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Menzogna, pregiudizio, intolleranza: l’emigrazione italiana vista da “fuori”

di Francesca Viscone

Francesca Viscone, recensendo il volume «L’Orda» di Gian Antonio Stella (Rizzoli editore), ricorda le sconvolgenti opinioni dei popoli “civili” – e anche degli intellettuali – nei confronti dei nostri migranti. Ma l’Italia, divenuto paese di immigrazione, ha imparato?

Noi italiani? Brava gente. Amanti dei viaggi in terre lontane, dei loro popoli e delle loro culture. Ci trastulliamo col pensiero di Marco Polo. Scopritori di continenti. Ci gingilliamo con il Columbus Day. Sfiliamo pure a New York, noi, civilizzatori di popoli dal tempo dei Romani.


Gian Antonio Stella, noto giornalista del «Corriere della Sera», nel suo «L’Orda. Quando gli albanesi eravamo noi» (Rizzoli, pp. 280, € 17,00), ci rammenta qualche luogo comune più “succulento” sugli italiani all’estero. Ignoranti. Sozzoni. Alcolizzati. Sifilitici. Defecavano per terra come maiali. E le donne? Altro che il paese della mamma! Vendute come prostitute e schiave nei bordelli dell’Africa. I bambini? Venduti anche loro. Cento lire valeva un bambino italiano all’inizio del Novecento. Dodici o sedici ore di lavoro al giorno. Come vetrai. Muratori. Suonatori di organetto. Spazzacamini. Addetti alle fornaci. Minatori. Destinati a una morte orribile.


Un evento traumatico post unitario


L’emigrazione porta ben 27 milioni di italiani ad abbandonare il paese. E inizia solo nella seconda metà dell’Ottocento, con l’Unità d’Italia. Un evento traumatico che provoca un vero e proprio dissanguamento dell’intero paese. Il giovane Stato sabaudo non nasce sotto una buona stella, se si pensa alla fuga di massa che fu costretto a sopportare. I nostri emigrati di allora non erano perseguitati politici. Tuttavia furono costretti ad andare via da condizioni economiche e sociali molto difficili, che sicuramente mettevano in pericolo la loro dignitosa sopravvivenza. Avrebbero diritto, oggi, se fossero “immigrati”, ad un permesso di soggiorno “speciale” in Italia?


Il confronto tra “noi” e “loro” è costante nel libro di Stella. Noi, i nostri nonni o padri emigrati. Loro, gli stranieri di oggi nel nostro paese. Clandestini, noi e loro. Irregolari. Sempre noi e loro. Perseguitati prima dalla fama, quindi da pregiudizi, stereotipi e intolleranza. Poi dalle violenze fisiche gratuite. Sempre loro? Sì, ma anche noi. Discendenti di Marco Polo e Cristoforo Colombo. Figli di Dante, ma anche analfabeti, sporchi, lerci, ladri, furfanti, imbroglioni.


Avevano dubbi persino sul colore della nostra pelle.


Alessandria? Parma? Meridionali!


«Negroidi», lo eravamo in America. 1922. Quando a Roma prendevano il potere gli squadristi, dice Stella. Dopo alcuni anni gli intellettuali fascisti inviteranno la popolazione italiana al razzismo e a proclamarsi ariana. In America, Jim Rollins, nero dell’Alabama, fu assolto dall’accusa di “mescolanza di razze” perché il procuratore non aveva potuto fornire la prova che la sua amante, Edith Labue, immigrata siciliana, fosse bianca. Grazie agli etnologi italiani Giuseppe Sergi e Luigi Pigorini. Sostenevano che l’Italia era stata colonizzata da una popolazione africana, e che pertanto la razza europea si divideva in specie eurafricana al Sud ed europea al Nord.


