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Il Capitano Tommaso Cava De Gueva appartiene a quella schiera di eroi misconosciuti che l'arroganza e la stupidità degli uomini al potere ha cercato di cancellare dalla memoria dei suoi connazionali.

Il tempo dirà tutto alla posterità. E’ un chiacchierone, e per parlare non ha bisogno di essere interrogato.” recita un frammento di Euripide che abbiamo inserito nella nostra homepage. Questo sta accadendo.

Le domande che si pone il Capitano Cava son le stesse che si pongono oggi – dopo 150 – gli storici più seri a proposito del “brigantaggio”.

Possibile che una banda di criminali abbia potuto ingaggiare una guerra durata anni contro un esercito agguerritissimo? Anche se si hanno dei finanziamenti e se vi sono degli agenti a muovere le fila se la popolazione non appoggia direttamente o indirettamente i combattenti prima o poi essi smettono di battersi, non riescono a sopravvivere.

Il neonato stato aveva urgenza di avere il riconoscimento delle potenze europee, quindi era necessario bollare i partigiani del Regno delle Due Sicilie come “briganti”. Per consolidare il suo potere scricchiolante e per evitare che l'unità fosse messa in discussione – visto che nei parlamenti europei continuava ad essere dibattuta – dopo la proclamazione del regno d'Italia il potere sabaudo-italiano scelse di continuare ad utilizzare il pugno di ferro nelle provincie meridionali.

Chi provava ad opporsi come Proto e Cava non aveva vita facile. Per Proto si raccolsero le firme nel suo collegio elettorale per prendere le distanze dal suo tentativo di interpellanza parlamentare, per Cava si usò la intimidazione e la persecuzione poliziesche.

Così si fece l'Italia.

Leggete questo testo di Tommaso Cava, fatelo leggere ai vostri figli, la sua determinazione e la sua forza d'animo vi contageranno sicuramente.

Zenone di Elea – Ottobre 2011

ANALISI POLITICA

DEL

BRIGANTAGGIO ATTUALE

NELL'ITALIA MERIDIONALE

PEL

CAPITANO TOMMASO CAVA DE GUEVA

Napoli

1865


LETTERA

il Re Vittorio Emanuele Secondo

SIRE

Dall’umile mio posto sodale, oso pregare la M. V. di volgere uno sguardo meditativo sulle pagine di questo libro.

Io che vi scrivo, non sono uno dei vostri adoratori, e lo confesso con quella lealtà che è il mio distintivo; imperocché il culto del mio cuore è sempre pei miei Sovrani legittimi, fintantocché essi non si rendano indegni della patria loro; ripetendo con Guglielmo du Vair, che per quelli i quali sono usati a sfiorare i favori dei grandi ed a saltellare dalla fortuna cadente alla fiorente,  come l'uccello svolazza di ramo in ramo, riesce facil cosa il far pompa di audacia contro il loro principe quando si trova nell'avversità; ma per me la sorte dei miei Re sarà sempre venerabile, principalmente Né la calunnia e le improntate detrazioni dei settari istupidamente ripetute da coloro che si lasciano facilmente illudere dalle velenose allocuzioni dei tristi, varranno giammai a menorarlo, poiché son uso a formulare i miei giudizii e le mie convinzioni sulla innegabilità dei fatti, e non sulle maligne ciancie altrui.

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Però, se non vi adoro o Sire non vi odio neppure, perché son convinto per effetto di esperienza, che tutte le teste coronate sono le auguste vittime de' tristi nei politici rivolgimenti, e quindi le trovo meritevoli d'indulgenza, anche quando apparentemente si rendono responsabili di atti biasimevoli. Premessa questa leale professione di fede, io mi permetto di consigliarvi o Sire a prestare più facilmente orecchio e credito ai detti di chi si dichiara non vostro inneggiatore, e vi previene, che a quelli di coloro che vi simulano amicizia, e vi ingannano, e vi tradiscono, per cupidigia ed ambizione. La stessa preghiera indirizzai altra volta ai Sovrani di Napoli: così essi mi avessero inteso, che oggi la loro dinastia non si troverebbe esiliata dalla patria.

I veri amici di un trono e di un Sovrano, son coloro che operano in modo da procurargli nei sudditi, il maggior numero di amici; ma coloro che indefessamente lavorano per disgustare sacerbare i popoli, non sono che i veri e più potenti nemici della corona e del capo che la dirige. Ed eccetto poche eccezionalità coloro che reggono il governo di V. M. sono vostri dichiarati nemici, che vi hanno alienato perfino là tradizionale devozione ed affezione dei vostri antichi sudditi. Re Ferdinando I° fu minato, e Re Francesco II.° fu sbalzato dal trono, dal tradimento di coloro, che essi vollero ostinatamente tenere in seggio. Oggi costoro, in unione dei traditori di Re Carlo Alberto vostro Genitore, son vostri Ministri, Consiglieri, Generali e Governanti.

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L'esperienza dimostra che il traditore è come la donna corrotta: il difficile consiste nel primo fallo compito questo, vi si ritorna facilmente, spessissimo per necessità di professione. Voglia la M. V. considerarlo.

Non vi fate illudere ed ingannare o Sire dalle festevoli accoglienze che vi si preparano dove la M, V. si reca. Esse sono sostenute da uomini prezzolati, che schiamazzano in favore della moneta elle ricevono, e non della persona che fingono di inneggiare, cui non pensano punto ne poco; echeggiate poi, da quei tali che indecorosamente godono un impiego qualunque; per esser sempre i primi a gridare il crucifige contro lo sventurato che jeri inneggiavano, e gridar l'osanna a colui che succede.

Sire 9 io non so come saranno accolti dalla M. V. questi franchi accenti; in ogni modo, nel mio cuore non entrerà mai il pentimento di averli pronunziati; imperocché il mio scopo non è quello dì desiderar benefìzio alcuno personale da V. M. mentre non mi determinerei giammai a condividere la solidarietà delle cattiverie altrui. Sperai sul principio dell’attuale regime, che dopo breve tirannia, causata dal tafferuglio dell'avvenuto cataclisma, più che dalla determinata malvagità umana, si fossero confortati i miei concittadini con un buon governo, ed accettai di cingere ancora una spada per non perdere un pane che mi aveva acquistato con una intemerata carriera, convinto però che il sacrifizio dei Napoletani e dei Siciliani, è un inviolabile giuramento settario, mi fu forza staccarmi per sempre dagli uomini che hanno assunto questo iniquo compito.

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Ciò non diceche io abbia la presunzione di sentirmi perfetto; all’opposto, confesso che io non sono esente dalla febbre dell’ambizione, poiché ambisco di essere giudicato degno cittadino della patria mia.

Se la M. V. si degnerà percorrere questo libro si fermerà a meditare per un momento sulle mal' espresse, ma pur sacrosante considerazioni che esso contiene, son sicuro che la M. V. non sarà aliena dal provvedere alla propria sicurezza, ed allo affrancamento delle torture che ci si fanno subire: diversamente mi rimarrà la coscienza di avere adempito ad un sacro dovere, lo che sarà sempre il mio inapprezzabile guiderdone.

L'AUTORE.

A CHI MI LEGGE

Come al soldato, che per paura della morte lascia il campo di battaglia, spetta il nome di codardo: come ali avaro, che per non espropriarsi di una moneta lascia morir d'inedia sua madre, compete quello di snaturalo così ambo queste caratteristiche si addicono a quel cittadino, che per paura delle persecuzioni di partito, vilmente ed indifferentemente lascia di fanfare la patria sua da un orda di scapestrati.

Enorme e l'ignominia che costui si procura, e non valgono a cancellarla, tutti gli stemmi, tutt'i ricami, tutte le croci» tutto il potere che nuove vicende nuovi cataclismi, l'abjezione della società umana, o la mal consigliata politica di un potentato, potrebbero concedergli.

La servile cervice del pusillanime adulatore, goffamente s'inchinerà innanzi a quegli stemmi, a quei ricami, a quelle croci, a quel potere ma l’altiera fronte dell’uomo virtuoso, rimarrà sempre alta innanzi a quei mal collocati onori, e la sua destra additerà alla storia coi nomi di vigliacco e di snaturato, lo sciagurato mortale che immeritevolmente li gode.

Ignaro del mio avvenire, e voglioso di non dovere giammai arrossire innanzi allo sguardo dell’uomo virtuoso, io sento il debito di non tollerare senza risentirmi» le sventure che per preconcetta malignità s'impongono alla patria mia.

lo non ho la velleità di far guerra alle leggi; ma ho la ferma determinazione di biasimare le cause che hanno importato le cattive leggi, e gli uomini sui quali pesa la responsabilità delle nostre sventure.

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Miro alla eliminazione dei mali che opprimono la patria mia, pronto sempre a benedire il mio acerrimo nemico (se pure ne ho qualcuno) il giorno in cui egli legalmente alleviasse, il mio paese dai danni che gli si sono imposti quindi è che io non sono partigiano, che della sola virtù, e dell'individuo, che sa rappresentarla.

Le mie elucubrazioni, portano l'impronta di una viva vibrazione a causa del mio suscettibile temperamento; ma esse non sono «ne ingiuste, ne menzognere, e tendono a dimostrare, che soltanto coloro che migliorano le condizioni dei popoli hanno diritto a governarli sui ruderi del governo che hanno rovesciato. Ci diano gli attuali imperanti, un governo migliore del passato, e sarà degno di biasimo colui che lo imprecherà: ma se il massimo peggiore è ciò che ostinatamente ci s'impone, con quale coscienza si scaglieranno i fulmini del potere contro chi se ne duole, e tenta coi mezzi legali, la eliminazione delle male opere dei tristi e degl'insipienti?

