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Abbiamo letto tante pagine su Ferdinando II, in nuovi e vecchi testi, alcuni dei quali poco conosciuti, altri per nulla. Siamo, però, rimasti colpiti da una opera che scrisse Davide Galdi nell'anno del trionfo dell'idea risorgimentale:

Ferdinando II, Davide Galdi, Torino Unione Tipografico Editrice, 1861.

Si tratta di un testo breve, spietato nei confronti di Ferdinando di Borbone, ma niente affatto ideologico. Considerando l'anno in cui fu dato alle stampe, questo è un grande pregio. Infatti, se si esclude la pubblicistica borbonica clandestina o semiclandestina, nel 1861, anno di proclamazione del Regno d'Italia sotto lo scettro sabaudo, nessuno osava spendere una sola parola a favore della dinastia borbonica.

Galdi non omette i difetti e i limiti di un monarca che reggeva le sorti di una grande regno e per questo si trovò al centro di pressioni e di appetiti che finirono per logorare la dinastia e causarne il crollo, ma descrive anche il contesto in cui si trovava ad operare Ferdinando II.

(Cfr. Zenone di Elea, Ferdinando II - Un grande Re, ovvero la solitudine di un potente)

Si ringrazia l'amico Plauto da Sarsina per essersi recato presso la Biblioteca Malatestiana di Cesena per fotocopiarci le pagine 8-12-20-36-81 che ci mancavano.


I CONTEMPORANEI ITALIANI
GALLERIA NAZIONALE
DEL SECOLO XIX
FERDINANDO II
PER
D. GALDI

TORINO
UNIONE TIPOGRAFICO EDITRICE
Via Carlo Alberto, 33,

1861
(se vuoi, puoi scaricare il testo in formato ODT o PDF)
AI LIBERALI MIEI AMICI

Il parlare di un Re divenuto, al finir de' suoi giorni, l'avversione non pur d'Italia, ma d'Europa; il mettere a modo l'indole, i disegni, le azioni, quando ancor tutto un popolo si solleva contro la sua memoria, è il più malagevole ufficio per chi ha in animo di dire il bene ed il male, di accusare e di difendere, li sostenere e di abbattere, sempre che il vero lo chiegga gli uomini che sono stati spettacolo e punto di mira alle nazioni civilizzate. I re che ascendono il trono, non hanno,


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nel fatto della loro politica, se non due volumi a sfogliare: il volume segreto della loro casa, il volume pubblico de' loro provvedimenti e de loro decreti. Quando riescono a far parlare questi due volumi quasi con Io stesso tenore, la loro morale si manifesta in modo splendido e giustificabile per ogni evento; quando invece di codesti due volumi l'uno smentisce l'altro, o l'altro accusa l'uno, la perdita della loro riputazione cade sotto il peso dell'adottata politica, sia pure indispensabile.

Delle supreme necessità si dee tener conto, ma dalla istoria; i popoli non son tenuti a giudicare se non quello che veggono e che passa sotto i loro occhi.

Come Iddio vede la coscienza, la storia vede le riposte norme di un regno, o di una condizione governativa; e guai a quel re che debba, per ragioni occulte, far quello ch'egli non può giustificare presso il suo popolo.

PREFAZIONE 5

Dalle quali argomentazioni è da trame la conseguenza, che son felici que' regni dove l'uomo che li rappresenta, può far le più volte ciò che vuole.

Questo cenno intorno alla vita di Ferdinando II non avrà dunque in mira di ripetere fatti che tutto il mondo conosce, per successione di date e di avvenimenti, ma di guardare alle ragioni ed alle conseguenze di passi più o meno falsi, più o meno avventati.

Sotto questo aspetto, noi vedremo quanto è facile ad un monarca perdere in brevissimo tempo il merito di un bel cominciamento e di una lodevole iniziativa presa negli affari con vigore e con conoscimento di causa.

FERDINANDO II

A ben raggiungere il nostro intento, e dare il vero lume ai fatti ed agli uomini che saremo per ricordare, ci è mestieri farci qualche passo addietro, ed accennare per sommi capi lo stato del reame napolitano innanti che Ferdinando II toccasse i gradini del trono.

Tra i fatti più singolari che segnalassero il finire del secolo XVIII, era stato quello della Repubblica Partenopea, sorta fuori pel popolo con l'aiuto militare del generale Championnet

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avea posto in luce uomini di merito; e per abbattere talvolta le superstizioni, avea leso il culto, e messo, come sempre avviene, in orgasmo i clericali e la Chiesa.

In quel medesimo palazzo in Angri, ove oggi si mostrò radiante di gioia e di vittoria Giuseppe Garibaldi, si mostrò allora Championnet, pel quale, come per Garibaldi, le ampolle del sangue del santo Vescovo di Pozzuoli avevano presentato il fatto della ebollizione.

Un cardinale, che si pensò forse di aggiungere la celebrità del cardinale Egidio Albornoz, ricuperatore e restitutore al pontefice di città illustri nella Romagna e nell'Umbria, un cardinale d'illustre casa, alla quale egli non diè certo maggiore altezza, assunse il comando di gente vana, sfrenata, raccogliticcia, e colto il destro della uscita da Napoli del generale Championnet, che i destini militari chiamavano nell'alta Italia, sottomise, Con ogni maniera d'arti, d'astuzie e di violenze, le napolitane provincie, indi la capitale, ove

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Ferdinando I, ritrattosi a Palermo, il 26 dicembre 1708, rientrò vincitore.

Il regno di questo sovrano, come tutti sanno, e come Pietro Colletta con fiere tinte rammemorò, non fu lieto né tranquillo. Uomo non isprovvisto di qualche buona qualità, strinse nella mano di Carolina d'Austria la sua catena e l'anello di ferro che dovea strangolare il suo regno. La reazione divenne la sua difesa, la sua giustificazione tosto ch'ei si vide spodestato, e per ottenerla, qual ei la immaginava, non esitò a bruttarsi di trattazioni indecorose, e la sua consorte, più di lui vogliosa di riprendere a qualunque costo il potere della sovranità, men di lui esitò a trattare e scrivere di proprio pugno ai Pronio, al brigante sopranominato Fra' Diavolo, ed ai fratelli Caprara, i quali avean missione di prendere al varco tutti i seguaci del governo francese, e farne sommaria giustizia (1).

(1) Non è fuor luogo ricordare che Bartolommeo Pio, romano, che seguiva le sorti di Francia, preso

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Nell'archivio della real segreteria vedeasi ancora questa corrispondenza disposta con ordine, quasi documento di belle opere. La morte di questo re, trista e repentina, non fece dimenticare il passato, né aprir gli animi alla speranza dell'avvenire. Il suo successore Francesco, che avea tenuto già il regno come vicario, non lo trovava né in condizioni prospere, nè in condizioni tranquille. Lo straniero occhieggiava il bel regno cupidamente. Partigiani delle Calabrie comperati a prezzo d'oro, spese ingenti e vergognose fatte dal cardinal Buffo, compensate iniquità, milioni dati alle potenze straniere, aveano impoverito il ricchissimo reame, e i germi della sedizione, delle congiure, delle sette, pullulavano ancora; e i sopravvissuti alle vittime del patibolo reclamavano

da uno de' Caprara, veniva minacciato ogni giorno di fucilazione; si prendeva, si portava al luogo del supplizio, gli si mirava alla fronte, poi, per crescergli pena, si rinchiudeva in prigione. Egli fu salvo per grossa somma.

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in faccia a Dio ed agli uomini la loro vendetta, e la meditavano.

La Casa Borbonica, fondata in Napoli con tanto lustro e decoro da Carlo III avea dovuto in breve tempo riconsolidarsi in trono col sangue, e con qual sangue! Era il 4 febbraio 1820, e Frimont recava a Napoli, per assoggettarla, quell'elemento di forza tedesca, che dovea poi risuscitare in tutta Italia sì splendide e ardite rivoluzioni contro l'aquila bicipite. Che se le armi ebbero tregua, il pensiero italiano non l'ebbe mai: e l'Austria non seppe più come governarlo.

Francesco I, che avea tenuto già posto di vicario nel regno, prima in Sicilia, poi in Napoli, ove erasi data la Costituzione di Spagna, diveniva re nel 1825, ma già sfiduciato dell'avvenire per le peripezie del passato, non valido di salute; dicendosi da molti essersi attentato dalla stessa madre, col veleno, a' suoi giorni. per far regnare il secondo dei fratelli, Leopoldo. Guasto l'erario, divisi i popoli, ma più

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che divisi; corrotti. E di questa, corruzione ei primo assaporavane gli effetti, ché a corte non avea vicino se non uomini di perfida fama, di mutate sembianze e di assuetudini ladre; E il furto in corte era così impunemente praticato, che nessun uomo, a fronte del maggiore dispotismo, sentiva ritegno di pronunziare il nome di Michelangelo Viglia, come quello di due camerieri del già ministro Medici, fiorentino, che avean portato via ai Napolitani la pelle viva d'in su le carni.

E il Re tutto sapeva, e tollerava per isfiducia di porvi rimedio, e perché ausato ad acquistar con l'oro il tradimento e lo spergiuro per imposizione del suo vicariato, erasi agevolmente persuaso non potersi, altrimenti conseguire verun intento, in paese bistrattato e manomesso. Dalle quali tolleranze e dissipazioni, venuto in peggio lo stato dell'erario, ognuno vi ponea mano a sua posta, e dilapidava, potendolo, le sostanze de' cittadini.

