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Memorie per la storia de' nostri tempi 

dal Congresso di Parigi nel 1856 ai primi giorni del 1863

di Giacomo Margotti

IL BRIGANTAGGIO

(se vuoi, puoi scaricare gli articoli in formato ODT o PDF)


II Brigantaggio nel Regno di Napoli nato dopo la rivoluzione,  non ancora estinto è un argomento su cui si fermerà lo storico dei nostri tempi. Registriamone qualche memoria.


LA QUESTUA DI PERUZZI CONTRO IL BRIGANTAGGIO

( Pubblicato l'8 e 9 gennaio 1863)


Fa...te... un... po'... di... carità

per l'unità d'Italia!

(Il ministro Pshuzzi, frate emittore).


Dopo tanto gridare contro i frati questuanti, il conte Cannilo di Cavour, venuto a termini di vita, mandò pel P. Giacomo, e il ministro dell'interno, cav. Ubaldino Peruzzi, converrò in frati questuanti tutti i prefetti del regno d'Italia! Abbiamo già dato un cenno nella nostra Armonia della circolare che il Sig. Peruzzi scriveva ai prefetti, sotto la data del 1° gennaio 1863, circolare pubblicata dalla Gazzetta Ufficiale del medesimo giorno, ma gioverà ora discorrerne più lungamente, tanto più che la questua è già incominciata in Torino, dove i frati della prefettura vanno a battere alle porte, e chiedono un po' di carità contro i briganti per amore dell'unità d'Italia.

Il Peruzzi dice adunque nella sua circolare, che il brigantaggio travaglia da sub inni le popolazioni napoletane. Notate bene questo: da due anni! Soggiunge che il brigantaggio è danno generale d'Italia e leva vigore a tutto il corpo. Ripiglia che il brigantaggio macula la purezza del moto nazionale che ha messo l'Italia nella via d'un infinito avvenire di prosperità e di grandezza.


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Poi il Peruzzi si dimentica di questo, e protesta che l'unità d'Italia non teme dal brigantaggio, perché splende della luce sua, e perché è nata dalla unanime volontà dei popoli. Eppure non ostante l'unanime volontà dei popoli, scrive il signor Peruzzi, «la mala erba del brigantaggio tutto isterilisce il suolo di tante Provincie».

Fermiamoci un momento su queste affermazioni del ministro Peruzzi. Il brigantaggio travaglia da due anni le popolazioni napoletane. Dunque sotto i Borboni le popolazioni napoletane non erano travagliate dal brigantaggio. Dunque il brigantaggio nacque dopo le belle imprese di Garibaldi e de' successori. Dunque in due anni il forte governo del regno d'Italia non bastò ad estirpare nè co' suoi denari, né co' suoi soldati la mala erba del brigantaggio. Queste conseguenze derivano a filo di logica dalla dichiarazione del Peruzzi.

Il quale non esita ad aggiungere che il brigantaggio isterilisce tutto il suolo di tante provincie. Dunque lutto il suolo di tante provincie dee essere coperto dai briganti, se no tutto quel suolo non potrebbe essere isterilito. Dunque i briganti non sono un pugno, non sono trecento o quattrocento, come pretende il generale Lamarmora, ma sono tanti da isterilire tutto il suolo di tante provincie. Dunque dopo il risorgimento. d'Italia, ossia da due anni, tutto il suolo di tante provincie trovasi isterilito. Chi oserà negare la legittimità di queste altre conseguenze?

Il signor Peruzzi asserisce che il brigantaggio è una sciagura prodotta dal governo caduto, il quale reggendo i Napoletani «di proposito trascurò di diffondere, tra le loro classi più infime, quei lumi di coltura, quei semi di civiltà, quei principii fecondi di libertà, che infondono nei popoli il sentimento di se medesimi e della dignità del lavoro». Dunque il brigantaggio è proprio opera dei Napoletani, non di forestieri. Dunque è proprio delle classi infime, ossia di quelle classi che si sogliono chiamar popolo, ed a cui si attribuisce la sovranità. Dunque la sciagura del brigantaggio, nata da due anni non esisteva sotto il governo borbonico che l'ha prodotta, e nacque, e cresce, e si allarga sotto il governo che diffonde i lumi di coltura, che sparge i semi di civiltà, che spande i principii fecondi di libertà. E dopo due anni di questi principii, di questi semi, di questi lumi, il brigantaggio non che cessare richiede novantatremila soldati per fargli testa e le circolari del signor Peruzzi 1

II barone Bettino Ricasoli dicea a1 suoi tempi, che il brigantaggio non era cosa politica. Ma pare che Ubaldino Peruzzi sia d'opinione affatto contraria*, vuoi perché lo fa nascere solo da due anni, vuoi perché lo attribuisce alla mancanza dei lumi di coltura e dei semi di civiltà. Ora ci sono due punti che noi non sappiamo in verun modo capire, e il sig. Ubaldino Peruzzi farebbe un'opera santa a spiegarceli. Udite, signor Ubaldino.

Voi dite dapprima che le popolazioni napoletane concorrono non ad ingrossare, ma a combattere le bande dei briganti. Spiegateci dunque come avviene che le bande dei briganti combattute da novantatremila soldati e più dalle popolazioni napoletane, tuttavia in due anni non si sieno potute estirpare? Spiegateci come le popolazioni napoletane, non ostante che l'antico governo abbia trascurato di diffondere tra le loro classi i lumi di coltura e i semi di civiltà, pure concorrano a combattere i briganti? Se attribuite all'educazione dell'antico governo la nascita del brigantaggio, perché non attribuirgli egualmente il


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merito delle popolazioni che lo combattono, se por lo combattono davvero? Spiegateci inoltre, signor Ubaldino, come mai l'unità d'Italia, nata dall'unanime volontà dei popoli, possa essere da due anni oppugnata dai briganti nati dalle classi più infime. Forse che le classi più infime non appartengono al popolo? E se gli appartengono, eppur combattono l'unità d'Italia, questa non pub dirsi nata dalla loro volontà. E se questa volontà ci manca, non possono dirsi unanimi i voleri.

Il cumulo di contraddizioni e di assurdità, in cui cadde il ministro Peruzzi fin dalle prime linee della sua circolare, mostra quanto sia grave questa questione del brigantaggio. Volendo il ministro mendicare qualche scusa, non fe' che imbrogliarsi e imbrogliare, senza saper neppur egli che cosa si dicesse. Poi finì col ricorrere al solito ripiego di tutti i ministri del regno d'Italia, che quando non sanno più dove dare del capo in questa questione del brigantaggio, tolgono a calunniar Roma. Il  Peruzzi trova che il brigantaggio si alimenta «per loro venuto di dove si sarebbe aspettata una parola cristiana di benedizione e di pace», E più innanzi ripete che il fuoco brigantesco è avvalorato dal fomite di Roma.

Sciocche ed assurde calunnie sono queste. Pio IX spogliato ha bisogno dell'elemosina dei figli per vivere, e voi l'accusate di mandar l'oto ai briganti? E quando pur lo volesse dove prenderebbe quest'oro? E non dite voi che Roma è in mano dei Francesi, e non pretendete che costoro vi sieno amici? E questi vostri amici non impedirebbero che da Roma partisse l'oro per sostenere i briganti? E se poco oro di Roma basta a sostenere il brigantaggio, perché non bastò a sopirlo il molto oro che in due anni voi avete sparnazzato? Son due bilioni che avete speso in ventiquattro mesi, e se è l'oro che fa nascere il brigantaggio, ne aveste in mano abbastanza per soffocarlo!

Ma coteste villane menzogne non meritano neppur l'onore della confutazione (1). Il Peruzzi ha già corso tutte le provincie napoletane, e sa bene d'onde e come nacque il brigantaggio. Egli non potè ritrovare un documento solo per dimostrare che Roma lo fomentasse. Ripete sempre le solite gratuite asserzioni che non hanno nessun peso e ricadono sul suo capo. Dall'altra parte noi potremmo citare a iosa testimonianze di deputati, i quali attribuirono l'origine del brigantaggio non a Roma, bensì allo sgoverno delle provincie napoletane ed al generale malcontento.

Ci contenteremo di arrecare al signor Peruzzi l'autorità non sospetta di due deputati. L'uno è il deputato Musolino, che il 3 dicembre 1861 disse alla Camera: «II brigantaggio a Roma non è sostenuto da Pio IX. Certo Pio IX è amico di Francesco II, e dovrebbero sostenersi a vicenda; ma nello stato attuale delle cose, il Papa non ha interesse immediato, assoluto, necessario di mantenere il brigantaggio, perché egli ne raccoglie innanzi tutto lo


(1) Bettino Ricasoli nella circolare che scrisse il 24 agosto 1861, osò dire che il Papa carpiva il Danaro di San Pietro e ne assoldava i briganti. Il Constitutionnel del 6 di settembre dichiarò che la circolare Ricasoli a péché contre l'exaclitude. Il Giornale di Roma, il 7 settembre, sbugiardava il ministro; e la Patrie del 9 settembre ci disse che tutte le Potenze che hanno rappresentanti presso la Santa Sede bollarono la circolare Ricasoli come calunniatrice. Ed ora Peruzzi osa ripetere le stesse calunnie!

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svantaggio (1). E il deputato Ferrari parlando dei briganti avea già detto che «tanto nel 1799, quanto nel 1814 i padri degli attuali combattenti ricondocevano i Borboni sul trono di Napoli». E l'oratore rincalzava: «Sono briganti, ma hanno una bandiera; sono briganti, ma il partito borbonico sussiste; la sua astensione è visibile in ogni elezione»; sono briganti «ma sono figli delle montagne, inaccessibili nelle ritirate, formidabili nelle sorprese». Sono briganti «ma infine prevalenti contro i militi (2)».

Il ministro Peruzzi non credeva certamente nel settembre del 1860, che nel gennaio del 1863 sarebbe stato obbligato a scrivere una circolare contro i briganti come quella che uscì dalla sua penna! Il dep. Massari sul finire del 1861 aveva osato affermare che il brigantaggio andava diminuendo. «Dal mese di maggio in poi, dicea il Massari il 2 dicembre 1661, il flagello del brigantaggio è scemato (3)». Ora ecco il signor Massari, membro segretario d'una Commissione, che nel 1863 va a Napoli per trovare rimedi contro i briganti! Il Peruzzi nella sua circolare parla degli studi di questa Commissione, che partì appunto la sera del 5 di gennaio, accompagnata dal cav. Pellati, redattore in capo dei verbali e da due uscieri.

Discorreremo in un secondo articolo della Commissione e della sottoscrizione, due armi colle quali ora si vuoi vincere l'inespugnabile brigantaggio. O noi c'inganniamo, o il signor Peruzzi ha trovato che non ci sono fondi sufficienti nelle casse del regno d'Italia per pagare i deputati che vanno a studiare il brigantaggio. Quindi l'astuto ministro dell'interno ha pensato di aprire una sottoscrizione nazionale, che apparentemente si dice per le vittime dei briganti, ma che in realtà sarà per pagare i viaggi, i pranzi, le feste, le accoglienze e disturbi di quei deputati che recaronsi a studiare il brigantaggio. I quali in un certo senso sono vittime dei briganti, in quanto che senza il brigantaggio non si sarebbero mossi da Torino.

II.

Mentre scriviamo queste linee, il piroscafo Governolo corre per alla volta di Napoli carico del dolcissimo peso della Commissione d'inchiesta contro il brigantaggio. Questa Commissione fu decretata dalla Camera segretamente il 16 dicembre, ma quando si venne al punto di nominare i deputati che doveano comporta, ne nacque un solennissimo pasticcio, perché quanti onorevoli erano nominati, altrettanti presentavano la loro rinunzia. Brignone, Mosca, Finzi rinunziarono, e tu pure rinunziasti, o Bettino Ricasoli, con lettera letta dal vice—presidente Poerio nella tornata del 22 dicembre. Nomina, cerca, prega, finalmente la Commissione d'inchiesta restò composta dei seguenti membri: Aurelio Saffi di Forlì, Giuseppe Sirtori di Milano, prof. Antonio Ciccone, Argentino, medico Romeo Stefano di San Stefano in Calabria, avvocato Stefano Castagnola di Chiavari, Giuseppe Massari di Taranto, Sambiase—Sanseverioo

(1)Atti Uff. della Camera, N. 339, pag. 4344.

(2)Alti Uff Tornata del 2 dicembre 4864, N° 337, pag. 4302.

(3)Atti Uff., N° 338, pag. 4305.


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Gennaro duca di San Donato, medico Giovanni Morelli di Verona, Nino Bixio di Genova. Costoro o in mare o in terra stanno oggidì studiando il brigantaggio.

I così detti briganti (1) apparvero sempre a Napoli, ogni qualvolta ne vennero discacciati i Borboni. E v'erano briganti nel reame di Napoli, quando Napoleone I, esautorato il Re legittimo, ne regalava la Corona a suo fratello Giuseppe. Ma non ci ricorda che mai Giuseppe o Napoleone pensassero a combattere il brigantaggio con una Commissione d'inchiesta. Abbiano letto bensì che Napoleone I scriveva al fratello Giuseppe regnante a Napoli: «È necessario fucilare immantinente i briganti tosto che ve ne siano degli arrestati (2)». Abbiam letto che Giuseppe scriveva da Napoli a Napoleone I: «Le Commissioni militari di Salerno, Napoli e Gaeta fanno giustizia dei briganti (3)». Abbiam letto che il colonnello Lebrun faceva sparare contro i briganti, Reyner purgava i paesi e Massena incendiava lo chiese dove si erano trincerati i briganti. Ma che si mandassero deputati a studiare il brigantaggio, non ci venne né letto, né udito mai, e fu pensiero pelasgico del senno italiano raccolto in Torino.

Speriamo che il Governolo avrà fatto o farà buon viaggio, e i commissari giungeranno a salvamento. Ma in che cosa mai consisteranno i loro studi? Interrogheranno i briganti? Il medico Romeo tasterà loro il polso? 0 il chirurgo Morelli farà loro qualche salasso? 0 Massari li arringherà con qualche discorso? 0 Bixio e Sirtori li sfideranno a duello? 0 Castagnola li combatterà cogli articoli del Codice civile, penale e commerciale? O il prof. Ciccone insegnerà loro la civiltà, la libertà e la Costituzione? Noi non sappiam proprio immaginare che cosa faranno i dieci deputati incaricati di studiare il brigantaggio. Però mentre essi studiano, il ministro Ubaldino Peruzzi va a raccogliere. La Commissione d'inchiesta sul brigantaggio è un vero spettacolo che si da al popolo italiano, e con provvido consiglio fu nominato tra i commissarì Sambiase—Sanseverino, Gennaro Duca di San Donato, direttore dei teatri di Napoli. Ora quando in piazza Castello si diverte il pubblico con qualche salto, o capriola, o giuoco di bussolotto, o cose simili, v'ha sempre uno che va col piattello chiedendo i soldi agli assistenti. Quest'uffizio si ha assunto, nel caso nostro, il ministro dell'interno. La Commissione studia, e vuoi dire giuoca, scherza, salta, diverte il pubblico italiano, e Peruzzi col piattello si raccomanda alla buona grazia del pubblico.

