terribili, sapessero pure condurre la guerra con somma maestria: dovevano perdere, perché essi erano gli oppressori, perché il valore del popolo italiano era sorretto dal valore delle armi francesi, centuplicato dall'odio verso i nemici, dall'amor di patria, dal desiderio di libertà!

48. Montebello. Palestre.

Ai primi di maggio, Vittorio Emanuele partiva per la

guerra. Gli Austriaci intanto avevano varcato il Ticino ed invaso il Piemonte. I Piemontesi si erano collocati sulla riva

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destra del Po per aspettare l'arrivo delle milizie francesi, e cercavano di rallentare il cammino dei nemici, all

agan

do i terreni pei quali dovevano passare. Oh! come volentieri deviavano canali e torrenti e spingevano sui terreni coltivati con tanta fatica la furia delle acque, che devastava i campi, che distruggeva i raccolti! Tutto, andasse pur tutto in rovina, purché l'Italia fosse salva!

Il 12 maggio 1859 i Francesi, guidati dal loro Imperatore, giungevano in Italia: il 20 dello stesso mese, a Montebello, avveniva il primo fatto d'arme. Sedicimila Austriaci assalirono seimila fra italiani e francesi; la battaglia durò dal mezzogiorno alla sera: da ambedue le parti fu grande il valore, ma la vittoria fu nostra! Fu la prima di tante che le tennero dietro, tutte gloriose.

Una seconda battaglia ebbe luogo a Palestro, il 30 maggio. I soldati piemontesi assalirono il nemico e Io costrinsero a fuggire. Ma il giorno dopo, gli Austriaci tornarono alla riscossa con forze maggiori e la lotta fu allora sanguinosa e terribile per ambedue le parti. Gl'Italiani si slanciarono con tale impeto contro i nemici, che in breve li ebbero disordinati e molti ne caddero uccisi; ma essi tornarono di nuovo all'assalto, e già forse la forza ed il numero avrebbero oppresso il valore, se il terzo reggimento degli zuavi francesi non fosse accorso in aiuto dei nostri. Come si battevano quei bravi Francesi! Vittorio Emanuele, visto che gli zuavi si spingevano arditamente contro al nemico, si slanciò galoppando in mezzo a loro, e ad alcuni soldati francesi che, temendo per la persona del Re, volevano allontanarlo dal pericolo, disse eroicamente: Lasciatemi stare; della gloria qui ce n'è per tutti! Gli Austriaci furono sconfitti e messi in fuga: abbandonarono sul campo mille uomini uccisi ed otto cannoni.

La vittoria arrideva per la seconda volta alla nostra bandiera.

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49. I Cacciatori delle Alpi.

0 Garibaldi, mi domanderete voi, dov'era? Si combatteva per l'Italia, si combatteva per l'indipendenza della sua patria, ed egli non c' era?

No, fanciulli miei, Garibaldi era proprio al suo posto. Appena nella primavera dell'anno 1859 erano corse le prime voci di guerra, egli aveva abbandonato la sua Caprera, un' isoletta presso la Sardegna, uno scoglio disabitato, sul quale viveva quasi solitario colla sua famiglia, dilettandosi d'agricoltura, ed era corso in Piemonte. Ivi, d'accordo col Governo, avea cominciato ad arrolare tutti quei giovani che accorrevano volenterosi nelle sue file, ed aveva formato un corpo di milizie detto i Cacciatori delle Alpij che contava circa quattromila uomini. Questi militi in parte erano soldati sopravvissuti alle guerre del 1848 e del 1849, in parte gioventù nuova alle armi, ma ardente di coraggio e di voglia di trovarsi a faccia a faccia cogli Austriaci, e di misurarsi con loro. A capo di questi giovani e' erano dei bravi comandanti, che il battesimo del fuoco l'avevano avuto da un pezzo: il Bixio, il Medici, il Cosenz, insomma gli avanzi gloriosi di Roma e di Venezia.

1 Cacciatori delle Alpi furono i primi a entrare in Lombardia: il 22 maggio passavano il Ticino, il 23 erano a Varese dove il popolo li accolse con entusiasmo, come liberatori. In Varese si fortificarono per attendere gli Austriaci, e questi non si fecero aspettare, no. Un corpo di seimila nemici, comandati dal generale Urban assale le milizie garibaldine: queste rispondono col solito valore, caricano alla baionetta gli Austriaci, li mettono in fuga. Tornano essi, forti di nuovo milizie, ma sono respinti ancora, e questa volta scappano verso Como. Ma il Garibaldi non li lascia nemmeno scappare in pace, e via dietro a inseguirli.

Il giorno dopo l'incontra a San Fermo e li assale con grande ardore. Muoiono dei nostri molti valorosi col nome d'Italia sulle labbra, ma gli Austriaci non reggono all'urto;

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non ce la possono con quei diavoli in camicia rossa; sono costretti nuovamente alla fuga. La sera di quel memorabile giorno, 27 maggio 1859, Garibaldi entrava vittorioso in Como. Dov'egli passava il popolo insorgeva, gridando: Viva l'Italia! Pareva proprio che quel biondo guerriero fosse il genio della patria nostra, e che la bandiera gialla e nera avesse paura di lui, e si nascondesse vergognosa, perché il vessillo tricolore potesse sventolare sulle nostre torri, sulle nostre città, e salutare l'Eroe che passava.

50. L'inno di Garibaldi.

Quei generosi Cacciatori delle Alpi nelle lunghe marce, negli assalti sanguinosi cantavano un inno che li spingeva a combattere, che rendeva ai loro occhi bello il pericolo, bella perfino la morte.

Quell'inno lo aveva scritto Luigi Mercantini, un poeta gentile che colle sue poesie fece tanto bene all'Italia, e lo aveva messo in musica Alessandro Olivieri, capobanda della Brigata Savoia. E un inno magico. Ancora, a sentirlo, fa battere il cuore, commove, esalta! La musica la sapete, l'avete sentita tante volte. Ecco le parole:

Si scuopron le tombe, si levano i morti,

I martiri nostri son tutti risorti!

Le spade nel pugno, gli allori alle chiome,

La fiamma ed il nome d'Italia nel cor!

Veniamo! Veniamo! Su, o giovani schiere!

S'inalzin per tutto le nostre bandiere!

Su tutti col ferro, su tutti col fuoco,

Su tutti col fuoco d'Italia nel cor.

Va' fuori d'Italia, va' fuori ch'è l'ora.

Va' fuori d'Italia, va' fuori, o stranier.

La terra dei fiori, dei suoni, dei carmi

Ritorni qual'era la terra dell'armi!

Di cento catene le avvinser la mano,

Ma ancor di Legnano sa i ferri brandir.

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Bastone tedesco l'Italia non doma,

Non crescono al giogo le stirpi di Roma:

Più Italia non vuole stranieri e tiranni,

Già troppi son gli anni che dura il servir.

Va' fuori d'Italia, ecc.

Le case d'Italia son fatte per noi,

Son là sul Danubio le case de' tuoi:

Tu i campi ci guasti, tu il pane e' involi,

I nostri figliuoli per noi li vogliam.

Son l'Alpi e i due mari d'Italia i confini.

Col carro di fuoco rompiam gli Appennini;

Distrutto ogni segno di vecchia frontiera,

La nostra bandiera per tutto innalziam.

Va' fuori d'Italia, ecc.

Sien mute le lingue, sien pronte le braccia:

Soltanto al nemico volgiamo la faccia,

E tosto oltre i monti n' andrà lo straniero,

Se tutta un pensiero l'Italia sarà.

Non basta il trionfo di barbare spoglie,

Si chiudano ai ladri d'Italia le soglie:

Le genti d'Italia son tutte una sola,

Son tutte una sola le cento città.

Va' fuori d'Italia, va' fuori eh' è l'ora,

Va' fuori d'Italia, va' fuori, o stranier.

51. Solferino e San Martino.

il 4 giugno una nuova o sanguinosa battaglia combattuta presso Magenta tra i Francesi e gli Austriaci, apri agli eserciti alleati la via di Milano. E a Milano, fra l'esultanza e l'entusiasmo del popolo che dopo undici anni di patimenti e di servitù vedeva partire e per sempre le odiate milizie dello straniero, a Milano, dove non sventolava più il vessillo giallo e nero, ma la nostra bella bandiera tricolore,

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l'8 giugno entrarono trionfanti Vittorio Emanuele e Napoleone III.

