Eleaml


A Ippolito Nievo, morto in servigio della patria, fu decretata la croce del Merito militare di Savoia.” scrive Dino Manotvani.

Così ebbe termine il primo mistero d'Italia: la fine tragica di Ippolito Nievo, il cassiere dei Mille, l'uomo nelle cui mani passarono le carte dei finanziamenti alla spedizione. Probabilmente in quelle carte vi erano documentati gli aiuti economici dati all'eroe dei due mondi dagli inglesi attraverso la massoneria (e le dilapidazioni operate dalla dittatura garibaldina in Sicilia).

Negli ultimi anni è stato dimostrato che tali finanziamenti ci furono e che giunsero perfino dalle Americhe.

Oggi son notizie che non fanno tanto rumore, a quei tempi se le prove fossero trapelate avrebbero potuto influire sull'atteggiamento delle cancellerie europee nei confronti di quanto stava accadendo nel Regno delle Due Sicilie.

Si fece di tutto per dimostrare che si trattava di moto di popolo, motivazione adottata anche dal Cavour per giustificare l'intervento delle truppe piemontesi. Si andava a fermare l'anarchia dilagante che avrebbe rischiato di creare problemi a tutti.

Il tessitore ci sapeva fare, bisogna riconoscerlo.

Il naufragio dell'Ercole – casuale o provocato che fosse – tolse le castagne dal fuoco a molti portando quelle carte in fondo al mare. Per sempre.

Un tentativo di recupero del relitto – fatto negli anni cinquanta da un discendente di Nievo – non sortì alcun risultato importante.

Zenone di Elea – 13 gennaio 2011

DINO MANTOVANI
Il Poeta Soldato
IPPOLITO NIEVO. 1831-1861
DA DOCUMENTI INEDITI

MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1900 
(se vuoi, puoi scaricare il testo in formato ODT o PDF)

Capitolo XI.


Il Sessanta: con Garibaldi.


A bordo del Lombardo. — Allo sbarco di Marsala. — Giovanni Acerbi e Ippolito Nievo tesorieri, ufficiali e soldati. — La cassa della Spedizione. — Di battaglia in battaglia. — A Palermo. — Lettere del Nievo: prime impressioni la presa di Palermo aneddoti e costumi le monache, i passeggi, i caffè il lavoro dell'Intendenza militare. — Il Nievo rimane a Palermo. — Le accuse di Giuseppe La Farina contro il governo dittatoriale. — Le calunnie de' giornali malevoli. — La responsabilità del Nievo. — Sua austerità e suoi sdegni. — Sua carriera militare. — Altre lettere: speranze e fatiche l'Intendente antropofago — il plebiscito per l'annessione dell'Isola — l'amministrazione garibaldina — la venuta del re Vittorio Emanuele — nuove calunnie. — Partenza di Ippolito per la Lombardia. — Breve soggiorno a Milano e in famiglia. — Studio incompiuto su le condizioni politiche e sociali d'Italia. — Il Nievo uomo politico. — Ritorno a Napoli. — Ritorno in Sicilia. — Di notte sul Tirreno.

Durante la traversata da Quarto a Marsala, Ippolito stava nella stessa cabina sopra coperta con Achille Maiocchi. Questi rappresentava a bordo del Lombardo lo Stato maggiore; il Nievo l'Intendenza militare. Il generale lo aveva accolto con paterna


Da Quarto a Marsala 349


festa nella nuova impresa, e l'aveva scelto per il disimpegno dell'amministrazione e la custodia della cassa di guerra, ponendolo sotto l'immediata dipendenza del suo concittadino Giovanni Acerbi, a cui il Nievo era devoto per antica dimestichezza sin dal tempo delle cospirazioni di Mantova). Cosi tra i Mille egli ebbe a tenere sin da principio un ufficio geloso, per il quale, oltre al valore soldatesco, si richiedeva una grande rigidezza di carattere e una buona volontà a tutta prova. Di queste varie doti la spedizione di Sicilia gli offerse anche troppe occasioni di dar saggio, dallo sbarco di Marsala fino all'ultimo rendiconto dell'Intendenza di Palermo, che gli costò la vita.

Singolare condizione fu la sua. Per quanto, partendo da Milano, egli s'aspettasse di vedere una quantità di cose inverosimili, non avrebbe mai immaginato di dover fare a un tempo il guerriero e il cassiere. I compagni del Lombardo v tra cui nessuno poteva agguagliarlo per ingegno e per coltura, lo facevano volentieri discorrere e ammiravano la saggezza e la piacevolezza della sua conversazione; ma molto più ebbero ad ammirarlo a Marsala, quando, incaricato da Garibaldi di proteggere lo sbarco degli attrezzi da guerra e delle munizioni 2), stette fermo e impavido, sotto l'imminenza del fuoco delle fregate borboniche, finché


1) Dice il Guerzoni (I Mille, cap. vi): "Seguivano Garibaldi.... i mantovani Giovanni Acerbi, avanzo di Malghera, scampolo di Belfiore, e Ippolito Nievo, anima cortese di soldato e di poeta, il Mameli, se fosse vissuto, di quella seconda epopea italiana.„

2) D'Avala, V. Appendice bibliografica.

350 XI. IL SESSANTA: CON GARIBALDI


ultimo uomo non fu disceso dalla nave. Aveva creduto per certo di morire affogato nel Tirreno: una volta giunto in Sicilia, ripigliava la sua vecchia confidenza con le palle nemiche.

Da Marsala a Palermo combatté aggregato al corpo del Sirtori; e quando si ripigliava la marcia tornava tranquillamente a quel che i volontari chiamavano il lor Ministero della Guerra. " Il Ministero della Guerra poi — nota l'Abba al passo dell'altipiano di Renna (19 maggio) — è una carrozza mezzo sconquassata che ci vien dietro menando l'Intendenza, le carte e il tesoro militare, a quel che intesi un trenta mila franchi. Ma in quella carrozza ve n' hanno due di tesori: il cuore di Acerbi e l'intelletto di Ippolito Nievo. Nievo è un poeta veneto, che a ventott'anni ha scritto romanzi, ballate, tragedie. Sarà il poeta soldato della nostra impresa. Lo vidi rannicchiato in fondo alla carrozza: profilo tagliente, occhio soave, gli sfolgora l'ingegno in fronte: di persona dev'essere prestante. Un bel soldato. „ 1) Più tardi lo stesso Abba, richiamandosi alla memoria quelle impressioni, aggiungeva: ''.... a vederlo si indovinava in lui un uomo superiore. Io l'ho amato appena lo ebbi veduto nella carrozza dell'Acerbi, ch'era l'intendente della spedizione. Stavamo accampati al Pozzo di Renna, un giorno di pioggia. La carrozza era là in mezzo al campo: e, dal fondo di essa, quel giovane avvolto nel mantello guardava lontano nella gola dei monti per dove si aveva a passare volendo andare a Palermo.


1) G. C. Abba, Da Quarto al Volturno, V. App. bibl.


Soldato e tesoriere 351


Lo riveggo sempre in quel momento, quando ripenso a lui. Aveva un occhio malinconico, qualcosa di diverso dagli altri uomini in tutta la persona. Io, fantasioso, allora immaginavo di lui che fosse chi sa quale straordinario essere, e non mi sbagliai „ 1).

L'Acerbi e il Nievo erano così a vicenda tesorieri presso Garibaldi, ufficiali presso i loro uomini e soldati dovunque occorresse. Al momento buono cacciavano in tasca le chiavi e impugnavano la sciabola e il fucile. Qualche volta quel povero tesoro rimaneva senza custodia: la cassa sballottata di qua e di là si sfasciava, e bisognava poi raccattare le monete ad una ad una sul terreno 2). I due intendenti non trovarono mai che mancasse un quattrino: ma dovevano star li a riordinare la preziosa suppellettile; e mentre i compagni riposavano dalle fatiche o attendevano ai feriti, essi dovevano far conti talora sino a notte tarda. A Catalafimi il Nievo fu segnalato tra i più valorosi, e si disse eh' egli facesse scudo del suo petto a Garibaldi. I suoi commilitoni ricordano quanta operosità e quanto coraggio mostrasse poi nelle marcie da Catalafimi a Pioppo, a Marineo, a Misilmeri, a Gibilrossa, a Palermo.

Quivi poté finalmente scrivere ai suoi: Sono ancor vivo. All'entrare nella città, una palla di cannone portò via la testa a' due ufficiali che lo aiutavano: egli rimase illeso, e la notte seguente dormi sopra mezzo milione di piastre, da tesoriere coscienzioso.


1) Nella prefazione del Barbiera alle Poesie scelte del Nievo, cit.

2) TIVARONI, L'Italia degli Italiani, II, 215.


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Quella vita di folli ardimenti e di incredibili avventure gli rese tutto il buon umore che da un pezzo aveva smarrito: si divertiva a pensare come avrebbero riso gli amici quando egli avesse potuto raccontare le centomila scenette umoristiche osservate sino allora.

Teneva il suo recapito presso un armatore, il signor Alfonso Hennequin, console di Amburgo.

"La sua casa — scriveva più tardi, a cose chete, alla madre — è delle più simpatiche ch'io frequenti a Palermo: e la signora, che è svizzera, sa fare dei famosi pranzetti, dai quali è sbandito il noioso Marsala per l' allegro Champagne, e si supplisce al Bordeaux spurio di questi fondachi col Bordeaux siciliano di Vittoria. Mi distendo in queste superfluità gastronomiche, perché il mese e mezzo dell'ultima campagna ha lasciato, come puoi ben credere, molti e molti crediti al nostro stomaco. Intanto, pregato da amici di Milano, compilava in fretta un Giornale della prima spedizione di Sicilia, per servire di schema a chi volesse scriverne la storia. Restano otto pagine di questo lavoro abbozzato appena, in forma di sommario o indice di un racconto da condurre con la maggiore esattezza di particolari e con molta ricchezza di impressioni personali. Esso comprende gli avvenimenti dal 1.° al 27 maggio 1860; e probabilmente, se fosse stato continuato e svolto, avrebbe avuto, oltre all'importanza storica, l'attraenza suggestiva delle Noterelle dell'Abba.

Ma se il Nievo non poté lasciarci il suo diario della spedizione, ci restano però molte sue lettere da Palermo che valgono ancor meglio,


A Palermo 353


perché, buttato giù alla brava e senza preoccupazioni letterarie, ritraggono al vivo le cose e l'animo dello scrittore, secondo le sue impressioni immediate. E io non posso far di meglio che riportarne alcune, che 'veramente sarebbe una colpa lasciare inedite.

Palermo, 24. 6. 60.

Mamma mia, Ti ricordi del viaggio in Sicilia tante volte da me progettato? Eccolo finalmente in azione, più pittoresco di quanto avrei sperato. Palermo, con un po' più di caldo, è negli usi, nella società, nei pettegolezzi, una fotografia di Venezia. Ti ricordi delle commedie palermitane di Goldoni, di Donna Beatrice, d«l Marchese di Castel d'oro, ecc.? Or bene: quella società è ancor viva, grazie alla preziosa facoltà conservatrice dei governanti Napolitani.

