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La secessione silenziosa sulla stampa


Fonte:

http://www.testatealmuro.it/ - giovedì 03 settembre 2009

La secessione di Agosto

di Gaetanocosimo Massari


Ormai lo hanno capito tutti, la Lega punta a qualcosa più della semplice autonomia o del federalismo… il vero obiettivo è la secessione, l’indipendenza, il distacco da un sud da sempre suddito e servitore, tanto di risorse quanto di cervelli.

E lil progetto passa da diversi punti quali: bandiere regionali, dialetti in classe, salari differenziati tra nord e sud e inno nazionale.

Sono passati ben 13 anni da quel lontano 1996 quando la Lega Nord, forte del consenso elettorale (30% dei consensi in Veneto e circa il 25% in Lombardia), annuncia di voler perseguire il progetto della secessione delle regioni dell'Italia settentrionale ed organizza (il 15 settembre) una manifestazione lungo il fiume Po in cui Umberto Bossi, dopo aver ammainato la bandiera tricolore italiana, fa issare quella Padana (il sole verde delle Alpi su sfondo bianco), e proclama l'indipendenza della Padania.

Mentre però nel 1996 la spinta secessionista era mossa da un impeto neo-romantico ed emozionale, ora la questione è diversa. La Lega si è evoluta, organizzata, ha compreso che, per formare la Padania sono necessari i padani, con usi, costumi, tradizioni propri.

Ed ecco allora che l’inno nazionale non va più bene, l’inno che tutti noi italiani cantavamo a squarciagola agli scorsi mondiali vinti contro la Francia diventa secondo il senatur sconosciuto, a tal punto che “nessuno conosce le parole”: meglio il Và pensiero di Verdi, area dedicata al popolo ebraico e scritta da un animato fautore dell’unità d’Italia. C'è da sperare che almeno i "padani" conoscano tutte le parole del Và Pensiero e che quando si cita il Fiume Giordano e le torri di Sionne riescano a pensare al Duomo di Milano e al Po e non a Gerusalemme.

A ciò si aggiungono le proposte della calda estate leghista su dialetti insegnati a scuola e bandiere regionali.

Secondo la lega i simboli regionali meritano rango costituzionale, da qui la proposta al Senato della modifica all'art.12 della Costituzione: “Ciascuna regione ha come simboli la bandiera e l'inno”. Ciò significa che, vicino alla bandiera nazionale e quella della comunità europea, andrebbe posta anche quella della regione (a questo punto i più campanilisti avrebbero diritto di reclamare anche quella di città e quartiere. Si pensi alle contrade senesi…).

Per non far scomparire le culture locali la prposta leghista è quella dell’insegnamento del dialetto nelle scuole. Una proposta difficile da realizzare, considerando che, in Italia, i dialetti variano moltissimo anche nell’arco di poche centinaia di chilometri. Che insegnamento si proporrebbe in Lombardia? Il bergamasco o il varesino? E in Puglia? Il salentino o il barese? E nel caso, il salentino di Lecce o il griko della Grecìa? In Basilicata il materano o il potentino? Per la salvaguardia dei dialetti vi è anche la proposta di legge del deputato Pierguido Vanalli che sostiene “l’introduzione dell'articolo 107-bis del codice civile per la celebrazione di matrimoni in lingua locale”. E qui ci si immagina un salentino che, in sposa ad una bresciana, alle parole del prete “Claudio vuoi tu prendere in sposa Lisa…”, risponderebbe… “SINI”…Quanto meno la scena sarebbe divertente.

Il picco delle proposte discutibili lo stiamo raggiungendo ora. In questi giorni imperversa il tema sulle gabbie salariali. Il costo della vita tra Nord e Sud, apparentemente, è diverso. Secondo uno studio del Sole 24 ore a Nord il costo della vita è più alto di circa il 20% rispetto al Sud. Da qui la proposta di Bossi di differenziare i salari:

“Chi non vuole i salari territorializzati si oppone al federalismo”. Sarà pur vero che il costo della vita tra Nord e Sud apparentemente è diverso ma bisogna anche considerare che al Sud la gente fa anche 70 – 100 chilometri al giorno per lavorare. nel Meridione il costo dei servizi è maggiore, il costo di una assicurazione a Napoli è molto più alto che a Varese. Un appartamento di media grandezza a Salerno costa anche 300.000 euro. E perché non dire che il costo della vita fuori dalle grandi città (Milano, Torino, Genova o la stessa Roma…) è nettamente inferiore? Perché negare l’evidenza che un affitto a Gallarate costa anche il 50% in meno rispetto a Milano?