Aggiungi a questo un cumulo di spese

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esorbitanti che facea la Corte per mantenimento di animali da caccia, di uccelli, di pesche, di laute imbandigioni, di casine, e quelle che facca la polizia per spionaggi di ogni maniera e per soffocamento fittizio di ribellioni, che ad ogni istante si dicevano vicine a scoppiare, ed impaurivano il timido Re. Era capo «lei dicastero di polizia Nicola Intontì, sedicente magistrato, uomo capzioso e bugiardo, il cui sepolcro, fra monumenti di ragguardevoli cittadini, offre il piazzale del nuovo camposanto. Costui, tenendo agitato l'animo regio, seminando discordie e mettendo combustioni in paesi rivali, suscitava calunnie, denunce, cospirazioni, attentati al potere, ed inveleniva gli animi sol per tenerli aizzati e desti fra loro, e dar materia di por mano in mezzo alla corrompitrice sua polizia. Né si ristava dal far magagne e dal tender tranelli allo stesso Re ed alla quiete di sua casa, ove una regina proclive al senso, lasciava mal parlare di sé. E faceva affigger cartelli,

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e perduto lo avrebbe, se le cose precipitando per la salute di re Francesco, dopo il suo viaggio di Spagna, non avessero preparato il campo ad altri eventi.

Questo viaggio di Spagna fu eseguito dal Re per condurre sposa la sua figliuola Cristina a re Ferdinando VII. Fa lauto, dispendioso oltremodo; a Napoli non diede verun sollievo, a Spagna non portò fortuna, massime quando la vedovanza dell'attraente Cristina suscitò poi guerre di ancor viva ricordanza.

Sfinito dagli abituali malori e dalle nuove fatiche, re Francesco, pel quale si foggiavano archi di ricevimento in Napoli, moriva l'anno 1830, lasciando il maggior figliuolo quasi ventenne, ancor donna e sensuosa la vedova regina Isabella, che d'altra parte mostravasi pietosa al povero e generosa, assai diversamente della presente regina vedova Maria Teresa. Ascese al trono il primogenito Ferdinando, che avrebbe dovuto dirsi quarto, ma fu detto secondo, poiché l'avo, primo,

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ebbe riunito Napoli alla Sicilia. Il dì 8 di novembre 1830 fu il giorno dell'ascensione.

Se nessuna speranza, alla morte del primo Ferdinando, avean messo i popoli in Francesco, molta ne concentrarono nel secondo Ferdinando, al morir di suo padre. Ferdinando II, nato a Palermo il 12 gennaio 1810, erasi già da alcun tempo fatto scorgere ed apprezzare; scorgere per bella persona e prestante nelle rappresentanze di pubblica festività; apprezzare per deliberati e svelti modi, che ricordavano le poche buone qualità dell'avo. Sendo Vicario, egli avea promosso le patrie manifatture, riordinato i monti frumentarii, pensato a migliorare i Comuni.

Assunto al trono, si mostrò non trepido, ma come assuefatto al pensiero di appartenervi. Egli, siane consentita la espressione, avea odorato il regno. I suoi istitutori, fra' quali un tal Angelantonio Scotti, prete e sedicente teologo, non avean

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lavorato mica per farlo grande, ma egli, nella vanità di chi comincia ed imprende, aveva pensato di poterlo essere, e per mostrarsi dal timido padre dissimigliante, e ricordare l'ingresso in Napoli del famigerato Carlo III, volle a cavallo solennizzare il suo ingresso, e prender possesso della sua Napoli. Bel giovane e buon cavaliere, piacente e cortese a primo aspetto, non timido, non ribaldo, vide che quella forma libera e spontanea doveva solleticare il suo popolo, avvezzo alle bigotterie ed alle chiuse carrozze, ove si nascondeva ed affondava la persona reale. E l'effetto fu pieno. Egli, seguito da' suoi generali, tra' quali il Saluzzo, di origine torinese ed onest'uomo, il Selvaggi, il Gaetani, di discreta riputazione, e montato sopra un bel cavallo baio, traversò parte di Napoli e la via Toledo, gremita di gente ai veroni, sui lastrici, sui terrapieni, e stivata di tal folla nel basso, ch'egli era impossibile tener il popolo lontano dal Re, e una comunanza tutta fratellevole ne veniva di fatto,

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e le laudi dì tutta una gente di ogni condizione, e le grida di «Viva il nostro Re! - Viva il novello Tito! - Viva il Re d'Italia!» s'avvicendavano tra loro.

Le quali espressioni, se da una parte accennavano alla clemenza usata verso i perseguiti o compromessi in fatto di politica, ai quali egli avea concesso il rimpatriare, accennava all'universal desiderio che Italia fosse una, desiderio inestinguibile di tutte le generazioni italiane, che perdè Ladislao re Angioino, sconfisse il prode Gioachino Murat, aperse la tomba al magnanimo Carlo Alberto di Savoia, e coperse di giusta ignominia il traditore di Ciro Menotti, il Duca di Modena.

Il grido dunque di

Viva il Re d'Italia

era un problema oh! quanto arduo e difficile; il grido di

Viva il novello Tito

era un fatto, poiché egli avea mostrato di volerne seguine le tracce. I più illustri emigrati, come dicemmo, erano stati riappellati dal nuovo e giovine Re, per sedere

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alla diserta mensa delle abbandonate loro famiglie. I prosatori e i poeti di quel tempo fecero più tardi plauso a sì begli atti, e parecchie raccolte, non promosse da spiriti servili, si videro venir fuori co' nomi di giovani ed uomini egregi e liberali; tra' quali i fratelli Baldaccbini, i fratelli Dalbono, Maria Guacci, il Ruffo, il Nicolini ed altri. E il Baldacchini (Michele), in un'ode, dicea:

Re che disciolse al misero

I duri ceppi, e stese

Un velo impenetrabile

Sopra le antiche offese;

Che, padre a tutti, il gaudio

Del perdonar provò.

La giustizia o il perdono furono adunque iniziatori de' primi passi governativi di Ferdinando II; sue prime cure furono la ricomposizione dell'erario e dell'esercito; poiché è a dire, come per debito sacrosanto d'istoria, che quel Borbone, finito poi così miseramente; ebbe dal suo cominciamento idee precise ed assolute, e

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fin d'allora vide che forza e danaro fanno grandi i regni; né l'amor de' popoli da questo consenso di poteri disgiunse; e allora solamente traviò quando caddegli in animo che di quest'amore, pure per qualche istante,, potesse farsi di manco.

Oh! lieto il sire,

Che nell'amor de' popoli riposa!»

Così al giovine Re avea esclamato la giovine poetessa, elio dovea morire quando egli appunto compiuta la strage del 15 maggio dimenticava quel verso:

«E la mesta armonia che lo governa»,

Fu ragione di nuove gioie il connubio del Re, il quale, posseduto allora dall'idea che Italia dovesse esser Italia, e visto il poco bene che a Napoli avean portato, a cominciar da sua madre, donne straniere, fra molte illustri figliuole di principi, prescelse sposa Maria Cristina figliuola di Vittorio Emanuele. Quel connubio fu di molto sperare cagione, e lodi segrete ne vennero fatte

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a taluni uomini che il Re avvicinavano, come ad un Giuseppe Caprioli, prete, il quale, non essendo già uomo di alto intelletto, ma di vecchia pratica e di deliberate opinioni in fatto di governo assoluto, non metteva il Re, del quale era segretario, in dubbie vie di politica, ma vigorosamente lo spingeva. E poiché di tutti quelli che anche menomamente operarono il bene, è a tener ragione, diremo che a lui dovè Ferdinando II l'allontanamento da Napoli di quel Nicola Intontì ministro di polizia, avviluppato, facinoroso ed austriaco, che avrebbe perduto Ferdinando II in sul bel principio, se più a lungo gli fosse restato vicino. Alla prontezza del Caprioli dovè il regno la pace e le tronche insidie straniere. Questi, venuto in potere di pochi elementi che appalesavano il ministro amico di tutt'i rigiri che render lo poteano importante, aspettato il Re pria di recarsi al riposo, gli pose innanzi agli occhi il vero stato delle cose, lo strinse nel bisogno di un subito provvedimento,

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dimostrò il pericolo di un altro giorno di rumore e tenuta pronta una carrozza, il Re volente, mandolla a casa Intonti, la gendarmeria di Del Carretto arrestava il ministro che minava la pace del regno e il già colonnello di gendarmeria diveniva ministro della polizia generale del regno.

E perché non può discorrersi la storia di Ferdinando II senza toccarsi del procedere del nuovo ministro, sembra indispensabile che qui se ne tenga discorso. Due sette allora gittavano l'ombra sul tappeto dello scrittoio ministeriale, la Giovine Italia di Mazzini, e la setta Austro-Italica, che tutta all'Austria voleva soggetta Italia. L'una e l'altra con pari ardore furono avversate dal nuovo ministro. Del Carretto, dicemmo, era uomo svelto. Avea fatto le guerre in Ispagna; avea militato in Sicilia. Intraprendente ed attivo, coglieva il destro di segnalarsi: era di quegli uomini nati per fare, di quegli tra i quali, se per poco sono da un partito condannati al silenzio,

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alla inoperosità dell'insufficienza, balzano non rade volte dal partito opposto: indole di uomini che non si possono definire, ma che solo i fatti spiegano. Tal era Del Carretto, liberale ed oppositore di quell'assolutismo, del quale forse avea i germi in se stesso, I forti assolutisti (sembrami) divengono spesso gelosi dell'assolutismo altrui, e per reprimerlo ed abbassarlo, divengono liberali. È un potere che bramerebbero soli, un terreno sul quale intenderebbero piantare senz'aiuto di altro coltivatore, Tal era Del Carretto. Come i fatti mostrarono, egli dava il diritto e la libertà a chi sapea farsi a chiederla, purché emanasse da lui, da lui e non dal Re, da lui e non dall'Austria, la quale avea in parecchie occasioni evidentemente palesato di voler far da despota sul Re e su lui. Eppure egli, sola lode che gli si può fare, non si lasciava comandare da Metternich. E la setta Austro-Italica non gli chiuse gli occhi per monti d'oro che gli facesse splendere innanzi.