Intanto l'imperatore d'Austria, vedendo che le cose della guerra andavano di male in peggio, era venuto in Italia per prendere il comando supremo del suo esercito, e per preparare una grande battaglia che lo compensasse delle sconfitte patite. E la battaglia ebbe luogo il 24 giugno. Gli Austriaci erano centosessantatremila, i nostri, francesi e italiani, appena centotrentacinquemila. L'esercito francese, dopo lunga battaglia, dopo varie vicende, dopo predigli di eroismo, riusci a impadronirsi della collina di Solferino e a mettere in fuga le milizie nemiche. Intanto gl'Italiani fin dalla mattina assalivano il colle di San Martino; ma valore, audacia, eroismo, tutto era inutile: i nemici erano lassù, sulla cima del colle, in una posizione migliore, e anch'essi, lode ai bravi d'ogni nazione! combattevano con grande valore.

Cinque volte i nostri dettero l'assalto: cinque volte giunsero fin presso la cima del colle, cinque volte furono respinti. Il re Vittorio Emanuele guidava le sue schiere, combatteva come un semplice soldato, slanciandosi sempre dove il pericolo era maggiore, deciso a vincere o a morire. Gli sforzi dei nostri erano disperati, ma già alcune file cominciavano a spezzarsi, già la sfiducia cominciava ad avvilire i soldati, quando un grido potente risuona pel campo:

-

I Francesi hanno vinto a Solferino! Quel grido bastò a rianimare in un istante i nostri soldati, dette loro nuova forzae nuova audacia, li spinse come un torrente furioso contro i nemici. Su, su, ragazzi, grida Vittorio Emanuele, bisogna vincere anche noi, bisogna salir lassù, o morire.

-

Viva Savoia! Viva l'Italia! rispondono i soldati e si avanzano, salgono, muoiono, senza mandare un lamento. Ecco, son giunti alla cima, combattono a corpo a corpo, colla baionetta, il nemico fugge, la vittoria è nostra! Viva l'Italia!

L'esercito austriaco era in rotta completa: la Lombardia era nostra, la strada del Veneto ci stava aperta davanti, le più belle speranze sorgevano per noi, quando ad un tratto,

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come un fulmine a del sereno, giunse la notizia che Napoleone si era abboccato a Villafranca coll'imperatore d'Austria e aveva combinato la pace, in virtù della quale si assicurava al Piemonte il possesso della Lombardia, e si lasciava Venezia in mano agli Austriaci. Che dolore, che lutto in tutta l'Italia! Quante speranze troncate sul più bello! Bisognava deporre le armi, fare un' altra sosta, soffrire ancora. Ma era questione di tempo: il giorno del trionfo completo non era lontano!

52. Il 27 aprile 1859.

Torniamo un passo addietro, come nelle novelle. Mentre nel Piemonte gl'Italiani si preparavano a combattere da valorosi, che cosa si faceva nel resto d'Italia? Ve lo potete immaginare: non si parlava che di quella guerra; i dispacci, i giornali, erano aspettati con impazienza, erano letti con avidità: il popolo esultava e fremeva. I primi a muoversi furono i Toscani. Il 27 aprile 1859 a Firenze, in piazza Barbano, oggi dell'Indipendenza, si riunì una gran massa di popolani: erano calmi, pacifici, ma risoluti. Inalzarono una bandiera tricolore e si mossero verso il Palazzo Pitti, dove stava il Granduca, gridando: Viva l'Italia! Viva Vittorio Emanuele! Guerra all'Austria! I soldati ch'erano nella fortezza da Basso fecero eco a quei gridi. Altri soldati che erano nella fortezza di Belvedere, a chi li voleva costringere a scaricare le armi contro il popolo, risposero che essi, come soldati, avrebbero lealmente difesa la vita del Granduca, se qualcuno l' avesse minacciata, ma non avrebbero mai fatto fuoco sui loro fratelli, i quali, se gridavano, in fin dei conti avevan ragione. E sulla fortezza da Basso e su quella di Belvedere fu inalzata la bandiera tricolore. Leopoldo II, benché non avesse un gran talento, capi l'antifona, e da uomo prudente pensò ch'era meglio svignarsela alla chetichella. In infatti la sera stessa parti da Firenze colla sua famiglia in tre carrozze, e il popolo che s'affollava per veder passare"

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il Granduca, si levava il cappello con una cert'aria benevola fra il rispetto e la canzonatura. Cosi in Toscana, senza spargere una goccia di sangue, tutti d'amore e d' accordo, si fece la più pacifica rivoluzione, che ricordi la storia italiana. Si facessero tutte così!

L'esempio della Toscana mosse gli Stati vicini. Il Duca di Modena e la Duchessa di Parma, vedendosi incapaci di tenere in obbedienza i loro sudditi, batterono anch'essi la ritirata; Bologna e la Romagna si ribellarono al Pontefice, e tutti questi Stati proclamarono loro capo Vittorio Emanuele, col titolo di Dittatore.

E per mostrare a tutta l'Europa la ferma volontà degl'Italiani di riunirsi in un solo Stato, nel marzo dell'anno successivo, cioè del 1860, gli abitanti della Toscana e dell'Emilia furono chiamati a decidere se volevano unirsi alla Monarchia Costituzionale di Vittorio Emanuele, o se volevano formare un regno separato. E inutile dirvi che quasi tutti scelsero l'unione sotto lo scettro del Re galantuomo. In Toscana, per esempio, trecento sessantaseimila cinquecentosettantuno furono per l'unione, e poco più di trentaquattro mila pel regno separato. Chi erano questi che volevano andare contro il volere dei più? Erano i pochissimi affezionati alla casa di Lorena, quelli che avevano paura delle cose nuove, i codini, come li chiamavano per ischerno, a significare coloro che si mostravano avversi a ogni idea di progresso e di libertà.

Intanto la Toscana venne governata fino alla proclamazione del regno d'Italia da Bettino Ricasoli, che insieme con Camillo Cavour e con molti altri generosi cooperò grandemente all'unità della patria nostra.

53. I Mille.

La sera del 5 maggio dell'anno 1860, dallo scoglio di Quarto presso Genova, scendevano verso il mare molte centinaia d'uomini. Gli amici, i parenti li salutavano: si sentiva un sommesso rumore di baci, un sospirare interrotto di affettuose parole,

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qualche singhiozzo represso. Poco dopo quelli che stanno per partire si allontanano e salgono su due bastimenti che li aspettano. Ecco, son tutti al posto; i bastimenti si muovono, e via pel mare, in mezzo al profondo silenzio della notte.

Chi sono? Dove vanno? Sono Italiani accorsi da ogni parte della Penisola, vanno in Sicilia a soccorrere i fratelli, a liberarli dai loro oppressori. Quanti sono? Sono mille e corrono alla conquista di un Regno di nove milioni di abitanti, difeso da un numeroso esercito, da salde fortezze; sono mille, quasi tutti giovani che appena da un giorno hanno lasciato i banchi della scuola, abituati a vivere negli a£Ì, nella quiete della casa paterna; la maggior parte non hanno mai maneggiato le armi; alcuni sono biondi, rosei, timidi come fanciulle. Non hanno armi, non hanno munizioni, non hanno denari. E vauno? Vanno, si, ma sopra uno di questi bastimenti fulmina ordini e comandi Nino Bixio, e sul ponte dell'altro, coll'occhio vigile sopra il pilota, ritto in mezzo alle tenebre, sta Giuseppe Garibaldi. Ecco perché, fanciulli miei, quei mille, senz' armi, senza denari, vanno in Sicilia a liberare i fratelli, certi della vittoria, benché chi li guarda partire li chiami temerari, pazzi! Lasciate dire! Pazzi oggi, eroi domani.

In Sicilia li aspettavano come mandati da Dio. Al re Ferdinando II, morto divorato dai pidocchi, era successo suo figlio Francesco II, ma le misere condizioni di quel popoli non erano mutate; sempre le stesse leggi cattive, sempre la stessa polizia barbara e atroce, che per un sospetto imprigionava, bastonava, torturava, uccideva. Alla novella delle guerre del 1859, della liberazione della Lombardia, dei mutamenti avvenuti in Toscana, nell'Emilia, nei Ducati di Reggio e di Modena, i patriotti siciliani non si contennero più.

