Eleaml


Ci aveva già pensato la dittatura di Garibaldi ad affossare le nostre industrie, il parlamento sabaudo-italiano nel maggio del 1861 non fece altro che ratificare quella scelta. Fu inutile il tentativo di Polsinelli di bloccare la legge che ratificava le modifiche daziarie.

Cavour e i suoi pretoriani meridionali – fra cui spiccarono Scialoja e Nisco per la loro feroce difesa del libero cambio – non vollero sentir ragioni. Il neonato stato doveva pagare i debiti contratti con inglesi e francesi e non si poteva permettere misure protezioniste in campo industriale. Per chi poi? Per i napoletani?

Alla fine votarono la legge 190 su 204 presenti!

Alcuni passaggi degli intervenuti da un'idea del clima in cui si lavorava nel primo parlamento italiano.


Conoscendo l'importanza di questa questione, mi affrettai di andare alla Segreteria a farmi notare, affinché, quando venisse in discussione nel seno della Commissione, potessi dire le mie ragioni e fare rilievi interessanti. Mi fu promesso che sarei stato avvertito; quando, dopo circa 20 giorni di inutile attesa, ieri fui dal segretario a sentire che ne era di questa Commissione, e con mia meraviglia vidi che tutto era già fatto e già pronta la relazione; mi si disse che si distribuiva in giornata; diffatti cosi fu.”


In Francia, in Inghilterra, quando si fanno queste variazioni, si sente prima il commercio; qui si agisce quasi ad modum belli. ”


Il signor Polsinelli alla fine viene a voler dimostrare che nell'ex-reame delle Due Sicilie le fabbriche erano in fiore, e che all'occasione delle nuove tariffe queste fabbriche sono cadute.

Io non ho saputo mai che nell'ex-reame delle Due Sicilie (che è pur carissima patria mia) siano giammai tanto fiorite queste fabbriche.”


Rimasto per dodici anni, per la santa causa della libertà, nelle prigioni e nell'esilio, si è ingannato quando ha creduto che poco o nulla avessero le manifatture napolitane progredito.”


Ma dice l'onorevole Sella che noi abbiamo agito un po' troppo in fretta, che non abbiamo prevenuti gl'industriali. Questo è vero; ma che vuole? io sapevo già prima che cosa mi avrebbero detto gl'industriali (Si ride); è tanto tempo che discuto con essi, che mi pare ben difficile avessero a portarmi argomenti nuovi o tali che io non gli avessi già uditi dalla loro bocca.”


Ovviamente sarebbe semplicistico addebitare solamente a questa legge il nostro disastro economico. Come ben spiega Nicola Zitara nel suo ultimo libro pubblicato postumo dalla Jaca Book – L'INVENZIONE DEL MEZZOGIORNO, una storia finanziaria – fu soprattutto l'asservimento del sistema bancario meridionale a decretare la nostra rovina.

Siamo contrari alle modifiche toponomastiche perchè vengono pagate soprattutto dalla gente comune (che si ritrova a dover rifare documenti e certificati vari) ma se proprio si vogliono fare delle modifiche bisogna iniziare dai pretoriani meridionali, Scialoja, Nisco, Massari e tanti altri.

Che se ne perda la memoria, per sempre.

Zenone di Elea – 18 Aprile 2011


ATTI

PARLAMENTO ITALIANO

SESSIONE DEL 1861

Periodo - dal 18 Febbraio 1861 al 23 Luglio 1861

(VIII Legislatura)

SECONDA EDIZIONE RIVEDUTA

DA

GALLETTI GIUSEPPE E TROMPEO PAOLO

______________

DISCUSSIONI DELLA CAMERA DEI DEPUTATI

[pag. 1115-1120] - VOL. I

[pag. 1123-1137] - VOL. II

TORINO 1861

EREDI BOTTA, Tipografia della Camera dei Deputati

VIA TEATRO D'ANGENNES, PALAZZO CARIGNANO



se vuoi, puoi scaricare il testo in formato ODT o PDF)

TORNATA DEL 25 MAGGIO - 1115

DISCUSSIONE DEL PROGETTO DI LEGGE

PER MODIFICAZIONI ALLA TARIFFA DOGANALE.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno porta la discussione del disegno di legge per la convalidazione di due decreti di modificazione alla tariffa daziaria, in data 18 agosto e 12 settembre 1860.

Prima però di aprire la discussione generale intorno a questo disegno di legge, debbo notificare alla Camera che oggi, quando era già aperta la tornata, si è presentata una petizione da dieci case industriali di questa capitale, concernente questo progetto di legge, che è del tenore seguente:

«Essendo pervenuto a cognizione dei sottoscritti, come entr'oggi debba esser portato a discussione della Camera il progetto di legge relativo alle modificazioni introdotte alla tariffa doganale, supplicano la signoria vostra a volerla differire, onde dar loro agio ad inoltrare quelle osservazioni che essi giudicano nell'interesse non meno del paese, che della classe operaia.

Non credono inutile d'annunziare alla signoria vostra illustrissima essere stabilito fra essi a tale oggetto un congresso in Milano pel giorno di domani 26 corrente.

«E della grazia,» ecc.

Siccome questo disegno di legge è all'ordine del giorno, non posso toglierlo senza che la Camera decida di sospendere questa discussione.

DI CAVOUR C. presidente del Consiglio. Alcuni industriali chieggono che la Camera sospenda questa discussione.

Se si trattasse di un disegno di legge presentato da poco tempo e relativo ad argomenti sopra i quali l'attenzione del pubblico non era stata chiamata, crederei che vi si potrebbe aderire; ma, signori, si tratta di convalidare modificazioni introdotte nel nostro sistema doganale, or son dieci mesi, cioè in agosto scorso, e queste mutazioni sono ben note agli industriali petenti, perchè versano sopra articoli ch'essi producono. Oltre di che i petenti sapevano benissimo, poiché la legge lo prescrive, che queste modificazioni, introdotte per decreto reale, dovevano essere sottoposte alla deliberazione del Parlamento; essi sono stati informati che il ministro delle finanze ha presentato un progetto di legge per approvare, per sanzionare queste mutazioni; ciò non ostante, nel giorno in cui tale schema di legge è portato in discussione nella Camera, vengono a chiedervi una sospensione.

Io credo, o signori, che non vi esista verun motivo ragionevole per ciò; la riduzione fatta dal Ministero, in virtù dei poteri che la legge gli conferisce, fu applaudita da quasi tutta l'Italia, e, se non applaudita, fu subita con rassegnazione dall'immensa maggioranza degli industriali degli oggetti similari.

Ed invero, io credo poter asserire alla Camera che mai vi fu in Italia tanta attività nell'industria del cotone e delle tele, quanta ve ne fu dopo le variazioni arrecate alla detta tariffa per decreto reale. Se voi consultate i registri, i quadri della dogana di Genova, vedrete che l'importazione delle materie greggie ha aumentato notevolmente in questi ultimi mesi; non vi è perciò nessun motivo ragionevole per opporsi alle fatte riduzioni.

È naturale che gli interessati, quelli che sono stati protetti sinora, non possono vedere di buon occhio codesti provvedimenti; ma io sono persuaso che, se si facesse appello alla loro buona fede, massime per ciò che riflette l'industria dei cotoni,

1115

dovrebbero confessare che da siffatte disposizioni derivarono considerevoli vantaggi ed una singolare prosperità.

Per le accennate considerazioni io penso, quindi, che la Camera debba procedere immediatamente alla discussione di questo progetto di legge.

ALLIEVI. relatore. Come relatore della Commissione, ed a nome di essa, io veramente non potrei oppormi a che si prendesse in considerazione, ove la Camera lo credesse, la petizione, perché, quando la Giunta si opponesse, mostrerebbe forse di non aver tenuto abbastanza in conto gl'interessi cui toccavano direttamente i decreti ai quali l'attual legge si occupa a dare la convalidazione.

Io credo però che le considerazioni testé esposte dall'onorevole presidente del Consiglio, e le indagini positive che ha fatto la Commissione, se esistessero reclami intorno all'applicazione di questi decreti che già da cinque o sei mesi si trovano attivati, queste indagini della Commissione devono renderci tranquilli che per lo meno i danni e le sofferenze delle industrie a cui i diritti medesimi si riferiscono non sono così gravi da motivare una determinazione cosi importante, quale è quella di sospendere la votazione della legge.

Se da una parte le riduzioni di diritti possono aver nociuto agli interessi degli industriali, dall'altro vi hanno pure giovato contribuendo soprattutto alla diminuzione del contrabbando.

Io credo che i due vantaggi si contrabbilancino tra di loro, e che quindi la Camera possa tranquillamente procedere alla votazione del progetto di legge.

PRESIDENTE. Il deputato Castagnola ha facoltà di parlare.

POLSINELLI. Io ho chiesto di parlare per il primo.

PRESIDENTE. Ella ha chiesto di parlare sulla discussione generale; ma, siccome ora si tratta della questione sospensiva, do facoltà di parlare al deputato Castagnola, il quale ha chiesto di parlare su questa questione. Dopo, se vuole, potrà parlare anche lei sull'incidente.

CASTAGNOLA. Io non contesto la gravezza delle ragioni che furono svolte dal signor presidente del Consiglio dei ministri, ma osservo che la sospensione, che si chiede dai petenti, potrebbe essere di brevissima durata, per esempio fino a lunedì, giacché io so che per domani vi è un congresso di tutti quanti gl'interessati, i quali sono convocati a Milano onde discutere sopra il ribasso della tariffa.

Questi industriali dicono che, se non sono rovinati, almeno i loro interessi soffrono un gran danno per questi decreti. Io non dico che asseriscano il vero, ma affermo che si propongono di sottoscrivere domani una petizione da rassegnarsi al Parlamento. Ora, quale inconveniente vi potrà essere nel sospendere la discussione fino a che sia presentata questa petizione! Se si trattasse di una sospensione di molti giorni, sarei il primo ad oppormi; ma, siccome lo spazio che ci separa da lunedì è tanto breve che la Camera non deve neppure sospendere i suoi lavori (giacché, se non s'occupa per ora di questo progetto, può passare alla discussione dell'altro successivo), io crederei conveniente, per nostra maggiore tranquillità, onde poter dire che abbiamo votato con maturità di consiglio, e che, se deporremo una palla favorevole alla legge, lo abbiamo fatto dopo aver udito le ragioni che avranno a rappresentare quegli industriali; per questi motivi, dico, io crederei conveniente che si rimandasse a lunedì la discussione di questo disegno di legge.



CAMERA DEI DEPUTATI: — SESSIONE DEL 1861 - 1116

PRESIDENTE. La parola è al signor Polsinelli su questo incidente.

POLSINELLI. Non entrerò in quanto ha detto l'onorevole preopinante.

Io debbo svelare un fatto che mi riguarda. Conoscendo l'importanza di questa questione, mi affrettai di andare alla Segreteria a farmi notare, affinché, quando venisse in discussione nel seno della Commissione, potessi dire le mie ragioni e fare rilievi interessanti. Mi fu promesso che sarei stato avvertito; quando, dopo circa 20 giorni di inutile attesa, ieri fui dal segretario a sentire che ne era di questa Commissione, e con mia meraviglia vidi che tutto era già fatto e già pronta la relazione; mi si disse che si distribuiva in giornata; diffatti cosi fu.

E ciò mi fece molta sorpresa, perché, trattandosi di materia così importante come è quella di tariffe doganali, si dovevano consultare gli interessati, si dovevano sentire gli uomini speciali, e non disporre a loro insaputa d'interessi importantissimi.

In Francia, in Inghilterra, quando si fanno queste variazioni, si sente prima il commercio; qui si agisce quasi ad modum belli.

Mi meraviglio poi che l'onorevole presidente del Consiglio abbia detto che già da (non ricordo bene quanti mesi)...

DI CAVOUR C. ministro. Dieci mesi.

POLSINELLI. da dieci mesi si sia accettata questa tariffa; l'onorevole ministro poi si è corretto, e ha detto: si sia subita.

Sa il signor presidente del Consiglio i dolori e le perdite clic hanno subite gl'industriali delle provincie meridionali? È bello discorrer qui! Sa il signor presidente del Consiglio quante centinaia di migliaia di persone sono a languir dalla fame per quelle modificazioni? Quando non lo sappia, glielo dico io, e glielo posso provare...

PRESIDENTE. Prego l'onorevole Polsinelli di attenersi all'oggetto della questione sospensiva.

POLSINELLI. E perciò dico che in un affare cosi grave debbono essere sentile le persone speciali, e non si debbe abbandonare la questione sopra due parole. Libero cambio lo voglio anch'io, ma non già con due parole soltanto, quasi fossero parole sacramentali, dopo le quali nessuno vuol sentire altro. Il libero cambio è come tutte le libertà. Nessuna libertà può essere illimitata. Il libero cambio deve limitarsi, ed io farò vedere che il limite, al quale si è portato, è oltre la convenienza; farò inoltre vedere che questo limite è pregiudizievole non solo all'Italia, ma alle finanze ed ai consumatori stessi. Questo farò quando verrà la discussione.

MASSARI. Domandola parola.

PRESIDENTE. Se è per un fatto personale, ha facoltà di parlare.

MASSARI. Non è precisamente per un fatto personale, ma per rispondere all'appunto fatto alla Segreteria.

Il capo della Segreteria, come è suo debito, quando fu invitato dal deputato Polsinelli a chiedere alla Commissione di volerlo ascoltare, ne fece tosto richiesta al presidente, al segretario, non so a chi, insomma al rappresentante della Commissione, e si ebbe in risposta che s'era stesa di già la relazione.

Dunque vede l'onorevole Polsinelli che il capo della Segreteria non ha mancato al suo dovere, né la Commissione ad alcuna convenienza.

POLSINELLI. Accetto tutte le spiegazioni, ma prego la Camera di sospendere la discussione.

1116

PRESIDENTE. Quanto all'essersi fissata la presente discussione preferibilmente in questa tornata, faccio avvertire al deputato Polsinelli che, se non si mettevano all'ordine del giorno d'oggi questo e l'altro progetto che vien dopo, sarebbe mancata materia alla deliberazione della Camera, e questa non avrebbe potuto tenere seduta pubblica. Ad ogni modo io metterò ai voti se si abbia a sospendere la discussione del disegno di legge a cui si è accennato, ed a differirla a lunedì.

DI CAVOUR C. presidente del Consiglio. Faccio sole osservare che non è probabile che la discussione di questo disegno di legge si chiuda nella presente tornata. Vi sono alcuni deputati che vogliono parlare sul medesimo, quindi naturalmente la discussione continuerà ancora lunedì. Ciò stante, se la cominciamo oggi, si godrà questa mezz'ora di tempo e gli industriali petenti si vedranno esauditi nella loro domanda di sospensione. (Segni di assenso)

PRESIDENTE. Si riterrà allora che la discussione non si chiuda quest'oggi.

DI CAVOUR C. presidente del Consiglio, lo non ho difficoltà, se il signor Polsinelli insiste.

POLSINELLI. Sì, insisto.

PRESIDENTE. Dichiaro adunque che la discussione generale è aperta.

POLSINELLI. Debbo parlare?

PRESIDENTE. Ora può parlare in merito.

POLSINELLI. Dopo la brillantissima discussione intesa dalla Camera sull'esposizione di Firenze, malamente io vengo a discutere una cosa bastantemente arida, bastantemente dispiacevole.

Come ho detto, nelle questioni commerciali è invalsa la moda di risolverle con due parole: libero cambio. Appena dette queste parole, ognuno si rifiuta di sentire ulteriori osservazioni.

Io non vengo qui a contrastare e discutere teoricamente se sia buono oppur no il libero cambio; anch'io mi associo volentieri alla teoria che esso è buono: ma vi prego di riflettere, 0 signori, che ora non trattasi di vedere se sia buono oppur no, ma bensì come si debba attuare, e fino a qual punto.

Come poc'anzi diceva, le libertà tutte, di qualunque specie esse siano, hanno i loro limiti: la libertà della stampa, la libertà dell'associazione sono bellissime cose, ma intanto le leggi hanno posto un freno all'una ed all'altra. Ogni libertà ha un limite; così anche il libero cambio ha il suo.

Ora, dietro questa teoria si sono fatti varii trattati fra le antiche provincie eia Francia: l'uno il 5 novembre 1850, l'altro il 20 maggio 1851, il terzo il 4 febbraio 1852. Con questi trattati, seguendo le teorie del libero cambio, furono fatte delle riduzioni grandissime: si convenne che le sete da noi uscissero senza alcun dazio, e parimente senza dazio entrassero in Francia. Insomma si fecero nella tariffa riduzioni su tutti i prodotti.

Se si trattasse di una nazione che non ha manifatture, di una nazione vergine, la quale dovesse scegliere tra quelle e l'agricoltura, io vorrei concedere che si dovrebbe dare tutto il possibile sviluppo alla teoria in parola; ma ora non si tratta di questo, ma bensì di vedere sino a che punto debba applicarsi.

Per dimostrare alla Camera ciò che è nell'interesse dell'Italia, dimostrerò che la legge proposta nuoce alle finanze e nuoce ai consumatori stessi, mettendo da parte le manifatture.

TORNATA DEL 25 MAGGIO - 1117

Comincierò dal motivo che si è addotto, cioè che questa riduzione sia motivata dal gran contrabbando che si fa alle frontiere. Io rispondo che il contrabbando vi è stato, vi è e vi sarà sempre, qualunque riduzione vada facendosi alle tariffe; prima era molto maggiore perché le tariffe erano elevate; quando si diminuirono la prima volta, diminuì; poi, diminuite la seconda, la terza volta, il contrabbando si è ridotto a minimissime proporzioni. Noi eravamo già arrivati ai limiti estremi del libero cambio, quando improvvisamente si venne ad una nuova riduzione. Questa nuova riduzione si fece senza prevenire il commercio, senza prevenire nessuno.

Sapete voi quante manifatture sono in sofferenza, quanti prodotti sono invenduti, quante fallite si sono avverate per quest'improvvisa variazione? Sono moltissime. E dove mai si è veduto fare le variazioni alle tariffe doganali senza prevenire il commercio anticipatamente, senza prevenire le manifatture? In Francia, che è una nazione eminentemente manifatturiera, ancora non sono tolte le proibizioni, si sono fatte infinite discussioni, si sono fatti dei trattati tra la Francia e l'Inghilterra per fare delle variazioni alle tariffe.

Dopo tante discussioni, dopo tanti trattati e convenzioni, avvenute tra la Francia e l'Inghilterra, finalmente si è stabilito che, per i tessuti di lino, di cotone e di seta, la proibizione cesserà col 1° luglio, ed allora sarà stabilito un dazio del 15 per 0|0. Per i tessuti di lana verrà tolta al 1° ottobre, ed allora questi tessuti avranno una protezione del 15 per 0|0.

Ora sapete voi a che è ridotta la protezione delle manifatture nostre?

Pei tessuti nazionali è ridotta appena in termine medio al 4 o 5 per 0|0.

Se l'Inghilterra, tanto manifattrice; se la Francia, tanto manifatturiera, hanno conservata una protezione cosi grande, all'Italia, che è bambina nelle manifatture, le si accorda il 5 per 0|0; vedete che non si tratta di attuare o non attuare il libero scambio; si tratta solamente di estenderlo in un modo pregiudizievole alle finanze.

Domando io al signor ministro delle finanze: quando saranno diminuiti gl'introiti indiretti, come vi supplirà? Potrà rispondermi: colla contribuzione diretta. Ma con tutte le contribuzioni dirette non si potrà mai supplire all'esito dello Stato.

