Eleaml


ANNO I.
GENOVA — Sabato 22 Agosto 1863
NUM. 20.
IL DOVERE
Libertà GIORNALE POLITICO,
SETTIMANALE  Unità
 PER LA DEMOCRAZIA


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Questi articoli sono molto interessanti perché operano un parallelismo tra la situazione della Sardegna negli anni cinquanta e quella delle provincie napolitane negli anni sessanta.

Interessante anche l'annotazione secondo cui i piemontesi mollano la pressa sui sardi quando si ritrovano di fronte alla insubordinazione generalizzata dei meridionali, il cosiddetto brigantaggio:

Questo stato doloroso di cose durò sino al 1859. Ampliato il regno colle annessioni, l'antagonismo fu mitigato, non per mutati animi, ma dai grandi avvenimenti — Nel timore di rimanere assorbiti dai nuovi acquisti, si mostrarono meno duri cogli antichi provinciali, e dopo il dono di Garibaldi, vero liberatore delle province meridionali, si degnarono di sussurrare all’orecchio dei Sardi il nome di fratelli.

Buona lettura.

Zenone di Elea – 20 gennaio

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Pag. 187
LE LEGGI ECCEZIONALI E LE DUE SICILIE

Quando la Camera approvò l'inchiesta parlamentare, con instancabile perseveranza domandata dalla opposizione democratica per le provincie meridionali, tutti si rallegrarono di questa prima vittoria che apri le porte alla nazionale rappresentanza per vedere di per sé ed esaminare la gravità dei mali pubblici, investigarne le cause.

Meno i pochi ammaestrati dalla esperienza a prevedere gli espedienti e le evoluzioni del partito moderato che ci governa e che nella Camera è in maggior numero, niuno dubitava del bene che ne sarebbe derivato a quelle afflitte e generose popolazioni, perché niuno dubitava che ogni riguardo umano avrebbero immolato sull'altare della verità, spargendo la massima luce sulle colpe sia degli individui, che delle consorterie e dei governi, e indicando i rimedi appropriati alle necessità, efficaci a cessare tanta desolazione, a ridonar la sicurezza e la tranquillità, ed a ristabilire in ogni luogo e sopra qualunque autorità l'impero salutare delle leggi.

Noi siamo persuasi che la Commissione d'inchiesta abbia adempito l'officjo suo con zelo ed intelligenza. Ne abbiamo una prova nelle rivelazioni fatte dallo esimio nostro amico il Deputato Aurelio Saffi negli articoli da lui mandati all’Unità Italiana e alla Direzione del nostro periodico. Delle relazioni fatte in Comitato segreto dal Deputato Massari, e degli atti verbali non abbiamo notizia. Questi ultimi si tennero occulti come i libri Sibillini, e agli stessi Deputati, dopo replicate discussioni, dopo un voto solenne di poterli leggere nella Segreteria della Camera, la Presidenza non ne permetteva la visura che per poche ore del giorno, vietando altresì di prender note a soccorso della memoria; sicché ci volle una mozione grave del Dentato Niccola Fabrizi, per metter fine a queste restrizioni vergognoso, stimmattizzate dall'ex ministro Depretis come puerilità.

L'unico atto ufficiale che venne sotto gli occhi nostri è il progetto d'una immorale e barbara legge presentata dal Massari a nome dea Commissione d'inchiesta.


Barbara diciamo ed immorale; avvegna dio che eriga in legge il furioso arbitrio finora esercitato per eccesso di potere, e non punito per la stravaganza dei tempi nostri, non perché la ragione e la sapienza civile noi reclamassero, — e proponga nientemeno che la confisca degli averi, e demolizioni di pene in premio al tradimento ed alla perfidia esecrabile negli stessi malvagi. Se quello schema si approvasse non sarebbe difficile il caso che si rinnovassero gli scandali della svergognata inumanità di fratelli e figli che come ai tempi di Ottone e di Vitellio, invocassero il beneficio del reato per avere trucidato il fratello ed il padre: orrori che con terribile concisione tramandò nelle storie Cornelio Tacito alla maledizione delle più remote posterità. Nella patria di Beccaria, di Filangieri, di Mario Pagano e di Romagnosi era naturale la indignazione che tali turpi cose all'assemblea legislativa solennemente si proponessero; ed è tutto dire che lo stesso ministro Ubaldino Peruzzi la riprovò giudicando lo schema formulato e sostenuto dal signor Massari negazione di ogni libertà.

