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SALEMI E SGARBI CELEBRANO
LA RICORRENZA DELL’ITALIA COLONIZZATA

di Antonio Nicoletta
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Il neo sindaco di Salemi, Prof. Vittorio Sgarbi, che gode il nostro pieno rispetto per le sue idee di professore e critico d’arte, ancora ritiene evento epocale l’impresa di Garibaldi e dei suoi “mille scriteriati” che sono così ricordati da Angela Pellicciari ne “L'altro Risorgimento-Una guerra di religione dimenticata”: Chi erano i Mille che salparono accompagnati dalle benedizioni dei liberali di tutti i continenti? Garibaldi li descrive cosi: 'Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto'".

Personalmente mi pare azzardato e ritengo sia antistorico continuare a celebrare l’opera di Garibaldi, quando anche a Venezia ed in molti degli stati preunitari, manifestanti contestano i Savoia, il plebiscito del 1866 e l’annessione successiva che ci portò, nei “79 anni di troneggiamento” ad un livello economico sociale e civile che fu il più basso della nostra storia, ed anzi significò l’inizio della nostra fine come nazione, popolo, storia, dignità ed orgoglio..

Cominceranno fra poco le celebrazioni e la commemorazione del 150° anniversario dell’unità d’Italia, ultima conseguenza dello sbarco dei Mille, atto fondamentale con cui iniziò la “liberazione” del Regno delle due Sicilie dalla tirannide borbonica. Mi chiedo cosa ci sia da festeggiare e celebrare in quella che fra tutte le dominazioni subite dal Sud, fu la più nefasta, crudele, oppressiva e sanguinosa e per di più in casa di chi tutto questo lo subì e di cui ancora perdurano i nefasti effetti.

Dice la stampa che questa celebrazione costerà circa tre milioni di euro (per una più immediata comprensione diremo circa sei miliardi di lire), in un momento in cui le attività benefiche e sociali dei comuni soffrono per mancanza di fondi.

I Piemontesi vennero nel sud per non lasciare inascoltato il “grido di dolore che si levava dall'Italia tutta”; vorrei sapere chi li indicò e li investì del ruolo di “liberatori”. Io so solo che l’unico stato nell’Italia preunitaria, che guerreggiava senza fine era il loro, il Regno di Sardegna, che di volta in volta era in guerra con gli stati limitrofi con la tendenza ad espandersi a macchia d’olio fagocitando quegli stati che ebbero la sventura di essere loro confinanti.

Prima di loro non risulta in alcun modo, nel periodo che stiamo considerando, che gli stati preunitari lottassero l’uno contro l’altro armato.

Addirittura, Re Ferdinando II ricusò al congresso di Bologna del 1833 la possibilità di avere sotto la sua corona l’Italia unita, in quanto non avrebbe mai potuto e voluto combattere contro gli altri principi a lui legati da vincoli di sangue e di amicizia. Tali valori non tennero a freno i Savoia.

Ma fare tante guerre costava tanti soldi, ed il Regno delle due Sicilie di soldi ne aveva tanti; figurarsi che dopo la spoliazione garibaldesca del Banco di Sicilia e di Napoli, dopo il plebiscito, il Regno poté contribuire con più dei due terzi al tesoro dello stato unitario.

E fu questo, quello della rapina l’incentivo più forte, ed assieme alle brame politiche di Francia ed Inghilterra, il motivo scatenante di questa occupazione fatta, cosa eccezionale anche per quei tempi, senza alcuna formale dichiarazione di guerra. Fu una turpe conquista coloniale, nonostante la probabile adesione di Siciliani che lottavano per l'indipendenza da Napoli e per la confederazione con l'Italia. Di emancipazione sociale ed economica non ne portò alcuna e i "morti di Bronte" lo dimostrano; quanto all'emancipazione politica fu tradita non convocando il legittimo Parlamento di Sicilia, illudendo i Siciliani per qualche anno col governo della Luogotenenza e poi tradendo negli anni successivi definitivamente ogni illusione.

Morirono per via diretta o indiretta (brigantaggio, deportazione, emigrazione) più di ottocentomila regnicoli nei dieci anni successivi alla conquista.

Fu operata una damnatio memoriae a livello radicale e senza precedenti. Furono cancellati i monumenti, le lapidi, le ricorrenze, la toponomastica e tutto quanto poteva ricordare l’antico ed odiato Regno; su tutto fu imposta la croce sabauda!.

Avere in casa il ritratto di un re Borbone o un cimelio che li ricordasse, era motivo di essere passati per le armi, senza pietà.

La conquista del regno per molti versi può essere confrontata con quella di Troia.

La conquista del regno, è ormai acclarato, fu il risultato non di epiche battaglie, non di volontà popolari, non di eroismi di condottieri, non di volere di compassionevoli dei, ma come quella di Troia fu il risultato di inganno, tradimento e ferocia conquistatrice. Lì valse la furbizia, l’astuzia e l’assenza di scrupoli di Ulisse e del suo cavallo, che sotto l’aspetto di dono portava morte e rovina -Timeo Danaos et dona ferentes . L’eroismo di Ettore, il valore di Achille, la grandezza di Aiace, l’amore per Patroclo diventano valori solo a contorno nella vicenda di Troia. Alla fine incombe il tradimento e la viltà che vincono e sovrastano in un finale che non è più epico i grandi valori umani e trascinano tutto in lutti e rovina, definitivi e senza appello.

Da noi l’ebbe vinta la corruzione, l’inganno, le false amicizie  e perché no, il manto di buone intenzioni false fin dall’origine che coprirono per molto tempo la realtà ed i fini.

Altro che soccorrere il popolo anelante alla libertà. Il nostro fu l’assassinio di un Regno, la prevaricazione di un popolo, un genocidio senza pari, una rapina senza scrupoli.

Ma si sa che la storia la scrivono i vincitori.

In Italia questo è più ve­ro che altrove. Forse perché, come ogni popolo ha bisogno di una mitolo­gia in cui riconoscersi; forse perché non abbiamo mai avuto una scuola di storici emancipati dalla politica; oppure perché siamo fatti così, semplicemente faziosi.

E questo è dimostrato considerando che su questioni come ri­sorgimento, fascismo, comunismo, resistenza,, ecc., sono state scrit­te intere biblioteche che hanno dato, e continuano a dare, da una parte e dall’altra, una vi­sione parziale dei fatti, a volte distorta, altre volte del tutto falsa.

Come aveva preconizzato Francesco II, l’eroe di Gaeta, con la conquista del sud e la sua fagocitazione in quell’entità artificiale e disarticolata che fu detta Italia, a noi meridionali non restarono nemmeno gli occhi per piangere; il Sud fu retrocesso a colonia periferica e Napoli e Palermo iniziarono ad essere governate da prefetti venuti dal nord.

E tutto questo dura ancora!

Per cui, nei panni del neo sindaco di Salemi, peraltro estraneo alla cultura ed alla storia di questa nostra terra, mi chiederei cosa ci sia di onorevole nel celebrare e ricordare gli invasori e colonizzatori della nostra patria, cosa ci sia di memorabile nel celebrare e ricordare 150 anni di governo che dopo averci spogliato delle nostre ricchezze, delle nostre tradizioni, della nostra storia ci ha trascurato e trasformati al punto tale di essere considerati non più il luogo dove tanti primati di civiltà e progresso vennero realizzati, ma il ventre molle di quella nazione realizzata sul nostro sangue e sul martirio di tanti patrioti, ignobilmente calunniati e tragicamente dimenticati.



antonio nicoletta





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