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Rinascimento sotto il Vesuvio?

Era solo una sceneggiata rossa

Il «bassolinismo» celebrava la capitale meticcia e mediterranea. Un gruppo di studiosi napoletani svela il bluff: era utopia anticapitalista. E ancora fa danni

Alessandro Gnocchi

Napoli dal reclamizzato Rinascimento bassoliniano alla emergenza rifiuti.

Quali sono le ragioni culturali della disfatta? Una risposta, o meglio un insieme variegato di risposte inserite in una cornice comune, si può cercare nel nuovo numero della rivista Ventunesimo secolo, dedicata quasi interamente alla città campana e firmata da storici  e giornalisti napoletani doc o «acquisiti » per motivi professionali: Giuseppe Galasso, Maurizio Griffo, Eugenio Capozzi, Adolfo Scotto di Luzio, Marco Demarco e Michele Affinito.

L’analisi si concentra sugli ultimi quindici anni,con qualche approfondito richiamo al passato nei saggi di Galasso, Griffo e Scotto di Luzio. Bassolino diventa sindaco nel dicembre del 1993, vincendo il ballottaggio con Alessandra Mussolini. Nel 1997 sbaraglia la concorrenza affermandosi al primo turno. Nel 2000 passa alla presidenza della Regione, incarico che ancora oggi ricopre, e lascia il capoluogo nelle mani di Rosa Russo Iervolino.

In apparenza, è una nuova età dell’oro. Ci penseranno le montagne di pattume a suonare la sveglia nel 2008.

Ma qual era il retroterra ideologico del «bassolinismo»? Nell’articolo di Eugenio Capozzi, curatore del numero di Ventunesimo Secolo, sono raccolti documenti eloquenti.

Il romanziere Erri De Luca nel 1995 impostava la questione del Sud, e di Napoli in particolare, scartando il «meridionalismo » tradizionale, cioè il Mezzogiorno come parte e problema dello Stato italiano e unitario.

«Per me il Sud è il prima, il prima dell’infanzia» scrive De Luca, «Napoli è come una specie di placenta che recupera tutti gli aborti dai cassonetti, dalle gole dei gatti, che recupera insomma tutte le uova marce (...) Quello per me è il Sud, cioè il prima da cui provengo, e da cui credo che proviene (sic, ndr) molta parte del pensiero del Mediterraneo, oltre che del sentire del Mediterraneo». Napoli è Mediterranea, non Occidentale.

Nel 1996 lo storico dell’arte Eduardo Cicelyn e Goffredo Fofi, in Verso un rinascimento napoletano, descrivono Napoli come regno di un «ceto di portatori di saperi inediti, cresciuto nel centro e nelle periferie». È un ceto «interclassista e interculturale» che pratica «linguaggi diversi», tecnologici e tradizionali, e si muove dal «basso verso l’alto». Nello stesso volume, saggio a firma di Francesco Ceci e Daniela Lepore, si legge un elogio del «nuovo popolo metropolitano», portavoce del «nuovo e multiculturale melting pot» che trasforma la città in «una rete dove iniziano a rompersi le gerarchie classiche come quella centro/periferia».

Tradotto, nella sintesi di Capozzi: «Gerarchie urbanistiche, gerarchie di classe, gerarchie economiche tra aree “sviluppate” e “arretrate”, gerarchie tra culture e modelli culturali: tutte destinate a cadere, secondo i “rinascimentisti” napoletani degli anni Novanta». La direzione, insomma, è chiara, e verrà sostenuta esplicitamente da molti: Napoli è capitale mediterranea, alternativa rispetto al Nord ma in particolare all’Occidente che si identifica con lo sviluppo economico industriale.

Quella campana è un’altra dimensione rispetto alla globalizzazione, diseguale e disumana. In realtà è il ritorno della utopia anticapitalista in forme adatte all’epoca postmoderna.

I frutti di questa «mitica stagione » sono sotto gli occhi di tutti: a rivelarne il fallimento ha contribuito anche Roberto Saviano, uno scrittore che in quella temperie è radicato. Basta sfogliare Gomorra: Napoli è descritta come la piena realizzazione del libero mercato, criminale per sua stessa natura. Altro che capitale del meticciato alternativa all’Occidente.

Una critica radicale proveniente da sinistra.

Mentre gli orfani del marxismo sognano il Rinascimento, nel resto del Paese accade di tutto: si passa dalla Prima alla Seconda Repubblica, partiti e movimenti alla testa del rinnovamento sono radicati al Nord, zona dove Ulivo et similia perdono consenso. Di conseguenza, la «questione meridionale» è accantonata in favore di quella «settentrionale». La Campania diventa un fortino ma il fiore all’occhiello rapidamente appassisce e diventa pattume sotto il quale, a livello nazionale, rimangono sepolti i progressisti.

