Eleaml


L'autore non è un borbonico, è un unitarista che ha votato SI' al plebiscito, ma non ha messo i paraocchi di fronte al disastro che si consuma nelle provincie meridionali.

In queste pagine denunzia quanto sta accadendo e cerca di chiarirne la logica intrinseca, legata alle caratteristiche storiche del potere sabaudo.

Molto interessanti, infatti, le pagine dedicate a Carlo "Feroce", pagine lontane anni luce dalla mitologia che ci è stata sciorinata sui testi scolastici che hanno cercato di occultare tutto quanto di negativo vi fosse nella casata che guidò la unificazione.

Siamo appena nel 1864, ma è stata già emanata la legge Pica, e in nome della patria una ogni seppur timida voce d'opposizione viene accusata di borbonismo e messa a tacere.

Le colpe storiche della consorteria napoletana dei Bonghi, dei Pisanelli e degli Scialoja, dei Trinchera sono immense, senza la loro collaborazione nessuno avrebbe potuto piegare il paese meridionale.

Come ultima annotazione, vorremmo sottolineare il fatto che ci ha colpito di più: sia Curletti che Proto parlano della loro intenzione di scrivere un documento sulla "rivoluzione" nelle provincie meridionali.

Non ci risulta che esistano tali documenti, se ne avete cognizione fatecelo sapere, ve ne saremo grati.

Rivelazioni ed altri documenti inediti riguardanti la rivoluzione italiana (1)
Rivelazioni ed altri documenti inediti riguardanti la rivoluzione italiana (2)

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RIVELAZIONI

ED ALTRI

DOCUMENTI INEDITI

RIGUARDANTI

LA RIVOLUZIONE ITALIANA





NAPOLI
STABILIMENTO TIPOGRAFICO
Strada Nuova Pellegrini n° 14, p. p.
1864


(Parte 1)

AI LETTORI

Foscolo nell'impeto dell'ira che prorompeva dal suo petto contro gli oppressori del suo tempo gridava-Scrivete, scrivete; perseguitate i vostri persecutori, affinché si sappia che non siamo né stolti, né vili ma. sventurati.

E noi imitando quell'anima sdegnosa del Foscolo abbiamo scritto, e scriviamo preparando così per la severa storia le prove e i documenti che infameranno i dominatori del giorno - Le rivelazioni che pubblicammo nella Campana del Popolo, quelle pubblicate dappoi, altri libercoli che svelarono altre turpitudini, e nefandigie noi riuniamo in questo opuscolo con aggiunte, e note, e con nuovi fatti luminosi. Noi vogliamo per quanto ci è dato mostrare agl'illusi, che il governo-partito sia il flagello d'Italia, e che gli uomini della consorteria furono, sono, e saranno avversi alla ricostituzione Nazionale.

Si è sempre affermato, che il Conte di Cavour avesse in mente di fare un' Italia dalle

IV

Alpi al Mare: e fu un errore - Cavour invece preparò e compì un gran disegno a profitto dei proprj concittadini; egli impose la dominazione piemontese a tutte le altre provincie della Penisola - i nostri martiri tradirono il paese e si schierarono sotto i vessilli del nobile Conte - e così l'Italia rimase senza il cuore, e senza il destro braccia, mancandole Roma e Venezia, né almeno la speranza di ottenerle un giorno ci sia dato di alimentare; imperocché Napoleone III non acconsentirà mai a lasciare la città delle sette colline, e secondo il ministro Della Rovere, i nostri trecento ottantamila soldati non bastano per misurarci con l'Austria.

Noi dunque abbiamo un'Italia, meno Italia. E per ricambio, ci hanno regalato la confusione amministrativa, le tasse, il disavanzo, e la più servile dipendenza verso Napoleone III.

Fummo servi dell'Austria? ora siamo vassalli della Francia. Tutti i sacrificj fece Napoli all'idea unitaria, e di questi sacrificj niuno tenne conto Ci chiamarono barbari e ladri-La storia ci vendicherà; i posteri impareranno a conoscere i veri barbari ed i veri ladri.

La storia non è forse la Nemesi punitrice ed inesorabile dei popoli e dei principi?

LE RIVELAZIONI

DEL

POLIZIOTTO CURLETTI

Chi è Curletti- Egli si spaccia per agente segreto del Conte di Cavour, lo fu; ma servì pure la Polizia di Torino, e servendola ebbe contatto coi ladri; spesso con loro divise la preda; da questo lezzo lo trasse il Copte di Cavour e ne fece uno spione politico - In Napoli sedeva nel gabinetto del sig. Silvio Spaventa segretario generale di Polizia; vi era onnipotente; quando l'arresto d'un ladro seguito a Torino, e le analoghe confessioni mostrarono la complicità del Curletti nella banda, e lo designarono particolarmente come il più compromesso nel furto d'un braccialetto, di gran prezzo appartenente alla moglie di alto impiegato-un Giudice istruttore

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di Torino spedì un mandato d'arresto contro il segretario intimo, il poliziotto del signor Spaventa, e nel tempo stesso l'alto impiegato cominciò a fare chiasso-La faccenda non potè abbuiarsi, solamente l'amico suo Spaventa e gli altri protettori di Torino in vece di farlo arrestare gli facilitarono la fuga - Ma Curletti che si attendeva a bravare la legge, ed i magistrati, che si credeva una necessità governativa, e non s'ingannava, perché ai tristi governi gli uomini tristissimi fanno bisogno, Curletti, volle vendicarsi, e stampò le proprie nefandigie, e quelle dei personaggi che di lui eransi serviti.

Ecco le origini delle prime rivelazioni che seguono.

RIVELAZIONI

I.

Nacqui nelle Romagne; mio padre, magistrato molto conosciuto nella piccola città da lui abitata, era sinceramente affezionato al governo del Papa; ne diede prova abbandonando il suo posto, per rifuggiarsi a Roma, quando i piemontesi invasero le Legazioni.

Volgendo il 1854, fui posto in relazione col marchese Pepoli e il commendatore Minghetti, i quali nelle Romagne capitaneggiavano il partito dei liberali; le loro dottrine di subito mi sedussero, e addivenni uno dei loro più devoti agenti.

Verso la fine del 1858 la corrispondenza dei nostri comitati con Torino fecesi attivissima, e ci fu mestieri raddoppiare di assiduità e di zelo. per riguardo alle eventualità a cui l'Europa tutta cominciava a portare la sua attenzione. L'animo mio era in uno stato di grande esaltazione per l'approssimarsi della lotta: mi prese ardentissimo desiderio di condurrai a Torino, affine di essere in grado di seguire gli avvenimenti più da vicino. Una procellosa scena, di cui furono causa

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le mie opinioni politiche, che aveva fino a questa tempo tenute nascoste alla mia famiglia, mi determinò a condurre ad effetto questo proposito.

Comunicai la mia risoluzione a Pepoli e a Minghetti, che la, incoraggiarono non solo, ma diedermi ancora lettere di raccomandazione pel Conte di Cavour. Pervenni a Torino ansioso di vedere l'uomo, il quale commuoveva di già l'Italia e la pubblica opinione; che tuttora scolpiti nella memoria i minimi particolari della mia prima presentazione, imperocché questo fu un avvenimento della mia vita.

Il giorno stesso ch'io giunsi a Torino mi recai presso il Conte di Cavour, ma ebbi appena il tempo d'abboccarmi seco lui. Cinquanta persone circa aspettavano nella sua anticamera: mi valsi di un momento in che egli si affacciò alla porta del suo gabinetto dando congedo ad una persona, per fargli tenere le lettere ondio era portatore. Egli, dopo averle percorse di un colpo d'occhio, mi disse «Ha infatti bisogno di un giovane ardito e prudente; bene, bene,... venite da me questa sera al ministero».

A 8 ore della sera (1) mi vi portai; un portiere senza livrea m'introdusse in una piccola sala semplicemente adorna. Nel punto in cui entrai, il conte di Cavour parlava con un personaggio a me ignoto. Il conte si voto ver me, e avendomi riconosciuto disse al suo interlocutore: «Ecco per l'appunto, o generale, il giovane di cui v'ho parlato; è Romagnuolo, e nessuno lo conosce. »

(1) A Torino i ministri dell'interno e degli affari esteri hanno il costume di recarsi ogni sera ai loro Ministeri; ben di sovente essi vi rimangono sino a Il ore.

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Egli diede a queste ultime parole una particolare significala, e sorrise.

Poco appresso mi feci capace di cosiffatto sorriso, quando cioè il generale di Saint Frond (imparai più tardi il suo nome) dopo avermi fatto molte interrogazioni circa alla mia famiglia, età ecc, mi chiese improvvisamente: «Sei tu capace di rapire una giovinetta, e di condurla questa sera a Moncalieri?» In sulle prime rimasi un pò sbalordito alla singolare domanda; poi risposi che si. Ebbene, riprese il Generale, vieni meco ch'io te la faccia conoscere; e sì dicendo lasciammo il ministero.

Non è mia intenzione far parola dei particolari di codesta avventura, colla quale principiai molto miseramente i miei servigi per la causa italiana. Cotale avventura levò gran rumore a Torino, ove da nessuno s'ignora la storia di Madamigella Maria D.... il cui fratello, poco dopo il fatto, fu nominato capo dell'officio delle Poste.

Questa impresa non è la sola del medesimo genere, onde mi sia quind'innanzi occupato, nullameno delle altre non farò motto, perocché, riferendosi alla vita privata, non possono avere alcun interesse pel grave lettore, d'altra parte non voglio attenermi che ai fatti aventi qualche importanza, considerati che sieno dal punto di vista della storia italiana. Il lettore m'abbia per iscusato dell'avere io ragionato di una simile avventura; avrei amato meglio non discorrerne; ma a dirla schietta, il modo onde ebbero cominciamento le mie relazioni col ministro, m'è sembrato troppo straordinario per essere passato sotto silenzio.

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II.

Scorsi pochi giorni, il conte di Cavour mi fece chiamare; ecco alla lettera, il nostro colloquio. - Voi parlate il francese? mi disse egli in questa lingua. - Sì, Eccellenza - Ho a darvi un'occupazione... Posso far calcolo sulla vostra discretezza?-Vostra Eccellenza può contare sulla mia assoluta prudenza, risposi io, - Fa d'uopo di una grande prudenza; voi avrete 500 franchi al mese -Qui egli interruppe il discorso, indi soggiunse - Tale somma vi è stata data l'altro giorno - Io abbassai il capo. Ei riprese: senza calcolare le regalie che all'opportunità... Io vi commetto di tener d'occhio Saint-Frond; ciò a voi riescerà facile; Rattazzi, Della Margarita, Brofferio, Revel e de Beauregard, li conoscete voi? - Io li conoscerò, risposi. - È mestieri che io sappia ciò eh' essi fanno ogni giorno, chi vedono, a chi scrivono quali lettere ricevono... infine tutto... voi mi capite... , Ah! le relazioni dovranno indirizzarsi a casa mia... Andate... e siate prudente.

Il modo ond'io mi disimpegnai di siffatta prima commissione provò al conte di Cavour che io non era nuovo né alla politica né agli intrighi, e che aveva tratto buon profitto dalle lezioni dei Pepoli e dei Minghetti. Del resto mi condussi nelle mie finzioni con tutto lo zelo di cui può essere capace uno spirito ambizioso, e non tardai molto a conseguire l'intera confidenza del ministro.

Allorché Napoleone III sbarcò a Genova,

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il conte di Cavour mi prese seco lui, e m'affidò l'incarico di tenerlo informato di qualunque più piccolo fatto e impresa dell'Imperatore. Tale missione si prolungò sino alla partenza di questo Sovrano per Alessandria, in seguilo alla quale fui inviato in Toscana; ma la sorveglianza, onde Napoleone era l'oggetto, non cessò per tutto il tempo che egli si trattenne in Italia. Codesto compito del resto mi fu reso agevole dalle regolari comunicazioni che io otteneva, a facili condizioni relativamente, da Hyrvoix ispettore di polizia appartenente alla casa imperiale.

III.

Nel frattanto, la propaganda segreta dei Piemontesi nella Toscana e nelle Romagne cominciava a produrre i suoi frutti; ogni cosa era pronta ad una rivoluzione; i comitati, che in queste due provincie si affaticavano a sedurre gli spiriti sotto la direzione del conte di Cavour, chiedevano al ministro il segno dell'azione, e qualche uomo sicuro, per operare il movimento.

Mi venne affidata questa missione, e fui inviato incontanente a Firenze per mettermi agli ordini del Buoncompagni con ottanta carabinieri travestiti (1).

In un abboccamento che io ebbi coll'ambasciatore, al quale intervennero Ricasoli, Ridolfi, Salvagnoli, e Bianchi, fu stabilito il piano del movimento. I miei uomini dovevansi spargere in

(1) Boncompagni era ambasciatore a Firenze, come Villamarina a Napoli!!!!

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gruppi nei quartieri estremi della città, e a dieci ore prinoipiare a formare delle raguname gridando: Viva l'Indipendenza... Abbasso i Lorenesi! Quindi dovevano concentrarsi nelle vicinanze dei palazzo Fitti. Trascinato appena il popolo al movimento, noi dovevamo correre alle casse pubbliche e impadronircene. Ricasoli si assunse l'incarico di far occupare dai suoi uomini i ministeri, le poste, e il palazzo ducale.

Codesto piano di campagna riuscì, come ognuno sa, perfettamente; a quattro ore di sera Buoncompagni si assideva nel palazzo del Sovrano, appo cui era stato accreditato; nell'ora stessa tutte le casse pubbliche erano vuote; senza che. una Lira sia entrata nel tesoro piemontese. Coloro che non presero parta al saccheggio s'insediarono chi alle poste, chi ai ministeri. Potrei nominare più di dieci impiegati delle amministrazioni di Firenze, i quali altro titolo non hanno ai posti che occupano, se non se il privilegio ch'eglino medesimi, e di loro propria autorità, si attribuirono in questo tempo. Dalle mani stesse del Buoncompagni ricevei per mia parte una gratificazione di 6000 franchi.

Il mio racconto semplice come un processo verbale può darsi che rechi sorpresa a quelle persone che hanno scorto le agitazioni politiche attraverso del prisma esagerato dello spavento, o dei giornali del partito trionfante. Non pertanto questa è la storia di tutte le rivoluzioni, esse sono presso che sempre l'opera di pochi uomini, a cui due o tre funzionari comprati aprono le porte, e dei quali il popolo, più spesso indifferente alle quistioni del giorno,

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addiviene complice senza saperlo, fornendo ad essi, o per curiosità o per amore di schiamazzo, l'appoggio formidabile delle sue masse.

L'armata, avente i capi guadagnati alla rivoluzione (1) 9 era stata allontanata e inviata Alle frontiere del Modenese col pretesto di sorvegliare i movimenti che avrebbero potuto accadervi nel caso che gli austriaci l'avessero abbandonato; ma in realtà erano stati colà spediti allo scopo di far fronte agli austriaci stessi quando tentassse di penetrare nella Toscana, per sostenervi il Gran Duca.

Mi si ordiné di portarmi, senza frapporre indugio a Parma, affine di dare una mano al Conte Cantelli. Prima di partire dovei rifornirmi di personale, poiché i due terzi dell'altro erano scomparsi. Questo mi fu agevole; avendo gli emigrati di Roma, Milano e Venezia somministrato gli elementi per la mia nuova schiera. A Parma le cose procedendo nel modo medesimo di. Firenze; l'armata non s'inviò già al di fuori, ma il generale Trotti prese l'espediente più semplice di consegnarla nella cittadella. Tutta volta debbo dire che a Parma cagioné qualche sorpresa il vedere il conte Cantelli mostrarsi sì zelante nello scacciamento della Duchessa. Comecché poco si prestasse fede alla stia conversione politica, tuttavia si supponeva che la riconoscenza gli avrebbe imposto una specie di momentanea neutralità (2).

(1) L'armata toscana era allora comandata dal generale Ferrari. Austriaco, ma fu mandato via.

(2) È noto che nel 1848 il Conte Cantelli fu uno dei principali promotori della rivoluzione di Parma, dopo la quale

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Mentre che sortivano il loro effetto le rivoluzioni di Firenze e di Parma, Francesco IV duca di Modena, abbandonava i suoi stati, lasciando così libero il campo ai Zini e ai Carbonieri, stupefatti di un avvenimento tanto insperato: la condotta del duca in tale circostanza è del tutto inesplicabile, purché non si voglia supporre che sia stato ingannato sulla vera posizione delle cose. Quanto a me, sono convinto che sarebbe stato bastante un colpo di fucile per rendere nulla la cospirazione di Modena, come ancora quelle di Firenze e Parma.

Checché ne sia, partito il duca di Modena, Zini e Carbonieri si affrettarono di comporre un governo provvisorio, e chiamarono in qualità di governatore Farini, in quel tempo medico a Torino: io lo seguii in qualità di capo della sua polizia politica.

IV.

Il primo ordine, che ricevei, da Farini nell'entrare al castello d'Este, si fu di impossessarmi di tutte le chiavi, comprese quelle delle cantine. Farini mi disse; trovo superfluo di fare un inventario. Queste chiavi io fui obbligato consegnarle a madama di Farini quando arrivò; tutta l'argenteria,

venne eletto sindaco (maire). Avvenuta la restaurazione della Duchessa di Borbone, egli fu condannato a morte, e alla restituzione della somma di 80, 000 franchi che aveva rubata. La Duchessa gli fece grazia si dell'una che dell'altra condanna; a seguito di che il Camelli affettò di mostrarsi devoto partigiano della casa regnante. Si è ora veduto con quale non curanza ha saputo calpestare questa pesante riconoscenza.

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colle armi del Duca, fu data nelle mani de' fonditori: che si è fatto del ricavato? Sopra questo punto io non posso nulla assicurare di preciso, ma per altro non credo che esso sia stato versato nel tesoro. Una circostanza, che mi ravvalora in siffatta opinione, si è che intorno a questo tempo Farini m'ordiné di comunicare ai giornali un articolo, che tutto il mondo ha potuto leggere, nel quale si spiegava come il Duca partendo avesse menato seco tutta la sua argenteria, e tutti gli oggetti di qualche valore, e non avesse, a modo di dire, lasciato che le quattro mura. Le cantine stesse, secondo l'articolo comunicato, erano vuote. È vero che di questo tempo esse quasi lo erano; ma da dieci giorni Farini teneva corte bandita nel palazzo ducale, e Borromeo, Visone, Riccardi, Carbonieri, Mayr, Chiesi e Zini si assidevano a questi pranzi principeschi presso che tutti i giorni.

Su tale argomento spontaneo mi si presenta alla penna un piccolo fatto, che rallegrò per qualche giorno le conversazioni di Modena; lo narrerò poiché torna assai acconcio conoscerne i particolari.

Un certo Ferrari, che conduceva e conduce ancora la locanda S. Marco a Modena, somministrava le vivande alla tavola del Governatore. Il padre di costui prestava servigio a Francesco IV in qualità di capo dello stato maggiore. Al termine di otto giorni la nota del Ferrari ascendendo a 7000 franchi, Farini credé conveniente pagare questa somma con un brevetto di colonnello, (1) che il Ferrari accettò.

(1) Per esser giusto bisogna riconoscere che Farini non è stato l'inventore di questo sistema d'economia domestica.

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Per forma che costui di un tratto fu rivestito del medesimo grado del padre suo, il quale conta 30 anni di servizio. Oggi giorno il figlio è comandante la piazza di Modena ed il padre è in esilio!!

Pochi dì appresso l'installazione della signora Farini tutto il guarda robe della Duchessa fu dato in mano alle sarte; la signora se lo era diviso colla figlia, facendolo accomodare alla persona. La corpulenza di Farini non gli permise di profittare della guarda roba del Duca di cui s'impadronì Riccardo segretario di Farini, a cui s'attagliavano perfettamente. Il depredamento della casa del duca mi cagioné non già scrupoli (che a questa epoca simili prede le aveva per buone), ma qualche sorpresa. Accordatasi questa passabilmente con il disinteresse all'antica che affettava Farini.

E qui reputo acconcio il dire che io sono in non poco imbarazzo; perocché ne' fatti ai quali sto per giungere, non sono rimasto come per F addietro uno strumento passivo e disenteressato dei ministri; ma mi lasciai trascinare a fare della mia posizione un colpevole abuso, di cui avendo diviso il profitto, debbo conseguentemente dividerne l'onta.

Avrei amato passar sopra a questi particolari ma ho promesso di dir tutto. Queglino che ascolteranno simili fatti, dopo aver letti quelli che precedono, spero mi saranno larghi di perdono;

Il Barone Ricasoli nel medesimo modo aveva pagato Alfredo Bianchi, fratello di Celestino a coi egli doveva 6, 000 franchi circa per nolo di vetture e cavalli. Alfredo cambiò la sua polizza di credito con

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poiché essi comprenderanno che nella mia posizione, e in mezzo ad esempi che io vedeva venire sì dall'alto, egli era assai arduo di preservare intatto 1istinto naturale della moralità.

Farini si appalesava accanito verso i duchisti, e principalmente contro i preti e le religiose:- niuna pietà per questa canaglia, - ripeteva egli sovente leggendo, i miei rapporti. Appresso cotali disposizioni del governo, io aveva carta bianca per gli arresti e le carcerazioni, e Riccardi ed io pensammo di trar profitto da questa posizione. Alcuni vagabondi, al nostro soldo, si introducevano appo le persone note per la loro devozione alla dinastia decaduta, noto che appo i preti e nei conventi: e mentre operavano gli arresti, lasciavano travedere che si poteva a contante ottenere la libertà, ed evitare ancora la prigionia. Siffatte argomentazioni assai di rado mancano del loro effetto: tutti vi si assoggettavano: era il meglio che potesse farsi.

Il ricavato di queste estorsioni veniva consegnato a Riccardi, genero di Farini; e le somme erano più o meno ragguardevoli a seconda dei mezzi (già s'intende) delle persone arrestate. I banchieri Guastalla e Sanguinetti furono forzati versare nelle mie mani non meno di 4000 franchi per ciascheduno.

V.

Intanto che nell'Italia centrale si disponeva ogni cosa per le elezioni dei parlamenti provinciali, pervenne a Torino la Nota del gabinetto francese che chiedeva il richiamo dei commissarii

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piemontesi, prima della votazione. Il Piemonte non poteva sottrarsi all'esigenza; perciò vi si uniformò, comecché di mal in cuore, per le Romagne, la Toscana, e il Ducato di Parma. Quivi il terreno sembrava sufficientemente preparato, e non avevansi gravi timori quante a| risultato delle elezioni. Nel Modenese per altro la cosa correva diversamente, massimo per le campagne chetavano luogo a molte inquietudini, avvegnacchè i partigiani della decaduta dinastia vi fossero in gran numero ed influenti. Insomma il Piemonte temeva di vedersi strappare da una contro rivelazione questa provincia, quando venisse lasciata in balia di sé medesima. Laonde bisognava che Farini fosse rimasto; a questo fine era mestieri rinvenire un pretesto, il quale eludesse il governo imperiale, o piuttosto la pubblica opinione; perocché io son di credere non avere il gabinetto Francese preso per un solo istante sul serio la commedia di Modena. In un lungo colloquio che ebbi col governatore su questo argomento si stabili il da farsi: ecco ciò che avvenne, giacché il programma fu esattamente eseguito.

Il giorno fissato alla partenza di Farini, io appostai sulla piazza del castello una parte delle mie genti, alle quali, per aumentarne il numero aggiunsi tutti i carabinieri e gli agenti di polizia di Reggio, Carpi, Mirandola e Pavullo, che aveva di colà chiamati. Nell'istante che il governatore comparve per montare la carrozza, essi, effettuando l'ordine ricevuto, si posero a gridare: Viva Farini... Non vogliamo che parta, egli che è padre di tutti!!! Poscia, continuando

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nelle acclamazioni, tenner dietro alla carrozza. Io mi era posto col rimanente dei miei agenti fuori la porta di Parma, e allorché il governatore arrivò, essi, dietro mio cenno, gridarono: Viva il dittatore; e lanciandosi alla vettura, ne staccarono i cavalli e la ricondussero in città al grido di viva il dittatore. Pervenuti al palazzo, ove attendevano i principali membri del governo commissariale, si stese nel luogo medesimo ed alla presenza di Farini un processo verbale che lo Dominava cittadino modenese e dittatore. Le prime firme, che si leggono al disotto di questo processo verbale, sono quelle del conte Borromeo (Segretario generale di Farini), di Carbonieri (Ministro dell'interno), di Chiesi (Ministro dei culti), di Riccardi (Capo del gabinetto e genero di Farini), di Visone (Segretario addetto al gabinetto stesso) di Zini (Intendente di Modena) e di Mayer (Intendente a Ferrara)- La sera, presso Farini, si rise molto della scena buffonesca di Porta Parmense, ed io che era a due passi dal novello dittatore quando si staccarono i cavalli dalla carrozza, lo vidi a gran fatica serbare la sua gravità.

Le elezioni avvennero pochi giorni appresso, e rassomigliarono molto alla scena che sto per narrare. Noi ci eravamo fatto consegnare i registri delle parrocchie per formare le liste degli elettori, indi preparammo tutti i polizzini. Per le elezioni delle assemblee locali, come più tardi pel voto dell'annessione, un piccolo numero di elettori si presentò a prendervi parte; laonde poi, nel momento della chiusura delle urne, vi gettammo, i polizzini (naturalmente in senso piemontese) di quelli che s'erano astenuti.

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E superfluo il dire che ne lasciammo in disparte qualche centinaio in ragione alla popolazione del collegio. Occorreva salvare le apparenze, almeno in faccia allo straniero; essendocchè sui luoghi si sapeva bene a qual partilo appligliarsi.

Né si gridi perciò... lo nulla esagero... il dettò da me è esatto Odo allo scrupolo! Ah mio Dio! in Francia, dove il popolo è avvezzo alle funzioni elettorali, dove la formazione dell'uffizio non è cosa da prendersi a gabbo, dove infine numerosi interessi, gelosi dei loro diritti, attorniano sempre le urne; in Francia, dico, somiglianti alterazioni di scrutinio non sono già senza esempio. Per lo che non si dura fatica a spiegare la facilità colla quale possono sortire felice esito manovre del genere di quelle onde parlo, in paesi non solo nuovi all'esercizio del suffragio universale, ma nei quali per sopra mercato l'indifferenza e l'astensione si prestano meravigliosamente alla fraude, e mandano a vuoto ogni controllo. Del rimanente noi ponemmo ogni cura a rendere interamente illusorie le guarentigie di notorietà, e i mezzi di vigilanza che la legge offre agli elettori. Avanti l'apertura del suffragio, carabinieri e agenti di polizia travestiti riempivano le sale dello scrutinio, non che i loro aditi. Io mi trovava sempre fra coloro che venivano eletti a presidente dell'ufficio e a scrutatori; e per questa parte, non eravamo punto in angustie.