La rivoluzione cominciò a Palermo. Un valoroso popolano, Francesco Riso e sessanta suoi compagni si erano nascosti nel convento della Gancia, ove avevano raccolto armi e munizioni, aiutati da quei bravi fiati, che eran d'accordo

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con loro. La mattina del 4 aprile 1860 uscirono per la città, fecero suonare le campane a stormo, tentarono di sollevare la popolazione. Ma le milizie regie, già avvisate, si scagliarono sugl'insorti, li costrinsero a rifugiarsi nel convento. Ivi i valorosi Siciliani si difesero disperatamente, ma furono vinti e quasi tutti, anche Francesco Riso, vennero uccisi. gl'insorti cominciarono allora a correr la campagna, tentando di muovere il popolo, ma i soldati borbonici avrebbero facilmente trionfato di quei pochi generosi, senza guida, senz'armi, se il soccorso non fosse giunto, se quei mille nella notte del 5 maggio non fossero partiti da Quarto, se l'11 maggio a un'ora e mezzo pomeridiana non fossero sbarcati a Marsala, senza combattere, attraversando la città in mezzo alla gioia, all'entusiasmo del popolo, che li salutava come fratelli, che li benediceva come liberatori.

54. Calatafimì.

Il Garibaldi, appena sbarcato in Sicilia, prese il governo dell'isola, la Dittatura, in nome di Vittorio Emanuele e si pose in marcia verso Palermo. La gioventù siciliana accorreva ad ingrossare le file del Garibaldi, e anche dei poveri ragazzi, laceri, affamati, si raccomandavano ai garibaldini che li prendessero con loro, e marciavano con essi e li seguivano nei pericoli delle battaglie. Dove l'Eroe passava, il popolo s'affollava acclamandolo; i contadini scendevano dai monti, i signori accorrevano dalle loro ville per vedere com'era fatto quest'uomo meraviglioso che con mille soldati male armati, come un cavaliere fatato, veniva a conquistare un regno, e osava correre ad assalire Palermo, difesa da ventimila uomini, dalla flotta, da numerosa artiglieria. E Garibaldi sorride, accarezza i fanciulli che le madri gli porgono, dice parole di fuoco ai giovani, saluta cortesemente le donne, e passa. Eccolo a Salemi in mezzo al popolo festante, eccolo sulle alture di Vita, da cui scorge le ardue

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vette di Calatafimi, sulle quali si sono raccolte le milizie borboniche.

I nemici sono disposti su sette alture, che hanno i fianchi quasi diritti, come altissime mura, e sono tremila lassù. Laggiù sono ottocento soli, ma hanno con sé il Garibaldi, il Bixio, il Cairoli e sono decisi a vincere, o a morire. Sette muraglie inespugnabili, sette assalti disperati, in mezzo a un silenzio terribile, colla baionetta calata, sotto il grandinare della mitraglia.

Pareva davvero impossibile arrivare su quelle alture, scacciarne il nemico. Nino Bixio, il prode, l'audace, s' avvicina a Garibaldi, che sotto l' ombra d'una pianta guardava la battaglia, e gli dice: Generale, temo che sia forza ritirarsi. E il Garibaldi, saettandolo collo sguardo: Bixio, qui si fa h l'Italia una, o si muore. Poi, voltosi ai soldati che parevano sfiniti di forze ed affranti, grida: Ho bisogno d'un' ultima lotta disperata! Cinque minuti di riposo e andremo insieme. Avanti, alla baionetta! Alla baionetta! Viva l'Italia! Viva Garibaldi! rispondono con urlo immenso i soldati, e su e su! Una bandiera cade in mano dei regi, i garibaldini la riconquistano col sangue, mettono in fuga il nemico, le alture di Calatafimi son nostre. È la prima vittoria sui campi di Sicilia.

55. Palermo e Milazzo.

Dopo la vittoria di Calatafimi, il Generale rivolse i suoi passi verso Palermo. La città era difesa da numeroso milizie borboniche: bisognava usare l'astuzia, ingannare il nemico, farlo uscire fuori di Palermo, tenerlo a bada e piombare improvvisamente sulla città. E cosi fece Garibaldi. Finse di prendere una strada, e a un tratto voltò per un sentiero battuto solo dai mandriani e dalle capre, e s'inerpicò pei monti, sotto una pioggia che cadeva a torrenti. Poi, mentre i nemici io cercavano chi sa dove, preso il momento buono, via verso Palermo. 0 a Palermo, o all'inferno! esclamava Nino Bixio.

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Domani, o a Palermo, o morire! diceva Garibaldi.

Giungono improvvisamente presso Palermo, all'alba del 27 maggio. I nostri, con Nino Bixio alla testa, colla baionetta calata, si precipitano sul ponte dell'Ammiraglio, feriscono, uccidono, passano come un uragano, come un fulmine: molti cadono feriti, molti sono uccisi. Ma non per questo i garibaldini si arrestano; a Porta Termini, a Porta Sant' Antonio superano le barricate costruite dai Borbonici, e via di corsa, in un momento sono nel centro di Palermo, in mezzo al popolo che li acclama e li benedice come liberatori.

Ma ancora quanto rimane da fare, quanti nemici da vincere! Il popolo di Palermo, ardente di amor patrio, si prepara eroicamente a combattere. Le campane suonano a stormo, in ogni punto della città sorgono barricate; uomini, donne, fanciulli danno il loro aiuto, espongono la loro vita, perché si affretti l'ora solenne della liberazione. In ogni parte della città si combatte, si soffre, si muore, sotto una pioggia di bombe, che cadono senza tregua di e notte, recando strage e rovina. Il primo di giugno il nemico domandava a Garibaldi una tregua; quattro giorni dopo, le milizie borboniche sgombravano la città: Palermo era libera!

Liberata Palermo, il Garibaldi mosse alla conquista del resto della Sicilia; gli erano giunti nuovi volontari condotti dal Cosenz e dal Medici, ed il piccolo esercito andava di giorno in giorno ingrossando e si faceva più agguerrito.

A Milazzo i nostri guidati dal Medici s'incontrarono coi soldati regi comandati dal generale Bosco, borbonico, e avvenne una battaglia terribile: la mischia durava da un pezzo, la vittoria era incerta, quand'ecco che arriva per mare il Garibaldi. Il combattimento si fa più fiero e più ostinato: la cavalleria borbonica assale i garibaldini, atterra il cavallo del Generale, sta per ucciderlo ma egli si difende eroicamente colla spada: il milanese Missori, il siracusano Statella corrono in suo aiuto,

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fanno strage dei nemici: Garibaldi è salvo, la vittoria è nostra.

Il generale Bosco partendo da Messina aveva promesso di tornare in trionfo cavalcando il cavallo del Medici; ma gli toccò la sorte degli zufoli di montagna, perché fu egli che perse il cavallo, e fu il Medici che lo cavalcò da vincitore". Bella lezione pei millantatori!

56. Sul Volturno.

Liberata la Sicilia, il 20 agosto 1860 Garibaldi passava lo stretto di Messina e sbarcava con quattro mila uomini sulle coste della Calabria. Subito, senza perder tempo, marciava su Reggio, difesa da un nemico tre volte maggiore, l'assaliva, se ne rendeva padrone e poi via difilato alla vòlta di Napoli. La sua fu una marcia trionfale, non una guerra:bastava ch'egli comparisse, perché i nemici fuggissero impauriti e deponessero le armi; bastava il suo nome, perché il popolo gridasse: Viva l'Italia! e inalzasse il vessillo tricolore. Non e' era rimedio oramai: il vecchio trono dei Borboni, come un mobile tarlato, cadeva a pezzi da sé, andava in isfacelo. Mentre il Generale si avanzava trionfando, Francesco II, preso da spavento, abbandonava Napoli e fuggiva a Gaeta, una città fortificata. Garibaldi allora che fa?Lascia in riposo i suoi bravi soldati; con cinque o sei dei suoi compagni muove verso Napoli, come un viaggiatore qualunque, monta in carrozza e attraversa la città: i soldati borbonici se ne vanno, il popolo festante acclama il suo nome: Napoli è presa cosi.

Ma era necessario che altro sangue fosse sparso, perché il regno di Napoli fosse libero tutto, e un' altra battaglia avvenne il 1° ottobre 1860 sulle rive del Volturno, dove l'esercito borbonico s'era accampato. Fu uno scontro sanguinoso, il più terribile che i garibaldini avessero mai sostenuto. Accanito era l'impeto dei regi, accanita la resistenza dei nostri: quanti prodi caddero e bagnarono col loro sangue quei campi gloriosi!

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Quante belle prove di valore, quanti fatti degni d'esser narrati ai giovani! Si combattè dalla mattina alla sera; più di cinquecento garibaldini caddero sul campo di battaglia, più di mille furono feriti; ma anche pei nemici quanta strage! i loro prigionieri furono più di tremila e la vittoria fu delle armi italiane.

