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COLPO D'OCCHIO

COLPO D'OCCHIO SU LE CONDIZIONI

DEL REAME DELLE DUE SICILIE NEL CORSO DELL'ANNO 1862

(1)

INTRODUZIONE di Zenone di Elea

I. Religione,

II. Finanze,

III. Esercito,

IV. Giustizia,

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INTRODUZIONE

Stampate questo libro, mettetelo nella vostra biblioteca, fatelo leggere ai vostri figli, fatene copia e regalatelo ai vostri amici.

Si racconta di un periodo triste della nostra storia, di una guerra fratricida che tracciò un solco profondo fra le due Italie - Centro-Nord e Centro-Sud - che non è stato mai colmato e che ancora oggi continua a produrre i suoi frutti venefici. Immaginate due frecce che fotografano una situazione immutabile: una diretta verso sud che indica che tutto il bene viene dal nord e l'altra diretta verso nord che indica che tutto il male viene dal sud.

Questo portarono in dote i mille eroi, i nostri liberatori dalla "oppressione" borbonica!

Dopo l'ubriacatura iniziale, soprattutto nella capitale (la Sicilia merita un discorso a parte - rivolte di Castellammare, Alcamo, rivolta del sette e mezzo a Palermo) molti cominciano ad aprire gli occhi. E non solo gli esponenti del borbonismo, i nostalgici del tempo che fu.

Tra gli stessi liberali, Lioy, Manna, Villari, Proto, Cenni, tanto per citare qualche nome, diversi esponenti descrivono le condizioni dell'ex-regno denunciando tutti i limiti e gli arbitri delle luogotenenze. Poi arriva la legge Pica, molti sono costretti loro malgrado a schierarsi, stare con i fucilatori o con i fucilati; Cala una coltre di silenzio.

Tutto il dibattito sugli ordinamenti del nuovo regno, i suggerimenti che taluni avevano fatto tra il 1861 e il 1862 in senso federale o confederale, vengono gettati nel dimenticatoio. Parlano i fucili e lo stato d'assedio, i processi sommari, i sequestri e la chiusura dei giornali non allineati: basta un nonnulla per essere dichiarati nemici della patria o attentatori alla unità e alla integrità dello stato.

Migliaia di oppositori o dichiarati tali prendono la via della emigrazione, vanno a Roma o all'estero. Nelle provincie meridionali rimane una classe dirigente asservita o collaborazionista, mentre al nord progredisce la vita civile al coperto delle garanzie statutarie.

Chi imbraccia le armi per opporsi appartiene soprattutto alla gente più povera della società, braccianti, contadini, pastori, soldati sbandati, qualche ufficiale borbonico che non intende rinnegare il giuramento di fedeltà fatto alla dinastia in esilio.

Una guerra civile che mette tutti contro tutti. Scrive l'anonimo autore (identificato in talune bibliografie come Francesco Durelli):

Della laconica definizione data dall'Hobbes alla guerra civile bellum omnium in omnes , si esamini ora come nel parlamento di Torino ne vien fatta una maestrevole applicazione alle attuali province meridionali: «In che consiste il brigantaggio ? (si fa a ragionare il deputato Ferrari nella tornata 29 novembre) Consisterebbe nel fatto (come vorrebbe far credere il ministero), che 1500 uomini, capitanati da 2 o 3 malandrini, tengono testa ad un regno, e ad un esercito di centoventimila soldati? - Ma quei 1500 sono semidei, dunque, sono eroi! Intanto, mi si risponde, sono esseri illegali, eminentemente incostituzionali, e quindi conviene opporre la violenza alla violenza. Quindi, se per se stesso il brigantaggio si riducesse ad una sciagura, di cui potreste rendervi irrisponsabili, la repressione del brigantaggio diventa un vero caos di guerra interra civile, e causa di nuove repressioni eccezionali. - mi ricordo, che appena voleste credermi quando vi dissi di aver visitate le provincie meridionali, e di aver veduta una città di cinquemila abitanti distrutta.. e da chi? Forse dai briganti? No! Adesso, o, signori sappiamo, che si fucila, che le famiglie sono arrestate, che sono detenuti in massa; che vi sono in quelle provincie degli uomini liberati da' giudici, e ritenuti in carcere in virtù dello stato d'assedio, che era stato proclamate, e che si dice cessato; ma essi sono ancora detenuti! ( Voci di conferma a sinistra )... Poi si è introdotto il nuovo diritto, sul quale le dichiarazioni del ministero non hanno lasciato alcun dubbio; il DIRITTO, dico, DI FUCILARE UN UOMO PRESO CON ARMI ALLA MANO. QUESTA si chiama GUERRA DI BARBARI, GUERRA SENZA QUARTIERE. Ed all'interno come si chiama? Dateci. voi un nome.., io non so darlo. E se il vostro senso morale non vi dice, che camminate nel sangue , io non so come spiegarmi.

Molti sindaci ad Gargano sono stati messi a pane ed acqua; e da chi? Non da' briganti, perché non ne avevano tempo. Il sindaco di Serracapriola è stato battuto, da chi? - Io non lo so. In somma è aperta una inchiesta, io non voglio pregiudicarla.

Ma vi debito ripetere le parole con le quali finiva un mio discorso, dicendovi, che se noi perseveriamo nella via, in cui ci siamo impegnati, noi entriamo nell'era degli antichi tiranni italiani...

Io ho visto Pontelandolfo incendiato; a Pontelandolfo si oppone adesso Aspromonte. Dove siamo noi? - Quello che dico del regno di Napoli deve ripetersi per la Sicilia, se non che ivi il clima è diverso, e, gli uomini di opposta natura. Quindi altre scene... quindi le repressioni militari; quindi proclamate leggi terribili: quindi le fucilazioni hanno luogo anche in Sicilia SENZA PROCESSO...».

Sul campo si usavano le armi, sui giornali e in parlamento, si usava la parola: per battere un popolo che non ne voleva sapere di aderire al nuovo ordine di cose. Non vogliamo, però, ripeterci, pertanto vi invitiamo a leggere "La guerra delle parole", un ficcante editoriale di Edoardo Vitale pubblicato sulla rivista tradizionalista napoletana L'Alfiere.

Qui vogliamo sottolineare un ultimo aspetto che si è trascinato fino ai giorni nostri e che fra tutti i libri dell'epoca che abbiamo letto, abbiamo trovato accennato solamente in "Colpo d'occhio su le condizioni del reame delle due Sicilie nel corso del 1862".

Si tratta della secretazione di quanto avveniva nelle zone di guerriglia - forse sarebbe il caso di definirle zone di guerra, leggendo alcune pagine sembra un reportage di guerra, si descrive un vero e proprio conflitto fra due eserciti: piemontesi e guardia nazionale da una parte e bande di reazionarii dall'altra.

Delle relazioni militari, e di polizia, che giungono in Torino al comando generale, ed al ministero, solo centro da cui si potrebbero trarre più esatte notizie, una parte rimane infatti naturalmente secreta, come materia di alta polizia militare e da un altra parte la stampa va ad attingere quello che può e che crede, e cosi sì ha sempre una scarsissima parte del vero. Si è pubblicato che durante il 1861 fossero ammontati a 574 gli scontri tra truppe piemontesi e reazionarii; cifra, che dovrebbe essere di gran lunga maggiore pel 1862: ma chi può assicurarlo con certezza? Basti dire, che nel corso dell'anno stesso sono giunti ogni di, su tale materia al comando generale militare, da un 60 a 100 fra telegrammi, e relazioni, delle quali ì giornali non possono, o non voglio pubblicare più di quelle quattro, o sei, o dieci, che così sole si diffondono poi per la stampa.

Inoltre si sa anche per prova, che non mai vengono riferiti in quelle relazioni tutti i fatti che accadono. Parte rimangono ignoti a' carabinieri stessi o a' militari; - parte per molti motivi non vengono riferiti, o per riserbo delle autorità che scrivono,, vengono attenuati.

Non presumiamo perciò di esporre in questo colpo d'occhio una cronaca, esatta e completa della guerra civile e delle fucilazioni nel periodo annale del 1862; - ma fornire nell'insieme tutti gli elementi che si son potuti raccogliere in un Sommario cronologico ; certi, che in esso non sarà il minore inconveniente l'aver dovuto empire molte pagine di nomenclature corografiche e topografiche, rattristante da una monotonia di tragici eventi, poco tra loro diversi per la maggiore, o minor violenza del risalto, e della rispondente compressione.

"Materia di alta polizia militare " la definisce il nostro anonimo autore. Tale è rimasta fino ai giorni nostri. Per legge il segreto di stato dura 30 anni (Criteri per l'individuazione delle notizie, delle informazioni, dei documenti, degli atti, delle attivita', delle cose e dei luoghi suscettibili di essere oggetto di segreto di Stato - GU n. 90 del 16-4-2008), quindi gli archivi più vecchi dovrebbero essere liberamente accessibili al pubblico.

Noi oggi ci ritroviamo le carte del brigantaggio 1860-1870 presso l'archivio storico dell'esercito che sono teoricamente accessibili agli studiosi, di fatto però si dice - noi non ci abbiamo mai provato, quindi ci affidiamo a chi ha provato a visionarli - che gli accessi siano contingentati, e anche selettivi.

Tutto questo non ha senso.

Nel 2011 ricorre il cento-cinquantenario della nascita dello stato italiano, non si comprende per quale motivo non si pubblichino online - come è stato fatto per alcune carte della camera inerenti il brigantaggio - tutte le carte dei militari con relativi codici di decrittazione, se necessario.

Sarebbe un gesto di riappacificazione nazionale verso due parti del paese che si sono combattute aspramente, con ferocia inaudita da entrambe le parti.

Al NORD servirebbe per comprendere meglio le ragioni di un SUD dipinto da sempre come piagnone e indolente e al SUD servirebbe per riconquistare una coscienza di sé e del proprio passato di cui non ha di cui vergognarsi, anzi.

Ci piacerebbe conoscere la vostra opinione in merito.

Buon anno a tutti voi, di qualsiasi parte del mondo siate e comunque la pensiate.

Si ringraziano vivamente il dir. Sac. G. Ravizza e S. Pirola della Biblioteca del Seminario di Pavia per la squisita cortesia mostrata nell'inviarci le fotocopie delle pagine 240-241-242 che ci mancavano.


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PREFAZIONE

Un anno, o piuttosto un secolo, di dodici mesi si compie, lasciando all'anno, o al secolo, che lo segue uno stato sociale in Italia, e più particolarmente nelle provincie meridionali, che non ha nome in alcuna lingua perché in alcuna storia non se ne trova un analogo. Egli è un composto, diciamo meglio, una confusione, in cui la licenza il dispotismo, il delitto, la stoltezza, l'orgoglio, la umiliazione, l'arroganza, la codardia, l'atrocità, il ridicolo, si urtano, si uniscono, si combattono, si confondono.

In questo stato desolantissimo, in cui sono ridotti dieci milioni di uomini del napoletano, fra mille gridi discordanti, e gementi, una voce domina, ed è universale; e questa voce di un popolo fremente, è voce molteplice e complessa, in cui vi ha del rancore, e dello stupore, dello abbattimento e della indignazione, del sarcasmo e della minaccia, dell'odio e della rassegnazione, e finalmente della saggezza ancora, e della speranza.

Questa voce parla da per tutto, e da per tutto si sente dire, come un giorno nella Francia: - «ove siamo noi? dove corriamo noi? Cosa è arrivato alla terra che ci sostiene? piuttosto siamo noi ancora su la terra, che ci sosteneva? D'onde viene, che ora essa trema e fuma ed arde sotto i nostri piedi?» Chi ha in 28 mesi acceso questo vulcano e cosa ne deve uscire? La libertà si prometteva, tutte le

libertà; la libertà individuale le carceri e le segrete rigurgitano e sono mancate per l'immenso numero de' detenuti; la libertà della stampa,... e violenze di fatto e processi e condanne sono imposte al pubblico pensiero; la libertà de' culti.... le croci si abbattono, le chiese si profanano, gli altari e il sacro tabernacolo si spogliano, i vescovi ed i preti s'incarcerano e si bandiscono; la libertà di coscienza... e si manomettono gli agricoltori perché dal loro aratro pende un rosario; la libertà nazionale... ed il governo così detto italiano l'ha completamente distrutta la libertà delle opinioni... mentre si dice al popolo del napoletano «tu non solo non devi parlare, ma né pur dolerti; tu non devi rammentare alcun che del passato...!».

Né ci si dica esser questa una crisi transitoria, perché sono ventotto mesi e dura ancora, e durerà, perché i napoletani non potranno rassegnarsi al servaggio nel quale sono caduti. - Né si ripeta, che non si possa passare senza scosse dallo antico regime all'ordine novello, alle nuove istituzioni; perché questa sentenza appartiene a que' grandi institutari dei nuovi ordinamenti, che chiamano ordine ed instituzione l'arbitrio degli arresti, la vessazione delle notturne scalate, Io scandalo delle indecenti perquisizioni, il dispotismo degli interrogatorii, la infamia delle fucilazioni di migliaia di uomini senza giudizio, e tutta la stretta giustizia de' mezzi termini: - questa sentenza appartiene a' servitori di Casa Savoia, che tengono il re per ridere e per piangere, cui si adula e si dileggia, si saluta e s'insulta, si incensa e mettesi in caricatura e la vita del quale trascorre nel trangugiare periodicamente gli oltraggi, umilmente orgoglioso di questa suprema vergogna!! La rassegna de' fatti raccolti in questo colpo d'occhio su le condizioni del reame delle due Sicilie nel corso del 1862, diranno assai meglio di noi della posizione delle Provincie meridionali.

15 gennaio 1863.

I. RELIGIONE 

OLTRAGGI, E PERSECUZIONI AL CLERO: - EMPIETÀ:

- SPOGLI A DANNO DELLA CHIESA:

- PERDITA DI FORZA MORALE DEL NUOVO REGNO SUBALPINO. 

Per sostenersi forzosamente nella usurpata unità italiana, dimostrata oramai impossibile, la fazione trionfante si spinge ai più sfrenati eccessi, sopratutto a danno della RELIGIONE.

Comecché pe' suoi scaltri disegni, e per servirsene nella sua ambiziosa politica il Cavour avesse creato l'ironico proverbio di chiesa libera in libero stato adottata per accalappiare i semplici, e spodestare il sommo Pontificato, - si vergognerebbe nondimeno ogni altra regione del mondò anche eretica, scismatica, turca, di manomettere colsi indegnamente la propria Chiesa, come sì pratica dal nuovo governo italico, a dispetto de' popoli, che gemono pe' loro vescovi, e sacerdoti imprigionati, esiliati, e profughi; - pe' loro templi profanati e manomessi; pe' loro claustrali dispersi, ed ammiseriti. La religione, il diritto delle genti; e il diritto pubblico hanno sofferto in Italia tali attentati, che ogni uomo onesto non può fermarsi a pensarvi senza raccapriccio.

Troppo lunga sarebbe il doloroso elenco di tutti i fatti di codesta specie; pure sarà utile rammentarne taluni, che nel corso dell'anno 1862 si sono consumati nel reame delle due Sicilie.

I. Sono già luttuose, ma onorande pagine della storia contemporanea le fiere persecuzioni contro l'Episcopato delle due Sicilie. Il deputato Petruccelli-Gattina nel parlamento di Torino, tornata de' 18 luglio (1) ha detto: «risulta dalla statistica (1) Atti ufficiali della Camera n.768, pagina 2964 col.3. 2 presentata dal guardasigilli che sopra sessantacinque vescovi delle Provincie meridionali, cinquantaquattro sono messi al bando della legge. E con maggior franchezza il medesimo deputato nell'altra tornata de' 28 novembre ha proclamato esser falsa la politica che volle far credere di potervi essere chiesa libera in libero stato: chiesa e libertà sono per noi due linee parallele che non possano stare unite, e si prolungano all'infinito» -.

E il deputato Ferrari nella susseguente de' 29 dello stesso mese aggiungeva «questo bisticcio Cavouriano inattuabile della «libera chiesa in libero Stato».

Se di tutti i prelati e minutamente si avesse a fare la commemorazione, avrebbe la continuazione degli antichi martirologii de' primi secoli della Chiesa;

- Per due volte è brutalmente aggredito. dagli agenti governativi ed espulso l'Eminentissimo cardinale arcivescovo dì Napoli la cui operosa carità, e l'apostolica zelo, gli avevano conciliato l'amore universale del popolo;

- Gravi pericoli corrono g|i arcivescovi di Salerno di Gonza, di Acerenza, di Trani, spogliati, nelle proprie case, espulsi 4 compre plebaglie; il vescovo di Castellaneta e e quindi di Teano, mortalmente ferito, e prodigiosamente salvo;

- Tiranniche incarcerazioni si fanno soffrire, e con i modi i più brutali, agli arcivescovi di Reggio, di Sorrento, di Rossano, ed a' vescovi di Capaccio-Vallo, di Anglona e Tursi, la innocenza e santità de' quali è in seguito riconosciuta;

- Rimarrà memorando l'arresto arbitrario del vescovo di Avellino, scortato da' carabinieri a Torino, dove rimane da lungo tempo, e volendolo liberare il governo, vi si oppone il famoso prefetto Nicola de Luca, adducendo per motivi «che avendo consultato il popolo (ossia quattro preti mestatori che godono la sua confidenza) questo avea pronunziato di non voler Monsignore (1). (1) La stampa imparziale osserva sul proposito: "Quando, da' municipi del Napoletano si fanno istanze al governo, come 3 - È del pari memoranda la morte i monsignor Domenico Ventura arcivescovo di Amali, lontano dalla sua Diocesi, nella cui cattedrale ricondotto il cadavere tra le lagrime dell'affettuosa popolazione, avvengono tali atti d'indegnità, da motivare la interpellanza' dell'onorevole sig. G. Bawìer rappresentante nella Camera de' comuni delta Gran Brettagna: - «essere cioè, informato che la Chiesa in cui è collocato il cadavere dell'arcivescovo di Amali fu invasa, e ohe le truppe rivoluzionarie diedero o questo cadavere varii colpi di pugnale sembrare cosa certa che queste truppe commisero altri oltraggi».

È ben noto come furono con violenza esiliati dalle loro sedi i vescovi di Aquila, di Castellammare, di Andria, d'Isernia, di Bovino, e di Sora; ma i tre ultimi ne sono poi morti di angosce;

- Violente deportazioni subiscono i vescovi di Séssa, e di Teramo; - come pure quello di Patti, monsignor Celesia, che dopo una biennale relegazione in Palermo, è obbligato in febbraio ad abbandonare la Sicilia; e dirigersi a Livorno:

- Per compiere il dovere del loro sacro ministero, protestando contro le apostasie di taluni traviati de' loro cleri e rassegnando i loro indicizzi' di devozione al Sommo Pontefice, acerbe persecuzioni hanno a soffrire il vescovo di Nardò, ch'è espulso a' 21 aprile dalla sua diocesi sotto scorta di truppa piemontese; e - l'altro di Lecce; - con grande apparato dì forze di carabinieri è arrestato il vescovo di Foggia monsignor Frascolla e scortato per lungo tragitto nel pubblico carcere di Foggia, ed a' 30 settembre è condannalo dalla corte d'assise a 2 anni di carcere, e 4500 lire di multa, ed al canonico Ciulli è inflitta in parecchie Diocesi è avvenuto, perché sia richiamato il Vescovo nella sua residenza, il governo risponde essere i Vescovi perfettamente liberi. Nello stesso tempo dà a' Vescovi il consiglio di non ritornare per ora; per non correre pericolo nelle ostilità, e reazioni. Intanto li riguarda come assenti volontariamente, e ne confisca i beni delle mense, eccitando lo zelo de' suoi esattori, con l'aumento del compenso dal 3 al 20 per cento su le rendite vescovili che introitano!» (Si veggano i giornali di Napoli) 4

nel contempo la metà ili tale condanna; riporta pure altra condanna pecuniaria l'arcivescovo di Otranto, e 13 preti della sua diocesi-.

- AI vescovo di Eumenia Prelato ordinario di Altamura, ed. Acquaviva (Puglia) è addebitata come grave colpa una lettera di esortazione da lui diretta agli alunni di un Seminario, creato da dieci anni a sua cura, abilmente diretto con un programma di studi! encomiato anche dall'Episcopato francese, e bruscamente ora strappato dalla sua direziona e sottoposto al municipio; per cui fatto segno alle ire rivoluzionarie. II. Ma ad aggravare ognor più le tristi condizioni dello Episcopato delle due Sicilie in oltraggio della religione, si pubblicano le due circolari del ministro guardasigilli Conforti de' 10 aprile, e 3 luglio 1862, con le quali s'ingiunge rigorosamente a tutta la magistratura penale «di colpire senza indugio e con la massima severità delle leggi qualunque atto di preti o di Vescovi, il quale si risenta di tendenze politiche contrarie all'intento del governo; - e si raccomanda altronde D'INCORAGGIARE CON OGNI ASSISTENZA E PRESIDIO i preti ribelli a' propri Vescovi, ed infedeli a' loro' doveri verso la Chiesa».

Né di ciò contento, il medesimo guardasigilli nello stesso mese di luglio propone al parlamento la seguente legge: - «Art.1. Non saranno ammessi, e riconosciuti nel a regno, né potranno produrre effetto civile, e né manco avere esterna esecuzione i decreti degli Ordinarii Diocesani, e delle loro Curie portanti sospensioni, e destituzioni da ufficii, da funzioni ecclesiastiche, se non sieno stati emessi in iscritto, e non contengano la esposizione delle ragioni e de' fatti, che vi diedero argomento. Il modo di procedere detto ex informata conscientia, od altro di simile natura non è ammesso nel regno. - Art.2. Dovendo i decreti, di cui sopra è parola essere motivati da fatti deducibili innanzi a' tribunali, gli Ordinarii comunicheranno in iscritto al tribunale competente i fatti, 5 che han dato motivo al loro decreto, affinché il magistrato secolare si pronunci su i medesimi; dopo dì che l'Ordinario potrà procedere all'applicazione della petta ecclesiastica, che dalle leggi del regno è riconosciuta di sua competenza; se il fatto sarà così grave da richiedere la immediata applicazione della pena ecclesiastica. gli Ordinarii potranno ciò fare, col voto del capitolo della cattedrale, in seguito di che comunicheranno al tribunale competente i motivi del decreto col voto del capitolo in iscritto. - Art 3 La pena pronunciata dall'Ordinario contro un beneficiato porterà la sola privazione dell'ufficio. Per produrre la privazione, o sospensione del godimento delle temporalità del beneficio, sarà mestiere di un provvedimento governativo, che l'Ordinario dorrà provocare per mezzo del ministero di grana e giustizia, e de' Culti. - Art.4. La inosservanza dei precedenti articoli costituendo un conflitto tra l'autorità civile, e la ecclesiastica, sarà deferita al Consiglio di Stato a' sensi dell'art.19 legge 30 ottobre 1859. - Art. Tutti gli Ordinarli del regno dovranno presentate al ministero di grazia e giustizia e de' culti le pastorali, istruzioni, circolari, ed in genere tutte le loro scritture destinate ad essere pubblicate nelle loro diocesi, o in parte delle medesime. Essi non potranno pubblicarle con la stampa o in qualsivoglia altro modo, se prima non sieno state approvate dal ministro guardasigilli. - Art.6. Qualunque contravvenzione alla disposizione precedente sarà deferita al tribunale del circondario, e punita, secondo i casi, col carcere, estensibile a sei mesi, o con multa estensibile a lire 500.

Di questa legge è stato detto anche dalla stampa la più liberale, che mette in istato di assedio la Chiesa - Il Siècle di Parigi la chiama tirannica, inammissibile e somigliante alla costituzione civile del clero che produsse in Francia pessimi effetti»! Il Tempo la disapprova altamente con vigoroso ragionamento, nel quale sono notevoli le seguenti proposizioni, tra le altre: 6 - «Il parlamento italiano adottando codesta legge (la cui proposta di urgenza ha accolta con applausi) commetterebbe un errore cui non potrebbero mancare gravi conseguenze. E' sopratutto un tempo di rivoluzione è nel momento in cui si formano le instituzioni d'un popolo che importa rispettare i principii della giustizia e della libertà. - Or questi principii sono violati con la proposta legge nel modo il più grossolano. Il principio liberale vuole che la Chiesa sia libera nella sfera delle sue attribuzioni.... e dal momento che lo Stato interviene per sostituire i suoi regolamenti a quelli della Chiesa, lo Stato si rende colpevole di abuso d'autorità. - La legge adunque presentata al parlamento è una legge di collera. Il governo trovò il clero bella opposizione, e risolse di infrangere questa. - E più breve: ma non è così che si fonda la libertà. - Egli ha confuso la libertà d'un partito, con la libertà d'un paese. Un partito è libero quando è giunto al potere, e governa a suo talento; ma il paese non è libero egualmente; anzi la contrario. Un popolo non è libero quando non ha nel suo seno libertà per tutti, per la opposizione come pel potere; - pe' vinti, come pel vincitore. Amare e chiedere la libertà solo per suo proprio conto, oh! La bella cosa! Non è ciò che può dirsi utile, meritorio, liberale, la misura del nostro rispetto per la libertà, è la sollecitudine, che proviamo per gl'interessi de' nostri avversari.»

Mirabile per coraggio civile e per apostolica fermezza è la protesta contro la detta legge dall'episcopato toscano diretta al guardasigilli a' 29 agosto, confutandone le odiose esorbitanze, come lo è dal pari la risposta data da Cardinale Arcivescovo di Napoli a' 4 novembre da Roma al suo clero napoletano pel coraggioso Indirizzo di questo contro il cennato disegno di legge del guardasigilli, nel quale «riconosce un attentato gravissimo contro la episcopale autorità, una macchina adoperata a sovvertire l'ordine gerarchico della Chiesa e scinderne l'unità: 7 D'onde la conchiusione del Clero autore dello Indirizzo stesso «di rigettare con esecrazione. tutti i sei sopratrascritti articoli della iniqua legge proposta e di volere, anche a costo del sangue, serbare al proprio Pastore la obbedienza promessagli a piè dell'Altare». Ma l'ira è pessima consigliera, ed acceca l'intelletto, mentre da tutti i punti del globo, è sotto governi delle più svariate forme, i vescovi accorrono nella Capitale del mondo cattolico allo invito del Sommo. Gerarca per la solenne funzione religiosa, a' soli Vescovi italiani è proibito di muoversi dal governo di Torino, con questo editto «Regno d'Italia - Ministero di grazia e giustizia de' Culti, - Torino 27 aprile 1862. Il governo del Re ha deliberato di un concedere il passaporto a quegli Ordinari del regno, i quali divisassero condursi a Roma per la solennità della canonizzazione de' martiri giapponesi. Siffatta deliberazione venne determinata, dal prudente concetto, di sottrarre gli Ordinari del regno alle conseguenze, cui potrebbero essere esposti rimpetto a' loro diocesani, se intraprendessero un viaggio avversato dalla pubblica opinione etc.» -

Né il governo tralascia occasione alcuna per confermare la sua ostilità al clero, - finanche ad incrudelire con aumento di pene (contro ogni regola di comune giustizia) a carico del clero ne' reati di diserzione militare, come sarà rilevato nella Sezione III.

Ed i prefetti di Avellino, e di Foggia ne' loro bandi: degli 11 e 33 ottobre, (riportati nella parte 5. di queste colpo d'occhio) l'uno sotto l'art.13, e l'altro sotto l'art.9 con i più oltraggianti rigori, assoggettando il clero a misure ingiustissime, e ad una sorveglianza, vessatoria, di polizia. - E pure si è menato tanto rumore pe' provvedimenti. di vigilanza che il passato governo esercitava su i cosi detti attendibili in politica!

III. Come se fossero pochi gli attentati irreligiosi contro i Vescovi, s'infierisce ancor più nel corso del 1862 a manomettere le case, i beni, e le persone ecclesiastiche. 8 S'incoraggia l'arbitrio governativo cm la legge che «dà facoltà al governo di occupare a suo piacimento le case delle corporazioni religiose in tutte le provincie del regno». Protesta il re Francesco II da Roma contro le tante inqualificabili esorbitanze del potere usurpatore, e riandando le precedenti di lui protestazioni reiterate dal 6 settembre 1860 al di 8 giugno 1861, con un ultimo del 1 settembre 182 da Albano sempre più «deplorando i danni della religione e le sventure crescenti de' suoi popoli, dichiara nulle arbitrarie, immorali, e di non effetto tutte le vendile ed alienazioni de' beni appartenenti al sacro patrimonio della Chiesa, e corporazioni pie, e religiose (che è pure il patrimonio dell'indigente, dello orfano dello infermo, della vedova, e che è formato dalle libere disposizioni dei privati); e dichiara altresì nulle le altre vendite de' beni è detta Real Casa Borbonica etc.» come si è attentato con le leggi sanzionate a Torino a' 21 luglio, e 21 agosto 1861, che permettono a condizioni vilissime la vendita de' beni dell'anzidetta natura.

Lo stesso giornalismo rivoluzionario nel rammentare il famoso decreto de' 17 febbraro 1861, col quale la Luogotenenza dì Napoli spogliava e sopprimeva varie case religiose, io definisce come marchiato dal suggello d'incostituzionalità.

Tra le persecuzioni d'ogni specie, è utile rammentare le seguenti:

1. Muoiono di stenti, e di angosce nelle prigioni di Basilicata (stivate di migliaia di detenuti) gli ottuagenari sacerdoti curati, D. Giuseppe Gulfo, di Colubraro, fondatore d'un ritiro per gli orfani,benefattore de' poveri, venerato generalmente; - e l'arciprete Claps, di Avigliano, trascinato pel tragitto di nove miglia da Avigliano a Potenza, allorché fu arrestato, e più volte minacciato di morte lungo il cammino. - S'impedisce finanche a' cleri de' paesi, nelle cui prigioni son morti, di celebrarne le esequie, temendo di movimento popolare. 9 2 Nella Chiesa principale di Terre del Greco, malgrado la resistenza del rettore canonico Noto, e il manifesto dispiacere della divota popolazione, la consorteria faziosa ivi predominante compie a scherno della religione un sacrilego; perocché sveste la sacra Immagine della ss, Vergine Immacolata de' consueti arredi, abbigliandola alla garbaldina, con fasce tricolori, ed altri emblemi settarii: cosi deturpata si pretende recarla in processione pel paese, ma i preludii del vulcanico disastro che ha desolato quel paese, impediscono ogni ulteriore profanazione.

3. A Catanzaro (Calabria) le Chiese sono ridotte in altrettante prigioni riempite de' sospetti di connivenza con i briganti, da' quali si cerca strappare qualche rivelazione, intimando loro di non confessarsi al sacerdote, ed apparecchiarsi ad esser fucilati. - Cosi si fanno vivere in angosce per una notte, non ha guari un farmacista di Acri è rimasto vittima di questo trattamento.

4. Il canonico Tipaldi, vicario della curia arcivescovile di Napoli, dopa essersi protestato (1) con dignitosa fermezza verso il prefetto Lamarmora per le violazioni della clausura de' monasteri di donne (proteste, che pe altro: furono da costui schernite, e reiette) è condannato in marzo a tre mesi di prigionia ed a mille lire di ammenda per asserta insinuazione alle alunne del nobile Educandato Reale de' Miracoli che si sono ricusate al canto sacro del Te Deum in onore del nuovo Re d'Italia. Accumulando la persecuzione officiale con altra sentenza gli si fulmina una seconda pena di tredici mesi di esilio e 1500 Lire. d'ammenda, perché le medesime alunne non hanno voluto prestare giuramento allo stesso nuovo re d'Italia. (1) In quasi tutti i giornali è riportata la corrispondenza epistolare pe questo fatto fra il Rev. vicario Tipaldi, e il prefetto Lamarmora,30 gennaio,6 e' 7 febbraio 1862. 10 4.

Il parroco-curato di Portici D. Gennaro Formicola, dopo varie persecuzioni di fatto, ne subisce una officiale di diritto; perocché a' 25 marzo è condannato a 4 mesi di prigionia, e cento lire d'ammenda per essersi ricusato di cantare il Te Deum in onore del suddetto Re. E' inviso altresì il detto sacerdote per essersi negato ad imporr e il nome di Garibaldi ad un neonato

5. Molto più iniquo è il trattamento al sacerdote D. Giuseppe Cocozza, che predicando la divina parola a' 15 marzo nella celebre Chiesa di S. Severino in Napoli, è costretto a soffrire oltraggi, e a beffe da taluni scapestrati studenti, che turbano i divini ufficii: il popolo s'adonta contro i sacrileghi, li discaccia, li insegue fino alla prossima Università; - si impegna un conflitto cresciuto il numero degli studenti tirano colpi di revolvers, e sì barricano; la popolazione irritata vuole attaccar fuoco alla località: vi son morti, e feriti; il governo, con nuovi principii di giustizia, mette in carcere l'oltraggiato sacerdote, e ve lo fa rimanere per 4 mesi fino a' 16 luglio, quando trattatasi la causa da tribunali, è dichiarato innocente.

