Eleaml



Fonte:
N. 2004-3
Rubrica Osservatorio meridionale

Meridione e dominio ideologico

Pecorella Vincenzo

Proteo
1. Quali incertezze

Incerto ci sembra il futuro: come se scivolassimo lentamente ma inesorabilmente lungo un piano inclinato, senza appigli e senza presa sulle cose, indipendentemente da ogni nostro sforzo. Peccato che un solo autore si sia appropriato per una sua opera di un titolo efficace: “L’età dell’incertezza”; era un economista e parlava di tempi a noi vicini. In un mondo senza copyright tutti in egual modo potremmo rilasciare la nostra dichiarazione sullo stato delle cose, così come ci sembra, e a nessuno sarebbe vietato di intitolarla così.

Non tutti a questo mondo si pongono il problema di cambiare il sistema sociale, di avere un progetto politico, di sapere (o di non sapere) quindi “che fare”. Per molti, diciamo per tutta quella parte di società che definiamo conservatrice, le cose nel complesso vanno bene abbastanza così come sono. Chi è ricco e potente non ha nessun interesse a cambiare profondamente questo tipo di società. Al massimo ci sono problemi di “aggiustamenti” o di frizioni tra le diverse “frazioni” della classe dominante. Ma nel complesso essa è letteralmente conservatrice.

Cambiano invece le cose per chi nasce “meno abbiente”. Il problema dell’incertezza sul modo per vivere un futuro diverso dall’oggi, possibilmente migliore, riguarderebbe dunque tutti quegli altri, i molti che a questo mondo ci stanno scomodi e con poche risorse.

Ma se ci sono persone che a questo mondo ci stanno male veramente, è credibile che abbiano dubbi sulla loro fame o sulla loro povertà? A chi sta veramente male non si addice la riflessione. Gli ultimi di questo mondo vanno, o muoiono. Infatti, nonostante tutti i pattugliamenti e le tempeste possibili, un numero eccezionale di poveri è sempre disposto a rischiare la vita pur di scappare dalle coste del nord Africa verso l’Europa, attraverso il mare. Cosa può spingerli, in tanti e a tanto, se non una disperazione certa?

In altre parole: le incertezze - le nostre incertezze - sono le stesse comuni a tutti i poveri di questo mondo o sono piuttosto una caratteristica tipica di quella parte del mondo ricco che della ricchezza raccatta le briciole, alle quali non vuole comunque rinunciare? Detto crudamente: i “girotondi”, i “forum” e le “reti”, nonché un certo tipo di impegno politico o sindacale che assomiglia molto all’abitudine, che cosa sono se non l’eterno tentativo di trovare la formula per conciliare la nostra parte di benessere con il desiderio, tipico dell’individuo medio “moderno”, di tranquillizzare la propria inquieta e disoccupata coscienza?

La formula non si trova perché la contraddizione è nei termini stessi della questione: il nostro odierno benessere di minoranza “sviluppata”, vivente nella parte “occidentale” del mondo, si fonda - in misura minore, ma allo stesso modo del benessere vero e proprio dei più ricchi - sullo sfruttamento del mondo restante. I bambini nigeriani fanno buchi negli oleodotti che attraversano i loro villaggi per sottrarre un secchio di petrolio (che sarebbe più loro che nostro), per sottrarlo a chi? A chi se non a quelli che hanno a disposizione tanta benzina ed energia, ad un costo che neanche conoscono? A chi fa comodo che il petrolio dei nigeriani sia loro sottratto (costringendoli poi a rubare ai ladri) se non a noi, anche a noi?

Se riuscissimo a superare questa intima, profonda contraddizione e ci decidessimo a riformare la struttura sociale, non ci mancherebbero i progetti. Progetti realistici: al di là delle accezioni che il termine “riformismo” è andato assumendo nel corso della storia, si può senz’altro dire che delle vere riforme economiche e sociali avrebbero sul nostro sistema un impatto rivoluzionario.

La società moderna è una costruzione composita, aggrovigliata, ardita (non mancano, i “crolli”) e per di più “vivente”. Volendo trasformarla prima che diventi un cumulo di macerie, non si tratterebbe semplicemente di spostare dei “mattoni sociali” da qui a lì; neanche di eliminare soltanto le “pietre” che il tempo ha già dimostrato essere superflue, inutilmente decorative o solo di peso all’“edificio sociale”. Non ci sarebbero tante incertezze, in questi casi. Si tratterebbe di conservare certi equilibri (non gli stessi che salverebbero i “conservatori”, naturalmente) ricollocando grosse masse di “benessere” adesso inutili, o a disposizione di pochi. Una cosa complicata ma possibile.