Dunque io sono nel mio pieno diritto in faccia alle leggi vigenti all’ombra dello statuto che ci governa, e non dovrei dubitare di novelle persecuzioni.

Che se poi, la violenza del partigianismo smodato ed irragionevole, mi farà segno ad ulteriori vessazioni, per ¿strozzarsi la manifestazione dell’incontrastabile vero, non perciò io mi avvilirò, imperocché mi sarà d'incoraggiamento, il rimorso che leggerò nella coscienza dei miei persecutori, e lo applauso degli uomini probi, i quali non sanno giammai negare una parola di conforto alle vittime della ingiusta prepotenza.

Un governo, che alla durezza, alla cattiveria ed alla sregolatezza del suo procedere, aggiunge la protezione alle più sfacciate provocazioni contro le sue vittime, non ha diritto al silenzio di queste. Se esso impedisse, invece di tollerare e proteggere, la diffusione di quei famosi libelli, che si arrabbattano per collocare la menzogna nel luogo della verità, e per mettere la vittima nel posto del carnefice, onde ingannare la pubblica opinione in danno della sventura, del diritto è della giustizia, non susciterebbe forse talune confutazioni, che si rendono indispensabili, quando sono stoltamente e protervamente provocate.

Fin che due individui sono amici, non fanno che encomiarsi scambievolmente, e comunque  l'uno di imi o anche entrambi potessero essere conosciuti come dei famigerati ribaldi dalla intiera società umana, ciò non toglie che essi fossero dei soggetti rispettabili l'un per l'altro. Ma se quell'amicizia che è il prisma a traverso del quale miratisi à vicenda, viene ad essere intorbidata, distrutta, o invertita ad inimicizia per un motivo qualunque, quei medesimi due individui, diventano segno della reciproca riprovazione, ed ognuno di essi riscontra nei vari calapini, gli epiteti più ingiuriosi, degradanti, e spesso anche infamanti, per attribuirli a colui che intende di giudicare, guardandolo a traverso di un altro prisma opposto a quello con cui soleva guardarlo quando erano amici, e nulla curandosi della pubblica opinione, la quale spessod avviso opposto al loro.

È questa un'ingiustizia manifesta che si usa contro il coscienzioso e logico raziocinio ornano; è una delle indegnità dell'uomo pensante, da cui si dovrebbe rifuggire: Ma sventuratamente questa stolta malignità è in permanenza perpetua nel mondo, e la pratica di essa si osserva quasi diremmo scrupolosamente, non solo fra due individui,

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ma dilatandosi e prendendo gigantesche proporzioni, serve di norma per giudicarsi scambievolmente, famiglie e società intere.

Dove poi regna imponentissimo questo biasimevole modo di giudicare, è appunto dove dovrebbesi invece ritrovare maggior severità di coscienza, più logica, miglior raziocinio: intendiamo dire, fra i vari partiti politici, che specialmente in Italia, si fanno la più bassa guerra che mai, quella cioè delle invettive, dei motteggi, delle umiliazioni, delle calunnie, delle minaccie. E vedi stranezza umana a che punto arriva. Due partiti, i quali con la medesima cordialità, odiano la stessa casta che li sgoverna, e che dovrebbero avvicinarsi, discutere, convincersi a vicenda, e finire col fondersi, per poter con probabilità di successo combattere la casta che entrambi odiano, perché da essa entrambi bistrattati, essi in vece hanno la stoltezza di farsi una guerra a morte, dando così un potente mezzo di salvezza al comune nemico che insieme dovrebbero combattere, E perché questo? Perché l'uomo preferisce di essere stolto, ingiusto, protervo ed egoista, anzicché logico, severo, coscienzioso e generoso.

Nella speranza che queste riflessioni potessero valere a correggere una volta gli errori di sopra contemplati, entriamo difilati a ragionare sull'argomento che ci siamo proposti,

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qual è appunto quelo del brigantaggio esistente nelle due Sicilie, (a). E ci faremo ad osservare, che questo epiteto creato esclusiva mente per appropriarsi ai malfattori che per malefico istinto e per, proterva indole esercitano il tristo mestiere di grassatore, se fu dai governi attribuito anche ai loro nemici, che li combattono a mano armata, non dovrebbe essere ripetuto ed attribuito nel modo ¡stesso da nessuno altro uomo che non ha venduto per una mercede qualunque la propria coscienza ad un governo

I governanti hanno la missione di conservare con tutti i mezzi che sanno escogitare, il governo che hanno accettato di reggere. Or, un dei loro ritrovati e appunto quello di appellare i loro nemici politici collo stesso epiteto che si attribuisce agl'iniqui malfattori di professione, per discreditarli innanzi alla pubblica opinione, assimilandoli a cotal feccia di gente. Cotesto ritrovato però, che ha il merito di una concettosa infamia, por quanto è degno di coloro, che per maligna ambizione, per avidità di danaro, e per sete di potere, han pietrificato la propria coscienza, altrettanto è indegno di coloro che pretendono di essere indipendenti da ogni malefica influenza, e si rende poi

(a) Naturalmente ripugnanti di onorare di nostra confutazione quegli schifosi libelli, ripudiali perfino da coloro etti sono stati«leali 1 noi tratteremo questo importante soggetto sulle considerazioni generali che sottoporremo al raziocinio del lettore, senza discendere né a polemiche, né a citazioni di quei:li scritti che su tale argomento, i governarti attuali per mezzo dei loro satelliti han dato lilla luce, dai quali traspare immediatamente la prezzolata penna ili chi ha la coraggiosa viltà d'inneggiar sempre il nume del giorno, ed il vigliacco coraggio di scagliarsi contro  caduto

Cotesti scrittori ci fan ribrezzo perfino a nominarli, ed è perciò gol Unito che non li denunziamo formalmente alla pubblica opinione, contentandoci meglio di abbandonarli al più disprezzo cioè al silenzio.

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 imperdonabile in bocca di chi si vanta di aver altra volta fatto quello stesso che oggi fanno coloro, cui si dà il nome di briganti.

Con qual coraggio costoro posson lanciare un motto infamante che ricade sul capo loro medesimo?

E senza andar rintracciando fatti remoti, diremo, come mai i seguaci di un Garibaldi, possono chiamar briganti e dannare alla pubblica esecrazione i nemici politici dell'attuale governo, quando essi leggono lo stesso epiteto nella fronte loro e dei loro capo stampato dallo stesso Cavour nel 1860 allorché li spinse a combattere a mano armata il governo del Regno delle due Sicilie?

Se l'ignominioso epiteto di compete oggi a colui che armata mano combatte il governo attuale in Napoli, non compete egualmente ad un Giuseppe Garibaldi, che nel 1849 colle armi in pugno tentò d'invadere il regno di Napoli per ¡sconvolgervi l'ordine pubblico in danno di quei governo, e nel 1860 ripeté la sua intrapresa che fu coronata da felice successo per Io aiuto di tre gabinetti, e per la fellonia di vari militari? Non compete egualmente ad un Felice Orsini, ostinato guerrigliero politico, che per osteggiare l'attuale impero francese. non ebbe alcuno scrupolo di sacrificare in un sol momento 511 innocenti, colle sue famose bombe che tirò contro Luigi Napoleone la sera del 14 Gennaio 1858 in Parigi? Non compete egualmente ad un Carlo Pesacane, che venne nel 1857 a sconvolgere l'ordine pubblico nel napoletano, per osteggiare contro la volontà dei napoletani, il legittimo governo delle due Sicilie?

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Non compele egualmente ai fratelli Bandiera; che nel 1844, fecero quello stesso che nel 1857 ripeté il Pesacane?

E non compete egualmente a tutti i seguaci di Garibaldi, di Orsini, di Pesacane e dei Bandiera?

Or, come va spiegato, che costoro hanno l'impudenza di denigrare col nome di brigante colui, che combatte oggi armata mano contro il governo attuale, mentre hanno la sfrontatezza di proporre corone di gloria e monumenti onorifici ai succennati avventurieri, che, o per estrema stoltezza, o per eccessiva infamia, portarono contro la volontà popolare, il disordine, la miseria e la guerra civile, fra gente lieta della pace, della tranquillità o dell'agiatezza che godeva?

È questa dunque la logica che vantano coloro che pretendono il titolo di liberali?

Ma per Dio, si consideri pure una volta, che gli uomini di partito, cadono di discredito in discredito, se non cessano di rimproverare agli altri ciò che per essi dichiarano lodevole e giusto.

Cavour chiamava brigante Garibaldi nel ed invocava la sua fucilazione, quando ancora era incerto dell’esito dell'intrapresa a cui egli stesso lo spinse. Nel  poi, lo chiamò un eroe, e si attribuì nel parlamento di Torino, il merito di quell’impresa, che pochi mesi prima egli fingeva di condannare. Adunque, egli fu un mentitore nel 1860, e nel  poi, fu un confesso organizzator di brigantaggio in casa altrui.

Ebbene, i settari e gli stolti, gridanoal mentitore ed al confesso organizzator di brigantaggio in casa altrui,

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e fucilano denigrandoli a soprassello, perfino i supposti manutengoli della reazione in casa propria.

