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Corriere della sera - Domenica 5 ottobre 2003

Russo, il Mezzogiorno senza mandolini

Con gli immigrati dal Sud a Torino e in Svizzera: la scoperta dell’altra Italia fuori dal folklore
di GOFFREDO  FOFI

Dal Mondo al Corriere, le inchieste di Giovanni Russo, e in particolare quelle sul Meridione o, più tardi, sui meridionali immigrati a Torino, in Svizzera, in Germania, hanno accompagnato la mia formazione e la mia conoscenza dell'Italia.

Conosco molte persone della mia generazione e di quelle subito prima e subito dopo che provano nei confronti di Russo lo stesso debito di riconoscenza, e mi ha commosso aver letto in qualche suo scritto che per lui, come più tardi doveva accadere per me, in una remota, allora, periferia umbra, il Cristo di Levi e stato la lettura determinante, il libra che ha cambiato la sua vita.

Bastava questo per farmelo ricercare e apprezzare, ma ovviamente Russo ha avuto e ha altre corde al suo arco, quella di narratore. quella di testimone. quella di «militante». nel quadro di una storia politica complicata e, alla fine, costernante, come e quella della società italiana del dopoguerra. da fascista a democratica, da povera a ricca, da «sommersa» a «terziaria», e nuovamente, in vecchi modi antropologici appena incipriati di postmodernità. esposta al rischio «fascista». (...)

Anno dopo anno, Russo ha saputo vedere e ha saputo raccontare un paese che sembrava fermo nel tempo e nelle regole di un potere immutabile e invece e stato trascinato — e ha voluto trascinarsi — in una modernità che gli ha dato il benessere ma lo ha messo politicamente e socialmente al rimorchio di altri. privo di autonomia e di proposta. Eppure. per vent'anni. il vero ventennio della Repubblica e della speranza l’Italia sembro davvero farsi per la prima volta nazione  (...).

Di quel ventennio operoso, combattivo, propositivo Giovanni Russo ha traccialo un ritratto sfaccettato e vivace, a cui ci rivolgiamo sia per capire (anche il prima, anche il dopo) sia per ricordare. Questo e stata l’Italia, e da questo sarebbe potato nascere ben altro di ciò che, per colpa di tutti, è invece nato.

Parliamo dei tuoi maestri. Possiamo dire che nella tua trinità Salvemini e il padre, Carlo Levi il figlio e Flaiano lo spirito santo?

Si, possiamo dirlo. Per quanto riguarda questo libro, per 1'ispirazione narrativa mi è venuta dai grandi scrittori meridionali, da Alvaro a Verga. L'idea della narrativa meridionale è stata alla base della mia formazione: raccontare il Sud e parlare di una determinata situazione sociale e civile, la mia formazione è stata in pane determinata dalla lettura dei grandi meridionalisti. da Giustino Fortunato a Salvemini a Guido Dorso, c in parte dai grandi scrittori che secondo me hanno dato un'immagine della società meridionale di cui non è stato mai valutato a sufficienza l’aspetto di denuncia sociale. Tra i miei "maggiori" metterei anche Sciascia, con il quale ho avuto un lungo confronto dopo Baroni e contadini».

E con l'area più vicina al Partito Comunisla, per esempio con Jovine, che rapporti hai avuto?

«Anche Jovine e stato mollo importante per la mia formazione. Il Molise di Jovine rappresentava anche una parte della mia Lucania, i paesi di contadini chiusi tra le montagne, e la borghesia che ha narrato nei suoi romanzi mi ha aiutato a capire il mondo della borghesia meridionale. Tra gli altri metterei anche De Sanclis, il De Sanctis di Un viaggio elettorale e di La giovinezza. Con Vittorini non ho avuto un buon rapporto anche se e stato lui il primo a interessarsi dei miei scritti e a voler pubblicare Baroni e contadini. Con lui ho avuto un rapporto ambivalente, ne ero attratto ma ero anche preoccupato dalla maniera con cui trasfigurava una realtà che io volevo rappresentare nella sua verità sociale». (...)

Arrivare al Mondo è stato una scelta di campo molto precisa?