In alcuni collegi l'immissione nelle urne dei polizzini degli astenutisi (chiamiamo ciò completare il voto), si fece con tanta trascuratezza e sì poca attenzione, che lo spoglio dello scrutinio diede un maggior numero nei votanti,

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di quello che lo fossero gli elettori iscritti. In siffatti casi si rimediò al mal fatto con una rettificazione al processo verbale. Quanto ai polizzini negativi o contrari al Piemonte, necessari per dare al suffragio un' ombra di verità, noi ci rimettemmo agli elettori medesimi.

Per ciò che si riferisce a Modena sono in grado di parlarne con cognizione di causa; perciocché ogni cosa venne fatta sotto i miei occhi e alla mia direzione, A Firenze poi e a Parma il tutto accadde nel medesimo modo.

Il Dittatore, nel tempo delle elezioni, aveva prese le misure opportune ad essere sicuro dell'Assemblea e per venire a capo di ciò obbligò i candidati, prima della elezione, a firmare due decreti: l'uno dei quali proclamava la decadenza della casa d'Este, e l'altro prolungava a tempo indefinito il potere del dittatore. Solo due uomini (1) si ricusarono a sottoscriverlo, ed essi come di leggieri si comprende non furono nominati.

L'ordine delle date mi conduce qui a far parola d'un fatto che cagionò in Europa immensa sensazione; intendo accennare all'assassinio del colonnello Anviti. Ecco la verità intorno a questo gran fatto; la mia narrazione non recherà stupore a molti (2).

(1) Amadio Livi banchiere, e Paglia professore.

(2) Le persone che riflettono, senza dubbio hanno sovente domandato a se stesse come potea avvenire che un uomo, il quale pochi agenti di polizia avevano potuto agevolmente condurre dalla stazione fino al carcere, fosse stato strappato da questo luogo durante un ammutinamento, sgozzato e trascinato diverse ore per le vie, e ciò non ostante la presenza di un corpo di guardia di 25 carabinieri incaricati alla custodia della prigione, e in una città che contava una guarnigione di circa 6,000 uomini.


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Il giorno 5 ottobre 1859, se non m'inganno, Farini arrivò correndo nel gabinetto ove io era. «Presto, presto... a Parma. È stato arrestato il colonnello Anviti alla stazione della ferrovia;... il boia dei Borboni». Tali furono le sue parole; non un motto m'è sfuggito dalla memoria. «Che bisogna fare, risposi? volete che ve lo conduca?» - «Eh! No, non sapremmo che farne! Egli è un uomo pericoloso» «Ma... »- «Nei non possiamo toccarlo senza che sorgano clamori» - Sarebbe mestieri che la popolazione si addossasse l'affare... » -«... Voi mi avete compreso» Io partii, e si sa quello che avvenne, ma non son noti certi particolari, che potrebbero essere di molta edificazione circa il dolore risentito dal Governo Piemontese per questo fatto.

Adempiuta la triste missione ricevei la croce dei santi Maurizio e Lazzaro, e il direttore della prigione, al quale era stato ordinato di lasciarsi carpire il prigioniero, ebbe avanzamento e abbandonò la direzione delle prigioni per quella delle poste (1). Davidi, colui che dopo aver trascinato per le vie di Parma il sanguinolento cadavere dell'Anviti, decapitò e pose la testa quale trofeo sulla piazza del Governo, Davidi, ripeto, nel medesimo giorno venne nominato direttore della prigione di Parma. Sono in dubbio se egli, nel momento in che scrivo, occupi ancora codesto posto; so però che lo cuopriva due mesi or sono.

E quando, pochi giorni appresso, il consola francese Paltrinieri chiese a nome delta Francia la punizione degli autori di questo assassinio,

(1) il direttore fu destituito come duschista.

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Governo per darle un appetente soddisfazione, fece carcerare nel corso della giornata con grande fracasso ventisette persone. Ma la medesima sera il direttore Davidi ricevette ordine cui egli porse inchinevole dalla miglior grazia del mondo. Di cotal guisa si pose in non cale questo affare, di cui non s'è più inteso parole.

VII.

Quando Farini con un decreto unì le Romagne al suo governo, ohe da allora assunse il nome delle provincie dell'Emilia, Pepoli e Montanari si spacciarono di Cipriani, da essi medesimi per l'addietro chiamato al governo delle Romagne, e al quale si sarebbe dovuto serbare una nuova posizione, essendo stato imputato di un deficit di 30,000 franchi come accusò la cassa. Ora questi 30000 franchi furono semplicemente fatti tenere d9 Pepoli, ministro delle finanze in Bologna, a Montanari, ministro dell'interno, per ispese di Polizia (1).

Il fine dell'annessione di Parma, e poscia delle Romagne al governo di Farini, non è mai stato chiaramente manifestato. Ecco in poche parole il vero motivo di questo annessioni. Si sapeva che il Governo francese, il quale affettava

(1) Io so di buon dato che Cipriani era innocente, ma non può negarsi che i suoi antecedenti e la storia dei suoi procurassero in quella circostanza un bello argomento a Pepoli e Montanari, e che costoro avessero scelta la loro accusa con astuzia infernale. Il padre di Cipriani aveva fatto bancarotta Bologna (Corsica), suo fottio l'aveva fatta Livorno, ed esso stesso in America. Ecco l'uomo che si era chiamato al governo delle Romagne.

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molta ripugnanza a lasciar annettere le Romagne al Piemonte, non avrebbe posto alcun ostacolo all'annessione dell'Emilia... Questione di parole!

Non è mia mente di scrivere l'istoria dell'amministrazione di Farini. E quantunque io abbia curiose rivelazioni a fare, nullameno, essendomi imposto il dovere di astenermi da cose volgari, sono nella necessità di attenermi ai soli fatti principali, toccando però dei minimi dettagli, affine di rendere più chiara la verificazione di quanto mi resta a dire. Oltre di che non voglia puntò uscire dai limiti stabiliti ad un libercolo.

Porrò in non cale il voto d'annessione al Piemonte; ciò che superiormente ho detto riguardò alle elezioni dei Parlamenti locali, s'applica esattissimamente ai secondo appello fatto al suffragio universale.

Le cose procederono assolutamente del medesimo modo:, più dei quattro quinti degli abitanti dell'Emilia non si sono giammai approssimati all'urna! Codesto è un fatto talmente notorio nell'Italia centrale, che io non lo avrei segnalato, qualora non iscrivessi per venir letto al di là delle Alpi.

In ogni modo le manifestazioni, che nelle città precedendo ed accompagnarono il suffragio, furono egualmente da noi organizzate. Tutti i cartelli, di cui i fogli piemontesi fecero gran fracasso, e che portavano gli uni: Viva l'indipendenza Italiana! e gli altri: Vogliamo per nostro legittimo Re Vittorio Emmanuele!! venivano inviati da Torino ove stamparonsi; e noi, noi medesimi li collocammo a tutti i balconi e a tutte le finestre: e non ostante la libertà dei voti niuno sarebbe

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stato ardito di cancellarli o portarli via. Ricorrendo illuminazioni si stimolava lo zelo degli abitanti, quasi nella stessa guisa usata a Parigi nel 1848, colla differenza per altro che a Parigi era il vero popolo che percorreva le strade rallegrandosi del proprio canto, mentre in Italia non si vedevano che molte bande pagate, le quali adempivano l'ordine ricevuto. Guai ai vetri di queglino che non obbedivano prontamente ai gridi imperativi di Lumi! Lumi! E ben el sa l'Arcivescovo di Napoli!

VIII.

Dopo il voto dell'annessione io seguii Farini a Torino, dove prese il portafoglio dell'interno. Soccorso un giorno dal mio arrivo egli mi fece partire alla volta di Roma, colla missione di eccitare all'azione il comitato rivoluzionario di questa città; e in seguito dei miei consigli si organizzò una dimostrazione pel 19 marzo, nella ricorrenza di S. Giuseppe! Noi non avevamo obliato che poche probabilità di successo si offrivano a nostro vantaggio in una lotta nella quale i francesi fossero rimasti colle armi al braccio: locchè non era guari probabile; tuttavia noi speravano intimorire il Papa; ingannandolo sulla nostra vera forza, e persuaderlo forse ad abbandonare Roma. La partenza del Papa, nel nostro modo di vedere, includeva quella dell'armata francese; e cosi si guadagnava la partita. Ma la corte romana resistette, e non si riuscì che ad un ridicolo maneggio.

Malgrado questo scacco, il mio viaggio non fu del tutto perduto;

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perocché avendo condotti meco da Torino due agenti assai destri Brambilla e Bondinelli, pervenni a farli prender servizio dell'armata pontificia. Secondo il sistema criptografico fra noi convenuto, eglino dovevano tenerci a giorno di tutto che avveniva a Roma. Più avanti, e in diverse fiate, feci entrare un certo numero di carabinieri piemontesi nell'armata creata allora dal generale Lamoricière, i quali furonci di grande aiuto a Castelfidardo.

Ritornato da Roma, Farini che aveva conservato buona memoria della sua falsa andata da Modena, m'incaricò d'andare allestire il ricevimento del Re, che doveva officialmente visitare le sue nuove provincia. Partii, pochi di prima della corte, con 50 carabinieri vestiti alla francese. Torna indarno che io entri nei particolari di questo viaggio, che possonsi leggere a lungo nei giornali di quel tempo, e i di cui racconti sono presso a poco esatti, fatti che sia astrazione delle illusioni teatrali, Né si pensi già che codeste ultime parole si riferiscano a noi medesimi, umili ma utili comparse che abbiamo figurato da popolo in tali officiali rappresentazioni; gli stessi miei agenti erano non rade volte avuti per personaggi figuranti nientemeno da officiali. Di questa guisa a Bologna ove l'Arcivescovo Viale Prelà aveva risolutamente dato rifiuto di cantare il Te Deum a chi ne lo richiedeva, e che, per porre un freno alle disposizioni più moderate del capitolo, avea preso l'energico partito di sospendere tutti i membri a divinis, tre cappellani dei reggimenti e dodici allievi del Seminario della Sapienza presero il posto del clero episcopale,

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e preceduti alle insegne pontificali, che s'erano fotte consegnare dalla sagristia, ricevettero il Re alla porta della cattedrale di S. Petronio. Vittorio Emmanuele dubitò di nulla, e nell'assieme, forse mercé la nostra abilità, le cose ottennero l'intera soddisfazione della certe...

In questo mezzo tempo, malgrado tutto il nostro zelo, non si poteva impedire che a Parma, qualche grido di Viva la Repubblica! e a Pistoia quelli assai persistenti: del pane! giungessero alle orecchie del Re. Codeste manifestazioni intempestive occasionarono un cinquanta arresti circa, ma furono gli unici disaggradevoli incidenti del viaggio.

Egli è vero che a Firenze un malinteso dei tre provveditori, Saint Frond, Cigala ed io, pose il Re Galantuomo in una situazione assai... imbarazzante; ma si rammenta avere fin da principio promesso di rispettare i segreti dell'alcova.

Dopo pochi giorni fu inviato in Ancona per far prendere servizio ad altri carabinieri nell'armata Papale; il che essendomi venuto fatto, noi vi avevamo di già un buon numero di agenti. Le istruzioni date ai medesimi vertevano intorno a tre principali punti; in guarnigione provocare il maggior numero possibile di diserzioni a prezzo d'oro; a tale effetto avevano cassa aperta presso i consoli piemontesi a Roma, conte Tecchi, e ad Ancona, Renzi; in campagna e in battaglia gridare-. si salti chi può-, e sbarazzarsi degli officiali durante il conflitto. È noto di qual nodo posero, in atto le loro istituzioni a Castelfidardo.

Da Ancona passai a Firenze allo scopo

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di organizzarvi in comitato i Romani esiliati dopo l'affare del 19 marzo; questo comitato s'installò nella locanda di New-York, e gli emigrati albergarono a spese del governo di Toscana. Siffatta organizzazione da cui il governo piemontese aspettava i più grandi risultati; riferivasi ad un progetto, del quale preparava fin d'allora l'esecuzione per invadere le Marche e l'Umbria. Fra poco mi rifarò su questo interessante soggetto. Per la chiarezza delle mie spiegazioni m'è necessario anzitutto dir qualche parola intorno alla spedizione di Garibaldi in Sicilia.

Sono in grado di dare circa a ciò alcuni ragguagli che edificheranno gli spiriti per la maniera onde it governo francese fu messo in giuoco dal gabinetto di Torino...

IX.

È noto qual clamore destasse la partenza, di Garibaldi. È noto che le Tuillieries indirizzarono al Piemonte una domanda di spiegazioni. Il Ministro Cavour si schermì con energia d'aver dato mano alla spedizione di Sicilia; sostenne ch'ella fu organizzata a sua insaputa, e che Garibaldi s'era impadronito per forza dei due bastimenti sui quali s'imbarcò. E finalmente per fiancheggiare queste asserzioni, egli pubblicò la famosa lettera di Garibaldi, che finiva con queste parole... Sire io non vi disobbedirò più. La Francia volle bensì pigliar sul serio queste spiegazioni; fu ella veramente ingannata?... lo ignoro... ma alle corte vuolsi vedere la realtà delle cose.

I due bastimenti a vapore non; furono rapiti

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per forza, ma comprati da Garibaldi. Ed ecco con quali condizioni. Medici aveva trattato l'affare col proprietario Rubattino. Si erano accordati sul prezzo. Ma Rubattino, al quale non avevano nascosta la destinazione dei vapori, rifiutava di consegnarli senza pagamento sulla nuda firma di Garibaldi. In quest'impaccio opponendosi Bertani che si toccasse la cassa dei comitati, si volsero a Farini allora ministro dell'Interno: questi fece riflettere che nella sua qualità di Ministro gli era impossibile di dare la firma, e per firmare col suo nome personale trovava la faccenda assai pericolosa. Si pensò allora di far intervenire il Re medesimo per assicurare, o più esattamente per guarentire a sua volta Farini.

Essendosi così combinate le cose, l'atto di vendita fu stipulato presso un notaio regio (1) e firmato dal Generale Medici per Garibaldi, da Saint-Frond pel Re, da Riccardi per Farini. Appena venuto in possesso dei bastimenti, Garibaldi s'imbarcò coi suoi uomini. Egli difettava ancora di munizioni da guerra Si fece vela per Talamone, ove il governatore del forte gli consegnò polvere, cartuccie ed armi, sopra un ordine scritto del Ministro della guerra Fanti.

Infine quando arrivò la nota di Thouvenel, si spedi in tutta fretta Riccardi, capo del gabinetto e genero di Farini, presso Garibaldi per pregarlo a dichiararsi indipendente. E Garibaldi lo fece con tutta sollecitudine per mezzo della lettera onde abbiamo testé parlato, e la quale fu per più giorni l'oggetto dei commenti ispirati dai giornali piemontesi,

(1) Badini o Badigni, in via di Po a Torino.

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lo non farò alcuna osservazione: mi limito a narrare.

Però tempo dopo il governo francese sottostette d'un altro inganno dello stesso genere.

Garibaldi, allora padrone della Sicilia, aveva diretto a Livorno un certo numero di uomini senza freno che la rivoluzione di Sicilia aveva fatti apparire, e ch'egli non giugneva a sottomettere a veruna disciplina. Il gabinetto piemontese li collocò a Pontedera (Toscana) e mise a disposizione di Nicotera, che li comandava, molti ufficiali per istruirli. Questo campo parve, non senza ragione, minacciare la tranquillità del Papa. La Francia ne domandò il dissolvimento: che cosa si fece? Alcuni giorni appresso si vedeva giugnere a Livorno per la strade ferrata, con Nicotera alla testa, un reggimento vestito dell'uniforme garibaldino e scortato dalla guardia nazionale; fu tosto imbarcato per Palermo: Le Tuileries erano soddisfatte, e... neppur un uomo aveva abbandonato il campo di Pontedera... Era né più né meno un reggimento dell'armata regolare che si spedivo in Sicilia sotto le divise garibaldine.

X.

Nel mentre un reggimento piemontese, sotto la rossa casacca dava un importante soccorso alla spedizione, il campo di Pontedera continuava ad organizzarsi; la scaltra commedia di Livorno produceva pertanto al Piemonte un doppio risultato.

Non appena tutto fu all'ordine, e il movimento sembrò favorevole a Torino, gli uomini di

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Pontedera penetrarono nel territorio Pontificio, con alla testa gli esuli romani, che aspettavano il sognale a Firenze. Questo piccolo esercito venne diviso, e avanzossi in tre colonne. La prima, sotto gli ordini di Sant'Angeli e Silvestrelli, si dirigeva sopra Perugia; la seconda agli ordini di Mastricota e Richetti marciava per alla volle di Urbino; la terza, che aveva alla sua testa Silvani e Tittoni, dovea indirizzarsi a Pesaro.

Secondo il piano già fissato, i piemontesi, per operare il loro ingresso negli stati della Chiesa, doveano aspettate che gli uomini, i quali essi vi ayeano lanciato, li chiamassero a ristabilire l'ordine, dopo aver promossa la ribellione del paese. Questo pretesto sarebbe stato messo in opera a giustificare l'invasione delle Marche e dell'Umbria. Ma facendosi difficile la situazione di Garibaldi, la necessità d'una sollecita diversione fé passar sopra a quei riguardi che non s'erano fino allora osservati se non per soddisfare all'Imperatore. desioso di non affrontare con troppa violenta la pubblica opinione. L'esercito piemontese passò immediatamente la frontiera.

Sarà necessario aggiungere, che il Gabinetto di Torino non avea d'altronde abbracciato sì grave misura, senza essersi prima assicurato che la Francia continuerebbe in questa occasione a guarentirlo con il principio di non intervento? La missione che Farmi e Cialdini aveano allora allora compiuta a Chambery ebbe per oggetto questa delicata negoziazione. Essi erano riusciti, impaurendo l'imperatore con le agitazioni de' Mazziniani a Napoli

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(e questo pericolo non era del tutto chimerico), (1) a ottenere da lui una risposta conforme ai desideri del Piemonte. Napoleone III non v'ha dubbio, affin di declinare

(1) L'autore qui è male informato. I Mazziniani (pochissimi in numero) agitavansi in Napoli, ma il loro moto era nullo in faccia ai colossali intrighi del Piemonte e degli emigrati. Costoro si attirarono appresso tutta la illusa popolazione che sperava nell'aureo regno del Re Galantuomo, ma alla cui testa erano gli uomini che avevan già venduto il paese per un impiego, e che non potevano patteggiar certo per Mazzini perché convinti che questi rimarrebbe presso che solo, e la sua opera riescirebbe vana. Ecco perché Mazzini fu impopolare in Napoli; era quistione di saccheggio legale dei pubblici ufficii; dopo che lo era stato del pubblico danaro nei primi giorni della Dittatura, e questo non potevasi consumare che all'ombra della Croce di Savoia, con la convalida di decreti stabili e reali. I cospiratori e gli ambiziosi si mettevano in regola; ecco tutto.

I Mazziniani trionfarono un momento con Bertani e Sirtori; e quel dabbene di Garibaldi che firmava tutto ciò che gli si portava a firmare, fece molte volte ammeno dell'opera dei ministri, per decretare invece i rapporti Bertani. Di ciò la stampa, venduta tutta al Piemonte, e la piazza, capitanata dagli stessi uomini compri ed altri ambiziosetti, menò grande scalpore; donde il ritorno alla legalità ministeriale, cioè l'apparente disgrazia del Bertani, che cercò rivalersene ampiamente col contratto di ferrovie Adami e Lemmi, il quale il rapace Piemonte gli attraversò ancora, poco dopo, in Parlamento. Per altro, egli aveva anche troppo divorato con l'indennizzo alla società de' vapori Rubattini, e con gli arruolamenti dei Volontari, che la povera Tesoreria di Napoli pagò.

Ho detto che il paese tutto era stato illuso dagli emigrati, e lo provo. Costoro vennero con oro, e brevetti in bianco (pei militari), i più assidui agenti erano Mariano d'Ayala e Francesco Carrano. Promettevano TUTTO; la firma di Cavour, e all'uopo, le assicuranze verbali del Marchese di Villamarina (ambasciatore sardo), rassicuravano gl'indecisi. A Villamarina si aggiunse poco dopo Nunziante, il quale aveva continue conferenze in casa Villamarina al Ponte della Sanità con il conte di Siracusa. Nunziante vi si recava incognito, La propaganda, di Mariano d'Ayala si cominciò

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ogni sorta di solidarietà nell'alto che si apparecchiava, non avea celato agli inviati del Piemonte che forse sarebbesi veduto nella necessità di rompere le relazioni diplomatiche, con Vittorio Emanuele; ma questa eventualità per tal modo addolcita, non inquietava nullamente a Torino, ove si era meno preoccupati de' mezzi che non delle conseguenze (1).

a far pubblica sui giornali, in ispecie il Campo: che il traditore ministero di allora colpiva molto mansuetamente, quando non potea farne ammeno. Data di quell'epoca la sì famosa lettera del Conte di Siracusa, (redatta da Giuseppe Fiorelli, segratario di lui, per incombenza di Villamarina), al re Francesco II, il cui scopo era di farlo partire prima che Garibaldi venisse a Napoli, onde proclamare, partito il re, dittatore Villamarina, e così far l'immediata e incondizionata annessione, evitando e mettendo fuori ballo Garibaldi e la rivoluzione che veniva al suo seguito. Ma il re che non temeva di Garibaldi, e che fidava ancora nelle proprie truppe aspettollo finché non giunse a Salerno. Inoltre Liborio Romano e Desauget eran già d'accordo con Garibaldi, come si è visto dopo.

Il momentaneo favore dei repubblicani si ridusse a poche nomine, come quella di Riccardi a Governatore di Foggia (che ricusò) e di Saffi a Prodittatore di Sicilia, che declinò da quest'onore pria di venir assunto a una tal carica; essendo entrambi uomini onesti, e dei pochissimi devoti sinceramente al principio da loro professato.

Non dee passare sotto silenzio che il di 25 giugno 1860, appena il re Francesco II pubblicò l'atto sovrano, con cui dava a' suoi popoli uno statuto, il Marchese di Villamarina si vide girare le strade di Napoli col suo americain quasi per imporre al paese di non mostrarsene contento; ottenuto l'intento coll'opera de' Comitati, segnalò la sera a Torino l'annessione è fatta. Dopo tre giorni si videro quelle scene barbare di molti funzionarii di polizia sgozzati e strascinati senza ragione, sotto gli occhi impassibili del Ministero Spinelli, che si moveva a volontà de' Comitali unitarii per rovesciare il trono del re legittimo e sacrificare il regno alle voglie del Piemonte! Una simile storia non offrono neppure gli annali de' Trenta tiranni!

(1) Rassicurato dal lato delle Alpi, il Piemonte fé' si

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Non m'intratterrò a tesser qui la storia di questa compagna delle Marche, il cui successo non potea mettersi in dubbio, attesa la superiorità delle nostre forze e gli elementi di dissoluzione che avevamo insinuato nell'esercito pontificio. Mi limito a produrre alla luce del giorno un fatto conosciuto da qualcuno, sospettato da alcun altro, ignorato certamente dal maggior numero:

SI IL GENERAL PIMODAN È MORTO ASSASSINATO!!!

Nell'istante in cui, alla testa di pochi uomini ch'egli avea rannodati, slanciatasi per assaltare una colonna piemontese, un soldato collocato dietro di lui tirògli, a brucia pelo, un colpo di fuoco che lo colpì in sulle spalle. Pimodan cadde mortalmente ferito...

XI.

Qualche settimana prima dell'ingresso de' Piemontesi nelle Marche, io era stato spedito a Napoli. II Gabinetto di Torino incomincia a concepire una sorda diffidenza in riguardo a Garibaldi. Sapevasi che i Mazziniani davansi gran movimento a Napoli ove erano convenuti i loro capi principali, Mazzini, Saffi, Mordini, e Mario;

poco mistero de' suoi progetti, che in quello stesso giorno in cui l'esercito penetrava le Marche, la Gazzetta Officiale di Torino pubblicava alcuni decreti i quali nominavano: II marchese Pepoli e Valerio commissarii reali delle Marche e dell'Umbria. Sant' Angeli, generale della guardia nazionale, Silvestrelli, intendente a Rieti. Mastricola, sotto Commissario ad Ancona, Silvani, sotto commissario a Orvieto, Richetti, commissario a Perugia, Tittoni, commissario a Pesare. Si sa che questi sei ultimi, sono gli esuli romani, espulsi dagli Stati Pontificii dopo l'affare del 9 Marzo.

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dubitavasi che Garibaldi, uomo d'azione» spirito cavalleresco, non si lasciasse circonvenire dai maneggi dei repubblicani; (1) e che finalmente

(1) Garibaldi era fermissimo nell'idea di proseguire la rivoluzione italiana a nome di Vittorio Emmanuele, e non piegava a Mazzini in Napoli se non come aveva piegato a Crispi in Sicilia; cioè per sentimento democratico, convinto che l'intervento dei Piemontesi e di Lafarina guasterebbe il movimento unitario che ei si era prefisso di completare, una volta messo il piede sul continente Napoletano. Intorno a questo proposito soltanto, ei riceveva i consigli del Crispi e del Mazzini; e non alla forma governativa; pruova ne sia che proclamò subito lo statuto Sardo appena giunta in Calabria. Né Mazzini, Saffi, de Boni, Mario e Miss White si brigavan d'altro che di proseguimento di guerra insurrezionale: e prova ne sia che avevan già preparato il terreno, mercé l'opera de' Comitati, nell'Umbria e nelle Marche in cui Nicotera lavorò moltissimo, e poi il rapace Piemonte usufruì al suo solito, all'epoca della discesa in quelle Provincie, con alla testa Cialdini. I Comitati passavano agevolmente da Mazzini a Vittorio Emmanuele per le ragioni esposte nella nota antecedente Vedi l'Unità Italiana di Genova, di quel tempo, che pubblica tutti documenti, e prova come ogni paesetto di quelle regioni aveva il suo Comitato.

Garibaldi (che in privato detesta Vittorio Emmanuele come Vittorio Emmanuele detesta lui), in pubblico ne è lo sviscerato amico; è infatti insinuava a tutti amore per questo modello di re.... cosa che faceva scompisciar dalle risa i suoi amici. Ma egli susurrava loro in privato. Siete in pochi; la maggioranza è contro di voi: fatevi in molti, e passerò dalla parte vostra. Il programma degli amici di lui era quello che è stato base al Ministero Crispi in Sicilia; se non che in Napoli vi mancavano altresì gli uomini; di noto non vi era che Zuppetta!!! e gli altri eran poca cosa, come Anguissola. Che si poteva fare con questi?