La diversità tra italiani del Sud e italiani del Nord era certificata anche ad Ellis Island, dove i nuovi arrivati venivano registrati in due diversi libri, non solo in base a documenti, ma anche “ad occhio”. La Commissione sull’immigrazione infatti stabilì nel “Dictionary of Races and Peoples” che «tutti gli abitanti della penisola propriamente detta così come le isole della Sicilia e della Sardegna (…) sono italiani del Sud. Anche Genova fa parte dell’Italia del Sud». La frontiera tra il Nord e il Sud Italia era costituita dal 45° parallelo. A metà strada tra il Polo Nord e l’Equatore. Attraversava tutta la pianura padana. Solo che divideva le “meridionali” Alessandria, Voghera, Parma e Ferrara dalle popolazioni “ariane” di Pavia, Cremona, Mantova e Verona. Torino, più fortunata, veniva tagliata in due dal 45° parallelo. Metà ariana, metà negroide. Chissà se Mussolini lo sapeva.


“Oliva” lo eravamo in Australia. 1924. La stragrande maggioranza degli emigrati italiani “oliva” erano veneti, lombardi, piemontesi.


Gli italiani, dicevano a New York, sono sporchi, defecano per terra, non si lavano mai nemmeno il viso, vivono in mezzo ai detriti e all’immondizia. Più di un secolo dopo i nostri giornali pubblicano reportage sulle baraccopoli extracomunitarie del Tevere. E scopriamo anche qui sporcizia, immondizia.


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Il pregiudizio delle classi alte e degli intellettuali


Vogliamo illuderci che i cattivi giudizi su di noi fossero espressi solo da gente ignorante della nostra storia, delle bellezze delle nostre città? Gran parte degli stereotipi sugli italiani, al contrario, sono stati diffusi dalla grande letteratura.


Percy B. Shelley. Definì gli uomini italiani «una tribù di schiavi stupidi e vizzi» e le donne «le più spregevoli fra tutte quelle che si trovano sotto la luna».

Il marchese De Sade, 1772. Disse degli abitanti di Piacenza che erano «imbroglioni e devoti». Quel che si pensa dei napoletani di oggi. E a proposito dei fiorentini: «Vigorosamente attaccati sul terreno di questa depravazione dei costumi…».


Charles Dickens, 1844. Descrisse, a Piacenza, bambini sudici, cani magri e pascoli maleodoranti.

Rodolphe Rey. I laziali? Una «popolazione misera, selvaggia e dedita al brigantaggio».

Charles de Secondat, barone di Montesquieu. Per lui gli abitanti di Rovereto erano “insolenti”, “plebaglia”, “furfanti”.


Mark Twain. Su Civitavecchia: «il più orribile covo di sporcizia, di insetti e d’ignoranza».

Paul Desmarie. Sui romani: «Mendicanti cinici e audaci».


Le annotazioni di Goethe sulla sporcizia di Palermo. Quelle di Sartre sull’aspetto «bollito» della carne delle donne napoletane. Byron che descrive la facilità dell’accoppiamento sessuale degli italiani e che volle provare di tutto, centinaia di maschi e di femmine, stando alle sue lettere per gli amici rimasti in Inghilterra.


Lo stesso Goethe. Pare abbia trovato solo a Roma, e solo a quarant’anni, una completa libertà sessuale. Scriveva Thrale: «Quest’Italia è un pozzo di peccati».

In poche parole: l’Italia era un paradiso del sesso, un po’ come oggi la Thailandia. Perfino De Sade si scandalizzava.


A proposito della nascita dei pregiudizi, Stella non manca di citare Vito Teti, autore di «La razza maledetta. Origini del pregiudizio antimeridionale» (il Manifesto). E continua affermando che: «Lo stereotipo ha il passo lento. Nasce da un’immagine, si clona in un’altra e poi in un’altra ancora, finisce in un libro e poi in un altro ancora, diventa tema di discussione nei circoli intellettuali, è rilanciato dagli amici, colto a mezza voce dai camerieri, riportato nelle cucine, diffuso nelle case popolari, intuito dai politici, urlato dai demagoghi, cavalcato dai giornali, gonfiato dalle masse…».


Che idea si poteva fare dell’Italia un lettore del grande Dickens, alla vigilia della Grande Migrazione? I nostri emigrati, dice l’autore de «L’Orda», con le valigie di cartone e il lenzuolo lercio, si caricarono sulle spalle anche tanti pregiudizi letterari…


La rimozione della memoria e la crescita del pregiudizio


Tutto ciò che noi oggi rinfacciamo agli immigrati, lo abbiamo fatto prima di loro.