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Chi visse in questi tempi, e tenne i pubblici ufficii, e fu ammesso a rigidi segreti del regno, toccò con mano quanto l'Austria, e con essa parte d'Europa, si commovesse del venire al trono di Ferdinando II, delle aspirazioni italiane che suscitaronsi allora, dell'infrenamento simultaneo che diedesi a' popoli delle Due Sicilie, senz'aiuto di forza straniera, mediante due potenti leve, l'esercito e la polizia. E più si commossero i potentati quando, sopra ogni altra ragione di Stato, vinse il patto di Casa Savoia, pel quale la bella e virtuosa Cristina passò nel nostro regno, a pruova di maggiori temperanze governativo che rassicurar potessero i popoli, perché questo legame di due principi italiani in Italia impauriva i reggitori di altre contrade. Così questa povera Italia, anche nelle sue più naturali associazioni, trovava contrasto.

Dobbiamo a tal proposito dire che l'Austria stessa, la quale vedeva un bel regno costituirsi in Italia con Ferdinando II,

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fece opera di esasperare gli animi degli ultra liberali e degli esaltati che cercavan pretesti a riscosse, e non si sobbarcavano alla monarchia. Dall'Austria venivano, e dall'Inghilterra talvolta, le suggestioni all'insorgere, le facili speranze del vincere, i disegni di movimenti su varii punti della penisola. Luigi Blanc, nella sua

Storia di dieci anni,

ha ben lumeggiato codesti intrighi. Le combinazioni di Mazzini e di Luigi Napoleone vi ebbero belle pagine e schiette. Le Memorie di Orsini, non ha guari pubblicate, e le diverse storie italiane raccomandano questi occulti procedimenti ed arditi alla memoria nostra, ma per quanto riguarda il regno napolitano, egli è da non rivocare in dubbio che il torrente rivoluzionario volevasi far traboccare per trovarvi l'elemento della forza, della popolazione e della ricchezza, non pur da' patriotti, quanto dagli Austriaci, per due ragioni: la prima di dar pretesto ad intervenzioni straniere, la seconda, di mettere il Re Ferdinando nella dura condizione

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di aspreggiare in forma tirannica i suoi popoli ed avversargli la sperante Italia. Però questo Re, dal momento che mostrò dì volersi dilungare dal tradizionale imperio dell'aquila bicipite, ebbe gli occhi di quel governo aperti su lui. Non intendiamo con tali proteste scusare il Borbone presso i suoi popoli e l'Italia, ma verità da una parte, e conoscimento di causa dall'altra, ci chiamano a dir nettamente le cose, abborrendo in pari modo e il peccato di borbonismo e quello di opposizione calunniosa.

Certo è che fin da' principii del regno il nuovo sovrano si avvide della sua posizione, e perché non gli si ponesse ostacolo all'ingrandimento dell'esercito ed alla formazione di una flotta, della quale Napoli abbisognava, gli fu mestieri destreggiarsi e simulare quella tendenza austriaca, della quale poi, cangiando l'abito in natura, restò infettato.

Molto avrebbe potuto operare in pro dell'Italia, di Napoli e del suo Re il Re dei francesi;

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ma intento solo a farsi riconoscere ed a consolidarsi, l'Orleanista vide sempre nell'innalzamento dell'Italia quasi un abbassamento della Francia, sol perché egli non volle nè seppe giovarsi di tutto l'elemento francese, del quale fece poi scapitare la fama. Egli si vergognò di lasciar l'Italia nelle mani dell'Austria e della politica di Metternich.

Se una spinta di amor proprio non avesselo chiamato a vincere in Algeria, l'impresa sarebbe restata a mezzo. L'affinità col papa Gregorio XVI rese clericali i suoi stessi generali, sin al famigerato Lamoricière, quel degno capitano delle guerre dell'Algeria, che, dopo aver creato il corpo degl'impetuosi Zuavi, venne a perdere ogni sua gloria nelle giornate di Castelfidardo e di Ancona.

Di fatto, le contrarietà suscitate intorno a Ferdinando II furono molte e successive, anzi durarono sin a che egli, venuto in bisogno di, abbatterle, non se ne creò di nuove più crudeli,

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offrendo la libertà e i diritti de' suoi popoli.

Nel 1831, i fratelli Peluso agitano e scommuovono Ariano; i Carbonari agitano parte della Sicilia. Nel 1833, quando si temette cangiata la politica del Re e perduta ogni speranza, si tramò contro il Re, e fu statuito di ucciderlo in una rivista militare sul campo. Il figlio d'un generale, Rossaroll, che finì poi degnamente combattendo in difesa di Venezia nel 1849, con un romano, meditarono l'attentato, e l'avrebbero condotto a termine se un individuo non si fosse fatto delatore della congiura. Il Re non seppe perdonare, e Rossaroll non rivide la libera luce, se non quando si apersero tutte le carceri, nel 1848. Nel 1836, lo stesso amore di quelle libertà che si vedevano già spente nelle mani di Ferdinando II, indusse nelle cospirazioni parecchi uomini di non vulgare entità, tra' quali un Budolisani, un Ferrigni ed altri, de' quali il primo ebbe pena, il secondo non si sa come venne fuori a salvamento.

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Anche un focolare di liberalismo s'apriva in casa il marchese Puoti, liberissimo uomo di lettere, il quale, senza toccar compensi, istruiva in belli studii assai giovani di non poca levatura. Calabria stessa parve muoversi all'invito di rivolta, animata da un tal Delle Piane. Ma questi erano movimenti parziali; una calamità pubblica eccitò la piena rivolta in Sicilia.

Questa calamità fu il colera. I Siciliani, che nelle sciagure pubbliche di leggieri disperano, sebbene temessero nelle riscosse, furono spaventati da quelle morti istantanee e crudeli. Prese a tutti uno sgomento nell'animo inusitato e nuovo: pareva impossibile che naturalmente si potesse finire in sì strana guisa di contorsioni, di spasimi, di cangrena.

La setta della Giovine Italia, a capo della quale era l'operoso ed instancabile Giuseppe Mazzini, con lo scopo di far guerra ai tiranni, avea dichiarato più volte che a tutti i mezzi darebbe ricorso per venirne a capo.

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E perché ogni maniera di cospirazione faceva forza di leva per eccitare la rivoltura delle cose italiane, presero quel pretesto per soffiare nel sospettoso animo de' Siciliani la suggestione che i Borboni volessero disfarsi de' liberali e degli uomini ben pensanti, mediante veleni destramente sparsi nel popolo e insinuati nell'igiene delle più alte classi.

La suggestione empia, o certamente non lodevole, per un partito che tutt'i mezzi stimava buoni a raggiungere un fine, s'impadronì tanto degli animi, ed esaltò le menti, che ogni menomo cibo parve avvelenato, ogni menomo torbido a' visceri parve avvelenamento. Fu un timore universale in tutta Sicilia. Si levò Palermo, si levò Messina, Catania, Siracusa, Modica, Augusta, Avola, Sortino, Bagni, Floridia; quasi tutti i così detti valli insorsero con centinaia di Comuni, proclamando morte ai Borboni. I Siciliani, dicemmo, sono uniti e temerarii nell'insorgere.

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E tali furono anche allora i creatori del Vespro Angioino. A Palermo, capitale, fu inviato con ampli poteri il generale Roberto Sauget, uomo amato da' suoi soldati, e di modi alquanto umani e ragionevoli; ma nei valli di Messina, Catania, Caltanissetta e Noto fu inviato co' pieni poteri dell'alter ego il maresciallo di campo Francesco Saverio Del Carretto. I fatti di Bosco e de' fratelli Capozzoli, pe' quali quest'uomo, irrigidito dal potere, avea acquistato sempre maggior grido di fierezza, erano fatti per ispaventare i Siciliani, e per tagliare i garetti alla rivoluzione, che in poco d'ora avea tutta quanta invasa l'isola. A Palermo erano tornati inutili i buoni ufficii delle potestà a ricomporre le cose; a Messina, il generale Cara fa Noja avea invano interposto i suoi buoni modi a persuadere l'esaltata moltitudine; invano, Catania, il procurator generale Combo e il colonnello Santanielli aveano adoperate le blande maniere, alternate talvolta con la militare minaccia. La parola veleno veleno,

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passava di bocca in bocca, ed il sospetto crudele facea anche in lontane terre lasciar la marra agli agricoltori, al prete l'altare, al medico stesso la sua pratica: eia un terrore da non potersi spiegare, che generava la paura e con la paura la ferocia.

A Catania, con forza disperata, 150 soldati sono disarmati da pochi uomini, e cacciato l'intendente; sono buttati giù gli stemmi reali; a Siracusa è fatto macello della sbirraglia, e per eccesso di vendetta, alle colonne esterne della classica cattedrale son fucilati i supposti rei di avvelenamento. Anna Lepieq, giovinetta danzante sui cavalli, per le sue ampolle di odori e profumi, è accusata di mescer veleni. Ne assalgono la casa, e ne fanno strazio; così in tutte le altre, ove il ditterio popolare accenni che si conservino ampolle di liquori 0 di odorifere lavande. Una cieca, fatalità riunisce i marinai di Siracusa a farsi strumenti di vendetta, e la guarnigione militare, stimandosi inefficace a frenar tanta rabbia ed impedir tanto sangue,

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si chiude nella fortezza, ed abbandona a se medesima la città esterrefatta e rivoluzionata.

