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Le rivelazioni di Nicomede Bianchi - come d'altronde le rivelazioni del Curletti (alias Griscelli?) - rientrano in un gioco di faide di potere della novella Italia, che vide nascere e morire un partito francese ed un partito inglese, poi anche un partito prussiano, nel senso che certe pubblicazioni servirono ad alcuni scopi ben precisi, tipo preparare un cambio della guardia ai vertici del potere sabaudo.

Abbiamo già scritto altrove, ad esempio, che le rivelazioni del Curletti (passate in questi anni come una novità sensazionale) videro la luce in lingua francese e poi anche in lingua italiana tra il 1863 e il 1864.

Queste pagine che pubblichiamo oggi riguardano il grande tessitore e non sono altro che una glorificazione - checché ne pensasse Civiltà Cattolica, di cui pubblichiamo la lunga recensione - del Conte Camillo Benso di Cavour e, soprattutto, delle scelte che portarono alla unificazione del paese.

Non a caso Nicomede Bianchi ebbe dal Luogotenente Lamarmora porte spalancate in quel di Napoli e accesso a tutta quella documentazione che portava acqua al mulino della unità così come essa era avvenuta.

Oggi su Repubblica, Paolo Rumiz gongola di gioia per aver trovato a Caprera una foto (che egli non pubblica ma che si trova su internet, almeno crediamo sia quella) di Garibaldi a letto - ripreso da sinistra - che farebbe tabula rasa dei detrattori che da decenni narrano di un eroe dei due mondi filibustiere con l'orecchio mozzato in sudamerica.

Neanche fosse l'orecchio di Peppino il problema vero di questo paese. Il problema che ha impedito una unificazione vera è stata la guerra di resistenza (noi abitanti delle provincie napolitane non dovremmo chiamarla più brigantaggio) che si combatté nel decennio 1860-1870 e la frattura che essa generò fra nord e sud.

Su questo pretendiamo la verità e la pubblicazione online di tutti gli archivi militari. Tutto il resto è banale polemica.

Zenone di Elea - 31 Agosto 2010

IL CONTE

CAMILLO DI CAVOUR

DOCUMENTI EDITI E INEDITI

NICOMEDE BIANCHI

TERZA EDIZIONE

TORINO

STAMPERIA DELL'UNIONE TIP. EDITRICE

Giugno 1863.

Cavour, a Memoir by Edw. Dicey; Cambridge 1861 - Œuvre parlementaire du comte de Cavour traduite et annotée pari. Artom et Albert Blanc: Paris 1862 - Il Conte di Cavour, Cenni biografici di Luigi Chiala; Napoli 1861 - Camillo di Cavour, commemorazione di Ciro d'Arco; Torino 1861 - Camillo Benso di Cavour, per Roggero Bonghi; Torino 1861 - A dù course on the lift, character, and Policy of count Cavour, by Vincenzo Botta; New Jork, 1862 - Count Cavour, his li fé and career, by Basil H. Cooper; London 1860 - Le corate de Cavour, récits et souvenir par W. De la Rive; Paris 1862 - M. de Cavour et la crise italienne par M. O. d'Haussonville - Berti, Lettere inedite del Conte di Cavour.

(se vuoi, puoi scaricare il testo in formato ODT o PDF)

I.

È destino glorioso della fama postuma del conte Camillo di Cavour di grandeggiare quanto più sarà rischiarata dallo splendore del vero» (jriova tuttavia aspettare che il presente tempo sia antico per narrarne la vita in modo degno e compiuto. La generazione, che lo vide attraverso ingombri giganteschi infaticabilmente operoso nel compito stupendo di tramutare un piccolo regno in una delle grandi famiglie politiche d'Europa, non ha alcun diritto di possedere il racconto completo de' mezzi usati in tale meravigliosa trasformazione. Per compierlo in effetto bisognerebbe violare con imperdonabile spensieratezza le leggi supreme dell'opportunità, e rassegnarsi a vedere i migliori de' viventi statuali italiani scaduti presso gli estranei nella meritata riputazione di ragazzaglia politica incapace di prudenza e indegna quindi di confidenza.

La storia non pertanto deve stare per ora al tutto silenziosa sulla tomba di questo magnanimo cittadino. Sono molte e imperiose al contrario le ragioni, che ad essa impongono di raccomandare alla memoria dei virenti, non guaste dalla menzogna o dall'ignoranza

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assai cose, le quali occuparono sino all'estremo la vita travagliosa dell'incomparabile statista, che compendiando nella sua mente dantesca le forti aspirazioni politiche di Machiavelli, d'Alfieri, di Gioberti, preparò e lasciò salde le fondamenta, su cui oggi s'erge il grande edilìzio italiano. Nel quale proposito primieramente importa di non dimenticare che, come è privilegio degli altissimi intelletti, i quali giungono a giganteggiare sopra i loro coetanei e a farsi i più luminosi rappresentatori d'un ordine di idee e di fatti, il compito nazionale del conte Camillo di Cavour non è cessato con la sua nefasta dipartita dalla vita terrena. Il prezioso tesoro di sapienza politica e amministrativa, che egli ha lasciato dietro di so, non può esser tenuto in serbo unicamente a vantaggio dèi futuri italiani senza iattura gravissima della causa nazionale. La presente scuola politica italiana da altra parte avendo bisogno nell'inesperienza della sua giovinezza di una guida che la regga, di un saldo principio che la informi e di un concetto cardinale che la fecondi, essa ceratamente non può meglio trovar ciò all'infuori del retaggio del senno civile dell'Italiano, il quale di nuovo, dopo secoli molti, pervenne a esercitare in Europa potenti influssi politici, e data vita e libertà alla grande patria nazionale, al di dentro ne fu il consigliero invariabilmente ascoltato, al di fuori il più illustre interprete e come la vivente personificazione. E poiché tutt'altro che compiuto è il secolare conflitto contro gli stranieri dominatori, sarebbe peggio che stupidezza lasciar cascare giù dalla memoria della presente generazione italiana le azioni dello statista che lo fece mirabilmente progredire sul terreno della vittoria, e il quale, appartenendo alla gagliarda schiatta di, quegli uomini eminenti, nati per guidare un paese attraverso le più difficili prove, fatti per lottare con costanza e successo perché fiduciosi appieno di signoreggiare la fortuna e di padroneggiare gli eventi, fu inesauribile nella meravigliosa abbondanza de' mezzi per suscitare nemici all'Austria e assicurare il sopravvento alla causa italiana.

- Perisca la mia riputazione, perisca il mio nome, ma si faccia la patria italiana - diceva il conte di Cavour in uno de' più solenni e scabrosi momenti del patrio riscatto. Questa riputazione, che in. realtà egli generosamente avrebbe sacrificato senza rancore e senza ostentazione alla formazione dell'unità italiana, ove fosse stato necessario, ebbe ed ha tuttavia detrattori per deliberato proposito violenti e implacabili. Se dell'opera trista e attualmente codarda di costoro si dee sentir dolore come di una vergogna umana, nullameno non importa preoccuparsene troppo seriamente; che in quanto all'efficacia davvero essa risponde al lavoro di chi con un paio di forbici da ricamo si fosse dato a scavezzare le vette degli alberi di una vergine foresta.

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Ma avvi un genere di screziature postume, apportate alla grande figura istorica di questo glorioso Italiano, che per debito di giustizia ed interesse nazionale conviene prontamente scancellare. Quando primieramente la tomba del conte Camillo di Cavour venne aperta, da essa una voce solenne gridò ai superstiti concordi e al certo l'ossequio funerale più accetto a quel glorioso spirito sarebbe stato quello di una pronta e intima colleganza di concetti e di opere de' più illustri statuali italiani, onde assumere e collettivamente portare nel modo più degno e fruttuoso il carico gravissimo, che la potente mano della morte aveva fatto improvvisamente sbalzare dalle gagliardissime braccia dell'uomo, che solo giganteggiava sopra i suoi coetanei. Sventuratamente in mezzo a quella incommensurabile iattura di speranze nazionali, santi pensieri di concordia, di annegazione, di modestia non preoccuparono seriamente l'animo de' primarii guidatori della nazione. Talché oltre il resto che giova lasciare in piena dimenticanza, giacché la possibile concordia delle varie parti politiche è cosa oggidì grandemente necessaria, conseguitò che in alto e in basso, a destra e a sinistra molti si dissero o si credettero i più legittimi continuatori della politica del conte di Cavour, e guarentiti dal perpetuo silenzio che lo avvolgeva nella sua tomba, gli si fecero dir cose e gli si ascrissero fatti, che realmente in suo vivente egli non aveva né detto né attuato.

Fuorviata per tal modo dalle sue guide naturali, l'opinione pubblica di passo in passo è venuta sdrucciolando in molte e gravi inesattezze in ordine ai pensamenti e ai fatti del primo ministro imperituramente grande del regno d'Italia. Da un altro lato, egli è bensì vero, che la nazione arbitra assoluta della gloria e della loquela, ha dato al conte Camillo di Cavour soprannome immortale; ma essa realmente é poi ben lontana, massime in quelle parti che ultime vennero illuminate dal sole della libertà, dal possedere una cognizione possibilmente esatta delle monumentali prove di tale imperituro patrimonio. Farà opera pertanto di buon italiano chiunque voglia adoperarsi a procurare la maggior diffusione possibile ai libri, il cui titolo sta a capo di questo nostro scritto. Noi li abbiamo usati alla libera e con piena confidenza perché ad ogni passo abbiamo trovato in essi le più chiare e nobili testimonianze d'ossequioso rispetto al vero, e quindi alla memoria del conte di Cavour. Verso il quale per le ragioni sovrammenzionate, per avventura non sarà un compito infruttuoso quello che intendiamo fare qui appresso, col presentare una serie di documenti possibilmente stampabili senza offendere le leggi dell'opportunità, valevoli ad assodare in modo su alcuni de' più importanti periodi della sua vita politica.

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A quanti siamo ne' campi del pensiero liberi ed indipendenti da fini volgari o servili, ci sia sempre sacro il dovere di precludere l'adito nel deposito delle tradizioni nazionali ad asserzioni bugiarde o avventate, poste in giro sul conto d'un uomo, il quale ha l'incontrastabile diritto a una delle più gloriose pagine della presente civiltà cristiana, progrediente in perenne giovinezza appunto per ciò, a cui egli consacrò e sacrificò la sua nobile vita, la libertà, l'indipendenza delle nazioni.

II.

Negli anni 1848 e 1849 un partito politico, a quel tempo soverchiamente rumoreggiante, fece ogni diligenza onde perdere nella riputazione dell'universale il conte Camillo di Cavour. Egli pertanto allora venne giudicato e predicato quale uomo di tendenze municipali, freddamente affezionato all'indipendenza italiana, aristocratico per istinti e per educazione, e venuto appena ne' giorni liberi di. pericolo a tergere vecchie macchie d'indifferenza politica ai casti lavacri della libertà. Quanto eravi di vero e di legittimo in siffatte incolpazioni, alle quali la pubblica opinione prestò facile orecchio? Rimasero essi dal lato del giusto coloro, i quali non mai disposti a ricredersi, in appresso si sono adoperati a tener in credito l'asserto, che nella vita politica del conte di Cavour vi sono due periodi affatto diversi, nell'ultimo de'quali, vedutosi rimorchiare o poderosamente sospingere avanti da idee, che non erano le sue, scaltro e ambizioso per eccellenza, rinnegando il proprio passato, se ne fece il fortunato guidatore? La storia non può in alcun modo accettare questi giudizi!. Esistono le testimonianze le più autentiche e credibili per porre al tutto in sodo, che sino da' suoi più giovanili anni il conte di Cavour, anzi che essere spettatore indifferente delle vicende della sua patria e della libertà, pigliò al contrario generoso interessamento al migliorare delle loro sorti. A diciannove anni scriveva ad un suo amico inglese cosi:

Mentre tutta l'Europa cammina nella via del progresso, questa misera Italia è sempre oppressa sotto il medesimo sistema di civile e religioso dispotismo. Compiangete coloro, che con un'anima fatta per alimentare i generosi principii della moderna civiltà, sono costretti a vedere il loro paese disertato dalle baionette austriache. Dite a' vostri concittadini, che noi non siamo indegni della libertà, e che se abbiamo delle membra fracide, abbiamo pure uomini degni di godere i benefizii della luce. Perdonate se io vaneggio, ma coll'anima sopraffatta dal peso dell'indignazione e del dolore, provo un dolce conforto nell'aprirmi così con uno che conosce le cause del mio dolore, e certamente le compiange con me.

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Non tardarono a sopraggiungere tempi procellosi. La rivoluzione, levato fieramente il capo in Parigi, cacciava lungi dal trono e sulla via dell'esilio la reale famiglia, imposta alla Francia dai potentati nordici, A quel crollo del diritto divino delle corone, il conte di Cavour credette ravvisare prossima l'aurora del sospirato giorno, in cui per la sua patria si compierebbe l'opera riparatrice de' trattati del 1815. Speranze di breve durata, giacché prima che si chiudesse l'anno 1832, si trovò al tutto sfiduciato di poter seguire ad onorate imprese la vecchia bandiera di Savoia ne' campi di guerra, e per sovrappiù angariato per le sue idee liberali, si vide costretto a uscire dal servizio militare. In ordine a questi suoi casi il conte di Cavour scriveva alla signora De Sellon sotto la data del 14 gennaio

Vous aurez su tous les ennuis qu'on m'a fait subir, les soupçons qu'on a eus à mon égard, les mesures qu'on a cru devoir prendre envers moi, enfin la démarche décisive que j'ai cru devoir faire. Mais ce n'est pas ce qui me regarde particulièrement qui m'a le plus affligé. L'état de l'Italie, de l'Europe et de mon pays ont été pour moi la source des plus vives douleurs. Combien d'espérances déçues, combien d'illusions qui ne se sont pas réalisées, combien de malheurs sont venus tomber sur notre belle patrie. Je n'accuse personne, ce sera peut-être la force des choses qui en a décide ainsi, mais le fait est que la révolution de Juillet, après nous avoir fait concevoir les plus belles espérances, nous a replongés dans un état pire qu'auparavant. Ah! si la France avait su tirer parti de sa position, si elle avait tire l'épée ce printemps, peut-être... mais je ne veux pas m'arrêter sur un sujet trop douloureux et au sujet duquel vous ne partagez peut-être pas mes opinions. Ne croyez pas que tout ce que j'ai souffert, au moral j'entends, ait en rien abattu mon amour pour les idées que j'avais. Ces idées font partie de mon existence. Je les professerai, je les soutiendrai, tant que j'aurai un soufflé de vie.

Da queste parole sj scorge abbastanza chiaramente che lo sconforto per le deluse speranze non aveva per nulla intaccato nel midollo la robustezza delle credenze politiche del giovane italiano. Il suo abbattimento era quello di un soldato vinto, ma pur sempre fedele alla sua bandiera, e risoluto a morirvi sopra anzi che disertarla. Tuttavia il fiero animo del conte di Cavour sentivasi profondamente ribollire di sdegno nel vedere il cuore della gran madre Italia roso da que' due mortali vermi dell'Austria e della signoria temporale dei papi. Laonde così scriveva nel luglio del 1832 ad un suo intimo in Inghilterra:

Stretti da un lato dalle baionette austriache e dall'altro dalle scomuniche papali, la nostra condizione è veramente deplorabile. Ogni libero esercizio dei pensiero, ogni generoso sentimento è soffocato come un sacrilegio o

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un delitto contro lo Stato; né possiamo sperare di conseguire da noi alcun sollievo alle nostre gravi sventure. Il destino del mio paese e soprattutto quello delle Romagne è cosa veramente da fare raccapricciare e i passi fatti dalle potenze mediatrici non sono serviti che a fare più male» L'intervento della Francia non par bastevole a ottenere anche la più piccola e più ragionevole concessione dal Papa; solo la voce dell'Inghilterra, levata in tuono fermo e positivo, potrebbe ottenere pel popolo almeno un governo sopportabile e in armonia colle idee e co' costumi del nostro secolo.

La persuasione, in che allora era il conte di Cavour che neanco la diplomazia fosse in alcun modo atta a sanare d'alquanto i mali che tormentavano l'irrequieta Italia, non lo gittò tuttavia, come avvenne a molti de' suoi amici, nel novero de' retrivi o fra le faccia delle sètte cospiratrici. Le sue lettere di quel tempo fanno piena fede di ciò. - «Sono risoluto, scriveva egli, a conservare una fede intiera nell'avvenire del genere umano». - Ma già educato alle virili virtù della moderazione, egli apertamente professava la più profonda avversione alle settariche cospirazioni, e dichiarava: che a servire la patria e la libertà con utile e decoro, unicamente s'addicono mezzi legali,, aperti, franchi, onorati. - «Questo mio modo di vedere, scriveva nel 1833, non mi toglierà tuttavia dal desiderare il più presto che sia possibile l'emancipazione dell'Italia dai barbari che la opprimono, e di prevedere conseguentemente inevitabile una crisi violenta. Ma questa crisi io la voglio con tutte quelle circospezioni, che lo stato della cosa comporta. Da altra parte sono convinto che i tentativi forsennati degli uomini d'azione non fanno che ritardarla». - Profetiche parole, pronunziate con mirabile preveggenza da un giovane di ventitré anni, e che dovevano pienamente verificarsi per un lungo e sciagurato corso di tempo cancellato dal progresso materiale e morale, dalla vita virtuosa della nazione.

Segregatosi nell'età così facile agl'inganni e ai trasportamenti da coloro, che avevano indietreggiato o soverchiamente erano sbalzati avanti sul terreno della politica, il £onte di Cavour seguirà imperturbabilmente la retta via designatagli da una mente in stupendo modo lucida e pratica, sempre lontano da fini o volgari o immaginarii o inaccessibili, sempre saggio imparziale, ragionevole, laborioso, sino al giorno, in che uscito incontaminato e forte dalle pressure di un giogo capace di gittare nelle violenze gli impazienti, di schiacciare i deboli, di pervertire gli ambiziosi, immutato nella fede politica della sua non lieta giovinezza, si porrà nella sua tempestosa virilità a lottare passo a passo con l'opera della penna e della parola, con la sapienza acquistata, con la dignità conservata per difendere le sane dottrine economiche, governative e sociali, per arrestare il

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corso ruinoso a proposte sovversive, a temerità sconsigliate in tempi colmi di politiche intemperanze e di frenetiche baldanze.

Ritornato in Piemonte nel 1842, dopo un'assenza di più anni, il conte di Cavour provò addirittura quel malessere morale, che inevitabilmente assale gli animi educati a nobili sentimenti in paese non libero. In una sua lettera scritta allora al signor De la Rive si legge: - Voi avete ragione di parlarmi d'inferno, giacché dopo che vi ho lasciato, vivo in una specie d'inferno intellettuale, cioè a dire in un paese dove l'ingegno e la scienza sono considerati quali cose infernali da chi ha la bontà di governarci. Sì, mio caro, ecco ben tosto due mesi che respiro un'atmosfera ripiena d'ignoranza e di pregiudizi che abito una città nella quale conviene nascondersi per scambiare alquante idee, che sieno all'infuori della sfera politica e morale, in che il Governo vorrebbe tenere chiusi gli animi».

Ma il sussurrare a bassa voce ciò, che entro nel petto gli bolliva, non era confacevole alla gagliarda tempera d'animo del conte di Cavour. In uggia al Governo, sorvegliato dalla polizia, si pose pertanto a propagare colla stampa e a voce i migliori concetti civili ed economici appresi in Francia e nell'Inghilterra, raccomandando lo stabilimento di istituzioni di credito, di associazioni industriali, di asili infantili, promovendo il benessere delle classi operaie, mostrando l'intima connessione tra i progressi morali e gli economici, accennando che per il prosperamento durevole degli uni e degli altri era necessario l'alimento di libere istituzioni governative, e a meglio riscuotere l'abituale inerzia de' suoi connazionali in materia d'industrie e di commerci, lasciando loro abbastanza chiaramente vedere, che anco per una tale via si poteva felicemente fare i primi passi sulla via di costituirsi in essere di nazione unita e indipendente.

Frattanto altri quattro Piemontesi, Vincenzo Gioberti, Cesare Balbo, Massimo d'Azeglio, Giacomo Durando, davano maggior impulso al novello movimento italiano, il quale già erasi fatto padroneggiatole di tutte le migliori forze; della nazione nel giorno, in che dal Vaticano s'udì la voce di ' un papa accennante di voler essere principe italiano e riformatore. A quello insolito annunzio l'Austria trasalì, onde ne conseguirono insolenti provocazioni, eccitatrici d'italici sdegni. In mezzo a quel subbollimento il conte di Cavour scriveva al signor De la Rive - Io non vi parlo di politica, benché noi siamo qui in uno stato di grande agitazione. Le riforme del Papa hanno acceso e tutti gli animi, e gli atti brutali dell'Austria hanno raddoppiato la forza del sentimento d'odio che noi sentiamo per gli stranieri. Questa agitazione è a mio credere assai felice. Essa in effetto richiama a vita la nazione italiana e restringe i legami, che uniscono

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i governi nazionali co' popoli. Se i nostri principi saranno «nello stesso tempo prudenti e abili, fermi e conciliativi, l'opera 4 della nostra redenzione si compirà senza interne rivolture».

La era questa propriamente la sola buona via da prendere, giacché come le cose erano procedute in Italia, entrante la metà del 1847, non più s'agiva per parte de' governanti di prevenire un profondo commovimento politico, ma di governarlo e di circoscriverlo. Non eravi in fatti un solo palmo di suolo in tutta la distesa della penisola in cui si scontrasse buona speranza di quiete scompagnata dall'attuamento di pronte riforme governative. Il minuto popolo chiariva per singolari prove di virtù e di coraggio civile, che opporrebbe resistenza insormontabile a chi non volesse andar oltre in materia di ordini civili. E tuttavia egli mostravasi arrendevole ai guidatori di quel movimento, avverso alle rivolture violenti, sollecitatore di unione, di fiducia tra popoli e governi avviantisi schiettamente per le vie delle riforme. Ciò pure unicamente desiderava e voleva, non per anco signoreggiata da superlative speranze, quella classe di uomini, la quale è la più vivace forza di un paese, giacché immedesima in, sé le gagliardissime efficacie del lavoro nobilitato dall'ingegno e dal risparmio. Anche nell'aristocrazia più prossima ai troni, più addentro nel maneggio della pubblica cosa, erano sorte le più autorevoli voci ad ammonire principi e governi italiani d'entrare francamente nella via delle riforme, di tagliare addirittura i vincoli di vassallaggio, che li aveano tenuti sottomessi all'Austria, onde sfuggire l'urto di una di quelle turbinose tempeste, le quali rovesciano i troni come fracidi tronchi di vecchi alberi.

Tali essendo allora le fattezze del movimento nazionale italiano, il conte di Cavour fu uno de' più solerti nell'adoperarsi affinché esse non si deformassero e perché con improvvidi portamenti non si ponesse a repentaglio ciò che stava per acquistarsi, ed era soltanto praticabile e possibile. Cosi egli scriveva in una sua lettera del 2 novembre 1847. - Mi sono dato assai di pena per organizzare un partito moderato liberale, capace di tenere in freno gli esagerati, del resto poco numerosi in Piemonte. Noi siamo per far uscire un giornale diretto da me, da Balbo, da Santa Rosa e da altri nostri amici. Io cercherò in esso di tenere sulla via della moderazione e la politica esteriore. In quanto alla politica interna sono certo che non avrò a fare alcun sforzo per restare entro una savia a linea, essendo che per ora il partito dell'ordine è il più numeroso. Massime esso riceve la sua forza dal partito cattolico, che si è posto a capo del movimento. Ora il clero benché liberale e antiaustriaco è tuttavia in politica di principii assai moderati. - La moderazione, intendiamoci bene, era allora e fu in ogni periodo della sua vita,

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per il conte di Cavour non già grettezza d'animo, fiacchezza di propositi, meschinità paurosa di concetti, inclinazioni stative o retrive, ma continuamente robusta convinzione che i più nobili come i più sinceri e virili caratteri della forza e del diritto sono la giustizia e la temperanza, che politicamente non è onesto tutto ciò che utile, ma utile ciò che è onesto, che la violenza distrugge e non edifica, che l'arte politica consiste non nel voler il meglio, ma nel conseguire il bene, e che nelle faccende dello Stato, affine di progredire con risolutezza, bisogna avere innanzi un disegno chiaramente concepito con mezzi proposti e approvati dalla ragione e non dalla fantasia. E per l'appunto quando egli allora vide che il tempo era venuto di fare un gran passo avanti, si fece nel gennaio del 1848 ardito iniziatore fra i pubblicisti Piemontesi di un indirizzo al re Carlo Alberto affinché volesse chiamare i suoi popoli alla giusta compartecipazione della politica podestà. Notevole è, che da questa sua proposta si dichiararono dissenzienti, ad eccezione di Angelo Brofferio, tutti coloro, i quali più tardi si vantarono clamorosamente d'averlo rimorchiato nella via della libertà. Fu ancora il conte di Cavour, che all'irrompere della rivoluzione lombarda, addirittura indirizzò un'audace istigazione al Governo piemontese, nella quale diceva: - L'ora suprema per la monarchia Sabauda è suonata; l'ora delle forti deliberazioni, l'ora dalla quale dipendono i fati degl'imperi, le sorti de popoli. In cospetto degli avvenimenti di Lombardia e di Vienna, l'esitazione, il dubbio, gl'indugi non son più possibili, essi sarebbero la più funesta delle politiche. Uomini noi di mente fredda, usi jtd ascoltare assai più i dettami della ragione che non gl'impulsi del cuore, dopo di avere meditata attentamente ogni nostra parola, dobbiam in coscienza dichiararlo, una sola via è aperta per la nazione, pel governo, pel re. La guerra! la guerra immediata. e senza indugio». E guerra grossa e immediata, a nome dell'imprescrittibile diritto della nazione, re Carlo Alberto intimò all'Austria. A quel grido di secolare vendetta la grande famiglia italiana si commosse con tanta concordia, che realmente parve giunto il tempo in che dimessi i vecchi vizii, avrebbe saviamente profittato dell'occasione mandatale da Dio.

Il concetto pratico, che allora propugnò caldamente il conte di Cavour, era al tutto semplice e preciso. Esso consisteva nella formazione di un regno, il quale stendendosi dal Tirreno all'Adriatico e abbracciando gli Stati Sardi, i Ducati, la Lombardia e la Venezia sotto lo scettro costituzionale della Casa di Savoia, formasse il primo e poderoso cardine a quella unità nazionale, eh' egli pure in quei giorni vedeva essere il maggior bene a cui l'Italia doveva intendere,, ma che si sarebbe unicamente potuto raggiungere in un avvenire più o meno lontano.

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Il seguente brano di una lettera scritta dal conte di Cavour sotto la data 24 aprile 1848, al raccoglitore di questi documenti, fa piena fede della sovrammenzionata nostra asserzione:

Ella farebbe a me ed al mio giornale un distinto favore col dirigermi una lettera parlante del governo costituzionale come meglio opportuno alle attuali circostanze dell'Italia. Col lavorare all'unione col Piemonte Ella lavora alla santa causa dell'unità e dell'indipendenza della nostra comune patria. Io mi reputo fortunato che Ella mi consideri come un suo collaboratore in quest'opera suprema.

Ma le migliori e più credibili speranze non tardarono a volgersi in tutti nazionali. Non per anco compiuto Tanno 1848, l'Italia si trovò in preda a tale burrasca di politiche passioni, che di fronte al dispotismo delle piazze e gli aperti propositi degli eccessivi repubblicani la maggior parte de' savii e moderati uomini mostrò di avere ormai perduta la coscienza delle proprie forze. Il conte di Cavour al contrario non tralasciò un sol giorno di dare le più manifeste prove del miglior coraggio civile per arrestare il corso a quella irrompente fiumana di passioni ardenti e anarchiche. E in qual modo egli col flagello di una parola sapientemente animosa percuotesse in que' furibondi giorni i sovvertitori sbrigliati e i fantastici rivoluzionarii, giova lasciarlo attestare alle seguenti sue parole, meritevoli di far parte de' ricordi della sua vita, giacché scolpiscono di gran rilievo le risentite fattezze di quella sua mente dantesca, la quale, percossa che fosse dallo sdegno, mandava terribili gittate di luminosa eloquenza.

Gli uomini delle misure energiche, gli uomini davanti ai quali noi non siamo che miserabili moderati, non sono già nuovi nel mondo: ogni epoca di rivolgimento ha avuto i suoi, e la storia c'insegna che non furono mai buoni se non ora ad accozzare un romanzo, ora a rovinare le cause più gravi dell'umanità. Quanto più disvezzano le vie segnate dalla natura, tanto meno riescono. Noi potremmo pubblicare e spargere a milioni di copie le belle parole di Cormenin sulla indipendenza d'Italia, questo completo sistema d'insurrezione lombarda; ma finché nel mondo reale esistono le contrarie forze di cui l'illustre scrittore non tenne conto nella sfera ideale del suo progetto, egli avrà scritto due pagine di una sublimità inimitabile, ed il soldato tedesco seguirà a riposarsi tranquillo in Milano.

Quando poi non si tratti dell'impossibilità momentanea, si tratta sempre di un trionfo effimero ed illusorio. La moltitudine applaude; il saggio tace; l'evento sopravviene a giustificare le previdenze del saggio. Un momento vi paiono vittoriosi, l'indomani sorge la fredda ragione, sorgono i bisogni inerenti alla specie, sorgono gl'invincibili interessi della famiglia; sorgono tutti come un'ondata, ingoiano il mezzo rivoluzionario e lo scopo è fallito. Si direbbe che la natura li adeschi e li attenda, per poi beffarsi di loro od avvezzarli a venerarne le leggi.

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Infatti chi ha perduto mai sempre le rivoluzioni più belle e più giuste? La smania dei mezzi rivoluzionarii, gli uomini che pretesero rendersi indipendenti dalle leggi comuni, e si credettero forti abbastanza per rifarle da capo.

Era fra le leggi della natura che, dove manchi ordine e pace, ivi il danaro si debba nascondere, e il credito debba sparire. La rivoluzione del 89 si credette superiore a questo supremo decreto della Provvidenza e creò gli assegnati. Era energica e risoluta misura, collocata all'altezza delle circostanze, ma le mancava pur nondimeno di essere all'altezza della natura, e malgrado tutto il suo carattere rivoluzionario, doveva appunto aggravare que' mali che intendeva guarire.

L'assegnato tirò dietro di sé il corso forzoso; questo chiamò la legge del minimo; quindi i venditori si ascosero, quindi la guerra al fantasma del monopolio, quindi la fame, ed al trar dei conti, il mezzo rivoluzionario nacque, compì il suo corso, morì lasciando dopo di sé il discredito, la penuria del numerario, la rovina delle fortune, i mali tutti che si voleva evitare con un solo tratto di penna a dispetto della natura.

La natura ha voluto che il cuore umano senta orrore del sangue, e si ribelli a colui che lo versi. Marat e Robespierre pretesero invece avere scoperto il gran mezzo rivoluzionario, allorché concepirono il pensiero di seppellire nel sangue tuttociò, che venisse a rallentare il corso de' loro ambiziosi progetti. Caddero migliaia di teste, ma che cosa ne raccolse la rivoluzione francese? Il Direttorio, il Consolato, l'Impero.

La natura ha voluto che le nazioni conservino le loro autorità speciali, che rispettino a vicenda i confini, le abitudini, le lingue, che si amino e non si fondino, che vivano ciascuna da sé, e non siano violentemente accozzate e asservite. Napoleone, il gran maestro di mezzi energici, credette che con eguai facilità si potesse vincere una battaglia sul ponte di Lodi e cancellare una legge della natura. Tutto gli arride un momento e tutto si piega davanti a lui. Distrugge i troni nemici e dispensa novelle corone, calpesta le masse, ride dei sapienti, forza a suo modo sino il commercio e l'industria, ma nel momento in cui pare vicino a stringere nel suo pugno la monarchia universale, una manovra sbagliata sul campo di Waterloo sopravviene a scoprire che tante fortune non erano se non lo splendore di una meteora, trascorsa la quale doveva apparire la verità semplice e nuda quanto l'isola di Sant'Elena.

Una setta iniqua e ignorante si è or ora levata sopra un ipotetico desiderio vecchio come la storia e sucido come il più cieco egoismo. Trova contro di sé la scienza, l'affetto, l'individuo, la famiglia, ogni legge fondamentale dell'umana specie che importa? essa ha fede vivìssima nel mezzo rivoluzionario, è sicura di trionfare ed intraprende il 24 di giugno. Il sangue francese scorre a fiumi, la Francia all'orlo dell'abisso si desta, accorre e sopprime la nuova follia. Che cosa è avvenuto? cercavamo una repubblica democratica e sociale, avevamo in mano il germe di molte idee, che,svolte pacificamente e con mezzi ordinarii, avrebbero probabilmente fruttato qualche nuovo progresso nella scienza; e invece abbiamo a Parigi lo stato d'assedio, in Piemonte una mediazione lenta e dubbiosa, a Napoli

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una vergognosa amicizia tra l'inviato repubblicano e il tiranno Borbonico... Attendiamo ora un momento e vedremo l'ultimo effetto del mezzo rivoluzionario, Luigi Napoleone sul trono (1).

Giuseppe Mazzini al contrario con l'usata sua perspicacia politica annunziava prossima l'universale federazione delle nasciture repubbliche europee, e dava, e faceva dare da' suoi seguaci, disperati colpi di martello all'edilìzio della monarchia piemontese. Le condizioni, in che essa versava erano veramente gravi per ogni verso. Il Ministero, costituitosi addi 19 agosto 1848 sotto la presidenza in prima del marchese Carlo Alfieri e poco poi del generale Ettore Perrone, si trovò fieramente bersagliato da tutte le parti e in balìa di un'onda tempestosa, che ad ogni costo voleva ingoiarlo ne' suoi vortici. Il conte di Cavour se ne costituì il meno pretenzioso e il più leale e animoso de' difensori, sicché fu unicamente per merito suo che quei reggitori piemontesi poterono prolungare d'alquanto la loro fermata nel maneggio della pubblica cosa. E la storia nella sua giustizia, a compensarlo dello scredito incommensuràbile che allora egli si guadagnò per una tal difesa, narrerà, appoggiata ad irrefragabili documenti, che così operando servì la causa d'Italia nel modo più degno e utile: avvegnaché il Ministero, che pigliò nome Perrone Pinelli, realmente non professava, una politica gretta, municipale,, avversa ai sussidii francesi, contraria alla federazione italiana, invogliosa di nuova guerra.

Quei governanti piemontesi non potevano basare la propria pò litica sugli aiuti armati della Francia, perché i documenta che esi etono negli archivii diplomatici di Torino, fanno la più esplicita atte stazione, che il governo repubblicano di Parigi non soltanto erasi manifestato in senso contrario, ma avea fatto presentire a Torino, che ove il Piemonte si fosse gittato a capo perduto ne' pericoli di una nuova guerra contro l'Austria, la Francia l'avrebbe lasciato cadere per terra cadavere abbandonato (2). L'Inghilterra, anch'essa, era assidua consigliera di prolungabile durata dell'armistizio (3). Questo prolungamento realmente poi era indispensabile per prepararsi a nuova e grossa guerra contro l'Austria, non più sfasciantesi potenza, ma poderoso impero con centomila soldati a guardia della prostrata Lombardia e spalleggiato dalla Russia e dalla Germania.

Il Governo piemontese s'era rifiutato di stringer patti di confederazione con la Corte di Roma a motivo che questa voleva che nel

(1) V. il giornale intitolato il Risorgimento, 16 novembre 1818.

(2) Corrispondenza diplomatica del Ministro Sardo in Parigi: archivio degli affari esteri di Torino.

(3) Corrispondenza diplomatica del Ministro Sardo a Londra; archivio degli affari esteri di Torino.

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rogito si ponesse m disparte ogni idea di nuova e vicina guerra contro l'Austria (1). Nulla neanco aveva concluso con la Toscana, avvegnaché erasi accorto che il governo di Firenze mirava a sfiancare anzi che a ringagliardire il Piemonte, diplomaticamente maneggiandosi a contendergli l'eventuale aggregazione definitiva della Lombardia ed a spogliarlo di Sarzana (2). Ma il ministero Perrone Pinelli nutriva idee così poco municipali, era in guisa tale immeritevole della stolta accusa di compartecipare all'occulto lavorio dei re despoti contro la nascente libertà dei popoli, che nel novembre del 1848, mentre Pio IX realmente cospirava in Gaeta per un tal fine, esso scriveva al rappresentante Sardo rimasto a Roma, così:

Qualunque siano i governanti di Roma, e gl'intendimenti loro, voi farete conoscere loro in modo officioso e di viva voce, come se esprimeste l'avviso vostro, che la politica del Governo del Re è di astenersi dal prender parte alle discussioni che negli ordini temporali potessero agitarsi fra i popoli e i sovrani loro, e che noi ci facciamo coscienza di rispettare i diritti di tutti i Governi a condizione che rispettino i nostri. Voi ricorderete che l'indipendenza d'Italia è il fine principale che il governo del Re si è proposto costantemente, e che ogni giorno più gli sta a cuore. Il desiderio pia vivo che noi abbiamo si è quello di vedere i popoli italiani concorrere a quella grand'opera, la quale può riuscire solo mediante l'unione e non già colla divisione delle forze loro.

' Abbandonato a se stesso, il Ministero piemontese, che il conte di Cavour fieramente sosteneva contro un'opposizione colossale, non aveva tuttavia disperato delle sorti della patria. Non trovando ope rosi alleati ne' governi italiani, aveva accolto col cuore in festa le proposte fattegli dal governo nazionale Ungarese, e teneva fidati agenti fra le popolazioni slave (3). Il generale Alfonso La Marmora era stato inviato in Francia in cerca di un valente guidatore del l'esercito. Due Comitati, uno lombardo, l'altro modenese, erano stati creati onde preparare i mezzi a promuovere di nuovo l'insurrezione a tempo utile nelle provincie occupate dall'Austria. Quotidianamente con ogni possibile mezzo curavasi a ristorare e a ingrossare l'esercito accogliendovi quanti erano vogliosi di guerra. E quando parve che gli apparecchi fossero proceduti a tal punto da esservi qualche fondata speranza di buon successo, il generale Ettore Perrone nella

(1) Corrispondenza del marchese Pareto e del conte della Minerva:archivio degli affari esteri in Torino.

(2) Corrispondenza diplomatica: archivio degli affari esteri di Torino Istruzioni al Plenipotenziario Toscano al Congresso di Brusselle: archivio degli affari esteri di Firenze.

(3) Chi scrive queste carte possiede i documenti autentici di tali pratiche.

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sua qualità di ministro sopra gli affari esteriori, indirizzò ai governi di Parigi e di Londra una nota, nella quale recisamente era detto: - e Se il 15 gennaio l'inviato austriaco non si trova a Bruxelle e non e ha accettato le basi della mediazione, cioè il principio della nazionalità italiana, le ostilità ricomincieranno. Noi preferiamo di essere e ingoiati nella catastrofe italiana, se tale è la volontà di Dio, anzi «che lasciare torturare più a lungo dal vandalismo austriaco la parte e d'Italia, che egli attualmente calpesta e la quale si è volontariamente unita a noi (1)».

