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Report e la sconfitta del popolo calabrese

Pasquale Violi
4 Maggio 2009

Dopo la toccante e commovente puntata di Report di domenica scorsa, che ha drammaticamente registrato l’agonia della nostra sanità, l’onda anomala delle reazioni politiche e sociali ha invaso giornali, tv e radiotrasmissioni, e la Calabria è scesa in campo giocando il suo sport preferito: l’indignazione.

In Calabria ci si indigna sempre e per tutto. Quando Bossi sostiene che il Nord con le sue tasse paga il buco della nostra sanità. Quando vengono arrestati e inquisiti i politici. Quando sotto le case o vicino ad un asilo si scoprono rifiuti tossici. E perfino per quando in un’Università si certificano false lauree e fantomatici avvocati esercitano una professione senza alcun titolo.

La pubblica gogna a cui Report ha sottoposto la Calabria è roba da far scendere le lacrime, per la vergogna e per la disperazione. Ma non solo quello che è passato in video è tutto vero, il dramma è che tutto già visto.

Il popolo calabrese, che oggi si sente bistrattato e umiliato dalle immagini impietose della rete tre, veramente non era, e non è, a conoscenza di tutto quello che è venuto a galla nel programma della Gabanelli?

Oggi sull’onda dell’emozione ci si indigna, si scrivono lettere ai giornali, tutti vogliono sapere, tutti vogliono i numeri del buco della sanità regionale. Come se questo buco fosse tenuto nascosto, tappato da qualcuno, quando era visibile ad occhio nudo anche dai palazzi del Governo di Roma.

Quelli di Report hanno semplicemente fatto bene il loro mestiere, anzi questa volta non hanno neppure dovuto faticare troppo, visto che le “incrostazioni” erano tutte in superficie. Hanno veicolato su una rete nazionale quello che i calabresi vedono e osservano quotidianamente. Anche la stampa regionale. Ma la Calabria per esprimere condanna e indignazione ha bisogno delle telecamere di Rai3.

Ai calabresi il senso di volta stomaco non viene mai dentro un’urna elettorale, viene sempre dopo. Le strutture ospedaliere di cui ha parlato Report sono le stesse che ogni giorno ospitano i figli, i nonni e i parenti di tutto la gente di Calabria, sono le stesse strutture fatiscenti e disorganizzate con cui tutti i cittadini devono combattere quando hanno bisogno di assistenza sanitaria.

La gente muore, rimane senza cure, senza possibilità di speranza, e i calabresi che fanno, si indignano dopo una trasmissione. Scrivono le “lettere al direttore” invece di scendere in piazza.

Verrebbe anche da chiedere in tutto questo marasma dov’è la magistratura. Ma sappiamo che anche qui, per scarsità di uomini, mezzi e volontà politica, tocchiamo un tasto dolente, e sorvoliamo. Rimaniamo sulle coscienze dei calabresi.

 Un popolo che in assenza di Stato baratta la dignità al migliore offerente. Un popolo che spesso si è nascosto dietro il dito della questione meridionale mai risolta, e che mai si risolverà. Occorre guardare avanti, non indietro. Un popolo alla costante ricerca del “meno peggio” e mai della soluzione migliore.

San Matteo diceva che non si possono avere due padroni, perché si odierà sempre uno per adorare l’altro. La Calabria di padroni ne ha parecchi, troppi. La sanità è un business, ma anche un bacino di consensi enorme, e guarda caso in Calabria un’altissima percentuale di dottori è in prima linea in politica: ci sono medici che fanno gli assessori e consiglieri comunali, provinciali e regionali in tutta la Calabria.

La Calabria è la Regione con più strutture sanitarie private accreditate. Solo un caso direbbe qualcuno. Il popolo calabrese tace, tace per mesi, per anni, e vota, vota e ancora vota. Poi improvvisamente, solo dopo una trasmissione, si indigna. E lo fa senza rendersi conto di avere oramai perso tutto: il lavoro per se e per i propri figli e la dignità di cittadini.

Loiero parla di “incrostazioni”, si irrigidisce e lascia intendere che qualcosa di grosso, di tremendo si cela dietro la sconfitta di una intera regione. Forse la mano lunga della ’ndrangheta. In tutta la trasmissione di Rai3 la parola ’ndrangheta ricorre pochissimo quasi mai.

Il grande specchio per le allodole dietro il quale si nascondono i fallimenti di una classe dirigente incapace si sta per rompere, non regge più l’immagine riflessa di una spudorata vergogna.

Il grande inganno della ’ndrangheta come unico male oscuro della Calabria sta per essere svelato, ma a nessuno interessa veramente. In Calabria i comuni, le provincie, la Regione, sono rette da una moltitudine di persone che non hanno mestiere, se non la politica.

Siamo governati, a tutti i livelli, da soggetti che non hanno la cognizione di cosa sia la lingua italiana, la storia, lo sviluppo di un paese. La Calabria vota e continua a votare l’incapacità. Dopo, indignarsi è un vezzo che non ci si può permettere.

La ’ndrangheta con tutto questo c’entra poco. La malavita traffica armi e droga, qui ci si trova di fronte ad un comitato di affari che traffica in prospettiva e futuro, e si serve della ’ndrangheta come parafulmine sul quale scaricare ogni lampo di negatività.

A ridosso delle prossime elezioni, Regionali ed amministrative, nelle piazze della Calabria risuonerà come l’eco delle sirene di Ulisse la volontà di tutti di cambiare, di puntare sul mezzogiorno, di risollevare la nostra terra. Il popolo calabrese voterà, e voterà consapevole sempre le stesse facce, sempre le stesse figure di uomini in cravatta pronti a salvare la Calabria dal suo buco nero. Poi tra qualche anno, alla prossima gogna mediatica con un colpo di indignazione si laverà via tutto.

(04.05.2009) - Pasquale Violi











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