Il 29 ottobre Vittorio Emanuele, il Re Galantuomo, giungeva col suo esercito sulle rive del Volturno, e Garibaldi andandogli incontro lo salutava Re d'Italia.

Pochi giorni dopo, respingendo ogni offerta di onori, rifiutando qualunque ricompensa, salutato da pochi amici, senza chiassi, senza pompa, Garibaldi partiva da Napoli per la sua Caprera. Aveva conquistato un regno e partiva povero e solo da quelle spiaggie, che lo avevano salutato liberatore! Semplicità degna degli antichi eroi.

57. Campagna dell'Umbria e delle Marche.

All'annunzio delle vittorie di Garibaldi in Sicilia, Cammillo Cavour capi ch'era proprio quello il momento di riunire tutte le diverse parti d'Italia in uno Stato solo, e che bisognava andare avanti e battere il ferro finché era caldo. Egli dette perciò ordine ai generali Enrico Cialdini e Manfredo Fanti di occupare l'Umbria e le Marche, le quali erano soggette al Papa, e di vincere ogni resistenza che potessero incontrare. Conquistate le Marche e l'Umbria dovevano passare nel Reame di Napoli, e congiungersi coll'esercito di Garibaldi, Era un disegno stupendo, era un concetto ardito, degno proprio del genio e della gran mente di Cammillo Cavour, e fu eseguito a puntino. Il 18 settembre 1860 le milizie italiane comandate da Enrico Cialdini, che aveva acquistato gran nome combattendo prima in Ispagna e poi in Italia nel 1848 e nel 1850, incontrarono presso Castelfidardo, vicino ad Ancona, le schiere pontificie comandate dal Laraoricière, un francese. Questo esercito pontificio era una gran brutta cosa: un miscuglio, un'accozzaglia di tutti i colori e di tutti i

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sapori: erano quasi tutti stranieri, la feccia d'ogni nazione, la maggior parte: c'erano delle eccezioni, s'intende, ma l'insieme era così. Militavano, non già per una ragione onesta, non per un principio buono, o per la patria, ma facevano della guerra un mestiere: si battevano per guadagnare: erano vili di fronte ai nemici, feroci e perversi coi deboli.

Venuti a battaglia, di fronte all'impeto dei nostri una parte dei papalini si sparpaglia e fugge: altri, meglio diretti, oppongono una forte resistenza: la mischia è aspra e sanguinosa, ma la vittoria è dei bravi soldati italiani. Il Lamoriciére allora si fortifica e si chiude in Ancona e subito il Cialdini e il Fanti, senza perder tempo, l' assalgono dalla parte di terra, mentre la flotta piemontese l' assale da quella di mare. La difesa fu ostinata, e per più giorni si combattè con gran valore da tutte e due le parti, ma finalmente la fortezza dovè cedere all'impetuoso fulminare delle armi italiane, e Ancona fu nostra. Caduta Ancona, l'Umbria e le Marche eran libere, e potevano inalzare la bandiera italiana.

Pochi mesi dopo, il Napoletano e la Sicilia, con una votazione unanime, con un plebiscito solenne, aderirono all'unità d'Italia col governo costituzionale di Vittorio Emanuele. Erano nuove gemme che la gloriosa audacia dei garibaldini, che il valore dell'esercito piemontese avevano aggiunto alla corona del regno d'Italia.

58. Caduta di Gaeta.

Dopo la battaglia del Volturno, in mano dei Borbonici erano rimaste soltanto le fortezze di Capua e di Gaeta: ma era questione di tempo, prima o poi sarebbero cadute anche quelle, e la loro conquista fu gloria dell'esercito piemontese.

Il generale Menabrea cinse d' assedio Capua e la seppe fulminar cosi bene colle sue artiglierie, che il 2 novembre la fortezza si arrese. A Gaeta però le cose non passarono lisce. Gaeta era una città fortissima, difesa da quattordicimila

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uomini, e in essa era rinchiuso il re Francesco II colla sua famiglia.

Dopo Gaeta non rimaneva più altro ai Borboni: figuratevi dunque, se la resistenza fu terribile, disperata, se durò molto tempo. Ci volle un assedio lungo e penoso, diretto mirabilmente dal Menabrea, che si acquistò per questo fatto la fama di valente generale; ci volle il valore e il coraggio immenso dei soldati italiani comandati dal Cialdini; ci volle la presenza e l'opera della nostra flotta, per vincere una resistenza cosi accanita. I nostri cominciarono il fuoco nel dicembre del 1860, e dopo varie vicende, dopo pochi momenti di tregua, dopo lotte tremende, rovesciando su Gaeta una grandine di bombe, facendo scoppiare le polveriere, rovinando le opere di difesa costruite dal nemico, il 13 febbraio del 1861, Gaeta cedeva.

Il re Francesco, che durante questa guerra si era mostrato pusillanime ed inetto, si dovette allora convincere che tutto era finito per lui, e si avvide troppo tardi che i Re, se vogliono portare la corona, la debbono saper difendere e magari conquistare colle armi in pugno, come aveva fatto Vittorio Emanuele a Palestro e a San Martino; che colle cattive leggi, colla pessima polizia, colle tirannie non si va avanti, né ci si acquista l'affetto dei sudditi, perché il popolo vuole libertà, giustizia, amore.

Se ne avvide, ma troppo tardi, e salito sopra una nave francese parti da quel regno, che non era più suo: e nessuno lo pianse.

59. Proclamazione del Regno d'Italia.

Dal 1859 al 1861 quanti mutamenti! Che gran passo fatto in due anni soli! Nel 1859 l'Italia era ancora divisa, schiava dello straniero, oppressa da tanti piccoli tiranni, debole, disunita; ora la Lombardia, l'Emilia, la Toscana, l' Umbria, le Marche, le Due Sicilie erano riunite al Piemonte e formavano un grande Stato di ventidue milioni di abitanti. Venezia e Roma non erano nostre ancora, è vero;

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in tutta Italia il popolo esultava e là, in quelle due regioni, soggette all'Austria ed al Papa, si piangeva: ma tutti capivano che sarebbe venuto anche per Roma e per Venezia il giorno del riscatto. Era necessario aver pazienza, aspettare e sperare. Ma intanto, ora che il più era fatto, bisognava ordinare il nuovo Stato, dare a tutte le parti d'Italia leggi eguali che prendessero il posto delle antiche, bisognava pensare all'ordinamento dell'esercito, e soprattutto bisognava far vedere alle altre nazioni d'Europa che l'Italia esisteva, che r Italia era risorta forte, rigogliosa, dalle tristezze dei tempi passati.

Il 18 febbraio 1861 si riunirono a Torino i Deputati eletti dalle popolazioni di tutte le provincie del nuovo Stato. Era la prima volta che i rappresentanti delle diverse parti d'Italia si trovavano raccolti insieme, a parlare e deliberare sulle sorti della patria comune. Che fausto giorno fu quello! Vittorio Emanuele in mezzo a un silenzio solenne salutava i rappresentanti del popolo italiano con un nobilissimo discorso, e pochi giorni dopo, il 14 marzo, Cammillo Cavour proponeva, ed il Parlamento approvava, una legge cosi concepita: Il re Vittorio Emanuele II assume per sé e jjer i suoi successori il titolo di Re d'Italia.

Ma ciò non bastava, perché l'opera fosse compiuta; e il Cavour dichiarò pubblicamente, in mezzo agli applausi e alle vive approvazioni dei Deputati, che l'Italia unita non poteva stare senza Roma, che Roma doveva essere nostra, o prima o poi, che Roma doveva essere la capitale d'Italia.

60. Aspromonte.

Ma i giorni del dolore non sono finiti; e'è ancora da soffrire, da piangere; l'Italia vedrà ancora delle cose tristi, e dovrà versare amare lacrime pei fatti eh' io non vorrei raccontarvi, ma che pur troppo dovete sapere.

Il 6 giugno 1861 Cammillo Cavour, dopo una breve e fiera malattia, mori: mori quando l'Italia aveva ancora molto

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bisogno di lui, quando l'opera sua sarebbe stata tanto necessaria, quando e' era ancora sempre da fare per il bene supremo della Patria. Che dolore per Vittorio Emanuele, che aveva in lui un consigliere sapiente, un amico fedele; che tutto immenso per tutta l'Italia! E non fu il solo dolore di quei giorni tristissimi!