Uno degli aforismi di Giuseppe Mazzini è questo, «la». Ebbene, gl'idolatri del Mazzini plaudiscono alla sua massima ed a coloro che la mettono in pratica secondo le sue vedute, e danno poi del brigante a coloro che, per disperazione di un mal governo, la mettono in attuazione per liberarsi dagli strazi di un'invereconda casta insediata al potere.

Oh! virtuoso raziocinio di chi si pretende in formato da sensi repubblicani!....

Ma ci si obbietterà, che Garibaldi non ha bruciato vigneti e possessioni, non ha mozzato orecchi, non ha mutilato cadaveri, come oggidì sventuratamente si osserva. Ebbene sarà questo appunto l’argomento sul quale c'intratterremo un momento di più, ad onta della brevità che ci siamo imposta.

Ed anzitutto e i faremo a notare, come quella tale classe di malfattori per professione; i quali trovansi seminati in tutti i paesi del globo, non si lascia sfuggire la propizia occasione di una guerra civile per dar libero sfogo alla sua turpe ferocia. Verificatasi nel Regno delle due Sicilie la reazione a mano armata, quei ribaldi si gettarono in campagna con la scusa di partecipare di un sentimento che per essi è secondario, e si danno invece alla perpetrazione dei loro malefici:

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Ma costoro non son mica da confondersi ed accomunarsi c puri reazionari politici, i quali rifuggono dal  enormità e brutture, e sono in vece persecutori più accaniti dei malandrini di professione, che del governo ¡stesso che combattono. In attesta della persecuzione dei puri reazionari contro coloro che commettono atrocità e grassazioni in campagna, pubblichiamo il seguente fatto, coi rispettivi documenti, il quale basterà da per se solo al nostro assunto, senza aver bisogno di ampliare quello libro colla pubblicazione di tanti altri fatti simili, che sono egualmente a nostra conoscenza. Il dì 30 Giugno per ordine del Generale  venivano, colle formalità di un consiglio di guerra, passati per le armi due individui a nome Antonio Teti l'uno, e Giuseppe Desiati l'altro.

Il seguente documento dirà il perché

COMANDO IN CAPO DEL GIUGNO

La banda comandala dal Capo Massa Antonio Teti, invece di stare collo scopo santissimo della difesa dei dritti usurpati al legittimo Sovrano, andava scorrendo la campagna, come dai reclami in iscritto ricevuti, lo faceva arrestare e disarmare l'intera massa, ed i due autori principali dietro regolare giudizio sono stati passati per le cioè Antonio Teti e Giuseppe Desiati; per carichi di furti consumati nei paesi nell'interno del come da  rinvenuti, tre polizze di Banco di S. Giacomo, un borderò di rendita delle Due Sicilie, orecchini, anelli, diverse monete, ricatti di 22 animali vaccini e viglietti d'inchiesta di denaro a taluni

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naturali di Morino in nome di sua Maestà il Re Francesco 2° con minacce di distruzione, di disubbidienza ai miei ordini con grave disprezzo, e per essersi sorpresa una corrispondenza segreta coll'altro Capo massa Chiavone, dalla quale leggevasi un combinato tra loro per commettere gravi attentati sulla mia persona e forza direttamente da me comandata, quindi convinti di essere traditori e ribelli.

Un tale esempio sia di lezione a tutte le forze che militano sotto la bandiera del legittimo Sovrano, quali non debbono che concorrere al e della causa e dei popoli travagliati dalle armi straniere e dalla rivoluzione, per meritarsi così la sovrana clemenza e compensi, mentre per quelli che si allontaneranno da questi principi d'onore, mio malgrado, sarò inesorabile a fargli contrare la stessa sorte dei sudetti due sciagurati.

Il Maresciallo di Campo

RAFFAELE TRISTANY.

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Da questo fatto, chiaro risulta, che i comandanti della reazione pura, sono i principali nemici ed i più inesorabili punitori dei malandrini che scortano le campagne per grassare e delinquere. Eppure, Tristany è chiamato egualmente brigante, corno Teti e Desiati, da lui fucilati perché difatto erano dei briganti!

Ma Dio buono, con quale logica puossi credere ed asserire, che individui i quali imprendono una guerra cotanto ardita

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come  quella delle reazioni politiche in campagna, per sostenere la quale è necessità assoluta lo aiuto delle popolazioni, alle quali si deve dimostrare con fatti provati, una  di pensare simile a quella dei martiri, potessero commettere enormità è brutture contro le stesse popolazioni, del cui appoggio hanno tanta necessità per mantenersi in campagna? Ma assolutamente non ci vuol meno che un'eccessiva sfrontatezza, una coscienza di cartapesta, ed una logica da somaro, per asserire queste corbellerie. Né vale alcun che la storia, che è la vera espressione della pubblica opinione, poiché ad onta della storia, si ripetono sempre le stesse assurdità!

Charret e Palafox furono chiamati briganti dai loro avversari politici: La storia in vece li à chiamati ed ha scritto pagine gloriose per essi.

Oggi, i Borjes, i Tristanv, i Castagna, i Lagrange, gli Alonzi, i Coja, i Mattei, i Conte, i De Riviere, i Massot, i Basile, e De Trazegnies, i Caretti, i Zimmerman, i Valenzuela, i Rodriquez Melendez, gli Alvarez, i Patti, i de Riman. i Bockelman, i Cappuccio, i Sammartino, i d'Amore, i Molini, i Patrizi, i Matteis, i i Rosser, i Rufat, i Schettino, i Frosard i Kalcreut, ed altri, son pur chiamati briganti dal governo e dal suo satellizio; vedremo cosa dirà la storia degli uni e degli altri, frattanto richiameremo l'attenzione del lettore sopra un fatto molto importante, sul quale ci dirimo premura di riandare per dimostrare che dell’epiteto di brigante, nel vero schifoso significato, vogliono essere fregiati coloro che così chiamano i loro avversari politici,

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anziché quelli che così vengono appellati da una invereconda consorteria governativa, e da una mano di illusi eh noi compiangiamo di vero cuore, perché essi si annunziano ingiusti, sol perché non si sanno dedicare al raziocinio logico e ponderato.

E diremo, che il famoso Fouché, il quale era fornito di tutte le differenti bandiere politiche per essere sempre pronto a sventolare quella del giorno, ricorse ad uno stratagemma per quanto iniquo, altrettanto ammirevole per la invenzione, affin di combattere con qualche successo le bande della Vandea capitanate dal Generale Charrette. Egli comprese, che per distruggere quel capitano, bisognava togliergli lo appoggio formidabile delle popolazioni, e per ottenere ciò, bisognava discreditarlo con fatti materiali nella opinione di coloro che secondavano le sue operazioni guerresche. Stabili adunque, di fare una specie di recitazione fra i più famigerati assassini, togliendone un gran numero dai luoghi di pena, e li lanciò nelle bande di Charrette, onde con la scusa di difendere in campagna la causa della legittimità, avessero avuto agio di dare libero corso ad una seguela di atrocità che dovevano discreditare Charrette in faccia ai suoi confratelli politici, i quali credendo  autore dì quei massacri e di quelle ruberie, avrebbero finito col non prestargli più il loro appoggio.

Il ritrovato di Fouché, consacrato nella storia, è piaciuto ai governanti e lo hanno imitato anch'essi; ma se il Fouché, tristo inventore di una cotanta

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raggiunse in qualche modo il suo intento, non così i vandali che governano oggi l’Italia, i quali hanno pestato l'acqua nel mortajo; imperocché le popolazioni napoletane hanno sc immediatamente la magagna, e se non si astengono di far capitare nelle mani della giustizia un iniquo grassatore, impediscono a tutta possa che un puro reazionario politico venisse sorpreso o battuto  sprovvista.

coscienza di essere perfettamente informati dei  riguardano il nostro paese, aggiungiamo la deliberazione di squarciare il velo che s'interpone al vero per ingannare la pubblica opinione,  questo faremo ad onta di tutte le barbare persecuzioni si usano contro chi ardisce pro  verità,  difendere i dritti proprii e del  proprio.

Nasca quello che sa nascere, bisogna assolutamente, che la storia non registri una pagina di calunnioso vituperio a carico delle vittime del più indegno dispotismo, e della più iniqua frode.

La politica reazione armata ed il brigantaggio nel napoletano, son due cose affatto diverse e distinte; entrambe però sono un effetto del nuovo ordine di cose in questo paese eminentemente legittimista, perché ha toccato colla mano ienza, che soltanto sotto il legittimo governo dei B egli ha goduto, quiete, ordine, tranquillità, leggi dotte ed eque, onoranza nazionale, indipendenza possibile ad uno stato secondario, ricchezza economica, prosperità commerciale, morale pubblica, dovizia generale. Eminentemente autonomista, perché comprende che la perdita della propria autonomia, gl'importa la perdita di ogni vantaggio materiale, e lo avvilisce moralmente: ogni napoletano, nascendo, impara un proverbio che ripete in ogn'istante della sua vita, ed è,  municipalista, perché è attaccatissimo ai suol usi, ai suoi costumi, alle sue tradizioni e perfino al suo idioma.

Il Napoletano si fa uccidere pel suo legittimo sovrano, e se si mostra neghittoso ed infingardo a difenderlo, fintanto che esso tiene ancora un piede nei suoi stati, ciò avviene, perché fida nella truppa regolare per la difesa del trono e dolio stato; ma diviene attivissimo ed instancabile durante Il suo esilio, perché ritiene che allora spetta a lui di guerreggiare per ricuperarlo. Né il terrore e le stragi, come né tampoco le blandizie e la generosità, valgono a fargli obliare il suo Re legittimo, o a far della necessità virtù per desistere dalle ostilità.

