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Fonte:
http://www.lavoce.info/ - 06-03-2006

La crisi demografica del Sud

Alessandro Rosina

Se, come ha recentemente scritto Nicola Rossi il Sud è e rimane il “malato d’Italia”, ai suoi cronici problemi ora se ne aggiunge uno del tutto inedito, e molto preoccupante, quello demografico. Ciò pone una seria ipoteca sullo sviluppo futuro. L’entrata del Sud in una spirale demografica negativa rende tutto più difficile, rischiando di far pagare domani a caro prezzo il tempo perso e le risorse sprecate di ieri e di oggi.

Denatalità

Fino a qualche anno fa, tra i record negativi del Mezzogiorno non c’erano quelli demografici, anzi. Storicamente il Sud è stato una riserva demografica per il nostro paese. Ancora nella prima metà degli anni ’70 nascevano in media tre figli per donna nell’Italia meridionale, e attorno a due nel Nord. La crescita demografica del paese è stata negli ultimi decenni alimentata in larga parte dalla fecondità del Sud. Nella prima metà degli anni ’90 l’Italia settentrionale presentava valori nettamente inferiori a qualsiasi altro paese al mondo, mentre l’Italia meridionale era posizionata su livelli in linea con i paesi europei a più alta fecondità.
Negli ultimi dieci anni, dopo il minimo storico del 1995, è iniziata però una fase del tutto nuova. Per la prima volta, dai tempi del baby boom, la fecondità ha invertito la rotta ed è tornata (timidamente) a salire. Ma solo nell’Italia settentrionale. Inoltre, per la prima volta, gli andamenti della fecondità tra Nord e Sud risultano opposti, con il mezzogiorno che continua a diminuire, e l’Italia settentrionale che invece evidenzia moderati segnali di ripresa. La conseguenza è il realizzarsi di un processo di convergenza che progressivamente va ad erodere il tradizionale vantaggio meridionale nella produzione di nascite in Italia.
L’ultimo dato Istat, relativo al 2004, evidenziava livelli molto vicini tra le tre grandi ripartizioni (1,33 figli il dato nazionale, 1,32 il valore per il Nord e 1,35 per il Sud). I dati provvisori pubblicati dall’Istat (www.demo.istat.it) e relativi ai primi cinque mesi del 2005, preludono già ad un epocale sorpasso. Si tratta di un "sorpasso" del tutto inatteso: le previsioni demografiche Istat pubblicate nel 2002 (e basate sugli andamenti demografici fino al 2001), davano per il 2005 una numero di figli per donna attorno a 1,6 nel Sud e a 1,2 nel Nord.
L’epocale ribaltamento tra Nord e Sud è del tutto evidente anche se il confronto viene fatto direttamente sui valori assoluti delle nascite. Si vede infatti che ancora nel 1995 la quota maggiore era prodotta nel Sud: fatte 100 le nascite di quell’anno, 44 erano meridionali, 17 del Centro e 39 del Nord. Ebbene, dieci anni dopo, nel 2005 la geografia risulta completamente ribaltata. Su 100 nascite, poco meno di 45 sono settentrionali, 19 del Centro, e poco più di 36 nel Sud. Ma è interessante osservare che il nuovo primato del Nord vale anche se si scorporano dalle nascite totali quelle degli stranieri (Figura 1)
Nel Sud, le conseguenze della denatalità sul declino e sull’invecchiamento della popolazione sono inoltre accentuate, rispetto al Nord, da una minore attrazione di immigrati stranieri e dalla rilevante ripresa negli ultimi anni di flussi di uscita di giovani in cerca di migliori prospettive in altre parti del paese.