Nel 1862 avvenne un altro fatto, dolorosissimo anch'esso. In mezzo alle cure del riordinamento del giovane regno, nessuno aveva dimenticato che a Venezia dominava ancora l'Austria, che Roma dipendeva dal Papa, che quelle due città erano separate dalla madre patria; anzi era vivissimo in tutti il desiderio di liberarle. Ma, ecco, non si trovavano d'accordo sui mezzi. Il Governo voleva vedere se col temporeggiare, se con un po' d'arte e d'astuzia si fosse potuto evitare una guerra col Pontefice, ed aver Roma colle buone; e, nello stesso tempo, stava cogli occhi aperti per ispiare il momento propizio di avere Venezia, senza compromettere troppo le sorti del nuovo Stato. Altri invece, desiderosi d'agire e di affrettare il momento della completa unità d'Italia, volevano troncare gl'indugi, far presto a conquistare Roma e Venezia subito, o per amore, o per forza. A capo di questi ultimi era Giuseppe Garibaldi, generoso sempre, sempre impaziente di fare e di agire pel bene del suo paeso.

Andato in Sicilia egli proferi il famoso grido 0 Roma. o morte! e i suoi compagni d'arme, da ogni parte d'Italia, ripetendo il grido del Generale 0 Roma, o morte! corsero a schierarsi sotto i suoi ordini, e sbarcati nella Penisola marciarono con lui alla vòlta di Roma. Il governo cercò in tutti i modi d'impedire questo movimento, ma il Garibaldi via pei monti, avanti sempre, in modo però da impedire ai suoi garibaldini d'imbattersi nelle milizie regolari; poiché egli tremava al pensiero che, quei valorosi che avevano insieme combattuto per la Patria, dovessero trovarsi di fronte, colle armi nel pugno. Questo voleva impedire Garibaldi, ma pur troppo non vi riusci.

Il 29 agosto 1862, sulle vette d'Aspromonte, i bersaglieri trovarono Garibaldi coi suoi.

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Fu un triste fatto, bambini miei, cominciato male, finito peggio: corse qualche fucilata, vi furono alcuni morti, pochi feriti, ma tra i feriti, bisogna bene che ve lo dica, benché sia una cosa tanto penosa, vi fu Giuseppe Garibaldi. Ai primi colpi egli si era slanciato fra i suoi e i bersaglieri, per mettere la pace, per impedire che il sangue italiano fosse versato da armi italiane, ma una palla lo aveva colpito al piede destro e la ferita era grave e dolorosa. Quanto più straziante era però quella che gli lacerava il cuore! I fratelli avevano ucciso i fratelli, egli era ferito da mano italiana, e condotto prigioniero si allontanava mestamente dai suoi!...

61. La guerra del 1866.

Nel settembre dell'anno 1864 avvenne un fatto importantissimo: la capitale del Regno d'Italia da Torino fu trasportata a Firenze, per certi accordi avvenuti fra il Governo italiano e quello francese. I Francesi si erano obbligati, entro il termine di due anni, a ritirare le milizie che tenevano in Roma per puntellare il trono crollante del Pontefice, purché Roma ed il Papa non fossero toccati e purché la Capitale del Regno fosse trasportata a Firenze. Se gl'Italiani stabiliscono la capitale a Firenze, a Roma non ci penseranno più, dicevano fra loro i Francesi. A Firenze faremo la prima fermata, la prima tappa, dicevano il Re e i suoi ministri: di li ci sarà più facile arrivare a Roma; è tutta strada. Vedremo in seguito come andarono le cose e chi ebbe ragione.

Mentre si preparavano all'Italia nuovi avvenimenti, nessuno si dimenticava di una parte d'Italia dove sventolava ancora la bandiera gialla e nera, del Veneto, ancora soggetto agli Austriaci e tutti attendevano un'occasione per correre a liberarlo. E l'occasione, fortunatamente, venne, e presto. Nel 1866 scoppiò la guerra fra l'Austria e la Prussia; l'Italia, come potete immaginarvi, fece subito alleanza colla

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Prussia, e il 20 giugno 1866 Bettino Ricasoli, Presidente dei Consiglio dei Ministri, annunziava al Parlamento italiano, ehe il Re aveva dichiarato la guerra all'Austria.

Come descrivervi la gioia, l' entusiasmo di questi giorni benedetti? Era un'esultanza immensa, era un prepararsi continuo alle nuove lotte, era una tenerezza infinita che faceva tremar la voce e luccicare gli occhi anche ai più forti L'Italia, non più lacera e divisa come prima, ma unita, forte guidata da un Re italiano si sarebbe di nuovo trovata di fronte a quel!' odiato nemico, che da tanti secoli F opprimeva!

Tutti, tutti si preparavano a combattere: gli antichi soldati brandivano ancora quelle armi colle quali avevano combattuto e vinto a Palestro e a San Martino, i giovani ringraziavano Dio di aver serbato anche a loro la gloria di fare qualche cosa per la patria diletta. L'esercito si ordinava, si preparava alla guerra e il Re si disponeva, secondo il solito, a prenderne il comando. E Giuseppe Garibaldi, dimenticando il doloroso fatto d'Aspromonte, grande e generoso sempre, lasciava Caprera e chiamava ancora alle armi gli eroi dalla camicia rossa, che accorrevano numerosi a schierarsi sotto i suoi ordini, ripetendo con nuovo e santo entusiasmo l'inno glorioso garibaldino:

Si scuopron le tombe, si levano i morti, I martiri nostri son tutti risorti....

62. Inno del Re.

Ma gl'Italiani cantavano in quell'anno anche un altro inno e lo ripetevano giulivi, avviandosi a combattere lo straniero. Chi sa quante volte lo avete sentito cantare, quante volte lo avete cantato anche voi, nei vostri giochi da ragazzi! Lo scrisse Angiolo Brofferio, deputato al Parlamento, e lo messe in musica il maestro Enea Brizzi. Leggetelo, imparatelo a mente questo bell'inno, che seppe destare in

si

tanti nobili petti cosi ardente amore di patria, cosi vivo desiderio di vincere, o di morire per lei.

Delle spade il fiero lampo

Troni e popoli svegliò,

Italiani, al campo, al campo!

È la madre che chiamò.

Su, corriamo in battaglioni

Fra il rimbombo dei cannoni;

L'elmo in testa, in man l'acciari

Viva il Re dall'Alpi a mar!

Dall'Eridano al Ticino,

Dal sicàno al tòsco suol,

Sorgi, o popolo latino,

Sorgi e vinci. Iddio lo vuol!

Su, corriamo ecc.

Delle pugne fra la gioia

Ci precede col valor

Il Baiardo di Savoia,

Di Palestre il vincitori

Su, corriamo ecc.

Dagli spalti vigilati

Grideranci: Chi va là?

Dell'Italia siam soldati,

Vogliam guerra e libertà!

Su, corriamo ecc.

Nostre son quest' alme sponde,

Nostri i floridi sentier:

L'aria, il cielo, i campi e l'onde

Ti respingono o stranieri

Su, corriamo ecc.

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Gente ausonia, a nobil fato

L'astro tuo fallir non può;

Re Vittorio l' ha giurato,

Che giammai non spergiurò.

Su, corriamo ecc.

Della gloria sul cammino

Sovra il prode italo stuol

Splenderà di San Martino,

Splenderà di nuovo il Sol.

Su, corriamo in battaglioni

Fra il rimbombo dei cannoni;

L'elmo in testa, in man l'acciari

Viva il Re dall'Alpi al mar!

63. Custoza.

Dopo aver narrato tante vittorie gloriose riportate dai nostri soldati, mi duole di dovervi raccontare un fatto tristissimo, nel quale alle armi italiane non si mostrò benigna la fortuna. Ma quello che è scritto nel gran libro della storia non si può scancellare, e la verità bisogna dirla sempre e tutta intera, ai giovani e ai fanciulli soprattutto, perché si avvezzino a rispettarla più d' ogni altra cosa al mondo. Sentite dunque.

Il 23 di giugno, tre giorni appena dopo la dichiarazione di guerra fatta dal re d'Italia all'Austria, una parte dell'esercito italiano comandato dal generale La Marmerà passava il Mincio, e la mattina dopo si trovava di fronte all'esercito austriaco.

Il combattimento in breve tempo divenne sanguinoso, accanito. I nostri facevano predigli di valore, che destavano l' ammirazione dello stesso nemico, ma, fosse errore dei comandanti, fosse disgrazia, a noi non importa saperlo, fatto

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sta che il coraggio dei nostri soldati non valse a nulla: la vittoria non fu nostra in quel giorno!