Qui si vive in pieno seicento, col barocchismo, le raffinatezze e l'ignoranza di allora. Noi abbiamo il compenso di essere ammirati come eroi; e questo vantaggio, con due spanne di hlouse rossa e settanta centimetri di scimitarra, ci fa gli uomini più contenti della terra. Ci mancate solamente voi.... Bello quel solamente! Ora che ci penso, mi accorgo che presso a poco esso vuol dir tutto. A proposito, sai quello che mi è successo? Mi hanno nominato Vice intendente generale delle forze Nazionali in Sicilia (sic) e per giunta capitano. Il povero nonno sarebbe molto geloso del primo titolo, e Carlino sarà abbastanza piccato del secondo: ho ripreso i miei diritti di primogenito. So che Alessandro fu un po' offeso del non averlo io avvertito della mia partenza. Ti sarai immaginata che quell'omissione fu premeditata: la era impresa cosi pazza ed assurda da non sembrar conveniente l'immischiarvi un fratello. Ed in questo caso il dir "parto,, voleva dire: Vieni con me!...

Qui si comincia a pensare ad altro che alla Sicilia. Medici è arrivato — la Calabria è sulle labbra di tutti. Andiamo alla ricerca dei miracoli. Ma più grandi di quelli già successi non ne vedremo di certo....


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...Del mia futuro speciale io non posso dirti altro se non che potrebbe darsi che tentassi una scappata a Genova, forse anche.... Ma tutto è cosi legato agli avvenimenti che non voio né progettare né sperar nulla. Ora saprai novelle della così detta rivoluzione di Sicilia e che fu tutto merito nostro che le abbiamo creduto, e l'abbiamo suscitata per meglio dire fatta da noi soli! Figurati, con tali precedenze, se sul futuro si può ragionare! Chiudiamo i occhi, vogliamoci bene, e tanto basta per ora.!Nella mia qualità di eroe ho diritto di essere un po' bestia. Hai letto gli Amori garibaldini? Se bestia non sono, hanno fatto il possibile di mostrarmi tale con tanti errori di stampa.

Palermo, 24. 6. 60.

Bice carissima, — Ti ricordi quando io ti diceva: "In Sicilia non ci è mai stato gran che ed ora non c'è più nulla, I nostri si fanno illusione come è il solito: sarà la seconda edizione aumentata ed ingrandita di Pisacane e di Sapri l’„? Orbene, nulla di più vero dei miei presentimenti. Rivoluzione in Sicilia non ce n'era mai stata: qualche fermento nelle squadre, qualche dimostrazione nelle città, poche rappresaglie e ferocie dei Regi, ecco tutto. Noi primi, sbarcando a Marsala, recammo Pannunzio di quella rivoluzione che pur ci aveva fatto correre il rischio di morir tutti annegati. In Lombardia si disse e si scrisse: Garibaldi ha toccato terra; la spedizione è assicurata; Sicilia è libera.

Noi invece dicemmo tutti: Non siam morti in mare, ma perdendo quella incertezza abbiamo acquistato la certezza di morire in terra. Palla o capestro sono per noi. Infatti i Filibustieri del Mediterraneo non potevano aspettarsi di meglio. Non so se fu appunto per questo che andammo innanzi allegramente senza pensare e senza contare, e che a Calatafimi ci battemmo tutti con si disperata ostinazione da farci credere invincibili per un'altra volta. Fin là il merito fu dei soldati. Le due marcie sopra Parco e sopra Missilmeri sono merito di Garibaldi


La presa della città 355


e resero possibile la discesa sopra Palermo. Che miracolo! Ti giuro, Bice! Noi l'abbiamo veduto e ancora esitiamo a credere I I Picciotti (vuol dire ragazzi e cosi noi chiamiamo quelli delle squadre, perché tra loro si chiamano così) fuggivano d'ogni banda: dentro pareva una città di morti; non altra rivoluzione che sul tardi qualche scampanio. E noi soli, 800 al più, sparsi in uno spazio grande quanto Milano, occupati senz'ordine, senza direzione (come ordinare e dirigere il niente?) alla conquista d'una città contro 25,000 uomini di truppa regolare, bella, ben montata, che farebbe la delizia del ministro La Marmora! Figurati che sorpresa per noi straccioni! Io ero vestito come quando ero partito da Milano e portavo addosso uno schioppettone che consumava quattro capsule per tirare un colpo; per compenso avevo un pane infilato nella baionetta, un bel fiore di aloè nel cappello e una magnifica coperta da letto sulle spalle alla Pollione. Confesso che ero bellino! Il Generale era stupendo anch'esso. Egli restò sempre in maniche di camicia; aveva sopra di me il solo vantaggio che i suoi calzoni invece che rotti erano rattoppati. Entrò in Palermo con 40 uomini, conquistò piazza Bologna con 30, e credo che fosse solo o tutto al più in compagnia di suo figlio quando pose il piede in palazzo Pretorio. Noi intanto correvamo per vicoli, per contrade, per piazze, due qua, uno là, come le pecore, in cerca dei Napoletani per farli sloggiare e dei Palermitani per far lor fare la rivoluzione, o almeno almeno qualche barricata. Riuscimmo mediocremente sì nell'una cosa che nell'altra. I Napoletani erano occupatissimi a scappare e i Palermitani a ripararsi dalle bombe che fioccavano, per dire la verità, con molta indiscrezione. In fin dei conti Palermo rimase nostra, proprio nostra, di noi, di noi soli, come direbbero a Milano. Garibaldi fu arditissimo e noi fummo eroi solo per avergli creduto una tale impossibilità. Se questi non sono miracoli, io scanonizzo S. Antonio. Credo che primo pensiero di Garibaldi arrivando a Roma sarà di farsi canonizzare da Pio IX. Ne ha tutto il diritto, e un po' di


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diritto lo abbiamo anche noi. Basta! quando noi, in dieci dodici, assistemmo il 7 giugno all'evacuazione del Palazzo Reale, credevamo di aver le traveggole. 1500 uomini tutti in un nucleo, con cavalleria e artiglieria e il diavolo che li porti, sgombravano dinanzi a noi con le orecchie basse e la coda fra le gambe! Se avessi veduto i vecchi generali che figura facevano! che scappellate a Garibaldi! Mon finirei più se volessi contentartene. Ma, descritto il passato, mi toccherebbe poi sempre accennare al futuro.

Cosa faremo ora? Medici è arrivato, il Generale sembra impaziente, già una colonna dei primi venuti (come siamo superbi di questa distinzione!) si slancia per Catania e Messina; si buccina, si pensa ad una imminente spedizione in Calabria. Alcuni Calabresi sono partiti, Nicotera fra gli altri, liberato per opera nostra dalle prigioni di Trapani. Sai, gli è quello della lotteria dei canditi. Facilmente partirò ancho, se qui potranno far senza di me. Sono diventato un uomo dUmportanza, il che costituisce una posizione abbastanza incomoda. Tutti mi fanno la corte per suppliche, raccomandazioni e impieghi. Principi e Principesse, Duchi e Duchesse a palate agognano 20 ducati al mese di salario.

Sai che è curiosa questa commedia! E il signor Dittatore dice di sì a tutti, e poi tocca a noi sbrigarcene. — Ora, quando mi scrivi, ti prego di darmi del Capitano, e non già del milite. Cos'è questo milite? Lo fui: or più noi sono! Ora sono anche Viceintendente Generale, ma ti risparmio questo secondo titolo che è discretamente antipatico, benché mi dia a lavorare una diavoleria. — Basta! facciamo di tutto perché si riesca I Mi sembra di essere Arlecchino finto principe. Tengo sempre i miei abiti vecchi in camera a ricordo delle miserie passate. Oh se potessi venire


Impressioni e schizzi 357

si va in carrozza un'ora intiera: noi siamo sempre in carrozza; per un carlino si piglia una libbra di pezzo duro: noi pigliamo pezzi duri tutto il giorno; con un paio di riverenze si entra ne' parlatori a chiacchierare colle monache: noi siamo tutti i dopo pranzi a far visita alle monache. Ho conosciuto una certa suor Agostina che è terribile per far la crema al fico d'India. Ce ne fa mangiare anche dopo pranzo, tanto è buona. Ahimè, con suor Agostina perdo il posto pei saluti....


Palermo, J.° luglio 1860.

Mamma mia, — Ancora a Palermo ! sì, e devi stupirti di non trovare su questa mia la data di Napoli; ma si spera che quello che non è successo finora succederà in seguito. Qui si sta drizzando in piedi un simulacro di esercito, ma ora comprendiamo perché la difesa della Sicilia nel 49 fu una mascherata. I Siciliani sono tante femmine, hanno la passione del tumulto e della comparsa, e i disagi e i pericoli li trovano assai meno pronti delle parate e delle feste. Tutta la rivoluzione è concentrata nelle bande campagnuole chiamate qui Squadre e composte per la maggior parte di briganti emeriti che fanno la guerra al governo per poterla fare ai proprietari. Tanto è vero che adesso noi dobbiamo farla da carabinieri contro i nostri alleati di ieri. Che miracoli, mamma mia ! che miracoli ! la nostra virtù più grande, la sola forse, fu quella di aver creduto alla loro possibilità! Non eravamo 1 contro 10, ma 1 contro 50! E quella armata così bella, così bene armata, così compatta, si è sciolta come una bolla di sapone. Siamo entrati in Palermo dicendo: È meglio morire qui con dieci palle nella testa che a Corleone od a Caltanisetta sul patibolo! Invece siamo rimasti, abitiamo nel Palazzo Reale, prendiamo gelati grandi come beefteak e ci pavoneggiamo vestiti di rosso con le sciabole dorate dei signori Napoletani! Abbiamo anche la consolazione che fra queste ce n' erano anche di Bavaresi e di Austriaci, e che era composta di costoro quella colonna

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che inseguì fino a Corleone una fila di carri e di cannoni guasti, credendola il corpo dei filibustieri comandato da Garibaldi! Che minchionata, poveri diavoli ! Sono proprio i degni compatrioti di Urban! Quanto alla fine, non so immaginarmela. I volontari crescono, e benché non siano della tempra sventata dei primi (che modesta superbia!) valgono molto a formare un nocciolo. Può darsi che i veterani possano cedere ai coscritti la briga di filare una galletta già fabbricata. Ma per ora non ne so nulla. Io ed il generale decideremo in autunno, se i fatti non avranno deciso prima, il che spero e cerco con tutta l'anima. La costituzione di Napoli offre grandi campi a calcoli di conghietture. Scrivi ai nostri a mio nome che a me manca il tempo. Salutami i presenti, ricordami ai lontani, e se non sei contenta del caldo pensa ai sudori che costa a me questa lettera palermitana. Ciao, ciao Mamma mia ! Baciami mille volte attraverso al mare e facciamo così tra noi due l'unità d'Italia!...

Palermo, 1. 7. 60.