Alla sua volta il conte di Cavour diceva in Parlamento: e Lasciamo «il governo del re libero di determinare nell'intimo della sua coscienza quale sia l'ora più opportuna per rompere la guerra. Quelc l'ora suprema potrà suonare domani, potrà suonare fra una settie mana, fra un mese, ma qualunque volta essa suoni, ci troverà, «ne sono certo, pienamente riuniti e concordi sui mezzi della guerra e come lo siamo già tutti sul principio di essa». Inutile perorazione, la quale null'altro valse se non che ad attirare sul capo del dicitore un cumulo di schiamazzi. Ma giova rammentarlo oggi, a togliere ogni credito ai rimasugli di quanto allora si disse e si stampò a carico del conte di Cavour, propriamente correvano giorni, nei quali non soltanto il rispetto e la riverenza, ma anch'esse l'onestà e la giustizia nel giudicare in politica sembravano bandite dalla distesa delle terre italiane. Fu allora pertanto che in ricompensa de' lunghi servizii resi alla causa della libertà, il generale Ettore Perrone s'udì incolpato di compartecipare ad un'infernale congiura contro la nascente indipendenza de' popoli. Fu allora che Lorenzo Pareto ebbe la sua spada spezzata dalle mani di una genia imperversante e udì l'onorando suo nome strascinato non a giudizio ma a supplizio sulle effemeridi genovesi. Fu allora che Pietro di Santa Rosa, come che avesse ardito di chiedere ordini costituzionali al suo paese in tempi difficilissimi, venne svillaneggiato con maldicenze da trivio e chiamato in colpa di servitoresche ambizioni. Fu allora che pubblicamente s'insultò con beffarde parole Massimo d'Azeglio che pur erasi conservato cavaliero intemerato e senza paura; che si oltraggiò alla veneranda cecità di Gino Capponi, che si chiamò pazzo Vincenzo Gioberti, traditore Carlo Zucchi, cortigiano senza onore Cosimo Ridolfi, che barbaramente si pugnalò Pellegrino Rossi. E fu allora ancora che la calunnia bersagliò quotidianamente co' suoi dardi più avvelenati re Carlo Alberto ed i prodi suoi figli, che sulle pubbliche effemeridi, ne' ritrovi di piazza o di setta s'infamarono quanti primeggiavano nella parte costituzionale più assennata, che una

(1) Archivio degli affari esteri di Torino: corrispondenza diplomatica

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risma di ribelli e calunniosi o vituperanti con tristo zelo si diffondevano a dar nota d'infamia ai generali, di ladri ai pubblici abbondanzieri, dP venduti agli stranieri, agli aristocratici, di stupidi o traditori a quanti rifiutavano di farsi propagatori dei tradimenti del Re Subalpino, di stolti o retrivi a quanti non annuivano ad una nazionale assemblea costituente, d'illusi od ingannatori a quanti tuttavia credevano al rinnovellarsi della guerra regia, di sfiduciati come donnicciuole codarde a quanti non urlavano guerra immediata o non applaudivano alle frenetiche mazziniane intemperanze. Il pietoso Iddio preservi ogni ventura generazione italiana dairassistere al rinnovellamento di tali baccanali, e la storia largamente provegga di postumo refrigerio coloro, i quali, come fece il conte di Cavour, ne provarono le più pungenti trafitture per esser rimasti fermi senza paura, senza ostentazione al pericoloso posto dell'onore e del dovere.

III.

Nel naufragio fatto dall'Italia nel 1849, era rimasto tuttavia sulla distesa delle torbide acque una nave coll'albero pavesato dello stendardo nazionale. I plenipotenziarii piemontesi, inviati a Milano a negoziare la pace coll'Austria, a conservacelo, avevano inculcato e scritto al proprio governo così: «Per quanto siano tremendi i danni che gli ultimi disastri hanno recato alla causa nazionale, stanno pur sempre nel Piemonte i fondamenti dell'Italia indipendente e libera. Un trattato coll'Austria dovrà sempre farsi in modo che il Governo piemontese mantenga questa sua condizione. Senza nulla pretendere presentemente di contrario ai trattati, che regolano il diritto pubblico dell'Europa, il Governo dovrà manifestare e come egli intenda mantenere al cospetto dell'Austria tutta quella indipendenza che gli compete al cospetto degli altri popoli italiani ed 1 cospetto della propria nazione. Il Governo piemontese dovrà e mantenersi rappresentante nella Penisola della politica sinceramente costituzionale e liberale: farsi vedere pronto ad opporsi con tutte le sue forze così a chi volesse fare indietreggiare l'Italia verso l'antico assolutismo, come a chi volesse precipitarla verso e la repubblica: fare che quando le condizioni d'Europa diano una occasione opportuna di rivendicare i diritti della comune nazione, tutti gl'Italiani si rivolgano a lui come vindice naturale di questa causa oggidì troppo infelice ma pur sempre giustissima e sacrosanta (1).

(1) Rapporto del cav. Boncompagni e cav. Dabormida R. Plenipotenziari Milano; 3 maggio 1849 - Archivio degli affari esteri di Torino.

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Coloro, che cosi favellavano, erano gli amici più intimi e fedeli ift politica ài conte di Cavour, ed egli non tardò a farsi propugnato aperto di un tale sistema politico, che poi in appresso doveva condurre arditamente verso il suo compiuto svolgimento, spesso soffermandosi per aspettare d'essere seguito da coloro, i quali per l'addietro l'avevano acclamato retrivo, e non di rado spaventando coi suoi stupendi ardimenti non pochi degl'altri, i quali lo avevano redarguito di spiriti paralitici. Giunto l'anno 1850, il conte di Cavour vide con l'usata sua lucidità di niente che, onde il novello edifizio potesse sorgere sopra solide basi, era necessario di dare innanzi tutto un potente impulso ai principii liberali, emancipando lo Stato dalla Chiesa e mettendo le leggi in accordo con il regime costituzionale. La sua parola pertanto divenne nel Parlamento quella di un risoluto e stimolante riformatore. Volgessero, diceva egli ai ministri, gli occhi a tutti i paesi d'Europa e vedrebbero che coloro, i quali avevano potuto resisterà alla bufera rivoluzionaria erano stati unicamente quegli uomini di Stato, i quali stando al maneggio della cosa pubblica, Avendo pur caro il principio conservatore e sapendo far rispettare il principio d'autorità, avevano avuto il coraggio di compiere immense riforme. - «Imitate, concludeva egli, francamente l'esempio del duca di Wellington, di lord Grev, e di Sir Robert e Peel, che la storia proclamerà i primi uomini di Stato dell'epoca nostra, progredite largamente nelle vie delle riforme e non temete che esse siano dichiarate inopportune, non temete d'indebolire la potenza del trono costituzionale, che è alle vostre mani affidato, che invece lo rafforzerete, invece con ciò farete sì che questo trono ponga nel nostro paese cosi salde radici, che quandoché s'innalzi intorno a noi la tempesta rivoluzionaria, esso potrà non solo resistere ti queste tempeste, ma altresì, raccogliendo intorno a so tutte le forze vivo d'Italia, potrà condurre la nostra nazione ft quegli alti destini a cui è chiamata».

L'abolizione immediata del foro ecclesiastico, l'abolizione nel governo delle provincie de' comandanti militari, l'introduzione de' principii liberali negl'ordinamenti daziarii, la cessazione delle gabelle accénsate, la pronta applicazione nelle spese dello Stato delle norme costituzionali, il discentramento amministrativo -«giacché ei diceva, io sono intieramente convinto che non si può edificare sopra salde basi un edifizio veramente liberale, se non si eccita in tutto t il paese la vita politica, se non cessa di essere concentrata nel cuore dello Stato, nelle capitali. Finché non vi saranno istituzioni liberali e vitali animate da una vera vita politica in tutte le località dello Stato, tanto nei piccoli Comuni come nelle città più cospicue, noi non avremo mai un vero sistema liberale, noi saremo sempre spinti dall'anarchia al dispotismo».

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-Tali erano le riforme, ohe a sostenere il Ministero a capo del suo partito politico chiedeva il conte di Cavour, trascorso appena un anno da ohe l'insanguinato 4 vinto Piemonte era stato costretto a segnare duri patti di pace coll'Austria vittoriosa. Trascorsi appena altri tre mesi, egli era portato dalla pubblica opinione, fieramente commossa da clericali esorbitanze, a prender posto fra i consiglieri della Corona.

Assai scabrose erano le condizioni, m che allora trovavasi il Piemonte. Nell'interno pessimo lo stato delle finanze, ardente e difficile la lotta tra lo Stato e la Chiesa, non pochi i sospetti di disegni liberticidi, stragrandi le irrequietezze de' fuorusciti aspettanti quale l'Una quale l'altra occasione di novità; quotidiani pericoli di settariche macchinazioni mazziniane; esercito disordinato, commercio e industrie illanguiditi, molti tutti, molti disinganni nelle popolazioni per le patite sconfitte, scarsi desiderii, più scarse speranze di rin; novellatili tentativi di nazionale indipendenza ne campi di guerra. Al di fuori non un solo amico francamente devoto ne' governi di Europa, sì bene molti nemici aperti o occulti.. La Corte di Roma, inebbriata da un trionfo insperato, sovratutto acerba, soffiava quotidianamente nell'ira contro il costituzionale Piemonte. I governi di Napoli, di Firenze, di Modena e di Panna querelavansi che i loro popoli vivevano in grande irrequietezza unicamente perché il fuoco rivoluzionario ardeva ancora nelle terre Subalpine (1). La Russia aveva rifiutato arrogantemente d'entrare in termini di amichevoli relazioni con il governo e la persona di Vittorio Emanuele II. La Prussia consigliava il figlio di Carlo Alberto di fasciare per sempre in disparte ogni italica ambizione. L'Inghilterra si ristrìngeva a consigliare la massima prudenza. Il Gabinetto di Vienna, non solo guardava biecamente gli ordini liberali conservati dalla Casa di Savoia, ma apertamente intendeva a rumarli. Nel quale proposito era andato così innanzi da proporre al principe Luigi Napoleone una convenzione formale per la quale Austria e Francia s'impegnassero ad esigere dal Piemonte il rinviò dei fuorusciti e gagliardi vincoli alla libertà della stampa, sotto l'obbligo vicendevole di intervento armato ove il governo di Torino non avesse piegato il capo a tali ingiunzioni. Egli è vero che il presidente della Repubblica francese erasi rifiutato a porre il coltello al collo del costituzionale Piemonte; ma poi il ministro Turgot a Parigi e il signor di Butenval a Torino s'erano fatti premurosi sollecitatori verso il governo di Torino di

(1) Nella corrispondenza diplomatica napoletana e toscana di quel tempo sono molti i dispacci in tale proposito; saranno pubblicati a tempo opportuno.

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mettersi al sicuro dalle austriache prepotenze, possibilmente prevenendole (1). E come l'arcivescovo Franami aveva dato il tristo esempio di mostrarsi ribelle alle leggi del suo paese, il Gabinetto di Parigi erasi indirizzato a quello di Torino per consigliare pronto perdono al colpevole prelato e cessazione d'ogni controversia con Roma (2). Il conte di Cavour, cumulato coll'uffizio di ministro del commercio e della marina quello di ministro delle finanze, si pose all'ardua opera di togliere un tale stato di cose. Ove il Piemonte fosse rimasto nelle condizioni finanziarie, in che allora trovavasi, necessariamente per mancanza di forze avrebbe dovuto assottigliare l'esercito e lasciandosi cadere dalle braccia i destini d'Italia, rassegnarsi a vedere i proprii figli vivere e morire inonorati ai piedi delle Alpi. Che se a conservare degnamente l'egemonia italiana, anzi che diminuire, importava aumentare le pubbliche gravezze, ciò non poteva attendersi che da un pronto e largo accrescimento della ricchezza nazionale. Bisognava pertanto che un nuovo e potente spirito di vita produttiva compenetrasse l'agricoltura, le industrie e i commerci. Questo spirito vivificatore fu la libertà economica, che il conte di Cavour con mano ardita e robusta applicò nella maggiore estensione possibile per un completo tramutamento legislativo. Fu per questa stessa via, che egli tolse al di fuori l'isolamento pericolosissimo, in che si trovava il Piemonte e lo rimise nel concerto degli Stati europei. Le alleanze commerciali, concluse colla Svezia, col Belgio, colla Danimarca e massime colla Francia e coll'Inghilterra nel 1851 furono vere e fortunate battaglie, guadagnate sul terreno della diplomazia contro l'Austria. Veramente elleno furono di propizievole fortuna per la causa italiana; giacché come l'Austria, imbaldanzita dalla morte inonorata della Repubblica francese, chiamò all'intorno di sé i principi suoi vassalli in Italia, onde insieme premere, sotto la forma d'apparente minaccia, sull'animo di Vittorio Emanuele II, affinché riprendesse ne' suoi Stati l'assoluta podestà, il re galantuomo poté rispondere con un isdegnoso rifiuto (3), e trovò ne' governi di Francia e d'Inghilterra, grate l'una e l'altra ai vantaggi economici ricevuti, appoggio è guarentigia da ogni austriaca prepotenza, ove il costituzionale Piemonte si fosse tenuto ne' limiti della prudenza e della moderazione.

(1) Istruzioni al cav. Giacinto Collegno, ministro straordinario a Parigi:archivio degli affari esteri di Torino.

(2) Dispaccio dell'ambasciatore napoletano a Parigi: archivio degli affari esteri di Napoli.

(3) Lettera circolare confidenziale di Massimo d'Azeglio agli agenti della Sardegna sotto la data del 10 dicembre 1851: archivio degli affari esteri di Torino.

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Il dispetto profondo che le riforme economiche e le alleanze commerciali condotte a compimento dal conte di Cavour risvegliarono nel Gabinetto di Vienna sta consegnato in non pochi documenti diplomatici di quel tempo. Il principe di Schwartzemberg ne fece argomento di una lettera al Duca di Modena nella quale diceva: «L'Inghilterra lenta di guadagnare terreno in Italia e si serve del conte di Cavour, il quale per tal mezzo tende a ristorare de sofferti danni il partito rivoluzionario. Il mezzo migliore per noi è di stringerci tutti in una lega doganale e commerciale e costringere il Piemonte a darsi per vinto anche su questo terreno». Tuttavia per fare trionfare quei suoi concetti economici, sui quali unicamente poteva basare il nuovo edifizio italiano, il conte di Cavour fu costretto a sfidare cosi le ire stolte delle plebi come le calunnie dei più accesi cervelli fra i liberali, che lo accusavano di vendere il paese alla Francia e all'Inghilterra. Ma egli era pronto a tutto. - «È unicamente, scriveva al signor De la Rive alla fine del 1851, è unicamente col far cessare tutti gli abusi che possiamo sperare di cavarci fuori dalle difficoltà. È difficile, è dolorosa la missione che ho intrapreso; ma ho dovuto non indietreggiare né di fronte alle difficoltà, né di fronte ai dispiaceri poiché si tratta della salute del paese». - Questi suoi incrollabili propositi il conte di Cavour facevali noti all'intiero paese, pronunziando nella Camera dei Deputati nella seduta del 8 aprile 1852 le parole seguenti degne di far parte del vangelo politico di qualunque uomo di Stato italiano d'ogni tempo. «Dovessi rinunciare a tutti i miei amici d'infanzia} dovessi vedere i miei conoscenti più intimi trasformarsi in inimici accaniti, non fallirei al dover mio, non abbandonerei mai i principii di libertà, ai quali ho votato me stesso, del cui sviluppo ho fatto il mio compito e a cui tutta la mia vita io sono stato fedele».

In questa recisa e franca dichiarazione sta inclusa la cagione principalissima per la quale nel 1852 il conte di Cavour apertamente si staccò dal partito conservativo, per formare un terzo partito con quella parte di liberali progressivi, di cui era capo Urbano Rattazzi. Veramente caddero in un grossolano errore o commisero una grave ingiustizia quanti per opposti fini dissero a voce e a stampa, che il conte di Cavour così operando, rinnegò il proprio passato e mercanteggiò nuove fattezze ai suoi disegni politici. Nulla di più falso e di più ingiusto. Egli anche allora era pur sempre fermo nel suo programma preciso e determinato, e su ciò non cangiò, né si contradisse. Ma in pari tempo per la privilegiata natura del suo robusto ingegno, continuò nella preveggente accortezza di subordinare la elezione e l'uso dei mezzi più confacevoli a raggiungere il fine alla valutazione dello stato positivo delle cose, alla retta ponderazione

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dei tempii alla giusta estimazione dell'avvenire. Posto al sicuro dall'oculatezza della propria niente di scambiare la costanza colla caparbietà, di confondere la fermezza coll'immobilità; a pieno esperto dagli ammaestramenti della Storia, che molte imprese fallirono unicamente per avere voluto condurle innanzi con un sistema esclusivo è invariabile, egli in quei giorni seppe in modo stupendo abbandonare a tempo opportuno un partito, il quale non vogata o non poteva salvar il governo dal prossimo pericolo di trovarsi a rimorchio dei pensieri è degli interessi del popolo, e di rimanere pertanto esautorato di quella forza morale, che sola infonde sufficiente vigoria per opporsi felicemente alla corrente delle passioni popolari quando le moltitudini i fanno obbedienti a tendenze funeste o dannose. Coll'assumersi l'uffizio conciliativo tra i conservatori e i democratici, il conte di Cavour nel 1858 trovò e praticò l'unico modo per impedire che gli uni e gli altri passassero il segno, e fin d'allora preparo il terreno, sul quale potessero riscontrarsi quanti fossero disposti a ripudiare tutte h idee partigiane per accordarsi in una politica veramente nazionale capitanata dal Governo per libera elezione.

L'alleanza del conte di €Cavour con un partito reputato avverso alle idee conservative, commosse grandemente la diplomazia così che Massimo d'Azeglio, nella sua qualità di ministro sopra le relazioni esteriori, sì trovò costretto a mitigarne possibilmente l'importanza per un dispaccio circolare agli agenti della Sardegna presso le Corti estere. Anco i colleghi suoi nel ministero non al tutto tranquillamente si rassegnarono ai fatto compiuto dal conte di Cavour. Egli è bensì vero, e giova non lasciarlo in dimenticanza, che Massimo d'Azeglio con l'usata sua annotazione, nel consiglio de', ministri, che ai tenne addì 14 maggio 1852, si fece degno e leale interprete delle intenzioni del Re, entrando in un corso di parole dirette a concordi e alfa convenevolezza dì mettersi francamente nella via della nuova alleanza parlamentare. Se non che alcune severe parole profferite da uno de' consiglieri della Corona sul conto della capacità politica d'Urbano Rattazzi svegliarono nel conte di Cavour un tale risentimento da condurlo a dismettersi dall'incarico ministeriale. Siffatta determinazione forzò tutto il Ministero a rassegnare le proprie dimissioni. L'incarico per la formazione di una nuova amministrazione "venne affidato a Massimo d'Azeglio, il quale la compose coll'esclusione del conte di Cavour. La diplomazia ne rimase assai soddisfatta; si mostrò invece scontenta la pubblica opinione.

Abbandonato l'uffizio di consigliere della Corona, il conte di Cavour deliberò di portarsi a esaminare dappresso lo stato reale delle cose in Francia ed in Inghilterra, persuaso che in quanto agli affari del

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mio paese conveniva lasciare al tempo la cura di sgagliardare i venti che vi soffiavano contrarii al corso della nave, che sola portava le speranze e i futuri destini d'Italia. Addì 7 luglio 1852 scriveva per tanto da Brusselle a Michelangelo Castelli (1);

...M. Thiers a raison. Il v a de certains vents qui s'élèvent tout à coup dans l'atmosphère politique et auxquels on ne saurait résister. Ces venta, grâce au ciel, ne sont pas éternels, ils perdent bientôt de leur persistance; mais il v a un moment où ils brisent tout ce qu'ils trouvent sur leur passage, Je ne sais si ce moment est venu pour le Piémont, Peut-être l'éviterons-nous, si nous savons être en même temps prudente et habiles.

Cinque giorni dopo giunto a Londra, egli riprendeva la pena per manifestare all'amico suo sullo stesso argomento questi pensieri;

«J'ai reçu votre bonne lettre du 7, et les détails que vous me donnez sur notre politique intérieure ne sont pis rassurants. J'espère toutefois que vos plus sinistres prédictions ne se réaliseront pas. La loyauté du Roi et le bon sens du pays nous sauveront. Quant à moi, je suis prêt à faire mon possible pour empêcher que notre barque constitutionnelle ne chavire, bien décide à avoir patience et à supporter toute espèce de contrariétés. M. Thiers m'a dit en me quittant: «Si après tous avoir fait manger des couleuvres à déjeuner, on vous en ressert à diner, ne vous dégoutez pas». M. Thiers parle par expérience. S'il avait avalé quelques couleuvres de plus, la France peut-être ne serait pas réduite à l'état où elle se trouve.

Tachez de prêcher la patience à nos amis. Soyez certain que pour le moment c'est la politique la plus habile.

Non indarno il conte di Cavour da Londra aveva fatto assegna sulla lealtà ilei Re e sul buon senso del paese. Infatti circa tre mesi appresso egli ebbe l'incarico della formazione di un novello ministero. La difficoltà gravissima, che l'anteriore amministrazione aveva vanamente cercato di superare, era stata la controversia con Roma per due anni non progredita d'un passo. Ma poiché realmente Vittoria Emanuele non voleva per anco venire ad un'aperta rottura verso il Pontefice, il conte di Cavour ebbe l'incarico dal re di conferire su tal proposito con monsignor Charvaz, prima di prendere le redini della pubblica cosa. Il futuro presidente del consiglio dei ministri chiese: se egli avrebbe ispirato a Roma la confidenza desiderabile

(1) Il commendatore Michelangelo Castelli avrà il raro e meritato onore Ai passare ali posterità nella corrispondenza epistolare del conte di Cavour, e di rimanervi per le affettuose attestazioni del suo illustre amico in molta stima presso quanti avranno in conto le più nobili doti d'ingegno e quei generosi sentimenti, peri quali in tempi pieni di volgari ambizioni e di violente passioni politiche l'uomo rimane rispettato dagli onesti di ogni partito e serve la causa del tuo paese disinteressatamente, lealmente devoto a ciò che vede giusto, onesto, vantaggioso.

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per condurre a buon termine i negoziati in corso. Là risposta di monsignor Charvaz fu precisa: Roma non essere per nulla disposta a transigere sul fondo della questione; nessun utile arrecherebbe un cangiamento ministeriale ove non fosse accompagnato dal ritiro delle proposte di leggi spettanti alla Chiesa; non esservi alcuna credibile speranza che un ministero presieduto dal conte di Cavour potesse svegliare contento e fiducia nel Papa e ne' suoi consiglieri, mentre al' contrario ove un tale uffizio fosse affidato al conte Cesare Balbo, i negoziati in corso potevano entrare nella via di un facile e definitivo componimento. Udite tali cose, il conte di Cavour disse francamente al Re: «Maestà, bisogna o venire addirittura ad una aperta rottura con Roma o chiamare il conte Balbo». Il quale realmente assunse l'incarico di comporre un nuovo ministero, posta la condizione d'avere il concorso del conte di Revel. In una sua lettera del 28 ottobre 1852 il conte di Cavour scriveva:

Je n'ai pas pu m'entendre avec le roi et je repars pour Léri. M. de Balboest chargé de la formation du ministère. Les curós de la Savoie vont étre bien contents. Mais je doute que leur joie soit de longue durée, car jamais l'irritation anticlericale n'a été poussée à un plus haut point. Je suis certain de la loyauté du roi. L'astuce des prétres l'a induit en erreur; il se me prend sur l'état du pays. Lorsque les faits l'auront désabusé, il enverra au diable le parti clérical.

Cosi fu: addì 4 novembre 1862 il conte di Cavour si trovò presidente del consiglio e ministro delle finanze, d'agricoltura e del commercio. Egli non tardò con una lavoratissima esposizione delle condizioni finanziarie del paese a chiarire la necessità estrema che sovraincombeva di dar forma senza soprastamento alcuno ai varii disegni di legge, da lui propugnati rispetto alle imposizioni. Per quanto nell'ardua opera egli si trovasse contrariato da opposizioni molte, e alcuna volta di plebe furibonda, tuttavia da questo lato non incontrò i maggiori ostacoli. Pur sempre era dal Vaticano che soffiava il vento più micidiale alle costituzionali libertà del Piemonte. Sventuratamente una forte e sistematica opposizione nel Senato serviva mirabilmente gl'intendimenti clericali. Il conte di Cavour poteva spezzarla, introducendo in quella assemblea membri nuovi e favorevoli alle idee governative. Fedele invece costantemente alla pura integrità degli ordini costituzionali, consigliò al Re di chiamare giudice il paese della contesa, che era in pendente tra il Senato e il Ministero. Le popolazioni francamente risposero alla confidenza del conte di Cavour, deputando alla Camera una grande maggiorità assenziente alla politica da lui seguita.

l tempi tuttavia continuavano ad essere difficili come lo attestano

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le seguenti parole di una lettera, scritta dal conte di Cavour in quel torno di tempo al signor De la Rive:

La politique s'embrouille de plus en plus; nous avons à lutter contre la disette, les nouveaux impôts, les prêtres et les rétrogrades. Si à cela la guerre vient se joindre, nous nous trouverons dans un fameux embarras. Toutefois je ne désespère pas. Le ministère peut compter sur le roi et sur l'immense majorité des vieilles provinces piémontaises qui sont franchement constitutionnelles. Avec des éléments de force nous nous tirerons d'affaire ou nous saccomberons sans honte. La Chambre est suffisamment ministérielle, j'espère que les réélections qui vont avoir lieu renforceront le parti liberal modéré.

Non tardarono a sopravvenire nuove contese col Clero, pervia della legge sulla soppressione di alcune comunità religiose e per sottoporre alle imposte i beni della Chiesa. Ben tosto s'ingaggiò una guerra accanita, combattuta in Parlamento, dai confessionali, dagli altari. In essa i clericali propagarono calunnie, lasciarono intendere funesti vaticinii, e impiantati sulle recenti tombe di una venerata madre, di una giovane e amabile sposa, di un unico carissimo fratello, s'adoperarono a gittare lo sbigottimento nell'animo del Re oppresso sotto il cumulo delle irreparabili disgrazie, che la mano della morte aveva gittate nella sua casa. Obbedendo piamente ad alcune parole della morente madre, Vittorio Emanuele si rivolse a fare ancora un tentativo per una ragionata composizione colla Curia Romana. Tuttavia questo disegno non ebbe alcun attuamento, massime perché Massimo d'Azeglio con un coraggio, di che la storia gli terrà conto, fece animosamente sentire al figlio di Carlo Alberto che al di sopra degli affetti domestici eranvi per lui i doveri di Re. Realmente Vittorio Emanuele richiamò di nuovo il conte di Cavour, che con tutto il ministero aveva chiesto licenza, e lo lasciò libero di condurre a termine l'opera riformativa in ordine alle comunità religiose e al beni chiesastici. Il seguente brano di lettera scritta da Leri dal conte di Cavour al signor De la Rive, è una preziosa testimonianza dei travagli e delle fatiche, che egli ebbe a sostenere in questa parte del suo lungo compito governativo.

Après une lutte acharnée, lutte soutenue dans le Parlement, dans les salons, à la cour comme dans la rue, et rendue plus pénible par une foule d'événements douloureux, je me suis senti a bout de forces intellectuelles et j'ai été contraint de venir chercher à me retremper par quelques jours de repos. Grâce à l'élasticité de ma fibre, je serai bientôt en mesure de reprendre le fardeau des affaires, et avant la fin de la semaine je compte être revenu à mon poste, où m'attendent les difficultés auxquelles donne lieu une position politique chaque jour plus tendue.

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In realtà sul terreno della politica internazionale il Gabinetto, presieduto dal conte di Cavour, non aveva tardato a trovarsi strascinato in difficoltà gravissime dalle settariche macchinazioni mazziniane e dalle orgogliose prepotenze austriache. Avvantaggiandosi di un forsennato tentativo di ribellione praticato in Milano, correndo il tredici del febbraio del 1853, l'Imperatore d'Austria aveva ordinato che fosse posto il sequestro sui beni di qualunquesiasi specie, proprii de' fuorusciti lombardo-veneti, allargando un siffatto provvedimento eziandio a coloro, i quali erano passati in dizione del Re di Sardegna. Una tale prescrizione retroattiva contraddiceva ai principii elementari del diritto delle genti e non era coonestatale da qualunquesiasi finzione legale o politica. Di fronte a questo prepotentare della Corte di Vienna, i reggitori del Piemonte avevano a prescegliere fra due partiti, Il diritto delle genti acconsente Tubo delle rappresaglie per una causa evidentemente giusta. Potevano impertanto i ministri di Vittorio Emanuele appigliarsi a questo espediente per proteggere il regio e patrio diritto. Operando in tal guisa il conte di Cavour avrebbe potentemente soffiato nel fuoco rivoluzionario, che covava nel Lombardo-Veneto, e camminando innanzi a visiera scoperta risplutamente, audacemente, poteva prenderne legittimo argomento per cimentarsi ad un'aperta lotta, giovandosi dell'operoso concorso di quanti sentivansi scorrere per le vene bollenti l'odio alla straniera signoria dell'Austria. Non volendo prendere questa via, restava l'altra di condurre a composizione la controversia per le pratiche diplomatiche, e ove i negoziati non fossero riusciti, richiamare il legato accreditato dalla. Sardegna presso la Corte di Vienna e fare un solenne appello all'Europa contro le austriache prepotenze. Il conte di Cavour prescelse questo secondo partito. Il ministero pertanto da lui presieduto, conosciuta l'impossibilità di proseguire le pratiche diplomatiche senza offendere l'onore e la dignità del paese, fece una gagliarda e dignitosa protestazione, nella quale legittimamente dichiarava che «giammai lo interesse della sicurezza interiore dello State poteva autorizzare l'uso di provvedimenti illegali; giammai poteva dar facoltà all'Austria d'attentare al diritto delle genti, di strappar 'una pagina dal proprio co dice civile, di sconfessare le più solenni promesse, di misconoscere diritti acquisiti, d'annullare un pubblico trattato di recente stipulazione e con scrupolosa fedeltà rispettato dalla Sardegna, di praticare quei principii rivoluzionarii, che qualunquesiasi governo regolare aveva il debito di combattere e d'ammortire, essendo che essi minavano le fondamenta di tutta quanta la civile società». Il tempo degli audaci propositi e delle più audaci risoluzioni era per anco maturato; e il conte di Cavour stupendamente

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che il tempo è benevolo cooperatore a prò di quelli che aspettano con buon raziocinio l'opportunità che egli presenta, e per contrario è inimicissimo a quelli, che inopportunamente si affrettano. Bensì bisognava apparecchiarsi a valersene quando venisse il bello di operare col ferro alla mano. E il contegno assunto verso la Corte di Vienna nella controversia de' sequestri, appunto faceva parte del programma pratico, che il conte di Cavour aveva ideato e andava maestrevolmente svolgendo per raggiungere siffatta meta. Conformemente a ciò che egli pensava, nulla di serio e di durevole sarebbesi potuto tentare in Italia ove primieramente non si giungesse a voltare mano mano l'opinione pubblica in Europa contro l'Austria e a strapparle dal viso la maschera di potenza disinteressatamente guardiana della legge comune ed ossequente ai diritti degli Stati italiani. Da altra parte per un contegno prudentemente dignitoso, savio e informato a sane idee governative, conveniva annullare il severo giudizio che al di là delle nostre Alpi e del nostro mare universalmente si portava sulla gente italiana, tenuta in conto d'incapace di governarsi da so con libertà e indipendenza. E mentre il costituzionale Piemonte dava all'Europa quest'insolito esempio, bisognava chiarire eziandio che questo nuovo governo, surto in giorni di politiche conturbazioni, rimasto custode del vessillo nazionale, mantenévasì bensì in Italia propugnatore aperto delle franchigie costituzionali e del miglior bene possibile della nazione; ma poi da altra parte aveva abbastanza di voglia e di vigoria da reprimere all'interno ogni conturbazione violenta, ogni settarico tentativo a danno de' governi finitami, e voleva e sapeva ne' proprii negozii politici conservare il miglior rispètto al diritto pubblico e soddisfare con lealtà ai doveri internazionali e di buon vicinato.

La controversia per i sequestri fu un'ottima occasione per far riiucere tutto ciò agl'occhi dell'Europa. E i risultati furono così ottimi come sarebbero «tati pessimi quelli, che avrebbero conseguitato a una politica dì rappresaglia armata. In fatti i governi di Londra e di Parigi, soddisfattissimi delira nquillo contegno conservato dalla Sardegna, ne avvocarono il buon diritto presso le Corti di Pietroburgo e di Vienna. Le accuse, con che l'Austria tentava di far perdere ogni credito al Piemonte presso il governo francese, non poterono più farsi strada. L'Inghilterra si fece più aperta e operosa nel ribattere queste stesse austriache accuse. L'indipendenza territoriale e le libertà costituzionali del Piemonte si trovarono poste sotto la guarentigia delle due maggiori potenze occidentali. Di tutto ciò fanno piena testimonianza i due seguenti dispacci scritti dall'ambasciatore napoletano in Torino al suo governo.

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Al Ministro degli affari esteri, a Napoli

Torino, 26 ottobre 1853

Il Ministro d'Austria a Parigi ha d'ordine del suo Governo procurato di esaminare le intenzioni del Gabinetto francese in riguardo al Piemonte: ha esposte le tendenze democratiche di questo paese ed ba domandato che cosa la Francia intenderebbe di fare d'accordo con le altre potenze per imporre un argine. Drouyn de Lhuys ha accettata la discussione, ma ha tacciati d'esagerazione i ragguagli dati dal rappresentante austriaco.

Di queste pratiche, che peraltro erano rimaste senza alcun decisivo risultato, l'Inghilterra ha avuto notizia. Lord Clarendon ha richiesto sul proposito un rapporto a questo signor Hudson. Il signor Hudson, amico di tutte le notabilità liberali di Torino e di tutti i capi dell'emigrazione Lombarda e delle Due Sicilie ha risposto: - che il sistema rappresentativo qui era appoggiato su basi d'ordine e di moderazione, e che gli arresti, le espulsioni e i giudizii sull'ultimo complotto Mazziniano fanno fede della buona volontà e della forza del Governo.

Allo stesso, ivi

Torino, 16 novembre 1853

In seguito al rapporto del 26 ottobre le rassegno avere questo incaricato d'affari d'Austria conosciuto dal conte Buoi le precise parole di che Drouyn de Lhuys si è servito nel colloquio in esso mio rapporto raccontato. Egli ha detto: - essere decisa politica della Francia d'assicurare al Piemonte una posizione indipendente, ma sorvegliare in pari tempo strettamente affinché il Governo Piemontese non obblii alcuno de riguardi dovuti ai due suoi grandi vicini.

Canofari.

In cotesto periodo preparatorio il guadagnato non era scarso; tuttavia il conte di Cavour era ben lontano dall'aver acquistato alla propria politica quel favore, di che presso l'Imperatore de Francesi già da un anno andava premurosamente in cerca. Napoleone III era rimasto freddo, impassibile e piuttosto severo. Intime invece erano le relazioni tra le Corti di Vienna e di Parigi, Ma frattanto questa ultima aveva fatto conoscere alla prima: che essa intendeva che il Piemonte rimanesse libero e indipendente ne' suoi negozii interiori. Per ciò abbastanza assicurato, il conte di Cavour continuava a faro il suo cammino verso la meta prefissa, e coloro i quali lo eccitarono a fare uno sgravo delle spese pertinenti all'esercito, rispondeva «Io l'ho detto e lo ripeto, non divido né punto né poco questa opinione. Io credo che, finché le condizioni europee non saranno mutate, finché noi ci troveremo nelle condizioni politiche in cui versiamo ora rispetto alle grandi potenze, sarebbe atto sconsigliato il voler scemare il nostro esercito.

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Quindi io lo ripeto altamente, non posso indurre né la Camera, né il paese nella speranza che si possano fare sull'esercito radicali economie. E con ciò stimo far atto di buon cittadino e di mostrare qualche coraggio come ministro delle finanze, dichiarando che, anziché diminuire l'esercito, il quale io considero come la migliore garanzia della nostra indipendenza e libertà, avrò sempre il coraggio di chiedere al paese i sagrifizii necessarii per mantenerlo». Quanto queste parole suonassero preveggenti lo chiarirono ben tosto i susseguenti fatti.

IV.

Nell'aprile del 1854, riusciti infruttuosi i negoziati per condurre la Russia a deliberazioni sicuratrici dell'impero Ottomano, Francia e Inghilterra ricorrevano contr'essa alle armi, e tra loro stringevano patto di lega offensiva, riserbando luogo a chiunque volesse entrarvi. La guerra, che i due maggiori potentati occidentali andavano a intraprendere, mirava a difesa e a protezione dell'equilibrio e dell'indipendenza dell'assetto territoriale europeo, turbato dalle moscovite ambizioni. Essi pertanto grandemente bisognavano dell'appoggio dei governi conservatori e massime del concorso efficace dell'Austria. A questa potenza realmente presenziava il tempo di soddisfare francamente al proprio computo europeo onde conservare alla Turchia una indipendenza giudicata necessaria alla sicurezza de' commerci e delle industrie de' popoli occidentali. Di fronte a così grandi interessi appariva al tutto credibile, che Francia e Inghilterra per assicurarsi stabilmente l'efficace cooperazione dell'Austria, si mostrassero facili a togliere il proprio appoggio al costituzionale Piemonte, e posponessero per tal modo una causa di minore importanza a un'altra di maggior interesse e più strettamente connessa alla tutela de' cardini dell'equilibrio europeo. Mentre si mostrava urgente il bisogno di riparare preventivamente questo colpo, di cui era minacciato il cuore stesso dell'Italia, da altra parte il pronto accorrere del Piemonte al convegno dato ne' campi di guerra da Francia e Inghilterra, era l'unico espediente meglio valevole a contendere all'Austria i vantaggi dell'alleanza, quando essa si collegasse colle potenze occidentali; che se il governo di Vienna si fosse messo con la Russia, l'impresa di Crimea sarebbesi tramutata in una guerra di nazionalità risorgenti, e lo spontaneo sollecito concorso prestato dal Piemonte diverrebbe il perno della risurrezione della grande patria nazionale.

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Il conte di Cavour vide addirittura questi veri nel modo luminoso del suo ingegno straordinariamente complessivo. Egli drizzò pertanto l'animo ad attuare il disegno di partecipare alla lega; se non che grande fu l'opposizione da lui scontrata. La prima lotta, che ebbe a sostenere,, fu nel seno stesso del suo Gabinetto, ohe da principio trovò tutto contrario a impegnare il paese in. una guerra cosi lontana e tanto incerta. Mentre siffatta opposizione più caldeggiava,il conte di Cavour stavasi una sera nella stanza di compagnia della contessa Cavour-Alfieri (1), silenziosamente pensoso avanti il focolare. La gentile signora gli disse - «Ebbene, mio zio, andiamo noi in Crimea?» - Chi sa, rispose il conte. L'Inghilterra mi sollecita a con«eludere seco un trattato, che permetterebbe ai nostri soldati di«andare laggiù a lavare la disfatta di Novara. Ma che cosa volete!«Tutto il mio Gabinetto è ostile a questo progetto. Lo stesso Rattazzi, e anch'egli il mio ottimo amico La Marmora, parlano di rassegnare la carica. Ma il Re è per me, e noi due prevarremo». -Effettivamente il solo generale Da Bormida diede la sua rinuncia;gli altri ministri abbracciarono il partito propugnato dal conte di Cavour, il quale a meglio incarnarlo assunse l'uffizio di ministro sopra gli affari esteriori.

Vinto l'ostacolo de' colleghi dissenzienti, restavano non minori impedimenti da superare. Fu nel novembre di quell'anno 1854 che l'Inghilterra fece al governo di Torino le prime sollecitazioni per averlo socio nella lega contro la Russia. Ma le condizioni della proposta britannica non gareggiavano punto al conte di Cavour. Il Gabinetto di Londra chiedeva l'aiuto di un determinato numero di soldati, che a proprie spese invierebbe e manterrebbe in Crimea a rinforzo del corpo di esercito comandato da lord Raglan. Dichiarato questo progetto inaccettabile, il ministro dirigente gli affari esteri della Sardegna, per l'intermedio del Governo francese, pose innanzi un altro disegno di convenzione, per il quale il Piemonte entrava nella lega pari alle due grandi potenze alleate ne' diritti e nelle eventualità. L'aiuto finanziario dell'Inghilterra veniva accettato non

(1) Il grande uomo di Stato, che sentiva gli affetti domestici in un modo squisito, fu in suo vivente particolarmente affezionato a questa sua nipote, la quale se ne mostrò singolarmente' degna per nobili e rare qualità, di mente e di cuore. Fu essa che con isviscerato amore di figlia massimamente vegliò al suo letto di morte e fu essa ancora che volle e seppe deporre sulla tomba del conte Camillo di Cavour una attestazione di quello affetto, di che soltanto può esser capace una donna; nata sotto il nostro cielo e cresciuta nella più nobile e perfetta educazione. Si legga la lettera in effetto scritta dalla sovrammenzionata signora contessa, la quale trovasi alla fine dei récits et souvenir del signor De la Rive sul conte di Cavour, e si vedrà ohe qui affermiamo il vero.

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a titolo di Sussidio, ma come imprestito puro e semplice. All'infuori di queste stipulazioni, il conte di Cavour solertemente s'adoperò per introdurre nel capitolo alcuni articoli secreti valevoli a guarentire stabilmente la monarchia costituzionale piemontese a riscontro dell'Austria. Anco a dare una legittima soddisfazione al sentimento nazionale italiano, cercò di sospingere la Francia e l'Inghilterra a impegnarsi formalmente a praticare i migliori uffizii per indurre il governo di Vienna a levare i sequestri posti sui beni dei fuorusciti Lombardi e Veneti. Ma come egli s'avvide, che l'Austria subodorate tali pratiche s'era posta all'opera di contrariarle, concedè tosto alle due grandi potenze occidentali meglio di quello, che dal governo di Vienna avevano potuto ottenere, e con veggente ardimentosa risolutezza introdusse il Piemonte come offensore nella grande contesa europea in corso.