Noi non conosciamo la relazione del Deputato Conforti e quali modificazioni vi avrà introdotto la Giunta eletta negli uffizi della Camera (*). Diremo altamente questo: combattete il dispotismo colle armi della libertà: opponete ai mali della violenza, la giustizia e la legalità: frenate la sciabola e imponetele obbedienza al potere civile: condannate e punite severamente le instantanee fucilazioni; e provvedete che i giudizi sieno pubblici, pronti, solenni e multiplicati, talché resti garantita l’innocenza spesso calunniata, e la reità dei malfattori si conosca in tutta la sua portala per l'effetto morale della pena. Coi giudizi statari, colle note di sospetti, colle misure eccezionali si dà colore di martirio ai giustiziali, si rinfocolano le ire, s'estendono le inimicizie, e si[dissolvono i vincoli d'affetto e di confidenza fra le persone più care. Ricordiamoci che il disordine sociale, questo caos che oggi ci spaventa, è in parte quello delle campagne del ferocissimo generale Manhes che in questi tre anni rimase oscurato da opere più atroci e più funeste. Non offendete le leggi eterne delle quali è un raggio la legge di natura che imprime l'amore ai suoi anche traviati: non obbligate gli uomini a violare i principii della moralità che in ogni tempo insinuarono il bene doversi far bene, e non essere lecito far il male per conseguire il bene.

Si afferma che nelle plebi di quelle provincie sia smarrita ogni idea del giusto e dell’onesto; che non hanno fede che nella forza; e che ii pervertimento è a tal grado che non vi è altra misura sufficiente a dare un indirizzo conforme alla civiltà dei tempi, che adoperando la forza in via straordinaria ed eccezionale.

Questo non è criterio di libertà, ma ragionamento di tirannide. A coloro che chiedevan riforme e costituzioni, il Borbone rispondeva: il popolo non è maturo. Aveva opinione che comprimendo e governando col terrore di pulizia irrefrenata, otterrebbe la conservazione dell’ordine, ed oggi quella dinastia è raminga e condannata a spegnersi nell'esilio. Fortunata che non andò soggetta a più gravi espiazioni — meritate con una somma di spergiuri e di delitti che fanno rabbrividire leggendoli nella storia, od ascoltandone il racconto di testimoni oculari.

Se i provvedimenti economici avessero la virtù che vuol dar loro la Commissione d'inchiesta, e in nome di essa il signor Massari, questi non siederebbe oggi in Parlamento rappresentante delle suo provincie; e il trono di Napoli starebbe. Le baionette puntellando trafiggono ed uccidono il corpo che sostengono con ingiuria della libertà.

Si dice che siano vivo desiderio di quelle popolazioni gli atti spediti a gusto Pinelli e Fumel. Dato e non concesso, risponderemo col Bixio: non col sangue ma coll'amore si ha da fare l'Italia. Se un furioso vi chiede un'arma per suicidarsi, fareste voi opera onesta porgendogliela?


(*) Quest'articolo era scritto prima che in Camera volasse con tanta dissinvoltura la legge che approvò nell'ultima tornata della sessione presente. Avendole dato un carattere di provvisorietà a tempo determinato, riman sempre la possibilità di ritornare al progetto della Commissione, e null'aggiungiamo, nulla togliamo a ciò che era scritto.


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Se un'ammalato vi domandasse veleno per medicina, glielo somministrereste voi, e vi credereste in diritto di farlo?