Queste sono tutte manovre atte ad una vera e propria secessione. E lo si comprende anche quando, in seguito alle parole del Presidente della Repubblica Napolitano di celebrare al meglio i 150 anni di unità d’Italia le parole di Bossi sono state: “no a tante piccole opere che sembrerebbero marchette”, “no ad una festa dei Savoia” od ancora… “zero spese inutili”.

Nel Sud mancano i cervelli (perché i tanti cervelli validi del sud sono costretti ad emigrare al nord o all’estero), mancano le logiche imprenditoriali, si è fermi a logiche locali, molti politici tengono conto principalmente dei propri interessi. Certo una migliore gestione delle risorse tra Nord e Sud sarebbe forse la via migliore per lo sviluppo dell’intero paese. Ad esempio il petrolio estratto in Basilicata deve portare benefici ad un regione da sempre isolata (magari facendola appunto uscire da un isolamento storico), l’energia prodotta nel Sud (la Puglia esporta oltre il 90% dell’energia prodotta) deve essere venduta fuori dai confini regionali con tariffe competitive ma che portino un ritorno in termini di sviluppo. Lo stesso vale per il federalismo fiscale: un reale vantaggio per tutta la nazione sarebbe tassare dove si produce e non dove sono le sedi legali delle aziende.

Volendo quindi il federalismo o l’autonomia delle regioni ci deve essere beneficio per tutte le regioni che producono, un beneficio che possa realmente portare ricchezza non solo al Nord ma all’intero paese. Un modo per non essere più sudditi dei Savoia ma cittadini italiani, con l’Italia nel cuore e con lo sguardo puntato all’Europa e al futuro.


Fonte:

http://www.lastampa.it/ - 3/6/2010

Secessione silenziosa

di Federico Geremicca


Naturalmente, si potrebbe anche prenderla con ironia e ammettere, per esempio, che «La gatta» - vecchia canzone di Gino Paoli - è certamente più orecchiabile dell’Inno di Mameli: anche se riesce poi difficile credere che sia per questa ragione che le autorità di Varese - alla presenza del ministro Maroni - abbiano deciso ieri di celebrare la Festa della Repubblica facendo intonare il motivetto del cantautore piuttosto che l’inno.

Ugualmente, si potrebbe considerare apprezzabile l’iniziativa del presidente della Provincia di Torino, che ha invece stabilito che da oggi la musica di sottofondo per l’attesa dei collegamenti telefonici con l’ente, sarà appunto l’Inno di Mameli: scelta apprezzabile, ma ovviamente non risolutrice di una questione della quale l’assenza di leader e ministri leghisti alle celebrazioni romane (la sfilata ai Fori ieri, la festa al Quirinale il giorno prima) è solo un ormai quasi folkloristico epifenomeno.

La questione è il solco sempre più profondo che divide il Nord dal Sud del Paese. Nei due giorni di festeggiamenti nella Capitale, il solco è stato visibilmente segnalato dalla mancata presenza di esponenti della Lega (ministri, capigruppo parlamentari e governatori di importanti regioni del Nord), ma sarebbe sbagliato non riflettere su assenze ancor più diffuse, anche se magari meno visibili: è stata una larga parte del mondo dell’imprenditoria, della politica e della cultura del Nord - infatti - a disertare le celebrazioni, rendendole qualcosa di quasi esclusivamente «romano», se non meridionale addirittura. E che tale fenomeno appaia acuito alla vigilia delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, è cosa paradossale solo all’apparenza.

Proprio gli ultimi mesi, infatti, hanno portato alla ribalta delle cronache avvenimenti che - letti con l’animo di un «cittadino del Nord» - non potevano che accrescere un sentimento che potremmo definire quasi di «secessione silenziosa». Ne citiamo due per tutti: lo spaventoso dissesto finanziario - in materia di sanità - di tutte le regioni meridionali, destinato comunque a pesare sul bilancio dell’intero Paese; e poi le imprese della «cricca»: un giro di corruzione e malaffare rispetto al quale - a differenza dell’antica Tangentopoli - il Nord può (a torto o a ragione) sentirsi del tutto estraneo. E in effetti, tra appartamenti che affacciano sul Colosseo, intercettazioni in romanesco, case a via Giulia e massaggi al «Salaria sport village» l’intera faccenda appare una perfetta rappresentazione degli andazzi nella odiata «Roma ladrona»...