6. Per ignota causa ne' principii dell'anno soro arrestati, e tradotti legati in carcere da' carabinieri piemontesi il Superiore e vari monaci francescani di un convento di Mirabella (provincia dì Avellino)


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7. A' 28 aprile (vigilia della visita del re Vittorio Emmanuele nel grande ospedale Incurabili in Napoli) sono espulsi tutti i sacerdoti cappellani dello stesso stabilimento contumaci a prestar giuramento al nuovo governo, gli infermi, ed i moribondi rimangono senza i conforti della religione.

8. A'' 26 dello stesso mese D. Antonio Minucci arciprete di Stignano-Staiti Calabria) è condannato a due anni di prigionia, e 1500 lire di multa, per aver omesso in una sua predica di benedire il nuovo re d'Italia. La stessa sorte subisce il sacerdote D. Domenico Surace mansionario della insigne Chiesa Collegiata di Palmi (Calabria) arrestato nella 11

il sera del sabato santo: per aver omesso in quella mattina il nome dello stesso Re nel preconio. Altri processi s'istruiscono colà contro i sacerdoti confessori, che hanno rifiutata l'assoluzione agli ascrìtti nel circolo nazionale unitario.

9, E' oramaì di pubblica ragione, che i canonici dell'arcivescovado di Napoli, a denunzia del Guardasigilli Conforti sono stati condannati dal Supremo Consiglio amministrativo alla perdita di un anno di loro prebenda canonicale per non essersi trovati presenti quando il re Vittorio Emmanuele visita il duomo. - È pure nominata una Commistione straordinaria per risolvere sul destino de' sacerdoti cappellani del Tesoro di San Gennaro accaginati della stessa mancanza de' Canonici.

10. Senza motivo legale a' 25 maggio sono arrestati dalla Polizia piemontese in Ruvo: (Puglia) i. due canonici d. Pietro, ed. Paolo Chicco, i religiosi domenicani d. Domenico Cassuco, e d. Pietro Caputo; e il sacerdote d Raffaele Pellegrini; tradotti nel carcere di Barletta, sono malmenati e percossi a sangue (specialmente l'ultimo di essi) da taluni escandescenti di Corato, senzacohè la forza di scorta avesse cercato difenderli.

11. È invaso il Convento de' Crociferi in Trapani, per allogarvi la gendarmeria ohe avrebbe potuto comodamente abitare altrove -'quindi quello del Carmine in Caltagirone; . e da ultimo il celebre convento di S. Lorenzo maggiore in Napoli, d'onde è costretto ad esulare il venerando nonagenario monsignor Gigli, che avea rinunziato al vescovado di Muro per vivere nella calma del suo antico chiostro.

12. Nella Sicilia on la espulsione de' religiosi vengono usurpati dal governo i seguenti monasteri: - in Patti, quello di S. Maria di Gesù servito da' Minori osservanti: - in Messina, quello di S. Girolamo, e de' Benedettini Cassinesi - in Mezzojuso di Palermo, quello di S. Basilio (rito greco.) quella di S. Rocco, in Trapani - in Noto il convento di S. Antonio: - in capo luogo di Trapani quello degli Agostiniani; 12 - in Ciminna di Palermo quello dì S. Domenico; - in Corleone quello di S. Agostino; - in Termini, quello de' Domenicani; - in Abruzzo, quello di Cicoli. - Ed in Calabria, il convento de' Minori conventuali in Gerace -

13. Sono espulsi i religiosi del celebre saltuario di S. Brigida in Napoli, - e la Chiesa cotanto popolare rimane a disposizione del prefetto Lamarmora, che conculca i diritti dell'amministrazione diocesana.

14. Soppresso il convento de' Cappuccini di Foggia, scacciati con violenza i frati, tra le lagrime della popolazione, questa rimane scandalizzata nel vedere i quadri, le statue, le sacre suppellettili profanamente divelle dagli altari, e gettate su' carri, e la piccolezza della Chiesa essere disadatta ad ogni uso, cui potesse addirsi dal governo.

15. Contemporaneamente sono espulsi gli Agostiniani, di Salerno, cotanto benemeriti, ed amati dal paese. Sì risolve dal governo lo scioglimento preliminare della guardia nazionale, temendo che non avesse a pronunziarsi in loro favore.

16. Il 21 giugno, è giorno di lutto per la stessa città di Salerno: le vecchie monache (circa trenta scheletri umani) del celebre monastero di S. Gregorio, che contava oltre tredici secoli, rispettato dalle orde de' Saraceni e dalla decennale occupazione militare, sono state a forza strappate dal chiostro, dove speravano morire, per cedere il posto a' soldati che avevano comode caserme altrove.

17. In Teramo (Abruzzo) a' 19 agosto è condannato a 17 anni di lavori forzati il parroco-curato D. Rocco Sabatini, per imputazione di aver datò asilo alle bande reazionarie.

18. Ad onta del divieto del Vescovo, di Aversa varii ufficiali militari, e civili, s'introducono ne' monasteri di donne. Nel rincontro è pregevole la cristiana fermezza della badessa delle benedettine di S. Biagio, che «protestasi obbediente al governo, in ciò che non si oppone alle leggi di Dio, e della Chiesa, è dichiara risoluta a non cedere contro la minacciata profanazione ancorché dovesse incontrare il martirio, che sarebbe lieta sopportare.» 13 E. qui la vecchiarella badessa conchiude con buon successo: «Siete voi cattolici? Dichiaratevi maomettani e fate quello che volete, ma se cattolici, dovete obbedire alle leggi della Chiesa.»

19. Di eguale coraggio danno pruova le monache Teresiane di Bari, che, comunque spogliate d'ogni loro avere, almeno riescono a rimanere nelle sante mura del loro chiostro, d'onde e si volea pure espellerle.

20. Diversa sorte (benché di pari resistenza facessero uso) incontrano la badessa, e le suore dell'antico monastero della Croce di Lucca in Napoli, dove brutalmente s'introducono il Delegato, ed altri Agenti di Polizia, scassinando le porte, per sottoporre ad inventario tutti gli effetti mobili delle religiose, di cui il governo intende appropriarsi.

21. Egualmente a' 21 moggio in Avellino, quel giudice mandamentale, in nome del nuovo governo piemontese, si mette in. possesso del monasteri di S. Maria del Carmine, ed a quelle vergini claustrali, che. piangendo protestano contro lo spoglio de' loro averi acquistati con le pecuniari doti delle loro famiglie, freddamente si risponde dall'Agente governativo, esser quello l'ordine superiore.

22. La stampa imparziale grida contro i quotidiani abusi del governo a danno delle innocenti monache di Napoli; sopratutto di quelle delle Domenicane a S.. Giovanniello in via Costantinopoli, e delle altre de' nobili monasteri S. Patrizia e Donnaregina, che sono state imi sole spogliate ma si vogliono ora espellere dalle loro religiose dimore. È lodevole il contegno dell'autorità municipale rappresentata dall'Eletto della sezione S. Lorenzo sig. Federico Persico, che nega il suo assenso alla violenta infrazione della clausura, e presenta la sua dimissione; protestando «esservi tali ordini governativi una violazione del domicilio di pacifiche cittadine, dichiarato inviolabile dallo statuto costituzionale, pur non volendo considerare que' chiostri come luoghi sacri». Ciò non ostante lo atto violento è consumato: il monastero: Donnaregina è invaso; le religiose sono costrette a consegnare tutto ciò che hanno. 14 Di egual destino sono minacciati gli altri conventi delle Perpetue Adoratrici, del Gesù a Porta S. Gennaro, e delle Trentatré. Le monache di S. Patrizia debbono lasciare l'antica loro magione per fondersi con quelle di S. Gregorio Armeno, cui attende in breve la stessa infelice sorte delle altre.

23. In una delle notti di marzo la polizia piemontese, scassinando le finestre scala le mura del convento di S. Maria la Nova in Napoli, perché s'indugiava ad aprire. Procede ad una severa perquisizione, ma nulla rinviene.

24. Impudente è la persecuzione di piazza contro i preti, per opera di sbrigliati giovinastri, che versano sulle vesti sacerdotali materie infiammabili, e si dilettano dello spavento che incutono alle loro vittime di cui si contano. fino a dieci.

25. Sono arrestati in Pastena, e tradotti nel Carcere di S. Germano i sacerdoti Antonio 'Grosso, Filippo Parise, e Luigi Bartolomucci

26. Per la fermezza mostrata dal parroco di S. Anna di Palazzo in Napoli presso il moribondo monsignore Michele Caputo, se ne ordina lo arresto. - A maggior chiarimento di questa violenta misura governativa, giova accennare, che a' 7 settembre. collo da favo maligno al collo trovavasi negli estremi dì vita essa monsignor Caputo il solo tra i vescovi del mondo, che il Sommo Pontefice avesse dovuto piangere, come degenere dalla umanità dell'Episcopato cattolico. Circondato dalla consorteria di pochi apostati intimano questi recarsi il Viatico. L'anzidetto Parroco nella cui spirituale giurisdizione trovasi l'agonizzante, vi accede subito, ma gli si vieta bruscamente di entrare prima da costui e di assicurarsi se abbia adempito, com'era di dovere, alla ritrattazione degli errori, in cui era incorso; - adducendo coloro di essersi già da altri confessato, e non occorrere, se non il Viatico e la estrema anione. 15 Insistendo il Parroco per accostarsi a monsignore viene respinto e minacciato. Un notaio chiamato per stipulare l'atto di rifiuto del Parroco, sostiene esser questi nel suo diritto ecclesiastico e si ritira; - Informatone monsignore Vicario Arcivescovile vi spedisce il Priore de' PP. Predicatori, al cui ordine apparteneva il Caputo, ma viene anche respinto: v'invia altro distinto religioso, e lo trova già trapassato. - La Gazzetta ufficiale di Torino narra al proposito che per cortesia erasi invitato il Parroco di S. Anna di Palazzo ad amministrare i sacramenti: ma che essendosi rifiutato a tal dovere se prima l'infelice Vescovo non avesse ritrattato i suoi falli, il fisco ha spedito contro esso Parroco un mandato di arresto che è stato eseguito.»

27. A 5 settembre la popolazione di Termoli (Molise) malcontenta contro il governo piemontese pel modo con che fa eseguire la leva militane; tumultua in Chiesa; ed i bersaglieri subalpini accorsi pensano di imprigionare il parroco, il sagrestano, e li mettono in carcere, benché innocenti.

28. .A colmare la misura delle vessazioni, il governo rivoluzionario, non bastandogli d'impossessarsi degli ordini religiosi possidenti trova pure il modo di disfarsi de' mendicanti, facendone occupare i conventi dalle milizie, e così li priva dell'unico loro rifugio.

29. Nel mese di novembre sono espulsi dal loro convento di Napoli, contrada Monti, gli esemplari religiosi de' Pii Operarii, con che la gioventù studiosa perde abili e gratuiti maestri, ed i poveri restano privi de' loro più assidui benefattori.

30. Contemporaneamente a' 28 novembre si discacciano, per ordine pressante del governo, i Padri Alcanterini del convento della Sanità, in tanta venerazione presso il popolo, che mira fremente quel sopruso officiale, cosi che il prefetto Lamarmora è costretto ad inviare molta truppa di linea, in quello estremo rione di Napoli, per tenere in soggezione la gente ivi accalcatasi e tumultuante, a favore de' religiosi, essendo riescite impotenti le guardie nazionali, e quelle di polizia. 16

Ecco come si frena con fucili e cannoni il tanto vantato voto popolare! - Anche il convento di S. Teresa. degli Scalzi col suo vasto cortile contiguo al palazzo degli studi, va ad esser soppresso ed incorporato al Museo nazionale.

31. Comunque siasi reso di pubblica ragione che le monache de' soppressi monasteri si lasciano morire di fame dal governo che loro non corrisponde gli assegni promessi in permuta de' loro beni di cui è appropriato; pure viene egli ad impossessarsi del recondito Ritiro delle religiose di Suor Orsola dell'austera regola delle sepolte vive venerate nel pubblico per le loro sante virtù; - e degli Agostiniani della Maddalena de' spagnuoli.

32. Sono espulsi i religiosi di s. Francesco da Paola dalla loro casa al rione Stella di Napoli; i PP. Liguorini da Tarsia ed i Benedettini da San Severino. Pe' principi di febbrajo 1863 tutti i conventi di Napoli debbono trovarsi sgombrati.

33. Un distaccamento di truppa, con carabinieri e poliziotti assalta nel mattino degli 11 dicembre il portone del Monastero della Pietà, in Palermo e vi penetra per eseguirvi una perlustrazione con gli architetti nonostante il divieto di quell'Arcivescovo. Le monache atterrite si rifugiano piangendo nel coro; la indignazione è generale nella città per questo atto di violenza. Il Precursore di Palermo dice di non trovar parole per maledirlo, perché il popolo Siciliano è devoto e senza un assoluta necessità non sono giustificabili atti che turbano profondamene le coscienze. Niun uomo, per quanto spregiudicato in materia di religione, potrà lodare un procedere cosi inumano contro povere donne educate nel ritiro allo esercizio delle virtù cristiane, ed estranee del tutto alle cose del mondo» .

34. Il sentimento religioso è cosi radicato nel minuto popolo, ohe net mese di giugno, nella città di Modica in Sicilia,300 donne armate di coltelli, e bastoni irrompono nella Chiesa dove n predicava un prete passagliano, e lo discacciano a furia di bastonate. 17

35. E quando, dopo tante usurpazioni de 'conventi e delle loro rendite, si medita alla misera sorte de' religiosi, e delle claustrali, ridotte alla assoluta mendicità, non si potrà rimanere insensibile. Di fatto, gli stessi giornali di Torino (La Discussione di 30 dicembre) censura l'amministrazione della Cassa ecclesiastica per «gli innumerevoli abusi degl'impiegati, per la pessima gestione pecuniaria, e per aver ridotti i frati e le monache ad una pensione di otto soldi al giorno, e questa né pur liquidata interamente; né pur pagata dopo 2 anni!» IV. Ma quale libertà, quale protezione legale può sperare il clero sotto un governo illegittimo che permette tante persecuzioni, ed altre più accanite ne aggiunge per capriccio? - Il programma officiale sul trattamento agli ecclesiastici è così formolato nel Parlamento di Torino dal deputato calabrese Benedetto Musolino in una delle tornate del mese di giugno: «Noi non daremo altra libertà alla chiesa, se non come a' valdesi ed a turchi, ma l'indipendenza non mai! L'indipendenza del clero è una eresia politica: il Papa non può pretenderla!...». Garibaldi, nei tanto applauditi suoi discorsi pubblici, ed encicliche, non si stanca di reiterare le bestemmie contro il Sommo Pontefice, contro i Vescovi, contro gli ecclesiastici in generale, che non occorre di trascrivere, essendo troppo notorie.

E pure, ad onta di così implacabile avversione governativa molti sacerdoti hanno il cristiano corallo di smentire i falsi indirizzi contro la pontificia Sovranità temporale, ne' quali si è fatto abuso de' loro nomi, o di ritrattare le sottoscrizioni loro strappate con violenza, con frodi, con rigiri. Il prefetto di Catania, che usurpando anche l'autorità spirituale permette a' predicatori di fare i quaresimali in disprezzo del divieto de' Vescovi, organizza in sua casa una petizione in nome del clero per indurre il Papa a cedere Roma, e fattala presentare a monsignor Vicario capitolare D. Gaetano Asmundi, questi la respinge; e perciò la si affida 18 ad un comitato di scapestrati giovani, che avendo il loro gabinetto in piazza, invitano ognuno de' sacerdoti di passaggio a segnare ivi il loro nome; ed al rifiuto di costoro, li caricano di vituperii; a' quali ben volentieri sa rassegnarsi quel clero, che non è dell'atea scuola fatalistica, la quale si concilia coi fatti compiuti.

L'arbitraria intrusione governativa si estende ne' seminarii vescovili, dove si pretende secolarizzare gli studii ecclesiastici, e si commette un altro attentato, oltre i tanti, a danno dell'Episcopato napoletano. Rimarrà come documento per la storia la costui dignitosa e motivata protesta del 1 novembre, avverso alle circolari ministeriali de' 5 settembre, e 2 ottobre, le quali accusando la tema di «non essere l'ammaestramento ne' Seminarii Conforme all'attuale ordinamento del governo e piuttosto contrario all'unità italiana» vi ordinano la sorveglianza di polizia applicando loro gli articoli 59.60.61. del decreto luogotenenziale de' 10 febbraro 1861 risguardante la istruzione secondaria a cura dello Stato.

E la stessa anti-religiosa intrusione governativa si estende pure ne' più stabilimenti di pubblica beneficenza in Napoli: cosi i nuovi governatori del Beai Albergo de' poveri, e degli altri istituti da questo dipendenti discacciano gli antichi ecclesiastici addetti pel servizio divino a pro di tanti infelici reclusi, sforzando, ma invano, le loro coscienze, per la prestazione del giuramento, non più secondo la formola della Chiesa (come erano pronti a fare que' sacerdoti); ma secondo la formola del Ministero di Torino; - e sostituiscono loro presbiteri passagliani.

I medesimi governatori, a sradicare il sentimento religioso in quegli alunni, inculcano: - «non esser necessaria tanta pietà e religione; bastare la messa ne' dì festivi, esclusa quella quotidiana; - confessarsi qualche rara volta; - richiedersi ora libero tratto, e franco da' pregiudizii de' preti».

E coordinatamente a queste nuove teoriche in materia religiosa un giornale governativo di Torino osserva: «Noi abbiamo domandato mille volte, che si fosse cessato di far sentire a' soldati la messa per obbligo; 19 siccome si è già cessato d'imporla agli studenti. - Al gran principio di Chiesa libera in Stato libero noi abbiamo aggiunto quest'altro, di armata libera in Chiesa libera».

Una chiesa protestante dl culto anglicano (in disprezzo dello stesso testo della Costituzione, che riconosce come unica religione dello Stato la Cattolica) viene inaugurata in Napoli, su quel terreno accordato due anni prima da Garibaldi, ed autorizzatasene poi la costruzione sotto il ministero Ricasoli. La cerimonia è però tenuta segreta per evitare disordini. Appena però il fatto è divulgato per la Città una perturbazione inesprimibile s' impossessa del popolo, e le declamazioni più vive sono lanciate in pubblico contro i piemontesi, e gli (Piretici loro alleati. Questa emozione non si calma, che a gran fatica, e con l'aiuto della disciplina di ferro, che pesa su Napoli; ciò che però dà una nuova occasione alla popolazione napoletana di manifestare quell'antipatia contro i piemontesi, che le 120 mila baionette di Lamarmora non possono vincere.

Su tale oggetto altronde il giornalismo napoletano esprime il seguente giudizio: - «Non è il protestantesimo, che ci minaccia potendo esso dirsi moribondo in quella stessa Germania, dove ebbe vita; ma sì bene l'ateismo schietto che vorrebbe introdursi in Napoli col favore del nuovo governo ed il tarlo assai più funesto dello indifferentismo. Questi sono i due veri giganteschi nemici del cattolicismo patrio!».

Per coronare gli argomenti finora esposti si ha la franca, rivelazione di uno degli ultimi proconsoli piemontesi, che han governato Napoli. Il conte Ponza di S. Martino assicura alla Commissione parlamentare d'inchiesta sul brigantaggio che «le vessazioni del governo piemontese in Napoli contro la Chiesa producono principalmente la reazione. I napoletani sono anzi tutto Cattolici, e vogliono un Governo Cattolico; né questo governo potranno mai averla, da' piemontesi, e dalla fazione loro fautrice». 20 

2° FINANZA

DISSESTI FORIERI DI BANCAROTTA:

AUMENTO D'IMPOSIZIONI:

MALCONTENTO: - PERDITA ECONOMICA 

La finanza del nuovo regno d'Italia è sperperata, ed esausta Non vi sono paesi, dove il governo subalpino abbia peggio manomesso l'erario, quanto nel reame di Napoli } né dove con maggior impudenza la ingordigia rivoluzionaria abbia più estorto a danno della pubblica ricchezza. Centinaia di milioni sono scomparsi; tuttoché i governanti traessero profitto dalle sistemate economie degli stati annessi, da' privati patrimoni de' Principi spodestati, da' beni delle Chiese, e delle pie Corporazioni; ed avessero altresì aumentate a dismisura le imposizioni, e i dazii. In risultamento si ha il discredito, la urgenza di nuovi prestiti, la difficoltà di contrarne per far fronte all'enorme deficit; e la tema di prossima bancarotta.

Sebbene uno de' campioni delle italiche perturbazioni avesse proclamato, che "senza menzogna non si governa" -; pure la flagrante evidenza de' fatti ha costretto il parlamento, la stampa officiale, ed officiosa, e talvolta lo stesso ministero a manifestare alcune dolorose verità, che passeremo a rassegna. I. CONDIZIONE FINANZIARIA - SPESE INCONSIDERATE - DENARO SCIUPATO. 1. L' esame de' bilanci offre spaventevoli cifre. Nel 1860 si contrassero 416 milioni di debito; nel 1861 cinquecento quattro milioni; - nel 1862 cinquecento milioni. - In un triennio si sono spesi 1420 milioni oltre lo introito fissato ne' preventivi! 21 Preso un termine medio da' bilanci de' tre anni 1860,1861,1862 risulta, che il nuovo regno d'Italia spende 900 milioni l'anno, e ne ha di rendita soli 400 (1) Sul proposito la Opinione di Torino N.159, osserva. «Il ministro Sella ha esposta la condizione delle finanze in tutta la sua gravità: egli ha scoperta innanzi a noi una voragine, la quale minaccia di inghiottirci, la voragine del disavanzo che allargasi d'anno in anno, comunque nel biennio 1860-1861 si fosse ricorso al credito pubblico con imprestiti diretti, o con alienazione di rendita residuale delle nuove province; per lo che il debito pubblico è quindi aumentato in due anni di circa 925 milioni sommando così a sei miliardi» - E per esso si pagano annue lire 308 milioni, e mezzo di soli interessi; somma che salirà ancora se si effettua il prestito che è ne' voti de' nuovi amministratori; nel quale caso la totalità del debito dello Stato ascenderà alla enorme cifra di sette miliardi!

2. E mentre il disavanzo del 1862 è di circa 500 milioni la gazzetta ufficiale de' 10 novembre pubblica un autorizzazione in via provvisoria ci circa 28 milioni di nuove spese! - Intanto nel bilancio pel nuovo anno 1863 figurano le entrate per 614 milioni, e le spese per circa 936 milioni che, secondo le norma de' precedenti esercizii, saranno in realtà mille milioni.


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Ivi leggesi: aumento di 53 milioni per soldi de' pubblici impiegati; aumento di 197 milioni per l'esercito; aumento per mantenere i carcerati, che per cifra officiale ammontavano a' 15 febbraio 1862 al numero di 32,023, ed aspettano il processo. Il disavanzo presunto pel 1863 è quindi di lire 871,500,000, cui si tratta già di far fronte con un prestito, che alla difficile ragione del 69, dicesi da ora, che si elevi al miliardo nel totale d'onde la notizia divulgata di esservi in Parigi una società di banchieri esteri per comprare le proprietà demaniali del regno italico valutale dal Bastogi 800 milioni, (1) Esposizione del ministro delle finanze Quintino Sella nella tornata 7 giugno. 22 ed offerte per 500 dal deputalo Scialoja spedito in Francia per far denari, ed ottenendone a stenti, col dare in pegno i boni del tesoro, e le cartelle del debito pubblico napoletano, e siciliano al corso di 55. D'onde trae motivo la Gazzetta del popolo di Torino per dire «che l'Italia è il 5° tra i grandi Stati di Europa per la cifra del suo bilancio passivo che giunge a lire 974,347,398} ma per rispetto alle entrate? Oh! per questo poi essa viene dopo a la Turchia; che era fin qui reputata ormai ridotta ad inevitabile, e piena rovina!»

E deplora altresì la stampa in generale il degradante ribassamento sistematico nel corso de' fondi pubblici italiani: - e il divieto di potersi quotizzare nella borsa di Parigi l'ultimo prestito cui è costretto di contrarre il governo subalpino.

Gli economisti calcolano con precisione aritmetica, che in proporzione del corso de' consolidati ne' vari stati europei (al 93 con la rendita 3 per cento) volendosi dal governo italiano contrarre un debito di 800 milioni, il cosi detto tasso (gergo piemontese) non può essere più del 34 o 33 netto; - per cui deve accollarsi il debito per la cifra di 2600 milioni, e su di essi pagare l'annuo interesse di 84 milioni.

Calcolano pure di potersi fare una economia di 11 milioni annui; quanta appunto importa il meccanismo de' buoni del tesoro superfetazione del sistema finanziario; nel quale abuso imperversa ostinatamente il governo.

3. Nelle tempestose tornate parlamentari de' 27, 28 e 29 giugno, discutendosi sul bilancio, e sul modo di spendersi il pubblico denaro nello antico reame di Napoli il deputato Ricciardi cita ad esempio il generale Lamarmora: «il quale oltre il soldo di generale (non si parla di quello di Prefetto, pel quale non si sono potute avere mai risposte precise) ha la rappresentanza di.120 mila lire all'anno per dare qualche festa, o qualche pranzo: pei siccome il generale è uomo di guerra, e non uomo politico ed amministrativo, così ha bisogno d'uno, che faccia realmente da Prefetto e questi è il signor Visone, che riceve la somma di 28 mila lire all'anno: 23 ma come il signor Visone non è del paese, e non ne conosce, né gli uomini, né le cose; cosi ha bisogno d'un angelo custode napoletano e questo si chiama il signor De Nava, il quale riceve sei mila lire all'anno; di modo che si spendono 154 mila lire annue per l'amministrazione della sola città di Napoli. Aggiungesi, che Lamarmora non trovandosi abbastanza largamente ospitato nel palazzo della Foresteria, prende l'altro palazzo rimpetto, che frutta allo Stato 150 mila lire annue! Spendiamo dunque una somma di 304 mila lire annue pel solo Prefetto di Napoli» - E però il giornale piemontese il Diritto trae argomento per dire: - «Il modo come vivono le autorità, che da Torino vanno a governare Napoli, rivolta il senso morale di quel popolo. Non vi dirò del Lamarmora, che tiene a sua disposizione tutto il palazzo, co' magnifici giardini del già principe di Salerno. Non vi dirò dello ammiraglio Tolosano, che abita quello magnifico del già principe di Capua. Ma vi dirò, che ultimamente si sono pagate al signor Smith per soli mobili lire ventimila.»

4. In pochi giorni del mese di febbraio si presentano al parlamento varie proposte per scialacquamento di pubblico denaro in spese quasi inutili; tra le quali figurano, due milioni per redigere la carta topografica delle provincie meridionali, dove ne esistono altre esattissime; - due milioni e seicento mila per supplemento di spese alla esposizione di Firenze, - un milione per concorrere a quella di Londra; - un altro milione pe' magazzini di materiali da guerra. - Per aumentare (in carta) il numero de' fucili della guardia nazionale si erogano 23,494,500 franchi, e si ordinano, prima dell'approvazione del parlamento, duemila fucili a Luigi Casanova al prezzo di 30 franchi per ogni fucile, - quindicimila a de Loueux A. e C. di Liegi al prezzo di 36 franchi l'uno; sessantamila ai fratelli Mancardi al prezzo di 41 franchi l'uno. 24 5. Dissipato quasi il prestito de' 500 milioni, il ministro delle finanze ne' principi del 1862 propone alla Camera con generale sorpresa di estendere i buoni del Tesoro fino a cento milioni; comunque pochi giorni prima si fosse. approvato nello esercizio provvisorio del bilancio di emetterne soltanto fino a 50 milioni. (L'Opinione di Torino 10 aprile)

Si attribuisce al ministro Rattazzi di aver conchiuso un buon mercato con la direzione del giornale francese la Patrie cui pagherà annualmente lire sessantamila, e prenderà mille abbonati a 70 franchi; ciò che importa la cifra rotonda di 130 mila franchi.

6. Sciupo di denaro per soldi d'impiegati. - Nel 1860 il ministero dell'interno a Torino costava 557,654 franchi l'anno: cessata la luogotenenza di Napoli e trasportati gli uffici a Torino, fu necessario un aumento di 78 mila franchi: nuovo aumento di 129 mila lire occorse per l'abolizione della luogotenenza di Sicilia e del governo di Toscana - ora nel 1862 le spese pel solo personale del ministero delle in terno ascendono. a 758 mila franchi, i quali sono divisi tra 256 impiegati, e 36 inservienti. - Aggiungesi, che per soldi a 569 impiegati in aspettativa, per motivi non tutti lodevoli si pagano; lire 369,278. (Gazzetta del Popolo 10 Aprile). Ciò che sembrerà incredibile; - ma è pur troppo vero, si che nel bilancio delle finanze pel 1863 figurano 5366 impiegati in aspettativa; ed in Torino i soli impiegati del ministero della guerra sono ottocento.

ne' bilanci pel 1863 presentati alla camera si trovano inscritte tra le spese straordinarie per assegnamenti ed impiegati in aspettativa, in disponibilità; o fuori pianta, le seguenti somme: 

Nel ministero delle finanze...................... Lire 3,300,000

id. di grazia e giustizia.............................. 1,154,316

id. dello estero.......................................... 100 25 

Nel Ministero della istruzione pubblica lire 200,000

id. dello interno..................................... 1,600,000

id. de' lavori pubblici............................ 336,805

id. della guerra...................................... 1,286,790

id. della marina..................................... 179,500

id. della agricoltura e commercio......... 197,273

Totale lire 8,344,648 

Il municipio di Napoli porta di spese centomila lire per festeggiare l'arrivo del re Vittorio Emmanuele; e consuma cinquemila ducati (circa 20 mila lire) per la sola erezione del padiglione allo sbarcatoio (Gazzetta di Milano); erogando 400 ducati pel solo busto in getto dell'Imperatone Napoleone III.

Tra le scompigliate spese dello stesso municipio si annoverano queste altre:

La Cappella eretta sul Campo di Marte per la benedizione delle bandiere della guardia nazionale costa ducali 1221 e grana 74.

I lavori dei Foro Carolino per le feste dei 14 e 19 marzo costano ducati 461,03.

Per cantare un Te Deum nella Chiesa S. Francesco di Paola in uno degli anniversarii, che ricadono in ogni mese, si spendono ducati 1158,99.

E per l'anniversario della entrata di Garibaldi si spesero a' 7 settembre 1861 ducati 8912,33.

Una sola misura di lavori per spargete arena su d'un tratto di strada a Si Lorenzo, costa ducati 87.

Si pagano al sindaco di Napoli ducati 1500, per preparare anticipatamente: nella està del 1862 le feste per l'arrivo di Garibaldi che non è poi venuto. In tutto ducati 13,346,06, per frasche, carta pesta, e luminarie!

In 3 sezioni della città 220 orinatoi hanno costato ducati 1497 e grana 94.

Per due adagiamenti nella villa nazionale si sono erogati ducati 2530,35. 26

Deplorando tali scialacquamenti, il Comitato di Palermo a' 21 settembre tra i varii proclami riportati nella Discussione di Torino (giornali num de' 4 e 13 ottobre) parla così al popolo siciliano: «Tutti gli uffiziali con la imposizione nello stato d'assedio, ebbero l'aumento del doppio soldo, come se fossero entrati nel Veneto: il solo generale Brignone per entrata in campagna ebbe 4 mila lire, e perciò egli ed i suoi compagni hanno interesse a prolungare quanto più sarà, possibile lo stato d'assedio». Mentre si compensano così i soldati del Piemonte, d'altrone ricusano ostinatamente le pensioni arretrate alle famiglie de' militari svizzeri da tanti anni al servizio del reame delle due Sicilie, ridotti alla estrema miseria, non ostante la capitolazione di Gaeta e le reiterate proteste del Consiglio Federale Elvetico (Giornale di Frankfort). Al poeta Prati, oltre le tante onorificenze, per una poesia ad occasione delle nozze della principessa Pia, si pagano 30 mila lire.

8. Quale abuso siasi fatto delle finanze napolitane rimaste cotanto floride dal cessato governo, apparisce dalla relazione del Sacchi (Segretariato generale delle finanze napoletane pag.16.) «il numerario della Banca di Napoli, che al 27 agosto 1860 era dì 191,316,39, ducati a' 27 settembre (dopo la proclamazione della dittatura) trovavasi ridotto a 7,900,115 ducati; ed a' 2 del susseguente aprile (dopo la venuta del re Vittorio Emmanuele) non vi erano più che soli sei milioni».