Sono diffuse le analisi e gli studi sociali, economici e politici. E se non bastassero i ragionamenti, l’attualità ci sbatte ogni giorno in faccia fatti che dimostrano come questa nostra società non è l’ultima e neanche la perfetta. Per quali motivi allora (oltre che, ovviamente, per l’indiscutibile benessere tra noi diffuso, anche se mal distribuito) tanta inerzia al cambiamento vero? L’incertezza e la conseguente inconcludenza sono da attribuire al timore inconfessato che, se si cominciasse veramente a redistribuire la ricchezza globale, dovremmo preventivare una conseguenza essenziale per noi: “rinunciare”. Quanti seguirebbero il primo che desse un esempio su questa strada? Cavour, a proposito delle velleità rivoluzionarie che nel 1848 infiammarono mezza Europa, disse: “Se l’ordine sociale fosse davvero minacciato, se i grandi principi sui quali riposa, corressero un pericolo reale, si vedrebbero - ne siamo persuasi - molti fra gli oppositori più determinati, fra i repubblicani più esaltati, presentarsi per primi nelle file del partito conservatore”.

Nessuna questione è più vecchia di quella futura.

2. Errori di prospettiva

Siamo immersi nelle cose e il rischio che quelle più vicine ci sembrino anche le più grandi è reale. Chi scrive vive in una parte di mondo che - come e più del resto del mondo - è molto cambiata, negli ultimi decenni.

Se non ci inganna la prospettiva, quindi, nel meridione d’Italia è più evidente che mai l’impotenza tipica dell’uomo moderno occidentale medio, quasi schizofrenico, combattuto e indeciso tra un livello di consumi inaudito e gradito (anche se sempre più accompagnato dalla consapevolezza della scarsa qualità di molti prodotti consumati) e la inevitabile e insopportabile visione della propria recente povertà “scaricata” oggi su altri uomini, più o meno vicini. Il meridione d’Italia, pur compreso nel più vasto sistema economico politico “occidentale”, ne è rimasto a lungo ai margini e continua a mostrane vivissime le contraddizioni.

Nel giro di una sola generazione dalle campagne pugliesi sono scomparsi gli animali da soma. La meccanizzazione è arrivata improvvisamente: dalla potatura alla raccolta, passando naturalmente per l’aratura, non ci sono più fasi in cui l’agricoltore non si avvalga dell’ausilio di energia artificiale. E anche di sostanze chimiche e della consulenza di periti agrari, sempre più spesso pianificando gli investimenti e i tipi di colture in base agli orientamenti del “mercato”. Non cambiano solo le campagne: si aprono fabbriche, alcune hanno già concluso un ciclo e chiudono, dilagano vasti ipermercati intorno alle città, il “terziario” diventa settore dominante.

Eppure ci sono cose - meno appariscenti di un ipermercato ma molto più “pesanti” - che non sembrano affatto essere cambiate, nell’Italia meridionale di oggi.

Negli anni ’50 del secolo scorso uno studioso americano, Banfield, venne ad analizzare la struttura economica e sociale di un tipico paesino della Basilicata. Egli pubblicò i risultati del suo lavoro in un libro intitolato “Le basi morali di una società arretrata”. La sua tesi era che l’arretratezza economica di quello come di altri paesi meridionale aveva come spiegazione di fondo la scarsa propensione dei suoi cittadini alla cooperazione. Essi, scriveva lo studioso americano, badano solo all’utile privato, individuale o al massimo familiare, essendo incapaci di sviluppare quelle forme di cooperazioni indispensabili per dare maggiori dimensioni alla loro economia e quindi poi produrre e disporre di maggiore ricchezza. Quel libro fu definito una sorta di continuazione ideale (con l’accento sui fatti economici) del “Cristo si è fermato a Eboli” di Levi. Ne veniva fuori un quadro simile, naturalmente negativo, sotto forma di saggio invece che di romanzo.

