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Fonte:
«Le lingue tagliate. Storia delle minoranze linguistiche in Italia» di Sergio Salvi,  Milano (1975), pagg. 83-85

«Le lingue tagliate. Storia delle minoranze linguistiche in Italia»

A causa della mancanza di motivazioni linguistiche, il separatismo meridionale (che si è costituito nel 1972 in Movimento dei contadini e dei proletari del Mezzogiorno e delle isole) oscilla tra il nazionalismo e il cosiddetto sub-nazionalismo.


Si veda quanto si dice a proposito della sub-nazione meridionale conquistata, colonizzata e sfruttata dalla sub-nazione settentrionale (nella quale soltanto si ritrovano i caratteri salienti della società italiana, e che pertanto sarebbe più coerente chiamare Italia, indicando il resto del paese, il quale presenta caratteri fondamentalmente diversi, con un altro nome)... (Nicola Zitara, L'unità d'Italia: nascita di una colonia, Jaca Book, Milano 1971, p. 14) e si confronti con quest'altra affermazione: «La questione meridionale, nella misura in cui è questione di dominio coloniale sulla nazione meridionale, nella stessa misura dovrebbe essere scontro tra Sud e Nord, in vista della emancipazione del Meridione » (Nicola Zitara, Il proletariato esterno, Jaca Book, Milano 1972, p. 36). Si rilevi, se non altro come indice di uno stato d'animo, la ventilata rinuncia del nome Italia, che una volta era proprio dell'estremo sud della penisola, in favore di quella parte del paese una volta nota come Gallia, sia pure Cisalpina. Da notare che esiste pure un microscopico separatismo (o, meglio, autonomismo radicale) di segno opposto.


Nato in Piemonte come MARP (Movimento Autonomista Regionale Piemontese) con un certo successo elettorale, si trasformò poi in Movimento Autonomista Regionale Padano, mantenendo la stessa sigla. La sua partecipazione alle elezioni politiche fu un fiasco e il MARP si dissolse. E'però sorto al suo posto un minuscolo nuovo Movimento Autonomista Libera Padania con centro, stavolta, a Milano, senza motivazioni linguistiche, ma con un certo odio economico-culturale verso gli immigrati meridionali. Il nome Italia sembra così non piacere nemmeno ai padani.


Per quanto riguarda invece una motivazione linguistica cosciente nell'ambito dei dialetti alto-italiani, si è ancora segnalato, e da tempo, il Piemonte. Già negli anni Venti, un sodalizio di ispirazione felibristica, la Companìa dij Brandè (Compagnia degli Alari) operò una normalizzazione ortografica e grammaticale del piemontese, rifacendosi a tentativi sette-ottocenteschi, ed esprimendo due poeti di buon livello, Nino Costa e Pinin Pacòt. Nel secondo dopoguerra, l'opera del sodalizio è continuata portando fra l'altro alla costituzione della neo-felibristica Escolo dòu Po che ha raccolto occitani, franco-provenzali e piemontesi devoti agli idiomi materni. L'associazione, assai benemerita, sembra essersi dissolta a causa delle spinte centrifughe provocate dalle sue tre componenti linguistiche.


Oggi esiste comunque una microkoinè piemontese perfettamente unitaria, con i suoi vocabolari, la sua grammatica (Gramàtica Piemontèisa di Camillo Brero, Torino 1967) che ha già avuto diverse edizioni e ristampe, le sue pubblicazioni periodiche (il mensile Musilcalbrandè e l'almanacco annuale Ij Brandè), il suo istituto di cultura (Ca dë Studi Piemontèis), la sua vivace letteratura poetica (Giuseppe Gastaldi, Gustavo Buratti,...) e che corre addirittura il rischio di essere insegnata in tutte le scuole del Piemonte secondo una recente proposta di legge regionale del socialista Calsolaro (la quale ha scatenato però l'opposizione degli occitani, dei francoprovenzali, dei lombardi occidentali e dei liguri settentrionali che fanno parte della regione Piemonte ma che non riconoscono ovviamente il piemontese come lingua materna).