Questa grande e feconda risoluzione trovò opposizione ardente massime nella parte politica, che nel Parlamento e nella stampa quotidiana prendeva nome di democratica. Uomini, d'altronde ragguardevoli, ma che in appresso realmente con troppo di facilità s'abituarono ad affermare recisamente di essere stati i continui sospingitori del movimento nazionale italiano, allora tuttavia, certamente con le migliori intenzioni del mondo ma con poverissima preveggenza politica, vaticinarono che dalla compartecipazione alla guerra orientale sorgerebbe l'estrema mina al costituzionale Piemonte, e acerbamente rinfacciarono al conte di Cavour di farsi artefice volontario di un impedimento insormontabile in ogni futuro tentativo di costituire la nazionalità italiana. Le discussioni parlamentarie pertanto furono animatissime; ma la proposta di legge per la compartecipazione alla lega fu difesa con tale gigantesca vigoria da chi, rimorchiando tutti, l'aveva condotta fino a quel punto, che trionfò. E fu una suprema fortuna, avvegnaché unicamente per tal modo non vennero sepolte le ultime speranze della serva Italia. Essa invece andò francamente all'incontro di sorti credibilmente felici portandosi col Piemonte vessillifero a prendere il battesimo de' forti su campi di guerra, dove in lotta gigantesca versavasi il più nobil sangue d'Europa.

Il Gabinetto di Vienna vide addirittura il vero punto obbiettivo, a che aveva mirato il conte di Cavour - «c'est un coup de pistolet tire à bout portant aux oreilles de l'Autriche» - disse pertanto a quei giorni con piena ragione uno de' più autorevoli uomini di Stato austriaci. Non potendo far di peggio, il governo di Vienna, a ripararsi alla meglio, si pose al tristo mestiere di cooperare co' mazziniani a screditare il Piemonte ed avvalorare maggiormente le bugiarde voci poste in giro, le quali miravano a far credere alla pubblica opinione, che il governo di Vittorio Emanuele con l'avere

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assentito al trattato d'alleanza con le potenze occidentali, aveva assolutamente abbandonata la politica inaugurata nel 1848, e che era pertanto compiuto l'annullamento dell'Egemonia piemontese nei destini italiani.

Schermitore abilissimo, il conte di Cavour vide che mentre non si poteva per anco far nulla sul terreno diplomatico per la continuazione del travaglio guerresco, il migliore espediente a prendersi era quello di soffocare le malevoglienze austriache e mazziniane sotto qualche fatto rumoroso, il quale in pari tempo servisse di addentellato all'avvenire, e nel presente rinfocolasse nella pubblica opinione il credito acquistato di fresco al nome italiano dal valore piemontese, e vantaggiasse la monarchia costituzionale italiana, conducendola al contatto immediato delle due più gloriose nazioni splendida di lealtà e di valore nelle persona augusta del re Vittorio Emanuele. Questo viaggio fu intrapreso nel novembre del 1855. Da principio il copte di Cavour ebbe per il meglio di non far parto del reale accompagnamento a Parigi e a Londra. Pertanto al ministro Rattazzi, che scrivevagli ripetutamente: che era mestieri che si risolvesse a questa gita, egli rispondeva da Leri: - «Avevo già pensato «alle ragioni che potevano rendere opportuno il mio andare a Parigi e a Londra col Re. Ma ponderato ogni argomento prò e contro, sono giunto a convincermi di dover rimanere a Torino.... La mia presenza a Parigi e a Londra darebbe al viaggio del Re un carattere troppo politico... Se fosse il caso di cominciare a preparare il terreno per le future trattative di pace, credo che potrei giovare al paese, ma il farlo ora sarebbe a mio credere prematuro. -

Alla per fine però si decise di accondiscendere alle sollecitazioni de' suoi colleghi, ma volle avere a compagno Massimo d'Azeglio, giacché aveva detto ripetutamente; - «la sua presenza è necessaria «per provare all'Europa che non siamo infitti dalla labe rivoluzionaria. -

In cotesto viaggio il conte di Cavour ebbe agio d'intrattenere gli statuali francesi e britannici sulle condizioni delle provincie italiane soggette all'Austria o ai Principi che ne subivano il vassallaggio e in pari tempo di saggiare le loro opinioni sui rimedii possibilmente praticabili per alleviare i mali dell'irrequieta Italia. Il risultamento di tali ricerche non fu scarso. In un lungo colloquio con il principe Napoleone potè pienamente accertarsi che l'Italia aveva nella famiglia imperiale di Francia un validissimo sostegno. Una certezza, non meno preziosa il conte di Cavour portò seco al suo ritorno a Torino. L'Imperatore Napoleone III aveva dato termine ad una lunga e intima conversazione con Vittorio Emanuele sulle cose italiane dicendo: que peut-on faire pour l'Italie!

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Sventuratamente il meglio da farsi per l'Italia in conformità dei concetti del conte di Cavour, improvvisamente rimaneva impedito dal modo con che chiudevasi la guerra di Crimea. L'Austria in effetto, avendo cessato dai suo lungo temporeggiare, erasi fatta innanzi ad imporre alla Russia la pace, appuntandole la spada al collo. Egli era manifesto che l'Austria vantaggierebbesi di tali antecedenti per esercitare potenti influssi nel Congresso inditto per discutere i capitoli di pace. La Sardegna conseguentemente sarebbesi. trovata in condizioni di gran lunga inferiori in cospetto all'implacabile nemica del nome italiano. Propriamente pertanto il conte di Cavour non aveva alcuna voglia di portarsi a Parigi a rappresentare il suo paese in quell'Assemblea. - «A che andare al Congresso, diceva egli, per «esservi trattati come fanciulli? - Tuttavia come Massimo d'Azeglio 3i ritirò dall'uffizio già accettato di sedervi in qualità di primo plenipotenziario della Sardegna, il conte di Cavour non indietreggiò di sobbarcarsi all'ingrato uffizio. Dietro tale risoluzione, addi 16 febbraio di quell'anno 1856, scriveva ai marchese Villamarina:

En présence des difficultés où le refus de Massimo d'Azeglio nous plagait, je n'ai pas hésite, malgré les innombrables affaires, qui réclamaient ma présence à Turin, malgré mon excessive répugnance à faire le diplomate, je n'ai pas hésité, dis-je, à annoncer au Roi que j'étais prêt à partir pour hs congrès, en le priant de vous adjoindre à moi dans cette ingrate mission.

Prima di lasciare Torino, il conte di Cavour aveva fatto intendere per iscritto allo stesso marchese Villamarina - che se i plenipotenziarif Sardi non potevano lusingarsi d'avere una parte brillante nel, Congresso, tuttavia essi dovevano salvaguardare ad ogni costo la dignità della nazione». - Giunto egli a Parigi nella sera del 21 febbraio si pose addirittura all'opera per attuare siffatto suo proposito. Bisognava primieramente vincere l'opposizione messa in campo dal Gabinetto di Vienna, a che i legati Sardi rimanessero investiti per i negozii da trattarsi nel Congresso di grado e di diritti eguali a quei dei plenipotenziarii d'Austria, di Russia, d'Inghilterra e di Francia. Unicamente, diceva il conte Buoi, spettare alle maggiori potenze il diritto di portare sentenza sui negozii europei, essendo che soltanto esse eran capaci di proteggerli o di turbarli per forza d'armi.' Il conte di Cavour con più ragione faceva intendere, abilmente riferendosi ai contegno tenuto dall'Austria durante la guerra, che al diritto posto innanzi dall'Austria doveva essere sempre compagno il dovere di guerreggiare in ogni occorrenza onde proteggere effettivamente gl'interessi, che appellavansi europei, appunto perché

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ciascheduna delle grandi potenze doveva considerarli come suoi proprii. Che ove poi una potenza secondaria spontaneamente, anch'essa, assumeva siffatto obbligo e sottoponevasi nell'interesse della difesa della legga comune ai sacrifizii e ai pericoli di un dovere non impostole, era lealtà, era giustizia di concederle l'esercizio del corrispondente diritto. Prevalsero le ragioni in favore della Sardegna. Per tal modo rimase infirmata la massima, dannosa tanto alle potenze minori, sancita dai Congressi di Vienna, di Laibach, di Verona, non avere esse alcun diritto di associarsi ai primarii potentati nella trattazione dei maggiori negozii politici dell'Europa.

Assicurata nel Congresso la dignità della Sardegna, il conte di Cavour si volse con operosità meravigliosamente infaticabile a salvaguardare possibilmente gli interessi dell'intiera nazione italiana in quella ricostituzione della pace europea. A questo supremo fine della sua politica militante già il conte di Cavour aveva più specialmente indirizzato le proprie cure tosto che al Gabinetto di Torino erasi data la notizia officiale delle pratiche in corso per negoziare la pace. Laonde addi 28 del dicembre del 1855 il Ministro sopra gli affari esteriori aveva indirizzato una. nota verbale ai rappresentanti dell Francia e dell'Inghilterra in Torino, nella quale diceva:

Nous avons lieu de croire que la Sardaigne, après avoir partagé les périls et la gloire de la guerre de Crimée, sera, dans les conférences qui vont s'ouvrir, assez heureuse pour voir l'attention des grandes Puissances se fixer aussi sur l'état de l'Italie, sur l'impossibilité d'v maintenir un ordre de choses, qui répugne en certains endroits aux plus simples notions de la justice et de l'équité; sur la nécessité d'en relever la condition et d'en alléger les souffrances pour peu que l'on désire d'étouffer les germes de troubles qui menacent incessamment le repos de l'Europe, et assurer à tout le monde pour longtemps les bienfaits de la paix.

D'après le projet d'arrangement qui nous a été communiqué, l'Autriche qui n'a pas pris part à la guerre, viendrait à acquérir en définitive une grande prépondérance en Orient, en substituant, si non de droit, au moins de fait, sa propre influence à l'influence russe. C'est plus particulièrement à son profìt qu'aurait lieu l'annexion aux Principautés Danubiennes, de la moitié de la Bessarabie et des bouches du Danube. Le temps est donc venu, même en ne s'inspirant que des actes du Congrès de Vienne, de régulariser la position de cette puissance en Italie, si on veut que l'équilibre européen, pour lequel on a pris les armes, soit maintenu (1).

Giunto il gennaio del 1856, il conte di Cavour indirizzava all'imperatore Napoleone III un memoriale sulla situazione deplorabile della penisola italiana.

(1) Archivio degli affari esteri di Torino.

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Riassunti in esso con brevità eloquente i mali, ohe sofferivano le popolazioni italiane, egli concludeva nel modo seguente: - «L'Imperatore può rendere immensi servizii all'Italia, primieramente conducendo l'Austria a far giustizia al Piemonte e a mantenere gl'impegni seco presi; secondariamente ottenendo da essa un addolcimento al regime, che pesa sulla Lombardia s e sulla Venezia; in terzo luogo forzando il re di Napoli a non più scandalizzare l'Europa civile con un contegno contrario a tutti i principii di giustizia e di equità; in quarto luogo ristabilendo l'equilibrio in Italia, cosi come era stato stabilito dai trattati di Vienna, cioè a dire rendendo possibile lo sgombro degli Austriaci dalle Legazioni e dalla Romagna, sia ponendo queste provincie e sotto un principe secolare, sia procurando loro i benefizii di una e amministrazione laica e indipendente».

Relativamente alle Legazioni il disegno pratico del conte di Cavour era questo. Il Papa conserverebbe in coteste Provincie l'alta sovranità, ma l'amministrazione verrebbe confidata a un vicario, nominato sia per dieci anni, sia a vita; il quale vi ristabilirebbe il regime di che esse godevano nel periodo della loro unione al regno d'Italia.

I Francesi installati in Roma si sarebbero ritirati contemporaneamente agli Austriaci, se non che prima di far ritorno in patria avrebbero occupato Bologna per restarvi sino al definitivo stabilimento del nuovo ordine di cose.

Fu dietro a questo addentellato di pratiche e di proposte che il conte di Cavour, come fu in Parigi, si pose all'opera per trarre in campo la questione italiana. I primi passi gli sembrarono piuttosto felici. Scriveva pertanto al ministro Rattazzi: «Ho avuto una lunga «conversazione con lord Cowley di cui rimasi soddisfatto. L'amba«sciatore si mostrò disposto a secondare i quattro punti della mia «lettera, che egli crede andare a genio anche dell'Imperatore. Il «principe Napoleone fu meco amabilissimo e manifestò opinioni a noi «favorevolissime. Vedrò oggi il re Girolamo, che è pure un caldo «amico nostro». - Addì 29 febbraio di quello stesso anno 1856 soggiungeva allo stesso suo collega: - «Ho reso conto in un dispaccio riservato della conversazione che lo avuto ieri coll'Imperatore. Non ho molto da aggiungere a quanto in esso ho detto: solo posso assicurarla che realmente l'Imperatore avrebbe volontà di fare qualche cosa per noi. Se possiamo assicurare l'appoggio della Russia, otterremo qualche cosa di reale».

Compito assai scabroso era quello di guadagnarsi la benevoglienza della Corte di Pietroburgo; tuttavia il conte di Cavour riuscì a mettersi nella migliore stima co' plenipotenziarii russi, massime per il contegno che tenne nella discussione sull'assetto da darsi ai Principati Danubiani.

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Fino a che nelle conferenze erasi trattato di stabilire il piano generale della pace, il primario plenipotenziario della Sardegna abilissimamente aveva conservato un contegno modesto e riserbato. Ma come venne posta innanzi la discussione. sullo stato futuro de' Principati Danubiani, il conte di Cavour si costituì il propugnatore più caloroso della loro unione. La larghezza de' concetti, la solidità del sapere, la chiarezza della esposizione, la pratica perspicacità, la singolare attitudine a districare le più intralciate questioni, manifestate dal primo plenipotenziario della Sardegna, in siffatto dibattimento gli guadagnarono addirittura uno de' più ragguardevoli posti fra gli altri membri del Congresso.

La sua straordinaria abilità diplomatica tuttavia non poté conseguire il principalissimo fine che egli meglio desiderava nell'assetto definitivo dei Principati Danubiani. Egli aveva proposto di portare i troni ducali di Modena e di Parma nelle regioni danubiane onde allargare il Piemonte dei loro Stati italiani. Ma l'Inghilterra non volle appoggiare tale permuta; le altre potenze la dichiararono irta di difficoltà insormontabili.

Intanto le Conferenze s'avvicinavano al loro termine e i pieni pò tenziarii Sardi non avevano potute introdurre in un modo o nell'altro nel Congresso la discussione sulle cose d'Italia. Il conte di Cavouf tuttavia non tralasciava di far sentire al di fuori delle Conferenze, che ove in esse non si facesse udire neanco il nome dell'Italia e la questione italiana fosse in tal guisa rimasa sepolta nell'oblio, l'Austria avrebbe dato a un tale silenzio assoluto il valore di una sanzione legale alle sue usurpazioni, e il partito rivoluzionario, fortificato dalla sconfitta diplomatica del Piemonte, prenderebbe il dominio sulle agitate popolazioni italiane.

Tali insistenze continuate e calorose, se non in tutto almeno in parte trovarono ascolto. Francia e Inghilterra, volgendo al suo termine il marzo di quell'anno 1856, invitarono la Sardegna a manifestare all'infuori del Congresso la sua opinione a rispetto degli espedienti più valevoli ad assicurare il ben essere delle Romagne rese sgombre dalle truppe austriache. Il conte di Cavour addirittura consegnò ai governi delle due potenze occidentali sotto forma di nota verbale, un memoriale, nel quale con qualche modificazione riassumevasi il disegno, più sopra menzionato, e da lui presentato all'Imperatore due mesi innanzi. L'Inghilterra si dichiarò pienamente favorevole a questo progetto. La Francia si restrinse ad ammetterlo in principio. Per quanto la causa italiana fosse in tal guisa. avvocata ne' più stretti limiti e per entro alla cerchia dei principii conservatori, tuttavia ebbe a penare per essere introdotta nel congresso. A disinganno di coloro, i quali credono che il conte di Cavour sia

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stato portato sulle ali della fortuna e guidato dalla mano di Napoleone III al progressivo attuamento del suo programma politico, poniamo qui appresso testualmente il brano di una lettera, scrittagli dal conte Cibrario, allora ministro sopra gli affari esteri in Torino, sotto la data del 26 marzo 1856:

J'ai à vous accuser réception et à vous remercier de vos dépêches n.22 et 53, ainsi que de la confidentielle en date du 24, et de leurs annexes.

Cette dernière ma appris toutes les difficultés que vous avez du surmonter pour obtenir que le Congrès fut saisi de la question des États Romains, ce minimum auquel des obstacles infranchissables vous ont forcé de réduire pour le moment l'œuvre de régénération que tant de vœux et de besoins si réels et si forts appellent en Italie. Si l'on ne recherchait que dans la justice d'une cause les conditions du succès, si les grandes puissances pouvaient se déterminer à porter leurs vues au delà des intérêts et des craintes du moment, nous n'aurions pas à douter de l'heureuse issue de ces propositions. Mais avec l'empressement qui s'est manifeste pour la paix, il y a lieu d'appréhender que le désir de repos, la tendance a éviter tout sujet de débats avec l'Autriche, ne fassent surseoir à ces projets comme aux autres.

Vous n'en aurez pas moins dignement rempli la tâche qui vous était confiée, si d'autre part vous avez réussi, comme je le crois, à bien pénetrer l'Empereur du danger qu'il v aurait d'abandonner l'Italie a son état actuel, ainsi que des motifs si puissants pour l'équilibre de l'Europe et les intérêts même de la France, qui conseillent de faire au Piémont une position assez forte pour qu'il puisse conserver une attitude indépendante en face de l'Autriche et contrebalancer son influence. On peut espérer que l'Empereur, dont la sagesse et la ténacité sont connues, saura préparer les voies pour la réalisation des plans qu'il se serait en quelque sorte appropriés.

Votre langage dans l'affaire des séquestres a été tel qu'il convenait a notre dignité et à la situation. Il est bon qu'on ne compte pas trop sur notre patience. Sans me prononcer aussi nettement, attendu la différence des positions, j'avais parie dans ce sens à M. Paar et écrit au marquis Cantono à Vienne.

Realmente il conte di Cavour era giunto a persuadere Napoleone III della convenevolezza estrema d'introdurre nel Congresso la questione italiana. Il quale pertanto ordinò al conte Walewski di prenderne l'iniziativa addì 8 aprile. Il protocollo, che diede notizia all'Europa di quella memorabile conferenza per verità non fece punto la genuina esposizione del tempestoso andamento della medesima. Non essendo per anco giunto il tempo di levare tutto il velo che la coperse, basterà frattanto di rendere pubblico il seguente dispaccio del rappresentante toscano in Parigi a quei giorni.

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Al Ministro degli affari esteri a Firenze

(Riservatissimo) 15 aprile 1856, Parigi

Nel precedente dispaccio n. 62 ho avuto l'onore d'annunziare alla E. V. come i Plenipotenziarii Sardi fossero finalmente pervenuti a discorrere nel congresso di Parigi delle cose d'Italia. Ai particolari contenuti in quel rapporto, sono oggi in grado di aggiungere i seguenti. La mozione dei Plenipotenziarii sardi ebbe luogo nella ventesima seduta supplementaria, cioè nell'8 di aprile corrente.

Il signor Cavour dopo aver fatto un brutto quadro delle condizioni presenti generali della nostra penisola, scese a toccare il delicato tema della presenza di truppe straniere sul territorio degli Stati pontificii e degli Stati ducali e si dilungò nel dimostrare che per mezzo di ben intese riforme potrebbero quelli Stati trovar modo di torre via il malcontento che vi è, e di garantirsi degli immensi pericoli della crescente attività dei rivoluionarii.

Si occupò quindi a dimostrare che tanto negli Stati papali quanto nei ducali noti mancavano elementi per costituire una forza propria sufficiente alla conservazione dell'ordine intorno, ed in appoggio del suo dire, citò con parole di lunga lode l'esempio della Toscana, e sulla sollecita organizzazione delle nostre truppe si trattenne non poco e ne fece del pari il più grande elogio.

Quanto alle cose del Regno della due Sicilie, il conte di Cavour, senza dissimulare, ne parlò in termini durissimi e quel Regno rappresentò sotto i più brutti colori. Discorse del pari sulle condizioni dei popoli del Regno Lombardo-Veneto e accennò all'urgenza di qualche riforma, accomodata alle mutazioni fattesi nelle menti e nei cuori degli uomini della nostra età.

Per procedere con ordine, ripeterò qui sommariamente quello che ho già scritto nel mio rapporto del giorno 12 stante, cioè che lord Clarendon e lord Cowley appoggiarono fortemente la mozione del conte di Cavour e passarono in rassegna i varii punti trattati dal Plenipotenziario Piemontese, riproducendo le sue idee senza ombra di riserva, e insistendo sulla necessità di provvedere al rimedio dei mali, cui alludeva quel Plenipotenziario.

Fu in quel punto che lord Clarendon interpellò vivamente il conte Buoi sulle intenzioni del Gabinetto di Vienna per rapporto all'Italia, e che il conte Buoi ancora più vivamente rispose a lord Clarendon in modo da togliergli ogni speranza che l'Austria fòsse disposta ad entrare in linea su quel terreno.

La discussione prese allora un aspetto molto grave Punto Clarendon dalla nuda e perentoria risposta di Buoi, disse testualmente - Si votre intention est réellement de ne faire aucune promesse, de ne prendre aucun engagement à l'égard de l'Italie, ce serait jeter le gant à l'Europe libérale qui pourrait plus tard le relever. Cette question serait alors décidée par des moyens plus énergiques et plus vigoureux«C'est une grande erreur que, de croire que nos forces soient épuisées.

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- Fu appunto lo stesso Clarendon che, accennando alle cose degli Stati pontificii osò dire: «essere il governo del Papa un honte pour l'Europe».

Questo che il Plenipotenziario inglese disse in un momento di furia, eccitò il conte Buoi, che replicò riassumendo con molta vivacità le cose già da esso annunziate in risposta alla indicata interpellanza. Ho luogo di credere che il Presidente del Consiglio dei Ministri di S. M. il Re Vittorio Emanuele sia soddisfatto di esser in grado di poter dire al Parlamento Piemontese, che egli ha pensato all'Italia, che la relativa mozione di lui è stata accolta con favore dall'Inghilterra e dalla Francia, ed ha risvegliato la simpatia della Prussia.

So che il conte Walewski si è adoperato perché le cose dette in quella burrascosa discussione siano riprodotte sotto il migliore aspetto possibile, perché non rimanga traccia degli spigoli, degli angoli, dei risentimenti e delle invettive di quella seduta.

Mi gode l'animo d'aggiungere che le parole del conte Walewski hanno avuto un buon successo e che quel processo verbale, non senza gravissime difficoltà modificato, fu nella seduta di ieri dai plenipotenziarii rettificato.

NERLI.

Acre e tempestosa era stata realmente la discussione della questione italiana nella Conferenza dell'8 d'aprile. I plenipotenziarii Austriaci avevano terminato per tiare di piglio all'ultimo espediente tenuto in serbo per eluderla, col dichiarare, che essi non avevano né istruzioni né poteri all'uopo. Nell'ùscire pertanto da quella Conferenza il conte di Cavour disse a lord Clarendon: - «Milord, Ella vede che dalla diplomazia havvi nulla da sperare; laonde sarebbe tempo di mettere in pratica altri mezzi: almeno per quanto riflette a. il Re di Napoli. - II primo plenipotenziario inglese recisamente rispose: - Certamente bisogna occuparsi di Napoli. - II conte di Cavour lo lasciò dicendogli: - Verrò a parlarne seco. - Effettivamente nel mattino dell'll aprile egli si portò presso lord Clarendon e gli tenne il discorso seguente: - e Milord, ciò che è passato nel Congresso prova due cose: primieramente che l'Austria è decisa a persistere nel suo sistema d'oppressione e di violenza verso l'Italia; secondariamente che gli sforzi della diplomazia sono impotenti a modificare il suo sistema. Ne risultano per il Piemonte conseguenze eccessivamente funeste. In presenza dell'irritazione de' partiti da un lato e dell'arroganza dell'Austria dall'altro, non vi sono che due vie da prendere, riconciliarsi cioè con l'Austria e col Papa, o prepararsi a dichiarare la guerra alla Corte di Vienna in un avvenire poco lontano. Se il primo partito è preferibile, io e dovrei, al mio ritorno a Torino, consigliare il Re di chiamare al potere gli amici dell'Austria e del Papa; ove al contrario la

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seconda ipotesi sia la migliore, i miei amici ed io non abbiamo il minimo timore di prepararci ad una guerra terribile, ad una guerra a morte, ad una guerra a coltello». - Qui s'arrestò l'ardente parola del diplomatico italiano. Lord Clarendon senza dar segno di stupore o di disapprovazione, rispose: - «Credo che le vostre condizioni siano per farsi assai difficili; capisco che uno scoppio diviene inevitabile; soltanto non è per anco venuto il momento di parlarne a voce alta». - Il conte di Cavour replicò: - «Milord, io ho dato prove della mia moderazione e della mia prudenza, e credo che in politica bisogna essere eccessivamente riservati in parole ed eccessivamente decisi nelle azioni. Ora vi sono delle posizioni nelle quali havvi meno pericolo in un partito audace, che in un eccesso di prudenza. Con La Marmora io sono persuaso che noi siamo in istato di principiare la guerra e per poco che essa duri voi sarete ben forzati ad aiutarci». - A tale insinuativa dichiarazione lord Clarendon rispose con molta vivacità: - Certamente sì, ove voi siate per essere in serii imbarazzi, potete far conto su di noi, e vedrete con quale energia noi verremo in vostro aiuto». - Giustizia però per tutti e molto più verso coloro, che stando al supremo maneggio della pubblica cosa ne' governi di Londra o di Parigi, hanno pieno diritto alla riconoscenza italiana. Veramente nel suo pensiero lord Clarendon, favellando così, accennava principalmente all'eventualità di una guerra aggressiva per parte dell'Austria verso il Piemonte.

Due giorni appresso a questo colloquio, il conte Cavour, trovandosi a pranzo con il principe Napoleone insieme a lord Clarendon ebbe con l'uno e con l'altro una lunga Conversazione sulle cose italiane. Entrambi lo assicurarono, che avendo tenuto il giorno avanti un lungo discorso su tale proposito coll'Imperatore, gli avevano dichiarato: che il contegno dell'Austria collocava il Piemonte in una condizione talmente difficile, che l'aiutarlo ad uscirne diveniva una necessità.

Lord Clarendon disse d'avere soggiunto con tutta franchezza che il Piemonte poteva essere strascinato a dichiarare la guerra all'Austria, e che in tal caso sarebbe stato una necessità l'assumere le sue parti. L'Imperatore erasi mostrato colpito a questa dichiarazione, e rimasto alquanto sopra se stesso, aveva estrinsecato la volontà di conferire con il conte di Cavour. Il quale dava ben tosto notizia di tale conferenza al ministro Rattazzi nel modo seguente:

- Caro collega: ho visto l'Imperatore, gli tenni il linguaggio analogo a quello di cui m'era servito con Clarendon, ma un po' meno vibrato. Egli lo accolse benissimo, ma soggiunse, ch'egli sperava ricondurre a più miti consigli l'Austria. Mi raccontò avere,ai pranzo di sabato, detto al conte Buoi che esso lamentava di trovarsi in diretta contraddizione

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coll'Imperatore d'Austria sulla questione italiana; che in seguito a questa dichiarazione, Buoi era andato da Walewski onde protestare del desiderio dell'Austria di compiacere in tutto l'Imperatore: soggiunse non avere questa altra alleata che la Francia, epperciò essere per essa una necessità il conformare la sua politica ai suoi desiderii. L'Imperatore pareva soddisfatto di questa protesta di affezione, e mi ripetè che se ne varrebbe per ottenere concessioni dall'Austria. Mi dimostrai incredulo, insistetti sulla necessità di assumere un contegno deciso, e per cominciare gli dissi avere preparata una protesta che darei il domani a Walewski. L'Imperatore parve esitare molto; fini col dire: andate a Londra, intendetevi bene con Palmerston, ed al vostro ritorno tornate a vedermi.

La protesta, annunziata all'Imperatore, venne consegnata dal conte di Cavour addi 16 aprile 1856 a lord Clarendon ed al conte Walewski. Atto ardito era quello, giacché per esso il Piemonte si faceva in faccia all'Europa accusatore delle austriache usurpazioni in Italia, delle minacciose provocazioni della Corte di Vienna verso il Piemonte e delle aperte violazioni della medesima al diritto pubblico per annientare l'indipendenza degli Stati italiani. Veramente l'uomo di Stato che allora così favellò e pubblicamente schiaffeggiò l'Austria era al tutto degno di divenire il primo glorioso ministro della grande patria italiana. E bisogna aggiungere che sino da quei giorni il conte di Cavour spasimava dalla voglia di far decidere la secolare lite della italiana indipendenza ne' campi di guerra. Egli credeva che l'Inghilterra, dolente della pace sopraggiunta alla guerra di Crimea, avrebbe visto con piacere sorgere l'opportunità di una guerra. «Perché dunque, scriveva egli da Parigi, non approfittare di queste disposizioni e tentare uno sforzo supremo per compiere i destini della Casa di Savoia e del mostro paese? Come però si tratta di vita e di morte, è necessario di camminare molto cauti. Gli è per ciò che credo opportuno di andare a Londra a parlare con lord Palmerston e gli altri capi del governo. Se questi dividono il modo di vedere di Clarendon, bisogna prepararsi segretamente a fare un imprestito di 30 milioni ed al ritorno di La Marmora tiare all'Auge stria un ultimatum, ch'essa non possa accettare e cominciare la guerra.

«L'imperatore non può essere contrario a questa guerra: la desidera nell'interno del cuore. Ci aiuterà di certo, se vede l'Inghilterra entrare in lizza».

Giunto in Londra, il conte di Cavour si trovò bentosto forzato a perdere le migliori speranze concepite sul conto del governo inglese. Dai colloquii avuti con lord Palmerston e con gli altri uomini più influenti del ministero poté vedere che se l'Inghilterra sarebbesi

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mostrata pronta ad impedire non solo con le protestazioni, ma bensì anche con le armi ogni austriaco attentato contro il Piemonte, era ben lungi dal volerlo sostenere nella lotta nazionale. Anco nel suo ritorno a Parigi il conte di Cavour ebbe modo di conoscere che il suo sistema bellicoso non potevasi far accettare per allora da Napoleone III. Scriveva pertanto al commendatore Castelli: - «La Francia voleva la pace; l'Imperatore ha dovuto farla; ha dovuto per ciò invocare il concorso dell'Austria. Egli non poteva dunque trattare questa potenza da nemica; e anche sino ad un certo punto era obbligato a trattarla da alleata. In tale stato di cose egli non poteva punto impiegare le minaccie nella questione italiana. Le esortazioni erano soltanto possibili. Esse sono state fatte e non hanno valso a nulla. Il conte Buoi è stato inamovibile cosi nelle grandi come nelle piccole cose. Questa tenacità, che volge a danno dell'Italia per il momento, le sarà più vantaggiosa più tardi».

In queste parole sono grandemente notevoli la moderazione e l'imparzialità con che si giudica la politica dell'Imperatore Napoleone III per quanto essa non tornasse per nulla conforme a quella che il conte di Cavour avrebbe voluto attuare, e per la quale egli erasi adoperato in un modo veramente meraviglioso. Si sentirono pertanto sollevare l'animo da un peso gravissimo i più fra i diplomatici, come egli lasciò Parigi. Del quale fatto fra le non poche testimonianze che qui potremmo addurre ci contenteremo di pubblicare il seguente dispaccio:

Al Ministro degli affari esteri a Firenze.

(riservato) Parigi, 3 maggio 1856.

Il ritorno del conte di Cavour a Torino ha avuto per effetto di calmare le apprensioni, che si erano manifestate tanto a Londra, quanto a Parigi relativamente agli affari d'Italia.

Il conte di Cavour non si stancava mai in fatti dall'insinuare che senza una forte pressione dal lato dei Gabinetti delle potenze occidentali, la con dizione della nostra penisola sarebbe stata causa di gravissimi torbidi.

Queste insinuazioni fatte oggi, ripetute domani, rinnovate di giorno in giorno tenevano fissa in certo modo l'attenzione di questi Gabinetti sulle cose nostre, e ciò dava campo quotidianamente a parlari, che conducevano il conte di Cavour a sviluppare sempre più le proprie idee intorno al suo piano della rigenerazione politica de' Governi italiani.

Quella perseveranza d'iniziativa ha dato ombra al Governo francese, che al rivedere al ritorno di Londra il conte di Cavour ha sentito finalmente il bisogno di frenare l'audacia patriottica di lui, insinuandogli dal canto suo, che una cosa di si gran momento, la subita cioè energica ed aperta

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cooperazione del Governo imperiale potrebbe produrre nuovo e forse tremendo conflitto in Europa. Intanto il Gabinetto di Vienna cerca ogni occasione per rientrare in grazia dell'Imperatore.

NERLI.

Allo stesso rappresentante toscano, il conte di Walewski non aveva dubitato di dire: - M. de Cavour a fait beaucoup d'embarras, beaucoup trop. - Egli era vero: ma da siffatti embarras l'opera della nazionale risurrezione italiana era felicemente incamminata per quella via, nella quale unicamente potevi condursi a felicissimo compimento, e da quei giorni d'immortale gloria per il conte di Cavour, l'Italia rivolse gli occhi all'avvenire nella certa aspettazione di destini migliori.

V.

Dal termine del Congresso di Parigi al principio della grande guerra del 1859 corsero presso che tre anni. La storia per avventura narrerà, che fu in codesto periodo di travaglioso apparecchio che il conte di Cavour estrinsecò nella più luminosa maniera quelle attitudini stupende, le quali nella pratica costituiscono gli Statuali sommi per ogni riguardo. Certamente in un altro periodo meno remoto della sua vita e in giorni, che non hanno riscontro negl'annali del mondo, egli ai mostrò singolarmente abile nel conservarsi stretto in pugno l'agitantesi fascio delle forze italiane, nel legittimare la rivoluzione senza tradirla, nel farla accettare dall'Europa come un' opera di salvezza e di conservazione, nel guidarla per la scabrosissima via della libertà ad apprendere tranquille abitudini d'ordine costitutivo. Ma in tutto questo compito le difficoltà non si accumularono sui passi del conte di Cavour in un modo cosi gigantesco come presso che quotidianamente era avvenuto nel sovrammenzionato triennio, nel quale traverso ostacoli incommensurabili egli ebbe molto a distruggere, molto a trasformare, molto a creare onde porre in assetto gli ordegni, co' quali, nel suo concetto, si doveva alzare il grande edifizio italiano.

Il conte di Cavour era tornato dal Congresso di Parigi risolutamente deliberato di non indietreggiare per nulla nell'intrapreso cammino. Presa pertanto l'occasione di alcune interpellanze mosse nell'aula dell'assemblea elettiva nel maggio di quell'anno 1856, egli continuò a farsi pubblico accusatore del Governo austriaco, di nuovo affidò all'inappellabile tribunale dell'opinione della civile Europa le legittime doglianze della nazione italiana, in pari tempo lasciando abbastanza chiaramente intendere

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a quanti sulla patria terra s'agitavano nel santo desiderio di liberarsi dalla servitù straniera o domestica, che il Piemonte e il suo I£e erano deliberati di continuare nell'assunto uffizio dell'egemonia italiana per quanto i tempi si facessero difficili e torbidi. Se tali dichiarazioni, quasi nuovo spirito vivificatore, si propagarono beneficamente per tutta la distesa della penisola, esse da altra parte ingenerarono molt'ira e paura nelle roggie di Napoli, di Roma, di Parma, di Modena, di Firenze e di Vienna. Il duca Francesco V d'Este in una sua lunga lettera all'Imperatore d'Austria diceva e che era bell'interesse e della dignità comune di porre un pronti freno alla piemontese insolenza» (1). -II re di Napoli scriveva da Caserta al suo ministro sopra gli affari esteriori «che bisognava trovare il modo di castigare lo scandalo sollevato dal conte di Cavour» (2). Il Baldasseroni, presidente del Consiglio dei Ministri granducali, propriamente erasi sentito con 'gelare nelle vene il sangue per le bravate, come egli le chiamava, del conte di Cavour, e scriveva al granduca Leopoldo che la questione posta sotto falso aspetto dal governo Sardo era questione territoriale che minacciava tutti» (3). E tutti costoro poi clamorosamente si rivolsero ai Gabinetti di Parigi, di Londra, di Vienna e di Pietroburgo per accusare il Piemonte di mire ambiziose e per dipingerlo qual torbido vicino in istato di perpetua cospirazione a danno della quiete interiore degl'altri Stati italiani. Ciò pure irosamente pensavasi e dicevasi dai ministri austriaci; laonde il Lenzoni, rappresentante toscano in Vienna, avvertiva in un suo dispaccio il Granduca che l'irritazione contro il Piemonte per il discorso del signor di Cavour, e per la pubblicazione del Memorandum è qui viva e generale. L'incaricato d'affari marchese Cantono non lo dissimula punto nei suoi rapporti a Torino» (4).

Ma allora e in appresso fu assai spesso creduto e detto, che in tale diplomatico battaglieggiare il conte di Cavour non era solo a sostenere le sorti d'Italia, avvegnacchè lo spalleggiavano i due governi di Londra e di Parigi. A quel tempo ciò non era vero. Al contrario le due potenze, accanto alle quali il Piemonte aveva versato il proprio sangue ne' campi di guerra a meglio vantaggiare la causa nazionale, si mostravano al tutto restie a seguirlo o anche a incuorarlo in una politica aggressiva verso l'Austria. Lord Palmerston faceva pertanto chiaramente intendere al ministro Sardo in Londra, che il Governo inglese era bensì desideroso di sostenere il Governo di Torino in quel procedere illuminato e liberale, che aveva sin allora praticato in modo così onorevole; ma se per avventura il Gabinetto

(1) Archivio generale di Torino.

(2) Archivio del ministero degli affari esteri di Firenze.

(3) Lett. del 24 maggio 1856. - Archivio degli affari esteri di Firenze.

(4) Dispaccio del 26 maggio 1856 - Archivio degli esteri di Firenze.

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Piemontese nutrisse, il che non si credeva, disegni aggressivi contro l'Austria, la Gran Bretagna doveva dichiarare che userebbe di tutta la sua influenza per distoglierlo da un tale contegno. Identici erano i sentimenti del Governo francese, come lo attesta il seguente dispaccio:

Al Ministro degli affari esteri a Firenze,

Vienna, li 26 maggio 1856.

L'Incaricato d'affari di Francia, visconte di Serne, ha dato per ordine espresso lettura al conte Buoi di un dispaccio del conte Walewski relativo alle Note Piemontesi e all'attitudine presa nelle Camere dal conte di Cavour dopo il suo ritorno da Parigi. Il conte Walewski vi disapprova quest'attitudine ed aggiunge che il Gabinetto francese conta di usare tutta la sua influenza a Torino per insinuare moderazione nel linguaggio e modificazione nelle idee, dichiarando nel tempo stesso l'assoluta opposizione del Governo francese qualora si meditasse di passare dalle parole ai fatti, come il calore delle parole stesse ne avrebbero fatto nascere il dubbio. Istruzioni in questo senso sono state spedite al Rappresentante della Francia in Torino. U conte Buoi si è mostrato pienamente soddisfatto di tale comunicazione.

LENZONI.