Tanto per non dimenticare, poco più di una decina di anni fa un altro studioso universitario americano, Putnam, è venuto a cercare conferma di quella teoria. L’ha trovata, ne ha individuato per giunta i fondamenti “storici” (la mancanza nella storia del sud Italia della fase dei “comuni”, che per il centro e il nord Italia rappresentò un periodo di grande sviluppo economico e politico), e ha avuto grande risonanza.

Personalmente, ho il sospetto che la diffusione (a quanto pare, grande) di tali testi nelle università americane sia dovuta, più che altro, al fatto di essere esemplari dimostrazioni di come ogni modello diverso dall’“american way of life” e diverso dal capitalismo risulti storicamente perdente.

Torniamo ai possibili errori di prospettiva: quella che agli osservatori stranieri è parsa scarsa tendenza alla cooperazione per molti meridionali potrebbe invece apparire un modo normale di essere. Così come ci sembra naturale - anche se ingiustificabile secondo i moderni criteri costruttivi - che quel paesino oggetto dell’osservazione di Banfield (Chiaromonte, in Lucania) sorga in cima ad una collina, nella posizione peggiore per lo sviluppo delle comunicazioni, dei trasporti e della cooperazione. Al limite verrebbe da considerare che, evidentemente, il mondo non è stato plasmato in funzione del capitalismo.

D’altra parte i difensori delle “tesi americane” potrebbero controbattere che costruire paesi in cima a colline è altrettanto superato che “non cooperare”. Inevitabilmente, se volessimo portare avanti la discussione, dovremmo accordarci su un fatto: il metro di paragone, per dire che un sistema sociale ed economico (e urbanistico, a questo punto) è più o meno giusto o sbagliato, qual è? È la società nord americana di oggi il metro universale a cui tutti si devono accordare? Allora hanno ragione Banfield e Putnam. Ma non ci pare essere unanime accordo, su questo. Soprattutto perché nella maggior parte del mondo si confonde la società americana con l’immagine (edulcorata?) che di essa ci viene dalla televisione. Non coincidono, le due cose.

Fermiamoci. Gli studi citati ci servano solo per portare esempi di come le regioni meridionali italiane partecipino allo“sviluppo” e anche, nello stesso tempo, al “sottosviluppo”. Per quanto possiamo formulare giudizi secondo criteri non assoluti, validi oggi, indubbiamente notiamo delle contraddizioni.

Nel sud di un paese industrializzato come l’Italia l’“incertezza” di tutti i soggetti politici “non conservatori” immersi in ambiente sociale affollato di povera gente, dotata di lettore “dvd” di ultima generazione ma non di un lavoro sicuro, è più evidente che altrove. Conseguentemente, Puglia e Sicilia sono state le regioni in cui, nel 2001, il partito conservatore del signor Berlusconi ha preso più voti, anche da contadini e operai: forse perché era il più rassicurante.

3. Il Sud nella protesta

Aver messo nel dimenticatoio larghi tratti della memoria collettiva della gente meridionale potrebbe essere stato un modo per tagliarne le radici e aumentarne le incertezze. Una operazione funzionale al mantenimento di un potere politico, che in pochi altri posti come la Puglia o la Sicilia è da tanto tempo sempre uguale a sé stesso.

In alcuni casi, come nei tragici fatti di Andria, la rimozione è giustificata anche da un senso collettivo di colpa: in quel grosso paese agricolo a nord di Bari, subito dopo la seconda guerra mondiale, durante una manifestazione la folla dei braccianti senza lavoro perse la testa e furono ammazzate due innocenti anziane “signorine”, colpevoli solo di essere benestanti e di abitare da sole in un palazzo signorile che dava sulla piazza, da dove tutti pensarono avessero sparato all’oratore, il sindacalista Di Vittorio. Come fu poi accertato, lo sparo era stato più lontano e non indirizzato al sindacalista.

Ma in Puglia anche il ricordo di tante altre proteste bracciantili, a volte purtroppo finite tragicamente nella più solita maniera, con i morti dalla parte dei dimostranti, è scomparso. Anche Bari ha avuto le sue insurrezioni sindacali, anche altri paesi della provincia. Tutto pressoché dimenticato.