Eppure a Napoli ancora resiste Bassolino


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«Il consenso era interessato Serve una bonifica sociale»

Daniele Abbiati

La potenza della politica non è purtroppo pari a quella della storia». Antonio Bassolino usa queste parole per coprire con una pietra  il fallimento della sua politica. Racchiudendo nello spazio di un avverbio, «purtroppo», l’essenza del ben noto fatalismo partenopeo. «Un fatalismo che soltanto ora riscopre - dice Marco Demarco, direttore del Corriere del Mezzogiorno -. Troppo facile diventare fatalisti dopo la prova del governo. Troppo facile, soprattutto, trascinarsi dietro nel crollo l’intera città. Non va bene, è un’operazione scorretta. È come se si dicesse “non potevamo fare altrimenti”. Ma in questo trovo la permanenza dell’idea tipicamente comunista per cui il politico è una cosa sola con il popolo che lui rappresenta.

No, invece, il destino dei governati dev’essere separato da quello dei governanti. Un politico moderato non si permetterebbe di accreditare i suoi errori e mancanze sul conto dell’elettorato».

Ma, ci si chiede, nel decennio di... fulgore bassoliniano,  il popolo dov’era? Secondo Demarco «dal ’93 al 2004, cioè dall’elezione a sindaco alla faida di Scampia, la città ha vissuto in uno stato di sospensione dell’incredulità.

Come al cinema, come a teatro, si assisteva allo spettacolo di una politica utopistica, illusionistica, dandole la fiducia che non meritava. In quel periodo, la camorra era come svanita, dissolta, azzerata ». Anche gli intellettuali erano al cinema paradiso bassoliniano?  «Guardi, il Pci ha sempre avuto dell’intellettuale un’alta considerazione. Lo vedeva come un valore aggiunto.

Penso in particolare alla cooptazione degli intellettuali nel governo della città fatta dal sindaco Valenzi. Ma poi il romanticismo va a rotoli.

L’intellettuale torna a essere un rompipalle. E allora, se lo si “arruola”, gli si attribuiscono unicamente ruoli tecnici. L’intellettuale non è più politicamente, ma soltanto tecnicamente organico».

Intanto, il pregiudizio antimeridionale continuava ad assillare le coscienze del resto degli italiani. O no? «Il pregiudizio antimeridionale è un fatto storico, secolare - afferma l’autore di Bassa Italia. L’antimeridionalismo della sinistra meridionale (Guida) -. Ma se penso agli anni del boom economico, o alla Napoli della seconda metà degli anni Settanta – quello sì che era almeno un progetto di “rinascimento”-, ecco,devo dire che in passato s’era fatto qualcosa, per attenuare quel pregiudizio». Un pregiudizio che oggi pare di nuovo ben saldo sulle gambe... «Sa quando è riesploso? Proprio con Bassolino. Lui aveva ricevuto in dono, un prezioso dono da gestire, l’immagine di napoletanità come genialità, come creatività, ma ci ha restituito una Napoli dominata, zavorrata dal pregiudizio degli altri. E anche di se stessa». Insomma, come al solito, ha ragione Totò. Diceva, il principe De Curtis, che, essendo napoletano, aveva l’impressione che anche i gatti lo guardassero in cagnesco.

Ma segnali di ottimismo, nella Napoli del postmonnezza, se ne trovano? «Be’, come si dice... toccato il fondo non si può che risalire.

Certo, sia a gli occhi del resto dell’Italia, sia a quelli del resto del mondo,il fondo lo abbiamo toccato. Quando mai avremo a disposizione tutti quegli aiuti europei malgestiti? Tuttavia qualcosa si sta muovendo. Si torna a parlare di alternanza e di dibattito politico. La camorra è finalmente vista come un’emergenza nazionale.

E il centrodestra, se si dà una mossa, ha in mano molte carte da giocare».

Secondo il professor Giuseppe Galasso, grande storico del Mezzogiorno anche in chiave antropologica (ricordiamo il suo L’altra Europa, riproposto quest’anno da Guida), «i legami di Napoli sono più forti con il resto del Paese che con il Mezzogiorno. Il sogno della grande capitale ha fatto del male alla città. Almeno quanto il luogo comune dell’eccessivo assistenzialismo venuto dal Nord: Napoli ha avuto tanto, ma meno di quanto si creda. I punti di eccellenza ci sono eccome. Ma vengono frenati. Ci vuole una bonifica sociale, anche a livello di cattiva amministrazione. Noi dobbiamo batterci il petto 33 volte, ma chi sta fuori Napoli non presuma di non avere negli occhi, se non una trave, almeno una pagliuzza».


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