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http://www.ilgiornale.it/

Dai Borbone a Garibaldi via Cavour 

Ma non chiamatelo trasformismo

di Giordano Bruno Guerri

venerdì 20 novembre 2009, 07:00

Liborio Romano nacque, nel 1793, da una famiglia nobile e antica, forse discendente da un ramo dei Romanov: non in Russia, bensì nel tacco estremo dell’Italia, a Patù, un paesino ancora oggi difficoltoso da raggiungere. Benché sia uno dei personaggi più affascinanti del Risorgimento, è poco conosciuto al di fuori di una cerchia di studiosi. Nella vulgata ha la fama di traditore, di tutti e di tutto. Non riesco a considerarlo tale. E neppure un trasformista, come viene definito in un libro - eccellente - di cui mi dispiace soltanto il titolo: L’inventore del trasformismo. Liborio Romano, strumento di Cavour per la conquista di Napoli (Rubbettino, 210 pagine, 13 euro). L’autore, Nico Perrone, insegna storia all’università di Bari, però sa come spiegare raccontando, oltre a saper usare una selva di documenti poco o affatto noti.

Perrone dà di Liborio questa sintesi calzante: «Uomo di forte personalità e intelligenza, non vuole mai tenersi agli schemi, forse perché con maggiore rapidità di altri scopre la maturazione del nuovo e ne sostiene la necessità politica. Non sa applicare le proprie intuizioni a una strategia della propria carriera». Quanto all’Unità d'Italia, Perrone non sbaglia quando scrive: «L’Italia nasce dalle repentine imposizioni di un governo centrale, di interessi e di leggi che hanno avuto l'ispirazione nel Piemonte; nasce con certe incomprensioni e anche con certe discriminazioni. Con un metodo che in tanti casi si manifesta sotto forma di colonizzazione, mediante stati d’assedio, governi militari, esecuzioni sommarie di briganti che in qualche situazione esprimono la resistenza all’occupazione. Procede, questo stato, nel rifiuto di capire le diversità, che si vogliono seppellire sotto un lungo oblio».

Il «lungo oblio» è quello che vuole il nostro Risorgimento fatto solo di eroi, di martiri, di Bene opposto al Male. È una storia alla quale tuttora manca un profondo revisionismo. Oltre ottant’anni di ortodossia storiografica prona alla politica (dal 1861 alla caduta del fascismo), hanno creato un vuoto di conoscenza che negli ultimi decenni non ci si è curati di riempire con sufficienti studi originali. C’è solo da sperare che le prossime celebrazioni dei 150 anni di unità, facciano saltare il tappo del conformismo retorico e patriottardo: aggettivo che ha poco a che fare con «patriottico». Non si tratta di denigrare il Risorgimento, bensì di metterlo in una luce obiettiva, per recuperarlo - vero e intero - nella coscienza degli italiani di oggi e di domani. Continuando a considerarlo un atto fondamentale - necessario e benigno - della storia d’Italia, pur con tutti gli errori e le colpe che sono sempre impliciti nei grandi eventi epocali.

Per esempio, se Liborio Romano fosse morto nel 1859, quando non aveva ancora compiuto gli atti più importanti della sua vita, oggi sarebbe un eroe celebrato da piazze e strade in tutta Italia. Fino a quell’anno, cioè fino a 67 anni, fu infatti una vittima della tirannia borbonica, un piccolo padre del Risorgimento. Avvocato per tradizione familiare, ottenne presto la cattedra di Diritto civile e commerciale a Napoli. Come avvocato ebbe gran successo e una clientela di rispetto (in ogni senso); era massone e - senza dubbio - un liberale. Partecipò ai moti antiborbonici del 1820, e da allora fu sorvegliato dalla polizia, imprigionato più volte, liberato, mandato al confino. Tornò a Napoli nel 1848, per partecipare ai moti che costrinsero Ferdinando II di Borbone a concedere la Costituzione nel regno delle Due Sicilie. Ma lui venne nuovamente imprigionato e ottenne di commutare la galera con un esilio in Francia, fino al 1854.