Difficoltà di formazione di una propria famiglia

Un ulteriore importante elemento della crisi demografica meridionale è l’accentuarsi della permanenza dei giovani-adulti nella casa dei genitori. Come è noto, i giovani italiani sono quelli che escono in assoluto più tardi dalla famiglia di origine. Si è parlato a tal proposito di "sindrome del ritardo". La tarda età alla quale si arriva a formare una propria famiglia ha conseguenze negative sul numero di figli che si riescono ad avere. Tutte le più recenti indagini confermano del resto la presenza di un divario molto ampio tra il numero di figli che le coppie desiderano avere (attorno a 2) ed il numero di figli che riescono effettivamente ad avere (meno di 1,5 in media). Il che significa che molte coppie rinunciano (pur desiderandolo) ad avere un secondo figlio.
La prolungata permanenza dei giovani nella famiglia di origine è stata storicamente un fenomeno soprattutto centro-settentrionale, ed in prevalenza maschile. Alla base ci sono anche fattori culturali, tanto che gli uomini ultra-trentenni del Nord che vivono ancora con i genitori, nella maggioranza possiedono un buon lavoro e dichiarano di star bene così e godere di tutta la libertà che desiderano. Ciò vale molto meno per le donne ed in generale molto meno al Sud. Sulla lunga permanenza nella famiglia di origine hanno quindi da sempre dominato più i fattori culturali al Nord e quelli connessi alle difficoltà economiche al Sud. Negli ultimi anni il peggioramento delle condizioni di uscita (soprattutto difficoltà di trovare un lavoro stabile e basso salario di ingresso) ha penalizzato soprattutto il meridione, tanto che anche qui si è assistito ad un epocale sorpasso, con attualmente i giovani del Sud che, per la prima volta nella storia del nostro paese, rimangono più a lungo a vivere con i genitori rispetto ai coetanei del Nord (come testimoniano i dati Istat, Rapporto Annuale 2004).

Povertà delle famiglie con figli

Una delle priorità individuate dal Libro Bianco sul welfare era la riduzione della povertà delle famiglie. Ebbene, la povertà relativa non è diminuita negli ultimi anni (è ritornata vicina al’12% nel 2004). Il che significa che le politiche sociali degli ultimi anni non sono riuscite a migliorare le condizioni delle famiglie più disagiate (1).
La situazione di maggiore criticità rimane quella delle famiglie con figli. Particolarmente svantaggiate sono le famiglie con più di due bambini. Una su quattro di tale famiglie è sotto la soglia di povertà relativa. Nel Mezzogiorno, oltre il 40% delle famiglie con oltre due figli minori risulta sotto tale soglia. La presenza di figli minori è inoltre fortemente associata anche al rischio di povertà assoluta. Tale concentrazione territoriale e socio-economica della povertà non ha eguali nel resto dei paesi occidentali (2). Molti studi hanno messo ripetutamene in evidenza come, rispetto all’Italia, negli altri sistemi di welfare siano previsti adeguati e consistenti trasferimenti che in maniera mirata proteggono dal rischio di povertà le famiglie con figli.
Va considerato inoltre che la quota di spesa sociale sul PIL dell’Italia è inferiore alla media dell’Europa dei 15 (dati 2004, European Commission). Ma, soprattutto, la quota per "famiglia e cura dei figli", sul totale delle prestazioni sociali, attualmente attorno al 4%, risulta essere la più bassa nell’UE15 (assieme alla Spagna).
Le famiglie con figli sono quindi meno aiutate in Italia e a maggior rischio di povertà. Ed il problema è particolarmente acuto nel Mezzogiorno, e peraltro in forte crescita negli ultimi anni. La quota di famiglie sotto la soglia di povertà relativa è passata infatti dal 21.6% del 2003 al 25% del 2004 (Istat, Statistiche in breve, 6 ottobre 2005).
Se quindi, come ha recentemente scritto Nicola Rossi (3) il Sud è e rimane il "malato d’Italia", ai suoi cronici problemi ora se ne è aggiunge uno del tutto inedito, e molto preoccupante, quello demografico. Inoltre, se il Sud, nel suo acutizzare i problemi italiani, è sempre più malato al quadrato (perché malato in un paese malato in Europa), ciò sta diventando sempre più vero anche sul versante demografico. Ciò pone una seria ipoteca sullo sviluppo futuro. L’entrata del Sud in una spirale demografica negativa rende tutto più difficile, rischiando di far pagare domani a caro prezzo il tempo perso e le risorse sprecate di ieri e di oggi.

NOTE

(1) A questo proposito si veda anche A. Rosina, "Per il Libro Bianco un bilancio in rosso", lavoce, 14-11-2005.
(2) M. Ferrera, "Politiche contro la povertà: il welfare dei paradossi", lavoce, 23-07-2002. Inoltre: M. Baldini, "Le molte conferme sulla povertà in Italia", lavoce, 13-10-2005
(3) N. Rossi (2005), Mediterraneo del Nord, Laterza. Si veda anche il recente intervento di Claudio Virno ("Mezzogiorno, prima si cambia meglio è", lavoce, 22-02-06)


FIG. 1. Quota (%) delle nascite italiane realizzata nelle grandi ripartizioni geografiche. 1995 e 2005

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