Che si tratti di un passato povero o che si tratti dell’ultima volta che si è “caduti malati”, l’uomo meridionale - è stato detto - ha una forte e istintiva tendenza a rinchiudersi, a non mostrare. Ammesso che sia vero, rimane il dubbio di una vera e propria cancellazione pianificata del ricordo, di una specie di “damnatio memoriae” nei confronti di quegli avvenimenti, non del tutto secondari, di cui si evitano accuratamente le citazioni.

Sembra proprio che - a fronte della inconcludenza di tutta una parte politica che non sa o non vuole trovare gli argomenti giusti per scalzare il sistema di potere - il ceto politico dominante abbia affinato a tal punto i suoi metodi da eliminare ogni turbamento possibile, trattando gli uomini come bambini, ai quali si fa credere che certi passati sgradevoli siano stati solo brutti sogni, svaniti.

Reso più facile dalla recente e facile “abbondanza”, l’inganno sta nel far apparire le cose civili come cominciate “oggi”. Si lascia poi ad ognuno automaticamente pensare che non potrebbero continuare diversamente, “domani”. Che i poveri si siano ribellati, un giorno non tanto lontano e per giunta qui, in casa nostra, è una cosa che è meglio non far sapere.

Liberi di laurearsi, molti giovani meridionali d’oggi ammettono candidamente di “non capire niente di politica”; meno che meno di quella locale, monopolio di gruppi e famiglie che si tramandano di padre in figlio la “passione per la politica” e per le cariche. Assunti col diploma, i giovani operai che entrano in fabbrica al posto dei loro padri non fanno distinzione neanche tra sindacati di “destra” e sindacati di “sinistra”. Se si prende una tessera sindacale è quasi sempre per fare, o per chiedere, un piacere. Per le giovani generazioni di operai il passato è indefinito, trascurabile. Troppo impegnati a mostrarsi adeguati ai modelli dello schermo almeno nel fine settimana, confessano pudicamente di capire poco di quello che si dice nelle assemblee sui posti di lavoro, quando partecipano.

Istintivamente hanno capito anche troppo: quello che dicono i “sindacalisti” che predicano “concertazione” è uguale a quello che dicono i politici e i rappresentanti aziendali, è uguale a quello che sentono in televisione. Non è reale, non coincide con lo sporco morale e materiale sconosciuto al mondo di fuori e che trovano ogni giorno in mezzo alle macchine e tra capi, capetti e mafie “sindacali”. La loro incertezza è spiegabile.

4. Relazioni meridionali

Gran parte delle fabbriche della zona industriale di Bari furono impiantate negli anni ’70, trasferendo sotto i capannoni tanti giovani uomini che fino allora avevano conosciuto solo il lavoro nei campi. Per molti di loro ci fu un periodo di addestramento al nord, nelle sedi-madre delle aziende; per molti ex contadini fu l’emancipazione dalla figura del padre, capo e padrone-datore di lavoro allo stesso tempo. Per la maggior parte di loro sembrava decisamente un passo in avanti.

Alla inevitabile sindacalizzazione di quella nuova leva di operai la classe dirigente rispose facendo diverse concessioni: a livello nazionale furono fatti ponti d’oro (“distacchi” e permessi a volontà, come minimo) alle dirigenze sindacali che abbandonavano le posizioni più estreme verso un sempre più blando “riformismo”. Al sud, dove tanti operai conservavano il pezzo di terra da lavorare la domenica, si arrivò a pianificare i periodi di cassa integrazione in base ai periodi agricoli: agli operai che venivano da zone dove si coltivava uva si faceva fare cassa integrazione nel periodo della vendemmia; per quelli che venivano da zone dove si producono olive i sindacalisti ottenevano che le “crisi” e la relativa cassa integrazione coincidessero con il periodo della raccolta di quel frutto. Tutto accadeva con circa un secolo di ritardo rispetto ai paesi di prima industrializzazione: “Fin dopo il 1900, i minatori belgi dedicavano un ritaglio di tempo nella stagione giusta (se necessario, con un annuale “sciopero delle patate”) alla cura dei loro orticelli”. (E.J. Hobsbawm, Il trionfo della borghesia, p. 258).

Normalmente le famiglie meridionali conservarono il legame con la campagna: ancora oggi molti operai usano il tempo libero della domenica per fare i lavori nel pezzo di terra ereditato dai padri. Anche qui non è mancato l’intervento del potere centrale, a spargere collante sociale sotto forma di sovvenzioni e “integrazioni” ad un tipo di conduzione delle campagne fatto di poderi piccoli e sparsi che, altrimenti, sarebbe stato anti-economico. Si integra così il bilancio familiare, che è ancora prevalentemente “monoreddito”, con i proventi della campagna.