Si cercò di fare un associazione unitaria nazionale per far propaganda, con manifesti e statuto di Mazzini e de Boni, ma gli accorsi quando videro non esser quistione d'impieghi disertarono in massa. Tutti si gettavan dal governo. I Mazziniani, gridati a morte dagli agenti di questo; e pubblicamente insultati nelle persone di Ricciardi e Zuppetta,

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questa rivoluzione napolitana, i cui rapidi successi bisogna pur dirlo, più che alle imprese del venturo Generale doveansi all'oro del Piemonte, non riuscisse a confusione di Torino. In poche parole. Il Ministero travedeva già il fantasma dell'Italia Meridionale constituita in Repubblica, sotto la Presidenza di Garibaldi. Questi, timori furono, tanto almeno quanto la posizione inquietante dell'esercito meridionale dinanzi a Capua, le ragioni che determinarono la brusca invasione delle Marche.

La mia missione consisteva pertanto nell'assicurarmi del vero stato delle cose e di combattere le influenze che avessero potuto allontanare Garibaldi dagli interessi piemontesi.

Trovai Napoli immersa nel più incredibile disordine. Il campo di Caserta in un disordine vie più incredibile. L'esercito era abbondantemente fornito di donne, Milady Wilhe e l'ammiraglio Emile ne erano le eroine: le notti trapassavansi nelle orgie... Garibaldi, la stessa attività fosse esaltamento pel successo, o semplice effetto del clima, non era più riconoscibile. In que' momenti in cui egli non soddisfaceva alla sua passione di popolarità, facendosi acclamare per le vie di Napoli, divideva il suo tempo fra la guerra e Alessandro Dumas che lo seguiva da per tutto. Egli nulla vedeva non s'occupava di nulla, e lasciava progredire le cose a seconda.

istituirono allora il giornale il Popolo d'Italia, che usci con manifesto di Mazzini, che dovea preparare, al solito, l'avvenire. Garibaldi, dopo essersi invano dibattuto coll'invasione piemontese (vedi il primo dispaccio di Bertani a Tripoti) dovè cedere alla piena gli 11 ottobre, e coll'animo angosciato dichiarò ritirarsi. Mazzini scomparve pochi di dopo.


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- Per fatto di questa noncuranza, Napoli era l'oggetto di una speculazione in regola da parte, dei Tofano ecc. Io non mi farò qui ai dettagli,

si leggeranno questi nell'opuscolo speciale che io sto preparando circa gli affari di Napoli.

Però noi piace di estrarre dalle mie note un solo fatto che darà misura di quelli ch'io taccio per il momento, è il quale prova che se Garibaldi, dittatore di Napoli e della Sicilia, accontentavasi a un modesto assegno di 10 fr. il giorno, i suoi non operavano con lo stesso disinteresse.

Bertani, segretario di Garibaldi, prima della spedizione della Sicilia (1860) era semplice officiale di sanità a Genova, facendo visite a un fr. e 50 cent. Oggi 1861 esso è colonnello di Stato Maggiore e la sua fortuna, secondo i più modesti calcoli, raggiunge almeno la cifra di 14 milioni! Non si conosce l'origine se non di milioni. E l'origine ancora di questa non è pura!... Questi 4 milioni furono la mancia che Bertani pretese dai banchieri Adami e comp. di Livorno, perché loro fosse accordata una concessione di ferrovia, che essi grandemente sollecitavano.

Sotto il punto di vista politico, la situazione del regno di Napoli era di tal natura da ispirare gravi inquietudini al governo di Piemonte; i borbonici storditi per un istante dalla brusca e inesplicabile comparsa di Garibaldi, incominciarono a giudicare gli eventi con più sangue freddo e a contarsi l'un l'altro. S'udivano i primi moti degli Abruzzi,

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pronti a insorgere contro i nuovi arrivati (1). Per altra parte i mazziniani accarezzavano il progetto di porre il piede in Italia, instaurando la repubblica a Napoli, e influenzavano

(1) È innegabile che gli abruzzesi, uniti all'esercito del re' di Napoli, avrebber disperse e distrutte le bande di Garibaldi. Le condizioni di costui eran troppo infelici anche dopo la giornata del 1 ottobre, e Gialdini gliel'ha imprudentemente rinfacciato nella nota sua lettera. Ma al Piemonte premeva troppo Napoli, almeno per usufruirlo temporaneamente, ed ecco perché si affrettò a discendere, calpestando ogni legge ed ogni ragione. Vittorio Emmanuele fu al solito, messo innanzi ad appagare gli stolidi illusi.

Il regno di Napoli era pel Piemonte questione di moneta come non hanno avuto ritegno di confessare gli istessi suoi uffiziali, e poi bisognava un'India ove mandar a sfamare gl'ingordi e affamati agenti, che avevan lavorato al suo ingrandimento territoriale, cioè a dire per proprio utile. E il Piemonte li rovesciò tutti su Napoli; donde la lotta fra gl'indigeni rivoluzionarii, che avean creduto far la rivoluzione per proprio conto, e si vedevan strappato l'osso di bocca dai lupi subalpini e costoro; lotta che dura ancora, e che è l'anima di tutte le interpellanze napoletane in Parlamento, il riflesso di tutti i deputati di questa ragione, (eccetto i già venduti al Piemonte, come gli emigrati, Caracciolo di Bella, de Cesare, ecc.) - Anche qui, ripeto, non era quistion di repubblica; Mazzini si aspettava a proclamarla ad unità compiuta, all'epoca della Costituente in Roma, ove naturalmente cadeva. Egli abbisognava ancora dell'opera del Re Galantuomo per espugnare il quadrilatero, che i rivoluzionarii in camicia rossa certo non possono, ottenere amichevolmente Roma da Napoleone III che lui, Mazzini non avrebbe ottenuta di certo. E dopo ciò, giù la maschera, non più accordo fra repubblicani e Sabaudi, ma repubblica; repubblica da proclamarsi in Campidoglio, e prima che vi ascendesse quel dabben uomo di re Vittorio; egli l'annunciò fin dal 1859 a Firenze, i suoi lo replicarono colle stampe nel Popolo d'Italia, all'epoca di non so qual tumulto in Napoli, nello scorso inverno. E si firmarono tutti.

Gli Abruzzesi, neppur domi dalle valorose e oneste truppe sabaude, lo furono dai Mazziniani inviati da Cialdini ad esterminarli.

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lo spirito di Garibaldi, cui circondavano molti dei loro partigiani. Di piemontesi non era parola

Sarebbe bastato un accento di Garibaldi, o anccor più uno dell'esercito di Francesco II, per rovesciare da cima a fondo le speranze de' piemontesi.

In presenza a siffatte condizioni, che io esposi prolissamente al ministero, questo non poteva esitare senza venir meno al suo programma; dappoiché non sarebbe stato possibile si fosse altra volta potuto presentare più favorevole occasione per completar quasi l'unità italiana. Sarebbe riuscito ingrato pel Piemonte vedersi sfuggir dalle mani, all'ultimo momento, una conquista pressocchè compiuta (lo si credeva almeno io quel tempo), e ch'esso sapea bene d'aver comperata 5olla sua moneta. E pertanto il gabinetto di Torino non esitò.

Io trovavami ancora a Napoli, quando vi giunse Farini col titolo di luogotenente del re. Io fui applicato alla sua amministrazione nella qualità di capo della polizia. L'antico governatore dell'Emilia arrivava a Napoli pieno di fede nella sua abilità, e nel suo avvenire: in capo a pochi mesi ei ne partiva spogliato delle sue illusioni e del più profondo scoraggiamento (1)!

(1) Farini non pensò che a vuotar il tesoro. In nome della luogotenenza fecero man bassa sulla Tesoreria tutti i governatori delle Provincie, nell'epoca dei 47 giorni di pieni poteri, e Ruggiero Bonghi segretario della stessa. Le note che ha pagato allora la tesoreria sono scandalose; le si doveron sopprimere e mettere in salvo a Torino, quando il Popolo d'Italia minacciò di tutto rivelare. Ma esso non ne sapeva più di quel che espose, e gl'incolpati furono a tempo a salvarsi.

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E fu solo veggendo tornai Farini vinto, che il gabinetto di Torino incominciò ad aprir gli occhi sulla situazione di Napoli e fu d'uopo perché egli ne abbracciasse tutta la gravezza, che rompesse successivamente contro le accennate difficoltà.

Dopo Farini venne la volta del principe di Carignano e Nigra, quindi di Ponza di S. Martino, e finalmente Cialdini, il quale sembra sia stato più avventurato de' suoi predecessori e che cedeva il suo posto a La Marmora. Ma non bisogna dimenticare che Cialdini riuscì a paralizzare per un istante la reazione appoggiandosi ai mazziniani, preparando in tal modo altri perigli per l'avvenire.

Ripeto che io qui non intendo stendere la storia degli affari di Napoli; la loro importanza e la grande quantità di memorie che sono in mio potere circa alle luogotenenze di Farini, di Nigra, e di san Martino, m'obbligano a farne oggetto di una pubblicazione separata.

Posseggo un numero di documenti officiali e molte lettere, che emanano da principali personaggi, i quali in questi ultimi anni hanno recitata la loro parte nell'Italia meridionale, lettere e documenti che per felici azzardi son rimaste fra le mie mani

Tenevano il primo posto tra essi Scialoja e de Cesare (stati entrambi ministro e direttore delle Finanze!!)

A suo tempo questa storia. Sappisi intanto una particolarità. All'epoca del plebiscito ei si fece fare una liberanza di 36,000 per le spese segrete che quest'atto richiedeva!! Ma di questa somma non versò nelle Casse della polizia che soli ducati 100!!! Gli altri entraron nella sua.

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e che saranno inserite in questo nuovo opuscolo (1). Vi sono poi alcune cose le quali, ciascuno m'intende, non possono azzardarsi se non colle prove alla mano.

Io abbandonai Napoli con Ponza di S. Martino arrivando a Torino, la mia dimissione m'ha resa la libertà.

Già da lungo tempo m'era risoluto di rientrare nella vita privata per trovarvi un riposo, di cui aveva gran bisogno dopo una vita straordinariamente attiva ed agitata delle occupazioni di oltre 30 mesi.

La morte del Conte di Cavour, mio protettore aveva finito di staccarmi dalla politica. Egli era il solo uomo che m'avrebbe fatto conservare ancora qualche illusione, e che io credeva capace di vincere le difficoltà ondera circondato il gabinetto di Torino. Gli altri uomini che venivano al potere non m'ispiravano che una fede mediocre per l'avvenire: li aveva forse veduti troppo dappresso?... D'altronde, convien pur dirlo, l'esperienza da me acquistata aveva modificate singolarmente le mie idee. Avendo toccate con mano le cose e conoscendo meglio i bisogni e le aspirazioni d'Italia, io cominciava a dubitare assai del coronamento dell'edilizio, le cui base gettate a Plombieres, si erano così smisuratamente estese lo vedeva il Piemonte, accettato con ripugnanza e come una transazione dalla Lombardia, imporsi colla sorpresa e col raggiro a Parma a Modena, e nell'Italia centrale, e mantenersi a gran pena

(1) Non sarà questa la parte meno interessante e soprattutto meno istruttiva; e la pubblica opinione mi saprà grado di averle conservato gli alti insegnamenti di questi preziosi autografi.

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a forza di sangue, nel regno di Napoli, che parecchi uomini gli avevano di recente venduto (1).

Insomma io non aveva osservato da nessuna

(1) Ciò è esattissimo. Cavour non sognò mai che un regno subalpino; ma avendo gettato le basi di questo sulla rivoluzione eragli impossibile combatter più la medesima apparentemente, allorché essa egli prese la mano e lo trasse dalla sua. Messo alle strette tra il re di Napoli e questa, che stava nel suo periodo di successo, esitò un istante, ma o abbagliato o costretto, si dovè lasciar trascinare da essa, senza però dissimularne i pericoli; che vi volle tutta la sua forza e destrezza per ischivare, vivendo. Egli non aveva alcun programma come Mazzini; e poi il suo compito di uomo di Stato non poteva esser quello di un rivoluzionario, che non ha a fronte serii e dignitosi gabinetti esteri, e teste coronate con cui camminare equamente nella via del legale progresso, e della vera felicità dei popoli. Cavour dunque dovè curvar la schiena sotto il pesante fardello rivoluzionario, più che per altro, per amore del suo re, che vide si miseramente compromesso, e in penitenza dei falli commessi; allora ricorse a tutto il suo ingegno e tutta la sua influenza presso il Bonaparte, per risolvere le supreme quistioni di Roma e Venezia, ma l'ingegno gli venne meno e la vita con esso. Non ci volevano che gl'ignoranti faziosi per proseguire l'opera impossibile cui era soccombuto, e si trovò Bettino Ricasoli Adesso un altro servitor devoto di re Vittorio, Rattazzi si sacrificherà alla stessa causa: ma si domanda, sarà l'ultima vittima di questa Sfinge e ce ne abbisognano altre ancora? E i tempi, non più imprevidenti ma già maturi, lasceran fare?

Un profondo Uomo di Stato diceva spiritosamente a questo proposito: il Piemonte non fa che pagare il suo fio per la lega stretta in tempore illo coi mazziniani, Questi a cui egli si vendè in principio non fanno, impadronitisi ora di lui, che incalzarlo colla spada nelle reni; precipitandolo di bestialità in bestialità, di errore in errore. Avemmo le usurpazioni sui diritti preesistenti e il mendacio officiale in forma pubblica; avemmo una guerra fatta da un re a un altro senza dichiarazione, e contro ogni diritto delle genti; avemmo le fucilazioni in massa fatte tacitamente, perché IN TEMPI NORMALI, ALMENO SOTTO UN GOVERNO MONARCHICO COSTITUITO!!! avemmo, per lo stesso motivo, ottanta e

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parte quel fanatismo per l'unità italiana, che, imbevuto dalle illusioni piemontesi, m'aspettava di veder scoppiare da ogni dove: per lo contrario avevo trovato dovunque e in tutta la sua vivezza l'istinto dell'indipendenza locale. Dapertutto, in una parola, il Piemonte era avuto in conto di straniero e di conquistatore.

In cospetto di tali sentimenti io era forzato riconoscere che il verace vessillo del movimento italiano non aveva cessato di essere l'indipendenza, ma non era stato mai l'unità, la cui idea non era per anche matura: riusciva evidente ai miei occhi che la Casa Savoia volendo falsarne il senso, per servire alle sue ambizioni, si era gettata in un'impresa ben superiore alle sue forze e che il fascio delle provincie che agognava di abbracciare, non tarderebbe a sfuggirle dalle mani troppo deboli. L'unità d'una nazione non si crea: conviene aspettare l'istante della sua nascita. Allora solo può esser forte e vitale.

più villaggi saccheggiati e bruciati dalla milizia regolare civilizzatrice; avemmo la libera stampa imbavagliata, le libere Tipografie distrutte; avemmo il fiore dei cittadini, fuggito, e la povera gente lavoratrice e religiosa delle campagne, trucidata o gettata negli ergastoli e nelle galere, avemmo il clero perseguitato e vilipeso, la religione schermita e derisa anche pubblicamente sui teatri, la prostituzione invaditrice di tutto, e corrompitrice dei santi edificatori costumi di questo regno, avemmo la violenza nei Singoli officiali del potere, e la menzogna e la crudeltà primo requisito dei pubblici officiali in capo, e avremo, siatene certi, proseguendo di questo passo, il regno del terrore, i patiboli, e gli eccidii in massa col corteggio degli assignati e della fame; e tutto ciò sotto UN REGIME MONARCHICO COSTITUITO, un regno glorioso.

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E piaccia a Dio che, nel dissolvimento inevitabile che si apparecchia all'opera di Torino, i risultati del programma cosi deciso di Villafranca non sieno essi medesimi compromessi, e non ci troviamo risospinti anche più indietro.

Gl'intralci ognor rinascenti del Piemonte nel regno di Napoli, il malcontento ogni giorno più manifesto delle provincie annesse, non sono tali (vorrà convenirsene) da farmi pentire di queste dolorose convinzioni, frutto d'una esperienza che non ha potuto illudersi né sugli uomini, né sulle cose (1).

(1) E le cose vanno sempre più male. E la mano nella coscienza si può dire LA RIVOLUZIONE DEL 1860 HA ROVINATO IL PAESE.

Le rivelazioni che pubblicammo nella Campana del Popolo dai numeri 27 a 51 le riproduciamo arricchite di note, e documenti, e particolarmente di un'organizzazione militare del regno d'Italia dettata da Luigi Napoleone Bonaparte nel 1832 cospiratore con i patriotti Italiani, oggi Imperatore dei Francesi.

IL GOVERNO PARTITO

Napoleone III da semplice pretendente intrattenne sempre relazioni cogli emigrati italiani, e particolarmente con Giuseppe Mazzini; molti articoli di Sua Maestà imperiale furono pubblicati nel giornale La Giovine Italia: le teorie propugnate dal Bonaparte erano repubblicane. Più tardi per mezzo del Vaudrey Colonnello del 4° reggimento di artiglieria in guarnigione a Strasburgo annodaronsi congiure con gli emigrati Italiani: si trattava né più né meno di ricostituire

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l'impero francese, ed il regno d'Italia, a profitto di Luigi Napoleone; il regno d'Italia non era circoscritto come al tempo del 1° impero tra il Piemonte e Roma: doveva invece estendersi dalle Alpi al Lilibeo con Roma per capitale, ove il nuovo Carlo Magno avrebbe cinto la duplice corona d'Imperatore, e re!!

La congiura era estesissima; i principali personaggi della Francia, molti capi di corpi, taluni generali vi prendevano parte, basterà accennare, che il 3° e 4° reggimento di artiglieria, che l'altro dei Pontonieri, ed i quattro reggimenti di corazzieri stanziati a Luneville formavano il nucleo dell'insurrezione militare al settentrione, mentre le guarnigioni di Lione, e di Marsiglia dovevano proclamare l'impero e subito spingersi verso la Savoja, penetrare in Piemonte, e dar la mano ai patriotti Italiani: la Savoja però era stabilito che fosse restituita alla Francia!!! (1).

La congiura aveva progredito tant'oltre anche per riguardo all'Italia, che Napoleone 3°, aveva di suo pugno redatto un mirabile progetto di organizzazione militare pel regno dell'Italia.

La fortuna altresì sembrò un'istante favorire i congiurati. Nel 1835, Maret Duca di Bassano, uno dei più ardenti cospiratori fu chiamato alla presidenza del consiglio da Luigi Filippo, e nell'istesso giorno che prendeva il portafogli,

(1) Per mostrare come il disegno di riprendersi la Savoja fosse incarnato nelle menti francesi diremo che nel 1830 il comitato insurrezionale italiano di Parigi presieduto da Filippo Buonarrosti stipulava solenne trattato col Lafayette per la cessione della Savoja alla Francia, ed in cambio dell'Isola, di Corsica che si restituiva all'Italia. V. le storie segrete dei Borboni V. 1.

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il Generale Guglielmo Pepe, ed altri emigrati erano dal primo ministro chiamati per intendersi secolui sul vasto disegno della duplice insurrezione italo-franca.

II Ministero del duca di Bassano cadde, e fa detto in Francia il ministero delle due giornale.

Si conobbero dall'Orleanese le mene del ministro? O invece si disciolse per difetto d'omogeneità?

Nessuno il seppe, ma comunque fosse possiamo con certezza dichiarare che la insurrezione di Strasburgo avvenuta pochi mesi dopo la caduta del ministero Maret s'iniziò col grido Viva l'imperatore dei francesi e re d'Italia.

Quella insurrezione fu vinta, ma rimasero i ricordi delle ambiziose trame di Luigi Napoleone Bonaparte, rimase il documento autografo, che serbasi da chi scrive sull'organamento dello esercito Italiano. Che qui letteralmente pubblichiamo.

LUIGI NAPOLEONE

Sul cominciar della vita, l'ombra di un potente impero ricoprillo, l'eco del cannone delle vittorie guidava i suoi primi passi, e fé sovente trastullo di scettro e corona paterna: col crescer degli anni vide svanita la potenza della sua razza, dissipate le illusioni; nato a dominare, trovossi contuso con la moltitudine errante ed esule in cerca d'una terra che il ricovrasse. Cupo ei divenne nei pensieri, freddo, taciturno, divorando in sé stesso la lagrima dell'angoscia presente e

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slanciandosi nelle chimere dell'avvenire, che gli educati alle grandezze dei troni, non obbliano le ingiurie della fortuna, o depongono le speranze di riconquistarsi gli aviti splendori.

Giovinetto ed in Roma udì la rivoluzione del 30, palpitante e fogoso, voleva insieme, al fratello slanciarsi verso quel suolo da dove erano stati proscritti da straniere mani, gli interessi della dinastia d'Orléans li fecero respingere di nuovo: col fratello imbrandì allora le armi per la causa italiana; scrivendo al Papa memorande parole: che l'ospitalità ricevuta ne' suoi Stati non l'impediva di correre all'armi, essendo dovere d'umanità l'aiutare a distruggere il mostruoso ed iniquo governo dei preti (1)!!! Né per amor di libertà i due fratelli propugnavano l'insurrezione di Bologna, invece per calcolo personale, conciossiacchè la loro fama d'Italia suonasse più strepitosa in Francia.

Terminata a Rimini 1insurrezione italiana, spento il primo fratello del Bonaparte per morbo, e subito dopo morto il Duca di Reichstadt, crescevano le ambizioni di Luigi Bonaparte, che tutti accostavano e salutavano quale un principe. Fra i monti della libera Elvezia con fasto e lusso principesco vivendo, Qngeva amare l'uguaglianza svizzera, e cittadino di quella repubblica facevasi iscrivere, e perché coll'estinto imperatore avesse comune i gusti, gli studi, la carriera, aspirava a dirsi dotto nella scienza dell'artiglieria, pubblicava libri su quell'arma, ed otteneva il grado di capitano; che anco in seno all'uguaglianza di

(1) Ed ora è il sostegno del governo dei preti!

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democratica repubblica, i principi hanno favore ed ossequi.

Già adulto precipitavasi nella fazione di Strasburgo, che insieme all'impero, il regno d'Italia dovea ricostituire; vinto e captivo, veniva sottratta all'azione delle leggi per poco animo, e strano calcolo del re cittadino: trattato da principe e da pretendente, il cospiratore prostrato, vedovasi innalzato al rango delle dinastie, imperocché ad esse soltanto accordossi immunità di infrangere leggi e legami di società, di provocare stragi ed insurrezioni, le quali vittoriose menano al trono, vinte riconducono all'esilio. Luigi Bonaparte usci di Francia uguale a Maria Carolina di Borbone Duchessa di Berry: entrambi tentarono la via della guerra civile, entrambi furon assolti da ogni pena, e però quella usciva di Francia con infamia, questi più grande, più illustre.

Avea promesso di recarsi in America: ritornò di nuovo in Svizzera; che le promesse dei principi non stringe dovere, non obbliga giuramento a mantenere.

Le note di Filippo fulminavano la repubblica Elvetica, chiedevano coll'orgoglio del forte contro il debole, l'espulsione del Pretendente: è Cittadino Svizzero risposero gli intrepidi montanari, e chiamarono le milizie all'armi; preferendo con rara costanza combattere e perire, anzi che consumare ignominioso sacrificio: - si allontanava volontario il Bonaparte e ricovravasi a Londra, di colà ridicolo sbarco eseguiva sulle rive di Boulogne, ma caduto di nuovo in potere del d'Orléans, lo inviavano ad espiare per la vita nella fortezza di

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Ham le sognate grandezze e te vagheggiate speranze.

Non soggetto a dare prove nel carcere innondava la Francia di scritti, prometteva gloria alla nazione, ricchezza e fortuna ai poveri, accarezzava gl'istinti repubblicani, offriva sistemi di ricostituzione sociale, parlava di flotte, di eserciti, di zucchero e di bietole, e perché sempre consentaneo alla cupa sua natura riuscisse, inviava lamenti a tutte le Corti d'Europa (1), invocando per sé l'inviolabile diritto dei re: mostratasi in pari tempo repubblicano e popolano col popolo» principe coi principi: duplicità di sfrenato ed ambizioso sentire che presidente di repubblica sapeva pia tardi riprodurre.

La fortuna e la poca vigilanza dei custodi gli permettevano di sottrarsi dalla prigione è ritornare a Londra: quivi udita la rivoluzione del febbraio, inviava scritti, proteste; repubblicano, socialista, comunista dicevasi; ma non appena la plebe di Londra imitava la Francia per processioni e petizioni, facevasi ascrivere tra i costabili inglesi! e correva armato nelle vie di Londra a difendere i diritti di quella borghesia, che fingeva anch'essa temere pei propri possessi.

Nominato rappresentante, insieme ad altri membri della famiglia Bonaparte rientrava in Francia: socialista con Proudhon e col Blanc, moderato repubblicano col Lamartine e col Cavaìgnac, legittimista, orleanista, ebbe in pronto conforti e professioni di fede per ogni partito, e sviscerassimo sopratutto mostrossi d'ordine e di

(1) Vedi gli scritti del prigioniere di Hara e U sua lettera alle Corti d'Europa.

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pace coi borghesi, nell'arte d'infingersi vinse là fama storica dell'umile fraticello che servo per tanti anni e prostrato, rialzossi potente il dì che il salutavano pontefice. Elevato alla presidenza della repubblica, con imperterrita fronte giurava di mantenere incolumi la repubblica e la costituzione, giurava e in cuor suo meditava il delitto! Non era egli principe? Afferrato il potere, audace incominciava quella serie di atti, che doveano condurlo all'attentato del 2 dicembre.

Non appena investito di un potere, che in America poco fa distinguere il supremo rappresentante della repubblica dalla folla dei cittadini, ebbe guardie, equipaggi, treno, aiutanti, stato maggiore, polizia, e lui semplice capitano d'artiglieria svizzera, mostrossi con insegne di generale e cordone di ordini cavallereschi avuti sulla culla, tra te fasce dei regi infanti.

Niuno si oppose a quei disegni d'ineguaglianza sociale, fu reputata e detta puerilità di principe democratico, come si era chiamato Filippo re repubblicano, assurdi e chimere, che solo in quella strana terra francese possono allignare.

La costituente ostile al Bonaparte, cedendo alla pressione di fantasmagoria petizionaria, ritiravasi dopo l'iniziata infamia della spedizione Romana, lasciando alla legislativa il diritto di consumarla.

La nuova assemblea, per cupezza d'animo del Bonaparte che si astenne d'ogni influenza sull'elezioni, offri una maggioranza, avversa alla repubblica, avversa alla costituzione, ridusse a pura e semplice espressione astratta, il governo repubblicano.