Un Mario Adorno, avvocato, che si diceva discendente dalle antiche famiglie degli Adorni, avendo popolarità molta, facile loquela, prende a padroneggiare il movimento, lo dirige per causa politica a scavalcare i Borboni; assolda i marinai, ne fa squadre armate, mette taglie, impone balzelli; tutto crede scusabile per aver inalberato vessillo di libertà; ma da Napoli è partita una flotta composta di una fregata a vele, la Partenope, due piroscafi, il Ferdinando ed il Nettuno, il pacchetto Sant'Antonio, ed altri legni minori. Questa flotta, dopo avere sbarcato parte delle sue milizie a Catania (ove porte e finestre eran chiuse, non restando che poca gente), a vele sforzate raggiunse il porto di Siracusa, quando su molte barche e cospiratori e tementi fuggivano. Tosto le lance gittate in mare assaltano le barche; tuona il cannone; molti son presi con le armi alla mano, ma la marinaresca gente circonda ancora Mario Adorno, che nessuno osa arrestare;

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quando un impiegato doganale, Margiotta, s'impegna di portar vivo al maresciallo Del Carretto. Per vergogna di molti, che non osavano affrontarlo in mezzo del suo potere, tuttoché satelliti armati, quegli che lo ha gremito quasi pel collo, lo conduce sotto la poppa della fregata la

Partenope,

dove il maresciallo Del Carretto e il capo dolio stato maggiore Castrofiano intendono le sue discolpo, ma tarde. Si riunisce un Consiglio militare: l'uomo della legge è Francesco Mistretta. Si procede, e il dì seguente, senz'altro, Mario Adorno e due suoi seguaci cadono sotto il piombo borbonico. Ma non erano i soli. Il padre Lacco, anconitano, anch'egli sedotto da idee di libertà, ma più falsamente dal modo di conseguirla, avea anch'egli predicato contro Ferdinando II, e lo avea accusato di mandar attorno avvelenando i suoi popoli.

Lo aveva fatto fin dai pergami e nella Chiesa, turbando d'impensate paure l'animo virginale delle caste suore consacrate. Forse ingannato anch'egli, aveva

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osato tanto; ma il popolo avea giurato sulle parole del fate, e la sua condanna era pronunziata. Al ministro di Ferdinando II pesava il dar esempio di morte in persona d'un uomo il quale era d'uopo sconsacrare e spellargli le dita, con cerimonie lunghe e scandalose. Il Re n'ebbe rapporto, e fu fatto. A Sortino, a Modica ed in altri siti, ove la ribellione erasi dilatata andarono forti colonne di soldatesca svizzera, comandata dal generale Sonnemberg e dal colonnello Sigrist; forti colonne di gendarmeria comandate dal Cutrofiano, dal Grimaldi, dal Frigona, e l'artiglieria comandata dall'uffiziale De Corné, ricomposero le cose, tenendo sotto ardente sole la via delle montagne; ove l'assalire. di fronte gl'insorti fosse molto pericoloso e contribuisse a spargere soverchio sangue. Così facendo, il proconsole borboniano soffocò le svariate insurrezioni di paese in paese, e impedì le resistenze che avrebbero seminato di stragi le siciliane contrade. Certo le esecuzioni di Catania

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e di Siracusa non furono una corona di gloria per chi un dì avea salva la sua veste di liberale ricovrando all'ombra del dispotismo; certo quel Re, che giovine si era aperto al suo popolo, ed avea promesso giorni felici, non potea menar vanto di tanto strazio fatto alle sue provincie, e, si può dire, alla sua patria, perché egli era nato in Sicilia; ma l'Austria e le sette italiane lo mettevano nel bivio di scegliere tra la clemenza diseredata ed il rigore vittorioso.

Il Del Carretto ne avea la fascia detta di San Gennaro (profanazione di santi che decorano gli eccidii), e un raddoppiamento d'influenza e di potere in Corte, pel quale l'Austria, che avversava questo ministro, e lo ponea, sempre che il potesse, in reo aspetto presso il Re di Napoli, dovette tacere. Meno di un mese bastò a ricomporre la Sicilia. Felici quelli che potettero schivare i primi rigori, come il figliuolo del duca di San Giuliano ed altri, de' quali sarebbe troppo lungo discorrere.

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Amara e cruda impresa, la quale avrebbe dato meno crudeli effetti se i Siciliani, opponendosi all'azione della forza, non avessero usato que' mezzi di sfida e di pertinacia che raddoppiano gli sdegni. Nulladimeno, spenta la rivoluzione, la Sicilia non ne ebbe seguito di grandi mali successivi, meno il brigantaggio; e Ferdinando II, che sperava sempre rimettersi nell'animo de' suoi popoli, fece parecchi viaggi nell'isola; ritemprò alquante misure governative; assistè più fiate alle feste di S. Rosalia; e perché i Siciliani (con poco o nessun fondamento) si credevano defraudati, sia del regio favore, sia di alcuni privilegi, in paragone dei Napolitani, ebbe pensiero di fondare tra i due regni una promiscuità, per la quale tutt'i cittadini di qua e di là dal Faro goder dovessero a comunanza di pari guarentie. Ed instituì più tardi una corrispondenza quasi giornaliera tra Napoli e Sicilia per via di piroscafi, mettendo lieve importo al transito,

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come sarebbe a dire di carlini quindici per l'operaio, l'artigiano, il servo, e di carlini cinque pel soldato in permesso.

Ma questi espedienti non attutivano gli sdegni, né saziavano quello scontento divenuto abituale. Tacque la Sicilia per alcun tempo.

Nel 1838, Civita di Penne, città degli Abruzzi, diè fuori un ribollimento d'ira, togliendo ad occasione di sommossa la stessa vertigine del veleno che uvea ribellato la Sicilia. Un De Cesaris fu capo di azione. Mandato il generale Lucchesi-Palli a reprimere e soffocare il fermento, questi fucilò ben undici cittadini ma ne' medesimi Abruzzi, non ancora scorsi quattro anni, Aquila offerse nuovi fermenti. Un Tanfani, che teneva il comando della piazza, e rappresentava il più fiero dispotismo, venne colpito nel cuore, e del suo cuore fu fatto giuoco di palla. Il generale Casella corse ad infrenare la ribellione. A questo, in Napoli, erano destinati i generali che dovano combattere lo straniero!

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Nel 1844, la Calabria sentì una voce che la chiamava a sollevarsi. Era sempre la stessa voce degli agitatori mazziniani.

Tutti i Cosentini si trovarono armati, ma tutti non risposero all'appello; Si fece fuoco tra due parti. Un capitano di gendarmeria, figliuolo del più chiaro filosofo di Napoli (Pasquale Galluppi), cadde rovesciato da cavallo dal piombo calabrese. Poi le bande armate cominciarono ad infestare le campagne, a svaligiare i viaggiatori facendosi forti di un condottiero chiamato Giosafat Talarico. E perché costui taglieggiando intorno con inesplicabile destrezza, e ponendo a prezzo lo scampo di quelli che gli capitavan fra mani, riparava spesso a sicuro ricetto nelle Sile Calabresi, ch'ei tenea quasi militarmente guardate, gli fu dato il nome di

re delle Sile.

Giosafat Talarico non era del tutto plebeo. Indirizzatosi dapprima al sacerdozio, con isperanza di farsi nome per quella via, venne a contesa con taluno che volea recare

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o avea recato onta alla sua famiglia.

Le parole spinsero i fatti, e l'accolito sacerdote divenne omicida. Allora spogliò l'abito, e come seppe essersi spiccato l'ordine della sua cattura, preso, come suo! dirsi, la macchia.

D'allora, nessuno più destro di lui a cogliere al In sprovvista i viandanti, i coloni, penetrare ne' territorii de' ricchi, portare armenti con se, e presentarsi sino alle rive del Crati presso Cosenza, ed incontrare l'intendente senza far di berretto, ed entrare nella città, ne' caffè, sentire a discorrere d'una vicina imboscata contro di lui, e pagar lo scotto all'uffiziale di gendarmeria. Uomo spietato co' suoi nemici e ragionevole con altrui, Giosafat Talarico si mostrò colle formidabili sue bande da un punto all'altro. Stancò le forze del colonnello Zola e del maggiore Salzano, oggi generale degno di poca stima, e finì poi col trarre a patti il governo de' Borboni, che gli diè vitto e casa a Lipari co' suoi. Ma fin a questo punto Re Ferdinando non avea che un

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bandito a fronte: egli avea diritto di perseguitarlo. Più dolorosa catastrofe fu quella che mandò un'eco per le vie calabresi, e raffermò il cruccio che l'Italia nutriva pel re Borbone e pel suo ministro di polizia.

Gli sdegni aizzano gli sdegni, e il partito liberale, qual si fosse la sua vesta, vedea con rabbia reggersi a fronte di tanti imbarazzi quel Re che reso erasi impopolare, non corrispondendo alle prime impressioni ed alle concette speranze. Gli Inglesi, che nella quistione de' zolfi (origine della caduta del ministro Cassano) aveano sofferto un rifiuto, del quale ancor si dolevano, adescavano le rivoluzioni nel regno napolitano, e più nella Sicilia, e più le desiderava Carlo di Borbone, il quale non potendo recar seco la principessa, la propria consorte, anelava di veder spodestato il fratello, che non avea, per così dire riconosciute le sue nozze.

Ai fratelli Bandiera, Attilio ed Emilio, giovani prodi e sdegnosi di dover alimento

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e vita all'Austria, venne sussurrato all'orecchio una parola che l'invitava ad approdare alle spiagge calabresi per alzarvi il grido di libertà. Tutti, si dicea loro, esser pronti a riceverli. Impazienti di segnalarsi, raccolgono pochi loro fedeli amici e compagni, s'imbarcano, e protetti da vento felice, da bravi navigatori raggiungono i lidi bramati. Novella spedizione non dissimigliante da quella che eseguiva Gioachino Murat per riconquistare il suo regno, ebbe l'istesso infelice risultamento. Il governo di Napoli, che allora, in difetto di telegrafi elettrici, avrebbe potuto saper con ritardo quanto avveniva là sopra una spiaggia del suo vastissimo littorale, ebbe dall'Austria l'avvisaglia del colpo che si tentava. L'intendente della provincia di Cosenza, Vincenzio, della famiglia de' Sangro, uomo assolutamente venduto al potere, ravvivò lo zelo delle guardie urbano e de' naturali de' luoghi, ne' quali temeva dovessero inoltrarsi, e i giovani arditi e valorosi furono ricevuti come

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briganti e come eretici che venivano per distruggere la religione. La fine infelice di questi giovani a tutti è nota, senza dir altro. Dalle quali cose chiaro puossi argomentare che un centro d'insurrezione era in Napoli e province, e queste spedizioni venivano unicamente dirette a farle divampare. E poiché giunti siamo a tal punto da potere e dovere giudicare, non pure del Re, che tutta Italia tenea di mira, ma dello stato del suo reame, uopo è far sosta alquanto, e considerar meglio le posizioni che generar doveano lo slancio del 1848.