Bisogna far gran conto delle contribuzioni indirette. Da esse voi dovete trarre il massimo vantaggio.

Nelle provincie napolitane si ottenevano dodici milioni di ducati all'anno, i quali equivalgono a circa 80 milioni di franchi.

E vero che ora a Genova si sdaziano molle mercanzie, ma è pur vero che per effetto di queste tariffe si fa un introito grandemente minore, non già per contrabbandi, i quali, se si fanno, provengono solamente da che sono mal guardale le frontiere.

Se si desse ai doganieri il genere preso in frode, forse ci sarebbe una diminuzione; se si comminassero pene, se si usasse una vigilanza rigorosa, esso sarebbe di molto minore. La riduzione portata alla tariffa è minima: si erano sui tessuti di lana stabiliti 2 franchi al chilogramma, ora sono portati a 1 40.

DI CAVOUR C., presidente del Consiglio. Ad 1 50.

POLSINELLI. Mi perdoni, ad 1 40, appunto per equiparare i tessuti sodati ai non sodati.

Ora, sapete voi qual è l'effetto pratico di questa riduzione? Le nostre manifatture, che gareggiavano con quelle dell'estero, ora si trovano in cattive condizioni. E notate che le manifatture estere venivano a portarci i loro tessuti a discretissimi prezzi,

1117

perché i loro prodotti erano quasi uguali ai nostri. Per esempio, dalla mia fabbrica si son venduti per molti anni, per forestieri, panni che erano miei; ebbene, ora la mia fabbrica è ridotta ad andare in rovina, perché vennero aperte le frontiere a tutti i forestieri, ed i paesani nostri non trovano più lavoro.

Ma si dice che ora le fabbriche di cotone hanno migliorato: è vero, i tessuti di cotone filato hanno ottenuto qualche sollievo; ma bisogna por mente che in molte fabbriche esiste una quantità immensa di tessuti di cotone invenduti, ed è certo che ve ne sono delle montagne.

Si osservò pure che nessuno ha mai alzata la voce, ed io dico che, se ora elevo la voce, non la elevo per me, sibbene per i miei elettori, per far vedere che ho difesa, per quanto stava in me, la causa loro; stantechè moltissime famiglie, per questi motivi, per questa mancanza di lavoro, gemono nella miseria.

E questo è uno degli elementi più gravi del malcontento che vi è nel regno di Napoli, perché le manifatture in quel regno sono più importanti di quello che qui si creda.

Questa mattina sono stato a visitare la fabbrica a Caselle del signor Le Cler, e con piacere ho veduto la perfezione della medesima; ma forse questa bella fabbrica dovrà anche essa adattarsi ai tessuti ordinari, perché questi hanno una tal quale protezione; laddove i tessuti fini non ne hanno pressoché nessuna; colla tariffa attuale i tessuti ordinari possono avere il sei o il sette per cento di protezione, ma i tessuti fini non hanno che due o tre, secondo i prezzi. La Francia, che è tanto a noi superiore, ha riservato a tutti i tessuti il 15 per 0|0 sul valore, e noi ci limitiamo al 3, al 4, al 5, non potrei dirlo con precisione, perché la base del dazio è sul peso e non si può ragguagliar bene. I tessuti ordinari pesano assai più e costano meno, quindi la protezione è assai maggiore; ma i tessuti fini, pesando poco e costando molto, la protezione è minima e non possono sostenere la concorrenza co' forestieri.

La Francia e l'Inghilterra predicano il libero cambio, dopo aver avuto per secoli una protezione grandissima, e la Francia anche la proibizione. Esse dicono a noi: facciamo liberamente il commercio, apriteci il vostro mercato. Ma questa, o signori, è la lotta di un gigante con un bambino; come possiamo noi sostenere questa formidabile lotta? E i signori consumatori, che, dietro la parola illusoria del libero cambio, credono di comperare più a buon mercato, s'ingannano a partito. I generi esteri, in appresso, si pagheranno molto di più, perché i forestieri, non trovando concorrenza alcuna nell'Italia, pretenderanno tutti i vantaggi possibili.,

Si è detto da taluno: ognuno coltiva ciò che gli pare e piace: noi siamo in un paese eminentemente agricola, dobbiamo dedicarci all'agricoltura. Sta bene, rispondo io; ma, quando voi avete raccolti i vostri prodotti agricoli, a chi li vendete? All'estero. Ma in che modo? Con utile minore, perché, vendendoli sul luogo, ne ricavereste di più, attesoché i manifattori avidamente li ricercano e consumano; invece i forestieri vorranno diffalcare le spese che occorrono per venirli a comperare.

Diffatti le lane nel regno di Napoli sono giunte a prezzi elevati e ad una certa perfezione, perché i fabbricanti di colà avidamente le ricercano. Non so se in appresso saranno tanto ricercate. Già molte fabbriche si sono chiuse, altre hanno diminuito d'importanza, e quale languisce, quale, se non è morta, poco ci manca a morire.

Ed è questa la maniera colla quale si fanno delle modificazioni? Metterle all'improvviso, senza nessuna prevenzione, compromettendo tanti interessi,


CAMERA DEI DEPUTATI — SESSIONE DEL 1861 - 1118

quasi che la proprietà del commercio non meritasse quello stesso rispetto che meritano tutte le altre proprietà?

Si rispetta la proprietà letteraria, si rispetta la proprietà fondiaria, e quella dei manifattori non si rispetta affatto! Sappiamo noi quanto abbiano speso nelle macchine, negli utensili di ogni specie, nella formazione degli artisti, e quante fatiche abbiano durato? E adesso tutto sarebbe perduto!

Ma questo è poco, a fronte della diminuzione d'entrate delle finanze; per cui si dovrà, contro ogni buona politica, ricorrere ai dazi diretti.

Gli stati Uniti d'America non hanno dazi diretti, eia maggior parte delle loro rendite proviene dai dazi indiretti.

Così potessero da noi bastare i dazi indiretti! Quanto sarebbe più facile la loro percezione, e quanto meno gravosa!

Si ha un bel dire: si debbono agguagliare le spese colle entrate. All'esecuzione voglio vedere come si farà! Dirà il Governo alle provincie napolitane: voi ora avete la sola fondiaria, abbiatevi un dazio sulle bevande, abbiatevi un dazio proporzionale sul registro, abbiatevi un dazio sulla personale, e tutte queste imposte verranno sancite dalla Camera; ma al punto dell'esazione bisognerà mandare reggimenti e reggimenti. (Rumori Oh oh) Eh! non c'è da fare oh! (Ilarità) Questa è la verità; ed io la dico, perché non temo di niente, e la dico tutta quanta, brutta o bella, come ell'è. Si faranno i decreti, ma ad eseguirli ci vorrà della forza, della forza e della forza. Non si mantiene un Governo solamente colla forza, ci è d'uopo l'amore ed il contento. Avete capito? (Si ride)

Io dico tutto, perché è meglio dir tutto che tacere.

Mi sono arrestato alla difficoltà che hanno i produttori agricoli a vendere i loro prodotti. E dove mai si è inteso che una nazione abbia avvilito le sue manifatture anziché proteggerle? L'Austria stessa non si volle collegare collo Zollverein per non derogare alla protezione che essa mantiene alle sue manifatture. Io sono stato a vedere a Milano i prodotti della Germania, che sono vantaggiosi perché confezionali sul luogo, ove abbondano lane sopraffine. Se noi apriamo intieramente la casa, il mercato d'Italia sarà tutto a vantaggio dell'estero. Restringendosi le manifatture diminuirà la popolazione e quindi i consumatori de' prodotti agricoli. Quando questi non si troveranno a vendere, bisogna mandarli all'estero, fare delle spedizioni per conto proprio, o bisogna almeno che gli esteri che vengono a comperare deducano dall'importo tutte le spese. (Rivolto al ministro delle finanze) Il signor ministro delle finanze ride; ma io dico la verità. Si deducono tutte le spese, quando si comprano i nostri prodotti.

Le nostre manifatture sono tanto moltiplicate che già facevano concorrenza fra di loro non solo, ma ben anche una concorrenza all'estero, per cui si è raggiunto il massimo basso prezzo possibile.

Il libero cambio, che ci preconizza l'Inghilterra e la Francia, equivale al dire: aprite il vostro mercato a profitto nostro.

Se la Francia ha aperte le sue porte, le ha solo aperte a metà, ed ancora non le ha aperte tutte, e l'ha fatto dietro trattati di commercio, con cui gli sono stati accordati vantaggi grandissimi. Qual è il vantaggio che noi riceviamo da questi due decreti?

Bisogna vedere la tabella che sta in detti decreti, che riduce i dazi ad una metà


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od al terzo; io mi limito solo a reclamare almeno l'esecuzione della tariffa del 9 luglio 1859 come trovasi.

SCIALOJA. Domando di parlare.

POLSINELLI. Lei taccia (Scoppio d'ilarità generale), ho da rispondere io, ho diritto di parlare ed ho motivo di lagnarmi del signor Scialoia (Nuora ilarità)

PRESIDENTE. Scusi, qualunque deputato ha diritto di domandare la facoltà di parlare, senza che ciò impedisca all'oratore di continuare.

POLSINELLI. Vorrà dire che sacrifichiamo la scienza alla patria, basta non sacrificare alla scienza i denari, poiché le nazioni hanno solida base solamente quando tengono denari ed armi. Ribassando i dazi oltre i limiti necessari, facciamo cosa a noi contraria ed intieramente favorevole agli esteri; facciamo cosa contraria anche ai consumatori, perché dovranno comprare all'estero a caro prezzo ciò che potevano avere in casa propria a prezzo minore. I consumatori, che sono per la maggior parte produttori agricoli, non venderanno i loro prodotti, od almeno li venderanno con molta difficoltà. Di più s'immiseriscono tanti braccianti che sono occupati nelle manifatture. Come potranno i manufatturieri repentinamente passare alla vanga ed alla zappa? Prima di far loro fare questo passaggio, bisognava avvertirli, bisognava chela cosa si compisse con gradazione.

Sapete voi qual gratificazione si ebbe a Napoli quando venne pubblicata la tariffa piemontese? La gratificazione di quattro soldi per chilogramma. Mentre le tariffe napolitane stabilivano un dazio di dieci franchi per chilogramma, si discese subilo ad 1 40 o 1 50, come dice il signor presidente del Consiglio; poi, per una risibile condiscendenza, si elevò di quattro soldi, ed ora il favore di questa condiscendenza insultante ci è stato anche tolto. (Si ride) Chi aveva in Napoli autorità di fare immediatamente tali cambiamenti senza prevenire alcuno?

PLUTINO. Chiedo di parlare.

POLSINELLI. Se almeno si avesse avuto la creanza d'avvertire il commercio due mesi prima! (Ilarità) Domando: onde venne l'autorizzazione di ciò fare? Se si voleva fare una legge, bisognava che la formasse il Parlamento, e il Parlamento italiano non si era riunito.

In ultimo debbo leggere la legge del 25 aprile 1859; essa è fatta dal Parlamento subalpino:

«In caso di guerra coll'Austria, e durante la medesima, il Governo del Re sarà investito di tutti i poteri legislativi ed esecutivi: epperò, sotto la responsabilità ministeriale, farà per semplici decreti tutti gli atti necessari alla difesa della patria e delle nostre istituzioni.»

Ora il decreto con cui è adottata una tariffa porta ne' suoi considerandi che si fa in esecuzione dei poteri conferiti con questa legge; questa legge conferisce poteri solamente per gli atti necessari alla difesa della patria; ora, domando io, una tariffa doganale era un atto necessario per la difesa della patria? (Ilarità) primo punto; e, secondo punto, chi autorizzava i luogotenenti d'allora a Napoli ad imporre quasi questa tariffa ad modum belli?

Un deputato. Fu Garibaldi!

POLSINELLI. Se l'ha fatto Garibaldi, mi sottometto! (Risa) perché mi sottometto alla dittatura.

Voci a sinistra. Ha ragione!

TORNATA DEL 25 MAGGIO - 1119

POLSINELLI. Non c'è rimedio! Ma, domando io, i decreti che siamo chiamati a convalidare chi li ha fatti?

Mi perdoni il signor presidente del Consiglio, debbo francamente dirgli che non era autorizzato a farli!

DI CAVOUR C. presidente del Consiglio. È la legge sarda che ci autorizzava a farli!

POLSINELLI. Sia pure la legge sarda, me ne consolo! (Ilarità) Quella poteva aver forza per le provincie sarde, ma non per le provincie napolitane!

DI CAVOUR C. presidente del Consiglio. Sissignore!

POLSINELLI. Ma per le provincie napolitane torno a dire quello che dissi tempo fa, cioè che noi abbiamo votato l'unità d'Italia costituzionale, abbiamo accettato la Costituzione del Sovrano che Dio guardi; ma, finché siamo venuti qui, non abbiamo accettato altro; se la Costituzione porta all'articolo 82 che sia il Sovrano abilitato a fare le cose urgenti, domando se era un'urgenza quella di cambiare la tariffa; convengo che bisognava fare l'unificazione della tariffa, ma con tutti i riguardi voluti, non gittando nella miseria e nello scompiglio le fabbriche intere. Si è reclamato invano! Portai i reclami al ministro del commercio; nessun risultato n'è venuto.

Io sono rimasto nella mia nullità, né poteva far di più.

Ho fatto questo discorso: voi, o signori, fate ciò che credete.

Conchiudo che per l'opportunità e nell'interesse della patria sarebbe da respingere la legge proposta e da lasciarsi la tariffa come si trova stabilita col decreto 9 luglio 1859.

Questa è la mia opinione. 11 Parlamento poi farà quello che gli piace. (Bette!)

PRESIDENTE. Il deputato Nisco ha facoltà di parlare.

NISCO. Il discorso dell'onorevole Polsinelli ha due parti: la prima riguarda il principio di protezione, che egli ritiene come una proprietà dei produttori; la seconda riguarda l'opportunità della pubblicazione ed attuazione della nuova legge della tariffa.

Io discorrerò della prima parte, riservando la seconda all'egregio mio amico Scialoia, che certo non ha bisogno dell'altrui appoggio per difendere la feconda opera sua.

Mi permetterà poi la Camera di seguire il metodo di una risposta, non quello di un ordinato discorso, perciocché è proposito mio non di dimostrare la giustizia della libertà di commercio e le sue feconde conseguenze, ma di ribattere tutte quelle difficoltà che a tanto supremo bene sociale si oppongono da molti, educati ne' pregiudizi vecchi o stimolati da interessi pur da valutarsi.

Il signor Polsinelli nel discutere il principio della protezione invoca principalmente l'esempio della Francia. Egli, in questo Parlamento, ci venne oggi, colla più grande buona fede, a dire che la Francia, la prima nazione produttrice, secondo lui, dell'Europa,è nazione estremamente protettrice, e che si dovrebbe da noi imitare. Il signor Polsinelli dimentica una cosa importantissima nell'esprimere questo desiderio, ed è questa: che per molto tempo in Francia, da' banchi dell'estrema sinistra, da cui l'onorevole collega parla, si è combattuto contro quella borghesia manifattrice, la quale voleva per sé mantenere i privilegi, invocati sotto l'ingannevole nome di protezione.

La protezione daziaria non è altro, onorevole Polsinelli, se non che un'imposta a carico dei consumatori ed a pro dei produttori; un privilegio concesso a pochi, col danno de' più; è una ingiustizia.

Se imprendessi a ragionare su questa economica verità, farei atto di poca riverenza verso il senno e la pazienza della Camera.

POLSINELLI. Domando di parlare, signor presidente, dopo l'oratore attuale.

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NISCO. Il signor Polsinelli ha creduto che le manifatture nazionali vengano a deperire ogniqualvolta la produzione viene a mancare. Io gli potrei mostrare che non vi è manifattura veramente possibile se non è manifattura naturale, non mai l'artificiale, creata per forza di spinte e di protezione.

Però queste cose da tutti conosciute tralasciando, accennerò alcuni ricordi sulla storia daziaria della Francia, per persuadere anche l'onorevole Polsinelli ed i suoi elettori.

In tutto il tempo che ha durato il Governo degli Orleanisti si è sempre portato innanzi alle Camere la discussione su la riduzione dei diritti protettori; questa domanda promossa, siccome ho accennato, dal partito liberale progressista contro il partito conservatore, costantemente fu rigettata da quella maggioranza che era formata precisamente di privilegiati produttori. Noi abbiamo veduto che in Francia per inaugurarsi la libertà di commercio è stato dolorosamente necessario l'arbitrio, per forma che la nazione dovrà essere riconoscente della sua prosperità avvenire a colui che ne restrinse la politica libertà.

L'imperatore Napoleone ha potuto conchiudere il trattato coll'Inghilterra, solo perché era veramente padrone della Francia; eppure questo trattato già conchiuso ha trovato grandissima opposizione nel Corpo legislativo, composto di tutti quegli uomini i quali vogliono sostenere il privilegio di pochi a danno dei più; tanto è grande la forza che viene dal materiale interesse da mutare i pusilli in eroi!

Abbiamo veduto che la Francia non ha potuto sviluppare tutta la sua industria, tutto il suo commercio, com'è avvenuto al di là della Manica. Con un capitale numerario tre volte maggiore dell'Inghilterra, dominando da un lato l'Atlantico e dall'altro il Mediterraneo, mentre aggruppa intorno alle sue frontiere continentali il centro dell'Europa, e popolata di gente pronta ed operosa, la Francia non opera un terzo de' cambi inglesi, non produce un quarto degli articoli manifatturati che annualmente escono da quella che può dirsi officina mondiale, posta fra la Manica ed il canale di San Giorgio, ed è costretta a vedere la stessa sua agricoltura in una degradazione miserabilissima.

Ecco la reale condizione economica di quel paese, che ci viene dall'onorevole Polsinelli presentato come modello da togliersi ad esempio per le tariffe doganali, e che al contrario è cagione che tutte le dottrine più antisociali, che pur sociali si chiamano, trovino ivi suolo fecondo ed accoliti numerosi. E ciò, mi si conceda ripeterlo, è derivato appunto dall'aver la Francia voluto sostenere il suo principio di protezione a pro dei manifatturieri, e dall'aver voluto sacrificare la massa della nazione a siffatto principio.

Ma chiunque non è fabbricante riflette che ai consumatori poco importa che un oggetto sia fatto nel paese o fuori del paese, importa bensì d'avere quest'oggetto ad un prezzo il più basso possibile, importa, cioè, pagare dieci quello che si paga dodici per benefizio della protezione.

Noi abbiamo avuto in Napoli un esempio curiosissimo di protezione. Per sostenere la fabbrica dei bicchieri e dei cristalli noi siamo stati obbligati a bere in pessimi bicchieri, ad avere peggiori cristalli ed a pagarli carissimi, perché dovevamo arricchire quattro o cinque privilegiati, ai quali era stato assicurato il 50 ed una volta anche il 100 % di diritto daziario per protezione. Se que' che erano impiegati a soffiar bottiglie avessero lavorato scarpe e zappato e seminato un podere incolto e palustre,


CAMERA DEI DEPUTATI — SESSIONE DEL 1861 1120

avremmo potuto dare scarpe o grano a' Boemi ed agli Inglesi che ci fornivano eccellenti bicchieri e belle lastre.

Ma il ministro Medici, dopo l'inverecondo tradimento del 1821, si mascherò da gran proiezionista e, profittando dell'altrui ignoranza, acquistò anche nome di gran ministro. Fu senza dubbio astuto, allorché si serviva grandemente di mezzi economici per un fine politico. Egli aspirava a ridurci nell'isolamento e nella miseria, ed ogni sforzo fece per (stabilire una Cina nell'Italia e per crearsi un partito 'che applaudiva a' vincoli e che goffamente sosteneva l'artificioso sistema.