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Restauratone papale, leggi contro la stampa, contro le riunioni elettorali, contro i rifugiati, furono votate con gioia, l'insegnamento fu dato in mano dei preti, e gesuiti, la lassa abolita sulle bevande; sollievo del misero popolo fu richiamata in vigore, la censura drammatica venne ristabilita, ed orleanisti e legittimisti inalberavano sfrontatamente le loro bandiere alla tribuna, e facevano pellegrinaggi gli udì a Viesbaden, gli altri a Claremont, per adorare palesemente i propri feticci; infine, strana abberrazione delle umane menti, mutilavano il suffragio universale, quell'istesso suffragio che gli avea inviati alla rappresentanza, e il più sfrontato tra essi, univa al turpe fatto l'insulto, chiamando l'onoralo popolo vile moltitudine, tutti applaudendo. Ed ora la vile moltitudine, invocata è rimasta inerte o ha applaudito a suo giro alle incarcerazioni od esilii dei fedifraghi rappresentanti. Fu adunque vendetta di plebeo diciamolo pure, non degradazione nazionale il contegno della Francia del 1851!!!...

Fra tanto insanire dell'assemblea, Bonaparte, che tutti spregiavano per inettezza di concepimenti e vita materiale percorreva il tracciatosi sentiero, con perseveranza e tenacità; illudere le moltitudini, mostrarsi vittima del potere legislativo, o tendere a renderlo nel tempo istesso impopolare con ogni mezzo, istigandolo a compiere odiosi fatti, furono queste le arti del Bonaparte; né mancarono in pari tempo le seduzioni, i discorsi, o pellegrinaggi, le rassegne, le società segrete;ogni fazione dell'assemblea discerneva ove tentasse di riuscire il potere esecutivo, niuna osava stringersi coll'altra onde infrangerlo, imperocché

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l'una diffidatasi dell'altra, l'una avea bisogni, desideri e disegni contrari a quelli dell'altra: nell'istesso partito della montagna i socialisti si tenevan divisi dai repubblicani moderati; cosi facil opra addiveniva calpestare tante fazioni nemiche, scisse; leggero impegno del potere esecutivo si era di prostrare un'assemblea senza omogeneità, senta principii e di cui la maggioranza era odiata dal popolo e nemica della repubblica.

Il presidente con sagacia inaudita per due anni assaliva l'assemblea, e con modestia somma ritrae va si indietro ad ogni cenno disapprovatore di quella congrega sovrana. La lettera a Edgardo Ney per le cose di Roma, il messaggio dell'ottobre 1850, le parole del banchetto di Digione, tutto ei disapprovava cancellando frasi, abborrendo atti, pensieri, opere, appena l'assemblea mormorasse, che ebbra della propria gloria; cieca dei propri disegni non avvedevasi dell'astuta e sleale politica de! potere esecutivo.

Gli anni fuggivano, il termine fatale avvicinavasi pel Bonaparte, allora si fece gridare imperatore da ebbri soldati permettendolo, o tollerandolo, Changarnier il futuro Monch che serbava in petto la frazione legittimista dell'assemblea. Le grida di Satory, quell'orgie imperiali, commossero un istante i legislatori, ma presto qeietaronsi per l'ordine del giorno di Changarnier che proibiva alle legioni di pronunziare vermi grido sotto le armi: in un assemblea repubblicana le provocazioni di Satory conducevano il presidente innanzi ad una corte suprema l'avrebbero fatto dichiarare spergiuro e traditore;


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ma potevano le frazion della maggioranza francese accusare il potere esecutivo con fronte serena, quando ogn'una di esse meditava di compiere un tradimento?

Rimase impunito il presidente, e visto la pusillanimità degli avversari, spezzava la loro spada; Changarnier, il vantato idolo dell'esercito era destituita dal Bonaparte; né l'assemblea o l'esercito osavan dolersi !

La revisione della costituzione, nascondendo in sé stessa i desideri di tutti i partiti avversi alla repubblica riunì di nuovo Bonaparte e la maggioranza, dell'assemblea: lavorarono tutti a gara col provocar i cittadini alle petizioni; ne contarono a migliaia, spinsero i consigli municipali e dipartimentali nell'istesso arringo; ma tanto rumore, finiva in fumo, sterilissimo, conciossiacchè i repubblicani col terzo della voce dell'assemblea di cui disponevano, respinsero la revisione. La maggioranza dell'assemblea era vinta dal Bonaparte, perché già impopolarissima, conveniva rendere impotente la minoranza, i repubblicani d'ogni colore: aveano questi indotto il popolo a soffrire ogni oltraggio, a sopportare ogni cattiva legge, a starsene tranquillo spettatore sino al maggio 1852 per rialzarsi potente ed ottenere anche con la forza dell'armi la votazione a suffragio universale; era quel suffragio universale la sola arme di guerra che rimaneva da spuntare al Bonaparte e celermente e la spuntava.

Il messaggio del novembre invitava l'assemblea a ristabilire il voto universale, ed abolire la legge del 31 maggio.

L'opposizione repubblicana cadde nell'agguato

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tesogli dal Bonaparte giungi dall'esaminare tutt'un passato di colpe e di menzogne che aveva diviso colla maggioranza, ch'ei ridava al Bonaparte, rialzarono senza dubitarsene la schernita bandiera del presidente «ne fecero la bandiera del popolo: la maggioranza di tre voti respinse il messaggio, non abrogò la legge e l'opposizione che vedeva volgere a guerra aperta la maggioranza dell'assemblea contro il presidente, unissi di nuovo con lui per far cadere la proposizione dei Questori che poneva a disposizione dell'assemblea il comando della forza armata.

Un ministro della guerra in quel giorno osò insultare i rappresentanti sostenendo con somma iattanza d'aver fatto lacerare i decreti dell'assemblea nei quartieri delle truppe quasi confessando gli attentati che dovea commettere il potere esecutivo, p quel ministro restò nel suo posto e i repubblicani votarono contro la proposta dei % questori! Temevano essi una convenzione bianca? Illusione I Meglio una convenzione bianca che popolo ed esercito avrebbero distrutto, che un potere consolare e imperiale pur troppo acclamato dalla plebe e dai soldati; alla vittoria ottenuta dall'Eliseo sulla proposta dei questori succedeva il discorso del Bonaparte pronunziato nel Louvre agli espositori di Londra. «Non vi è virtù né fede, ei diceva, in politica; la necessità il fatto guidano gli eventi e le convinzioni degli uomini;» agli ufficiali avea detto: due dinastie sono cadute perché dissero andate ai soldati, eseguite; io vi dirò» andiamo, seguitemi.

La maggioranza sorrideva, inani spavalderie reputavale,

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o si contentava delle dichiarazioni dei ministri che smentivano ogni disegno di colpo di stato del lealissimo Bonaparte: l'opposizione si commosse, il giovine Bàncel, con ardito dire accusò di famoso, il discorso del presidente: la maggioranza fu sorda, e forse volendo vendicarsi della sconfitta sulla diretta requisizione dell'esercito, respingeva di nuovo la riabilitazione dei suffragio universale riprodotto nella legge municipale.

Così fra ignobili ed opposti conati, fra gelosi partiti, l'ora del 2 dicembre appressavasi e sulla assemblea, vilmente caduta, sorgeva l'avventuroso Bonaparte, il plebiscito d'una mano che ristabiliva il suffragio universale in nome del popolo francese, la spada dall'altra che imperava su quattrocentomila soldati, ciechi istrumenti del suo volere.

Che scelse il popolo? I fatti che racconteremo lo mostreranno.

Questo vaticinio sarà meglio svolto e dimostrato dalle successive rivelazioni, per ora basterà fermarsi e dire a coloro che credono ancora alla lealtà del magnanimo alleato ed hanno fiducia in lui pel riscatto d'Italia essere un sogno di mente inferma. Il pretendente, misero fuggito e proscritto agognava al serto dei Cesari, ed alla corona di ferro dei re Lombardi; l'erede del nome del primo capitano del secolo, serbata geloso nel suo seno le tradizioni delle sue conquiste quando per farle rivivere arrischiava a Strasburgo, quale oscuro cospiratore, la libertà e la vita; vi rinuncerà ora che è assiso sul trono della più bellicosa nazione d'Europa, circondato da numerosi eserciti,

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fornito d'oro, e già ricco delle glorie di Crimea e d'Italia?

Noi indichiamo il problema; i lettori nostri seguiranno il filo dei loro raziocinii, e porteranno i giudizii a misura che le nostre successive rivelazioni svolgeranno la tela dei fatti storici ed indicheranno le vero cause degli accordi di Plombières, del proclama di Milano, della tregua di Villafranca, della pace di Zurigo, dell'indefinita occupazione di Roma.

Queste trame di Napoleone 3.° alle quali parteciparono, e partecipano i moderati della consorteria non saranno più un mistero: il paese le conoscerà come noi le conosciamo, ed avviserà sui proprii destini: noi avremo compiuto un dovere.

Il serto dei Cesari ornava da poco tempo la fronte del cospiratore di Strasburgo, e di Boulogne, del fuggitivo di Ham, e già egli inviata io Italia il Barone Brenier, onde consultare l'opinione pubblica, ad annodare, se fosse stato possibile, segrete macchinazioni, e dominare se non direttamente la penisola sostituire almeno l'1nfluenza francese a quella dell'Austria.

Era il Brenier il più idoneo personaggio alle cupe viste del Bonaparte imperocché essendo stato console generale della Francia a Livorno, aveva per mezzo del suo segretario Giovanni Lafont toscano, attivissimo agente della Giovane Italia, conosciuto, e pratticato i principali patrioti italiani; né alcun agente diplomatico della Francia era riuscito come lui di porgere al suo governo i più precisi particolari sull'opinione in Italia, e sulle mene dei partiti.

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Giunto a Torino il Brenier nella primavera del 1853 chiamò intorno a se i più solerti patrioti tra gli emigrati, e particolarmente uno di essi che aveva intimamente frequentato nel 1847 a Livorno: le idee dell'inviato francese erano stranissime, tanto per riguardo al Piemonte in particolare, che per l'Italia in generale: ei credeva che i piemontesi poco curavansi della costituzione, e che il re avrebbe potuto abolirla quando che fosse; ei pensava che i Napoletani per isbarazzarsi dei Borboni si sarebbero accomodati di qualunque altra dinastia straniera: non pronunziava nomi, ma bensì scorgeva a chi facesse egli allusione.

I pensamenti del Barone Brenier furono con sodissime ragioni combattute, ed alle parole si unì un memorandum di Giovanni La Cecilia discusso prima con Gio. Andrea Romeo, Antonio Plutino, Luigi Zuppetta, Raffaele Conforti, Vincenzo Carbonelli nella casa di Carlo Speranza, abbruzzese, oggi libraio conosciutissimo nella nostra Città.

Nel memorandum si distruggevano coi fatti le maligne prevenzioni del messaggiere di Bonaparte, sia per riguardo al poco amore di libertà dei Piemontesi, sia pel desiderio dei Napoletani di sottomettersi a principi stranieri.

Ecco il memorandum che pubblichiamo in italiano traducendolo dal testo:

I PARTITI POLITICI IN ITALIA

Rapporto al Barone Brenier ambasciatore plenipotenziario dell'Imperatore de' Francesi

La Penisola italiana che si direbbe interamente indifferente alle ispirazioni rivoluzionarie, osservando la sua superficie officiale, la penisola italiana è nonpertanto il paese che offre maggiori elementi per una rivoluzione, elementi che sviluppati per colpa dei governi, i quali col riprendere il potere dopo le insurrezioni dal 1848, si piacquero di colpire invece di conciliare; essi potevano con meschine concessioni guadagnare gli animi, consolidare il loro potere, preferirono di esercitare delle rappresaglie tanto stupide per quando feroci; terminata la lotta con una catastrofe che aveva scoraggiato gli animi più ardenti, i partiti erano in dissoluzione, il paese stanco della loro intemperanza, le popolazioni oppresse, le famiglie affronte da tanti sagrifizii d'oro e di sangue, tutti desideravano di rientrare in uno stato normale, tutti invocavano un'era novella di pace e di tranquillità: i governi italiani (uno solo eccettuato)

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non compresero come per ordinario, né il voto delle popolazioni, né la loro missione riparatrice, furono ciecamente reazionari; moderati ed esaltati repubblicani costituzionali tutti furono perseguitati, imprigionati, oppressi e si andò tant'oltre che a Napoli, Carlo Poerio sinceramente costituzionale e molto devoto a Ferdinando, trascina i ferri dei galeotti, Scialoia entusiasta di quel Re è esiliato dopo una lunga prigionia, mentre che Francesco Paolo Ruggiero, ministro delle finanze dopo il 15 maggio; uno di coloro che consigliarono il Borbone di consumare un colpo di stato è oggi condannato a morte in contumacia. In Toscana si sorpassò le esecrazioni napolitane, gli uomini più illustri e più fedeli al Gran Duca, coloro che avevano maggiormente alla sua restaurazione furono respinti e perseguitati, testimoni il marchese Bartolomucci condannato all'esilio e il generale Spannocchi, vecchio di 80 anni, condannato ad una lunga detenzione.

I preti degli stati romani furono inesorabili, Radelkzy ed Haynau sorpassarono negli stati Lombardo-Veneti tutto quel che vi ha di più odioso nella storia; i duchi di Parma e di Modena subirono anche gli effetti della reazione italiana, ma colà almeno non fu né sanguinaria né feroce, come negli altri Stati.

Il Piemonte rende, sebbene vinto a Noma e schiacciato dalle spese della guerra pagale all'Austria, il Piemonte grazie alla lealtà di Vittorio Emmanuele, non solo conserva le sue libertà ma diviene anche l'asilo di tutti i proscritti italiani.

Gli errori dei governi italiani, la toro feroce reazione generarono il convincimento

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tra gli oppressi ch'era assolutamente impossibile di transigere coi principi dell'ultima restaurazione o sottomettersi ad essi. I partiti politici ricominciarono allora la loro propaganda, le società segrete si misero nuovamente all'opera, la stampa clandestina inondò colle sue pubblicazioni le province maggiormente sorvegliate dell'Italia, è, cosa degna di rimarcare, le classi povere della Lombardia, di Roma, della Toscana e di Napoli tanto contrarie o tanto indifferenti fino allora alle cospirazioni o rivoluzioni, entrarono con entusiasmo nelle affiliazioni delle cospirazioni e diedero benanche il loro contingente di martiri alla causa della generazione italiana

I partiti politici dell'Italia fino agli avvenimenti di Milano dal 6 febbraio erano classificati in tre categorie; i repubblicani unitarii, i repubblicani federalisti ed i costituzionali; queste tre frazioni disparate della grande cospirazione nazionale s'incontravano intanto sul medesimo terreno quello dell'indipendenza italiana e nudrivano il medesimo odio contro qualunque dominazione straniera.

Mazzini e il suo comitato di Londra davano l'impulso ai repubblicani unitarii, Montanelli, Ferrari e Carlo Cattaneo dirigevano i federalisti: un comitato centrale di nobili lombardi presedeva il partito costituzionale,

Mazzini era legato coi capi più audaci del partito socialista francese, Ledru Rollin, Louis Blanc; Montanelli si appoggiava sopra Lamennay, Michel de Bourges, Joly, sugli uomini del Comitato della razza latina. Le due frazioni repubblicana avevano allora immense simpatie per la Francia,

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sperando sempre da essa una cooperazione efficace pel ristabilimento della repubblica romana, che gli eserciti francesi avevano distratta; i costituzionali contavano sull'esercito piemontese e sulla casa di Savoia.

Il proselitismo mazziniano era immenso negli stati Lombardo-veneti, ma solamente nella borghesia e le classi povere delle città, la popolazione rurale era indifferente, la nobiltà devota all'Austria o alla casa di Savoia; il basso clero pendeva per Mazzini. Quel medesimo proselitismo mazziniano era quasi generale negli Stati Romani, debole a Napoli e nella Toscana, nullo nei Ducati di Modena e di Parma, respinto in Piemonte.

II partito federalista era in minorità nella Lombardia e nella Venezia, più compatto in Toscana, combattuto in Piemonte e nei Ducati dai costituzionali, odiato negli Stati romani, poco favorito a Napoli, molto esteso in Sicilia.

I costituzionali erano sostenuti dalla nobiltà e dalla classe agiata di tutta l'Italia, mentre che la riunione col Piemonte era il colmo dei voti della Toscana e dei Ducati.

Gli avvenimenti di Milano del 6 febbraio, gli arresti degli emissari di Mazzini a Roma, il tentativo di Sarzana perdettero i mazziniani; quel partito è in piena dissoluzione; a parte alquanti fanatici, Mazzini non ha più ammiratori nè proseliti nella Penisola; nel mentre che il partito dei repubblicani unitarii spariva d'altro dei federalisti cambiava direzione e sostituiva la parola indipendenza a quella di repubblica.

Il partito costituzionale ingrandiva le sue azioni

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e si estendeva a Roma, in Toscana, a Napoli e negli stati Lombardo-veneti; dappertutto la borghesia erasi riunita al partito costituzionale della casa di Savoia.

Nonpertanto esiste un altro partito oggi diretto dall'emigrazione che si compone di uomini attivi, intelligenti e di azione; questo partito non discute sulla forma del governo, ma mira a liberare la patria dallo straniero, mira dopo la vittoria di costituire un'Italia secondo il voto della nazione, liberamente espressa nei comizii popolari.

Secondo la forza, il cammino, il numero e le tendente sebbene diverse dei partiti è dimostrato che l'Italia invece d'essere riguardata come tranquilla può divenire da un momento all'altro il focolare d'un vasto incendio.

Del pari è certo che il pensiero principale dei varii partiti italiani sarebbe l'indipendenza e l'affrancamento da qualunque dominazione straniera.

Finalmente è provato che i napolitani, i toscani, i lombardi-veneti, come pure quelli di Parma, di Modena non possono più transigere in alcuna maniera coi loro principi; tra gli oppressi ed il governo degli oppressori vi è un abisso.

Riguardo ai romani si può affermare senza timore d'ingannarsi che il giorno dell'uscita delle truppe francesi e tedesche sarebbe il segnale della carneficina di tutta la casta sacerdotale, tanto essa ha saputo farsi detestare.

IL PIEMONTEE LA CASA SAVOIA

In Piemonte la maggioranza delle classi intelligenti è francamente costituzionale; il clero, è interamente opposto alla libertà e allo sviluppo delle riforme civili, debbono sottrarre lo stato all'influenza della Chiesa, imperciocché quel clero è attaccato molto a conservare le sue immunità e le sue ricche possidenze. La nobiltà in generale si è accomodata al sistema rappresentativo, e se vi è ancora qualcuno nei suoi ranghi che volesse fare un passo indietro essi sono non pertando uomini stimabili e molto devoti al Re; basterà per convincersene di ricordare la crisi ministeriale del mese, di ottobre 1852. I signori Balbo e Revel ebbero la missione di costituire un ministero della destra, modificare la legge elettorale e restringere la libertà della stampa, ebbene? quei signori consultarono l'opinione pubblica, si riconobbero impopolari e rassegnarono il loro potere aggiungendo ch'essi non volevano sconvolgere il paese o azzardare un colpo di stato. Il ministero Cavour, S. Martino fu allora immediatamente costituito.

Di tal che in Piemonte anche tra i partigiani del vecchio regime vi è molta onestà amore per là patria e devozione al Re.

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La magistratura sebbene affezionata al vecchio sistema è del pari francamente costituzionale salto poche eccezioni. L'esercito grazie alla severa disciplina introdotta dal generale Lamarmora obbedirà sempre agli ordini dei suoi capi, ma l'esercito è devoto al Re ed alla costituzione. In ottobre 1862 all'epoca della crisi Balbo-Revel, lo stesso Lamarnora dichiarò al paese ed al Re che l'esercito non avrebbe prestato il suo concorso per distruggere le leggi costituzionali.

L'esercito è organizzato in modo da poter duplicare in poco tempo la sua forza effettiva, e se si biasima il governo pel troppo grati numero di generali che paga, il biasimo diviene ingiusto, se si osserva che quel numero fuori proporzione con un effettivo di 60 mila uomini rivela il pensiero di aumentare l'esercito in una maniera straordinaria in un tempo propizio per concorrere alla guerra dell'indipendenza italiana. Ed è nella veduta egualmente che il governo conserva una massa di bassi uffiziali che han combattuto a Venezia ed altrove, ufficiali che tutti combatterono con gioia nei ranghi dell'esercito sardo.

Lo spirito del paese è quasi totalmente italiano nelle province, ma esclusivamente piemontese nella Capitale.

Genova e tutta la Liguria premurano il governo per un ingrandimento di territorio; Genova che si promette un immenso sviluppo della sua prosperità commerciale per la riunione della Lombardia al Piemonte, minaccerebbe seriamente l'unità degli stati sardi, se essa dovesse rinunziare ad una riunione tanto desiderata e tanto promessa. Questa città che ha schiacciato in sé stessa le

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sue velleità repubblicane nella speranza d'un compenso per la ricchezza del commercio, questa città frustrata nelle sue speranze potrebbe ricordarsi della sua autonomia e cagionare grandi imbarazzi al Piemonte; le ultime elezioni di Genova che han dato per risultato sette deputati dell'opposizione avanzata rivela di già in parte il pensiero di quel popolo di marinai e di commercianti.

Nelle città del Piemonte vi è un sentimento vivissimo e molto pronunziato contro il partito clericale; quel sentimento cresce sempre e si propaga benanche pelle campagne; il popolo è in generale stanco d'essere oppresso dai preti come lo è stato durante il periodo di secoli. I ministri, eccetto un solo non hanno attitudine, sono un'aggregazione di uomini ordinarii più o meno docili alle ispirazioni del presidente» del consiglio, il conte di Cavour, uomo astuto, caustico e nello stesso tempo diplomatico; esso sa servirsi di tutti gli uomini purché li giudichi utili al compimento de' suoi progetti. Economista distinto, è dominato dalla mania delle riforme finanziere, e commerciali; non sa fingere a fronte de' suoi avversarti politici, né sopportare alcuna ingiuria da parte loro, passionato e irascibile fa spesso pendere la bilancia dell'uomo di Stato dalla parte del sentimento che lo dominano, più municipalista che italiano, saprebbe intanto piegarsi alle circostanze e nei casi della guerra, sarebbe indispensabile a causa de' suoi talenti finanzieri.

Tra i medesimi ministri bisogna fare anche un'eccezione in favore del generale Lamarmora che solo sapeva tener fronte al conte Cavour,

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perciocché ha ingegno ed una tenacità straordiaria nel compimento de' suoi progetti.

I dintorni del re possono essere classificati in due frazioni, quella della famiglia composta di principesse bigotte, e l'altra de' misteriosi ma Vittorio Emmanuele non ascolta la prima e si ride della seconda ed ha molta deferenza pel marchese d'Azeglio e molta fiducia nel generale Lamarmora.

L'EMIGRAZIONE.

I partiti politici che esistono in Italia si disegnano egualmente nel seno dell'emigrazione e possono classificarsi in ragione diretta della posizione sociale dei suoi membri; i nobili sono costituzionali fusionisti, sperano molto nella forza degli avvenimenti e dell'esercito piemontese; decisi ad attendere respingono ogni tentativo ardito che potessero affrettare la liberazione della patria. Gli uomini d'intelletto e di studio che han trovato delle piazze e grossi salarii in Piemonte retrocedono del pari innanzi ad una soluzione rivoluzionaria; essi trovansi comodi e amano di prolungare lo Slatu-quo; importa loro poco che milioni di loro compatrioti soffrano e sieno torturati continuamente.

Gli emigrati indipendenti e di azione sopportano con impazienza la dilazione che vien loro imposta.

Avendo esposte le condizioni attuali di tutta la Penisola; i desideri dei partiti, la forza dell'opinione pubblica, il bisogno di ciascuna provincia l'infrangere il giogo vergognoso che pesa sui di essa,

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sarà facile l'indicare i mezzi più pronti più infallibili per ottenere la completa emancipazione della patria.

La questione italiana fin da secoli e in connessione col rimanente d'Europa attira l'attenzione degli uomini di stato eminenti e dei Sovrani della Francia: Luigi XII, Carlo VIII, Francesco I, Richelieu e Napoleone 1° tutti procurarono di risolvere questa questione, ma non ne compresero tutta l'importanza, o il tempo e gli avvenimenti gl'impedirono: Napoleone soltanto, ma quando non era più tempo, Napoleone a Sant'Elena concepì l'idea dell'unione italiana e designò Roma per la futura capitale d'Italia; e si può aggiungere senza ingannarsi che questo regno diviso e governato come lo è oggi conserverà, sempre le cause permanenti di torbidi e di rivoluzioni che debbono necessariamente reagire sugli altri popoli.

E l'Europa non speri giammai di sottrarsi a' cagioni sempre rinascenti di discordia e di guerra, se l'Italia non ritrovi la sua nazionalità è la sua libertà! No! Non è possibile che la pace e l'ordine restino consolidati se non si rifa la carta italiana.

Si può mai supporre che la casa d'Austria dopò il governo di un Radetsky possa distruggere la memoria dei delitti commessi par ordine suo in Lombardia! Si può mai supporre che quella stessa casa possa un giorno acquistare diritti dall'affezione del popolo lombardo-veneto? No, mille volte no! a Milano ed a Venezia vi saranno sempre vincitori e vinti, nemici che si detestano pronti a cogliere la più piccola occasione per massacrarsi.

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Che il reciproco sentimento di odio possa restare durante un breve periodo, cioè a dire della conquista alla sottomissione d'un governo eccezionale di corta durata, allo stato normale, si comprende facilmente, ma sono quasi quarant'anni che questo sentimento esiste in Lombardia ed invece di diminuire col tempo si sviluppa sempre più e domina benanche i fanciulli di tenera età.

Si può mai credere del pari che i preti possano ancora governare negli Stati Romani? Si persuaderanno oramai che le Due Sicilie languiscono sempre in balia d'un governo che Lord Gladstone ha definito la negazione di Dio? E la Toscana, la patria di Dante e di Galilei, la terra più colta dell'universo possa rimanere sempre sottomessa ad una corte ipocrita ed al bastone d'un caporale austriaco? Bisognerebbe rinunziare alla luce del Sole per prestarvi fede.

Di tal che l'Italia nello stato attuale rassomiglia in faccia all'Europa il vulcano delle sue province meridionali che nasconde sempre nel suo seno la distruzione e la morte.

Bisogna dunque estirpare il male dalla radice, distruggere le cause se vogliono evitarsi gli effetti, e per ciò sarebbe necessario o d'annientare tutta la razza italiana o pensare di migliorare la tua sorte, diversamente queste disgraziate contrade non cesseranno di dibattersi tra i ferri e %t insurrezioni.