Uno sguardo alla storia passata, e si avrà la più lampante pruova della verità di questa assertiva.

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Nel 1799, il partito utopista unito al settario, obbligarono Ferdinando I.° di Borbone, ad abbandonare il regno, ed imposero la repubblica. Brigantaggio e reazione subito in campo, che cessarono appena la repubblica fu soppressa e quel sovrano ritornò nel napoletano.

Nel 1806, il fortunato despota europeo, cacciò di nuovo Ferdinando I.° da Napoli, e mise su questo trono suo fratello Giuseppe. Ed ecco nuovamente in campo la più accanita reazione ed il più tremendo brigantaggio, che per le sevizie imposte da quello snaturato, maggiormente infierirono in danno dei poveri soldati francesi, che finirono coll'avvilirsi.

Lasciato da Giuseppe Bonaparte, il trono di Napoli fu occupato da Gioacchino Murat, e le blandizie e la generosità di questi, poterono soltanto ottenere qualche tregua, ma pace completa, ed oblio del legittimo Sovrano non l'ottenne mai; e bastò un momento favorevole e la spinta di un Prelato per far sollevare il popolo in massa, contro del Re francese ed in favore del Re napoletano, dopo nientedimeno che dieci anni di assenza Gioacchino fuggì da Napoli imprecato, e sua moglie fu fischiata e beffeggiata nel porto di Napoli, comunque non avessero avuto altra colpa che quella di aver generosamente regnato in Napoli. Ma non pertanto. essi erano rei della colpa di aver occupato il trono dei Borboni, e pei napoletani, è un delitto che non si perdona. Ferdinando I.° ritornò in Napoli, e reazione e brigantaggio si dileguarono.

Nel 1815, Gioacchino Murat, fidando sulla clemenza e sulla generosità con cui aveva regnato in Napoli, credette di poter sollevare i napoletani in suo favore, e riconquistare il perduto trono; ed i napoletani calabresi invece lo prendono e Io consegnano alla giustizia. Intesero la sua fucilazione e non si commossero.

Nel 1820, il solito partito settario tentò di rovesciare ancora una volta il trono dei Borboni. La reazione ed il brigantaggio prostrarono il partito rivoluzionario, ed aiutarono gli austriaci a rimettere il Re sul suo trono di Napoli.

Nel 18, i fratelli Bandiera istigati da Mazzini sbarcarono in Calabria con una mano di avventurieri come loro,

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per isconvolgere l'ordine pubblico e rovesciare il trono dei Borboni. I contadini e le guardie urbane condotti da cittadini gentiluomini, li accopparono e facilitarono la loro cattura; quindi assisterono al loro supplizio.

Questa che finora abbiamo accennata a volo d'uccello, è storia antica che ognuno può riscontrare. Venghiamo ora alla contemporaneità.

La rivoluzione del 1848 fu seguita da una reazione in campagna, formata dai compromessi politici, e da un brigantaggio organizzato dai malviventi delle Calabrie, messi dai rivoluzionavi in libertà dalle prigioni in cui erano contenuti ma il governo facilmente localizzò e disperse quella reazione e quel brigantaggio, con Io ajuto delle popolazioni che spontanee si prestarono a far emigrare o catturare gli uni e gli altri. E questo, perché tanto la reazione quanto il brigantaggio, non servivano in favore del governo legittimo rimastoma invece gli nuocevano.

Nel 1856, il famoso Bentivegna inalberava la bandiera,  presso Palermo per ribellare la Sicilia. Fu assalito dai al grido di e fu spento a malgrado le navi da guerra francesi ed inglesi, che volteggiavano presso la costa, per appoggiare la provocata rivoluzione.

Nel 1857 Cado Pesacane con alcuni suoi compagni sbarcò tentare il rovesciamento del trono legittimo. Le popolazioni del Cilento diedero addosso a quei matti, e con ,  e bastoni, li cacciarono come lupi. Pesacane con un di archibugio al primo scontro che ebbe con la guardie urbane che andarono ad incontrarlo, ed i suoi compagni di ventura, malconci da' villici, furono consegnati alla truppa che non ebbe bisogno neppure di sparare il fucile.

Nel 1858, la setta arrivò ad infanatichire Agesilao Milano, e lo convertì in un regicida.

Il colpo falli; Milano ascese il patibolo, ed una calca immensa di popolo, accorge a sollazzarsi in quello spettacolo, per maledire allo attentator dei giorni del suo legittimo Sovrano. Quindi passò nella regia, e non si tranquillizzò, se non quando personalmente si rassicurò del benessere del suo Re.

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Nell'Agosto del 1860, il regno di Napoli non contava che qualche ladruncolo; ma di masnadieri era affatto sgombro;la stessa Sila, perenne ricettacolo di assassini, si poteva liberamente percorrere senza tema d'incontrarne.

Nel settembre dello stesso anno, cioè appena dopo l'entrata di Garibaldi in Napoli, principiarono a farsi sentire le prime bande reazionarie, e le prime comitive brigantesche in tutti i punti del continente (1).

Dopo la istallazione del governo piemontese nella capitale, le bande reazionarie crebbero, e crebbero ancor di più quando illegittimo Sovrano Francesco II° lasciò interamente il regno; e nel 1861, reazionari e briganti aumentarono: Nel 1862 aumentarono ed incrudelirono; nel 1863 peggio ancora; nel 1864 lo stesso; nel 1865 si sa a che se ne sta. Fucilazioni in massa; incendio di paesi intieri;affamazioni; assetazioni; atrocità di ogni specie; legge Pica, non hanno valuto ad altro, che a rendere più recrudescente la reazione ed il brigantaggio. Si ha voglia di predicare dalla setta, che il Papa e Re Francesco II° attivano il brigantaggio in Napoli, e che se si mandassero via da Roma, cesserebbe reazione e brigantaggio. Menzogna settaria, per ingannare la pubblica opinione. Se ci fosse permesso, manderemmo il Re Francesco II° nelle Antille ed il Papa in Gerusalemme per un anno, e se la reazione ed il brigantaggio non decuplerebbero immediatamente dopo la loro partenza da Roma, vorremmo perdere la testa sul patibolo.

(1) La reazione nel napoletano fu pura spontanea e generale nella sua nascita, e pruova ne sia il proclama del Cialdini alla sua entrata nel renio, col quale sentenziò la pena di morte colla fucilazione, per tutti coloro che ardivano di reagire armata mano alla sua invasione.

È indubitato che la proclamazione di quell'orribile editto, selvaggiamente contrario al diritto delle genti, segnò l'infamia sulla fronte del suo autore, e comunque il Cialdini avesse con una vita nomada, pietrificata la sua sinteresi, pure avrebbe sicuramente evitato di dare quell'altro infamante documento alla civiltà umana, se non vi fosse stato costretto dal duro dilemma, di vergognosamente ripiegare innanzi all'urto della generale reazione, o di assumere l'iniqua parte di un Abderamo, che egli stoltamente, quanto protervamente preferì.

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E' varo che Francesco è la causa della reazione e del brigantaggio;, ma non perché li attiva da Roma, sibbene perché ardisce di non istare sul suo trono in Napoli, cosa che i napoletani non permettono, e perciò vanno in bestia. Né ci costerà molta fatica il dimostrarlo, e lo faremo.

Perché una barala scorritrice, possa reggere in campagna, ha bisogno di tutto lo appoggio dei paesi o città presso  quali si aggira, altrimenti non può mantenersi al di là di qualche mese.

Garibaldi negli stati Romani il 1849 fu ridotto & lui solo dopo un mese appena.

I Bandiera dopo 4 giorni furono catturati con tutti i loro compagni.

Bentivegna o Pesacane furono distrutti in due giorni.

bande reazionarie in vece, stanno in campagna da cinque anni in tutto il continente napoletano, senza che ottanta mila uomini di truppa, avessero potuto distruggerle, anzi sono stati essi decim: dunque è chiaro che tali bande sono sorrette, agevolate e sostenute da tutti i paesi e le città del continente istesso.

Or, ammattendo puro che il Re Francesco II° ed il Santo Padre, organizzassero in Roma battaglioni di reazionarie di briganti, e li mandassero nel continente napoletano, quanto tempo potrebbero reggersi in campagna, se le popolazioni lì osteggiassero insieme alla truppa? Si dovrebbero vedere almeno dei palloni aerostatici scendere dalle nuvole provenienti da Roma, che portassero continuamente, viveri, denari  munizioni da guerra di rimpiazzo. E poi, per tenere in piedi per cinque anni una così estesa e numerosa reazione come quella che esiste nel napoletano, vi occorrono uomini indeterminati, tanto per formare le file della reazione armata, come per rimpiazzare tutti quelli che il governo asserisce di uccidere, arrestare e scorticare. Or, se i napoletani non si prestano ad aiutare i reazionari, tanto meno andrebbero sino a Roma per arruolarsi come agenti principali della reazione, lo che importerebbe che le file di essa dovrebbero essere riempite intieramente da stranieri.

