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Riceviamo da Antonio A. che ringraziamo per il contributo.

Zenone di Elea - 20 Marzo 2012


Fonte:
http://www.iltempo.it/ - Lunedì 19 Marzo 2012

Le scemenze del sermone patriottico

L'Italia Una secondo Benigni

di Ruggero Guarini


Quante scemenze ha scodellato sabato Benigni nel suo patriottico sermone sulla grandezza e bellezza dell'Italia Una! La prima  essere il Quirinale, — come egli ha detto testualmente proprio all'inizio del suo discorso, "il più bel palazzo del mondo" è addirittura una scemenza doppia. È tale, in primo luogo, perché di quell'edificio sicuramente imponente e storicamente importante, ma più simile a una fortezza che a una reggia, si può dire tutto, tranne che sia bello. E poi perché, bello o brutto che sia, fu costruito in un'epoca, fra il tardo Rinascimento e l'età barocca, che nulla ha a che fare con gli eventi - Risorgimento e unità d'Italia - che il comico toscano ha voluto onorare aprendo il suo discorso con quel suo sballatissimo giudizio. Ma anzi

Padri e padrini dell'Unità - Il comico dovrebbe conoscere alcuni giudizi, da Cavour a Salvemini, da Garibaldi a Gramsci ché proseguire nell'elencazione delle varie amenità che Benigni ha infilato nel suo discorso conviene forse osservare che per un comico del suo rango il modo migliore di svolgere il suo compitino di Balilla-Pulcinella di regime sarebbe forse stato ricordare alcuni giudizi scappati, proprio mentre l'Italia nasceva e incominciava appena a balbettare, dalla bocca o dalla penna di alcuni dei suoi più autorevoli padri e padrini. Per esempio questi:

1 ) «Lo scopo è chiaro; non è suscettibile di discussione. Imporre l'unità alla parte più corrotta e più debole dell'Italia. Sui mezzi non vi è pure gran dubbiezza: la forza morale e se questa non basta la fisica" (Lettera di Cavour a Vittorio Emanuele del 14 dicembre 1860).

2) «Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e, tranne poche eccezioni, con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto». (Giuseppe Garibaldi sui suoi "Mille" nel discorso che tenne al Parlamento di Torino il 2 dicembre 1861).

3) «Potete chiamarli briganti, ma combattono sotto la loro bandiera nazionale; potete chiamarli briganti, ma i padri di quei briganti hanno riportato due volte i Borboni sul trono di Napoli. È possibile che 1500 uomini comandati da due o tre vagabondi tengano testa a un esercito regolare di 120 mila uomini? Ho visto una città di 5 mila abitanti completamente distrutta e non dai briganti" (Giuseppe Ferrari, liberale, al Parlamento di Torino nel novembre 1863. La città di cui parla è Pontelandolfo, che fu rasa al suolo dal regio esercito il 13 agosto 1861).

4) «Al sud del Tronto abbiamo sessanta battaglioni e sembra non bastino... Deve esserci stato qualche errore; e bisogna cangiare atti e principii e sapere dai Napoletani, una volta per tutte, se ci vogliono o no... Agli Italiani che, rimanendo italiani, non volessero unirsi a noi, credo non abbiamo il diritto di dare delle archibugiate». (Massimo D'Azeglio, ottobre 1861)

5) «Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell' Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio» (Giuseppe Garibaldi all'amica Adelaide Cairoli in una lettera del 1868)

6) «L'unità d'Italia è stata, purtroppo, la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L'unità ci ha perduti. E come se questo non bastassero provato, contrariamente all'opinione di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari alle province settentrionali in misura ben maggiore che nelle meridionali» (Giustino Fortunato a Pasquale Villari).

7) «Se dall'unità d'Italia il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata» (Salvemini).

8) «Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha nesso a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti". (Gramsci, da "Ordine Nuovo", 1920).


Le scemenze del sermone patriottico - L'Italia Una secondo Benigni - di Ruggero Guarini










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