(1) Il nome di briganti nel senso in cui si prende oggidì politicamente, è d'origine francese. In italiano brigante vanne da briga, contésa e significò soldato; poi fu traslato a significare uomo di bel tempo, e da ultimo fu preso per lo più in mala parte dandosi di uomo sedizioso, perturbatore dello Stato, rivoluzionario. Il Boccaccio scrive di frate Cipolla, che era il miglior brigante del mondo (Novella, 60, 3). Barrere chiamava briganti gli Inglesi che ti opponevano, in sul cadere del secolo passato, alla repubblica francese. Il 14 agosto 1794 Barrere diceva dalla tribuna francese: «Voi avete già prevenuto i supremi giudizi della posterità contro i briganti inglesi; il loro nome è scritto con infamia negli annali del genere umano e ne' vostri decreti ».

(2)Mèmoires et correspondance politique et militaire du roi Joseph. Paria, 1853, tom.II, pag. 203.

(3)hoc. dì. tom. IV, pag. 190. Vedi l'Armonia del 24 gennaio 1864, primo articolo: Del nome di briganti.

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Questo è lo scopo della circolare Peruzzi del 1° di gennaio. Alla buona grazia, grida Peruzzi, e mai ciarlatano non fu così eloquente. Cita il fatto splendido dell'Inghilterra, che soccorre gli operai senza lavoro, invoca la fratellanza italiana, ricorre alla liberalità dei privati; dice loro di dare soldi, perché questi soldi, oltre un significato sociale e morale, avranno anche un significato politico. E Peruzzi porge il piattello, e gridando alla buonagrazia! continua a parlare del dolore delle lunghe angherie sofferte dalle popolazioni napoletane, che pur combattono per coloro che le angariarono, e supplica perché non sieno derelitte dalle provincie sorelle, e invita gli Italiani «a mostrare la sollecitudine di tutta Italia, ed accorrere spontanei a medicare le piaghe che apre il brigantaggio».

Ristamperemo più innanzi nella sua integrità la circolare Peruzzi. Qui lasciando da parte le celie, osserveremo che la questua contro i briganti non recherà nessun vantaggio al regno d'Italia; non recherà nessun danno al così detto brigantaggio; e da ultimo sarà un'imposta pei poveri impiegati.

1° Nessun vantaggio al regno d'Italia. La circolare Peruzzi chiedendo una sottoscrizione per uno scopo politico, com'egli dice, confessa che l'unità d'Italia abbisogna di una conferma. 0 la sottoscrizione non riesce, e il fiasco sarà solenne; o riesce, e i calunniatori diranno, che il governo ha dato venti lire ad ogni napoletano, perché ne versi cinque contro i briganti. Le sottoscrizioni per avere qualche importanza debbono rassomigliare a quella del Danaro di San Pietro.

2° Neséun danno al brigantaggio. Nulla poterono contro i briganti i Cialdini, i Fumel, i Pinelli, i De Virgilii, coi loro tremendi proclami, nulla le fucilazioni, nulla i villaggi incendiati, nulla Io stato d'assedio. Pensate se otterrà un miglior risultato l'ex—parroco Robecchi che da lire 15, o Nicola Indelli che da lire 10! Anzi i briganti, conoscendo l'importanza politica che si attribuisce al brigantaggio, ne trarranno argomento per sempre più briganteggiare.

3° Un'imposta pei poveri impiegali. Costoro si lagnano con molta ragiona che il capo d'uffizio va troppo spesso pungendoli con qualche nuova sottoscrizione. Ieri si obbligavano gl'impiegati a sottoscrivere pel monumento Cavotir, ora si obbligano a dare contro il brigantaggio. E guai all'impiegato che non darà! Lo avranno in conto di brigante, o fautore di briganti, e lo getteranno sul lastrico.

E non abbiamo ancora toccato il lato peggiore della sottoscrizione proposta dal Peruzzi. Imperocché di che cosa trattasi in ultima analisi? L'Italia meridionale é divisa in due parti. Altri si sottomettono al nuovo ordine di cose, e si comportano in modo passivo in faccia al nuovo governo. Altri non vi si vogliono sottomettere, e impugnate le armi, fanno resistenza, e questi sono i briganti. Contro questi ultimi, che sono briganti se volete, ma briganti italiani, si mandano altri Italiani, e i cittadini si bastono coi cittadini, e la guerra civile dura da due anni, e il sangue fraterno bagna le più belle terre d'Italia.

In mezzo a tanto orrore e tanta desolazione, eccoti venir fuori un ministro che chiede danari per premiare coloro che avranno ucciso un maggior numero d'Italiani! e fa questa richiesta in nome dell'unità d'Italia, e in nome della carità cittadina! E vuole che si premii un italiano che avrà ucciso un altro italiano, come si soccorre in Inghilterra un operaio senza lavoro!


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Uno de' segni del finimondo è gens contra gentem, e questo segno tremendo abbiamo in Italia. E mentre la buona politica, l'amor patrio, il buon cuore consiglierebbero di sedare le ire, e studiare il modo di mettere un termine alla guerra civile, il ministro Peruzzi ha il coraggio di aprire una pubblica soscrizione per renderla più lunga e più feroce da una parte e dall'altra!

La sottoscrizione fu già cominciata a Milano dalla Perseveranza e dal Lombardo. Tra i sottoscrittori nel Lombardo dell'8 gennaio vfè il cavaliere D. Giùseppe Calvi, preposto alla Metropolitana, che da lire 10, e nella Perseveranza dello stesso giorno sono — Prevosti Monsignor Luigi, canonico ordinario della Metropolitana, che da lire 10 — Proposto, parroco e coadiutori di Santa Maria della Scala in S. Fedele, che danno L. 50 — Maestri Monsignor Luigi, canonico ordinario della Metropolitana, che da lire 10 — Carcano Monsignor Filippo, canonico ordinario della Metropolitana, che da lire 10 — Bertoglio sacerdote Cesare, prevosto parroco di S. Tommaso, che da lire 10 come i precedenti. — Costoro non hanno ancor dato un soldo per sostenere il padre comune dei fedeli, il Vicario di Gesù Cristo, ed offrono danari per ricompensare quelli che uccidono i briganti!

Nelle guerre civili il Sacerdote di Dio non dovrebbe entrare che come pacificatore, non mai come istigatore, e i suddetti sacerdoti e Monsignori di Milano non hanno pensato che forse si sono resi irregolari colla loro soscrizione. Noi li invitiamo a studiare le irregolarità ex defectu lenitatìs, e il cap. 1 Distinti. 51, cap. 24 de Homicid. Combattere, o semplicemente animare gli altri a combattere, anche in una guerra giusta, è azione proibita ai sacerdoti, e per cui s'incorre l'irregolarità (cap. 9 Ne Cleric. vel Monach.). Ora che cosa è mai la sottoscrizione contro i briganti, se non un eccitamento ai soldati di ucciderli? Alla coscienza dei Monsignori del duomo di Milano sottomettiamo questo quesito. Veggano e provvedano.

Quanto a noi, in mezzo a tante ire feroci e a tanto sangue, non faremo che udire una voce, la bella e cara voce di Padre, e ripeteremo agl'Italiani quei versi del Manzoni: «Tutti fatti a sembianza d'un solo —— Figli tutti d'un solo riscatto — In qual ora, in qual parte del suolo — Trascorriamo quest'aura vital — Siam fratelli; siam stretti ad un patto — Maledetto colui che lo infrange — Che s'innalza sul fiacco che piange — Che contrista uno spirto immortal». — Terribile è questa maledizione del Manzoni! Ma noi non vogliamo essere maledetti contristando il nostro Santo Padre Pio IX. A lui il nostro affetto, la nostra obbedienza, e le nostre sottoscrizioni!

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CIRCOLARE PER UNA SOTTOSCRIZIONE CONTRO IL BRIGANTAGGIO

(Pubblicato il 9 gennaio 1863).


Non avendo noi riferito che qualche periodo delia circolare Peruzzi, giudichiamo conveniente di qui ristamparla nella sua integrità, come documento per la storia de' nostri tempi, e come simbolo della presente unità d'Italia, che richiede dal ministro dell'interno simili provvedimenti.


MINISTERO DELL'INTERNO

Circolare ai signori Prefetti.

Torino, 1° gennaio 1863.

Il brigantaggio che travaglia parecchie delle provincie napoletane è danno generale d'Italia. Esso leva vigore a tutto il corpo, se ne ammala principalmente sole alcune membra: e macula la purezza di questo moto nazionale, che ha messa l'Italia dalle umili condizioni, in cui ella era, nella via di un cosi infinito avvenire di prosperità e di grandezza.

il brigantaggio non accusa però le popolazioni dei paesi che esso desola; senza essere loro colpa è una loro nuova sciagura: una sciagura che è come la somma ed il risultalo di tutte quelle che aggravò sopra esse il governo caduto, di proposito trascurando di diffondere tra le loro classi più infime quei lumi di coltura, quei semi di civiltà, quei principii fecondi di libertà, che infondono nei popoli il sentimento di se medesimi e della dignità del lavoro.

Nel disordine che per una qualunque mutazione di stato si sarebbe dovuto in tali condizioni di cose generare, il governo caduto non vedeva nell'avvenire se non quello che vi aveva trovato nel passato, un mezzo di restaurazione.

Di questa speranza le popolazioni napoletane hanno già a quest'ora disilluso quelli che la nutrivano, concorrendo non ad ingrossare, ma a combattere le bande dei briganti che, per la dissoluzione della forza pubblica e per loro venuto di dove si sarebbe aspettata una parola cristiana di benedizione e di pace, si sono formate nel loro grembo.

Pure, quelle bande così sparse e sole, attendate o scorrenti a modo di nemici in terreno nemico, servono agli avversarii dell'unità d'Italia di pretesto a combatterla, preferendo di lasciar credere che abbiano sul suolo d'Italia trovato un alleato che li disonora, che di dichiarare di non trovarne punto.

L'unità d'Italia splende per la luce sua; è nata dall'unanime volontà dei popoli, né ha bisogno di conferma. Pure il governo si deve preoccupare, perché dove mancano le ragioui, manchino anche i pretesti; perché il fuoco sia spento,


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quand'ancbe, e prima che il fomite di Roma non sia rimosso; ed è risoluto a pigliare ogni pi ti pronto ed efficace provvedimento, perché la mala erba del brigantaggio, che tutto isterilisce il suolo di tante provincie, sia recisa e svelta tutta.

Quali mezzi a ciò il governo debba da se e sin d'ora adoperare, mentre che gli studii della Commissione d'inchiesta continuano. Ella ne è già stata in parte e ne sarà poi vieppiù particolarmente istruita: ma vi ha alcuna cosa che il governo sente di non poter compiere tutta da se solo, e per la quale provoca per mezzo dei signori Prefetti il concorso della Razione.

Le popolazioni napoletane, che da due anni sentono un flagello, del quale le altre provincie sono libere, hanno pur bisogno di sapere con un segno evidente ohe questo lor male privato è tenuto, quello che è diffatti, male di tutti. — Un fatto nuovo nelle società presenti, un fatto di cui l'Inghilterra, in tutte le parti del suo immenso dominio, da prova oggi così splendida, nel concorrere ai soccorsi degli operai nel Lancashire rimasti per cagione della guerra d'America senza lavoro, un fatto nuovo è questo: che tutte le parti che costituiscono uno Stato, tutte le provincie che lo compongono, tutte le classi nelle quali è distinto, tutti i cittadini che esso numera, sentono ora molto più intimamente che non facessero per il passato di formare un tutto solo, collegato da un vincolo interno di affetto, da un vincolo comune d'interessi per cui e male di ognuno ciò che è male di ciascuno: e la liberalità dei privati,supplisce dove lo Stato, senza allargare di soverchio le sue attribuzioni, od accettare principii sinora riconosciuti funesti, non potrebbe supplire appieno da sé.

In Italia questo concorso del paese avrebbe, oltre questo significato sociale e morale, un significato politico. Il dolore delle lunghe angherie, dei ripetuti danni, delle continue sofferenze ha potuto far entrare in parecchie delle popolazioni napoletane un pregiudizio funesto alla riputazione di stabilità che è il primo fondamento d'ogni Stato, e il primo principio d'ogni Stato nuovo: si sono potute credere derelitte dalle provincie sorelle, ed amate meno delle altre. Qual miglior mezzo a dissipare un così dannoso pregiudizio che quello di mostrare la sollecitudine di tutta Italia accorrere spontanea a medicare le piaghe che il brigantaggio apre nelle famiglie, e premiare il coraggio di coloro, i quali affrontando i briganti difendono sé, le lor famiglie, la lor patria, e purgano il nome napoletano da ogni ingiusta taccia?

Il governo non intende neanche in questa parte restare nel giro della sua azione legittima inoperoso.

Anche ora gli atti di coraggio hanno da esso quelle ricompense che nei confini dei fondi, dei quali dispone e nei modi dalle leggi consentiti può assegnare. Ed esso intende formulare un progetto di legge da presentare nella prossima sessione al Parlamento a fine d'essere a ciò con maggior larghezza abilitato.

Ha mentre il governo nutre questo disegno, non si può nascondere due cose: primo, che richiederà tempo così, il formulare come il deliberare questa proposta di legge; secondo, che essa non potrà venire al sussidio di quelle sventure domestiche, che meritano dalla pietà dei concittadini un compianto non isterile, né attagliarsi così bene a tutte quelle opere d'amor patrio e di coraggio, che sarebbe debito ricompensare, come la carità privata saprebbe così mi—rabilmenlo fare da se. D'altra parte il governo sente quanto il conforto scenderebbe

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più dolce nel seno delle famiglie desolate, o all'animo di chi ha ben meritato del paese, se apparisse venire dalla spontanea volontà dei concittadini, anziché dalla forzata imposizione dello Stato.

Il governo sente come pel primo modo produrrebbe molti effetti morali, che nel secondo non può raggiungere; esso sente quanto meglio convenga, che mentr'esso chiede come dovere la virtù del sacrificio, la riconoscenza e la sollecitudine del paese, appresti a premiarla.

Senza quindi rinunziare alla parte che può ad esso spettare, il governo crede bene d'invitare la Signoria Vostra—a promuovere, appena ricevuta questa circolare, una sottoscrizione in tutti i comuni della provincia commessa alle sue cure, in quei modi che le parranno più acconci a far che corrisponda allo scopo, che le son venuto indicando. A questa sottoscrizione il ricco porgerà il suo scudo, il povero il suo obolo: e sarà la somma raccolta applicata al doppio fine di consolare le sventure domestiche da una parte, di premiare gli atti di coraggio dall'altra, dei quali il brigantaggio sia occasione od origine.

li ministero indicherà a sud tempo i modi di far pervenire i fondi raccolti nelle mani delle autorità delle provincie, nelle quali debbano essere distribuiti.

E come chiede il concorso dei privati nel dare, cosi il governo intende chiedere quello dei privati nel distribuire. Perciò i prefetti delle provincie, nelle quali occorrerà o distribuire i soccorsi, o conferire i premii indicati, avranno dal ministero apposite istruzioni, coir? nominare nel capoluogo di provincia una Commissione di cittadini probi e reputati, e nei comuni delle Commissioni che corrispondano con essa; acciocché veri fica ti gli atti a premiare, o le sventure a sollevare, sia, in proporzione delle somme raccolte, dato misurato premio agli uni, e possibile conforto alle altre.

Il Ministra: U. Peruzzi


SETTEMILA FUCILATI A NAPOLI

( Pubblicato il 21 gennaio 1863 ).