Eppure con quanto eroismo si erano battuti gl'Italiani! Giovani soldati che non avevano mai impugnato le armi si portarono da valorosi, come veterani che avessero combattuto in cento battaglie. I figliuoli del re Vittorio Emanuele, Umberto e Amedeo, ch'erano ancora giovinetti, seguendo l'esempio del padre, si batterono come semplici soldati, dove la mischia era più fitta, dove il pericolo era maggiore. Amedeo, il duca d' Aosta, fu ferito in quella battaglia, e anche Umberto, allora principe di Savoia, oggi Re d'Italia, corse un grave pericolo.

Mentre egli comandava i suoi soldati, fu assalito dalla cavalleria nemica con tanto impeto, che ebbe appena il tempo di disporre la fanteria in tanti quadrati, i quali, meglio delle file sciolte, potevano resistere all'urto dei cavalieri. E in mezzo ad un quadrato combattè intrepido, né la forza nemica potè vincere tanto valore.

Quante perdite nel campo austriaco, quante nel nostro! Ma per noi maggiore d' ogni perdita è più dolorosa la mancata vittoria, che il provato valore delle armi italiane poteva e doveva aspettarsi!

64. Lìssa,

Ecco un altro nome doloroso per gl'Italiani, un altro giorno di tutto per la patria nostra! Il 20 luglio dell'anno 1866 la nostra flotta, in cui l'Italia riponeva tante speranze, veniva assalita improvvisamente dalla flotta austriaca vicino a Lissa, eh' è un' isoletta del mare Adriatico.

Mancò l'ordine nella battaglia, mancò una direzione vigile e sapiente, mancarono tante cose in quel giorno! Tutte le nostre navi sostennero mirabilmente il combattimento, ma neir insieme le cose andarono male e la vittoria non fu nostra, pur troppo!

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Eppure il merito ci sarebbe stato, perché molto sangue generoso fu sparso, perché molti e grandi furono gli atti eroici compiuti dai nostri. Due ve ne voglio raccontare e vi raccomando di leggerli con attenzione e di non dimenticarli mai. Sentite.

La nave Palestra combatté per più ore contro tre navi nemiche che l' avevano accerchiata, ma finalmente il fuoco si attaccò ad essa e un vasto incendio copri il mare. Il pericolo era imminente: il fuoco stava per incendiare la polvere e le munizioni da guerra; la nave sarebbe scoppiata e avrebbe travolto seco tutti quelli eh' erano a combattere sovr'essa. Che cosa fa in quel terribile momento il capitano della nave, Alfredo Cappellini livornese? Dopo aver messo in salvo i feriti sopra altre navi, egli si rivolge ai soldati e ai marinari, che erano con lui sulla Palestra, e dice loro: Salvatevi, presto, fuggite da questa nave, che fra poco sarà distrutta: io resto qui. Non voglio lasciare il mio posto, voglio perire colla mia nave. E i suoi compagni commossi, incoraggiati da tanto esempio d'eroismo, esclamano tutti ad una voce: Restiamo anche noi, o capitano, restiamo con voi! E neppur uno cerca di mettersi in salvo. Anzi, come se il pericolo che li minaccia li rendesse più coraggiosi, tentano un ultimo sforzo e volgono con forte impeto la Palestra contro le navi nemiche: ma già il fuoco è arrivato alle polveri, le incendia, un tremendo scoppio rimbomba nell'aria, la nave si sfascia e i generosi che sono su di essa trovano gloriosa morte nel mare.

Il capitano Fàa di Bruno, genovese, comandante della nave Re d'Italia, dopo aver lungamente combattuto, si accorse che l'acqua penetrava nel vascello a larghi fiotti, e che stava per affondare. Ma il capitano Fàa di Bruno, come il Cappellini, non volle abbandonare quel posto, che il dovere gli aveva assegnato, e mentre la nave colava a fondo, con un colpo di pistola s' uccise.

Nonostante le due infelici giornate di Custoza e di Lissa, l' Austria, vinta a Sadowa dalla Prussia, dovette venire ad accordi con noi; Venezia, dopo tanti anni di tutti e di servitù venne resa all'Italia, e il 15 dicembre 1866,

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Vittorio Emanuele poteva dire con giusto orgoglio dinanzi ai Deputati raccolti nel Parlamento italiano: La Patria é libera finalmente da ogni signoria straniera!

65. I Garibaldini nel Trentino.

I volontari comandati dal generale Garibaldi miravano coi loro sforzi a liberare il Trentino dagli Austriaci, e ad impadronirsi di Trento. Adagio adagio, combattendo coi nemici, contrastando colle difficoltà del terreno, per balzi scoscesi, per vie impraticabili, male armati, mancanti di munizioni e spesso anche di viveri, essi si avanzavano e vincevano. Il 3 di luglio a Monte Suello accadde un lungo ed ostinato combattimento; già le cose andavano male per noi, quando l' arrivo improvviso del Generale volse la sconfitta in vittoria. Ma come fu pagata cara questa vittoria, e con che sangue prezioso! Molti furono i morti, molti i feriti e Garibaldi stesso fu colpito da una palla in una coscia. A questo successero altri combattimenti, più qua e più là: il 19 luglio, dopo lunga e accanita resistenza, il forte d'Ampola cadeva in mano dei nostri, e pochi giorni dopo i garibaldini si trovarono di fronte ai nemici presso Bezzecca. Le soldatesche austriache, che erano in una posizione migliore delle nostre, ebbero dapprima il sopravvento, e, nonostante il valore del comandante Chiassi, che cadde eroicamente alla testa dei suoi, cacciarono i garibaldini dal paese di Bezzecca. Ma quando arrivò Giuseppe Garibaldi le coso, al solito, mutarono d' aspetto. In un batter d'occhio il Generale riordina le file dei suoi soldati e le manda nuovamente contro il nemico, guidate dai suoi due figli, Menotti e Ricciotti, due valorosi. Il nemico tenta di reggere al disperato assalto, ma invano: é sgominato, sbaragliato, messo in fuga precipitosa da quei giovani eroi.

Intanto una divisione dell'esercito regolare guidata dal generale Medici, dopo aver vinto gli austriaci a Levico, si avanzava verso Trento. La via di Trento per la vittoria di

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Bezzecca ornai era aperta ai Garibaldini. Quante belle speranze aveva nel cuore Garibaldi! Già vedeva restituita alla Patria quella nobile provincia italiana, bagnata dal sangue di tanti prodi; già si beava nelle dolcezze di una prossima vittoria, che era certa per lui, quando il 25 di luglio giunse un' inaspettata notizia. Fra l'Italia e l'Austria era stata stabilita una tregua, per allora, ma certo presto si sarebbe conclusa la pace, e al Generale si ordinava di cessare ogni combattimento, di abbandc«iare quelle terre italiane, conquistate con tanta fatica, a prezzo di tanto sangue.

Dunque tanto valore era stato inutile; dunque tante vite preziose si erano spente invano, dunque invano i fratelli avevano combattuto per liberare i fratelli, invano più di duemila italiani erano caduti morti e feriti! Eppure Garibaldi non esitò un momento; rispose una sola parola: Obbedisco e ordiné la ritirata. Mirabile esempio di disciplina, di vero rispetto al dovere, questo del vecchio guerriero, che non aveva mai indietreggiato dinanzi ai nemici vincitori, e che ora, per obbedire alla legge, abbandonava il frutto delle ben guadagnate vittorie.

66. Fuga di Garibaldi da Caprera.

Venezia, liberata finalmente dagli stranieri, era tornata all'Italia, ma Roma, la città che doveva essere la capitale, il centro, il cuore della nazione, era ancora oppressa dal dominio dei Papi, non era ancora italiana. L'imperatore Napoleone III non voleva a nessun costo che gl'Italiani s'impadronissero di Roma, e a questo scopo fino al 1864 egli aveva tenuto nell'eterna città un presidio di soldati francesi. E vero però che dopo il 1864 quelle milizie se n'erano andate, ma molti francesi erano rimasti a militare nelle schiere pontificie, e due generali francesi ne avevano il comando supremo, E tutto questo, per tenerci d'occhio e per impedirci d'arrivare dove noi volevamo andare; è naturale!

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E non cercavano nemmeno di nascondere quello che pensavano sul conto nostro; anzi un francese, ministro di Napoleone, parlando un giorno delle cose nostre, disse pubblicamente con sfacciata baldanza che gl'Italiani Roma non l'avrebbero avuta mai! Eh! quel mai gli sarà tornato giù per la gola chi sa quante volte, un po' amaro a inghiottirsi, quando avvenne... quello che avvenne e che saprete a suo tempo.