Così noi siamo stati divisi dal rimanente della Penisola non tanto dai santi apostoli e dagli sgherri borbonici, quanto dalle leggi finanziarie, onde non abbiamo avuto tutti quei miglioramenti che la nostra Condizione topografica e Io slancio del nostro ingegno ci avrebbero fatto acquistare.

Il signor Polsinelli assicura che questi dazi di protezione sono utilissimi ai consumatori, poiché, quando dall'estero è permesso portare liberamente le manifatture in un determinato paese, allora, non potendo produrre que' del paese, lo straniero ci fa la legge.

Il signor Polsinelli non ha consideralo, nell'abbandonarsi a si generosa preoccupazione, che non è un solo straniero quello che viene a commerciare nel paese. Forse l'onorevole nostro collega si ricorda quel tempo in cui le Provincie meridionali hanno avuto il privilegio della bandiera, pel quale a due nazioni soltanto era dato di commerciare nei nostri porti. Allora si poteva a ragione sostenere il timore de' prezzi esagerati. Ma quando vi è libera concorrenza (poiché libertà de' cambii è sinonimo di questa), il mercato è aperto a tutte le nazioni produttrici, che faranno a gara ad importar merci a prezzi molto minori e di qualità migliore delle prodotte in paese.

Di più, afferma l'onorevole Polsinelli, il sistema del libero cambio perturba l'agricoltura. I prodotti agricoli, secondo lui, non si potranno vendere se non quanto si venderanno i manufatturati, altrimenti i manufatturieri non potrebbero pagare i prodotti agricoli.

Questo è tale argomento da non meritare confutazione. In un paese agricola, quale è il napoletano, per far sviluppare l'industria agricola basta sottrarla dalle condizioni di servigio in cui si trova. Allorché questo paese avrà la libertà dei cambii come tutti gli altri, potrà vendere i suoi prodotti agricoli in cambio de' manufatturati di cui abbisogna.

Né ciò basta all'onorevole deputato signor Polsinelli, il quale afferma ancora che la tariffa, appoggiata sul libero cambio, cioè sul dazio esclusivamente finanziario, offende il diritto di proprietà.

Con annunziare questo argomento, il signor Polsinelli confessa completamente il principio che l'ha diretto nel difendere la causa della protezione, che spero non sentire difesa mai più da un eloquente avvocato.

I diritti di una tariffa, dipendenti dal principio protettore, non costituiscono proprietà per nessuno; nessuno ha diritto d'arricchirsi sul danno altrui, e di far pagare ai consumatori più caramente una merce di quello che la pagherebbero, se venisse dall'estero.

Io non mi fermo a discutere su questo preteso diritto di proprietà, costituito dal privilegio, in una Camera che ha annullato gli ultimi avanzi delle feudalità


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e delle riserve in Lombardia; né amo di dar noia alla Camera per combattere le osservazioni sul contrabbando, ché mi basta notare essere il contrabbando un'operazione di calcolo, non di eroismo; sicché, quante volte il contrabbandiere non ha interesse a fare il contrabbando, non mette a pericolo la sua vita e la sua libertà. Quindi in tutti i paesi del mondo si è ritenuto come il ribasso della tariffa daziaria sia necessario per moralizzare il commercio e la società.

Il signor Polsinelli alla fine viene a voler dimostrare che nell'ex-reame delle Due Sicilie le fabbriche erano in fiore, e che all'occasione delle nuove tariffe queste fabbriche sono cadute.

Io non ho saputo mai che nell'ex-reame delle Due Sicilie (che è pur carissima patria mia) siano giammai tanto fiorite queste fabbriche.

So al contrario che si contano nel Napoletano soltanto poche fabbriche, c queste non ci produssero giammai gran belli tessuti; e, mi si conceda indirlo, che il non aver avuto buoni tessuti è stato appunto cagionato dalla mancanza di concorrenza, e dal fondarsi i manifatturieri sul sistema del dazio protettore; poiché ciò ad essi bastava per assicurare il loro vantaggio nelle vendite loro.

Laonde, riservandomi di rispondere ad altre difficoltà che mi si potrebbero fare su questo subbietto, ritengo come utilissima, non solo a queste provincie, ma specialmente alle Provincie meridionali, che formano una parte principalissima della patria comune, la nuova legge di ribasso della tariffa daziaria.

Per essa l'industria, si manifattrice che agricola e vettureggiante, acquisterà quell'energico slancio e quella libertà, dalla quale soltanto può aver vita propria e rigogliosa, e vedremo gl'industriali che, invece di appoggiarsi sulla protezione per far il loro vantaggio, si appoggieranno sopra un altro elemento, sull'elemento della capacità e della moralità.

Quando essi diventeranno capaci e morali, quando la mancanza del capitale non sarà più un ostacolo pel lavoro, sono sicuro che nell'ex-reame delle Due Sicilie si svilupperà quella industria che sarà proprio nostra, non artificiale, l'industria la quale arricchirà tutte le classi, senza essere il privilegio di nessuna.

Se avremo fede nella libertà, se la rispetteremo e l'attueremo nel campo economico come nel politico, noi faremo grande e rispettata la patria nostra.

PRESIDENTE. Mi pare che possiamo rimandare a lunedì la continuazione della discussione.

Voci. Si! si!



TORNATA DEL 27 MAGGIO

SOMMARIO. Domande sopra petizioni. = Azione del deputato Guerrazzi. = Omaggi «congedi, — Verificazione di un'elezione. — Seguilo della discussione generale dello schema di legge per convalidazione di decreti di modificazione alla tariffa daziaria Considerazioni in favore, del deputato Plutino Repliche del deputalo Polsinelli, e sua proposizione sospensiva Discorso del deputato Sella Discorso del presidente del Consiglio in risposta agli opponenti, e dichiarazioni in proposito Domande del deputato D'Ondes Reggio relative alla Sicilia, e spiegazione del ministro suddetto Spiegazioni del deputato Scialoia in appoggio del progetto. — Volo proposto dal deputalo Depretis, per partecipazione all'esultanza per la liberazione di Palermo, ricorrente oggi È approvato all'unanimità — Repliche del deputato Polsinelli Risposte del relatore Allievi in difesa della legge proposta Domande del deputato Lanza G. riguardo ad alcuni diritti differenziali, e risposte del presidente del Consiglio, e del deputalo Cordova Istanza del deputato San Donato sulla tariffa postale napoletana, e risposta del ministro medesimo rotazione ed approvazione del progetto di legge. — Comunicazione di un decreto per la nomina dell'ex-deputato Bo a regio commissario per la discussione del progetto di legge sul servizio della sanità marittima.

La seduta e aperta all'una e mezzo pomeridiane.

MASSARI. segretario, da lettura del progetto verbale della tornata precedente, il quale è poscia approvato.

[...]


SEGUITO DELLA DISCUSSIONE DEL DISEGNO DI LEGGE

PER MODIFICAZIONI ALLA TARIFFA DAZIARIA.


PRESIDENTE. È all'ordine del giorno il seguito della discussione sul progetto di legge per la convalidazione di due decreti di modificazione alla tariffa daziaria, in data 18 agosto e 12 settembre 1860.

La parola è al signor Scialoia.

Voci. Non c'è!

PRESIDENTE. Allora la darò al deputato Plutino.

PLUTINO. L'onorevole mio amico deputato Polsinelli ieri l'altro attaccava i due progetti di legge per l'approvazione della tariffa, adducendo che il libero scambio avrebbe fatto molto danno ai manifattori, soprattutto dell'Italia meridionale. Si doleva specialmente perché questi due decreti erano stati pubblicati senza un avviso preventivo.

Dalla relazione che sta a capo del progetto di legge si vede chiaramente che queste due disposizioni sono state dettate precisamente per impedire il contrabbando che su larga scala si commetteva nei confini della Svizzera e del Tirolo nelle Provincie lombarde dopo la guerra del 1859.

L'istessa condizione, cioè l'abolizione del contrabbando che nelle provincie lombarde impediva all'erario le esazioni, è stata la causa per la quale questi stessi decreti della riduzione della tariffa daziaria sono stati anche stabiliti nell'Italia meridionale.

In tutti i moti rivoluzionari ci sono degli uomini patriottici, i quali non pensano che ad avvantaggiare la causa nazionale, e ci sono degli speculatori i quali approfittano di quei moti per il loro vantaggio: cosi successe nell'Italia meridionale.

Appena i patrioti pensarono a combattere per la libertà di quei paesi,


TORNATA DEL 27 MAGGIO - 1123


sorsero non solo dei contrabbandieri organizzati, i quali volevano eludere la vigilanza dei doganieri e distruggere ogni risorsa dell'erario, ma si organizzarono anche delle associazioni sotto il nome di camorristi, che, sostituendosi al Governo, volevano a loro particolare profitto esigere le imposte che al Governo erano dovute.

Cosi, appena passò il dittatore Garibaldi della provincia della prima Calabria, si è distrutta la dogana collaterale continentale in Sicilia, la quale serviva per l'esazione dei dazi sulle merci che dal portofranco di Messina passavano nell'Italia meridionale; si è sostituita all'organizzazione legale del Governo un'organizzazione particolare di privati, i quali, dopo aver ucciso il controllore preposto a quella dogana, si sono di propria autorità assunto il diritto di fare delle spedizioni con piccoli bollettini e con un loro bollo speciale.

I negozianti tutti di quella provincia si sono commossi di questo stato di cose, e ricorsero alle autorità, dicendo che essi non potevano da una parte sostenere la concorrenza del contrabbando, e lottare dall'altra con quell'immensa riduzione di prezzo che le nuove tariffe piemontesi naturalmente offrivano.

Fu allora che i negozianti dissero che si trovavano di fronte alla riduzione dei dazi delle provincie settentrionali, alle quali oggi ci siamo riuniti, epperciò domandarono una riduzione di dazi proporzionata a quella tariffa.

L'autorità, messa d'accordo con quella di Sicilia, accordò una riduzione del 33 al 30 per cento, e cosi si è ottenuta l'esazione di vistosi dazi, i quali, col mezzo del controllore Francesco Fiorentino, che reggeva l'amministrazione della Sicilia, hanno portato grandissimo vantaggio all'erario pubblico.

Quindi io rimando l'onorevole Polsinelli alla rivoluzione trionfante, affinché ad essa possa querelarsi che non ha avuto la buona creanza di prevenirlo a tempo. È stata semplicemente la rivoluzione che, liberando quelle provincie italiane dal Governo del Borbone, il quale è stato sorpreso da Garibaldi, come il signor Polsinelli fu sorpreso nei suoi interessi dalla rivoluzione, è stata la sola rivoluzione che, per equiparare i diritti di quelle popolazioni a quelli dell'Italia del nord, ha fatto la riduzione dei dazi che prima si esigevano sulle importazioni che venivano dall'estero nelle provincie napolitane.

Io non entrerò a discutere la teoria del libero scambio; certo si è che tanto più si ribassa il costo delle merci che vengono dall'estero, tanto più se ne accresce la consumazione, e quanto più gli esteri importano nel nostro paese, in iscambio tanto più esportano dei nostri prodotti agricoli; di modo che si è veduto costantemente questo flusso e riflusso, cioè a dire che, se le importazioni dall'estero sono state più numerose, le esportazioni dei nostri prodotti agricoli hanno maggiormente aumentalo; cosi che tutte le volte che noi arrivammo a importare dalla Francia per sette milioni di prodotti manifatturati, noi spingemmo le nostre esportazioni in Francia fino a 17 milioni. Cosi è che noi paghiamo in contanti, come diceva l'onorevole Polsinelli, tutte le importazioni dall'estero, per modo che il danaro vada fuori, ma cambiamo i manufatti esteri coi nostri prodotti agricoli, e gli scambiamo in ragione almeno dei tre quarti di più, poiché costantemente si è verificato che noi esportiamo per i tre quarti di più di valore di ciò che importiamo dagli altri paesi. Le proporzioni del nostro commercio coll'Inghilterra sono quasi le stesse; noi importiamo quasi sempre dai 3 ai 6 milioni in quel paese, e vi esportiamo dai 18 ai 20 milioni di prodotti agricoli.


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Che se poi la tariffa doganale ha leso menomamente gli interessi dei fabbricanti del Napoletano, essa è stata di grandissima consolazione, di grandissimo sollievo alle popolazioni; questa è cosa che è inutile discuterla. C'è stata una tale riduzione che il piccolo commercio ha immensamente fiorito in tutte le provincie, e io posso assicurare la Camera che le vesti delle donnicciole del nostro paese hanno ribassato del 33 per 0|0 del loro costo primitivo, e che, sul panno, noi, su ciascheduna canna napolitana, che corrisponde a circa 3 metri, abbiamo quasi guadagnato del 33 al 30 per 0|0; dimodoché la popolazione, anziché dolersi in massima parte della riduzione della tariffa daziaria, ne è contenta pegli immensi benefizi che sta per conseguirne.

Solo resta la circostanza dei fabbricanti, i quali naturalmente, sorpresi dalla riduzione di questi dazi, si possono trovare con delle materie prime, che essi importavano ad un costo in proporzione delle alte tariffe daziarie, anzi quasi proibitive, che esistevano, e quindi possono sottostare ad una perdita.

Ma si spera naturalmente che, atteso lo sviluppo commerciale che vanno a prendere tutte le provincie italiane, in forza del quale i depositi, i quali in altri tempi erano assolutamente ristretti nei portofranchi di Livorno e di Messina, oggi possono essere estesi su tutta la superficie continentale delle Due Sicilie, si spera, dico, che i fabbricanti saranno messi in condizione di smerciare molta più mercanzia, che prima né producevano, né potevano smaltire.

Ond'è a ritenersi che l'aumento della produzione delle loro fabbriche li compenserà della perdita che loro potrebbe derivare dall'attuazione di questa riduzione dei dazi.

Però, nell'appoggiare il progetto di legge che la vostra Commissione vi presenta, mi permetto di fare una sola raccomandazione al Governo, ed è la seguente: ch'egli abbia cioè di mira il benessere delle fabbriche indigene italiane, e che in tutti i bisogni del Governo, sia per provvista dei panni che abbisognano per l'esercito, sia per telerie od altro che possa servire ai bisogni dello stato, abbia la compiacenza di usare pei fabbricanti una preferenza anticipata, affinché cosi si provveda maggiore lavoro alle fabbriche indigene, le quali, per questa riduzione della tariffa, che le ha sorprese, hanno potuto soffrire nei pecuniari loro interessi.

POLSINELLI. Sulle prime debbo far notare una confusione che si fa di due cose, cioè della tariffa in generale e dei decreti che sono in discussione.

I vantaggi che apporta la tariffa ai consumatori, e che ha enumerati il signor fiutino, non sono contestati da me; come non possono contestarsi le sofferente che hanno potuto avere i manifattori, il disorientamento, diciamo cosi, che loro si è causato adottando una tariffa che ha ridotta la protezione dal 30 per cento al 3 per cento. Sono cose già fatte e subite, e ritornare su questo punto sarebbe inutile, e servirebbe solo a mascherare il punto vero della questione.

La questione attuale è tutt'altra; essa è intorno al soprassello che è stato messo alla tariffa che era già eseguita, e i cui danni e benefizi erano per conseguenza sopportati; ed è su questo soprassello che io parlo.

Mi rincresce di dover trattenere la Camera soll'istessa arida questione economica che fu intavolata sabbato, in occasione della convalida de' due decreti del 18 agosto e 3 settembre 1859; ma lo debbo, perché mi si sono attribuite opinioni che io mai non ebbi, e parole che non proferii.

Invero, non ostante che fin dal principio del mio discorso mi fossi solennemente protestato che non intendeva attaccare la teoria del libero cambio,

CAMERA DEI DEPUTATI — SESSIONE DEL 1861 - 1124

ma solo il modo della sua attuazione, pure la maggior parte credè, e specialmente l'onorevole signor Nisco, che io mi erigessi in campione de' vieti principii della protezione.

Forse il calore che misi a lamentare i danni provati dai manifattori delle Provincie meridionali coll'adozione della tariffa piemontese, e la miseria a cui erano ridotti i braccianti c be vivevano con essi, poté far credere che pretendessi attaccare il principio della libertà del commercio. Suppose il signor Nisco che io sosteneva il principio della protezione, e che pretendeva farne un privilegio in favore de' manifattori a danno de' consumatori.

Trasformata così la questione, egli ebbe agio di ripetere quelle nozioni generali di economia politica sul libero cambio che tutti conoscono ed io non ignoro.

La questione invece era ed è sull'opportunità di applicare quelle teorie.

Avrebbe pur egli potuto rimarcare che le mie doglianze eran solo per la soverchia estensione che si dava alla teoria, talché mi proposi e sostenni che ne veniva danno alle finanze, astrazione fatta dalle manifatture, le quali vi entravano per incidenza e non per l'oggetto principale.

Quando si riflette che la Germania, gli Stati Uniti di America, il Governo di Francia ed altre nazioni ancor non hanno abbracciato per intero il principio della libertà del commercio, è lecito dubitare se in Italia debba ad un tratto estendersi fino agli ultimi estremi, prescegliendo per questo fatto appunto il tempo, nel quale il paese ha subito un profondo rivolgimento, il tempo, cioè, nel quale i capitali si ristagnano, le crisi commerciali si verificano, e le finanze dello Stato soffrono per diminuzione d'introito ed aumento di spese.

La parte del dazio che costituiva propriamente la cosi detta protezione delle manifatture è scomparsa da un pezzo. La tariffa del 9 luglio 1859 conserva solo il dazio finanziario.

I manifattori delle antiche provincie e delle nuove, o per buona voglia o per forza, si erano ricoverati all'ombra di questo piccolo dazio. Togliendo ancora questo piccolo rifugio, poiché i decreti che si oppugnano lo diminuiscono di un terzo e della metà, si viene all'attuazione immediata ed inopportuna della quasi libertà del commercio, che, se deve attuarsi, bisogna farlo gradatamente e non adesso.

Per le provincie meridionali basta la generale applicazione di detta tariffa piemontese imposta dal dittatore. Credete che questo passaggio brusco si sia fatto felicemente da quei che avevano le mercanzie confezionate, che hanno dovuto venderle con perdita? Lo sanno gli artisti che hanno dovuto attendere senza lavoro la realizzazione delle dette mercanzie, lo sanno quei che avevano una buona retribuzione, ed ora debbono contentarsi di una scarsissima.

L'adozione di detta tariffa costringe i manifattori napoletani e siciliani a rinunziare alla protezione del 30 per cento circa a cui erano abituati, ed a contentarsi di una semplice differenza del 3 per cento circa, che non si può affatto caratterizzare per protezione, ma per un aiuto a traversare le attuali angustie finanziarie e sostenere l'enorme concorrenza estera.

È assai facile ripetere teorie economiche svolte in cento libri e ripetute nei giornali, ma farne una savia ed opportuna applicazione è cosa ben difficile. Chi governa, e me ne appello all'onorevole presidente del Consiglio, deve tener conto di tutte le circostanze che possono modificare i principii e guardare solo l'interesse vero dello Stato.

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In effetto, perché gli uomini di stato dell'Inghilterra propugnano adesso la libertà commerciale, mentre prima la combattevano? Perché, mutate le circostanze, or la ritengono per vantaggiosa ai loro interessi.

All'opposto, perché le altre nazioni, cioè la Francia, la Germania, gli stati Uniti, l'oppugnano o non l'adottano nella stessa misura dell'Inghilterra? Perché credono non essere in istato e non conforme ai loro interessi di adottarla. Sono le circostanze e gl'interessi della nazione che debbono consultarsi, e non le vaghe teoriche generali.