Fu a questi giorni che Ferdinando II vide chiaro come da tutte le parti fosse circondato ed avversato, per rendergli difficile il governare, ed obbligarlo ad atti sempre più dispotici ed efferati. Due persone non gli stavano più al fianco. La sua prima consorte, donna dolcissima e pia, che lo intrattenea sempre sul pendio del rigore, e Giuseppe Caprioli, uomo affezionato ai Borboni, d'indole risoluta e decisa,

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e pratico, come dicemmo, di faccende politiche, sebbene di non molta istruzione. Altri uomini istruiti non avea intorno a sé Ferdinando II, se non un suo vicesegretario di nome Cesare Dalbono, nutrito a buoni studii, onesto, probo, riservato ne' suoi ufficii, ma di animo non sempre forte. Quando fu fatto Napoli centro di un Congresso di scienziati, il ministro Del Carretto, che vedeva già da gran tempo in essi i focolare di disegni politici, pose sotto gli occhi del sovrano delle Due Sicilie la posizione vera di quel fatto; ma Nicola Santangelo ministro per lo interno, e Cesare Dalbono furon quelli, che facendo al Re metter da parte le sue apprensioni, resero possibile il Congresso. Ma non più un'italiana sedeva al fianco di Re Ferdinando. Era una austriaca colei che ne temperava gli ardori, e ne moderava i pensieri, forse talvolta intraprendenti o liberi. Dal giungere di questa donna, il Re mutò, mutarono le cose. La figlia del gran capitano,

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che Napoleone stesso avea onorato, non era nata per regnare, e molto meno per regnare in Italia. Piccola di cuore, grama, meschina, portata a far la madre di privata famiglia, senza pensar esser la sua una famiglia di principi, guardando il regno come l'amministrazione di un podere, Maria Teresa d'Austria in molte cose fecesi specchio di Carolina, in altre fecesi specchio delle volgari donne. Ella aveva stretto l'alleanza dell'imperatore d'Austria col Re; ella avea raffermato l'idea che al progresso intellettuale avesse dovuto rifiutarsi l'assiduo eccitamento; che infrenar si dovessero a ogni costo le liberali aspirazioni; tener soggetti i popoli; giovarsi dell'opera gesuitica; attutare ogni concetto d'italianità. Sempre legata al fianco di suo marito, aspide velenosa, ella cominciava ad odiare il popolo che l'avea accettata regina, ed instillava quei rancori nel cuore di un Re che i popoli onoravano ancora, strascinando la pesante catena. Il pensiero ed anche la forma

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dell'italianità avrebbe in que tempi soddisfatti i Napolitani: ma a tutto ora concesso pensare ed aspirare, meno all'Italia. I Napolitani non dovevano essere che Austriaci; con questa differenza che dove l'Austria dava, nel Lombardo, nel Veneto ed altrove, permesso di ragionevole stampa, di temperatamente circoscritte rappresentazioni teatrali, di vita semilibera in relazioni commerciali, Napoli proibiva ogni rappresentazione, ogni pubblicazione di libri che avessero indole propria e concetto italiano, ed ai giovani ingegni, non pure negava aiuto, guarentigia ne' proprii lavori, ma dava tormento e pena d'ogni dì, chiudendo loro, con una preventiva censura inesorata, ogni via di ben condursi, e di adempiere a uno scopo, ad una missione onorata 0 sublime tenendo il campo delle lettere. Né meno delle lettere erano avversate le scienze, per poco osassero scardinare le superstizioni, e snebbiare certe idee dette religiose.

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I ministeri dello Stato erano poveri d'ogni maniera di scrittori, e vi faceano eccezioni scandalose ai Borbonici i nomi di Mauro Rotondo, Achille Antonio Rossi, Gio. Battista Ajello, Tito Dalbono ed altri pochi, ai quali costantemente si facea guerra, perché non salissero ad alti posti. Era dappertutto una spietata guerra all'ingegno, spietata, inesplicabile, impolitica.

Il Re, che per dire due parole di inaugurazione al Congresso, avea avuto bisogno di farsi scrivere quelle parole dal suo segretario, protestava il più gran disprezzo per gli uomini di studio, che chiamava

penniferi

; e rafforzato in questa idea dalla lunga schiera d'ignavi e d'idioti che circondavanlo, teneva che niente fosse a sperare da uomini che avessero il vezzo di essere studiosi e di far teorie. Per una di quelle fatalità che decidono talvolta della sorte degli Stati, un Re che non mancava d'ingegno, e che vedeva agglomerarsi intorno al suo trono

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un nembo di opposizioni, suscitate in gran parte dagli uomini di penna, considerava nulla l'opera loro, e, come dicemmo innanzi, si confidava di uscire a bene da ogni difficile passo con l'oro e con le armi. Eppure, fin a quel punto, egli non avea con le armi e col danaro fatto altro che un popolo di spie, e colmato un lago di sangue cittadino, dal quale dovea sorgere l'aureola della libertà. Mai una bella intelligenza da lui spontaneamente apprezzata o premiata, mai un conforto a tanta gioventù ingegnosa, che avrebbe potuto illustrare il suo regno con la successione dei Vico, dei Porta, dei Costanze, dei Pontano, dei Borrello; mai un sorriso amichevole o favoreggiatore a chi stringesse la penna. Era già molto che fra' suoi ministri fosse chi sapesse leggere, e quegli che più ne sapea, meno ora stimato. Fortuna che il suo natural criterio lo portasse a rassegnarsi talvolta a cercare il mezzo delle cose, che ad un Parisio avesse già dato il dicastero di grazia e giustizia,

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ad un Santangelo l'interno, a Scipione Sarlo la prefettura di polizia: nomi, se non ammirabili oggi, allora espressioni di ragionevoli combinazioni ministeriali. Non si sa intendere né spiegare, se non ricordando che l'ignoranza è nemica del merito, l'avversione di un Re come Francesco II contro ogni maniera di preminenza scientifica e più letteraria. Spingeva questa sua instintiva avversione sino nelle cose della milizia, e l'uffìziale che studiava ad aprirsi una via per dottrina, sia in balistica, sia in meccanica, gli diveniva noioso, ove per poco avesse l'imprudenza di svelare quel suo amore allo studio.

Alcuni spiegarono questa sua antipatia con quel principio, che i re s'adombrano di coloro i quali intendono risplendere al loro fianco senza curvarsi; ma nel Re siciliano parvemi sempre una fede instillata in lui solo pei prodigii della pratica e della forza. Adoperando le quali cose, soventi volte avveniva ch'egli indovinasse,

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e perché indovinava, smettea le teorie, ed impediva o tergiversava l'uso delle leggi e delle forme legali. Al che aggiungasi che fortunoso potea dirsi ne' suoi procedimenti, ne' movimenti dell'esercito, negli ordinamenti della marina; e sino nelle sue feste, il cielo si rischiarava quando egli recavasi al tempio per solennità o processioni. Cose da ricordarsi sol perché il popolo ne traeva fausto auspizio, e lo stimava benedetto da Dio e caro ai Santi, che, se se faceano alcuna cosa per lui, nulla faceano di bene pel paese, cui Dio avea dato tanto sorriso di natura e di cielo. L'adulato nipote di San Luigi subiva già l'influenza dell'Austria e del gesuitismo, riparando all'ombra delle immagini i poteri dell'assolutismo e l'assolutismo de' poteri. L'abito superstizioso fini col renderlo tale; e chi volea dar potente scossa al suo cuore, quando istantemente chiedevagli un soccorso, poneva in seno alla sua petizione la immagine della Madonna del Buon Consiglio,

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l'Immacolata, nostra Donna del Soccorso ed egli accordava sovente, e finiva col credere che tutto si potesse lare evocando a guida la Vergine dei cieli! Così, il segnarsi troppo spesso, il far orazioni intempestive, l'intrattenersi con pretuccoli e sacerdotelli, senza nessuna gloria di fede viva, non era una forma ch'egli adottasse per mostrarsi al popolo religioso e pio, ma un difetto di mente che dovea finire col farlo schiavo de' pregiudizii. Idiota fra gl'idioti, un tal Placido Baker; prete, gramo della persona, che ostentava i cilicii, ed avea fatto della sua chiesa un centro di pinzocberia anticristiana, era visitato dal Re, come uomo che seco avesse tutt'i doni dello Spirito Santo.

Noi ne abbiamo fin a questo punto discorso, e passato a rassegna le cattive qualità, ma non creda nessuno che da noi, per tema di qualche torva occhiata imperiosa, si volesse tacer le buone. Oibò, noi siamo liberi ed indipendenti tanto da non lasciarcene imporre da chicchessia:

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per noi esiste Dio e la storia; e i favori de' principi, meritati o meritandi, non ci sedussero e non ci seducono ancora.

È una spavalderia, Uno spartanismo codesto? - Punto di ció. Questo scritto mostrerà agli onesti se mentiamo, o se diffidiamo del vero.

Rassegneremo quindi tutte le qualità lodevoli di un Re decaduto dalla pubblica opinione e punito da Di0; di un Re che se avesse voluto essere italiano, avrebbe meritato singolar posto nella storia, e portato la palma sugli altri. Come uomo, Ferdinando II avea bella persona ed altezza di re, fisionomia ardita, occhio acuto ed intelligente, traverso il quale una nube di sdegno mostrava talora il Borbone. Memoria unica forse più che rara, per la quale, visto che avesse una sol volta un uomo, noi distaccava più mai dalla sua memoria. I suoi sudditi erano presenti a lui, purch'ei gli avesse intravveduti; nessun uomo, anche del volgo, gli era straniero; pur lo straniero era in lui!