Le province meridionali escono da uno stato di cose difficile a concepirsi da chi non ha vissuto sotto quel dispotismo. Scossero rabbonito giogo, perché il sentimento di libertà non si spegne mai nel cuore umano: ma non e poi da credere e molto meno da pretendere che diventassero di slancio quali il tempo e l'esercizio nella vita libera li renderà. Le abitudini, anche prave, sono una seconda natura: sueti al bastone, ai domicili forzosi, alle relegazioni, alle arbitrarie detenzioni, alle torture della polizia, e alle vessazioni di magistrati servili e spietati, non sanno invocare altro contro il flagello del brigantaggio, e contro gli uomini facinorosi.

Ma l'uomo di Stato, la mente direttrice che ha la missione e il dovere di educare a libertà istruendo ed imponendo il rispetta delle leggi, deve fare precisamente il contrario del praticato finora. S'incontreranno molte difficoltà, gravi incommodi, e ci vorrà quella inalterata sapienza e la. perseverante volontà che è indispensabile all'avviamento di un nuovo sistema, e di un nuovo ordine di cose. Ma queste sofferenze transitorie saranno ricompensato dal civile mutamento e dagli utili effetti che non si faranno lungo tempo aspettare. Quando vedranno che la vita d'un uomo è cosa di si alto momento da non permettere che neppure i più scellerati malfattori, anche presi con l'arma alla mano e in atto di resistenza, si potranno punire senza il dibattimento pubblico e la difesa, impareranno ad avere in orrore ogni spargimento di sangue umano. L'esecuzioni sul campo, a volontà dei caporali o comandanti militari, sanno di sfogo di ira e di vendetta, e generano odio al governo che le permette.

Nulla diremo della necessità di avere Roma e Venezia, di attivare le opere pubbliche, di moltiplicare le scuole, di affidare l'istruzione a maestri capaci e penetrati dello spirito di libertà e di unità della patria: questo insinua lo stesso sig. Massari che chiamò la Curia romana fucina di mali per l'Italia.

Noi stiamo sull'argomento dei giudizi economici e della leggi eccezionali. Noi siamo convinti che aumenteranno il disordine.

E questo ripeteremo particolarmente a quei Siciliani — e non son pochi — che non si stancano mai d'invocare rigore e violenza governativa: di questo modo di governare v'è fatta lunga prova, e si vede cosa n'è nato — perpetuazione di barbarie. È tempo di cambiare sistema.

Vi son persone d'ottime intenzioni, ma poco esperto della politica che implorano con veemenza i passaporti e il disarmo. Le carte di circolazione riescirebbero dannevoli al commercio, vessatorie per gli onesti cittadini. I passaporti possono avere una ragione di fiscalità; non mai di ordine pubblico o di ostacolo ai cospiratori, od ai malandrini.

Sul disarmo parli per noi Ugo Foscolo nelle osservazioni ai processi verbali della Sessione dell'assemblea legislativa della Repubblica Cisalpina.

L'Ongaroni aveva detto che la libera delazione delle armi rendeva più facile I'attentatare alla vita.

Foscolo rispondeva nel Monitore Italiano del febbraio 1798: «Ciò è falso; perché i scellerati che attentano contro la vita dei cittadini, non attendono di essere autorizzati dalla leggo a porti tare liberamente il pugnale: falso perché l'onesto cittadino, atterrito dalla pena proscritta contro i delatori dell'arme, s'espone inerme al furore dell’assassino, che. avvezzo al delitto, non cura l'infamia e l'afflizione d'una pena si tenue, perché l'interesse del malfattore è maggiore del castigo che gli si minaccia: falso perché coloro che s'armano contro la vita e la proprietà dei cittadini, nella certezza che la legge vieta le armi, corrono più sicuramente al misfatto; mentre più cauti sarebbero, sapendo che ognuno ha i mezzi di difesa e di resistenza.