Poiché tale era l'andamento generale degl'affari in Europa, il conte di Cavour vide che faceva bisogno della massima circospezione e scaltrezza se si voleva camminare avanti senza dar contro a qualche grave inciampo. Si pose pertanto ad usare quei modi particolari, che gli occorrenti accidenti domandavano. Alle ammonizioni venute da Londra e da Parigi fu risposto, che il miglior modo per mantenere il Piemonte nella pratica di una politica tranquilla era quello di non indietreggiare nell'adoperarsi a togliere i cattivi governi italiani dalla pericolosa via in che eransi ingolfati con vantaggio della demagogia. Per levare poi qualsivoglia pretesto ai sospetti, qualsivoglia apparenza di verosimiglianza alle voci, che si facevano andare in giro sulle ambizioni e macchinazioni Piemontesi a danno degli altri Stati italiani, il conte di Cavour si tenne compiutamente in disparte nelle controversie, che non tardarono a ingenerarsi tra le sollecitazioni riformative dei Gabinetti di Londra e di Parigi (1) e le ostinazioni retrive del re di Napoli. Se non che

(1) A mostrare quanto poco siano degni delle gentili accoglienze, che attualmente ricevono tuttavia dalla squisita cortesia della Corte imperiale di Francia i diplomatici dello scaduto governo napoletano, ci contentiamo di riportar qui il seguente brano di un dispaccio del Principe Carini; dico che ci contentiamo, avvegnaché se appartenessimo al novero di coloro, i quali si compiacciono di far scandali ad ogni costo, potremmo stampare qualche altra cosa di maggior gravita... basta: ecco il brano sovrammenzionato:

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quando egli vide che i partigiani di Mazzini e di Mumt (1) calorosamente si maneggiavano per tirare a proprio vantaggio le pessime condizioni, in che erasi posto Ferdinando II di Napoli, e che conseguentemente la monarchia e l'indipendenza italiana potevano andar incontro a qualche grave pericolo, egli non volle lasciar trascorrere quella probabilità anche minima che presentavasi di accrescere il fascio delle forze italiane; offri pertanto al governo napoletano il modo facile di rinsanguarsi al contatto di grandi principii di libertà e di nazionalità. I seguenti documenti pongono abbastanza in chiaro questo tentativo.

Al Ministro degli affari esteri a Napoli.

(riservatissimo) Torino, 24 novembre 1856.

Giorni sono discorrendo meco, il conte di Cavour mi disse le seguenti parole - «Il vostro Sovrano ha fatto un'assai brillante figura, ha ben profittato delle circostanze, ha sciolto a suo profitto un nodo assai intricato. Ora dovrebbe vendicarsi delle Potenze che lo hanno annoiato, come di quelle, che lo hanno mollemente assistito, e ravvicinarsi al Piemonte, Dico ciò come individuo privato. Non è il ministro, degli affari esteri che parla: Napoli e Piemonte ben uniti darebbero la legge all'Italia».

Risposi come ne' decorsi anni aveva risposto una volta ad Azeglio ed una volta a Dabormida: non essere Sua Maestà (1). G.) lontana dal Piemonte, ma il Piemonte da S. M.; non essere i reali dominii sede di alcun nemico del sovrano di Sardegna, non esservi in Napoli officine occulte e riconosciute di calunnie sistematiche e di macchinazioni alla rivolta contro gli Stati di S. M. Sarda. Appoggiai su queste espressioni, poi aggiunsi che la longanimità del nostro Re, il suo dignitoso e costante silenzio, la maniera cosi che sono serbate

Al Ministro degli affari esteri a Napoli.

(cifra) Londra, 13 maggio 1856.

«Non scuserò Walewski, ma egli è il meno cattivo della canaglia innumerevole, che compone la Corte e il Governo dell'Imperatore, dalla cui cupa mente solo Spende la politica e ogni dettaglio della Francia»

Fir. Carini.

(1) 11 conte di Cavour, come trovo attestato in documenti autentici, fu sempre personalmente avverso ai maneggi di Luciano Murat. Che se in un certo tempo, a salvare interessi maggiori, si vide costretto a non contrariarli, si trovò però contento di poterlo fare, passata la necessità sovrammenzionata. Assai curiosi e istruttivi sono i documenti, che in ordine ai maneggi murattiani di alquanti fuorusciti napoletani si conservano nell'archivio degli affari esteri di Napoli. Chi scrive queste parole crede e spera ohe non debba mai venire per lui il doloroso dovere di pubblicarli.

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ne suoi domini le relazioni internazionali e commerciali colla Sardegna, fanno ben vedere che egli abbia sedimenti men che amichevoli. Cavour non ebbe da replicare parole molto concludenti. Do conto di questo fatto al nostro Augusto Padrone per fedeltà di narrazione e non perché meritino a mio avviso le parole del conte di Cavour alcuna grave attenzione. Il Piemonte è nel momento troppo dilaniato dai partiti, dalle pretensioni delle potenze, da influenze d'ogni genere, dall'odio dell'Austria, dai debiti, dalle tasse esuberanti; il suo contatto è troppo pericoloso per cattive massime religiose e di politica per non conchiudere che da più stretti vincoli col Piemonte anzi che sperare qualche cosa, siavi invece molto da perdere.

Canofari.

Allo stesso, ivi (riservatissimo).

Torino, 36 novembre 1856.

Il generale Lamarmora incontrandomi mi ha tenuto un discorso quasi simile a quello che mi tenne il conte di Cavour. Mi tenni nella maggior riserva di parole.

Canofari.

Ferdinando II ordinò al suo ministro sopra gli affari esteriori di rispondere al Canofari cosi: «Il reale governo non domanda avvicinarsi ad alcuna potenza; egli mette ogni studio per stare bene con tutti, a condizione però che nessuno s'ingerisca negli affari della sua interna amministrazione» (1).

Un tentativo identico il conte di Cavour fece per togliere il governo granducale di sotto a' piedi dell'Austria. I ministri granducali non si contentarono di rifiutarsi ad ogni pratica in proposito, che vollero farsi anch'essi accusatori del Piemonte. Conscio come era il ministro dirigente la politica della Sardegna che un tal sistema di calunniose accuse moveva dal preconcetto disegno dell'Austria e de' suoi principi vassalli di mettere in pieno discredito il costituzionale Piemonte presso i governi d'Europa, non tardò a rispondere fieramente per mezzo di una nota, nella quale era detto: «Il governo del Re respinge ogni insinuazione tendente ad ingenerare la credenza che egli turbi all'estero per mezzi diretti o indiretti quell'ordine, quella tranquillità, che seppe mantenere costantemente nell'interno dello Stato. Non è dal ragionevole e temperato esercizio di una moderata libertà che pigliano nascimento i disordini è le insurrezioni. La storia del Piemonte in questi ultimi anni lo prova chiaramente. Il governo granducale sa per prova in quante circostanze la Sardegna abbia efficacemente cooperato ad impedire torbidi nell'interno e fuori, e non è certamente

(1) Dispaccio del 9 dicembre 1856, archivio degli affari esteri di Napoli.

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nel momento in cui esce da una guerra cruenta e dispendiosa, intrapresa per la causa dell'ordine, che essa può venire accusata di fomentare il disordine intorno a sé. Il governo del Re conosce gli obblighi internazionali che lo legano verso gli Stati vicini e li compie scrupolosamente».

Affinché poi in Europa fosse palese agli occhi di tutta la gente onesta e imparziale, che il movimento capitanato dal Piemonte aveva un carattere conservativo de' veri principii d'ordine pubblico e continuava a tenersi sdegnosamente sceverato dalle macchinazioni settariche e dagl'irrompimenti rivoluzionarii, il conte di Cavour nel gennaio del 1857 prese l'opportunità da alcune focose interpellanze del deputato Brofferio onde fare le seguenti dichiarazioni:

Noi abbiamo sempre seguito una politica franca e leale, senza linguaggio doppio, e finché saremo in pace cogl'altri potentati, noi non impiegheremo mezzi rivoluzionarii, non mai cercheremo di eccitare tumulti e ribellioni. Se ci fossimo proposti lo scopo, cui accenna l'onorevole Brofferio, se avessimo voluto mandare un naviglio per suscitare indirettamente moti rivoluzionarii, prima di farlo avremmo rotto la guerra e dichiarato apertamente le nostre intenzioni. Quindi lo dichiaro apertamente; mi compiaccio del rimprovero che l'onorevole Brofferio mi ha rivolto.

Rispetto a Napoli, egli è con dolore che io rispondo all'onorevole Brofferio. Egli ha ricordato fatti dolorosissimi, scoppio di polveriere e di navi da guerra con perdita di molte vite e un attentato orrendo. Egli ha parlato in modo da lasciar credere che questi fatti siano opera del partito italiano: io lo ripudio altamente, e ciò nell'interesse dell'Italia.

No, o signori, questi non sono fatti che si possano apporre al partito nazionale italiano, sono fatti isolati di qualche disgraziato illuso, che può meritare pietà e compassione, ma che devono essere stimmattizzati da tutti gli uomini savii, e massimamente da quanti hanno a cuore l'onore e l'interesse italiano.

L'uffizio egemonico nazionale del Piemonte a quei giorni incontrava altre non meno gravi difficoltà sul terreno della politica esteriore in ordine al sistema di alleanze, che costituiva una delle basi cardinali della politica del conte di Cavour. Nella grave questione dei Principati Danubiani egli aveva dovuto separarsi dall'Inghilterra per continuare a propugnare quegli stessi principii che egli aveva fatto prevalere nel Congresso di Parigi. Inoltre l'alleanza russa negoziata dal governo di Napoleone III all'infuori delle Conferenze parigine, non aveva tardato a svegliar gravi sospetti nel Governo inglese. A non rimaner quindi in balia di una sola alleanza, il Gabinetto di Londra erasi ravvicinato all'Austria e l'Italia era stata la vittima immolata sull'altare di tale riconciliazione.

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Conseguentemente il barone Antonini, sotto la data del 21 febbraio 1857, scriveva in modo riservatissimo al re Ferdinando II di Napoli: «Il Gabinetto inglese stretto come è attualmente all'Austria non ammette cambiamento di dinastia nelle Due Sicilie, ha abbandonato la protezione della rivoluzione in Italia e rinuncia alle sue idee sull'indipendenza della Sicilia. Lord Clarendon me ne ha fatto assicurare come gentleman» (1). Per tal mutamento di politica, il Governo inglese non aveva tardato a maneggiarsi onde mettere il Gabinetto di Vienna sopra una miglior via rispetto alle cose italiane. In effetto l'Austria prese un contegno che poteva profondamente turbare il corso alla politica nazionale del Piemonte. Il principe Petrulla, ambasciatore napoletano a Vienna, addì 16 maggio 1856, aveva dato pertanto quest'avviso al suo governo: «l'Austria fa di tutto per tenersi d'accordo colla Francia e crede di essere nella necessità di consigliare agli altri Stati italiani e di seguire essa stessa la via dei miglioramenti ragionevoli» (2). Effettivamente il governo di Vienna si fece consigliatore di riforme a Roma e a Napoli, mandò l'arciduca Massimiliano a tener l'uffizio di governatore del regno Lombardo-Veneto, facendo creder prossima la separazione amministrativa delle provincie italiane dal rimanente dell'impero; accordò un'amnistia ai fuorusciti politici e rivocò il decreto, per cui erano stati posti pel fisco i beni de' profughi lombardo-veneti divenuti sudditi del Re di Sardegna. Con tutto quest'apparato di liberalità l'Austria mirava a gittare il Piemonte nell'isolamento politico o a perderlo in qualche temeraria impresa. Se non che l'illustre uomo, il quale allora presiedeva ai consigli di Vittorio Emanuele II, era troppo scaltro, troppo savio per lasciarsi cogliere al doppio varco. Sul terreno diplomatico il conte di Cavour con una mirabile maestria, alla politica maliziosa e aggressiva dell'Austria, contrappose una politica sostanzialmente liberale, ma guardinga e modestissima nelle forme in guisa che i due Gabinetti di Parigi e di Londra, a non rinnegare i proprii principii e a non disonorarsi in cospetto dell'Europa, si trovarono astretti ad appoggiarla. Sul terreno invece delle franchigie politiche, guarentite dalle leggi fondamentali dello Stato, permise che libere e calorose si manifestassero le attestazioni di nazionale affetto, che dalle serve provincie italiane venivano al costituzionale Piemonte e al suo Re, e non solo lasciò fare, ma incoraggiò la stampa italiana a continuare nelle sue legittime querele contro le austriache prepotenze e i pessimi governi dei principi vassalli all'impero. Aspre querele dal Gabinetto austriaco giungevano a Parigi e a Londra per un tal modo di procedere del governo Sardo. Il conte di Cavour con dignitosa

(1) Archivio degli affari esteri di Napoli: corrispondenza diplomatica.

(2) Archivio degli affari esteri di Napoli: corrispondenza diplomatica.

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serena calma rispondeva: che ciò che l'Austria esigeva con le sue querimoniose rimostranze importava il rovesciamento del diritto interno del regno Sardo, giacché ne suoi reclami stavano non denunzie di fatti governativi e legali ma induzioni inquisitorie rispetto a inclinazioni e a proponimenti, de' quali non era diplomaticamente lecito di chieder conto alcuno. A tali risposte i reggitori viennesi caddero nella rete, in che gli aspettava alla sua volta il conte di Cavour. Essi assunsero di nuovo un contegno violento e aggressivo contro il costituzionale Piemonte, e lasciarono palesemente conoscere, che essi n'erano i nemici implacabili. Virulenti e minacciose si fecero le manifestazioni di cotant'ira nelle effemeridi governative milanesi. 11 conte di Cavour con franca dignità fece la seguente risposta:

Illuminati dalle lezioni della storia de] passato e del presente, dagli antichi e dai nuovi esempii, gli statisti, a cui la Gazzetta di Milano volge fé amare sue parole, sono decisi a proseguire nella via intrapresa. Reggitori di uno Stato italiano, essi sanno che loro incombe il dovere, come loro spetta il diritto di promuovere con ogni onesto mezzo il bene d'Italia. Da questo proponimento non li distoglieranno né le ingiurie, né le minacele, che scagliano contro di essi i fogli ufficiali di oltre Ticino. Fidenti non nella longanimità dell'Austria, ma nella lealtà delle loro intenzioni e Stila giustizia dei mezzi da essi impiegati, appoggiati all'amicizia dei loro alleati, alle simpatia dell'Europa intiera, essi non si lasceranno smuovere da' comminati pericoli, che saprebbero all'occorrenza affrontare con animo risoluto, e convinti che ormai non dal solo numero dei soldati e dall'estensione dei territorii dipende l'esito delle lotte impegnate a nome dei grandi principii della civiltà e della giustizia.

Questo fiero e dignitoso linguaggio del costituzionale Piemonte gli guadagnò grande aumento di clientela in Italia e di stima presso quanti erano liberali uomini in Europa. In pari tempo valse a sospinger più prontamente al suo attuamene uno degl'occulti disegni della politica del conte di Cavour, quale era quello di sospinger l'Austria a rompere ogni legame di buon vicinato col Piemonte e a far persuasa l'opinione pubblica che inevitabilmente maturavasi in Italia un violento scioglimento di cose. Mentre la monarchia italiana nell'operosa aspettazione della maturità dei tempi, con industria e accorgimento temporeggiava la fortuna nazionale, Giuseppe Mazzini usci fuori ad ingolfarla nelle più scabrose difficoltà. Un suo tentativo insurrezionale macchinato in Genova fornì ai clericali un valido argomento a meglio condurre innanzi le loro cospirazioni liberticide. Esso diede inoltre un ottimo pretesto ai governi nemici del Piemonte di accusarlo fieramente di debolezza inconciliabile co' suoi doveri internazionali lo aggravò di un pesante litigio col Gabinetto di Napoli.

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In mezzo a tali e tanti inciampi, oba sterpati ripullulavano più maligni, il conte di Cavour in una sua lettera scriveva verta la fine del 1857: «La politica mi tiene in grande sollecitudine. Abbandonati dall'Inghilterra, avendo di fronte l'Austria malvogliente e ostile, dovendo lottare contro Roma e contro gli altri principi italiani, voi dovete comprendere come la situazione nostra sia difficile. Malgrado tutto ciò non sono scoraggiato, perché credo che il paese è con noi. Le elezioni generali lo proveranno. La lotta sarà viva, avvegnacchè il partito clericale mette in opera tutti i suoi mezzi. Ma credo che esso rimarrà vinto a motivo che la diritta moderata rifiuta assolutamente di congiungersi seco e si mostra a disposta a sostenere il ministero. Se le elezioni non sono intieramente ministeriali ci troveremo in tal posizione da non poterla presso che mantenere».

Le elezioni generali al Parlamento ebhero luogo addi 13 novembre 1857. Esse riuscirono in numero assai grande favorevoli alla parte retriva. Nel dar notizia di tale risultamento al signor W, De la Rive il conte di Cavour scriveva:

Le résultat des élections est, sous certains rapporta, très-faucheux que il ait aussi son bon coté. Les amis tas institution liberales peuvent se féliciter de ce que la classe aristocratique toute entière, qui s'était tenue à l'écart jusqu'ici, soit entrée franchement dans l'arène politique et ait fait adhésion de la manière la plus explicite aux principes du Statut.

Les chefs du parti jouent peut-être la comédie, mais la masse est de bonne foi. Le pays est honnête et le serment a encore chez nous une grande valeur. Aussi je ne m'afflige nullement de voir figurer sur les bancs de la droite une douzaine de marquis et deux douzaines de comtes, sana compter un grand nombre de barons et de chevaliers. La plupart de ceux qui entrent à la Chambre comme cléricaux en sortirent simplement conservateurs. Cette transformation rendra, dans un temps donné, un ministère de droite possible, ce qui sera peut-être un bien pour le pays, tout en avant pour moi l'immense avantage de me procurer le moyen d'aller passer quelque temps avec vous, Le côte fâcheux de la question vient du rôle qu'on a fait jouer à la religion dans cette affaire. Les prélats poussés paf Rome et par Paris, ont organisé une véritable conspiration, more Mazzini. Des comités secrets, des affiliations nombreuses ont été organises à l'aide des évêques et des curés dans tout le royaume. Le mot d'ordre parti du comité centrai, se répand avec la rapidité de l'éclair dans toutes les communes, en passant par le palais épiscopal et le presbytère

Le comité a décide l'emploi de toutes les armes spirituelles pour agir sur les électeurs. Le confessionnal est devenu une chaire pour endoctriner les gens à foi aveugle. Les prêtres ont Hé autorisés a tirer largement su le paradis et sur l'enfer. Rome leur a ouvert, à cet effet, un crédit illimité sur l'autre monde. Il en résulte que le parti libéral est d'une irritation

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extrême contre le clergé et qu'on aura autant de peine à le contenir qu'à combattre ses adversaires.

Je ne désespère pas du succès, mais je ne me dissimule pas les dangers que court le ministère; le moindre faux pas à droite ou à gauche peut faire chavirer la barque.

Veramente se la nave che portava le sorti d'Italia per un mare tanto tempestoso e irto di scogli, a quei giorni non capovolse o indietreggiò nel suo corso, tutto il merito fu dell'ardimentoso pilota che la guidava. Se in effetto il conte di Cavour fosse stato meno devoto alla causa del suo paese, meno animoso nell'affrontare i sovrastanti pericoli, e meno tenace nel suo nobile proposito di sacrificare ogni suo personale interesse al bene della causa nazionale, egli di fronte a quella vittoria retriva che introduceva nel Parlamento in così gran copia i più violenti avversarii della sua politica, avrebbe rassegnato il potere. Conseguentemente al suo sarebbe conseguitato un ministero, il quale chinando gli occhi a terra per non vedere quanto succedeva oltre il Ticino e la Macra, sarebbesi dedicato esclusivamente agl'interessi materiali e morali del Piemonte. Se ciò non avvenne, giova ripeterlo, gl'Italiani lo devono al coraggio, all'annotazione d'animo del conte di Cavour. Rimasto fermo al suo posto, egli in breve aduggiò quella levata di retrivi e di clericali, e prosegui ne' suoi nazionali intendimenti. Se non che non tardò a sorgergli contro un nuovo ostacolo poderosissimo. Lotta quotidiana e sempre rinnovabile con maggiori asprezze, tale fu il destino di questo grand'uomo dal giorno nel quale nobilmente a viso aperto si sollevò a primo libero difensore e ristauratore dell'italico diritto e sin che l'onore della bandiera nazionale e la salute d'Italia rimasero sotto la sua custodia.

L'anno 1858 principiò sotto funestissimi auspicii per la libertà e l'indipendenza italiana. Il tentativo di Felice Orsini avendo tratto il governo francese sull'orlo del precipizio, lo indusse a rivolgersi alla Svizzera, al Belgio, all'Inghilterra e al Piemonte affinché volessero seriamente impedire il rinnovellamento di tali misfatti. Il Gabinetto di Vienna e la Corte di Boma per parte loro non tardarono a maneggiarsi destramente per far entrare nell'animo dell'imperatore Napoleone III la persuasione che la setta, la quale professava la dottrina' dell'assassinio politico, in Italia aveva radici estese e profonde, massime perché il Ministero piemontese lasciava libero il corso alle settariche macchinazioni e alle più sovversive dottrine politiche. Da un altro lato il governo di Londra dava notizia positiva a quello di Torino: che i settarii eccitati dal fatto di Parigi, si dimostravano più passionati che mai, e che nelle loro conventicole si

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tramava non solo di ricominciare l'opera contro l'Imperatore dei Francesi, ma di estenderla eziandio a danno della vita del re Vittorio Emanuele. Frattanto una effemeride torinese, la Ragione, pareva tessere il panegirico del tentato assassinio evocando le memorie di Àrmodio e Aristogitone. Un tale scritto era stato bensì denunciato ai tribunali dal pubblico ministero, ma l'assolutoria pronunziata dai giurati l'avevano reso più noto e più compromettente presso i governi per tutta l'Europa. Il Ministero piemontese senti vasi oppresso dalle maggiori difficoltà e vedeva la fortuna d'Italia posta a grave repentaglio. Con l'animo profondamente contristato, il conte di Cavour pertanto scriveva in una sua lettera: «Il tempo che corre è pieno di difficoltà e di pericoli. Questi e quelle aumentano in ciaschedun giorno. Il furore delle sette non ha più freno, la loro perversità accresce le forze della reazione, che diventa di giorno in giorno più minacciovole. In mezzo a questi opposti pericoli, che faranno i liberali? Se si dividono, essi sono perduti e la causa della indipendenza e della libertà d'Italia cade con loro... Noi staremo sulla breccia imperturbabili e risoluti, ma noi cadremo certamente se tutti i nostri amici non si raggruppano all'intorno di noi per aiutarci contro gli assalti, che ci verranno dati a diritta e a sinistra». A queste animose parole egli non tardò a dare corrispondenza di fatti. Pur sempre indomabile lottatore nella virile palestra dell'azione, realmente il conte di Cavour restò sulla breccia fiero e imperturbabile, ripulsando e vincendo gli assalti ostinati e violenti che la mostruosa lega de' retrivi e dei liberali superlativi diede al disegno di legge presentato al Parlamento a meglio definire il crimine dell'apologia del regicidio e per punire le cospirazioni. Quali fossero i danni nel presente, i pericoli nell'avvenire, che allora sovrastavano al Piemonte e all'Italia, basterà a chiarirli il seguente dispaccio.

Al Presidente del Consiglio dei Ministri a Firenze.

Vienna, 26 aprile 1858.

Il voto del Parlamento Piemontese sulla legge De Foresta ha permesso al conte Buoi di non far più mistero di una sua conversazione avuta col barone Bourqueney al momento della partenza di questi per Parigi. Il barone Bourqueney aveva detto al conte Buoi: che se il Piemonte non avesse fatta ragione alle domande della Francia, questa avrebbe spinto le cose agli estremi termini. Al che il conte Buoi rispose: che avrebbe veduto con piacere che una legione fosse data dalla Francia al Piemonte,

Sàminiatelli.

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Salvato il suo paese dall'isolamento politico, il conte di Cavour aiutato da quel suo squisito senso pratico, a cui lo spettacolo sconfortevole delle immense difficoltà, non celava mai la vista degli opportuni ed efficaci rimedii, si rivolse addirittura a profittare di quello stesso terribile ribollimento della più maligna schiuma delle passioni rivoluzionarie per guidar avanti il Piemonte nel compito dell'egemonia nazionale.

Felice Orsini prima di salire il patibolo aveva scritto una lettera nella quale col cuore pentito innanzi a Dio pregava un'ultima volta l'imperatore Napoleone III non per sé ma per la patria italiana. Il Conte di Cavour, ricevuta quella lettera da Parigi, a porgere un salutare farmaco alle anime rose dalla vendetta e inclinevoli a cadere in balia a tali pervertimenti morali, la fece stampare nell'effemeride uffiziale del regno con a capo le seguenti parole, che egli stesso scrisse.

Riceviamo da fonte sicura gli ultimi scritti dì Felice Orsini. Ci è di conforto il vedere, com'eglì sull'orlo della tomba, rivolgendo i pensieri confidenti all'Augusta volontà, ohe riconosce propizia all'Italia, mentre rende omaggio al principio morale da lui offeso condannando il misfatto esecrando a cui fu trascinato da amor di patria spinto al delirio, segna alla gioventù italiana la via a seguire per acquistar all'Italia il posto che ad essa è dovuto tra le nazioni civili.

In risposta alle sollecitazioni del governo di Napoleone III l'illustre uomo, che dirigeva i consigli di Vittorio Emanuele, dichiarò bensì nella maniera la più franca ed esplicita al principe La Tour d'Auvergne, che il governo di Torino era pronto a fate quanto stava in lui, onde impedire che il Piemonte divenisse un luogo dove si potessero tramare rivoluzioni e cospirazioni, ma non mutò linguaggio per ciò che riguardava le misere condizioni delle altre provincie italiane, né tralasciò dal dichiarare che ove si volesse radicalmente estirpare siffatte politiche cancrene, bisognava impedire ai pessimi governi italiani di spandere sulla faccia del globo esuli e rifuggiti succedenti gli uni agli altri. In quello stesso tempo così sfavorevole alla libertà, e mentre in Francia si prendevano soldatescamente provvedimenti d'immenso rigore, apportatori di speranze insolenti ed orgogliose al partito retrivo in Europa, il conte di Cavour si mostrò ardito al segno di chiamare diplomaticamente in colpa la Corte di Roma a cagione del suo pessimo sistema governativo, dei casi atroci e delle settariche macchinazioni, che tenevano in gravissima perturbazione tutti i governi. Conseguentemente egli addì 11 febbraio 1858 scrisse un dispaccio all'incaricato d'affari per la Sardegna in Roma,

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coll'ordine di comunicarlo e di lasciarne copia al cardinale Antonelli, nel quale si diceva:

Questo sistema d'espulsione dai proprii Stati, esercitato su larga scala dal Governo pontificio, giacché nel solo nostro Stato i sudditi di S. S, cosi espulsi sommano a più centinaia, non può a meno d'avere le più funeste conseguenze.

L'esiliato per sospetti o per men buona condotta non è sempre un uomo corrotto o affigliato indissolubilmente alle sette rivoluzionarie. Trattenuto in patria, sorvegliato, punito ove d'uopo, potrebbe emendarsi, o per lo meno non diverrebbe uomo grandemente pericoloso. Mandato invece in esilio, irritato da misure illegali, costretto a vivere all'infuori della so cista onesta e spesso senza mezzi di sussistenza, si mette necessariamente in relazione coi fautori delle rivoluzioni.

Quindi è facile a questi l'aggirarlo, sedurlo, affigliarlo alle loro sette. Così il discolo diventa in breve settario, e talora settario pericolosissimo. Onde si può con ragione asserire che il sistema seguito dal Governo pontificio ha per effetto di somministrare di continuo nuovi soldati alle file rivoluzionarie. Finché durerà esso, tutti gli sforzi dei Governi per disperdere le sette torneranno vani; perché a mano a mano che s'allontanano gli uni dai centri pericolosi, altri vi convengono in certo modo spediti dal proprio Governo. A ciò si deve attribuire la vitalità straordinaria del partito Mazziniano e vi contribuiscono in gran parte le misure adottata dai Governo di S. S.

Comunicato questo dispaccio officialmènte al governo dì Parigi 6 a quello delle altre potenze amiche, il conte di Cavour sotto la data del 1° aprile 1858 indirizzò un dispaccio circolare alle legazioni della Sardegna all'estero, nel quale enumerate le principali conseguenze dell'attentato contro la vita di Napoleone III, proseguiva dicendo:

En vue de pa,reils faits, ti souvent renouvtlós, avant toug un but fioal à peu près sembUble. c'estàd ire un changement dans lei conditici actuelles de l'Italie, on se demande si au fond il n'existe pai dans les populations de certains États de la Péninsule quelque cause profonde d# mécontentement qu'il est dans l'intérêt de toute l'Europe de détruire. Cette cause existe réellement. C'est l'occupation étrangère; c'est le mauvais gouvernement des États du Pape et du Royaume de Naples: c'est la ( l prépondérance autrichienne en Italie.

Le gouvernement du Roi a signalé ces inàux à l'Europe dans une circonstance mémorable, au sein du congrès de Paris. Malheureusement les attentats de Paris, de Génes, do Livourne, de Naples, de Sicile, de Sapri, sont venus confirmer trop tòt d'une manière solennelle les prévisions des plénipotentiaires sardes. Le gouvernement du Roi espère quo les cabinets de l'Europe, dans un but d'ordre et de conservation, so décideront enfia à porter un remède efficace à un tei état de choes. Les legations de Sa Majesté devront de leur côte coopérer à ce résultat en tenant un langage conforme à ces vues du gouvernement du Roi...

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Dal maggio del 1856 al giugno del 1858 il conte di Cavour non aveva percorso un sentiero ripetutamente battuto, ma nell'oscurità e nell'isolamento era proseguito per una nuova e insolita via irta d'inciampi, e tuttavia egli non solo l'aveva felicemente superata, ma vi aveva conseguito ciò, che massime cercava. Uno de' cardini della sua politica era questo, sono sue parole: «che non vi è rivolgimento «politico notevole, non vi è grande rivoluzione che possa compiersi «nell'ordine materiale, se preventivamente non è già preparata nel«l'ordine morale, nell'ordine delle idee». A questo risultato egli pertanto avea mirato dal Congresso di Parigi in poi e alla perfine era giunto a vederselo innanzi presso che compiuto e maturato. Una grande idea s'era fatto strada non soltanto nel continente europeo ma dall'uno all'altro lato dell'Atlantico e fino alle più remote regioni dell'Oriente, ed era quella che bisognava far giustizia alla infelice Italia. Ma i tormentatori di essa, ne' giudizii del mondo, non erano più i rivoluzionarii, sì bene l'Austria e i principi italiani" ad essa vassalli. Quella Corte di Vienna, la quale per quarantaquattro anni erasi fatta credere l'onesta e zelante tutrice dell'ordine e del buon diritto nella penisola, era stata smascherata e condannata irreparabilmente dalla pubblica opinione per l'intiera distesa dell'Europa. I governi di Roma e di Napoli accusati e condannati anche essi in mille modi a voce e a stampa ovunque poteva farsi udire una libera parola, si mostravano già moralmente stremati di forze e impotenti a lottare venuto che fosse il giorno della giustizia popolare. Il Piemonte invece, che in quei due anni il conte di Cavour aveva salvato dall'isolamento politico, dalle avventatezze de' liberali eccessivi, dalie liberticide cospirazioni de' clericali, erasi aggrandito incommensurabile nella stima di quanti erano in Europa cuori nobili e leali. La questione italiana frattanto s'era fatta di giorno in giorno più pressante, più minacciosa. L'Austria fremente d'ira impotente, aveva dovuto piegar il capo innanzi alla Sardegna, venuta a chiederle ragione del suo operare, non facendosi accompagnare dal corrusco spettro della rivoluzione, ma tenendo in mano il diritto scritto e la comune legge internazionale dell'Europa. Gli Italiani istintivamente non avevano tardato a comprendere a qual limite realmente intendesse d'arrivare il conte di Cavour per quella via tortuosa, onde di comune consenso eziandio avevano riconosciuto nel Piemonte il perno della salvezza futura d'Italia, la sorgente unica della libertà e indipendenza comune. Essi non vedevano ancora chiaramente corno il conte di Cavour avrebbe potuto condurre a compimento la grande impresa, ma già da un capo all'altro della penisola si viveva nella convinzione che quanto egli faceva doveva tornare a vantaggio della patria italiana.

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Virtualmente investito dalla migliore parte della nazione del solenne mandato di condurre la questione italiana a esito di guerra contro la dominazione straniera, il conte di Cavour giudicò maturato il tempo d'appigliarsi all'aperto partito di far rendere ragione al suo Re colle armi di tante offese ricevute dall'Austria e di tante violazioni compiute da essa a danno della, quiete d'Italia. Ma per menare a buon termine questo compito definitivo, il quale non doveva essere iniziato per uno scompiglio rivoluzionario (1), il Piemonte non poteva esser solo da principio a lottare ne' campi di guerra contro il colosso dell'impero austriaco. Poderose armi ausiliario aggiunte alle sue necessariamente abbisognavano al figlio di Carlo Alberto per ricondurre vittoriosa fra la lombarda gente l'insanguinata bandiera di Novara. Tale era il fato d'Italia. Vincenzo Gioberti, che aveva chiaramente visto questa ineluttabile necessità, dalla terra del suo volontario esilio, aveva detto «sia l'amistà de' Franchi e dei Sardi auspice all'Italia tutta di unione patria e autonomia nazionale (2)». A sciogliere questo sacro voto d'italiana redenzione il " conte di Cavour andò a Plombières. Di là egli scriveva sotto la data del 21 luglio 1858 al marchese Villamarina, ambasciatore Sardo in Parigi:

Je viens de passer à peu près huit heures tète à tète avec l'empereur; il a été aussi aimable que possible; il m'a témoigné le plus vif intérêt et m'a donne l'assurance qu'il ne nous abandonnerait jamais.

(1) I seguenti brani di lettere dirette al signor La Farina basteranno a mostrare che tale realmente era il fermo proposito del conte di Cavour. Così egli pertanto scriveva - (26 novembre 1858) «Se le relazioni che giungono da oltre Ticino sono esatte, l'irritazione crescerebbe molto nel Lombardo Veneto. Sarebbe di suprema importanza l'impedire che questa giungesse sino a produrre moti incomposti e disordini di piazza» - (29 novembre 1858) «Non manchi domani alla solita ora. Per carità non moti incomposti. Fido pienamente in Lei perché so che sa e può» - febbraio 1859) «Non è il caso di pensare a moti incomposti, a governi «provvisorii, o ad altre sciocchezze ad uso 48» - (marzo 1859) «La rin grazio delle importanti comunicazioni. Sono informato dell'accaduto in Toscana. Si facciano indirizzi e proteste, ma, per carità, non moti in piazza. Scriva decisamente in questo senso ai suoi amici» - (novembre 1858) «Mi viene detto che X. siasi recato in Sardegna per conferire con Garibaldi. È di massima importanza che questi non si lasci sedurre, giacché ciò potrebbe mandare a monte il vasto progetto, al quale da lungo tempo lavoro. La prego perciò a voler tosto scrivere a Garibaldi per metterlo in avvertenza, esortandolo a non commettere imprudenze».

(2) Rinnovamento civile d'Italia, voi. 2°, pag. 128. Parigi 1851.

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In quel colloquio, nel quale tuttavia nulla fu stipulato per iscritto, al Piemonte rimase verbalmente assicurato l'aiuto armato della Francia nel caso di una guerra aggressiva per parte dell'Austria. Che ove in tale eventualità la fortuna si fosse mostrata propizia alle armi collegate, sarebbesi costituito per la Casa di Savoia un regno di dodici milioni di abitanti dalle Alpi all'Adriatico; la Francia riceverebbe in compenso Nizza e la Savoia. E perché il proseguimento di tali delicatissime pratiche abbisognava del massimo segreto, le due cancellerie diplomatiche di Torino e di Parigi rimasero estranee alle medesime, le quali pertanto furono condotte direttamente tra Napoleone III, Vittorio Emmanuele II e il suo primo ministro (1).

Lasciato Plombières, il conte di Cavour si portò a Baden a visitare il principe di Prussia, e di là attraversò la Svizzera, fece ritorno a Torino lieto e felice d'avere stabilmente assicurato l'avvenire della patria nazionale e d'essersi ovunque scontrato con avversarii dell'Austria. Egli pertanto scriveva al marchese Villamarina:

Je vous écris deux mots à la hâte pour vous annoncer mon retour à Turin après avoir visite Baden et la Suisse, j'ai été heureux de recueillir sur toute la route, des Souverains et des diplomates aussi bien qu'auprès des magistrats, des témoignages très-vifs de sympathie pour le Piémont et la cause italienne. Je m'attendais aux sentiments que les Suisses m'ont manifestés, mais les manifestations sympathiques de la part des Prussient m'ont surpris de la manière la plus agréable. L'Autriche, grâce à Dieu, par sa mauvaise foi... est parvenue à soulever tout le continent contraire.

Rinfocare viemeglio cotesta avversione della pubblica opinione contro il dominio imperiale in Italia, gittare orgogliosa Casa d'Asburgo nell'isolamento politico, incoronare l'Austria di spine e a «tw segno invelenirla da trarla a passi disperati, che rendendo inevitabile la guerra, facessero ricaderne la colpa sopra di essa, e così felicemente sciogliere il problema datogli da Napoleone III a Plombières, tali furono i concetti cardinali della politica operativa del conte di Cavour nei tre mesi, che ultimi precedettero la guerra nazionale del 1859. Fu anche questa una stupenda lotta di atleta, in cui egli tuttavia riuscì a meraviglia, superando gravissimi pericoli e attraversando poderosissimi ostacoli. Avvantaggiandosi destramente dell'appoggio del Governo inglese, il coste Buoi cercò alla fine del gennaio del 1859 di gittare il Piemonte compiutamente dal lato del torto incolpandolo di essere la sola e diretta cagione che all'Italia mancasse

(1) La meritata confidenza che tuttavia il conte di Cavour portava al marchese Villamarina lo condusse a scrivergli più tardi: «J'ai insisté avec énergie auprès de l'Empereur pour être autorisé à vous mettre au courant de nos secrets. L'Empereur y a consenti».

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la pace e la tranquillità, e proponendo conseguentemente un accordo comune delle grandi potenze per indurre la Sardegna a modificare le sue istituzioni governative (1). Il conte di Cavour arditamente accettò la lotta su questo terreno, rivolgendo contro l'Austria quelle stesse armi con che si voleva uccidere il Piemonte. Avendo lord Derbv fattogli chiedere quali fossero gli espedienti meglio adatti a migliorare le condizioni dell'Italia, egli rispose con un memorandum, che era un vero e solenne processo delle usurpazioni austriache in Italia, e degli sforzi fatti dal governo di Vienna per annientare l'indipendenza degli Stati italiani. E alla sua volta incolpando l'Austria dei mali che tormentavano l'infelice penisola. In quella sua scrittura diplomatica resa di pubblica ragione, il ministro dirigente la politica della Sardegna dichiarò: che a salvare l'Italia dai pericoli di una guerra o di una rivoluzione, soli e validi espedienti erano l'adottare per la Lombardia e la Venezia un governo proprio e nazionale, dare forma costituzionale agli Stati italiani, precludere assolutamente in essi l'adito agli austriaci interventi, e segregare amministrativamente dal resto degli Stati della Chiesa le provincie poste al di qua dell'Appennino. In un posteriore dispaccio al marchese d'Azeglio, ministro della Sardegna a Londra (2), il conte di Cavour aggiungeva: che egli pure ammetteva che la libertà nel Piemonte era un pericolo e una minaccia per l'Austria, ma che anco del pari bisognava ammettere e riconoscere che la Corte di Vienna, violando i capitoli di Vienna nella sostanza e nella forma, era pervenuta a rinserrare la Sardegna in un circolo di ferro, aspettando il tempo utile per isradicarvi le istituzioni liberali. Poteva e doveva esso, il Piemonte, attendere con istupida rassegnazione il compimento di tale destino? Di fronte ad una così gagliarda resistenza l'Austria abilmente indietreggiando, confessò la necessità delle riforme in Italia, e mostrandosi arrendevole ai consigli del Governo inglese tentò di porre nuovamente il Piemonte in una condizione disperata. I due seguenti documenti diplomatici, che qui si rendono di pubblica ragione, faranno conoscere quali fossero a quei giorni i veri intendimenti del gabinetto di Vienna.

Al Ministro degli affari esteri a Firenze.

(Riservatissimo) Vienna, 4 aprile 1859.

Come ebbi già l'onore di annunciare all'Eccellenza Vostra, il conte Buoi rimise a Lord O. Loftus il 1° del corrente mese due Note, dettate nel 31 marzo, in risposta alle comunicazioni inglesi formulate nelle due note trasmesse da lord Loftus al conte Buoi ai 28 di marzo. Nella prima delle

(1) Dispaccio del conte Buoi al conte Apponv, 25 gennaio 1859.

(2) Dispaccio del conte di Cavour al marchese d'Azeglio, 17 marzo 1859.

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due note austriache si dice che il Governo di S. M. I. e R. si felicita della dichiarazione che l'Inghilterra ha emessa, volere cioè intendersi col Governo francese per agirò di concerto a Torino onde il Piemonte dimetta la sua attitudine minacciosa. L'Austria, aggiunge la nota, spera del buon risultato dell'azione franco-inglese a Torino, e tanto più si trova nel caso di doverlo sperare in quanto essa è ben decisa a non prendere parte al Congresso prima del disarmo e del licenziamento dei Corpi Franchi in Piemonte. Quando questi due fatti saranno compiuti, l'Austria prende l'impegno formale e solenne di astenersi da ogni atto aggressivo contro il Piemonte purché venga rispettato il territorio austriaco e quello degli Stati alleati dell'Austria.