Ieri il Capo dello Stato, commentando le assenze ai festeggiamenti (e in particolare quella del ministro dell’Interno) si è limitato ad un rammaricato «dovete chiedere a lui, erano stati invitati tutti». Una reazione addolorata ma serena: e consapevole cioè del fatto che - più che con bruschi richiami all’ordine - la questione vada affrontata in sede politica e con risposte politiche. Dopo tanto parlarne, per esempio, il federalismo andrebbe finalmente ricondotto nel novero delle cose concrete - e quindi da realizzare - tirandolo fuori da quella sorta di museo delle cere dove giacciono da anni i calchi dell’elezione diretta del premier, la riduzione del numero dei parlamentari, l’abolizione del bicameralismo perfetto e via elencando di chimera in chimera.

In assenza di risposte politiche concrete e rapide, è infatti impensabile arrestare la «secessione silenziosa» che pare in atto: e che ha già concretamente prodotto, alle ultime elezioni, la conquista da parte della Lega di importanti regioni del Nord. Senza interventi che diano il senso di un visibile cambio di rotta, anche gli sforzi unitari del Presidente della Repubblica (che sabato e domenica sarà a Torino per iniziative legate al 150° anniversario dell’Unità d’Italia) non basteranno a risolvere il problema. Che si ripresenterà, il prossimo 2 giugno, magari amplificato: e inondato da lacrime di coccodrillo che certo non commuoveranno più il «popolo del Nord».


Fonte: 

http://www.corriere.it/ - 25 novembre 2010

IL CASO LOMBARDIA, L’EURO E LE IMPRESE

Secessione silenziosa

di Dario Di Vico


Il copyright è dell’ex governatore Riccardo Illy che per primo parlò di «secessione dolce», di un processo lento e graduale di separazione, prima psicologica e poi politica. Illy si riferiva al sentimento delle popolazioni del Nord verso i destini del Paese, ma il suo ossimoro calza a pennello oggi per descrivere lo stato d’animo degli imprenditori italiani di fronte all’incancrenirsi della crisi politica. L’anticipo di federalismo richiesto da Emma Marcegaglia, al di là della valutazione tecnica sulla bontà e lo stato di avanzamento della legge 42, ha questa valenza. È la presa d’atto della divaricazione tra gli interessi e le aspettative del mondo delle imprese e le preoccupazioni/ priorità coltivate dai professionisti della politica. Sarà un caso, ma oggi il tavolo della concertazione non si riunisce nel palazzo del governo bensì nella sede dell’Associazione bancaria. Nessun politologo avrebbe mai immaginato un’analoga forma di secessione indolore.

Imprenditori e politici hanno, dunque, due agende qualitativamente diverse. In quella di chi si sforza di produrre ricchezza e occasioni di lavoro spiccano le inquietudini sul futuro di Eurolandia. Con tutti i faticosi adattamenti che la moneta unica ha richiesto — non ultimo compensare il rapporto squilibrato con il dollaro debole — le imprese sono coscienti che senza euro resteremmo disancorati, saremmo in balia delle nostre contraddizioni e pigrizie. C’è nel milieu politico sufficiente consapevolezza di questi rischi? Oppure prevale il batticuore per la scelta definitiva che farà in Parlamento uno dei rappresentanti degli italiani all’estero? È chiaro che l’export resta la carta più importante che possiamo giocarci per uscire dalla crisi, per entrare nei mercati emergenti, quelli che promettono di crescere di più. Ma nell’agenda politica di questa priorità non v’è traccia. Nei giorni scorsi il ministro Giulio Tremonti ha definito «folkloristiche» le nostre strutture di promozione all’estero. È da maleducati chiedere ai partiti della maggioranza di sospendere per un momento la compravendita di deputati e/o senatori e decidere cosa vogliamo fare dell’Ice e delle sue sette sorelle? O aspettiamo che tutti, proprio tutti, i nostri concorrenti abbiano nel frattempo conquistato le loro brave quote di mercato in India, Cina, Brasile e Sudafrica?

Parliamo, infine, della domanda interna. La maggior parte delle piccole imprese, che non hanno massa critica e muscoli per andare all’estero, opera sul mercato nazionale e non intravede alcuna prospettiva di crescita. Qualche calcolo, pur approssimativo, ci porta a dire che avremo uno stock di circa 13 milioni di famiglie con un reddito disponibile attorno ai 1.500 euro o poco più. I riflessi in termini di politiche sociali sono più che evidenti, mentre per le aziende italiane il rischio è chiudere per mancanza di clienti o essere stroncate dalla concorrenza sleale che si nutre di contraffazione e illegalità. Anche questo tema, purtroppo, resta fuori dall’agenda della politica e così il sentimento di estraneità si fa più forte. La secessione, a questo punto, può anche cambiar sapore, diventare più aspra. Non ci vuole molto, si chiude in Italia e si riapre al di là del confine. Nel Canton Ticino, in Carinzia o in Slovenia.





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