L'arma è di per sé indifferente. Si adopra al bene, e si adopera al male, secondo la buona o rea volontà di chi la maneggia.

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Quando avrete vietato i fucili, i revolver, i pugnali, non avrete tolto gli stromenti d' eccidio, innumerevoli. Vietate le corde, vietate le clave, vietate gli schidoni, vietate, se vi basta l'animo e ne avete la potenza, le pietre e cose simili atte a ferire e dar morte.

Che se prescriverete licenze scritte, non dubitato che i malvagi troveranno le coperte vie per conseguirle con maggior sollecitudine dei cittadini onesti o timorati.

Gli uomini che chiedono il disarmo imitano il medico ignorante che, lasciando viziata la massa del sangue, s'affatica ad applicare ceroti e balsami alle piaghe esteriori che ne sono l'effetto.

Risalite alla causa, combattete il sistema, e le armi non faranno più male; anzi sarà utile e necessarie che ogni cittadino le abbia.

Siccome i fatti sono le argomentazioni più dialettiche e più convenienti di qualunque raziocinio; cosi preghiamo i fratelli della Sicilia a profittare dell'empio d'un: isola sorella e più infelice.

(Continua)


Per non defraudare i nostri Associati d'alcuna parte del lavoro importarne di Saffi sull'Italia Meridionale ne riproduciamo la continuazione e flue dal N. ° 23 sequestrato.


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Pag. 195


LE LEGGI ECCEZIONALI E LE DUE SICILIE

(Continuazione e fine)


Gallieno aveva concepito il pensiero di scegliere quattro città del vasto impero romano per farvi esperienza di ogni idea rinnovatrice. Il disegno non fu attuato. Crediamo che di questo concetto avessero notizia i politici del vecchio Piemonte, che fecero della Sardegna una provincia di tutti gli esperimenti del male. Della Sardegna si parlava come di terra d'esilio, micidiale; dei Sardi, come di Ottentotti, predicandoli selvaggi ed inumani. La forca — secondo loro — ci voleva, e ve la tennero eretta in permanenza. Se il boia fosse fattore di incivilimento, sarebbe a quest'ora il paradiso terrestre — ed è invece una mesta solitudine.

L'arma dei carabinieri arrestava e uccideva a capriccio, ed impunemente: ogni autorità aveva illimitato potere di vessare, e ristretta facoltà di far il ben i processi e giudizi, in forma inquisitoria. V'era l'alta prerogativa delle economiche sotto la presidenza dei viceré. In una di quelle economiche furon condannati alla forca nel 1840 ed impiccati i fratelli Tolu poscia dichiarati innocenti con diploma reale. Scarso lo stipendio fisso, ampi gli avventizi. In certe occasioni si spedivano gli Alternos della reale udienza con poteri proconsolari: si mandavano colonne mobili che adoperavano, anche per cose minime, il nervo ed il bastone. E finalmente non furono desiderate le cosi dette commissioni militari e miste, delle quali per molto tempo si serberà dolorosa memoria.

Il domicilio forzoso, il cosi detto economico esilio, frequentissimi: le chiamate governative a passeggiare in Cagliari per mesi e mesi, ogni giorno usuali. Quando avevan licenza di rimpatriare era colpa domandare il motivo del sofferto castigo: «il governo (rispondevano aspramente, gli scribaccini della segreteria vicereale) non da ragione dei suoi provvedimenti: emendatevi, tacete e partite. »

Ad intervalli di anni, nei vari comuni ora di questa ora di quella diocesi, mandavano in giro missionale frati di vario colore, e per la più cappuccini, zoccolanti e gesuiti. Questi ultimi erano celebri per le scene teatrali che partorivano poi sanguinose tragedie. In quelle moltitudini ignoranti e ricche di fervida fantasia, il sentimento religioso è potentissimo: e lo era maggiore nel passato. Colle lusinghe del paradiso, colle pene infinite dell'inferno, cogli stratagemmi istrionici, era facile ottenere la commozione, esaltare le menti, spingere a pubbliche confessioni che generavano fredde vendette, criminali processi, e dilatazione di passioni feroci. Come vedete, cari Siciliani fautori di misure eccezionali, nulla mancava di quelle attribuzioni che possono costituire un Governo Forte quale voi desiderate a repressione della vile pleblaglia nella popolosa isola vostra.