Bice carissima, — Godiamone di questa felicità finché la posta ce lo permette; da ciò capirai che il piacere di scriverti, di scriverti riposatamente da una buona poltrona sopra un elegante scrittoietto in bois de rose, voglio prendermelo per puro egoismo e per necessario complemento di queste miracolose giornate palermitane. Chi Io avrebbe detto quando eravamo stanchi, cenciosi, mezzo morti di fame e di sete sulle montagne di Parco, che quella bella e vasta città distesa sulla marina e veduta da lungi come un sogno incredibile, ci avrebbe baciato collo sventolìo della sua aria, dilettato colle sue musiche, e scarrozzato nei suoi mille legni che non la cedono in nulla a quelli del Bastione di Porta Orientale? Chi lo avrebbe detto che le bo-stre mani sarebbero rientrate nella morbida schiavitù dei guanti, che ci saremmo fatti uomini, ufficiali, semidei, dopo di essere stati briganti, filibustieri e semibestie ? Sai che è il sogno di Arlecchino  finto principe! Ma  qui starà poco

Vita nuova garibaldina 369

che diventeremo Prìncipi sul serio, perché di Eccellenze e di Mezze Altezze ve n'ha tale abbondanza, che per non scomparire noi siamo obbligati a trinciarla almeno da Duchi. Infatti non v' è sera che non abbiamo palco in teatro, e questo è considerato come un lusso asiatico nei teatrini così piccoli come li hanno qui. Poi si passa alla Marina, la quale è la Piazza S. Marco di Palermo, dove vi è divertimento di banda, intramezzato da trottate e da sorbetti di un gusto eccellente. Signori e signore non ne mancano, e per di più qui vi sono anche le monache, che mettono nel mondo la punta di un piedino ed amano almeno di fiutare qualche filo d' aria peccaminosa. Vedi che gli avanzi di Calatati mi, come ci chiama il Generale, hanno trovato modo di ristorarsi alla meglio. Per altro, a parlarti sul serio, non si cessa di lavorare, anzi il mio dispetto è che non si lavori abbastanza e come io vorrei. Abbiamo un ministero della guerra che avrà forse la coda ma il capo no certo : è una fabbrica così fertile di ufficiali e colonnelli che finirà coi gallonare tutti i Siciliani, bene inteso che noi della prima spedizione siamo considerati sempre come una specie di esseri superiori, ai quali Generali e Marescialli di fattura posteriore levano tanto di cappello. Si sta lavorando la medaglia per i 1070 argonauti : la città ci scrisse come cittadini, ed altre due medaglie ci vuoi dare il Generale per Calatafimi e per Palermo. Vedi che è un buon principio per un Museo Numismatico. Io ne riderei col mio solito cinismo, se non fosse che in caso di morte le nostre famiglie erediteranno almeno tre bei pezzi di moneta, e buon per tutti se molti posteri ci imiteranno! La spedizione di Napoli torna sul tappeto, ora che è certa la promulgazione della Costituzione, ma temo che il Generale voglia aspettare per assaggiare il terreno. Io per me ho tanta fede in S. Gennaro come ne ebbi in S. Rosalia e mi getterei addirittura nelle fauci del Vesuvio. Ne uscirebbe un'eruzione che porterebbe le sue lave fino alle porte di Ancona e spazzerebbe l'Italia dalle lordure di Lamoricière. Intanto si perde



360 XI. - IL SESSANTA: CON GARIBALDI

tempo e i partiti rialzano le corna. Guai se venisse qui chi non deve venirci! A Napoli, a Napoli! è il nostro grido — il mio in particolare, perché quella è la strada di ravvicinarmi a voi....

Palermo, 2 luglio 60.

Amica gentilissima, — Se non vi ho salutata prima di partire fu forse perché in quel caso non avrei più potuto partire. Ma ora vi scrivo per darvi la prova che nemmeno le palermitane mi vi hanno fatto dimenticare. Mi sono accontentato di confortarle durante il bombardamento, e sicuro della mia coscienza ho potuto celebrare degnamente la festa di S. Luigi mio particolare protettore. Le sole amiche che io m'abbia sono certe monache, le quali qui a Palermo sono donnette di spirito, e m'aiutano a trovare la perfezione cristiana. Credo di essere molto vicino a trovarla. Frattanto ricevete un saluto da un avanzo di .Calatafimi, ma credetemi sulla parola che, se sono avanzato, sono avanzato in piena regola, senza che si possa sospettare quello che la buona vedova Widman sospettava dell'ottimo zio Tobia nel Tristram Shandy di Sterne. Almeno la fantasia l'ho portata fuori intatta, ma quest'autunno faremo in modo che essa abbia ragione. Voglio proprio che ce la contiamo allegramente sul vostro bel lago, nel vostro giardinetto di Gra-vedona! Scusate: non vado più innanzi perché le monache ne sarebbero gelose. Qui si parla di andar a Napoli; il Generale è annoiatissimo della dittatura e gli piaceva più di essere capo dei filibustieri. Ora che capitano i soldati comincia a sbuffare e a stringersi intorno i suoi vecchi pezzenti. Oh, l'ho sempre detto io che la poesia è parente degli stracci!... Meno che nelle signore, s'intende! —

Palermo, 9. 7. 60.

Bice carissima. — È proprio questa una di quelle volte che mi converrà scriverti a tamburo battente. Abbiamo avuto una giornata piena di riviste, di rassegne e di tante



Desideri e speranze 361

altre scioccherie che mi hanno proprio annoiato al di là della morte. Mi sveglio ora che sono le 7. Alle 8 le lettere debbono essere impostate. Ti giuro che se potessi rompere una ruota al vapore per potermi intrattenere con te mezz'ora di più lo farei volentieri. Ma le proprietà di S. M. vanno rispettate e non posso altro che rimandare le mie espansioni di chiacchiere alla volta ventura. Qui, in poche parole, le cose non vanno né male né bene. Le opinioni sono divise — io ho la fortuna di non andar più d'accordo con nessuno, e questo se non altro mi salva da molte illusioni e da tutte le esagerazioni. Come andrà a finire? Napoli non si muove ; le Calabrie dormono; di qui si tenterà certo, ma un colpo  forse più decisivo che non si creda....

Palermo, 15. 7. 60.

Bice carissima.... Qui non sanno far altro che preparare e porgere certe granite che chiamano acquette, le quali dovrebbero secondo loro guarire ogni male, e terminano invece col far andare l'anima alle calcagna, dove l'hanno già da un pezzo tutti i baroni ed i pezzenti Siciliani. Alla peggio, se non mi ammalerò, ci vedremo sani; se mai ammalerò, faccio conto di non morire per divider teco la mia convalescenza. Ma ci vorrà un grandissimo sforzo di volontà, perché la terra qui è così bella che attrae a sé. Vedi come sono sentimentale! È effetto di aver questa notte passeggiato al chiaro di luna sotto gli aranci d'un giardino. Mi ricordai di Bellagio, ma la luna qui è troppo sfacciata ; invece il mare è più bello, più azzurro, più vasto del lago.... ma non è il lago. Quando mi ricordo di Regoledo, mi pare che solamente in paradiso potrei trovare un luogo capace di farmelo dimenticare. Tu aspetterai invece le notizie ultime di Sicilia! Ti dirò che domani è la gran festa di Santa Rosalia, e che il generale assisterà alle funzioni nella Matrice, e per poco non risponderà anche messa. Assisteremo anche noi in gran parata; ci dispensano per altro da portare il torcetto : quest'ufficio per ora tocca ai signori palermitani.



362 XI. - IL SESSANTA: CON GARIBALDI

Medici intanto va verso Milazzo e Oosenz oltrepassa Termini. Qui ferite e piaghe difficilmente migliorano: aria e medici, tutto cospira per mandare al diavolo il più gran contingente ch'è possibile. Saprai già della flottiglia che ci cresce ogni giorno. Credo che, mentre Medici e Co-senz sgambetteranno, noi balzeremo a Napoli addirittura. Per altro non ti do parola di far prigioniero il Ke....

Palermo, 15. 7. 60.

Mamma mia.... Quanto a notizie politiche saprai del piroscafo napoletano disertato (uno di quelli che ci fulminava a Marsala) e di altri due più piccoli rimorchiati il dì dopo. Pare che presto si attaccherà Milazzo, se non è una finta per invadere intanto il continente. Partì La Masa inviato alle corti Occidentali e di Sardegna.

Quanto a soldati, potremo contare su giovinetti : gli altri son tutti ufficiali, ma di quelli che non si elettrizzano punto al cospetto del fuoco. Non ti meravigli nulla della mia Vice Intendenza Generale? Sai che per rango potrei sottoscrivermi General di Brigata e che per modestia e per sola memoria di Calatafimi resto Capitano? Hanno scoperto in me dei gran talenti amministrativi. Figurati !... Ma il non rubare è una gran virtù....

Palermo, 2 agosto.

Bice carissima. — Notizie? Eccole: Milazzo fu presa senza infamia e senza lodo. Il generale ebbe a dire: Non rivedrò 'più Calatafimi. Lo credo.... Io, come vedi, non posso movermi per ora né verso Messina né verso Genova, e sì che mi sento portato da due desideri contrari verso questi due paesi ! Invece mi tocca intisichire a Palermo in mezzo ad Eccellenze ed a Ministri. Ma fu il generale che mi pregò di ciò battendomi sulla spalla. Chi potrebbe resistere? Pazienza ! A darti un'idea del lavoro che sbrigo, bisognerebbe fartelo vedere, ed io non sono un mago. Bisognerebbe anche darti un'idea della melma in cui poltriscono tutti i funzionari,

Il Nievo resta a Palermo 363

gli impiegati e gli eroi di questo paese. Intanto i Napoletani si ritirano da tutta la Sicilia, meno la cittadella di Messina, fra la quale e la città è convenzione di non offendersi a vicenda. Lo sbarco in Calabria sembra facile e favorevoli le notizie di colà. Ma sarà poi vero? Vedremo! La salute mia è piuttosto rotta, e non mi tengo dritto che a forza di volontà. Potrebbe darsi che mi ammalassi davvero, nel qual caso non saprei che fare. Ma è facile che tornerei costà a prendere un po' di riposo. Desidererei quasi i ammalarmi per vedervi alcuni giorni..

Palermo, 10. 8. 60.

Bice carissima, — Brevi righe quali me le consente il lavoro immenso da cui son oppresso e del quale non puoi farti un'idea. Fui ieri a Torre del Faro e tornai or ora — tutto si prepara al gran salto. Il Generale per altro non è di buon umore. Speriamo che riacquisterà oltre il Faro il sorriso di Calatafimi....

Non accade qui rifare la storia della Spedizione di Sicilia. Tutti sanno che Garibaldi lasciò Palermo per passare sul continente il 15 luglio. Al Nievo non fu dato di continuare la campagna col suo duce, poiché questi volle lasciarlo nella capitale siciliana col carico dell'amministrazione militare. E ben presto al rovello di essere rimasto a combattere la guerra dei conti e dei denari, anzi che quella delle fucilate, se n'aggiunse per lui un altro, che pose la sua abnegazione a ben più duro cimento che non sarebbe stato quello dell'armi.

Fin dalla prima metà del giugno era andato in Sicilia Giuseppe La Farina, che, come aiutatore dell'impresa di Garibaldi e amico del conte di Cavour, s'era tosto arrogato 1' ufficio di censore. Al Cavour e agli amici scriveva lettere di fuoco e di


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veleno contro il governo del Generale e contro gli uomini a lui più vicini1); in Palermo intrigava per ottenere l'annessione immediata dell'isola al Piemonte, che Garibaldi voleva invece differire sino a che non fosse compiuta l'opera di rivoluzione e di guerra popolare che doveva produrre l'unità d'Italia 2). L'annessione, ch'era quanto dire la cessione della Sicilia alla politica ufficiale, significava per lui rinuncia al proseguimento della campagna nel Regno di Napoli e nello Stato Romano; mantenimento del dominio borbonico sul continente; scatenamento di nuove collere tra i partiti, i quali coi loro eccessi potevano mandar a vuoto le conquiste fatte con sì miracolosa fortuna 3). L'inframettenza e il malanimo del La Farina andarono tant'oltre, che il Generale s'indusse ad espellerlo dalla Sicilia, facendolo imbarcare il 7 luglio su la fregata Maria Adelaide.