Verrà tempo in cui noi potremo dare un'estensione maggiore a quella già data alla libertà commerciale colla tariffa del 9 luglio 1859.

Quando tutte le altre nazioni avranno mossa in pratica la libertà commerciale, quando tutte ammetteranno franchi i nostri prodotti agricoli e manifatturieri, allora noi pure ammetteremo i prodotti loro liberamente. Allora sì e non adesso possiamo far di meno dei dazi d'immissione, perché saremo più ricchi (a Dio piacendo) e non avremo bisogno di altri.

Presentemente quell'istessa Inghilterra, che proclama altamente il libero cambio, non riceve tutti i nostri prodotti senza dazio. Il vino, l'olio, le sete, i frutti che sono i maggiori prodotti delle provincie meridionali, e dai quali si deve ricavare l'equivalente per comprare i generi manifatturati inglesi, bisogna che paghino non piccoli dritti.

Ecco come, allorché si passa dal campo delle teorie al campo della pratica, le cose mutano a colpo d'occhio, ed ecco perché i dottrinari ogni volta che il caso gli ha messo il potere nelle mani l'hanno perduto.

Non mi prenderò la pena di confutare le tante altre supposizioni messemi in bocca dall'onorevole mio oppositore signor Nisco, perché non sono esatte. Cambiando una parola si dà facilmente un senso diverso alle cose. Se io volessi scendere ad un rigoroso esame e del mio discorso improvvisato e del suo gli farei vedere in quante inesattezze è caduto.

Solo mi permetto osservargli che, quanto è valente nelle teoriche, altrettanto è indietro ne' fatti. Rimasto per dodici anni, per la santa causa della libertà, nelle prigioni e nell'esilio, si è ingannato quando ha creduto che poco o nulla avessero le manifatture napolitane progredito. Io citerò, a modo di esempio, le grandiose fabbriche di filatura del cotone, tessitura e stamperia, stabilite ne' contorni di Salerno, che occupano migliaia e migliaia di persone. Poi quelle di tessuti di lana anche in Salerno stabilite. La magnifica filatura di lino a Sarno, la tessitura a Scafati, i numerosi lanifici del distretto di Sora, di Abruzzo e di altri luoghi; finalmente gl'innumerevoli telari di seta, cotone e lino, stabiliti nei sobborghi e contorni di Napoli, talché la capitale, eccettuati i quartieri superiori e quelli abitati dalla nobiltà e borghesia, può dirsi una vasta fabbrica. Ciò al prescindere delle cartiere, e concierie ed altre. Non terminerei giammai se volessi fare una precisa numerazione delle manifatture e della gente che viveva con esse, tanto in Napoli, che in Sicilia, ove esistono altre manifatture.

Ritorno alla quistione principale, e dirò poche cose sull'unico e vero motivo che potrebbe invocarsi per la convalidazione dei decreti che si oppugnano. Esso è il contrabbando. Non voglio negare che possa esservi un esteso contrabbando, come si dice nella relazione del Ministero. Ma quando mai questo è mancato? Finché vi saranno dazi vi sarà contrabbando. Se ora è aumentato, bisogna attribuirlo piuttosto allo stato anormale in cui trovasi l'Italia per le vicende politiche, ed alla poca vigilanza dei doganieri, anziché alla gravezza dei dazi; mentre, dopo le importanti riduzioni

TORNATA DEL 27 MAGGIO - 1125

operate dalla tariffa in vigore, poco conto torna ad abbandonarsi alla frode dei dazi, se vi fossero leggi rigorose e custodi vigilanti. Onde questa non è una ragione sufficiente.

Riassumendo le cose dette, dico: non trattasi più di protezione che fu distrutta colla tariffa; non trattasi di freno al contrabbando, che può diminuirsi con una vigilanza maggiore; non trattasi di vantaggiare l'introito dello Stato, ma di restringerlo. Finalmente gl'industriosi di ogni specie elevano alti clamori, in particolare quei di Lombardia, che dimandano almeno una sospensione per far valere le loro ragioni.

Per tutti questi motivi io credo che debbasi o negare la convalidazione dei decreti in quistione, oppure sospendersi la votazione finché non sì siano meglio sviluppate da altri più eloquenti di me le ragioni degl'industriosi. Cosi voto e conchiudo.

SELLA. Siccome rappresentante di uno dei centri più industriosi dello Stato, credo mio dovere l'esprimere alla Camera l'opinione dei miei rappresentati sulla materia di che ci occupiamo, almeno in quella parte di questa opinione che io condivido.

È per me carattere distintivo delle menti limitate, degli intelletti, direi volgari, la mania di voler ridurre la scienza a pochi canoni semplici, di voler coordinare le cose, anche complicate, a poche norme, perché semplici.

Si disse un giorno, o signori, che uno Stato dovesse produrre quanto gli occorre, e per ciò non dovesse importare prodotto di sorta da altro Stato. L'idea era semplice; piacque, e fu generalmente adottata; quindi si eressero muraglie più alte della cinese attorno ad ogni Stato, per impedire che da qualunque parte entrasse dramma di merci estere.

A quest'ora il protezionismo è morto; fu dimostrato tanto assurdo, che ornai parrebbe, come diceva un giorno l'onorevole Mamiani, un portar vasi a Samo e nottole ad Atene il tornare ancora una volta sull'assurdità di questo sistema.

Più tardi si disse invece da altri doversi senz'altro togliere ogni barriera che divide un popolo da un altro; doversi togliere ogni dazio che s'impone ad una merce allorquando passa da uno Stato all'altro, perché a danno dei consumatori, ecc.

La formola è semplice; dunque fu adottata, ed è ora talmente popolare, che ci vuole un certo coraggio civile nel venire, non dico a proporre nuovi dazi, o né manco a difendere il mantenimento degli attuali, ma solo a sostenere la convenienza di procedere con qualche prudenza nel diminuirli; nel sostenere che non è forse utile il modificare le tariffe doganali a rompicollo, di un tratto, a precipizio.

Quanto a me, a costo di vedermi domani dipinto come un codino protezionista, credo che le cose non sono cosi semplici, né che si possano esprimere per via di cosi facili precetti, lo starei per l'assoluto libero scambio, qualora lo Stato potesse fare le sue spese sovra un sol genere d'imposta, sulla rendita; se fosse possibile che uno desse allo Stato una parte aliquota della rendita reale che ha, e che sopra questo solo genere d'imposta si fondasse l'attivo del bilancio dello Stato, in tal caso direi: giù dazi, giù dogane, imposte prediali, cinte daziarie, e simili. Ma dal detto al fatto corre, si suol dire, un gran tratto. La difficoltà di accertare la vera rendita che possa avere un individuo è da tutti riconosciuta tale e tanta, che, ad eccezione dell'Inghilterra, dove si fece questa prova per ragioni speciali in cui non occorre ora entrare, non si credette in altro paese poter neppur fare un esperimento sull'imposta della rendita. I Governi dovettero rassegnarsi a trarre il loro attivo dalle imposte stabilite su quegli oggetti, di cui è facile accertare od il valore, od anche semplicemente la quantità.

La più essenziale delle nostre imposte è la prediale. Infatti del terreno è assai facile accertare l'estensione e non è molto difficile accertare il valore.

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Quindi vediamo nel magro attivo del bilancio presentatoci dal ministro figurare anzi tutto l'imposta prediale, la quale è di 66 milioni per la parte che si riferisce all'Italia centrale ed all'Italia superiore. Togliendo da questa somma 7 milioni di spese, rimangono 59 milioni. Viene dopo la rendita dei tabacchi. Questa somministra un attivo di 84 milioni. Togliendone 10 milioni di spese, abbiamo la somma di 55 milioni. E poi subito dopo che cosa troviamo? Troviamo le dogane, che danno 43 milioni; togliendone nove delle spese, abbiamo 34 milioni, vale a dire un prodotto quasi identico a quello dei tabacchi.

Io non ho nulla a ridire quanto all'imposta sui tabacchi: si tratta di un oggetto di lusso, e stia pure; si accresca anche all'occorrenza; sta benissimo quest'imposta. Vediamo invece un momento che cosa significa l'idea semplice dell'abolizione di ogni specie di dogana? Attualmente significherebbe la soppressione di 34 milioni d'entrata. Come fate a sopperirvi? Volete voi sopperirvi, come veggo che facilmente in caso di guerra, e via discorrendo, si fa, coll'accrescimento dell'imposta prediale? Sia pure. Siccome questo prodotto delle dogane è circa la metà, anzi è più della metà del prodotto dell'imposta prediale, ne viene per conseguenza che, se volete sopprimere le dogane, bisogna accrescere del 50 per cento l'imposta prediale.

V'ha di più; confrontando l'attivo al passivo che ci è presentato, vediamo che in complesso l'attuale nostra situazione finanziaria è questa: a lato di 500 milioni di attivo, noi abbiamo 800 milioni di passivo, il che vuol dire che, a portare le nostre entrate a livello delle spese, noi dobbiamo prepararci ad accrescere le imposte di tre quinti.

Se perciò, nella condizione attuale delle cose, si volessero sopprimere intieramente le dogane, bisognerebbe crescere l'imposta prediale non solo del 50, ma dell'80 per cento. (Sensazione)

Io ho stimato bene di dire queste cose, perché mi pare utile e buono che gli agricoltori ed i rappresentanti dell'agricoltura sappiano che significa un assoluto libero scambio.

Quanto alle dogane considerate come un mezzo di protezione, io le abbandono al fato cui sono dannate da tanto tempo; ma io, vi dico la verità, non considero le dogane altro che come un'imposta.

Io credo che i paesi civili, specialmente l'Inghilterra, la quale sta dinanzi a tutte come potenza economica, considerino le dogane come tali, cioè come un mezzo di far entrare delle somme nelle finanze. Addurrò in prova un fatto non lontano da noi, che commuoverà i puri economisti.

È canone sacramentale che bisogna, il meno che è possibile, mettere delle imposte sulle materie prime. Or bene, l'Inghilterra è in condizioni cosi fortunate rispetto al combustibile, che si portano colà, ad essere fusi, i minerali di rame non solo dai paesi adiacenti, cioè dalle coste dell'Atlantico, ma da tutta l'Europa, e dal Perù, dal Brasile, dall'Australia, insomma da ogni punto del globo. E ciò perché? Perché per fondere questi minerali si richiede una quantità considerevole di combustibile, e questo essendo a vil prezzo in Inghilterra, è più conveniente fonderli colà, che non nel luogo da cui i minerali si traggono. Nasce da ciò che l'Inghilterra è la più grande produttrice di rame, e ne somministra a tutti i paesi del mondo.

CAMERA DEI DEPUTATI — SESSIONE DEL 1861 - 1126

Ora l'Inghilterra nel 1849, vedendo che la sua condizione era tale da non temere concorrenza straniera per le fortunatissime, per le insolenti circostanze del buon mercato del combustibile, in cui veramente si trova, ha posto un dazio su questi minerali esteri che giungono in Inghilterra.

DI CAVOUR C. presidente del Consiglio. Questo dazio è stato tolto.

SELLA. Sarà stato tolto recentemente; però a me non consta ancora.

L'imposta fu messa nel 1842, ed in questo modo l'Inghilterra traeva due milioni di franchi all'anno dal rame che essa inviava all'estero, dopo aver fuso i minerali che dall'estero provenivano.

Se questo dazio è stato tolto (io però non lo credo), ciò vorrà dire o che l'Inghilterra comincierà a temere la concorrenza estera, o che il prodotto ne sarà diventato così esiguo, da non valer la pena di mantenerlo.

Quanto a me io considero le dogane sotto il solo punto di vista di cui importa.

Si dice: abolite le dogane, perché sono nell'interesse del consumatore. Ma a questo ragionamento io rispondo: volete voi fare proprio il vantaggio dei consumatori? Abolite l'imposta prediale.

Che cosa è l'imposta prediale? È un'imposta del 10, del 12, del 14 per 0|0 sulla rendita dei terreni. Siccome questa rendita si può presumere essere presso a poco un valore eguale alla metà del valore totale dato dal terreno, ne viene che l'imposta prediale è un'imposta del 5, del 6, del 7 per 0|0: su che? Sul pane, sul vino, sugli oggetti di assoluta prima necessità; cosicché, se volete favorire i consumatori, avete un mezzo molto semplice: abolite o diminuite l'imposta prediale.

Quest'imposta, messa sopra i terreni, ha qualche conseguenza anche nelle industrie, e sarebbe un'abolizione, la quale, se fosse possibile, sarebbe molto bene salutata dagli industriali. E perché? Perché il salario è per il fatto di quest'imposta cresciuto del 4, del 5 per 0|0. Sappiamo tutti che la spesa fatta da un operaio consiste per i tre, per i quattro quinti in commestibili e anche in combustibili che è pure in molti dei nostri paesi prodotto del suolo. Indi scorgete che il salario si potrebbe diminuire del 4, del 5 per 0|0, se si abolisse l'imposta prediale; onde sarebbe una riduzione veramente favorevole alle industrie e permetterebbe ad alcune di esse di poter ribassare immediatamente i loro prodotti del 2, del 3 per 0|0.

Io adunque dico: dal momento che le condizioni attuali del nostro Stato ci forzano a mettere un'imposta del 6 per 0|0 sul pane, se mettiamo un'imposta del 10, del 12 per 0|0 sopra un oggetto di cui si fa uso metà meno che di pane, faremo forse cosa assurda? Se si tratta di oggetti di lusso, poniamo di ricami, di sete, se noi metteremo un'imposta anche più grave, faremo forse cosa sragionevole? Io ammetto quindi che le dogane debbano ancora stare per un pezzo, almeno fino a che la questione della base dell'imposta non sia altrimenti sciolta.

Poste ora le dogane non come misura di protezione, ma puramente come provvedimento fiscale, ne nasce che vi sono degli industriali che cercano di produrre quella merce su cui la gabella mette l'imposta. Questi industriali potranno forse produrla ad egual prezzo o forse a prezzo minore. Non è a dire per ciò che questi industriali non paghino imposta. Vi tono imposte personali, imposte mobiliari, imposte sull'industria, e poi, pel fatto stesso d'adoperare degli operai i cui salari sono cresciuti per l'imposta prediale, è evidente che essi concorrono a pagare le imposte.


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É evidente che i prodotti somministrati dagli industriali del paese non giungono sul mercato senza aver prima pagato una non piccola imposta allo Stato.

Ora, se la differenza tra il costo dei prodotti della industria nazionale ed il costo dei prodotti esteri accresciuto dalla tariffa doganale è grande, non ne nasce già, come sentiva adire nella tornata di sabbato, che gli industriali s'ingrossino e s'ingrassino; ne nasce semplicemente, in un paese libero, dove è lecito a chiunque dar opera a qualsiasi industria, ne nasce, dico, una concorrenza attiva e quindi una diminuzione di prezzo; si può allora senza inconvenienti ridurre la tariffa, od anche abolirla, perché diventa perfettamente inutile, giacché il paese è in grado di concorrere coll'eslero. Gli estremi qualche volta si toccano, o signori, ed un libero scambio assoluto, sapete a che possa nello stato attuale delle cose ridursi? Ad una vera ed efficace protezione delle merci estere. Diffati, come si disse, a produrre una certa merce in paese vi si dovettero pagare certe imposte; ora, se avete a lato un altro paese il quale abbia, per esempio, dovuto faticar meno per conquistare la sua libertà e la sua indipendenza, il quale sia in condizioni economiche più prospere, il quale abbia ereditato meno errori dai Governi precedenti, che cosa ne nascerà? Ne nascerà che vi si potrà produrre la stessa merce a minor prezzo, e se, giungendo al confine dello Stato, questa non trova imposta a pagare, la si potrà vendere nel nostro paese a prezzo minore del costo di quella fabbricata dalla industria nazionale Dimodoché un nostro concittadino stesso potrebbe trovare il suo tornaconto nel recarsi all'estero e fabbricare ivi la merce da introdurre in paese.

Io dunque conchiudo che, ritenendo le dogane semplicemente come imposta, sia dover nostro di diminuire tutte quelle che vestono il carattere di protezione, riducendole in tal misura che si limitino puramente ad essere fiscali. Credo poi che questa riduzione debba farsi in modo che alle finanze torni il massimo vantaggio, in modo ohe ne abbiano il più gran profitto i consumatori, senza che abbiano poi ad accrescere di altrettanto le altre imposte che pagano al Governo. Credo finalmente che sia degna di qualche riguardo la condizione presente dei produttori, e che perciò si debba a queste riforme procedere con qualche prudenza.

Vengo ora alla questione attuale della tariffa che si tratta di approvare per legge.

Non entro a parlare delle provincie meridionali, che sfortunatamente non conosco e di cui fu d'altronde ampiamente detto dagli onorevoli Polsinelli e Plutino; io mi limito al decreto 18 agosto per ciò che riguarda le antiche provincie. Mi fermerò sopra un punto che non riguarda né me personalmente, né il collegio che ho l'onore di rappresentare, voglio dire sull'articolo dei cotoni. Il decreto comincia: «Alla promulgazione del presente» è un colpo repentino, e continua alla tabella «il cotone filato, crudo, semplice, di numero non superiore al 45i, che prima pagava 20 centesimi per ogni chilogramma, non pagherà più che 10 centesimi.» Riduciamo queste cifre in modo da farne meglio vedere la pratica applicazione.

Questa fatta di cotone vale 2 50, 3 franchi al più per chilogramma, cosicché l'antica tariffa era dell'8 per 0|0 e la nuova sarà del 4.

Ora, quando il pubblico vede, quando men se l'aspetta, venir fuori un decreto di questa natura, ha il diritto di chiedere al Ministero se ha ben maturata la cosa, se questo è un argomento cosi facile e piano che si possa con un decreto ordinario determinare senza discussione, senza che gl'interessati ne abbiano avuto conoscenza, senza che abbiate sentito le Camere di commercio; non mi pare questa una materia tanto liscia da doversi trattare così.

TORNATA DEL 27 MAGGIO - 1127

Non intendo di esaminare le condizioni speciali in cui questo decreto fu pubblicato; so che, trattandosi allora di estendere la nostra tariffa daziaria alla Toscana, le cui tariffe daziarie erano bassissime o nulle, si dovevano avere a questa nobilissima provincia degli speciali riguardi. Per conseguenza io, lo dichiaro formalmente, non contesto né punto né poco l'opportunità dell'atto. Intendo semplicemente di far vedere che non sarebbe conveniente che quest'atto fosse seguito da altri dello stesso genere, cioè che per decreti reali si venisse quindi innanzi a modificare in modo essenziale la tariffa daziaria, e dovessero le modificazioni aver effetto immediatamente dopo la promulgazione dei decreti.

Per esempio, qui si tratta del cotone; è una questione di qualche importanza. Prendiamo le provincie antiche; lascio stare la Lombardia, che non conosco abbastanza, e di cui sventuratamente non ho potuto in questi giorni occuparmi. Il prodotto del cotone per le antiche provincie è di circa 15 milioni all'anno; sono 300000 fusi; a 50 franchi per fuso, si ha un prodotto di circa 15 milioni.

DI CAVOUR C. presidente del Consiglio. Adesso ce ne sono di più.

SELLA. Di questi 15 milioni, 3 vanno in mano d'opera, cioè alimentano forse tremila famiglie. Vedete dunque che questo è un argomento di qualche importanza. Immaginatevi quale sarebbe la condizione di questi industriali se fossero in tale stato da non poter reggere sotto questa tariffa daziaria! Non vorrei illudermi, ma credo, essendo anch'io industriale, che questo sia un argomento che meriti qualche considerazione, e su cui non si possa passar sopra con leggerezza.