Ebbene! Quali erano gli effetti morali e civili?

Prepotenza di preti, arroganza di frati, abuso di potere in tutte le autorità, anarchia perenne ed inenarrabili patimenti morali e fisici del popolo.

Si legge nelle cronache manoscritte che negli anni in cui spiegavano maggior vigore lo colonne mobili con carta bianca (secondo la frase del tempo) era maggiore il numero dei reati, e che in una di quelle epoche gli omicidi, consumati in meno di dodici mesi, sommarono a mille ottocento!!!!

Spuntò il 1848, promulgarono lo Statuto, ritirarono tutte le poche truppe di presidio per la guerra contro l'Austria; ed era immensa l'agitazione di festa per i mutamenti da lungo tempo bramati, e di più liete speranze per le riparazioni domandate e promesse. V'era Intendente Generale Teodoro di Santa Rosa, piemontese accorto, laborioso e preponderante nell'animo del viceré Delaunay. Non poté opporsi alla espulsione dei gesuiti, e decretò l'armamento della Guardia Nazionale a tutela della libertà novella e dell'ordine pubblico.

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Si organizzò come per incanto in ogni comune, e giammai la proprietà fu più rispettata come allora che i cittadini armati vegliavano. I reazionari erodevano suonata l'ora novissima delle cose ordinate, e cospiravano.

Si prestò in alcuni mandamenti ai loro disegni la magistratura. La quale, tenera della inviolabilità dei ladri, processava uffiziali e militi che li reprimevano e arrestavano.

Dopo i disastri di Novara, tornò il disordine. Era di moda in Torino di lamentare che la Sardegna era selvaggia ed ingovernabile: essere necessaria concentrazione di poteri e leggi eccezionali. Sottomano infervoravano a sospendere le libertà, a provvedere il disarmamento generale, gli aristocratici e i moderati isolani; ma la deputazione, in maggioranza democratica, resisteva vigorosamente. Con mozione pubblica fatta nella Camera ottenne che fossero tolte al Generale Alberto Lamarmora le facoltà di Commissario straordinario con poteri civili e militari.

La storia rivelerà in tempi più sereni la premeditazione e le cause che nel febbraio del 1852 spinsero a sanguinoso conflitto i bersaglieri e la popolazione della città di Sassari. Il ministro Pernati, per primo atto del suo governo, e come primo caro saluto da mandare ai Sardi, decretò lo stato d'assedio che estesero a tutta la provincia, dove non era stato turbamento. Si spedirono reggimenti che s'imbarcavano da Genova provvisti di bombe e di cannoni! e che erano amorevolmente ricevuti dal paese che tutto altro s'aspettava meno di essere sottoposto al regime della sciabola. L'alto Commissario era il Comandante Militare Generale Giovanni Durando, alla prudenza e saviezza del quale fu dovuto se non vi furono eccessi più deplorevoli. Ai quali eccessi istigavano uffiziali nativi dell’isola che abbandonarono la dominante e Io stallo della Camera per prestarsi volontari agli atti più odiosi ed ingiusti contro la terra natia. Vituperio!

Qualche mese dopo estesero la violenta misura alla provincia Gallurese per la vagheggiata idea del disarmo dei Sardi, e a precipuo fine di esigere più facilmente le imposte.