Il ministero di Torino ultimamente prende un milione e mezzo di ducati dalla cassa del banco di Napoli; per cui quel direttore offre le sue dimissioni. Il ministero stesso, col pretesto di affrettare la coniazione della moneta d'argento in Torino, fa togliere pel valore di più milioni di lire i depositi metallici esisterti nella zecca di Napoli; dove peraltro restano oziose 32 pressoie, che poteano bastare a far coniare assai più presto delle torinesi: di questo altro detrimento alla finanza napolitana invano si muove lamento. 27

Nel contempo la stampa d'ogni colore (La Opinione di Torino n 87, il Popolo d'Italia n. , la Nazione di Firenze n. ) riferivano il seguente peculato: «per rivalersi delle sofferenze politiche si appropriavano dal pubblico denaro, 1. Il Conforti ducati settantamila (1); - 2. Lo Scialoia per rivalerne il padre, ducati diciottomila; - 3. De Cesare e Ferrigni ducati 41,091; - 4. Massari, Ciccone, e Caracciolo molte altre migliaia per missioni agronomiche - 5. Dumas circa ducati quattrocentomila; - 6. Farini undicimila ducati al mese». Si tralasciano diversi altri abusi, mentovati dal giornalismo, e nelle varie interpellanze al Parlamento.

E 'l giornale, l'Unità italiana de' 5 dicembre pubblica «questa mattina è stato registrata un mandato per uri milione e più di lire italiane firmato dal ministro delle finanze a favore del dimissionario presidente del ministero signor Rattazzi per spese segrete di bassa Polizia». II. IMPOSIZIONI, E TASSE 1. Il raffinamento per sovraimposte daziarie inspira al ministero là proposta di una tassa su diverse concessioni del governo, 50 mila lire pel titolo di principe; - 40 mila pel duca; - 30 mila pel marchese; - 20 mila pel conte; - 15 mila pel visconte; - 10 mila pel barone; - mille per un'aggiunta al cognome; - mille per gli stemma de' municipii, e 500 per quelli de' privati; - la metà della rendita nella collazione de' benefici ecclesiastici, e cappellanie; - cento lire per potersi fregiare d'una decorazione cavalleresca estera; - da 100 sino a 900 lire per la concessione delle fiere e mercati a' varii paesi, secondo il numero degli abitanti; (1) Questo carico ha dato luogo a scandalose polemiche nei giornali, anche dopo la nomina del Conforti b: ministro guardasigilli in Torino. 28

- il 3 per cento su le pensioni vitalizie d'impiegati civili e militari, e loro vedove; da 25 fino a mille lire per l'approvazione delle società commerciali, secondo il loro capitale; 100 lire per la conferma di lauree universitarie estere, o per autorizzare un estero all'esercizio d'una professione nello stato, per esservi naturalizzato; - lire 50 per la dispensa matrimoniale tra congiunti.

E nella tornata de' 17 gennaro taluni deputati presentano il progetto di legge «di far pagare una tassa di cinque centesimi per qualunque persona ammessa ne' teatri di prosa e di musica, circoli di equitazione, acrobatici, balli ed ogni altro spettacolo, dove si raduna il pubblico».

2. Grave agitazione produce nel foro, e nell'ordine degli avvocati la nuova tassa sul registro e bollo, che era pur troppo mite e tenue sotto il cessato governo.

Accadono disordini, ed il pubblico protesta con dimostrazioni minacciose ne' tribunali; a' 2 giugno, allo aprirsi della udienza in Napoli si levano furibondi clamori, urli, e fischi, che fanno tremare i magistrati: sono chiamate le cause, ma gli avvocati, benché presenti, si astengono dal rispondere, e le fanno decadere: accorre la guardia nazionale;. ma il tumulto non cessa, e si ripete ne' giorni susseguenti, non solo in Napoli) ma anche nelle altre Provincie, e., se ne inviano pressanti telegrammi a Torino (1). Contemporaneamente più minaccioso è il contegno degli avvocati di Sicilia, dove indignatissimo è il popolo per le vie di Palermo, e minaccia nuovi torbidi per gli 11 giugno: il governo intimidito si mostra condiscendente verso i Siciliani prorogando la riscossione. delle nuove imposte; non così verso i Napoletani, contro i quali aumenta soldati e cannoni ne' castelli. La opposizione alle oppressive tasse e 'l malumore popolare si sfoga con petizioni ai parlamento di Torino, e quivi si accendono le discussioni. (1) Nomade, giornale napolitano, 2 giugno. 29 Il deputato Mancini nella tornata de' 21 luglio espone il quadro comparativo delle anzidette tasse:

Sotto il governo Borbonico Sotto il governo Piemontese

1. Tasse fiscali su gli atti civili, e contratti lire 2,703,750 18,000,000

2. idem su gli atti giudiziari " 799,000

2,800,000

3. idem su le successioni " nulla

6,000,000

4. idem sul registro, e bollo " 2,863,000

10,800,000

5. idem, so gli atti amministrativi " nulla

884,600

Totale

" 6,365,760

38,434,000 Per cui il medesimo deputato osserva: «mentre con le leggi anteriori nelle provincie meridionali si pagavano sei milioni di lire per registro e bollo, oggi le tasse medesime imposte con le nuove leggi (fa ribrezzo a pronunciarne la cifra, che sembra incredibile) toccano circa i 39 milioni; e cosi in un istante vengono ad aumentarsi quasi sette volte di più!» E nell'altra tornata de' 15 dicembre il deputato Ricciardi afferma «che la odiosa legge novella sul registro e bollo, anziché aumentare le risorse dello erario ha portato una diminuzione di 33 milioni».

Ma come rimedio propinato della nuova politica governativa, da Torino partono riservatissime circolari a tutti i prefetti del Napoletano, insinuandosi loro di far presto redigere deliberazioni municipali a favore delle nuove tasse; cercando così, al solito, d'ingannare la pubblica opinione su le vere tendenze, ed i veri desiderii delle popolazioni!

3. E non ostante il disquilibrio finanziario il governo propone di aumentare la lista civile del re a circa 18 milioni 30 annui, che una legge del 1860 (prima delle annessioni) fissava a 10 milioni e 750 mila lire. 30 Approvatasi nella tornata parlamentare de' 2 agosto, il deputato napoletano Ricciardi opponendovisi, osserva: «finché siamo così aggravati d'imposte, io non credo conveniente di accordarsi questo aumento al re; siccome lodo la commessione del parlamento, che ha respinto l'articolo proposto, per gravissima inavvertenza del ministero col quale s'intendeva gravare l'erario delle ottocentomila lire spese pel viaggio del re in Napoli».

Ed al proposito l'altro deputato napoletano de Cesare soggiunge: «dalla unità d'Italia i popoli si aspettavano campi, vigne, e felicità. Non crediate, che essi sieno disposti a tollerare nuovi balzelli. Bisogna provvedere al pareggio delle entrate e delle spese, senza ricorrere né a nuove tasse, né a prestiti». - E quindi passa a deplorare il numero strabocchevole d'impiegati straordinarii, o inutili, massime i tanti ingegneri, cui il ministro de' lavori pubblici assegna una indennità pe' lavori a favore dello stato; ed accenna a mille altre inutili spese che si fanno nell'amministrazione interna de' varii ministeri. 31 

3.° ESERCITO

SUE TRISTI CONDIZIONI: - PERDITA

DI FORZA MATERIALE 

Per gli elementi eterogenei intrusi fra le truppe piemontesi trasformate in esercito italiano, e pe' turpi esempii di defezioni, e tradimenti fomentati su taluni noti capi dell'armata delle due Sicilie, è scaduta l'antica virtù e disciplina del soldato; peggio ancora pel mestiere di sgherro commessogli ad esercitare sul territorio napoletano divenuto generalmente reazionario.

Il ministero della guerra del nuovo regno d'Italia assorbe col suo bilancio quasi tutta la rendita ordinaria dello Stato, in circa 400 milioni di lire. Nondimeno l'esercito, checché ne vanti la stampa officiale, ed ufficiosa, risente quotidiani detrimenti, ed è straziato da discordie, da odii, da animosità.

Indipendentemente dall'accresciuto dualismo de' garibaldeschi, e della milizia regolare, F ordinamento della truppa versa in gravi difficoltà, - 1, per avversione popolare; - 2. per ripugnanza alla leva militare; - 3. per diserzioni, ed insubordinazioni; - 4. per le esorbitanze ne' provvedimenti. ' La disamina del merito di questi quattro articoli si avrà con r esporne i fatti correlativi. I. AVVERSIONE POPOLARE. 1. ne' frequenti conflitti con le bande reazionarie, i paesani schivano porgere rinsegnamenti alle truppe piemontesi, ovvero forniscono loro erronee indicazioni, chele fa rimanere vittime nelle imboscate: tra i varii incidenti (che saranno più estesamente riportati nella seziona V. sotto l'articolo della guerra civile) basterà notare il recentissimo macello della compagnia di soldati con l'infelice capitano Rota, tratto dalla fallacia di un contadino ne' ridenti boschi di S. Croce di Magliano (tra la pianura di Capitanata, e il Molisano), senza aver aiuto di sorta da' naturali. 32

2. In agosto viaggiano in vettura perché infermicci un ufficiale, un foriere, e due caporali, piemontesi tutti, partiti da Palermo: giunti presso Termini, si fa contro essi una scarica improvvisa di moschetti, e ne rimane vittima il foriere, e gravemente feriti gli altri tre col pericolo di vita, autori ignoti: cagione l'odio. (Gazzetta del Popolo de' .. agosto); più tragica fine incontrano due uffìziali piemontesi, che viaggiano con un monaco teatino da Bari per Napoli: al Vallo di Bovino sono presi da un drappello di reazionarii, e tradotti in fondo del bosco, dove i due militari sono massacrati (Gazzetta di Napoli de' 28 marzo); - ed è ben noto il macello del distaccamento di truppa piemontese con l'infelice capitano Richard presso Lucera di Puglia, (Pungolo de' 26 marzo): - nel breve tragitto tra Castellammare, ed Agerola a' 14 dicembre sono uccisi due carabinieri.

3. Con senso di universale riprovazione della stampa d'ogni colore fu appreso il reclamo degli uffìziali napolitani fedifraghi, che a' 27 marzo 1861 si querelavano di non essere stati considerati convenevolmente nella fusione dell'antico esercito delle due Sicilie nell'armata sarda. Discutendosi tal reclamo in una delle tornate del parlamento di Torino, è risultato dalle parole del deputato Nicotera, che gli spergiuri per tradire il proprio Sovrano, eransi venduti per vilissima somma al comitato rivoluzionario di Basilicata; - e dall'altro deputato generale Cugia si è accennato, «che i reclamanti anzidetti ebbero così poca modestia da arrogarsi da se stessi tre gradi di avanzamento, così, i sergenti si i(fecero capitani, ed i capitani si elevarono a colonnelli; ed inoltre essi, vigliacchi al paro che traditori, non presero a mai parte ad alcuna fazione guerresca.»

La Camera se n'è annoiata, e diradandosi il numero de' votanti, non ha creduto impartire per quella tonata vernn provvedimento. 33 4. È noto, che per reprimere un moto garibaldino in Brescia la truppa piemontese fece fuoco su la popolazione. La stampa in generale rese di pubblica ragione i gravi insulti scagliati contro la truppa stessa, e propagati ad accrescere gli odi contro questa, nella seguente protesta del Garibaldi - «Io non conosco ancora il numero esatto de' morti, e de' feriti nella strage di Brescia. - So che vi sono ragazzi morti, ragazze e donne ferite. Io non voglio credere, che soldati italiani possano aver ammazzato e ferito fanciulli e donne inermi. - Gli uccisori dovevano essere sgherri mascherati da soldati. - E chi comanda la strage.., oh! io lo proporrei per boia. G, Garibaldi» - Riferitasi questa protesta nel giornale il Diritto de' 20 maggio; - la Gazzetta Ufficiale di Torino dello stesso di volle riparare alla grave ingiuria contro l'esercitò, e disse modestamente: - «I soldati non usarono le armi in Brescia, che allo estremo, quando l'adempimento del loro dovere, e la difesa personale lo esigevano imperiosamente. Essi sono soldati di quel glorioso esercito, a cui l'Italia deve la sua esistenza, e nel quale tutte le nostre instituzioni hanno la più sicura guarentigia, ed il paese respingerà le contumelie, di cui son fatti segno in alcune linee del Diritto di questa mattina.»


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Il paese però non solamente non respinse le contumelie ma invece le amplificò a discapito della forza materiale del governo; e il Diritto del susseguente giorno 21 cosi rispose: «Credevamo, che la Gazzetta ufficiale fosse soltanto menzognera: oggidì l'abbiamo trovata, (ci consentano i nostri lettori il forte, ma giusto linguaggio), VIGLIACCA, ed INFAME»

5. Noti può trasandarsi il giudizio emesso dalla Stampa di Torino (29 dicembre) a carico del governo pel libero arbitrio rimasto all'autorità militare nel reggere le sorti delle Provincie napolitane: - «Il militare non intende altro codice che il suo, e non gli entra in capo, che fuori di questo vi sieno altri codici dei pari sacri, e di maggior rilievo per tf gr interessi sociali. 34 Se gli si dice che Tizio è un birbante, perché starci tanto a pensar sopra ci vi risponde? fucilatelo su, e l'avrete levato di mezzo. Noi sappiamo troppo bene tutti gli sconci, che dalla prevalenza soverchia del militare dovevano accadere nelle provincie napoletane. Noi li abbiamo enunciati, i nostri amici non li hanno detto nel parlamento; parte per carità di patria; parte perché è vana cosa il dirlo. Di fatti, non ne va censurato nessuno, e molto meno ne vanno censurati i capi. Il torto è solo del governo che lasciandosi cadere le redini di mano, mette il paese in condizioni, nelle quali è finanche risibile il lagnarsi che siffatti sconci accadano, mentre è naturale ed indispensabile che debbano accadere».

E nella corrispondenza epistolare di un militare piemontese distaccato nelle provincie napoletane (pubblicata ne' giornali) è detto «che essi trovansi nel reame, delle due Sicilie come gli austriaci nel Novarese in maggio 1859, tanto sono invisi agli abitanti, che li denunciano all'autorità per ogni piccola cosa! Cosi dal ministero è stato destituito un eccellente capitano. In un solo battaglione del 47. reggimento fanteria nell'Abruzzo citra, quindici reclami furono sporti in odio degli ufficiali, che cosi arrischiano non solo la vita, ma anche la loro posizione sociale. In somma, questi barbari, non vogliono essere italiani, e non han vergogna di ripetere a tutti, e a noi stessi, CHE VORREBBERO ESSERE ANCORA NAPOLETANI COME PRIMA».

Non dee quindi sorprendere se il giornalismo napoletano quello soprattutto che si mostra più emancipato dalle influenze governative, siasi cosi pronunziato: -«Il militare piemontese nel napoletano per la durezza sistematica, per la burbanza, e per l'aria di conquista, ha attirato contro di sé le generali antipatie: se ne schiva l'incontro, e lo si lascia nello isolamento; e per evitarne le relazioni il ceto civile non ama riceverlo nelle conversazioni; 35 e si son vedute donzelle, benché in misero stato di fortuna, ricusare uffiziali per mariti, abborrendo di congiungere la loro sorte co' distruttori della grandezza della loro patria. - Ed a codesta avversione deve attribuirsi, se le diserzioni (di cui si parlerà particolarmente nel paragrafo 3. che siegue) da tutte le Provincie annesse diano argomento a credere, che il dominio Sardo è ritenuto come lo straniero, e gli si preferisce l'austriaco: in fatti, ne' pochi mesi tra la fine del 1361, ed il cominciare del 1862 sono passati a militare nel Veneto 4633 uomini, laddove in egual tempo dal Veneto nelle provincie annesse ne passarono 121. (1) - Il deputato Ferrari nella tornata parlamentare in Torino a' 29 novembre accennando alle ultime riviste militari fatte da re Vittorio Emmanuele in Milano, Torino Firenze, e Bologna per fare sfoggio di forze conchiude: - «Ma a che valgono le armi? - A che le virtù del soldato, se manca la direzione; - se, nel momento della guerra false voci (come quelle testé corse in Sicilia, che Garibaldi prima di arrivare in Aspromonte era d'accordo col re, e perciò commoveva il pubblico), notizie, e capitolazioni favolose, ordini contraddittori, - la viltà di un capo, il tradimento di un uomo, possono paralizzare la truppa, dementarla, e dare la vittoria al nemico?» II. RIPUGNANZA ALLA LEVA MILITARE. Il barone Ricasoli, capo del ministero a' 3 gennaio 1862 con una circolare diplomatica strombazzava in Europa: - ….

«una numerosa leva viene ordinala nelle provincie meridionali e tosto le reclute si affrettano ad accorrere quasi con entusiasmo sotto la bandiera italiana!» I seguenti fatti hanno però incontrastabilmente pruovata la insussistenza di codesta assertiva: (1) Altri molti fatti saranno riportati sotto la sezione IV. 'di questo colpo d'occhio. 36 1. Benché in Castellammare di Stabia si fosse officialmente imposto il giubilo durante le operazioni della leva nel gennaio 1862, pure de' molti usciti al sorteggio trasportati al deposito di Napoli, tutti hanno presa la fuga, meno DUE. (Il giornale Veritiero, de' 14 gennajo).

2. De' 53 sorteggiati per la leva nel villaggio di Posillipo presso Napoli, soli due possono essere arrestati, essendo scomparsi gli altri 51.

3. La nuova provincia annessa di Benevento, che sotto il governo Pontificio non aveva mai conosciuto il peso della coscrizione militare, ora ne risente vivamente, e non sa adattarvisi. I sorteggiati de' vari comuni, che dovevano presentarsi al Consiglio di reclutandone nel mattino degli 11 gennaio, non si presentano affatto: ed il Prefetto per non ismentire le solite notizie di entusiasmo per la leva, prende il ripiego di dire, che i municipii non hanno ancora pronte le carte necessarie, e regolari. - (Idem de' 15 gennajo).

4. Parimenti i coscritti di leva delle isole Eolie non si presentano al consiglio di rivalutazione non avendo mai soggiaciuto a questo obbligo della leva forzosa militare sotto il governo borbonico. - Il nuovo governo ordina una spedizione militare per ridurre i contumaci recalcitranti alla obbedienza. Capo della spedizione è il maggiore Achille Caimi, che con buon numero di carabinieri, con una compagnia del 21. bersaglieri, e parecchie altre compagnie del 32. fanteria, si reca in quelle isole: fa improvvisamente circondare dalle truppe i villaggi di Lipari, di Stromboli, di Alicuri, di Folicuri, di Panaria, e delle Saline; ed arresta que' renitenti, che può rinvenire, e che conduce sotto scorta al 5. deposito in Messina: rimane porzione della truppa per continuare le misure coattive contro i nascosti, (Giornale ufficiale di Sicilia de'... marzo 1862).

5. Turbolenze gravissime segnano il 1. giorno di gennajo in Castellammare del golfo (Sicilia) a causa del nuovo peso della coscrizione militare. Il popolo in armi insorge, gira il paese a colpi di fucile, gridando ABBASSO LA LEVA, morte a piemontesi, viva la repubblica, 37 afferra, e minaccia di massacrare il Delegato dì Pubblica Sicurezza, il costui figlio, e il Sindaco: i carabinieri sardi, e il giudice mandamentale nella fuga ricevono dietro una scarica dì fucilate. è aggredito, ed ucciso, con la figlia, il Borusco comandante della guardia nazionale: è incendiata la casa, e gli abitanti della famiglia Asaro; quella del medico Calandra, ed ucciso un Antonino di tal cognome: bruciate tutte le officine delle pubbliche amministrazioni. Accorso da Alcamo (capo distretto) il comandante Varvaro de' militi a cavallo, è ucciso con sette de' suoi. Di quest'agitazione cominciano a risentire gli altri paesi convicini. I piemontesi si risolvono ad un colpo disperato: da Palermo, e da tutti i punti di Sicilia concentrano per mare e per terra le loro forze contro il paese insorto, il quale si difende con ardore, ed uccide nell'assalto il capitano Mazzetti, piemontese, un sergente de' bersaglieri, - e varii altri militari restano feriti. - Accorrono nuove truppe, e fanno uno sbarco numerosissimo. Ecco come si esprime il Diritto a Torino de' 5 gennaio: «oltre di tante troppe accorse in Castellammare di Sicilia, vi sono spedite nella notte stessa de' 2. sul Monzambano due compagnie di bersaglieri; e questa fregata non può accostarsi alla spiaggia, ove son collocati due obici degl'insorti, che per due ore la fanno stare lontana: bisogna far venire da Trapani la bombardiera l'Ardita, ohe fa tacere i due obici della spiaggja, e cosi si accinge allo sbarco; ma appena approda il primo battello, una scarica degl'insorti fa cadere il capitano della compagnia, e vari soldati: allora la fregata comincia a lanciare granate a giusto tiro, e costringe gl'insorti a cambiare posizione: la truppa riesce a sbarcare; esegue vari arresti, fucila sette individui sul momento (di tre de' quali non si cura né anche, di liquidare nome e cognome); ne manda 27 legati, a Palermo: il nucleo degl'insorti si getta su' monti... Da ciò si vede, che la massa dei popolo in Sicilia è malcontenta; sia per non aver guadagnato nulla dopo la rivoluzione, sia per odio verso la leva; sia por timore di nuovi dazii». 38 La semiofficiale Opinione di Torino (n.13) riporta una sua corrispondenza da Palermo, nella quale è affermato: che «tale sommossa merita tutta l'attenzione del governo e del paese; perché le file erano distese in parecchi altri luoghi lungo il littorale dell'isola, le quali noti ebbero tempo di manifestarsi».

Cade qui in acconcio di notare che sul modo di procedere de' piemontesi nel rincontro il deputato Crispi, nella tornata del parlamento di Torino dei di 11 del detto mese di gennajo, muovendo interpellanze, dice, tra le altre cose: - «i fatti tragici di Castellammare sono d'importanza maggiore di quel che possano farli credere le reticenze della gazzetta ufficiale, essendone state le Autorità locali informate 20 giorni prima.... Il malcontento in Sicilia è gravissimo, sopratutto contro la leva».

E nella susseguente tornata de' 15 l'altro deputato D'Ondes; censura gravemente «il subitaneo massacro degl'individui fucilati nel rincontro senza nessuna forma di giudizio, o di legalità e grida contro questo atto di barbarie su le persone de' cittadini che potevano anche essere innocenti».

6. Il Malta-Times accenna a' molti fuggiaschi Siciliani che approdano nell'isola di Malta: nell'ultima settimana di ottobre 1862 il numero ne ascese a 60 e ventisei ne arrivarono tutti in un giorno, fuggitivi dalla coscrizione. - E il giornale la Stampa Napolitana dei 22 novembre dice: - «l'ordine della leva ha commosso la Sicilia, e molti per isfuggirla si sono appiattati ne' monti, e sono emigrati: a Malta ne arrivano tuttodì in gran numero, il telegrafo (sempre bugiardo) vuol far credere poi, che in Sicilia la leva de' nati del 1842 procede regolarmente».

7. Nell'Osservatore Napolitano de' 15 maggio si legge: «che 40 coscritti provenienti da Lecce per recarsi al Consiglio generale di leva in Bari, giunti in Mola fuggono, e si imbarcano segretamente per la Dalmazia, dove arrivano dopo 48 ore di navigazione, e sono bene accolti da quelle Autorità civili». 39

8. Al Monte di Procida, presso Napoli gli abitanti fanno una reazione allo annunzio della leva militare; percuotono il Sindaco, ed incendiano la farmacia di uno dei più esaltati fautori del nuovo governo.

9. Sul lodevole, e benigno sistema dell'antica legge per la leva militare nelle due Sicilie sotto il cessato governo, nello stesso parlamento di Torino i deputati Pace, Ricciardi, e Minervini, (tornate de' 14 giugno, ed il luglio 1861) fanno onorevoli menzioni «avendo dato un esercito di buoni soldati, e meglio d'ogni altro in Europa, legge patema, ed economica, e senza dispendio, efficacissima in pratica; migliore assai della nuova legge, introdottavi dal Piemonte, che è costosa, e di origine tedesca».

10. Il giornalismo napoletano declama pel modo indegno, ed inusitato col quale il governo fa scortare da' carabinieri i giovani coscritti, conducendoli pubblicamente per le città ligati come malfattori; ciò che da luogo a sospettare venire quelli di mala voglia, e forzati ad entrare nelle file de' difensori della patria.

11. I coscritti del comune di Castelbuono (Sicilia) diretti a Cefalù verso la fine di dicembre, disertano tutti lungo il cammino; ed appena due s inducono per amichevoli insistenze, dopo qualche giorno, a presentarsi all'Autorità preposta per la leva.

12. Il Corriere Siciliano benché foglio ministeriale, riferisce «che in quell'isola al primo appello dell'ultima leva a più della metà degli inscritti si sono resi contumaci.)» - E l'altro giornale il Precursore annuncia «che nella notte dell'ultimo di dicembre evadono dal Lazzaretto di Palermo 36 reclute di leva ivi arrestate come resistenti, essendo salite per una scala di corda sopra un urna d'acqua d'onde discesa un'alta muraglia, prendono la via rotabile e vanno via inbarcaodosi quasi a vista delle truppe, e delle guardie di custodia». 40 13. Tra i motivi, che rendono odiosa la leva imposta dal governo piemontese nelle usurpate provincie meridionali, si annoverano i seguenti. Quivi si pretende ora chiamare sotto le armi più di 36 mila coscritti, mentre pel passato non si oltrepassava il numero di 18 mila. La somma pel cambio, o sostituzione nel servizio militare era da 240 ducati, ed ora si è più che triplicata fissandosi a ducati 729 con mille imbarazzi e difficoltà. - Secondo le provvide leggi napoletane (encomiate nella stessa Camera de' deputati) erano taluni, paesi marittimi esenti dal fornire un contingente per la truppa di terra, dando solamente capaci marinai per la flotta; ed ora le leggi piemontesi distruggendo all'intutto una vetustissima consuetudine, li assoggettano con somma ingiustizia al doppio contingente; per cui quei paesi marittimi sono spopolati dalla emigrazione, come risulta dalle ultime statistiche delle isole di Ischia, Procida, Ventotene, e Lipari, che sono ridotte alla miseria ed allo squallore. - Inoltre le antiche kggi del regno esentavano dal servizio militare i laureati. gli emancipati, e gli unici relativi, che ora per le austere leggi di Torino sono tutti requisiti pel servizio militare, ciò che accresce il malcontento in generale.

Dimostra con siffatte leggi il Piemonte di voler tutti soldati, senza badare alle esigenze della società, alla perpetuità e sostegno delle famiglie, al progresso delle utili discipline.

Aggiungasi che col maggiore danno delle famiglie stesse il governo subalpino ha dato risposte equivoche ed evasive su' molti reclami pervenutigli contro le risoluzioni date da' Consigli di leva delle provincie meridionali, che costringono a marciare individui, i quali hanno acquistato diritto alla esonerazione, mercé il cambio già fatto per essi, o per uno della famiglia. 41 14. È cosi progredita l'avversione per la leva in Sicilia al cadere dell'anno, che bisogna circondare con molta truppa i comuni di Ademò, Paterno, e Biancavilla, fino al punto di non farne uscire niuno degli abitanti, onde assicurarsi de' coscritti. - Costoro poi vengono trasportati nel Piemonte in modo così barbaro e disumano, che nella traversata da Napoli a Genova, sul piroscafo Generale Garibaldi ne muoiono due intirizzite pel freddo, ed altri 200 circa sbarcano molto maltrattati dalle intemperie. III. DISERZIONI, ED INSUBORDINAZIONI. 

Benché ne' principii del 1862, una riservatissima circolare del ministro della guerra dà Torino diretta a' comandanti, de' corpi, li inviti premurosamente ad usare un'attiva sorveglianza su' soldati non solo per reprimere, ma anche per prevenire la diserzioni, che numerose tuttodì con iscandalo avvengono; pure si accrescono oltre misura: e qui si accennano le seguenti notizie su alcune delle più significative di esse:

Diserzioni - 1. Otto soldati (napolitani) del 15. reggimento; di Saluzzo disertano dal deposito ne' primi, giorni di gennaio;

2. Nella sera de' 2 del mese stesso disertano del pari dal deposito di Fano del 56. reggimento fanteria, 26 soldati (napoletani)

3. Contemporaneamente la gazzetta di Torino annunzia «che 14 soldati sono giudicati da quel tribunale militare per accusa di diserzione con complotto; essi appartengono a quel numero di oltre 80 napoletani, che disertavano insieme da Savigliano (Piemonte), a' 20 novembre 1861».

4. Negli ultimi giorni di febbraio disertano: nove soldati della guarnigione di Cremona (Corriere Cremonese 1. marzo 1862.) E nella prima quindicina di marzo ascende a 51 il numero de' disertori dell'ottavo reggimento di linea che può dirsi quasi ridotto a niente. 42

5. Nei mese di marzo sono arrestati ventinove soldati disertori (napoletani) appartenenti al reggimento Piemonte reale stanziato in Cremona. (Pungolo 18 aprile 1862).

6. In aprile disertano tredici soldati (napoletani) da Casalmaggiore. (Corriere Cremonese de' 20 aprile).

7. Al cadere dello stesso mese si scopre in Milano un complotto di diserzione tra alcune reclute militari, addosso alle quali si sarebbero trovati anche gli stiletti (Politica del popolo giornale milanese, 27 aprile),

8. Da fonte certa si ha che 173 individui della truppa italiana stanziata in Castellammare (Napoli) sono disertati. (L'Epoca giornale de' 25 aprile). E il Diritto di Torino del 31 marzo riferisce, che non solo i soldati, ma anche i i coscritti disertano in gran numero da' loro quartieri: cosi, a' 25 marzo otto ne disertavano dal quartiere S. Potito in Napoli; - e più di duecento indigeni dal quartiere presso S. Leucio di Caserta con armi e bagagli, dirigendosi alle vicine montagne.

9. Da Memo (Novara) si ha, che le diserzioni continuano frequenti e numerose: e che a' 25 aprile transitavano sette disertori armati di squadrone; ma venivano poi arrestati da' reali carabinieri - (L'Opinione di Torino 28 aprile).

10. In una delle precedenti notti sedici soldati del 9. reggimento di linea disertavano da Monza, diretti al confine svizzero: essi sono tutti napolitani dell'antica armata borbonica. (Gazzetta di Milano de' 30 di aprile).

11. Leggesi nella Gazzetta di Modena de' 30 aprile: «Ieri nelle ore pomeridiane il generale comandante lai divisione, venne a scoprire, che tra i soldati provenienti dalle provincie meridionali, si era complottata una diserzione. Egli prese immediatamente tutte le disposizioni, e dopo un'ora dalla ritirata furono condotti in città cinque soldati del 59. reggimento e due bersaglieri. Gli altri disertati domenica sera furono arrestati nei pomeriggio di ieri in una cascina lungo il confine». 43 12. Nello stesso tempo nel circondario di Montepulciano, e a Colle si arrestano vari soldati disertati da Lucca, e da Siena. A S. Quirico è arrestato da' reali carabinieri un militare siciliano disertato da Genova. (Il Foro, giornale de' 15 maggio).

13. Il Lombardo di Milano de' 21 maggio, annunzia: - Entrano oggi in città, scortati dalla guardia nazionale di Rossano (Lombardia) cinque soldati napoletani disertori.

14. Il Corriere delle Marche, giornale de' 20 maggio, riferisce: «nella notte del 18 sono stati arrestati su la via provinciale del Tiglio presso Vico Pisano dieci soldati napoletani disertati da Lucca: l'undecimo è riuscito ad evadere».

15. Nella notte de' 23 giugno si hanno a lamentare molte diserzioni di soldati napoletani ne' quartieri di Napoli.

(L'Epoca giornale 24 giugno)

16. La Patria (giornale liberale di Napoli) del 1 luglio deplora lo spirito di diserzione, che va infestando l'esercito e dice: - «Notizie attendibili ci annunziano molte diserzioni di soldati sbandati, già convertiti nel campo piemontese di S. Maurizio e poi incautamente arruolati nelle file dell'esercito italiano».

17. A' 28 giugno da Campobasso si riferisce la diserzione di 19 soldati del 36 reggimento di linea ivi stanziato (Id.)

18. A' 29 luglio disertano dalla guarnigione di Crema undici soldati, de' quali un solo è milanese, e gli altri sono napoletani. vengono arrestati lungo il cammino dalla guardia nazionale di Sabbio (Gazz. di Milano).

19. A dì 8 agosto i carabinieri riconducono arrestati in Genova 50 soldati disertori, che transitano per la via Carlo Alberto, ed entrano nel palazzo ducale gridando a dispetto, Viva Garibaldi (Idem).