Due mezzi si presentano agli uomini serii per allontanare per sempre dall'Italia i germi di rivoluzione, pronti a scoppiare, e che scoppiano ad ogni istante. I mezzi consistono nell'impiego

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delle negoziazioni diplomatiche o nel risanamento d'una guerra; bisogna negoziare o combattere perché I9 Italia sia finalmente costituita e governata secondo i bisogni, le sue aspirazioni e I» sua civiltà.

DIPLOMAZIA, MEZZO PACIFICO.

La diplomazia respingerà sempre l'unità della penisola italiana; l'unitarismo incontrerebbe il veto di tutte le grandi potenze dell'Europa. Sopra questa questione esistono convincimenti insormontabili in tutt'i gabinetti, e sebbene convinti d'una opinione contraria ogni buon patriota italiano sarà obbligato nonpertanto di transigere e sottomettersi alla decisione dei più forti. La diplomazia potrebbe dividere l'Italia in tre regni, cioè: dell'Alta, Media e Bassa Italia.

Il Piemonte com'è costituito oggi meno la Savoia colla Lombardia fino alla linea del Mincio e i Ducati di Parma e Modena formerebbero il regno dell'Alta Italia, la città di Trieste e il littorale dell'Istria resterebbero all'Austria.

La Toscana, gli stati Romani (eccetto le Marche d'Ancona) con Venezia e sue antiche provinca di terraferma fino al Mincio costituirebbero il regno del centro.

Le Due Sicilie e le Marche d'Ancona sarebbero destinate per l'assestamento territoriale della Bassa Italia.

Questi tre regni avrebbero presso a poco la medesima forza, la medesima importanza

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ed offrirebbero presso a poco il medesimo sviluppo commerciale ed industriale.

Il sistema rappresentativo, la costituzione piemontese sarebbero adottati in tutti tre stati.

La casa di Savoia e per essa il re Vittorio Emanuele e suoi discendenti in linea diretta sarebbero chiamati a regnare sull'alta Italia.

Il duca di Genova, il fratello di Vittorio Emanuele occuperebbe il trono della bassa Italia. Quest'ultima scelta offre il maggiore vantaggio alle Due Sicilie, imperciocché sanzionerebbe il voto della Sicilia emesso nel 1849 e stringerebbe vieppiù i legami dei siciliani e dei napoletani

L'Italia centrale potrebb'essere retta da qualche principe straniero, Leopoldo del Belgio per esempio, poiché se deve rifarsi la carta italiana è necessario di rivedere quella di Europa; è impossibile che la Francia dell'Impero possa essere più lungo tempo frustrata dai suoi limiti naturali cioè delle Alpi, del Reno, e dell'annessione del Belgio.

L'Europa vuole l'ordine e la pace che i diplomatici vi riflettano, l'Europa non avrà né l'ima né l'altra, se le questioni di libertà e di nazionalità non vengano nettamente formalmente e francamente risolute, se i trattati del 1815 non sieno rivisti e corretti nel seno dei bisogni attuali dei popoli nell'interesse della civiltà del mondo.

Diviene impossibile oggi di governare l'Europa civilizzata coi medesimi principii della forza brutale ed antinazionale che governano le popolazioni semibarbare della Russia.

La Guerra o l'Insurrezione, mezzo violento.

Un'alleanza offensiva e difensiva tra il re di Sardegna, la Francia e l'Inghilterra avendo per base l'emancipazione


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dell'Italia e la divisone territoriale di già enunziata troverebbe l'appoggio di tutta la popolazione italiana, u leverebbe in massa per concorrere alle armale alleate

Un intervento francese sostenendo la casa di Savoia nel suo ingrandimento è il solo intervento possibile oggi in Italia, se si considera il concorso nazionale, poiché in Italia si abborre qualunque dominazione straniera qualunque sia.

L'insurrezione potrebbe scoppiare da un momento all'altro in talune contrade dell'Italia, e chi oserebbe rispondere dei risultamenti d'una insurrezione vittoriosa se non si confida pienamente ai capi del movimento, a coloro che dirigono oggi la cospirazione.

Bisogna finalmente convincersi che l'Italia vuole davvero conquistare la sua libertà e la sua nazionalità; essa si otterrà ad ogni prezzo.

L'esilio, la miseria, le persecuzioni, le galere, le forche, e i colpi di moschetto non arrestano più gl'Italiani nel loro slancio.

Nuovi cospiratori succedono ai martiri immotati, ed oggi malgrado, tutte le preclusioni, malgrado l'onnipotenza della polizia e dei gendarmi, la penisola intera è pronta per novelli sagrifizii, solamente coloro che sono in posizione di affrettare l'iniziativa rivoluzionaria sono decisi di rinunziare anche ai loro convincimenti particolari per il bene del paese, repubblicani unitarii, saranno costituzionali separatisti sé la diplomazia o i governi di Francia d'Inghilterra o di Piemonte loro garantissero l'indipendenza e la libertà della patria italiana.

Torino 23 Dicembre 1853.

Giovanni La Cecilia.

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Una copia del memorandum fu trasmessa al Conte di Cavour, che sollecitamente entrava in rapporti col suo autore, e con l'Antonio Plutino. Il sagace uomo di Stato vide subito i pericolosi disegni d'una dominazione francese sulle province meridionali, e si diede a tutt'uomo a combatterli ed allontanarli. Si scrisse a Napoli, si fecero pratiche in Calabria; Mignogna, a tutti carissimo, Marsico il Barone ora deputato, ed altri ne furono informati. Il Conte di Cavour promise armi, denaro, navi, e le cose progredirono tant'oltre che la cacciata dei Borboni pareva sicura, mercé la segreta iniziativa del governo piemontese: si attendevano, a Torino i delegati dei patriotti calabresi, pel definitivo concerto dell'insurrezione, quando nell'apparecchiarsi il Bonaparte alla guerra di Crimea faceva pubblicare nel Moniteur la celebre nota diretta all'Austria per averla alleata contro la Russia, nota, che terminava con la seguente frase:

I VESSILLI DELLA FRÀNCIA, E DELLAUSTRIA

SE UNITI SVENTOLERANNO IN ORIENTE

UNITI VEDRANSI SULLE ALPI.

Era questa una minaccia del Bonaparte contro il Piemonte, e nel tempo stesso. accennava a più cupi disegni, a proposte di occupare la Savoja, di comprimere ogni movimento rivoluzionario in Italia, e sbandire in fine la dinastia Sabauda, dando cosi una piena libertà di azione agli eserciti austriaci contro quelli dei Russi verso il Danubio e la Vistola.

Il Conte di Cavour con la consueta sua perspicacia non solo intravide in quelle parole del Bonaparte le conseguenze fatali all'Italia,

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ma sospettò ch'ei fosse istrutto di quanto da lui praticavasi per favorire la rivolutone italiana, e troncò allora ogni segreto accordo coi patrioti Italiani.

Il primo ministro del regno subalpino aveva avuto fino a quel tempo piena fede nell'iniziativa popolare, con la quale sperava disfare i piani del Bonaparte, mutò ad un tratto consiglio, accostassi al Bonaparte, profittò dell'indecisione dell'Austria, che non seppe né stringersi coi Russi, né unirsi con le potente occidentali, e si videro allora con stupore in Europa le scarse legioni del Piemonte prendete il posto di battaglia tra i francesi, ed i Brittanni e coprirsi di gloria sulle rive della Cernaja.

La guerra di Crimea, fu adunque per Cavour una necessità, e nel tempo istesso il punto di partenza di una nuova politica sottoposta alla fatale influenza di Napoleone III.

Noi vedremo negli articoli successivi in qual modo i nostri unitarj della giornata, i ministri, i senatori, i deputati della consorteria appoggiassero, il Conte di Cavour per l'operato nel congresso di Parigi, e per gli accordi di Plombières.

Si gridò dalle sponde della Senna guerra alla rivoluzione, e guerra ai rivoluzionarii ripeterono i moderati.

Questa guerra, or tacita, or palese, ci ha condotti alle dolorose condizioni in cui versa il paese

La guerra di Crimea era terminata con somma gloria pel Piemonte. I disastri di Novara erano luminosamente cancellati, Napoleone allealo dell'Inghilterra aveva steso la mano alla Russia, e vedeva pel tempo avvenire nell'avversario uno amico.

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Le segrete intelligenze col Conte di Cavour continuavano, e già l'orditura della tela, che dovevasi svolgere nel congresso di Parigi era preparata. Napoleone III 0 ambiva di mostrarsi il protettore, il rigeneratore dell'Italia al chiaro sole, dinanti la meravigliata Europa: nell'imo del suo animo sempre più si affortificavano i disegni di dominare direttamente, o indirettamente la Penisola Italiana.

Cavour accarezzava i progetti di Bonaparte; i moderati sogghignando, dalle parole pronunziate1 dal primo ministro italiano traevano futuri presagi, e davano ad intendere che molto sapessero e molto più facessero.

Non sapevano nulla, e molto meno facevano. Erano camaleonti politici che vivevano, e si nutrivano di aria.

Ad un tratto l'Europa si commosse tutta; le bombe dell'Orsini rivelarono anche una volta ai popoli, che l'Italia aveva i suoi vendicatori; che la rivoluzione poteva da un momento all'altro disfare l'opera del 1815, e mettere in pericolo le dinastie, i troni, e la monarchia.

A scongiurare un tanto danno si viddero a Plombières Cavour e Bonaparte, e colà si fermarono le basi della ricostituzione italiana.

Gli eserciti di Francia sarebbero scesi in ausilio di quelli di Piemonte per ajutarli a scacciare gli Austriaci. La Francia avrebbe allargate te sue frontiere, e ripresa Savoia e Nizza. Un regno dell'Italia centrale composto dalla Toscani, e dalle Romagne sarebbesi costituito a profitto di Napoleone Girolamo cugino dell'Imperatore, e l'Imperatore avrebbe avuto altresì alta la mano

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sulle provincie meridionali ed il Piemonte si sarebbe trasformato in regno d'Italia Settentrionale aggregandovi la Lombardia, te Venezia, e i Ducati.

Il primo Ministro e l'Imperatore aggiunsero allo spartimento convenuto e fermato una parola d'ordine GUERRA ALLA RIVOLUZIONE!! e si separarono.

Bonaparte preparò chetamente i suoi fulmini. Cavour ritornando in Piemonte, sì tratteneva in Locarno e servendosi dell'Avvocato Angelo Brofferio deputato dell'opposizione quale un banditore della buona novella faceva promettere, e prometteva lui stesso grandiosi destini all'Italia.

Il discorso pronunziato da Cavour a Locarno fu il programma dei tempi futuri; il notissimo Lafarina fu iniziato nei misteri di Plombières, e come supremo faccendiere diede vita, e moto alla cosi detta associazione nazionale la quale doveva raggiungere il duplice scopo di appoggiare il governo, e di combattere il partito avanzato, i Mazziniani.

La formola dei Lafariniani era Unificazione d'Italia, cioè tutte le provincie della Penisola aggregandosi al Piemonte dovevano per amore o per forza adottarne lo Statuto, le leggi, i regolamenti e subirne la supremazia.

La formola dei patriotti era il semplice motto Unità.

A Roma centro d'ogni raggio nazionale e da Roma sarebbe surto il vero concetto nazionale, lo spirito d'un'Italia, forte, unita, indipendente.

Napoleone nel 1. gennaio del 1859 pronunziò il discorso ohe accennava alla guerra: gli Austriaci

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furono i primi a romperla, sbarcarono i francesi a Genova, scesero dalle Alpi, e non appena pel concentramento delle truppe dell'imperatore Fraocesco II°, si allontanarono da Parma e da Piacenza, che i Toscani si sbarazzarono della stirpe Lorenese, fuggì il Duchino di Modena, fuggì la figlia del Duca di Berry, respinsero le sante chiavi i popoli delle Romagne, e poco dopo una Divisione francese capitanata dal Principe Napoleone Girolamo, sotto colore di movimenti strategici sbarcava; a Livorno, è dirigevasi verso Firenze. Ulloa Girolamo allora servitore dei Napoleonisti, oggi di Francesco 2° comandante della divisione dei soldati toscani già vestiti alla francese coi noti pantaloni rossi, si accostava al Principe; ma il popolo più civile d'Italia rimaneva indifferente: le ovazioni che si attendevano dal Bonaparte, il grido dei Toscani pel nuovo sire dell'Italia centrale non ebbero effetto ed a malgrado dell'arrivo del Senatore Pietri, in Livorno, del trafficante di voti per Nizza, e Savoia nulla si conchiuse in fatto di entusiasmo.

Né le nostre rivelazioni sono sfornite di prova. Fra i molti illustri Toscani che Pietri senatore voleva abbindolare, ed arruolare sotto le bandiere dei Napoleonisti vi era il Gio. Pietro Adami, l'antico ministro delle finanze nel 1848 che ripeteva a quanti lo volevano intendere, le grandi offerte del Corso Pietri.

L'imperatore Bonaparte bramava (diceva il sensale francese al Cittadino toscano) far dell'antica Etruria l'Oasi dell'Italia.

Pria che fosse scoppiata la guerra del 1859 il conte di Cavour secondando i disegni

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dei Napoleonidi aveva più volte inviato a Parigi a spese dello Stato HGio. Andrea Romeo per intendersi col Pretendente al trono delle Sicilie, con l'obeso Luciano Murat, e col Saliceti, col Girolamo Ulloa e col marchese Dragonetti mentre da Torino partivano emissarii per Napoli: nel tempo stesso un comitato Murattiano di emigrati Napoletani fondavasi e vi primeggiavano i fratelli Mezzacapo, Tito Saliceti, Antonio Sciatola, Giuseppe Pisanelli, Francesco Trinchera, Giuseppe Massari, il conte e la contessa Pepoli; il conte Pepoli nipote del Pretendente, figliuolo, d'una di lui sorella, quelli istesso che fu ministro cogli Unitari, Rattazzi e socii, ed oggi vedesi e Pietroburgo quale ambasciatore del re d'Italia!!!

Qual'ignobile commedia si rappresenti vedrassi un giorno.

E qui giova un'instante fermarsi. Questi Murattiani della vigilia, unitari dell'indomani furono forse respinti dal governo italiano? Al contrario, tutti trovansi altamente collocati. I fratelli Mezzacapo sono entrambi Tenenti generali nell'esercito italiano. Il sig. Scialoia è consigliere di Stato, segretario generale, carico di cordoni, e di croci. Il Pisanelli è guardasigilli, ed accanto a lui da segretario particolare, da factotum funziona l'antico collega del comitato murattiano il Tito Saliceti, quell'istesso che commentava i codici subalpini per conto del Pisanelli; questi intascava dalla Casa editrice Pomba 950 lire per ogni fogliò di stampa, affermando esser suo il lavoro, come dichiarava altresì suo il lavoro per gli stessi commenti al Codice l'onesto Sciatola, quando pubblicamente sapevasi esser l'opera del Diomede Marvasi.

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I Gufi si fregiavano delle penne di Pavone, e onestamente ne fruivano i lucri. Il marchese Dragonetti è Senatore, e Sopraintendente generale dei Pii Stabilimenti, Francesco Trinchera, trovasi Direttore generale degli Archivi di Napoli con vistosissimi stipendii, e con la soddisfazione di aver fatto collocare, e ben sei dei suoi congiunti, germani, nipoti, affini!!

Girolamo Ulloa soltanto poco soddisfatto del grado di Tenente generale andò ad offrire la sua spada a Francesco 2.°

Le segrete mene intanto si spinsero tant'oltre, che si riunivano a Ginevra, Luciano Murat, Saliceti, Gio. Andrea Romeo, e l'abbindolato Francesco Stocco, l'antico comandante del Campo di Spezzano in Calabria nel Giugno del 1848. Cavour aveva fornito i fondi pel viaggio e pel trattamento dei congiurati.

Tutto fu stabilito; e fermato. Napoleone 3.° valendosi degli atti del congresso di Parigi avrebbe trascinata l'Inghilterra ad una dimostrazione armata contro Ferdinando 2.°; l'apparizione della flotta Anglo-Francese nel golfo di Napoli con modi ostili, e preparata a guerra sarebbe stato il segnale dell'insurrezione Murattiana.

Saliceti, ed il pretendente consegnarono lo schema dello Statuto, e indicarono perfino il ministero.

Viceré in Sicilia sarebbe andato il nipote di Murat Gioacchino Pepoli; il Carlo Mezzacapo lo Scialoia il Pisanelli addivenivano ministri. Saliceti avrebbe avuta la presidenza idei Consiglio.

Tornarono da Ginevra gli emissari, informarono del loro operato il Conte dì Cavour,

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ed in pari tempo corsero fra l'emigrazione le note del futuro ministero, cominciossi a discutere dal comitato la costituzione murattiana interamente calcata su quella del 2 Dicembre.

Tutt'ad un tratto i piani fallirono per la vigilanza di Lord Palmerston; egli ricusò di congiungere il navilio inglese a quello di Francia già ancorato nel golfo di Ajaccio e tutta la dimostrazione finì col richiamo da Napoli degli ambasciatori delle due potenze.

E più tardi il primo ministro della gran Bretagna per controminare le mene Francesi annodava a Londra intrighi col Poerio, con lo Spaventa, col Settembrini a favore di Francesco 2. ed inviava Lord Elliot di Napoli per decidere il figliuolo del defunto Ferdinando a dare uno statuto liberale ai travagliati popoli delle Sicilie.

I martiri Poerio, Spaventa e Settembrini secondavano lord Palmerston e sperando di abbrancare portafogli impedivano il gran meeting che il popolo di Londra aveva organizzato a favore dell'Unità nazionale.

Oggi quei martiri sono gli unitati per eccellenza le colonne dello Stato!!!

Cosi mutansi le convinzioni, ed i pensamenti degli uomini su questa scena del mondo!

Cosi i popoli sono sempre gli strumenti ciechi dei più ambiziosi, e dei più scaltri!!

Ma torniamo al fallito disegno di Napoleone 3.° per riguardo al trono d'Etruria.

Il senatore Pietri visitava Firenze e colà pure le sue promesse, la tentata corruzione non riuscivano; l'oro dei Napoleonidi non era accettato, quell'oro grondava sangue...

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Il Principe indispettito usciva dalla Toscana, e col fedele Ulloa si congiungeva col grand'esercito francese, ed arrivava a tempo per trovarsi a Villafranca, e stipulare la fatale tregua, che lasciava Venezia io mano dei barbari.

Il partito dei moderati toscani guidato dal Peruzzi, dal Ricasoli, del Salvagnoli non potea accettare i patti del Bonaparte, avendo già compiute altre stipulazioni col conte di Cavour il partito dei moderati doveva far piegare anche la più bella parte d'Italia la civile Toscana sotto la ferula Piemontese: tutto gli si doveva strappare se lo avessero potuto; tutto! anche la cupola del Brunelleschi, la sala dei cinquecento e Santa Croce, il vetusto tempio che serba le onorate ceneri dei più grandi fra gl'Italiani. Molte essere state le cause (si disse) che dettero origine agli strani mutamenti del Bonaparte, taluni gli attribuirono ad una fibra troppo, femminea forse e colpita da spavento quand'ei percorse le linee di Solferino; altri alle minacce della Germania gli ascrissero, noi diremo che il dispetto lo dominò, e la persuasione d'essere stato burlato, e tradito dal conte di Cavour lo fecero cambiar d'ayviso; il trono dell'Italia centrale sparito, quel cugino rimasto ai fianchi dei suo erede bambina, quale avvoltoio della fatalità Greca ai fianchi di Prometeo, destarono i furori del magnanimo alleato, l'Italia sognata, rimase circoscritta ai Ducali, alla Lombardia, alla Toscana.

Cavour non osò affrontare gli sdegni di Cesare depose il portafogli e rientrò nella vita privata.

Fu innalzato in sua vece al potere Urbano Rattazzi; niuno ministro prese in mano il timone

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dello Stato in circostanze più difficili, la diplomazia istigata dal Bonaparte esigeva che si ponesse in atto la sua vagheggiata confederazione; i moderarti se n'erano già accomodati ed investigavano alacremente perché il Papa Presidente vedesse ai suoi piedi i popoli, ed i Principi salvo ad essi come fecero poi, di mostrarsi i soli unitari, i soli patrioti, ed i rivoluzionari da un altro lato non si ristavano: l'esercito dell'Italia centrale che quasi per incanto erasi organizzato, ed aveva un effettivo di trentamila baionette poteva bene dirsi l'esercito della rivoluzione, mostratasi ardentissimo di muovere verso Roma; o almeno accontentavasi d'invadere le Marche e l'Umbria, e di vendicare sui mercenari Svizzeri le crudeli carneficine di Perugia.

Rattazzi trovò altresì le casse vuote e i satelliti del Lafarina a lui avversi, come avverso parimenti a lui mostravasi il partito del Conte di Cavour nel Parlamento, e fuori.

Rattazzi allora non era devoto; ma nenico al Sire dei francesi: egli si appoggiò dapprima sol partito d'azione, si palesò amico del Garibaldi, e si affidò per raddrizzare l'opinione del paese alla penna dei pubblicisti patriotti. Angelo Brofferio accettò col suo Stendardo Italiano il guanto di sfida dei Cavouriani, ed in un istante i ministeriali più fanatici del Parlamento, e fuori passarono nel campo d'un'opposizione forsennata, sleale, egoista, quella stessa opposizione che vedemmo sorgere per opera del Bonghi, degli Spaventa, dei Pisanelli contro il testè caduto ministero Rattazzi.

Continueremo le rivelazioni, e taceremo,

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dimandavamo a noi stessi? Il supremo disgusto degli uomini, e delle cose, una fatalità prepotente che avversa il patriottismo il più puro, ed obbliga a lottare di nuovo, chi lottò quaranta anni, e sperse gli averi, la gioventù, il riposo, l'avvenire delta famiglia, tante, e cosi gravi considerazioni ci consigliavano di appigliarci a questo secondo partito; quando l'idea, che si sarebbe accreditata fra i concittadini di avere noi indietreggiato per paura, o per seduzioni ci fece rifrattore la penna, e proseguiamo.

Ma ci si chiederà qual bene recheranno all'Italia le storie segrete dei fatti seguiti e della condotta passata degli uomini che oggi mestano, governano, fanno e disfanno? - Eh mio Dio! far conoscete almeno al paese gli attori e le maschere della ignobile, commedia che si rappresenta da quattro anni.

Non è forse una vergogna nazionale di vedere te stolte ed ampollose circolari di certi unitarii d'occasione, che avrebbero accettato, ed accetterebbero le confederazioni, i due reami meridionale, settentrionale, e governerebbero anche per parte del gran Kan del Tartari? Essi vi cantano tu tutt'i tuoni, che vogliono fare l'Italia forte, una marina poderosissima, un esercito numeroso, e noi felicissimi tutti, mentre coi fatti non sanno, non possono, e non vogliono far l'Italia che noi vagheggiammo sempre l'Italia, unita dall'Alpi al Peloro, con Roma e Venezia.

Non sanno perché meschini politici, tristi governanti diffidano di tutto, non accettano consiglio, non vogliono giovarsi dell'elemento popolare, e aborrono i rivoluzionari, e la rivoluzione,

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che sola può vincere ogni ostacolo frapposto, dalla fatale diplomazia.

Non possono perché una volontà potente, l'uomo degli accordi di Plombières glielo vieta; quell'uomo che loro chiamano il redentore il salvatore d'Europa, e noi ci ostinammo sin dal colpo di Stato del 2 Dicembre a considerarlo come il tristo genio del tempo.

Non vogliono, perché il partito municipale piemontese, non cederà mai l'ottenuta supremazia sulle altre provincie, e non permetterà mai che la sede del governo esca da Torino, partito, che ha stretto un patto coi nostri concittadini della consorteria, il patto che vende agli speculatori politici del Piemonte l'anima, l'onore, la grandezza, e la gloria dell'intiera nazione.

Votato il Plebiscito, stabilito con esso le condizioni della ricostituzione nazionale spettava ai rappresentanti di queste provincie, spettava ai concittadini nostri chiamati al potere di far osservare, e mantenere le condizioni del Plebiscito. Noi votammo per l'unita d'Italia, per Roma capitale del nuovo Stato, e l'unità non esiste, trovando le province Venete occupate dagli Austriaci, e Roma non è, e non sarà nostra per volere di Bonaparte; i nostri rappresentanti adunque, e i concittadini che sedettero, e seggono nei consigli della corona dimenticarono il plebiscito e tradirono la patria.

D'altronde sono i ministri che qui nacquero che tanto ci straziarono, e ci straziano; ad essi si devono le pessime scelto d'impiegati, la rabbia di demolire e l'invio a furia di Piemontesi dei due sessi fino tra i secondini delle Prigioni, e le balie del pio Stabilimento dell'Annunciata!!

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Ma basta per ora torniamo alle rivelazioni.

Rattazzi in quello scorcio del 1859 si avvalse pure dell'opera di Garibaldi: ed era stabilito che l'esercito dell'Italia centrale, Duce l'eroe di Marsala si spingerebbe innanzi verso le Marche, e l'Umbria, e quindi a norma degli avvenimenti muoverebbe verso Roma-Questi accordi sebbene segreti non rimasero occulti al partito Cavourriano, e allora Farini dittatore, e Fanti generale in capo impiegarono ogni mezzo di seduzione, e di comando per impedire che fossero mandati ad effetto.

In pari tempo i giornali, Cayouriani denunziarono l'associazione patriottica costituitasi sotto la presidenza di Garibaldi nello scopo di liberare il resto d'Italia dall'oppressione indigena, e straniera, denunziarono Rattazzi come connivente con la rivoluzione. e lo accusarono altresì d'ispirare lui direttamente al Brofferio, certi articoli, dello Stendardo che ingiuriavano Cavour ricordandone le gesta d'aver fatto sciabolare il popolo in piazza Castello pel caro del pane, essendo lui stesso il Cavour interessato nel gran monopolio dei Mulini, Rattazzi se ne spaventò, disapprovò gli accordi, per l'occupazione delle Marche ed Umbria, disapprovò l'associazione nazionale, che prima aveva approvata, e finalmente fece cessare le pubblicazioni dello Stendardo Italiano.

I Cavouriani ebbero la vittoria, Garibaldi infastidito, riparò in Caprera, e lasciò che l'azzardo preparasse gli avvenimenti.

Questa fu il primo episodio che doveva condurre alla caduta del Ministero Rattazzi, e tutti giudicarono sia d'allora il primo ministro fiacco,

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indeciso, tentennante, un causidjco, un forense e mai più un uomo di Stato: nè la tua seconda apparizione al potere fu diversa da quelle del 1859: pria per ascendere si accostò ai patriotti: asceso li disapprovò, li rinnegò. -Le ovazioni di Palermo e certi progetti sull'Oriente erano convenuti da lui col generale Garibaldi; in seguito le carezze si mutarono in minacciosi proclami e si finì culla dolorosa tragedia di Aspromonte.