Ci scrivono: «la prima risultanza della Commissione parlamentare d'inchiesta sul brigantaggio fu l'accertare che SETTEMILA sono i fucilati finora. M'intendete? i fucilati, oltre gli uccisi combattendo; i fucilati, cioè, quelli soli che furono legalmente, cioè militarmente uccisi e constatati; constatati, cioè veramente uccisi, neppur uno più del vero, ma forse molti meno del vero».

Questa notizia del nostro corrispondente ci parve gravissima; ma ricercando nel Giornale Ufficiale di Napoli, ricercando negli altri giornali della rivoluzione, ricercando nella stessa Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia, e sommando tutti i fucilati che ci annunziarono da due anni in poi, abbiamo trovato che superano i settemila fucilati constatati dalla Commissione d'inchiesta!


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Settemila fucilati nel reame di Napoli! Eppure i Napoletani votarono all'unanimità il plebiscito, vollero all'unanimità sottrarsi all'antico governo dei Borboni, e rinunziata la loro autonomia, nient* altro sospirano che di annetterti al Piemonte! Come tutte queste ufficiali affermazioni si possano conciliare con settemila ufficiali fucilazioni?

Settemila fucilati nel reame di Napoli! Eppure di questi giorni il governo promuove una sottoscrizione per tutta l'Italia, affine d'incoraggiare la guerra fratricida, e i municipii soscrivono migliaia e migliaia di lire perché non si cessi dal fucilare, ma si fucili ancora, e si fucili di più!

Settemila fucilati nel reame di Napoli! Eppure l'Imperatore de' Francesi fa pubblicare documenti, da cui risulta che egli ha domandato riforme al Santo Padre Pio IX, documenti che mostrano come Napoleone III inducesse la Russia e la Prussia a riconoscere il regno d'Italia, documenti, in cui esclude il ricorso alla forza per indurre le città a ritornare sotto gli antichi sovrani; ma nel libro giallo non trovasi un documento solo, da cui risulti che la Francia ha protestato una volta contro tante fucilazioni.

Settemila fucilati nel reame di Napoli! Eppure Napoleone III, che fece dire già al re Francesco II: Maestà, date la Costituzione, non fece mai dire ai ministri di Torino: Eccellenze, non fucilate più! —

Settemila fucilati nel reame di Napoli! Eppure sir Guglielmo Gladstone, che già tanto dolevasi e tanto scriveva contro i pretesi patimenti di Poerio, di quel Poerio che ci rappresentava come semivivo, mentre oggidì «mangia, e beve, e dorme, e veste panni»; sir Gladstone, amico e traduttore di Farini, sir Gladstone, così umano, così compassionevole, non ha ancora detto, né scritto una parola sola in favore dei fucilati!

Settemila fucilati nel reame di Napoli! Eppure, l'8 di aprile del 1856, il conte Walewski nel Congresso di Parigi invocava atti di clemenza dal governo delle Due Sicilie, e consigliandoli al re di Napoli, credeva di rendergli un segnalato servizio; ma finora, né il Walewski né i suoi successori (ingrati!) pensarono di dare questo consiglio e di rendere questo servizio al governo del regno d'Italia.

Settemila fucilati nel reame ài Napoli! Eppure si dice, si scrive, si canta che il risorgimento italiano non fu macchiato da una sola goccia di sangue; ma è un puro, nobile, e sublime slancio delle popolazioni!

Settemila fucilati nel reame di Napoli! Eppure il brigantaggio ben lungi dall'essere spento, continua sempre, ed anzi ringagliardisce, sicché la Camera dei deputati stimò di spedire in quelle contrade una Commissione per ricercare dove e come nascono i briganti, e studiare i rimedi per estirparli!

Settemila fucilati nel reame di Napoli! Eppure Odo Russel, agente dell'Inghilterra a Roma, calunnia la Santa Sede sognando i cinque o seicento soldati spagnuoli partiti per rinforzare il brigantaggio; ma non dice una parola di coloro che tanti fucilarono, tanti fucilano, e sono tuttavia pronti a fucilare!

Settemila fucilati nel reame di Napoli! Eppure Dronyn de Lhuys, il 20 dicembre 1862, scrivea all'ambasciatore francese a Roma, che il territorio protetto dalle armi francesi non doveva servire a preparativi per alimentare la guerra civile; ma non iscrisse ancora al conte di Sartiges, che un governo cosi amato a Napoli dovea una volta fermarsi dal fucilare.


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Le fucilazioni a Napoli incominciarono nell'ottobre del 1860. Nel supplimmo al N° 38 del Giornale Ufficiale di Napoli del 20 ottobre 1860 &i leggeva il seguente ordine di Cialdini; «Faccia pubblicare che fucilo tutti i paesani armati che piglio, e do quartiere soltanto alle truppe. Oggi ho già incominciato.

Firmato il generale CIALDINI».

Cialdini incominciava a fucilare. Sono più di due anni, e non s'è finito ancora! Fucilava De Virgilii, e il 2 novembre 1860 pubblicava a Teramo: «I reazionarii presi colle armi alla mano saranno fucilati». Fucilava Curci, fucilava Fumel, fucilava Pinelli, fucilava Galateri, ed ora fucila Lamarmora! E la Commissione d'inchiesta sul brigantaggio scrive in capo a' suoi studii: SETTEMILA FUCILATI!

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CIRCOLARE CONTRO I GIORNALI 

CHE MENOMANO LA FEDE NELL'UNITA' D'ITALIA

(Pubblicato il 4 febbraio 1863).

Ecco il testo originale di questa circolare, che noi regaliamo al conte John Russel, il quale, tempo fa, discorse nel Paramento inglese della libertà che la stampa godeva in Italia. Ah se fossimo liberi veramente! Ah se potessimo dire ciò che sentiamo nel cuore!


Ai signori Prefetti del Regno,

(Riservata).

Torino, 24 gennaio 1863.

Per molti riscontri comparisce evidente il concerto degli avversari dell'unità d'Italia, e specialmente di quelli stranieri al paese nostro, per attivare con insolito ardore una propaganda nel senso federativo, col solleticare i sentimenti municipali ed usufruire le cagioni dì passeggero malcontento, che sono naturale conseguenza delle trasformazioni politiche, e del difetto di quell'ordinamento nazionale nei varii rami della pubblica amministrazione, cui il ministero e il Parlamento intendono porre un pronto riparo.

Questa propaganda, iniziata ed energicamente favorita dal partilo che ba per organo in Parigi il giornale la France ha stabilito a Napoli ed a Firenze dei giornali aventi appunto i nomi di queste due ex capitali; questi ed altri giornali convengono nelle parti essenziali della loro polemica coi giornali clericali, e con alcuni organi del partito d'azione nel combattere l'unità, che questi ultimi, p. e., la Nuova Europa di Firenze, apertamente dicono inconseguibile colla monarchia costituzionale.

Queste intemperanze non potrebbero essere tollerate senza discapito dell'autorità morale del governo, il quale deve mostrarsi sempre energico e costante avversario di qualsivoglia idea contraria all'unità, senza generare diffidenze nel gran partito nazionale, e senza esporre ad intemperanze intollerabili, del genere di quelle, delle quali fu fatto recentemente segno il giornale Napoli.

Egli è perciò che il sottoscritto, mentre stima conveniente di lasciare la più ampia libertà di discussione, ravvisa però, in quanto all'argomento sovraccennato, indispensabile un'attiva sorveglianza ed un'energica e costante repressione, a termini di legge, contro quella stampa che intende a combattere l'unità d'Italia sotto la monarchia costituzionale della dinastia di Savoia, ed a menomare la fede nel compimento dei destini della nazione, in conformità dei voti del Parlamento; ed è convinto che così operando contro i giornali di qualsia voglia colore avrà il consentimento della pubblica opinione.


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Sebbene il compilo di questa sorveglianza e di questa repressione sia dalla legge particolarmente commesso all'autorità giudiziaria, tuttavia l'autorità politica non deve rimanersi del lutto inoperosa, ed importa invece che si l'una che l'altra si prestino uno scambievole appoggio nella sfera delle rispettive attribuzioni.

Con questo intendimento il sottoscritto invita i signori Prefetti a rivolgere essi pure la loro attenzione sulle intemperanze della stampa, di cui si tratta, e ad essere solleciti di fare officiose comunicazioni ai rappresentanti del pubblico Ministero ogniqualvolta ravviseranno in esso gli elementi necessari per un procedimento.

Mercé queste disposizioni, che saranno dal Guardasigilli partecipate anche ai Magistrati del pubblico Ministero, confida lo scrivente che la sorveglianza e la repressione ricuciranno pronte, costanti ed efficaci, e starà frattanto in attesa di un cenno di ricevuta della presente.

Il ministro U. Peruzzi


DOCUMENTI SULLA SOTTOSCRIZIONE CONTRO I BRIGANTI

(Pubblicato il 7 febbraio 1863).


Foggia, li 27 gennaio 1863.

(Corrispondenza particolare dell'Armonia). Non credo vorrà dispiacerle se le fo tenere copia di due circolari, una del prefetto di questa provincia di Capitanata, l'altra del sottoprefetto del circondario di Sansevero, dirette ad animare i loro amministrati a concorrere alla solenne questua intimata all'universo popolo italiano da frate Peruzzi. — La circolare del prefetto porta con sé un altro foglio, che è l'invito che ogni Commissione collettrice di tutti i municipii deve faro per l'oggetto di rispettivi cittadini; e di questa pure le do copia. — Questi tre scritti sono una pruova di più di quella pienissima libertà che anche nelle opere di carità sanno regalare ai popoli i soli governanti rivoluzionar!. E che bella libertà, ti danno a fare questo solenne plebiscito della carità, per dirla alla berrettiana!!! Assai più che la libertà del memorabile primo plebiscito... Trattasi nientemenoche il prefetto De Ferrari vuole segnati i nomi dei sottoscritti e le rispettive somme (e ti manda egli stesso gli elenchi a stampa), affinchè poi egli e possa avere da tali elementi cognizioni per giudicare de' giusti titoli di benemerenza che verrà ad acquistare oiascun cittadino offerente». —— Ed a coloro che non avranno sottoscritto, ovvero avranno contribuito poca somma, impedendo così di rendere splendido il successo di tanta opera umanitaria», come si esprime l'invito, che dirà il signor prefetto?

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Qual complimento farà loro? Li designerà forse al pubblico come manutengoli e fautori de' briganti, e come tali li tratterrà con qualche paterna carezza di arresto, o anche di peggio?... Oibò! Non era del decoro di un prefetto dirlo egli stesso. L'arte si conosce bene... Conveniva farlo dire da' rispellivi munìcipii per mezzo delle Commissioni collettrici, le quali svolgendo alle popolazioni lo spirito delle circolari sulla questua, da quella del ministro a quella del sottoprefetto, ti dicono bello e chiaro che «fra la passività e l'astensione, che significano solidarietà cogli assassini e le spontanee e generose offerte, che fan testimonianza di non dubbia virtù morale e civile, voi non potete e non saprete esitare». Ed a questo oggetto un siffatto invito alle popolazioni si è spedito appositamente stampato dalla stessa prefettura. Va poi e di' che anche questa volta ci è mancata la cara libertà nel fare il nostro plebiscito, il plebiscito della carità! Provati solo a non far comparire il tuo nomo negli elenchi, od a segnare una piccola cifra, e vedrai. — Sappia dunque il mondo intero, e lo sappia una volta dipiù, che nella sola Italia rigenerata, e specialmente in questa parte meridionale si gode la vera, perfetta e beatificante libertà. Qui poi, segnatamente in questa provincia di Capitanata, siamo gli arcibeatì, gli arcicontcnti, perché siamo arciliberi con questi arciliberissimi inviti che ci vengono fatti da nostri liberalissimi governanti, di concorrere al plebiscito della carità, al danaro dell'unità all'obolo d'Italia.

Ma io domando: a chi e perché si chiede questa soscrizione in questa disgraziatissima provincia specialmente? Si chiede a tutto il popolo; ma si sa che i ricchi ed i proprietarii sono quelli che effettivamente debbono contribuire, quelli cioè che più han sofferto e soffrono per causa del brigantaggio. Costoro dunque, mentre con una mano sono costretti a dare a forza (per esercizio di libertà) i loro be' ducati, coll'altra si riceveranno umili e supplichevoli un qualche centesimuzzo dalla singolare, liberalissima carità de' governanti. Oh beatitudine ineffabile d'Italia! Ma questo danaro serve pure per la distruzione dei briganti. Sì?!.... E perché non si attende anche adesso, che si fanno queste collette, alla distruzione de' briganti, i quali ora più che mai sono i liberi padroni della campagna, che da essi è impunemente passeggiata, fino ad avvicinargi a breve distanza de' paesi, impedendo alla gente di portarsi al lavoro de' campi? E poi il sottoprefetto di Sansevero ha pure lo stomaco di dire «che l'obolo dell'unità deve fare il contrapposto coll'obolo di San Pietro, che suona dispotismo!!» In qual senso? Sotto quale rispetto l'obolo di San Pietro suona dispotismo, cioè Italia schiava? L'obolo di San Pietro è la più chiara espressione della vera libertà, che solo la religione cattolica sa dare. Per l'obolo di San Pietro non ci sono né circolari, né inviti di governanti, né offerte di municipii, né commissioni collettrici, né altro di simile. L'obolo di San Pietro è veramente libero e spontaneo, perché frutto della pietà e della religione di cuori cattolici, non infetti dal veleno di sella. Oh! sì: si provino i nostri governanti a darci la piena libertà di contribuire all'obolo di San Pietro, e vedranno allora come assai più di quello, che sono state finora, saranno numerose e ricche le offerte che si faranno al Padre comune de' fedeli in questa pronuncia specialmente» Ecco i documenti:


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Documento 1°

Copia

Foggia, 13 gennaio 1863.

Prefettura delta Provincia di Capitanata — Gabinetto particolare — Circolare N. 2. — Oggetto. — Commissioni per la soscrizione nazionale.

Appena le sarà pervenuta la presente assieme alle circolari annesse, la S. V. si darà opera sollecitissima per istituire in cotesto Comune la Commissione, di cui è oggetto nelle circolari istesse.

Chiamo lei, signor Sindaco, a farne parte in primo, e come componenti integranti, i capitani di cotesta milizia cittadina, il parroco ed il conciliatore. A questi desidero che la S. V. aggiunga altri tre onesti, operosi ed influenti patrioti che vorrà prescegliere possibilmente fra le diverse classi, come un proprietario, uri capo d'arte ed un agiato popolano.

Istituita la Commissione comi nei era essa immediatamente in collettivo, o dividendosi in sezioni, come meglio si crederà opportuno, ad adempiere il suo compito questuando le offerte.

Su degli elenchi, che s'inviano per facilitare e rendere più esatta l'operazione, saranno raccolte tutte le soscrizioni a cominciare dal soldo, avvertendo di segnare ne' medesimi i nomi degli analfabeti oblatori.

Detti elenchi, a misura che verranno riempiti, sarà speciale cura della Commissione d'inviarli a me per essere pubblicati, e perché io possa avere da tali elementi cognizione per giudicare de' giusti titoli di benemerenza che verrà ad acquistare ciascun cittadino offerente.

Le somme che si raccolgono saranno conservate provvisoriamente a cura della Commissione istessa, fino a che nuove istruzioni non verranno dal ministero interni per determinare il modo del versamento e della distribuzione.