Ma com'è che sentiamo sempre nomi napoletani nelle bande di cui si parla? Dunque non sono i pochi stranieri soltanto che mantengono viva e vigorosa la reazione;

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ma sono i napoletani più audaci che prendono il fucile per combattere l'attuale governo, sorretti ed aiutati da quasi tutti gli altri napoletani, che per una qualunque ragione non possono prendere anch'essi il fucile; ma che non meno dei primi, avversano, inceppano ecombattono l'attuale setta elevata a governo. L'avversano niegandole la forza morale di cui ogni governo ha il principale bisogno, per l'equilibrio finanziario, per la tutela dell'ordine pubblico, per costituire il proprio credito, e finalmente per ¡stabilire solidamente la propria esistenza. L'inceppano colla più completa astensione da tutto ciò che ha rapporto con atti governativi. E indubitato che il primo atto di qualunque governante è un proclama con cui promette felicità, e chiede il concorso di tutti i suoi amministrati pel libero e speditivo esercizio del l'amministrazione: ciò dimostra, che qualunque governo non basta da per se solo a se medesimo, ed ha bisogno dell'appoggio e del concorso di tutti o almeno della maggior parte dei cittadini, oltre del servizio che gli si presta dai suoi agenti assoldati. Ora, appunto per la conoscenza di un tal bisogno per parte dei governo, i napoletani generalmente, ed in particolare lo non picciol numero degli uomini cospicui, per ingegno, per dottrina, per onestà e per popolarità, guardano sogghignando le convulsioni di questo aborto che si chiama governo italiano, e che disperatamente si dibatte contro le terribili onde che minacciano d'inghiottirlo da un'istante all’altro, senza che alcun ili loro gli stenda una mano soccorritrice e valida a salvarlo. La combattono finalmente, prestando potentemente alla reazione armata, quell'aiuto e quel soccorso che niegano al governo, perché oltre alla sua esoticità, esso trae origine da un sodalizio settario, cui non si associa giammai l'uomo di retto cuore; imperocché, governare, vale ed importa moderare l'umana associazione a vantaggio dei più, secondo gli eterni principi della giustizia e della ragione, e far setta, vale ed importa, imporre ai più, le opinioni, le volontà, le passioni dei pochi, cioè sragionare, scapestrare sovente, sgovernar sempre. Lo confessa lo stesso settario Carlo Farini nel suo primo libro dello 1815 1850

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Dimostrato che la reazione armata, cui non ispetta il nome di brigantaggio, è la espressione dei napoletani contro l'attuale governativa, che ha rovesciato il trono del legittimo principe in Napoli, passeremo a dimostrare ilma il debito dei napoletani di inflessibil contro il giogo che si è loro imposto, e poscia fina dimostreremo, che l'attuale governo, ha aperta,e dilatata la funesta piaga, cui compete davvero il brigantaggio.

L'entrare armata mano in un territorio straniero senza l'assentimento dei suoi abitantiè per se medesimo un atto contrario alle massime fondamentali ddelle genti, sia qualunque l’intenzione che accompagna quell'atto.

La violazione dei patti e delle condizioni con cui una città o provincia siasi data ad un altro stato, rompe radicalmente il trattato in favore di quello  patì la violazione, o lo abilita pei principii del diritto pubblico delle genti ammesso da tutte le nazioni incivilite ragione ai suoi primi diritti, ad al precedentelibertà e indipendenza, come se

E non entrò forse armata mano nel napoletano il governo piemontese nel 1360?

Il plebiscito del 21 Ottobre non lo giustifica punto né poco; poiché, per esser legale, il plebiscito bisognava farsi pria che un soldato solo piemontese avesse varcato la frontiera napoletana: essendosi fatto sotto la pressione dalle baionette piemontesi già esistenti nella capitale ed in quasi tutto il regno, e sotto la pressione di un diluvio di carabinieri piemontesi che coadiuvarono i quella dei pugnali dei settarii coi quali si estorsero le migliaia  diesso si manifesta da se stesso coartato e non è di scusante alla violenza usata dal governo piemontese.stesso già cennato Carlo Farini.

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E non vale a scusarla neppure la sfacciata improntitudine, che il governo sardo permise l'occupazione di Napoli per sottrarre questa città dall'anarchia in cui era piombata per causa della rivoluzione e per lo allontanamento del Re e della truppa, poiché anarchia di sorta alcuna non si è mai verificata durante il governo dittatoriale di Garibaldi. Napoli non fu meno tranquilla allora, di quello che lo era stata sotto il passato impero, perché i napoletani valutarono appieno il sacrifizio che il Re aveva fatto di lasciare la capitale dei suoi stati per evitar la guerra nelle sue mura, e compresero, che la lotta fra il governo e la rivoluzione, si decideva sui campi del Volturno e del Garigliano. I napoletani fidavano nella loro truppa disciplinata, ed aspettavano calmi e tranquilli l'esito di quella lotta fra l'Esercito e la rivoluzione, e non dubitavano dell'esito favorevole al primo. Sorpresi dalle armi straniere mentre l'Esercito napoletano guadagnava terreno morale sulla rivoluzione, furono cacciati innanzi alle urne del chiamato plebiscito, coi pugnali della setta sostenuti dalle bajonette piemontesi. Dov'è dunque l'anarchia che il governo sardo venne a sedare in Napoli? Ci si citi un fatto solo che potesse documentare la voluta anarchia, e ci daremo per vinti. E se pur si volesse prestare qualche credito a tanta filantropia, quale anarchia andò a sedare l’Esercito piemontese, allorché coadiuvato dal tradimento, venne senz'alcuna dichiarazione di guerra dagli Abruzzi a sorprendere alle spalle l’Esercito napoletano, che vantaggiosamente stancava, più che batteva la rivoluzione, la quale da esso Esercito, tuttoché provocato sino all'impazienza, era trattata con umanità e dolcezza?

E nettampoco la violenza del governo sardo può essere scusata dalla menzogniera sua asserzione di essere stato chiamato dai napoletani, e però accorse; imperocché, se pure il partito settario fece delle pratiche simili, era indispensabile ad un governo dignitoso e morale, e non settario, di fermarsi alla frontiera dello stato napoletano, e da ivi spedire qualche Commissario di fiducia che avesse sotto gli occhi del consolato estero, in mancanza del ministero straniero, che non esisteva, provocato un plebiscito spontaneo e leale per assicurarsi, se la domanda ricevuta, era stata fatta per volontà nazionale,

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o per maneggio di partito, e quando un plebiscito spontaneo e leale lo avrebbe rassicurato sulla volontà nazionale, allora avrebbe avuto il diritto di varcar la frontiera di uno stato amico. Ma le truppe piemontesi erano in tutto il regno,  tempo prima del plebiscito, dunque il governo Sardo avea congiurato con la setta, di sorprendere ed invadere armata mano il continente napoletano. Sfidiamo ogni  di senno e morale, che possa confutarci.

Or se chiaro ed evidente risulta, che il governo sardo armata mano nel napoletano, senza l'assentimento dei suoi abitanti, e commise perciò un atto con alle massime fondamentali del gius delle genti,  è ingiusta la reazione dei napoletani rimasti offesi o nell'onor loro dalla vigliacca prepotenza del  sardo?

E chi è la cagione potissima di questa reazione? Esisterebbe essa, se il governo sardo non avesse commesso quest'iniqua violazione al diritto delle genti napoletane?....

Una seconda violazione, un'altra violenza non si è e forse, immediatamente dopo quello, per quanto sleale e coartato, altrettanto insano plebiscito? fu quello o no, un patto contratto coi napoletani ai quali si fé col terrorismo chinar la testa al duro novello giogo, pro loro la unificazione dell’intera Italia?

Noi vogliamo esser fino generosi a concedere, che attese le speciali circostanze aderenti e concorrenti, bisognava pazientare qualche anno per potersi giungere alla realizzazione di questa promessa. Ma pria di tutto, ciò non vuol dir certo che dopo cinque anni di stenti e di sagrifizi, venga fuori la officiale realtà, che quella promessa fu fatta per viemeglio ingannarci; fu fatta per rendere più agevole la coartazione e la violenza che ci si è fatta patire. E poi, era necessità di patto stipulato, quella di principiare una verace e non effimera unificazione delle provincie già unite.

Il Regno di Sardegna, doveva totalmente sparire, coma si è fatta sparire ogni vestigie del Regno delle due Sicilie. Perfino il Re di Sardegna doveva scomparire, per comparirò il Re d’Italia. Ma noi in vece, abbiamo un Re Vittorio Emanuele secondo per Re d'Italia, senza che il Regno d'Italia avesse avuto mai alcun Re chiamato Vittorio Emanuele primo.

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Noi abbiamo uno statuto sardo, e non uno statuto Italiano, per la costituzione del Regno d'Italia,

Noi abbiamo la bandiera sarda, imposta alle provincie unite e non già una bandiera italiana. A noi sono state imposte le leggi piemontesi, i codici piemontesi, le ordinanze militari piemontesi, gli uniformi militari e civili piemontesi, le abitudini piemontesi, il vitto piemontese, l'orario piemontese, gli uomini ed anche le donne piemontesi (nelle amministrazioni e negli stabilimenti tutti) le volontà piemontesi, la favella piemontese, e finalmente anche l’apostasia, che se non è vizio piemontese, è certamente un infame importazione del nuovo ordine di cose creato dal corrottissimo governo piemontese. Ma dunquechiaro ed è evidente ancora, che il governo piemontese ha la stolta pretensione di supporci da lui conquistati, e però suoi schiavi, anziché riguardarci come uniti per effetto di un patto, che esso ha pria fraudolentemente stimolato, e poscia ha slealmente violato. Ma la, e. Ed appunto per questo i napoletani perpetrano la più vigorosa reazione. Ma di chi la colpa di questa reazione? Dei napoletani che hanno patito la violazione, o di chi ha pravamente violato il patto?...

III.

Il governo clic oggi s'impone in Italia, ha creato, inacerbito e dilatato il brigantaggio.