Questo acceso piemontesismo linguistico ha prodotto perfino, in questi anni, due piccoli movimenti politici a rigida motivazione etnico-linguistica: a destra, Assion Piemontèisa (Azione Piemontese), sorto nel 1972, che si riallaccia in certo senso al filone del MARP per la larvata polemica contro gli immigrati meridionali e la marcata apologia della voglia di lavorare e di produrre ricchezza dei piemontesi i cui frutti vengono dilapidati dallo stato italiano; a sinistra, ALP (che vuol dire Alpi ma è anche la sigla di Associassion Liber Piemònt), nato nel 1973, che è marxista-leninista e vuole esprimere le rivendicazioni terzomondistiche della montagna e delle campagne piemontesi tanto contro lo stato italiano quanto contro la metropoli regionale (Torino), capitalistica e depiemontesizzata, ricercando altresì un'alleanza organica con gli immigrati meridionali. La destra e la sinistra piemontesiste si distinguono anche per l'uso di due diversi vessilli: Assion Piemontèisa sventola infatti la croce di Savoia col lambello a tre gocce mentre ALP inalbera il tricolore giacobino della nassion piemontèisa (1798-1799) che è rosso-azzurro-arancione. Entrambi i movimenti pubblicano omonimi organi di stampa dove usano la microkoinè.


Il movimento piemontesista respinge la definizione di dialetto per la propria parlata materna e usa al suo posto il termine di lingua regionale che è mutuato dalla francese legge Deixonne. Altri dialetti alto-italiani (dal ligure al romagnolo), pur producendo una letteratura pregevolissima, non mostrano invece, almeno finora, smanie di affermazione politico-culturale.


E' però appena sorto, sull'esempio piemontesista, un raggruppamento lombardista che per ora agisce come sezione Lombardia, Ticino e Grigioni Italiani dell'AlDLCM e sembra perseguire due finalità: costituire una microkoinè lombarda valida sia in Italia che in Svizzera in tutti i territori dello stesso segno dialettale e porsi successivamente come nucleo costitutivo di una nazionalità padana la cui coscienza linguistica sta esprimendo i primi incerti vagiti (si parla di etnia padana o gallo-italica escludendo per ora le parlate venete e riducendola quindi a piemontesi, lombardi, liguri, lunigiani, emiliani, romagnoli e marchigiani settentrionali). Si veda in proposito il benevolo articolo di Federico Formignani sul «Giornale della Lombardia» (a. IV, n. 2, 10 febbraio 1974), un periodico abbastanza vicino al consiglio regionale lombardo. Da parte loro, i veneti stanno codificando la lingua veneta e la sperimentano sulla rivista Popolo Veneto il cui primo numero è uscito a Mogliano nel 1974.


A proposito della lingua padana che ci si prefigge, sia pure a lunga scadenza, di costituire (un po' sull'esempio degli arpitanisti valdostani) non è inutile rammentare queste parole autorevoli di Gerhard Rohlfs: «La stretta parentela esistente fra il tipo linguistico occitanico e quello della lingua "lombarda" degli Italiani settentrionali doveva conferire alla loro lingua una "aura" naturale e letteraria.


Molto tempo prima dell'influsso poetico esercitato da Dante e Boccaccio, nell'Alta Italia si era sviluppata una koinè padana (di tipo veneto-lombardo) di ampio uso letterario. Nel corso del Duecento questa koinè era già sulla via di assurgere a lingua letteraria nazionale.


Essa veniva già sentita, e non di rado, come una lingua romanza indipendente, allo stesso livello delle lingue francese e "toscana"» (Studi e ricerche su lingua e dialetti d'Italia, Sansoni, Firenze 1972, pp. 157-158). Giacomo Devoto, nel suo Il linguaggio d'Italia (Rizzoli, Milano 1974, pp. 238-239) sembra d'avviso leggermente diverso: «Se anche si deve rinunciare alla ipotesi accarezzata da qualcuno in passato di un principio di lingua letteraria comune a tutta l'Italia padana, si deve riconoscere nei testi "franco-veneti" questa aspirazione a uscire dal campanile per guardare a una più ampia regione».


La nascita mancata di una lingua padana è ricondotta, intelligentemente, da Devoto, a questa causa: l'Italia settentrionale non ebbe fino al pieno XIII secolo [...] l'aiuto di un potere politico, sensibile al prestigio culturale...». Peccato che l'illustre glottologo aggiunga quest'altra motivazione psico-climatica: «...nè la spontaneità appartata dell'ambiente umbro cosi caldo e genuino».


A questo punto, noi vogliamo significare al lettore che ci limitiamo a trasmettergli alcune informazioni su eventi che accadono in ambiti minimi e che ci sembrano tuttavia sintomatici. Non ci esprimiamo, quindi, sulla fondatezza teorica delle rivendicazioni piemontesiste e padaniste. Se da un lato è indubbio che i tratti caratteristici dei dialetti alto-italiani sono abbastanza simili tra di loro e divergono notevolmente tanto dall'italiano ufficiale quanto dai dialetti del centro e del sud della penisola (ma ne divergono quanto il catalano dallo spagnolo o quanto l'aragonese dal castigliano?), da altro lato ci pare che l'italianizzazione del territorio alto-italiano (e delle sue parlate) sia in una fase davvero avanzata, irrimediabilmente segnata, poi, dalla massiccia immigrazione di italiani del centro e, soprattutto, del meridione.