Il primo concorso alla soscrizione ed il primo esempio nelle offerte desidero che parta dal Municipio, come quei che rappresenta tutti i cittadini; epperò la S. V. rimane facoltata a convocarlo subito in seduta straordinaria.

Crederei superfluo raccomandare alla S. V. maggior cura e sollecitudine per il buon successo della soscrizione, il quale avverandosi, come son certo, se per me riuscirà di non poco contento e soddisfazione, per lei sarà un grande e pregevole requisito, bastante a farla dichiarare benemerita del paese,

È pregata la S. V. di dare lettura della presente a tutti i componenti la Commissione, e di accusarmene ricevuta.

Il Prefetto DE FERRARI.

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Signor Sindaco di

Documento 2°

Copia dell'invito spedilo dalla Prefettura stessa alle Commissioni collettrici.

Cittadini,

Una soscrizione nazionale è aperta per l'estirpazione del brigantaggio. A rendere splendido il successo dì tanta opera umanitaria non verrà meno al certo il vostro generale concorso, che, se per gli altri figli d'Italia costituisce


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un alto di patriottismo, per noi è un dovere di riparazione, e sarà nobile prova di virtù civile, di fede e di sacrificio.

Dimostriamo alla patria Comune ed all'Europa che, bisognando una volta finirla co' ladroni, il paese unanime concorre per mezzi e per opere a compierne la distruzione.

Se ne offre oggi una venturosa e solenne occasione: — Fra la passività e l'astensione che significano solidarietà cogli assassini — e le spontanee «e generose offerte che fan testimonianza di non dubbia virtù morale e civile, voi non potrete, né saprete esitare. Gennaio, 1863.

La Commissione Collettrice.


Documento 3°

Sansevero, 22 gennaio 1863.

Sotto—Prefettura del Circondario di Sansevero in Capitanata. — N. 1,4. — Oggetto. — Riservata.

L'Italia intera offre danaro per sollevare le vittime del brigantaggio, i Municipii concorrono all'opera filantropica, e questa raccolta si è nominata ben a ragione l'obolo dell'Unita, facendo così contrapposto coll'obolo di San Pietro, che suona dispotismo, cioè Italia schiava e divisa.

Sono convinto che i signori sindaci di questo Circondario non vogliano che i loro Municipii si mostrino inferiori agli altri, riflettendo pure che le somme raccolte saranno devolute a benefizio dei proprii amministrati.

Il signor sindaco cercherà di preparare la pubblica opinione, quindi radunerà il Consiglio municipale per deliberare in proposito.

Si attende dallo zelo e patriottismo, che tanto distingue V. S., il più brillante risultalo. Le somme saranno impiegate a sollevare le miserie procurate dai briganti1, ed a premiare gli atti di valore che si compiranno dai cittadini nella guerra che si combatte contro i nemici degli uomini e di Dio.

Voglia accusare ricevimento della presente, ed a suo tempo trasmettere le deliberazioni consigliari in triplo esemplare, uno da ritornarsi munito di visto, l'altro ad uso di questo ufficio, ed il terzo da trasmettersi al superiore ministero.

In esecuzione poi delle istruzioni che cotesto ufficio debbe avere ricevute direttamente dalla regia prefettura, le fo viva preghiera, perché solleciti la nomina della Commissione collettrice delle offerte, scegliendo invece fra coloro che nelle diverse classi diedero già prove di patriottismo, operosità ed onesti.

Ai signori Sindaci del Circondario di

II Sotto—Prefetto Righetti


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IMPOSTE ALLE OPERE PIE PER IL BRIGANTAGGIO

(Pubblicato il 1° aprile 1863).

La Gazzetta Ufficiale va pubblicando le offerte pel brigantaggio. Ma fra queste offerte rare sono quelle che provengano dai privali che non sieno impiegati del governo. Anche le Opere Pie contribuiscono a questa soscrizione. Se però altri vuoi sapere con quali mezzi il governo costringa le amministrazioni di questi istituti a partecipare alla soscrizione, legga questa circolare:

Caserta, 30 gennaio 1863.

PREFETTURA   

DELLA PROVINCIA

DI TERRA DI LAVORO GABINETTO

Num. 393. Circolare, num. 19.

Oggetto

Soscrizione Nazionale pei danni del brigantaggio

Signori,

II brigantaggio, che da sì lungo tempo travaglia alcune di queste eletta pròvincie, con i suoi atti selvaggi di crudeltà e distruzione, ha sparso il lutto e la miseria in tante famiglie, e ognuno che abbia vera carità di Patria non può non esserne profondamente commosso e addolorato, e non sentire il sacro dovere di concorrere con ogni mezzo a far cessare una tanta sventura, a render meno gravi le sofferenze e la desolazione di tante infelici vittime, asciugandone le lagrime, alleviandone i dolori e i danni.

11 Governo del Re ha già spiegata tutta la sollecitudine richiesta dalla gravita del male, e mentre col concorso di una Commissione Parlamentare aU studiando i mezzi per estirparlo, ha fatto appello alla carità privata, prendendo l'iniziativa di una soscrizione nazionale che ha destato ovunque non solo favore, ma entusiasmo, ed alla quale con pietoso slancio, oltre ogni ordine di cittadini, concorrono da ogni parte d'Italia Municipii e Provincie.

La pubblica beneficenza, che nel suo nobile mandato ha l'obbligo di consolare la sventura, assumere la tutela dell'orfano, e rendersi sostegno all'indigenza ne1 suoi patimenti, non dovrà che seguire le proprie ispirazioni, e le sue nobili simpatie per esercitare un atto tutto proprio del suo santo ufficio e rispondere


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con affetto all'appello fatto al paese, emulando i sentimenti di pietà e di patriottismo, ohe in molte provincie offrirono Congregazioni di Carità e Amministrazioni di Opere Pie, votando generoso concorso alla nazionale sottoscrizione.

Epperò le SS. LL. proposte in cotesto Comune all'Amministrazione delle Opere Pie, nella pienezza delle facoltà che concede la legge del 3 agosto 1862 e nella latitudine dei mezzi di cui possono disporre, faranno opera di pietà e di vero patriottismo prestando con nobile gara il loro concorso ad un atto che Terrà' non solo a sollevare l'infortunio e consolare una sventura domestica, ma sarà in pari tempo un novello attestato di fraterno solidale affetto delle provincie italiane, e di fede inconcussa nei gloriosi destini della patria.

Vorranno quindi le SS. LL. tenere, con la sollecitudine che potranno maggiore, una apposita riunione per deliberare sul concorso delle Opere Pie da esse amministrate nella sottoscrizione suddetta, tenendomi ragguagliato, nel perentorio termine di giorni dieci9 della deliberazione che sarà resa.

Il Prefetto Matb.

Alle Congregazioni di Carità, alle Amministrazioni di Luoghi Pii e di Opere Pie.


IL CONTO DELLA COMMISSIONE BRIGANTICIDA

(Pubblicato il 4 aprile 1863).

L'Opinione ci dice che le spese della Commissione d'inchiesta sul brigantaggio non ascescero che alla meschinissima somma di L. 44,788 e 62 centesimi. Vedete precisione di conti! Furono notati persino i duecentesimi. Oh quando si tratta dei danari del popolo, i nostri onorevoli si guardano bene dal mandare in malora il becco d'un quattrino 1 Sono sessantadue centesimi, che essi spesero per inquirere sul brigantaggio, e si guardarono ben bene dal dire che ne spesero sessantacinque! Ne' tempi dell'assolutismo si sarebbe detto: che cosa sono tre centesimi di più? Facciamo il conto rotondo, e scriviamo sessantacinque. Ha nei tempi presenti, con coscienze tanto delicate, con un'economia politica così raffinala, i conti si danno colla massima precisione. Epperò siate pure sicuri, che la Commissione del brigantaggio non costò che L. 14,788 e 62 centesimi. Se queste Commissioni si hanno così a buon prezzo, i commissari potrebbero ripartire. La spesa è nulla, e il vantaggio, ah il vantaggio è immenso!

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LE TORNATE SEGRETE DI TORINO SUI BRIGANTI DI NAPOLI

(Pubblicato il 6 maggio 1863).

Il 4 e 5 di maggio i profani tennero espulsi dalla Camera dei deputati. Gli uscieri gridavano: Procul, procul, e barravano le porte, e tappavano le fessure degli usci, e sopravegliavano gli approcci, mentre gli onorevoli, stretti a consiglio, faceano un po' di bucato in famiglia, parlando sotto voce, e raccontando le comuni miserie. In quelle due segretissime tornate il dep. Massari lesse la relazione della Commissione, che fu spedita dalla Camera sul cominciare dell'anno per attingere sui luoghi notizie precise dei briganti e del brigantaggio. E' pare che notizie n'abbia attinte assai, giacché la semplice lettura della relazione doveva durare otto ore. E' pare eziandio che le notizie fossero pessime, se no ce le avrebbero dette anche a noi. Buone o cattive, la legge ci proibisce di parlare delle tornate segrete della Camera, e noi ce ne laviamo le mani.

Però, pensandoci bene, non ci dovrebbe essere oggidì neppur più un capello di briganti nel regno di Napoli, e il deputato Massari trova ancora materia da discorrerne per otto ore? Imperocché noi ragioniamo e calcoliamo cosi. 1 briganti sono i nemici del regno d'Italia, non é vero? Verìssimo. 1 nemici del regno d'Italia in Napoli sono quelli che votarono pel no nel famoso plebiscito. Non è vero? Vero anche questo. Dunque tanti doveano essere i briganti nel regno di Napoli, quanti furono i no del plebiscito. La conseguenza è giusta? Giustissima. Di fatto il brigantaggio nasceva in Napoli, compiuto appena il plebiscito. Nove giorni dopo la famosa votazione il governatore rivoluzionario di Teramo, De Virgilii, il 2 novembre 1860 pubblicava: e Tutti i comuni della provincia, dove si sono manifestati, o si manifesteranno movimenti reazionari, sono dichiarati in istato d'assedio i reazionari, presi colle armi alla mano, saran fucilati».

Ora, le cifre del plebiscito furono queste: 1,313,376 sì e 10,312 no. Dunque i briganti non potevano essere che 10,312. I quali, da bel principio, si presero a fucilare bravamente. Il Pinelli, da Ascoli, adì 3 febbraio 1861, diceva ai soldati: «Siate inesorabili come il destino. Contro nemici tali la pietà è delitto». E Cialdini scriveva per telegrafo al governatore di Molise: «Faccia pubblicare, che fucilo tutti i paesani armati che piglio. Oggi ho già cominciato». E si fucilò nel 1860, si fucilò nel 1861, si fucilò nel 1862, si fucilò nei primi mesi del 1863. Di guisa che il 18 di aprile, a detta del deputato Riociardi, il totale dei briganti fucilati era di settemila cento cinquantuno (Atti Ufficiali, N° 1193, pag. 4643).

Abbiamo adunque le seguenti cifre:


Cifra totale dei briganti          10,312
Fucilati all'aprile del 1863       7,151
Restano briganti                      3,171


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Or quanti altri briganti sono in prigione? Lo stesso deputato Ricciardi, nella tornata del 18 di aprile 1863, ci dava la statistica di tre sole prigioni [Atti Uff., N° 1192, pag. 4642). E risultava che v'erano:


Nel carcere di S Maria, prigionieri              1,191
In Campobasso, prigionieri                          1,043
 In Avellino, prigionieri                                1,836
Insieme prigionieri                                       4,040


Dunque restavano vivi 3,171 briganti, ne abbiamo rinchiusi dentro tre sole prigioni del Napoletano 4,040, epperò voi ben capite che a quest'ora briganti non ce ne possono essere più, salvo che si volesse pretendere una cosa impossibile, che cioè fucilati o imprigionati tutti coloro che nel plebiscito dissero no, si mettesse mano a fucilare o imprigionare quegli altri che dissero sì.

Come dunque la Camera il 4 e il 5 di maggio potè spendere ancora due tornate segrete sui briganti e Sul brigantaggio?


DEL NOME DI BRIGANTI NELLA PRIMAVERA DEL 1860

(Pubblicalo l'8 maggio 1863).

La Camera dei deputati ha speso tre lunghe tornate di sei ore ciascuna per udire la relazione sul brigantaggio; e durante queste diciott'ore il presidio raddoppiato della guardia nazionale vegliava per impedire che gli estranei si avvicinassero alla sala. Delle,precedenti tornate segrete venne sempre a subodorarsi alcunché, ma delle ultime finora non si seppe nulla, e quest'alto mistero da luogo a più gravi sospetti a quell'infallibile criterio, che si tace ciò che fa contro di noi. Soltanto i giornali annunziano quest'oggi, e crediamo di poterlo ripetere nell'Armonia, che nell'ultima tornata segreta i deputati discussero se convenisse pubblicare la relazione sul brigantaggio letta dal Massari in nome della Commissione. E gli onorevoli concordemente decisero di no, perché non si potevano far sapere al popolo sovrano certe cose, che l'avrebbero alquanto spaventato, e che dall'Italia poi sarebbero passate a notizia dell'Europa e di tutto il mondo civile. Tuttavia, siccome la Commissione d'inchiesta sul brigantaggio avea proposto alcuni articoli di legge quale rimedio alla formidabile malattia, così dicono che alcune parti della relazione verranuo pubblicate come schiarimento di questi medesimi articoli.

Lasciando adunque a' deputali seppellire segretamente i loro morti, noi pure ci occuperemo di briganti e di brigantaggio, studiando l'origine di questo

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nome nella primavera del 1860, ossia cercando chi dopo la pace di Villa—franca fosse il primo in Italia a parlare di briganti, e quali uomini si accusarono di brigantaggio. E in questo studio ci aiuterà il signor Nicomede Bianchi, che nella Rivista Contemporanea del mese di aprile, fascicolo CXIII, parlando del conte Camillo di Cavour, e pubblicando snl suo eroe documenti editi ed inediti, ci mise sotto gli occhi le curiose primizie dell'accusa di brigantaggio.

Questa parola incomincia a proferirsi in Italia nel maggio di tre anni fa, dopo la spedizione di Garibaldi in Sicilia, e i primi a scriverla sono il rappresentante di Francesco II, re di Napoli, presso la Corte di Pietroburgo, e il commendatore Carafa, ministro sopra gli affari esteri del re delle Due Sicilie. L'ambasciatore napoletano in Russia, il signor Regina, scriveva da Pietroburgo il 14 di maggio 1860 un dispaccio, dove era detto: «L'indignazione che ha provato l'Imperatore e il principe di Gorciakoff, allorché gli diedi conoscenza del telegramma di V. E., con cui m'informa dello sbarco a Marsala dei BRIGANTI partiti da Genova, è stata proporzionata alle enormità commesse tanto dal gabinetto sardo, che dagli uffiziali inglesi ohe hanno favorito lo sbarco. La postilla dell'Imperatore sul dispaccio in parola che rimandò al ministro degli affari esteri è: c'est infame, et de la part des Anglais aussi».

E questo dispaccio era una risposta ad un altro che il ministro Carafa avea spedito per le vie telegrafiche agli agenti diplomatici della Corte di Napoli all'estero, per dar avviso dello sbarco de' Garibaldini a Marsala. Il ministro Carafa si esprimeva così:

«Malgrado avvisi dati da Torino, e promesse di quel Governo d'impedire SPEDIZIONE DI BRIGANTI organizzati ed armati pubblicamente, essi sono e partiti sotto gli occhi della squadra sarda; sbarcati ieri a Marsala. Dica a e cotesto ministero tale atto di selvaggia pirateria promosso da Stato amico».