Ma la disamina della condotta che esso governo ha tenuta nel Napoletane, non dà forse la convinzione della giustizia di  carico? Fu desso, ben replicate volte prevenuto, che la sua maniera di procedere verso i napoletani avrebbe provocato in vaste proporzioni questa funesta piaga distruggitrice, alla quale non concediamo certo una parola di plauso.

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Ma obbligati di entrar nel merito intrinseca di ogni malanno che ci percuote, non possiamo esentarci dal trovare nel brigantaggio sanguinario e feroce, l'effetto del mai governo che n'è la causa; conciossiacché, essendo la vendetta umana l'effetto di una causa, il tristo prodotto della vendetta, è imputabile alla causa, più che all'effetto che lo partorisce. Gli uomini che da cinque anni sgovernano questo infelice paese che si chiama Italia meridionale, non dovevano, come non potevano ignorare che l'uomo messo alla disperazione, si rivolta sicuramente contro colui che lo fa disperare, e se quest'uomo è un essere incolto e materiale, esso si rivolta contro l'umanità in generale alla quale attribuisce la causa dei suoi malanni, e contro di essa stupidamente rivolge la sua vendetta, senza andar rintracciando i suoi veri persecutori, perché non Io saprebbe fare a causa della sua ignoranza.

Il Napoletano è di fondo buono, ma nel tempo stesso è fornito di quella suscettibilità che è attribuito di tutti i popoli meridionali, e quando questa viene ad essere eccitata al punto di esaltamento della sua fantasia, egli diventa facilmente feroce se il cuore non è stato rammollito ila una sufficiente dose di coltivazione spirituale.

Il napoletano è geloso oltremisura di tutto quello che crede gli appartenga, sia materialmente, sia tradizionalmente. Esso è geloso dei suoi costumi della sua storia, delle sue feste, della sua favella, delle sue abitudini, delle sue relazioni, delle sue vittorie, e perfino delle sue sconfitte, egualmente come lo è della moglie, dei figli e della proprietà.

Or, il governo piemontese ha attaccato prepotentemente di punto in bianco tutte queste nostre pertinenze, peggio di quello che avrebbe fatto se ci avesse conquistato. Doveva forzosamente derivarne odio e sete di vendetta per parte dei conculcati; se non che, la classe ingentilita si vendica nobilmente, e rivolge la sua vendetta sol contro i veri autori dei torti che soffre, e la classe rozza in vece si vendica rozzamente e ferocemente, estendendo il suo odio contro tutto il genereDa ciò proviene l'aggressione del masnadiero contro tutti coloro che gli capitano d'innanzi, i quali vengono martirizzati, spogliati e perfino mutilati per sete di feroce vendetta.

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Il governo, lungi dal riconoscere nelle sue pratiche la causa di tali escandescenze, e prevenirle e mitigarle col desistere dall'opprimere e dallo ammiserire Io popolazioni, ha voluto protervamente trovare il rimedio nell'opporre ferocia a ferocia, vendetta a vendetta; di tal che si è verificato fin dal primo anno di vita di questo voluto Regno d'Italia, una deplorabile anarchia, vera e positiva, promossa da quelli stessi, che per giustificare con una vile menzogna l'invasione nel regno di Napoli, dissero di averlo fatto per sedare un'anarchia, che punto allora non esisteva. Ovunque Io sguardo si volge d'intorno a questo edificio eretto nel 1860 nel napoletano, non si osserva che scempiaggine e persecuzione, per parte dei governo e dei suoi satelliti, le quali cose hanno partorito un aumento di malandrini non solo, ma una recrudescenza di ferocia deplorabilissima.

Noi crediamo che questo breve ragionamento, basti perché ogni raziocinio umano, limitato che fosse, comprenda e convenga con noi, che la causa principale degli scempi che si perpetrano nelle nostre campagne, è la condotta dell'attuale governo; ma se qualcuno non avesse potuto ben comprenderci, perché non siamo troppo felici a spiegarci, richiameremo la sua convinzione, facendogli marcare che pria del settembre 1860, il napoletano non aveva di questi flagelli, e dopo il cataclisma li ha avuto con sempre crescente recrudescenza, e la causa non ista nei Re Francesco II.° e nel Santo Padre che li provocano; stupido e discreditato ritrovato dei settari, ripetuto dagl'imbecilli; ma sta in che sotto il passato governo, i nostri costumi, le nostre abitudini, i nostri privilegi erano rispettati, ed oggi son condannati: Sotto il passato governo i nostri interessi erano curati ed oggi sono bistrattati: Sotto il passato governo le nostre tradizioni erano conservate, ed oggi sono calpestate: Sotto il passato governo la nostra avita religione cattolica era venerata, ed oggi è contaminata: Sotto il passato governo le nostre donne ed i nostri figli non venivano scandalizzati dell'immorale pubblica esposizione di laide e nauseante oscenità, ed oggi, bisogna che fossero estremamente virtuosi pur non soggiacere alla malefica influenza della più sfacciata immoralità:

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Sotto il passato governo era sacro il pudore delle donzelle, ed oggi in vece si promuove la prostituzione delle giovinette: Sotto il passato governo si cercava di mantener sempre in vigore la bella massima,  nonod oggi si promuove dal governo la più schifosa e stucchevole depravazione, colla tolleranza della pubblica scostumatezza, colla protezione al furto, colla persecuzione all'onestà, colla premiazione al fellonismo, colla compiacenza a tutto ciò che è immorale: Sotto il passato governo s'insegnava alla gioventù la scienza e la morale, ed oggi le s'insegna l'ateismo e la prostituzione: Sotto il passato governo le cattedre delle nostre università erano occupate da onesti scienziati, ed oggi sono occupate da nullità apostate ed immorali (salva qualche eccezione): Sotto il passato governo avevamo un'accademia di scienziati sommi, chiamata Società Reale Borbonica, ed oggi tutti quelli scienziati han dovuto cedere il posto a chi conosce soltanto la scienza del settario cospiratore. Checché si dica dai declamatori settari o dagl'illusi dai settari, i quali pretendono di giustificare le loro calunnie contro il governo passato, citando taluni esseri depravati che non mancano giammai ovunque, il governo passato nell'assorbente generale si affaticava ad ingentilire ed a nobilitare, mentre oggi si fatiga per corrompere e depravare, perché il governo attuale trae origine da un sodalizio che di per se stesso significa corruzione e depravazione.

Sotto il governo passato, la nostra proprietà era sacra, ed oggi è al demanio dei governanti: Sotto il passato governo non mancava a nessuno il pane quotidiano, ed oggi spessissimo manca la sussistenza all'uomo onesto, per la iniqua ingordiggia della consorteria governativa: Sotto il passato governo avevamo a chi reclamare per un torto sofferto, e presto o tardi ci veniva resa giustizia, ed oggi non solo non abbiamo a chi reclamare delle proditorie persecuzioni, vessazioni ed estorsioni che ci si usano, ma i lamenti delle vittime di tali afflizioni, son soffocati colla carcerazione, coll'esilio e talvolta colla morte: Sotto il passato governo le prigioni stavano pei malviventi pei facinorosi, ed oggi migliaia e migliaia di uomini d'onore perché non professano sentimenti settari, gemono nelle prigioni 9 confusi coi malviventi e coi facinorosi:

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Sotto il passato governo il prigioniero era sacro; e può fame fede il Poerio e suoi compagni di setta, ed oggi il detenuto è alla piena discrezione di un agozzino carceriere, o di un soldato che lo spara perché si appressa alla cancella della sua prigione per respirare un poco d'aria pura, per vedere da lungi un suo congiunto: Sotto il passato governo il prigioniero era riguardato come un uomo, e non gli mancava mica nulla che ad un uomo è necessario, ed oggi è riguardato come una mercanzia da scarto, a cui si nega perfino l’aria sana e la salubrità delle abitazioni: Sotto il passato governo il danaro che si guadagnava col sudore delle proprie fatighe serviva pei bisogni di chi se lo guadagnava, ed oggi serve per versarne la metà nelle casse dello stato beneficio dei ministri e dei minestratori che comprano proprietà all'estero: Sotto il passato governo si profittava covertamente, ed oggi si ruba colla impudenza di cui la società ha avuto il ristucchevole spettacolo in tanti differenti modi? Sotto il passato governo l'onesto e pacifico cittadino poteva dormir tranquillo sulla coscienza della propria onestà, ed oggi nessun cittadino può garentire di non esser colpito dalla legge dei sospetti che si chiama legge Pica: Sotto il passato governo non vi era la immorale legge degli ostaggi, ed oggi l'abbiamo: Sotto il passato governo non s'imprigionavano donzelle e fanciulli, ed oggi si prostituiscono, e si abrutiscono nelle prigioni, donzelle e fanciullini di sette anni, per renderli mallevadori dei genitori o dei fratelli che si sottraggono alla carcerazione o alla reclutazione: Sotto il passato governo si puniva il delitto, ed oggi s'infierisce contro l'uomo. Sotto il passato governo si studiava il modo come prevenire il delitto, e poscia si pensava alla pena, ed oggi un solo è lo studio, quello di stabilir la pena della vendetta; Sotto il passato governo bisognava esser convinto colpevole per toccare la perdita del pane acquistato con una carriera, ed oggi si va all'elemosina senz'alcun peccato veniale; ma sol perché al governo così piace: Sotto il passato governo si dava impiego a tutti coloro che erano nati per saper fare soltanto l'impiegato, ed oggi si mandano all'elemosina migliaia e migliaia di vecchi impiegati che non possono altrimenti guadagnarsi il pane per essi e per le loro famiglie;