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I Napolitani, ausati a cercar nelle lascivie comuni fra loro i primi difetti fra tutti, lo fecero, nella sua prima giovinezza, segno di accuse impudiche, che il fatto smenti; né uomo, ne re al mondo mantenne meglio il pudore, potendo violarlo ad ogni istante in paese di donne guaste, corrotte ed abbandonate alla impudicizia dallo stesso governo. Egli fu, per questa parte, non pure il migliore de' suoi fratelli, ma specchio ed esempio alla morale de' suoi popoli.

Serbò nel vedere delle cose umane taluni principii incrollabili, indestruttibili, che lo fecero mirar dritto al prefisso scopo senza divergere dal suo proposto. Sappiamo da fonte certa quanto la sua esistenza, come facilmente ei ripetesse le parole:

Né rivoluzione, né straniero

; e il fatto mostrò sempre ch'egli preferì con le proprie mani imbrigliare e punire i suoi sudditi, anziché permettere che lo straniero, come Francesi e Tedeschi, che avean piede in Italia, lo facessero. E se tenne a' suoi stipendii la gente svizzera,

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la prese e la tenne per propria elezione, non per imposizione di governo straniero.

Nelle cose della meccanica, come nelle morali, egli solea sempre ripetere:

Non muore quadro chi nasce tondo;

e da questo la estrema diffidenza che avea ne' liberali e ne' repubblicani, parendogli non potessero mai veracemente a lui affezionarsi. Egli avea perdonato ad alcuno de' fautori del 1820, ad altri seguaci della idra francese, ma tenendoli anche a sé vicino, non staccava loro gli occhi da dosso, non ristava mai dall'indagarne le menome azioni; e quando nel cerchio de' suoi fedeli si trattasse di adoperar taluno de' segnati in sua mente, egli, con tal sorriso di sarcasmo divenutogli assai famigliare, ripetea:

Spada provata... ma giacobino.

Quel medesimo Filangieri, riputato generale, che ha chiuso si tristamente la sua pagina politica, quel Raffaele Carraseosa, che ha prescelto una indecorosa vecchiezza alla fine illustre di Guglielmo Pepe

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ed onesta di Florestano Pepe e Raffaele De Cosa, quel duca di Taormina, che ha tutto dimenticato per farsi ricco, era sempre tenuto in sospetto da re Ferdinando. Onori e denaro, ma fiducia intera mai, fin a quando suprema necessità di non adoperar altr'uomo che quello, lo strinse affianchi ed alla gola.

Nel tempo in che gli arsenali francesi vollero emulare nella perfezione del lavorio le macchine inglesi, massime quelle a vapore; e quando molti lo consigliavano, per ispirito di novità, a far costruire piroscafi da guerra di ferro e non di legno, egli rispondeva:

Né ferro, né Francia!

E in questi arguti detti ricordava quelli dell'avo Ferdinando I, quando ad un padre uccisore, chiedente di tornare in patria, ei decretava:

Torni col figlio!

Ad Erasmo Pistoiesi, che gli chiedeva in grazia di scrivere la sua vita, aspettandone forse un premio, e' rispondeva:

Fanne di meno e farai meglio!

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Sono molti e molti quelli che io chiamerei quasi

gli adagi

di Ferdinando II. Essi mostravano la sua chiarezza di mente nel veder certune cose, la sua ostinazioni nel seguire il proprio partito, deliberatamente e senza ambagi di sorta.

In quanto poi a quella istruzione, della quale egli era si tiepido anzi sì indifferente ausiliario, mettea chiare idee sulla carta; avea bel carattere; speditamente parlava in più lingue, ma oltre certe cognizioni generali e sommario, non volea saper d'altro: pur tuttavia avea l'ingegno facile ad apprendere, e lasciava parlare i periti tanto che gli bastasse e non più. Odiava gli avvocati, protestando contro i loro cavilli, e sdegnando l'essere persuaso per forza; non era assetato di lodi, temendone sempre la provenienza; anzi talvolta le rifiutava; e sciagura fu che coll'andar degli anni dovesse averne da un Micciarelli austriacante, da un Anselmi stipendiato, da Torelli giornalista, e da altri, cui non avanza neppur un nome.

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Le quali cose abbiamo stimato dire ora approssimandosi quel tremendo anno pel quale l'amico ma non il servo dell'Austria videla quasi sfasciarsi sotto gli occhi suoi, e fu costretto a mutar via. Parlo del 1848.

Avvicinandosi a quel tempo Ferdinando avea ancora con sé una parte del popolo. Cessata era ogni speranza di vederlo uscire dal tenace fango che lo circondava; ma egli non aveva ancora segnata la strage del 15 maggio.

Le Calabrie, che si erano più volte levate un istante, ed abbassate per subita e cruda compressione le Calabrie, che avevano il rimorso di aver lasciato uccidere i Bandiera, sentivano suonar l'ora della riscossa. I fratelli Romeo Plotino ed altri la capitaneggiarono. Un Papa diede ampia amnistia, si diffuse in opere buone, fece sclamare il vecchio Pietro Giordani:

Questo è un Papa stragrande:

fece trovare all'immortale Vincenzo Gioberti, i cui volumi entusiastavano l'Italia, la via onde attuare le sue teorie.

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Alla santa parola del Pontefice Pio IX:

Benedite, o gran Dio l'Italia!,

Carlo Alberto aggiunse l'ardita parola:

L'Italia farà da sè,

e da sé avrebbe fatto, se le grandi prostitute, che son le potenze, avessero voluto astenersi dal signoreggiare in casa altrui.

L'assunzione al trono del Mastai col nome di Pio IX mutò faccia all'Italia, e Ferdinando II si trovò fra tutti il più compromesso. Avendo spedito gagliarde forze in Sicilia per reprimere la sollevazione scoppiata colà, vide riportarsele indietro battute senza colpo ferire. Come i Lombardi cacciavano gli Austriaci dalla Milano, i Siciliani cacciavano col piombo alle reni i Napolitani da Sicilia. Roberto de Sauget, generale di vaglia, perdeva in quel fatto la sua riputazione guerriera, ma salvava la sua riputazione di uomo leale. Dualità difficile a mantenere intatta.

Ferdinando II vistosi allo stremo, colto alla sprovvista ne' suoi disegni di resistenza,

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depauperato nel consiglio di pochi buoni, chiamò a se Cesare Dalbono, che stimava onesto giovane, e gli disse: - Tu non mi tradirai. Il regno è sossopra; adoprerò la forza?

La fiducia de' principi è peso enorme: essa grava e schiaccia sovente gli uomini che intende onorare. Il giovane vicesegretario di poche parole rispose: Vostra Maestà raduni un consiglio ed interroghi la coscienza de suoi generali. E fu fatto.

Questi vecchi militari, ch'egli non avea sperimentato in guerra di gran calibro, protestarono di non conoscere né poter guarentire lo spirito della soldatesca e degli uffiziali. Essere corsa una occulta propaganda in tra le file del popolo. Chi potea assicurare non fosse passata tra le file dell'esercito? Essi non avrebber potuto dare al Re che la vita.

Una dimostrazione in via Toledo accelerò la decisione. Fu repressa da Statella, e n'ebbe stima da tutti. Il ministero cadde.

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Il marchese del Carretto, che avea sperato padroneggiare questo movimento, per aver sospeso ogni sevizia a' prigionieri pontificii, fu costretto ad imbarcarsi accettando un sussidio nella reggia alla presenza del suo rivale general Filangieri, che oggi è restato inferiore a lui per condotta politica.

Napoli ebbe una Costituzione: la formolò il Bozzelli, Poerio la promosse. Fu una necessità o un tradimento? Questo è ciò che oggi deve apparire, oggi che del despota non rimangono che le ossa; oggi che del popolo non rimangono che le intenzioni scoperte. La Costituzione napoletana non fu per Ferdinando II che un ripiego politico, ma un abile ripiego, poiché la dimostrazione a fazzoletti eseguita un giorno dovea mutarsi in dimostrazione armata il giorno appresso. Errarono quelli che stimarono la lealtà esser potesse carattere semplice e puro de' re. Pieni de' loro sogni e vani non di altro che di aver conseguito una Carta,

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non mirarono al punto di partenza, la necessità, e furon gonzi di buon cuore, se non vogliasi loro dir altro.

Tutti i re mirano dritto alla stabilità della loro casa e della dinastia con mezzi più o meno verecondi, più o meno ravviluppati. Felice quel re che dalle sue condizioni private e da' suoi patti segreti non sia obbligato a scapitare al cospetto de' suoi sudditi. Tanto felice non era, né poteva essere Ferdinando II. Egli trovavasi legato da patti anteriori alla sua fase politica; egli aveva fidato nella corruzione dell'oro, nella violenza delle armi. Egli subiva una legge per imporne un altra a suo tempo.

Quest'argomento sta contro Ferdinando II; ma noi abbiam giurato al vero, e diremo quello che sta contro i liberali.

Ai liberali stava contro la poca esperienza, l'ansia e la smania di salire ad alti posti, la mancanza di vero coraggio civile che valesse a sedare i romori della piazza, la cavillosa esigenza.

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Re Ferdinando, che avea contro se la pubblica disfiducia, fece per la causa d'Italia, materialmente parlando, più di quello che altri principi, meno Carlo Alberto, avean fatto. Pur tuttavia è d'uopo considerare che Carlo Alberto, ponendo il piede in Lombardia, era vicino a casa sua; Ferdinando no: Carlo Alberto avea certi acquisti per sé; Ferdinando no, porcile avea il Papa di mezzo allora italianissimo: Carlo difendeva un piccol regno; Ferdinando un gran regno e vulnerabile per lunga costa. Col cuore non potea nulla fare, sarebbe stato inutile: la sua mente era prona ad un'idea che avea già informato gran parte della sua vita. I liberali e i costituzionali del 1848 furono sì buoni, per non dir altro, da voler pretendere che Ferdinando II, re assoluto, dovesse giurare col cuor nella bocca, operare a posta loro coll'animo inondato da un'arcana letizia di libertà; che dovesse benedire la Costituzione, le Camere e i cittadini che gli strappavan parte de' suoi poteri.