CARAFA.

Vedete un po' che orrore! Chiamar briganti coloro che difendevano la libertà, l'Indipendenza, la patria comune! E l'orrore è tanto maggiore, perché l'accusa di brigantaggio non rovesciavasi solamente sui Garibaldini, ma sul conte di Cavour, sul Governo sardo e su tutti coloro che aveano aiutato la spedizioni! di Sicilia. Intorno a ciò troviamo nell'articolo del signor Nicomede Bianchi preziose rivelazioni, e ne faremo tesoro per dimostrare quanta estensione avessero l'accusa di brigantaggio e il nome di briganti scritto dai ministri napoletani nel maggio del 1860.

Il Bianchi prova trionfalmente che Garibaldi conquistò la Sicilia coll'efficace cooperazione del Governo di Torino. E per dimostrare questa tesi, che, quanto a noi non avea bisogno di veruna dimostrazione, il signor Nicomede Bianchi esce ne' più minati particolari, e racconta cosi:

«Francesco Crispi, che fu uno de' preparatori pili animosi e operosi di quella rivoluzione siciliana del 1860, poco tempo prima che essa scoppiasse, erasi clandestinamente introdotto nella sua terra materna, e l'avea percorsa per conoscere tostato reale delle cose e portarvi una fraterna parola di incoronamento e di speranza. Ora trovo scritto con abbastanza d'autenticità: che Luigi Farini, dittatore allora dell'Emilia, gli era sfato largo de' migliori mezzi per condurrò lft termine tanta difficile impresa, per la quale non bastava il coraggio personale.


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Trovo parimente autenticato dalle migliori testimonianze, che il conia di Cavour, come venne informato del lavoro in corso della Società nazionale ondo portare aiuto alla rivoluzione siciliana per mezzo di una spedizione marittima di volontari, si mostrò tutt'altro che avverso alla medesima» Sono pertanto scritti di sua roano i seguenti avvisi, inviati a chi dirigeva que' preparativi:

«Villamarina annunzia che si combatte in Palermo, e che l'insurrezione si estende. Carafa invece telegrafa a Canofari tutto essere tranquillo iu Sicilia. Molta agitazione in Napoli, le serva...

«Ho notizia da Napoli del 29, da Messina del 26. Il dispaccio dice: — Qu'on rencontre resistance énergique et qu'il faut gagner le terrain pas à pas. — «Addì 6 aprile 1860, la notizia della rivoluzione di Palermo giunse a Genova per le vie telegrafiche. In quella città l'attendevano Nino Bixio, Crispi, Rosolino Pilo, i quali fino dal mese di febbraio avevano la promessa del generalo Garibaldi, che nel caso di un serio sollevamento in Sicilia egli si porterebbe a prenderne la direzione. Abbisognavano uomini, armi, navi e danari. Italiani di ogni classe, volenti Italia e Vittorio Emanuele, accorsero da ogni parte all'animoso appello del generale Garibaldi. Il quale giudiziosamente vedendo la convenevolezza di raggruppare sotto la sola sua direzione gli apparecchi per le progettate spedizioni, stando egli a Quarto nella villa Spinola, fece chiedere a Giuseppe La Farina se voleva assentire a ciò. L'intendersi fu pronto, e per tal modo vennero posti a disposizione del generale Garibaldi gli efficacissimi mezzi di che disponeva la Società nazionale, fra i quali certamente non doveva calcolarsi per ultimo la segreta cooperazione del Governo di Torino. Garibaldi ben comprese l'utilità grande di siffatto concorso, laonde al La Farina, insistente per accompagnarlo in Sicilia, persuase di rimanere a servire d'intermediario tra lui ed il conte di Cavour.

«La direzione dell'ordinamento e degli apparecchi della prima spedizione vennero affidati a Nino Bixio. Con quella indomabile energia di volontà di mente ed operosità instancabile, che a lui sono proprie, egli giunse a superare moltissime difficoltà. Ma all'imbarco delle armi non potè provvedere da solo; gli venne in aiuto la mano del Governo. L'avvocato Fasella che allora era uno degl'ispettori della questura di Genova, aiutò con due suoi agenti il trasporto dei fucili sul mare. Se in tanto e sì manifesto tramestio d'uomini e di cose nel porto di Genova, di barche cariche d'armi e di munizioni dirette verso la Foce e a Quarto, le autorità governative locali non videro nò seppero nulla, benché fosse appariscente il vigilare severo allo sbocco della Polcevera e al lido di Cornigliano, torna ridicolo il pensarlo e dirlo, non fu per paura o per impotenza ad agire contrariamente, ma sì perché Giuseppe La Farina erasi portato a Genova, munito d'alcune parole iscritte dal conte di Cavour all'Intendente di quella città. Compiuta felicemente la prima spedizione, divenne urgente il bisogno d'aver armi in pronto per fornire le altre spedizioni che si stavano apparecchiando. Per ordine espresso del governo di Torino dall'arsenale di Modena vennero estratti fucili e consegnati a Genova a coloro che oc difettavano. Armi e munizioni da guerra ebbero dal conte di Cavour le due spedizioni capitanate da Medici e da Cosenz. Non potendo 11 Governo di Torino riconsegnare al generale Garibaldi i fucili allogati negli arsenali dello Stato per sequestro anteriore senza incorrere in qualche responsabilità troppo grave,

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romperò quelle medesime armi e consegnò il danaro ai signori Finzi e Bazzana, che così poterono provvederne altre per condurre innalzi l'impresa siciliana. Se la flotta partì da Genova con l'incarico apparente di tagliare la via allo sbarco dei volontarii sulle costiere siciliane, il conte Persano teneva un biglietto di mano del conte di Cavour, nel quale stava scritto: Signor Conte, vegga di navigare fra Garibaldi e glìincrocicchiatori napoletani; spero che mi avrà capilo».

Da questa preziosa relazione, che noi confermiamo di tutto punto come verissima, risulta, che nel maggio del 1860 il sig. Carata e il signor Regina, ministri del re di Napoli, osavano chiamare briganti, chi mai? Il conte di Cavour, il generale Garibaldi, e Francesco Crispi, e Nino Bixio, e Giuseppe La Farina, e l'avvocato Fascila, e simili. Ma «Vedi giudizio uman, come spess'erra!» Nel maggio del 1863, ossia tre anni dopo, Nino Bixio è reduce in Torino da un viaggio parlamentare fatto in Napoli per esaminare il brigantaggio, e Crispi e La Farina ed altri studiano rimedi contro i briganti, e briganti sono coloro che stanno con Francesco II, ed egli stesso vien chiamato il re dei briganti, e l'autore del brigantaggio. Come mutano le cose e i giudizi in soli due anni!

Quanto a noi, ognuno capisce che diciamo e dobbiamo dire essere briganti coloro che vogliono rovesciare nell'Italia meridionale il presente Governo, non gli altri che atterrarono l'antico. Ci auguriamo però che la storia, raccolti i latti ed esaminate le relazioni d'una parte e dall'altra, possa ripeterò questo nostro giudizio.


IL BRIGANTAGGIO, LORD PALMERSTON E IL PADRE CURCI

(Pubblicato il 20 maggio 1863).

Chi non conosce il P. Carlo Maria Curci della Compagnia di Gesù? Chi non ha udito lodare in lui l'oratore eloquente, l'ecclesiastico zelantissimo, lo scrittore forbito, il formidabile contro versista? Chi non ricorda come nel 1846 desse fico per dattero al procace Gioberti? Chi non ha letto la sua Divinazione, che fin dal 1849 tesseva la storia degli odierni attentati? Ebbene questo valoroso Gesuita, che fondava nel 1850 la Civiltà Cattolica, che la dirige tuttavia in Roma con coraggio pari all'ingegno, e con ingegno non superato che dall'amore alla Chiesa, il 15 di maggio del 1863 veniva citato da lord Palmerston nella Camera de' Comuni, come un documento in suo favore! II telegrafo annunciandoci questa citazione avea convertito il padre Curci nel padre Cucchi, ma oggi i diari di Londra ci recano il suo vero nome. Dunque è proprio l'autorità del P. Curci che fu invocata da lord Palmerston in prova delle sue bugiarde asserzioni, ed ceco come.

Giorgio Bowyer, che non da tregua a lord Palmerston e non gli mena buona


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una sola delle sue impudenze, nella tornata del 15 di maggio lo invitò a recare i documenti di quello che avea asserito nella tornata del 42 dello stesso mese nella Camera dei Comuni. In quella tornata tra le altre cose lord Palmerston avea accusato «il Papa d'esser risponsale degli atti che i briganti, i quali s'armano nel territorio romano, commettono poi nelle terre di Napoli». E insieme col Papa, lord Palmerston accusava i Francesi che non fanno bene la guardia. Cominciamo dal citare una parte di questa tornata della Camera dei Comuni del 12 di maggio, e ciò servirà per meglio intendere la tornata del 15.

Hennessey «muove un'interpellanza al governo per sapere se un dispaccio sia stato ricevuto dal signor Odo Russel, del quale s'era già fatta menzione nella precedente seduta, ed in cui il signor Russell contraddisse un suo primo dispaccio; e nel caso affermativo, chiede se questo dispaccio sia stato spedito al governo francese.

Palmerston. «Io non so, o signori, a che cosa gioverebbe una |diacussione intorno alle parole che scambiarono fra loro il signor Odo Russel ed il generale Montebello, eccetto che ad intorbidare le loro mutue relazioni a Roma. Il signor Russel non fece che confermare quanto egli avea udito, cioè che bande di briganti in uniforme francese avevano passato il confine, ingannando in questo modo le pattuglie italiane. Il generale Montebello negò il fatto, ed il signor Russel non avea parlato che di informazioni ricevute; ma la sola cosa importante di tutta questa faccenda si è che 260 di questi briganti passarono di fatto il confine napoletano. Intorno all'esser poi essi vestiti in uniforme francese, non si può di ciò incolparne la guarnigione francese, non potendosi supporre, che questi abiti militari fossero dati con loro consenso. Il sig. Russell disse al generale Montebello ch'egli sapeva per prova che le assise vecchie dei soldati francesi venivano per solito vendute in ghetto agli israeliti, i quali poi le spedivano ad alcuni conventi (sic) sul confine, dove erano ascose molte armi. I briganti venivano ad uno ad uno a quei conventi (sic), e quindi partivano armati di tutto punto a raggiungere i loro compagni.

«Nel suo dispaccio il signor Russell disse che il generale Montebello gli avea assicurato che questi fatti non erano a sua conoscenza, e che gli dava la sua parola d'onore che nessun uomo armato avrebbe in avvenire passato il confine napoletano. Se qualche cosa di simile genere accadde per Io passato, non si poteva tutt'al più attribuirlo che alla negligenza e noncuranza degli agenti del generale Montebello stesso.

«Io però credo, o signori,che essendo il Papa nelle mani della guarnigione francese, la quale governa di fatto tutto il suo territorio (sic), si potrebbe da questa attendersi alfine una maggiore sorveglianza su quel Comitato borbonico, che ha in Roma la sua sede stabile e permanente, lo non posso occultarvi, o signori, come sia stato detto, il che spero non sarà punto vero, che una grande spedizione di briganti doveva passare nel Napoletano in questo mese di maggio.

Lord Manners «domanda se il nobile lord abbia intenzione di deporre sul banco dei ministri i dispacci, sui quali si basavano queste serie accuse contro il Sovrano d'una nazione amica.

Lord Palmerston. «Sarebbe dottrina nuova del tutto, che quando un minierò fa un'asserzione fosse obbligato a provarla con documenti irrefragabili.

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«I0    non ammetto questo principio [Udite, udite). Se un ministro legge una carta, è egli obbligato a deporta sul banco ministratale?»

Capite, che magnifica teoria? Un ministro non è obbligato a provare ciò che dice! Egli può calunniare impunemente, e gl'Inglesi, che non credono al Papa, debbono credere alle asserzioni di lord Palmerston. Chi dubitasse ancora della slealtà e della malafede del gabinetto inglese, potrebbe convincersene colla semplice lettura della precedente relazione. Giorgio Bowyer, destro come è, vide il bel giuoco che gli offriva lord Palmerston, e il 15 di maggio, l'incalzò nuovamente, chiedendogli i documenti delle sue asserzioni, e fu allora che il nobile lord si aggrappò al Padre Curci! Ecco la risposta di lord Palmerston a Giorgio Bowyer:

Lord Palmerston. «Se l'onorevole baronetto avesse letto pili attentamente il discorso, al quale egli allude nella sua interpellanza, avrebbe potuto accorgersi che io non fondava la mia risposta su dati positivi. Io non ho alcun documento da deporre sul banco ministeriale. Il fatto si è che io ricevetti di tempo in tempo informazioni assai interessanti intorno al brigantaggio dei Napoletano ed alle persone che vi prendevano parte, ma ove volessi accennare i nomi degli individui, dai quali attinsi simili notizie, io ne saprei così poco come l'onorevole baronetto. (Ilarità).

«lo credo però di poter citare all'onorevole baronetto un fatto che varrà a gettare qualche luce sul Comitato che ha sede in Roma, lo seppi oggi, che il giorno 3 di questo mese il Gesuita padre Curci predicò nella cattedrale di S. Spirito in Roma, dietro ordine del Cardinale Arcivescovo di Napoli, alla presenza dell'ex—re di Napoli e della sua Corte. Nel mezzo del suo discorso, il reverendo Padre disse che egli era dolente di vedere che essi non potevano rassegnarsi ai decreti della Provvidenza. Egli gli rimproverò per avere con promesse di danaro e con iscritti sediziosi agitate continuamente le masse ignoranti dell'Italia meridionale, spingendole ai ladronecci ed agli assassinii. (Udite, udite).

«Il predicatore aggiunse che, mentre essi largivano ingenti somme di danaro per sostenere i briganti, non avevano però un baiocco per i poveri loro concittadini, che morivano in Roma di fame. (Uditet udite), lo sono certo, o signori» che l'onorevole baronetto potrà avere dal Padre Curci esatte informazioni sull'esistenza in Roma di un Comitato borbonico. (Ilarità)».

Questa risposta di lord Palmerston ci ricorda i tempi del conte di Cavour, quando, stretto fra l'uscio e il muro, se ne usciva con un frizzo, eccitando l'ilarità della Camera. Ma dopo l'ilarità viene, o almeno dovrebbe venire la riflessione, e chi riflette, vede che lord Palmerston accusa senza dati positivi e senza documenti. Tuttavia il 15 di maggio fu più fortunato del 12, perché il 15 avea saputo il discorso del Padre Curci. E chi l'avea detto a lord Palmerston? Un giornaletto ministeriale di Torino, la Stampa del 10 di maggio, N° 129, la quale pubblicava una pretesa corrispondenza di Roma di questo tenore:

«Per cura dell'cminentissimo Riario Sforza si è stabilito che in ogni prima domenica di tutti i mesi si esponga il Venerabile, si celebri la Messa, vi sia la predica, ed in ultimo la Benedizione nella chiesa nazionale, sotto il titolo dello Spirito Santo dei Napoletani, e che gli emigrati, specialmente la parte più colta, assistano a queste funzioni. Domenica, 3 corrente, cominciò questa pratica, ed il noto Padre Curci, Gesuita, tenne il primo discorso.