Da quel momento le ire del presidente dell'Associazione Nazionale non ebbero più misura né freno. Ogni sua lettera, ogni articolo da lui suggerito o scritto sui giornali di parte moderata fu un cumulo di vituperi contro Garibaldi, Crispi, Mordini, la „camarilla mazziniana e borbonica„ che circondava e governava il Dittatore. Andò a Palermo il Depretis, come rappresentante del governo di Torino; il La Farina vi tornò nel novembre come direttore delegato dell'interno e della sicurezza pubblica.


1).La Farina, Epistolario, raccolto e pubblicato da Ausonio Franchi. Milano, Treves, 1869, voi. IL

2)  Guerzoni, Garibaldi, v. II.

3)  Tivaroni. L'Italia degli Italiani, II, 237 seg.


Le accuse del La Farina 365


Prima ancora di giungervi, ricominciò da Napoli la sua guerra di denigrazione contro gli amici di Garibaldi, accusandoli di far propaganda repubblicana e di voler sottrarre le nuove provincie alla monarchia piemontese; giuntovi, fu ben tosto costretto a lasciare il Consiglio di Luogotenenza e a partire col Cordova e col Raeli; e diceva che se n'era andato per evitare spargimento di sangue estirpando la "corruzione governativa lasciata da' Borboni, accresciuta a cento doppi dalla dittatura e prodittatura,,.

Alle parole del La Farina, piene di virulenza e d'acrimonia, facevano eco i giornali moderati dell'Italia superiore, specialmente le tre Gazzette di Torino, di Milano e di Genova, pubblicando lunghe corrispondenze da Palermo, nelle quali lo stato della Sicilia erìEi descritto come prossimo all'anarchia e l'amministrazione della Sicilia era ferocemente imputata di inettitudine, di corruttela, di licenza finanziaria e politica. Si accusavano il Crispi e il Mordini di aver destituito un'infinità di pubblici ufficiali provetti per far posto ad avventurieri loro clienti; di prodigare pazzamente il pubblico denaro in fantastiche spese d'amministrazione e di gabinetto; d'aver sottoposto l'isola a un regime di terrore giacobino; d'aver sostituito " alla tirannide della servitù la tirannide della libertà. „ Si narrava che, quando si sparse la notizia dell'imminente arrivo di milizie piemontesi a Palermo, pochi giorni innanzi al plebiscito, il prodittatore Mordini aveva detto al comandante della Guardia Nazionale: — "Palermo, la Guardia Nazionale e il popolo soffriranno la violenza e la vergogna di


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ricevere le armi piemontesi —; e che il comandante aveva risposto: — "Il popolo e la Guardia Nazionale riceveranno a braccia aperte e con entusiasmo le milizie di Re Vittorio,, — 1).

A tali imputazioni rispondevano il Giornale ufficiale di Sicilia, giustificando ne' suoi vari atti il governo dittatoriale, e il Precursore, negando che i cittadini siciliani dissentissero in alcun modo da Garibaldi e affermando che, nello stato transitorio in cui risola si trovava, sarebbe stato pericolosa follia sottoporla senz'altro a tutte le leggi piemontesi. E in verità, chi legge i giornali che proseguirono l'astiosa polemica non solo fino all'annessione della Sicilia, ma fin dopo l'entrata di Vittorio Emanuele in Palermo (2 dicembre), riconosce senza difficoltà che in essa più della libera e giusta critica avean luogo gli odi di parte e le vendette politiche. Errori ed abusi si commisero senza dubbio in Sicilia; ma non tanti quanti ne denunciavano i fogli arrabbiati anzi che moderati; né con le prave intenzioni ch'essi attribuivano ai consiglieri e luogotenenti di Garibaldi. H contegno e gli scritti del La Farina furono già severamente giudicati dalla storia: la quale ha fatto ragione a chi l'aveva, e non l'avean sempre gli accusatori. Tornato nel settembre per pochi giorni a Palermo, il Generale chiese notizie del prodittatore Mordini alle persone più autorevoli della città; e ne rimase così soddisfatto che esclamò: — "Bravo! È toscano e ha saputo regolarsi da lombardo.,, — È poi ben noto come si compì l'annessione delle Due Sicilie,, dopo la quale Garibaldi tornò a Caprera


1) Gazzetta di Torino, 17 ottobre 1860.


L'amministrazione garibaldina 367


più povero di quando ne era partito.

Ma i sospetti e le ingiurie di cui fu fatto segno il governo garibaldino dal giugno al decembre non potevano non offendere l'animo illibato del Nievo. Posto a capo di un'amministrazione per forza di cose disordinata e sconvolta ad ogni momento dal sopraggiungere di gente nuova, di nuovi bisogni e di complicazioni imprevedute, egli tenne il suo ufficio con abnegazione instancabile, logorandosi la salute e il cervello perché tutto procedesse a dovere, compiendo in tale ingratissima fatica il maggior sacrificio ch'egli avesse mai fatto alla patria.

Si dice che fin da principio egli si trovasse circuito, assediato, esasperato dai soliti speculatori loschi, che le forniture militari attirano in tempo di guerra, i quali lo avrebbero voluto complice, partecipe od anche promotore delle lor ruberie.

Egli respinse sdegnosamente ogni offerta, sventa le mene degli intriganti, li fece mettere alla porta se ne fece tanti nemici. Ebbe occasione allora di conoscere da vicino molte pubbliche e private brut ture, e ne fu stomacato; ma sentì anche più imperioso il dovere di resistere, di lottare, di restare a guardia dell'ufficio che gli era affidato e che voleva mantenere e riconsegnare puro non che da ogni macchia da ogni sospetto. Quanto più le accuse degli estranei ferivano, sebbene indirettamente, la sua rigida probità e l'onesta alterezza della sua coscienza, tanto più fermo egli voleva rimanere al suo posto, affrontando di persona le insidie degli avversari, rispondendo con la sua presenza


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e co' suoi atti alle loro calunnie. Perciò ogni gioia delle vittorie garibaldine gli fu amareggiata, e dovette signoreggiare se stesso con tutte le forze della volontà per reggere fino all'ultimo a quella specie di martirio a cui gli pareva di essere sottoposto. Quanto invidiò i suoi compagni men colti e più fortunati, che avevano arrischiato la vita sui campi sino al trionfo del Volturno! Ma allorché avrebbe potuto lasciare l'Intendenza e con essa le sue terribili responsabilità, non volle: né volle allontanarsi dalla Sicilia, quando, alla venuta del Re, tornavano a fioccare i libelli contro i suoi capi ); e per que' maledetti conti della spedizione, che aveva raccolto e voleva portare integri e sinceri a Torino, trovò la morte.

Ai primi d'agosto aveva chiamato a Palermo il fratello Alessandro, il quale fu aggregato alla brigata Sacchi e con essa fece il resto della campagna; mentre l'altro fratello Carlo combatteva nell'esercito regolare sotto il Cialdini. Egli rimase a Palermo fino ai primi di decembre. Il 24 agosto fu promosso per decreto dittatoriale Commissario di 1.classe; un altro decreto dell'11 settembre gli confermò il titolo di Viceintendente generale. "Se mi vedessi! — scriveva alla madre. — Mi tocca


1) A libelli e stampe anonime accennavano anche in quella circostanza i giornali democratici, come l'Arlecchino, divenuto poi L'Amico del popolo: ma in generale si attribuivano ad avversari borbonici. Contro il bordini e il suo ministero stampò anche poesie in dialetto siciliano l'ex gesuita professore Castrogiovanni, che visse lungamente a Torino e vi pubblicò operette didattiche non ancora scomparse dalle scuole.


Il Nievo Intendente 369


dar udienza come un ministro e strapazzo principi e duchi ch'è un vero piacere. Figurati, poveretti, quando ho la luna di traverso! Mi maraviglio che nessuno ancora m'abbia infilzato.„ Alla metà d'ottobre fu chiamato a dirigere la Segreteria generale dell'Intendenza militare di Napoli: ma dovette ritardare la partenza per aver tempo di ordinare le carte della sua amministrazione e farne la consegna ufficiale 1).

Intanto, il 2 novembre, ebbe la promozione a Intendente di prima classe, con grado di colonnello.

Passò ancora qualche settimana a Palermo, lavorando sempre, ma scrivendo a' suoi cari col cuore rallegrato dal pensiero di rivederli presto. ''Si è faticato, ve lo giuro; e di più la nostalgia mi tra, vaglia, non dirò della patria, perché anche la Sicilia dovrebbe essere Italia, ma della quiete, della libertà e della famiglia.„ Con la Bice scherzava su la gelosia de' siciliani, su le bonnes fortunes attribuitegli, su la sua superstizione del numero 11. "Il numero 11 è il mio più fedele alleato: mi accompagna dovunque, mi protegge sempre, mi sorride continuamente.... Come il primo gradino oltre la decina rappresenta il progresso; come duplicazione scritta della cifra 1 esprime la fecondità; come figura geometrica indica stabilità; e non ti pare che que' due pali ritti stiano là umili e pazienti ad aspettarne un terzo trasversale


1) Ricavo queste e tutte le altre notizie su la carriera militare del Nievo da documenti dell'Archivio di Stato di Torino, sez. IV, Guerra e Marina {Carte dell'Esercito meridionale. Fascicolo intestato al nome del Nievo e contenente il suo carteggio d'ufficio)


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che comporrebbe il sacro simbolo della forca, della forca antica, romantica, patriarcale, non della macchinetta graziosa applicata alla strangolazione dal genio inventivo degli Austriaci?,, Scriveva queste cose TU novembre, alle 11 di sera. Quel giorno stesso era decretato lo scioglimento dell'esercito garibaldino; il giorno dopo s'arrendeva la fortezza di Capua; il 27 Ippolito riceveva l'autorizzazione ministeriale a fare la consegna del suo ufficio e a recarsi sul continente.

Ecco un altro gruppo di lettere interessanti, che illustrano tutti gli avvenimenti fin qui rammentati.

Palermo, 11. 9. 60.

Bice carissima, — L' altro giorno il ProDittatore mi chiamò a sé, — credevo per una cosa delle solite, per qualche mezzo milione di ducati che non si potesse pagare, o per accontentare il pubblico di Palermo con delle buone parole. Invece, dopo di avermi annunciato la prossima partenza di un vapore per Paola, mi consegnò una lettera. Era la tua. Per qual combinazione mi doveva essa capitare da mani così eccelse e in un' udienza ufficiale? Ti confesso che l'annunzio di una vittoria nel Cilento non m'avrebbe fatto piacere più grande. Ora poi che sento esser tu in una mezza idea di accettare il bel partito di un viaggio in Svizzera, con quanto piacere non ti verrò compagno in mezzo a quelle verdi e fresche campagne, sull'erte dei monti, e nell'ombra delle valli! Non fosse altro mi rinfrescherò la fantasia dal caldo africano che qui ci divora. Davvero che non ho mai sognato un clima simile. A mezzo settembre il vento del deserto giunge fino a Palermo, e ci improvvisa un bel caldo di luglio. Sono stato la settimana scorsa a Tropea, quando le truppe erano ancora colà; ma non potei vedere Alessandro perché partito con Sacchi. Ho assai piacere d' averlo appoggiato così bene. Ora sarà a Napoli.