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Tutto questo era un'impossibilità, una incoerenza che non ha pari, e che la storia ha diritto di notare.

È antico difetto delle nostre teorie e della nostra scuola il volere che i nostri nemici largheggino verso noi, che i Re non si oppongano alla rivoluzione, la quale intende a rovesciarli; che si lasci fare la libertà. È bello a dirsi, ma se nessun governo indipendente lascerà abbattere la sua Costituzione senz'adoperare ogni sua possa contro l'aggressore, nessun governo dispotico farà mai buon viso ai suoi innovatori.

Ferdinando II non era già l'uomo da caldeggiare l'impresa d'Italia, ma se i novelli politici fossero stati più destri nell'ottenere, lusingando il Re, com'ei sapea lusingar loro, tantoché tornavan sempre di corte tutti in solluchero di vanità, essi avrebbero spinto più sollecita l'azione militare, e il secondo corpo d'armata, indi il terzo passando il Po, avrebbero reso assai più difficile lo sfacelo della causa Italiana.

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Basti il ricordare che una piccola mano di Napolitani comandati da Pepe, Ulloa, Cosenz, sostenne l'assedio di Venezia, e tenne fronte con dura lotta alle agguerrite falangi austriache. Ma è forse destino che le forze napolitane debbano correr sempre in lieve parte alla grandezza d'Italia.

Noi non pussiam dimenticare che l'ammiraglio Albini e il napolitano Raffaele De Cosa, uscito dal porto di Napoli a piene vele per manifestare la sua gioia, tennero valorosamente il mare e furono renitenti a ritirarsi dalla lotta; noi sappiamo, quasi l'avessimo udito con le nostre orecchie, che alle premure di quel chiarissimo Carlo Troya da non confondersi col maledetto Ferdinando Troya perché il Re spedisse ogni sua forza marittima in soccorso di Venezia, il Borbone freddamente pronunziò queste parole:

Dunque, o presidente, io Re debbo difendere una Repubblica? - Al che il presidente Troya:

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-

È una Repubblica più antica di tutte le presenti dinastie.

-

E ripetiamo queste non a tutti note incidenze di fatti, perché si sapesse che Ferdinando sobbarcossi alla esigenza del tempo mutato; ma da tutt'i fogli i quali profondevano lodi ed alzavano a cielo il prode Carlo Alberto e Pio IX; poche lodi s'avea il Borbone, e spesso le più nere accuse si mescevano a' suoi procedimenti, e lo si gridava falso, mentitore, infame. Né mai atto fratellevole gli venne dalla Corte italiana che padroneggiava il movimento, mai un intendersi vero, spontaneo, geniale. E vuolsi forse non senza ragione che passati rancori e gelosie tenessero divisi gli animi di Alberto e Ferdinando, principi che stabilmente uniti, né disgiunti dalla influenza pontificale, avrebbero potuto veramente redimer l'Italia, o segnar patti gloriosi per lei, ove cessata fosse la guerra, ponendo le potenze segnatarie di antichi trattati nel bisogno di assicurar la unificazione italiana.

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Ma Ferdinando II travide che egli non era fra i pochi eletti, che il suo regno era tenuto di mira in una formazione nuova a costituirsi, che gli sarebbe convenuto cedere, e ceder sempre, ed allora pensò di non esser morto, di volersi tener in guardia, e vivo sostenere le ragioni del suo trono. Pur non di manco, se benigni fossero stati i destini, egli non avrebbe ripreso le vie del sangue. Fra serbato ad uomini corrivi e causidici l'immergere nel lutto il bellissimo nostro paese, trovando ad osservare sopra una forma di giuramento da presentarsi al Re, il 14 maggio. Veri mercanti di parole, senza esperienza di fatti, e credendo che pei Re stesse il detto:

Verbo ligant homines

, crescono la diffidenza di Ferdinando Borbone, che vede assorbirsi dal Piemonte; fanno che si raddoppii la loro verso di lui; permettono che tra dissensi infiniti si levino in sulla maggior via della città inutili o presontuose barricate; mettono lo sgomento nel paese;

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atterriscono i timidi amici della quiete per una parola più o meno legale; ma nessuno d'essi s'immola alla furia degli agitatori, o affronta la corrente; e in poco d'ora un conflitto, nel quale i da meno colpevoli perdono la vita, insanguina le vie e le case della capitale, e per disposizioni date fra paura, rabbia, dissenso, allucinazione di mente, cangiano un Re sospettoso e temente in un Nerone, del quale la storia trova a stento più trista orma. Oh! giovani Santilli, Lavista, Melga, Morbilli; oh giovinetta Vasaturo, sorelle Terragnuolo straziate a punta di baionetta dal croato svizzero e napolitano; oh vittime fucilate ne' fossati di Castelnuovo, perché non vi sollevate ad accusare prima i novelli politici insipienti, e poi il Re! Questo Re, cui s'offerse un conflitto, l'accettò e vinse, com'era a credere; e il dì seguente, quando alla barbarie del sangue succedeva l'infamia del saccheggio, un proclama si apriva in queste parole

da parte del Re profondamente addolorato!.

.. Egli!

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Né si parlava già di punire i carnefici onorati di militare divisa; né si parlava di punire i saccheggiatori.

Un Re che non avesse approvato tutti gli orrori 15 e 16 maggio, potea rimanersi

profondamente addolorato

, e far restituire ai saccheggiati cittadini le mobiglie, gli argenti, le gemme rapite senza ragione; potea ben mostrare ch'ei non avesse voluto: ma in quella reggia, ove Nunziante e Carrascosa preparavano il piano di distruzione, e dove Manna e Scialoja tremavano, la voce del sovrano pio e nepote di S. Luigi sanciva il sacco ed il fuoco proposti dal Nunziante.

Ciascun vede dalle nostre parole che non intendiamo di scusare il Re liberticida, che da quel giorno s'ingraziò con l'Austria nel nome di re Bomba; ma non intendiamo neppure di scusare i Conforti, i La Cecilia, gli Spaventa, i Zuppetta, i Parisi, i Romeo, i Plotino e tanti altri, che furon cagione immediata o lontana di quello eccidio funesto,

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onde tolse grido nella storia pari alla strage di S. Bartolomeo. E diremo come per altri tempi scrisse il chiarissimo Pietro Colletta: «Furono colpevoli quelli che accesero la guerra e la disertarono». Il silenzio del sepolcro successe al guasto, e quasiché non fosse bastevole la strage, alcuni giovani artisti furono ne' seguenti giorni straziati dalla infellonita soldatesca.

L'apertura delle Camere napoletane divenne un fatto per opera di Francesco Paolo Ruggiero, che cadde in colpa di vanità, ma non di tradimento perverso. Questo fatto compromise più verso l'Europa la persona di Ferdinando II, ed onora la memoria dell'accorto ministro. Fu gloria che si riuscisse a veder attuati i Parlamenti nazionali, i quali poi riversarono tutto il loro fiele su quelli che male o bene li avevan resi possibili. Fu gloria, come fu macchia incancellabile all'onore di un Re l'averli fatti finire senza fede e senza coscienza, l'aver creduto che i popoli si potessero beffare e vilipendere.

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Dacché un Peccheneda schifoso avanzo di polizia francese, un Longobardi cacciato dallo stesso Del Carretto, un Ferdinando Troya, sedettero ai dicasteri Polizia, della Giustizia, della Presidenza, non era più a sperar bene di noi e delle nostre cose. Novara aveva schiacciato Carlo Allerto, non i suoi popoli, ma tra noi e il 15 maggio avea schiacciato i popoli non Ferdinando. Questi più tardi doveva subire l'estrema condanna, sicché fosse perfetta uguaglianza tra un popolo che perde le libertà acquistate con tanti martiri, e un re che perde il regno sostenuto con tante vittime.

La barbarie più cruda sopravvenne col discomparire della tradita Costituzione. Le cavallette piombarono sul suolo di Napoli a ricordare le piaghe d'Egitto e il Faraonide. Se non che quegli ebbe perduto lo esercito tra' flutti a bella posta corrucciati da Dio, questi ebbe salvo l'esercito per adoperarlo contro i cittadini, e far fremere di sdegno

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e di dolore le soggette provincie. La misura dello spirito menò strage, i licei furono deserti, soppresso ogni consorzio, messe taglie di danaro agli affamati e sitibondi uffiziali di giustizia, portate ai tribunali cause illegali, sètte non mai create, calunniati non pochi ragguardevoli cittadini come Carlo Poerio, e portate in giudizio alcune nullezze come Michele Persico. Purché si dessero apparenze di congiure ai fatti, tutto era utile. La spia, la denuncia, il diverbio familiare, la corrispondenza postale, la confessione, una carta di obblighi, un contratto nuziale, un articoletto di giornale, tutto accusava e creava colpa. Le cause dell'Unità italiana e della setta de' Pugnalatori è là. Le persone arrestate non erano tutte il fior fiore della società, ma le infamie dei poliziotti non iscusavano gli arresti. E, come di battaglie in campo, menavan vanto di tali arresti un Campagna, un Morbillo, ed altri sbirracci. A molte persone fu fatto avviso di fuggire per ordine appunto del Re, che li credea scusabili nel fondo della sua coscienza.

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Francesco Paolo Ruggiero fuggì: così Scialoja, Imbriani, Poerio, Pica, Pironti ed altri che il mondo sa, scontarono aspra la libertà; ma Dio volle assisterli, e maturava la pena.

Peccheneda non arrestava persona dalla quale per suo conto non dimandasse una cauzione di denaro; quella avuta, più non rendeva. Dopo le ore di pranzo, con un suo fidato compagno, un tal Bartolomucci, cacciato già dalla regia Segreteria, perché ladro verso il pubblico, dal quale scroccava danaro per raccomandazione di memorie, si davano ad un'orgia satanica, alla quale prendevano parte figlie di poveri ed infelici impiegati, prezzo talvolta di favori patteggiati. Oh! palazzo di San Severo, dalle antiche e già consapevoli lascivie alle nuove, che hai tu visto!