Ma mi si dirà: vedete bene che in questo momento, appena fatto questo decreto, tutti hanno accresciuto la loro produzione; post hoc, ergo propter hoc. Bisogna riflettere che in questo momento i Ministeri della guerra e della marina hanno dato un tale sviluppo all'esercito ed all'armata, che veramente la produzione del paese è maggiore di quella che deve essere in tempi ordinari.

MICHELINI. Dunque era il momento opportuno.

SELLA. Vi sono del resto dei momenti in cui in un paese si eccita un certo movimento proprio come quando in una materia fermentabile ci si mette un grano di fermento; vi ha un momento in cui tutto si muove, chi nelle armi, chi nella politica, chi nelle scienze, chi nelle arti. Vi ha dei momenti in cui ogni individuo di una nazione sente un bisogno prepotente di adoprarsi in qualche cosa, momenti in cui si riguarda come un vile, direi, chi si sta neghittoso e colle mani alla cintola,senza prender parte al movimento della nazione. Sono questi i periodi in cui una nazione fa parlare di sé, ed è grande; ed in uno di questi periodi trovasi attualmente l'Italia.

É evidente che tutti i suoi cittadini si danno al lavoro molto più che non facessero pel passato e quindi anche la produzione si è di moltissimo accresciuta.

Ma questo stupendo e generale movimento non fu, a parer mio, né generato né provocato dalle riforme daziarie.

lo mi limito quindi semplicemente a chiedere che questo Ministero e gli altri, i quali possono succedersi, non abbiano quindi innanzi a modificare le tariffe daziarie altrimenti che apertamente e previa una buona discussione parlamentare, e previa, all'occorrenza, un'inchiesta.

Che direste voi, o signori, se venisse al Ministero delle finanze un membro della società di temperanza, fervente seguace delle idee di coloro i quali credono che il genere umano corre alla perdizione perché si beve un bicchier di vino, e cercasse in buona fede, in tutta coscienza, di menomare la produzione del vino coll'imporre,

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in un momento di vacanze parlamentari, i terreni vinicoli del 10 per 100 di più di quel che attualmente il sono? Quelli di voi che rappresentano gli interessi vinicoli che cosa direbbero? E che cosa direbbero se di lì ad un anno trovassero a dar conto dell'operato un Ministero che credessero altamente benemerito del paese per la condotta da esso tenuta in altre essenziali circostanze, e contro cui riputassero difetto di patriotismo il gettare il menomo sassolino?

Ebbene, questa è la condizione in cui si trovano alcuni fabbricanti i cui interessi sono stati lesi da questo decreto.

Quindi, quanto a me, sono pronto a dare un bill di indennità al Ministero per aver modificate le tariffe col decreto del 18 agosto.

Ma è andata questi giorni in giro una voce, cioè che il Ministero non aspetti altro che questi banchi siano vuoti per venir fuori con un altro decretino di questo genere, il quale modifichi anche più le tariffe daziarie, io non ci credo né punto né poco; ma, siccome quelli che ci credono non hanno forse la stessa fiducia che io mi ho, così desidererei che il Ministero si pronunciasse in proposito.

Né dubito che il Ministero si pronuncerà nel senso che desidero, perché è evidente che un Ministero liberale non rifugge dalla discussione, anzi la provoca, la desidera. Infatti non è nelle anticamere, in una cameruccia ministeriale che si possano veder bene le condizioni del paese, non per relazioni di vostri amici, di persone degne di riguardo sotto ogni punto di vista; è evidente che voi vi formate là un'atmosfera, la quale sarà vasta, e poggierà sovra ampie basi, ma che non è il paese. Il paese non si conosce che nel Parlamento; non è che qui dove vi sono rappresentanti dell'agricoltura, dell'industria, delle arti, delle scienze, delle armi; non è che qui che il Ministero può sapere che cosa pensi il paese.

Ed io farei certo gran torto al Ministero ove ponessi un momento in dubbio che, in circostanze gravi, nelle quali si traiti d'interessi che sono importanti e rispettabili, egli rifuggisse dalla discussione ed amasse modificare le tariffe nell'ombra e nel segreto.

E notate che io non ho grande paura, lo dirò francamente, della diminuzione delle tariffe doganali, purché le facciate con prudenza, poiché le industrie si possono benissimo modificare.

Se io parlassi del mio collegio, vi direi avanti tutto che quanto all'industria che quivi si esercita, che è quella dei panni, io credo che giungerà forse un giorno in cui si potrà far senza ogni specie di dogane, tanto si va quest'industria perfezionando; ma, ad ogni modo, venisse anche un giorno in cui quest'industria non trovasse più a vivere, e che per questo? Avremmo forse a lasciar correre le nostre acque che sono miniere inesauribili di forza motrice senza trarne alcun partito? Io non lo credo; anzi conosco abbastanza l'operosità de' miei concittadini per poter promettere il contrario.

Ma se le modificazioni si fanno repentinamente, che cosa ne nasce? Nasce che, se non si ha tempo di andare via modificando le industrie e sostituirle adagino con altre che abbiano veramente condizioni di vita, si cade in una vera rovina. Infatti non si hanno elementi in pronto, non operai abilitati, non si fecero gli studi che sono necessari, e per conseguenza si è costretti ad abbandonare le fabbriche, che rimangono deserte, come infausto monumento a ricordanza di epoca migliore. Credo infine che si debba procedere con prudenza in queste variazioni ed aver qualche riguardo anche agli industriali. Questi hanno, come ogni altra classe di cittadini, dritto alla tutela del Governo, e meritano forse qualche speciale riguardo presso i ministri. Non parlo del ministro delle finanze, che mi rincresce di non vedere al suo posto...

CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL 1861 - 1128

DI CAVOUR C. presidente del Consiglio. È ammalalo.

PRESIDENTE. Ne ha fatta avvertita la Camera.

SELLA. Del resto, non voleva che fargli un complimento, dicendo che anch'egli è un industriale. L'onorevole presidente del Consiglio ha pure, in ogni occasione della vita sua, mostrato grande interesse per gl'industriali. Ed infatti questi industriali non vengono a riempirvi le anticamere di sollecitatori d'impieghi; è questo di già un gran merito che dovrebbe conciliare le simpatie dei ministri a loro riguardo. (Risa di approvazione) Essi non domandano nulla, confidano nella propria operosità, nel proprio ingegno, nella propria attività; desiderano semplicemente e giustamente di poter produrre in guisa da vendere i loro prodotti un po' più di quello che a loro costano. Imporla quindi per essi che le circostanze non cangino ad ogni istante; importa che, ad esempio, quando vi è una tariffa daziaria, qualunque essa siasi, non venga di leggieri mutata. Ben facilmente si comprende come, se un individuo intraprende un' industria, e nel bel mezzo dell'impresa sorge un repentino mutamento di tariffa, la condizione delle cose puossi tanto cangiare, che egli trovi danno ove aspettava profitto. Supponiamo, ad esempio, che un industriale avesse il 17 agosto 1860, la vigilia della pubblicazione del decreto, comperato un certo numero di tonnellate di filati di cotone; dopo il decreto del 18 agosto che ribassò la dogana del 4 per 0|0, il valore della sua merce ribassò del 4 per 0|0, e laddove egli aspettava un beneficio, per esempio, del 2 per 0|0, trova una perdita di altrettanto.

Adunque gl'industriali non dimandano altro che un po' di stabilità.

Mi dicono, non so se sia vero, che in Napoli il commercio sia essenzialmente in mano non di Napoletani, ma di forestieri.

V'ha chi ne accagiona l'inerzia o qualche altro difetto dei Napoletani, lo non ci credo nulla. So infatti che i Napoletani dal Governo borbonico erano vessati arbitrariamente, mentre un forestiere era protetto dalla bandiera della nazione, cui apparteneva. Ciò mi basta a dar ragione del fatto citato; poiché mentre gli uni, esposti ad una vessazione arbitraria, non si avventuravano ad intraprese; gli altri, che non avevano nulla a temere, vi si potevano arrischiare. Ora finalmente, che cosa chiedono gl'industriali al Ministero per quel che riguarda la tariffa doganale? Null'allro che di non essere vessati, direi, da frequenti mutazioni di tariffa, e specialmente poi che tali mutamenti non abbiano ad essere fatti arbitrariamente, come succede quando si fanno per decreti reali, senza discussione parlamentare.

DI CAVOUR C. presidente del Consiglio. La questione suscitata dai decreti dello scorso agosto e settembre, che ora il Ministero chiede al Parlamento di convalidare, è stata esaminata sotto tre aspetti: sotto l'aspetto finanziario, cioè relativamente alle conseguenze che questi decreti potevano avere sopra le finanze dello Stato; sotto l'aspetto economico, e finalmente riguardo al modo, col quale queste riforme erano state operate. Io cercherò di trattare questi tre punti il più brevemente possibile.

L'onorevole deputato Polsinelli, come pure l'onorevole Sella, hanno asserito esser le dogane una buona, o, dirò meglio, una meno cattiva imposta; ed in ciò io sono pienamente della loro opinione. Io credo che, fintanto che si dovranno mantenere delle imposte, sarà opportuno di mantener le dogane. Ma, o signori, a questo punto io faccio una distinzione. Quando voi imponete la merce che il paese non produce, il sacrifizio, che voi richiedete al consumatore, va per intero nelle casse dello Stato;

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cosi quando voi mettete un dazio di 25 lire per quintale sullo zuccaro, se il paese consuma cinquecento mila quintali di zuccaro, il consumatore pagherà dodici milioni e mezzo di lire, che entreranno tutte nelle casse del tesoro.

Ma, quando voi imponete dei generi che sono prodotti nello Stato, allora l'imposta ha il duplice effetto di dare un reddito allo stato e di aumentare il prezzo di tutte le merci. Il consumatore, quando è gravato in proporzione di tutte le merci che egli consuma, siano esse prodotte nel paese, siano esse importate dall'estero, il sacrifizio che fa pel consumo delle merci importate dall'estero va a benefizio dello Stato, ma il sacrifizio che egli fa per le merci prodotte nel paese va a benefìzio dei produttori indigeni; quindi, per questo lato, il risultato dell'imposta è di gravare il consumatore di una somma maggiore di quella che va nelle casse del tesero.

I fautori dei dazi doganali vi dicono che il sacrificio che fanno i consumatori va a beneficio dell'industria, e che può considerarsi come un incoraggiamento dato all'industria che trova un compenso indiretto.

Io ammetto sino ad un certo punto questa teoria; ma osservo che, siccome riconoscete che è un sacrificio che si impone ai consumatori, che è una specie di dazio che si stabilisce a beneficio dell'industria, devesi, per altra parte, anche riconoscere che nei momenti in cui per circostanze straordinarie si è obbligati di aumentare i carichi dei contribuenti, della massa della nazione, si deve almeno cercare di diminuire quella parte di carichi che non va nelle casse dello Stato, e che perciò voi dovete ordinare la vostra tariffa in modo che non imponga al consumatore maggior sacrificio dei benefizi del tesoro, od almeno che è d'uopo che cerchiate di avvicinarvi il più che è possibile a questo risultato.

Ed invero, signori, l'esperienza fatta nelle antiche Provincie dello stato dimostra la verità di questa sentenza, cioè che, quando dovete stabilire nuove imposte, dovete procurare a chi ha da pagarle alcun sollievo col diminuire quella tassa che era stabilita a benefizio dei produttori.

Diffatti, dopo gli eventi del 1849, il Governo delle antiche Provincie, per far fronte ai pesi della guerra passata, per poter conservare un'attitudine degna del principio che avea preso a sostenere, dovette aggravare la mano ai contribuenti ed imporre nuove tasse. A fronte di queste necessità, il Governo ebbe il coraggio di proporre, di effettuare una grande riforma daziaria, di ridurre, cioè, quasi della metà i dazi sulla maggior parte degli oggetti manufatti, di ridurli dei due terzi per alcuni oggetti, e di toglierli ricisamente per gli oggetti di prima necessità, come pel grano.

Ebbene, signori, ho l'intima convinzione, e credo che questa convinzione sarà divisa da molti membri che rappresentano le antiche provincie subalpine, che fu in virtù di queste riforme daziarie che i contribuenti hanno potuto sopportare con pazienza le nuove e molteplici imposte che il Parlamento ha dovuto sancire. Credo quindi, signori, che le riduzioni nei dazi doganali, se sono sempre opportune quando vengano fatte con giudizio, sono una necessità quando una fatalità vi costringe ad aggravare la mano sopra i contribuenti. È questo pur troppo il caso nel quale ci troviamo,

Vengo alla questione economica. Si è detto da un onorevole preopinante che la nuova riduzione era tale da rendere impossibile la concorrenza con le fabbriche inglesi. Mi permetta l'onorevole preopinante di osservargli (non per muovere un rimprovero),

TORNATA DEL 27 MAGGIO - 1129

che non si è mai operata una riduzione in nessun paese del mondo, non da noi solo, ma non in Francia, non nell'Inghilterra, non negli stati Uniti, senza che i produttori siano venuti o presso i ministri od a fronte del Parlamento a dichiarare che, se quella tale riduzione si faceva, tutte le fabbriche si sarebbero chiuse.

Io posso qui invocare la propria mia esperienza: quando si fece la riforma del 1851, molti onorevoli e benemeriti industriali, dei quali alcuni sono firmati alla petizione che vi fu distribuita questa mattina, e nella quale dichiarano che, se la riduzione venisse approvata dal Parlamento, tutte le fabbriche si chiuderebbero, molti vennero a me per cercare di convincermi e come mi trovavano un pò duro ad essere smosso (Si ride), passarono quasi quasi alle minacele. E mi ricordo che uno di quei signori, che non nominerò, mi disse: ebbene, Panno venturo ci vedrà in piazza Castello con sci o selle mila operai a domandare del pane. (Movimenti) Io espressi un vivissimo dolore di questa eventualità; ma, siccome credeva fermamente che si ingannasse, non m'arrestai.

Si fece la tariffa. Otto mesi dopo mi annunciano quello stesso industriale, ed immaginai a tutta prima che fosse seguito dai sei mila operai; ma era solo. (Risa) Ei s'avanza e mi dice (scusate la parola un po' volgare), mi dice: io era un gran minchione, lei aveva tutte le ragioni; fatta la riforma, mi sono detto due cose: o chiudere la fabbrica o migliorarla; presi il secondo partito, andai in Inghilterra e vidi che ella aveva ragione, che noi eravamo indietro ancora di venti e più anni; mutai tutti i miei meccanismi, e tutto procede bene.

Alcuni anni dopo, passando nel paese dove questa fabbrica è stabilita, ebbi il piacere di vedere una fabbrica che, a parer mio, può essere annoverata fra le prime di questo paese.

Ciò che avvenne una volta, avverrà certamente ora, ed avverrà più specialmente perché? Perché la differenza che correva nel 1830 fra le nostre fabbriche e le fabbriche estere era molto maggiore della differenza che vi corre attualmente.

Io ho visitalo qualche fabbrica anche nei paesi esteri, e ne bo visitate molte nel nostro stato, e sia detto, non per fare la corte ai nostri industriali, né per cercare di accattivarli in mio favore, ma dichiaro che ho visto le nostre fabbriche in eguale condizione delle fabbriche estere.

Ma vi ha di più. Noi siamo attualmente in condizioni ben diverse di quelle in cui eravamo nel 1850. E qui me ne appello agli onorevoli miei colleghi, che possono rappresentare più specialmente le industrie.

Quale era la cagione che metteva nel 1850 i nostri industriali, massime per alcuni rami, in una condizione di inferiorità rispetto ai fabbricanti esteri, e specialmente ai fabbricanti inglesi? Non era il difetta d'intelligenza, perché io credo poter asserire, e l'onorevole deputato Sella lo confermerà, essere i nostri operai molto intelligenti e molto operosi; non era il difetto di forza motrice, poiché noi abbiamo una forza motrice più economica che negli altri paesi; non era il difetto di sicurezza nell'impiego dei capitali, ma era la ristrettezza del mercato. I nostri produttori, non avendo che un mercato di cinque milioni di abitanti, non potevano introdurre fra essi la divisione del lavoro; e da ciò che cosa ne avveniva? Ne avveniva che i nostri più distinti industriali nel rame serico, ed anche nel cotone, fabbricavano una gran quantità di prodotti.

Ora questa era una vera cagione di inferiorità rispetto alle industrie estere.

Non vi ha dubbio che il fabbricante che non produce che una o due o tre qualità


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di panni ba una notevole superiorità sul fabbricante che ad eguali condizioni ne fabbrica 15, 20; ciò dicasi e per i cotoni e per le sete. Questo difetto, lo ripeto, era inerente alle nostre condizioni; non essendovi un mercato abbastanza largo onde trovare uno sfogo al prodotto di una sola qualità di panno o cotone o seta, i fabbricanti cercavano di usufruttare tutti i rami dei prodotti, e, come arriva sempre quando si contrae un'abitudine e si spinge all'eccesso, anche quella divisione di lavoro che avrebbe potuto in certe proporzioni introdursi nel nostro paese non si introduceva.

Mi ricordo di aver visitato una fabbrica condotta da un uomo molto intelligente ed operoso, il quale, ora è morto e posso dirlo, correva voce che facesse cattivi affari; non mi pareva possibile, perché, come dico, era uomo di molta intelligenza ed operosità. Visitai la sua fabbrica, e contai che si fabbricavano nello stesso tempo venticinque prodotti diversi: dal panno cremisi fino al panno da pastore. Uscii dalla fabbrica e dissi: perché costoro non si rovinino in due anni, occorre un dazio protettore enorme, perché non è stabilimento che si possa reggere, quando è obbligato, con mezzi limitati, a produrre tante qualità. Ciò arrivava per le nostre fabbriche di sete e panni; non essendovi nel paese commercio bastevole per gli uniti, tutti volevano fabbricare gli oggetti di moda, e uno stesso fabbricante faceva ad un tempo 10, 20 stoffe diverse.

Non entrerò nei particolari per indicarvi tutti gl'inconvenienti di questo sistema; basti dire che s'incontra un inconveniente nelle materie prime, perché si deve comperare una materia prima che non è atta a tutti i generi che si vogliono fabbricare. Ond'è che, quando nel 1850 i fabbricanti dicevano: noi non possiamo, introdurre la divisione del lavoro nelle nostre fabbriche, veramente si servivano di argomenti ai quali era difficile rispondere; ma ora che, grazie a Dio, i fabbricanti hanno davanti a loro un mercato di 25, e sarà un giorno o l'altro di 40 o 27 milioni d'una popolazione discretamente agiata, che deve per la propria ricchezza aumentare rapidamente, e quando la produzione ben regolata potrà farsi dietro i grandi canoni della scienza, dell'arte industriale della divisione del laverò, io credo che questa riduzione avrà per effetto d'indurre i nostri industriali a smetter; la mala abitudine, che pur troppo esiste ancora in taluno d'essi, di estendere la loro fabbricazione a tutti i generi, la qual cosa si fa talvolta pel solo piacere di fare la concorrenza al proprio vicino. Se questo potrà indurre, dico, i fabbricanti a smettere quella mala abitudine e ad introdurre nei loro opifici la divisione del lavoro, avremo reso loro un immenso servigio. Io spero che fra un anno o due, non so se sarà il signor Polsinelli, ma alcuno de' suoi colleghi fabbricanti, verrà a farmi le stesse dichiarazioni che mi fece quel certo fabbricante di cotoni nel 1854.