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«II cennato Padre esordì dicendo che, invitato qual connazionale a parlare ai fratelli, esso, credendo di dirigere le sue parole ai veri emigrati, e non a coloro che per proprio interesse si sono volontariamente condannati all'esilio, e di questi si augurava di non riconoscere neppure uno fra gli astanti, avrebbe seguito la verità, né si sarebbe lasciato imporre dalla reale presenza (perché anche Francesco era presente) qualora il suo dire si giudicasse troppo spinto nel vero.

«Dopo questo esordio ha detto che grave peccato pesa sulla coscienza della emigrazione pel sangue che scorre nelle Due Sicilie, poiché non volendo questa riconoscere lo stato delle cose europee, non volendo ritenere che la restaurazione del loro Sovrano dipende unicamente dalle mani di Dio, il quale solo può pacificare l'Europa ed abbattere le rivoluzioni, si pasce d'illusioni, si sforza di tradurle in atto, e quindi spinge, con la parola in Roma e con gli scritti che fa giungere in Napoli, gente al macello, ecc, ecc.

«Quindi incalzando l'argomento è passato a dimostrare che più si va in alto più cresce il peccato, poiché la diplomazia napoletana e la nobiltà, che sono state la causa di far accrescere di due terzi l'emigrazione in Roma, dopo la caduta di Gaeta, si sono date ai divertimenti, alle crapule, non si mostrano avide d'altro che di onori, hanno abbandonata la classe povera della emigrazione, riducecdola al suicidio per la fame, se la carità di Roma non la soccorresse in parte: che questo procedere era detestabile anche presso la società».

Evidentemente lord Palmerston non fé che recitare alla Camera de' Comuni la pretesa corrispondenza della Stampa, e domani la Stampa convaliderà la sua corrispondenza col discorso di lord Palmerston, lo che ci richiama a memoria la storiella raccontata dal Padre Curci nella sua Divinazione, dei due fanciulli, che sorreggendosi l'un l'altro voleano volar per l'aria e dierono del capo in terra.

Noi non sappiamo se sia vera o falsa la predica del Padre Curci citata dalla Stampa e da lord Palmerston. Sq il Padre Curci ha realmente predicato, mettiamo pegno che non ha predicato nei termini riferiti dalla Stampa e da lord Palmerston, e forse l'egregio Gesuita coglierà quest'occasione per dircene qualche cosa. Ma dato pure che tutto sia vero quanto raccontarono la Stampa e lord Palmerston, che cosa no deriva? No derivano questi corollarii:

1° II Papa e il suo governo sono ben lungi dal favorire il brigantaggio, che anzi a Roma si predica contro le così dette spedizioni di briganti.

2° Mentre si accusano i frati di tener mano ai così detti briganti, e di nasconderli ne' loro conventi, si finisce poi per citare un sol documento. È il documento é un supposto discorso del Padre Curci, il quale si scatena contro coloro che alimentano il brigantaggio!

3° L'emigrazione napoletana ben lungi dal passare il tempo in conventicole, o dar nome alle società segrete, se ne va in Roma ad udirò la predica, ed a ricevere la benedizione di Gesti Cristo sacramentato.

4° Il re di Napoli Francesco 11 insieme con coloro che gli restarono fedeli cospira davanti all'altare del Re dei Re, e del Signore dei dominanti, e sente le prediche del Padre Curci con molta umiltà, e senza dolersi del predicatore.

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LA LEGGE SUL BRIGANTAGGIO

(Pubblicato il 31 luglio 1863).

Pubblichiamo la prima parte della relazione che il deputato Conforti scrisse sulla legge proposta contro il brigantaggio, e crediamo che a confutarla basti qualche parentesi.

Relazione della Commissione composta dei Deputati Massari, Giorgini, Lazzaro, Mancini, Reali, Poerio, De Franchis, Conforti sul progetto di legge presentato dalla Commissione d'inchiesta parlamentare sul brigantaggio.

Signori!

Il Brigantaggio, che da qualche tempo (da quando comandate voi) infesta alcune delle provincie meridionali, non fu distrutto ancora compiutamente (anzi cresce sempre più) non ostante gli sforzi del governo, il valore e l'abnegazione delle truppe e delle guardie nazionali. Poiché il primo bisogno dei popoli è la pubblica sicurezza, la Camera grandemente se ne preoccupava, e quindi nominava una Commissione d'inchiesta composta di nove deputati scelti tra le varie gradazioni, affinché visitasse le provincie napoletane, e diligentemente investigasse le cagioni del male ed i rimedii acconci a guarirlo.

La Commissione parlamentare d'inchiesta eseguì la difficile missione [correndo rischio perfino di essere acchiappata), interrogò magistrati, impiegati, proprietarii, militari e cittadini di ogni ordine; esaminò processi e documenti; insomma fece tutte le possibili ricerche per ottenere una oculata contezza delle cagioni del brigantaggio e dei mezzi addatti a distruggerlo (ma non volle lasciar vedere i documenti neppure ai deputali!

Ritornata nel seno della Camera, la Commissione d'inchiesta per mezzo dell'onor. Massari, suo relatore, fece una esposizione particolareggiata de' fatti che aveva raccolti, delle impressioni che aveva ricevute durante il suo giro nelle provincie meridionali, narrò distesamente la storia, le cagioni del brigantaggio, e propose i mezzi atti a domarlo. A questo fine presentò un ordine del giorno ed un progetto di legge, che lo stesso onorevole Massari, dietro invito della Camera, accompagnò con una sua relazione (letta in seduta segreta).

La Commissione nominata dagli uffizii per riferire intorno al precitato progetto di legge, non crede che torni utile il riandare la storia e le cagioni del brigantaggio, ma non può passare sotto silenzio la precipua cagione del flagello, che percuote l'Italia del Mezzogiorno.

Nel centro della Penisola, o signori, in Roma, capitale d'Italia fin pretendente (e voi non pretendete Roma?) circondato dai suoi satelliti e sorretto dalla reazione europea fa raccolta di gente perduta, la fornisce di armi di mezzi di ogni maniera (come fa se fu spogliato di tutto?) e la spinge nelle contigue provincie


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meridionali, mantiene relazioni coi malcontenti e coi capi delle bande armate, le quali mettono a ruba ed a sangue quelle infelici contrade. Avrebbe l'Italia per sua legittima difesa (sic) diritto di occupare quel lembo di terra (badate alle conseguenze di questa teoria!) ove si accampano gli scherani del pretendente e della reazione, snidarli e punirli de' loro misfatti. E pure dovette finora rimanersi spettatrice di tanti orrori, perché la capitale d'Italia è occupata dalle armi francesi.

La Commissione, prima di discutere gli articoli del progetto di legge, volle farsi le seguenti questioni:

1° È necessaria una legge speciale sul brigantaggio?

2° È compatibile una legge eccezionale con le libere istituzioni?

Esaminando la prima questione, la Commissione ha facilmente riconosciuto la necessità di una legge speciale. Ed in vero, osservando che sinora fu combattuto il brigantaggio con tutto il vigore e con misure non meno severe di quelle che si riscontrano nel progetto di legge, è stato forse il riconoscere ohe il metodo usato non fu abbastanza efficace (Dopo tante fucilazioni!). Questa inefficacia, secondo il parere della Commissione, deriva non già dalla mollezza onde furono combattuti i briganti, né dalla mitezza delle pene (Pene miti!), che tennero dietro ai loro misfatti, ma sibbene dalla mancanza di un concetto unico, dal difetto di sistema e di ordine (Ottimamente!). Per la qual cosa è necessaria una legge informata da un concetto chiaro e preciso.

Si conferma vieppiù pel suo divisamento la Commissione per la considerazione seguente. La Camera nominava una Commissione parlamentare d'inchiesta. Degli uomini che la composero alcuni appartengono alla maggioranza, altri alla minoranza, e quindi rappresentano i varii partiti della Camera elettiva. Questi uomini, liberali quant'altri mai, naturalmente abborrenti da una legge eccezionale, non dubitarono di proporla al Parlamento, allorché furono profondamente convinti della sua necessità. Ora pare alla Commissione che nessuno sia più competente di coloro, che, dietro mandato della Camera, visitarono le provincie infestate dal brigantaggio, e quindi l'opinione da essi manifestata pare che abbia un'autorità incontestabile. Per la qual cosa la Commissione ebbe a concludere che sia necessaria una legge speciale per la repressione del brigantaggio (Potete essere certi che i briganti aumenteranno!).

Venendo all'altra questione, se una legge eccezionale sia compatibile colle libere istituzioni, la Commissione ha osservato: che Io stato di brigantaggio rende immagine dello stato di guerra, anzi è peggiore della guerra. (È guerra civile). Lo stato di guerra tra le nazioni civili non disconosce i diritti dell'umanità. La guerra ha le sue regole, ha le sue leggi. Coloro che ne trapassano i confini, si rendono segno di riprovazione e d'infamia; la pubblica opinione si solleva contro di loro e gli riconduce a pili miti consigli. Per l'opposto i briganti non sono infrenati né dalla religione, né dalla morale, né dalla pubblica opinione, né dalla disciplina, né dalla legge, di cui sono una Completa negazione.

Ora, siccome in tempo di guerra imperano leggi eccezionali, per qual ragione non debbono imperar altresì leggi eccezionali nello stato di brigantaggio, che è tanto peggiore della guerra? Le più civili nazioni nel corso della loro storia furono costrette a sancite temporanee leggi eccezionali. Quando il brigantaggio,

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avanzo della guerra civile, infestava alcuni dipartimenti della repubblica francese, i colpevoli di reato di brigantaggio furono sottoposti ai tribunali militari straordinarii. Quindi la Commissione conchiuse che il presento progetto di legge sul brigantaggio fosse compatibile colle libere istituzioni.

Non pertanto questa specie di ripugnanza contro una legge eccezionale sul brigantaggio fa onore agl'Italiani, i quali si proposero di sciogliere un problema nuovo nella storia delle nazioni, di fondare cioè la libertà per mezzo della liberta; ma i generosi sentimenti debbono cedere il luogo in vista del bisogno urgente di ristabilire in alcune provincie la pubblica sicurezza.


GLI OTTO SISTEMI PER COMBATTERE IL BRIGANTAGGIO

(Pubblicato il 1° agosto 1863).

Dal 1860 si studia e si lavora in Torino ed in Napoli, nella Camera e nel ministero, dai ministri, dai deputati e dai prefetti per combattere quello che chiamano il brigantaggio, e la storia parlerà a lungo di questi studi e lavori, e dei pessimi effetti che sortirono. Volendo noi mettere in un quadro, ad edificazione del lettore, ciò che fu fatto fin qui per liberarsi dai briganti, ci parve di poter ridurre ad otto i sistemi che vennero abbracciati, e tutti finora inutilmente, per cessare nel reame di Napoli quello che il deputato Conforti chiama stato di guerra, anzi, peggiore della guerra. Ecco gli otto sistemi:

1° La libertà — Sistema Cavour.

2° Le fucilazioni —Sistema Cialdini.

3° Lo stato d'assedio — Sistema Rattazzi.

4° La fame—Sistema Fantoni.

5° Le ricompense—Sistema Perruzzi.

6° Le inchieste — Sistema Ricciardi.

7° La mascalcìa—Sistema De Ferrari.

8° Le leggi eccezionali — Sistema Massari, Conforti, Mancini, Poerio e Compagnia. Scriviamo qualche cenno su questi otto diversi sistemi.

La libertà. Il conte di Cavour sperava in questo grande panacea. Sua nipote raccontò che il Conte, presso a morire, disse de' Napoletani: «lo li governerò colla libertà, e mostrerò ciò che possono fare di quelle belle regioni dieci anni di libertà. Fra venti anni saranno le provincie più ricche dell'Italia. Non mai stato d'assedio, ve lo raccomando (!)». Erano parole d'un moribondo! La libertà fu accordata ai Napoletani, ma libertà di bestemmiare, di maledire Pio IX

(1) Vedi il racconto della nipote di Cavour nei numeri 173, 174 dell'Armonia, 27 — 29 luglio 1862.


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«Francesco II, la libertà di negare la fede, di deridere i miracoli, di cacciare i Vescovi, d'invadere i conventi, di predicare l'eresia, di profanare le chiese. E questa libertà, ben lungi dal risanare, inciprignì sempre più la piaga del brigantaggio. Ancora pochi anni d'una simile licenza, e le provincie napoletane saranno un deserto.

Le fucilazioni. Cialdini cominciò a fucilare, e le fucilazioni furono il suo programma mandato a stampare proprio nel foglio ufficiale di Napoli. Con Cialdini fucilarono De Virgilii, Curci, Pinelli, Fumel. Matteucci approvava il sistema, e scrìveva a Massimo d'Azeglio nel luglio del 1861: «Per ora la cura è chirurgica, e pur troppo anche questa è divenuta una necessità». D'Azeglio rispondeva il 2 di agosto: «A Napoli noi abbiamo altresì cacciato il Sovrano per istabilire un governo fondato sul consenso universale. Ma ci vogliono, e sembra che ciò non basti, per contenere il regno sessanta battaglioni; ed è notorio che briganti e non briganti niuno vuole sapere di noi (1)». E il D'Azeglio condannava il sistema delle fucilazioni e la cura chirurgica del Matteucci: «Agl'Italiani, che restando Italiani non volessero unirsi con noi, credo che noi non abbiamo il diritto di dare delle archibugiate». Ma non per questo le archibugiate cessarono; il sangue fu sparso, e chiamò nuovo sangue, e dalla terra impastata di sangue fraterno germogliarono nuovi briganti. Il sistema di sangue fu in permanenza a Napoli, e, cominciato con Cialdini, continua con Fumel. Il deputato Ricciardi diceva alla Camera il 18 di aprile 1863: «Questo colonnello Fumel si vanta d'aver fatto fucilare circa trecento briganti e non briganti». E continuava: «Da un giornale ministeriale ricavo il numero dei briganti fucilati, perché presi colle armi alla mano, essere ammontato a 1,038, e questi oltre quelli uccisi negli scontri, oltre quelli costituitisi o fatti prigionieri. Il totale è di 7151 (2)».

Lo stato d'assedio. Dal 1860 in poi le provincie napoletane vivono sotto lo stato d'assedio, ma Urbano Rattazzi ebbe il coraggio civile di proclamarlo legalmente tanto nel reame di Napoli, quanto nella Sicilia. E questo stato d'assedio durò dal 17 e 20 del mese d'agosto 1862 6no al 20 di novembre dello stesso anno. Fu un atto pienamente arbitrario. Carlo Bon—Compagni scriveva: e La costituzione promulgata da Luigi Napoleone dopo il colpo di Stato prescrive (Art. 12) che il Presidente della repubblica, oggi Imperatore, dichiara lo stato d'assedio, ma ne riferisce tosto al Senato. Nel regno d'Italia lo Statuto non assicurerà a' popoli nemmeno la libertà del 2 Dicembre? (3)». Ma quali vantaggi produsse il sistema Rattazzi? Bon—Compagni ne parlò nelle seguenti linee: «Gli effetti dello staro d'assedio corrisposero alle speranze di coloro che ve lo mantennero, di coloro che se ne rallegrarono? L'imperversare del brigantaggio nelle provincie napoletane, la stampa clandestina e la società di pugnalatori in Sicilia fanno pur troppo dubitare che la cosa sia così (4)». Mette orrore la lista dei


(1) Questa lettera del D'Azeglio leggasi nel numero 189 dell'Armonia, 43 agosto 1861, Direte D'Azeglio amico e fratello dei briganti, perché scrisse quella lettori? Dicendo il vero, non fu che amico della verità.