Confidenze 371


I fiori e le rose di quest'ultima campagna mi alleviarono assai il dispiacere di aver dovuto rimanere a Palermo. Del resto la gloria mi perseguita: ora sono tenente colonnello.

Spero che se tornerò dalla parte del Po mi rivedrai generale. Appena toccato Napoli andrò al battaglione e faremo miracoli nella campagna d'Ungheria. Garibaldi non si starà fermo prima di averci fatto ammazzare tutti quanti e aver liberato l'Europa: questo è il suo profondo e genuino disegno. Per ora si limiterà a disfare il Papa e Lamoricière, nella qual faccenda spero abbia le gambe un po' più lunghe di Cialdini....

.... Depretis tiene soirée tutti i lunedì, e ballano come se la guerra fosse già passata da anni. Dopo la serata passiamo per solito a far chiasso da Cairoli, il quale abita anche lui a Palazzo Reale con la sua gamba malata....

.... Ventiquattr'ore di Bellagio le pagherei con un mese di Palermo, comprese le soirées del signor Depretis e le lusinghiere adulazioni dei ministri. Metto tutto questo in conto della patria, la quale alla fine dovrà pagarmi.... se sarò vivo. Dico cosi perché alle volte sono stanco di esserlo; ma mi passa pensando a Venezia e al mio Friuli.

Oh uno sbarco a Trieste! Lo pagherei con tutto il mio sangue. Che se m'approssimai con tutta indifferenza al lido di Marsala, allora invece, per isfidare i cannoni dell'Istria, ritroverei tutto il mio fanatismo. Basta: per ora camminiamo nell'oggi; il Generale vola e farà presto a condurci in un bel domani.

Palermo, 9. 10. 60.

Bice carissima, — Dio mio! Andiamo per 6 mesi che sono partito: quanti avvenimenti, quanta impazienza, quanta faticai Ultimamente dovevo sgusciare fino a Napoli, ma dovetti fermarmi a Messina e poi retrocedere a Palermo, perché mi venne ordine di metter in pronto il bisognevole per altri 15,000 uomini. Certo il procedere di tutta un'armata regolare è un lavoro imponente, ma non puoi farti un'idea degli stenti, delle fatiche, della responsabilità immensa che


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costa la direzione di truppe rivoluzionarie come le nostre.

Per non dar troppo e per non dar poco ci vuole un occhio, una costanza, un coraggio che a lungo andare rompono la lena. Son però disposto al nuovo sacrificio con bastevole pazienza, e, se non fosse un po' di nostalgia dei paesi ideali, che mi fa parere assai greve Tarla dell'Intendenza, potrei chiamarmi fortunato. Nulla so di Alessandro dopo il fatto di Caserta; ma spero bene, non vedendolo nominato nelle lettere particolari che portano le nostre perdite. Carlo deve essere anche lui sotto Capua. La lista delle perdite di Castelfidardo non porta il suo nome. Figurati qual beatitudine per la mamma Tesser limitata a consolazioni cosi negative! Ora però le apparecchiamo un po' di sosta e spero che durante la tregua degli eventi la posta correrà più celere e sicura....

Palermo, 14. 10. 60.

Mamma mia carissima.... — Come vedi, fanno sì gran conto delle mie qualità politico-amministrative, che vogliono tenermi inchiodato qui ad ogni costo; e si, ti assicuro, se c'è sulla terra Intendente idrofobo e che comunichi agli altri l'idrofobia sono io certamente quello. Vi son giornate nelle quali la mia vita è una serie non interrotta di sgridate e di strapazzate dalla mattina alla sera. Lo Stato trovò in me un Cerbero adattissimo pel suo Tesoro; gli è vero che, se mi mancano altre doti, questa è pel momento importantissima. Di tre giorni due stiamo senza denaro, ed io pago ad insolenze. Il Tesoriere fece senza prestiti mediante il mio valido aiuto e a forza di dir di no io ho perduto il movimento verticale del capo o almeno non me lo ricordo più. Qui mi chiamano l'Intendente antropofago; uomini a mangiarsi iù dolci di questi credo che non possano trovarsi neppure nella dolcissima Venezia. Per me, sono contentissimo di quello che faccio, ma in punto a piacere ne sono così stufo che sono lì lì por andarmene ogni momento, se non mi trattenesse quel maledetto amor proprio.

Intendente, antropofago 373


Ora col novembre andrà in attività un nuovo sistema regolare di pagamento coi buoni della Tesoreria. Allora, liberato dalla responsabilità della cassa, potrò movermi più facilmente; ma bisognerà prima che siano ultimati i conti dei 5 mesi di nostra gestione. L'andrà in lungo, ho paura, fino alla metà di novembre.

16.

Passarono 2 giorni, oggi l'annessione è proclamata, doversi fare col Plebiscito per si o per no. Tutta Palermo è piena di si. Non dar retta a quanto si urla sulla nostra anarchia. L'ordine è perfetto, come mai non fu in Sicilia....


Palermo, 23. 10. 90.

Bice carissima, — …................................................................................ Qui siamo in mezzo al gran frastuono dei si, L'Italia una e indivisibile ha travolto le teste di questi buoni Palermitani, i quali non fanno altro che correre gridando sì si che paiono dannati. In 32,000 votanti non abbiamo che 20 no; figurati! Domani avremo la distribuzione delle medaglie per coloro della prima spedizione che si trovano ancora in Palermo. Poveretti! fra storpi e monchi ne sono in buon numero: credo che sano sano vi sarò io solo


Palermo, 2. 11. 60.

Bice carissima. — Qui si ondeggia in un mare d'incertezze, e quello che è sicuro di ondeggiare ancora per un pezzo, sono precisamente io. Se sono sempre questioni delicate le quistioni di denaro, figurati poi per me che ho ereditato tutta la gestione rivoluzionaria da maggio in poi! È un caos inestricabile, nel quale è uomo di coraggio chi non si perde e chi mette la propria responsabilità nel dovere di regolarlo. Furono troppe le accuse che bersagliarono un partito cui ci si vuole ascrivere perché io possa abbandonare il timone della barca, ora che, dopo qualche furioso colpo di vento, siamo in vista del porto.


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É un buon tratto d'acqua da percorrere ancora; ma non burrascoso, né perfido, soltanto noioso. Mi rassegno rabbiosamente come sempre, ma son deciso a finire come ho cominciato e a rimettere a Garibaldi puro ed onorato come me lo diede il difficile incarico. Certo i conti non saranno finiti prima di gennaio. Intanto il Commissario Regio verrà — e cosa farò io? — Penso di prender aria e di veder la Sicilia — se stessi qui ancora ne morrei di tedio — lo ripeto, ho la nostalgia dei paesi ideali — chi sa che non mi ristori sulle rovine di Segeste e di Selinunte, o sulla vetta nevosa e fumante dell'Etna! Però non saranno altro che ripieghi al bisogno irresistibile di aria lombarda che mi affatica i polmoni. Sei mesi, sei eterni mesi, che diventeranno sette e più assai! patria mia, sei pur crudele a punirmi dell'amarti in maniera sì acerba! La Sicilia è una specie di paradiso senza alberi, ove io mi trovo perfettamente fuori del mio centro terreno; non ho aria per i miei polmoni, non ho immagini pel mio spirito. Mi bisogna vivere delle cose passate, come l'orso che si succhia per tutto l'inverno la grascia accumulatasi intorno nell'estate. In mancanza di grascia io mi sto rosicchiando le unghie; operazione che, secondo Steele, dinota in me, uomo ragionevole e civile, l'ultimo grado della noia.

Annoiarsi per amore di patria è l'ultimo sacrificio cui potrebbe arrivare la fantasia d'un Catone — io l'ho subito con ambedue le mascelle — ho sbadigliato in faccia ai più vaghi spettacoli della creazione; e sotto gli archi della Ziza ho aspirato quel fastidio delle cose umane che faceva prender l'oppio ai vecchi e barbuti sultani. — Com'è bella la Ziza! Darei la mia vita attuale ed anche un buon carato della futura per essere vissuto quando la Ziza era giovine.

Non fare castelli in aria a favor mio. — La Ziza è una villa reale degli antichi conquistatori Mussulmani.

Essa mi ricorda le Mille ed una notte, le romanze cantata al suono della chitarra; i sorbetti di rose; i turbanti, la pipa, ed il chiaro di luna — tutte cose che io stimo assai più dei registri dell'Intendenza,


Noia e fatica 376

e delle riviste passate ai battaglioni. Oh povero me, come divento vecchio 1 Se avessi barba dovrei averla canuta. Intanto tu seguiti ad imparadisarti del tuo bel laghettino, come avesti la bontà di scrivermi. — Guarda i favori che ti invia la Provvidenza! Sei circondata da parenti, da amici. Io da quattro settimane non ho più notizie di mia Mamma — per caso ho saputo che Alessandro è a Caserta, bene in salute. Oggi si bombarda Capua, — i regolari cingono Gaeta — speriamo veder la fine del primatto, e che la calata del sipario ci permetta di poter tossire e starnutire in libertà prima che si cominci il secondo....


Palermo, 19. 11. 60.

Bice carissima.... — Ti avverto per tua edificazione che ebbi la nomina di colonnello e che mi ritirerò con tutti gli onori, per ricominciare questo walzer saltato che si chiama la guerra della rivoluzione italiana.... Siamo tutti congedati, almeno quelli che non vogliono ingaggiarsi, tra i quali sono io. Si prende 6 mesi di soldo, e addio. Arrivederci la primavera ventura. In tale stato di cose non so se avrò un permesso o se dovrò aspettare congedo.... La mamma può chiamarsi fortunata. Ecco un'altra guerra finita senza che una palla abbia fatto conoscenza colle nostre viscere. Tuttavia non ti nascondo il mio dispetto. Una si bella epopea eroica finire cosi con un decreto di S.M.! Ne serberò eterno rancore al conte di Cavour.... il quale rancore non porterà certo pregiudizio alla rotondità del suo addome....


Palermo, 20. 11. 60.

Bice carissima. — Tu pure devi aver avuto sentore o poco tanto dei gravi appunti che si facevano all'Amministrazione del Generale Garibaldi. Figurati se quelli che vi avevano ingerenza e che fortunatamente a forza di sacrifizi e di fatiche eran rimasti superiori a queste accuse,


376 XI. IL SESSANTA: CON GARIBALDI


non dovevano subire anche il martirio piuttosto che darii qualunque lontanissimo appiglio. Ecco perché dovetti, a rischio anche di morire, restar io solo responsabile dell'opera mia, e sobbarcarmi ad impresa sotto la quale, se rimasi vivo, fu non so per qual favore specialissimo della Provvidenza. Un amministrazione regolare si consegna ad un altro con poche formalità, che alle volte, se l'amministrazione è grande, rubano un mese o due di tempo. La nostra irregolare, variata, precipitosa, figurati come poteva passare da mano a mano con vicendevole garanzia. Era impossibile. E poi me lo credi ora? Con tutta la buona volontà e l'obbligo e la necessità di dimettermi tosto, permesso non permesso, sarò obbligato a restarmene nei quadri dell'Armata fino al completo rendimento dei conti, cioè fin quasi alla fine di gennaio. Ciò non toglie che frattanto io non speri di muovermi.... Ho il permesso per Napoli in tasca. Là potrei forse averne uno per la Lombardia, ed esito ancora. Forse non esiterò domani, forse partirò. Oh lo sa il mio cuore quanto sarei contento di rivedervi! Con quanto trasporto volerei a Fossato tra le braccia della mamma! Se mi vedrai comparire, dl’ pure che ho fatto quasi l' impossibile e che proprio un po' d'aria lombarda era necessaria a' miei polmoni affaticati.... Faccio una fatica enorme ad alzarmi: dovrei star in letto la mattina; ho una febbricciattola continua, la bile che mi divora, e divento magro ogni dì più, il che sembrerà impossibile a chi ricorda il mio stato di semitrasparenza. Non importa; sento che avrò la forza di vedere l'ultimo atto, e mi basta.