Io non voglio entrare nella questione teorica che è sfata trattata sabbato dal signor Nisco; solo voglio accennare ad una circostanza speciale che mi fa credere che le condizioni d'Italia richieggono l'applicazione del sistema di libertà fatta con moderazione.

Se le industrie naturali all'Italia fossero già, per dir cosi, saturate di capitali; se tutti gli stabilimenti industriali che si riferiscono ai prodotti nostri propri si fossero già sviluppati su larga scala, io capirei il timore che una riduzione sopra gli oggetti manufatti ed appartenenti all'industria propria dell'Italia potesse diminuire il lavoro e recar danno alla classe operaia; ma è cosi il fatto? No, certo, e non è cosi specialmente per l'Italia meridionale.

Prenderò a considerare una sola industria, quella delle sete.

CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL 1861 - 1130

L'Italia meridionale produce molte sete, e sete piuttosto di qualità reputate; eppure tutta la seta greggia va a farsi lavorare altrove, parte in Lombardia e in Piemonte, parte in Francia ed Inghilterra. Quale ne è il motivo? Perché non vi sono sufficienti capitali e tendenze industriali onde creare nell'Italia meridionale degli edifizi per filare e torcere la seta.

La conseguenza del sistema protettore è di spingere i capitali e gli industriali nelle industrie protette, quella della libertà è di spingerli invece nelle industrie naturali al paese. Quindi io credo che, se la riduzione avesse per avventura per effetto di menomare in Napoli l'industria dei panni (ciò che non credo e ne dirò il perché), per compenso accrescerebbe l'industria della seta.

Questo infatti è accaduto in Piemonte, dove dal 1851, cioè dopo là riforma della tariffa, abbiamo veduto un immenso slancio verso l'industria serica. In tutti i centri industriali di questo paese sorsero nuovi opifizi serici operanti su grandissima scala. Fatalmente l'atrofia dei bachi venne a troncare il maraviglioso movimento di quest'industria; ma posso asserire che, se questa disgrazia non ci avesse colpiti, sarebbe qui accaduto per riguardo alla seta ciò che nell'Inghilterra avvenne rispetto ai cotoni, e si sarebbe veduto l'industria serica triplicata in pochi anni.

E credo che alcuni nostri colleghi, i quali ben conoscono i particolari di questa industria, potranno testificare che dal 1851 al 1857, anno in cui l'atrofia dei bachi portò le sue tristi conseguenze, il numero eia potenza produttrice dei grandi stabilimenti raddoppiò in queste Provincie.

Ebbene cosi accadrà nell'Italia meridionale; vedremo sorgere del pari nelle Calabrie, in Sicilia, in tutto il regno, dei nuovi torcitoi; mene rincresce peri proprietari dei torcitoi in Piemonte, ma applaudirò a ciò nell'interesse generale d'Italia, giacché è più naturale che la seta sia lavorata accanto al paese dove è prodotta. Cosi si dica anche per molti altri generi che sono suscettibili d'essere lavorati nell'Italia meridionale; per esempio, in Sicilia, dove si trova lo zolfo in cosi grande quantità, io non capisco come le fabbriche di prodotti chimici, per cui lo zolfo è la materia prima, indispensabile, non possano prosperare, quando noi avremo favorito l'allargamento d'industrie affini.

Ecco dunque il motivo per cui io credo che la riforma daziaria sia specialmente consigliata dalle condizioni attuali d'Italia.

Non mi estenderò più oltre nella questione teorica, e verrò immediatamente a parlare di quanto si riferisce più specialmente ai decreti.

I decreti furono fatti, come si è detto, quando la tariffa si era estesa alla Lombardia ed alla Toscana; estendendosi questa tariffa a quelle due contrade, n'era nata questa singolare conseguenza: rispetto alla Lombardia si veniva a diminuire di molto il dazio protettore delle tele, ed invece si aumentava il dazio sui filati, perché l'Austria, in virtù di un trattato speciale collo Zollverein, aveva abbassato e ridotto quasi a nulla il dazio sui filati di cotone.

Rispetto alla Toscana non si cambiava di molto il dazio sulla tela, ma si aumentava anche straordinariamente il dazio sui filati.

Ora, se i filati sono una materia manufatta, relativamente ai proprietari di filatoi, per i fabbricatori di tela i filati costituiscono la loro materia prima; epperciò una ragguardevole quantità d'industriali lombardi ci dicevano: ma che razza di sistema è il vostro? Diminuite la protezione sul prodotto manufatto nostro, che è la tela,

1130

ed aumentate il dazio sulla nostra materia prima, che è il filo. Non siete liberi scambisti, siete protezionisti della più cattiva specie, che colpisce le materie prime più che la materia manufatta.

I Toscani ci dicevano: se voi mantenete il dazio sui filati, le numerose fabbriche che si sono stabilite a Pisa e nei dintorni dovranno necessariamente cadere, ed io mi ricordo di avere avuta una deputazione composta del gonfaloniere di Pisa, del deputato di quella città e di alcuni altri deputati toscani, che mi esponevano che le fabbriche toscane, le quali si erano stabilite in virtù della quasi libertà di traffico, nei cotoni filati avrebbero dovuto soccombere.

Quindi era urgente di adottare una riforma.

Ma si dirà: avreste potuto aumentare il dazio sulle tele, e allora avreste compensato il danno fatto a questi produttori.

Ma, o signori, chi avrebbe avuto il coraggio, al momento che noi allargavamo il mercato ai nostri industriali e che si costituiva l'Italia, di fare un passo indietro nella via della libertà commerciale?

Quindi non bisogna pensare a questo sistema, ma adottar l'altro di ridurre il dazio sui filati.

Ma ridurre il dazio sui filati e mantenere quello sulle tele pareva cosa veramente poco opportuna, anzi assolutamente contraria ai nostri principii; epperciò abbiamo creduto, riducendo un articolo, di ridurre eziandio l'altro.

Ma dice l'onorevole Sella che noi abbiamo agito un po' troppo in fretta, che non abbiamo prevenuti gl'industriali. Questo è vero; ma che vuole? io sapevo già prima che cosa mi avrebbero detto gl'industriali (Si ride); è tanto tempo che discuto con essi, che mi pare ben difficile avessero a portarmi argomenti nuovi o tali che io non gli avessi già uditi dalla loro bocca.

Per altra parte il tempo mi parve opportunissimo; era appunto quando, a cagione delle circostanze eccezionali, i fabbricanti si trovavano sovraccarichi di affari. E siccome io ho sempre portalo un interesse vivissimo all'industria del paese, e siccome ogniqualvolta incontro per istrada un fabbricante ho l'abitudine d'interrogarlo sopra l'andamento delle cose, cosi aveva la certezza che tutti i nostri principali opifizi erano occupatissimi; e talmente occupati da quasi non poter più ricevere le commissioni che loro si andavano offrendo. E questo era specialmente per ciò che riflette le filature di cotone.

Se l'onorevole Sella rappresenta un gran centro industriale, gli dirò che la mia famiglia ha origine da un paese ove l'industria del cotone è molto sviluppata, cioè da Chieri; epperciò posso anche parlare con cognizione di causa. Io sapeva che i fabbricanti di Chieri non potevano più procurarsi dei filali nel paese, e che le antiche loro pratiche dicevano ad essi: ma non ne facciamo abbastanza per quelli che ne dimandano; cosicché erano costretti a procurarsi dei filati inglesi; e questo fenomeno si presentava per la prima volta da molti anni a questa parte.

Ora, egli è evidente che il momento era opportunissimo, poiché le filature di cotone erano in grande prosperità. E lo stesso può dirsi dei fabbricanti di tele.

II tempo, dunque, essendo opportuno relativamente alla condizione delle fabbriche, essendovi necessità di agire per sentimento di giustizia relativamente ai fabbricanti di tele in Lombardia e della Toscana, si è fatto il decreto.

TORNATA DEL 27 MAGGIO - 1131

Né credo che l'onorevole Sella sia stato perfettamente informato, quando disse che la diminuzione cadde come una bomba, che gl'industriali non erano stati avvertili. Io, conversando con loro, l'aveva detto a molti, molti di questi industriali lo sapevano; e cioè talmente vero, che il commercio di Torino, non degli industriali, ma dei rivenditori, mimando più volte deputazioni per eccitarmi a far presto, onde non metterli nella condizione di sdaziare delle stoffe a un dazio più elevato e doverle vendere in ragione d'un dazio minore. Ciò prova, dico, che il commercio era informalo di quest'intenzione del Governo.

La miglior prova, del resto, per sapere se questa riforma fu fatta opportunamente è di esaminare le conseguenze della medesima. Questa riforma fu fatta nel mese di settembre scorso, cioè nove mesi or sono. Non mi ricordo se nel primo momento eccitò qualche lagnanza, ma il fatto sta che quindici giorni dopo più nessuno ne parlò, più nessuno di questi industriali se ne rammaricò. Ora, ad un tratto, quando questa legge viene in discussione, si presentano a voi questi industriali e dicono: se voi la sancite siamo rovinati. Ma in questi nove mesi, io chiedo loro: avete voi perduto molto? Signori, sarei ben contento, per la mia fortuna, di avere una piccola porzione dei profitti che questi industriali hanno raccolti in questi pochi mesi. (Ilarità) Il fatto sta che in questi nove mesi tutte le fabbriche di cotone si sono ampliate; è un fatto cbe l'importazione del cotone grezzo aumentò; è un fatto che le finanze ricevono ogni giorno delle domande per concessioni di forze motrici in gran parte destinale a mettere in moto edilìzi consacrati all'industria dei cotoni; tutti questi fatti mi paiono dimostrare che le conseguenze di quella riforma non sono state fatali a quest'industria, e che quindi fu fatta in tempo opportuno.

Ma ora l'onorevole Sella ci ha fatto una comunicazione, una confidenza che spiega, a mio credere, i reclami degl'industriali. Una voce è stata sparsa, come dice benissimo l'onorevole Sella, nel pubblico, che il Ministero intendeva ad una nuova riduzione; e questa voce ebbe forse origine in un articolo stampato in un pregevole giornale estero, nell'Economist di Londra, il quale, male informato, prendendo il passato pel futuro, indicava l'intenzione di fare una nuova diminuzione. Ma, se si fosse letto attentamente tutto quell'articolo e si fossero confrontate le cifre ed i dati da esso esposti in moneta ed in misura inglese, si sarebbe visto che l'Economist annunziava come cosa da farsi, la riforma fatta. Però questo annunzio cosi riciso di un giornale grave come è l'Economist, e che gode meritamente di molta fama nel mondo industriale, pose in apprensione, ed in giusta apprensione, gl'industriali, i quali, invece di dire quello che ha detto cosi opportunamente l'onorevole Sella: «Badale, che se avete fatto ieri una riduzione del 50 per cento, per qualche tempo dovreste lasciarci respirare, vennero invece a tirar fuori il loro solito argomento, che, cioè, la riforma fatta li aveva rovinati, lo li vedo però andare in carrozza, mentre, se ciò fosse, dovrebbero almeno andarsene a piedi. (Si ride)

Adunque, io lo ripeto, le cause di tutto questo rumore menato dagl'industriali sono le voci cui ha fatto cenno l'onorevole deputato Sella. Queste voci non hanno nessun fondamento; giacché, o signori, io non esito a dichiarare che, per quanto io sia favorevole al principio della libertà commerciale e della riduzione dei dazi, io ritengo che non si debba modificare ad ogni tratto la tariffa doganale, e che sia meglio fare una buona riforma, larga, radicale, che non andare a grado a grado recandovi mutazioni.

Noi abbiamo fatto, riguardo ai tessuti, nel 1851 una larga riforma;


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vi era un sistema altamente protettore, siamo passati ad un sistema discretamente liberale.

Ora abbiamo fatto un altro passo; ma, fatto quest'altro passo, bisogna dar tempo all'industria di adattarsi al nuovo stato di cose; ed io dichiaro che, come ministro, e se non sarò più ministro, sempre quando abbia ancora l'onore di essere deputato, io mi opporrò ricisamente a nuove riduzioni sui rami che sono stati colpiti da questa riforma.

Io mi ricordo, e mi scusi la Camera se invoco l'esempio del passato, ma io credo che in fatto di questioni economiche la esperienza possa invocarsi con ragione, mi ricordo che, quando vi fu la riforma che venne sancita nel 1881, il rappresentante di una delle prime fabbriche dello Stato, il rappresentante della manifattura di Annecy e Pont mi disse: avete fatto bene, io posso lottare; ma per lottare bisogna che io faccia delle spese, che io cambi molte macchine ed ho bisogno di sapere lealmente qual è la vostra opinione sulle ulteriori riforme; ed io gli dissi che se dipendeva da me per dieci anni non avrei toccato più la tariffa del cotone; e l'industriale tenne parola, modificò le sue macchine, e non solo non diminuì, ma allargò i suoi mezzi di produzione. Questo industriale possiede ora una fabbrica, alla quale, lasciatemelo dire, se ne trovano ben poche superiori in Inghilterra, e se vi è alcuno tra voi che conosca le fabbriche d'Inghilterra e voglia recarsi a Pont a vedere quella manifattura, si convincerà della verità del mio asserto.

Ebbene quello che ho detto a quel distintissimo industriale che si è reso benemerito dello stato, svolgendo su cosi larghe basi l'industria del cotone, io lo ripeto adesso, e dico che, per quanto sta in me, sia come ministro, che come deputato, al punto di riduzione in cui siamo della tariffa, rispetto ai cotoni ed ai lini, io mi opporrò per un periodo di dieci anni a qualunque riduzione sia per proporsi.

Non però per tutti gli altri generi.

E qui, poiché mi si porge l'occasione, dirò che cosa io credo che si debba fare per l'industria. Io credo che si debba sempre aver in mente che le macchine costano più da noi che non costino in Inghilterra.

Le macchine costano più da noi, perché noi disgraziatamente non abbiamo ancora grandi fabbriche di macchine nei nostri Stati, e ciò per due motivi: in primo luogo perché le materie prime che costituiscono le macchine sono più care presso di noi, e pagano un dazio ancora abbastanza elevato; in secondo luogo perché, nell'intento di favorire l'industria, abbiamo dovuto quasi abolire il dazio sulle macchine estere; credo quindi necessario il ridurre il dazio sui metalli, ed ho il coraggio di annunziarlo ai produttori di ferro, sieno dell'Elba, della Lombardia o della Liguria. Essi debbono aspettarsi ad una riduzione daziaria. L'agricoltura ha resistito alla soppressione di tutte le tasse protettrici, che esistevano in gran copia; è quindi giusto che gli agricoltori, come gl'industriali, possano procurarsi la materia prima d'una gran parie delle loro macchine, a prezzi meno cari di quello che lo sono ora.

Non vi fate illusioni; il dazio sui ferri inglesi di seconda qualità è del 50 al 25 per cento. Non so s'io dico bene; se no, l'onorevole Sella potrà correggermi. Credo che il dazio del 25 per cento sul ferro sia un dazio protettore, che bisogna diminuire; il Ministero non lo farà senza consultare la Camera, ma credo che nella prossima Sessione vi si verrà presentando una proposta per diminuire il dazio sui metalli, ciò che sarà un favore per tutte le altre industrie, non esclusa l'agricoltura.

In quanto al dazio sulle macchine, non sono d'opinione aumentarlo, anzi sono


CAMERA DEI DEPUTATI — SESSIONE DEL 1861 - 1132

d'opinione di facilitarne l'introduzione, rendendo più facile lo sdoganamento delle medesime. Ora si costringono gl'importatori di macchine a presentare 'un disegno esatto della macchina che vogliono introdurre nello stato, e la dogana verifica, confronta il disegno e la macchina, il che è una grande molestia e talvolta cagione di danno all'industria; e a questo sarà rimediato.

Finalmente io credo che per favorire l'industria (ed in questa parte l'onorevole Sella potrà fare molto più di me), si conviene di favorire l'istruzione professionale non solo nelle alte, ma nelle basse sfere degli operai. Noi difettiamo ancora di buoni capimastri nelle nostre fabbriche; s'incontrano assai difficoltà onde procacciarsi dei meccanici ingegneri, quelli che gl'Inglesi dicono engineers, che sono meccanici un po' distinti, e per avere questa classe di capimastri artieri è necessario che vi siano alcune scuole tecniche, dove gli operai, non quelli vestili di panno fino, ma i veri operai che hanno un ingegno naturale acquistino quelle cognizioni che sono necessarie per diventare buoni capi d'arte, buoni capimastri.

Io credo d'aver fatto il possibile onde alcune di queste scuole fossero attivate; se il mio onorevole collega ministro dell'istruzione pubblica, coadiuvato dall'onorevole deputato Sella, può far sorgere di queste scuole in varii punti dello Stato, avrà reso all'industria un ben altro servigio che non sarebbe l'aumento dell'uno o del due per cento sui dazi protettori.

Io credo, o signori, avervi dimostrato che la riforma sancita dai due decreti in discussione era consigliata dalla condizione non troppo prospera delle nostre finanze, che ci era dettata dalle condizioni economiche dello Stato, e finalmente che fu fatta in tempo opportunissimo, e che non ha recato nessuna di quelle conseguenze sfavorevoli che anche le più savie riforme hanno talvolta prodotto in altri paesi, che hanno prodotto eziandio in questo paese in altre circostanze, e ciò perché si è fatta in un momento altamente opportuno.

Dopo questo io spero che la Camera vorrà rendere un partito favorevole alla legge che è sottoposta alle sue deliberazioni.

PRESIDENTE. La parola sarebbe al deputato Scialoia, ma come credo che parta nello stesso senso del ministro, se non c'è alcuno che parli contro la proposta, mi pare che si possa chiudere la discussione.

SCIALOJA. Io desidererei di prendere la parola, non per discutere teoricamente, ma solo per dare alcuni brevi spiegazioni per ciò che riguarda le provincie napolitane.

PRESIDENTE. Le concederò di parlare, ma se il deputato D'Ondes parlasse contro...

D'ONDES-REGGIO. Io sono favorevole alla legge, ed ognuno facilmente lo penserà, essendo una legge che ha a fondamento la libertà; soltanto vorrei dire qualche cosa sulla presente materia per quanto può riguardare alla Sicilia.

Non addurrò ragioni in favore della legge che discutiamo, esse sono state bene svolte dal presidente del Consiglio dei ministri, esse sono evidenti; solo mi limiterò a domandare perché non si è presentata una legge per approvare il decreto del luogotenente della Sicilia sulla tariffa doganale, come si è fatto per i decreti promulgati su questa materia nel Napolitano.

Io dico questo, perché credo, o signori, che tutti i decreti, i quali non erano indispensabili acciocché si verificasse l'unione, non sieno legali, finché il Parlamento non li confermi con una legge.

Una legge, che confermasse questi decreti, sono sicuro che in Sicilia


sarebbe lietamente accolla. Imperocché nell'isola le idee di libertà commerciali e industriali sono più antiche di quello che siano in Piemonte; e queste idee si sono a gran pezza attuate, ed hanno prodotto ottimo effetto. Quindi, qualunque misura che miri ad ampliare l'applicazione di quelle idee, là sarà sempre riputata apportatrice di utilità.

PRESIDENTE. Il presidente del Consiglio ha facoltà di parlare.

DI CAVOUR C. presidente del Consiglio. La questione sollevata dall'onorevole D'Ondes-Reggio avrebbe delle conseguenze vastissime, poiché converrebbe esaminare se tutti i decreti luogotenenziali, per aver vigore, devono essere confermati con una legge. Io non vorrei sollevare in questo momento una questione cosi grave; ma si tratta ora d'una legge che è in esecuzione; nessuno ne contesta l'esecuzione. Pare adunque a me che si possa rimandare ad epoca più opportuna lo scioglimento della questione di sapere se i decreti emanati prima della riunione del Parlamento abbiano bisogno di una legge per essere convalidati.