In un annesso poi a questa nota si trovano le dichiarazioni dell'Austria relativamente a ciascheduno dei quattro punti proposti dall'Inghilterra come programma del Congresso, più un quinto punto che il Governo austriaco aggiunge ai precedenti. Ecco quasi testualmente le dichiarazioni dell'Austria.

1° Il Congresso esaminerà quali possono essere i mezzi per ricondurre la Sardegna all'adempimento dei suoi doveri internazionali, e si occuperà delle misure da prendersi per evitare il ritorno delle complicazioni attuali.

2° La questione dell'evacuazione degli Stati pontificii potrà essere discussa. Il Congresso però abbandonerà ai tre Stati direttamente interessati la cura di occuparsi dei dettagli di esecuzione. L'altra questione delle riforme amministrative in alcuni Stati italiani potrà essere agitata. Si diverrà ad un accordo sui consigli da darsi, ma la loro adozione definitiva sarà abbandonata alla decisione degli Stati direttamente interessati.

3° La validità dei trattati speciali dell'Austria cogli Stati Italiani non può esser discussa. Ma se tutte le potenze rappresentate al Congresso converranno fra loro di produrre i proprii trattati politici cogli Stati Italiani, l'Austria vi si presterà egualmente per parte sua, L'Austria pertanto si porrà d'accordo coi Governi italiani interessati per poter presentare al Congresso i trattati medesimi, e per esaminare dentro quali limiti la revisione loro potrebbe essere riconosciuta utile (sebbene non si accetti per ora dall'Austria l'idea della sostituzione ai trattati Austro-Italiani di una combinazione diversa, tuttavia siamo ben lontani dall'epoca in cui il conte Buoi diceva: l'Austria intende che siano mantenuti i suoi trattati coi Governi italiani come se fossero trattati europei).

4° L'Austria è perfettamente d'accordo coll'Inghilterra in ciò che non si dovrà toccare alle sistemazioni territoriali e ai trattati del 1815 non che a quelli che sono stati conchiusi in esecuzione dei medesimi.

5° punto aggiunto dall'Austria; accordo di un disarmo simultaneo a cui procederebbero tutte le grandi potenze.

Nella seconda Nota il conte Buoi trova conveniente che i Governi italiani mandino degli agenti (vocabolo sostituito a quello di delegati) nei luogo ove si terrà il Congresso. Questi agenti non sarebbero in corrispondenza officiale col Congresso, ma dovrebbero essere consultati confidenzialmente dai membri di questo, ciascheduno sugli affari che interessano specialmente il proprio governo. Il Governo austriaco ha modificato

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anche sotto questo rapporto le idee che aveva espresso quando nella risposta al signor Balabine si riferiva al protocollo di Aquisgrana, il quale stabilisce che gli affari degli Stati terzi non potranno essere discussi in Congresso se non dietro formale invito da parte loro e sotto la condizione, che i medesimi vi prendano parte direttamente per mezzo dei loro plenipotenziarii.

Vi è chi rimprovera il conte Buoi di avere ceduto anche in questa occasione. È nell'intenzione del Governo inglese di sostenere il progetto di sostituire ai trattati austro-italiani una Confederazione dei Governi Pontificio, Toscano. Parmense, Piemontese, Modenese.

Voglia la prego eco.

Saminiatelli.

Allo stesso, ivi.

(Riservatissimo) Vienna, li 6 aprile 1859.

Le previsioni le più allarmanti si confermano. Il gabinetto di Vienna non ha ancora ricevuta comunicazione officiale dei risultati degli sforzi tentati dall'Inghilterra e sino anche a un certo punto dalla Francia per indurre il Piemonte al disarmo. Si sa però che il Piemonte vi si ricusa, mentre d'altronde insiste per prendere parte al Congresso al pari delle grandi potenze. Pretensione evidentemente assurda; se si sta ai quattro punti proposti dall'Inghilterra come programma del Congresso, il Piemonte è lo Stato d'Italia, la di cui presenza è meno necessaria al Congresso. Il Piemonte non ha con l'Austria trattati speciali politici.

Non si tratta per lui di riforme nell'amministrazione interna, giacché esso si considera e vien considerato da alcune delle Grandi Potenze come il Governo modello da cui gli altri in Italia dovrebbero prendere esempio.

Il Congresso, tenendo sempre fermi ì quattro punti inglesi, non potrebbe occuparsi che di fissare sopra nn piede più pacifico i rapporti internazionali del Piemonte. Il disarmo ne è una condizione inevitabile, ed a questa il Piemonte si ricusa. Quale interesse speciale avrebbe dunque il Piemonte da sostenere nel Congresso? Forse disgraziatamente i quattro punti inglesi non riassumono il vero scopo del Congresso. Vi si vogliono agitare altre questioni vitali, e il Piemonte intende discuterle cogli altri.

Del disarmo del Piemonte il conte Buoi continua a farne sempre una condizione alla partecipazione dell'Austria al Congresso. In questo stato di cose si propongono giornalmente dei mezzi termini di un'accettazione più o meno possibile L'Inghilterra, dice il conte Buoi, ha promesso di concertarsi colla Francia per agire sul Piemonte onde indurlo al disarmo. Per questo disarmo l'Austria ha insistito formalmente nella sua risposta. Il Governo di S» M. deve ora aspettare che l'Inghilterra gli dia contezza del risultato dei suoi sforzi a Torino.

La probabilità di una guerra imminente cresce di giorno in giorno.

Aggradisca ecc.

Saminiatelli.

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Stretto da tali pressure dell'Austria e dell'Inghilterra, calorosamente consigliato dalla Russia a non intralciar la convocazione di un congresso ricomponitore pacifico della questione italiana, persuaso che per quanto fosse viva e sincera la voglia di Napoleone III di giovare all'Italia, pure egli ripugnava ad assumere sopra di sé la grave responsabilità di una guerra aggressiva contro l'Austria, tuttavia il conte di Cavour non si era perduto d'animo. Ricevuta la notizia ufficiale che a contentare l'Austria, le grandi potenze s'erano accordate nell'escludere dal Congresso il Piemonte nella sua qualità di potenza di second'ordine, egli diplomaticamente ne fece le più vive e forti rimostranze, mostrando quanto fosse ingiusta tale esclusione di uno Stato, che alcuni anni innanzi aveva perduto quattro mila soldati e speso cinquanta milioni in una lotta sostenuta con animo disinteressato per salvaguardare l'indipendenza e l'equilibrio politico dell'Europa. Quindi addì 25 marzo 1859 portatosi presso l'Imperatore Napoleone III, egli aveva ottenuto, che ove realmente il Piemonte non potesse prendere alcuna parte alle deliberazioni del Congresso, conserverebbe libertà piena e intiera di risoluzioni e di movimenti. Guarentitosi cosi un libero campo, dove il Piemonte nel risolversi poteva prendere soltanto consiglio dall'interesse proprio e dalla propria dignità, il conte di Cavour recisamente negò di assentire alle sollecitazioni dell'Inghilterra e della Prussia, le quali offerendo la propria guarentigia al Piemonte contro ogni aggressione dell'Austria, instavano perché esso primo disarmasse. L'Austria (fieramente rispondeva il ministro dirigente la politica della Sardegna) l'Austria era stata la prima a porre mano agli apparecchi belligeri e ai preparativi di guerra, la dignità, del Piemonte non permetteva pertanto, che esso facesse per il primo quello che altri dovevano fare. Ma poiché a tirarlo nella rete tesagli, bisognava possibilmente stancare il Gabinetto di Vienna con transazioni di scarso valore, non mostrarsi riluttanti a qualunquesiasi accordo, il conte di Cavour fece all'Inghilterra e alla Prussia la proposta di una convenzione, per la quale i due eserciti, austriaco e piemontese, si terrebbero ad una uguale distanza dalla frontiera a prevenire qualunque aggressione accidentale. L'Austria, che nel suo orgoglio di grande potenza non voleva ad alcun costo andar di pari del piccolo Piemonte, rifiutò e formolo un'altra proposizione, quella del disarmo generale di tutte le parti come condizione pregiudiziale del Congresso. La Franoia accettò questo espediente come norma comune di procedere, ma dichiarò di volerlo subordinato nel suo attuamento alle deliberazioni del Congresso. All'Inghilterra, ohe se ne fece calorosa persuaditrice al Piemonte, il conte di Cavour rispose: che ove non si fosse persistito nel voler esclusa la Sardegna dal Congresso, essa avrebbe potuto seguire l'esempio della Francia; ma avendola condannata all'isolamento, questo stesso stato le vietava di assentire tale proposta.

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Tuttavia per secondare fin dove era possibile gli sforzi dell'Inghilterra per il mantenimento della tranquillità in Italia, il conte di Cavour propose, che ove l'Austria s'impegnasse a non inviare nuove truppe in Italia, il governo di Torino non chiamerebbe sotto le armi le sue milizie di riserva, non porrebbe sul piede di guerra il suo esercito e lo manterrebbe fermo nelle posizioni difensive in che stava da tre mesi. Nuova impossibilità d'intendersi, e nuovi sforzi per indurre il Piemonte a maggiore pieghevolezza di concessioni. L'Inghilterra pertanto fece intendere al governo di Torino: che un plenipotenziario Sardo assisterebbe al Congresso, ma unicamente per trattare la questione del disarmamento. Il conte di Cavour rigettò anche tale proposta siccome quella, ei diceva, che era umiliante e offensiva della dignità del suo Be e del suo paese. Il Gabinetto di Londra fece allora un ultimo sforzo coll'insistere fortemente a Vienna e a Parigi sulla proposta di un simultaneo disarmo di tutte le parti in contesa, sotto la clausola dell'ammessione della Sardegna e degli altri Stati italiani alle Conferenze del Congresso con grado uguale a quello delle altre potenze. Non potendo l'imperatore Napoleone III rifiutare una tale proposizione senza confessare apertamente al cospetto di tutta l'Europa che egli voleva la guerra ad ogni costo, un dispaccio laconicamente imperioso venne da Parigi a Torino per dire: accettate immediatamente le condizioni preliminari del Congresso e rispondete per mezzo del telegrafo. Il conte di Cavour, riparandosi dietro il pretesto che gli bisognava consultare la Corte di Pietroburgo, non diede l'immediata risposta,sì la fece in senso affermativo addì 17 aprile, nel quale giorno veramente per una comunicazione ricevuta da Napoli (1), egli era reso consapevole: che l'imperatore Francesco Giuseppe era fermamente risoluto di togliersi da quel dannoso temporeggiare, nel quale egli diceva di non vedere che il trionfo degli astuti maneggi del Piemonte e della Francia. Effettivamente addì 19 d'aprile del 1859 l'Austria orgogliosamente per un ultimatum intimò al Piemonte o il disarmamento immediato o la guerra. Il Piemonte accettò la guerra per il buon diritto d'Italia, laonde il 26 dello stesso mese il conte di Cavour con dignitosa calma piena di grandezza, consegnò al barone

(1) Pubblicherò in altro tempo più opportuno l'onorato nome di colui che diede tale confidenzialissima notizia al conte di Cavour. Basta per ora l'accennar qui su tale pratica un memorandum del Ministro degli affari esteri, Carafa, per S. M. il re Ferdinando II: 15 aprile 1859; archivio degli affari esteri di Napoli. In quello scritto il ministro Carafa rapportava al Re: che dietro comunicazioni ricevute dall'ambasciatore austriaco, l'Austria aveva labilmente deciso di attaccare il Piemonte, ove esso non cedesse all'intimazione diritte del disarmo.

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di Kellersperg una risposta ripulsiva delle austriache pretensioni. Fu giorno solenne davvero quello per il grande ministro italiano. La guerra, che già sino dal 1856 egli erasi adoperato a iniziare nel Congresso di Parigi, finalmente veniva a porre il serto della vittoria sul capo dell'abile e animosa diplomazia piemontese. La parte più scabrosa del problema posto a Plombières, era anch'essa' felicemente sciolta, avvegnacchè già luccicavano al Ticino le invaditrici armi austriache. E mentre da ogni parte del mondo europeo veniva sull'italiana terra un voto di vittoria per il libero Piemonte, l'Austria politicamente isolata da tutte parti, e sotto il peso della riprovazione universale, moveva alla prova suprema delle armi, già condannata dall'inappellabile tribunale della pubblica opinione. Ma l'ardito consigliere della piccola monarchia Sarda nel chiamare in aiuto un tanto formidabile alleato aveva egli poi badato a impedire che il soccorso non si tramutasse in vassallaggio, e a maneggiarsi in guisa tale che fosse per riuscire veramente italiana quella guerra, che doveva essere all'Italia datrice e assicuratrice di libertà e d'indipendenza? Continuiamo a narrare e i fatti risponderanno.

La formazione di un grande e vasto partito nazionale è una delle maggiori glorie del conte di Cavour. La bandiera che egli a tal fine alzò fu posta così in alto e al sicuro d'ogni rancore, d'ogni diffidenza da poter essere vista da tutti e da dare a tutti gl'Italiani che volessero sul serio l'attuamento del concetto nazionale, facoltà piena di venire a prendervi sotto un posto onorato. Per lui il rancore in politica era un assurdo, e un dovere l'esercizio di una politica generosa, conciliatrice, amicantesi tutte le parti, che deposto il carattere di fazione e di setta, si mostrassero disposte ad appigliarsi al partito meglio adatto a porre l'Italia in essere di nazione. Fermamente risoluto in tale proposito di adunare attorno ad una stessa bandiera dalle Alpi agli ultimi lidi della Sicilia in una stessa impresa nazionale patrizii e plebi, conservatori e democratici, quanti insomma erano italiani uomini degni di questo nome, egli stese generosamente, cordialmente la mano a tutti, a nessuno chiese del passato, e dell'opera di ciascheduno nel cooperare alla santa impresa si servì largheggiando in encomii, in ricompense, senza mai umiliare, senza mai pretendere al di là di ciò che era dato spontaneamente, liberamente. E i risultati furono ottimi. Voltando addirittura le spalle a Giuseppe Mazzini, il partito repubblicano per mezzo di Daniele Manin disse alla Casa di Savoia: fate l'Italia e sono con voi. Le vecchie fratellanze settariche rimasero presso che disertate, e uomini autorevoli per virtù cittadine, per ingegno e riputazione si accomunarono in concetti e in opere nella Società Nazionale, che portava, scritto sopra il suo stendardo:

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Indipendenza, Unificazione e Casa di Savoia (1). E il conte di Cavour anco di fronte a un così colossale concetto, al cui attuamento, per restar entro ai termini del vero, non aveva fede in quel periodo di tempo, ma nel quale pure voleva tener unite e usare tutte le forze vive della nazione, non dubitava, dico, di chiamare nella propria casa allo spuntare pressoché d'ogni giorno, Giuseppe La Farina per aver notizia del libero lavoro di quella indipendente società, di cui egli era maestre» vole guidatore e davagli delicatissime incombenze, ponendolo per anco a parte di altri segreti diplomatici. Fu in una di quelle mattinali conferenze che l'onorevole La Farina, entrò a discorrere della convenevolezza di fare in Piemonte un ammanimento di volontarii delle altre parti d'Italia per la prevedibile guerra. L'illustre uomo di Stato, dopo poche parole del proponitore, afferrò addirittura l'importanza della cosa, e francamente vi assentì, a condizione che i venuti fossero per riuscir molti, giacché, egli disse, per i molti si può sostenere una seria resistenza diplomatica, mentre per i pochi si avrebbe dovuto facilmente sottostare alle esigenze dei trattati in vigore. Propriamente vennero i molti, e quei molti erano il fiore della gioventù lombarda, veneta, modenese, parmense, romagnola, toscana uscita silenziosa dalla materna terra, null'altro chiedente a Dio e agli uomini che di poter combattere e morire per l'Italia. Il conte di Cavour fu lieto del sopraggiungere in Piemonte di cotesta forza, che egli chiamava addirittura rivoluzionaria, e che tuttavia difese a viso aperto contro la diplomazia francese, la quale vedeva in essa una causa di disordini politici, non che presso il Ministero della guerra, che temeva in essa un fomite di disordini militari. Anzi in conformità del suo vivo desiderio che allo scoppiare della guerra l'esercito piemontese prontamente si tramutasse in esercito italiano, s'adoperò affinché non si ponessero inciampi ai volontarii d'ascriversi in esso. Così pertanto scriveva a Giuseppe La Farina nel marzo del 1859 e Mi fu riferito che alcuni distolgono i giovani di entrare e nell'esercito, e gli spingono nei depositi per militare sotto Garibaldi» «Questo non sta, bì lasci libera la scelta, Veda di neutralizzare e queste arti perfide. Sarà forse bene che Garibaldi spedisca un suo «fido nel cantone Ticino per attirare a sé quei pochi che aspettano «Mazzini».

(1) Quando il La Farina notificò per lettera al conte di Cavour la fondazione della Società Nazionale, Cavour lo chiamò a casa sua, e dopo lunga conferenza gli disse: «Italia diverrà una nazione una secondo il concetto della loro società, non so se tra due o tra venti o tra cento anni. Ella non è ministro; faccia liberamente; ma badi che se sarò interpellato nella Camera, o molestato dalla diplomazia, la rinnegherò come Pietro». E chiuse il discorso con quel forte accoscio di ripa, che gli era consueto. Il La Farina rispose: «Se occorre mi cacci via o mi processi; ma per ora ci lasci fare»

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I volontarii raggruppati attorno al generale Garibaldi stavano pure negl'ardimentosi calcoli del conte di Cavour come uno dei più validi mezzi a conseguire il fine vero e unico di tutto il suo persistente lavoro, quello cioè di strascinare ad ogni costo l'Austria a farsi aggreditrice. Egli scriveva quindi addì 13 febbraio 1859 al La Farina: «Prepari il progetto per i corpi volontarii. Quando avrà«in pronto il suo lavoro si compiaccia portarmelo all'ora consueta». E pochi giorni appresso soggiungeva: - «Confermo che il suo pro«getto è accettato. Pensi a concentrare i mezzi d'azione là dove si deve cominciare il ballo». Come più sopra si è accennato, in quei giorni il gabinetto di Torino si trovava avvolto fra le maggiori pressure diplomatiche, e avvegnacchè eravi prossimo pericolo di rimanere soffogati dalle medesime, il conte di Cavour sempre inesauribile nella creazione dei mezzi per condurre innanzi la causa nazionale,aveva pure afferrato quello di lasciar sospingere i volontarii, guidati dal generale Garibaldi sulle creste dell'Appennino Modenese,onde così rompere violentemente la maglia delle diplomatiche negoziazioni, e dietro l'inevitabile intervento dell'Austria negli Stati del duca Francesco V, principiare, come ei diceva, il ballo.

Spettacolo senza esempio cotesto d'Italia nei primi mesi del 1859. Nella sua reggia il figlio di Carlo Alberto impaziente di cimenti riparatori? Nelle terre subalpine migliaia di esuli affannosamente anelanti le sante gioie compagne al tardo ritorno alle materne case. I più audaci e i meno disciplinabili guerriglieri della rivoluzione col ferro a metà snudato mormoranti che il tempo del procrastinare già si faceva lungo di troppo. Trentamila volontarii frementi nella signoreggiante convinzione che alla fortuna delle armi doveva esser commessa la sorte della patria comune. I valorosi figli dell'armigero Piemonte aspettanti al sorgere d'ogni alba il reale cenno di marciare primi soldati d'Italia nelle patrie guerre. Per tutta la distesa dell'Italia mediana e settentrionale i più leali, i più onorati uomini, divenuti guidatori della più onesta cospirazione, che il mondo abbia mai visto, in moto affannoso dal mattino alla sera, affinché quando s'udisse il cozzo delle italiane colle austriache armi, fosse bello e degno il sollevamento nazionale.

II mondo ignorerà per sempre tutto il travaglio immensamente faticoso che in quei giorni si fece dentro la mente del conte di Cavour. Ma la storia nella sua giustizia narrerà, che in mezzo a tanto sobbolliraento travaglioso di violente passioni, di odii mortali,di irrequietezze generose, di impazienze entusiastiche e di temporeggiamenti tormentosi, egli rimase imperturbabilmente sereno calcolatore de' fatti occorrenti, seppe con straordinaria saldezza di mente padroneggiare uomini e cose, speculò con sagacità tenace le migliori opportunità per agire,

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e benché si sentisse stretta in pugno la rivoluzione fremente, non una sola volta si dipartì da quella paziente moderazione di concetti e di opere, che unicamente poteva salvare la questione italiana dal venire lacerata dagli artigli dell'Austria in quell'ultimo e più che mai difficoltoso periodo delle negoziazioni diplomatiche. Ma suonata che fu l'ora delle audaci e forti risoluzioni, l'anima patriottica del conte Camillo di Cavour largamente estrinsecò anch'essa le entusiastiche ambizioni e i legittimi risentimenti della sua risorta gente. Vedetelo! Egli a un tempo presidente del Consiglio, ministro degli affari esteriori e degli interni,della marina, della guerra, ha fatto trasportare il suo letto nelle stanze del ministero della guerra e nel corso delle notti passeggia in veste da camera, passando da un ministero all'altro per dare ordini relativi alla polizia, alla corrispondenza diplomatica, alle cose guerresche infiammando tutti col proprio esempio a operosità di patriotismo. Egli s'impazienta del lento provvedere all'equipaggiamento dei volontarii di Garibaldi e vuole ad ogni costo che essi siano condotti prontamente a ricevere, sono sue espressioni, il battesimo dei forti. Il cannone italiano deve tuonare contro gli Austriaci prima del sopraggiungere dei battaglioni francesi, egli ripetutamente dice, e ne fa le più calorose sollecitazioni al generale La Marmora. Al marchese Gualterio, che gli annunzia il felice esito della rivoluzione toscana, risponde per le vie telegrafiche: - «Coraggio, amici, e daremo all'Italia il rinnovamento dal Gioberti ideato». Al conte Cesare Giulini, venuto nella risoluzione generosa di correre a Milano onde presente ancora il soldato straniero, farvi proclamare il governo nazionale, scrive: «Vada, caro Giulini, in Lombardia, e faccia che al nostro approssimarsi Milano e le vicine città sorgano in modo da«dimostrare alla Francia, all'Imperatore, all'Europa che siamo degni«di ritornare nazione libera, forte, indipendente. Andate, e che Dio«benedica i forti vostri propositi. A rivederci a Milano, ove stringe«remo il patto d'unione, che i nemici interni ed esterni d'Italia non«potranno rompere mai. Addio. Cavour». - Poiché ora egli giace in perpetuo silenzioso fra le gelide braccia della morte, gittato innanzi tempo nel grembo dell'eternità dalle cieche ire di alcuni di coloro, che in cotesto periodo di santa concordia cittadina aveva indotti alla gran tregua di Dio per la salute della comune madre latina, fate scolpire, o Italiani, sull'imperituro sepolcro di Santena: che ivi RIPOSA IL BUONO E GENEROSO PADRE DELLA PATRIA NASCENTE, e avrete soddisfatto al maggior debito espiatorio di giustizia e di gratitudine nazionale.

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VII.

Alcuni, che con vanità bugiarda si sono pavoneggiati nello spacciarsi per i meglio informati dei segreti pensieri di Napoleone III e del conte di Cavour, e altri per mestiere o per passione inclinevoli a denigrare sempre, più volte si sono incontrati nell'affermare, che fra gli accordi di Plombières vi finanche quello di fare della Toscana fino Stato al Principe Napoleone, e che conseguentemente una segreta officina di piemontesi macchinazioni non tardò a impiantarsi in Firenze. Prette menzogne sono queste. Ciò che la storia può affermare con verità e giustizia è, che il palazzo della Signoria in Firenze nella lunga serie delle vicissitudini del principato toscano non ebbe mai ospiti più indegni di coloro, i quali n'uscirono nell'aprile del 1859 dal disprezzo popolare cacciati da una terra, che in ricompensa d'essere stata loro larga d'affetto ed ossequio, avevano indegnamente oltraggiata nello sue franchigie, nella sua dignità, nel suo onore. Il granduca e i suoi consiglieri non potevano dissimulare che allo scoppio della guerra contro l'Austria, essi si sarebbero inevitabilmente trovati nell'alternativa o di abbracciare la causa italiana è di venire alle prese colla rivoluzione. Napoleone III offerse alla monarchia toscana il primo e sicuro mezzo di salvezza, tanto egli era lontano dal preconcetto disegno di fare della Toscana uno Stato al principe Napoleone. Il seguente documento non ammette ragionevole contraddizione:

Al Ministro degli affari esteri a Firenze.

Parigi, 26 aprile 1869,

Nella giornata di ieri ebbi due lunghissime conferenze con Walewskj sull'affare della neutralità. Nella prima gli esposi quanto Ella mi mandò col telegramma di domenica, e nella seconda egli ini notificò le determinazioni prese dall'Imperatore, al quale quel Ministro aveva reso conto con ogni dettaglio del nostri parlari e dei risultamenti degli studi i fatti nel di lui ministero sulla questione della nostra neutralità e sul desiderio espresso che fosse finalmente riconosciuta e guarentita. Dopo la dichiarazione fatta da noi all'Austria intorno all'impossibilità di eseguire il trattato del 1815,qui si opina che la Toscana rientra nelle condizioni di quegli Stati che non hanno in animo di prendere parte alla guerra, e che si trovano per conseguenza nella categoria di quelli che il diritto pubblico riguarda naturalmente neutri. Il perché sarebbe del tutto inutile, secondo il governo francese, procedere ad un atto che la constatasse pubblicamente, e per le notizie che si hanno poi,cagionerebbe senza fallo, in Toscana, manifestazioni diametralmente contrarie allo scopo preso di mira dal Governo...

In questo gravissimo stato di cose, Walewski, che desiderava ardentemente il nostro bene,e che ha per la famiglia granducale la più viva affezione, mi fece confidenzialmente sentire che nelle presenti congiunture

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due sono le vie aperte per noi. Lo statu quo, neutralità dichiarata o no, o l'accordo colla Francia. Nel primo caso non si inette più in dubbio che trattandosi di guerra nazionale, il Governo nostro sarebbe per lo meno debordi; nel secondo, l'Imperatore, mosso unicamente da considerazione di stima, di riconoscenza, di affetto per la nostra dinastia, s'impegnerebbe a guarentirle, sotto le condizioni il meno possibile onerose, la corona di Toscana en tout état de cause.

Ascoltai queste aperture confidenziali in modo puramente passivo, evitai perfino di dire al Ministro degli affari esteri che le ne avrei dato conto.

Nerli.

In quanto ai veri intendimenti del Re di Piemonte verso la Corte

granducale di Firenze negli ultimi mesi, che precedettero la guerra del 1859, essi non possono in alcun modo qualificarsi fraudolenti e ostili. Il sistema politico del conte di Cavour rimase invariabilmente assoluto rispetto al fine supremo, che era quello dell'indipendenza territoriale della Penisola, ma in ordine ai mezzi d'attuamento si conservò sempre relativo, non lasciandosi giammai sviare o arrestare da formule preconcette. Servendosi a vantaggio della sua politica previdente, progressiva e che voleva approfittare di tutte le occasioni,di tutte le forze, e non trascurare alcuna probabilità, servendosi,dico, del lavoro nazionale di tutti i partiti onesti, senza impastoiarsi esclusivamente in alcuno di essi, egli sempre usò, come più gli parve opportuno, l'opera comune, procedendo con passo libero verso quelle soluzioni, che la sua mente, inesauribile nella creazione dei mezzi, vedeva conseguibili sul terreno della realtà. Indubitatamente, guardando le cose da un tale lato, nel 1859, prima dello scòppio della guerra contro l'Austria, il conte di Cavour credeva il federalismo una necessità transitoria, onde coll'aiuto armato della Francia unizzare per la creazione di un forte regno di dodici milioni d'italiani, la Penisola in quelle sue parti, nelle quali era stato sempre maggiore il pericolo delle invasioni straniere e che costituiscono il nucleo della sua difesa nazionale. E perché eziandio egli avrebbe voluto che ne campi di guerra le milizie regolari italiane si fossero trovate addirittura maggiori o almeno uguali in numero alle francesi, così egli non aveva ristato dal fare nuovi tentativi per indurre i governi di Napoli e di Firenze alla compartecipazione dell'impresa nazionale (1). E che sia conforme al vero questa, nostra affermazione rispetto alla

(1) Relativamente alla Corte di Napoli, il Canofari sotto la data del 4 maggio 1859 scriveva da Torino al Ministro degli Affari esteri di Napoli - «Dal dispaccio di V. E. del 29 del passato mese, col quale mi partecipava la determinazione del nostro Augusto Padrone di serbare nelle occorrenti contingenze una perfetta neutralità, ho tosto, secondo gli ordini di V. E., discorso col conte di Cavour. Egli sulle prime fece qualche allusione alla comunità degli interessi, al bisogno di unirsi, e infine disse: avrei bramato qualche cosa di più

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Corte granducale di Firenze, e s'abbiano pertanto a tenere al tutto menzognere le imputazioni fatte al conte di Cavour di essere stato artefice d'indegni maneggi per ammanire un precipizio al trono di Leopoldo II, lo chiarirà la seguente credibile testimonianza, che qui si rende di pubblica ragione:

Al cavaliere Lenzoni a Firenze.

(Riservato) Torino, 12 aprile 1859.

Terminata la conversazione relativa agli imbarchi clandestini nel porto di Livorno, il conte di Cavour ha preso motivo dagli avvenimenti gravissimi che si preparano, a rimuovere i quali crede ormai impotenti gli sforzi della diplomazia, per domandarmi se mi fossero palesi le intenzioni del mio Governo in caso che scoppiasse la guerra, e mi ha espresso il vivo desiderio del gabinetto di S. M. Sarda di stringere migliori rapporti con quello di S. A I. IL il granduca, nostro augustissimo signore, nell'interesse comune dei due Stati. Sopra di che ho risposto non essere in grado di dare nessuna spiegazione, e mi sono limitato a dire che la politica del mio Governo fu in ogni tempo per massima neutrale e diretta a mantenere buoni rapporti con tutte le potenze estere che non gli davano motivo in contrario. Il conte di Cavour ha aggiunto che aperture nel senso sopraindicato erano già state fatte dal cavaliere Boncompagni, e che non erano state categoricamente respinte da cotesto Ministero.

Quindi in via di discorso confidenziale ha chiesto di espormi il suo modo di vedere sullo stato presente delle cose. La situazione, ha detto, facendosi ad ogni istante più grave, e gli avvenimenti da cui possono dipendere le sorti d'Italia essendo alla vigilia di compiersi, sembrargli quasi inevitabile che il Governo Granducale sia tosto o tardi costretto dalla forza stessa delle cose a sortire da quella posizione di prudente riserva di neutralità, in che ha potuto mantenersi sin'ora, per adottare quella linea di condotta che stimerà più giusta e più vantaggiosa per il Granducato. Il conte di Cavour è persuaso che le grandi potenze chiamate a far parte del Congresso, ad eccezione dell'Austria, tutte sono d'accordo sulla convenienza di moderare l'influenza austriaca in Italia, e di ritornarla nei limiti assegnatile dai trattati del 1815. Solo il gabinetto di Vienna mostra di non voler cedere e neppure negoziare su questa base, cercando ogni pretesto per impedire la riunione del Congresso medesimo; anzi accingendosi alla guerra con avanzare le sue truppe verso il Ticino, e con chiamare sotto le bandiere anche la riserva dell'esercito imperiale.

Il Governo Sardo, forte del concorso materiale delle armi francesi, già pronte a marciare in aiuto del Piemonte, conta pure sull'appoggio morale, cosi crede il conte di Cavour, di quelle potenze che hanno adottato il principio della limitazione dell'influenza austriaca in Italia, e jp assi me della Russia e della Prussia. In quanto all'Inghilterra, sebbene non abbia troppi motivi di lodarsene, assicura il Cavour che il suo memorandum ha incontrato la piena approvazione del Governo di Londra.

Lord Malmesburv lo ha inoltre assicurato che sino al Po la politica inglese era d'accordo con quella dell'attuale Ministero Sardo.

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Ho creduto mio dovere di riferire a V. £. quanto mi ha detto in questa circostanza il primo Ministro del Re di Sardegna. Gradisca i sensi del mio profondo ossequio.

Provenzali.

Cosi mentre Napoleone III, essendo già imminente la guerra contro l'Austria, si dichiarava disposto ad assicurare con forti guarentigie la corona granducale sul capo di Leopoldo II purché egli franca mente entrasse a parte dell'alleanza franco-piemontese, il conte di Cavour non tralasciò di cooperare allo stesso risultamento, esponendo al legato toscano in Torino, il vero stato delle cose con tale abbondanza di argomenti e franchezza di parole, che non potevano lasciare cadere alcun dubbio sulla sincerità dell'offerta. Leopoldo II ed i suoi consiglieri vollero invece rimanere austriaci e presero la via di Vienna nella stolta credenza di essere in breve ricondotti a Firenze dalle armi imperiali. Allora la gentile Toscana con virile saggezza principiò a dare la materia per la più bella pagina della odierna rivoluzione italiana, invocando addì 28 aprile la dittatura del Re di Piemonte. Egli è noto come il conte di Cavour, replicando in data del 30 dello stesso mese, ricusasse in nome del Re, per ragioni di alta convenienza l'uffizio dittatorio, ma si accettasse la suprema direzione delle cose guerresche e la protezione degl'interessi toscani in quanto si connettevano all'impresa nazionale in corso, delegando i poteri necessarii a quest'uopo ad un Commissario straordinario. Ma in quel protettorato piemontese, invocato dal libero voto della Toscana, il conte di Cavour non tardò a trovare un nuovo perno onde svolgere in più larga cerchia la sua politica preveggente e progressiva; laonde sollecitando, per quanto gli era permesso dalle circostanze, l'unione al Piemonte degli Stati dell'Italia settentrionale e mediana, s'apparecchiò ad avere in proprio favore fatti compiuti dal diritto della sovranità ritornata nel popolo da opporre alle combinazioni arbitrarie della diplomazia. E a mettere su tale terreno preventivamente i convenevoli addentellati, addi 14 giugno 1869 egli V indirizzò agli agenti tfella Sardegna presso gli altri governi una circolare diretta a mostrare: che l'annessione della Lombardia al Piemonte e neanco la formazione di un grande regno, indicato dai limiti geografici, dai costumi, dall'uniformità di razza e della lingua, porterebbe nocumento all'equilibrio europeo. Il seguente documento da notizia dell'effetto, che quella circolare del conte di Cavour produsse nella diplomazia francese e napoletana.

Al Ministro degli affari esteri in Napoli

Parigi 1° luglio 1859.

Parlando dell'ultima circolare del conte di Cavour e sulle conseguenze 0 a.«che egli spera della presente guerra col conte Walewski, mi ha questi domandato quale senso io gli attribuiva. - Io gli ho risposto:

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Il se prépare des arguments pour se plaindre qu'on lui aura domé un morceau trop petit. - Infatti quando il conte di Cavour osa sognar un regno di tutte le popolazioni come l'indica la configurazione del suolo, l'uniformità d'origine, di razza, di costumi, è chiaro che aspira egli a divenire re di tutta l'Italia. Il conte Walewski mi ha replicato - y compris Rome et Naples. - Oui, selon la circulaire: ho risposto. Il conte Walewski ha soggiunto- Je suis bien aise de pouvoir dire que vous aussi l'avez atnsi interprete, ed ha finito dicendo: mais il fait le compte sana l'hòte - ed in tupno molto adirato verso l'arrogante ministro del Re di Sardegna,

Antonini

Veramente alquanti giorni dopo un tale colloquio parve che gli avvenimenti volessero far piena ragione all'iroso sentenziare del conte Walewski. L'undici luglio 1859, contro l'universale aspettazione e una gloriosissima vittoria, Napoleone III conchiudeva la pace con l'imperatore Francesco Giuseppe. Ora che il tempo ha maturato gli effetti della pace di Villafranca, ogni italiano deve benedire il giorno in che Napoleone III si arrestò nella sua impresa guerresca, poiché da quel giorno nacque l'unità italiana. Se il programma di Parigi delta liberazione dell'Italia dalle Alpi all'Adriatico avesse ottenuto il suo finale compimento, avrebbesi avuto bensì un magnifico regno piemontese, ma l'Italia, l'Italia costituentesi in essere di nazione una e indipendente avrebbe ancora atteso pel corso di molti anni il compimento de' suoi supremi destini. Il conte di Cavour con l'abituale lucidezza della sua mente non tardò molto ad apprezzare le vantaggiose condizioni fatte all'Italia dalla pace di Villafranca, ma nel primo istante egli ne sentì amarezza mortale. Portatosi addirittura pressò Napoleone III egli non dissimulò punto né il proprio dolore, né il proprio risentimento, e al suo ritorno da Villafranca, attestante il signor Artom, era pallido e affranto, invecchiato di più anni in tre giorni (1). Le sollecitazioni del Re non valsero a ritenerlo a capo dei

(1) La storia narrerà che l'imperatore Napoleone III, piuttosto che lasciarsi imporre la pace o subirla, la chiese al suo nemico già vinto, e così mentre salvò la dignità della Francia, poté ottenere per l'Italia quei vantaggi che altrimenti essa non avrebbe conseguito. La cagione vera infatti di questa pace fu la coalizione già formatasi fra la Russia, la Prussia e l'Inghilterra per rompere il corso alla guerra mediante una mediazione armata. I due documenti che seguono chiariranno abbastanza questo punto di storia contemporanea,

Al Ministro degli affari esteri in Napoli

19 giugno 1859. Parigi.

(Cifra) «Si tratta di guarentigia limitata: intavolati negoziati tra Russia, Prussia e Austria. Si cerca finire a Verona».

Antonini.

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consigli della corona; restò fermo nel proposito di ritirarsi dagli affari e in ordine a siffatta risoluzione scriveva ad un suo amico sotto la data del 24 luglio 1859.

Questo espediente non mi fu dettato né dalla collera sé dallo scoraggiamelo, Io sono pieno di fede nel futuro trionfo della causa perla quale ho finora lottato, e sono sempre pronto a consacrarvi la vita t la forza che tuttora possiedo: ma sono profondamente persuaso che la mia partecipazione alla politica in questo momento sarebbe dannosa al mio' paese. I suoi destini furono rimessi nella mano della diplomazia. Ora j£ sono in cattivo odore presso i diplomatici. La mia dimissione è loro tanto gradita, che il suo effetto sarà di renderli più favorevoli a quelle infelici popolazioni dell'Italia centrale, i cui destini devono venire stabiliti. Vi sono circostanze in cui uno statista non saprebbe mettersi abbastanza in vista: ve ne sono altre in cui l'interesse della causa cui serve, richiede che ei si ritragga nell'ombra. Questo è ciò che da me esigono le presenti condizioni. Uomo d'azione mi do da me stesso in balìa del riposo per il benessere del mio paese.

Il conte di Cavour tuttavia non durò a lungo nella presa risoluzione di starsi in balia del riposo. Egli aveva troppa energia d'animo, troppo patriotismo per rassegnarsi volontariamente all'inerzia, e rinunziando alla speranza dell'intiera sua vita non prestare l'opera del proprio consiglio all'Italia posta nel prossimo pericolo di tramutarsi veramente in un'espressione geografica per una Confederazione, che avrebbe permesso all'Austria di esercitare il proprio predominio sulla Penisola non più solamente come potenza straniera e dominatrice, ma come potenza indigena e riconosciuta dal diritto pubblico della nazione. Le seguenti sue lettere attestano la verità di quest'asserto:

Al signor La Farina

Leri, 2 ottobre 1859.

Prima di rispondere alla sua interpellanza io debbo muoverle un rimprovero. Perché non è ella venuto a vedermi? Crede Ella che io abbia dimenticato i distinti servigli che ha reso alla causa italiana? oppure mi

Allo stesso

Parigi 1° luglio 1859.

«Trattasi della lontana eventualità di una Confederazione italiana alla quale il R. Governo sarebbe invitato a prender parte dalle grandi potenze mediatrici riunite in Congresso. Per ora la Prussia cerca di porsi d'accordo colla Russia e coll'Inghilterra per proporre la mediazione ed imporre la pace alle potenze belligeranti! quando sarà giunto il momento opportuno: Questo si crede essere quello nel quale l'Austria, perduta la Lombardia, sia in procinto di perdere anche la Venezia. Allora si proporrà all'Imperatore de' Francesi di contentarsi della sola annessione della Lombardia e dei Ducati al Piemonte; all'Austria di erigere la Venezia in uno Stato indipendente per un arciduca, restituire la Toscana al proprio Sovrano, e tutti e tre col Papa e col Re delle Due Sicilie «formare una federazione italiana.