20. A' 10 ottobre disertano dal Forte di Fenestrelle dodici soldati napoletani (Idem). 44

21. Nello stesso tempo una mezza compagnia di truppa del Piemonte, composta di soldati quasi tutti napoletani, insieme con un uffiziale, ed anche un carabiniere, si disertano tutti, e presentatisi al confine svizzero, vi depongono le armi, e sono scortati a Poschiavo da' gendarmi svizzeri (Fazzetta di Coira dei 10 ottobre),

22. L'Eco delle Alpi Cozie giornale de' 15 ottobre, ha in data di Pinerolo: «Nella sera degli 8 a 9 corrente sono (disertati undici soldati de' cacciatori da' varii ridotti del forte di Fenestrelle. Nella decorsa settimana disertavano anche dalla scuola di cavalleria due graduati per motivo di debiti, incondotta, e consecutiva degradazione: più un soldato dello stesso corpo pochi giorni prima: a' 12, domenica, due soldati del 45 reggimento disertavano dal deposito di Pinerolo, dirigendosi al. confine francese».

23. Sono così aumentate le diserzioni, che le Gazzetta del Popolo (le cui tendenze politiche sono troppo conosciute) a' 23. aprile è costretta ad esclamare: «Le diserzioni si moltiplicano in modo assai grave.... Né hanno luogo soltanto fra soldati napoletani, come dicevasi prima, ma ance che tra quelli di qualche alta provincia, e pur troppo anche fra i veneti».

Ed, a' 6 maggio lo, stesso giornale aggiunge: «È inutile dissimularlo: la piaga delle diserzioni va assumendo le proporzioni di un vero pericolo» . - E quindi insiste, per una legge speciale contro i subornatori de' militari; senza porre mente, che, una delle teoriche passate del governo piemontese per rivoluzionare gli altri stati italiani, che ha usurpati, è stata appunto la subornazione de' militari, e de' funzionari civili.


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Al cadere dell'anno la Discussione di Torino è lieta di poter dire che le diserzioni da 120 soldati la settimana sieno ora ridotte a 25, o 30 per ogni settimana. 45 Insubordinazioni. - 1. A' 17 febbraro accadono tumulti nella fortezza di Fenestrelle tra i soldati malcontenti di quella residenza, e della severa disciplina militare. Vi accorrono molti carabinieri, e guardie di pubblica sicurezza; e si tiene su l'avviso la guardia nazionale del paese. Fatta una rigorosa perquisizione si trovano addosso a molti de' soldati napoletani i ritratti del Re, e della Regina di Napoli.

Ed il Monitore dello stesso giorno osserva che tutte le «notti avvengono barruffe tra garibaldini, ed ufficiali piemontesi: negli ospedali entrano molti feriti degli uni e degli altri.»

2. A' 6 gennajo (festa de' Re magi) un soldato napoletano in Milano va gridando per le strade: Viva il Borbone, viva Francesco II; ed anche sotto le violente percosse di quelli del partito piemontista, non cessa dal gridare.

3. Nella sera de' 23 febbraro, il caporale Benvenuti Ognibene del 13. reggimento, stanziato in Milano, caserma S. Filippo, nel fine di rubare il denaro dalla cassa militare presso il foriere Odoardo Agosto di Voghera, lo trae con un pretesto ne' sotterranei, dove spegne il lume, gli si avventa, e lo ferisce a morte. (Pungolo di Milano, giornale de' 24 febbraro 1862).

4. I giornali di Milano accennano verso la fine di aprile alla scoverta di un grave complotto militare reazionario tra i soldati napoletani accasermati negli ospedali di S. Ambrogio, e del Monastero maggiore: il sergente di amministrazione del primo di questi locali è ucciso. - Il foglio La Lombardia de' 28 dallo stesso mese dice, che quaranta de' detti soldati sono arrestali, e addosso gli si sono rinvenuti stili, e pistole, tutti congiurati a promuovere la insubordinazione fra i commilitoni, come si dice essersi verificato con la inchiesta fattane dal generale Durando accorso alle 2 della notte stessa sopralluogo col colonnello de' carabinieri, e varii ufficiali di Stato maggiore.

5. Nelle carceri di Cremona trovandosi detenuti una gran 6 quantità di soldati napoletani disertori, si ammutinano contro i custodi, brandendo ferri acuminati, e randelli. 46 Tra i loro effetti perquisiti si rinvengono i ritratti di Francesco II con l'epigrafe Re d'Italia (Corriere Cremonese 16 ottobre 1862.).

6. A' 13 luglio con manifesta indisciplinatezza varii soldati di fanteria si azzuffano fra loro per le vie di Torino con le sciabole sguainate, e due gravemente feriti vanno a morire nell'ospedale. Nel giorno stesso, anche a Torino nella via del Soccorso due altri soldati di ordinanza si feriscono tra loro; ed alla cascina Ormèa, presso borgo S. Donato si deplora una seria rissa tra i soldati di artiglieria, e quelli del 47. reggimento, uno de' quali rimane gravemente ferito, e due de' primi riportano significanti offese.

7. A' 9 del mese stesso a Napoli altra grave rissa tra militari accadeva, co' gridi di viva la repubblica (Osservatore napoletano N. 48.)

8. A' 10 agosto un capitano dell'esercito piemontese si presenta al Deputato del Parlamento signor Francesco Crispi, e si offre, mediante denaro di disertare dal suo reggimento, e raggiungere Garibaldi (Lettera dei Crispi pubblicata nel giornale il Diritto de' 2 settembre 1862.).

9. Nel quartiere de' Granili in Napoli, essendo ubbriaco il soldato Trocchio di Àsti, è rimproverato dall'uffiziale di picchetto sig. Scarlini, che trovasi costretto a sfoderare la sciabola contro Trocchio; ma costui gli si avventa su la persona, gli strappa coi denti mezza guancia, e si fa venire su la bocca l'orecchia sinistra: a' 27 novembre è stato condannato a 15 anni di reclusione.

10 A' 17 agosto dieci soldati nel campo S. Maurizio presso Torino sono colti in flagranza di complotto camorristico, arrestati, incatenati, esposti alla berlina nei campo alla via della truppa col cartellone, sul quale è scritto Camorrista; condannati poi dal Consiglio di disciplina al passaggio in un corpo di punizione. - Nel rincontro il maggior generale comandante interino Boyl pubblica a' 19 del mese stesso un ordine del giorno severissimo per purgare l'armata della razza de' camorristi, 47 che egli chiama «maledetta da Dio, e dagli uomini, che lede, ed avvilisce la dignità del soldato, il quale le indossa la onorata divisa per la difesa del Re, della legge, e della patria (1)» (L'Italia militare, giornale de' 20 agosto 1862).

11 A' 23 agosto il giornale L'Unità Italiana pubblica in Milano, che l'intero battaglione de' bersaglieri in Sicilia ricusa di combattere contro Garibaldi.

12. Il Diritto di Torino, del 24 detto mese annunzia che in atto di marciare agli avamposti il 3. reggimento della brigata Piemonte nella Sicilia, si sono apertamente ribellati agli ordini Superiori, ed han ricusato dì obbedire, dando le loro dimissioni sul terreno, trenta uffìziali dello stesso reggimento, tra i quali si enunciano i capitani Bonafini, Borruso, Buttinone, - i luogotenenti Tosti, Borichi, Plebani, Armanni, Maggioni; - i sottotenenti Quercìoli, Zenoncelli, Gassi, Arehieri, De Carli, Bertone, Cucchiarelli, Luòianetti, Rossignoli, Botagli. - Il foglio stesso aggiunge, che altri 16 uffiziali di quella brigata ne avevano imitato lo scandaloso esempio, ed erano giunti a Catania; e che tutti i 56 uffìziali per ordine del generale in capo sieno stati tradotti in un forte di Genova per subire il giudizio del Consiglio di guerra.

13. E quivi indi a poco giungono come colpevoli di mancamenti militari dello stesso genere i due comandanti delle fregate Duca di Genova e Vittorio Emmanuele signori Giraud, ed Avogadro, tradotto l'uno nel forte S. Giuliano, e l'altro nel forte Begatto. - A' 17 dicembre il tribunale militare assolve entrambi. (1) "Per la protezione del nuovo governo creato in Napoli dai Piemontesi si è ingigantita la temuta setta de' camorristi; setta che servì tanto e tanto bene nella rivoluzione per rappresentare la volontà di nove milioni d'anime a plaudire alla invasione del 1860; setta infine cosi nefasta, che ha ora spinto il governo alla gran necessità di distruggerla con mezzi pronti, e violenti, popolandone le lontane prigioni di Fenestrelle, e di Sardegna" (L'Osservatore Napoletano de' 19 novembre 1862 n.68 nel dimani della cessazione dello stato d'assedio di tre mesi). 48 Sul proposito la Gazzetta del Popolo de' 28 agosto osserva: «un nostro amico capitano nella brigata Piemonte ci scrive trovarsi d'avamposto con la sua compagnia, dalla quale si sono dimessi tutti gli uffiziali e quelli che nel suo reggimento han fatto lo stesso, sono 14. - Quale orrore! - Si figuri la impressione prodotta sopra una compagnia, che resta col solo capitano E ciò, fatto pensatamente agli avamposti!»

14. A' 9 dicembre ha luogo la discussione del processo a carico del soldato calabrese Pantaleo Serviddio, del 15 battaglione bersaglieri, imputato di oltraggio al Re, perché ritornando dalle manovre in caserma, gettava rabbiosamente a terra le sue armi, lo zaino, ed il cappello esclamando: «maledetta l'anima di Vittorio Emmanuele, ci trattano come cani e cavalli: si ammazzi l'Italia: maledetti bersaglieri... » ed altre frasi consimili. Invitato da un sergente a tacersi, gli rispondeva con ira: Io non ascolto nessuno. Tradotto innanzi alla Corte di Assise di Milano pel reato previsto dallo articolo 471 codice penale, i giurati pronunciano con 7 voti contro 5, la colpabilità con circostanze attenuanti; ma i giudici sospendono la sentenza ritenendo, che il giury si fosse ingannato ritenendo colpevole il soldato. - La pubblica opinione è che le costui imprecazioni manifeste sieno identiche a quelle che segretamente si ripetono ad ogni istante da tutti i soldati delle provincie meridionali forzati ad entrare nelle file delle truppe piemontesi.

15. A'14 dicembre in Manfredonia (Puglia) il sergente di marina Spina uccide il capitano del porto de Franciscis. IV. 

ESORBITANZE ne' PROVVEDIMENTI. 

1. A' 3 ottobre il tribunale militare di Torino si è radunato per giudicare gli anzidetti uffiziali che sì ricusarono di combattere, e di obbedire a' superiori ordini, e li condanna alla destituzione. - questa sentenza è confermata dai Re. (L'Italia militare giornale de' 4 ottobre). 49 Ma ben diversa era stata la sorte di altri militari per la stessa colpa. - L'Opinione di Torino riferisce, che due sergenti de' bersaglieri sardi trovati fra i volontari di Garibaldi, dopo che costui fu ferito, e fatto prigioniero, vennero immediatamente fucilati: come lo furono altri 27 loro commilitoni trovatisi nello stesso caso, in Catania, e d'ordine di Cialdini.

Un telegramma dell'Agenzia Stefani da Messina 4 settembre annunzia che una colonna di garibaldini, comandata dal Traselli è battuta da un battaglione piemontese, e lascia 90 prigionieri, fra cui un maggiore, un capitano, e dieci officiali: sono fucilati immantinenti sei militari disertori, che si trovano fra i prigionieri.

2. Per la notevole disparità delle pene, i giornali di Genova narrano di un soldato napoletano, che per prima e semplice diserzione erasi ritirato in famiglia (villaggio Garofali di Roccamonfina, presso Gaeta) dove viveva tranquillo ed innocuo: scoperto è trascinato su la piazza di Roccamonfina, ed immatinenti fucilato, accorsa la. madre ad implorare pietà è ligata e tradotta in carcere, da' cui cancelli poté vedere la sorte del figlio. - Contemporaneamente, ad atri disertori condannati a morte da un consiglio di guerra il Re fa la grazia della vita. (Gazzetta, ufficiale de' 14 ottobre). Garibaldi ed i suoi sono pienamente amnistiati.

3. Il deputato napoletano de Cesare nella tornata de' 22 novembre accenna allo stato deplorabile, la cui sono ridotte le truppe per la esorbitanza ne' provvedimenti delle continue marce, delle malattie, e morte incontrata negli scontri frequenti con le bande reazionarie, e ne dà questo esempio: «In Capitanata vi sono tre reggimenti: ve ne è, uno di cavalleria, che non ha più di 70 cavalli! 50 Ve ne sono due di fanteria, che dovrebbero avere le compagnie secondo le leggi e i regolamenti militari, di 80 a 120 uomini: invece una compagnia è composta di 45 a 50 uomini. Or dicendosi, che nelle provincie meridionali le milizie son tenute sul piede di guerra, il vederle ridotte a cosi tenui proporzioni, non può esser effetto di vizioso organamento; ma delle perdite patite».

4. A provvedere poi su le tante diserzioni il giornalismo reclama severe misure. «Il presente codice militare (scrive la Gazzetta del Popolo 23 aprile 1862 n.113) è di una insufficienza deplorabile: pare immaginato da una commessione di pietosi avvocati, anziché compilato da persone pratiche del mestiere: le autorità militari vorrebbero fare, ma si sentono le braccia tagliate». Al che fa eco la Monarchia Nazionale nel suo foglio del 24 aprile: «conveniamo che il nostro codice militare era dettato per un esercito, che fu modello di disciplina, e di onore militare; ma in mezzo alle circostanze eccezionali, in cui versiamo, non può ora riescire efficace».

Anziché attribuire le cause della diserzione alla demoralizzazione rivoluzionaria elevata a governo, si crede ripararvi con la esorbitanza delle sanzioni penali. - Invano i ministri della guerra, e dello interno scrivono circolari veementi sul proposito; fino a pretendere il secondo di essi, che «le guardie nazionali con l'attivo loro concorso abbiano a sopra vegliare l'esercito regolare!».

Si sospetta, che il clero possa essere una delle cause influenti alla diserzione! Il governo di Torino, e il parlamento se ne impienseriscono tanto, che creano una nuova legge per la punizione de' disertori, e loro complici, la cui mercé con pene straordinarie sono presi precipuamente di mira gli ecclesiastici. Per definire il merito di codesto provvedimento giova seguire le fasi della proposta, della discussione, delle opposizioni fattevi da varii deputati, e dell'approvazione.

A' 3 giugno il ministro della guerra propone lo schema dì cotal legge, con la ragionata sua relazione. 51 Lo spirito, che la informa è oltremodo severo, ed arbitrario, parziale, inosservante delle essenziali norme legislative su la eguaglianza delle pene, e sul foro ordinario giurisdizionale.

La discussione dell'anzidetto progetto di legge occupa varie tornate del parlamento. In quella de' 2 luglio il deputato Massari propone, e svolge il seguente emendamento all'articolo 5. «In ogni, caso, quando si tratti la provocazione, il consiglio alla diserzione provenga da ministri di culti, la pena sarà aumentata di due gradi più di quella stabilita per la diserzione».

Insomma per incrudelire contro il clero si approva tra le grida di bene benissimo questo aggravio penale, mentrecehè nel progetto della commessione del parlamento erasi detto: «chiunque, o militare, o estraneo alla milizia avrà provocato, o consigliato ad un reato di diserzione, soggiacerà alle pene stabilite per la diserzione. - Qualora la provocazione, o il consiglio a disertare provenga da pubblici funzionari, da ministri di culti, la pena come sopra stabilita pe' provocatori, sarà aumentata di un grado».

Nella stessa tornata si legge l'articolo 9 dello stesso progetto di legge così concepito: - «Saranno sottoposte alla giurisdizione militare quelle le persone estranee alla milizia, le quali abbiano provocato, consigliato, o in qualunque altro modo concorso, ad un reato di diserzione, ovvero abbiano preti stato assistenza, alloggio, o ricovero a' disertori».

Si oppongono a questo articolo i deputati Crispi, e d'Oudes, e con energiche, e giuste osservazioni dimostrano, che esso da evidentemente contrario all'art.71 dello Statuto costituzionale sul diritto di ogni cittadino di non esser privato del suo giudice territoriale; e che l'articolo stesso distrugga uno de' principii fondamentali di ogni libertà. Il deputato Brofferio nella susseguente tornata del 3 luglio oppugna vivamente questo articolo, che egli definisce violatore de' principii della giustizia, e della umanità. E volgendosi al ministro Pepoli, che gli è di fronte, domanda «se egli avrebbe cuore di chiudere 52 la porta in faccia ad un povero giovane disertore, che stanco, affamato e febbricitante gli chiedesse ricovero per una sola notte? - No, certamente. Eppure nel domani il ministro Pepoli, in virtù dell'art.9 della presente legge, sarebbe sottoposto al tribunale militare!» - L'oratore ricorda in seguito il fatto di Danton, che dopo aver votata una legge simile, in virtù della quale andò poi a morte benché innocente, prima di morire gridò: «Questa legge l'ho votata ancor io; la morte che ora mi si dà, me la sono meritata». Conchiude «che egli non voterà mai una legge cosi ingiusta, e scellerata, come la presente, e la Camera votando questo articolo 9 crederà un giorno, come Pilato davanti ad un Giusto, di lavarsi le mani nell'acqua; - ma si accorgerà di averle grondanti di sangue innanzi a molti giusti iniquamente condannati».

Ma la legge, che un Brofferio chiama ingiusta e scellerata, sulla quale votano 218 deputati, è approvata da 184 voti, avendo votato in contrario 34; ed uno si è astenuto.

Ma tra i 184 votanti facilmente si trovò il deputato Mordini, sul conto del quale è utile ricordare la relazione dell'altro deputato generale Lamarmora prefetto di Napoli, letta nella tornata del parlamento di Torino de' 26 novembre 1862. In essa è detto di averlo fatto arrestare con gli altri due deputati Fabrizi, e Calvino «per la parte attivissima presa alla ribellione di Garibaldi, che cominciò in Sicilia, e fini sconfitta nella estrema Calabria. Ma vi ha di più (soggiunge il Lamarmora): mi risultava, e mi venne poi confermato da' rapporti del prefetto di Catania, del generale Mella, e del maggiore Pozzolini essersi tentato da' medesimi Fabrizi, e Calvino, e massime dal deputato Mordini di subornare la truppa a tradire il proprio dovere!!... Io arrossisco di avere colleghi, che si servirono del sacro mandato di deputato per meglio tradire il prestato giuramento». (Atti ufficiali della camera de deputati n. 912 Pag. 3546). 53 

4.° GIUSTIZIA 

DELINQUENTE: - MANCANZA ASSOLUTA DI LIBERTÀ

E DI SICUREZZA PER LO PENZIERE,

PER LA VITA, E PER LA PROPRIETÀ. -

PRIGIONI: TRATTAMENTO E NUMERO DE' DETENUTI. 

Non sono più un mistero per l'Europa gli artifizi, ed i mezzi adoprati per preparare il voto popolare, o plebiscito per la annessione del reame di Napoli, che le truppe piemontesi avevano già invaso, d'onde i gravissimi disordini sopraggiunti.

È nondimeno impossibile constatare ed enumerare, (perché si appiano a peno nella Europa stessa) tutti i furti, le violenze gli abusi, gli omicidii, e gli eccessi con che si è cercato distruggere le tradizioni, i costumi, le proprietà, l'ardine legittimo in una parola.

La mancanza assoluta di vera giustizia è però quella che si deplora nel reame divenuto provincia. - I voti de' suoi abitatori sono ora ridotti e discesi al più discreto livello «che possa, cioè ognuno di essi viver sicuro di non esser fucilato anche per capriccio di un caporale, o di una guardia mobile da un momento all'altro, - rubato ed ucciso da molti delinquenti, - e dire o scrivere sommessamente il suo pensiere, confessare la sua opinione, senza essere strappato dal suo tetto, arrestata, e dimenticato in prigione» Questi voti rimarranno un vano desiderio? Lo vedremo passando a rassegna i fatti correlativi, che si sono consumati nel corso dell'anno 1862.

Innumerevoli delinquenze hanno manomesso ogni elemento di civil comunanza. Non vi è più libertà né sicurezza pel pensiero tante Sono le violenze contro la stampa imparziale, e contro le opinioni; non vi è più libertà né garentia per le persone, e pe' beni, tanti sono i reati, che vi succedono; 54 manca infine ogni giustizia in ordine alle prigioni, ed a' detenuti in numero enorme ivi ammassati, ed obbliati - È questo il linguaggio de' Deputati e della stampa la più liberale.

La sola provincia di Napoli (che è una delle 23 componenti l'antico reame delle due Sicilie) nella sua statistica del precedente anno 1861 ha presentati quattromila trecento reati di sangue, fra omicidii, ferite, e risse; quintuplicando con la sua ordinaria cifra sotto il cessato governo.

Il deputato siciliano Crispi nella tornata dei parlamento di Torino de' 28 giugno (atti ufficiali n. 690, pag. 2671) «deplorando le infelici condizioni della sventurata Sicilia, riporta la statistica de' reali, d'onde si rileva, che dal principio di marzo alla seconda quindicina di maggio si sono commessi niente meno che 262 reati nella sola città di Palermo, e di 87 appena si sono scoverti gli autori........ E cote me mai potrebbe altramente avvenire? L'amministrazione pubblica in Sicilia è un mostro a più teste, senza centro direttivo.»

E dal primo giugno al 15 ottobre (quattro mesi e mezzo), nel distretto di Palermo si sono commessi 6745 reati cosi distinti nel giornale di Torino la Discussione de' 10 novembre: «crimini di sangue 743 Grassazioni e furti qualificati 1092. Crimini diversi 931 Delitti 3134. Contravvenzioni 838. Come sia poi manomessa la proprietà a danno de' poveri abitanti delle campagne potrà rilevarsi da autentica fonte, leggendo l'ordine segreto del giorno del generale Mazè, riportato in seguito, sotto l'art, guerra civile, pagine....

Nel corso dell'ultimo ottobre 1862 (come riferisce il giornale l'Indipendente de' 16 novembre) soltanto la città di Napoli ha offerti 160 misfatti, di quelli che segnano il grado massimo nella scala delle delinquenze! E 98 omicidi! in Napoli, in soli 20 giorni! Siegue il breve prospetto di quelle principali durante il 1862 così classificate; 1. Attentati contro il pensiere; 2. Attentati contro la vita, ed i beni. 3. Prigioni; numero, e trattamento de' detenuti. 55 I. Non occorre riandare, che per imporne alla stampa imparziale, il nuovo governo subalpino arrossendo in tal qual modo di reiterare i sequestri si è servito delle camorre plateali per far aggredire con violenze, e vie di fatto, parte nel 1861, ed in tutto il corso del 1862, le tipografie de' giornali l'Aurora, l'Araldo, l'Alba, la Crocerossa, il Corriere del mezzodì, il Cattolico, l'Equatore, (a Esperienza, il Flavio Gioia, la Gazzetta del mezzo giorno, la Settimana, -la Stella di Napoli, la Stampa meridionale; la Tragicommedia, la Unità Cattolica ed ultimamente il giornale di Napoli Turbe di sgherri prezzolati hanno manomessi ì lavoranti, rotti i torchi, dispersi i caratteri ed in varie delle officine de' giornali stessi bruciati i fogli su le pubbliche strade.

è precipuamente da rammentarsi la violenza, che a' 7 aprile vien fatta soffrire, alla stamperia del giornale la Stella del Sud, nel vicolo Limoncelii, presso l'officina dì Polizia, la quale ne è conscia dalla vigilia, per opera dell'orda Pancrazii diretta dal venditore di sedie capitano della guardia nazionale Biagio Turchi: tutto è quivi distrutto, e le guardie di sicurezza invitate da' danneggia ti, accorrono, e tosto vanno via ad un segno d'intelligenza fatto loro da' malfattori.

Or quale libertà può sperare la stampa incontaminata ed antagonista agli influssi rivoluzionarii, se uno de' costoro organi, tra quali è il Tribuno di Torino, nel numero de' 21 aprile giunge a dire: «una riunione di giovani ha deciso alla unanimità di distruggere in Napoli tutte le tipografie che stampano giornali conservatori: quando questa decisione del parlamento di piazza è stata annunziata, e la si comincia a mettere in esecuzione; se i tipografi non metteranno giudizio non avranno di che dolersi». 56


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Il giornale il Corrispondente comincia a pubblicarsi a' 27 gennaio 1862, e nel tempo che sedici suoi numeri escono in luce, subisce sette sequestri; ed un giudizio correzionale per aver ritardato qualche ora ad inviare la copia al regio procuratore generale criminale, d'onde la condanna a 50 ducati di multa, ed alle spese: - il gerente, benché gravemente infermo, è arrestato, e tenuto in carcere per sei giorni; - il direttore del giornale è per due volte minacciato di vita; e giornalmente insultato per le vie dalla camorra.

L'altro giornale l'Osservatore napoletano, per salvarsi dalle oppressioni, che gravitano su i suoi confratelli, è costretto ricoverarsi sotto la protezione francese: - il direttore è ilì francese Du Barry, - la tipografia è del francese sig. Pèlard, - il gerente responsabile è spagnuolo.

Il giornale il Cattolico è più volte sequestrato, e lo si astringe ogni giorno ad inviare al capo della polizia di Napoli la copia del foglio due ore prima di pubblicarlo.

Lo stesso liberalissimo giornale il Nomade non va immune da vessazioni: nel suo foglio de' 16 ottobre narra essere rimasto sorpreso in quel mattino trovando in disordine tutte le carte della sua officina, scassinati i foderi de' tavolini, e le chiusure degli scaffali, d'onde la tema d'invasione notturna di ladri; - ma gli viene annunziato «da un fattorino della annessa tipografia, che tutto quello sciopero era stato operato a per una visita di polizia».

Né la stampa è solò premuta dal potere, ma altresì dal comandante della guardia nazionale generale Topputi, che ai 2 febbraro scrive al procuratore generale del re presso la corte criminale «ingiungendogli di raddoppiare di severità verso i giornali della opposizione».

Sono passati a rassegna codesti abusi nel parlamento inglese e nella tornata de' 17 marzo, il marchese Normanby, tra le altre cose, nota alla camera de' lordi - «che nonostante tette queste persecuzioni, nuovi giornali ogni dì compaiono, e sono letti dal pubblico con la più grande avidità: 57 «la condotta senza fede e senza legge de' piemontesi non si limita agli stati napolitani ed all'Italia, ma trasmoda anche altrove».

La officio Gazzetta di Napoli si lamenta «che nella capitale delle province napolitane, in tomo al casotto dei giornali presso il largo S. Ferdinando si vede sempre una folla accalcata n comprare i giornali clericali e reazionarii» - Questi lamenti del foglio italianissimo fanno onore alla popolazione di Napoli.

Mentre è tale la persecuzione governativa per la stampa della opposizione, è d'altronde troppo benigno il trattamento per quella favorevole. Sono cifre officiali quelle di 20 mila franchi annui alla Gazzetta officiale di Torino; - di 2980 franchi l'anno per spese di compilazione a quella di Modena ed altre 12 mila per sussidio annuale; - la Gazzetta di Napoli riceve pure 22 mila franchi ogni anno - e 240' mila franchi annui al giornale de' Debats, per averne articoli favorevoli; che nello stesso modo si comprano da altri organi detta stampa estera; - come per un altro di essi si è enunciato sotto l'articolo delle finanze. II. 1. Le enormi e frequenti delinquenze nella città di Avellino, presso Napoli, sono deplorate dal giornale di quella provincia! il Crivello (n.12) che ne' soli 15 giorni da' 5 a' 19 gennaio riferisce tre audacissimi furti colà accaduti; cioè s nella notte del 5 la scassinazione del negozio di panni e seterie del sig. Pisani nella pubblica piazza, involandovisi tutti i generi del valore di oltre i due mila scudi; - a' 18, il furto violento di tutti i vasi sacri nella Chiesa di S. Francesco Saverio; - ed a' 19, quando il signor Orti, antico maggiore della guardia nazionale, ritirandosi a casa col domestico, 58 è fermato da due incogniti cui aggiungono altri trenta armati, che lo legano, l'obbligano menarli nell'abitazione, dove gli rubano sei mila scudi, oltre gli ori, e le gemme della moglie. Dal che inferisce il detto giornale «che la pubblica sicurezza è in mano di gente inetta, o ribalda; - ed il governo non osserva la giustizia» - Sul quale proposito riporta vari fatti di prevaricazioni della magistratura giudiziaria, che per determinate somme di danaro ha favoriti i rei. Enuncia, che «nella guardia nazionale sono compresi i facinorosi, sorvegliati già come ladri sotto il passato governo; al quale, se poteva addebitarsi di essere inerte, l'attuale venutovi dal Piemonte aggiunge alla inerzia anche il vizio della incapacità e del dispotismo».

2. Nella notte de' 26 gennaio da mano incendiaria si appicca il fuoco all'ufficio della conservazione delle ipoteche nel palazzo delle Poste in Napoli; e se non si accorre a tempo per ismorzare le fiamme, con la distruzione di quegl'interessanti registri sarebbero rimasti annichiliti i titoli di vistose fortune.

3. Contemporaneamente si falsificano fedi di credito dei pubblici banchi, atti della pubblica autorità, congedi militari, atti de' registri dello stato civile, bolli, tabellionati, una vera fabbrica e fucina di falsificatori esercitata da Enrico Igli, ed Eugenio Pani, già condannati sotto il passato governo alle galere, ed ora riammessi nella società dal governo subalpino, che non può fare a meno di riarrestarli.

4. A vista dell'officio della questura di polizia in Napoli è perforato il muro d'una bottega da caffè, verso la fine di marzo, ed è saccheggiato interamente un vistoso magazzino di drogheria.

5. E nella notte de' 2 a 27 marzo nel più affollato punto di Napoli, largo fontana de' Serpi al Pendino, i ladri aggrediscono la casa di un negoziante di vino, ed uccidono la costui moglie a colpi di stile, dopo aver tutto saccheggiato.

6. È tale e tanto il numero delle delinquenze in Napoli, ne' primi mesi dell'anno 1862, che il giornale la Democrazia del 3 aprile cosi si esprime: 59 «Non scorre notte senza che succedano furti, aggressioni a mano armata, ferimenti, ed omicidii; - ogni mattina di altro non udiamo a raccontare, se non di porte scassinate, di muri perforati, di botteghe spogliate, di case predate, di attentati di ogni genere contro le persone, e le proprietà. - E quasi vivessimo in paese selvaggio invece di trovarci in una città civilizzata, allorquando nelle ore della notte ci ritiriamo alle nostre case, in ogni individuo, che ci viene incontro, ci segue, dobbiamo sospettare un nemico, cauti e guardinghi inoltrarci ne' vicoli deserti, la mano su lo stocco, o sul revolver per timore di essere rubali, bastonati, ed uccisi: insomma più non esiste sicurtà per le nostre vite, e per le nostre robe.... Cosi jeri due omicidii si avverarvano, l'uno in persona d'un muratore presso il caffè dei fratelli Senno, - e l'altro ancor più barbaro in via S. Giovanni Carbonara».

7. A' 18 luglio nel centro più popoloso della città di Napoli tre giovanette appartenenti a famiglie facoltose, in atto di recarsi alla scuola sono violentemente prese e condotte in luoghi reconditi da occulti malfattori, che spediscono al dolente genitore un viglietto in cui si legge: «O rimettete subito la somma di danaro che vi si domanda, o domani in un fazzoletto riceverete le teste delle vostre tre figlie. Pensateci!»

8. Tra i molti assassinai e furti riportati dal giornale l'Indipendente de' 23 detto mese di luglio, si narra di tre signori napolitani, cui furono mandate lettere di pagare con minaccia, il primo seimila ducati, l'altro settemila, il terzo duemila, il quale ebbe per sovrappiù da disputarsela con gli assassini venuti amichevolmente in casa a prendere le somme richieste. Lo stesso giornale parla quivi de' moltissimi furti domestici; essendosi giunto finanche a rubare un bambino dalle braccia della nutrice, per carpirne poi il prezzo del riscatto: - nel palazzo Girella in via Toledo s'introducono quattro ladri travestiti da donne, e per quante indagini vi facesse la polizia non riesce ad arrestarli. 60

9. Contemporaneamente si commette nella strada Orefici l'inaudito furto con pubblica violenza da una masnada dì quindici ladri j che aggrediscono presso la propria casa lino de' primarii negozianti orefici, in atto che quivi rientra coi facchini carichi di tutti gli aggetti preziosi ammontanti al valore di più migliaia di ducati, per tenerli sicuri nella propria abitazione durante, la notte; ed impossessatisi del ricco bottino, lo ripongono in una carrozza ohe li attende impudentemente su la strada, e vanno via di galoppo. Più destramente, e con minor violenza, è saccheggiato il negozio dello orologiero Kiecer sotto il porticato di S Francesco dì Paola, su la piazza della Reggia, avvista dell'alloggio del generale Lamarmora. - E l'Indipendente sopracitato nel suo numero de' 16 ottobre riferisce:. - «i ladri, che ripullulano in Napoli in grandissime proporzioni hanno svaligiata interamente senza il menomo rispetto pel parlamento la casa! del deputato Pasquale Stanislao Mancini nel vico Freddo a Ghiaia».