Tutti i più distinti liberali impiegati vennero destituiti e congedati, per cosi dire, da un giorno all'altro. Non valsero servigi passati, memorie di padri, relazioni co' buoni servitori del Re, mancanza di accuse.

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Ferdinando II aveva formato una polizia a sé, e i suoi fratelli, conti d'Aquila e di Trapani, facevano altrettanto per usufruire le spese. Del Carretto si era lasciato dire una volta che la polizia era un necessario flagello. Immaginiamone tre! Sovente avveniva che la spia dell'uno frustasse o denunziasse quella dell'altro, e le protezioni allora venivano in campo sfacciate e proterve, e finivano le più volte col transitorio accomodamento di una meretrice, che calmava gli spiriti principeschi col senso. Solo lontano dal far male mostravasi Leopoldo conte di Siracusa, maggior fratello del Re dopo Carlo duca di Calabria esiliato, e costui, voltosi alle arti che non accolgono i barbari nel loro tempio, sebben pagando agli osceni tempii il suo tributo, seppe farsi perdonare e lodare, esempio divenuto raro nella famiglia. E il Re, che a quello sentivasi in quel momento inferiore avvicinavasi agli altri e non a lui: novello errore, perché ad ingraziarsi co' sudditi non poco gli sarebbe giovato il mostrarglisi fidente e consono.

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Non diremo già che, ridottosi tra Gaeta e Caserta, era divenuto straniero ai suoi popoli, che la Corte più non appariva che, fu riputato inesplicabile caso il vederlo apparire tre o quattro volte nel teatro San Carlo, ed una volta nel Circo di equitazione. Innegabilmente egli doveva sapere che si tramava contro di lui che tutti gliene volevano, che i medesimi suoi famigli il motteggiavano, e il riprendevano. Sorrideva solo a chi gli prestasse officio di delazione, non compensava in pubblico che i delatori e gli schiavi, immoralità dannosa ed inescusabile, se non per altro, per lo scandalo che partoriva immezzo alle genti povere ed oneste. Pur tuttavia (vedi contrasto di coscienze permalose) dal suo peculio particolare, certo di aver messo a rovina molte famiglie, soccorreva tacitamente i danneggiati; talvolta pure, onore sia fatto al vero, ove le persone potessero giungere a lui, blandiva gli acerbi dolori, causati con la menzognera speranza o la lusinga di tempi a venire.

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Ma tutto questo noi ritornava in grazia di alcuno. Egli sapea purtroppo di meritare gli sdegni e le ire de' privati, la pubblica disfìducia, la vendetta degli oppressi. Forse pensò che, se il mondo fosse tornato in securtà di troni, egli avrebbe voluto far il bene, sempre a suo modo, ma questo pensiero doveva aver breve durata. E quando alcuno ministro o consigliere gli esprimeva la trista impressione di cosa che il pubblico non accettasse volontieri da lui: «

È me che non vogliono,

» ei rispondea col suo sarcasmo abituale, ma profondo, ma scettico, ma divenuto ferocia e provocazione a chi il vedeva. L'uomo era perduto. Della qual cosa ben più si persuase quando la mano del fato, l'intrepido albanese Agesilao Milano, còlta l'occasione d'una festiva rivista sul campo di Marte, si staccò dalle file, ed avanzandosi fin sotto al Re montato a cavallo, un fiero colpo di bajonetta gli diresse per finirlo, ed un secondo ancora con isgomento di quanti il circondavano,

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e più forse del Re, che vide vivo la sua morte. - A quelle file che già si scomponevano «

ai vostri ranghi!

» ei gridò continuando il suo andare, e lasciando il cavallo per sedere in carrozza al fianco della regina con tale una presenza dì spirito da far dubitate che il fatto fosse avvenuto. Il che mostrava ch'egli avrebbe saputo essere Re, se Dio e popolo non avessero già decretato di lui.

Questo avvenimento, che potea produrne un eccidio e un ribollimento di passioni più cieco ed efferato del 15 maggio fu appena sentito dal paese appunto pel suo contegno, e fu da comparare ad una di quelle scosse di tremuoto che ci colgono nel sonno, e passano sul nostro capo facendoci solo aprir gli occhi. Ripeto adunque, senza tema di asserir falso, che il contegno di Ferdinando in quel terribile cimento fu da Re, e s'egli avesse potuto serbare quel grandioso disprezzo della morte, e mostrarsi ancora al suo popolo fidente ne' pericoli, egli avrebbe vinto

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forse la pruova, e qualche occulto nemico avrebbe riacquistato, ma la sua sentenza veniva pronunziata nel vibrar del ferro regicida. Agesilao Milano mostrando fermezza degna di antichi tempi, lo accusava in nome de' suoi popoli, e non lasciava la vita sotto il piombo vendicatore senza protestare contro il mal governo, e facendo alto appello alla coscienza del Re tiranno. Da quel giorno re Ferdinando ebbe innanzi la persona del giovane e la sanguinosa baionetta che Dio aveva piegato, perché volea punire la sua creatura da sé.

Le deputazioni venute a festeggiarlo e gratularlo; gl'indirizzi raccolti con operosa servilità da podestà, impiegati ed uomini che avean temuto a grandi palpiti in quell'attentato la fine de' loro soprusi, delle angarie e delle invereconde protezioni, noi confortarono. Ferdinando II era tal uomo che vedea chiaro se stesso e la sua condizione: Agesilao era là: egli non s'illudeva punto, e se non fosse stato

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certo che qualsiasi suo temperamento mite o liberale non lo avrebbe aggraziato, si sarebbe spinto a riprendere il seggio perduto nella pubblica estimazione. Nessuno ormai potea più di lui spiegare a se a se stesso. Tremendo stato! Egli era divenuto il giudice delle sue azioni. Austria infame!

Ma allora la sua maggiore colpa fu quella di non curar l'educazione del figliuolo Francesco della cui riabilitazione parvemi geloso e di volerlo schiavo de' suoi procedimenti e della vecchie ed abborrite sue relazioni. D'allora egli si rese reo al cospetto della Europa, osando, con atto di disfida alla civiltà, perpetuare l'ostinazione malvagia e la pressione di sistema. E peggio demeritò quando accettò per suo figlio una sposa tedesca,o, a dir meglio, di quella Baviera, che non portò bene in Francia né tra noi, colà rappresentata da Isabella di Baviera, tra noi da quel Lodovico il Barbaro, che fece guerra ad uno de' migliori nostri principi, Roberto d'Angiò.

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Solo una Teodolinda, ricordo tradizionale, fu quella che nobilitò la stirpe. Non fauste parvero cotali nozze, solennizzate il dì 8 gennaio nella Real Cappella di Baviera: e nol furono, che, come Francesco I perde la vita nel malaugurato viaggio di Spagna per condurre a nozze la figliuola Maria Cristina, Ferdinando II perde la sua vita per condurre a nozze il figliuolo Francesco. Venne in rigida stagione impreso quel viaggio: il Re di Napoli, costretto a dimettere il regio splendore scendendo a piedi, le feste cartonacee preparate per la sposa avversate dagli elementi: non si trovaron poeti che cantar volessero di tai nozze, e solo il libraio Padoa, pagato dai capi di Corte, e coprendosi di vergogna, imprese a fare un libro, ove posero i loro nomi individui ignoti o troppo noti, e furono un Arienzo, un Bardare, un Cafferecci, un Caprara, un Canerini, un Florenzano, un Ferrari, un Guerdile, un Mascellis, un Moschitti, un Vagozzini. un Padigliore, un Giorello, un Lamoglia ed altri,

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un Vagazzini, un Padigliòre, un Giorello, un Lamoglia ed altri, che il libro stesso potrà indicare nell'indice. Quando la real coppia vide Napoli, il Re di Napoli non vide più i suoi sudditi. Dio lo aveva già privato di quel bene ch'egli avea sprezzato una volta. Portato sopra un letto di dolori, traversò il piazzale della reggia Casertana, coperto come un cadavere. Così dinanzi al palazzo de' Duchi di Gravina (15 maggio) vidi una sera di sangue passare i cadaveri dei trucidati e degli arsi abitatori di esso. Il letto del padre avrebbe potuto essere scuola al figliuolo; i dubbi, le incertezze della politica, che si svolgevano nelle ombre mortali della reggia di Caserta, presente Maria Teresa d'Austria, avrebbero potuto ammonire Francesco II, inesperto delle cose del regno, e fargli chiaro il suo stato: ma così non avvenne. La morte del padre non fu neppur lezione al figliuolo. Tutti coloro che sperarono in lui, sperarono invano.

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Sentenza del figlio fu il programma di maggio 1859. Francesco II avrebbe potuto cancellare ogni trista memoria, e in vece il primo suo atto lo condannò, contenendo la non chiesta dichiarazione, ch'egli non avrebbe potuto far meglio del genitore: Queste parole suonarono crude e letali, e furono pel popol suo che lo aspettava, l'abbandono di ogni speranza. Anche un atto fiero lo distinse, e fu la metraglia gittata tra le file degli svizzeri soldati, che gridato aveano: - Viva Napoleone III. - I fatti di Sicilia non serve ridire. Iddio ci doni di obbliar tutto.

Del Carretto vide finire Ferdinando II, che lo avea cacciato. Filangieri vide cacciare Francesco II, ch'egli tradì spietatamente ed infamemente per ambidue. Quando la Costituzione, ultimo esperimento, fu data, Napoli e le provincie non si commossero punto: nessuno manifestò la sua gioia. Era la seconda sentenza. Agesilao l'aveva pronunziata pel padre; il popolo la pronunziò pel figlio.

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Il ministro Liborio Romano con una mano accompagnò Francesco II che usciva dalla capitale, con l'altra accompagnò Garibaldi che vi entrava.

Ad ogni modo il padre lasciò molti fatti o molte opere pubbliche che ragioneranno di lui; il figlio non lasciò che un tardo pentimento e la resistenza militare di Gaeta.

Il resto alla storia.









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