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Sotto il passato governo si aveva cura speciale per l'indigenza e la povertà che si soccorrevano, ed oggi 41 governo spoglia e maltratta perfino il povero e l'indigente, lo storpio, il cieco e l’impotente, cacciandoli dal pacifico loro asilo per impadronirsi di ciò chela carità dei benefattori aveva loro assegnato: Sotto il passato governo la pena di morte era praticamente abolita pei grandi colpevoli, ed oggi che teorica«mente si finge abolita, si uccidono perfino gl'innocenti: Sotto il passato governo non si accordava la facoltà di un sulla vita degli uomini neppure ad un generale, ed oggi anche un basso uffiziale può fucilare un individuo: Sotto il passato governo, fra tanti cospiratori armali contro lo stato e la persona del Re, il solo Agesilao Milano fu spento, ed oggi meglio di 12 mila sventurati creduti cospiratori armati contro lo stato, sono stati passati per le armi in pochi anni: Sotto il passato so verno, raramente si esiliavano donne è fanciulli per reati politici., ed oggi non solo si esiliano a stormi, ma si fucilano ancora: Sotto il passato governo non s'incendiavano paesi intieri perché ad esso ostili, ed oggi a diecine si son circuiti e poscia si son dati alle fiamme dannando a disperata morte, innocenti fanciulli, donne e vecchi: Sotto il passato governo non si assetavano le popolazioni per farsi consegnare un renitente di leva, ed oggi si fa: Sotto il passato governo la recluta di leva era trattata con la nobiltà militare, ed oggi si tratta con la durezza dell'aguzzinismo: Sotto il passato governo avevamo una polizia, ed oggi abbiamo il Sant'Uffizio: Sotto il passato governo avevamo leggi, ed oggi abbiamo coercizioni: Sotto il passato governo avevamo celebrità all'amministrazione della giustizia a quella delle Finanze etc. etc., ed oggi la giustizia starebbe nelle medesime deplorevoli condizioni in cui è ridotta la finanza, se per grazia speciale della provvidenza, fra i togati non vi fossero rimasti alcuni dei nostri magistrati di vecchia stampa: Sotto il passato governo non si aveva idea di sevizie sul corpo umano, ed oggi si martirizzano i sordomuti usciti in leva con 154 impressioni di fuoco: Sotto il passato governo si puniva chi abusava del proprio potere, ed oggi si premia:

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Sotto il passato governo avevamo autorità dignitose ed imponenti, ed oggi abbiamo burattini e saltimbanchi che nel mentre ci opprimono coi loro abusi, ci ristuccano con le loro ridicolezze: Sotto il passato governo non pativamo insulti nazionali, ed oggi siamo chiamati barbari, da villani subalpini settari, che abusano del potere malamente ad essi affidato, e pretenderebbero che tacessimo: Sotto il passato governo non si uccidevano i rei, ed oggi cinicamente da un Ministro, in pubblico parlamento si schernisce la morte di un innocente, : Sotto il passato governo non eravamo venduti allo straniero, per come oggi io siamo: Sotto il passato governo eravamo fieri della nostra nazionalità napoletana, e l'attuale governo ci fa vergognare oggi di essere italiani: Sotto il passato governo eravamo una nazione ricca, ed oggi siamo uno stato fallito: Sotto il passato governo consigli provinciali godevano libertà, ed oggi essi sono gli schiavi del governo: Sotto il passato governo il danaro por le opere pubbliche si spendeva all'oggetto fissato, ed oggi invece va nei forzieri particolari di ingordi governanti, e le opere pubbliche non procedono che a lunghissimi intervalli ed a passi di formica: Sotto il passato governo s'instituiva, ed oggi si distrugge: Sotto il passato governo la forza pubblica era infrenata da una ferrea disciplina, ed oggi essa commette eccessi inauditi, e nessuno se ne briga: Sotto il passato governo per qualsivoglia ragione non s'interrompeva il corso alla giustizia penale, ed oggi a discapito degl'innocenti che languiscono nelle carceri, s'interrompe il corso alla giustizia per non far ammuovere dall'esilio i condannati a domicilio coatto i quali dovrebbero comparire in tribunale: Sotto il passato governo le autorità non si mettevano al caso di essere insultate, perché con un severo contegno e con una irreprensibile condotta prevenivano il corruccio o il risentimento altrui, ed oggi taluni dei novelli magistrati, per le loro burattinate, si fan perfino dare delle sciabolate dai sbarbatelli: Sotto il passato governo non si suicidavano padri di famiglia perché dannati dal governo alla miseria, ed oggi questo spettacolo si verifica in petto ai miseri impiegati che son mandati all'elemosina:

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Sotto il passato governo, la pubblica ricchezza si aumentava sempre con una prudente economia, ed oggi essa è sperperata e dilapidata: Sotto il passato governo i sacri templi erano venerati, ed oggi si convertono in pubbliche officine e peggio: Sotto il passato governo i sacri chiostri erano scrupolosamente rispettati, ed oggi indifferentemente si violano, e s'invertono in bolge di prostituzione ed in osceni teatri: Sotto il passato governo, i teatri servivano per istruire e dilettare il pubblico, ed oggi servono per demoralizzarlb con delle ristucchevoli rappresentazioni offensive alla religione ed alla stessa divinità: Sotto il passato governo gli oggetti d'arte erano scrupolosamente custoditi, ed oggi s'involano, si sciupano e si distruggono: Sotto il passato governo i pensionisti e gl'impiegati dello stato erano pagati con ¡scrupolosa puntualità, e con quella eleganza inerente alla dignità di un gentiluomo, ed oggi non solo sono pagati a mo dei pitocchi, non solo sono trattati con la culatta del fucile dai soldati, non solo sono malmenati dai carabinieri; ma sono defraudati di intiere annate: Sotto il passato governo, le leggi, i decreti etc., avevano vigore dal giorno della data, ed oggi hanno spesso vigore retroattivo in danno degl'interessati (1).

Ma son queste le cagioni che producono la reazione ed il brigantaggio, non già le pratiche di re Francesco e del Papa, per come si strombazza.

Né la, lunga lista dei mali da noi enarrati, ai quali oh quanti altri se ne dovrebbero aggiungere, e che tralasciamo per brevità, son da noi improvvisati, poiché la provvidenza divina ha voluto, che oltre alla pubblicazione di essi, fatta dalla pubblica stampa di tutti i colori, sono stati confessati

(1) Questo lungo paragone però non significa ponto che il passato governo era perfetto, poiché esso poteva esser migliore. Ma per Dio! rispetto all'attuale, era qualche cosa di divino e la pruova inoppugnabile la presentiamo nella considerazione, che, il governo passato era avversato da una mano di gente soltanto, e contentava la generalità, mentre l'attuale è odiato ed avversato dalla generalità; puntellato soltanto da una mano di gente a lui venduta; malamente difeso da qualche illuso; elogiato da nessuno.

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dagli stessi deputati nel parlamento in Torino, tuttoché la Camera attuale fosse consorzerà del governo sui 99|100.

Adunque, da questa dimostrazione chiaro emerge, che molti uomini, pressati dalla miseria, dalla fame, dalia minaccia dell'esilio, dalla conculcazione di ciò che gli è caro, finisce col procurarsi un fucile per andare ad ingrossare le file della reazione; ma spesso qualcuno di men delicato sentire, devia, e raggiunge le file del brigantaggio invece, dove ha più latitudine di sfogare la sua ardente sete di vendetta contro il genere umano civile, a cui egli addebita la sua disperazione. E guai a colui che capita nelle mani di questi esseri avvelenati, viene inesorabilmente sagrificato alla più feroce vendetta. Che questa gente nutra anch'essa il sentimento politico del reazionario puro; in quanto ad avversione al governo attuale, è indubitato, ma questo sentimento diviene secondario per essa, tostoché si è messa in contatto coi masnadieri di professione che profanano coi loro ladronecci e con le loro grassazioni, la condotta intemerata dei reazionari puri.

Ai governanti giova fare di tutti un fascio, e chiamarli indistintamente col nome di briganti: facciano pure il commodo loro a piacere, ché le loro imputazioni non danno ne tolgono nulla a chicchessia: Che i loro satelliti pagati, ripetano le stesse improntitudini dei loro padroni, la troviamo la cosa più naturale del mondo. Ma che siano ripe tote, o scioccamente, o malignamente da coloro che hanno la convinzione, che se in Italia vi sono briganti grassatori di professione, i veri matricolati sono i governanti di questo Regno figlio di un iniquo connubio fra un sodalizio settario d'associazione dei servitori tutti i governi e di tutti i partiti: Che le stesse improntitudini fossero ripetute da chi altra volta è stato colpito dalla stessa calunniosa imputazione, è cosa che addolora, perché si ha fa pruova evidente, che costoro, o sono enormemente stupidi, o eccessivamente protervi!....

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IV.

Deliberati a trattar questo soggetto; con la maggior chiarezza che ci è possibile, per trarre la pubblica opinione europea dall'inganno in cui vive, ci è forza dì dare talune altre spiegazioni all'uopo necessarie. E diremo, che ciò che si appella col vocabolo di brigantaggio, bisogna ripartirlo in tre classi, cioè: reazionari puramente politici, reazionari briganti, e masnadieri grassatori. Queste due ultime classi si avvicinano abbastanza in fatto di condotta campestre, ma un abisso immenso li separa dai reazionari puri. Daremo contezza delle pratiche rispettive di ognuna di queste classi.