«T dico subito a cosa fu dovuta la  scelta di entrare al Mondo non nasce tanto da una scelta di tipo terzaforzista ma da un impegno civile e politico che risale al '43. Eravamo un piccolo gruppo di antifascisti lucani, che poco dopo il 25 luglio fondarono laggiù il Partito d'Azione, allora una "terza forza” di sinistra che polemizzava con la struttura dittatoriale rappresentata dal comunismo russo. Eravamo critici verso il totalitarismo e anche verso la rigidità delle posizioni dei comunisti italiani sul mondo meridionale. i comunisti sovrapponevano gli interessi di una ipotetica classe operaia a quelli del mondo contadino, e il riscatto dai soprusi inflitti ai contadini era subordinata all'idea di una rivoluzione comunista e alla preminenza della classe operaia secondo il rapporto operai-contadini che loro teorizzavano. Noi eravamo contrari a questo modo di guardare alle esigenze di rinnovamento del Mezzogiorno. Amendola, per esempio, fu contrario alla riforma agraria, mentre la Dc a suo modo vedeva l'esigenza di un rinnovamento e alla fine fu la Dc a dare un colpo ai baroni. La mia posizione politica mi porto in modo quasi naturale al Mondo. dove arrivai tramite Carlo Levi, perchè avevo difeso Cristo si è fermalo a Eboli dalle critiche della borghesia lucana che lo considerava un libro offensivo per la regione. un libro che rappresentava un mondo barbaro e mitico da loro sempre respinto». (...)

Passiamo dal Mondo al Corriere della Sera. La storia del Corriere e molto travagliata e ha attraversato la storia italiana. Il Corriere ha rappresentalo ufficialmente la borghesia italiana, nel bene e nel male. Quando ti sei inserito nel Corriere?

«Io scrivevo sul Mondo e sul Messaggero. Avevo bisogno di soldi. Fui assunto al Corriere nel '54. Per evitare le pressioni politiche assumevano i nuovi redattori di nascosto, facendoli cooptare dalle vecchie guardie, Guerriero, Montanelli, Lilli, Barzini... Fece cosi anche con me il responsabile della redazione romana Raffaele Mauri. Dopo tre o quattro mesi riuscii a scrivere sulla terza pagina del Corriere. Dovevo fare l'inviato centro-meridionale e ne approfittai per portare la realtà del Mezzogiorno nell'ambito del Corriere. A poco a poco sono riuscito a far conoscere i problemi del Sud alla borghesia del Nord ma soprattutto a rompere il pregiudizio di guardare al Meridione con occhi superficiali o folklorici. Lo stesso Montanelli mi chiese consigli per alcuni suoi reportage. Sono riuscito a cambiare lo sguardo dell’inviato speciale che si doveva recare al Sud, e credo che sia uno dei pochi meriti che ho avuto al Corriere».

C’è anche un altro merito. All’epoca la terza pagina dei giornali, era fatta dagli elzeviristi, di grandissimo livello (Gadda, Landolfi, Cecchi, Montale...), da quasi tutti i grandi scrittori italiani di quelle generazioni ma anche da giornalisti che facevano inchiesta e non la cronaca. Era un tipo di giornalismo, quello dell’inchiesta, che è completamente scomparso. L’ultimo periodo divoga è stato quello della Cederna, gli anni Settanta.

Le nuove generazioni di giornalisti hanno completamente cancellato questo genere. C’è stato un periodo in cui i grandi giornali, e soprattutto il Corriere si assumevano il compito di far conoscere la realtà italiana. L inchiesta era praticata innanzitutto dai settimanali. come Mondo e L'Espresso, ma i giornali seguivano questa tendenza. L'intuizione dell1 inchiesta e dovuta a un giornalista siciliano, Alfio Russo, direttore del Corriere. A mio parere e stato Alfio Russo colui che ha veramente cambiato il Corriere trasformandolo dal giornale bacchettone e un po' impacciato che era sotto Missiroli in un giornale che e entrato nel vivo della società italiana. C'e stata ad esempio una serie d'inchieste intitolata proprio Italia sotto inchiesta. Fu creato un gruppo di redattori specializzato nell'inchiesta e io fui uno dei primi. Non mi interessavo solo dell'Italia meridionale ma, per esempio, della classe operaia e delle industrie, delle condizioni sociali nelle città, della rilevazione di come si viveva a Napoli o nel Sud, dei rapporti tra italiani e sudtirolesi in Alto Adige, delle relazioni tra mafia e società in Sicilia... Ho fatto anche inchieste in Europa e negli Stati Uniti. L'inchiesta divenne un genere molto apprezzato. Molte inchieste si scrivevano a puntate e molte sono diventate dei libri. Il genere dell'inchiesta l’avevo messo a punto sulle pagine del Mondo, e forse ho contribuito lo stesso a creare questo genere».




Giornalista e romanziere

 Giovanni Russo è nato a Salerno nel 1925 e vive a Roma. Giornalista, ha scritto sul Mondo di Pannunio ed è stato inviato speciale del Corriere delta Sera per cui ha raccontato con particolare attenzione i problemi sociali e civili della società meridionale. Tra i suoi libri: «Baroni e contadini» (che ha vinto il Premio Viareggio), «L"Italia dei poveri», "Il futuro è a Catania». «E’ tornato Garibaldi». «Le olive verdi», «Oh Flaiano». «I cugini di New York». «La terra inquieta» e un'antologia di testi scritti da Russo dagli anni Cinquanta ai nostri giorni.





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