Il Conte di Cavour che cosa era in fine - italiano per eccellenza, unitario perfetto, municipalista e Piemontese anzi tutto?

Cavour aveva cuore, ed ingegno-Cavour sentiva, e immensamente sentiva per le sciagure d'un privato, ma rimaneva freddo e irremovibile dinnanzi alle esigenze della politica: allora taceva il sussurro del cuore, dominava la mente. Destro, sagace, ambizioso, raccolse la corona del genio dell'ima polvere del popolò e ne fregiò la sua fronte. La popolarità lo fece grande, e l'Europa lo disse uomo di Stato.

Cavour indovinò la politica degli enigmi della Sfinge di Parigi, e cercò di eluderla; egli or affrontando arditamente la collera del magnanimo alleato, or fingendo di piegare, riuscì ad unire sotto lo scettro di Vittorio Emmanuele le sparse membra dell'Italia settentrionale, e centrale, sul finire del 1869 la dinastia di Savoia e Nizza imperava su 12 milioni di Italiani.

Le arti subdole di Napoleone 3°, la corruzione, le promesse, nulla valsero. Cavour oppose alle perfidie gl'infingimenti, alla corruzione le seduzioni e il popolo, e le assemblee delle nuove provincie, più volte consultati sulle annessioni concordemente

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risposero con l'affermativa e così ruppero gl'intrighi dell'autocrate di Parigi, e fecero fallire i desideri e le speranze dei principi spodestati.

Ma il conte di Cavour che tanto operò per ricostituire un regno d'Italia settentrionale, voleva egli l'unità della penisola? Voleva che Torino scadesse dal suo alto posto, e addivenisse un città di Provincia, come la nostra decaduto Napoli? Oh no! Cavour amava potentemente il suo Piemonte, idolatrava Torino, la città ov'era nato, la terra che lo fece ascendere, e molto prediligeva i suoi concittadini, che indovinando il genio gli schiusero la via scegliendolo loro rappresentante al parlamento-lo avevano stimato ed apprezzato come pubblicista del Risorgimento: si prepararono col loro suffragio ed ammirarlo quale uomo di Stato.

Cavour presentiva che il Piemonte dovesse dominare l'Italia, e nulla trascurò perché le Provincie piemontesi coi sacrificii, con l'ardimento tenessero nelle loro mani i destini della Penisola. Cavour portava tant'oltre il suo amore per la propria provincia, che fino del dialetto mostravasi invaghito, né coi suoi concittadini impiegava altro linguaggio.

E noi diciamo esser questa la più bella pagina del Conte di Cavour; non era riserbato che a noi il vedere i nostri compatrioti collegarsi, unirsi, stringere un infame patto per annichilire la contrada nativa e la Metropoli dell'antico reame.

Il Conte di €aroa non era unitario, né poteva esserlo, conoscendo quali vedute avesse il Bonaparte sull'Italia, e trovandosi con lui legato dai patti di Plombières, e dalle segrete insinuazioni

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di Chambery e s'egli forni armi, e denaro a Garibaldi; se il sig. Nicomede Bianchi, mena, rumore dalle sue lettere, all'Ammiraglio Persano, se tanto strombazzano i fogli ministeriali sulle frasi unitarie che in quelle lettere si leggono, i fatti distruggono le parole ad arte adoperate per illudere Garibaldi ed addormentare i rivoluzionari.

E noi possiamo affermare con profonda convinzione che il Conte di Cayour non poteva, e non voleva fare di Roma la capitale dell'Italia, perché Napoleone. glielo vietava, e perché egli non bramava affatto che il Piemonte rinunciasse al suo primato in Italia, e che Torino scadesse dall'alto suo posto.

Piaceva al Conte di Cavour di aggregare al piccolo Piemonte quanto più poteva province italiane per poscia dominarlo tutte da Torino?

Il Conte, di Cavour fra i molti pregi aveva il difetta di esser vendicativo all'ultimo eccesso contro coloro che l'offendevano. Giuseppe Garibaldi l'aveva con motti pungentissimi offeso, in pubblico parlamento allorché discutevasi della cessione di Nizza e Savoia alla Francia, ed al Conte di Cavour sembrò che fosse giunta l'ora della vendetta. La impresa di Garibaldi era giudicata dai moderati e dall'istesso uomo di stato non solo arrischiata ma folle, egli dunque la favorì per dominare la rivoluzione se riusciva, per distruggere la popolarità del Garibaldi se fosse stato vinto e captivo, ed eccone le prove.

Garibaldi era sbarcato a Marsala, ed i negoziati per la lega continuavano senza posa a Torino, anzi si afferma che i plenipotenziari di Francesco II dimandassero dal Cavour,


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prove irrefragabli per convincersi ch'ei non fosse connivente col Garibaldi, e che il primo ministero non avesse esitato a rispondere.

Se le vostre truppe se ne impadroniscono lo fucilino: più tardi lo tentarono tra le balze di Aspromonte gli stessi Cavouriani!!

Dicesi che questa risposta fu stata comunicata al ministero, di Napoli per telegrafo elettrico, e che il dispaccio autentico travisi fra le mani del Consigliere Giacchi a cui valsero, gli atti, e lucrosi posti che ba occupati, ed occupa! Quel telegramma costituisce il tesoro di casa Giacchi avendo potuto male amministrare i beni dei Gesuiti, mal ripartire i beni demaniali della Provincia di Terra di Lavoro non solo senza cadute, ma con ricompensa di più luminose cariche.

La fortuna, e l'ardimento fecero trionfare Garibaldi, e molto tempo prima Cavour ispirava da Torino il comitato dell'ordine; per mezzo dell'ammirarlo Persano e del Bonghi, dello Spaventa, del Pisanelli, i quali alle istruzioni intime del ministro univano loro ricevuta per corrompere, e le promesse d'impieghi.

Spaventa, Bonghi, Massari fondarono il Comitato dell'ordine come già dicemmo nell'ultimo numero delle rivelazioni-intanto Luigi Settembrini pubblicava in Firenze il di 4 luglio 1860; Un manifesto ai Napoletani per indurli a scegliere per Dittatore non già Garibaldi ma Carlo Luigi Farini (1).

Il Comitato dell'Ordine aveva accettata la missione di sostituire all'iniziativa rivoluzionaria di Garibaldi,

(1) Conserviamo una copia del manifesto col titolo - Di ciò che hanno a fare i Napoletani.

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quella del governo Piemontese - Settembrini lo annunziava solennemente da Firenze- e Farini veniva più tardi a strappare dalle mani di Garibaldi la dittatura: il Settembrini la sconsigliava nell'estate del 1860. Cavour la imponeva nell'autunno, i frutti erano maturi; nell'estate il Comitato dell'ordine reclutando i suoi adepti nelle fila dei più pusillanimi moderati trepidava, accettava Francesco Borbone, la lega, lo statuto, l'autonomia e purché non si creda che inventiamo o esageriamo i fatti, riproduciamo il seguente documento pubblicato il 2 agosto precisamente tre giorni dopo la battaglia di Melazzo.

Circolare del Comitato elettorale di Napoli

Ai Sindaci dei comuni del regno

Chiunque è dotato di spiriti italiani deve al presente adoperarsi a fare, che la rappresentanza di questa parte della Penisola esca dalle urne elettorali, degna degli alti e immancabili destini serbati dalla Provvidenza all'Italia, patria comune di quanti nacquero tra te Alpi e l'Etna. Quindi è il circolo elettorale di Napoli, pubblica il suo Manifesto, che il Comitato elettorale da esso prescelto trasmette a tutti Comuni del Regno, pregando le Autorità Municipali, cui lo indirizza, di dargli la maggiore pubblicità possibile, onde i Comitati Elettorali ora esistenti o da formarsi immediatamente in ciascun Capoluogo di Distretto, si compiacciano indicare, senza perdita di tempo, i nomi de' loro Candidati, e così

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agevolare al Coartato Centrate la formazione della lista generale da raccomandarsi ai Collegi Elettorali. E ciò fare con la massima alacrità, affinché la mancanza del tempo non ponga il Comitato nella necessità di non giovarsi di loro utilissimi ragguagli.

E quasi superfluo che il comitato si faccia ad esporre le doti a cui nelle presenti condizioni debbono più riguardare coloro che intendono proporre i Candidati per la Rappresentanza del Paese.

Nondimeno stima suo debito il ricordare essere opinione generale e giusta che la nuova camera debba comporsi di uomini che per specchiato amore alla Causa della Nazionalità e dell'Indipendenza italiana e per costante probità di vita, più siano riveriti. Né sarà inopportuno l'avvertire che gioverà non poco sceglier tali uomini fra tutte le classi sociali, in modo, che tutte le forze vive del paese sieno nella futura Camera effettualmente rappresentate.

I membri presenti - Giuseppe Pisanelli, Mariano d'Ayala, Gioacchino Saluzzo, Saverio Baldacchino, Rofolfo d'Afflitto, Antonio Ranieri, Luigi Giordano, Giuseppe Vacca, Camillo Caracciolo, Silvio Spaventa, Gennaro Bellelli, Pietro Leopardi.

Mancavano nell'adunanza i signori,

Antonio Ciccone, Costantino Crisci, Ferdinando Mascilli.

E dopo ciò, essi sono i puri, gli unitari, gli italiani per eccellenza.

Or chi non vede da quali principi fossero dominati gli eroici campioni del comitato dell'ordine, trasformato allora in Comitato Elettorale: essi volevano afferrare il potere

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nel tempo istesso il loro ispiratore Cavour, che a seconda del vento navigava or coi rivoluzionari ora coi Borboni.

I patrioti, coloro che furono sempre pronti ad affrontare i pericoli rispondevano in nome del Comitato di azione col proclama qui appresso.

CONCITTADINI!

Una classe di politici senza forte fede politica, e senza forti aspirazioni nazionali, v'inculcò la inerzia nei silenzi di una fiera servitù, e siegue stolidamente ad insinuarla oggi: che fatti magnanimi sovrastano e santi doveri c'incalzano ad agire.

Se non che, il genio del popolo in due parole, Garibaldi e Vittorio Emmanuele, di già comprese la vitate quistione del giorno, determinando e mezzo e fine.

AI presente la classe medesima, devota ad uomini la cui incapacità non è uguagliata che dalla cieca e forsennata ambizione, si studia a tutta lena di disseminare discordie e calunnie; per raccogliere flaschezze e servitù che ne sono le inevitabili conseguenze.

Concittadini!

Voi deste l'iniziativa; il vostro martirio ha ingigantito la lotta; debito nostro è compiere la gloriosa impresa: siate fidenti.

L'aiuto dei nostri giungerà d'ora in ora. Ma l'onor nostro comanda non aspettar tutto d'altrui. - Dalle pruove adunque di per combattere e vincere da soli.

Ecco il nostro programma:

Unità- Respingete ogni altra combinazione politica:

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rigettate ogni concessione che l'attraversa.

Libertà - Emancipatevi dalla trepidante scuola degli evirati, politici, e schernite le paure ohe questa scuola vi predica tuttodì.

Sovranità della nazione-Il paese salvi il paese; la forza collettiva rivendichi i suoi dritti imprescrittibili. Il paese si costituisca in nome del proprio dritto, ed in nome di questo dritto elegga a Re dell'Italia ringiovanita e forte VITTORIO EMANUELE, col trono nella Eterna città di Roma.

Napoletani! Italiani d'ogni provincia! perseverate sotto la nostra bandiera, careggiate ed attuate il nostro programma, e ben tosto sarete potenti ed invidiati.

Il Comitato Unitario Nazionale rifugge dal malvezzo di metter fuori una colluvie di programmi ed ordini. Queste parole sono il compendio di tutte le sue aspirazioni. I fatti diranno il resto con linguaggio più convincente.

Il Comitato Unitario Nazionale.

I patriotti che avevano costituita il comitato d'azione non potevate sottoscrivere i loro manifesti, perché in aperta lotta col governo, e coi moderati; essi non accettavano lo Statuto Borbonico, o si celavano all'ombra del comitato elettorale: essi agognavano di spingere il popolo1 alla rivoluzione, e dar là mano all'Eroe di Marsala; vi riuscirono, ma come sempre, i moderati, i loro avversari, i furbi, gli ipocriti dell'indomani, ne raccolsero i frutti.

Il primo manifesto del comitato di azione fu affisso sulle mura della Città nella notte del 7 agosto 1860 con grandissimo rischiò da Raffaele Basile,

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Cristofero Adanzi, Aniello Balzamo, Antonio Persico, e Luigi Gargiulo... Orbene Silvio Spaventa e i prodissimi del comitato dell'ordine, i quali a prezzo d'oro avevano comprati i sicarj che gli spalleggiavano, i bravi della Pignasecca, i cavalieri del pugnale, capitanati dal famigerato De Malo (Bello guaglione) l'uomo che ricorda tutte le turpitudini, tutte le laidezze, i delitti di sangue, le oscene tresche, le invereconde protezioni dell'autorità, Silvio Spaventa ed i moderati diciamo, ordinarono ai foro manigoldi di trucidare i cinque banditori del comitato d'azione, Persico, Gargiulo, ed i compagni loro: ma tranne l'infamia d'aver ordinato l'assassinio dei loro concittadini non riuscirono a compiere il misfatto, mercé la gagliarda opposizione dei popolani del Quartiere Vicaria.

Ma gli avvenimenti incalzavano.

Nicola Mignogna aveva iniziata l'insurrezione della Basilicata, Garibaldi aveva varcato lo stretto: le truppe borboniche deponevano le armi: le legioni Piemontesi invadevano le Marche, e l'Umbria, ed ecco il comitato dell'ordine che aveva accettato Francesco 2° e lo Statuto, trasformarsi il comitato dei più caldi unitari, dei famosi martiri.

Nei giorni del pericolo, erano borbonici costituzionali, in quello del vicino trionfo divennero unitari sfegatati, sebbene mentissero anche, questa volta, imperocché l'unità per essi era l'aggregazione al Piemonte, la dominazione Piemontese di tutte le provincie annesse.

Queste trasformazioni, queste rapide evoluzioni della setta dei moderati sfuggirono ai patriotti,

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non si compresero dal Garibaldi, e quando stoltamente il comitato d'azione si unì, si fuse con quello dell'ordine la ruina delle provincie meridionali fu compiuta - Non un Giuda ma cento tradirono la patria per trenta denari!!

Il comitato d'azione spinse innanzi l'iniziativa rivoluzionaria, creò in tutte le provincie i comitati filiali che da un capo all'altro dell'antico reame paralizzò la reazione, mantenne con mirabile fermezza l'ordine, agevolò con ogni mezzo l'opera di Garibaldi ed agì con tanta efficacia sulle moltitudini che in quei momenti di vero entusiasmo non esitarono a comprendere ed a proclamare l'unità, e l'indipendenza d'Italia.

Di questo comitato cosi solerte, cosi benemerito della Patria, erano principali direttori Luigi Zuppetta, Nicola Mignogna, Filippo Agresti, Aurelio Saffi, Giuseppe Libertini, Luigi Caruso, Gasparo Marsico, Silvio Verati, Salvatore Morelli, Giuseppe Ricciardi, e Giovanni Matina. Ebbene tutti costoro che all'arrivo di Garibaldi potevamo e DOVEVANO mettersi a. capo del rinnovamento delle nostre travagliate provincie con somma buona fede, o massima ingenuità da fanciulli abbracciarono i volponi del comitato dell'ordine, si trassero indietro, e portarono tant'oltre l'abnegazione patriottica che accondiscesero allo scioglimento dei comitati delle provincie, di quei comitati che almeno nelle elezioni, avrebbero reso di certo utilissimi servizi alla patria combattendo ed allontanando dall'urna degli squittinii gli affiliati alla consorteria, o al comitato dell'ordine.

Ebbene, ci si mostri un solo di quegli uomini dirigenti del comitato d'azione considerato

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o protetto dal governo riparatore, un solo ritraendo piccolo, o grosso, stipendio, e noi cessiamo dall'essere oppositori al governo -Essi furono inesorabilmente respinti da ogni porta ministeriale, e se Luigi Zuppetta può ancora farsi apprestare una vivanda sulla sua mensa, lo deve ai suoi sudori, ed alla benevolenza della gioventù studiosa che accorre alle sue lezioni private del dritto penale.

Ci si mostri ricompensato un sol patriota energico attivo, un uomo che sacrificò vita e beni alla causa d'Italia, e noi diventiamo i campioni del governo.

Per l'opposto passiamo in rassegna i membri del comitato elettorale, coloro che solennemente accettavano la costituzione di Francesco 2.° i settarii dell'associazione moderata e vediamo se dalla cornucopia ministeriale cadde su di essa la fitta pioggia dei favori, degl'impieghi, e dell'oro.

Antonio Scialoia, ministro, commendatore, Segretario generale, consigliere privato della corone, incassando tutti gli stipendii di ministro dal 1844 sino al 1860 (circa 120 mila ducati) e facendo nominare fino il suocero l'ex cappellaio a Toledo ispettore delle Saline di Baia-ci si dirà Scialoia aveva dottrina, e merita: si ricompensò l'una, e l'altra: si la dottrina attratta dell'economista, che messa da lui in pratica ruinò il paese, e ce ne riportiamo al giudizio dei commercianti di Napoli, i quali seppero per prova quanto valessero i decreti suggeriti dallo Scialoia; nel tempo che fu ministro di finanza del Dittatore, e Segretario generale della Luogotenenza: il merito! e perché non fu distinto il merito di Zuppetta per la cattedra del diritto penale? Ma passiamo oltre.

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Francesco Trinchera - Sopraintendente generale degli Archivi con lo stipendio di molte centinaia di ducati al mese, e con l'appendice dei lucrosi impieghi accordati ai suoi congiunti, e Trinchera, oltre il merito dell'affiliazione alla consorteria aveva l'altro d'essere stato il campione, lo scrittore ufficiale della candidatura al trono di Napoli del sig. Murat.

Ruggiero Bonghi, il Platone in 18° durante la dittatura, afferrò sei impieghi retribuiti; continuò a far bottino con i Luogotenenti, vide impallidire il suo astro al tempo di Rattazzi, divenne furibondo oppositore, ma oggi innalzando di nuovo il vessillo ministeriale, pubblica nel suo foglio - La Stampa - le glorie della consorteria, ingiuria il paese ove nacque, e dispone a suo modo dell'erario, e dei ministri - Il piccolo Platone, il romito di Stresa ha saputo navigare meglio del gran Platone, del divino filosofo.

Goffredo Sigismondo - Prefetto a Benevento.

Silvio Spaventa - basta il nome per ricordare chi sia, che fece, e che va facendo- Garibaldi lo conobbe, e voleva sbarazzarne Napoli: la generosità dei suoi avversari lo salvò; il popolo tentò trucidarlo, la fortuna lo preservava. Il suo astro è all'apogeo, e non tarderà guari che la storia scriverà pure il suo nome fra quelli dei più famosi ministri della risorta Italia. Giuseppe Pisanelli, l'austero, l'italiano unitario; inchiniamoci: nelle sue mani stanno i Sigilli dello Stato- Egli è tre volte grande, dotto e perfettissimo pel disinteresse - Così crede almeno l'Opinione di Torino; inchiniamoci.

Parleremo noi dei Pandola, dei de Siervo,

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del Ciccone, dei la Terza, dell'illustre Michele Giacchi, dal Ser Pietro, Silvestro Leopardi, e di tutta la ciurma degli scoiattoli, dei gufi, delle scimmie, e dei pappagalli della consorteria? Oh no! ne abbiamo già troppo: a noi basta l'aver accennato ai capi per conchiudere a priori che il governo ha favorito e sostenuto, e distingue, ed appoggia gli uomini di dubbia fede, gli unitarii d'occasione, i piloti più destri per condurre la barca pel proprio interesse, e perché?

Lo paleseremo nel prossimo ed ultimo articolo delle rivelazioni.

La tela ordita dai nemici del paese è svolta, spetterà agli elettori nei futuri comizi di farne profitto

I Massari, i Bonghi, gli Sciatola, i Pisanelli, lo Spaventa, e tutti quanti, dovevano essere, è furono preferiti da Cavour, e dalla fazione Piemontese: essi erano stati scandagliati, pesati, palpati dal sagace uomo di Stato; uomini di ttutt'i sapori, flessibili, pieghevoli, ambivano dominare, desideravano gli agi della vita, e poco importava loro, che l'Italia terminasse al Pò, al Mincio, o al Tagliamento, e molto meno desideravano che Roma, la madre antica dell'Italia, addivenisse la sua capitale.

Per essi sembra che avesse scritto il principe delle Storie da tanti secoli, Omnia serviliter pro dominatione.

La patria per queste sanguisughe dei popoli è colà, dove si comanda da padroni assoluti e si smunge l'erario.

Circuirono con siffatto disegno il Generale Garibaldi, accaparrarono per la loro associazione

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il povero Farini, assieparonsii intorno al Nigra, poco valsero è vero presso Cialdini, ma come le talpe gli scavarono sotto i piedi le mine, e continuarono e continuano a ruinare il paese.

Provocarono ed affrettarono l'unificazione amministrativa e giudiziaria regalandoci codici, e regolamenti Piemontesi, che sentono ancora dell'età di mezzo, resero squallida, e deserta la metropoli, aumentarono le tasse, e quando surse il brigantaggio feroce e numeroso, osarono perfino affermare calunniando la patria loro, che le vivissime immaginazioni meridionali esagerassero i pericoli, e moltiplicassero le bande.

Avversarono Rattazzi che non gli amava, e molto meno gli stimava, e conclamando contro Garibaldi condussero il Ministero ad Aspromonte, e lo rovesciarono appunto fra quelle balze: la palla che ferì nel piede il Capitano del popolo, colpì nel cuore Rattazzi.

Oggi sono padroni di nuovo con l'ibrido, ed inetto ministero; ibrido perché composto di uomini di lutti i colori; inetto sia per l'attitudine in faccia all'estere potenze, sia per gli ordinamenti interni - Menabrea è clericale Minghetti non fu mai unitario, Peruzzi è l'antico gonfaloniere di Firenze che si prostrò dinanzi all'austriaco gran Duca restaurato dalle armi austriache-Pisanelli è sofista, dottrinario - Manna è Pinzocchero- Della Rovere è l'umile servo di Lamarmora - Cugia non s'intende di marina - Venosta è rinnegato Mazziniano, ed in mezzo a cotanto senno, havvi il gran Silvio Spaventa che mesta e rimescola a suo piacimento, e nell'interesse della consorteria, della fatale associazione avversa all'unità, nemica delle provincie meridionali.

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Questi uomini della consorteria pria conosciuti per le stesse loro malvagie opere in fatto di governo, ora da noi chiariti né unitari, né patriotti potranno continuare a sedere nell'assemblea dei rappresentanti? Il re come capo del potere esecutivo può innalzarli ai più alti posti, ma che il popolo debba esser rappresentato da essi nel Parlamento è non solo un assurdo, ma un'infamia.

No: non furono i Piemontesi che minarono le nostre contrade, ma i propri concittadini, che per vile interesse piegarono a tutto per nuocere; e tanto si travagliarono a distruggere ogni bene, ogni antica istituzione, e va n'erano delle buone, delle ottime. No: non furono i ministri passati e presenti, che mostrarono fiacchi all'estero, dilapidatori e despoti nelle faccende interne, invece la maggioranza della Camera, che sostenne i ministri, gli approvò, e gl'incoraggiò nel male oprare.

Ed intero le nostre rivelazioni rimarrebbero sterili, ed inutili, ove il paese, e sopratutto gli elettori non si persuadessero, che i nostri mali, le nostre agonie, i nostri travagli derivino da questi uomini che non furono mai patriotti, mai amici della libertà, dell'indipendenza, e dell'unità d'Italia.

Gonfii d'orgoglio, avidissimi di preda fecero opposizione a Ferdinando 2.° perché non gli chiamò ad opprimere e devastare il paese, accettarono Murat straniero per insediarsi all'ombra della bandiera di Francia; sperarono un'istante da Francesco 2° i portafogli, e le alte cariche, e accettarono il suo Statuto, e subito cominciarono a mestare per esser deputati, ministri. Girò il vento. Garibaldi apparve ad essi quale sinistra cometa, e subito divennero unitari, patriotti; ma appena

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si dileguò il pericolo della rivoluzione che doveva tutt'inghiottirli, si misero con ogni studio e segretamente ad avversare Garibaldi, e non appena lo videro allontanato, del popolo fecero strazio, delle casse pubbliche s'impinguarono, la libertà abborrirono. L'unità nazionale fecero dipendere dalla Diplomazia, il conquisto di Roma dissero impossibile, ed all'Eroe di Marsala fecero inviare palle di piombo invece di civiche corone.

Gloria, gloria, agli uomini della Consorteria; essi non hanno né Dio, né patria: il loro principio motore sta nel più svergognato e cinico egoismo sulla loro bandiera è scritto, si sprofondi l'Italia, purché noi restiamo a galla col bottini ed anche con l'infamia di aver ruinato la patria ove nascemmo.

Il popolo lo ricordi, e faccia senno.

MOZIONE D'INCHIESTA DEL DEPUTATO

Francesco Proto Duca di Maddaloni

Nella tornata del 20 novembre 1861 il Deputato di Caloria Francesco Proto Duca di Maddaloni, deponeva sul banco della Presidenza della Camera elettiva la sua mozione, pronunciando le seguenti parole:

Io mi fo oso di presentare alla Camera questa mia mozione d'inchiesta parlamentare par i fatti che si passano nelle provincie napoletane. Essi sono di tal natura, che richieggono pronti rimedi, o sopratutto rimedi giusti e saggi.

Né ciò solamente è necessario per la salute lei mio paese, ma sì per la salvezza di tutta Italia ad un tempo. La questione napolitana oggi non è questione di colori, la qesttione napolitana è questione di cuore.

Egli è per ciò che io mi sono deciso a scrivere le mie idee intorno ad essa, e presentarle sul banco della Presidenza, persuaso che cosi saranno meglio ponderate, che ciascuno sé in medesimo saprà più facilmente convenire della verità di ciò che narro e della opportunità dei rimedi che propongo. Ed ho divisato così governarmi, memore del volgato proverbio che le parole volano e gli scritti rimangono, e però io spero non poter venire un giorno appuntato di aver assistito taciturno alla calamità del mio paese.