Chi volesse istruirsi sulle felicità apportate ai Sardi dagli stati d'assedio, non avrà che a dare un'occhiata alle interpellanze fatte dai Deputati dell'isola nel marzo e nell'aprile del 1852; ed agli atti del dibattimento fatto in Cagliari contro gli arrestati Sassaresi accusati di ribellione, e dalla Corte d'Appello assoluti, con rammarico del Ministero che mandò paternali, o volle poi almeno una vittima. Sono decorsi undici anni, e a chi ha l'occhio esercitato all’esame delle conseguenze politiche, non costa molta fatica per vedere che vi durano ancora i tristi effetti.

Era piano stabilito di propagare gradatamente di provincia di provincia (province allora si chiamavano le circoscrizioni di territorio che nella legge del 59 presero titolo di circondari!) il beneficio dello stato d'assedio. Era già firmato il decreto per la provincia di Nuoro. Il ministro Pernati si faceva forte delle richieste delle autorità, e di buon numero dei Deputali dell’isola. Cambiò parere e rivocò il decreto quando ebbe segreta comunicazione di documenti originali degli istigatori che tradivano e l'ingannavano. Gli Intendenti Generali (oggi Prefetti) facevano propaganda nei Consigli provinciali e divisionali per deliberazioni chiedenti leggi eccezionali. Se non prevaleva il voto del Presidente che diede parere ragionato contra, — e fu inflessibile —, il Consiglio provinciale di Nuoro cadeva nell'errore fatale di proporre lo stato d'assedio per Orgosolo, villaggio alpestre, indomato, avvezzo a predare, e colla meritata riputazione d'essere il Sonnino della Sardegna. Prevalse l'opinione di allettare quegli. abitanti vivacissimi e gagliardi alla coltivazione della terra con premi. Oggi sono dei più tranquilli e laboriosi uomini del centro dell'isola. Se adottavano i provvedimenti d'arbitrio e di violenza, non si emendavano, divenivan peggiori.

L’ultimo stato d'assedio fu inflitto ad Oschiri, comune di tremila anime, per l'omicidio dell'ingegnere Camoni che stava là a tracciare la strada che da Ozieri va al porto di Terranova Pausania. Oschiri era stato in Sardegna il primo paese che aveva chiuso i suoi terreni, abolita la pastorizia vagante, e fatto qualche cosa in opere stradali, mercé il genio e l'attività di un Parroco che fu indi promosso nel 1828 alla sedia arcivescovile d'Oristano.

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Eppure il ministro Rattazzi nella relazione colla quale propose alla sanzione sovrana lo stato d'assedio nell'aprile del 1855, calunniava gli Oschiresi ed i Sardi, come avversi alle strade, e come selvaggi ai quali era necessario imporre la civiltà colla forza. Quell’insulto scosse tutta la Sardegna. La deputazione insulare, quasi unanime, non escluso l'attuale ministro Cugia, firmò una protesta al Consiglio dei Ministri, pubblicata per le stampe. Essa ebbe l' efficacia di rivendicare l'onore della patria oltraggiata, e di por fine alla libidine degli stati d'assedio. L'omicidio Camoni restò un mistero come le pugnalazioni di Palermo.

Nel Parlamento subalpino in ogni sessione, sino alla nausea, si parlava della mancanza di pubblica sicurezza in Sardegna, si narravano fatti da rabbrividire, s'imploravano provvedimenti; ed i beati fratelli continentali o ridevano, o sbadigliavano, od interrompevano con riso ironico cogli oh oh! od uscivano dalla Camera brontolando sarcasmi. Né fu desiderato fra gli aventi maggior fama di amore italiano e democratico, l'uomo che osasse dire cinicamente: «Vendiamo questa maledetta Sardegna, e paghiamo i debiti.» Così pensavano all’unità dell'Italia gli statisti piemontesi pochi anni addietro! Piuttosto che farla prospera e forza maggiorew del regno, offendevano l'isola sventurata coi fatti e colle parole, palesando l'intendimento di fare buon mercato della chiave principale del Mediterraneo. Giustizia richiede non si taccia che v'erano piemontesi giusti, arditi e intelligentissimi che difendevano gli oppressi; ma erano pochissimi, direi rari, e non nascondevano ai loro amici, che la causa della Sardegna era impopolare in Piemonte.