Palermo, 2. 12. 60.

Bice carissima. ~ Avevo già preparato i bauli, avevo preso commiato dai miei nemici (amici non ne ho uno, per fortuna), mi ero fatto un sogno delizioso di compire il viaggio con Benedetto Cairoli, quando.... quando a questi stupidi e bestiali Lafariniani saltò in capo di stampare un bigliettino indirizzato a Sua Maestà e pieno di vili calunnie contro Mordini,


Eroismo amministrativo 377


il Ministero e me 1). Capisci che se Mordini e il Ministero dovevano partire perché non potevano fermarsi, a me invece che lo poteva era comandato di fermarmi — e rimasi! Sono finito, sfinito, sfinitissimo! Ti confesso che, se avessi creduto d' imbarcarmi per questa galera a Genova il 5 maggio, mi sarei annegato. Bei conforti la patria ci dona! E per conforti i giornali di Piemonte e di Lombardia ci piovono addosso accuse di ambiziosi e di traditori che l'è una delizia. Miserabili! come dice il nostro Generale. — Miserabili Tersiti che hanno il cuore di fango e la testa velenosa di un rettile. Il Ke è qui da ieri acclamato, portato in ispalla, venerato, adorato, ecc., ecc. È il solo galantuomo in una turba di bricconi e di coccodrilli. Povero diavolo! Mi fa compassione, quanto e più di noi. Se giungerà a far l'Italia, non sarà certo merito di coloro che gli stanno attorno.

Riprendo dopo 24 ore. Mordini è partito col povero Cairoli; quelli che hanno le gambe rotte partono prima di me che le ho sane. Forse è giustizia della Provvidenza per compensarli dei dolori sofferti. Intanto io, che credevo partire con loro, rimango ancora qui. Oh mio Dio! sono proprio agli estremi! Spero per altro di cavarmela per qualche giorno almeno. Avrò il tempo di venire fino a Milano? Oh spero di si! fosse per 24 ore, ed ancora farei il viaggio per veder la mamma e voialtri. Qui si festeggia sempre. Al Pretorio e al Palazzo Reale gran lusso di polke e di seni scoperti. Io son rimasto l'ultima camicia rossa a Palermo: sarò guardato come un selvaggio, ma non mela caverò a tutti i costi. Ci dovrà metter le mani il conte Cavour o S. Ecc. il ministro Fanti. — Carlo mi scrive da Mola di Gaeta. É annoiatissimo dell'assedio principiato e attende una mia visita.


1) Per quanto io abbia cercato e fatto cercare nelle memorie e ne' giornali di quei giorni, non mi è riuscito di trovare questo bigliettino. Sarò grato a chi lo sapesse rintracciare e me ne volesse comunicare il testo.


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Di Alessandro null’altro so se non che tre settimane fa si proponeva di valersi d'un permesso per far una corsa verso casa. È una grande esitanza fra noi se si debba aspettare o dare la dimissione. Per me propendo all'ultimo partito, e ne indovinerai la cagione: è più spiccio. Il voltafaccia attuale di tutta questa gentaglia mi stomaca; ne pronostico del male poiché la servilità non dà speranza di eroismo e neppure di costanza. Per un tari daranno un calcio a questi come per un salario diedero la pedata a quelli. E tu ove sei? ancora a Bellagio? a Milano? oh quanto l'avrei goduta un po' di campagna con voi! Invece mi toccò stare in assedio come Francesco II a Gaeta.

Prima di passare ad altre volate spero ed ho bisogno di un momento di riposo. Sono affranto come una bestia da soma troppo carica....


In tali circostanze, il 3 dicembre Ippolito scriveva all'Intendente generale Acerbi d'aver consegnato la direzione interinale dell'ufficio di Palermo al commissario Luigi Salviati, e dichiarava che sarebbe andato a Napoli non appena l'avessero consentito "le condizioni politiche,, della Sicilia. Probabilmente volle rispondere di persona a qualcuna delle solite censure; fors'anco non volle aver l'aria di ritirarsi alla venuta del re Vittorio Emanuele.

Parti pochi giorni dopo su l'Ercole, vecchio vapore appartenente alla Compagnia Calabro-Sicula; de' cui legni il governo si serviva per i trasporti del personale militare.


Liberato da tanto e sì molesto peso, era allegro come uno scolaro in vacanza. Corse difilato da Napoli in Lombardia, dove lo chiamava da tanto tempo la voce possente del suo amore. A Como e a Bellagio si rifece d'animo;


Vacanze beate 379


a Milano si rifece di vestiario e avviò ancora qualche pratica per trovare un editore alle sue disgraziate Confessioni. Ottenuta una proroga al suo permesso, andò pel capo d'anno del 61 a Fossato, dove si trattenne una decina di giorni presso la madre. Queste vacanze, nonostante il freddo, furono per lui una delizia: tutti i suoi affetti tornavano in fiore, tutti gli amici lo festeggiavano, il fascino della tranquilla vita abituale si faceva sentire con tutte le sue dolcezze all'uomo agitato e spinto ad aggirarsi lontano dalle venture della patria. Ohe piacere, dopo tanti pericoli, dopo tanti mesi trascorsi fra casi strani e persone estranee, ritrovare la vecchia casa dalle mura confidenti, e la madre, e le persone amate nelle note stanze ospitali, udirne come un tempo la voce, e raccontar loro la lunga storia dei giorni passati e che già parevano lontani, così lontani come se nessuna novità recente fosse intervenuta a turbare il placido scorrere dell'esistenza privata! Solo gli guastava questa gioia del ritorno il pensiero di non poter rivedere anche il suo Friuli, di dover ricever notizie di là come da una terra straniera. Sperava però sempre, come speravano tutti i Garibaldini, che il Generale non dovesse fermarsi a Napoli e che ben presto anche Venezia dovesse essere strappata al lungo martirio. Allora sarebbe stato dei primi a riporvi il piede; allora soltanto avrebbe avuto l'ultimo compenso alle sue fatiche.

Tornò intanto a Milano, e vi si trattenne beatamente quasi tutto il gennaio. Non però oziosamente. In quei giorni, tra una conversazione con gli amici del Caffè Martini e un'altra nel salotto


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della contessa Maffei, frequentato allora da' più insigni lombardi e veneti reduci dalle battaglie degli ultimi due anni, pose mano a uno studio su le condizioni sociali d'Italia avanti e dopo le guerre d'indipendenza. Ce ne rimane una trentina di pagine mutile, disordinate, qua diligentemente redatte, là tracciate appena: ma bastano a far conoscere le idee del Nievo e gli elementi della vita pubblica a cui egli avrebbe rivolto la sua attenzione, se, finita l'azione militare, gli si fosse aperto l'adito all'azione politica.

Costituita la novella Italia, il Nievo si domanda quale sia il compito che gli autori della rivoluzione debbono proporsi per conseguire l'unità morale e la prosperità dei popoli chiamati a nuovi destini.

Noi erriamo sempre, egli dice, cercando l'opinione pubblica nei libri e nelle opinioni della gente letterata. Vi è un'altra opinione, quella del popolo che lavora, pensa e non parla, sommessamente diffusa nel paese. La prima retorizza a nome della gloria e della filosofia; la seconda piange, grida, geme, ruggisce, per le passioni, pei bisogni, pei dolori del momento. „ Alla liberazione della patria dal giogo straniero non contribuì egualmente il volgo letterato e l'ignorante: quello veramente ha fatto la rivoluzione, e i settanta mila volontari delle nostre guerre erano il fiore della gioventù istruita: questo si lascia rimorchiare di mala voglia e spesso sordamente resiste alle nuove idee. "La parte intelligente non può redimere col sangue la parte ignorante; deve anzi tutto redimerla colla giustizia e coll'educazione. Ecco il sacrificio incruento ma più lungo e paziente che si richiede all'intelligenza italiana.”


studi politici e sociali 381


Di qui il Nievo muove a studiare le questioni capitali: lo stato delle campagne e degli agricoltori, del loro clero; le gravezze pubbliche, che devono essere equamente ripartite tra proprietari e lavoratori; il miglioramento, l'educazione e la legale rappresentanza degli interessi del volgo rurale, in cui lo scrittore vede il nerbo della nazione. Egli, che ha fatto la guerra, non s'illude che con essa il compito del grande partito liberale sia finito: resta il risorgimento pacifico, la sapiente e cosciente rigenerazione del popolo italiano liberato.

Con tale preparazione, con tanta serietà d'intendimenti, chi sa quale carriera politica si sarebbe offerta al Nievo nel nuovo regno d'Italia! La sorte non volle ch'egli fosse serbato alla patria nella sua età di trasformazione, quando gli uomini pari a lui erano più necessari a contenere lo sfrenarsi delle vanità e delle cupidige e a fondare un sano partito democratico, che avesse il popolo a scopo d'ogni sua cura non a base inconscia delle sue ambizioni. I Nemmeno potè lasciarci compiuto questo studio, che oggi ancora darebbe molta materia a meditare.

Un po' la magia dei luoghi e delle persone, un po' il sapere che l'Acerbi non si sarebbe mosso da Napoli, più di tutto il rinnovato incanto dell'amore, gli fecero indugiare la partenza da Milano più di quanto s'era proposto. Ma su la fine del gennaio parti di buon animo per Napoli, dove contava di passare qualche giorno del carnevale insieme col fratello Carlo, poiché s'annunziava prossima la resa di Gaeta. ''Le voci rivoluzionarie dell'Ungheria vengono ad offuscare di qualche nube questo roseo futuro


382 XI. IL SESSANTA: CON GARIBALDI


scriveva nel partire alla madre. — Quello per altro che angustia me può consolar te. Potrebbe darsi che il lavoro di Napoli non ci consentisse di lavorare altrove. Che rabbia, se il Generale fosse costretto a precipitare la sua partenza e noi non potessimo seguirlo! Speriamo in Dio e nella pace di Presburgo per riunirci tutti a Colloredo.„ Si diceva che il Generale cominciasse a provar molta inquietudine nella sua gabbia di Caprera.

"Sappiamo di certo che egli sta contrattando un vapore, e non ha per nulla dimenticato le sue promesse pel marzo venturo. „ Frattanto, ai primi del febbraio, l'Esercito meridionale riceveva l'ordine del suo tramutaraento in Piemonte. Il Nievo dunque sarebbe rimasto in servizio a Torino, affrettando col desiderio la ripresa della guerra per la liberazione di Venezia e di Roma. ' Abbiamo bisogno di grandi scosse — diceva — per mescolarci bene e costituire l'unità. „ Alla capitale doveva trovarsi il 14 febbraio. Si godeva nel frattempo il lieto soggiorno di Napoli, lieto per il nuovo rigoglio di vita che invadeva la città, ma fecondo di meditazioni allo spirito del poeta, a cui " il passato, ceneri ed ombre favolose „ infondevano malinconia. Il 7 febbraio fu investito del suo definitivo ufficio di direttore della Segreteria generale dell'Esercito meridionale, con un ordine del giorno dell'Intendente generale Acerbi. E da Napoli sperava di passare senz'altro a Torino, quando, ventiquattr'ore dopo, un nuovo improvviso ordine scompigliò tutti i suoi disegni.