Ancora oggi funziona nel meridione (a parziale smentita delle tesi di Banfield) una rete di relazioni familiari allargate, che rende possibile per molti nuclei familiari il sostentamento con una sola fonte ufficiale di reddito, quella del capo-famiglia. Molte giovani coppie vivono in una sorta di “simbiosi” economica con le famiglie di origine, che vede il genero andare ad aiutare il suocero nei lavori di campagna la domenica, e tre generazioni poi insieme a tavola a spese dei “nonni”. È molto diffuso il “comparizio”: una sorta di “creazione” di nuova parentela, frequente tra vicini e conoscenti o utile a rinsaldare vincoli parentali preesistenti, che prevede tutta una serie di scambi economici e sociali.

Gli scenari stanno mutando: anche in agricoltura ci si va sempre più specializzando e meccanizzando, come abbiamo detto, rendendo sempre più improbabile il lavoro del contadino della domenica. E, anche, numerose famiglie vivono grazie al reddito del marito e anche a quello della moglie, sempre più frequentemente divisa tra il ruolo di casalinga e quello di infermiera professionale, o commessa, o insegnante. 

5. Sfruttati e sfruttatori

Anche se in maniera “sincopata”, a tratti e a singhiozzo, anche se i nuovi lavori interinali si stanno dimostrando un vero e proprio regresso, nessuno può mettere in dubbio che sempre nuove e allargate possibilità di consumo hanno annegato finora sul nascere ogni reale e concreto movimento di contestazione di massa di questo sistema socio-economico.

Seconda i punti di vista, secondo le simpatie politiche o secondo le informazioni a cui ognuno di noi ha accesso, si potrebbe prevedere razionalmente o avere fede che agli attuali governanti sfuggirà prima o poi di mano il controllo. Niente di più probabile: essi, pur avendo stuoli di studiosi al loro servizio, non sfuggono al vizio dell’ingordigia né al vizio dell’ingordigia del sistema economico che li sostiene.

D’accordo: ma fino a quando l’ideologia dominante sarà quella della classe dominante; fino a quando la televisione mostrerà il mondo come fatto di un sopra, dove stiamo noi (sia pure al gradino più basso), e di un sotto, dove stanno gli altri che non sono come noi; fino a quando saranno queste le convinzioni diffuse da quel piccolo, moderno e casalingo pulpito a colori che è lo schermo televisivo, come farò a convincere mia madre, figlia di contadini, moglie di operaio e madre di un laureato che le cose non devono inevitabilmente, necessariamente e fatalmente andare avanti così?

Gli operai (e con loro madri, padri, mogli e figli) sono sbandati, divisi tra una condizione che percepiscono come relativamente fortunata (data da un lavoro più o meno stabile, da una retribuzione certa e da diverse possibilità di piccoli guadagni e piccoli risparmi) e le mille storture di un sistema che li sovrasta, li esaurisce e poi li parcheggia, magari in “mobilità”. Essi non sanno a chi credere, tra chi mostra che è possibile arricchirsi (di poco o di molto) individualmente e chi invece predica loro una invitante coesistenza pacifica, tra classi e tra popoli con uguali condizioni. Ma come?

Come risolvere la questione e deciderci al cambiamento se non risolviamo prima la contraddizione nostra più intima e inconfessata; quella che ci immobilizza nel timore di proposte scomode e concrete; quella per cui siamo, contemporaneamente, sfruttati e sfruttatori?

6. Il rigoglioso giardino capitalista

 

Di fronte allo strapotere mediatico del ceto politico al potere non si può dire che le opposizioni siano ridotte all’assoluto silenzio. Sia pure in forme variegate le espressioni di dissenso si fanno sentire; per rompere il “dominio dell’ideologia” della classe al potere i mezzi sono inferiori, ma non mancano.