Io credo che, lasciando a parte la questione generale, se vi è disposizione, la quale sia giustificata dalla necessità, è quella relativa alla modificazione della tariffa daziaria. Egli è evidente che, dal punto in cui la Sicilia veniva a far parte integrante del regno italiano, si doveva ad essa estendere lo stesso sistema daziario, altrimenti vi sarebbe stata una separazione economica fra la Sicilia e le altre parti del regno italiano, ed avrebbe abbisognato che i legni, arrivando in Sicilia dalle altre provincie italiane, come i legni che venivano dalla Sicilia nei porti continentali, fossero trattati come legni stranieri. Se mai, ripeto, vi è disposizione che si giustifichi dalla necessità, quella è che si riferisce alla assimilazione della tariffa daziaria siciliana a quella del regno d'Italia.

D'ONDES-REGGIO. Rispondo all'onorevole presidente del Consiglio che io, indicando la ragione generale che mi moveva a favellare, non pretendeva di fare oggi la questione di massima sulle legalità degli atti de' Governi della dittatura e della luogotenenza di Sicilia e di Napoli, ma solo chiedeva perché, se intorno all'obbietto de' dazi doganali si passavano in legge i decreti di Napoli, non si dovessero parimente passare in legge i decreti di Sicilia.

DI CAVOUR C. presidente del Consiglio. Faccio osservare all'onorevole preopinante che qui v'è una differenza.

La legge generale daziaria stabilisce che nell'intervallo delle Sessioni i ministri hanno facoltà di fare riduzioni sopra le tariffe daziarie, coll'obbligo di presentare al Parlamento, alla prima sua riunione, un apposito articolo di legge per ottenerne la convalidazione; quindi i decreti 18 agosto e 13 settembre si estendono a tutto lo Stato, non alle sole Provincie napolitane. Questi decreti portavano una modificazione alla tariffa generale; quindi, proponendo al Parlamento di sancirli, ne resta estesa la sanzione non solo a Napoli, ma alle antiche provincie ed alla Sicilia; è una disposizione generale per tutto lo Stato.

PRESIDENTE. Il deputato Scialoia aveva chiesto di parlare.

SCIALOJA. Io vorrei dare qualche spiegazione di fatto sulla tariffa napoletana, poiché l'onorevole presidente del Consiglio non ha toccato quella parte.

Dirò brevissime parole, se il signor presidente me lo permette.

Signori, i decreti di cui si tratta sono passati nella tariffa generale, quando questa venne pubblicata in Napoli, sicché l'onorevole deputato Polsinelli è mal informato dei fatti se crede che ora si traili, com'egli diceva stamane, d'un soprassello alla tariffa.

TORNATA DEL 27 MAGGIO - 1133

Questi decreti d'agosto e settembre fanno già parte integrale della tariffa che fu pubblicata in Napoli il 10 ottobre e che era stata sancita dal Governo dittatoriale il 2(1 settembre 1860, quando io aveva l'onore di dirigere le finanze napoleone. Sicché non si (ratta, rispetto alle provincie napolitane, neppure d'un decreto che sia venuto a sopraggiungersi ad una tariffa già pubblicata; si tratta, il ripeto, d'una parte integrale della tariffa pubblicata per legge dalla dittatura. Questa spiegazione di fatto rende, rispetto a Napoli, del tutto oziosa anche la questione sollevata dall'onorevole D'Ondes-Reggio.

Ora, scendendo al merito delle riforme doganali, arrecate dalla tariffa pubblicata in Napoli, ed al modo come queste riforme furono effettuate, è mio debito scagionarmi da due imputazioni fattemi dall'onorevole deputalo Polsinelli. La prima, cioè, d'essere tali queste riforme da rovinare le fabbriche napoletane; la seconda d'averle imposte improvvisamente.

Quando fu pubblicata in Napoli la tariffa, io rivolsi la mia speciale attenzione ai filati ed ai tessuti di cotone e di lana ed alla carta, poiché queste tre materie erano principalmente protette, e dirò pure stranissimamente protette; perciocché alcune di esse avevano ancora una protezione che saliva all'ottanta e talvolta al novanta per cento.

Venni, a cagion d'esempio, a sapere che di una di queste materie, la carta, che era tra le più protette, se n'esportava per la Toscana; la fabbrica del Lefebre ne provvedeva al Vieusseux e ad altri editori. Era dunque possibile di continuare una considerevole protezione ad una fabbrica la quale era tanto innanzi, ch'esportava il suo prodotto e sosteneva in Toscana la concorrenza delle altre cartiere italiane e delle toscane medesime? Se quella fabbrica poteva sostenere una simile concorrenza, ben comprende la Camera che le era affatto inutile la protezione.

Quanto ai filati ed ai tessuti di lana, quest'industria, come suole avvenire nel sistema di protezione, si manteneva in equilibrio a mo' dei funamboli, aveva, cioè, peso e contrappeso.

Eravi un dazio di ducati 3 1|2 sull'esportazione della lana, e un dazio di ducati 4 1|2 sull'importazione. Vi era poi un dazio molto considerevole di ducati 35 per cantaro, ossia 165 lire per quintale sulle lane filate.

Abolendo il dazio sulla esportazione, e contemporaneamente quello sulla importazione, si comprende facilmente come l'industria della filatura e della tessitura veniva a guadagnarvi un ducato per cantaro, anziché perdervi nulla. E la riduzione del dazio sul filato, seppure poteva dirsi pregiudizievole alla filatura dei numeri più grossi, rendeva però possibile ai tessitori di continuare in certi discreti termini la tessitura delle materie più fine. Cosicché, tutto considerato, mi pareva che questa industria potesse essere ragguagliata a quella delle altre parti d'Italia, eziandio perché, prese le necessarie informazioni sulle condizioni di essa, venni appunto nella certezza di essere in condizione pari a quella di molti altri luoghi d'Italia. E di fatti il signor Polsinelli, che è uno dei principali fabbricanti, mi diceva come gli opificii napoletani hanno da parecchi anni in qua acquistato molto sviluppo, che essi non sono punto inferiori a molte altre fabbriche che egli ha visitate in Piemonte. Ora, o signori, non sarebbe stata stranezza il continuare una protezione a fabbriche, che uno degli industriali più distinti vi dice che sono in pari condizione delle fabbriche che egli ha visitato nelle altre parti d'Italia? Ed il continuarla nel momento in cui si proclamava l'unità d'Italia?

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Veniamo al cotone. Il cotone era gravato d'un dazio di 10 ducati sull'importazione; dazio enorme, e tutto contrario allo sviluppo dell'industria della tessitura e della filatura del cotone. I filati di cotone poi erano gravati d'un dazio di 17 ducati. Guardando l'introduzione, vidi come dal 1833 al 1858 l'immissione dei filati di cotone era triplicata. Togliendo quindi il dazio di 17 ducati, e riducendolo da 2 a 4 ducati, secondo i diversi numeri, arrecavasi senza dubbio un altro immenso benefìcio all'industria della tessitura del cotone. Questi benefizi erano poi appena compensati da una sensibile riduzione sull'immissione dei tessuti medesimi. Ed è tanto certo, o signori, ciò che io affermo, che mentre, in settembre, per la ragione che non si era ancora unificato il mercato italiano, furono riservati alcuni leggeri favori a quest'industria, coll'espressa dichiarazione che dovevano cessare appena unita l'Italia, alcuni fabbricanti, fra i quali ne nomino un solo, il Vonwiller, appena installata la luogotenenza, fecero essi medesimi istanza scritta perché la tabella delle eccezioni fatte in lor favore fosse revocata.

Non credo che vi possa essere migliore e più evidente giustificazione di questa. E se ne voleste un'altra, se credeste che quegli industriali s'ingannavano, io dirò che i fatti vennero a confermare le loro e le mie previsioni. Poiché posso affermare solennemente che le fabbriche napoletane di cotone hanno, dopo la nuova tariffa, esportato de' tessuti di cotone, per venderli in Toscana: ed hanno fatto viva instanza alle dogane perché agevolassero la esportazione introducendo il metodo di piombare conforme al resto d'Italia.

Posto ciò, mi pare soperchia ogni altra argomentazione. Ha pure si dice: voi introduceste una riforma di grande importanza in modo improvviso. Questo modo, se non altro, è per lo meno incivile.

Anche quest'asserzione non regge nel fatto; il signor Polsinelli sa meglio di me che, se il Governo napoletano dal 1846 non aveva più introdotto riforme di rilievo nelle sue tariffo, se n'era però molto occupato nel 1839. Allora nominò una Commissione, la quale, dopo aver fatte larghe indagini, e chiamati quasi tutti gl'industriali e tutti gl'interessati nel commercio, preparò un lavoro, di cui io poi a suo tempo mi sono molto giovato.

Una parte di questo lavoro fu pubblicata con tre decreti, del 1° e 15 marzo e 1° maggio 1860.

Tra le materie che non erano state riformate, erano appunto quelle dei filati e tessuti di cotone e di lana: ma il Governo, nell'emanare quei decreti, pubblicò ufficialmente un avviso agl'industriali che il lavoro continuava, e che non sarebbe passato il mese d'agosto senza pubblicare essenziali riforme anche intorno ai filati e tessuti. Queste riforme furono invece fatte di settembre, quando il Governo dittatoriale introdusse la tariffa italiana.

Vede dunque l'onorevole signor Polsinelli che non mancavano gli studi fatti, che non mancavano le larghe indagini, e che non posso neppure essere rimproverato d'inciviltà verso i signori industriali.

Ma, dice egli, in ogni modo una riforma di questa natura si fa quando gl'industriali si accordano fra di loro e col Governo.

lo assicuro il signor Polsinelli che nessuna riforma doganale si potrebbe mai fare se si volesse questo accordo, e ciò, non perché gl'industriali non siano per patriottismo capaci di grandi sacrifici; se essi ne sieno capaci, lo prova lo stesso signor Polsinelli, il quale per la causa della libertà ha sacrificato gran parte della sua fortuna;

CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL 1861 - 1134

ma, signori, io dico che quando ci entra di mezzo l'interesse, qualche volta prendono radice, involontariamente, nella nostra intelligenza degli errori i quali ci fan difendere una cattiva causa, non più per interesse nostro, ma scambiando questo coll'interesse altrui.

Ne volete una prova? L'onorevole Polsinelli non ha impugnate le riforme introdotte nel Napoletano perché pregiudizievoli ai produttori. Generosamente egli ha detto: «I produttori hanno sofferto, ma essi non se ne lagnano. Le vostre riforme sono perniciose all'erario, sono perniciose ai consumatori.» Ed un uomo intelligentissimo, un dotto uomo ripeteva da altri banchi: «le riforme di questa natura sono pregiudicievoli ai consumatori ed all'erario.»

Ora, quando noi vediamo degli uomini disinteressati, degli uomini che hanno fatto sacrificio della loro fortuna per la libertà, come il signor Polsinelli, degli uomini eminenti, come l'onorevole Sella, ripetere che queste riforme possono essere pregiudizievoli ai terzi, io ho il diritto di affermare che, supposto negli industriali medesimi tutto il patriottismo possibile, l'accordo desiderato dal Polsinelli sarebbe altrettanto impossibile, quanto sarebbe, se questo patriottismo non si supponesse in loro.

Poste queste considerazioni, la Camera mi scagionerà di due imputazioni immeritate, cioè di avere fatte riforme perniciose all'industria delle provincie meridionali, di averle fatte con poca urbanità verso persone, tra le quali mi pregio di annoverare antichi miei colleghi ed amici.

PRESIDENTE. Non essendovi più alcun oratore inscritto, interpello la Camera se intenda chiudere la discussione generale.

(La discussione generale è chiusa.)


VOTO PROPOSTO DAL DEPUTATO DEPRETIS

PER L'ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE DI PALERMO.

PRESIDENTE. Darò ora facoltà di parlare al deputato Depretis per fare una proposta.

Depretis. Era mia intenzione di chiedere la parola al principio di questa tornala, ma essendosi cominciata subito la discussione, ho pregalo l'onorevole presidente di concedermela appena il credesse conveniente, trattandosi di un argomento che non è compreso nell'ordine del giorno. (Segni di attenzione)

Io sarò brevissimo.

Signori, la data di questo giorno,27 maggio, ci ricorda un grande e felice avvenimento. Fu nei giorni che di poco precedettero il 27 maggio 1860, fu in quei giorni che un manipolo di valorosi sbarcati prodigiosamente a Marsala, dopo avere sconfitto numerose ed agguerrite milizie a Catalafimi, circondato dal plauso delle insorte popolazioni giunse sui colli che circondano quel meraviglioso bacino che con una frase poetica, ma pur vera, chiamasi la conca d'oro; il baveino, o signori, in fondo al quale siede, specchiandosi nel mare, la bella e popolosa città di Palermo. Era Palermo la prima meta a cui miravano quei prodi nel loro cammino vittorioso, ma quella città era occupata da un intiero esercito forte per milizie ordinate, per armi e munizioni copiose, pel mare aperto, per l'aiuto di una flotta, per posizioni munitissime.

Ebbene, o signori, l'illustre duce dei mille con un miracolo di tattica e di ardimento,




delusa la vigilanza delle truppe borboniche, si gettò animosamente sopra Palermo e penetrò nel mezzo della città invano occupata e contesa dalle truppe dei Borboni.

I cittadini, o signori, quando ancora ferveva la lotta, in quello stesso giorno del micidiale combattimento, credettero compiuta la loro liberazione. La città intiera ornò le sue case con mille e mille bandiere nazionali, perché il popolo di Palermo nel suo mirabile intuito, nella divinazione meravigliosa de' suoi destini, nella sicurezza della sua fede, credette certissima la vittoria, credette che quel giorno la sua città era libera. E infatti, o signori, pochi giorni dopo le truppe nemiche abbandonavano e per sempre la gloriosa città. Questo giorno, o signori, debb'essere e sarà per l'Italia uno dei giorni più memorabili della sua storia, poiché in talgiorno è cominciata la nuova fase della sua rivoluzione, in tal giorno la città di Palermo, una delle più splendide gemme dell'italica corona, poté dirsi unita alla famiglia italiana, nel sacro simbolo che gloriosamente era penetrato, ed erasi innalzato nelle sue mura, e stava scritto sulla nazionale bandiera colle parole: Italia e Vittorio Emmanuele.

Or bene, o signori, come Napoli fésteggierà il 7 settembre, quest'oggi, in questa stessa ora la Sicilia intera festeggia la liberazione della sua capitale, e Palermo festeggia la vittoria riportata nelle sue mura contro gli oppressori. A quest'ora istessa quella illustre ed eroica città vede nelle sue vie festanti le molte e molte migliaia de' suoi liberi cittadini; alla bella festa prende parte la sua numerosa milizia nazionale, tanto bene ordinata e tanto benemerita; essa ne formerà per certo uno dei più belli ornamenti; e alla gioia comune si associano, ne siam certi, confusamente uniti i prodi soldati che hanno vinto a Catalafimi ed al Volturno e i veterani che hanno trionfato a Paleslro e a San Martino, e che insieme fecero sicura la libertà e l'unità della patria comune.

In questo giorno memorabile, o signori, io ho creduto che in questo recinto, nel quale tutte le glorie nazionali devono trovare un'eco, una voce dovesse rammentare questo felice avvenimento. Ed è per ciò che ho deposto sul banco dell'onorevole nostro presidente un ordine del giorno, col quale la Camera si associa all'esultanza della popolazione palermitana, che festeggia quest'oggi l'anniversario della sua liberazione, preludio, fin d'allora immancabile, della liberazione e dell'unificazione d'Italia. (Bravo! Bene!)

PRESIDENTE. Se nessuno domanda di parlare, pongo a partilo il voto proposto dal deputato Depretis, del quale do lettura:

(La Camera si associa all'esultanza della popolazione palermitana, che festeggia quest'oggi l'anniversario della sua liberazione, e passa all'ordine del giorno. (È approvato all'unanimità.)


SEGUITO DELLA DISCUSSIONE E ADOZIONE DEL PROGETTO

DI LEGGE SULLA TARIFFA DAZIARIA


PRESIDENTE. Si riprende la discussione.

ALLIEVI. relatore. Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ora ha facoltà di parlare il deputato Lanza. Il relatore potrà fare dopo il riassunto, come al solito.

LANZA GIOVANNI. Il relatore della Commissione chiede di parlare per esprimere il voto della Giunta; io poi domandava la parola per rivolgere un'interpellanza al signor presidente del Consiglio, che riguarda però la proposta legge; è una specie di spiegazione che desidero di avere dal Ministero prima che si passi alla votazione dell'articolo.

TORNATA DEL 27 MAGGIO - 1135

PRESIDENTE. La parola è al deputato Polsinelli.

ALLIEVI. relatore, lo credeva che la discussione fosse chiosa.

PRESIDENTE. Vuol fare ancor qualche osservazione il deputato Polsinelli?

POLSINELLI. Poche cose mi restano a dire intorno alla presente discussione.

Primieramente ringrazio l'onorevole deputato Scialoia delle parole gentili che ha voluto rivolgermi, giacché non è che io volessi sostenere un dazio protettore per l'industria, ma un dazio moderato per la finanza che giovava anche all'industria.

Debbo poi dire che mi giungono premure grandissime dai fabbricanti di carta ond'io sollecitassi la Camera ed il Ministero di trovar modo di impedire l'esportazione de' stracci. Questa materia, benché lurida, è cosa necessaria, e non si può avere che con gravi stenti, e, venendo a mancare, viene a mancare l'industria della carta. Tale industria prosperava nel passato in modo che i suoi prodotti in gran parte andavano all'estero, fin anche in Inghilterra al grande giornale il Times, ciò che non succederebbe più mancando la materia prima.

Quindi quella protezione, che si rimprovera, riguardo all'industria della carta non è ben definita, ma era solamente un aiuto necessario per sostenerla all'altezza cui era giunta nel regno di Napoli da rivaleggiare con tutte le altre simili industrie esistenti in Italia.

Questo per la carta.

Mi resta ora a dire qualche cosa riguardo alle manufatture di cotone.

Non v'ha dubbio che quest'industria abbia ricevuto qualche vantaggio per l'affrancamento dei dazi imposti alle materie prime, ma ba pur subito un grave danno pel ribasso del dazio sui filati, cosa che colpisce segnatamente le filature di cotone del Napoletano. Dei calcoli che ha fatto il signor presidente del Consiglio riguardo alle industrie, alcuni sono esatti, altri lo sono meno. Esatto è il dire che, essendosi allargato il mercato, le industrie verranno a ritrarne vantaggi. Quando avremo Roma col suo patrimonio ce ne verrà certamente del profitto, come ce ne verrà pure quando avremo la Venezia. Ma con tutto ciò non so se le nostre industrie troverebbero grande esito in Inghilterra ed in Francia, dove, se non possiamo mandar lavori fini, potremmo mandare prodotti ordinari, dei quali si ba bisogno in tutti i luoghi. Per i tessuti di lana fini non potremo mai concorrere negli esteri mercati, perché manchiamo delle qualità sopraffine di lana che vengono dalla Germania, dove si lavora con molto maggior vantaggio che presso di noi; quindi la riduzione dei dazi su questi tessuti ad una ragione tanto mite quanto è quella del 3 o del 4 per cento nuoce grandemente e ci mette nell'assoluta impossibilità di poterli più oltre fabbricare.