Trascrivo intera la minuta del documento, quale


Ritorno in Sicilia 383


si trova tra le carte conservate nell'Archivio di Stato dell'antica capitale:

Napoli, 15 febbraio 1861.

Cessando le sue incombenze presso l'Intendenza Generale in Napoli ed appartenendo Ella ai funzionari din tendenza, ai quali dal Direttore Generale della Guerra fu dato permesso di trovarsi a Torino anche otto giorni dopo il 16 corrente, La interesso a recarsi immediatamente a Palermo per raccogliervi le contabilità coi relativi documenti e raggiungermi poi a Torino, a sensi del R. Decreto.

L'Intendente Generale

fj Acerbi.

Al Sig. Ippolito Nievo

Intendente militare di Ia Classe.

Questa minuta è tutta di mano del Nievo. Egli stesso dunque la preparò, riconoscendo la necessità di tornare a Palermo. Per quanto fosse stanco di girare il mondo " come uno zingaro „ gli convenne rassegnarsi. Profittò degli ultimi giorni di soggiorno a Napoli per visitare il lago d' Averne, il tempio di Pluto e le terme di Nerone, il regno delle antiche favole che da tanti anni aveva vagheggiata) nella fantasia. Il primo carnevale di Napoli libera finiva tra un chiasso indiavolato: musiche, grida, luminarie per le strade e lungo le rive del golfo. Il 15 febbraio, con una serata d' incanto, il Nievo parti per Palermo su l'Elettrico, insieme col commissario di II classe Achille Maiolini.

Durante la placida notte, mentre due passeggeri inglesi lo tempestavano di domande sui casi di Marsala e di Calatafimi, egli prendeva la penna e scriveva tranquillo alla sua Bice. Non gli spiaceva di rivedere un'ultima volta la Sicilia, dove erano


384 XI. IL SESSANTA: CON GARIBALDI


trascorse le giornate più memorabili della sua vita.

Ma doveva essere un breve addio. In un paio di settimane si riprometteva di sbrigare la noiosa faccenda dei conti; e poi, andando a stabilirsi a Torino fino alla prossima guerra che avrebbe terminato di liberare l'Italia, sognava già di tornare alla sua donna e di riprendere le care fatiche dell'arte.

Nulla, nulla in quella notte gli disse il cuore; non un'ombra dei vecchi tristi presagi turbò il sereno della sua fantasia su quel mare incantevole, che venti giorni dopo, sconvolto dalla bufera, doveva inghiottirlo nel mistero impenetrabile de' suoi abissi.


Capitolo XII


La morte.


Ultimo soggiorno del Nievo a Palermo. — Partenza su VErcole 4 marzo 1861. Il naufragio misterioso. — Tarde notizie, false dicerie. — Il pubblico e privato dolore. — Estreme onoranze rese al Nievo. — Parole di Garibaldi. — Come sarà morto Ippolito? — Il Mameli e il Nievo. — Conclusione.


La primavera precoce di Sicilia sorrise al Nievo co' suoi tepori e co' suoi profumi. Egli si pose con gli altri due ufficiali d'Intendenza, il maggiore Salviati, ch'era rimasto in sua vece fino allora a Palermo, e il maggiore Maiolini, che aveva condotto seco da Napoli, a riordinare e raccogliere tutte le carte della Spedizione di Sicilia, tornando cosi alle uggiose brighe dei mesi antecedenti. "Quando mai — scriveva — la Provvidenza mi ha stampato così scioccamente schiavo del dovere, ch'io m'inducessi a ravvolgermi di nuovo in queste pastoie, dopo essermene così felicemente liberato!,, Sospirava impaziente il giorno che, finito il lavoro, avrebbe potuto imbarcarsi per il continente e affrettarsi a Milano; intanto si sfogava con lunghissime passeggiate nei dintorni, vivendo come era uso anni addietro a Colloredo.”


386 XII. LA MORTE


Su o giù per colline, per boschi, per giardini tutto il giorno, con tanto di musone a mamma natura, la quale me ne rimerita facendomi sembrar brutto tutto ciò che è bello e triste tutto ciò che dovrebbe essere allegro. Meno male che giovedì o alla più lunga domenica questa vitaccia sarà finita e rivedrò Napoli e Genova.... „ Queste parole si leggono in una lettera del 23 febbraio 1861, l'ultima posseduta dalla famiglia Nievo.

Alla fine del mese Ippolito annunziò agli amici di casa Hennequin che ne' primissimi giorni del marzo sarebbe tornato su l'Ercole a Napoli co' suoi subalterni, per poi raggiungere al più presto l'Acerbi a Torino. Il signor Hennequin, uomo pratico, lo sconsigliò quanto seppe e poté dal viaggiare su quel vecchissimo e logoro Ercole, che tutti dubitavano potesse reggere alle burrasche frequenti in quella stagione: cercò invece di persuaderlo a imbarcarsi su l'Elettrico, il solo vapore solido che possedesse la Compagnia Calabro-Sicula. Ma il Nievo non volle saperne. "Invece di quindici ore — rispose — ne impiegheremo vent'otto, come mi accadde nel dicembre. Che importa?„ Egli non curava i pericoli; e poi l'Elettrico doveva partire tre giorni dopo l'Ercole: tre giorni tre secoli di ritardo per lui, che, terminato il lavoro d'ufficio, non pensava più che alla gioia di riavvicinarsi a' suoi cari, e, sopra tutto, di rivedere la sua Bice.

Nonostante dunque le ripetute rimostranze degli amici, quando l'Ercole arrivò a Palermo il 2 marzo, egli vi preso posto per il ritorno insieme co' suoi ufficiali e con uno scrivano dell'Intendenza, certo Fontana.


Gli ultimi giorni 387


Non istava bene in quei giorni: si sentiva tutto indolenzito "come alla vigilia di una forte malattia „. Ma l'idea del viaggio lo sorreggeva e non dubitava di arrivare sano a Napoli. Il 3 marzo una domenica, pranzò in casa Hennequin, per l'ultima volta. La mattina seguente andò ad accomiatarsi da quell'ottima famiglia, che lo amava già come un figliuolo. Aveva ancora trista cera ma assicurava di sentirsi benissimo. Gli addii furono pieni d' affetto e di commozione. Andò ad accompagnarlo a bordo dell'Ercole un figlio del signor Hennequin, essendo questi occupatissimo per il carico di un altro vapore napoletano, il Pompei che doveva partire quel giorno medesimo. Il Pompei non era della Compagnia Calabro-Sicula che serviva il governo: se il Nievo avesse potuto viaggiare su quello, sarebbe giunto in salvo 1). Egli portava seco tutti i conti di gestione dell'Intendenza militare di Sicilia, dal 2 giugno al 31 dicembre 1800.

L'Ercole, comandato dal capitano Michele Mancino da Napoli, con a bordo un'ottantina di persone tra equipaggio e passeggeri 2) e 232 tonnellate di merci diverse, salpò verso il mezzodì del 4 marzo.

1) Da lettere che il signor e la signora Hennequin scrissero, dopo la catastrofe, ai parenti del Nievo.

2) Ecco la lista dei passeggeri, secondo che si legge in una corrispondenza palermitana del Diritto 26 marzo 1861: Nievo, colonnello; Salviati, Maiolini, maggiori Garasini, commissario di Marina; Ferretti, cappellano; Berretta, direttore dell'Intendenza; Fontana, scrivano contabile; Simone Pietro, Sollima Placido, Carracappa Francesco, Forno Paolo, Ventre Francesco.


388 XII. LA MORTE


E da quel momento comincia il mistero. Il comandante del Pompei partito poche ore dopo, raccontò che nella notte il mare si levò in burrasca e che la mattina del 5 s'intravide l'Ercole sbattuto tra le onde, a circa venti miglia avanti l'isola di Capri; ma poi l'uragano girò da tramontana a maestro, e non si riuscì a scorgere più nulla. Altri disse che un bastimento inglese poté discernere da lontano l'Ercole, mentre affondava per un colpo di mare, a 140 miglia dal porto di Palermo. La casa Florio, a cui la sciagurata nave era raccomandata, fece sapere ch'essa erasi perduta a dieci miglia da Capri, verso le tre o le quattro ore del mattino.

Nei documenti del Ministero della Guerra si legge invece eh' essa affondò per un incendio scoppiato a bordo durante il tragitto.

Il fatto è che non se ne seppe mai più nulla, non se ne trovò mai alcun vestigio, non si poté mai accertare il dove e il perché del naufragio. Dilungatosi da Palermo, l'Ercole co' suoi passeggeri disparve dal mondo per sempre.

E il mondo se ne accorse tardi. In quella prima metà del marzo 1861 s'arrendevano ad una ad una le ultime cittadelle borboniche; a Torino si preparava la proclamazione del Regno d'Italia; e il Parlamento, la stampa e il pubblico avean da pensare a tutt'altro che alle povere ultime camicie rosse partite dalla Sicilia. Per due settimane, nessuna notizia dell'Ercole giunse alla capitale. Tanto che il 16 marzo, undici giorni dopo il naufragio, l'Intendente generale Acerbi, stupito che il Nievo non l'avesse ancora raggiunto, spediva questo incredibile dispaccio ufficiale,

Il naufragio dell'”Ercole” 389


che sembra un'atroce ironia, e di cui riproduco la minuta autentica:

All'Intendente Militare Nievo

pressantissima

Palermo.

Solleciti la sua partenza da costì e si rechi immediatamente a Torino, interessandomi di presentar subito il rendiconto.

Torino, 16 marzo 1861.

firm. Acerbi.


Sarebbe curioso a sapersi chi ricevette a Palermo il dispaccio, e come rispose.

Solo ne' giornali napoletani del 17 e ne' torinesi del 19 si legge un cenno, piccolo cenno smarrito fra le quisquilie della cronaca quotidiana, del naufragio dell'Ercole. Fu mandato da Napoli a cercarne le tracce un vapore, il Generoso, che esplorò le coste del continente e delle Lipari, ma tornò senz'aver nulla trovato. Alla fine del marzo si dubitava ancora della sorte del Nievo; molti non volean credere alla sua tragica fine 1). Mentre i fogli d'opposizione lamentavano vagamente che il Governo adoperasse legni fracidi per il trasporto de' suoi ufficiali e trascurasse di promuovere nuove ricerche della nave perduta, e i fogli ministeriali serbavano il più coscienzioso silenzio, si spargevano intorno le notizie più strane e contraddittorie. A Genova si diceva che l'Ercole era stato spinto dal mare su le coste d'Africa. Da Parigi capitò un telegramma che annunziava uno sbarco di Garibaldini in Antivari; da Costantinopoli confermavano


1) Barbiera, Salotto, p. 254.


