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La Stampa 27 aprile 2005

DA SINISGALLI A SCIASCIA I VIAGGI DI RAFFAELE CROVI NELLA CULTURA MERIDIONALI

Nel «Diario del Sud» ritornano i saggi che il critico ha pubblicato nell'arco di oltre quarant'anni alla ricerca degli scrittori più significativi

Nelle sue pagine troviamo speranze che oggi con il senno di poi possiamo dire non realizzate: pochi autori si sono cimentati con la modernità

Massimo Onofri

IN un'intervista del 1999, ora raccolta in questo Diario del Sud (Manni, pp. 304, euro 15,00, prefazione di Vincenzo Guarracino), ricapitolazione d'un rapporto col Meridione che dura ornai da più di cinquant'anni, Raffaele Crovi confessava a Raffaele Nigro: «Ho incontrato il Sud da giovane, quando lessi su Politecnico un'inchiesta firmata da Ugo Vittorini, il fratello di Elio. Sia Ugo che Aldo Vittorini vivevano allora a Barletta». E poi, poco più avanti: «Io sono un sedentario. 

Conobbi la Puglia in Un popolo di formiche di Fiore e ne La luna dei Borboni di Bodini, o in Aria cupa di Cassieri. Lo stesso e stato per la Basilicata, che ho conosciuto attraverso Sinisgalli e Levi o attraverso i versi di Scotellaro e Pierro». 

Proprio cosi: Diario del Sud, più mappa circostanziata che taccuino (nelle sue sette parti geograficamente scandite: Abruzzo e Molise, Puglia, Basilicata, Campania, Calabria, Sicilia, Sardegna), e nel recupero di saggi articoli e persino risvolti di copertina (quello di editore e un mestiere che Crovi non ha mai cessato d'esercitare), e libro che nasce da uno sforzo continuo di mediazione intellettuale. 

Si potrebbe aggiungere che non c'e pagina sul Sud scritta da Crovi, che non gli sia stata sollecitata da un problema culturale: e nel segno di quello che e stato da subito, per dirla con una parola molto vittoriniana (il Vittorini di cui fui giovanissimo assistente), un «progetto». 

A partire dal lungo e fortunato saggio che Crovi scrisse a 26 anni nel 1960, Meridione e letteratura, concepito e pubblicato dentro quel laboratorio di politica letteraria che e stato II Menabò, diretto appunto da Vittorini e da Calvino Un saggio che, per Diario del Sud, può fungere bene da premessa trascendentale: su cui misurare non solo ciò che Crovi e andato scrivendo sull'argomento, ma anche un fondamentale e cospicuo capitolo della storia non solo letteraria del secondo Novecento, un capitolo non ancora concluso se e vero che, proprio sul nuovo Ministero dello Sviluppo e della coesione territoriale (di fatto, un Ministero per il Sud), si parra molta della nobilitate del governo appena insediato.

Il saggio di Crovi poggiava su una documentazione di primissima mano: i nomi da citare, per un discorso su letteratura e Meridione, ci sono tutti, da quelli destinati ad un oblio più o meno feroce mettiamo Livia De Stefani, Maria Giacobbe o Maria Occhipinti; Leonida Repaci, Saverio Strati, Dante Troisi o Fortunato Seminara; Fran­co Cagnetta, Danilo Dolci o Rocco Scotellaro; Mario La Cava, Luigi Incoronato o Aldo De Jaco; Michele Prisco, Carlo Bernari o Giuseppe Dessi: e si potrebbe continuare, ai più consacrati Ignazio Silone, Giu­seppe Tomasi di Lampedusa, Carlo Levi, Giuseppe Bonaviri, Domenico Rea, Leonardo Sciascia , compresa Anna Maria Ortese, quella de Il mare non bagna Napoli la quale, dalla cifra meridionale, avrebbe poi derogato in modo eclatante. Concretissima, insomma, e la materia su cui Crovi lavora. 