Riguardo poi all'osservazione fatta che il ribasso dei filati non importò un danno ai filatori, io debbo rispondere che è molto dubbia la cosa, come pure l'asserzione che le fabbriche non hanno ricevuto nessun detrimento dal 1851. Forse sarà questo pel Piemonte, ma non per la bassa Italia.

Se andiamo avanti con questo modo, da diminuzione in diminuzione, si potrebbe anche asserire che le fabbriche sempre migliorarono e che tutte sono sempre nella più grande attività. Resta poi a vedere se è vero. Per convincermi vorrei sapere se si crede che noi abbiamo, come gl'Inglesi, come altre nazioni manufatturiere, gli stessi elementi per sostenere la loro concorrenza. Inoltre vorrei sapere se una nazione, priva d'industria e di fabbriche, sia in una condizione migliore delle nazioni industriose, giacché si vuol ridurre il nostro paese solamente ad agricola.

1135

Una nazione, che è agricola ed industriale nello stesso tempo, è certamente in miglior condizione, poiché essendo i consumatori vicini, i produttori tanto dell'industria come dell'agricoltura possono smaltire con vantaggio vicendevole il frutto delle loro fatiche. La produzione delle provincie meridionali, che mancava di mezzi di comunicazione, di sbocchi e di domande estere, doveva la sua esistenza alla protezione delle tariffe; scomparsa questa, vengono meno tutti i vantaggi per l'industria in dette provincie.

Il signor deputato Scialoia poi non dovrebbe dimenticare che la seconda diminuzione, che ora si cerca di far approvare, fu pubblicata contemporaneamente alla tariffa nel ex-regno di Napoli; lascio a voi di pensare quanto grande dové essere il dolore che dovettero provare quei manifattori nel vedersi porre questo doppio aggravio. Infine quel che più interessa è lo stato delle finanze.

Col progredire di riduzione in riduzione, finiremo col far cessare intieramente i dazi indiretti provenienti dalle manifatture, ed i manifattori si limiteranno alle cose ordinarie; il che non è certamente una bella cosa per una nazione che ha decretato una solenne esposizione in Firenze per far mostra dei prodotti delle proprie industrie. Fra poco tempo noi saremo ridotti a far mostra dei tessuti grossolani, come si usa nei paesi dove non vi sono manifatture di sorta.

Per conseguenza io voto contro la conferma dei decreti che ci viene proposta.

Questo è quanto doveva dire; la Camera farà quello che crederà.

PRESIDENTE. Il relatore della Commissione ha facoltà di parlare.

ALLIEVI. relatore. Io non ho che a dire pochissime parole per ispiegare l'operato della Commissione.

Essa si è proposto di esaminare in primo luogo quale estensione di applicazione avevano avuto i due decreti, in secondo luogo quale effetto i medesimi avevano prodotto, giacché si trovano già in vigore da otto mesi.

Riferendosi all'esame dell'estensione dell'applicazione, essa è stata condotta ad indagare la serie degli atti che hanno indotto a pubblicare quei decreti anche nelle provincie meridionali, e quindi la tariffa daziaria, di cui quei decreti non sono che una variazione. La Commissione ne fece cenno nella sua relazione, anche perché avrebbe desiderato che una parola di discussione si fosse prodotta in questo fatto gravissimo della pubblicazione della tariffa daziaria nelle provincie di Napoli e nella Sicilia, perché, trattandosi d'un fatto che è, come dissi, gravissimo, e che ha, se non scomposti, almeno toccati molti interessi, una parola pronunciata in Parlamento, delle ragioni, appoggiate alla scienza ed all'esperienza, che partissero da questo recinto, avrebbero potuto recare tranquillità, soddisfazione migliore a quegli interessi medesimi.

L'esame delle disposizioni, che hanno pubblicata la tariffa daziaria a Napoli, hanno pur condotto la Commissione a rilevare alcune differenze che tuttora esistono e a chiamare su questo punto l'attenzione della Camera. Esistono ancora, malgrado l'unità economica portata dalla tariffa daziaria, alcune differenze: ho bisogno, per esempio, di domandare al signor ministro se egli crede che possa cessar presto la differenza che esiste rispetto al dazio sulla esportazione degli stracci. Questo divario fa già sentire alcuni effetti rispetto all'industria di altre parti dello stato; naturalmente dove non c'è questo medesimo dazio alla esportazione degli stracci, i produttori di carta si credono collocati in una posizione inferiore rispetto alla produzione napoletana, mentre sotto tutti gli altri riguardi economici si trovano parificati.

CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL 1861 - 1136

Io adesso credo estraneo all'attuale discussione l'addentrarci in questa differenza; però udirò volontieri, e la Commissione, credo, lo desidera pure, alcuni schiarimenti dal signor ministro su questo argomento.

La seconda considerazione che ha fatta la Commissione è relativa agli effetti dei decreti. Essa ha esaminato se vi erano dei reclami, se le industrie le quali si trovavano colpite dalle riduzioni della tariffa erano in uno stato prospero o no, e ha rilevato che non esisteva alcuna quercia, alcuna protesta contro il provvedimento ministeriale, che nelle condizioni attuali le industrie, di cui la tariffa si era occupata, prosperavano. Allora la Giunta, sebbene avrebbe desiderato di spingere più oltre le sue indagini, credette, dopo si lungo trascorso di tempo, ciò fosse opera superflua. Al momento però in cui venne in discussione il progetto di legge, una numerosa riunione di produttori ha mosso vivi reclami; è venuta alla Commissione, ha detto che era minacciata profondamente un'industria vitale del paese, ha domandato tempo per presentare lo sviluppo di tutte le ragioni colle quali essa credeva di poter persuadere al Parlamento che veramente una delle industrie vitali del paese era esposta a detrimento grandissimo.

La Commissione si è dovuto far carico di questa circostanza, ed ha anche deliberato, visto il numero e, dirò, il calore delle istanze, ha anche deliberato, dico, nel suo seno, se dovesse venirvi a proporre una mozione sospensiva, non perché nella sua convinzione menomamente dubitasse sull'approvazione dei decreti, ma perché desiderava di dare agli interessi quella soddisfazione che pure hanno diritto d'avere, di mostrare che si usava a loro riguardo tutta l'attenzione che meritavano e ch'essa si faceva uno scrupolo, per cosi dire, di non passare sopra gravi interessi senza averli prima ascoltati.

Ma la maggioranza della Commissione ha deciso che non fosse il caso di mettere innanzi questa proposta sospensiva. Tuttavia io stimai mio debito, e la Giunta tutta ha desiderato che queste circostanze fossero fatte conoscere alla Camera. Quindi noi abbiamo risposto a questi industriali che ci pareva difficile il persuadere la Camera dei danni gravissimi portati dalla riduzione della tariffa, dal momento che essi erano cresciuti in prosperità, ed avevano dilatate le loro operazioni appunto dopo le mutazioni arrecate dalla tariffa medesima.

Questi industriali ci rispondevano: signori, quelle condizioni di prosperità sono bensì vere, ed hanno durato per qualche tempo, ma sono eccezionali; perché, dicevano ancora, l'industria dei coloni, e soprattutto della filatura, aveva avuto un immenso slancio alcuni mesi addietro, e per conseguenza di questo slancio essa otteneva dei prezzi eminentemente remuneratori.

Ciò essendo in Inghilterra, ne veniva che anche gli industriali del nostro paese potessero ritrarre un sufficiente benefìzio.

Ma ora, dicono, noi siamo rientrati nelle condizioni normali, ora in Inghilterra gli alti lucri diminuiscono, e noi ci troviamo, in concorrenza con la produzione inglese, al disotto di un prezzo rimuneratore.

La questione, come vede la Camera, sta nel decidere se erano circostanze eccezionali quelle di alcuni mesi fa, o se le sono quelle di oggidì; e la Commissione, considerando lo stato attuale dell'industria del cotone, e l'apprensione che suscita la presunta, anzi incominciala guerra degli stati Uniti, considerando la momentanea perturbazione prodotta dal timore che questa industria sia per entrare in una vera crisi,

1136

ha creduto che fossero anormali le circostanze presenti, e che si potesse ragionevolmente ritenere come regolare il precedente stato di cose.

Oltredichè la Giunta ha pur pensato che il far luogo in tempo strettissimo ad una inchiesta in simili materie è affare estremamente difficile. Chi sa quanto difficile compito sia il valutare il prezzo di costo di un prodotto, e come questo prezzo varii da un industriale ad un altro, e nelle varie parti di uno stesso paese, riconoscerà che è veramente impresa laboriosissima il venire a un risultato concreto e definitivo, e che il criterio migliore, per qualunque effetto della tariffa, è pur sempre ancora l'esperienza, cioè il fatto a posteriori delle condizioni in cui l'industria si trova.

Per conseguenza la Commissione, considerando e le difficoltà del compito che si avrebbe assunto, e l'incertezza del risultato, e d'altra parte parendole di avere già degli argomenti sufficienti in favore della propria convintone, è venuta nell'intendimento di respingere la proposta sospensiva, e per mezzo mio insiste nel chiedere alla Camera l'approvazione dei due decreti di cui si tratta.

PRESIDENTE. La parola è al signor Lanza.

LANZA GIOVANNI. Mentre nel regno di Napoli si pubblicava la tariffa daziaria, parificata quasi in tutte le sue parti alla tariffa già vigente nelle antiche provincie, si mantenevano però ancora certi diritti differenziali a favore di quelle potenze straniere le quali avevano ottenuto per trattati di essere parificate alla bandiera del regno di Napoli.

Questi diritti differenziali consistevano nella riduzione del 10 per % su quello che dovessero pagare le provenienze con altre bandiere, le quali non godessero di questo favore.

Cosicché ora, o signori, esiste un'anomalia, uno sconcio, ed è che i commercianti di certe nazioni le quali non hanno ottenuto questo favore dall'ex-re di Napoli, qualora approdino nei porti di queste provincie napolitane, saranno obbligati a pagare il 10 per % di più di quello che pagherà chi v'approdasse con bandiera favorita, ed allorché invece approdano in altre provincie italiane, che fanno parte dello stesso regno d'Italia, non sono soggetti a questo aggravio.

Ben si vede che questa differenza non può più sussistere né in diritto, né in fatto. Non può sussistere in diritto, perché non si può concepire come in uno stesso regno vi possa esistere tale differenza, che provenienze di una stessa nazione, approdando in una parte del regno d'Italia, abbiano a pagare 10 per % di più di quello che pagherebbero approdando in altra parte del medesimo regno. Non può sussistere nemmeno in fatto, perché, come ben si comprende, agevolissima cosa sarebbe pe' provenienti da nazioni non favorite il procacciarsi il medesimo vantaggio concesso alle altre, mediante lo sbarco delle loro merci in uno dei porti in cui non hanno luogo tali diritti differenziali, e coll'aprir loro il passo per via di terra.

D'altronde, o signori, da ciò ne deriva una complicazione gravissima.

Per il mantenimento dei diritti differenziali il Governo dittatoriale di Napoli ebbe innanzi tutto ad accettare in massima la tariffa coi diritti esistenti nelle altre provincie; poi ebbe ad accrescere il 10 per % a tutte le tariffe, e quindi a diminuire il 10 per % in favore della bandiera nazionale, ed il 10 per % a favore delle bandiere estere, pareggiate alla nazionale.

Qui, come si vede, havvi una complicazione che incaglia d'assai l'amministrazione

TORNATA. DEL 27 MAGGIO - 1137

e rende anche difficile il controllo sulla esazione dei diritti, perché a gran pena verrà fatto di poter discernere le merci provenienti con bandiera non assimilata alla nazionale, che non goda, cioè, del favore del 10 per cento.

Per il che, tanto per considerazioni politiche, quanto per ragioni amministrative, io sono d'avviso che non abbiano più a sussistere questi diritti differenziali.

Inoltre ritengo impossibile che coi trattati stipulatisi tra l'ex-re di Napoli e le potenze che godono dell'accennato favore, siasi convenuto, a pregiudizio del Governo di Napoli, l'obbligo di non mai estendere lo stesso favore ad altre potenze, perché una cosiffatta convenzione implicherebbe una vera alienazione dei diritti di sovranità.

Quindi, in seguito a quest'ultima considerazione, pregherei l'onorevole presidente del Consiglio a voler esporre se egli creda che questi diritti differenziali possano cadere, dirò, da sé, non essendo fondali sopra nessun diritto reale; oppure, posciachè ebbero luogo quei trattati (che saranno di certo a lui noti assai meglio che alla Commissione, perché non poté questa averli sott'occhio), se intenda d'intraprendere delle trattative a questo riguardo, allo scopo di far cessare una differenza che costituisce una vera anomalia, uno sconcio, di cui non si potrebbe nemmeno comprendere l'esistenza, se non fosse constatala.

DI CAVOUR C. presidente del Consiglio. Comincierò per rispondere all'eccitamento che mi venne fatto dall'onorevole relatore della Commissione.

È vero che si è mantenuto a Napoli un dazio di esportazione sopra gli stracci molto più elevato di quello che esiste nelle antiche provincie.

Credo che si sia mantenuto il dazio di sei ducati il quintale, mentre nelle antiche provincie è ridotto a 4 o 5 franchi. La differenza è tra il franco ed il ducato.

Io credo che questa differenza debba scomparire; non potrei in ora indicare l'epoca, ma evidentemente essa debbe cessare.

Non mi stupisco che i fabbricanti di carta muovano lagni contro la riduzione dei dazi sulla carta. Un esempio dei lamenti degl'industriali noi l'abbiamo avuto in Francia, quando si volle entrare nella via della libertà.

In virtù del trattato della Francia coll'Inghilterra, il Governo francese ha tolta la protezione e vi ha sostituito un dazio protettore. Ebbene i fabbricanti francesi che vendono a noi le loro carte, e che ne vendono in Inghilterra, dichiarano altamente che sono tutti rovinati, se il trattato è in esecuzione. È vero che, per consolarli, i fabbricanti inglesi dicono alla lor volta che, dacché il signor Gladstone ha tolto il dazio che esisteva sulle carte estere, sono tutti rovinati dai fabbricanti francesi. Io credo che ci guadagneranno e gli uni e gli altri, perché si stabilirà, forse, la divisione del lavoro fra i fabbricanti delle due nazioni.

Così accadrà anche a Napoli; vi sarà qualche modificazione nell'industria napoletana, ma in complesso non credo che scapiterà. Accadrà nelle provincie napoletane ciò che avvenne nelle antiche provincie. In queste si ridusse di molto il dazio sull'esportazione degli stracci, e tutti gli anni l'onorevole deputato che allora rappresentava Voltri veniva facendo alla Camera un quadro lagrimevole dell'industria della carta. Ed egli aveva ragione. Le antiche fabbriche che lavoravano ancora a mano furono costrette in parte a chiudersi, ma ne sorsero invece delle nuove e grandi, ed ora, in complesso, quell'industria si può dire sviluppata dopo la riduzione del dazio di esportazione sugli stracci.

1137

Risponderò poi all'onorevole Lanza esser vero che si è lasciato sussistere a Napoli, in teoria, un antico sistema, il quale accordava una riduzione del dieci per cento alle merci importale sui bastimenti provenienti da nazioni colle quali vi esistevano trattati di commercio.

Questo sistema, non occorre dirlo, è, a mio credere, molto vizioso, contrario ai principii di sana economia politica. Se non si è abolito, la ragione, a mio credere, sta in ciò che, se pare uno sconcio in teoria, in pratica non ha quasi nessun effetto; giacché il regno di Napoli aveva dei trattati con quasi tutte le nazioni produttrici d'Europa, e anche d'America. Si è mantenuto quel sistema forse per evitare una quistione con alcune potenze che avrebbero potuto cogliere, se non una buona ragione, almeno un pretesto di muovere reclami, di lamentarsi della mala fede, e delle conseguenze dell'unione del regno di Napoli col resto d'Italia; e così, per evitare qualche molestia diplomatica, si è mantenuto quel sistema che deve però scomparire e scomparirà in principio, come, lo ripeto, è quasi scomparso in pratica.

Noi abbiamo a regolare molte cose rispetto alle modificazioni delle nostre relazioni con alcune potenze in conseguenza dell'unione di Napoli col resto d'Italia, lo credo che ciò darà luogo a trattative commerciali, che riesciranno, io spero, vantaggiose anche pel commercio italiano. In questa circostanza quel rimasuglio, quella reliquia di un falso sistema scomparirà; intanto posso assicurare l'onorevole deputato Lanza che non produce nessun inconveniente pratico.

PRESIDENTE. Il deputato Cordova ha facoltà di parlare.

Voci. Ai voti! ai voti!

CORDOVA. Avevo chiesto la parola per rispondere all'onorevole Lanza e rischiarare i dubbi da lui posti innanzi; ma, dopo le cose dette dall'onorevole presidente del Consiglio, nulla mi resta a dire. In Sicilia non si tenne conto dei trattati; la forma è diversa, ma gli effetti sono gli stessi, come osservò l'onorevole signor ministro, perché il Governo napoletano aveva conchiuso trattati con quasi tutte le potenze commerciali..,

Voci. Ai voti! ai voti!

PRESIDENTE. Darò dunque lettura dell'articolo unico:

Sono approvate le modificazioni alla tariffa generale delle dogane sui diritti d'entrata riguardo alcuni tessuti e filati, sancite coi regii decreti 18 agosto e 12 settembre 1860.

Pregherei i signori deputati a dire se c'è qualcheduno che intenda proporre alcuna speciale modificazione sui vari cambiamenti introdotti nella tariffa, che in tal caso io ne darei lettura, e potrebbero proporsi le modificazioni mano mano che viene a leggersi un articolo della tariffa. Altrimenti, se non c'è chi voglia far proposte speciali, io metterei subito ai voti l'articolo unico di cui è composta la legge.

SAN DONATO. Domandai di parlare per chiedere una spiegazione al signor presidente del Consiglio. Vorrei chiedergli se si pensa di modificare anche la tariffa postale esistente nel Napoletano, specialmente per quel che riguarda la corrispondenza coll'estero. (Rumori al centro) Prego che si rispetti un deputato in voi stessi.

Tornando all'argomento, dirò che è un fatto che da Napoli a Parigi una lettera importa al minimo 50 soldi; e, domandando io per ciò spiegazioni al signor presidente del Consiglio, non trovo ragione perché si debbano fare degli oh! oh!

DI CAVOUR C. presidente del Consiglio. L'onorevole deputato San Donato può facilmente capire come nelle attuali relazioni del regno colla Francia sia molto difficile il trattare una convenzione postale relativamente a Napoli.

CAMERA DEI DEPUTATI SESSIONE DEL 1861 - 1138

Il Governo spera che, se queste relazioni si faranno più normali, si potrà estendere a Napoli il trattato che abbiamo colla Francia, il quale riposa su basi eque e liberali per entrambe le parti.

SAN DONATO. Ringrazio il signor ministro per la datami risposta, che è appunto corrispondente a quello che io desiderava.

PLUTINO. Io appoggio l'istanza dell'onorevole San Donato, essendo urgente che cessi questa situazione anormale.

DI CAVOUR C. presidente del Consiglio. Ma questo non dipende da noi.

PRESIDENTE. Se non c'è alcuno che intenda di proporre modificazioni speciali alla tariffa, io pongo ai voti l'articolo unico della legge.

Chi intende approvarlo, si alzi.

(La Camera approva.)

Si passerà allo squittinio segreto sul complesso della legge.


Risultamento della votazione:


Presenti

204

Votanti

203

Maggioranza

103

Voti favorevoli

190

Voti contrari

13

Si astenne

1

(La Camera approva)





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