Onorevoli Signori,

Deputato della destra, e però non accusato mai né sospetto di caldeggiare idee avverse alla monarchia Costituzionale, od a quel pacifico andare, ch'e la ragion suprema ed obbiettiva, la idea archetipa di ogni reggimento; eletto da quel collegio istesso che l'anno 1848 mi deputava al Parlamento napolitano, e vincitore nell'agone elettorale, tuttoché con assai male arti facesse guerra alla mia Candidatura la oscena setta dei piemontizzatori, a quei di trapotente in questo mio infelicissimo paese; cittadino napolitano,

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e sin dalla prima età caldo e costante zelatore del bene e dell'onore della mia patria; avea fatto disegno di levar finalmente la voce contro le enormità di modesto governo in queste provincie meridionali, si tosto sarebbersi riassembrati nell'aula parlamentare i rappresentanti della nazione. Ma troppi, e troppo gravi sono i fatti dei quali io deggio far parola, ne forse saprebbe esporli la mia inesperienza oratoria, ne alle Onoranze Vostre piacerebbe forse lo ascoltarli tutti quanti. - Ma frattanto il male imperversa, e corre a rovina lo Stato, e l'ignominia piove a dirotto sul nostro capo; però io credo debito della mia coscienza e dell'onor mio lo affrettarmi a presentare questa mozione d'inchiesta avvalorata delle ragioni che a ciò mi spingono.

Perché Voi non possiate dire di non aver saputo dello stato vero della nostra cosa, ed io, quando che sia, non possa venire accusato di essermi taciuto, o peritato innanzi al potere esecutivo; perché io non sia posto fra coloro che, tempo non tarderà, saranno additati come assassinatori, come patricidi del loro paese: perché i miei figlioli non abbiano un dì a vergognare di un nome che ereditai senza macchia.

Il Marchese Dragonetti, Senatore del Regno scrivendo testè delle nostre sventure, diceva il 1860 figlio di un passeggiero entusiasmo, e che, nel vero fu voto di sudditanza a re Vittorio Emmanuele, e non già di abdicazione della propria personalità. Ed io, dove modestia il mettesse. aggiungerei alle parole di quell'illustre Uomo di che il Plebiscito del 21 ottobre, non che di passeggiero entusiasmo, era anche figliuolo della temenza incussa agli abitatori di questa nostra contrada,

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non tanto dalla presenza delle già arrivate armi piemontesi, quanto dall'anarchia nella quale eravamo per cadere, e dalla quale credevamo il governo piemontese ci avesse a salvare. Per i popoli, qualunque esso sia, e vitale bisogno un governo; perciocché l'assenza di esso e peggiore di ogni tirannide. I popoli del Napolitano (non c'inganniamo fra noi, non partiamo da falsi dati) sorpresi, affascinati da meraviglioso ardimento, stanchi di una signoria che contrastava loro le giuste aspirazioni di libertà e d'indipendenza italiana. accolsero amico il Garibaldi. Ma fastiditi ben tosto, di lui no, ma degli uomini che per esso reggevano, o meglio sgovernavano la pubblica cosa; e paurosi, ripeto, dell'anarchia, accettarono partito di darsi a Casa Savoja; ed oggi abborrenti dalla tirannide e dalla rapacità piemontese, ed inorriditi dall'anarchia. la quale sotto il Garibaldi era alle porte del regno. ed oggi vi si e messa dentro a regnarvi ferocemente, darebbersi a qualsiasi uomo o demonio, il quale non il bene di queste contrade promettesse fare, si il loro male minore. I popoli del napolitano non volevano i piemontesi. Chi ciò niegasse non meriterebbe risposta. Perché uomo compro o demente. I popoli del Napolitano volevano i piemontesi; ma il governo Subalpino, aggraffando fortuna per la gonna, avrebbe dovuto esso fargli volere e rendergli necessari. A ciò non si perviene se non con i benefici e il buon reggimento. Bisognava il governo Subalpino tenesse parola, divenissero daddovero ciò che aveva promesso, sarebbe un governo riparatore.

E che facevano invece gli uomini di stato del Piemonte

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e i partigiani loro che qui nascevano? Hanno corrotto quanto vi rimanea di morale, hanno infrante e sperperate le forze e le ricchezze da tanto secolo ammassate; hanno spoglio il popolo delle sue leggi, del suo pane, del suo onore, e sin dal suo stesso Dio vorrebbero dividerlo, dove contro Iddio potesse combattete umana potenza. Hanno insanguinato ogni angolo del regno, combattendo e facendo crudelissima una insurrezione, che un governo nato dal suffragio popolare dovrebbe aver meno in orrore. II governo di Piemonte toglie dal banco il danaro de' privati, e del danaro pubblico fa getto fra i suoi sicofanti; scioglie le Accademie, annulla la pubblica istruzione; per corrottissimi tribunali lascia cadere in discredito la giustizia; al reggimento delle provincie mette uomini di parte, spesso sanguinosi ladroni, caccia nelle prigioni, nella miseria, nell'esilio, non che gli amici e i servitori del passato reggimento, (onesti essi siano o no, che anzi più facilmente se onesti) ma i loro più lontani congiunti, quelli che non ne hanno che il casato; ogni giorno fa novello oltraggio al nome napoletano, facendo però di umiliare cosi nobilissima parte d'Italia; pone la menzogna in luogo di ogni verità; travolge il senso pubblico per le veraci idee di virtù e di onoratezza; arma contro ai cittadini i cittadini; e tutti in una vergogna conculca e servi e avversarii e fautori. II governo piemontese trucida questa Metropoli, che la terza è di Europa per frequenza di popolo, e la prima d'Italia per la bellezza di doni celesti, e la più gloriosa dopo Roma; questa Metropoli onorata e serbata libera sin dagli stessi dominatori del mondo;


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questa stata sedia di tanti Re potentissimi che regnavano o proteggevano quasi tutti gli altri stati d'Italia, e sotto ai principi di Soave, capitale dello impero; e dopo averla oltraggiosamente aggiogata alla sua Torino, alla più povera ed alla meno nobile della città d'Italia, a Torino la cui istoria nelle istorie della Penisola occupa non più lunghe pagine che quelle dei feudi di Andria, o di Catanzaro, o di Atri, o di Crotone, ora le viene a togliere anche il misero decoro di una Luogotenenza, a strapparle anche quel frusto di pane che un contino od un generaletto di Piemonte potrebbero gittare dallo alto de' sontuosi palagi dei suoi Re.

Quando io mi recava a Torino per vacare ai lavori parlamentari, per cercar col mio povero ingegno che cosa di buono potessi fare pel mio sventurato paese, per portare anche io una pietra onde far puntello alla ruina della patria, fui a visitare il Conte di Cavour. E gli dicea provvedesse, pensasse a Napoli non ponesse tempo in mezzo: che Italia dove volesse o potesse davvero unificarsi, non potrebbe ciò che con Napoli, per Napoli ed a Napoli. però portasse sulla plaga delle Sirene la sedia del nuovo Regno.

Ma non si deve andare a Roma? - mi rispose - domandando graziosamente, che certo era il più amabile spirito che io mi conoscessi. Ed io dissi lui, che per verità non credevo a Roma si anderebbe mai, e che per le mie opinioni religiose e conservatrici nol desiderava punto; che non avrei mai voluto Italia perdesse la sua maggior gloria, e tutta la società civile la pietra angolare ch'e il Papato. Dissi credere che il Pontefice Romano non potrebbe diventare il Cappellano del Re d'Italia.

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A Roma il Re d'Italia potrebbe prendervi si la corona, ma non sedervi a piedi di tanta grandezza sovramondana: e dopo non brevi parlari (ne' quali il nobile Conte diedemi bella prova delle sue piacevolezze) concluse egli che, in fin delle fini, ben comprendeva, Italia non potrebbe governarsi da Torino; e dove Roma non si potesse avere, certamente Napoli, dove gravita il pondo della penisola, sarebbe la sua capitale. però non è mestien confessi come io, torinese di Napoli, mi accontentassi facilmente di tali parole, ed a tali condizioni non mi spiacesse molto la unità d'Italia. Vedevo già Roma sedia santissima ed inviolabile della santissima maestà de' Pontefici, la Chiesa libera in libero stato, e Napoli divenuta Metropoli di un regno di 24 milioni di uomini e sedia dei Re d'Italia, siccome fu de' Romani Imperatori in antico. A tal prezzo raffreddavansi un tantino il mio amore per la confederazione italiana, per il peculiare progredimento delle singole parti della penisola...

Ma tornato in patria, vidi che il governo di Piemonte non cuciva ma tagliava, e più che tagliare strappava e lacerava alla impazzaata ed oggi che esso non può più baloccarci con la parola Roma; che ne' gabinetti d'Europa è stabilito a Roma non potervisi andare oggi né mai, che fa ora il governo piemontese? Trasferisce a Napoli la sedia dello stato? Rende a Napoli quel che le ha tolto? Cessa dal frodarne le ricchezze, da lo spogliarla de' suoi uomini, dallo insanguinarne le terre, dallo incendiarne le provincie?

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No! il governo di Piemonte le toglie ora pur l'ombra della sua autonomia; il governo di Piemonte la diserta d'ogni reliquia di reggimento, le toglie i ministeri, gli archivii, il banco del denaro de' privati, i licei militari, fa di suscitare il municipalismo dell'antica metropoli, senza addarsi che per ciò non ribellerà mai a Napoli le altre città del suo reame, ad essa congiunte per interessi e per gloria antichissima, ma adescherà l'anarchia provinciale: dove di altra esca che della stessa dominazione piemontese avesse bisogno l'anarchia.

Ma abbiamo l'Unita, - diranno le Onoranze Vostre. E sia pure. Ma io ricordo che Italia era Una anche sotto Tiberio e gl'imitatori di lui. Aveva le forme liberali, un senato, una potestà tribunizia, due consoli, libertà municipali quant'hai voglia; e pure era serva, era misera, era cortigiana, era vile. Certo voi non la vorreste cosi. Voi non vorreste rinnovellato il tempo di Odoacre, sotto le cui orde barbariche anche era Una l'Italia. Bella unificazione è quella di una contrada, cui si affoga in un mare di sangue, cui si crocifigge in un letto di miserie. E pure questo misfatto perpetrano gli uomini preposti oggi alla cosa pubblica: essi che spengono ne' nostri popoli anche le dolci illusioni di libertà che gli fan vedere come un reggimento costituzionale possa di leggeri diventar sinonimo di dispotismo; come all'ombra di un vessillo tricolore facilmente possa violarsi il domicilio, il segreto delle lettere e la libertà personale manomettere e sin le orme stesse della giustizia; e gli accusati tenersi prigionieri ed ingiudicati lunga pezza, e mandate a morte senza neppur procedura di giudizio, per solo capriccio di un caporale o per sospetto, o per delazione di uno scellerato.

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Questi uomini ci danno da di vedere come illusoria potesse tornare la libertà della stampa, libera a Napoli per i servi, non per gli amatori del pubblico bene, come si possa violar impunemente quando si voglia lo Statuto fondamentale, senza che vi sia uomo o potere che vi metta inciampo o che ne faccia querela. E vulnerato hanno essi non una volta la costituzione del 4 marzo 1848... La violarono la instituzione delle luogotenenze e poi l'abolizione di esse senza aver consultato le Camere che le consentivano; la violarono il concedere eccezionali poteri ai di loro uomini; la violarono la istituzione delle Prefetture e la discentralizzazione di non poche facoltà del ministero, e per le quali, se timido il Prefetto, il governo cadrà nell'inerzia; se arrischiato, le provincie gemeranno sotto il dispotismo prefetturale, e violavasi finalmente quando teste cangiavasi il nome di Ministro degli affari ecclesiastici in quello di Ministro de' Culti, quasi che per lo Statuto del 1848, diverso e non uno fosse il culto della Monarchia di Savoia.

La loro smania di subito impiantare nelle provincie Napoletane quanto più si poteva delle istituzioni di Piemonte, senza neppur discutere se fossero o no opportune, fece nascere sin dal principio della dominazione piemontese il concetto e la voce piemontizzare. L'opera de' fuorusciti, e massime di quelli che avevano vissuto a Torino, confermò troppo la sentenza del Macchiavelli, che gli dicea fatali alla cosa pubblica largamente mostrando nel reggimento di queste provincie non fosse unita di sistema ne di massime, non mezzi, non fini determinanti, non giustizia distributiva ma invece espedienti di governo presi e dismessi secondo l'esigenza de' casi personali,

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favori ed ire personali, sdegno della propria gente, non amore di patria, non il paese, ma una setta. - Non indarno stettero unite otto secoli queste nostre contrade, e l'abitudine della loro autonomia, già divenuta coscienza di nove milioni di uomini, non si può cancellare dal loro animo con un tiro di penna di un dicastero di Trino, e con la grata compiacenza di un esule. Le leggi sono espressioni della nazione e de' bisogni de' popoli, e questi (di opinione o di fatti che siano) nascono dal clima, dall'indole degli abitatori, dal loro civile progredimento, dalle loro condizioni religiose, economiche, politiche, dagli errori stessi, e dai pregiudizii delle plebi, i quali quantunque pregiudizii ed errori, pure vogliono andar rispettati! Tutto ch'è di un popolo è sacro, e chi per suffragio di popolo si tiene in sedia misconoscerà questa massima? Conciossiachè se per la natura delle cose e la varietà delle umane vicende, egli e impossibile che due popoli si trovino in pari condizioni materiali e civili, opera tirannica e il costringere l'uno nelle leggi dell'altro, perocchè le leggi senza i costumi vanno vote.

QUID LEGES SINE MORIBUS?

diceva il nostro cantor Venosino, e veramente di questa loro inefficacia non può non nascere la ribellione e l'anarchia. Roma soggiogo il mondo, e le sue leggi tuttochè civilissime e sapientissime non furono ricevute dai nostri popoli d'Italia, e da quei di fuori che ben tardi e come Jus moribus receptum.

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E l'avvocato Mancini per bandire le leggi piemontesi, lesto venne da Torino, e non aspettando neppure il consentimento del Parlamento Italiano, gran numero di esse pubblicava per decreto Luogotenenziale il 17 febbraio, la vigilia stessa dell'apertura di esso Parlamento. E di altre, approvate in massa, faceva inserire un indice nel Giornale uffiziale dello stesso giorno, però che al consiglio di Luogotenenza era mancato il tempo, non che di discutere, di leggerle; ed egli è per questo che quando nei giorni posteriori al 18 febbraio fu letto e poi dato a stampa il testo di esse, nacque di santa ragione, nell'universale, la opinione che si pubblicassero leggi apponendovi l'antidata.

E già l'avvocato Scialoja aveva pubblicato le rovinose leggi finanziarie con che capovolse il sistema delle entrate napoletane, ciò che né egli né i suoi superiori potevano fare. E queste epigrafi non portan neppure la parola unificazione, ma sì quella anche più dura dell'annessione; nella pubblicazione di esse facevasi in tutto il novello regno zoppo ed acefalo; però che nella Lombardia attuavasi il solo Codice penale de' Sardi, e la Toscana (tranne l'introduzione de' giurati) continuò a reggersi colle antiche sue leggi. Il Corpus juris del napoletano e massime il codice penale, e quello di penal procedura, per sentenza di tutti i giureconsulti di Europa e di gran lunga superiore a quello degli Stati Sardi. Mutare il buono per il mediocre, se può parer bello ai Ministri piemontesi, non parrà certo provvido ed opportuno espediente a nullo uomo di Stato, che logicamente ponderi i mali e le necessità di una unificazione di provincie.

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Le leggi contro gli istituti cattolici in queste contrade superlativamente cattoliche, non poco valsero a confermar la taccia di miscredente, e di nemico di Santa Chiesa, che si aveva il Governo Sabaudo in queste provincie, siccome per tutt'Europa veramente; e l'abolizione dell'antica Polizia ecclesiastica, e de' Concordati, misero il caos nella Chiesa del Napoletano. Arroge la persecuzione pazza e spudorata de' più degni Pastori, le violenze fatte al loro ministero, la prigionia e gli esilii, senza neppur forma di processo, de' più venerandi ministri del santuario , e sin di un Principe della Chiesa , carissimo ai napoletani per virtù e per benefizi, e la morte data a non pochi di essi nelle insurrezioni provinciali, e gli scherni e gli oltraggi gittati a piene mani al sacerdozio, alla Chiesa Cattolica ed al suo Capo visibile, dai sicofanti della rivoluzione piemontese, ed il vedere i teatri fatti scuola d'immoralità, di miscredenza, di ateismo, e cangiato in postribolo tutto, e la propaganda eterodossa che il governo (sì, il dirò pure) non che lasciar correre a sua posta, assai perfidamente spalleggia e manoduce: tali ire hanno accese e messo tale barriera tra l'una parte e l'altra della Nazione, che dove fosse ancor tempo di guerre religiose, ed una riformazione, od una scisma fosse creduto possibile, già da più mesi il sangue cittadino avrebbe polluto le nostre vie ed i templi, per propugnare la fede dei nostri padri, e mortificare gli orditi de' novatori. Ma questo non è tempo di religiose riformazioni. Roma è sul punto di guadagnare, non di perdere nello imperio delle nazioni; né noi crediamo possibile distruggere in Italia l'unica e naturale unità della penisola, l'unità della sua fede, culla e palestra di ogni italiana grandezza.

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No, noi non siamo uomini di fondar nuova Chiesa, noi che non ancora sapemmo fare una legge comunale! Quel Giovanbattista Vico, del quale tanto ipocritamente onorasi oggi la memoria teneva somma ventura di un paese la unità di religione. Tiberio dettava leggi per castigare la impudicizia e la irreligiosità de' teatri ed il governo piemontese si mostrerà anche più turpe di Tiberio?

Fu un ministro piemontese che teste scrivendo ai vescovi d'Italia, sacrilego, osava minacciare uno scisma, ove essi non parteggiassero per la rivolta, non si separassero dal Successore del Maggior Piero. Furono i piemontizzatori che sfecero la Università Napolitana, però che le università sono nei professori, e questi furono tutti destituiti per dar luogo ad uomini, i quali (tranne l'illustre Roberto Savarese, e non so quale altro) non sono già uomini di scienza, ma di parte. Furono i piemontizzatori che sottrassero l'insegnamento pubblico alla necessaria vigilanza dell'Episcopato; ed essi scacciarono dall'Università Napoletana la facoltà di Teologia, senza la quale non è Università, e di cui sono accomodati gli studii protestanti e scismatici e quelli di tutte le religioni e delle loro sette. Ahimè? Era la Università di Napoli, la scuola dell'Aquinante e del Vico quella che' dovea ateizzarsi prima in Europa? Ed uomini della nostra terra erano designati a porgere tanto scandalo al mondo civile?

Certo non felice era sotto ai Borboni lo stato dello insegnamento superiore; ma pure non s'insediavano nella Cattedre che uomini di gran riputazione: un Galluppi, un Lanza (...) un Bernardo Quaranta,

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un Macedonio Melloni, il quale, tuttochè esule di Parma ed in voce di gran liberale, fu chiamato qui e deputato a non poche faccende politiche; ed il Melloni era raccomandato al governo borbonico da Francesco Arago repubblicano ardentissimo. E peggiorato è anche l'insegnamento secondario. Sette licei sono in piena dissoluzione, perocché diretti da uomini inesperti, e non di rado illetterati ed immorali. In quanto all'istruzione elementare non progredisce passo. I Comuni mancano quasi tutti di scuole ad onta dei tanti ispettori, sottoispettori, organizzatori, bidelli, e scelti tutti tra i piemontizzatori, ne pochi venuti da Piemonte. Per uomini del governo piemontese fu dato lo scandalo singolare della dissoluzione della famosa Accademia napoletana delle Scienze e di Archeologia, e l'Istituto di belle arti venne abolito con un decreto di Luogotenenza.

Ira di parte gl'istigava a ciò, ed in questo hanno gloria di aver sorpassato i Delcarretto, i Peccheneda, i Mazza, gli Ajossa, che non consigliavano a cacciar dal sodalizio de' dotti quelli di opinioni contrarie al reggimento assoluto, il Borrelli, il Capocci, il Bozzelli, il quale venne nominato Socio dell'Accademia appena reduce dall'esilio, e quando spesso braccheggiato dai cagnotti della polizia. Fu tenuta scelleratezza il vedere tolto l'Osservatorio Astronomico al Capocci, dopo la rivolta del 1848. Si diceva a Napoli e fuori: «che ci ha che fare la politica con l'astronomia»? Eppure il pauroso Governo della reazione

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permetteva al Capocci liquidasse la sua pensione di giustizia, ed a lui sostituiva il de Gasparis astronomo, per certo non men peritissimo del Capocci.

Ma io non verrò facendo qui il parallelo degli uomini e de' fatti del governo Borbonico e del nostro; questo farò altrove, se giova; e pregovi frattanto notar solamente che il bilancio del ministero d'istruzione pubblica nel napoletano sotto ai Borboni presentava la spesa di ducati 378,442,92, e dopo la rivoluzione, la spesa di ducati 543,499,61; e malgrado l'aumento di ducati 165,056,69, la pubblica istruzione, non che peggiorare, perisce.

Tutto disfacendosi per sistema, cercasi distruggere la Zecca di Napoli, ch'e la prima dopo quella di Londra e di Vienna, ch'e superiore anche alla Zecca di Parigi; e sottomettesi a vergognoso processo lo antico Reggente di essa, ed il Presidente della gran Corte de' Conti, ne pochi altri gravi ed onesti uffiziali per dar ragione del valore della moneta napoletana, moneta eccellente di tanto, che come esce di regno, vien rifusa.

Nè forse sapevasi in Piemonte come la Zecca di Londra mandasse a Napoli le sue monete per farne il saggio? Ma questo e provvisorio, mi si risponderà e così ad un provvisorio sopponendo, per solito, altro provvisorio, e spesso di gran luogo peggiore, testé per il governo de' luoghi di pena mandavasi da Torino! il Regolamento e bandi per li bagni fatto a tempo di re Carlo Felice, e segnato dal primo segretario di guerra e marina dee Geneys, il quale regolamento ricorda ancora i tempi in cui i servi di pena erano costretti al remo, e che però rimanda anche più

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addietro il già vecchio sistema penitenziario del napoletano. Oh la bella appendice che potrebbe fare il Gladstone alle sue lettere, ove leggesse questi regolamenti e bandi per li bagni del des Geneys!

E per le finanze che cosa vi dirò io? Nell'anno 1860 il reame di Napoli pagava un esercito di 100 mila uomini, una marineria ch'era fra le prime di secondo ordine, una lista civile, ed una rappresentanza all'estero, e questi quattro rami costavano una spesa annuale di ducati 16,203,625, - Oggi che queste provincie non pagano più né esercito, né armata né corpo diplomatico le loro entrate non bastano neppure alle spese degli altri rami di pubblico servizio! Le entrate napoletane nel bilancio del 1860 erano prevedute per la somma di ducati 30,135,442. - Questa cifra, so ben io, non poteva essere più la stessa nell'anno 1861, sendo partita da Napoli la Sicilia; epperò veniva necessariamente ridotta di tutta la quota che la Tesoreria dell'isola paga a quella delle provincie continentali, in ducati cioè 4,157,525; e però le entrate delle Provincie napoletane nell'anno 1861 andavano ridotte alla somma di ducati 25,977,917. So ben io come a questa prima riduzione bisognasse aggiungere altre, come la modificazione delle tariffe doganali, la restituzione dei dazii di consumo alla Città di Napoli, la diminuzione del prezzo dei sali, ed altre, e per le quali le entrate trovansi ridotte a ducati 22,407,659. E frattanto l'aumento di spesa de l'anno 1861 sul 1860, è di ducati 4,126,799,87, fra i quali figurano per aumenti di soldo ducati 1,578,894,18, e ducati 602,000, per aumento di pensioni di giustizia ed interessi del debito pubblico e ducati 1,945,905.69, per aumento di spese di servizio.

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Ma dove si considera che nel detto aumento per le spese di servizio i soli lavori delle regie ferrovie figurano per ducati 1,302.000, e che questa somma va depennata per essere state vendute codeste ferrovie, e se d'altra banda ci facciamo a notare, come le pensioni di giustizia per i funzionari pubblici messi al ritiro fossero aumentate di altri ducati 440,000 a tutto marzo 1861, e che il debito pubblico è cresciuto anch'esso di altri ducati 500,000, di rendita, ne inferisce che quasi tutto il disavanzo nasce dallo aumento dei soldi del debito pubblico e di pensioni a funzionari messi al ritiro per cedere ad altri il loro posto, per pagare i facitori della presente rivoltura. Questo fatto è ben lo specchio che riflette la oscena opera degli uomini preposti alla pubblica cosa, e nella dilapidazione dello erario del Napoletano chi non saprebbe affigurare la ragione delle sventure che per noi sì durano?

E dopo tanto sperpero della pubblica pecunia, è egli ricco il popolo? Ha pane, ha lavoro, suprema bisogna dell'umanità? Intere famiglie veggonsi accattar l'elemosina; diminuito, anzi annullato il commercio, serrati i privati opificii per concorrenze subitanee, intempestive, impossibili a sostenersi, e per lo annulla mento delle tariffe e per le mal proporzionate riforme; null'altro in fatto di pubblici lavori veggiamo fare se non lentamente continuarsi qualche branca di ferrovia, o metter pietre inaugurali di opere, che poi non veggonsi mai continuare. E frattanto tutto si fa venir di Piemonte, persino le cassette della posta, la carta per i Dicasteri, e per le pubbliche amministrazioni.

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Non vi ha faccenda nella quale un onest'uomo possa buscarsi alcun ducato, che non si chiami un piemontese a disbrigarla. A mercanti di Piemonte dannosi le forniture della milizia, e delle amministrazioni, od almeno delle più lucrose, burocratici di Piemonte occupano quasi tutti i pubblici uffizi, gente spesso ben più corrotta degli antichi burocratici napolitani, e di una ignoranza, e di una ottusità di mente, che non teneasi possibile dalla gente del mezzodì. Anche a fabbricare le ferrovie si mandano operai piemontesi, ed i quali oltraggiosamente pagansi il doppio che i napolitani; a facchini della dogana, a carcerieri vengono uomini di Piemonte, e donne piemontesi si prendono a nutrici nell'ospizio dei trovatelli. quasi neppure il sangue di questo popolo più fosse bello e salutevole. Questa è invasione, non unione, non annessione! Questo e un voler sfruttare la nostra terra, siccome terra di conquista. Il governo di Piemonte vuole trattar le provincie meridionali come il Cortes od il Pizzarro facevano nel Perù e nel Messico, come i fiorentini nell'agro Pisano, come i genovesi nella Corsica, come gli inglesi nei regni del Bengala. Ma esso non le ha conquistate queste contrade, perciocché non è soggiogare un paese il prepararsene l'ausilio per cospirazioni, od il corrompere e lo squassare la fede dello esercito, cd i! comperarne i condottieri, ed i consiglieri del principe indurre al tradimento. Soffrite pur che il diciamo, il governo piemontese fa a Napoli come quel parassito che, invitato a desco fraterno, ne porta via gli argenti.