10. In ragion diretta della dissoluzione sociale nello infelice reame' di Napoli, cresce l'arrogante audacia de' ladri. - Nel tenimento. di S. Salvatore (distretto di Caserta) tra i molti così detti ricatti, un agiato colono ha dovuto pagarne uno di tremila scudi per liberare il figliuolo catturato da' malviventi. L'Indipendente del 10 settembre accenna ad, altri consimili attentati ne' comuni di S. Lorenzo Maggiore, e di Caspoli (Terra di Lavoro} dove vari infelici cittadini han dovuto pagare rilevanti somme, e tra essi più sventurato il parroco Andrea di Silvestri, che sarebbe stato anche ammazzato da' masnadieri.

11. Il giornale il Pungolo parla di varie somme, cui sarebbero stati obbligati di pagare in Brindisi nelle Puglie i varii proprietarii Perez, Castro, Bini per liberare da' malfattori le vistose loro industrie armentizie, non garentite dalla forza pubblica per lo scioglimento della guardia nazionale, e pel disarmanento imposto dallo stato d'assedio; aggiungendovisi il timore di evasione di 600 galeotti ristretti nel bagno penale di quella città; 61 12. Più scandaloso è il misfatto a danno della opulenta famiglia Falvella, di Tramutola (Basilicata) un cui figliuolo di anni 5 è rapito da ignote mani e non si restituisce, se non dopo il pagamento di diecimila ducati. Con le indagini giudiziarie si scopre che gli autori d'un cosi grave attentato sono il capitana di guardia nazionale e 'I sindaco del vicino comune di Buonabitacolo.

13. Il sindaco della città di Nola Filippo Sparano, in uno de' giorni di novembre, è preso i ostaggio da' malfattori, ed è obbligato a pagare di riscatto tremila ducati.

14. Le ville circostanti, ed annesse all'abitato di Napoli sono cosi malsicure da costringere nel decorso novembre i pacifici cittadini, che vi si deliziavano nell'autunno, ad emigrarne in: fretta e stabilirsi in città; essendo state assalite due casine in Resina nella precedente notte.

15. La tendenza a' maleficii è cosi diffusa, ch eagli 8 agosto le due germane sorelle Nunzia, e Maria Granata: in Napoli duellano per gelosia, e l'una rimane morta, e I-altra semiviva con 18 colpi di coltello.

16. Clamorosa e cruenta rissa tra cittadini, e militari avviene in Napoli nel popoloso rione Porta Capuana a' 24 agosto, da degenerare in vero tumulto: vi prendono parte più centinaia d'individui: dapprima i carabinieri ne hanno la peggio: sopravvenuti altri soldati inviperiti fanno uso delle armi contro i popolani,14 de' quali son feriti, tra i gridi «fuori i piemontesi non vogliamo i piemontesi.» Nella susseguente sera de' 26 altri tumulti accadono a Toledo nel Caffè d'Italia; la polizia accorsa lo fa rinchiudere, arrestandovi cinque persone. Contemporaneamente l'uffiziale di polizia Metitieri menando in carcere, in virtù di mandato legale, un individuo, è aggredito da una turba presso il Caffè Croci di Savoia per far fuggire lo arrestato; ed è costretto far fuoco col revolver. 62

17. Nel mattino de' 10 ottobre trovansi giacenti nella masseria Cornola presso Manduria (Puglia) i cadaveri di Serafino Scialpi, Achilie Primiceri, e Filippo Scialpì, di colà, uccisi a colpi di fucile.

18. A' 29 dello stesso mese nella frequentatissima strada Ghiaia in Napoli, di giorno un capitano di guardia nazionale ne ammazza un altro. - E già nella sera de' 7 del precedente mese di settembre in Fragneto Monforte (Benevento) il tenente di guardia nazionale Francesco Jannelli al sortire dal posto della milizia è ucciso a colpi di fucile; - colpi che si reiterano contro la forza pubblica, che invano tenta raggiungere gli uccisori.

19. Nella sera de' 29 dicembre in via S. Nicola de' Caserti, a Napoli, l'avvocato Sebastiano de Nicolais all'improvviso è ammazzato con colpo di fucile tiratogli da un individuo abusando dell'abito di guardia nazionale: la palla di esplosione, oltre questa vittima, ne fa altre; perocché uccide pure un capraio, ed uno de' costui animali ivi accidentalmente fermati.

20. Oltremodo malsicuri sono i pubblici cammini. Spassò le vetture corriere latrici di corrispondenze officiali vengono impedite a continuare i viaggi, talvolta i corrieri sono ammazzati, e feriti, ed ordinariamente i plichi del governo sorpresi, e distrutti. Nella notte de' 19 febbraro (dice il giornale Campana della Gancia) la vettura corriera proveniente da Girgenti è assalita a Portella di Mare, e riceve un scarica di fucilate, che ferisce il cocchiere, il milite di scorta, e i due viandanti Antonino, e Calogero Ferrara. Nella sera de' 13 aprile (dice il Popolo d'Italia 15 aprile) la corriera postale delle Puglie, reduce a Napoli, è aggredita al Ponte Incoronata, sette miglia prima della città di Foggia; la corrispondenza officiale è bruciata: il corriere Francesco Monetti, ed un delegato di polizia son feriti gravemente: il postiglione eccita gli aggressori a manomettere costoro. 63 - A' 16 aprile (dice la Tribuna del 18) la vettura postale partita da Palermo, appena giunta al Ponte Altavilla, è aggredita a fucilate, e restano feriti i due militi a cavallo di scorta Francesco Azzaro e Filippo Restiva: muoiono uccisi i cavalli e tutto il carico è predato. - A' 22 del mese stesso è depredata la terza volta la posta che va a Lecce, bruciata la corrispondenza, niun danno alle persone, son presi i cavalli.

Dopo tre giorni si ripete lo stesso assalto alla vettura corriera pressò Foggia; e le guardie di pubblica sicurezza sostengono un conflitto con la peggio per esse. - ne' principii di giugno tre corrieri postali sono impediti a continuare il viaggio per gli Abruzzi, e per le Calabrie, tanto sono mancanti di sicurezza le strade consolari. - Contemporaneamente presso Troja viene arrestata la vettura corriera delle Puglie, e distrutta la corrispondenza. Il Monitore di Napoli del 18 luglio riferisce, che le vetture corriere delle Calabrie, e delle Puglie sono state assalite, e totalmente svaligiate lungo il cammino. - La stessa sorte incontra presso Montaguto, via di Ariano la vettura corriera di Napoli, a' 26 agosto e viene anche derubato il corriere, ed un viaggiatore. - Nella notte del 6 al 7 settembre in tenimento di Alife (Terra di lavoro) e fermato il postiglione diretto da Piedimonte a Caprìati, e distrutta la corrispondenza. - Si tenta agli 8 del mese stesso di aggredire il corriere di Lanciano (Abruzzo) ma la forza di scorta fa prigioniero uno degli aggressori, e lo fucila a Roccaraso. Verso la metà del mese stesso è svaligiata la corriera al Ponte S. Tommaso, ed uccisi due giovani sposi in viaggio. Dopo pochi giorni è assalita la vettura postale di Foggia, spogliata, e bruciato tutto il carteggio. «Le valigie postali (dice la Gazzetta del Popolo del 2 ottobre) vengono frequentemente derubate, ed in questa settimana lo fu per due giorni consecutivi il corriere, che da Napoli era diretto a S. Severo di Puglia: è un affare serio, perché il contadino è scorato, non semina, non coltiva, non s' industria». 64 E L'Opinione di Torino de' 20 ottobre dice: «frequentissimi sono gli assalti alla corriera: le lettere vengono bruciate solo per recar danno, per cagionare disturbi alla autorità e per contrariare il commercio». - Nel giorno 26 novembre il deputato signor Leopoldo Gannavina muove da Campobasso per recarsi' al parlamento i e conoscendo come sieno infestate le strade della provincia di Molise, che deve transitare, prende seco una scorta di 150 soldati; ma fatte poche miglia è costretto in unione di questa a ritornare, essendosi imbattuto in maggiori forze. (Dichiarazione del deputato Ricciardi nella tornata del Parlamento 26 novembre).

Ed a' 28 del mese stesso trentasei carri carichi di merci che da Puglia muovevano di conserva sono fermati a mezza strada da comitiva armata, che impossessatasi di varii effetti impone loro di ritornare con l'ordine, che ogni comunicazione con Napoli deve essere interrotta. Nel dimani praticasi altrettanto con 40 carri, che da Napoli si dirigevano alle Puglie. Nella vigilia di Natale è anche cosi sequestrato il pesce diretto da Lesina nelle Puglie a Napoli su 5 carri, i cui cavalli venivano presi. A' 2 dicembre (riferisce il Nomade degli 8) il postiglione di posta interna Carmine de Felice, addetto al giro in vari paesi della provincia (ili Avellino è aggredito ad un miglio dal comune di Zungoli, da una banda a cavallo, che gli toglie la corrispondenza de' plichi officiali. A Sferracavallo, poche miglia fuori Palermo, presso il posto di Polizia nella notte de' 30 novembre sono svaligiati 40 carretti di transito.

21. Non deve sorprendere codesta moltiplicità di reati quando si pone mente alla decadenza di ogni moralità governativa da parte degl'invasori del reame, i quali sconsigliatamente affidano elevati posti sopratutto nel ramo della Pubblica sicurezza in Napoli. Ricorda ognuno come fosse stato spedito da Torino con pieni poteri nella qualità di Ispettore generale, ed organizzatore della Polizia da prima in Bologna, e poscia in Napoli quel Filippo Curletti, 65 il cui compagno di misfatti Luigi Gerbasi, convinto di furto ed assassinio lasciava la vita sul patibolo in Torino a' 14 gennaio 1862, e l'altro correo Cibolla feceva le notorie rilevanti deposizioni a carico del medesimo Curletti! Ed è questa una verità, cui rende omaggio il deputato Nicotera nella tornata del 25 novembre, avendo detto tra le altre notevoli cose: «Napoli riconosceva qualche cosa di buono nel governo borbonico. E sapete qual'era il buono che riconosceva? Erano la proprietà, e la vita garantite. - Ma la presente amministrazione (de' piemontesi) tra i tanti mali, di cui ha gravate le province meridionali, non ha avuto né pur la forza di garantire la proprietà, né la vita!»

La sicurezza, e garentia per le pubbliche strade è tanto scomparsa che ne' principii di novembre, volendo i reali viaggiatori Principe di Prussia, e d'Inghilterra visitare il monte Vesuvio presso Napoli, diviene indispensabile far perlustrare il breve tragitto da due battaglioni armati di soldati; - e gli augusti personaggi rimangono sgradevolmente colpiti dalla necessità in cui si trova quivi il governo per tutelare con quei vistosi mezzi un transito altre volte così pacifico. - E di tale sorpresa il primo di essi (come riferiscono i giornali) avrebbe tenuto parola in Roma, paragonando le due diverse epoche del suo viaggio a Napoli, cioè, a' tempi del re Ferdinando, allorché con due gentiluomini di guida poté agevolmente curiosare il vulcano; ed attualmente, in cui ha veduto un cosi grande apparato di forze.

22. Né in migliori condizioni trovasi l'isola di Scilla. «Quivi (al dire del giornale il Corriere Siciliano) i galeotti che ufficialmente fanno guerra aperta alla società sono dodicimila)». È il Diritto di Torino n.93: - «In Sicilia, gli omicidii si succedono agli omicidi!, i furti, e le aggressioni a' furti, ed alle aggressioni, in pieno giorno, nelle pubbliche piazze ed in modo da sgomentare i più animosi. Non si trovano testimoni; ed avendosene taluno, l'indomani è pugnalato. Gli agenti della pubblica sicurezza arrestano i malfattori, e dopo qualche giorno i giudici li mettono in libertà. 66 Il delitto è presso che certo della impunità, e migliaia di condannati evasi da' luoghi di pena, o amnistiati percorrono le vie della città in gruppi numerosi, facendo pompa delle vesti di galeotto, ridendo in viso agli agenti della forza pubblica».

Ecco talune delle più significanti delinquenze riportate dalla stampa periodica. In questa città, Marsala, abbiamo veduto co' nostri propri occhi il delegato di sicurezza pubblica, senz'altra formalità, bastonare, fuori porta Trapani un cittadino, il quale, stava salvando dalle mani del ladro un suo mantello allora derubato; fatto, pel quale il ladro poté svignarsela.» (Il Popolo di Napoli e il Tribuno di Torino de' 2 gennaio 1862.) «La guardia civica (dice il Corriere Siciliano del 13 febbraro) è stata aggredita jeri l'altro a Porta Doganella da 22 contrabbandieri armati, risoluti d'introdurre generi in contravvenzione: una delle guardie rimane ferita da un colpo di stile».

E lo stesso giornale riferisce, che nella sera de' 25 in Palermo vien pugnalato un uomo da ignota mano avanti al palazzo Finanze, ed un altro nel dimani a Porta Macqueda.

«Nella scorsa notte (dice la Mola di Palermo del 1 aprile) un uomo, reduce dal teatro, è stato assassinato in Bagheria. Fuori porta Garibaldi un altro è stato ucciso con una fucilata. - La vettura corriera, reduce da Girgenti scortata da due militi a cavallo, ha dovuto fermarsi a Fondachelle di Vicari, per non imbattersi in una masnada di 18 malfattori, che a pochi passi rubavano; e mossasi a giorno chiaro ha trovato molto sangue sul sito, dove erasi consumato il furto».

«Nella sera del 15 aprile (riferisce il Precursore) a Casa Professa, piano de' santi Quaranta, proprio a pochi a passi dal posto di pubblica sicurezza, dopo lunga lotta, è assassinato un cappellaio; a' costui agonizzanti gridi corrono inutilmente talune guardie nazionali, ma quelle di pubblica sicurezza restano a dormire». 67


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Nello stesso mese di aprile la Campana della Gancia riferisce l'orribile misfatto di taluni carrettieri uccisi su la via di Girgenti da militi a cavallo, che loro rubano 69 once d'oro, e poi simulano denunziare l'avvenimento all'autorità del prossimo paese, a carico d'ignoto autore; - ma viene a scoprirsi la loro reità da un testimonio oculare, che meno avrebbesì potuto attendere; il disertore, cioè, ricercalo dai medesimi quattro militi nascostosi in una delle botti vuote trasportate dalle disgraziate vittime.

Sono tali gli scandali nelle pubbliche scuole de' Licei di Sicilia, che si rende necessario espellere alcuni sbrigliati giovanetti col braccio de' carabinieri. (L'Ordine, giornale di Caltagirone, de' 2 maggio).

Il Precursore del 28 aprile dice: «Ladri di terra, e di mare! Fra capo S. Gallo, e capo S. Vito abbiamo i pirati: tuttodì sono assalite e depredate le barche, ed i malfattori scendendo poi a terra a scialacquare il maltolto, sono in amicizia co' militi a cavallo.

Il Corriere Siciliano de' 30 accenna, che due giorni prima è stato lapidato da vari caprai alla croce S. Maria di Gesù un uffiziale di guardia nazionale. - Ed a Badami un cacciatore è rubato delle armi, e delle vesti.

Lo stesso giornale 13 maggio riferisce: a' 10 è ucciso barbaramente in Palermo un giovine di' Partitico di civile condizione: - agli 11 giorno di domenica è ferito nella strada del corso Vittorio Emmanuele a colpì di stile il patrocinatore Dias: - nella sera de! 13 il signor Pietro Musacchia riporta una pugnalata, ed un colpo di pistola: nella stessa sera altro barbaro omicidio è commesso dentro il convento Benedettini alla Fieravecehia: parimenti un cameriere ebbe segata la gola, e fu pure pugnalato.

Il Precursore del 15 dice, che agli 11 sì è trovato uccisa un Giuseppe Ferro nel feudo Turrisi. 68 Nella sera de' 20 dello stesso mese di maggio viene ucciso presso la parrocchia de' Tarsari a Palermo un povero operaio, che lascia 5 figli, - ed è ferito anche un artefice, condotto poi all'ospedale: - sarebbero ascesi a cinque gli omicidii di detta sera. (Il Precursore di Palermo de' 21 maggio).

A' 16 giugno una banda di ladri si batte nella contrada Camera tra Niscemi, e Terranova contro i carabinieri, che rimangono sopraffatti dal numero: grandissimo è lo scoramento delle popolazioni Ed è tale l'anarchia governativa, che il deputato Bruno nella tornata del parlamento de' 5 agosto declama contro Io spaventevole incremento de' delitti nella Sicilia, e dà lettura alla camera di un dispaccio pervenutogli di colà, d'onde emerge «e che i furti, le aggressioni, gli omicidii quivi si commettono giorno e notte; che il commercio è intercettato; che scorrazzano comitive armate, e regna l'agitazione nelle campagne etc.

Ed a' 24 settembre da Palermo scrivono al giornale il Diritto di Torino: - «Lo stato nostro non può durare: la sicurezza pubblica, cui si pretese provvedere, è in peggiori condizioni di prima; - risse, omicidii, furti, e bande e armate, quali non si videro mai pel pacato: in villeggiatura niuno va pel timore.... Si teme più delle vendette de' privati, che del governo con le sue leggi eccezionali, e le sue baionette. Il commercio è in rovina etc.»

Nella tornata parlamentare in Torino a' 29 novembre il deputato siciliano Ferrari accenna nel suo circostanziato discorso allo stato deplorabile della Sicilia, da lui testé visitata, e dice, tra l'altro dominar quivi il pugnalatore, l'assassino misterioso che nessun vale a scoprire, il traditore, per cui la giustizia è per cosi dire sospesa: quindi le repressioni militari, quindi proclamate le leggi terribili, quindi le fucilazioni in Sicilia, senza processo. - Di questo stato (sono troppo malcontente le popolazioni; - ed egli in Palermo non ci ha visto né pure un solo ritratto del re». 69 L'anzidetto deputato intende accennare a' tanti reati di 69 sangue avvenuti tra la fine dì settembre, ed i principi di ottobre. - Difatti gli ulteriori ragguagli fanno salire a 13 le persone, che nel 1 ottobre, di pieno giorno, sono trafitte in Palermo dalla setta de' pugnalatori. - E il giornale torinese la Discussione de' 5 dello Stesso mese tra le vittime de' precedenti giorni riporta un Francesco Vassallo, e le pubbliche minacce di sterminio contro tutti i MODERATI, sotto il cui titolo sì intendono gli amici del Piemonte.

Negli ultimi giorni del dicembre Onofrio Napoli tornava in Palermo con la vecchia madre, la quale è uccisa con 4 fucilate, e l'Onofrio è gravemente ferito, transitando la piana de' Colli, dove in poche settimane si deplorano 120 omicidii.

Per vendette politiche contro l'Onofrio erano già stati uccisi due figli; recisi gli alberi del podere, incendiata la casa, sterminati gli armenti. III. ne' diarii è riferito, che fin dal 1861 si trovassero incarcerati in tutte le prigioni del regno di Napoli 47,700 individui; - e che in tate periodo annuale ne fossero stati fucilati.15665. - Molto maggiore ne sarà il doloroso elenco nel 1862. Certo è, che dovendosi procedere allo appalto per la fornitura delle prigioni nelle tre sole province di Terra di Lavoro, di Salerno, e di Napoli si è conosciuto officialmente trovarvisi rinchiusi ventiduemila e settecento detenuti; con questa proporzione si vede, che in 16 province de' dominii continentali di Napoli, il numero deve oltrepassare i settantamila.

Il Deputato Ricciardi, nella tornata parlamentate de' 27 giugno, enumera i torti de' ministri, «che seguendo il re Vittorio Emmanuele in Napoli nell'aprile 1862 in 25 giorni di dimora ricevono 70 mila suppliche, che misero in tante casse, ed inviarono a Torino» e dice «che nelle sole prigioni della città di Napoli languiscono sedicimila cittadini». 70 Ed a' segni di negativa datiglisi, ripiglia «il numero de' sospettati di borbonismo è di circa 16 mila e non si dica di no, perché io non sono uomo leggiero, e quando dico una cosa, la dico, perché ne son certo - ho, «lo specchio de' detenuti politici nelle varie province. Nella sola Basilicata ammontano, a 1200. Moltissimi furono arrestati illegalmente alcuni sopra lievissimi indizii».

Dalle quali autentiche dichiarazioni trae argomento il marchese Normanby nel Parlamento inglese, tornata della Camera de' lordi 7 luglio, di chiamare la costei attenzione «sul trattamento inflitto a tanti infelici detenuti» - ; e soggiunge; «si sa che su la popolazione di otto milioni che contiene il reame di Napoli, non furono, che un 25 mila quelli che presero parte al voto per le annessioni: quindi 16 mila persone sono gettate in prigione, perché resistono alla volontà del popolo rappresentato da que' 25 mila.» E già nella precedente tornata de' 17 marzo il medesimo marchese Normanby aveva accennato alle arbitrarie restrizioni introdotte dagli invasori piemontesi nelle prigioni di Napoli, vietandosi a' detenuti di ricevere visite da' parenti, e conferire anche co' loro difensori, per cui fu pubblicata la solenne protesta segnata da sessanta de' primari avvocati del foro penale contro gli abusi, e le illegalità governative nel trattamento dì carcerati.

In settembre 1862 nelle prigioni di Palermo si trovano duemila carcerati per solo sospetto di essere borbonici; e quel prefetto proponendosi farne arrestare altri, chiede l'autorizzazione di convertire in carcere, i conventi de' francescani e de' cappuccini, non essendo più sufficienti le antiche località. - Ed in quello affollamento è ucciso nella notte de' 2 a' 3 marzo un detenuto, ed il fratello è gravemente ferito; e questi è astretto da camorristi autori dell'omicidio, a confessarsene reo nel dimani; innanzi all'Autorità, ciò che esegue per timore di peggio; ma si scovre la verità... Nello stesso modo è ucciso nel carcere della Vicaria di Napoli il famigerato camorrista Antonio Lubrano dagli stessi suoi correi, 71 sul conto del quale non è da omettersi quanto dice la Gazzetta di Torino de' 10 ottobre: - «quando il re venne per la prima volta in Napoli, Lubrano fu uno di quelli che afferrarono la carrozza reale per accompagnarla alla reggia: forte di questo servizio reso alla causa, come egli vantava, si presentò alla polizia, e disse, non potersi più imprigionare pe' suoi antecedenti (consistenti in vari omicidii e nell'accanito esercizio della camorra) avendo avuto l'onore di stare a' fianchi di S. M., e toccarne la vettura».

Il giornalismo siciliano dèflamè contro le pessime qualità del pane fornito a' detenuti di Palermo, i quali non potendo mangiarne per la pasta cretosa ne han formato delle pipe ohe mostrano alla curiosità de' visitanti. E notasi parimenti, che nelle carceri stesse trovanti oltre 400 individui ivi ristretti nel corso dell'anno dalla Questura, la quale ne ignora finanche i nomi, e per saperli si è diretto al Regio Procuratore, ed al Capo delle prigioni.

E la stessa Gazzetta di Napoli degli ultimi giorni dì dicembre, dice: «continuano le giuste lagnanze de' detenuti da 8 o 10 mesi, senza processo, senza speranza, senza decisione su la loro sorte. Maltrattamenti a piene mani........ Un infelice giovane, già soldato di Garibaldi: si afforca ad una sciarpa attaccata a' ferri del cancello, e pria di suicidarsi lascia iscritto: «Mi sono battuto contro gli abusi, e per non vederne di maggiori mi appicco».

Per la totale mancanza di. interiore disciplina, e per la niuna forza morale de' custodi, frequenti sono i tumulti e le insubordinazioni, nelle carceri. Il Pungolo de' 28 novembre accenna ad un gravissimo disordine in quelle di Castelcapuano a Napoli, dove la sentinella, avendo scaricato il fucile contro un detenuto per contravvenzioni commesse si ribellano tutti: invano s'interpongono i secondini, che sono feriti, ed uno è ucciso.

Su i positivi reclami pervenuti Torino in ordine al pessimo andamento nelle prigioni, non tacciono gli stessi giornali di colà, in vari de' quali si deplorano «le laidezze enormi, 72 che vi si commettono da' forti a danno de' deboli; e forse tra questi sonovi innocenti inesperti, che la prigionia perverte. La freddezza, ed indolenza governativa sin'oggi non ha rivolto uno sguardo a questi infelici, che, se innocenti, sono il bersaglio dello abbrutimento e del vizio».

E il generale Mazè nel confidenziale ordine del giorno alle truppe di suo comando nelle Puglie (riportato sotto lo articolo Guerra civile, data del 1 ottobre, pagina... di questo COLPO D'OCCHIO) confessa apertamente come le prigioni sieno ripiene di carcerati innocenti».

Il nuovo ministro guardasigilli Pisanelli nella tornata de' 12 dicembre confessa nel parlamento «di avere il debito di coscienza di opporsi a qualunque differimento per l'approvazione d'una legge; bastandogli accennare un solo tra molti fatti: - nelle carceri di Napoli giacciono da 2 anni quattro marinari; né ancora si sa da qual tribunale debbano essere giudicati».

Nelle prigioni di Napoli si può morire inoltre, anche per fame, per incuria della polizia che volendo sradicare la piaga del pauperismo, si risolve ad incarcerare i mendicanti e tra questi l'infelice Luigi Creola a' 15 gennaio con altri 19, è ristretto e dimenticato per più giorni, in modo che trapassa d'inedia. - Il Popolo d'Italia de' 21 gennaio stesso, nel riferire questo fatto dolorosissimo che registra a carico del questore Santaniello, aggiunge esser maggiore lo scandalo «da che il governo ha messo a disposizione del questore 50 mila lire per provvedere economicamente su l'accattonaggio!!» Le analoghe interpellanze fattesene nel parlamento, confermano il fatto stesso.

Che il servizio della custodia alle prigioni lasci molto a desiderare, si manifesta non solo per la fuga violenta di 44 galeotti dal bagno del Granatello nella notte 11 e 12 luglio; 73 ma anche dall'altra Alfa di altri 30 detenuti nella sera de' 3 settembre dal carcere di Castelcapuano in Napoli e da quelle di Aquila nella notte de' 17 e 18 del mese stesso di tre condannati di alto criminale.

Nella sera de' 9 dicembre evadono dalle anzidette prigioni di Napoli otto carcerati in alto criminale, in modo scandaloso segando massicci cancelli di ferro; tra esso è il famoso Raffaele Pipoli antico galeotto, reo di 13 omicidi». Sul proposito osserva il Pungolo del susseguente giorno: - «il nostro povero paese è destinato ad avere un triste primato, non vi è esempio storico di un così persistente infortunio nel custodire delinquerti»

A' 27 detto stesso mese di dicembre, sono evasi 137 galeotti dalle prigioni di Girgenti (Sicilia) con tutto il loro agio. Notano i giornali di Palermo essere ciò avvenuto nel giorno stesso in cui han preso possesso i nuovi carcerieri piemontesi, essendo stati tramutati sul continente gli antichi custodi. siciliani a' quali non si aveva fiducia; e che di questa evasione si compiaccia qualche alto impiegato di Torino, richiamato dal suo officio di Sicilia, pr un grave imbarazzo che lascia al successore.

La filantropia Gladstonica, che per lo addietro si appassionò sul trattamento de' detenuti ne' tempi normali del passato governo cui per ispirito di parte chiamava detta negazione di Dio, sente ora con indifferenza le crudeltà del Governo rigeneratore e galantuomo.

Eccone le testimonianze al certo inscusabili.

1.° Il Monimento di Genova pubblica la lettera di une de' condannati nell'isola di S. Stefano presso Gaeta: è questo un brano: «...la catena, che ci stringe le reni e che ci tiene legati al piede è attaccata alle pareti delle stanze, le quali rammentano le nicchie dello Inferno di Dante. Trattati come i più abbietti malfattori.... sai che cosa ci conforta e non poco? La speranza che i cuori generosi sentiranno pietà de' nostri dolori... in questi ultimi giorni dell'anno» 74 2.° Il Precursore dì Palermo rende di pubblica ragione al pari di altri giornali della Sicilia la protesta di Michelangelo Cammineci incaricato officialmonte della fornitura di vettovaglie in quelle prigioni: costui, dopo la trista biografia de' custodi, tra i quali un Luigi Prìulia ha rapita la moglie del carcerato Camillo Ganci con 2500 lire di proprietà dì costui, - dice aver veduto nella visita del carcere: «in un pianterreno 22 giovani quasi ignudi condannati come disertori dall'esercitò, coperti di piaghe e d'insetti giacenti sul nudo selciato... mentre 600 mante di lana dì proprietà del governo sono in pasto ai topi in un magazzino dello stabilimento!! In altra camera serrata gemono molti infelici senza uscirne da quattro mesi chi seminudo, chi ignudo affatto. - Si vanta il sistema cellulare, di cui si adoperano i soli rigori; e non si danno le 2 ore al giorno di passeggio per i cortili, né il permesso di fumare; si vendono: bensì da alcune guardie i sigari pel triplo del loro prezzo a' detenuti; l'erba cresce ne 'cortili o vi si fanno giardinetti per gl'impiegati. Il resto dello stato di 1300 prigionieri è quasi eguale a quello soprascritto. Giorni fa al primo cancello esterno eravi una quantità di donne, che accompagnagte da figli, domandavano conto' de' mariti, de' fratelli, de' padri, dei figli, che non sanno se esistano, e che non vedon da più mesi: il sottodirettore diceva ad una sentinella: fate allontanare quelle donne ed usate il calcio del fucile; allora io vidi il soldato dare l'arma al compagno dicendo: - non so adoprare il fucile. Contro donne infelici e lattanti creature; io abbracciai piangendo quel bravo, che pure piangeva. - Il respiro de' detenuti è punito a pane ed acqua. Son pronto a dare conto di quanto ho detto a chicchessia».

3. Il cennato giornale aggiunge, «che questa dichiarazione del Cammineci ha commosso il paese; il deputato Crispi ha visitate le prigioni, e ne è sortito raccapricciato: il medesimo Cammineci ha denunziato al regio procuratore i maltrattamenti inflitti al signor Pietro Bruno ex-ufficiale condannato a morte, 75 e per grazia. al carcere perpetuo. - Si censura generalmente il prefetto De Monale, che da quattro mesi venuto da Torino a Palermo né pure uno sguardo ha rivolto alle prigioni di Palermo, dove gemono circa 2 mila carcerati gettati a terra, e pieno d'insetti la più parte per misure di prevenzione: uno di essi da 2 anni non vede luce e non ha potuto vedere la faccia del giudice per cui nella visita delle carceri esplose in invettive contro, il re contro il parlamento, contro la nazione, non potendo conoscere la causa del suo arresto. De Monale non ha tempo di pensare a tanti sventurati; - ignora che nello stabilimento de' proietti la mortalità oltrepassa in taluni giorni il centinaio di bambini; ed intanto passa le ore in lieti pranzi, non a funzionari pubblici, non a diplomatici, non a stranieri illustri, non a cittadini di merito, ma e cantanti del teatro Bellini!».

Cresce intanto la smania di arrestare con veemenza, definita dalla stampa di ogni colore la legge del terrore nelle provincie di Napoli. - Il Calabrese, giornale di Cosenza dei 23 ottobre, riferisce: «ne' giorni scorsi abbiamo veduto condurre in queste centrali moltissime famiglie, e corrispondenti di briganti, buon per essi che Fumel non li abbia tutti fucilati!».

L'Italia (giornale di Torino) de' 25 del mese stesso dice: «la razzia su i camorristi, ed arrolatori e complici, ed amici de' briganti continua sopra una grande scala: nelle sole provincie il numero oltrepassa i quattro mila; in un solo giorno se ne sono arrestati 46 nel piccolissimo comune di Alfano, sottoprefettura di Vallo.»

La stessa Patrie di Parigi in uno de' suoi numeri del mese anzidetto, si esprime così: «La repressione in Italia si estende dalla punta delle Alpi alla estrema Sicilia, le carceri riboccano ; il di più lo tace il pudore.»

Mentre da per tutto, languono innocenti nelle prigioni, e cadono sotto le palle de' fucili piemontesi, l'accecamento dello spirito di parte, 76

che fa considerare tali eccessi come lodevole giustizia, mena poi gran rumore ed esclama, per l'organo de' giornali, per lo arresto di un Alfonso Origlia, imprigionato in Salerno da' carabinieri, a' 18 dicembre, in atto che faceva l'apoteosi di Garibaldi. - Lo incarceramento dello Origlia impegna varii uffìziali della guardia nazionale ad accedere dal prefetto Bardisono; - i partegiani se ne addolorano come d'una straordinaria calamità; ma pel sangue che scorre a fiumi, e per le tante migliaia ingiustamente rigurgitanti in carcere, non vi è che indifferenza!