Antonini.

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ritiene come non più atto a giovare alla medesima? La prima ipotesi è contraria al mio carattere: sono uso a dimenticare le ingiurie fors'anche troppo, ma i servizii mai non si scancellano né dalla mia memoria né dal mio cuore. La seconda ipotesi ha forse maggiore fondamento. Il non essere pienamente riuscito all'alta impresa che la mia mente aveva concepita, mi rende inetto a dirigere d'ora in poi la politica italiana; ma quando anche ciò fosse, ho tanto patriotismo per combattere, se non come capo, come semplice soldato; parmni dunque non dover perdere la simpatia e la stima di coloro che mi furono pel passato associati ed amici ….....

Cavour,

Allo stesso

Leri, 6 ottobre 1859.

Venga da me a Torino lunedì all'ora antica. Se giungo lunedì, la vedrò martedì. Avrò molto piacere a ragionare con lei del passato, del presente e del futuro dell'Italia nostra, ed a ricominciare l'opera interrotta ma non abbandonata.

Cavour.

Al commendatore Castelli

Leri, novembre 1859.

Caro Castelli, voi non potete, voi non dovete dubitare che le vostre lettere non mi tornino sempre gradite, e ora più particolarmente. Io non ho rinunciato alla politica: vi rinunzierei se l'Italia fosse libera: allora il mio i compito sarebbe compiuto; ma finché gli Austriaci sono ai di qua delle Alpi, è un dovere sacro per me di consacrare ciò che mi resta di vita e di forza a realizzare le speranze che ho contribuito a far concepire ai miei concittadini. Sono deciso a non consumare inutilmente le mie forze vane e sterili agitazioni ma non sarò sordo alla chiamata del mio paese.

Cavour.

Fedele a questi suoi nobili propositi, il conte di Cavour, non soltanto aveva richiamato attorno a sé gli amici suoi politici più fidati per ricominciare l'opera interrotta, ma più ancora, egli con Fusata sua abnegazione d'animo non aveva tardato ad offerire al nuovo Gabinetto di Torino il suo valido appoggio. In una sua lettera pertanto, datata dal 7 agosto 1859 e scritta da Prjssinge, presso Ginevra, diceva al commendatore Castelli: «Salutate Rattazzi. Assicuratelo del mio concorso in tutto e per tutto. Io non ho alcuna curiosità per i segreti della sua politica; per elezione io voglio piuttosto restare affatto straniero agli affari presenti; tuttavia se Rattazzi giudicasse utile un consiglio da parte mia, sono sempre pronto a darglielo con franchezza.

«Voi sapete che, in politica, io pratico largamente il penultimo precetto del Pater noster. Rattazzi, accettando il ministero dopo la pace, ha fatto prova di coraggio e di patriotismo. Egli ha dunque

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diritto all'appoggio dei cittadini onesti e liberali; avrà il mio, «francoj leale, energico».

Per quanto in appresso succedessero fatti, sui quali la patria carità c'impone il più assoluto silenzio, ma che in quel tempo grandemente turbarono la serenità dell'animo del conte di Cavour, tuttavia egli per soddisfare i proprii legittimi risentimenti, non volle condannarsi all'inoperosità, e mancare all'adempimento del sacro dovere di fare ciò che gli suggeriva la sua coscienza di sviscerato italiano e di buon cittadino. In una sua lettera quindi, sotto la data del 25 dicembre 1859, dopo avere accennati gli intrighi, che erano stati posti in opera per rendere impossibile la sua nomina a rappresentante di Vittorio Emanuele II nel Congresso, che si doveva aprire in Parigi per dare stabile assetto all'Italia, concludeva cosi: «Ciò nondimeno ho accettato, perché rifiutando doveva per necessità proclamare un antagonismo fatale all'Italia, ma accettando credo d'aver fatto il maggiore sacrificio, che un uomo pubblico possa fare al suo paese, non sol col consentire a sopportare in silenzio crudeli ingiurie, ma accettando un mandato da un governo che non m'ispira né stima, né fiducia».

VIII.

Addi 24 gennaio del 1860 il conte Camillo di Cavour con molto compiacimento riprendeva la presidenza del Consiglio dei Ministri di Vittorio Emanuele II insieme con la direzione degli affari esteriori. Un anno e qualche mese appresso i mandatarii della famiglia italiana, meno Roma e Venezia, raunati in Torino prestavano volonteroso giuramento di fedeltà alla corona costituzionale dell'onesta e prode Casa di Savoia. Quale fu la parte presa dal grande ministro italiano, in quest'ultimo periodo, in tale opera insperata di ricostituzione nazionale? I documenti contemporanei, che qui conseguitano, abbastanza lo chiariranno.

È fuori d'ogni dubbio che l'antecedente Ministero Piemontese aveva desiderato fermamente l'unione dell'Emilia e della Toscana con gli antichi Stati, e che conseguentemente erasi maneggiato per assicurare intiera libertà di voto alle popolazioni tornate nel pieno possesso di se medesime ed affinchè il principio del non intervento fosse consacrato ne' trattati. Ma per le condizioni gravissime, in che veramente erasi trovato dalla pace di Villafranca alla fine dei negoziati in corso a Zurigo, esso aveva praticato una politica molto circospetta nel mirare al conseguimento di tali fini, e troppo forse aveva creduto che l'opera della diplomazia raccolta in un congresso fosse capace di dare all'Italia l'assetto, che essa maggiormente desiderava.

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Il seguente brano di un dispaccio indirizzato da Torino sotto la data del 18 settembre 1859 al barone Ricasoli dal conte Moretti inviato straordinario del Governo toscano presso le Corti di Berlino e di Pietroburgo, per l'appunto accenna a siffatto tentennamento.

Introdotto il discorso sulle cose della Toscana, delle quali il Ministro (il generale Dabormida) si mostrò molto contento, parvenu opportuno lasciargli intendere che se il Governo di S. M. assumesse verso di noi un contegno che dal dominio astratto dei principii si avvicinasse grado a grado a quello dei fatti,'ci darebbe così quel punto di appoggio che ora ci manca. Dalla risposta del Ministro mi fu facile capire che le intenzioni del Governo di S. M. sono ottime, ma che egli si crede costretto ad agire con la massima circospezione per non avventurarsi al pericolo, operando altrimenti, di compromettere la sua situazione e la nostra.

Dai colloquii avuti don persone informatissime ho raccolto che la principale causa della politica attuale del Governo di S. M. è la pressione continua sopra di lui esercitata dalla diplomazia francese. Egli è inoltre costretto a non abbracciare partiti risoluti dalla necessità di non porgere appigli a chi lo incolpa di essere il vero e unico motore di tutto quello che accade in Italia centrale (cifra). V. E. non ignora certamente che il Re fu costretto a firmare i preliminari di Villafranca, Or sebbene la firma sia stata apposta con una clausula ristrettiva (aecepté en ce qui me regarde) ogniqualvolta sembra alla diplomazia francese che il Governo di S. M. accenni di voler uscire dalla presente sua politica, essa si arma subito di quel fatto per attraversargli la via, studiando di persuadergli che qualunque atto che stesse in opposizione con i preliminari di Villafranca, sciogliendo l'Austria dagli obblighi contratti, esporrebbe il Piemonte ad una aggressione, della quale egli solo dovrebbe subirne le conseguenze. Pare dunque che il Governo si giudichi vincolato per modo da non poter riacquistare libertà d'azione quanto all'Italia centrale se non per opera di un Congresso generale che si stima inevitabile!

La Francia a quel tempo intendeva a costituire l'Italia in assetto federativo, e bisognerebbe lacerare addirittura tutti i documenti diplomatici di quel tempo per poter affermare con sicurezza di non essere legittimamente contraddetti, che al ritornare del conte di Cavour al ministero, la diplomazia francese cambiasse di linguaggio e d'intendimenti. Essa invece raddoppiò ne' suoi sforzi per vincere le ostinate e cieche resistente, che erano il maggiore intoppo all'attuamento dei proprii disegni nel nuovo assetto da darsi all'Italia. Dietro un tal ordine d'idee e di fatti il duca di Grammont teneva al cardinale Antonelli il seguente discorso addì 27 gennaio 1860, cioè due giorni dopo che il conte di Cavour era tornato al potere.

La resistenza assoluta mena diritto all'annessione dell'Italia centrale al Piemonte ed imbarazza la Francia. La Francia non la vuole. Ma la lotta di opposti principii che questo fatto suscita, la mette nella necessità di ritirare le sue truppe e lasciare l'Italia fare da sé. È ciò che precisamente domanda Cavour.

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L'Europa, qual oggi è composta, ammette i fatti compiuti. Cavour va a Parigi, offre la Savoia. La Francia col nuovo regno che sorge alle sue frontiere, deve avere la frontiera sua - le Alpi. - Conciliandosi, le cose cangiano. Un regno nell'Italia centrale, dato all'arciduca Ferdinando, col vicariato delle Romagne concilia tutto: un Congresso europeo lo consacra, ed il pontificato resta guarentito.

L'ambasciatore De Martino, che in un suo dispaccio riferirà al proprio governo tale colloquio continuava così: «Antonelli ha risposto: non mai! - Ma Roma riconobbe il Belgio e la Repubblica francese - Per salvare la religione - ha risposto S. E. Nel caso attuale, il diritto della Santa Sede è attaccato direttamente e non e può pregiudicarsi - Che fare allora, ha domandato Grammont. Antonelli ha ricusato di pronunciarsi». Addì 26 dello stesso mesa l'imperatore Napoleone III teneva a monsignor Sacconi, nunzio apostolico in Parigi, il discorso seguente (1).

Alcuno non dubita dei diritti del S. Padre; ma la questione non è mica questa. Noi dobbiamo risolvere una questione di fatto, che presenta dello difficoltà insormontabili. La posizione della Francia è circondata di spine, è spinosissima. Il Papa non può essere ristàurato in Romagna e restarvi, che per mezzo di una intervenzione straniera. Noi non possiamo permettere ciò. Noi difenderemo sempre i diritti del papato, ma nei limiti del possibile. Noi manterremo le truppe a Roma sino all'accomodamento generale delle cose, e non permetteremo nessun attentato da chicchessia contro il pontificato.

Monsignor Sacconi, come riferiva in un suo dispaccio al cardinale Antonelli, interruppe l'augusto suo interlocutore per dirgli che la chiamata del conte di Cavour al ministero significava annessione. Ma l'Imperatore esclamò con veemenza:

L'interesse francese non ammette l'annessione. Noi abbiamo 60,000 soldati in Italia per impedire le avventatezze. L'interesse della Francia, come quello del Papa e di Napoli, è di creare nell'Italia centrale un regno forte sulle basi dell'ordine e della conservazione, e con quegli elementi formare una Confederazione italiana. Ecco per conseguenza la necessità di un Congresso Se non ha luogo, il Piemonte solamente e la rivoluzione ne profitteranno (2).

Non si poteva parlare più schiettamente chiaro; né meglio con altre parole potrebbesi delineare i contorni della politica francese in quel periodo di tempo.

(1) Archivio del Ministero degli Affari esteri di Napoli.

(2) Archivio del Ministero degli Affari esteri di Napoli.

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Certamente giova desiderare e credere che su questa italiana terra non mai vengano uomini tanto ingrati o tempi così orgogliosi di se medesimi da porre in dimenticanza i benefizii incommensurabili arrecati all'Italia da Napoleone III. Per non essere riconoscenti al grande aiuto, che ci ha prestato a sollevarci dal fango e per chiudere le porte d'Italia all'intervento straniero, bisogna avere perduto il sentimento del dovere e del giusto. Ma posto tutto ciò, egli è indubitato ed attestato da una serie di documenti, i quali non ammettono contraddizione, che il conte Cavour camminando per la via delle annessioni delle provincie dell'Italia mediana e meridionale, operò in contrario alla volontà e ai precogitati disegni dell'imperatore dei Francesi. La squisita abilità pratica del grande ministro italiano fu quella di entrare addirittura arditamente per una tal via senza badar punto alle sollecitazioni e alle pressioni in contrario della diplomazia francese, per avere di sbalzo conosciuto e misurato le necessità e gli ostacoli frammessi al libero procedere della medesima. Per non andare in un lungo corso di parole, e a convalidare tale asserto con una irrefragabile testimonianza, basterà dir qui, che i fatti nel loro svolgersi chiarirono che il conte di Cavour nel gennaio del 1860 aveva chiaramente visto e calcolato con occhio profondamente scrutatore ciò che Napoleone III con singolare schiettezza, quattro mesi dopo, dichiarava ai legati di Francesco II di Napoli, che gli si erano presentati per iscongiurarlo a voler salvare dall'estrema ruina il trono del loro Re. Trascrivo testualmente un brano di un dispaccio del marchese Antonini al commendatore Carafa sotto la data di Parigi 13 giugno 1860.

Il signor De Martino spiegò le concessioni del Re... «C'est trop tard, esclama l'Imperatore, un mese fa queste concessioni avrebbero potuto prevenir tutto; oggi è troppo tardi. La Francia si trova in posizione difficile. Non si arrestano le rivoluzioni con delle parole; ed oggimai la rivoluzione esiste e trionfa. Les Italiens sont fins; ils sentent trèsbien que après avoir donne le sang de mes enfants pour la cause des nationalités, je ne tirerai jamais le canon contre elles. È questa convinzione, continuò a dire l'Imperatore, che ha prodotto la rivoluzione, l'annessione della Toscana malgrado mio e contro i miei interessi. Essi faranno altrettanto con voi..... (1)».

Convinto propriamente, come si è sopra accennato, di siffatta condizione in che trovavasi la Francia imperiale di non volere e non poter fare un passo daddovero per istrozzare violentemente l'opera stessa delle sue mani e per uccidere quel principio medesimo, che stava a base del suo diritto pubblico interno, il conte di Cavour, trascorsi appena tre giorni dalla sua installazione nel ministero degli esteri,

(1) Archivio del Ministero degli Affari esteri di Napoli.

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indirizzò una circolare agli agenti diplomatici della Sardegna, nella quale egli dichiarava, che il Congresso progettato non riuscirebbe ad alcunché di bene, che tutti i fatti avvenuti nelle ultime settimane mostravano non solo l'impossibilità del ristauro dei principi spodestati, ma che di più tale impossibilità era riconosciuta dalle potenze europee, che conseguentemente il Piemonte era nel dovere di far uso dei diritti conferitigli e che gli conferirebbero ancora i voti delle popolazioni dell'Italia centrale, senza frammettersi tempo onde togliere che le condizioni transitorie, in che si trovavano quei paesi, si tramutassero in un deplorabile stato d'anarchia.

Ma frattanto l'opposizione della Russia e della Prussia al compimento di questo grande fatto politico che dava il crollo ad una parte dell'edilìzio del 1815, non tardò a manifestarsi assai risentita. Né la Francia dava alcun segno di mostrarsi per nulla persuasa dalle ragioni sovrammenzionate. Laonde il conte di Cavour si volse all'Inghilterra, che aveva già capito il massimo errore, in che era incorso il ministero Derbv nel lasciare alla sola Francia il merito dell'iniziativa nelle cose italiane. L'abile ministro di Vittorio Emanuele II potè in tale circostanza largamente usufruttare i vantaggi dell'adottato sistema delle alleanze naturali a doppio perno, per cui egli non si trovò mai in piena balìa di un solo dei due grandi alleati del suo Re, ma con grande maestria appoggiandosi maggiormente or all'uno or all'altro a seconda che egli credeva più utile e opportuno, contenne ambidue nei limiti della più nobile amicizia e li ebbe istrumenti efficaci al compimento de' suoi vasti disegni. I quali veramente in quei giorni dietro un tale indirizzo correvano a felice compimento portati sulle ali della buona fortuna d'Italia. La seguente lettera indirizzata ad uno degli egregi uomini che in allora tenevano il maneggio della pubblica cosa in Toscana, né fa larga testimonianza.

Torino, 1 febbraio 1860.

Mi reco a premuroso debito di comunicarvi le quattro proposizióni fatte dall'Inghilterra alla Francia, delle quali ricevetti ieri ufficiale partecipazione. Nell'intento di dare assetto alle cose italiane sarebbe convenuto: - 1° che la Francia e l'Austria non interverrebbero colla forza negli affari interni della Penisola, eccetto ohe ne fossero invitate dal consenso unanime delle cinque grandi potenze d'Europa; 2° che in conseguenza di -questo accordo, l'Imperatore dei Francesi prenderebbe gli opportuni concerti col S. Padre per il ritiro da Roma delle truppe francesi. Quanto al tempo e al modo di questo ritiro, dovrebbesi procedere in guisa da lasciare al governo pontificio tutta l'opportunità di provvedere al presidio di Roma mediante truppe di Sua Santità, e di adottare le necessario precauzioni contro il disordine e l'anarchia. - L'Inghilterra crede che mercé siffatti partiti e le provvisioni convenienti, la sicurezza di S. S. possa essere posta inferamente in salvo.

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Saranno inoltre presi gli opportuni concerti per lo sgombro dell'Italia del nord dalle truppe francesi e in un periodo di tempo conveniente; 3° il governo interno della Venezia non formerà oggetto di negoziati per le potenze d'Europa; 4° la Gran Bretagna e la Francia inviteranno il Re di Sardegna ad assumere l'impegno di non mandare truppe nell'Italia Centrale prima che i diversi Stati e provincie che la compongono non abbiano solennemente espressi i loro voti intorno ai loro destini futuri col mezzo di una votazione delle loro assemblee rielette.

Nel caso in cui questa votazione riuscisse in favore dell'annessione al Piemonte, la Gran Bretagna e la Francia non richiederanno più oltre che le truppe sarde si astengano dall'entrare negli Stati e nelle provincie prementovate.

Queste sono le proposte dell'Inghilterra, le quali vennero in massima accettate dalla Francia. L'Imperatore de' Francesi fece soltanto una riserva intorno all'articolo su Venezia, la causa della quale egli intende di perorare e difendere coi suoi buoni uffizio

L'Imperatore vuole peraltro che le sue buone intenzioni circa le surriferite proposte non vengano fatte pubbliche prima di aver fatto pervenire a Vienna accomodate spiegazioni, ed avere avuto tempo d'invitare le corti di Berlino e di Pietroburgo ad accedervi, affinché il nuovo assetto dell'Italia trionfi, sancito dalle due grandi potenze del Nord.

La Francia raccomanda pure caldamente che durante questi ultimi e definitivi negoziati niun atto si compia o s'intraprenda, il quale possa in forma alcuna alterare lo stato presente delle cose.

Condizione Unica dell'annessione si è un nuovo voto delle popolazioni, consultate non già col suffragio universale, ma per mezzo di nuove assemblee elette nella forma che si reputerà più acconcia.

Rispetto alla loro unione il Governo del Re ha aperto pratiche a Parigi e a Londra, delle quali io vi ragguaglierò a suo tempo.

Queste avventurose notizie, che non senza profonda commozione dell'animo vi partecipo, provano che l'annessione può dirsi oggimai un fatto compiuto e che è raggiunta la meta dei comuni desiderii. Gradite eco,

1. Cavour.

2.

Qui giova notare che farebbesi un criterio assai incompleto in ordine ai mezzi adoperati dal conte di Cavour per raggiungere i fini prestabiliti alla sua politica praticamente indirizzata alle sovrammenzionate annessioni, chi si fermasse a credere che essi consistessero unicamente in pratiche diplomatiche e in maneggi posti in corso presso i governi de' maggiori potentati. Abile diplomatico quanto risoluto rivoluzionario nel senso di operatore di una mutazione dello Stato creduta utile e necessaria, il conte di Cavour non stette mai unicamente operoso nella lotta per entro un tale steccato, avvegnaché se egli era maestro stupendo nell'usufruttare diplomaticamente gli avvenimenti,

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era eziandio abilissimo artefice nel prepararli e nello indirizzzarli a servire alla sua politica ardita e sapiente. Così egli fece nello scabrosissimo negozio dell'annessione dell'Emilia e della Toscana Di ciò è una sufficiente testimonianza la seguente sua lettera al signor La Farina, il quale in quei giorni chiedevagli consiglio sul migliore indirizzo a darsi al lavoro della Società nazionale.

Milano, 24 febbraio 1860.

Ecco il la. Chiedere risolutamente, anche risentitamente, una soluzione.

Ripetere che a qualunque costo, anche col pericolo di commettere qualche irregolarità, bisogna convocare i Collegii senza ulteriori indugii.

Spingere all'armamento, osservando che il voler fare assegnamento solo sulla diplomazia è cosa assurda, non potendo essa riconoscere uno stato di cose, che riposa sulla distruzione di troni così detti legittimi, se non come fatti compiuti.

Il tuono non deve essere ostile, ma però un tantino minaccioso. Non già che io abbia bisogno di pressione per andare avanti, ma mi sarà utile il poter dire che sono premuto,

Cavour.

Dato un maggior impulso alla manifestazione della pubblica opinione per la via ch'egli aveva prefisso di seguire, l'abile ministro italiano se ne servì per vincere le ultime resistenze della Francia. E no, egli disse al governo di Napoleone III, non posso assentire a]}e vostre proposte. Se le popolazioni dell'Emilia e della Toscana, nuovamente e solennemente interrogate, risponderanno di voler formare col Piemonte una sola e grande famiglia, il re Vittorio Emanuele II e i suoi consiglieri, quand'anche volessero, non potrebbero abdicare all'adempimento del periglioso dovere d'assentire; giacché ove essi respingessero un tal patto di fratellanza nello stato in che si trova la pubblica opinione, l'autorità del Re s'eclisserebbe addirittura nella fede delle popolazioni, il suo ministero immancabilmente sarebbe rovesciato da un voto unanime di disapprovazione nell'aula elettiva del Parlamento, e per conseguenza la rivoluzione e anarchia finirebbero per prevalere. Alle risolute parole non tardarono' a corrispondere ardimentosi fatti. Nel marzo di quell'anno 1860 il giovane capo dell'antica Casa di Savoia, a voce di popolo proclamato Re d'Italia, assentiva di ricevere sotto la fida tutela del costituzionale suo scettro l'Emilia e la Toscana. Un'era nuova principiò allora per la Penisola, e a buon diritto la spada, che il condottiero ghibellino, Castruccio Castracane, aveva nel secolo xiv legata a colui, il quale avrebbe liberato il suo paese, fu consegnata a Vittorio Emanuele II, annunziante all'Europa meravigliata «che l'Italia non era più l'Italia degoverni municipali o quella del medio evo, ma l'Italia degl'Italiani».

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Il conte di Cavour nell'accettare, senza il positivo assenso della Francia, il voto d'annessione dell'Emilia e della Toscana, aveva mostrato nuovamente di possedere in grado eminente la precipua dote di un uomo di Stato, quella di saper osare a tempo, Ma il suo trionfo non poté essere pieno, che non tardò a trovarsi di fronte alla necessità di un grande sacrifizio. All'annunzio ufficiale dell'annessione delle provincie dell'Italia centrale, l'imperatore Napoleone III inviò a Torino il signor Benedetti investito della speciale missione di chiedere al governo Sardo, ne termini i più recisi, Nizza e la Savoia. Ove il conte di Cavour, ministro di un regno nato appena ieri, non per anco riconosciuto nel diritto internazionale convenuto, con di fronte lo straniero tuttavia poderosamente accampato sul Po e sul Mincio, minacciato da tergo dall'esercito borbonico, privo di qualunquesiasi efficace guarentigia per parte dell'Inghilterra contro l'intervento austriaco, ove, dico, il conte di Cavour avesse opposto un reciso rifiuto alla domanda dell'amica Francia, sarebbesi gittato nell'isolamento politico il più ruinoso. Assentendo al contrario alle richieste di Napoleone III ottenevasi una poderosa sanzione diplomatica al principio delle nazionalità costituite entro i loro confini naturali. Alterando l'assetto territoriale della Francia in contraddizione alle massime stabilite dai monarchi vincitori del primo impero napoleonico, si distruggeva uno dei maggiori perni dell'equilibrio europeo architettato dal Congresso di Vienna. Rendendo il Governo francese compartecipe a siffatta flagrante, violazione, lo si associava nel suo permanente interesse ai destini tuttavia incerti del nuovo regno d'Italia, e s'induceva la potenza militarmente preponderante nel con tinente europeo ad accettare un assestamento politico e territoriale, V? che annullava completamente un trattato da essa segnato di recente '.a Zurigo. Tuttavia stando alla credibile testimonianza del signor Artom, la cessione di Nizza e della Savoia fu il solo atto della vita, politica del conte di Cavour, nel quale egli non manifestò quella specie di serenità eroica, che usava spiegare nelle più gravi circostanze. E una sera in mezzo ad una delle fasi più dolorose di quella spinosissima controversia diplomatica egli diceva al suo giovane e confidente segretario: - «Ho l'ambizione di servire l'Italia, pongo di buon grado a repentaglio per essa la mia fama, la mia popolarità. Se io badassi al mio interesse personale invece di condurre l'Europa ad ammettere la cessione di Nizza e della Savoia, darei la mia demssissione e pago di una gloria acquistata a buon prezzo, mi ritirerei a Leri, lasciando il mio paese dibattersi in «questa crisi pericolosa».

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La magnanima ambizione di fare l'Italia tenne fermo il conte di Cavour al suo posto. Per la cessione della Savoia egli non poneva difficoltà. Con tale atto si creava e consacrava nel diritto internazionale europeo un principio, di cui l'Italia poteva, per quando ohe fosse, valersi a vantaggio proprio. Ma in ordine alla contea di Nizza egli sentiva la maggiore ripugnanza; si maneggiò quindi operosamente per conservarla unita alla grande famiglia italiana. Se non che dietro a un memoriale del maresciallo Niel all'imperatore Napoleone III sulla nullità della Savoia sotto l'aspetto strategico senza l'aocompagnatura di Nizza, gli fu forza cedere. Tuttavia, affermo fatti che mi sono noti per i più autentici documenti, il conte di Cavour tentò ancora di poter conservare all'Italia una buona parte della contea di Nizza, Ma la perfidia e l'ignoranza degli agenti prescelti a condurre quel tentativo, lo strozzarono al suo nascere. Neanco eragli riuscito l'altro spediente d'indurre il governo francese a sottomettere la cessione bielle due provincie all'arbitrato dell'Europa. Il Gabinetto di Parigi aveva abilmente controrisposto, che accetterebbe la proposta purché al medesimo tribunale si portasse contemporaneamente l'annessione dell'Italia centrale al Piemonte. Conseguentemente il trattato del 24 marzo 1860 fu una suprema necessità, non priva tuttavia di vantaggi per l'Italia, E che tempo fosse di segnarlo, lo attesta la seguente non sospetta testimonianza d'uno dei più liberali uomini italiani, qual è Alessandro Bixio, il quale allora in una sua lettera al conte di Cavour scriveva: - «per carità firmate il trattato, se «non volete perdere ogni simpatia della Francia per l'Italia».

La sventura nazionale della cessione di Nizza suscitò fatali discordie civili, veramente avvalorate da una parte da sacri dolori, ma da un altro lato malignamente fomentate ed usufruttate dalle più perverse passioni politiche. Se carità patria reclama di lasciare ora siffatti maneggi in perpetuo oblìo, la storia sarà nel debito di non passare in silenzio il tormentoso agitarsi de Nicesi, in quel tempo, per rimanere nel grembo della vecchia patria italiana. Ma per essere giusta con tutti, essa dovrà aggiungere: che il conte di Cavour mostrò di avere un cuore abbastanza nobile per sentire tutto il rispetto, che reclamava un così sacro dolore. Laonde come, poche settimane prima della sua morte, egli si trovò di fronte al generale Garibaldi attestante nel suo fiero risentimento «che giammai egli stenderebbe la mano a coloro i quali l'avevano reso straniero all'Italia», il conte di Cavour profondamente commosso rispose: «So che fra l'onore«vole generale Garibaldi e me esiste un fatto, che stabilisce un abisso fra noi due. Io ho creduto compiere un dovere doloroso, il più doloroso che abbia compiuto in vita mia, consigliando al Re e proponendo al Parlamento di approvare la cessione di Nizza e della Savoia alla Francia.

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Al dolore che ho provato io, posso comprendere quello che ha dovuto provare l'onorevole generale Garibaldi, e se egli non mi perdona questo fatto, io non gliene faccio appunto».

E poiché cosi dignitosamente ebbe esalato il dolore dell'anima sua, uscendo dalla Camera, diceva al deputato La Farina «Eppure se venisse il momento della guerra prenderei sotto il mio braccio il generale Garibaldi e gli direi: andiamo a vedere che cosa si dice dentro Verona».

IX.

Dopo la pace di Villafranca il governo di Torino di nuovo aveva cercato di sospingere il giovane re di Napoli a cessare dal suo vergognoso divorzio dalla causa d'Italia. Conseguentemente una missione al tutto di pace e di conciliazione era stata quella, che il conte di Salmour e il marchese di Villamarina, per mandato del re Vittorio Emanuele II, avevano praticato presso la Corte di Napoli sino al giungere dell'aprile del 1860. I due seguenti documenti diplomatici chiariranno quanto tali amichevoli profferte fossero schiette e credibili apportataci di molti vantaggi alla Casa di Borbone:

Al Ministro degli affari esteri a Napoli.

Pietroburgo, 16 gennaio 1860.

Ebbi lettura di un rapporto del conte di Stakelberg fattomi da Gorkiakoff, nel quale è detto che la politica del Piemonte era verso Napoli di riprendere le antiche intime relazioni di amicizia. Il principe Gorkiakoff, il quale approva completamente questa politica del Piemonte verso di noi, mi ha particolarmente incaricato di rispondere a queste avances del Re di Piemonte nello stesso spirito amichevole, ciò essere indispensabile per tenere a freno il partito liberale. Il Piemonte, egli ha continuato a dirmi, vede prossimo e sicuro il suo ingrandimento, per cui non ha più bisogno della rivoluzione, e deve essere conservatore.

Regina.

Allo stesso, ivi.

Pietroburgo, 13 aprile (riservatissimo)

II principe di Gorciakof mi ha letto un brano di un lungo rapporto del conte di Stakelberg che gli narrava una conversazione tenuta col H- di Sardegna. Il Re, diceva egli, avergli parlato a cuore aperto; essere stato lui che aveva impedito qualunque moto rivoluzionario in Sicilia; che il generale Cialdini che comandava nelle Romagne, aveva avuto ordine di rispettare la tranquillità della Venezia e delle Marche, a meno di una intervenzione del re di Napoli, che egli, il Re di Piemonte,

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aveva consigliato il nostro Re di mettersi d'accordo con lui, ma che i suoi consigli non avevano avuto alcun buon effetto, che per tal motivo il Granduca di Toscana aveva perduto i suoi Stati, ed il Papale Romagne, e che se lui era stato scomunicato, la sua coscienza non gli rimordeva.

Dopo questa lettura, il Principe calmo e soddisfatto, mi disse: «Après ce que vous venez d'entendre, que puis-je écrire a Turin? Le Roi me parait un homme loyal, et je crois que votre Roi ferait bien de se mettre d'accord avec lui».

Regina.

Benché alle sollecitazioni del gabinetto di Pietroburgo si fossero accoppiati i più calorosi consigli delle Corti di Parigi e di Londra, tuttavia il governo borbonico non erasi contentato di respingere con altiera tracotanza l'amica mano del generoso Re, che già teneva stretto in pugno il destino della corona napoletana, chè inoltre strascinato da suoi dispotici istinti, aveva associato la propria cooperazione occulta a quella dell'Austria e della Corte di Roma per minare il nascente edifizio italiano. Il conte di Cavour era venuto nella piena cognizione dei maneggi di tale politica di cospirazione, che aveva la sua principale sede in Roma e la quale prefiggendosi il doppio scopo di riversare dal trono Napoleone III e Vittorio Emanuele II, adoperavasi per indurre Pio IX ad un appello all'insurrezione morale del partito cattolico, frattanto che le truppe napoletane unite alle milizie del generale Lamoricière, avrebbero dato principio a una lotta violenta, alla quale gli spodestati principi di Modena e di Toscana s'erano impegnati di concorrere con ogni energia di mezzi.

Mentre progredivano le preparazioni di tali disegni, l'imminenza della rivoluzione nelle due Sicilie chiarivasi manifesta. Veramente guardando alle condizioni in che allora versava quel travagliato regno, era il caso di conchiudere: che Iddio aveva accecato coloro, i quali nella sua giustizia voleva inevitabilmente perduti. Abbindolato da consiglieri stupidi e perfidi, signoreggiato da una matrigna che, morto il marito, erasi posta in diretta corrispondenza con la Corte di Vienna, in balia di pinzocchere abitudini, il figlio di Ferdinando II fantasticava nella debole mente la gloria di ritornare al Papa le ribellatesi provincie e di preparare il ritorno sul trono di Francia alla Casa di Borbone, e minimamente s'accorgeva che il terreno gli traballava sotto ai pié, tutto all'intorno scosso dall'ira possente di un popolo, che aveva sentito il diritto d'odiarlo mortalmente dal giorno, nel quale salendo sul trono, aveva osato di gittargli in faccia il maggiore degl'insulti, quello cioè di dichiarare, che egli, novello Re, disperava d'uguagliare l'eccelse virtù paterne, le quali il mondo sapeva appellarsi menzogna, spergiuro, superstizione, ferocia.

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Ma se nel regno delle due Sicilie la rivoluzione appariva inevitabilmente prossima, essa non si presentava con una sola bandiera. Un gruppo di liberali napoletani si maneggiava per guadagnare partigiani a Murat. I comitati del partito d'azione spingevano gli amici di dentro ad apparecchi di violenza onde la rivoluzione pigliasse forma repubblicana. Un altro non scarso nucleo si contentava d'accettare il monarcato napoletano divenuto costituzionale e alleato al Piemonte. Volevano altri al di là dello stretto autonomia siciliana. Molti de' liberi cittadini all'interno, molti de' fuorusciti siculi-napoletani al di fuori costituivano un forte partito agitatore per il trionfo dell'unità italiana.

Allo sguardo del conte di Cavour non poteva restare occulto un tale stato di cose, e i suoi doveri come ministro di Vittorio Emanuele II e come guidatore del movimento nazionale, gl'imponevano d'invigilare affinché non ne originassero mali per avventura irrimediabili. La caparbietà incorreggibile della Corte di Napoli, le sue perfide macchinazioni in ricambio delle amichevoli profferte della Corte di Torino, apertamente ammonivano il ministro italiano che tra l'una e l'altra più non era possibile alcuna tregua, alcun amichevole componimento, mentre già erasi impegnato un duello a morte. Ma nello stato in che erano le cose, il Piemonte non poteva ricorrere alla guerra aperta, avvegnaché per tal via sarebbesi cambiato in violenta conquista, contrastata dall'intera Europa, quel moto di spontanee annessioni, che costituivano la salvaguardia del governo di Torino e sole avevano la potenza d'asserragliare il varco all'intervento austriaco. Ma d'altra parte senza disonorarsi, senza perdere il diritto di continuare a dirigere il movimento nazionale e senza gittare l'intiera Penisola in balla di un antagonismo fatale alla sua libertà, alla sua indipendenza, il governo di Torino non poteva rimanere indifferente e immobile ai piedi delle Alpi quando la libertà fosse venuta a una violenta lotta con il governo borbonico. E poiché l'esistenza libera e indipendente del nuovo Stato italiano era vincolata necessariamente al trionfo dell'unità nazionale, ove la rivoluzione si fosse manifestata nel regno delle due Sicilie; così importava usare ogni maggiore astuzia perché fosse sotto la bandiera di questo concetto politico che il movimento avesse luogo e progredisse, soffogando tutte le agìtantisi tendenze mazziniane, murattiane e autonome. Spinto da tali considerazioni, il conte di Cavour come seppe che la parte più vivace e impetuosa del grande partito nazionale stava operosamente apparecchiando i mezzi per svegliare la rivoluzione nelle due Sicilie, non dubitò di prestarle aiuto sottomano per assumere in appresso la direzione diretta del movimento ove il buon

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successo avesse corrisposto all'animosa audacia del tentativo. Quando si è detto pertanto che la monarchia prese parte all'impresa dell'Italia meridionale soltanto tardi, spintavi dalla necessità e dalla voglia di mettere il piede sul collo alla vittoriosa democrazia, si è affermato cosa né vera, né giusta. E in ordine poi al valutamento morale di tale compartecipazione, fatta al coperto della più squisita simulazione, giacché non potevasi fare altrimenti senza comprometter tutto, bisogna non perdere di vista le peculiari condizioni in che allora si trovava l'Italia; importa massime di non lasciare in disparte il perfido e ostile procedere della Corte napoletana verso il Governo di Torino, così come lo testificano i fatti e i documenti che più sopra abbiamo esposto, e che qui raccomandiamo al lettore di richiamarsi alla memoria. Dopo l'annessione della Toscana e della Emilia al Piemonte, tra i rimasti Stati della Penisola non eravi più alcun diritto convenuto e vicendevolmente ammesso, che reggesse le loro attinenze internazionali. Le Corti di Roma e di Napoli, vecchia progenie del diritto divino, conscie d'essere odiate dai soggetti pòpoli e di non poter prolungare la propria esistenza se non per la pronta morte del nuovo Stato costituito dalla volontà nazionale,.si credevano libere e nel pieno diritto di praticare tutti i migliori espedienti per rigettare il Piemonte vinto e raumiliato alle sue Alpi. Il nuovo Governo italiano alla sua volta, figlio della rivoluzione che camminavagli tuttavia a costa, per assicurare la propria esistenza doveva appoggiarsi sul diritto assoluto delle nazionalità, non lasciarsi inceppare da trattati, co' quali esso viveva in flagrante violazione, conclusi non per gli Italiani ma contro di essi, e che anco in conformità dei principii razionali del diritto internazionale non potevano importare l'abdicazione assoluta e perpetua di una intiera nazione nel regolare i proprii destini. Uno de' più autorevoli pubblicisti, il Wattel, ragionando dell'assistenza data dalle Provincie unite al principe d'Orange quando egli invase l'Inghilterra e vi rovesciò il trono di Giacomo II, conchiude per affermare: che quando per buone ragioni un popolo prende le armi contro un oppressore, l'aiutare bravi uomini a difendere la propria libertà è far atto di generosità e di giustizia. Vi sono avvenimenti che possono essere contrarii al diritto pubblico convenuto, senza essere contrarii alla giustizia; tali furono i fatti compiuti dal Governo di Torino in ordine al rovesciamento della sovranità pontificia nell'Umbria e nelle Marche e della dinastia borbonica nelle due Sicilie. La narrazione documentata di tali cose può ora riuscire ingrata a chi antepone gli interessi di una setta a quelli della nazione; ma non può esser giudicata fuor di proposito da quanti sono italiani uomini persuasi, che di fronte all'operoso travaglio dei partiti estremi per toglier credito nella pubblica opinione alla monarchia e al governo nazionale,

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giova francamente esporre il vero onde chiarire che l'uno e l'altra non mai nell'attuale movimento italiano disertarono il posto del coraggio e del pericolo, e che questa stupenda creazione dell'Italia presente è opera nella maggior parte del grande partito nazionale, creato e sapientemente guidato dal conte di Cavour. L'eroica impresa di Garibaldi in Sicilia sorse dal cuore del popolo di tutta l'Italia allora libera, col concorso d'uomini di tutte le opinioni non retrive, e coll'efficace cooperazione del Governo di Torino. È ciò che narrerà la storia nella sua imparziale giustizia agli avvenire a gloria perpetua di questa nostra nazione; che i potenti del mondo avevano creduto sepolta per sempre; che le altre genti più felici ed orgogliose avevano giudicata imbelle e discorde in perpetuo. Coloro dei nostri, i quali oggidì affermano diversamente per avvantaggiare miserabili interessi di parte o per contentare rancori più miserabili ancora, fanno opera veramente non dissimile a quella di chi strappasse dalla casta fronte della madre sua una splendidissima gemma nuziale onde gittarla nel grembo d'una bagascia.