(2) Atti Uff., N» U93, pag. 4643

(3) Bon—Compagni, il Ministero Rattazzi e il Parlament, Milano presso Gaetano Brigola, 1861, pag. 29

(4) Bon—Compagnl, opuscolo cit. pag. 88

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fucilati pubblicata nel Giornale Ufficiale di Napoli, dal 6 di settembre al 14 di novembre del 1862 (1). Questo giornale annunziava con piacere che « si è già cominciato a fucilare i ladri occulti e i corrispondenti de' briganti (2)». Si sarebbe dovuto terminare, e si cominciava! Si cominciava non a fucilare i ladri, ma i ladri occulti, non i briganti, ma i corrispondenti dei briganti!

La fame. Non riuscendo né le fucilazioni, né lo stato d'assedio a cessare il brigantaggio, si ricorse al ripiego di affamare i briganti. Il tenente colonnello Fantoni, addì 9 febbraio 1862 «in seguito ad ordine ricevuto dal signor Prefetto di Lucera» e collo scopo e di addivenire con ogni mezzo il più efficace alla pronta distruzione del brigantaggio», proibì a qualsiasi persona di por piede nei boschi di Dragonaro, di Sant'Agata, di Selvanera, del Gargano, di Santa Maria, di Pietra, di Motta, di Vulturara, di Volturino, di Sammarco la Catola, di Celenza, di Carlantino, nel Macchione di Biccari, nel bosco di Vetruscelle e Case rotte. «Ciascun proprietario agente o massaro dovrà far ritirare dai detti boschi tutti i lavoratori, pastori, caprari, ecc., e tutto il bestiame esistentevi, abbattendo le pagliaio e le capanne, da questo e dalle persone addette alla loro sorveglianza occupate». E il bando proseguiva: «Nessuno d'ora innanzi potrà asportare dai paesi generi di commestibili ad uso delle masserie, né queste potranno possederne più del quanto è strettamente necessario al sostentamento d'una giornata pel numero delle persone addette alle masserie medesime». E poi veniva la pena, e che pena! «I contravventori del presente ordine (che avrà pieno effetto due giorni dopo la sua pubblicazione) verranno trattati, senza eccezione di tempo, luogo o persona, come briganti, e come tali fucilati». E si avvertiva che non si transigerà minimamente nell'applicazione delle misure stesse (3)». Ma la fame non servì a cessare il brigantaggio, sicché un ingegnere scriveva da Ortona, il 21 di luglio 1862 al ministero di Torino: «A mali estremi, estremi rimedi. Bisogna gettare in sito un'imponente massa di truppe, disarmare il paese, pena la fucilazione, giudizio statario, multe ai Comuni dove si commettono delitti, fuoco ai recidivi, ed alla testa una Commissione militare con pieni poteri. Scrivo senza esagerare da uomo onesto e buon patriota (4)».

Le ricompense. Venne Peruzzi, e sperò di far meglio col raccogliere danari e dare ricompense a tutti coloro che combattessero i briganti. Il 1° gennaio del 1863, pubblicò una circolare, dove lamentava il brigantaggio che travaglia da due anni le popolazioni napoletane, e leva vigore a tutto il corpo, e macula la purezza del moto nazionale, e isterilisce il suolo di tante provincia Propose per ciò una questua per premiare il coraggio di coloro che affrontano i briganti (5). Si raccolsero alcune centinaia di migliaia di lire, pagate dagli impiegati, o da coloro che sospiravano un impiego, e tolte in gran parte dalle casse municipali, e da quelle delle opere pie; ma come finissero quei danari, finora


(1)Leggila nell'Armonia, N. 284, del 7 dicembre 1862, pag. 1322.

(2) Giornale Ufficiale di Napoli, del 12 di novembre 1862.

(3) Questo proclama fa stampato in Lacera dalla tipografia di Salvatore Scepi, 1862, e ristampato nell'Armonia, N° 41, del 19 febbraio 1862.

(4) L'ingegnere Luigi Tatti dirigente i lavori di costruzione della ferrovia dell'Adriatico. Vedi la Perseveranza del 25 di luglio 1862, e l'Armonia del 26 di luglio, numero 172.

(5) La Gazzetta Ufficiale, del 1° gennaio 1863, e l'Armonia, del 9 gennaio, N. 7,


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non si sa, ciò che si sa certissimamente si è che il brigantaggio, ben lungi dal diminuire, crebbe a dismisura.

Le inchieste. Già da qualche tempo il deputato Ricciardi aveva proposto che la Camera ordinasse un'inchiesta parlamentare per conoscere le vere cagioni del brigantaggio. Sulle prime si rispose al Ricciardi con una solenne risata, ma sul finire del 1863 l'inchiesta fu proposta da altri, e venne deliberata dalla Camera, nella tornata del 16 dicembre. I deputati, che mossero da Torino per recarsi nel reame di Napoli a studiare i briganti, furono Saffi, Sirtori, Ciccone, Argentino, Castagnola, Massari, San Donato, Morelli, Bixio. Partirono da Genova sul Governolo, il 7 di gennaio del 1863, giunsero a Napoli, si sparsero per le provincie, interrogarono, diluviarono, se la sciallarono, ma più di una volta corsero rischio di cadere vittima degli stessi briganti. Di che affrettarono il loro ritorno a Torino, carichi di documenti e di prove. Ma ogni cosa tennero segretissima, ed un fatto solo non è segreto, il fatto doloroso, che dopo l'inchiesta parlamentare il brigantaggio cresce ed infierisce sempre più.

La mascalcìa. Ed ecco apparire il prefetto di Poggia, il glorioso sig. De Ferrari, che inventa un nuovo sistema per cessare il brigantaggio, sottoponendo a severissime discipline l'arte della ferratura dei cavalli! Il grande prefetto considerando che i briganti si servono di cavalli; che i cavalli sono ferrati; che, se non fossero ferrati, sarebbero assai presto inservibili, e che non sarebbero ferrati, se non vi fossero gli scellerati che li ferrassero, pubblicò un manifesto, dove ordinava che nessuno potesse ferrare i cavalli senza un permesso scritto volta per volta. Si rise in Italia e fuori d'Italia di sì sublime intenzione, ed i briganti continuarono nel loro ufficio più audaci e più sicuri che mai.

Le leggi eccezionali. Questo è l'ottavo sistema, a cui si vuole presentemente ricorrere. La nostra Camera dei deputati nel mattino del 31 di luglio incominciò la discussione d'un disegno di legge presentalo dalla Commissione d'inchiesta parlamentare sul brigantaggio. Napoli avrà fra poco i suoi Comitati di pubblica salvezza, la lista dei sospetti, la costituzione di corpi franchi, prefetti con poteri eccezionali, un delitto speciale definito per suo uso, e pene straordinariamente gravi, fra le quali il sequestro dei beni, la deportazione e la fucilazione. Ma la legge draconiana servirà a sradicare il brigantaggio, o non piuttosto servirà a rinforzarlo e ad aumentarlo? Oh! chi avesse detto nel 1860, che nel luglio del 1863 si proporrebbero leggi eccezionali per governare Napoli! Eppure la cosa è così, e più eloquente del brigantaggio riesce il fatto della Camera, ché se ne occupa presentemente, e discute misure di tanta gravita per reprimerlo. Noi non aggiungeremo commenti, che l'articolo è già lungo abbastanza; solo ripeteremo le parole scritte da Massimo d'Azeglio il 2 d'agosto del 1861: «Gl'Italiani che, restando Italiani, non volessero unirsi doti noi, credo che noi non abbiamo il diritto di dare delle archibugiate».

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BRIGANTI NELLA CAMERA DEI DEPUTATI!

(Pubblicato il 9 agosto 1863)

Nella tornata del 31 luglio il deputato Lazzaro raccontava: «In una provincia, dei giovani generosissimi, dei giovani liberalissimi, avendo arrestato una donna, la quale portava UN PEZZO DI PANE ad un suo figlio che era 0 SI CREDEVA fra i brigami..., presa questa infelice madre, la legarono, la fecero inginocchiare, ed essi medesimi ordinarono il fuoco e la fucilarono» (Atti del Parlamento, pag. 818). Capite? un tozzo di pane era l'oro che loro inviavano Francesco II e il Papa. E il deputato Miceli soggiungeva: «Furono fucilati dei miserabili, degni di compassione e disprezzo. Uno di costoro non aveva fatto che rubare una pecora. Taluni dei fucilati erano in tale miseria, che mentre andavano al supplizio, uno si tolse le scarpe, e disse ad un AMICO: Porta queste scarpe al mio povero padre; un altro si spogliò del giaco, perché si desse ad un suo figliuolo».

Ecco l'oro di Roma! È continuava il Miceli: «Ho la nota dei briganti uccisi spietatamente e senza ombra di giudizio per colpe leggiere: ho nota delle case abbattute, delle case saccheggiate, il giorno dell'esecuzione, i paesi, e persino i nomi dei muratori che distrussero quelle case».


QUALI SONO LE PROVINCIE MERIDIONALI 

INFESTATE DAL BRIGANTAGGIO?

 (Pubblicato il 22 agosto 1863).

La Gazzetta Ufficiale del 21 di agosto pubblica la legge del 15 di agosto approvata dal Parlamento colla massima fretta, e diretta a combattere il così detto brigantaggio. Noi abbiamo già pubblicato questa legge. Tuttavia sarà bene rimettere sotto gli occhi del lettore l'articolo 1° e 2°  che dicono così:

«Art. 1. Fino al 31 dicembre corrente anno nelle province infestate dal brigantaggio, e che tali saranno definite con decreto reale, i componenti comitiva o banda armata composta almeno di tre persone, la quale vada scorrendo le pubbliche vie o le campagne per commettere crimini o delitti, ed i loro complici saranno giudicali dai tribunali militari, di cui nel libro n, parte n del Codice


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penale militare, e con la procedura determinata dal capo m del detto libro.

«Art. 2.  I colpevoli del reato di brigantaggio, i quali armata mano oppongono resistenza alla forza pubblica, saranno puniti colla fucilazione, e coi lavori forzati a vita concorrendovi circostanze attenuanti. A coloro che non oppongono resistenza, non che ai ricettatori o somministratori di viveri, notizie ed aiuti d'ogni maniera sarà applicata la pena dei lavori forzati a vita, e concorrendovi circostanze attenuanti il maximum dei lavori forzali a tempo».

In conseguenza del articolo 1° di questa legge la Gazzetta Ufficiale pubblica un decreto del 20 agosto, il quale dichiara quali sieno le provincie infestate dal brigantaggio. Ecco questo decreto:


VITTORIO EMANUELE II

per grazia di Dio e per volontà della nazione Re d'Italia.

Vista la legge in data del 15 corrente mese, N° 1409; Sentito il Consiglio dei ministri; Sulla proposta del nostro Ministro segretario di Stato per gli affari dell'interno; Abbiamo decretato e decretiamo:

Articolo unico.

La dichiarazione di che all'articolo 1° della legge suddetta è fatta per le provincie di Abruzzo Citeriore, Abruzzo Ulteriore 11, Basilicata, Benevento, Calabria Citeriore, Calabria Ulteriore 11, Capitanata, Molise, Principato Citeriore, Principato Ulteriore e Terra di Lavoro.

Ordiniamo che il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sia inserto nella Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del regno d'Italia, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare. Dato a Torino, addi 20 agosto 1863.

VITTORIO EMANUELE.

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LA RELAZIONE DELLA COMMISSIONE D'INCHIESTA SUL BRIGANTAGGIO

(Pubblicato il 22 agosto 1863).

I lettori si ricorderanno del profondo mistero, con cui si volle circondare da principio tutto ciò che la Commissione d'inchiesta sul brigantaggio raccolte nelle passeggiate che fece per alcun tempo nelle provincie napoletane. Si tennero tre tornate appositamente per sentire la relazione della Commissione; ma le tornate furono segretissime, ed a ciascuna porta d'ingresso stava una guardia per allontanare i profani dalle vietate adunanze. Si ritirarono negli archivi


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della Camera i documenti ed i verbali relativi al brigantaggio; ma coloro stessi che ne avevano sentito la lettura, non poterono poi leggerli coi proprii occhi, ed il deputato Nicotera dovette riempiere più volte de' suoi lamenti la Camera, per ottenere a' suoi occhi ed a quelli de' suoi colleghi la stessa facoltà che era già stata accordata agli orecchi di tutti gli onorevoli.

Perché dunque oggi si pubblicano tanto la relazione del Massari, quanto quella del Castagnola, che dapprima non erano conosciute che ai soli deputati? Chi lo sa? Forse non lo sanno nemmeno le gran cime dei ministri che ciò comandano. I quali oggi sono pel più perfetto mistero, e domani sono per la più ampia pubblicità, secondo che loro mette conto o sembra meglio, con una disinvoltura ammirabile.

Potrebbe anche darsi che il ministero abbia ordinato una tale pubblicità per giustificare in qualche modo quella feroce e draconiana legge sul brigantaggio, che e deputati e senatori hanno votato già coll'involto sotto il braccio per andarsene via da Torino. Potrebbe anche darsi, e questo è ancora più verosimile, ohe il ministero abbia con ciò tentato di dare un po' di erba trastulla a quei giornali che in questi giorni specialmente lo combattono con un calore veramente straordinario, e pensi così a far rivolgere altrove, massime a Roma, i loro colpi.

Checché ne sia però, certo è che il ministero trovasi in ben cattive acque, se non ha migliori argomenti per combatter Roma. Infatti quante volle non accusò il governo pontificio di spedir danaro ai briganti? Quante volle non ripete quest'infame accusa alla tribuna, e nelle Note e nei giornali? Ebbene ora si appicca di per sé il titolo di calunniatore, stampando la relazione del Massari, in cui si leggono le seguenti parole: «L'incitamento massimo (al brigantaggio), ci diceva l'illustre Luigi Settembrini, viene da Roma; di dove più che il danaro viene l'idea che lì è il Re delle Due Sicilie che può tornare».

Capite? Non è il danaro di Roma che eccita il brigantaggio: è l'idea, cioè l'idea che lì è il re Francesco IL Preziosissima scoperta! Scoperta incomparabile! Ma non vedete, o badaloni, che se la reazione è fomentata dall'idea (e sia pur proveniente da Roma) del probabile ritorno di Francesco II, ne viene che Francesco II regna nei cuori delle masse napoletane più di voi, nonostante le vostre truppe e i vostri unanimi si?

Del resto, voi che accusate Roma di esser connivente coi briganti, su quali argomenti fondate le vostre accuse? Su nessuno. E per colorire in qualche modo tali accuse, vi appigliate ad un'altra calunnia, e dite che «la polizia pontificia adopera tutte le scaltrezze immaginabili, perché manchino le prove dirette e giuridiche della sua connivenza con i masnadieri». E così parlano coloro che si vantano di aver per sé, non solo il comitato romano che loro fa da spia, ma tutti i cittadini dell'eterna città! Oh! poveri balordi! Ecco che mentita est iniquitate sibi!


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PROVINCIE MERIDIONALI BRIGANTI E NON BRIGANTI

(Pubblicalo il 23 agosto 1863).