390 XII. LA MORTE


che una mano di volontari italiani era sbarcata in Albania, e che si supponeva trattarsi appunto del Nievo e de' suoi compagni. Ma ben presto si seppe che codeste erano prette fiabe; alle autorevoli notizie seguirono, come suole, autorevoli smentita; e più tardi, il 2/14 agosto, un signor P. Conemenos scriveva da Prevesa alla signora Nievo che colà infatti, cinque mesi prima, era corsa voce di uno sbarco di Garibaldini su le spiagge del Montenegro; e molti giornali d'Oriente ne avevano parlato, aggiungendo che gli invasori erano stati respinti, anzi, rincaravano i fogli ottomani, catturati; ma poi non se n'era più avuto alcun sentore.

Per colmo di confusione, l'Omnibus di Napoli, 2 aprile, raccontava che l'Ercole s'era incendiato a mezza via, avendo il capitano voluto sforzar troppo la macchina: storiella raccontata da "un uomo unicamente salvatosi „. E il Diritto, in una corrispondenza palermitana del 6 aprile, diceva: "Dopo venticinque giorni abbiamo la dolorosa certezza che l'Ercole naufragò nei mari d'Ischia. Riconobbero il cadavere del povero Nievo gettato dalle onde sulla spiaggia. Trovarono tre marinai semivivi salvatisi.... Anche questa notizia, che inspirò a Bernardino Zendrini una lunga elegia in onore del Nievo, Poeta soldato e naufrago, 1) era falsa. Carlo Gobio, cugino di Ippolito, corse a Torino, a Genova, a Spezia, a Napoli, per cercare informazioni esatte;


1) Zendrini, Op. complete. Milano, Brigola, 1883, III, 49. Questa diceria trasse in inganno parecchi altri, anche il Barhiera: v. Simpatie, studi letterari. Milano, Battezzati e Soldini, 1877, p. 251.


Dicerie e compianti 391


e al suo ritorno non poté far altro che riconfermare la voce, universale ma non provata, del naufragio.

E universale fu il compianto. Se i giornali, per le circostanze politiche o per altre men chiaro ragioni, tacquero o parlarono poco, non tacquero né tacciono ancora i Garibaldini, i quali ricordano la perdita dell'Ercole come uno de' più funesti episodi della loro storia: tanto più funesto quanto maggiore era l'uomo che l'Ercole doveva rendere alla patria, e quanto più preziosa doveva essere la presenza e la testimonianza sua al chiudersi dei conti di quella spedizione, a cui nessuna censura amministrativa era stata risparmiata.

E chi può dire lo strazio della famiglia? Piovevano da ogni parte lo condoglianze d' amici e di sconosciuti, ma la misera madre non voleva, non poteva credere che il suo Ippolito fosse perduto per sempre. E ne dubitò ancora, continuò a sperare per più mesi. Quando udiva sonare il campanello, trasaliva come se presentisse il giungere di qualche impensata notizia o come se il figliuolo medesimo stesse per riapparirle innanzi. Gli anni passarono senza attenuare il suo muto dolore. E volle essere sepolta con un mantello che Ippolito aveva portato nella campagna di Sicilia e lasciato a casa nel suo ultimo viaggio.

L'altra misera donna, che Ippolito aveva amato più di se stesso, la Bice, s'illuse lungamente con le notizie d'Albania; poi s'accasciò e sfiorì a poco a poco. Due anni dopo, ella mori consunta. Quando si sentì mancare, volle rivedere il dottore Francesco Rosari, colui ch'era stato a Milano il più diletto amico d'Ippolito, e gli disse:

392 XII. LA MORTE

Tra un paio di giorni vado a trovarlo. — E volle essere avvolta per sempre nella camicia rossa del suo poeta.

A Ippolito Nievo, morto in servigio della patria, fu decretata la croce del Merito militare di Savoia.

Alla sua famiglia scrisse commosso Garibaldi, il quale rammentava sempre con affetto il Nievo come uno tra i migliori di quella schiera di valorosi compagni ch'egli piangeva perduti nella sua vita di soldato e di cittadino „ 1).


1) Così mi scrive l'on. Menotti Garibaldi. La lettera del Generale si conserva nel Museo storico del Risorgimento a Milano (num. di Registro 3139). La riproduco perché manca nell'Epistolario del Garibaldi (Milano, Brigola, 1885):

Caprera, 28 settembre 1861.

Alla famiglia del colonnello Ippolito Nievo.

Tra i miei compagni d' armi di Lombardia e dell'Italia meridionale, tra i più prodi, io lamento la perdita del colonnello Ippolito Nievo, risparmiato tante volte sui campi di battaglia dal piombo nemico, e morto naufrago nel Tirreno dopo la gloriosa campagna del 60.

Una famiglia che può contar nel suo seno un valoroso quale il nostro Nievo merita la gratitudine dell'Italia.

G. GARIBALDI.

Tra le onoranze rese alla memoria del Nievo, oltre alla citata Elegia dello Zendrini, ricordo il carme di Emilia Fuà l’asinate premesso all'edizione fiorentina delle Confessioni d'un Ottuagenrio e un'epigrafe del conte Carlo Leoni: " Ippolito Nievo — padovano — mente ricca fulgida ferma — soldato poeta — dei Mille uno — penn vita sacrò — alla insaziata (?) — di dolori e sangue — Ahi! Vonda sicula — agli aspettanti Veneti — l'eroe trentenne — rapì — 1861 — Lagrimgt;ate. „ (D'Avala, op. cit.)

A Mantova fu imposto il nome del Nievo alla via in cui


Ultimi onori 393


E con le parole di Garibaldi finisce la storia del poeta soldato.

Morire sorridendo! — egli aveva scritto. — Ecco non lo scopo, ma la prova che la vita non fu spesa inutilmente, ch'essa non fu un male né per noi né per gli altri„ 1). E la nostra fantasia vorrebbe immaginarlo sereno innanzi alla morte che con infallibile minaccia gli si affacciò improvvisa, rassegnato stoicamente a soggiacere nel pieno vigore delle forze e degli spiriti al suo destino. Tante volte aveva pensato alla morte come ad un mistero oscuro, impenetrabile, ma spoglio per lui di minacce e di paure 2), e alla morte giovine come ad un probabile benefìcio; tanto volte le era mosso incontro sui campi di battaglia, senza sfide spavalde come senza titubanze; e forse, quando la sentì in mezzo alle onde vicina, la accolse col sorriso con cui la aspettava il suo Ottuagenario, e affogò senza un gemito, come senza un gemito sarebbe caduto in guerra se una palla l'avesse trafitto.

Così, tacita, altera, sicura nella pace della coscienza al par della vita, vorremmo figurarci la morte del Nievo. Ma troppo crudele ne fu il modo,


sorge la sua casa paterna; su la sua casa natale a Padova si voleva porre, ma non s'è posta ancora, una lapide; a Udine, per iniziativa del eh. prof. P. Bonini, si pensò a collocare un busto del Nievo nel Museo friulano del palazzo Bartolini, ma anche questa buona idea non ebbe effetto, come segue troppo sovente nel nostro paese.

1) Confessioni, III, 332.

2) Confessioni, III, 334.


394 XII. LA MORTE


per non dover suscitare nell'animo suo uno schianto di disperato dolore. Quando su l'Ercole si avvertì il pericolo imminente, quando la maledetta nave cominciò a sfasciarsi e ad affondare, tra le orribili strida degli uomini e lo spasimo di tutti i cuori, anche il cuore di Ippolito, filosofo ed eroe, ma uomo, dovette sollevarsi in un impeto supremo di rivolta contro la sorte che lo uccideva a tradimento, cosi giovine, prossimo alla gloria, e innamorato. Egli era amico della vita perché era nato a viverla intera: nel pensiero e nell'azione, come intelligenza e come volontà. Essa gli aveva dischiuso innanzi tutte le sue porte: la fortuna della patria, le lettere, l'amore lo invitavano all'avvenire. E d'improvviso tutto gli sfuggiva, perché la vecchia barcaccia su cui aveva voluto avventurarsi non reggeva più ai colpi di mare: e nulla, nulla al mondo avrebbe potuto salvarlo.

Morire così, quando l'anima, come un'urna piena, trabocca di speranze, quando la giovinezza sta per adempiere tutte le sue promesse! In quei momenti in cui tutti gli istinti prorompono nell'amor della vita, all'ultima luce della coscienza, prima d'inabissarsi nel cieco orrore delle acque, gli devono pure esser balenate nel pensiero le persone e le cose care che non avrebbe rivedute mai più: i genitori, i fratelli, la sua Bice adorata, e la Venezia ancora oppressa, e il suo romanzo, il libro dell'anima sua, che forse niuno avrebbe mai lotto, che sarebbe naufragato al par di lui nel silenzio eterno.

Meglio, meglio, se la morte lo colse nel sonno, se un'ondata lo soffocò prima ch'egli avesse tempo di pensare!


Conclusione 395


E mille volte più fortunati i giovani poeti ed eroi che spirarono sul campo di battaglia, come Teodoro Koerner e Alessandro Petoefl, o morirono di una santa ferita, al tonar dei cannoni e delle ultime grida di libertà, come Goffredo Mameli. Il nome del Mameli e quello del Nievo vanno naturalmente congiunti nell'epopea garibaldina. ''Tutti e due — scrive il Salvadori — ci danno rispecchiata e idealizzata in sé l'immagine delle due generazioni che fecero le due grandi rivoluzioni italiane; anzi, della medesima generazione nei due momenti diversi: audace, spensierata, tutt'anima nel 48; temprata dal dolore, dal pensiero, dai forti propositi nel 60.„ Ma mentre l'uno si spense su l'alba della libertà d'Italia, e non poté dare alla patria e alla poesia se non il primo fiore della sua vita; l'altro ne vide il sole meridiano, e alla patria offerse col braccio giovanile il senno più che virile, all'arte diede ben più che promesse.

Più ancora che al tempo suo, in cui pur tanto operò, il Nievo apparteneva al futuro, all'Italia dei giorni nostri, che avrebbe illustrato come scrittore e come politico, dopo aver aiutato a riscattarla come soldato. Era in lui tutta l'austera preparazione e la saldezza di propositi e l'alta coscienza letteraria che più difettano e bisognano nel nostro paese. Come poeta lirico e satirico, egli avrebbe forse conseguito pienamente quella lode di originalità che già cominciavano a meritare i suoi versi, nei quali s'annunziano molte di quelle che più tardi parvero novità, e manca soltanto quella sicurezza di fattura, quella maestria della forma senza la quale il poeta non ottiene quanto vuole né dura


396 XII. LA MORTE


sopra le mutazioni dei tempi. Come poeta drammatico, avrebbe innovato la tragedia ed emulato con più profondo ingegno il Cossa. Come romanziere poi, come indagatore delle anime e dei costumi e narratore di umani veri, non avrebbe avuto chi lo superasse in Italia.

Questo è il giudizio che inspirano le opere sue, alla cui perfezione ima sola cosa venne meno, il tempo; ed è già maravigliosa l'altezza a cui il Nievo seppe levarsi nel tempo brevissimo che gli fu dato di consacrare alle lettere. Forse erano maturi nella sua mente nuovi disegni di cose grandi e belle, quando egli chiuse nell'oscura morte gli occhi che avean veduto tanto lontano nella vita e nell'arte. Ma anche per ciò solo ch'egli fu e fece, gli spetta onorevole luogo nella storia dell'Italia moderna.

Cosi possa questo libro ridestare nei lettori italiani tanto affetto verso la sua memoria, quanto ne era nell'animo sincero di chi lo scrisse.



FINE








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