I Sardi erano i paria, e i fratelli Subalpini si stomacavano delle querele perpetue dei tormentati, e della severa voce di grave magistrato che. a nome dei suoi concittadini Sardi gridava in Senato: petimus ut jure hominum teneamur.

Quando il ministro Deforesta, per mitigare l'odio delle due leggi infauste contro la stampa, alle quali diede il suo nome, presentava il progetto di legge per la institùzione del Giuri, si suggeriva da ogni parte: escludete la barbara Sardegna. — E gl'isolani teneri delle venerate pratiche dei maggiori, specialmente poi la magistratura togata, intrigavano e schiamazzavano, vaticinando rovine, malanni, disastri, naufragio della giustizia — menzogne calunniose delle quali oggi si vergogna dopo i fatti che le smentirono. — In nessuna provincia le Assisie coi Giurati furono più utili della Sardegna, per la moralità e per l'ordine pubblico.

Questo stato doloroso di cose durò sino al 1859. Ampliato il regno colle annessioni, l'antagonismo fu mitigato, non per mutati animi, ma dai grandi avvenimenti — Nel timore di rimanere assorbiti dai nuovi acquisti, si mostrarono meno duri cogli antichi provinciali, e dopo il dono di Garibaldi, vero liberatore delle province meridionali, si degnarono di sussurrare all’orecchio dei Sardi il nome di fratelli. E ne impiegarono nel Continente, ed ebbero posti e promozioni, negli uffizi civili e nell'esercito, e non s'è più pensato agli stati d'assedio e alle leggi eccezionali: anzi l'assemblea italiana approvò leggi di riparazione benefica, e la Sardegna è oggi non contenta, ma tranquilla, fiduciosa, e forse troppo addormentata. Sarà stanchezza dopo un lungo patimento; sarà il narcotico che con assidua opera scellerata le istillano i mercanti politici e coloro che avrebbero l'obbligo sacro di ravvivare la coscienza dei suoi diritti, e dei suoi doveri verso la libertà e verso l'Italia: ma non ha figurato nella istituzione del tiro nazionale, cosa da segnalare in un popolo passionato per l’armi e pei cavalli. Non si ridestò per la Polonia: non diede, neppure dopo l'eccidio di Aspromonte, alcun solenne attestato di gratitudine, riverenza e amore all’Eroe che, scegliendo per sua dimora un' isoletta vicina, ha dato celebrità mondiale a Caprera e all’isola di Sardegna. E doveva essere stimolo e vergogna la premura delle più civili e più lontane parti del globo che mandarono deputazioni e indirizzi al ferito, congratulandosi della sua salvezza.

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Diremo ora cosa che merita l'attenzione del governo e dei popoli della Sicilia. Una delle riforme che più ha contribuito al cambiamento in meglio della Sardegna è la coscrizione. Noi siamo avversi agli eserciti stanziali, e disciplinati con spirito pretoriano: noi affrettiamo coi più caldi voti nostri il tempo in cui l'Italia adotti l'armamento Svizzero, e la massima da imprimere nel cuore d'ogni cittadino: MILITI TUTTI, SOLDATO NISSUNO: Ma poiché esiste la leva ed è una necessità, l'esenzione sarebbe un privilegio funesto, e la renitenza colpa e vergogna.

I democratici Sardi sfidarono le ire e la impopolarità favorendo la leva, e oggi ne provano intima e bella soddisfazione. Giovani che non sarebbero mai usciti dalle natie foreste, parteciparono alle battaglie dell'indipendenza, vi si distinsero, impararono a leggere e scrivere, conseguirono premi ed avanzamenti, e ritornarono alle proprie case meglio educati, pieni dello spirito di patria e dì progresso.