Le provincie meridionali sono sedici, compresa la provincia di Benevento, e di queste, undici sono dichiarate in istato di brigantaggio. Ecco la lista della sedici provincie, coll'indicazione di quelle che sodo o che non sono in istato di brigantaggio:

Abruzzo Citeriore. Questa provincia coi suoi 121 comuni e 837,801 abitanti è dichiarata in istato di brigantaggio.

Abruzzo Ulteriore 1° non è in istato di brigantaggio.

Abruzzo Ulteriore 2. è in istato di brigantaggio con tutti i suoi 127 comuni.

La Basilicata, poverina, è in istato di brigantaggio con  i suoi 124 comuni.

Benevento è pure in istato di brigantaggio con tutti i suoi 83 comuni.

La Calabria Citeriore trovasi pure dichiarata per decreto reale in istato di brigantaggio, insieme con tutti i suoi 154 comuni.

La Calabria Ulteriore 1. non è finora dichiarata in istato di brigantaggio, tuttavia dicono i giornali che è già ben avviata per meritarsi una simile dichiarazione.

La Calabria Ulteriore 2. è in istato di brigantaggio con i suoi 159 comuni;

La Capitanata è pure in istato di brigantaggio con tutti i suoi 54 comuni.

Molise trovasi essa pure in istato di brigantaggio con i tuoi 134 comuni.

Napoli e la provincia non sono dichiarate in istato di brigantaggio.

Il Principato Citeriore è dichiaralo in istato di brigantaggio coft tuffi i tftfoi 159 comuni.

Il Principato Ulteriore trovasi pure dichiarato in istato di brigantaggio con tutti i suoi 130 comuni.

La Terra di Bari non è in istato di brigantaggio; e lo è invece Terra di Lavoro — con i suoi 184 comuni.

La Terra d'Otranto noti è in istato di brigantaggio. Più di due terzi del Reame di Napoli sono adunque in istato di brigantaggio!

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IL BRIGANTAGGIO DI URBANO RATTAZZI IN ORIENTE

(Pubblicato il 27 agosto 1863).

Curiosissimi da qualche giorno sono i diarii della rivoluzione. Nella prima pagina stampano la relazione sul brigantaggio, gridando contro i Napoletani


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che non vogliono obbedire alle leggi del regno d'Italia, contro Francesco II che non vuoi rinunziare al trono di Napoli, contro Roma che, col solo accogliere uno sventurato Sovrano, fomenta la rivoluzione in casa altrui! E nella seconda pagina poi questi stessi giornali parlano di una rivoluzione da suscitarsi in Venezia, della prossima conquista di Roma, e dei disegni briganteschi concepiti perfino in Oriente a danno di quel Turco, che siamo accorsi a difendere in occasione della guerra di Crimea!

Grazie a questo chiaccherar di giornali, noi sappiamo oggidì la ragione, e conosciamo i grandi misteri di Aspromonte, di cui a giorni si celebrerà l'anniversario. Parea incredibile che Raltazzi, allora presidente del ministero non avesse mano ne' preparativi garibaldini, mentre si compivano in Torino sotto gli occhi medesimi de' ministri; più incredibile ancora che Urbano Rattazzi, dopo avere incoraggiato ed aiutato la spedizione, finisse poi per rivolgere le armi contro gli arruolati. Ma ora conosciamo l'arcano, o almeno possiamo rivelarlo senza tema di essere smentiti. Imperocché la storia di quei fatti o, per dir meglio, di quelle brutte macchinazioni ci venne raccontata primo dal Morning Post di Londra, e poi dalla Monarchici Nazionale e dal'Opinione.

Secondo la Monarchia, Urbano Raltazzi concepì un vasto disegno «ed iniziò pratiche, d'accordo colla Francia e colla Russia, onde fare un grande tentativo in Oriente» (Monarchia N° 233 del 25 agosto). II vasto disegno viene cosi esposto dall'Opinione del 26 di agosto, N° 235: «Il disegno del gabinetto Rattazzi, adunque, ormai tutti lo sanno e molti, forse anche troppi, lo sapevano nel momento in cui doveva prender forma d'un fatto, consisteva nel promuovere, d'accordo colla Francia e colla Russia e col mezzo del generale Garibaldi e suoi volontarii, un'insurrezione su qualche punto dell'impero turco o sue adiacenze, proporre pel tal modo all'Europa il terribile problema che si nasconde nella caduta della dominazione turca a Costantinopoli, e ritrarre da questo fatto i tre seguenti principali servizi; — Scaricare altrove quel temporale rivoluzionario che altrimenti sarebbe scoppiato in Italia. — Trovare nella Soluzione della quistione orientale l'occasione di compiere la nostra impresa nazionale. Liberare finalmente l'Europa dall'incubo che pesa su di lei, sinché quella benedetta quistione d'Oriente non sarà composta».

Questo disegnò, come si vede, lasciava fuori l'Inghilterra, e quindi fu oppugnato e mandato a monte da sir James Hudson, Francia e Russia, o non si fidarono del Rattazzi, o non vollero più a lungo continuare nell'impresa, e quindi si diè ordine a Garibaldi di cessare e posare le armi. Ma Garibaldi non volle acconsentire agli ordini Rattazziani, né potendo muovere per l'Oriente, come gli era stato detto dapprincìpio, stabilì di valersi dei fatti preparativi per conquistare Roma. Di qui il giuramento di Marsala 0 Roma o morte, e quelle invettive contro Napoleone III, ohe nel meglio del ballo avea piantato Garibaldi e Rattazzi. Tuttavia il Rattazzi, che stava a servizio del Bonaparte, disapprovava che Garibaldi se la pigliasse colle parole e coi fatti contro la Francia. Lo pregò, lo supplicò, che ritornasse tranquillamente a Caprera, e, non avendo voluto obbedire, lo sconfisse e ferì in Aspromonte.

Ecco un'altra bella pagina della rivoluzione italiana 1 Chi non freme ed arrossisce per la patria nostra resa così istrumeuto di congiure, meno di conquiste, centro di straniere ambizioni? Chi può ripromettersi bene di una nazione governata


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da tali uomini, che Cannilo Cavour rigenerò coi meni rivelati da Nicomede Bianchi, e Urbano Rattazzi volea definitivamente unire col vasto disegno esposto dal Morning Posty dalla Monarchia e dall'Opinione?

Ma per ora noi vogliamo insistere su di un punto solo. Questi uomini che tre anni fa portavano la ribellione in Napoli ed in Sicilia; questi uomini che un anno fa si accordavano per accendere un'insurrezione in seno dell'impero Ottomano, hanno oggi il diritto di lagnarsi del brigantaggio? Possono seriamente disapprovare coloro che li seguono nel proprio sistema e suscitano a loro danno una reazione nelle Due Sicilie?

L'Opinione stessa, giornale venduto alla rivoluzione, parlando del disegno di Rattazzi di levare a tumulto le popolazioni dell'impero Turco, esce nelle seguenti parole: «Prima di tutto si deve domandare se sia lecito ed onesto, senza averne una ragione al mondo, di andare a portare nella casa di un vicino, dal quale non fummo mai offesi e fummo anzi trattati con cortesia, un fastidio ed un malanno che in alcun modo non si è meritato? Si può richiedere altresì se convenga accreditare in Europa l'opinione, essere l'Italia un impresario di rivoluzioni che si possa noleggiare anche per cause che da vicino non la riguardano?»

In sostanza l'Opinione riconosce che il Rattazzi aveva concepito un vero disegno di brigantaggio. Nondimeno l'Opinione è ben lontana dall'attribuire gran forza al suo argomento, ed ammette che «gli Stati non si sprigionano dalle ingiustizie col solo esercizio delle virtù teologali». In altri termini l'Opinione insieme coi suoi, colleghi proclama che nella liberazione d'Italia il fine giustifica i mezzi. Ma, stabilito questo principio, come si può gridare contro il brigantaggio delle Due Sicilie? Non vedete la contraddizione? Non capite come voi stessi riuscite a stabilire che i briganti sono briganti, perché deboli, mentre i briganti forti e vincitori diventano eroi?

Lasciate a noi il gridare contro le rivoluzioni, a noi che le condanniamo dappertutto; ma voi tacete, per carità, tacete su quest'argomento, giacché mentre gridate contro i ribelli di Napoli, confessate d'aver voluto suscitare la ribellione in Oriente. Veda intanto il mondo cattolico come il Papa, come la Chiesa potrebbe fidarsi di costoro, che volevano giuocare questo bel tiro perfino al Turco, loro fedelissimo alleato! Qual è la potenza in Europa che ornai non abbia ragione di sospettare qualche congiura a suo danno, e di premunirsi contro i cospiratori italiani?

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APPUNTI SUL BRIGANTAGGIO DI GIUSEPPE MASSARI

(Pubblicato il 30 sgotto 1863).

Noi abbiamo già dato un saggio della buona fede, della lealtà, della logica, del valore storico della relazione di Giuseppe Massari sul brigantaggio; ma


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siccome l'Opinione del 29 di agosto ci richiama su questo argomento, così stimiamo bea fatto di proseguire i nostri appunti.

Massari, nella sua requisitoria, dice che, a fronte di Francesco e il governo italiano è non aggressore, ma aggredito, e nella condizione di chi esercita il diritto della legittima difesa!» È nota la favola di quell'animale, tanto irragionevole, che quando gli davano delle frustate, cacciava calci.

La polizia è il gran mezzo sopra il quale Massari fonda le sue speranze di spegnere il brigantaggio. Quello appunto che diceva e Taceva l'antica polizia che il Massari cercò di distruggere!

Massari, parlando dell'ingombro delle prigioni, cita uno, reo di porto d'armi, che pel maggior castigo avrebbe potuto avere quattro mesi, e nella sola investigazione del delitto fu tenuto sei mesi! È questo uno de' fatti che l'Opinione desidera di veder registrati nell'Armonia?

Massari parla di soldati del regno, che inseguendo certi briganti, entrarono sul territorio pontificio, e invasero una casette, ove colsero tre briganti, della banda di Chiavone, senz'armi. «Benché fossero a pochi passi dalla nostra frontiera e senz'armi». Quel prepotente comandante francese pretese fossero riconsegnati. È questo un altro fatto che piace all'Optatone?

Massari si ferma sul diritto che abbiamo di domandar che si cacci Francesco 11 da Roma. Ma, nella sua clemenza, l'amico Massari è persuaso che il governo francese « non negherebbe al governo italiano non l'estradizione, ma la ESPULSIONE del Principe».

Massari si lamenta che « i nostri soldati combattono quei ribaldi troppo cavallerescamente, troppo lealmente». E soggiunge: «A combattere con efficacia il brigante, è d'uopo adoperare le sue arti». Iddio salvi l'Italia almen da questo flagello d'un esercito avvezzato alle arti dei briganti, quai le descrive l'amico Massari!

Massari suggerisce e raccomanda di dure premii a chi arresta e consegna un brigante: scuola di moralità! e soggiunge cinicamente: «Già si SOTTINTENDE che quando siavi stato conflitto tra il brigante e chi voleva arrestarlo, e il primo sia rimasto ucciso, il premio debba essere parimente accordato». Un fatterello nei peggiori tempi del governo militare in Lombardia. Un drudo accusò il marito della sua amante di tener nascoste armi. Le armi furono trovate, e ciò portava l'immediata fucilazione. II feroce capitano austriaco sottintese che il marito doveva esser mandato immune, e il denunziante punito, e cosi fece. Imparate dagli Austriaci!

Un bizzarro castigo propone Massari quando vuole che gli uffiziali e militi della guardia nazionale, e che non si adoprano con la voluta alacrità al disimpegno dei loro doveri», siano radiati dai ruoli. Bel castigo! Quanti vi aspirano anche nelle nostre beate città!

Qualche volta il fiero requisitore, Massari, si lascia per distrazione, uscir fatti che interesserebbero pei briganti. Quel tremendo sergente Gioia scriveva Le mie disgrazie, dolendosi di trovarsi spesso con gente ladra, mentre egli

professa vasi «difensore di Francesco II e della S. Chiesa», e voleva dar solo buoni comandi pel bene del nostro Re e della propria vita». E perchè si permettevano furti, Iddio permise che tolsero traditi da un traditore più fiero. Con essi perirono alcuni, «parte innocenti, parte ingannati come me. Mi Dio,


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se non in questo mondo, nello eterno saprà rimunerarli, Per me sta che quello che morì nell'innocenza, morì martire, ed ha fatto un grandissimo acquisto della eterna vita. Sono questi presso Iddio».

Altrove Massari racconta che 14 briganti presi in mezzo dai soldati fecero voto, se campassero, di far dire una Messa, e consegnarsi. In fatto si consegnarono, e solo chiesero che fossero lasciati fare Natale a casa loro. Il capitano lo permise, e appena scorse le feste, vennero a consegnarsi, cresciuti a 25. Il capitano concesse loro di star alle case fin al Capodanno: passato il quale, vennero in numero di 46. Giova dunque, signor Massari, giova anche il non ammazzare.

 E poiché su questo ammazzare e sulle procedure eccezionali tanto insiste l'amico Massari, noi esortiamo il signor Ellero, compilatore del Giornale per l'abolizione della pena di morte a mettere al confronto, non solo della morale, ma delle dottrine de' giuristi antichi e moderni le fiere teorie e le peggiori applicazioni del nostro inquisitore. Sarà un curioso episodio fra quel filantropismo che nega il diritto d'infliggere regolarmente la morte fin all'assassinio premeditato.

 Ciò che più consta dagli estratti di processi uniti alla relazione sul brigantaggio è di un'importanza ancor più che sociale; una portentosa rivelazione della natura umana; un fatto mai più udito da che ci sono vincitori e vinti. Ed è che Francesco li desidera tornar sul trono dei suoi padri: e che a lui mettono capo tutti quei moltissimi che desiderano la stessa cosa. Grande scoperta! Portentoso risultato della scrupolosa e sapiente indagine! Se Io sapesse Napoleone III, che per 33 anni sopportò in tutta pace la perdita d'un trono, che non era degli avi suoi e neppur di suo padre, che non mosse mai dito per ricuperarlo, ossia per acquistarlo, e che in tutto quel tempo non per dette mai fede, ma non fece altro che sospirare e dir rosarii! E durò 33 anni in questi atti di rassegnazione! E una volta che diceva quei rosarii sulle porte stesse della Francia, a Ginevra, e che i regnanti di Francia d'allora pretendeano che questa lo mandasse via, la mignola repubblica disse di no, si cinse di mura, chiamò di picchetto le truppe per difendere il suo rifuggito, il pretendente, il cospiratore; e tutta Europa battè le mani alla mignola Ginevra che, per proteggere un ricoverato sfidava l'immensa Francia.

 E che Francesco II (horribile dictu) sia proprio informato delle trame, appare evidente dai processi, nei quali uno confessa aver ricevuto da lui dei ritratti: un altro ch'egli stesso disse «il brigantaggio comporsi in parte di gente onesta a lui devota»: un altro che i briganti «offrirono al Re 16,000 ducati da lui dignitosamente rifiutati».

 La conclusione è che «Francesco II, dacché ha perduto il regno, non ha fatto altro che arruolare briganti e sguinzagliarli contro queste provincie... Questo è un fatto notorio, storico, e DI CUI NON È PIÙ PERMESSO DUBITARE (stupite o genti!) dopo la solenne dichiarazione fatta dal Parlamento!».







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