Francesco Crispi, che fu uno de' preparatori più animosi e operosi di quella rivoluzione siciliana del 1860, poco tempo prima che essa scoppiasse, erasi clandestinamente introdotto nella sua terra materna, e l'aveva percorsa per conoscere lo stato reale delle cose e portarvi una fraterna parola d'incuoramento e di speranza. Ora questo animoso patriota, sedendo in Parlamento in qualità di Deputato, nella seduta del 26 febbraio dello stante anno 1863 disse, rivolgendo la parola al cavaliere Carlo Luigi Farini: «Non dimenticherà l'onorevole Presidente del Consiglio, che quando era nell'Emilia, e noi cospiravamo in Sicilia, ci fu largo di favori pel trionfo della causa nazionale». Trovo parimenti autenticato dalle migliori testimonianze, che il conte di Cavour, come venne informato del lavoro in corso della Società nazionale onde portare aiuto alla rivoluzione siciliana per mezzo di una spedizione marittima di volontarii, si mostrò tutt'altro che avverso alla medesima. Sono pertanto scritti di sua mano i seguenti avvisi inviati a chi dirigeva quei preparativi:

Villamarina annunzia che si combatte in Palermo, e che l'insurrezione si estende. Carafa invece telegrafa a Canofari tutto essere tranquillo in Sicilia. Molta agitazione in Napoli; le serva...

Ho notizia da Napoli del 39, da Messina del 26. Il dispaccio dice: «qu'on rencontre résistance énergique et qu'il faut gagner le terrain pas à pas».

Addi 6 aprile 1860, la notizia della rivoluzione di Palermo giunse a Genova per le vie telegrafiche. In quella città l'attendevano Nino Bixio,

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Crispi, Rosolino Pilo (1). I quali fino dal mese di febbraio aveano la promessa del generale Garibaldi, che nel caso di un serio sollevamento in Sicilia egli si porterebbe a prenderne la direzione. Abbisognavano uomini, armi, navi e danari. Italiani d'ogni classe, volenti Italia e Vittorio Emanuele, accorsero da ogni parte all'animoso appello del generale Garibaldi. Il quale giudiziosamente vedendo la convenevolezza di raggruppare sotto la sola sua direzione gli apparecchi per le progettate spedizioni, stando egli a Quarto nella villa Spinola, fece chiedere a Giuseppe La Farina s,e voleva assentire a ciò. L'intendersi fu pronto, e per tal modo vennero posti a disposizione del generale Garibaldi gli efficacissimi mezzi di che disponeva la Società nazionale, fra i quali certamente non doveva calcolarsi per l'ultimo la segreta cooperazione del Governo di Torino, Garibaldi ben comprese l'utilità grande di siffatto concorso, laonde al La Farina, insistente per accompagnarlo in Sicilia, persuase di rimanere a servire d'intermediario tra lui e il conte di Cavour.

La direzione dell'ordinamento e degli apparecchi della prima spedizione vennero affidati a Nino Bixio. Con quella indomabile energia di volontà, di mente ed operosità instancabile, che a lui sono proprie, egli giunse a superare moltissime difficoltà. Ma all'imbarco delle armi non poté provvedere da solo; gli venne in aiuto la ciano de Governo. L'avvocato Fasella, che allora era uno degli ispettori della, questura di Genova, aiutò con due suoi agenti il trasporto dei fucili sul mare. Se in tanto e si manifesto tramestìo d'uomini e di cose nel porto di Genova, di barche cariche d'armi e di munizioni dirette verso la Foce ed a Quarto, le autorità governative locali non videro né seppero nulla, benché fosse appariscente il vigilare severo allo sbocco della Polcevera ed al lido di Cornigliano, torna ridicolo pensarlo 6 dirlo, non fu per paura o per impotenza ad agire contrariamente, ma sì perché Giuseppe La Farina erasi portato a Genova, munito d'alcune parole scritte dal conte di Cavour all'Intendente di quella città. Compiuta felicemente la prima spedizione, divenne urgente il bisogno d'aver armi in pronto per fornirne le altre spedizioni che si stavano apparecchiando. Per ordine espresso del Governo di Torino dall'arsenale di Modena vennero estratti fucili, e consegnati a Genova a coloro che ne difettavano. Armi e munizioni da guerra ebbero dal conte di Cavour le due spedizioni capitanate da Medici e da Cosenz.

(1) Questo prode Italiano mori poi gloriosamente combattendo le prime battaglie della libertà in Sicilia. Alla notizia di quella morte, l'ambasciatore napoletano a Vienna, il Petrulla, mandava al commendatore Carafa questo telegramma:

Vienna 24 maggio 1860.

«Felicitazioni di tutti e mia per la sorte di Pilo avvertito da me in Genova con promesse di danaro per ritirarsi a Vienna». (Tali erano i bassi istinti della diplomazia borbonica!

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Non potendo il Governo di Torino riconsegnare al generale Garibaldi i fucili allogati negl'arsenali dello Stato per sequestro anteriore senza incorrere in qualche responsabilità troppo grave, comperò quelle medesime armi e consegnò il danaro ai signori Finzi e Befana, che cosi poterono provvederne altre per condurre innanzi rimprea siciliana. Se la flotta partì da Genova con l'incarico apparente di tagliare la via allo sbarco dei volontarii sulle costiere siciliane, il conte Persano teneva un viglietto di mano del conte di Cavour nel quale, stava scritto: Signor Conte, vegga di navigare fra Garibaldi e gli inorocicohiatori napoletani, spero che mi avrà capito. Alle quali parole l'audace capitano di mare, degno figlio del sempre ardito Piemonte, aveva risposto: Signor Conte, credo d'averlo capito: dato il caso, ella mi manderà a Fenestrelle.

La cooperazione del Governo di Torino apportata più o meno direttamente. alla spedizione ardimentosa del generale Garibaldi, non sfuggi agl'occhi della diplomazia. Il dispaccio spedito per le vie telegrafiche agli agenti diplomatici della Corte di Napoli all'estero dal ministro Carafa per dare avviso dello sbarco dei Garibaldini a Marsala, era concepito in questi termini:

Malgrado avvisi dati da Torino, e promesse di quel Governo d'impedire spedizione di briganti organizzati ed armati pubblicamente, essi sono par V ti ti sotto gli occhi della squadra sarda; sbarcati jeri a Marsala.

Dica a cotesto Ministero tale atto di selvaggia pirateria permesso da Stato amico.

Carafa.

I seguenti documenti faranno conoscere le impressioni e i giudizii che un tale annunzio produsse nelle Corti di Vienna, di Berlino e di Pietroburgo.

Al Ministro degli affari esteri a Napoli

(cifra telegrafica) Berlino.

Rimostranze a Torino: spiegazione richiesta a Londra sulla condotta dei vapori a Marsala. Russia aiuta fermamente. Simili a quelli di Russia ieri ordini sono partiti di qui. Ma quel ministro di Prussia a Torino è un imbecille (1).

CARINI

(1) Accusa tanto impertinente quanto ingiusta data ad un personaggjo per ogni riguardo rispettabilissimo.

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(cifra telegrafica) Allo stesso, ivi.

Dopo ottenuto e confermato il concorso morale dei principali Governi contro un'orda di pirati, tutto resterebbe paralizzato in un istante, se si lasciasse tempo ad un migliaio di banditi, feccia del genere umano, di far innalzare la fatale bandiera della teoria del voto universale. J

Carini.

Allo stesso, ivi.

(riservatissimo 10 maggio 1860.

Disgraziatamente la grande distanza e l'assenza di ogni legno prussiano dai nostri mari, confinano le ottime disposizioni manifestate da questo Governo alla sola possibile d'indurre le altre potenze, di cui ondeggiano le bandiere nel Medi terraneo t ad impedire in ogni maniera un sì infame attentato. Così si è fatto.

Carini.

Allo stesso, ivi.

Vienna, 13 maggio 1860.

Siccome m'aspettavo, trovai il conte di Rechberg non solamente disposto in nostro favore, ma sinceramente commosso dall'abisso in cui ci si vorrebbe trascinare.

Sul momento decise, presi gli ordini dell'Imperatore, di spedire un corriere a Parigi e a Londra con due note identiche per protestare contro la spedizione di Garibaldi, che viola apertamente il diritto delle genti, e a cui quindi ognuno dovrebbe avere ugualmente interesse ad opporsi.

Vi si mostra dapprima l'insurrezione siciliana provocata dalle mene sarde, e vi si menziona come ultima prova la recente spedizione, che si qualifica di pirateria e che tende, ove l'esempio fosse seguito, ad introdurre nel cuore dell'Europa le stragi e gli orrori, che desolano senza interruzione il centro e il sud dell'altro emisfero. Si ricorda alla Francia la promessa da lei testé fatta, cioè: «Si le Piémont, malgré nos conseils, voudra poursuivre une politique d'agrandissement, la France sera toute disposée à aviser». Si rammenta il diritto del reale Governo di trattare come pirati i componenti della spedizione, e si fa poi ricadere sulla Sardegna tutte le conseguenze dell'attentato commesso.

Dopo ciò, S. M. l'Imperatore ordinò per telegrafo a Trieste, di far prendere immediatamente il mare a quei vapori che n'erano capaci, e di dirigerli verso la Sicilia, potendo ciò dare un qualche appoggio morale, e dove le circostanze lo permettessero, anche reale.

Petrullà.

Allo stesso, ivi.

(cifra telegrafica) Pietroburgo.

Gorciakof ha telegrafato a Torino: profonda indignazione dell'Imperatore. Si domanda se sono punite le autorità di Genova, e se Garibaldi: porta ancora l'uniforme di S. M. Sarda.

Regina

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Allo stesso, ivi.

(Riservatissimo) Pietroburgo 2[14 maggio 1860.

L'indignazione che ha provato l'Imperatore e il principe di Gorkiakoff, allorché gli diedi conoscenza del telegramma di V. EM con cui s'informa dello sbarco a Marsala dei briganti partiti da Genova è stata proporzionata alle enormità commesse tanto dal Gabinetto Sardo che dagl'uffiziali inglesi che hanno favorito lo sbarco. La postilla dell'Imperatore sul dispaccio in parola, che rimandò al Ministero degli affari esteri, è: c'est infame, et de la part des Anglais aussi. Questa mattina poi questo Ministro degli affari esteri ha fatto venire John Crampton e il marchese Salili, ed ha mostrato loro l'enormità di tal agire. Al marchese Sauli ha detto: «Che se il Gabinetto di Torino era debordò, che se la rivoluzione lo trascinava a trascurare qualunque dovere internazionale che privava d'ogni forza i suoi proprii impiegati, tutti i Governi d'Europa dovranno prendere in considerazione tale posizione di quella Potenza, e uniformare i modi con che continuare i loro rapporti con essa.

Regina.

Allo stesso, ivi.

29 maggio 1860.

Il principe di Gorkiakoff in una recente conversazione tenuta col marchese Sauli, l'incaricò di scrivere' al conte di Cavour che l'imperatore Alessandro provava tale e tanta indignazione per ciò che accadeva in Sicilia e per l'attitudine che serbava il Governo Sarto, che se la posizione geografica della Russia fosse stata diversa, egli sarebbe intervenuto materialmente, malgrado e contro i principii A non intervenzione proclamati dalle potenze occidentali.

Regina.

Veramente furono giorni assai critici quelli, nei quali il conte di Cavour ebbe a sostenere tanto incrocicchiato fuoco di batterie diplomatiche. Se il generale Garibaldi pertanto a capo degl'eroici suoi compagni allora dava al mondo splendidissima testimonianza che l'antico valore ripullulava rigogliosamente nella razza latina, il conte di Cavour alla sua volta porgeva splendido documento che il vetusto senno italico non avea abbandonato i tardi nepoti dei gloriosi avi romani. Alle protestazioni, alle recriminazioni acerbe che l'Europa governativa gli voltò contro, egli con maestrevole dissimulazione oppose l'impossibilità in che trovavasi il Governo italiano di gittarsi attraverso un'impresa indirizzata contro un governo incorreggibile. Con quale buon diritto, diceva egli, si può chiamare in colpa la Sardegna di non avere impedito lo sbarco sulle coste siciliane a Garibaldi', mentre l'intiera marina napoletana era stata impotente a ciò? Se a tutt'agio Austriaci e Irlandesi s'imbarcavano nel porto di Trieste per accorrere ad aiutare il Papa, come avrebbe potuto il Governo di Torino,

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senza segnare il proprio divorzio dalla causa nazionale, vietare che dalle liguri costiere partissero italiani uomini per prestare l'aiuto, che i fratelli hanno diritto di richiedere dai fratelli? E poiché Giuseppe Garibaldi aveva alzato lo stendardo della popolana guerra, e da ogni parte della Penisola accorreva a schierarvisi sotto, il più eletto fiore della gioventù, forse che la monarchia non distruggerebbe in certo modo con le sue mani la propria riputazione e il proprio avvenire ove essa si determinasse a strappare di mano le armi agli accorrenti volontarii? Mettersi per una tal via era un voler sprofondare l'Italia negli abissi dell'anarchia. La monarchia costituzionale della Casa di Savoia onde rimanere argine sicuro in Italia contro il torrente delle idee rivoluzionarie, doveva innanzi a tutto conservare con vigile custodia il proprio prestigio. Ma siffatta potenza morale addirittura dileguerebbesi ove il governo di Vittorio Emanuele II si dichiarasse osteggiatore della idea nazionale. Asserragliato in un tal ordine d'idee, il conte di Cavour poté ridurre l'opposizione dell'Europa governativa all'impresa di Garibaldi nella Sicilia, a semplici protestazioni diplomatiche, o mantenere aperto il varco nelle libere terre italiane alle schiere elette di giovani accorrenti là dove si combatteva per abbattere una tirannide indigena più spietata ancora della forastiera.

Se il conte di Cavour non era indietreggiato dall'aiutare sottomano Garibaldi quando la possibilità del successo era incerta all'estremo, naturalmente egli doveva porvisi attorno con maggiore impegno quando la presa di Palermo fece comprendere che la monarchia borbonica posava sopra la più sconvolta arena. Le navi sarde, che erano in crociera nel mare di Sicilia, quindi largheggiarono maggiormente in aiuto (1); fu permesso che i volontarii, senza precauzione alcuna di segreto, partissero dai porti dello Stato e apertamente si andassero facendo incette di danaro in loro aiuto. Tali larghezze combinavano con il criterio che il conte di Cavour s'era fatto sui migliori modi per il buon successo di quella impresa. Secondo egli allora pensava, bisognava non lasciar tempo al governo borbonico d'avvantaggiarsi delle pratiche diplomatiche, che esso aveva posto in corso onde per mezzo di una possente mediazione fermare la rivoluzione nella Sicilia. Il miglior modo di sventare tale disegno naturalmente era quello d'accelerare il movimento prima che le trattative dei gabinetti delle varie corti si assodassero. Egli è pertanto così lontano dal vero che il conte di Cavour abbia cercato con ogni mezzo d'opporsi al passaggio del generale Garibaldi sul napoletano, ch'egli invece sollecitavalo a ciò fare per le sovrammenzionate ragioni, oltre a due mesi prima del giorno in cui realmente l'ardito capitano vi pose il piede. La seguente lettera attesta ciò in modo irrefragabile»

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Al signor La Farina a Palermo

Torino, 19 giugno 1860,

Ho ricevuto la sua lettera del 12 e 14 andante. La conservo come docur mento storico. Quello che accade, Ella l'aveva previsto, ed ò un bene...., Persano gli darà tutto quell'aiuto maggiore che egli potrà, senza però. compromettere la nostra bandiera.

Sarebbe un gran bene se Garibaldi passasse nelle Calabrie.

Sto concertando un servizio di vapori diretto da Genova e Livorno per Palermo sotto bandiera francese. Forse sarà necessario dare un grosso sussidio alla Compagnia. Figurerà il Governo siciliano, ma all'uopo pagheremo noi.

Qui le cose non vanno male. La diplomazia non è soverchiamente molesta. La Russia ha strepitato molto; la Prussia meno. Il Parlamento ha molto senno. Aspetto con impazienza sue lettere.

Cavour.

La diplomazia veramente non tardò di nuovo a farsi molesta. Ciò che il conte di Cavour avea previsto non tardò ad attuarsi. Il governo napoletano a cercare un valido appoggio nella mediazione benevola de' due maggiori potentati occidentali, spedi il marchese Della Greca in missione straordinaria presso i due governi di Parigi e di Londra. Dietro le sollecitazioni pressatissime di quell'incaricato di Francesco II di Napoli, il Governo francese indirizzò all'Inghilterra la proposta d'impedire con un'azione combinata lo sbarco del generale Garibaldi nelle provincie napoletane (1). Ma poiché l'Inghilterra rifiutò recisamente il proprio assenso a tale intervento, il gabinetto imperiale, aderendo pur sempre alle proteste del marchese Bella Greca, s'indirizzò al conte di Cavour per fargli nota che il desiderio della Francia era quello d'obbligare Garibaldi ad assentire una tregua di sei mesi guarentita dalle potenze (2). Le insistènze del ministro francese in Torino su tale proposito si fecero pressanti al segno, che il conte di Cavour a non porre allo scoperto tutto il suo sistema di dissimulazione diplomatica, dovette maggiormente avvilupparlo per qualche autorevole manifestazione pubblica, attestante che né il re Vittorio Emanuele né il suo governo esercitavano realmente qualche potente influsso sull'anime del generale Garibaldi.

Frattanto l'abile ministro italiano volgevasi a lord Russel e a lord Palmerston, si serviva delle numerose amicizie validissime che aveva in Inghilterra, impegnava la cooperazione del marchese d'Azeglio, quella de' più autorevoli Italiani stanziati in Londra per preparare i modi d'uscire da quelle pressure senza diplomaticamente compromettersi.

(1) Dispaccio dell'ambasciatore Antonini al Ministro degli affari esteri a Napoli: Parigi 26 luglio 1860.

(2) Dispaccio dell'amb. Canofari al Ministro degli affari muri a Napoli iTorino 87 luglio 1860,

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Quando da quel lato fu sicuro d'essersi guarentito l'appoggio cercato, il conte di Cavour dichiarò al governo francese che i consiglieri di Vittorio Emanuele II accetterebbero la proposta di proporre al generale Garibaldi una tregua, ma sotto l'espressa condizione che vi fosse l'immediato assenso dell'Inghilterra (1). Ma tale assenso sapevasi bene che non vi poteva essere, e in effetto il Gabinetto di Lpnjira non tardò a dichiarare a quello di Parigi, che era sua ferma volontà di non intervenire per obbligare Garibaldi a una tregua, e di protestare ove la Francia intendesse di farlo.

Per tal modo la diplomazia italiana associavasi gloriosamente alle armi italiane nella splendida impresa della liberazione della Sicilia. Laonde se quella nobile terra deve gratitudine eterna all'eroico soldato, che la strappò dagli artigli borbonici, essa non ha minore obbligo verso l'abile uomo di Stato, il quale tanto potentemente cooperò a tal fine.

Continuiamo a narrare, e viemeglio apparirà in quale valore abbiasi a tenere la cooperazione prestata dal conte di Cavour alla liberazione dell'intiero reame delle due Sicilie. Quando il governo borbonico si vide stretto per ogni parte dalla rivoluzione, nella sua mortale angustia si rivolse all'imperatore Napoleone III supplicandolo a voler salvare il trono del giovane re Francesco II. A tal fine il commendatore De Martino e il marchese Antonini si presentarono con una lettera autografa del loro Sovrano a Napoleone III nella sua residenza di Fontainebleau addì 12 giugno 1860. Il seguente dispaccio, importantissimo per la storia contemporanea e che qui si rende di pubblica ragione nella sua autenticità, scritto dal sovrammenzionato marchese Antonini porrà in grado il lettore di conoscere quali furono in quel colloquio le dichiarazioni fatte dal monarca francese.

Al Ministro degli affari esteri a Napoli.

Parigi, 13 giugno 1860.

Il cav. De Martino giunse qui il mattino di ieri l'altro undici corrente, e mi recò la spedizione del sei, cioè la R. lettera per l'Imperatore e l'importantissimo luminoso dispaccio di V. E. Dopo averne presa esatta conoscenza, senza porre tempo in mezzo, mi recai con lui dal signor Thouvenel. Era sulle mosse di recarsi a Fontainebleau e non potemmo intrattenerlo che brevemente. Lo premurai d'ottenermi da S. M. l'Imperatore una udienza per la presentazione della lettera Reale e di farmi accompagnare dal cav. De Martino. L'ho ottenuta subito per l'indomani e di fatti alle 10 antimeridiane di ieri io era a Fontainebleau con lui.

(1) Dispaccio del Barone Winspeare inviato napoletano a Torino in data del 26 agosto 1860.

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S. M. l'Imperatore ci ha subito ricevuti. Nell'avvicinarlo gli espressi in brevi termini la posizione delle cose e l'oggetto della mia visita. L'Imperatore cominciò a deplorare i fatti avvenuti in Sicilia e il non ascolto dato ai suoi ripetuti avvisi. -'II tempo era mancato a farlo, io risposi, e ne appellai al suo stesso esempio. Le riforme, il riordinamento del sistema governativo erano stati effettuati da lui solo quando l'ordine pubblico e la tranquillità erano stati ristabiliti in Francia. Al Re, mio Signore, questo tempo è mancato. Gli avvenimenti prodotti da un'azione straniera l'obbligarono a rompere ogni dimora. Egli ne appella al concorso della M. V. È questa la sua lettera. -

L'Imperatore la prese e la percorse con la massima attenzione. - Ma quali sono queste basi per la mia mediazione? diss'egli. In che modo potrebbe esser esercitata? In questa questione io debbo agire perfettamente d'accordo coi miei alleati. È già molto avere ottenuto tale accordo. Ha il Re accettato il mio consiglio sulle tre condizioni che stimo indispensabili?

Egli ha soggiunto, se non posso agire che di perfetto accordo coi miei alleati, è la loro azione combinata con la mia che può sola arrestare il corso degli avvenimenti, e quest'azione non s'otterrà mai se non sarà in certo modo prescritta dal loro proprio interesse. Le basi che io ho proposte non sono troppo, se avranno questa condizione; ad ogni modo su queste basi per interesse del Re potrò agire su di essi e lo farò con ogni mio potere.

Cosi la discussione è rimandata sulle tre basi proposte da Brenier per ordine imperiale.

Non è stato difficile provare quanto l'interesse francese combinasse su questo punto col nostro. La Sicilia lasciata a se stessa andrà fatalmente presto o tardi sotto l'influenza o sotto il protettorato inglese. La discussione si è lungamente protratta su questo oggetto. L'Imperatore ha sentito il peso di tutti i nostri argomenti, ed è venuto da per se stesso ad emendare la primitiva proposizione. Potrebbe, egli ha detto, proporsi una completa separazione tra i due Stati sotto lo stesso Re, con una costituzione diversa. Sarebbe questo forse il migliore partito, ma verrà accettato?

Il signor Thouvenel ha interloquito sempre che ha veduto il suo padrone scosso e indeciso; ha citato l'esempio della Svezia e della Norvegia, ed ha rincarito su tutte le condizioni di una completa separazione. L'alleanza del Piemonte è evidentemente dall'un canto l'idea fissa dell'Imperatore, dall'altra deve essere il cardine dell'accordo che esiste tra la Francia, l'Inghilterra e la Sardegna. La Sardegna sola, dice l'Imperatore, può arrestare la rivoluzione. Piuttosto che a me è al Re di Sardegna che avreste dovuto rivolgervi. È contentando l'idea nazionale che potete solo arrestare la corrente. Le concessioni interne, separate da lei e per se stesse non avrebbero scopo. Nessuno le accetterà. Se avete forze da per voi a comprimere e vincere la rivoluzione, fatelo pure. Io sarò il primo ad applaudirvi; ma se non l'avete, quello è il solo, l'unico mezzo per disarmare la rivoluzione. L'incendio esiste, avanza; sacrificate pure dei nobili edifizii per salvare il resto. I momenti contano, ogni momento perduto è irreparabile.

(1) Dispaccio del barone Winspeare inviato napoletano a Torino in date del 26 agosto 1860.

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L'Imperatore avendo voluto riattaccare questo pensiero a quello che ha dettato i patti di Villafranca, a quella confederazione, che il Re aveva accettato in principio, non è stato arduo ribattere l'argomento e provare che oggi non si tratta più di un patto che avrebbe riuniti varii Stati indipendenti nello stesso scopo, per interesse comune e generale, ma si bene di darci legati da noi stessi in braccio ad uno Stato maggiore, soverchiante, invasore; la cui politica tende apertamente ad assorbire tutta Italia, che si serve di tutti i mezzi, che fomenta, sostiene la rivoluzione tra noi, che è in faccia alla Francia stessa in posizione anormale, non riconosciuta. E noi sue vittime dovremo i primi, i soli far atto di riconoscenza, di adesione, di concorso alle sue spogliazioni, alla sua politica, al suo ingrandimento? E la Francia può volerlo, la Francia in cambio di una Federazione nella quale avrebbero dominati i suoi principii, il suo interesse, può volere il consolidamento di un'opera esclusivamente rivoluzionaria? L'Italia così costituita in posizione e nel diritto di non consultare un giorno che i suoi interessi, quale punto d'accordo potrà avere con la Francia regolata da principii, da interessi contrarii, opposti? Si comprende l'Inghilterra per la quale il principio liberale rivoluzionario è il suo punto d'appoggio contro la Francia stessa e forse contro di lei avanti tutto.

Tutto ciò può esser giusto e vero, ha replicato l'Imperatore; ma oggi siamo sul terreno dei fatti; la forza dell'opinione è irresistibile, la posizione della Francia non è già quella del 1849. È per ciò appunto che non vogliamo l'annessione, che è contraria ai nostri interessi, perciò consiglio il solo mezzo pratico di evitarla od almeno ritardarla. La forza è dal lato contrario, una forza irresistibile, contro la quale dobbiamo essere disarmati. L:idea nazionale deve trionfare. Si sacrifichi tutto a questa idea in un modo qualunque. Non ne discuto i termini, sui quali si potrà trovar modo a risolvere tutte le obbiezioni che esistono, ma che nel fondo si faccia e subito. Domani sarà troppo tardi. Il mio appoggio leale, sincero vi sarà in questo caso assicurato, altrimenti dovrò astenermi, lasciare l'Italia fare da sé. 11 principio del non intervento, cementato dal sangue della Francia sarà mantenuto. - Che lo sia per tutti ugualmente, si è da noi replicato; che in questa lotta che uno Stato sovrano, indipendente sostiene contro una rivoluzione prodotta dallo straniero, cessi l'aperta intervenzione di uno Stato vicino, amico; che una parola franca, decisa dell'Imperatore, quella parola, che ha dato alla Francia Nizza e la Savoia, che ha salvato sola i domimi del Papa da una invasione simile a quella che ora in pieno giorno si commette contro di noi, che questa parola sia detta anche per noi. -

Le condizioni sono differenti, ha ripreso l'Imperatore, tra lo Stato romano ed il vostro. Gli Italiani hanno sentito che avrei dovuto agire. Per voi, lo ripeto, sentono il contrario, et voilà ma faiblesse. Non per tanto continuerò le mie pratiche a Torino, lo ripeto, ma è vano, Cavour è débordi. Anch'egli non ha che un argomento da opporre alla opinione, alle passioni scatenate contro di voi e persino in Alemagna e in Russia. Date a Cavour un argomento di fatto, un'arma valida, un interesse per sostenervi: lo farà, egli è una mente pratica, sente il pericolo della rivoluzione, che per voi ingigantisce e mette in forse l'opera sua.

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Egli vorrebbe camminare piano e sicuro e la rivoluzione lo strascina nell'inconnu. È a Torino, a Torino che bisogna agire. -

Sì a Torino, abbiamo risposto, ma per impedire una intervenzione che la Francia riprova, per fare rispettare i diritti di buonvicinato, detrattati, della morale pubblica. È a Torino che la voce dell'Europa dovrebbe tuonare contro tanto attentato, ed è la Francia che ha proclamato e vuole mantenere il principio di non intervento, che deve prendere l'iniziativa «dare l'esempio. Noi lo domandiamo formalmente all'Imperatore. E nell'appellare ancora una volta nell'interesse della Francia alla sua politica secolare, ho di nuovo incalzato sulla ferma decisione del Re di rispondere dal suo canto a questi comuni interessi, a questa ben intesa politica.

L'Imperatore si è limitato a replicare: che ci avrebbe pensato ed avrebbe risposto a S. M.

Thouvenel nelle parole, che durante così lunga discussione ha messo or qua or là, non ha avuto altro pensiero, che di avversarci. Rimarcherò fra le altre le seguenti cose. Allorché si parlava d'applicare per tutti il principio del non intervento, d'impedire quindi gli aiuti del Piemonte alla rivoluzione, si è egli attirato una vivissima risposta pretendendo che in fatto di questione italiana il Piemonte non era straniero. Una lotta ulteriore in Sicilia è, secondo lui, per noi impossibile. Ma se pur lo fosse l'Europa potrebbe, ha egli detto, rimanere spettatrice oziosa delle crudeltà dei nostri soldati?

Questa udienza ha durato presso che due ore.

Antonini.

Attenendosi ai consigli dell'imperatore Napoleone III il re di Napoli inviò a Torino gli onorevoli Manna e Winspeare a negoziar un trattato di alleanza con il Governo del nuovo regno d'Italia. Le accoglienze prime, che i due legati di Francesco II di Borbone incontrarono presso il ministro sopra gli affari esteriori di Vittorio Emanuele II realmente non furono molto lusinghiere. Ciò è attestato dal seguente dispaccio:

Al Ministro degli affari esteri a Napoli.

(riservatissimo) Pietroburgo, 7 agosto 1860,

Con questa data dirigo al signor Ministro Segretario di Stato delle Finanze in missione speciale a Torino un dispaccio telegrafico in replica ad un di lui telegramma a me diretto il 3 corrente e che deve essere stato comunicato a V, E. Per supplire al laconismo del telegramma credo opportuno di comunicarle verbatim la risposta, che mi diede ieri il principe di Gorciakof alla comunicazione che gli feci del dispaccio del R. Ministro signor Manna.

«L'appui de la Russie, vu sa position géographique, ne peut étre que moral. Il vous a été énergiquement donné a Paris, a Turin, a Londres. Maintenant que la lutte est engagée sur le terrain matériel, il faut que vous fassiez usage de vos propres forces. Carine a exécuté l'ordre de «vous appuyer en général; vous même avez demandé qu'on n'entre pas dans les détails de la négociation pour ménager Cavour...

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«En attendant (continuò questo Ministro degli affari esteri) j'ai fait venir hier le Marquis Sauli et lui ai parié rudement sur la manière dout a monsieur Cavour a reçu les ouvertures du Roi de Naples, et le Ministre Sarde m'a rèpondu - que le Roi de Naples au bord du précipice tendrait la main au Roi du Piémont pour l'y entralner avec lui. - A che il Principe replicò- «Vous étes aussi près de l'ablme que le Roi de Naples, en ayant toléré en Sicile l'envoi de secours a Garibaldi pour la guerre. La chute de là dynastie Napolitaine entrainant sans nul doute celle du Pape, la conséquence inévitable en sera la guerre que vous serez forcés d'entreprendre contre l'Autriche et dont les suites ne peuvent être douteuses pour personne. La dynastie de Savoie disparaitra comme celle de Naples. Le Marquis Sauli, qui i d'ailleurs est très-prudent me répondit - On ne peut aller contre le vent. -Ce a quoi j'ai répliqué. -Ces vents vous les avez déchaînés vous-mèmes en portant la révolution dans le Royaume des deux Siciles au lieu de vous organiser chez vous. Ecrivez tout cela a M. de Cavour».

Prendendo congedo dal Principe, egli mi disse di nuovo - Au nom «du ciel défendez-vous, combattez et employez des gens habiles».

Regina.

Si è errato pertanto o per ignoranza o per malevoglienza ogni qualvolta si è affermato a voce ed a stampa che il conte di Cavour a meglio abbindolare i mandatarii di Francesco II di Napoli li accolse con la maggiore squisita benevoglienza per indurii nella persuasione che il Governo di Torino era nelle migliori disposizioni per negoziar un trattato d'intima alleanza con la Corte di Napoli. Il vero sta in ciò, che il Ministro dirigente la politica del nuovo regno d'Italia mentre era al tutto deliberato di respingere l'alleanza proposta dal governo di Napoli, si trovò nelle maggiori difficoltà in quanto al miglior modo di farlo, per le sollecitazioni che gli venivano fatte in proposito dalla Francia, dalla Russia e dalla Prussia. Che se egli senza togliersi dalla sua abile politica d'aspettativa, potè riuscire in tale intento, ciò avvenne a motivo che egli seppe navigare tra due scogli ugualmente pericolosi con destrezza non minore di quella praticata prima della guerra del 1859 contro l'Austria. Agl'inviati napoletani il conte di Cavour rispose: che senza respingere in principio l'alleanza proposta, faceva duopo innanzi di scendere ai relativi negoziati d'avere la certa guarantigia che essa era desiderata non solamente dal re Francesco II ma eziandio dal popolo napoletano. Ma come potevasi conseguire una tale certezza prima che il nuovo Ministero napoletano avesse convocato un Parlamento e lasciato libero il campo alla manifestazione della pubblica opinione? Certamente i due governi potevano intendersi lealmente e mettersi d'accordo nel praticare una politica francamente italiana, ma per credere a ciò il governo di Vittorio Emanuele II

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era nel diritto di chiedere solide guarentigie, era nel bisogno di potersi assicurare che le amichevoli relazioni perdurerebbero, trascorsi anche i pericoli in che versava la Corte di Napoli. Conseguentemente dovesse essa divenire ad una rottura assoluta di quelle sue intime relazioni mantenute con la Corte di Vienna; volesse usare della sua molta influenza presso il Santo Padre onde indurlo a piegarsi schiettamente alle esigenze della politica italiana. Il Piemonte inoltre nella sua politica nazionale aveva sempre consultato la pubblica opinione onde camminare in pieno accordo con la medesima. Il Governo di Torino non poteva pertanto dipartirsi da un tale sistema per trattare di cosa tanto seria e gelosa con un governo, che aveva in casa sua la guerra civile; contro del quale alzavansi da ogni lato voci di condanna. La Corte di Napoli ed il suo governo facessero la prova di guadagnarsi la fiducia de' loro soggetti e frattanto rinunciassero a conquistare la Sicilia, ed il re Vittorio Emanuele II si risolverebbe se poteva o dovea stringere patti d'alleanza con Francesco II di Napoli.

Alle sollecitazioni delle potenze e massime a quelle più pressanti della Russia, il conte di Cavour rispondeva con ragioni veramente vigorose e franche. I seguenti brani di un suo dispaccio sotto la data del 25 luglio 1860 al marchese Sauli, ministro della Corte di Torino presso quella di Pietroburgo faranno testimonianza di ciò meglio delle nostre parole.

Le gouvernement napolitain se trouve dansune position fort singulière. Après avoir persisto, avec une opiniàtreté dont on trouverait peu d'exemples dans l'histoire, dans des errements qui lui ont attiré la désapprobation universelle, après avoir refusé plusieurs fois de s'associer a Dous et d'asseoir soie autorité sur la large base d'une politique nationale, pressé par des dangers qu'il s'est créés lui-méme, il fait un brusque virement debord, et demande notre amitié. Quelles sont les circonstances dans les quelles se fait cette demande? Une moitié de son royaume s'est déjà soustraite a son autorité; dans l'autre moitié, le peuple, que le joug d'une police odieuse et des antécédents déplorables, ont rendu méfiant mème des institutions libérales qu'on lui octroie, refuse de préter son appui a des ministres honnétes et libéra-ax, et s'attend a voir a chaque instantle canon de la réaction tonner dans les rues de Naples. C'est pour détruire cet incurable sentiment de défiance, pour combler l'abime qui existe malheureusement entre le peuple et la dynastie qu'on demande au roi Victor-Emmanuel de se faire garant de la bonne foi du gouvernement napolitain, de l'appeler a partager avec lui cette auréole de popularité qu'une administration ferme et libérale, et surtout le sang versé glorieusement dans de nombreux champs de bataille ont mérité a la maison de Savoie.

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En attendant, l'armée, la marine napolitaines hésitent entre la fidélité au roi et le besoin de se rallier a l'opinion nationale. Des désertions nombreuses affaiblissent les troupes qui combattent Garibaldi, et ce générai, avec une poignée d'hommes, s'empare de Palermo, fait reculer des masses énormes de soldats, et réalise une expédition qui paraissait téméraire et impossible

Le véritable ennemi du gouvernement napolitain, c'est le discrédit où il est tombé. Même sans reposer sur des institutions représentatives, un gouvernement peut compter sur l'appui de son peuple, tant qu'il représente un principe national, qu'il administre et punit avec justice et suivant les lois établies. A ces conditions les rois trouvent des soldats qui se battent pour eux, surtout lorsqu'ils savent se mettre bravement a leur téte: a ces conditions il est facile de trouver des alliés empressés et utiles. Lorsque, au contraire, au moment où l'on fait la concession d'une constitution, le peuple est terrifié par la vue de spectres sortant des cachots; lorsque l'armée a été minée par l'espionnage, mise en défiance de ses officiers, avilie par des faveurs accordées a des troupes mercenaires; lorsque surtout les soldats, depuis deux ou trois générations, n'ont vu d'autres ennemis que leurs concitoyens, l'édifice s'écroule, non par le manque de force matérielle, mais par le défaut absolu de tout sentiment généreux, de toute force morale.

Quant a nous, s'il était en notre pouvoir de donner un peu de ressort moral a une organisation frappée d'une incurable sénilité, nous ne lui refuserions point notre concours, mais nous devons tenir compte des difficultés qui nous entourent, et ne pas blesser inutilement le sentiment national. Il est facile, il est glorieux même d'embrasser son ennemi sur le champ de bataille; malheureusement l'antagonismo qui a existé jusqu'ici entre les gouvernements de Sardaigne et de Naples, n'est pas une de ces luttes où il est également glorieux de vaincre ou d'être vaincu.

Per tale guisa con l'abile suo temporeggiare e destreggiare con l'occhio sempre fisso sullo scacchiero diplomatico dell'Europa, il conte di Cavour per tre mesi potè far riuscire inutili i tentativi d'intervento, di mediazione, d'alleanza posti in campo e sollecitati a salvar dall'estrema ruina la Corte di Napoli. Non è a meravigliarsi se coloro i quali valutano sempre gl'interessi delle dinastie superiori ai diritti dei popoli, portarono e seguiteranno a portare un giudizio assai severo sul grande ministro italiano per siffatto suo procedere (1). Ma è bene che frattanto sia dichiarato dinanzi al tribunale della pubblica opinione che eziandio in quei giorni di supremo pericolo la Corte borbonica napoletana non aveva per nulla dismesso il suo vecchio

(1) A tempo opportuno, chi scrive queste carte pubblicherà non pochi documenti diplomatici comprovanti che nella loro storia domestica dell'eia nostra, i sostenitori del diritto divino e del principio di legittimità hanno, anch'essi, esempli assai singolari di un tal procedere politico.

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costume di slealtà dispotica e ingannatrice. Dio la percuoteva col flagello della rivoluzione, il suo governo stava per divenire un cadavere, a cui tutti avrebbero negato una sepoltura onorata, ed essa cospirava pur sempre contro la libertà, contro l'Italia. Laonde se il conte di Cavour fosse stato uomo di Stato tanto imprevidente d'assentire all'alleanza borbonica, sarebbesi trovato nella trista condizione di colui, il quale rimane mortalmente morso dalla vipera, ch'egli improvvidamente ha strappato dalla morte. Per quanto queste nostre parole suonino acerbe ed all'infuori delle nostre abitudini, tuttavia non le crediamo soverchie. Qual fosse la benevoglienza che portava al Piemonte il ministro napoletano a Parigi, lo ha mostrato il suo dispaccio del 13 giugno. Identico in acerbità era il linguaggio del resto della diplomazia borbonica. I negoziatori napoletani in Torino, i signori Manna e Winspeare neanco erano muniti di necessarii poteri per riconoscere officialmente il governo del nuovo regno d'Italia. Di più una lettera autografa del re Francesco II spingeva la doppiezza al segno d'interdire segretamente ai suoi mandatarii di fare pratica o patto qualunque, che potesse in alcun modo impegnare la Corte di Napoli a riconoscere le usurpazioni del re di Piemonte negli stati del Papa. Il commendatore De Martino, appena alcuni giorni prima di prendere in quel tempo l'uffizio di ministro sopra gli affari esteriori nell'amministrazione 'liberale sott'all'ombra della quale Francesco II cercava d'imitare i paterni esempi, aveva scritto da Roma in un dispaccio al suo governo.

...Una Costituzione a Napoli non è reclamata dai bisogni e dai voti delle popolazioni. È una esigenza politica; una questione puramente esterna. Se tuttavia il re la largisce, ho assicurato Sua Santità che innanzi tutto si sarebbero tutelati i diritti della religione.

Un'alleanza decisiva col Piemonte non può non essere riprovata da Roma, come quella che implicherebbe riconoscimento dello spoglio del Patrimonio di s. Pietro, e getterebbeci in una via che la Chiesa condanna, e, come lo dissi all'Imperatore, il re non lo farà mai.