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E questa sua avarizia non è di lieve momento nella opinione invalsa nell'universale, che la signoria Subalpina sia fuggevole, però che non cape nel senso popolare il pensiero, che si distrugga la casa nella quale si voglia far stanza.

Lo scioglimento dell'esercito borbonico fu poi il più grave delitto del governo piemontese, perciocché per esso sperperandosi follemente un gran nerbo di forza italiana facevasi sempre più fiacco il nuovo regno, e serviva meravigliosamente di talento dei politici austriaci, che mal vedevano l'esercito delle provincie meridionali si aggiugnesse a quello delle subalpine. Ed ingiusta, e dirò più, bugiarda è la brutta taccia di codardia che il Barone Ricasoli insultando al vinto (al tradito dirò meglio) davagli nella sua famigerata nota circolare del 24 agosto; perciocché diversamente dicevano di esso esercito, ed il Garibaldi, ed il Cialdini, e perché i ministri di Piemonte (cerchino pure nel profondo della loro coscienza), se da una ragione erano sospinti allo scioglimento di quelle armi, ben era da quella tema che, esse incutevano loro; si della tema che un giorno sbriacato del passeggiero entusiasmo, vergognando della servitù, scotessero il giogo piemontese, e volgessero le armi contro all'esercito settentrionale, e ristaurassero il trono napolitano.

Il governo di Piemonte sciolse l'esercito napolitano, perciocchè dove quello fosse stato ancora in sulle armi, non potrebbe far cosi aspro governo delle nostre provincie. Ed esso oggi lo ingiuria ne suoi atti diplomatici? E vuole far una l'Italia? E ne oltraggia così la maggior parte; però che dar del codardo ad un esercito, egli è schiaffeggiar la Nazione ond'esso venne descritto.

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- E di que' pochi uffiziali che non lasciavansi poltrire nell'ozio od invilirsi nella miseria o suicidarsi, (come fece taluno di essi per non veder perire dalla fame i figliuoli) che cosa ha fatto i governo piemontese? Ha rispettato i gradi che guadagnò loro il valore guerresco, e quella fede verso il loro Re che tanto saggiamente si onora dall'onorato esercito subalpino, e senza la quelle non è esercito? No, il governo di Piemonte doveva favorire le promozioni dei suoi conterranei. -Re Ferdinando I di Borbone rispettò i gradi guadagnati dai suoi sudditi nello esercito murattiano che combatteva contro ai legittimi diritti della sua corona. L'Austria rispetto tutt'i gradi guadagnati dai suoi sudditi della Lombardia in combattendola sotto le bandiere di Napoleone il Grande, ed il governo di Piemonte non ha saputo imitare neppure la generosità dell'Austria.

Né egli è a dire ch'esso così governavasi a riguardo dell'esercito napoletano per abborrimento di chi osteggiava l'Unita Italiana, o per deficienza di valore che trovasse negli uffiziali napolitani, perciocché egli è da un alto personaggio del Reame che io ho udito a dire essere egli ammirato del valore napoletano e trovar la napoletana artiglieria superiore di molto alla piemontese; e perché lo aver fatto cosi per sordita malizia, bene il dimostra il modo che ha tenuto contro all'armata, a quella marineria napoletana che impedì a re Francesco II il respingere i mille del Garibaldi e che diedesi mano e piedi legata al Piemonte... il che Dio le perdoni e la storia.

Essa fu sciolta, fu riordinata, secondo che mi si dice, al peggio, e con un tiro di penna vennero cancellate tutte le sue tradizioni, certamente più antiche e gloriose di quelle della cosi detta Marineria Sarda.

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In questo nuovo ordinamento, gli uffiziali della flotta napoletana avrebber dovuto essere i primi, e sono divenuti gli ultimi, e venner privati de' soldi goduti per sovrani decreti, dei gradi meritati per pubblici esami, o per fatti di valore, del diritto di liquidar essi medesimi o le loro vedove la pensione per cui avevano lunghi anni rilasciato il 2 e 1/2 per cento de' loro averi. Io non entrerò già difensore degli uffiziali dell'esercito napoletano, che ad istigazione della setta unitaria, e degli stessi diplomatici piemontesi, abbandonarono le bandiere il giorno della battaglia per starsi a Napoli neutrali, o peggio per combattere contro al loro Re ed ai loro fratelli d'arme. Ma il governo piemontese, che non ha riconosciuto i gradi conceduti ai valorosi difensori di Gaeta, perocchè difendevano ciò che è sacro per ogni uomo di onore, di qualunque parte, di qualunque nazione esso sia, la Religione della loro Bandiera, bene avrebbe dovuto, non che rispettare quelli guadagnati dai disertori dell'esercito borbonico, levare a cielo le loro persone, e far loro l'apoteosi. Ma non ha fatto cosi, e però esso fu malvagio o verso gli uni o verso gli altri. Ma gli uni e gli altri sono napoletani e sappiano che non vi ha d'uopo di altra colpa per dispiacere a ministri piemontesi.

E forse fu anche per ragione politica lo sfacimento del Collegio Militare della Nunziatella, la miglior scuola politecnica d'Italia, e quello della nostra Accademia di marina onde uscivano i Caracciolo, i Bausan, i de Cosa?

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Ma che dico io di un governo che strappa dal seno delle loro famiglie tanti vecchi generali, tanti onorati ufficiali sol per sospetto che nudrissero amore per il loro Re sventurato, e rilegagli a vivere nella fortezza di Alessandria, o in altre inospiti terre del Piemonte? Che dirò io degli uffiziali deportati all'isola di Ponza? Loro delitto fu il militare per la Corona, allora che re Francesco II ancora combatteva per essa sulle riviere del Volturno e del Garigliano, o fra le mura di Gaeta, e lo averlo seguitato a Roma nell'infortunio? Accomiatati dalla Maesta di Lui, si restituirono a Napoli credendo sacra la guarentigia dell'Imperatore dei Francesi, e le promesse di Re Vittorio Emanuele. Il piroscafo la Costituzione, fu spedito apposta a Civitavecchia per imbarcarli a portarli in seno delle loro famiglie; ma appena afferrato a Napoli furono circondati da un battaglione di bersaglieri, e cosi condotti nel Castello del Carmine. Ivi furono ritenuti prigionieri 17 giorni, e quindi deportato all'isola di Ponza. Sono già scorsi sei mesi, e quei miseri gemono ancora su quello scoglio selvaggio. I soli Siciliani ebbero facoltà di ripartire; ma tutti i napoletani che furono o militari o uffiziali di Segreteria non poterono essere vendicati in libertà, ed incredibile a dirsi, non hanno che la misera sovvenzione di un carlino al giorno (quaranta centesimi e mezzo) coi quali non è possibile cibarsi salutevolmente. Muoiono della fame. Chieggiono lavoro, ne lo si vuol concedere loro. Vi ha gentiluomini che sonosi offerti anche a vangare la terra per buscarsi pane più sufficiente. però sono essi trattati peggio che i galeotti. E perché mai? Qual delitto hanno commesso eglino, perché il governo piemontese abbia a spiegar tanto lusso di crudeltà?

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Perché abbia a torturare con la fame e con l'inerzia e la prigione uomini nati in Italia come noi?

Ma più che stolta ed ingiusta, fratricida ed immanissima tornava la dissoluzione dello esercito napoletano. perché essa diede agio ai soldati di esso di riassembrarsi e di affortificar l'ira di un popolo conculcato, che da per ogni dove insorge per la indipendenza della nazione napolitana contro la signoria subalpina. Lo esercito napoletano, tradito da' suoi generali, voleva mostrare al mondo che non era esso traditore nè codardo, e si ragunava ne' monti, e benché privo di armi e di condottieri, piombava terribile contro ad un esercito non reo della sua oppressione. Il sangue di questa guerra fratricida piombi su quelli che l'accesero, ed esso gli affogherà; sangue di 20mila uomini spenti, quali nella lotta, quali fucilati perché prigionieri o sospetti od ingiustamente accusati; e di 13 paesi innocenti dati in preda al sacco ed al fuoco. Essi colpevoli dello aver fatto nascere e fecondato la insurrezione, credendo poterla vincere con il terrorismo, e con il terrorismo crebbe l'insurrezione, e così corrompesi anche quel solo di buono che avevasi il Piemonte, l'esercito piemontese; conciosiacchè misero quell'esercito che la necessità della guerra civile spinge ad incrudelire ed abbandonarsi a saccheggi e ad opera di vendetta.

La mente mi si turba e tremami la destra in pensando le immanità, che faranno terribilmente celebre la storia di questa rivoltura, e le quali io mi propongo descrivere in altra opera, avvalorandole de' documenti, sittosto le ire saranno calme.


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Gl'imbelli che perirono in questa guerra che perirono in questa guerra. Passarono di gran lunga gli armati, ed infinite sono le famiglie che scorrono prive di pane, di tetto per la compagna, e ricoverano come belve negli antri, nei sotterranei, e infiniti gli orfani che cercano intorno i genitori morti nelle fiamme del borgo natio, o passati per le armi da' piemontesi, o periti in luride prigioni, dove a migliaia stivansi i sospetti decimati dalle febbri e dalle altre infermità che ingenera un aere putrido e rarefatto. I delitti perpetrati in questa guerra civile ci farebbero arrossire della umana spoglia che vestiamo. Gente della nostra patria vien passata per le armi, senza neppur forma di giudizio statario, sulla semplice delazione di un nemico, pel semplice sospetto di aver nudrito o date asilo ad un insorto. Soldati piemontesi conducono al supplizio i prigionieri negando loro i supremi conforti della fede; né a pochi feriti venne ricusata l'opera del cerusico, cosicché furono lasciati morire nelle orribili torture del tetano. Testé a Caserta furono fatti prigionieri due dei cosi detti briganti, e da due giorni si teneano in carcere digiuni. Gridavano essi pane! pane! E niuno rispondeva loro. Finalmente fu schiuso il doloroso carcere, e quando quei miseri fecersi alla porta credendo ricevere alimento, furono presi e condotti nella corte e fucilati.

Si fece un'amnistia. Era un contadino di Livardi per nome Francesco Russo, il quale ferito nell'anca, viveva da più giorni tranquillo presso la consorte e i figliuoli, sotto alla fede dell'indulto. Gli amici di lui dicevangli si celasse, non si credesse alle proclamazioni del Pinelli; ma egli non voleva sentir parola e rispondeva non esser possibile che un militare di onore rompesse fede;

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e mentre che questi detti ei forniva, soldati piemontesi entrarono nella sua casa, e condottolo a Nola, il fucilarono. Si bandì risparmiarsi la vita a chi presentavasi; ed un contadino dell'agro Nolano per nome Luigi Settembre, soprannominato il Carletto, presentatosi a preghiera de' suoi vecchi genitori, de' quali era unica prole e sostegno, tosto venne immanamente fucilato, non altrimenti che fatto prigioniero nella pugna. I due genitori superstiti, uccisa dal rimorso la ragione, vagano ora dementi per la campagna.

Uno scellerato di Somma faceva il Capitano Conte del Bosco vi accorresse e prendesse sei pacifici cittadini, tra i quali un giovine ventenne, uffiziale della G. N., che giaceva presso della consorte, cui da pochi di erasi congiunto, e presi, senza forma di giudizio e senza conforto di Religione, colà sulla pubblica piazza furono passati per le armi sul subito.

Il generale Manhes il cui nome fa orrore anche ai più duri partigiani della rivolta francese, combattendo i briganti delle Calabrie mai a morte persona senza regolare processo. Ahimè! E verrà giorno che soldati italiani si dirà essere stati più crudeli del Manhes straniero! Presso Lecce facevansi prigionieri tredici soldati borbonici sbandati i quali non avevano che sette fucili. Si credeva alcuni di essi sarebbero risparmiati, ma no: furono tutti e tredici fucilati. Testé a Montefalcione erano sostenuti ottanta insorti, e ne venivano passati per le armi quarantasette. Domata la insurrezione di Montefalcione cinquanta dei ribellati pensarono scampare alla strage rifugiandosi nel tempio.

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Ma i soldati piemontesi, rotte le porte, vi penetrarono, ed i miseri nella stessa casa di Dio furono scannati. Nel Gargano infiniti carbonieri furono presi per briganti, e morti issofatto tra le loro consorti e i figliuoli, accanto alle loro stesse fornaci. Molti di essi venivano condotti a Napoli come trofeo, e fu chiaro quelli esseri miseri e pacifici villani! S'incendiano nella campagna tutti gli abituri de' contadini, e le ville e le taverne in che possano ricoverare gl'insorti. Si tira addosso a tutti che portan farsetto di velluto, abito che credesi da brigante, e a data ora ogni contadino dee abbandonar il suo campo, pena la morte!... Ahimè. mercé questo Governo che ne disserve, il soldato onde speravamo la franchezza d'Italia, e tenuto, nelle provincie napoletane, siccome maledetto, siccome nemico di Dio!

Nei vortici di fiamme che divoravano il vecchio ed adusto Pontelandolfo udivansi alcune voci di donne cantanti litanie e miserere. Certi Uffiziali si avanzarono verso l'abituro onde veniva quel suono, ed apersero l'uscio, e videro cinque donne che scapigliate e ginocchioni stavano attorno di un tavolo su cui era una Croce con molti ceri ivi accesi. Volevano salvarle; ma quelle gridando: Indietro... maledetti! indietro... non ci toccate, lasciateci morire incontaminate, si ritrassero tutte in un cantuccio, e tosto profondò il piano superiore e furono peste le loro ossa, e la fiamma consumò le innocenti.

Il giorno posteriore a tanto eccidio, all'incendio di due paesi, di Pontelandolfo e di Casalduni, l'uno di cinque, l'altro di sette mila anime,

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leggevasi nel Giornale Ufficiale di Napoli il telegramma: «Ieri mattina, all'alba, giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni».

No! Il diario di Nerone non avrebbe più cinicamente portato la novella di quegli orrori!

Ma io non istarò a fastidirvi più a lunga con il racconto delle mille ferità di tal sorta di che sono pieni gli stessi giornali ufficiosi ed ufficiali del Governo e le quali facevano, e fanno tuttora terribile la insurrezione delle provincie napoletane, né d'altronde capirebbe negli stretti limiti di questa mia mozione il novero dei truci episodi di una guerra civile, che dai monti di Calabria si stende nella Basilicata e nell'Apulia, e di colà nel Capitanato e nel Contado di Molise, e nel Beneventano, e nei monti di Avellino e nella Campania e negli Abruzzi, o de' saccheggi e degli stupri e dei sacrilegi che precedettero gl'incendi paurosi di Auletta, di S. Marco in Lamis, di Viesti, di Cotronei, di Spinello, di Montefalcione, di Rignano, di Vico di Palma, di Barile, di Campochiaro, di Guardiaregia, e delle già dette Pontelandolfo e Casalduni, però che non è mestieri conoscere tutto per chiarire la Signoria piemontese immanissima.

Ed il governo piemontese fece crudele la guerra civile coi disperati e crudeli mezzi di combatterla, ed esso, cosi facendo, fa l'Unita, uccisa l'unione: però che un popolo cosi manomesso non dimenticherà mai le perpetrate scelleratezze, ed apporrà a tutta una provincia italiana i delitti di una setta, e cosi imperversando non sarà possibile neppure la Confederazione degli antichi stati della penisola. In ogni angolo delle nostre provincie sorgerà un monumento di questi giorni nefasti.

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Ogni campo si troverà gremito di croci sepolcrali: ogni capanna ricorderà le stragi di questo tempo: ogni tempio adornerà un altare espiatorio che ricordi la guerra fratricida: ogni provincia mostrerà i ruderi di una o più città incendiate, e colà trarranno in pellegrinaggio i nepoti delle nostre vittime, e gli additeranno ai loro figliuoli siccome esempio terribile del dove possa condurre una Nazione il voler attuare pensieri innaturali od immaturi.

Il governo piemontese, siccome è avviso all'universale, rimoveva dal reggimento di queste provincie il generale Cialdini ed il Pinelli, però che comprese inutile anzi più micidiale tornare il terrorismo che la buona guerra. Ma un'altra cosa, per amor d'Italia, deh! faccia - Sciolga la guardia nazionale però che la pestifera sua instituzione non è fatta per estinguere la guerra civile, ma per eternarla. Il di che il governo di Piemonte se ne sarà andato con Dio, non riposeranno già queste provincie ma troverassi il padre armato contro il figliuolo, ed il fratello contro l'altro, e le ire non quieteranno, e sarà mestieri altra forza che nel sangue degli uni e degli altri spenga la guerra intestina. Sappiamo; a tutte queste accuse mi si risponderà il consueto - Ma come si fa? Tempi eccezionali vogliono eccezionali misure.

Ma io farovvi considerare che così dicendo scrivesi la difesa del Mazza, e del Campagna, le cui molestie diventano giuggiole accanto ai rigori del Pinelli, del Galateri, del Negri, del generale Della Chiesa, ecc. Anch'essi dicevano: - Come si fa? Il Piemonte cospira contro il reame, e noi dobbiamo frustrarne gli orditi -

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No, miei Signori, vi hanno leggi, vi son consuetudini che noi non possiamo violare senza oltraggiare le leggi stesse della natura, e la pubblica moralità dilaniare, senza scalzar le basi della società, la cui salute è di maggior momento alle genti che la grandezza del Piemonte e d'Italia. No, non credasi potersi fondare imperio sulla lubrica base del sangue, nella sedia dell'ingiustizia, o senza altra legge che quella della opportunità momentanea, o della sanguinosa e rapace necessità di stato. No, il governo piemontese non fonda, ma distrugge. L'Austria dall'alto delle fortezze di Mantova e di Verona ci guata; e sapete perché non muove ad assaltarne? Perché noi ci suicidiamo: e veramente nuovo pazzo sarebbe quello che tirasse sul nemico nell'ora stessa che questi di per se gettasi nel precipizio.

E nel precipizio già avvalliamo noi, caduti in discredito fuori, e dentro divenuti esosi agli onesti. Ed io mi ho il triste conforto dell'aver preveduto il danno, e di averne parlato alto da meglio che due anni. Allora che uscito una seconda volta in ingiusto esilio, venni, diciotto mesi or sono, a Firenze, e mi fu parlato dei vasti disegni di Unificazione, della prossima dissoluzione del reame napoletano, inorridii, gridai mercé, chiedeva avviassero al che sarebbe di Napoli. Mi fu risposto da taluno:

- Napoli starà peggio, ma noi staremo meglio - ! Fremetti a tali parole. Desiderai piuttosto si eternasse l'esilio che a ritornare a prezzo della ruina della mia patria.

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Però non i piemontesi io ho in odio. Tolga Iddio che io abbia in animadversione popolo d'Italia e popolo probo e valoroso, se non dotato di spiriti elevati e peregrini. Ma quei napoletani io esecro che qui conducendo i piemontesi, tradirono il Piemonte e la loro patria, e che, di continuo diffamandola, istigano il governo Subalpino a perpetrar lo spolio e la strage del loro paese. Io parlo per ver dire; io parlo per amor di patria, troppo forte siccome taluno unitario dicevalo, (quasi che troppo potesse mai essere amore di patria) e qualunque sarà la vendetta della setta dei piemontizzatori, venga pure che io l'aspetto; però che peggior di ogni danno sarebbe sempre il rimorso e la pubblica maledizione.

E la maledizione pubblica è sul suo capo.

Da per ogni dove sorge una voce che lo condanna e lo vilipende. Le città ed il regno sono divise in fazioni, ma le fazioni tutte si accordano nell'abborrire gli uomini di essa. E voi ben dovreste accorgervene, sapendo come non fosse qui giornale che possa esistere e voglia difendere la dominazione piemontese, se non sia stipendiato e venduto. Perché si spacci, una scrittura, deve condannarla, colmarla d'ingiuria, di disprezzo. Se vien fuori opera di un propugnatore dei diritti del popolo e delle antiche ed imperiture nazionalità, tosto non se ne trova più copia, tutti correndo a leggerla avidamente; e se questa metropoli che le dice anatema, non insorge tutta quanta come un uomo solo contro alla Signoria piemontese, egli è perché vede che pere, perché il generoso, l'indomico cavallo napoletano già da gran tempo fiutò il suo cadavere.

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Sì, la è questa la verità delle cose, non quella che va strombazzando una stampa meretrice, il mendacio comprato a dieci o più mila franchi per mese. E a che valse al governo piemontese lo aver chiuso tutti gli aditi perché luce non possa uscire? A che vale lo aver compro i giornali più letti di Europa? Questi che l'anno scorso, mentre sua fortuna rigogliava, maledicevano di esso, lo dicean perduto; ed oggi ch'e morituro, lo dicono forte e vincitore? E pure non valsero ad ingannare persona. Tutt'Europa ora sa che n'è delle cose nostre, ed il nome del governo piemontese si oltraggia per ogni terra.

L'oro che profondeva esso per abbindolare la opinione europea, non ha ingannato che lui stesso, lui che non volendo far sapere verità, ha finito per non saperla egli medesimo, e che, rimasto al buio, simile ai ciechi. Gli è per i suoi errori che vien vilipesa la rappresentanza nazionale, tutta quanta creduta correa di esso. Un gentiluomo, già carissimo al popolo napoletano, e del cui infortunio politico, nonché le provincie nostre ed Italia, tutta Europa dolorava, oggi perché partigiano del governo piemontese, caduto e in abbominio dell'universale, ed i suoi amici per difenderlo, deggiono dirlo imbecille, scemo dalla prigionia l'intelletto.

Questo si ne dia la misura della pubblica opinione, non il ciarlone favore di una gente compera o grulla, eterna fautrice del potere; di pochi disonesti che hanno per patria la cassa del tesoriere, sanfedisti di Savoia, che non è crudeltà cui non trovino valorosa, non disonesta che non dicano pudica, non ingiustizia che non proclamino proba;

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di pochi bellimbusti, troppo presto scappati dalla scuola, ed i quali accalappiati da furbi, e politicando per moda giudicano bello l'andar delle cose; perché bella è la divisa della cavalleria piemontese, ed in good condition i cavalli.

Ed egli è per queste ragioni che io mi fo oso domandare le Onoranze Vostre vogliano votare una inchiesta parlamentare nelle provincie meridionali, ed avvisare però al che possa farsi per tenere in pace od in fede queste contrade. Il governo piemontese pose mano ad ogni mezzo. Della Luogotenenza del Principe di Carignano io non parlo, perocchè essa non fu che laido sperpero di pecunia ed uno scherno per il nostro paese, allora che nel paese più grave d'Italia, (che sotto l'ilare suo aspetto il popolo più serio e più superbo d'Italia è il napoletano), nella Galilea della Filosofia, mandavansi a' Ministeri gente più da spasso, che da lavoro. Ma sotto di essa Luogotenenza nasceva e cresceva la guerra civile, ed il Conte di Cavour mandava il Conte di S. Martino perché impiantando la legalità e la moralità, dove il ministero di Nigra e de' suoi predecessori avevano posto l'arbitrio e la corruzione, potesse pacificare il potere.

Ma la rivoltura era già rigogliosa, aveva già guadagnato gli animi e le cose, e la onestà e la esperienza del saggio Amministratore non valsero punto Egli si trovò solitario, perché gli onesti non accostavanlo, e dei turpi non poteva valersi, né voleva.

Il Barone Ricasoli spedì il Cialdini perché col terrorismo domasse il già fuggente paese, e questi tutto che chiamasse a lui di intorno tutte le frazioni della parte liberale,

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tutto che facesse spargere a torrenti l'uman sangue, né cosa niegasse che alla rivoltura piacesse, neppur feriva il segno, e lascia la reazione più forte che non era sotto il Carignano ed il S. Martino.

Ora mandasi il GeneraI La Marmora perché cerchi di ristabilire la legalità.

Il nome di La Marmora, il so, suonava giustizia e fermezza: ma farà esso più o meglio che non fecero i suoi predecessori? Un uomo del Governo di Piemonte che ne' scorsi mesi venne in queste provincie per avvisare al da farsi, diceva comprendere bene come il regno di Napoli non fosse domabile, ma che l'Italia doveva farsi quand méme, e che però queste provincie sarebbensi tenute come una Turchia.

Se questo è il pensiero de' ministri piemontesi, badino che il guanto non sia fieramente rilevato dal paese mio e dall'Europa: dall'uno in nome dell'onore calpestato e della sua indipendenza; dall'altra in sostegno dell'umanità conculcata. Badino perché il giorno della vendetta Divina non può tardare, né tarderà. Il destino delle nazioni non è nelle mani dei ministri ma in quelle di Dio! Il governo di Piemonte è superbo, né mai fu superbo che non cadesse misero e vile. Esso ha sparso il sangue fraterno, e su lui pesa la maledizione di Caino. Troppo, troppo sangue innocente grida vendetta contro di essi, troppi miseri dal fondo delle prigioni, dall'esilio, dalla povertà in che gemono, gli maledicono, e quando desiderano il puro aere del loro cielo, e quando veggonsi i figliuoli e la consorte e i vecchi parenti estenuati e mordonsi per rabbia le mani e per fame. Avvisiamo al da farsi. Rinsaviamo.

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Salviamo da più lunghi mali questa patria. Cansiamo una invasione di stranieri oggi che la Francia ci abbandona a noi stessi, che Roma non potete più sperare, che il fantasma dell'Austria, e della coalizione nordica ci sorge d'incontro minaccioso, che Italia al modo che si è pretesa farla, non par più possibile si faccia, che da non pochi è tenuto nullo il plebiscito, e da moltissimi, anche ammettendolo, non è tenuto più valido il poter nostro, come quello che alle condizioni di esso non più si conforma. Il governo di Piemonte non può superare le difficoltà interne, e dove anche bastasse a ridurre in fede le provincie napolitane, sorgerà giorno che tutti infolliranno gli spiriti d'Italia contro a questa egemonia piemontese, e per verità ciò che in sei mesi or sono, consigliava opportuno a fare Italia (1) cioè il trasferire a Napoli la sede della Monarchia, oggi nol saprei più suggerire, perciocché lealtà di gentiluomo mel difende. Il governo piemontese metterebbe in compromesso l'antico senza poter più serbare il novello acquisto.

Rinsaviamo dunque. Il male è più radicale che non si pensa. Non ama Italia soltanto quegli che la vorrebbe Una ed indivisibile; ma quegli più è suo amico che la vuole civile e concorde, piuttosto che barbara e discorde, ed Una e morta, purché in deserto feretro di regina.

Napoli, 6 novembre, 1861.

(1) «Delle cose di Napoli-Discorso del Duca di Maddaloni Deputato al primo Parlamento Italiano, Tonto dall'Unione Tipografica Editrice, 1882».








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