La Stampa giornale del 4 dicembre, riferisce, elle nella città di Vasto (Abruzzo) durante Io stato d'assedio, sono state incarcerate 60 persone, su la cui sorte ha capricciosamente deciso il potere militare, senta curarsi per niente dell'autorità giudiziaria.

Nelle prigioni di Chieti (secondo l'Indipendente 3 settembre) sono ammassati 500 reazionarii co' loro capi Colatella, e Mecola; e temendosi di evasione si pensa mandarli da ora ne' bagni penali di Pescara, anche prima del giudizio, che procede lentamente.

Il Diritto degli 8 aprile annunzia «scriverglisi da Catanzaro (Calabria) di esser quivi le prigioni rigurgitanti di detenuti, senza letti, senza paglia, senza coverte, tanto a che 280 di essi sonosi ammalati di tifo; molti ne muoiono giornalmente; e le autorità non pensano a sollevare la e condizione di tanti infelici».

In Brindisi (Puglia) il forte di mare è ripieno delle più ragguardevoli persone della provincia, e sopratutto di preti, arrestati per ordine del prefetto Gemelli, e della truppa.

In Foggia è grave motivo di preoccupazione nella città il gran numero di carcerati ristretti, elle i è dovuto per la insufficienza della località collocarli in anditi chiudi da tavole, nel cui interno l'aria penetra appena, e rende pessime le condizioni igieniche da far temere lo sviluppo del tifo. 77 «In Avellino (grida la Democrazia de' 15 dicembre) è con raccapriccio, che sì veggono affollati nelle prigioni centinaia di vecchi, di donne, di giovanetti, tre generazioni di congiunti de' briganti, pel solo ed unico delitto di esser costoro parenti ».

Le. vessazioni e le angarie, cui sono soggetti i detenuti nelle prigioni di Palermo, all'arbitrio degli aguzzini di camorra (come il giornale Aspromonte de' 18 dicembre chiama i custodi) sono inesprimibili «carta da scrivere, libri, calamai, un poco di zuccaro, di caffè, di vino, di tabacco, tutto è negato, o concesso secondocchè si patteggia con i carcerieri».

I giornali di Napoli richiamano pure l'attenzione governativa sul modo di trasportare i detenuti, e riportano il seguente fatto: «ne' principii di novembre nella strada Montoliveto il pubblico fu spettatore di un barbaro spettacolo. Un soldato, a cavallo trascinava dietro di se un individuo con le mani legate, ed un altro legame avea tra le mani il milite che faceva capo ad un collare di ferro al collo del detenuto. Pochi giorni dopo transitavano anche per colà de' disertori, ed altri prigionieri, tra i quali su d'un carro scoverto due religiosi de' Sacri Cuori».

Negli stessi giornali si legge:.... «crescono i rigori di perquisizioni domiciliari, arresti, senza riguardi a luoghi, e persone, sopratutto nelle Calabrie: lo sfogo delle private vendette è giunto agli eccessi: le carceri tutte, anche le mandamentali, rigurgitano di arrestati d'ambo i sessi, che pe' stenti, e per l'aria miasmatica ne muoiono.

Sino i moribondi sono stati portati in prigione, e pria di giungervi sono spirati su le strade: non si è avuto pietà degli agonizzanti nel perquisire le case. In Cosenza gli uomini più rispettabili sono stati menati in carcere trascinati da un paese all'altro; e tra questi i religiosi dei Minori Osservanti: non vi è più sicurezza o guarentigia di legge: non basta esser onesto, ed aver la coscienza pura, per salvarsi dalle false denunzie». 78 La lentezza delle corti dì assise nel giudicare i detenuti è anche una delle deplorabili cagioni di affollamento nelle carceri. In quelle di Salerno mentre nel corso dell'anno doveano esserne giudicali 1800, appena 100 lo sono stati.


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Le trattative per aver ceduta dal governo portoghese una lontana isola nell'oceano onde deportarvi in massa que detenuti, che crederà il Piemonte, sono già divulgate con sinistro effetto nel pubblico Le tornate parlamentari da' 20 novembre a' 15 dicembre offrono interessanti manifestazioni sul deplorabile sistema del governo in materia di arresti, e trattamento carcerario. Il deputato Ricciardi protesta di voler esser sicuro «che uscendo dall'aula del parlamento non avesse ad essere ghermito da un carabiniere e tradotto abusivamente in carcere».

E nell'altra tornata de' 15 dicembre soggiunge: «l'ultima volta che io qui parlai, a' 27 giugno, su le misere condizioni delle provincie meridionali, l'onorevole ministro Conforti disse esser esagerata la cifra di 15 mila carcerati da me affermata. Ebbene, o signori, io ho acquistata la convinzione, che invece di esagerare io rimasi di qua del vero. Le nostre prigioni sono gremite, e spesso gremite di innocenti» E conchiude: «infine la sostanza è questa, che la libertà e la vita de cittadini sono in balia di un capitano, di un tenente di un sergente di un caporale, - Necessita di rimuovere da Napoli il proconsole militare Lamarmora, insulto alla civiltà, insulto alla prima città d'Italia».

Il deputato De Cesare esclama: «Giacciono nelle carceri infiniti detenuti, senza alcuna specifica imputazione, vittime di denunzie vaghe, imputati come partigiani del brigantaggio; senza che, autorità abbia alcun dato per provare la loro colpabilità».

Il deputalo Massari è spaventato per lo abuso nello arrestare anche su mere denunzie anonime, ed accenna al pericolo da lui corso in Bari di essere imprigionato come attendibile contro l'ordine. 79 Il deputato Ferrari censura l'arbitrio del governo nello arresto de' deputati Mordini, ed altri, e dimostra l'erronea definizione data da' ministri, e dal prefetto Lamarmora alla così detta flagranza e dice: - «Fin qui la flagranza, doveva essere nel colpevole, ora posando nel delitto, può colpire il cittadino a duecento leghe, il cittadino non solo assente, ma inconsapevole del reato. Di più, la flagranza, che prima doveva risiedere nel fatto esterno, adesso penetra nelle intenzioni, ed il ministero italiano avendo acquistato il diritto di scandagliare il cuore e le reni de' cittadini, non so chi si troverà al sicuro! - Un'altra cosa mi addolora profondamente, i quattro arrestati dichiarano essere stati isolati nelle prigioni; non aver potuto vedere né amici e conoscenti, né avvocati, di aver passati due mesi nell'assoluta solitudine.... Io non posso comprendere come si possa ciò fare... Questo non si fa in alcuno stato incivilito».

Lo stesso deputato accenna nella tornata de' 29 novembre, alla cosi detta empara di polizia, cioè «cittadini arrestati, che comunque liberati da' giudici come innocenti, pure vengono ritenuti in carcere in virtù dello stato d'assedio militare, che dura sempre, benché cessato in carta».

Difatti, una ministeriale del guardasigilli, firmata dal direttore di grazia e giustizia signor Robecchi, è diramata da Torino a tutti i collegi giudiziari delle provincie meridionali, con la quale «s'ingiunge a' procuratori generali, che per molti reati, e principalmente per quelli politici prima di mettere in libertà i prevenuti e gli accusati, debbasi consultare la polizia, alla quale si dà perciò la supremazia sul potere giudiziario, e l'ampia facoltà di EMPARA».

I giornali, tanto di Napoli, che di Sicilia gridano contro codesta misura, con la quale l'autorità giudiziaria viene a subordinarsi al politico amministrativo.

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V° GOVERNO 

1. DISORDINI, E PREPOTENZE GOVERNATIVE.

2. STATO DI ASSEDIO.

3. ANARCHIA.

4. ATROCITÀ'.

5. GUERRA CIVILE.

6. INESTINGUIBILE SENTIMENTO POPOLARE PER L'AUTONOMIA. 

La pubblica opinione, comunque sotto alcuni aspetti particolari possa discordare ne' suoi giudizi sui tristi avvenimenti compiutisi nel reame delle due Sicilie durante l'anno 1862, è però unanime a riferirli, nel generale in tutta la loro gravità alle esorbitanze del governo Subalpino, che tratta e ritiene le Provincie meridionali come una sua Affrica italiana.

Non basta il coraggio di scusamelo, almeno in parte a que' medesimi, che furono e sono i propugnatori non sempre disinteressati del governo stesso; i quali d'altronde confessano essere generale il sentimento di odio contro il Piemonte, e diffusamente sentito il desiderio per lo restauro de' principi caduti.

Le aspirazioni, e le innate tendenze di quelle popolazioni son per l'ordine, pel riposo, per la pace; i quali beni hanno perduti, e comprendono oramai di non poter riacquistare senza l'autonomica restaurazione.

Diritti internazionali, diritti politici, diritti civili, diritti domestici, tutto in esse cospira a provocare reazione contro gl'invasori; benché un certo numero de' loro compatrioti satollati al banchetto governativo, a spese delle napolitane finanze, vantassero le nuove felicità della patria da essi tradita, - chiamando ordine la più desolante anarchia; - stabilità lo sgomento del presente, e la incertezza del domani; 81 - accordo ed amore il malcontento e l'odio; - voci di gioia le grida di dolore.

Gli unisoni clamori accusano che essi, ciechi per non vedere la flagrante antitesi, ed ostinati per mantenersi nei lucrosi posti, - trovano essere mezzi lodevolissimi il governare con gli stati d'assedio, con gli imprigionamenti in massa, con le proscrizioni, con gli esilii, con le leggi del sospetto, con i tributali militari, con le i fucilazioni, con far caricare alla baionetta, per le piazze su que' popolani, il cui suffragio si è comprato due anni prima con tante arti. E non ostante queste piaghe aperte e sanguinanti, essi imperversano a proverbiare da tiranni gli antichi Principi!

Uno de' più popolari organi del Napoletano cosi si esprime: La consorteria racchiude nel suo cenacolo quanti erano vissuti nel Piemonte, che si atteggiano a martiri, senza aver subita una ora sola di martirio; servitori della fazione piemontese cui han dato aiuto per far distruggere ogni cosa fra noi; è per libdine di poteri, e di ricchezze han tradito gl'interessi del paese dove erano nati. Zelanti nel sottomettere le province, meridionali al Piemonte, e Napoli a Torino chiamano lavoro di unificazione la distruzione delle amministrazioni vissute da secoli, la rovina delle famiglie d'impiegati, la miseria universale. Pochi napoletani stretti in consorteria han venduto come Giuda per denari la patria ed hanno offerta al Piemonte la più bella parte d'Italia, prostrando Napoli, hanno esclamato con gioia - l'abbiamo annichilita! - Ed annichilita può dirsi la città di Partenope, la cura di Filangieri, e di Vico. La consorteria, e la fazione piemontese hanno trionfato, e trionfano, hanno governato, e governano. (La Democrazia giornale de' 19 dicembre).

È una verità generalmente riconosciuta, che la rovina del reame di Napoli derivi dall'essersene affidata la direzione governativa ad uomini, non solo incapaci, ma altresì inaspriti dallo esilio, e da rancori contro il cessato governo, animati dal solo desiderio di vendicarsene; odio da essi esteso anche contro le popolazioni, delle quali sono i calunniatori; 82 e per la stessa ragione divenuti ligi e idolatri del Piemonte, che avea loro data la più che decennale ospitalità, cupidi infine di rinfrancarsi nelle sostanze ed impinguarle a spese del fiorente tesoro dello Stato.

Non può meglio esprimersi questa deplorabile cagione di mali, di quello che testé lo ha fatto uno scrittore napoletano nel suo recentissimo libro - Delle presenti condizioni d'Italia, e del suo riordinamento civile (1)».

L'autore, benché talvolta severo contro il passato governo «pure non può fare a meno di lodarne la mitezza usata dopo la prima restaurazione nel 1815, verso i suoi nemici politici, che onorò, protesse, e promosse ne' pubblici uffizi; mitezza, che non si è voluta imitare dal Piemonte e dalla fazione sua fautrice, divenuti padroni di Napoli, dove invece con le più inaudite crudeltà e spirito di parte si è agito, sopratutto adoperando inganni ed artifizii pel vantato plebiscito, e per far proseliti alla nefanda annessione; tacciando gli avversarii da municipalisti e peggio».

Un imparziale libro aveva già proclamato fin dal 1845; - «i fuorusciti che dopo lunghi anni ritornano ebbri di dolore, e di furore, di amor di bene, e di consuetudini e parole straniere, fanno, più che altri, inganno a se stessi; e possono alla patria nuocere più che crudele nemico (2)».

La condotta pertanto del governo attuale nelle Provincie meridionali è giudicata nettamente dalla stessa Gazzetta di Napoli sotto i numeri 151.152.153.154. e 155. del mese di novembre, dove ha sentenziato il medesimo come - «reo, d'accordo con lo straniero, del danno della patria detto dello eccitamento alla guerra civile, con la morte e prigionia di tanti cittadini!»

(1) E. CENNI, pag.17 e seguenti.

(2) Angeloni, L'ITALIA, tom. II pag.246. E Io si conferma on maggior vigoria d'argomenti dal Mac-Auley. Storia d'Inghilterra, tomo I pag.165. 83 Indipendentemente dalle autentiche confessioni fattesene nel parlamento di Torino (1), e da altri organi più o meno officiali, si abbia come omaggio alla verità, il seguente riepilogo su i fatti concernenti,

1. i disordini, e le prepotenze governative;

2. Lo stato d'assedio;

3. L'anarchia;

4. Le atrocità;

5. La guerra civile,

6. ed in conseguenza lo inestinguibile sentimento popolare per r autonomia. I.1 DISORDINI, E LE PREPOTENZE GOVERNATIVE. 1. A' 2 gennaio trasportansi altrove d'ordine del prefetto di Napoli i mirabili opificii e stabilimenti di armeria creati con tante cure dal cessato governo nel vasto comprensorio del Castello nuovo, e si dispone abbattersi, e cedersene il suolo ad uso privato. Ed a' 2 dicembre, scalando le finestre del palazzo della Nunziatura Apostolica in Napoli, s' introducono vari agenti governativi con violenza, ed anche per ordine del suddetto prefetto, ed in dieci viaggi trasportano via tutte le carte ivi depositate relative alla Commissione del Concordato; essendosi opposto il Guardaportone a cotal violazione per lo ingresso regolare.

2. In aprile, quindici deputati del parlamento appartenenti alle provincie meridionali, presentano al ministero di Torino un memorandum nel quale si fa il quadro desolantissimo delle condizioni del paese «per effetto del mal governo in ogni ramo, d'onde la universale scontentezza, gli attentati perturbatori delle città i fogli clandestinamente pubblicati,

(1) Si vegga il libro pubblicato nel 1862, che ha per titolo: «Le condizioni del reame delle due Sicilie considerate nel parlamento di Torino da deputati delle provincie meridionali»

83 gli assassini quotidiani le fatue soscrizioni a favore di stranieri pretendenti, tutta ebollizione di propositi liberticidi favoriti dalla febbrile inquietezza succeduta all'entusiasmo de' primi tempi».

Ed è facile comprendere, che con l'ultima frase i deputati alludono a taluni maneggi, pe' quali la Democrazia, giornale de' 7 dicembre num. 8 ha pubblicato: «una convocazione de' Capi-legione della guardia nazionale di Napoli ha luogo nelle sale del comando generale, per eccitare la vigilanza de' loro uffiziali superiori su le mene Murattiane. Dobbiamo in verità confessare, o che il governo è cieco, finge non vedere. Il governo ignora, che le liste di soscrizione a favore del pretendente girano pubblicamente; che la stampa ne pubblica le lettere al caro Duca, ed al caro Principe; che le medaglie, e gli emblemi di S. M. Gioacchino II si mostrano, senza ostacolo, dagli affiliati al partito.... La commedia piemontese sta per finire: gli spettatori fischieranno, e presto».

E lo stesso giornale de' 25 novembre, riandando gli abusi del governo «con gli arresti preventivi, con le violazioni di ogni legge, col diritto della sciabola proclamato da' proconsoli che badano unicamente a far bottino, e da' burocratici inetti avidi di preda, burbanzosi sprezzatori di tutti e di tutto conchiude in questi termini» Il penero unitario è sogno d'inferme menti coltivato ed accarezzato nello esilio, nelle prigioni, ed in faccia a' patiboli per 30 anni; ed intanto con questo pretesto di unificare si sono distrutte, e si distruggono alla giornata amministrazioni e direzioni, spalancando la porta della miseria a migliaia e migliaia di famiglie, e mettendo su la strada vecchi servitori dello Stato, che avevano logorata la vita nel servirlo.

Pane chiedono costoro, pane dimandano gli orfani e le vedove de' sagrificali, ed intanto da Torino, o non si rispoade, o sì dice doversi attendere col barbaro dizionario burocratico di Torino. 85 - Aggiungasi la finanza distrutta, il tesoro depredato, i tribunali divenuti immagine del caos, le leggi tutte volte a fiscalità; e poi tasse; e sempre tasse. Ecco cosa fruttava a noi il plebiscito. - Ecco quanto ci arrecarono i Farini, i Nigra, i San Martino, i Lamarmora, i Rattazzi!»

E con maggior vivacità ha pubblicato testé in Napoli un valente scrittore: «Senza nessuna cognizione delle cose di Stato si è voluto distrugger tutto: - far tutto da nuovo, non rispettando alcuna delle condizioni reali del reame di Napoli, con una furia incredibile di legiferare ormai divenuta proverbiale.

L'amministrazione civile ne' sudi molteplici ordini, la finanza, le dogane, la pubblica istruzione, la polizia ecclesiastica, l'ordine giudiziario, la guardia nazionale; tutto insomma è divenuto materia da esercitare la feconda incentiva de' nuovi governanti: i loro portati però hanno tanta vitalità, che si son veduti in poco spazio, su lo stesso oggetto, abbattute le antiche leggi, che erano pur ottime, dalle nuove molto inferiori, e queste surregate da altre nuovissime ancor peggiori!.... Il dire che «i popoli delle due Sicilie fossero guasti, imbestiati, e barbari è divenuto di moda ufficiale; ed il gravarli di maggiori imposte e dazii si è definito per un mezzo di civilizzazione.

E pure essi avevano i migliori codici d'Europa, le istituzioni più sapienti, un ottimo ordinamento giudiziario, - e lo stesso segretario Nigra nella sua relazione al Cavour, pag. 41, non ha potuto far meno di dire: che nelle provincie meridionali abbonda, vi è profusione d'ingegno e di cultura: - e il Sacchi (anch'egli governante piemontese) ha affermato. «esserne gli impiegati pubblici non solo abili ed intelligenti, ma anche superiori di cognizioni economiche ad altri de' vari stati italiani...

3. A' 2 aprile il console inglese residente a Napoli scrive al suo governo: - «In Napoli continua lo scontento e la stessa gelosia degl'italiani settentrionali (piemontesi): hanno rincarìte le pigioni e le derrate d'ogni specie: 86 le province sono nel terrore: sinora il brigantaggio esiste certamente in ampie proporzioni nella Puglia, e non fu ancora efficacemente domato».

A cui ci fa eco il Nomade, giornale liberalissimo di Napoli che in un lungo articolo attribuisce al governo piemontese i tanti mali, che inondano i poveri paesi della Italia meridionale. L'unità si è fatta (egli dice); ma intanto questa parte d'Italia nessun utile ne ha ricevuto; anzi danni gravissimi, l'amministrazione del governo subalpino non produsse altro, che una confusione generale, il brigantaggio per soprapiù; la miseria nelle province -, lo scoramento in Napoli».

Contemporaneamente il deputato napoletano Ricciardi scrive una lettera al presidente de' ministri signor Rattazzi (pubblicata nel diario la Nuova Europa) nella quale si egg: «Le dirò, esser le cose venute a tale in questa parte d'Italia (regno delle due Sicilie), che i più non hanno fede nella durata del nuovo governo, il quale, non temerò di affermarlo, è oggetto quivi di generale abborrimento Vi aggiungo, la giustizia e la legge essere nomi vani, la magistratura non facendo il proprio dovere che imperfettissimamente, e là vita de' cittadini essendo, ne' luoghi tutti infestati dal brigantaggio, in balìa dell'autorità, militare, e i cui soprusi sono Udi da far rabbrividire. MIGLIAIA DI PERSONE DA UN ANNO A QUESTA PARTE FURONO PASSATE PER LE ARMI SENZA GIUDIZIO DI SORTA ALCUNA, E PER COMANDO DI UN SEMPLICE CAPITANO, LUOGOTENENTE; SICCHÉ NON POCHI INNOCENTI MISERAMENTE PERIRONO! Orribili esempii potrei citarle a tale proposito ricordando le date, i nomi, e luoghi!».

Altra omogenea pubblicazione si legge ne' giornali napoletani. - Il liberale Francesco Calicchio, arrestato per sospetto, ferita dalla forza catturante con colpe di pistola, senza aver opposta residenza, 87 imprigionato per molti mesi, poscia chiarito innocente, dirige al re Vittorio Emmanuele un memorandum nel quale si notano i seguenti periodi: ...

«Il paese disgraziatamente sperimentò il mai governo di Farini perché circondatosi dalla consorteria ambiziosa del potere, e non di fare il bene della patria. Traboccando il disordine governativo da ogni parte, fu spedito Nigra, e questi in pubblico, ed a me in lavato, non nascondeva di palesare, che la luogotenenza Farini era stata riprovevole, e che a rimarginare le piaghe formate da questa era stato prescelto lui ma Nigra promise molto, e nulla fece: il popolo restò illuso, lo scontento crebbe, e Irate vaso col mostrarsi ostile ad ogni atto del governo... Io, uomo del popolo, ho promesso al popolo mari e monti per rovesciare il potere borbonico, ma ora sono scoraggiato nel vedere il cammino a ritroso, che si serba; nel vedere negletto il popolo; nel vedere che questo sventurato paese soggiace ad un peggiore dispotismo, a tanti balzelli, a tanti mali etc...».

4. Col decreto de' 6 aprile epurativo della magistratura nelle provincie meridionali si destituiscono in fascio 150 magistrati. - «Guai a quel governo (dice la Stampa) ohe per mantenersi reputa necessaria una simile ecatombe degli amministratori della giustizia.... E pure l'attuale corruzione ne' giudicanti è tale, che per cento ducati si può ottenere la liberazione dal carcere di un prigioniere, puree che non sia di quelli troppo famosi; - e per la medesima somma si può ottenere una favorevole sentenza civile; ed anche un eccellente impiego».

E nel novembre 1862 esce in luce un libro che in Napoli gode di ben meritata riputazione, nel quale si legge una esatta critica su 'l nuovo ordinamento giudiziario che è definito «un temperamento falso, di gran lunga inferiore al preesistente, e costoso più del quadruplo in paragone dell'antico, 88 il cui personale mandato via per la massima parte è stato cosi infelicemente rimpiazzato, che avvocati, litiganti, e pubblico intero sono costretti a confessare che te quello che vi è di meglio tra gli odierni magistrati è quel poco che è rimasto degli antichi, se ne salvi rarissime eccezioni. Anzi abbiamo udito dire, che ne' processi politici hanno sovente mostrato maggiore indipendenza gli antichi a tribunali, che i nuovi».

La prepotenza governativa su la magistratura si esercita dì fatti a danno della giustizia nella più estesa sfera ed in moltissimi casi: tra i quali. il più notevole è quello di aver imposto alla Corte di Cassazione in Napoli dichiarare incompetenti i tribunali di Calabria pe' giudizii a carico de' ribelli di Aspromonte nel mese di agosto. Su di che si scaglia il deputato Nicotera nella tornata parlamentare de' 25 novembre, e tra l'altro dice: «Il governo borbonico voleva mantenere una certa apparenza di legalità e di rispetto alla magistratura. Non c'è esempio, che i tribunali abbiano ricevuto direttamente ed apertamente, senza riguardo, degli ordini per decidere in un senso piuttosto che in un altro. Questo esempio, o Signori ce lo dà il ministero di Torino col suo telegramma alla corte Suprema di Napoli».

Ed una delle non poche misure arbitrarie di tal genere è quella riportata dalla Gazzetta ufficiale de' 4 novembre: - «A' 12 ottobre furono derubati alcuni commercianti della provincia di Salerno da otto malviventi del comune di Senerchia, il cui Sindaco, e la guardia nazionale sono stati astretti dal governo ad indennizzare il danno sofferto dai derubati».

5. Sgomentato dal disordine officiale, il questore di Napoli presenta le dimissioni alla vigilia dello arrivo del re verso la fine di marzo, ed i principii di aprile, ma dal primo dell'anno fino a' 31 marzo aveva egli già fatte eseguire 1511 visite domiciliari. - La stampa stessa fautrice de' nuovi ordinamenti se ne allarma. - Il Nomade grida: «Il governo apra gli occhi su questa piaga sociale, che in Napoli si chiama pubblica sicurezza».


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Sconfortante quadro fa dell'andamento amministrativo il Popolo d'Italia (num. 246): - «Borse esauste per la sostenuta rivoluzione, esauste per gravezze daziarie; spostamento di fortune per una strana tariffa doganale, spostamento per un nuovo sistema monetario; ristagno per panici di guerra, la mancanza del lavoro, le messi distrutte, e le comunicazioni interrotte per causa del brigantaggio. Ed in mezzo a tuttociò nessun espediente di risorse, niuno impulso alle arti, alla industria, al commercio. Un credito fondiario progettato, e non eseguito. - Casse di risparmio, che non hanno proceduto oltre le parole; - casse di deposito e prestiti svanite; - comizii agricoli andati 'in fumo; - di ferrovie nulla, dopo tre anni; ogni lavoro nelle nostre provincie posto in concorrenza con i piemontesi, mentre i lavori nel Piemonte non si mettono in concorrenza con i napoletani. - Fra questo esaurimento continuo di tutte le nostre forze economiche, una voragine ci sta innanzi, che tutto ingoia e per quanto più assorbe, rimane più esausta e presenta disavanzi sopra disavanzi, e sempre spaventevolmente crescenti».

6. Invano si cerca riparare a tanti disastri con lo scioglimento delle guardie nazionali, de' municipi; come si verifica a danno de' camuni di Solmona, di Castana un Sicilìa, di Caivano, di Afragola, del Vomero, di Arenella presso Napoli, di Pimonte (in provincia di Salerno) per indulgenze con i briganti. Nell'ottobre la legione della guardia nazionale di Foggia è disciolta, con intimazione consegnare tra 48 ore munizioni, ed armi. Gli stessi spedienti sono a un dipresso posti in opera nelle altre provincie, - carcerandosi dove un Sindaco, e dove un comandante di guardia nazionale, come poco zelante nel perseguitare il brigantaggio, o in sospetto di parteggiare per esso. 90 Delle esorbitanze ministeriali a danno delle province meridionali rende anche un altra grave testimonianza il deputato Nicotera nella tornata de' 25 novembre, quando dice, che il governo piemontese «viola lo Statuto costituzionale, e viola la libertà de' popoli, che lo crearono, e che con un sistema di repressioni prepotenti, e con ipocrita e codarda politica all'estero intende fondare l'Italia: - per codesto governo non esistono le guarentigie dello Statuto, la libertà individuale, la inviolabilità del domicilio, la libertà della stampa, e spinge tanto oltre il disprezzo della legge da sorpassare il governo borbonico: È doloroso dover ricordare certi fatti. Io ricordo, che il 15 maggio 1848 nella camera napolitana vi fu un mio amico deputato Stefano Romeo, che ebbe il coraggio di proporre, che quella Camera si fosse mutata in Costituente per dichiarare la decadenza dal trono di re Ferdinando II. - Ebbene, Signori, fino a quando non fu sospeso lo Statuto, Stefano Romeo non fu molestato!»

Nella susseguente tornata de' 15 dicembre ribadisce questa circostanza storica l'altro deputato Ricciardi: - «Io, aveva l'onore (egli dice) di esser deputato pel parlamento napoletano nel 1848: noi eravamo ribelli, costituzionalmente parlando; poiché, prima che il parlamento fosse costituito, secondo là lettera dello Statuto, ci costituimmo in assemblea deliberante; che anzi dietro mia proposta, un Comitato di pubblica salute fu eletto nel nostro seno; un Comitato, i cui atti furono in tutto rivoluzionarii. Orbene, il Borbone, vincitore la sera del 15 maggio, non faceva arrestare verun deputato. Era serbato al generale Lamarmora, luogotenente d'un governo costituzionale, il far quello, che non aveva fatto un re assoluto! - Vedete dunque, che ora non uno, ma due re esistono in Italia; - l'uno costituzionale in Torino, e l'altro dispotico in Napoli: uno istituito pel bene l'altro istituito pel male». 91 7. È tale la confusione degli ordini emanati da Torino per governare Napoli e Sicilia da non riflettere, che mentre quivi si trovavano fin da' 9 ottobre 1861 già destinati due Commessari straordinari vi si mandano a' 5 gennajo 1.862 senza rivocar questi, altri due Alti Commessari straordinari con pieni poteri; in guisa che è necessario rimediarvi col decreto reale de' 9 ottobre, che gioverà trascrivere: «Ritenuto, che ogni cosa relativa all'amministrazione delle provincie meridionali venne da noi, a motivo della condizione eccezionale delle medesime, affidata ad Alti Commessari straordinari muniti de' più ampli poteri, e che ragion vuole quindi abbiano a cessare i due Commissarii straordinari stati precedentemente nominati, mentre le facoltà ad essi attribuite sono comprese nel novero di quelle concesse a' predetti Alti Commissarii, - Ordiniamo - art.1. I suddetti due commissarii straordinarii stati nominati in forza de' precedenti nostri decreti de' 9 ottobre 1861, cesseranno a partire dal 16 corrente ottobre, dal compiere le funzioni state loro rispettivamente assegnate. - articolo 2. Tali funzioni verranno intanto disimpegnate in Napoli dal nostro Alto Commessario straordinario per le provincie napoletane, in Palermo da quello per le provincie Siciliane.»

Ad accrescere intanto l'avversione delle popolazioni siciliane, si pubblica nella Gazzetta Ufficiale, col nuovo regolamento doganale «che Messina cesserà di essere pel commercio una città franca col 1. gennaro 1866.»

8. La condizione della pubblica istruzione è cosi descritta dal giornale napolitano il Popolo d'Italia 29 novembre num. 246.

«La nostra regia Università è ora oggetto di sarcasmi e di derisioni come un tempo fu di decoro del paese, e di speranza de' padri nostri ansii di lasciarsi dietro posterità illuminata, e morale. Organata sul numero di 60 professori, due terzi di questi sono nomi ignoti, e sol cogniti al governo di Torino, per merito non già, ma per raccomandazioni ed insistenze degli amici consorti. 92 - In Napoli, dove si ebbe in tutti i tempi culto fervido e sublime il Diritto penale, qui dove il Diritto romano ha formato sempre uno de' più indefessi, e felici studi della gioventù; qui la facoltà legale langue, respinge, sdegna. Ed è soprammodo spettacolo di compianto di veder tali esseri montati in cattedra, che se tal fiata entri ad ascoltarli qualche letterato, essi arrossiscono, smarriscono la idea e la parola..... In qual modo poi si son tenuti i concorsi di merito, e quale ne fu il risultamento?...,.. Il ministero irridendosi di esaminati ed esaminatori ha sbalestrato lì su la cattedra un professore, cui il pubblico meno pensava, ma che seppe ben farsi strada indipendentemente da ogni concorso. E quando una cattedra è rimasta vuota per elezione a deputato, allora l'insegnamento è mancato in barba della gioventù studiosa, conservando sempre il posto pel caro eletto, o la si è fatta occupare da un sostituto tale, che divenne tosto il soggetto, delle caricature, lo zimbello de' caffè e delle strade. - È una ridda d'inferno questa nostra università, e guai a quel professore che abbia un merito reale e riconosciuto! «Ecco subito la coalizione degl'intrusi contro di lui, ed eccolo escluso da tutte le accademie, eccogli destinata un ora per lo insegnamento in cui la gioventù, perché stracca, perché occupata altrove, non può sentirlo - Se tutte volessimo spiegare le piaghe della nostra università, non basterebbero più numeri di questo giornale. - Che diremo del Collegio Vittorio-Emanuele? - Superiori privi di forza morale, rinnovati ad ogni mese come i camerieri di locanda; professori nominati a casaccio; alcuni che entrano oggi, ed escono domani, argomento certo, che il sistema poco soddisfa a' genitori. - E dove sono le scuole tecniche? dove quelle di arti e mestieri? dove quelle per gli adulti, sieno femminili, sieno maschili? dove sono gli asili infantili? 93 - Noi ne abbiamo inteso parlar molto, ma abbiamo già cercato tre anni e nulla abbiamo visto definitivamente organato!» (1) Una conferma autentica a codesto desolante quadro vien data bella tornata parlamentare de' 27 gennaio, dal deputato napoletana Mandoi-AIbanese, il quale sostiene che nella università di Napoli due terzi de' professori percepiscano gli stipendii mensili, e non dettano lezioni; e fra essi evvi un consigliere di luogotenenza; del che si è egli personalmente assicurato: ed afferma poter garentire, per averlo a verificato. - Soggiunge di conoscere professori cattedratici, i quali cumulano fino a sei cariche diverse con stipendio; ed essersi nominati altri 4 professori senza concorso, in onta della legge che lo richiede: - dice, che volendosi collocare un favorito, si mette in ritiro con lo intero soldo il professore titolare di matematiche nominato appena da 4 mesi, e così il governo viene a caricarsi di due mensili; (1) Scarsissimo è il numero degli alunni ne' ginnasi, collegi e licei - In quello di Maddalooi, un tempo così celebrato con oltre 100 convittori or non vi sono stati che due alunni nel corso del 1862, e 14 o 15 professori. I due miserrimi giovanetti sono stati obbligati senza pietà a girare per tutte le cattedre, e udire i professori tutti, perché il preside avesse potuto avere il dritto di dire, che il Liceo era in esercizio.