La Francia ha fatte allora le seguenti proposizioni: Riservare la questione dell'Italia centrale come una questione europea: ridurre il proposto patto col Piemonte ad un'alleanza difensiva per difendere la nazionalità italiana da qualunque attacco estero. Si serberebbero così per ogni caso interi i diritti e l'azione dei Principi spossessati e della Chiesa...

Cosi messa la questione è chiara. Coi diritti sacrosanti della Chiesa non vi è transazione possibile. Un'alleanza decisiva col Piemonte ci comprometterebbe.

In mezzo a tanto incessante travaglio diplomatico altri fatti di non minore scabrosità erano sopraggiunti a preoccupare maggiormente l'animo del conte di Cavour. Nell'agosto di quell'anno 1860 egli credeva la guerra pressoché inevitabile per parte dell'Austria.

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Era quindi necessità suprema di prepararsi alla lotta con tutti i mezzi possibili. Bisognava pertanto che l'impresa del generale Garibaldi, alla quale il governo di Torino s'era stretto con indissolubil nodo per il rifiuto dell'alleanza borbonica, giungesse a pronto e felice successo, onde rivolgere sul Mincio tutte le forze militari della nazione. Da altra parte per lo stesso fine conveniva praticare ogni miglior espediente affinché nel crollo del governo borbonico non succedesse lo sfasciamento dell'esercito e dell'amministrazione nelle provincie meridionali. In tal modo avrebbesi avuto il tempo utile per porre in assetto il paese prima degli assalti dell'Austria. Eziandio affine di resistere con buon successo alle pressure della diplomazia importava che l'annessione pronta di quella italiana gente alla grande famiglia nazionale avesse luogo nel modo più libero e popolano. Le due seguenti lettere dirette a Giuseppe La Farina, che dopo il suo ritorno dalla Sicilia, erasi ritirato in Acqui per riguardi verso il governo del Re, chiariranno la verità di quanto qui sopra abbiamo asserito.

Torino, 14 agosto 1860.

Un dispaccio recato dall'Abatucvi annunzia che ottomila Garibaldini sono sbarcati in Calabria presso Reggio. Persano, come Ella sa, essendo a Napoli, mi manca ogni mezzo d'avere notizia telegrafica della Sicilia. Ignoro quindi se il fatto sia vero, ma lo credo assai probabile.

La guerra, alla quale bisogna ormai prepararsi con tutta l'energia, farà cessare, io lo spero, tutti gli screzii. Guai all'Italia se dinanzi al nemico il partito liberale non si ricompone a quella concordia che fece la sua forza nell'anno scorsoi Indizii quasi sicuri dimostrano che l'Austria si prepara. Se essa non ci assale» credo che sarebbe utilissimo di non muovere guerra. $Ia quando Garibaldi gara a Napoli avremo noi agio di organizzarci? ad ogni modo noi faremo il nostro dovere.

Cavour.

Torino, 16 agosto 1860.

Non mi posso indurre a credere che in Sicilia si voglia sul serio fare l'annessione per colpo dittatoriale. Questa non avrebbe alcun valore in faccia all'È Jropa, la cui diplomazia non cessa di gridare contro l'occupa ziom della Sicilia per parte dei volontarii di Garibaldi. Ora se si può sino ad un certo punto affrontare la diplomazia quando %i ha l'opinione pubblica con sé, è d'uopo ascoltarla, quando non si scosta, come avviene spesso, dalla coscienza dei popoli europei. II Governo è dunque deciso a non accettare l'annessione se essa non si fonda sopra un voto popolare, Ella può dichiararlo ai suoi amici. Intanto adoperi, caro La Farina, la sua influenza in Sicilia per mantenervi la concordia e la moderazione.

Cavour.

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Torna agevole il comprendere, di fronte a tali testimonianze, corno pensando, scrivendo ed operando in tal guisa il conte di Cavour allora si diportasse da leale, onesto e generoso cittadino, il quale posponendo ogni privato rancore agli interessi della patria e dell'unità italiana, voleva raggiungere la meta finale per la concordia comune, per la moderazione, per il dovere e la libera manifestazione della pubblica opinione. Conformemente al maggior suo desiderio, l'Italia doveva degnamente prender posto fra le potenti nazioni per un de'più grandi, dei più rari spettacoli che porti la storia, quello di un popolo, il quale dopo essere stato secolarmente servo e diviso, nel tardo giorno della sua risurrezione da un capo all'altro della sua terra si ritrova fratello, e mettendo mano al compimento del suo destino con assennata libertà e senno eminentemente politico alla sua volta fa pagare caramente all'Europa un lungo passato di dominazioni ed interventi. Ma per conseguire questo supremo fine, il conte di Cavour voleva e doveva serbare al dissopra d'ogni altra l'autorità del Re eletto dalla volontà della nazione, ed impedire in modo assoluto che l'indirizzo del movimento nazionale cadesse nelle mani di un partito. Conseguentemente egli era al tutto disposto a cooperare con efficacia affinché il generale Garibaldi portasse la bandiera della libertà sulle calabresi terre (1), Prima però che l'ardito guerreggiatore procedesse oltre sulle ali della vittoria, il conte di Cavour voleva veder l'esercito napoletano condotto a qualche partito risoluto ed italiano, farsi cooperatore agli abitanti di Napoli e delle altre primarie città del regno al di qua dello stretto? di un movimento, il quale ponesse in grado il partito monarchico unitario di prendere il maneggio della pubblica cosa, di chiamare addirittura il popolo al plebiscito, e d'annettere il proprio paese prontamente al rimanente della grande famiglia italiana (2).

(1) Uno degli uomini più benemeriti della democrazia italiana, il deputato dott, fiotterò ebbe l'incarico dal conte di Cavour di cooperare a questo passaggio de' Garibaldini sul continente; a tal fine partì da Torino con 500 mila franchi; in appresso una uguale somma portò in Sicilia l'egregio ex-deputato Bartolomeo Casalis. I legni da guerra Sardi ebbero pure l'incarico d'aiutare tale passaggio. Il resto si dirà a tempo più opportuno.

(2) In una sua lettera dell'11 agosto 1860, il conte di Cavour scriveva:«Ho notizie non cattive di Napoli, V'ha ivi un gran numero di elementi d'unione: vi manca la volontà energica ed ordinatrice. X promette di provvedere», - L'illustre Terenzo Mamiani, che allora presiedeva al Ministero della pubblica istruzione, rispondea ad una lettera dell'ottimo cittadino Biagio Miraglia nel modo seguente:

Torino li 27 aprile,

«Carissimo signore - Appena ricevuta la sua stimatissima, stimai bene darne notizia al più illustre de' miei colleghi. Il consiglio che Ella porge con tanta modestia era stato prevenuto, e se ne attendono i frutti. Al giungere di questa spero le cose di costà esser meglio avviate. Le sorti d'Italia pendono dalla risoluta energia dei Napoletani.

«Quanto ai Mazziniani, Ella non se ne conturbi troppo. Il Governo è fermissimo a non tollerare che essi menino a male il movimento attuale come fecero nel 48».

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Per quella libera e forte manifestazione delle forze native delle provincie napoletane toglievasi all'Europa il maggior argomento per sostenere che quel moto unitario prendeva principio e vigore al di fuori, l'assetto amministrativo non pativa un totale sfacimento ed in tempo utile si chiudeva il varco agli sconfinati disegni del generale Garibaldi ed ai più funesti progetti occulti di parecchi di parte repubblicana, che gli si erano messi attorno accettando il suo grido di guerra Italia e Vittorio Emanuele.

La poca vitalità del paese, la mancanza nell'esercito napoletano del sentimento nazionale, il dualismo manifestatosi violento tra il vecchio ed il nuovo comitato, detto dell'ordine, costituitosi in Napoli, ignobili passioni personali associate ad interessi più ignobili ancora furono le principali cagioni per le quali il sovrammenzionato disegno del conte di Cavour non ebbe attuamento. Ma egli non era uomo da piegare rassegnatamente il capo e da lasciare che il freno e l'indirizzo del moto italiano fossero tolti dalle mani del Governo. Coloro i quali hanno affermato che fu per voglia ambiziosa o per acuto dispetto verso la gloria del generale Garibaldi che il conte di Cavour sospinse l'esercito italiano nelle Marche, nell'Umbria e sul Volturno, hanno assegnato la causa meno vera e più meschina ad uno dei più ardimentosi e de' più salutari atti politici, che la storia rammenti nella vita delle nazioni moderne.

Mentre la monarchia borbonica ignobilmente crollava, i Mazziniani s'erano posti ad un lavoro indefesso nelle provincie meridionali. Da altra parte il generale Garibaldi teneva davanti al cuore piuttosto che davanti alla mente il disegno affascinatore di procedere di vittoria in vittoria sino al segno di strappar non solo la Venezia all'Austria, ma di piantare la sua bandiera sul Quirinale, proclamandovi allora egli - Vittorio Emanuele Re d'Italia per la volontà del popolo - A compiere siffatti altissimi destini, il vittorioso capitano chiedeva che sotto la sua dittatura fossero lasciate le provincie meridionali e che il Re Vittorio Emanuele licenziasse coloro, i quali allora erano i consiglieri della sua corona. Fra i molti incommensurabili benefizii, di che l'Italia va debitrice al conte di Cavour certamente la storia non registrerà fra gli ultimi l'abile fermezza di che egli diede prova in tale gravissimo frangente. Se egli retrocedeva innanzi ai disegni ed alle pretensioni del generale Garibaldi, la Casa di Savoja posta a rimorchio della rivoluzione, avrebbe preso quella fatale via che guida agl'abissi che non hanno uscita, ed il movimento nazionale italiano, perduta ogni norma di diritto, abbandonato dall'Inghilterra, osteggiato colla spada alla mano dalla Francia e dall'Austria, gittate in balìa della discordia domestica, non avrebbe indugiato a raggiungere quello stadio, nel quale i popoli stramazzano a terra per essere quindi gittati dal dispotismo nella tomba a dormire un sonno secolare.

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Ma nella bollente temperie in che allora erano gli animi degl'Italiani non bastava avere il coraggio della resistenza ai disegni e alle pratese di un uomo, il quale con le sue imprese aveva affascinato le menti in modo meraviglioso. In effetto un tale coraggio, messo alla prova, per se solo non avrebbe bastato a conservare al Governo quella autorità morale, quella forza sulla pubblica opinione, che gli erano indispensabili per padroneggiare nomini e cose e condurre a termine la parte più scabrosa dell'ordinamento nazionale. Per restare nel possesso di tale potenza morale bisognava dare agli Italiani solenne e audace testimonianza che avevasi il coraggio e la virtù operativa di compiere i fini nazionali meglio di quello che Garibaldi fosse adatto.

Il conte di Cavour ebbe questo previdente e salutare ardimento. Egl scriveva pertanto al marchese Filippo Gualterio cosi:

Caro Gualterio

Torino, 26 agosto 1860.

Mi affretto di riscontrare la vostra lettera del 24. Consento pienamente con voi; l'ora d'agire nell'Umbria e nelle Marche s'avvicina. Il Ministero è deciso non solo di secondare, ma bensì di dirigerà il movimento. Onde» preparare i mezzi d'azione..... V'invito perciò di portarvi a Firenze voi pure, non più tardi di domenica prossima. Giunta Torà d'agire saremo noumeno decisi, non meno audaci dei Bertani; ma all'audacia accoppieremo l'oculatezza e l'antiveggenza. Facciamo affidamento su di voi e sui buoni d'oltre confine, che mi si dice esser molti.

Vostro aff. Cavour.

Propriamente il grande ministro italiano non tardò a mettere in pratica molta audacia accoppiata a singolare oculatezza e antiveggenza - «Se noi non arriviamo sui Volturno prima che Garibaldi giunga alla Cattolica, la monarchia è perduta, l'Italia rimane in balla della rivoluzione» - diss'egli recisamente alla diplomazia. E senza frammetter tempo, dato di mano ad un appiglio diplomatico spinse l'esercito italiano negli Stati del Papa, annunziando all'Europa meravigliata che era per la pericolante salvezza de' più legittimi e dei più vitali interessi della comune causa dell'ordine europeo che avea luogo quello irrompere d'armi (1).

La battaglia di Castelfidardo, la presa d'Ancona, la rapidissima liberazione delle Marche e dell'Umbria ristaurando mirabilmente il credito del Governo italiano,

(1) Memorandum del Governo Sardo ai suoi agenti all'estero; 12 settembre 1860.

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mentre preclusero il passo al generale Garibaldi a dare di cozzo contro l'armi francesi, ammanirono al conte di Cavour un solido terreno, sul quale potevasi agire per la compiuta rivendicazione al Governo dell'indirizzo del movimento nazionale. A conseguire un tal fine egli, procedendo di ardimento in ardimento, frattanto che la diplomazia aspramente lo redarguiva e cercava di frenarlo, consigliò il suo Re a spingere innanzi l'esercito vittorioso e di portarsi a capitanarlo in persona, annunziando all'Europa: che egli credevasi a stretto dalla più solenne responsabilità d'assumere con ferma mano lo scioglimento di quella sanguinosa contesa per iscongiurare il pericolo, che all'ombra d'una gloriosa popolarità, di una probità antica, i settarii d'ogni paese non cercassero di riannodarsi per sacrificare il vicino trionfò della nazionalità italiana alle più strane ubbie di un fanatismo ambizioso e sfrenato (1). Per tal modo con mirabile destrezza conservando sempre in un'opera essenzialmente rivoluzionaria l'aspetto, la dignità, la convenienza, la favella, l'andamento di un governo conservatore, il conte di Cavour giungeva a far accettare dall'Europa come un rifugio ed una salvezza contro la demagogia, una impresa, la quale violentemente lacerava trattati, che facevano parte del diritto pubblico europeo.

I vincitori di Castelfidardo e d'Ancona fraternamente sul Volturno davano la mano ai vincitori di Palermo e di Calatafimi, ed insieme nel santo nome d'Italia di nuovo vincevano ad Isernia. Rimase quindi all'esercito regolare italiano l'incarico di compiere un'impresa nella quale per ostacoli di poderosi propugnacoli di guerra non avrebbero bastato né eroici sforzi di personale valore, né sacrifìzii senza limiti di generoso sangue.

Qui prima di progredir oltre nel nostro racconto ci convjen compiere un debito di ben meritata giustizia. Il conte di Cavour nell'entrare in quella gran lizza, dalla quale dipendevano i destini della monarchia e della nazione, aveva detto «io fo grande assegnamento sulla lealtà, «sui generosi istinti del generale Garibaldi e sullo schietto affetto, «che egli nutre per il Re. Vedrete che egli finirà per cedere alla imperiosa necessità delle circostanze» - Tale pronostico s'avverò nel miglior modo.

Giuseppe Garibaldi, badando agl'impulsi del suo nobile cuore, rimase sdegnosamente sordo al consiglio di scinder l'Italia in maledetta guerra civile per tenere ritta ad ogni costo la sua bandiera.

Egli pertanto nei primi giorni del novembre del 1860 diede l'addio della sua partenza per la solitaria Caprera al popolo che con audacissima mano aveva scosso dal letargo della servitù, e mandò il saluto de' forti ai giovani guerriglieri divenuti in quattro mesi avanzi onorati di dieci battaglie con parole che la storia rammenterà sempre con profondo rispetto.

(1) Manifesto del re Vittorio Emanuele ai popoli dell'Italia meridionale:9 ottobre 1860.

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Da quel giorno Vittorio Emanuele cominciò a regnare di fatto e di diritto da Susa al Peloro. Ed il grande ministro italiano, che per dodici anni con un'abilità pressoché senza pari avea guidato l'Italia al compimento di quella insperata fortuna, si rivolse all'Europa e con dignità paragonabile all'antica maestà romana disse.

«Noi non abbiamo nulla da nascondere, nulla da dissimulare. Noi siamo l'Italia, noi operiamo in nome suo, ma nel medesimo tempo siamo i moderatori del movimento nazionale, i nostri sforzi, le nostre più assidue cure non franno altro fine all'infuori di quello di dirigerlo, di ritenerlo nelle vie regolari e d'impedire Ine esso venga snaturato da innesti impuri.

«Noi siamo i rappresentanti del principio monarchico che in Italia era scomparso da' cuori prima d'esser riversato dalla vendetta popolare. Questo principio noi l'abbiamo rialzato, noi l'abbiaito ritemperato e datogli una novella consecrazione. Esso fu la nostra forza nel presente, e sarà il nostro scudo nell'avvenire.

«Confidenti nella giustizia della causa che difendiamo e nella equità delle nostre intenzioni, noi nutriamo la speranza di sciogliere e di vincere le difficoltà dello stato attuale delle cose. Quando il regno d'Italia sarà costituito sulle basi saldissime del diritto nazionale e del diritto monarchico, noi siamo convinti che l'Europa non ratificherà punto il giudizio severo che ora si fa pesare sull'opera nostra (1)».

Il conte Camillo di Cavour passerà ai più tardi posteri non solamente come un sommo uomo di Stato, ma eziandio come uno dei meglio infaticabili difensori ed applicatori di tutte le libertà che costituiscono il patrimonio più sacro delle moderne società. Per la prima volta ora il mondo assiste all'opera più che stupenda di un popolo, il quale dopo secoli molti di politico frastagliamento e di servaggio, della libertà si fa strumento a ricostituire la sua nazionalità. Il merito d'avere iniziato questo fatto nuovo, d'avere vegliato con amorosa cura al suo primo e più difficile svolgimento spetta al conte di Cavour. L'Italia a lui avrebbe concesso la dittatura senza esitazione. Ma la sua convinzione in contrario era si profonda, che ripeteva in ogni occasione: «Conviene che l'Italia si faccia colla libertà, altrimenti bisogna rinunziare a farla».

(1) Note adressée par le comte de Cavour au corate De Launav, ministra Sarde à Berlin, 9 novembre 1860.

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A coloro, i quali gli manifestavano dubbii e sospetti intorno ai pericoli [di dissensi troppo gravi, provenienti dalla libera discussione nel Parlamento, rispondeva recisamente: a Io non me ne spavento, la lotta è una necessità del «governo costituzionale; dove non v'è lotta, non v'è vita, non vi «è progresso: quando ogni discussione avesse a cessare, io potrei «lasciare la politica e ritirarmi in campagna a piantar cavoli». Qualcuno voleva un giorno dimostrargli l'utilità di creare un'effemeride ufficiosa al servizio governativo. Egli rispose: «Volete voi far prendere in uggia delle idee giuste e sane? presentatele sotto una forma ufficiosa od officiale. Se sostenete una buona causa, troverete facilmente, senza pagarli, degli scrittori che la difenderanno con maggior cuore ed abilità che non i giornalisti salariati». Ad un amico suo, il quale lo sollecitava a chiedere al Parlamento pieni poteri, egli fece la seguente risposta:

Mio caro amico,

Torino, 2 ottobre 1860.

Vi ringrazio della lettera scrittami il 30 settembre, ma non sono d'ac~ cordo con voi nei consigli che essa contiene

Funesta mi pare, a dirvela francamente, la proposta di far accordare dal Parlamento al Re i pieni poteri sino al completo scioglimento di ogni questione italiana.

Voi rammenterete senza dubbio quanto i giornali inglesi rimproverassero gl'Italiani per avere sospese le garanzie costituzionali durante la guerra dell'anno scorso. II rinnovare ora, in epoca di pace apparente, una tale disposizione, avrebbe il più funesto effetto sull'opinione pubblica in Inghilterra e presso tutti i liberali del continente.

Nell'interno dello Stato questo provvedimento non varrebbe certo a rimettere la concordia nel grande partito nazionale. Il miglior modo di dimostrare quanto il paese sia alieno dal dividere le teorie del Mazzini si è di lasciare al Parlamento liberissima facoltà di censura e di controllo. Il voto favorevole, che sarà sancito dalla grande maggioranza dei deputati, darà al Ministero un'autorità morale di gran lunga superiore ad ogni dittatura.

Il vostro consiglio riescirebbe pertanto ad attuare il concetto di Garibaldi, che mira appunto ad ottenere una gran dittatura rivoluzionaria, da esercitarsi in nome del Re senza controllo di stampa libera, di guarentigie individuali, né parlamentari. Io reputo invece che non sarà l'ultimo titolo per l'Italia di aver saputo costituirsi a nazione senza sacrificare la libertà all'indipendenza: senza passare per le mani di un Cromwell, ma svincolandosi dall'assolutismo monarchico senza cadere nel dispotismo rivoluzionario. Ora non vi ha altro modo di raggiungere questo scopo, che di attingere dal concorso del Parlamento la sola forza morale capace di vincere le sètte, e di conservare le simpatie dell'Europa liberale.

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Ritornare ai Comitati di salute pubblica, o, ciò che torna lo stesso, alle dittature rivoluzionarie di uno o di più, uccide la libertà legale che vogliamo inseparabile compagna dell'indipendenza della nazione.

Credetemi sempre

C. Cavour.

Ma se per il grande ministro italiano la libertà era l'architrave più sicuro dell'edifizio dell'ordinamento nuovo d'Italia, egli però fermamente voleva che questa stessa libertà si manifestasse informata di spiriti morali, conservativi, apertamente avversi a quanto avvi d'ignobile, di corrotto, di vile. Laonde nelle sue lettere agl'amici, nelle sue conversazioni domestiche non tralasciava di manifestare i suo profondo disprezzo per quella turba di mercanti di libertà, di questuanti d'impieghi, i quali non mai sazii di chiedere, per quanto loro si conceda, finiranno per divorare il cuore stesso della patria se i reggitori della pubblica cosa non li affideranno una volta per sempre a un compiuto disprezzo, senza punto curarsi dei loro clamori o delle loro immonde adulazioni. Per guarire radicalmente le piaghe profonda operate dalla bestiale corruzione de' governanti nelle provincie meridionali, il conte di Cavour vedeva che l'unico mezzo ottimo era quello di fare rivivere in quelle popolazioni lo spento sentimento della pubblica morale, e di rendere persuaso il minuto popolo che nel Governo nazionale eravi giustizia e onestà per tutti. Le due seguenti lettere ad una gentile signora inglese, che il conte di Cavour meritamente assai stimava, siano valida testimonianza di questo nostro asserto.

Cara Ladv. - Se la costituzione dell'Italia è posta a repentaglio per che non ho voluto ammettere ora, in via eccezionale, nella marina un giovane che dava la sua demissione, e se ne stava a casa quando i suoi compagni si battevano, bisogna dire ch'essa è talmente delicato da non poter durare tre mesi.

Sapete perché Napoli è caduta si basso? si è perché le leggi, i regolamenti non si eseguivano quando si trattava di un gran signora o di un protetto del re, dei principi, dei loro confessori od aderenti Sapete come Napoli risorgerà? coll'applicare le leggi severamente, duramente, ma giustamente Cosi ho fatto nella marina; così farò nell'avvenire, e vi fo sicura che fra un anno gli equipaggi napoletani saranno disciplinati come gli antichi equipaggi genovesi. Ma per ottenere questo scopo, credete alla mia vecchia esperienza, bisogna essere inesorabile.

Addio, cara Lady; mi spiace di non poter questa volta seguire i vostri consigli, ma é per l'uomo politico una dura necessità il dare ascolto alla voce della ragione, facendo tacere quella del cuore

Cavour.

Cara Lady. - Ho ricevuto la vostra replica; ve ne ringrazio; vi ringrazio specialmente della vostra insistenza e delle vostre energiche censure. Le considero come prova della vostra stima e sincera amicizia.

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Non mi avete convinto sul caso speciale, ma mi avete persuaso che vi è molto a fare a Napoli. Se foste uomo, e Italiano, vi affiderei le sorti di quelle provincie; ma poiché non potete governarle, non spiacciavi continuare ad illuminarmi sulla loro misera condizione.

Nella settimana uscirà il nuovo ordinamento della marina: verrà costituito un Consiglio composto di un numero pari di Napoletani e d'Italiani del nord: a questo sottoporrò le questioni di massima relative agli antichi uffiziali della marina borbonica. Se il suo voto sarà per l'indulgenza, lo seconderò. Credo essere il mio dovere di mostrarmi severo, e di lasciare ai miei subordinati la parte della mansuetudine. Spero di mutare così lo spirito che informa l'amministrazione napoletana; spirito fatale, che corrompeva gli uomini più distinti e le migliori istituzioni. Forse questa mia dichiarazione non mi giustificherà ai vostri occhi, ma spero che varrà a conservarmi la vostra stima e la vostra amicizia.

C. Cavour.

Per tal modo il grande uomo di Stato nella pratica si teneva strettamente fedele alle dichiarazioni da lui iteratamente fatte di voler dare all'Italia uno stabile assetto sulle sacre basi dell'ordine, della legalità e dello spirito conservatore del progresso nazionale e dei principii fondamentali dell'umano consorzio. Nel quale compito egli a buon diritto, e giova che spesso lo rammentino i suoi successori nel maneggio della pubblica cosa, credeva di rendere un grande servizio non solamente alla sua nazione, posta in istato di compiere la propria parte di lavoro a vantaggio della civiltà cristiana, ma eziandio di giovare all'intiera Europa dando nuova forza e una vita novella a quei grandi principii conservatori e liberali, che sono l'àncora di salute delle società moderne. Laonde quanti sono o verranno liberali uomini sulla faccia della terra non recheranno mai alla memoria del conte di Cavour sufficiente tributo di ammirazione e di riconoscenza per avere voluto coi procedimenti della più savia libertà compiere le maggiori cose che un popolo possa tentare, guarire l'Italia dalle secolari debolezze che la logoravano, aprirle un magnifico avvenire di gloriosa indipendenza. Oltre a ciò il conte di Cavour negl'ultimi tempi della sua luminosa carriera politica erasi rivolto all'attuamento d'un'altra grande innovazione, indirizzata a togliere il dissentimento profondo, che si è alzato fra il Papato, la Chiesa cattolica e quel complesso vivente di principii, di sentimenti, di fatti che appellasi civiltà moderna. Pienamente si sono ingannati coloro, i quali hanno detto, che il conte di Cavour s'appigliò alla formola della libera Chiesa in libero Stato per usarla quale espediente politico ad allucinare le menti e a meglio dominare l'irrequietezza degli animi italiani nella spinosa questione romana. Questo sommo uomo di Stato al contrario aveva in tal proposito le più sincere, profonde e maturate convinzioni.

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Egli apparteneva al novero di quei cattolici, che professando la religione de' loro padri senza paura e senza ostentazione, ed avversando la miscredenza del pari che la superstizione, tuttavia sono convinti, che il migliore servizio, che oggidì si possa rendere alla Chiesa cattolica si è quello di toglierla dal paleggiare per una causa che la disonora e la perde nella riputazione del mondo civile per condurla, senza offendere in nulla le sue sante tradizioni, il suo divino mandato, senza spogliarla di quei legittimi influssi che essa ha il diritto d'esercitare sulle umane società, a concordia e pace perenne con idee, che ben intese, non le furono mai ostili, che essa ha professato ne' suoi migliori tempi, e le quali primogenite figlie della vecchia e santa religione di Cristo, quant'essa vivranno nel corso de' secoli perennemente giovani, orgoglio e felicità dei popoli che ne saranno in possesso, desiderio e speranza delle genti situate nell'irrequietezza d'averle a guida de' propeii destini. U conte di Cavour teneva, in tal proposito, innanzi a sé un grande esempio, quello dell'Inghilterra, dove la Chiesa e lo Stato, anzi che vicendevolmente screditarsi od opprimersi, s'erano prestato un appoggio sincero ed un vicendevole rinforzamento. L'Inghilterra soltanto non ha rifiutato alla Chiesa quel libero svolgimento d'azione, che sotto un regime di libertà deve essere l'appanaggio d'ogni personalità morale, individuale o collettiva, e la Chiesa in ricambio ha potentemente contribuito allo sviluppo, al mantenimento d'istituzioni che formano tuttavia la nobile invidia delle altre nazioni europee. L'Italia, secondo i concetti del suo grande statista, doveva francamente, arditamente entrare e procedere per una tal via, sradicando una volta per sempre un antagonismo ripugnante alle tendenze, al fine, al benessere delle due società religiosa e civile, e il quale non si è manifestato e non ha perdurato se non quando cagioni estranee sopravvennero ad alterare l'indole primitiva delle relazioni naturali fra la Chiesa e lo Stato. Il signor Artom afferma: che il conte di Cavour gli parlava con vero entusiasmo della probabilità che intra, vedeva di riuscire in questi suoi disegni. «La sua parola» soggiunge il degno e intimo segretario del grande ministro, toccava allora all'esaltazione, alla poesia, e io restava colpito di meraviglia vedendo quella mente tanto positiva, quell'economista, quel politico sì profondo, esprimersi con tanto calore sulla possibile e perfino prossima alleanza della libertà col cattolicismo». E poiché lo stesso signor Artom un giorno entrò in alcune considerazioni sulle difficoltà e sui pericoli, che praticamente poteva incontrare lo stabilito disegno di venire a trattative colla Corte di Roma per offrirle l'intiera libertà della Chiesa in iscambio della rinunzia della sovranità temporale, il conte di Cavour tenne il seguente stupendo discorso:

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Io non sento uguali timori; io ho più fiducia di lei negli effetti della libertà. Può Ella immaginare l'Italia senza Roma, ed assegnare a Roma una parte diversa da quella di capitale d'Italia? Non vede Ella che è giunto il momento di risolvere la questione del potere temporale che è stato in ogni tempo il maggiore ostacolo della nazionalità italiana, e che il solo mezzo di risolverla si è di assicurare il mondo cattolico intorno alle condizioni in cui la nuova Italia porrà il papato? Si fa ingiuria al cattolicismo quando si afferma che è incompatibile colla libertà. Io sonoconvinto, al contrario, che appena la Chiesa avrà assaporata la libertà, essa si sentirà come ringiovanita da questo regime salutare e corro borante.

Perché i cattolici illuminati e sinceri, i quali, sin dall'anno 1831 chiedevano per la Chiesa la soppressione d'ogni privilegio ed ogni controllo, vale a dire il regime del diritto comune, non accetterebbero una soluzione, che pone un termine ad una situazione mostruosa? Ella dice che il papato non abdicherà mai; io non chiedo tanto; basta una tacita rinunzia.

D'altronde, crede Ella che vi sia qualche cosa da abdicare? Crede Ella che il potere temporale esista ancora? La prova ch'esso è veramente morto sta in ciò che l'occupazione di Roma per parte delle truppe francesi non desta alcuna gelosia nelle altre potenze cattoliche.

Sarebbe accaduto lo stesso nel secolo xiii o xiv? Non è evidente che il papa ha cessato di essere un principe indipendente, ed avere una vera influenza politica, dacché vive d'elemosine e accetta fremendo una protezione che non gli va a genio? Quando l'Europa sarà convinta che noi non vogliamo rovesciare il cattolicismo, troverà naturale e conveniente che la bandiera italiana sventoli a Roma a preferenza di qualunque altra bandiera. L'impresa non è facile, ma è degna di venir tentata. Non è invano che l'Italia ha tardato tanto a ricuperare la propria indipendenza ed unità. La ricostituzione della nostra nazionalità non dev'essere sterile per il rimanente del mondo. Spetta a noi di porre un termine alla gran lotta tra la Chiesa e la civiltà, tra la libertà e l'autorità. Checché Ella mi dica, io conservo la speranza di condurre a poco a poco i preti più illuminati, i cattolici di buona fede ad accettare questo modo di vedere. Forse potrò sottoscrivere dall'alto del Campidoglio un'altra pace religiosa, un trattato che avrà per l'avvenire delle società umane conseguenze ben maggior che non quelle della pace di Westfalia.

Fermo in questa nobile fede, confidente in questa sua grande speranza, il conte di Cavour rispondeva con la seguente lettera al senatore Carlo Matteucci, il quale instancabile sempre nella sua operosità civile per il bene dell'Italia, gli metteva innanzi un suo progetto di transitorio scioglimento della questione romana.

Pregiatissimo Signore

Torino, 2 dicembre 1860.

Ho a lungo ripensato intorno all'argomento da lei trattato nel suo foglio del 21 decorso. La soluzione proposta panni non dover ottenere 1 approvazione della maggioranza degl'Italiani;

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essa volonterosamente non sanzionerà mai la conservazione indefinita del potere temporale; potrà subirla questa dura legge, ma non farsene propugnatrice

D'altronde, sinché il Papa sarà Re non si può addivenire all'abolizione assoluta dei concordati. Solo una soluzione radicale può ricondurre la pace fra la Chiesa e lp Stato» Forse Ella dirà non essere le circostanze propizie a tale soluzione; ed io in ciò non la contraddirò; ma le risponderò essere pure opportuno l'aspettare che le idee sane abbiano acquistato maggiore autorità nel Sacro Collegio. Il tempo è potente ausiliario di chi e dal lato della ragione e del progresso. Non compromettiamo l'avvenire per voler raggiungere troppo sollecitamente la meta a cui la forza stessa irresistibile dei principii da noi professati ci condurrà infallantemente.

Mi rincresce di non trovarmi del tutto concorde colla S, V. Ma io mi lusingo che perciò Ella non vorrà tralasciare di esercitare la sua personale influenza presso gli amici ch'Ella conta in Roma per preparare le vie ad un futuro e più solido accordo.

Mi creda, caro Commendatore.

Cavour.

Con tali documenti sottocchio, e richiamando alla memoria le dichiarazioni fatte innanzi alla Camera elettiva dal conte di Cavour, chiara si scorge l'enorme distanza fra il suo modo di pensare e di procedere e quello di coloro, i quali a fare l'Italia daddovero affermano che importa aver Roma senza aspettar tempo, usando, se giova, la violenza. La questione romana, com'egli diceva, è di quelle controversie che noti possono sciogliersi colla spada, ma che le sole forze morali possono vincere, e la cui influenza deve estendersi a duecento milioni di cattolici sparsi sulla superficie del globo. È pertanto, soggiungeva il conte di Cavour, consiglio da savii e da patrioti il sapere aspettare che la virtù del tempo e l'influsso incalcolabile, che l'Italia rigenerata eserciterà sui giudizii del mondo cattolico, abbiano prodotto nell'opinione pubblica un tale mutamento da ingenerare la persuasione c]je la riunione di Roma al resto d'Italia non sia il segnale della servitù della Chiesa». Ma siffatta aspettazione però doveva essere operosa al segno da mantenersi un continuato e progressivo apparecchio dell'attuamento del gran principio della libera Chiesa in libero Stato. Conseguentemente dopo la occupazione delle Marche, avvenuta nel settembre del 1860, il conte di Cavour credette che la Corte di Roma fosse disposta ad accettare pratiche indirizzate a guarentir alla Chiesa ed al Papato la piena indipendenza della podestà spirituale, mediante l'abbandono del principato temporale. Egli sceglieva pertanto due onorevolissime persone residenti in Roma e le incaricava di tentare in via ufficiosa siffatte trattative d'accomodamento. Verso il principio di gennaio del 1861, Pio IX pareva essere inchinevole ad ammetterle, tuttavia il cardinale Antonelli non si sentiva per nulla disposto ad esaminarle; che se egli piegò alla volontà del Pontefice, non fu che in seguito a nuove insistenze.

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Il conte di Cavour pertanto, addì 13 gennaio 1861, scriveva tutto di mano propria il seguente dispaccio, che per le vie telegrafiche mandava a Parigi ad un suo agente officioso.

N. N. mande que le pape, avant demandé au. cardinal un projet d'arrangement, celui-ci, malgré la défense de N. N., a cru devoir lui communiquer nos idées. Sa Sainteté ne les a pas repoussées; il a fait appeler le cardinal qui, après s'ètre oppose, a fini par se résigner à examiner la question sous le point de vue de la cession complète du temporel.

Ile auront vendredi, 18, une conférence avec le Saint Pére portez ceci immédiatement à la connaissance de l'empereur. Nous ne voulons pas nous engager plus avant si cela devait absolument contrarier ses vues.

L'imperatore fece rispondere nello stesso giorno le seguenti parole:

L'empereur répond qu'il verrà avec plaisir que l'on poursuit les négociations avec Rome, qu'il souhaite leur succès, mais qui j'espère peu.

Napoleone III aveva colto nel segno. Prevalendosi di una imprudenza commessa da X, il cardinale Antonelli, irrompendo in accuse ed in vituperazioni contro il governo di Torino, rifiutò di prendere in esame i sovrammenzionati progetti. Il conte di Cavour non si perdette d'animo e con l'usata sua tenacità volle assolutamente che le trattative si rinnovassero, laonde egli fece elaborare un disegno di accomodamento colla santa Sede, prendendo le mosse dall'affrancamento della Chiesa. Alcune nuove imprudenze, ci sia permessa la parola, commesse a Roma da chi, non esperto diplomatico e neanco prete, ignorava il vero e miglior modo di condurre pratiche politiche co' preti, mandarono il tutto a mal esito. Ma era proprio della robusta mente del conte di Cavour di non iscoraggiarsi o arrestarsi in una persistenza testarda ogniqualvolta un tentativo gli riusciva fallito. Laonde egli addirittura ripigliò l'impresa sotto nuove forme, rivolgendosi direttamente alla Francia «En donnant à la question romaine la solution légitime qu'attendent Rome et l'Italie, l'empereur peut faire plus pour nous que s'il nous délivrait tout à fait des Allemands. Il se rend par là immortel dans l'histoire et il acquiert à notre reconnaissance un titre impérissable», scriveva allora il conte di Cavour al senatore Pietri (1),

(1) Ci sia permesso di tributare qui ineritati sentimenti di gratitudine, come Italiani, al senatore Pietri per i molti e preziosi servizii che egli ha reso alla causa d'Italia. Prendiamo del pari qui occasione per dichiarare che per testimonianza di documenti i più autentici ci consta: che S, A. I. il principe Napoleone, senza aver mai pensato a procurarsi una corona in Italia, è a considerarsi come uno de' più nobili, de' più zelanti sostenitori di tutti i diritti della nostra nazione, la quale per molte ragioni gli deve esser grata in perpetuo.

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e in pari tempo iniziava pratiche per indurre la Francia a sgomberare Roma, in virtù del principio del non intervento. Ove il governo francese avesse aderito, il governo italiano sarebbesi impegnato a non invadere ed a non permettere che in alcun modo fosse invaso il territorio pontificio.

Il conte di Cavour sperava moltissimo nel buon riuscimento di tali pratiche, le quali si collegavano coll'idea da lui professata: che Roma debba ottenersi coi mezzi morali, non mercé la conquista. E allora, egli diceva: «quando avrò compiuto la mia missione, mi ritirerò a «Leri, invecchierò tranquillamente in campagna; giacché il soggiorno di Roma non mi seduce punto. Porrò in ordine le mie carte, radunerò gli elementi per le mie memorie, e lascierò la cura di pubblicarle a mio nipote Einardo od ai suoi figli». Iddio non volle dargli questa tranquilla consolazione. Il grande ristauratore dell'italiana indipendenza mori sul campo di battaglia nel momento più decisivo della vittoria. Ma almeno egli potè consegnare il proprio nomo alla storia accompagnato dal nobile vanto d'essersi mantenuto gloriosamente fino agli estremi uguale a se stesso, che l'ultimo suo atto politico fu una gagliarda protesta contro i governi tedeschi, che avevano offeso l'onore nazionale degli Italiani; l'ultimo suo discorso in cospetto dei mandatarii della nazione un generoso appello alla concordia, un elogio ai liberi difensori di Roma e di Venezia. E nello istante stesso, in che il conte di Cavour dava l'addio che non ha ritorno alle cose terrene, affàcciavasi agli incommensurabili orizzonti dell'eternità, vaticinava alla grande famiglia cristiana la miglior fortuna, la miglior vittoria, esclamando nel rantolo della morte - LIBERA CHIESA IN LIBERO STATO.

P. S. Uno degli uomini politici più eminenti del nostro paese, e che fu tenuto dal conte di Cavour in speciale stima ed amicizia, il senatore Vigliain comm. Paolo Onorato, con l'usata sua gentilezza ha voluto rendermi avvertito d'un'ommissione da me fatta nel citare i migliori lavori mandati a stampa in Inghilterra sul grande Ministro italiano. A rimediare a siffatta mia involontaria dimenticanza, dico qui: che nel volume 219, luglio 1861 del Quarterly Review havvi uno stupendo articolo sul conte di Cavour; e credo di non lasciarmi andare ad una indiscretezza aggiungendo che n'è autore l'illustre archeologo signor Layard, il quale fu amicissimo allo stesso conte di Cavour, ed è oggidì nel novero di quegli uomini di Stato inglesi, ai quali gl'Italiani devono portare la maggiore gratitudine per l'operosità generosa con che essi cooperano al miglior prosperamento della causa dell'unità italiana.

Torino, 27 aprile 1863. N. B.






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