Il Governo italiano aspettava pazientemente un'occasione di armarsi e di tentare qualche cosa in favore di Roma, ma Giuseppe Garibaldi non aveva la pazienza del governo; nell'estate del 1867 chiamava ancora i suoi vecchi compagni alle armi, e mentre Roma si preparava ad insorgere, i volontari, a piccoli gruppi, alla spicciolata, passavano la frontiera e invadevano lo Stato Pontificio. Il Governo italiano, per la paura di tirarsi addosso una guerra colla Francia, tenne Garibaldi come prigioniero in Caprera, e fece circondar l'isola dalle navi da guerra, per impedire che il Generale sbarcasse nella Penisola e prendesse il comando dei volontari che si accingevano a muoversi verso Roma. Ma si! ci voleva altro a tener prigioniero Garibaldi, a chiudere la via del mare a lui, che col mare ci aveva tanta confidenza, che gli era amico fin da bambino, che ne conosceva tutte le malizie, tutte le generosità, tutti i tradimenti! La notte del 16 ottobre 1867, mentre l' oscurità era profonda e il mare burrascoso, il vecchio guerriero, che a sessant'anni avea ancora l'audacia d'un fanciullo e la forza e l'impeto degli anni giovanili, disteso sul fondo d'un'agile barchetta, che un soffio di vento avrebbe potuto capovolgere, scorreva silenzioso per le onde infuriate. Le navi da guerra circondano l'isola e sorvegliano attentamente ogni passo: eppure Garibaldi delude ogni vigilanza, scende in Sardegna, s'imbarca per Livorno e va difilato a Firenze, mentre il comandante delle navi ch'erano destinate a guardarlo notte e giorno, telegrafava al Governo:

Il Generale passeggia tranquillamente sul terrazzo della sua casetta!

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67. Giuditta Tavani Arquati.

Fermatosi a Firenze, il generale Garibaldi s'era diretto verso la frontiera dello Stato Pontificio, l' aveva passata e aveva preso il comando dei volontari che, sotto gli ordini di Menotti Garibaldi, degno del padre pel suo valore, avevano già avuto diversi scontri colle milizie papaline.

Intanto a Roma alcuni arditi patriotti si preparavano ad insorgere e il 22 ottobre mandarono ad effetto il loro disegno; ma l'insurrezione fu subito repressa, non portò frutto alcuno e costò la vita a molti generosi.

Gl'insorti avevano nascoste alcune armi nel lanificio Alani in Trastevere. Saputa la cosa, gli sgherri del Papa accorrono, circondano il lanificio, fanno fuoco, bersagliano la casa da ogni lato, impongono a coloro che v'erano rinchiusi di arrendersi, ma essi resistono. E fra loro una nobile e generosa donna, Giuditta Tavani Arquati, che senza paura, tutta accesa da vivo amore di patria, dà agli altri mirabile esempio di coraggio. Intorno a lei stanno il marito, i figlioletti, le persone più care; eppure essa sprona tutti a combattere, a difendersi, a resistere agli aggressori. Cadono ai suoi piedi gli amici, i parenti, il figlio diletto, eppure essa combatte ancora, finché gli assalitori non penetrano nella casa, non le sono sopra, non la uccidono barbaramente.

Oh! non dimentichino mai le mie piccole lettrici la strage crudele di quei valorosi, né il nome di Giuditta Tavani Arquati, che tanto onora le donne italiane.

Due giorni dopo, altri valorosi cadevano per la liberazione di Roma. Enrico e Giovanni Cairoli insieme con poco più di settanta compagni, la sera del 22 ottobre attraversavano il Tevere e muovevano verso Roma per portare soccorso agl'insorti; saputo però che il tentativo d'insurrezione era fallito ed era stato soffocato nel sangue, invece di entrare in città, salirono sui Monti Parioli e si rifugiarono alla Villa Glori. Scoperti dai papalini e assaliti ferocemente».

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quei giovani generosi si difesero con mirabile coraggio, combatterono da eroi. Ma anche questa volta la forza vinse il valore; molti dei nostri caddero, e le zolle di Villa Glori furono bagnate dal nobile sangue d' Enrico e di Giovanni Cairoli.

68. La famiglia Cairoli.

Enrico e Giovanni Cairoli appartenevano a una famiglia d'eroi, che tutta l'Italia onora e che voi dovete ricordare con viva gratitudine, con venerazione profonda. Io vi narrerò brevemente la storia gloriosa di questa famiglia, che ci ha dato l'esempio di ogni virtù, e dalla quale gl'italiani potranno sempre imparare ad amare la patria.

Da Adelaide Bono e da Carlo Cairoli, professore all'Università di Pavia, nacquero cinque figliuoli. La madre, una nobile donna, crebbe i suoi figli nell'affetto santo della Patria, li educò al sacrificio, perché senza sacrificio non c'è amore, li consacrò tutti all'Italia, che ella amava ardentemente. Quando nel 1848 gl'Italiani si sollevarono contro i loro oppressori, Benedetto ed Ernesto Cairoli corsero ad offrire il loro braccio alla patria; più tardi. Benedetto partecipò alle cospirazioni di Mantova, che terminarono coi supplizi di Belfiore, e appena potè salvarsi, esulando. Nella guerra del 1859, dei cinque fratelli quattro militavano con Garibaldi, uno nell'esercito piemontese. A Varese Ernesto Cairoli, dopo avere eroicamente combattuto contro gli Austriaci, cadeva colpito da due palle nel petto. Nel 1860 Benedetto era capitano di una compagnia dei Mille, faceva prodigii di valore a Calatafimi e nell'assalto di Palermo, primo a fulminare di colpi i borbonici, cadeva sul Ponte dell'Ammiraglio, ferito ad una gamba. La ferita era grave e gli procurò per tutta la vita lunghi e dolorosi tormenti. Poco dopo il fratello Luigi, sfinito dalle aspre fatiche della milizia, moriva in Napoli, vittima anch'egli dell'amor patrio. Immaginatevi lo strazio di quella povera madre! I suoi buoni, bravi e diletti figliuoli, che ella aveva educati con tanto amore, che ella adorava.

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cadevano une dopo l'altro lontano da lei, senza che potesse stringerseli ai sono, senza che potesse dar loro l'ultimo Cacio!

Ma la santa donna sopportava eroicamente il dolore, perché amava la Patria, e l'amore quand'è vero, opera miracoli e rende capace di ogni sacrificio. Soffriva quando i suoi figli partivano per la guerra, soffriva quando li sapeva esposti a tutti i pericoli sui campi di battaglia, ma non cercava di trattenerli, mi non impediva loro di compiere il santo dovere di difendere la Patria, anzi li incoraggiava a partire, ad esser valorosi; poi, raccolta nella solitudine della sua casa, piangeva e pregava. Nel 1867, dopo il combattimento di VillaGlori, Enrico e Giovanni, uno freddo cadavere, l'altro quasi morente, furono con pietosa sollecitudine portati alla madre desolata, nella sua villa di Groppello. Adelaide sperò di salvare quel suo diletto figliuolo a forza di cure e d' amore, ma invano, in breve Giovanni spirava fra le braccia materne. Ed ora é morta anche Adelaide Cairoli, è morto anche Benedetto, l'eroe buono e gentile, che tutta l'Italia piange ed onora.

Riposano insieme, finalmente, dopo tante dolorose vicende, i cinque fratelli eroici, la madre nobile e santa, nella villa di Groppello che ebbero cara, sotto il bel cielo lombardo. O fanciulli, correte qualche volta col pensiero e col cuore a quella sacra terra d'Italia, e inchinatevi dinanzi alle tombe di quegli eroi.

Qui su quest'ossa, o giovani, Che all'avvenir vivete, La sanguinosa pagina Qui del dover leggete.

69. Mentana.

A Villa Glori, insieme coi due fratelli Cairoli, erano caduti altri valorosi sotto il ferro dei soldati pontificii, ma: garibaldini non si erano perduti di coraggio: anzi la morte

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dei loro compagni d'arme li accendeva di nuovo entusiasmo, rendeva in loro sempre più vivo il desiderio di vedere sventolare entro le mura di Roma la bandiera italiana. Infatti, il 24 ottobre 1867, Garibaldi assaliva Monterotondo, e dopo un lungo e ostinato combattimento, v'entrava co' suoi il 26 scacciandone i papalini.