Generalmente si riconosce ora in Napoli, che i piemontizzanti vietando insegnamento privato, nel quale sotto il cessato governo niuna ingerenza prendeva l'insegnamento officiale, per cui fu libero e prosperante, hanno posti i ceppi alla libertà del pensiero in nome della libertà politica! - Ed hanno poi pensai di porre professori cattolici nella cattolica università napolitana; di sopprimere la facoltà, teologica; di introdurre professori insegnanti ex~professo dottrine protestanti; per cui lo studente da un professore ascolta, che la dottrina cattolica sia la verità assoluta: da un altro che sia il massimo degli assurdi; né manca chi fa un miscuglio dì essa e della opposta: a chi de' tre crederà? Lo scetticismo totale dovrà esserne la conseguenza inevitabile. Sarebbe stato più logico rimuovere tutti i professori catodici, ad ateizzare l'università.....!!! 94 uno a quello messo a ritiro, ed un altro al favorito, il quale ha ottenute in tre mesi due cattedre, non contento di una, che gli fruttava 50 scudi al mese».

E nell'altra tornata de' 28 giugno il deputato napoletano Lazzaro per maggior conferma soggiunge: «Vi sono progetti per scuole normali; - vi sono riforme per questo o quel regolamento di università; leggi di tassa pe' studenti; circolari accademiche a questo o a quello; - ma, o signori, io non veggo fatto quello che si dovrebbe fare; e il popolo è ignorante più di prima».

Il Diritto di Torino de' 22 dello stesso mese di gennaio riferisce, che «il signor Scavia spedito da Torino a Napoli, come organatore delle scuole magistrali, ha saputo far benissimo i proprii affari, avendo imposto a tutti i licei, scuole, e case da lui dipendenti l'uso de' suoi libri. - Cosi un altro professore di recente nominato cavaliere di S. Maurizio, che è un pezzo grosso nella università di Napoli, manda casse intere di una sua opera per tutte le provincie, e cosi guadagna tesori giovandosi del posto che occupa».

Querelandosi pe' cennati abusi accadono sovente agitazioni tra gli studenti, in nome de' quali corrono proteste contro i professori De Luca, Pisanelli, Tommasi, Pirla, Imbriani, che non dettano mai le lezioni, e perché è vuota la cattedra di diritto internazionale.

Con maggior risentimento quelli della università di Palermo nel mattino de' 12 marzo formano una imponente dimostrazione, con bandiera alla testa, con cartelli scritti ai cappelli, e co' gridi: «abbasso i professori inetti, abbasso la legge Casati; - le cattedre vuote a concorso; - abbasso il rettore» contro il cui stanzino lanciano pietre, e ne rompono i vetri. Il governo ordina provvisoriamente la chiusura della università.

9. Gravissimo è il detrimento arrecato al pubblico costume sbrigliate le libidini, fomentata la corruzione coi libri osceni, e figure scandalose pubblicamente spacciate: l'immoralità è all'apogeo. 95 - Se ne ha un documento officiale nella lettera diretta dal sig. Torelli prefetto di Palermo a quell'Arcivescovo (ne' principii del mese di giugno) dal quale chiede il possesso di alcuni monasteri per convertirli in ospedali e curarvi i moltissimi infetti di mali sifilitici: giova riportare la introduzione della lettera stessa: - «Un fatto grave, quello di uno straordinario numero di soldati affetti da mali venerei, dovette attirare tutta la mia attenzione: riti cercandone le cause, mi persuasi pur troppo esser questo un grave flagello, non solo della truppa ma della città intera che qualora non si accorresse ad un pronto riparo, può mettere a repentaglio la salute pubblica in modo allarmatissimo. Basterà un solo esempio per darne una misura: alla leva operatasi in questo anno furono trovati affetti da sifilide gli otto decimi de' giovani della città di Palermo!»

È troppo rattristante riandare i documenti presentati nella tornata de' 12 agosto pel progetto di legge, onde stabilire nuovi sifilicomi: la relazione analoga col ministro Rattazzi espone le spaventevoli proporzioni de' morbi sifilitici che travagliano, la pubblica salute delle popolazioni napoletane, e siciliane, e come gli antichi ospedali non solo non fossero bastanti per curarvi le moltissime donne contagiate, ma bisognava quadruplicarli.

Dicesi nondimeno essere, stata proposta dal ministro della pubblica istruzione la cattedra su la prostituzione nella regia università: - certo. è però che senza ribrezzo si parla di tale materia, - la gazzetta ufficiale ne ha pubblicati i regolamenti bullettini bibliografici annunziano la storia della prostituzione di tutti i popoli del mondo dalla antichità più remota fino ai tempi nostri e se ne raccomanda lo spaccio.

10. Scempio maggiore avviene ne' pubblici stabilimenti di Beneficenza. - Il giornale napolitano il Popolo d'Italia de' 6 maggio, dice essere così pessima l'amministrazione de' medesimi, che un personaggio autorevole giunge a proferire nella reggia, in presenta de' deputati del parlamento: 96 «io credo che la metà delle rendite di codesti pii stabilimenti napoletani debba andare rubata»

E quindi nel giornale stesso viene così riferita la visita fattavi dal re Vittorio Emmanuele nello aprile: - Il re, e il ministro Rattizzi hanno visitato il maggiore pio stabilimento, che noi abbiamo, l'Albergo de' Poveri, e che è appunto il peggiormente amministrato, reso albergo della morte per lo spirito pel corpo. - Ma quando essi vi andarono, i governatori prevenuti da' consorti, che pure circondano il nuovo ministero, col frastuono delle bande musicali soffocarono le grida de' gementi. - I poverelli di quello stabilimento, più che creature umane, appaiono bestie pel modo, onde sono trattati. Dormono su vecchio e lurido strame: i loro vestimenti giornalieri sono cenci inutili più volte e rattoppati: senza calze e senza scarpe, il loro cibo è pasta nera ed acida, senza verun condimento le camicie e te lenzuola stoppia dura dì color bruno, in cui schifosi insetti formicolano a vergogna della umanità. - Pessimo lo insegnamento, i maestri con meschino onorario servono svogliali, e con quel pagamento e per quella lontananza non possano esser certo i migliori di questo mondo. La morale, niuna. E le donne? Ahi ludibrio! Più di 300 giovanette hanno popolato i postriboli perché cacciate. - Or questo stabilimento è specchio fedele di tutti gli altri in Napoli!»

E già fin dal precedente marzo la stampa napolitana annunziava: - «Giovedì 6 condente, per ordine del governo, le più avvenenti giovanette alunne nel real albergo de' poveri son condannata ad esibire il proprio ritratto in fotografa con la macchina appositamente introdotta in quello ospizio, assegnandone l'imponente oggetto di doversi spedire que ritratti a Torino. Il di più s'intende da per se stesso!...».

E deve anche intendersi come le cose sieno quivi peggiorate in modo, un giornale politico-popolare, che si pubblica in Napoli, a' 10 dicembre abbia potuto scrivere 97 il seguente indirizzo al prefetto Lamarmora con una franchezza di tuono da far ritenere che non ne possa essere esagerato il contenuto: «Signor Generale Lamarmora, mandami a chiamare, se hai viscere di carità, ed io ti mostrerò una lettera rimessa a me da un infelice recluso nell'albergo de' poveri dì Napoli.... Quivi sono fanciulli, e ragazze! L'amministrazione è organizzata a camorra,... Non appena leggi queste parole, va, o manda persone di tua fede colà, ed ordina che visitassero tutto, tutto il locale; anche a le corsee sotterranee, ove sono ammucchiati quelli che si è chiamano i miserabili. Troverai fanciulli, e bambine, ignudi, perché i cenci non garentiscono quelle povere carni! Li troverai pieni d'insetti, su paglia marcita, pallidi, smunti per la fame, perché quel poco di polenta, che loro si amministra, spesso vien tolta a 500 infelici ogni di sotto pretesto di punizione! Vedrai come quelle creature non hanno in questa rigida stagione un lenzuolo, una coperta, ed a guisa di bestie rannicchiate sul terreno in stanze umide e malsane. Interroga que' poverelli, e prometti loro di garantirli dalle sevizie e dalle torture... Sovratutto, o Generale, dimanda a quelle sventurate fanciulle, che non hanno altro scudo, che le lagrime... com'è conservata la loro innocenza!... Recati sul luogo, e poi dimmi, se i napoletani han ragione dì maladire Torino!»

E la Gazzetta di Napoli del 5 dicembre riporta una petizione diretta al deputato Ricciardi, per presentarla al parlamento, in nome de' reclusi nel pio stabilimento anzidetto del real albergo de' poveri, dove sono enunciate le sevizie, i maltrattamenti, e le iniquità di quegli amministratori, alla cui testa è il sopraintendente de Blasio.

Penosa impressione produce nel pubblico la novità de Vistosi soldi, che prendono i nuovi governatori, mentre quelli del governo borbonico prestavano la loro opera gratuitamente; intanto le rendite sono diminuite di circa 50 mila ducati l'anno, 98

e con questo pretesto si restringe il numero degli impiegati, si espellono bruscamente, dopo tanti anni di servizio, poveri padri di famiglia.

11. Né con miglior successo influisce il governo ne' più civili istituti di educazione muliebre de' Miracoli, e di S, Mar Cellino, le cui maestre ricusandosi a prestare il giuramento di fedeltà al nuovo governo subalpino, vengono brutalmente espulse e con 20 carabinieri d'ordine del medesimo a' 7 gennaio: la durezza dell'atto commuove a segno uno de' membri del consiglio direttivo cav. Ferdinando Cenni, che indegnato nello stesso giorno rifiuta di tener quello uffizio, e se ne di mette. - E le alunne a' 14 del mese stesso, anniversario del re Vittorio Emmanuele, si rifiutano fermamente a recarsi m chiesa pel Te Deum, che si pretende far loro cantare, ed invece si chiudono nelle stanze ad intuonar cantici pel re Francesco II; - ciò che forma oggetto d'interpellanza nella tornata parlamentare de' 18 marzo pel deputato Mandoi-Albanese; e il ministro Mancini risponde, che le 28 alunne ribelli e reazionarie, come figliuole di borbonici, sarebbero state, per castigo, a costoro rimandate. - Per questi. avvenimenti è fatto condannare da' tribunali monsignor Tipaldi Vicario Generale della curia arcivescovile napoletana a 13 mesi di confino, e 1500 lire di multa. Ed i giornali de' 23 aprile annunziano di essersi interessati i cuori generosi a favore di codesto prelato, facendogli offerte di danari ed oggetti preziosi in proporzioni cosi larghe da sorpassare di molto la cifra della multa di condanna».

Le prepotenze governative non intimidiscono le altre alunne, che nell'ottobre si rivoltano contro le nuove istitutrici piemontesi, ricusando di obbedir loro.

12. Concorrono ben altri avvenimenti da dimostrar il colmo del malcontento.

Per Sicilia, il disgusto e generale nella provincia di Girgenti contro quel prefetto Flaconcini, eccessivo nelle violenze, e nelle misure arbitrarie (lo dice il Precursore di Palermo). 99 - A Catania (scrive la Tribuna) i reali carabinieri perlustrando in una delle sere di marzo presso Leonforte, ricevono una scarica di fucilate, ed uno ne rimane ucciso. Un altro ferito, un terzo è salvo perché colpito su la placca metallica, al quarto si fa saltare la spallina dello uniforme.

Nella stessa sera nel posto di guardia nazionale del comune di Paternò sono ridotte in pezzi le statue del re Vittorio Emmanuele, e di Garibaldi, e la bandiera tricolore italiana.

Palermo è indignato per l'atto arbitrario commesso a' 18 dicembre a danno della pacifica famiglia di Pietro Ruisi (sezione mulino a Vento): uno stuolo di carabinieri e di guardie di polizia ne sfondano violentemente la porta di casa, invadono le stanze interne, si fruga da per tutto, si minaccia di vita chiunque parla per protestare; si mena in carcere il Ruisi con due suoi inquilini; ma nel dimani il questore si vede nella necessità di rilasciarli liberi; perché si è preso uno sbaglio!

L'Indipendente de' 23 luglio pubblicai «che la imposta sul sale e tabacco abbia prodotto nel popolo una specie di uragano, seguito da calma mortale in Napoli, e nelle provincie. ne' comuni di Squillace, Cardinale, Palermiti, Caringa, ed in molti altri paesi ha luogo una ribellione gridando abbasso le imposte; con altre voci di odio contro il nuovo governo; - a Chiaravalle, terribile sollevazione con scuri, falci, e fucili: - in Taranto vi è fermento preludio di ribellione: - a Quisisana si lanciano sassate sul posto di guardia nazionale».

In uno dei giorni del mese stesso nella strada di Toledo è bastonato un deputato de' moderati; - e corre voce, che un altro della dritta sia stato pugnalato per tradita missione: «Noi diciamo (scrive la Gazzetta di Napoli) che questi signori hanno giocato una brutta partita, gittando la patria nello squallore, e nella disperazione: alla infamia che porta seco il tradimento, si aggiungono le cieche vendette de' popoli». 100 «L'avversione contro la nuova legge del registro e bollo (dice il Popolo d'Italia de' 13 maggio) si sfoga nella provincia di Salerno con una petizione ricoperta da moltissime soscrizioni, nella quale si fanno voti al re, perché non sanzioni codeste tasse, che si dicono gravissime per le Provincie meridionali non necessarie, e fomentatrici del crescente malcontento generale» (1).

Nel suddetto comune di Squillace a' 27 agosto si rinnovano i tumulti contro il governo, che se ne vendica con molti arresti.


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Ne' principi di novembre (annunzia il Nomade) una sommossa popolare scoppia in Ururi, comune della provincia di Molise, e da Foggia vi accorre truppa piemontese, con cavalleria, e due cannoni; La sostituzione della moneta piemontese all'antica moneta napoletana dà motivo ogni giorno a contestazioni, e mormorazioni popolari, non volendosi generalmente ricevere il nuovo danaro con la impronta del re Vittorio Emmanuele; per cui il governo è costretto a modificare il decreto che pel 1 novembre aboliva il corso delle antiche monete, e adotta un mezzo termine riguardo a quelle di rame, ordinando che dovranno essere ricevute dalle casse pubbliche ed aver corso al cambio per un tempo indeterminato: quanto alle monete d'argento, continueranno ad aver corso a Napoli come per lo passato».

Le popolazioni delle due Sicilie non possono facilmente dimenticare, (comecché il segretario generale Nigra avesse dato ad intendere in una sua relazione a Cavour che mancava il reame di buona moneta ad uso piemontese) (1) È stata dimostrata nel parlamento dal deputato de Luca la durezza, la fiscalità, la ingiustizia di questa legge, infesta per la sua essenza all'amministrazione della giustizia, sopratutto per le liti di tenue valore, che sono nel reame le più numerose, e più interessano il minuto popolo. La Camera di disciplina degli avvocati napoletani ha già esposti in luce gli altri disordini delta legge stessa, uno de' quali è di far pagare per lo stesso ed unico credito quattro volte la tassa nel corso di un giudizio civile, dal dì della sentenza di condanna fino al compimento del giudizio di spropriazione di beni. 101

che nel 1860 tenevano depositati al solo Banco diciannove milioni di ducati come ha riferito il Sacchi; oltre più di 200 milioni di ducati (de' quali 45 né furono coniati nel 1856 rifondendo i pezzi francesi di cinque franchi) che stavano in circolazione per negozii e per le bisogne quotidiane della vita. - La quale enorme quantità di denaro (quasi mille milioni di lire) superava proporzionatamente quella che è in Francia ascendente a 2200 milioni di franchi, giusta il calcolo del ministro Fould.

13. Gravi turbolenze accadono in Napoli, motivate in parte per la repressione del governo contro i primi movimenti garibaldini dì Sarnico, con tumultuose dimostrazioni, che invano tentano di infrenare le forze nazionali, militari, e di polizia, nella sera de' 19 maggio, quando il re Vittorio Emmanuele si reca al ballo offertogli dal municipio nel palazzo del marchese del Vasto: - molti gridi si fanno nel rincontro, fuorché quello di Evviva al re, il quale affretta, ed anticipa la partenza da Napoli, e subito si restituisce a Torino: seguono per più giorni ad affiggersi cartelli sediziosi. Il Popolo d Italia de' 21 maggio nello accennare a codesta imponente dimostrazione, nella quale dice esservi i cittadini d'ogni ceto, e le associazioni d'ogni coolore, si lamenta del noto Odoardo Pancrazi capitano della guardia nazionale, che ordinava a' militi di far fuoco contro il popolo; e lagnasi pure degli altri uffiziali de Cesare, e Martinelli per aver usato modi inconvenienti alla divisa cittadina; per lo che il deputato Nicotera stampa una lettera rimandando il fucile, e la daga al maggiore del 4. battaglione della guardia nazionale, della quale rinunzia di far parte, «avendo la compagnia del detto Pancrazi consumato il più vergognoso delitto, quello cioè di rivolger le baionette contro un popolo inerme».

Reduci da Sicilia, arrivano in Napoli i principi figli del re Vittorio Emmanuele, ed a' 16 luglio visitano il Duomo, ohe rimane deserto al loro apparire. 102 - Quale fosse in questa occasione lo spirito pubblico vien descritto dal giornale napoletano la Pietra infernale: - «Sono arrivati i Principi. Il popolo li ha guardati; ha veduto in uno di essi il futuro reggitore de' destini della nazione. E il popolo ha scosso il capo! È rimasto assorto, inerte, apato. L'Osanna suona fievole sul labbro del popolo tradito, Sì, o principi, questo popolo fu tradito; bassamente, turpemente, codardemente tradito. E i traditori, voi lo immaginerete, furono quei che pretendono governarlo nel nome di Vittorio Emmanuele; e che nel tradire il popolo, tradiscono Vittorito Emmanuele stesso e l'Italia. Ci si promise di migliorare le spirito del popolo, ci si disse volerci moralizzare. Fu bestemmia questa parola; noi la udimmo, e il sangue ci bolli nelle arterie. Raccapricciammo a tal parola; e quando vedemmo i fatti di seguito, allora, come Ugolino stemmo tutti muti! - Ci si insultò prima; e poi spogliati, abbandonati, vilipesi, ridotti come un popolo su cui pesi In maledizione di Dio».

Essendo questo l'universale sentimento nelle provincie meridionali, non dee far meraviglia, se il prefetto Lamarmora abbia fatto consegnare pieghi sigillati in tutti i posti militari da aprirsi ad ogni menoma insurrezione; - se il ministro della guerra nella tornata del parlamento de' 22 novembre abbia fatto comprendere che per frenare le provincie meridionali non bastino ancora i centoventimila soldati, che vi fa stanziare (1); - e se in novembre approdando in Napoli i reali principi d'Inghilterra, e di Prussia, abbiano uditi i veri gridi di dolore di quelle popolazioni (gridi ben diversi da quelli che le fazioni vollero far credere giunti a Torino ne' decorsi anni, per dare un pretesto alle piraterie, ed agli assassini politici), (1) Risulta da documenti autentici, che sotto l'antico governo Borbonico 60 mila soldati componevano tutto l'esercito, ed erano più che sufficienti a mantenervi l'ordine, e la tranquillità; e sotto l'attuale governo subalpino non ne bastano 120 mila; e stanno per arrivare a Napoli altri 10 mila. 103 nella quale occasione è presentato alle Altezze Loro un indirizzo, dove è marchevole il seguente tratto:

- «O magnanimo, erede della corona di Prussia! Non attristarti alla vista delle nostre calamità, riversate dalle sette infernali in queste, un di fiorenti contrade. Ma quando farai ritorno presso l'Augusto Genitore, ricordati della nostra desolazione, ricordati di noi! Gli dirai, che Napoli è travolta nel pianto, oppressa da feroce dominazione, avvilita, deserta! Gli dirai, che il reame è retto con verga di ferro da spietati manigoldi in divisa di soldati! Gli dirai, che sono ancora fumanti le rovine di 27 nostre città, bruciate dal furore piemontese; le opulente contrade insanguinate e manomesse; le campagne biancheggianti di ossami di migliaia d'innocenti moschettati; le prigioni stipate di centomila infelici; il reame deserto e squallido, ove miriadi di miseri spogliati d'impiego, senza tetto, senza sicurtà, domandano pane, e pane non hanno! Gli dirai, che per libertà la servitù, per legge l'arbitrio, per prosperità la miseria, per benessere sociale tutte le calamità, ne ha regalate il Piemonte! Gli dirai in somma che siamo orfani senza padre, cittadini senza patria, desolati senza conforto, infelici senza sollievo...».

14. Nella elezione delle individualità alla rappresentanza legislativa nel parlamento molto si è gridato per colpe di corruzione: si è detto, che trafficavano per sé, e per gli altri; si è menato scalpore per l'abuso del privilegio di viaggiare gratuitamente, e molte cose anche peggiori. In una recentissima opera (1) è esposta ne' seguenti termini la opinione che ha il pubblico napoletano sul proposito: - «Era bastante a togliere al parlamento ogni credito, il vedere l'aula parlamentare divenuta una specie di arena, o di circo, dove politici gladiatori si contrastano il potere con incredibile scandalo della nazione spettatrice; (1) Delle presenti condizioni d'Italia dì E. Cenni pag.266. 104 l'osservare la nessuna serietà delle discussioni, in cui si è disceso a scene indegne, non diremo di uomini politici, ma di uomini ben educati; lo scorgere la niuna ponderazione con cui si sono adottati provvedimenti, e leggi importantissime; ed in K fine la vergogna mille volte rinnovellata, di non essersi potuto andare alla votazione, perché non presenti moltissimi, alla quale non si è pervenuto a mettere argine, ad onta, che si fosse minacciato di far pubblicare nel giornale ufficiale i nomi degli assenti. - Per noi napoletani vi è poi una ragione specialissima. Si è in mille occasioni pubblicamente calpestato nel parlamento il nome napoletano, e non si è alzata una voce a difendere questo nobile popolo; - si sono lanciate filippiche violente, e lo diremo ancora bugiarde, contro la corruzione, la ignoranza, la intemperanza, e la incapacità civile de' napoletani, e non vi è surto alcuno, che abbia raccolto il guanto, e rintuzzato le indegne calunnie. Con qual nome la società civile darebbe qualità ad un figlio, che ascoltasse pubblicamente svergognare sua madre senza difenderla?... Si sono assalite screditandole e deridendole le nostre migliori instituzioni, e da' nostri deputati si sono lasciate combattere, e distruggere senza contesa: - Che più? si è apertamente oltraggiata la religione de' nostri padri e non si è sciolta una lingua per rimbeccare la stessa? E son questi i rappresentanti nel 1862 del popolo napoletano, e del popolo napoletano cattolico? Quali esempli hanno tolto ad imitare i nostri deputati, forse quello de' deputati di Francia, d'Inghilterra, di Spagna, di Russia?- No, essi hanno il tristo vanto di essere esempio unico, ma non lodevole, nella storia parlamentare de' popoli civili!

15. I due cambiamenti di ministero, in marzo, e dicembre dell'anno 1862, costituiscono un fatto gravissimo, che dimostra il completo disordine governativo. Si veggano i ministri nascere, e morire indipendentemente dal parlamento, fuori di esso, e senza di esso; 105 ciò che ripugna alla essenza ed al meccanismo del governo costituzionale, donde trae argomento il deputato Ferrari, nella tornata del 30 novembre per esclamare: - «Noi abbiamo un parlamento, giornali e e tutto il corredo che fa parere libertà un vano cicaleccio» - E nella tornata del precedente giorno il medesimo deputato rinfacciava al governo: - «..... voi inteso a guadagnar terre e città, avete posta in non cale la forza del nuovo regno d'Italia perdendo di divinità per quanto avete cercato di estendervervi in territorio».

Ecco come il Times parla della caduta di Rattazzi: «Gl'italiani non trovano parole abbastanza forti ad esprimere la loro avversione per il caduto ministero - Rattazzi incoraggiò dapprima, combatté di poi Garibaldi tutta l'Italia gli rinfaccia questo doppio tradimento».

E la condizione delle due Sicilie è così compendiata dal Nomade degli 8 dicembre. «Intanto in queste misere lotte di partiti, gli uomini si sciupano, ed il paese è condannato ad assistere per parecchi mesi ad una commedia ministeriale, che farebbe ridere se non fosse doloroso questo disprezzo delle nostre istituzioni e te.».

Nel quale sentimento è unisona la Democrazia de' 3 del mese stesso: «Lo sfiduciamento, e, apatia sono succedute alle liete speranze; il commercio è deperito, la sicurezza pubblica è distrutta, i briganti numerosi, e fieri scorrazzano a lor piacimento; le finanze esauste; l'ordinamento (interno incompiuto) le sette agitanti, e cospiranti contro lo Statuto, ed il re; il governo senza vigore. Aggiungasi a tanta rovina la immoralità dell'amministrazione interna, lo sprezzo de' diritti anche i più sacri, il disavanzo di settecento e più milioni; e vedrassi se un Farini, ed i notissimi Consorti possono, anche volendo, preservare il paese dalla terribile catastrofe, che lo minaccia. Per tutti i ministeri è una confusione indicibile: il partito de' ministri caduti, che sia ancora negli impieghi, avversa i presenti. 106 «Sono sparite molte posizioni interessanti nel dicastero dell'interno: Farini sta quasi sempre in letto; per cui si prevedono prossime dimissioni».

Il nuovo gabinetto, non solo non rincuora la pubblica trepidazione, perché lo si designa come un narcotico per la opposizione; ma inspira piuttosto maggiore sfiducia. Il Farini, così si esprime tra i molti giornali, che gridano tutti in un metro, il Popolo d'Italia il Farini impiantò quel sistema, che fu la rovina delle provincie meridionali, il disordine nella amministrazione, la speranza negli antichi partiti. Lo Spaventa, di questa fu l'energico, ma abborrito, braccio. Non conosciamo ancora quali uomini di Stato ed amministratori il conte Pasolini, e Michele Amari. Pisanelli venne accusato di aver messa infelice base al personale della magistratura. - Al Manna volgiamo preghiera, che il ministro non ricordi lo autore del regolamento doganale. de' signori Peruzzi, Minghetti, e della Rovere si è a lungo parlato e le tante volte pel passato, e non mai per encomio».

Ed appena nato, già corre voce, che il Farini, ed altri ministri si ritireranno, designandosene finanche i successori: cadano, e si succedano i varii ministeri italiani, semprepiù diminuisce nelle popolazioni d'Italia la fiducia ne' lumi de' nuovi padroni, nella stabilità della loro opera, e ne' destini delle popolazioni stesse.

Nella tornata del 15 dicembre il deputato Guerrazzi definisce essere un musaico il nuovo ministero, per la varietà delle opinioni: - chiama Saturnia la maggioranza della camera attuale, e questa non rappresentante le vere aspirazioni del paese; per cui consiglia ironicamente a' deputati di tornare a' loro focolari, coperti di allori; notando da ultimo che per le condizioni del napoletano la concordia era un abisso.

Il fatto viene in appoggio di ciò che dice il Guerrazzi; lo si dimostra dalla scarsezza scandalosa, e dal numero infinitesimale di elettori ne' collegi elettorali: 107 valga per ultimo esempio, che in dicembre nella sezione Mercato in Napoli (di oltre i 180 mila abitanti) per la elezione del deputato al parlamento, il candidato Paolo Cortese s'intende nominato con 43 voti, mentre il suo competitore ne riunisce 41. Questo è dunque il popolo rappresentato da tali rappresentanti! II. STATO D'ASSEDIO. 1. Il governo subalpino, che vede tutto minaccioso nelle Provincie meridionali, e che non sa più trovare energia in se stesso nella legge, (come confessa la stessa Gazzetta di Torino) la cerea al fine fuori di se stesso e fuori della legge, delegando cioè poteri assoluti ad un generale, e sospendendo le guarentigie costituzionali «osando appellare efficace provvedimento lo stato d'assedio: amara derisione, con la quale si ripagano due anni di sagrificii di sgoverno, e di guerra civile».

È l'Opinione di Torino del 23 settembre osserva: - «ciò non toglie, che si biasimi altamente, e si condanni il ministero che non seppe prevedere, né provvedere a tempo, ed ha lasciato che le cose trasmodassero per guisa, che lo Stato d'assedio divenisse una necessità, e la SOLA ANCORA DI SALVEZZA a provincie travagliate dalle più serie agitazioni».

Al che fa eco l'Indipendente di Napoli de' 14 del mese stesso: - «I malumori, che covavano da lungo tempo si sono scatenati alla prima occasione: ma lo stendardo di tutti è uno, la guerra sociale, la guerra del povero contro il ricco: colonne mobili percorrono le provincie siciliane in tutti i punti, e si fanno tutto giorno delle fucilazioni».

Il Corriere Siciliano da Palermo a' 2 agosto aveva già sentenziato: «Giammai il governo si mostrò più improvvido, e senza tatto come in questa occasione. Gli arruolamenti si fecero in Sicilia da un mese circa cosi palesemente, 108 i mezzi si prepararono tanto allo scoverto, che niuno negli ultimi tempi poté più dubitare, che tutto procedesse con la tolleranza implicita del governo».

Il pubblico allarme in Sicilia è tale, che la Mola, altro giornale palermitano, grida contemporaneamente «Sire, vi hanno ingannato, Sire, voi siete tradito... è tradita l'Italia! I vostri ministri non sanno quel che si facciano; lungi di farvi amare, di tener vivo il sacrosanto fuoco della concordia, essi agitano la fiaccola della discordia, da quella fiamma nascerà la guerra civile che arderà, distruggerà la patria».

Invano il generale Gugia, nuovo prefetta di Palermo, dopo il subitaneo richiamo del Pallavicini, col proclama dei 6 agosto cercherà blandire e mitigare le ire delle sicule popolazioni, tra le quali, egli deplorerà, che «fatali illusioni abbiano suscitate tremende agitazioni» - perocché si renderà indispensabile la proclamazione del regio decreto da Torino de' 17 del mese stesso, in questi termini: - «1. La città di Palermo, e tutte le provincie della Sicilia sono dichiarate in istato di assedio - 2. Il generale Efisio Gugia, i prefetto di Palermo comandante militare dell'isola di Sicilia, è nominato nostro commessario straordinario con i più ampii poteri: tutte le autorità civili e militari sono poste sotto la immediata di lui dipendenza».

E il Gugia in conseguenza, con sua ordinanza del giorno 20 riconosce la esistenza dell'aperta ribellione, occasionata dalle bande capitanate da Garibaldi, e dispone: - «1. Il territorio dell'isola dì Sicilia è postò in istato d'assedio - 2. I generali comandanti le truppe della divisione di Palermo, e delle sotto divisioni di Messina e di Siracusa riuniranno ne' limiti delle rispettive circoscrizioni i poteri militari, ed i civili - 3. Qualunque banda armata, e qualunque riunione tumultuosa sarà sciolta con la forza - 4. Al generale comandante le truppe di operazione sono conferiti gli stessi poteri nel territorio occupato da questa 109

- 5. La libertà della stampa è sospesa pe' giornali, ed altri fogli volanti: l'autorità di polizia farà procedere allo arresto di chiunque stampi, o distribuisca simili fogli».

Né bastando queste misure di rigore, altre di maggiore intensità ne adottai il generale Brignone, che ordina - «1. lo immediato generale disarmo nelle provincie di Palermo, ed in tutta la Sicilia; - 2. proibita la esposizione, e vendita di qualunque specie d' arma offensiva; - 3. consegna fra tre giorni di tutte le armi; - 4. i contravventori arrestati, e secondo i casi fucilati».