Li accusiamo di condannare le loro donne al mercato della prostituzione. Anche noi ci siamo vendute le nostre.


Li accusiamo di maltrattare e sfruttare i bambini. Anche noi abbiamo venduto e sfruttato i nostri bambini.


Li accusiamo di rubare il lavoro ai nostri disoccupati. Anche noi siamo stati accusati di rubare il lavoro alle popolazioni locali e siamo stati persino massacrati per questo.


Li accusiamo di portare criminalità. Anche noi abbiamo esportato criminalità dappertutto.


Accusiamo gli immigrati di fare troppi figli. Anche noi eravamo prolifici. In Brasile ci attribuivano una media di otto figli a testa.


Persino l’accusa più diffusa dopo l’11 settembre, di essere tutti potenziali terroristi, per noi è vecchissima. I nostri anarchici sono stati responsabili di più di un episodio di terrorismo. Mario Buda, romagnolo, si faceva chiamare Mike Boda e il 16 settembre 1920 fece saltare in aria Wall Street. 33 morti, 200 feriti e due milioni di dollari di danni. Rimase l’attentato più sanguinoso negli Usa, fino a quello di Oklahoma City.


«L’unica vera e sostanziale differenza tra “noi” allora e gli immigrati in Italia oggi è quasi sempre lo stacco temporale. Noi abbiamo vissuto l’esperienza prima, loro dopo. Punto» scrive, secco, Stella.

Eppure lo “stacco” temporale sembra avere creato un vuoto nella nostra memoria, come se noi non fossimo più capaci di cogliere il legame che ci unisce ai tempi moderni, agli immigrati di oggi. In qualche modo crediamo di avere chiuso con l’esperienza dell’emigrazione, dimenticando che ci sono zone del paese da cui si continua ad andare via, dimenticando che continuiamo ad avere intere generazioni di italiani all’estero che non si sono mai assimilati, che non hanno mai imparato in maniera accettabile la lingua del paese di arrivo, che hanno figli disadattati e analfabeti, che hanno perso radici e identità e continuano ad essere “italiani all’estero” e “stranieri” in patria.


Abbiamo dimenticato le stragi e le violenze fisiche contro gli emigrati italiani.

Anche la stampa, l’informazione è stata vittima (consapevole?) di questo processo di rimozione. C’è una generale assenza di articoli significativi sulle stragi dei nostri emigrati.


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No al buonismo, ma…


Alla luce dell’attualità, sono tante le domande che rimangono aperte dopo la lettura de «L’Orda». Alla larga dal buonismo, dice Stella, dall’apertura senza condizioni delle frontiere, dal rispetto “politicamente corretto” verso tutte le culture, dallo scriteriato “melting pot”. Alla larga dal razzismo e dalla xenofobia.


Ma qual è il limite oltre il quale la politica di controllo dell’immigrazione può essere definita “razzista”?


E ancora: se è giusto decidere una quota che privilegi l’arrivo di immigrati di una o di un’altra componente, sarà legittimo o sarà razzista, stabilire che si vogliono più emigrati bianchi e meno neri, più cattolici e meno musulmani?


Se è giusto decidere in maniera indiscriminata per le impronte digitali a tutti gli stranieri extracomunitari, è razzismo non pretenderle dagli Svizzeri o dagli Americani? E, se facendolo per gli italiani, tutti griderebbero contro la schedatura di massa e il pericolo del “grande fratello”, come mai gli stranieri non hanno il diritto di essere protetti da un tale rischio?


Sono giusti i registri degli arrivi? È giusto il controllo delle minoranze a rischio? Come potremo controllare gli immigrati, se non siamo capaci di farlo con i nostri criminali? Come mai non riusciamo a tenere sotto controllo tutti gli affiliati, tutti gli spacciatori? Quante minoranze a rischio ci sono tra gli italiani? L’idea del controllo delle “minoranze a rischio” non è tipica dei regimi totalitari e dello stato di polizia?


Giustissima l’espulsione dei delinquenti. Fortuna che i nostri all’estero se li tengono. Perché se ce li rimandassero qui, staremmo freschi noi. Mica loro.


Francesca Viscone


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