Questa prima vittoria fu salutata con gioia dai garibaldini, i quali, sperandone altre più importanti e più splendide di quella, si mossero audacemente verso Roma, Giunti presso Mentana, il 3 novembre furono improvvisamente assaliti dai soldati del Papa, e con tanto impeto, che le loro file, al primo urto, si scompigliarono, si sciolsero. Fu un momento terribile. Garibaldi circondato dal fiore dei suoi ufficiali, dai suoi figli, da Stefano Canzio suo genero, da Alberto Mario, da Giuseppe Guerzoni, da Niccola Fabrizi, un vecchio venerando che aveva combattuto in tutte le guerre della nostra indipendenza, si slancia contro i papalini, riordina le file dei fuggenti, li spinge di nuovo contro il nemico e con assalto cosi gagliardo, che questa volta tocca alle milizie pontificie fuggire di fronte alle baionette garibaldine. Per un istante la vittoria parve nostra, ma a un tratto le cose mutarono d' aspetto.

Molti soldati francesi accorsi in Italia per difendere il Papa erano sbarcati a Civitavecchia, e giungevano improvvisamente a Mentana, proprio nel momento in cui ai nostri pareva sorridere la vittoria. Il numero, il valore dei nemici non potevano, né dovevano spaventare i garibaldini, avvezzi al fuoco di tante battaglie, all'onore di tante vittorie; ma i Francesi avevano nelle mani una forza nuova, un fucile inventato da poco tempo, che tirava rapidamente e lontano, mentre i volontari italiani erano laceri, stanchi, armati di pessimi fucili, che per ischerzo chiamavano catenacci. Combatterono da valorosi, resisterono finché fu possibile resistere, ma la maggior parte caddero morti o feriti, e la giornata fu perduta. Verso sera il Generale ordinava la ritirata su Monterotondo, e poco dopo le milizie italiane ripassavano la frontiera.

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Della gloriosa sconfitta di Mentana potere temporale, ossia ai suoi diritti di sovrano, contentandosi di essere in Roma il capo supremo e venerato di tutti i cattolici. Ma il Papa non volle cedere colle buone, e rispose, che non si sarebbe arreso che alla forza. E allora bisognò adoprare la forza.

Il nostro esercito, comandato dal generale Cadorna, passò il confine dello Stato Pontificio, giunse sotto Roma il 20 settembre, e apri il fuoco contro le mura dell'eterna città. I papalini non seppero resistere ai colpi ben diretti della nostra artiglieria, e in breve, presso la Porta Pia, fu aperta una larga breccia. Appena crollate le mura, due colonne di fanteria corrono all'assalto; ecco, a passo di carica, due battaglioni di bersaglieri che li seguono, attraversano la breccia, sono entrati, si avanzano entro la città; il potere temporale dei Papi è caduto per sempre, Roma è nostra, nostra per davvero questa volta. I soldati italiani si precipitano per le vie, per le piazze gremite di popolo: sopra ogni petto é una coccarda tricolore, ad ogni finestra sventola il vessillo nazionale, tutti accompagnano col canto la musica delle fanfare militari, che ripetono gl'inni patriottici. Per l' ampia scala del Campidoglio salgono correndo i bersaglieri; sull'alta torre sventola la bandiera bianca rossa e verde, e la grande campana coi suoi rintocchi saluta i fratelli, che hanno liberato i fratelli. Soldati e popolani si abbracciano, si baciano, si stringono al petto, piangono di gioia! Gridano i soldati: Viva Roma capitale d'Italia! Gridano i Romani: Viva l'Italia, viva il Re! Che momenti solenni! Chi si è ritrovato a quella festa gloriosa di tutto un popolo, il quale salutava il primo giorno della sua redenzione, della sua libertà, non potrà dimenticarla mai più! Beati coloro che la videro, beati coloro che provarono il gaudio ineffabile di quel giorno!

Il 2 ottobre 1870 i Romani, con solenne plebiscito, dichiararono di volersi unire all'Italia, sotto il governo costituzionale di Vittorio Emanuele e de' suoi reali discendenti, e il 27 novembre dell'anno dopo Roma accoglieva i Deputati della Nazione, ai quali il Re rivolgeva queste memorabili parole:

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L'opera a cui consacrammo la nostra vita è compiuta. Dopo lunghe prove d' espiazione l'Italia è restituita a sé stessa ed a Roma.

Per finire.

Fanciulli! Ogni volta che vedrete sventolare la bandiera nazionale sui monumenti delle nostre città, ogni volta che udrete quegl'inni patriottici che tanto vi piacciono e che vi commuovono cosi dolcemente il cuore, ogni volta che dal popolo in festa sentirete esclamare Viva l'Italia! Viva la libertà! pensate a quei giorni dolorosi, nei quali il popolo italiano era costretto a inchinarsi dinanzi al vessillo straniero, nei quali pronunziare le parole Patria Libertà era un delitto che veniva punito coll'esilio, colla galera, colla morte. Pensate che per tanti secoli la nostra Patria è stata oppressa dallo straniero, governata dai tiranni, divisa in sette Stati, misera, derisa e abbiate una parola di benedizione, un palpito d'amore per tutti quelli che ci liberarono dalla schiavitù, che ci condussero, in mezzo a lunghi tormenti, al giorno glorioso del nostro riscatto.

Quante lacrime di martiri, quanto sangue d'eroi per arrivare a quel giorno benedetto! Ricordiamoli tutti questi martiri e questi eroi: i grandi e gl'illustri, i piccoli e gli oscuri, i principi, i re, i guerrieri, gli scrittori, i fanciulli eroici, i popolani arditi, le madri sante: ricordiamoli, serbiamo nel nostro cuore con religioso affetto la memoria dei loro nomi, delle azioni generose da essi compiute, e impariamo da loro ad amare la Patria.

INDICE

Il venti Settembre Pag. 5

1. L'Italia dopo il 1815 6

2. I Carbonari 7

3. I Carbonari a Napoli 9

4. I Carbonari in Piemonte 10

5. Carlo Alberto e i Carbonari 11

6. La rivoluzione in Piemonte 12

7. Santorre Santarosa 13

8. I prigionieri dello Spielberg 15

9. Teresa Gonfalonieri 17

10. Giuseppe Andreoli 18

11. Ciro Menotti 20

12. Giovanni Berchet 21

13. Giuseppe Mazzini 23

14. La Giovane Italia 25

15. 1 Fratelli Bandiera 27

16. Giuseppe Garibaldi 28

17. Garibaldi in America 29

18. La terra dei morti 31

19. Nuove speranze 32

20. Inno di Carlo Alberto 34

21. Pio Nono 35

22. Il 1848 36

23. Le cinque giornate di Milano 38

106

24. Prima guerra per l'indipendenza Pag. 39

25. Prime battaglie 41

26. Curtatone e Montanara 43

27. Goito 44

28. L'otto agosto 45

29. Napoli, Roma, Firenze 46

30. Novara 47

31. Abdicazione di Carlo Alberto 49

32. Vittorio Emanuele e il generale Radetzky 50

33. Le dieci giornate di Brescia 51

34. La Repubblica Romana 52

35. Difesa di Roma 53

36. Goffredo Mameli 55

37. Anita Garibaldi 57

38. Ugo Bassi 58

39. Difesa di Venezia 60

40. Cesare Rossaroll 61

41. Caduta di Venezia 62

42. Antonio Sciesa 64

43. I martiri di Belfiore 65

44. Cammino Cavour 66

45. La guerra di Crimea 68

46. Carlo Pisacane 69

47. Seconda guerra d'indipendenza 70

48. Montebello. Palestro 71

49. I Cacciatori delle Alpi. 73

50. L'inno di Garibaldi 74

51. Solferino e San Martino. 75

52. Il 27 aprile 1859 77

53. 1 Mille 78

54. Catalafimi 80

55. Palermo e Milano 81

56. Sul Volturno 83

57. Campagna dell'Umbria e delle Marche 84

58. Caduta di Gaeta 85

107

59. Proclamazione del Regno d'Italia Pag. 86

60. Aspromonte 87

61. La guerra del 1866 89

62. Inno del Re 90

63. Custoza 92

64. Lissa 93

65. I Garibaldini nel Trentino 95

66. Fuga di Garibaldi da Caprera 96

67. Giuditta Tavani Arquati 98

68. La famiglia Cairoli 99

69. Mentana 100

70. La breccia di Porta Pia 102

71. Per finire. 104



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