Ciò non di meno Garibaldi (che occupa una gran parte nell'anno 1862) dichiarato ribelle con la riferita ordinanza, nella fine del mese stesso prima di partire da Catania si impadronisce del denaro (25 mila lire) esistente nelle regie casse occorrente pe' più urgenti bisogni di quella comunale amministrazione; e progredisce a dar opera per là totale insurrezione della Sicilia. Una protesta de' 21 detto mese di agosto firmata da' compilatori de' giornali siciliani La Campana della Gancia, l'Unità politica, l'Arlecchino, la Mola, Roma e Venezia:, è pubblicata contro i rigori dello stato d'assedio, che chiamano la più orribile violazione dello statuto; e contro le perquisizioni domiciliari eseguite nella precedente notte dalla questura nei loro domicili, e presso il maggiore della guardia nazionale di Palermo, principe S. Vincenzo, ed altri; e conchiudono: - «Intanto sappia il governo, che le repressioni non ci spaventano,, e che noi. soldati della democrazia, e sentinelle avanzate del popolo non dìserteremo il nostro posto, fermi aspettando, che gli eventi ci dieno ragione: perocché al di sopra degli arbitrii governativi, e della forza bruta, vi ha io spirito della nazione nel cui trionfo completo confidiamo».

Di più violento dettato sono i proclami che fa circolare il comitato segreto nazionale con la data del 2 ottobre contro il governo piemontese in Sicilia che possono leggersi nella Opinione di Torino n. 282) ne' quali risaltano questi periodi: 110 - «......... i vili siete voi del governo, e non il popolo di Palermo, che per giusta vendetta contro voi ricorre al pugnale. Lo stato di assedio è inflitto a solo oggetto dì soffocare i giusti lamenti della libera stampa, e per per seguitare in tutti i modi, e con tutti i mezzi. A voi, per governare dispotizzando, non basta la legge, e ricorrete allo stato d'assedio!... Voi ricorrete alle baionette, alle arbitrarie e selvagge fucilazioni.... Tutto prova, che la Sicilia è stata tradita... e nel giorno della lotta, che non è lontana, non dimentichiamo i nostri nemici, trattiamoli come meritano, avanti che fuggano. Il comitato vede prossimo il tempo in cui potrà dire: All'armi! L'ora della giusta e santa vendetta è suonata!...»

2. Simultanei a' movimenti della Sicilia sono i gravi fermenti delle provincie napoletane, dove a' 20 agosto si pubblica un regio decreto all'intutto consimile a quello già imposto alla Sicilia, investendosi il prefetto di Napoli generale Lamarmora degli ampii poteri; - e questi nel susseguente giorno 25 vi pubblica una ordinanza che essendo di maggior latitudine di quella disposta dal Cugia per la Sicilia, è pregio della opera di qui trascrivere: - «Uomini sovversivi, associatisi ad una setta fatale all'Italia, violando lo statuto del regno, sprecando gli ordini del re, e i voti di parlamento, sotto pretesto di affrettare il compimento della patria unità, hanno riuscito (sic) ad accendere la guerra civile nella vicina Sicilia: Garibaldi loro duce, dopo aver innalzato lo stendardo della rivolta, compromessa una patriottica, ricca, popolosa città, abbandonati i giovani inesperti ed illusi che seco avea tratti, si è gittato sul continente, e minaccia travolgere nella anarchia anche queste provincie. Il governo ha il sacrosanto dovere di salvare il paese da simile sciagura, dì mantenere incolumi i diritti della corona, ed impedire che sieno compromessi i principii consacrati dallo statuto e da' plebisciti: il governo ha quindi il diritto di valersi di mezzi eccezionali per soffocare la rivolta ovunque si manifesta. 111 In virtù pertanto de' pieni poteri conferitimi, dichiaro 1. Il territorio delle 16 provincie napoletane ed isole dipendenti è posto in istato d'assedio; 2. I generali comandanti le divisioni o zone militari riuniranno ne' limiti delle rispedite circoscrizioni territoriali i poteri politici, e militari; 3. Qualunque attruppamento fazioso, e riunione tumultuante saranno sciolti con la forza; 4. Tanto l'asportazione quanto la detenzione non autorizzata d'armi d'ogni specie sono vietate, sotto pena d'arresto, e i detentori dovranno perciò farne la consegna entro tre giorni della pubblicazione di questa ordinanza al rispettivo o al prossimo comando militare; 5. Nessuna stampa, pubblicazione, distribuzione di giornale, fogli volanti o simili, può aver luogo senza una speciale autorizzazione dell'autorità politica locale, la quale avrà inoltre facoltà di sequestrare,; sospendere, o sopprimere qualsiasi pubblicazione».

3. A compruovare la impressione prodotta dallo 8tato d'assedio su lo spirito pubblico nel napoletano concorrono i seguenti documenti 1. Lettera del deputato Ricciardi de' 2' settembre pubblicata dal giornale genovese il Movimento, nella quale, dopo aver reiette le calunnie che egli dice sparse per cura del governo, si esprime cosi: «Arrestati in un modo sì mostruosamente incostituzionale i deputati Fabrìzi, Mordini, e Calvini, rinchiusi tuttora nel Castel dell'Ovo, senza che il nostro Bascià generale Lamarmora abbia mai voluto concedere ad alcuno di noi il visitarli; mentre io durante gli otto mesi vissuti in Castello S. Elmo (1834-1835) e senza essere deputato, sotto lo scettro di Ferdinando II e del celebre Delcarretto, ebbi agio, sebbene imputato di cospirazione, di vedere spesso e parenti ed amici. E poiché ho accennato del governo borbonico ricorderò che re Ferdinando, vincitore della sollevazione del 1,5 maggio 1848, non osò pure far sostenere nessuno de' deputati (tra i quali io avevo l'onore di annoverarmi) quantunque la camera non fosse per anco costituita, 112 ed un comitato rivoluzionario fosse stato eletto nel di lei seno, e parecchi fra i di lei membri avessero apertamente cospirato contro la potestà regia. Gli arresti de' deputati non cominciarono, se non dopo il 14 marzo 1849, giorno, in cui venne sciolta la camera. - Era dunque serbata al governo del re d Italia, al suo ministero, fu la gloria di fare ciò che Ferdinando II non ardì nel 1848! L'arresto de' miei tre colleghi è l'atto più enorme, che sia stato commesso, non potendo mostrarsi nel, caso loro per verun modo la flagranza.. Mostruoso è pure il prolungamento dello stato d'assedio, quindi la sospensione di tutte le guarentigie costituzionali... Né val allegare la necessità di spegnere la camorra, e il brigantaggio, che male si spegne la prima piaga co' modi arbitrarii, e il secondo non si supera col terrore, e con le fucilazioni sommarie e senza giudizio (spesso di soli sospetti) siccome avvenne pur troppo finora.... Di questo poi sopratutto io vorrei che si persuadessero i governanti di Torino, di aver cioè perduto affatto il cuore delle 23 provincie italiane, le quali costituiscono l'ex-reame delle due Sicilie; immensi danni avendo elleno ricavato, è nessuna specie di beneficio».


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2. Altra lettera del medesimo deputato Ricciardi de' 13 ottobre fu pubblicata nel Diritto di Torino de' 23 del mese stesso, nella quale censura il governo che tiene schiava la stampa in Napoli, durante lo stato d'assedio, fino ad impedire la pervenienza de' giornali esteri per la posta; del che avendo egli creduto scrivere al ministero dell'interno in Torino, dolendosi in pari tempo della prolungata prigionia dei tre, deputati, n'ebbe in risposta: - «dovere il governo di Torino stare ed giudizio della autorità locale di Napoli» per cui esso deputato Ricciardi osserva: trovarsi l'ex-reame delle due Sicilie sotto la dittatura del proconsole militare generale Lamarmora; 113 - in balìa della potestà militare, anzi al capriccio di un uomo solo: … né mai colà l'arbitrio governativo si fece più gravemente sentire, quanto dal 25 agosto, giorno in cui fu bandito quivi lo stato d'assedio».

3. Una terza lettera nel cennato giornale il Diritto 29 ottobre fa inserire l'anzidetto deputato nella quale dice, che «con lo Stato d'assedio e principalmente a cagione dello Stato d'assedio il brigantaggio è così cresciuto, che le popolazioni si veggono spinte alla estrema disperazione; tal che guai all'Italia, ove la guerra venendo a scoppiare in sul Mincio, un pretendente qualsiasi si presentasse in questi paesi con un po' di forza ben ordinata».

4. Apostrofe del deputato Filippo De Boni che nel ripetuto giornale il Diritto de' 17 dello stesso mese dice: - «mezza Italia è governata sempre da legge marziale: fu stabilito per legge, da chi non potrebbe farla, non esservi legge, salvo il fucile e l'arbitrio di alcuni, i quali credono, e fanno supporre all'Europa, che in Italia vi sieno milioni di briganti».

5. Il giornale napolitano il Paese, del 16 settembre dice: «lo stato d'assedio non ha prodotto alcun buon effetto: i fatti di guerra civile sono più frequenti di prima. Ricatti, fucilazioni, incendi, distruzioni di greggi, ne accadono alla giornata, ed in tutti i punti. I contadini di molti paesi non possono più andare in campagna per la coltura de' campi, tanti sono i pericoli dell'uscire di propria casa».

6. Petizione al generale Lamarmora direttagli dall'intero ceto commerciale napoletano, e pubblicata ne' giornali: - «Il brigantaggio (essi dicono) non ostante lo stato d'assedio prende un carattere cosi fiero; che colpisce gl'interessi più vitali della società, e precipuamente agl'interessi commerciali. I corrieri arrestai, le valigie bruciate, i viaggiatori assaliti ed assassinati, le vetture, che trasportano le mercanzie nelle provincie, giornalmente svaligiate! 114 Ecco le notizie, che riceviamo da molti punti della provincia. Tutte le relazioni sono interrotte, le città sono isolate fra loro, e gli affari, che erano giù si languenti, sono presentemente come morti».

4. Durante lo stato d'assedio allarmanti telegrammi pervengono a Torino su le progressive turbolenze nelle Provincie meridionali. - Un dispaccio annunzia esservi stata dimostrazione a Palermo nella sera de' 31 agosto sull'imbrunire, ed aver dovuto la truppa occupare varii punti della città. Ai 3 settembre vi si reiterano altri disordini, a' quali porge pretesto, almeno in parte, l'arresto di parecchi individui per cause politiche: vi succedono proteste e proclami sediziosi: i carabinieri accorsi a lacerare i proclami vengono insultati dal popolaccio; - s'impegna una zuffa, nella quale alcuni carabinieri rimangono feriti: si prepara per la sera de' 4 un altra dimostrazione. - A Canicattì avvengono torbidi tilla stessa data - (Dispacci della Perseveranza di Milano). - A Collebuono, a Trapani, a Girgenti, nell'isola di Ustica avvengono serii disordini: si abbassano, e spezzano gli stemmi piemontesi, s'incendiano gli archivi, si abbruciano le corrispondenze della posta, e si organizza presso Ustica una specie di pirateria. (Politica del Popolo de' 9 settembre).

Gli arresti aumentano a Napoli in grandi proporzioni. I deputati Nicotera, Miceli, Missori, temendo esservi imprigionati, fanno correr voce di essersi imbarcati per Malta, e si celano. L'arbitrio militare regna da per tutto. Il Sindaco della città di Vasto corre pericolo di essere bastonato da un chirurgo militare del 42.°' reggimento di linea, che gli alza il bastone su la persona in atto di percuoterlo: il Sindaco, e la giunta municipale si dimettono io massa. I Sindaci dei varii comuni del Gargano son tenuti a pane ed acqua; - quello di Serracapriola (Puglia) è battuto; il Sindaco ed il capitano della guardia nazionale di S. Paolo in Capitanata, son ligati da' carabinieri, 115 e condotti in arresto; altri atti prepotenti si commettono, come chiaramente accenna il deputato Ferrara nella tornata de' 29 novembre. (riportato il discorso nella pagina... ne' primi paragrafi della guerra civile).

Il governo di Torino ne impone al Supremo collegio di Magistratura qual è la Corte di Cassazione per pronunziare sullo avviamento da darsi alla procedura penale a carico di Garibaldi e suoi seguaci. (Vedi sopra art.1. § 4. sui disordini e prepotenze governative).

5.° Nel parlamento varii deputati napoletani emettono i seguenti giudizi sullo stato d'assedio.

Il deputato Crispi (tornata de' 20 novembre). «Le guarentigie costituzionali, non solo furono tolte dallo stato d'assedio; ma furono altresì disprezzate indegnamente e conculcate (applausi dalle tribune, il presidente le ammonisce, minacciando farle sgombrare). La soppressione della libertà della stampa, e le ordinanze di certi generali, peggiori assai di quelle de' generali borbonici... (scampanellate del presidente, rumori)... Si peggiori assai di quelle de' generali borbonici sono state le ordinanze di certi generali piemontesi, e lo provano le minacce di fucilazione che essi fecero nelle medesime. Ora io domando, se dopo tutto ciò non avessi ragione di dire, che le guarentigie costituzionali vennero tolte dallo stato di assedio. Non solo si è impedito dal governo durante codesta misura, di manifestare le opinioni a lui contrarie, ma si è impedito di leggerle finanche m que' fogli provenienti dai luoghi, dove non vi era stato d'assedio. Ripeto, ohe le ordinanze de' generali Ricotti, Arduino, colonnello Eberhart ricordano quelle de' generali tedeschi, e superano quelle de' generali borbonici».

Nella susseguente tornata de' 21 novembre il deputato Massari tra le molte cose, dice; «Lo stato d'assedio è il maggiore insulto, che si avesse potuto fare alle popolazioni delle Provincie meridionali. 116 - Fra i suoi deplorabili effetti, il più fatale è stato quello di aumentare il caos amministrativo, che era già grandissimo. Basta andare in que' paesi,, e sentir parlare gli stessi funzionarii governativi per convincersene più che mai. L'autorità militare, si trova investita di poteri straordinari, l'autorità civile si trova costretta a dipendere dall'autorità militare: ne nascono conflitti d'ogni genero ed imbarazzi... A che è servito lo stato d'assedio? A far proibire tutti i giornali di opposizione, - a molestare gli operai, a far perquisizioni, scioglimenti di guardie nazionali come è accaduto a quella di Trani, sol perché aveva a maggiori due patrioti della società emancipatrice; - un altro patrocinatore di Trani è stato in carcere 45 giorni, senza sapere perché; ed io stesso ho corso pericolo di essere, arrestato,; tanto sono in corso le denunzie anonime.... Né si dicea, che queste sono esagerazioni; seggono in questo recinto molti e molti onorandi miei colleghi, che vengono da quelle province, ed essi confermeranno a pieno ciò che dico. Dirò dirò anzi, che se v'è cosa, che offenda l'amor proprio delle nostre popolazioni, è di sentirsi dire e ridire continua«r i mente, che queste sono esagerazioni... No non sono esagerazioni sono fatti, fatti positivi, dolorosissimi, indù. bitabili. Io posso iissieurarvi, che quando ero in provincia, e leggevo i telegrammi, che si pubblicano su Gazzetta officiale, intorno al brigantaggio nel napoletano, che vogliono farlo credere distrutto, ci scemato; ve lo dico francamente. o Signori, mi pareva di sognare perché vedevo la realtà in una contraddizione cosi flagrante, cosi palpabile con le asserzioni contenute in que' telegrammi. che veramente non mi poteva rassegnarci a credere con quale scopo sì divulgassero quelle notizie».

Il deputato de Cesare nella posteriore tornata de' 22 novembre, dopo aver energicamente censurato il governo, soggiunge: - «Lo stato d'assedio ha prodotto nelle provincie meridionali, accuse, denunzie e calunnie contro gli onesti, 117 i quali rimasti disarmati divennero le vittime delle vendette de' tristi: ecco quello che avvenne nell'Italia meridionale: il brigantaggio, a causa dello stato d'assedio è certamente aumentato. Ma io non attristerò la Camera con la descrizione delle scene di sangue, e di orrore, che colà si compiono. La guardia nazionale fa il suo dovere, ma non basta. Il ministro della guerra disse ieri, che vi sono laggiù 90 mila soldati; - oggi il deputato Boggio dice che ve ne sono 102 mila. A chi debbo credere?....... - Guardate la Capitanata (Puglia), questa ha 60 miglia di estensione: vi sono 800 briganti muniti si armi e di ottimi cavalli. Da quanti soldati sono essi inseguiti? Da 120 uomini!».

E nella tornata de' 25 novembre il deputato Nicotera dice: «che con lo stato d'assedio, Reggio di Calabria fu minacciata di bombardamento, e vide postati i cannoni contro la città. - Catanzaro, Cosenza e tutte le altre provincie meridionali messe in istato di assedio e Napoli stessa fu minacciata di essere tratta come un'altra città (Genova) nel 1849.» - l'altro deputato Cairoli nella tornata soggiunge: «Lo stato d'assedio è la ferrea, o forse necessaria armatura della conquista, che passa su di un popolo come una maledizione; ma per un governo, che vuol essere civile, è un marchio di vergogna che va alla storia! - Sospensione di ogni libertà, impero della forza sostituito a quello della legge; calamità che lascia dietro di sé rigagnoli di sangue.; lo stato d'assedio è l'estremo rimedio da cui rifugge anche il dispotismo non usandolo che in caso di estremo pericolo».

6.° Per la riapertura del parlamento a' 18 novembre nella vigilia, vien tolto lo stato d'assedio durato circa tre mesi, su di che il Diritto di Torino N. 220 osserva: «Non essendo oggi le condizioni dell'Italia meridionale mutate punto da quel che erano una, due, o più settimane addietro, il togliere stato d'assedio alla vigilia, 118 materialmente alla vigilia della riapertura del parlamento, non vuol dire altro, se non che il ministero ammette ciò, che l'opposizione va dicendo da mesi; cioè, che quello stato eccezionale, in cui, senza alcun beneficio era stata gettata mezza a Italia, era incompatibile affatto con i principii, e con la K essenza della vita costituzionale. In questo modo il voto di biasimo su l'operato del ministero comincia a partire, da lui stesso».

Osservando la imperversante continuazione degli atti governativi nella Sicilia, il Precursore di Palermo de' 10 dicembre, dopo averne riportati taluni (che verranno inscritti nelle correlative classificazioni di questo lavoro) esclama.... «Lo stato d'assedio è finito, sì, o no? In carta si, in fatti no. Parrà incredibile, ma è cosa certa: fu arrestato un uomo, perché parlava male del governo!! Di questo passo dove andiamo?

Fatale alternativa a cui è ridotto il governo subalpino dopo le manifestazioni dianzi esaminate! - O Io stato di assedio più meno o permanente, o il riamicarsi col partito rivoluzionario, il primo non gli dà certamente pegno di doratura esistenza, e condurrebbe in breve i popoli ad una tolta disperata, e il governo stesso ad una rovina inevitabile ed ignominiosa. Il secondo capo della scelta (se pure è più possibile dopo lo spargimento di sangue fraterno e la. prigionia' di Garibaldi) non procaccerebbe al governo, ohe piace effimera pel momento ma gli lascerebbe di sotto un vulcano ardente, che come prima si apra un'uscita, vomiterà' fiamme da incenerirlo. Quale delle due parti si elegga, lo scioglimento della unità italiana sotto lo scettro sabaudo non è più un problema; è un evento immancabile.

Ed il giornalismo napoletano esclama: - «Diteci dov'è l'unità d'Italia? - Chi ritorna a tante madri, a tanti padri, a tante mogli, i figliuoli, il marito estinti? Chi ci ricostruisce le nostre città distrutte? - Chi asciuga le lagrime di tanti orfani? 119 -

Chi lava le mani rosseggianti del più funesto fratricidio? - chi ridona la ricchezza ai nostri campi devastati? Chi ritorna al nostro paese le sue inesauribili fonti d'oro, nelle quali si sprofondarono gl'ingordi, che ci rigenerarono con lo spogliarci, e col metterci un piede sul collo! - Dove sono le nostre sapienti istituzioni legislative, ed amministrative; i nostri codici patrii, frutto della sapienza, e degli studi de' primarii ingegni napolitani; ammirati in Europa?» III. ANARCHIA «Un giornalismo sfrenato perverte lo spirito pubblico: le società emancipatrici stendono le loro radici come erba parassita dalla città al villaggio: - gli uomini del partito d'azione predominano, trionfano elle elezioni, sono preferiti ne' posti lucrosi, collocati negli ufficii i più responsabili, gli uomini del governo li carezzano e ne sono sostenuti nelle lotte parlamentari: è uno scambio di favori, ma è anche una confusione di criteri: non si capisce più nulla, non si va più avanti, gli ordini emanati non sono più eseguiti, vi è incaglio in tutte le ruote della gran macchina: vi è anarchia nelle idee; - anarchia negli atti; - anarchia nell'alto, - anarchia nel basso; - mentre nel palazzo del Signore, come nella capanna del contadino, dal bivacco de' reazionarii, come dalla bottega dell'operaio, non si cospira che ad un'opera sola, di disordine, e di distruzione. Al fondo di questo rimestamento turbinoso, si agita, putrido fecciume, la camorra» (Gazzetta di Torino de' … settembre).

Su lo stato anarchico delle provincie meridionali e su la vantata unione italiana sorge quasi spontanea nella mente dello imparziale osservatore questa antitesi sinottica:

120 Se l'unione fa la forza, L'Italia dovrebbe essere fortissima, concorde, tranquilla, lieta e nel colmo della beatitudine!

Se l'unione e partita datila concordia

Se la concordia produce pace e letizia

Se la pace è il fine della umana società e la condizione indispensabile, perché questa possa attingere il suo bene Però, il contrario accade come tutti veggono, ed è inutile pascersi di vento: la realtà salta agli occhi: -

L'Italia non è lieta, - perché e contristata da sangue italiano sparso da mani italiane;

L'Italia non è concorde, - perché non mai si vide, anche ne' tempi di sua maggior miseria, tanta difformità di opinioni;

L'Italia non è unita, - soprattutto nel regno delle due Sicilie, perché la forza e la violenza produsse la precipitosa annessione, e non mai il consenso degli animi: quivi si combatte da due anni una lotta nefanda con la perdita di tante vite e gli animi sono concitatissimi, le passioni faziose sono frementi, la sicurezza individuale è nulla; i commerci spuntii, la ricchezza pubblica e privata è colpita nella radice, - l'avvicendarsi delle amministrazioni non è stato altro, che una seguela di ruine di riputazioni degli uomini, che ne hanno tolto lo indirizzo.

La rassegna di vari fatti nel corso del 1862 confermerà questo argomento.

1. La società generale operaia napoletana, si eleva come un altro stato nello stato, e con un indirizzo (riportato dalla Democrazia de' 23 gennaio) ringrazia i membri della opposizione nel parlamento, e soprattutto il deputato Ferrari «per aver difeso i diritti degli operai, disconosciuti in un parlamento dove possono solo entrare i privilegiati del censo, mentre in Napoli, e Sicilia la opinione pubblica giudica e condanna gli uomini, che hanno conservato il potere a dispetto della universale sfiducia e diffidenza». 121 2. L'aggravio per le imposte daziarie eccita dovunque il malcontento; in Benevento nel mese di gennaio si fa una dimostrazione popolare contro il municipio pe' nuovi balzelli: la truppa interviene, e per far cessare il clamore ferisce, ed arresta molti.

3. Mazzini grida in una lettera de' 12 febbraio alla gioventù arrollata sotto la bandiera anarchica della Falange sacra (Democrazia de' 20 di quel mese la pubblica):

«l'Italia è tradita da mani inette; data del primo periodo di sua rigenerazione ad una scuola d'immoralità e di menzogna, d'opportunismo ipocrita e codardo, fatale e disonorevole... Bisogna, che, data una iniziativa popolare verso Roma e Venezia, gli elementi particolari d'insurrezione, che abbonda nelle provincie meridionali, sieno a disposizione del moto... Unica via è ora, che Garibaldi ripresentandosi a Napoli, sia rimesso a furia di popolo a capo delle forze vive del paese. - Oggi, o giovani, il vostro nucleo dovrebbe lavorare il terreno in questo senso»

- Intanto aumentano gli arruolamenti della falange sacra, e nelle piazze sono in commercio le cartelle del prestito Mazzini di 5, 10, 20 franchi, e financo di 1 franco - Nicotera corre a Napoli per organizzare il partito sul serio.

4. I vetturini e conduttori di fiuere in Palermo, malcontenti per la nuova tassa loro imposta, formano una condizione, e si rifiutano tutti al servizio de' cittadini; e per imporne al nuovo governo si radunano, fanno clamori, resistono alle guardie di polizia - (Precursore di Palermo, 20 febbraio).

5. Su questo esempio divengono riottose le stesse guardie di pubblica sicurezza, le quali non avendo ricevuto lo stipendio in Castrovillari (Calabria) di ammutinano nel 12 marzo, e ricusano di prestar servizio; - per cui è d'uopo imprigionarle tutte.

6. Negli Abruzzi le idee unitarie sono in estremo ribasso; e tale fermento è nella guardia nazionale della città di Sulmona, che bisogna ordinarne lo scioglimento nel suddetto mese di marzo. 122 7. A Messina il 29 giugno, 400 facchini si radunano per chiedere imperiosamente lo anniento dei prezzo del lavoro. Contemporaneamente in Napoli (3 luglio) centinaia di lavoratrici di zigari della fabbrica de' tabacchi del governo si levano a tumulto per ottenere la mercede eguale alle manifattrici piemontesi, favorite con maggior salario: la guardia nazionale deve accorrere. Nel giorno stesso gli operai dell'arsenale in Napoli, al numero di 1600 si ammutinano levandosi a rumore all'annunzio. di dover esser congedati pel trasferimento di ogni opificio nel Piemonte la forza armata deve intervenire: più tardi gli stessi operai riuniti agli altri dello stabilimento di Pietrarsa (fabbrica d'armi che il deputato Ricciardi nella tornata parlamentare de' 20 maggio 1861 definì «essere un vero modello una delle bellissime cose fatte dal re Ferdinando II)» vengono a tumultuare su la piazza di Castelnuovo, dove la guardia nazionale li disperde, ed arresta quattro de' più riottosi.

8. La setta de' pugnalatori nella Sicilia è un altra piaga che si aggiunge quivi alle tante altre; come per la quarta volta si annunzia nel giornale torinese la Discussione de' 6 ottobre, dove si riferisce «che nel 1. di questo mese, a Palermo, in pieno: giorno, sono state pugnalate da mani ignote ben 13 persone, e quattro mortalmente: la setta ha giurato lo sterminio del partito governativo piemontista» - Il generale disarmamento disposto dal potere militare non riesce a frenarne le ire. - Dal giornale lo Statuto si dà la spiegazione dell'organismo e composizione della setta stessa, diretta da tre capi, e servita da 12 esecutori salariati. Il giornale uffiziale di Sicilia de' 2 dello stesso mese di ottobre pubblica i nomi delle tredici vittime contemporaneamente aggredite, e descrive le ferite tutte di punta e taglio, cagionate da sicarii, vestiti tutti in un solo modo.

9. La insubordinazione degli agenti inferiori verso il ministero di Torino risulta dalla rappresentanza del municipio di Marsala (Sicilia), 123 il cui Sindaco essendo stato minacciato di destituzione dal presidente de' ministri per aver disposta la pubblicazione di un discorso di Garibaldi nel mese di agosto, il Consiglio civico in una sua deliberazione «solennemente protesta contro l'arbitrio, e la incostituzionalità della minaccia, dichiarando così' pari solennità, che dal proprio seno nessuno sarà per accettare la rappresentanza del municipio, e che si osteggerà ad ogni operazione tendente a coartare il suffragio del paese e i diritti battezzati dal sangue è dal sagrifizio».

10. A' 14 agosto, disgustati pel nuovo appalto della nettezza delle strade si ammutinano più centinaia di spazzatori, e corrono per le vie di Napoli gridando viva Garibaldi per far dispetto al governo. - Nel dimani succede nelle principali strade la preconizzata dimostrazione anti-piemontista, in modo clamoroso a' gridi di viva Garibaldi, morte al bombardatore di Genova; dimostrazione reiterata in modo più grave nel pomeriggio; precedendo sempre le turbe i numerosi componenti del convitato cosi detto di Masaniello: - Vengono lacerati i proclami affissi su' muri dal prefetto Lamarmora il quale spiega la pompa militare di truppe, ed artiglieria, che dal mattino fino al tardi della sera si fermano schierate in varii punti della città; - mentre da più giorni in permanenza rimangono nel palazzo reale abitato dal medesimo prefetto 4 pezzi d'artiglieria, e tre compagnie d'artiglieria - sono in ciò concordi le relazioni di tutti i diarii.

11. Nella sera de' 2 settembre una pattuglia di guardie nazionali del villaggio Gorga in Salerno, è aggredita, e maltrattata da' propri compaesani, - nel conflitto rimangono uccisi dall'una e dall'altra parte.

12. Con quale anarchico reggimento procedano le perlustrazioni fatte dalle guardie nazionali è comprovato, tra l'altro, da' frequenti conflitti, volentarii, o fortuiti che vogliano dirsi: - così, nella notte de' 4 novembre un distaccamento 124 di quella di Cardito, guidato dal luogotenente Giuseppe Castaldo si azzuffa con un drappello dello stesso comune comandato dal caporale Francesco Nicola, e si contraccambiano vari colpi di fucile, con feriti vicendevoli (Nomade num .282): - parimenti nel susseguente giorno 7 alcuni militi delle guardie nazionali di Ostuni, S. Vito, Laviano (Terra d'Otranto) in tutto 160 uomini si recano sopra San Nicola per combattervi i reazionari, spingendo una loro colonna di 25 uomini per altra via per farvi un'imboscata; mentre le due colonne muovono per ricongiungersi si vede da lungi un luccicar d'armi, che sono 120 soldati piemontesi diretti alla stessa volta: nessuna voce si sente, nessun comando: la truppa crede uccidere briganti, e fa una nutrita scarica di fucilate sopra i 160 della guardia nazionale, che si gettano bocconi a terra: - il fuoco incalza, vari morti si hanno a deplorare, finché si riconosce il fatale errore, e cessa il fuoco (Cittadino Leccese, 15 novembre).

13. In Napoli continue affissioni nel pubblico di cartelli eccitano apertamente all'anarchia, nella mattina del 25 novembre se ne leggono vari per le cantonate, che conchiudono così: «sbarazziamoci di tutti i re e del loro sordido codazzo di cortigiani, abbasso le monarchie! Viva la repubblica» e nel posteriore giorno 28 si reiterano nuovi affissi, che dopo la più violenta apostrofe contro il governo monarchico, conchiudono col grido di viva la repubblica, abbasso la monarchia.

14. La stessa forza pubblica de' carabinieri non ispira più verun rispetto tra le genti tumultuanti, né può quindi tutelare, come è di obbligo civile, i cittadini; ne è che in uno de' giorni dello stesso mese di novembre traducendo in arresto tre infelici contadini di Catanzaro, vengono questi strappati dalle loro mani dalla furia di vari popolani, e massacrati, per equivoco, credendoli rei di un omicidio quivi accaduto vari mesi prima. 125 15. Nelle pubbliche adunanze, e ne' teatri non si serba più verun civico decoro; schiamazzi, disordini, turbolenze sono all'ordine del giorno: - così nella sera de' 13 dicembre una forte agitazione in senso garibaldino accade nel massimo teatro reale di San Carlo in Napoli, comunque il governo essendone avvertito, avesse gremita la platea, ed i corridoi de' palchi di carabinieri; e di guardie di pubblica sicurezza: i gridi, ed i clamori superano ogni idea; cartellini, e ritratti di Garibaldi piovono da' palchi su gli spettatori: impossibile riesce a' funzionari ivi preposti per l'ordine a far cessare il grave tumulto; ed è necessità far sospendere lo spettacolo: crescono allora le turbolenze: la folla esce dal teatro, gridando, e strepitando per le vie gli evviva a Garibaldi, e gli abbasso a Lamarmora e finanche gli abbasso al Re. - Si minaccia nel dimani la chiusura del teatro (Monitore di Napoli de' 17 dicembre).

16. Nella tornata parlamentare de' 15 dicembre, il deputato Ricciardi felicita il nuoto ministero di Torino, tra cui rivede alcuni de' suoi compagni cospiratori, e si duole, che niuno di essi abbia ancora fatto parola su l'anarchia delle Provincie meridionali «che ora trovansi in condizioni assai a peggiori di quelle, in cui trovavano sotto il governo borbonico, - vedendosi dominare due Re uno costituzionale in Torino, e l'altro dispotico a Napoli; l'uno istituito pel bene, l'altro istituito pel male.» - E fa osservare nel riscontro «che un cittadino presentandosi per avere giustizia al prefetto Lamarmora, questi risponde aver le mani legate, e doversi quegli dirigere a Torino; e ciò quando deve fare il bene. Quanto al male poi ha le mani liberissime e può far arrestare, può fare altresì fucilare a sua voglia».



















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