Ma una parte degli oppositori di questo sistema non accettano di discutere di niente che sia meno di un cambiamento subitaneo, radicale e rivoluzionario, partendo da presupposti che non sempre si preoccupano di dimostrare, mettendosi così in “fuori gioco” da soli. Un’altra parte di “sinistra” è già invece talmente organica al sistema da essere totalmente asservita al potere economico dominante e letteralmente intercambiabile, al governo, con i “conservatori”. Specialmente questi ultimi sembrano coinvolti in quel meccanismo psicologico descritto da Cavour, per cui hanno paura (inconsciamente?) che le cose comincino veramente a cambiare.

È indispensabile capire le dinamiche dominanti del sistema, per poterne indirizzare la rotta. Ma non è cosa che si possa fare senza reimpadronirsi del linguaggio, dei codici, della catena di trasmissione delle idee. Potrebbe sembrare un cominciare dalla fine: un mondo concretamente diverso presupporrebbe dei rapporti tra uomini concretamente diversi, a cominciare dai fatti più concreti di tutti, quelli economici. Poi verrebbero le ideologie. Eppure sembra essere proprio quello ideologico il cemento più forte di questo sistema. Anche se alla maggior parte degli uomini il sistema capitalistico nasconde in profondità i suoi protagonisti, avvolgendoli in un aura di imperscrutabilità e di leggenda. Come un mito moderno, ben rappresentato in certi film hollywoodiani. Altrettanto efficace, ai fini della conservazione di un dato ordinamento sociale, di quello antico.

Torniamo lì, da dove siamo partiti: per rompere quel mito che fa da cemento il ragionamento non può essere lasciato a metà e la proposta alternativa deve essere ragionevole, credibile; non si può progettare un cambiamento reale tralasciando di mettere in conto un fatto fondamentale: noi che siamo contemporaneamente più poveri e più ricchi dovremo rinunciare a qualcosa. Magari ne sarebbe avvantaggiata la qualità, a scapito della quantità; ma cominciare a rinunciare sarebbe comunque un insolito e forse doloroso passo indietro.

Dal mutuo soccorso al commercio “equo e solidale”, ci sono diversi meccanismi che, se cominciassero a diffondersi, metterebbero seriamente in crisi l’immagine dell’attuale modello economico sociale diretto dall’alto, apparentemente unico e incontestabilmente orientato verso lo “sviluppo”; ma quale “sviluppo”? Non tanto in nome dell’ecologia quanto in quello della economia, una seria e credibile opposizione a questo sistema si potrebbe unire nel progettare e proporre un futuro ragionevole, fatto di meno automobili e di meno involucri di plastica, dove si lavorerebbe più di adesso: non aumentando l’età pensionabile degli operai, ma redistribuendo parte dell’attività produttiva tra i tantissimi parassiti di questo grasso e marcio sistema.

In un futuro ragionevole la nostra piramide sociale, con una base produttiva mai tanto ridotta rispetto allo sviluppo in altezza e al moltiplicarsi di “piani” intermedi tra il vertice e la base, dovrebbe tornare ad essere meno “allungata”.

Per usare un’altra immagine, si potrebbe dire che il rigoglioso giardino capitalista appare così rigoglioso perché le sue alte piante spingono le proprie radici ben oltre i “nostri” confini, andando a succhiare risorse ed energia (non solo sotto forma di petrolio) anche in “terre” vicine e lontane. In un futuro ragionevole bisognerebbe pianificare una sana potatura di quelle piante cresciute selvaggiamente, dal fusto inutilmente troppo alto e relativamente poco fruttuose.

Bisogna parlar chiaro: se vogliamo che il futuro ci appaia meno instabile e meno incerto bisogna riequilibrare i consumi di risorse, rinunciando laddove c’è spreco. Non è tanto agli operai o ai lavoratori in genere del mondo “occidentale” che questo risulterebbe improponibile: essi capirebbero delle proposte serie e argomentate. Essendo i meno abbienti, tra l’altro, sarebbero tra quelli che a meno dovrebbero eventualmente rinunciare. Chi si affanna invece a far si che certe idee non vengano nemmeno alla luce sono, naturalmente, i “conservatori”: da chi si trova ai vertici del sistema ai tantissimi, troppi abitanti di quei troppi piani “intermedi” della nostra piramide sociale.

Le “opposizioni”, con proposte come queste, meno incerte e seriamente alternative, si farebbero molti nemici? Certo, è questo il timore che fa parlare di tutt’altro tanti politicanti che si definiscono non conservatori, di “sinistra”. Incerto tutto il resto.













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