Piemonte e Lombardia presentano, da questo punto di vista, una situazione opposta a quella del Friuli e della Sardegna (che sono regioni di forte emigrazione e di bassa immigrazione di diverso segno linguistico). Sono, probabilmente, irricuperabili alla parlata materna. Quelli dell'ALP cercano di aggirare l'ostacolo puntando sulle smilze aree depresse ed emarginate che contornano le grandi oasi del benessere (ormai convertite alla lingua di stato e dove, spesso, la maggioranza della popolazione proviene da altre regioni): ma ci sembra che puntino su di un cavallo tanto nobile quanto zoppo. Il padano, del resto, è di là da venire anche nelle aree alto-italiane all'estero (Ticino, Grigioni italiani, Istria) dove la popolazione difende la propria identità linguistica adottando (a torto o a ragione) proprio l'italiano ufficiale.


Se si passa a esaminare la situazione dei dialetti basso-italiani, dovremo fare considerazioni del tutto diverse. Queste parlate, assai più simili all'italiano di quelle settentrionali (a parte piccole aree arcaiche), appaiono abbastanza ben conservate sul loro territorio a causa del sottosviluppo economico, dell'isolamento socioculturale, dell'emigrazione massiccia e dell'immigrazione irrisoria, al punto da presentare caratteri vistosamente propri. A una pregevole produzione letteraria deliberatamente dialettale (abruzzese, napoletana, lucana, siciliana) non si affianca però nessuna rivendicazione cosciente di tipo linguistico-politico, all'infuori di un tentativo neo-sicilianista per ora circoscritto in ambito assai limitato. Il siciliano ha, del resto, a dispetto dei suoi caratteri decisamente italiani, una tradizione autonoma illustre che è durata a lungo nel tempo.


Oggi, spentisi gli echi della rivolta separatista dell'immediato dopoguerra, alcune istanze nazionali siciliane (tanto politiche quanto linguistiche), sono avanzate dal movimento Sicilia Nostra, che ha provveduto a una nuova codificazione della lingua dotandola di una nuovissima ortografia. Il movimento si appoggia a un istituto culturale, il Centro Studi Storico-Sociali Siciliani che sta approntando una poderosa Storia della nazionc siciliana in cinque volumi, l'ultimo dei quali è significativamente intitolato «Il secolo della dominazione attuale (1860-1960)».


Anche i dialetti centro-italiani sono scossi dalla ventata della rivendicazione micro-etnica: sta infatti formandosi una lingua corsa (appena ammessa dal governo francese ai piccolissimi benefici della legge Deixonne) ma le sue vicende si svolgono fuori dai confini dello stato italiano. Torniamo dunque al nostro discorso: piemontesi e siciliani, o meglio alto-italiani e basso-italiani, fanno o meno parte di comunità per le quali si configura l'ipotesi di minoranze linguistiche? Dal punto di vista della costituzione, che è quello che conta, la risposta è chiara: no. Anche se i linguisti parlano dell'italiano come maggioranza di minoranze» (Pellegrini) e sostengono che «gli italiani sono bilingui, nel senso che parlano tanto l'italiano quanto il loro dialetto particolare (Gregor), è evidente che la costituzione distingue nettamente tra lingue e dialetti.


Il regime linguistico italiano tutela infatti i sud-tirolesi in quanto cittadini di lingua tedesca e non per il loro dialetto bavaro-tirolese, i valdostani in quanto di lingua francese e non per il loro dialetto arpitano orientale, gli sloveni in quanto di lingua slovena e non di dialetto krasko, i ladini in quanto ladini e non in quanto gardenesi e badiotti. Ferma restando la possibilità e l'opportunità di compiere correzioni all'interno del sistema (ad es.: i dialetti friulani possono e devono essere aggregati agli idiomi ladini e svincolati dalla loro presunta italianità linguistica) non è tuttavia nè opportuno nè possibile prescindere dalla dicotomia lingua-dialetto (cioè tutela-non tutela) senza prescindere dall'attuale ordinamento costituzionale. A noi (e non solo a noi) sembra inoltre che friulano e sardo, ad esempio, divergano assai più dall'italiano di stato che non il piemontese o il siciliano.


Ciò non significa che i particolari valori, anche linguistici, di tutte le comunità regionali o sub-nazionali dello stato italiano non vadano salvaguardati e incoraggiati pur senza ricorrere all'art. 6: anche all'interno delle stesse minoranze linguistiche dove esistono preziose peculiarità dialettali che è bene non sacrificare, per quanto è possibile, alla lingua di cultura cui sono subordinate.



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