Eppero sottoposta a quegli interrogativi ideologici quando il concetto di ideologia aveva significati nobili e non cosi ideologicamente ingenui, come ora, che si fa finta di credere che si possano dare discorsi, appunto, al grado zero dell'ideologia , insomma agli imperativi d'una fervida «utopia», se ci si vuole ancora tenere al più pertinente lessico vittoriniano. 

Ecco: «I1 problema chiave della società meridionale oggi e, più che quello del povero diavolo, quello del completamento dell' integrazione nazionale, quello dell'eliminazione del divario tra Nord e Sud: compito della narrativa meridionalista sarebbe, perciò, più che fare un bilanciò degli effetti della depressione socioeconomica del Meridio­ne, descrivere l’acquisto del "pianeta Meridione" di nuove forme di vita e nuove idee e il processo d'erosione che questo acquisto comporta”.

Questi, insomma, gli impegni che il giovanissimo scrittore indicava ai narratori meridionali: e stato, il suo, un astratto furore? Per intanto, devo osservare che, entro un panorama in grande movimento, e su un programma di tali ambizioni, Crovi poteva gia denunciare, con non poche ragioni, certi fallimenti: quelli di coloro (ed erano tanti) che si fermavano all'«illustrazione sociologica d'una realtà meridionale prefissata, schematica», magari per opporre positivamente «un’etnografia e un folklore progressivi» alla propria concreta esperienza storica. 

Ed anticipando persino di qualche anno il coetaneo Asor Rosa, Crovi gia registrava, nella narrativa meridio­nale, consistenti tracce di populismo: soprattutto quella che si volgeva alla rappresentazione d'un mondo contadino per celebrarlo al di fuori della Storia, quanto ad on suo naturale e religioso senso della vita, ora minacciato da una civilizzazione solo corruttrice. 

Ma il giovane Crovi credeva (o forse solo sperava) che il Sud migliore e progressivo avrebbe potuto partecipare, merce la sua nobile tradizione culturale, ad un vero e profondo processo di integrazione nazionale, fondato su chissà quale crescita civile complessiva. 

S'e visto poi come e andata: e sarebbe stato proprio il Nord, che Vittorini aveva mitizzato, ad intraprendere un cammino in direzione di quelle piccole patrie che, appena vent' anni fa, solo pochissimi avrebbero potuto immaginare politicamente all'ordine del giorno, dei nostri giorni. 

Di li a poco, in quei molto euforici ed illusi : anni '60, Pasolini avrebbe cominciato a parlare di mutazione antropologica ed omologazione: per un'integrazione che si dava già, si, ma nella rovina ambientale, nella decadenza civile e politica. 

E nessuno scrittore meridionale di quelli studiati da Crovi avrebbe potuta raccontarla: solo quelli nati negli anni '50 inoltrati, per i quali la modernità - ne valore, ne disvalore - era da subito, e semplicemente, un mero fatto. Se volete, un nome lo faccio: ed è quello del lucano Gaetano Cappelli, lucido e feroce, esilarante, vitale senza vitalismo, in un romanzo come Volare basso (1994), per un Sud privo di folklore e sin troppo modernizzato, e senza vittimismi.

Per tutte queste ragioni non posso non indicare un diverso diagramma letterario, a riconoscere la migliore narrativa me­ridionale in quella che ha da subito scritto in stato d'allarme: certo, rispetto a Crovi, ho il facile vantaggio del senno di poi. 

Ecco, allora, De Roberto: che ha demistificato immediatamente tutti gli ottimismi del­la nuova Italia, quando gli integrati e supremi stilisti del Nord (i Cagna, i Faldella), ne celebravano gia le sorti rnagnifiche e progressive. Ecco, quindi, Leonardo Sciascia con la sua «Sicilia come metafora»: per un'isola che gli divento subito la pietra dello scandalo della mancata democratizzazione nazionale. 

Ecco, infine, Vincenzo Consolo: la cui oltranza prosodica pare l'ultima parti­ta civile che ci resta da giocare. Si tratta dei testimoni d'una disintegrazione antropologica: e carissimi a Crovi, anche in questo suo affabilissimo Diario del Sud, cosi aperto alla speranza, nonostante tutto. Quella speranza che, purtroppo, non riesco a fare mia.

 








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