 A Napoli, torna in auge con il nuovo re Francesco II, Franceschiello, che - minacciato da Garibaldi e dai suoi Mille, in realtà dal Piemonte - nel 1860 concede la Costituzione e chiama Liborio Romano a fare addirittura il prefetto, ovvero il capo, della polizia. In quel ruolo promosse riforme liberali e abolì le segrete, ma viene ricordato soprattutto per avere arruolato nella polizia dei capi camorristi. Un corrotto? No, lo si può definire un anticipatore molto disinvolto dell’attuale legge sui pentiti. Con la mossa audace riportò l’ordine a Napoli, e - come vedremo - si accordò segretamente con Cavour. I Borboni, inconsapevoli del suo doppio gioco, lo promossero nientemeno che ministro dell’Interno, il 14 luglio 1860, quando Garibaldi era prossimo a vincere la decisiva battaglia di Milazzo. Una delle prime mosse di Romano fu far installare nel proprio ufficio la rivoluzionaria invenzione del telegrafo senza fili. Sembra una cosa da niente, ovvia, invece il telegrafo fino a allora era a disposizione soltanto del re, come potentissimo strumento di comunicazione segreta. Romano lo usò per le proprie trame, anche contro Francesco II.

Cavour gli manda per nave un carico di armi, che Liborio affida ai suoi camorristi, per nasconderlo. Il progetto di Cavour è distribuire le armi ai napoletani perché si sollevino contro i Borboni prima che sia Garibaldi a liberare la capitale del regno delle Due Sicilie. I documenti non lasciano dubbi in proposito: Cavour non voleva che Garibaldi avesse un ruolo così importante nella realizzazione dell'Unità: il piano, scrive il primo ministro piemontese all'ammiraglio Carlo Pellion di Persano, è «fare trionfare a Napoli il principio nazionale senza l’intervento di Garibaldi»; a questo scopo si può contare su Liborio Romano, «perché vecchio liberale unitario, provato ed onesto». Al quale fa avere, in francese, «mes compliments affettueux». In un’altra lettera, all’ambasciatore a Parigi Costantino Nigra, Cavour scrive (traduco): «Se il movimento riesce, si costituisce un Governo provvisorio con a capo Liborio, il quale invoca subito la protezione della Sardegna. Il Re (Vittorio Emanuele II) accetta il protettorato e invia una divisione che mantiene l’ordine e arresta Garibaldi».

Arrestare Garibaldi. Liborio, invece, intrattiene rapporti segreti proprio con l’Eroe dei Due Mondi, ma non è il solo. Lo stesso Vittorio Emanuele II, ufficialmente, ordina a Garibaldi di non varcare lo stretto di Messina, come vuole Cavour, mentre in segreto lo invita a «andare avanti in nome dei vostri doveri verso l’Italia». Qua non ci sono né traditori né trasformisti: ognuno fa il proprio gioco nell’interesse comune dell’Unità. Il vero vizio, già molto italiano, è che ognuno si muove all’insaputa dell’altro.

È Liborio a convincere Francesco II a ritirarsi a Gaeta con un esercito che - se avesse combattuto - avrebbe ancora potuto sconfiggere le camicie rosse. Prima di partire, Franceschiello, che ormai non si fida più del suo primo ministro, gli dice: «Don Libò, guardat’u cuollo». «Sire», risponde Liborio, «farò di tutto per farlo rimanere sul busto il più a lungo possibile». Il collo lo salvò, la sua buona fama no. Eppure Garibaldi - al quale Liborio aveva spalancato le porte di Napoli, il 7 settembre 1860, permettendogli la conquista della città senza sparare un colpo - gli dette l’incarico di proporre un governo provvisorio, mantenendogli la carica di ministro dell’Interno.

  Perché, dunque, don Liborio non è un eroe della storia risorgimentale? Perché Cavour prima, i cavouriani dopo, non lo perdonarono mai. Non soltanto per il «tradimento»: forse soprattutto perché Romano avanzò parecchi - e giustificatissimi - sospetti sulla svendita del debito pubblico del Regno delle Due Sicilie, e sulle relative speculazioni finanziarie. Fu il «primo grande scandalo italiano», nota Perrone. A Liborio, che è stato accusato di tutto, nessuno ha mai potuto imputare interessi privati né, tantomeno, ruberie. Nelle elezioni unitarie del 1861, Romano venne eletto deputato vincendo in ben nove collegi, ma in Parlamento fu subito isolato. Invano chiese, anche a Cavour, la giusta considerazione dei problemi meridionali. Nel 1865, disgustato, si ritirò dalla politica, non prima di aver compiuto l’ultimo «tradimento», il passaggio dalla destra alla sinistra liberale. Morì due anni dopo, nel paesello natale. Oggi viene onorato da pochi «annessi e delusi». Li trovate su www.donliborioromano.it. Se invece volete vedere una mostra permanente su di lui, la troverete all’Albergo Ristorante Mamma Rosa di Patù. Io lo farò, la prossima estate, e metterò un fiore sulla sua tomba.

http://www.giordanobrunoguerri.it








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