La pubblica sicurezza fu in Sardegna la prima a sentirne vantaggio. Dai coscritti indigeni si scelsero gli allievi della Legione dei Carabinieri, e a loro si deve se l'Isola oggi è purgata del banditismo. Quasi niun delinquente ha potuto più scampare alla vigilanza e attività di soldati pratici delle montagne, dei costumi e dello persone del proprio paese. Siano pure i superiori di altre province d'Italia; ma il corpo della forza subalterna dev'essere nei Carabinieri in Sicilia, Siciliano, e in Sardegna, Sardo.

In Sardegna è ora meno frequente il caso di resistenza e di spargimento di sangue nelle catture, e questa umanità si deve alla opinione pubblica, ed al senno dei capi della Legione che ordinarono agli inferiori di rispettare la vita, e di non ricorrere all’uso delle armi che nei casi di estrema necessità.

Sarebbe la Sardegna in questo stato se avessero persistito nel sistema di governarla come conquista e colla legge dell'arbitrio e della prepotenza? No! Tre volte no! La violenza produce violenza e la compressione brutale non migliora i costumi, bensì demoralizza, e genera delitti.

Se i piemontesi non avessero governato con due pesi e due misure, avrebbero riconosciuto la falsità del sistema di oppressione, giovandosi degli effetti avuti in casa propria. Nel 54, una vasta cospirazione clericale spinse i Valdostani a ribellione armata. Immediatamente repressi, non vi proclamarono stato d'assedio, e rimisero i rei alla giustizia ordinaria dei Magistrati. Questa prudenza diede inalterata quiete a quelle Valli. Il conte Cavour era contrario agli stati d'assedio, eccettuata la Sardegna per i suoi disegni, e per le antipatie che forse aveva succhiate col latte, cosa affatto ordinaria in Piemonte dopo il 1794.

Le condizioni della Sardegna dal 1848 al 59, non erano diverse da quelle della Sicilia dal 60 sino a questi giorni. V'era abbandono e ignoranza, v'erano convulsioni e gare di sangue; mancavano come mancano ancora strade e ponti, e vi era povertà e guasto morale per difetto d'indirizzo, di educazione, di buona volontà e di senno nei reggitori — e per accidia inveterata de’ Comuni.

Se la Sardegna conseguì la tranquillità colla ordinaria applicazione delle leggi, perché si dubiterà di ottenere cogli stessi mezzi un risultato uguale nella Sicilia? Non dimenticate che nel carattere, nei costumi, negli affetti, nella effervesceuza delle menti e nella rapidità del concetto e della esaltazione, non hvvvi alcuna diversità fra Siculi e Sardi: bolle nelle lor vene il medesimo sangue ed hanno sin lo stesso colore, le stesse inclinazioni.

Si mandino in Sicilia e nelle, province di Napoli amministratori capaci ed esperti; uomini che abbiano fede nella libertà; si nominino giudici istruttori abili e sagaci; si servano di persone stimate per la polizia e perseguitino il ladro e l'assassino, accelerando il corso dei giudizi per togliere l'iniquità della carcerazione preventiva per lungo tempo; si rimuovano le Autorità invise al paese, e cesserà questo malumore che ci minaccia grandi calamità. Se risoluzioni straordinarie ed energiche son necessarie per estirpare il brigantaggio, vi si ricorra pure, ma contro la vera origine del male. Si chiami la nazione alle armi, e andiamo a Roma colle forze nostre, senza la Francia e anche contro la Francia. A tutti pesa ormai questa vergogna, e qualunque sacrifizio sarà lieve per combattere ed espellere il barbaro dominio.

Se vi limiterete a leggi liberticide, a provvedimenti draconiani, a colpi di carabina ed a' capestri, noi vi ripeteremo la sentenza di Cicerone ad Attico dopo l'uccisione di Giulio Cesare: «excisa est arbor, non era dicitus evulsa, et jam vide quam fructicetur.» Avremo mali maggiori e interminabili.



GENNAIO 2010 - Pubblicazioni - Articoli - Documenti















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