I legittimisti onesti, i quali sono invasi dal nobile sentimento di onestamente difendere, in un moda qualunque il diritto conculcato ed offeso dalla frode e dal tradimento, hanno la norma di attendere al loro scopo senza mai commettere un'azione che deturpasse la nobiltà del mandato che si hanno imposto. Ripugnanti per principia a tutte le pratiche settarie, le pratiche loro, sono affatto opposte a quelle. Il settario nega di esser settario, ed il legittimista confessa invece senza tema e senza ritegno alcuno la propria essenza. La confessa scrivendo, la confessa parlando di politica, la confessa operando. Il settario si cela, ed il legittimista si palesa. Si palesa con la sua astensione da ogni atto contrario ai suoi sentimenti; si palesa difendendo apertamente la legittimità, sia colla parola, sia collo scritto, sia con le opere; si palesa senza mistero al suo avversario, ad onta che questi può fulminarlo colla forza bruta di cui dispone; si palesa infine perché non sa mascherarsi, né lo crede opportuno e decoroso, poiché ritiene, che il difendere la giustizia ed il diritto calpestato dalla fraudolenta violenza, sia il procedere dell'uomo di cuore, ritiene che il difendere: la sventura oppressa dall’audace vigliaccheria, sia l’azione dell’uomo generoso, ritiene che il difendere la verità aggravata dalia menzogna, sia la condotta dell’uomo d'onore, epperò esso rifugge dal celarsi e dal mascherarsi.

Il settario calunnia, ed il legittimista accusa con pruove di fatto. Il settario procede colla violenza e col sangue, ed il legittimista incede calmo, ed usa il  per prostrarci suoi avversarii.

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Il settario odia la rivelazione dei fatti veri, ed il legittimista la procura ost Il settario vi dice il legittimista declama in favore della libertà di opinione e del rispetto che ad essa si deve; quando non è madre di eccidii e di stragi. Il settario vorrebbe abbattere i tribunali tutti, fino quello della pubblica opinione, ed il legittimista trova in essi la sua salvaguardia. Il settario vuole la legge compressiva e repressiva sol pel suo nemico, ed il legittimista la invoca a preferenza pei tristi che appartengono alla sua bandiera Il settario incendia navi e polveriere, incendia donne con acqua ardente all'azione del sole, sacrifica vittime innocenti per promuovere il disordine di cui ha bisogno, ed il legittimista rifugge da queste infamie. Il settario combatte i governi con la frode e col pugnale del traditore, ed il legittimista li combatte colla penna e col ragionamento Il settario infine si avvale dei suoi sicarii per raggiungere i suoi intenti, mentre esso si cela e si risparmia, ed il legittimista invece odia i sicarii (a). Aggiungi a tutto questo, che l'onesto legittimista napoletano, diviene più o meno ostile ad un governo che ha rovesciato il trono del suo legittimo sovrano, a seconda che esso governo si diporta coi suoi concittadini, e ne abbiamo dato la pruova colla storia alla mano, rammentando che il governo di Giuseppe Bonaparte fu aspro e prepotente, e la reazione legittimista fu imponente e dannosissima a quel governo; quello di Gioacchino Murat, fu più dolce e generoso, e la reazione legittimista scemò, se non moralmente, ma materialmente di certo.

(a) Si badi però, che noi non intendiamo certo di caratterizzare come tante perle tutti i legittimisti. Il Ciel lo volesse che il potessimo! ma sventuratamente vi sono fra questi, varii che denigrano la virtù, siccome confessiamo, che fra i settarii stessi vi son di coloro che pur giungono a nobilitare la tristizie umana con degli eroismi che difficilmente han riscontro. Noi intendiamo di annunziare i dommi di ciascuno dei due sodalizii, ponendo da banda l'esame parziale della rispettiva condotta di tutti i membri che li compongono. Uomini gli uni, ed uomini gli altri non possono mica essere, né tutti perfettamente virtuosi, ne tutti interamente iniqui.

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L'attuale governo, iniquo nel suo nascimento, imperversa ognor di più nella sua iniquità, e la reazione legittimista, prende e prenderà sempre maggiori proporzioni, poiché invece di prostrarsi sotto la sferza dei novelli neroni, acquista forza e lena nelle sue stesse sventure, per combattere con maggiore accanimento e pertinacia il governo che l’opprime. Questa pruova di fatto che richiamiamo alla mente del lettore, rivela la nequizie del governo attuale, il quale preferisce di far delle contrade napoletane un lago di sangue, anziché recedere per un momento solo dall’iniquitire sui popoli delle due Sicilie, i quali han come sopra dimostrato altre volte, che essi son pur generosi anche nei loro radicato legittimismo, cogl'intrusi che non li seviziano per innata malignità di cuore.

I legittimisti onesti adunque, che preferiscono di combattere armata mano in campagna il governo attuale, rifuggono da tutto quello che sa d'infamia e di, vituperio. Essi sono i veri martiri di un principio politico-sociale, la cui difesa potrebbe essere biasimevole appena, se il nuovo ordine di cose che essi combattono, avesse a riparazione di tante violenze patite, importato un miglioramento alla condizione morale e materiale dei loro concittadini, o pure, se un sentore qualunque, accennasse ad un futuro miglioramento, almeno illusorio; ma se é dimostrato come la luce del giorno, che i popoli delle duelie son passati dal bene al pessimo, sono stati sorpresi, violentati, ammiseriti ed assassinati da un'orda di settari che è venuta ad imporsi ad essi, se anche la illusione vien loro strappata dalla inesorabilità della storia, e dai fatti presenti; chi sarà mai quell’uomo onesto, logico e leale, che pronunzierà un motto di biasimo contro coloro, che a costo di una vita la più anormale e faticosa, a costo dei disagi, delle privazioni e della vita ¡stessa, imprendono la difesa dei proprii diritti? Che la legge li punisca, è giusto: ma l' uomo logico non ha diritto ad infamarlo!...

Ma ci si ripeterà il cenno di quelle grassazioni, di quei vandalismi che vengono strombazzati ed addebitati alla reazione di cui parliamo, alla quale si da nome di brigantaggio.

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E noi ripeteremo pure di voler addebbitare cotesti vituperi, al brigantaggio ed alle pratiche del governo, che lo rendono più feroce e sanguinario, e non alla reazione pura, la quale ha per norma della sua condotta, tutto quello che è immune da infamia. In fatti se si togliesse al soldato la facoltà di condannare e fucilare coloro che vengono presi in campagna, e si portassero tutti innanzi alle Corti delle Assisie per essere giudicati, oh quanti di essi sarebbero condannati per la sola colpa di osteggiare il governo a mano armata, ma nessun delitto di grassazione o di vandalismo verrebbe loro apposto, perché di essi affatto immuni. La stessa facoltà, gelosamente data al potere militare, di uccidere coloro che esso giudica come briganti, è una pruova manifesta della nequizie governativa ad involgere nella stessa infame categoria tutti i suoi nemici politici. Aboliscasi questa facoltà al potere militare, e si avrà la convinzione di questa verità.

Il reazionario puro, fa la guerra nel modo più leale e più logico possibile. Egli ha bisogno di danaro e di viveri, e ne impone la somministrazione ai suoi nemici politici. Un esercito in campagna, non impone forse contribuzioni eccezionali ai paesi che occupa? Ebbene il reazionario, che non è, né più né meno di un soldato in campagna, impone l'obbligo del suo mantenimento materiale, a colui che è stato la causa efficiente di condurlo a quella vita anormale: egli non può mica imporre le contribuzioni alle casse del governo, suo principale nemico, perché le casse dello stato sono protette da cannoni e da fortezze che egli non ha; deve perciò rivolgersi ai proprietari, e fra questi preferisce coloro che hanno contribuito alla importazione delle attuali sventure nel regno: Esso ha le liste esatte e circostanziate di tutti costoro, i quali danna a pagar te spese della guerra (a). Esso gode il favore e la simpatia popolare in tutti i paesi del regno, ed i suoi nemici vari non sono che i suoi avversarii politici,

(a) Il regicida Felice Orsini fu processato in Parigi il 1858, per furto commesso con violenza di una somma di mille scudi a danno d un prete durante le sue escursioni negli stati della chiesa il 1848: di un crimine di concussione a danno d'un altro preteepoca istessa:

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i quali son tropee ristretti per poter competere con successo con tutti i legittimisti che aiutano e sostengono in tatti i modi fa reazione, fornendola in tempo utile ed opportuno delle più interessanti notizie, sia per le sue imprese, sia per la sua difesa, come per la sua salvazione in caso di pericolosa reazione, fa la guerra col sistema delleperché non ha mezzi da farla diversamente; ma ha una bandiera che è quella del suo legittimo sovrano, all'ombra della quale si sente un'eroina, e non discende a ciò che degrada l'eroe; fila anzi è la generosità di questo, che tiene per norma. In effetti, dica pure il governo che chiama briganti i reazionari, da chi gli sono stati rimandati sani e liberi i tanti e tanti soldati, stati fatti prigionieri in campagna? Non sono stati forse i reazionari, i quali, ritenendo presso di loro, le armi, le munizioni, i cavalli e quegli uomini che han voluto di moto proprio cambiar bandiera, hanno rimandato liberi ai loro reggimenti, tutti quelli che han voluto riedere al proprio posto? Noi ammettiamo che talvolta siansi verificate delle rappresaglie anche da parte della reazione pura; ma di chi la colpa della provocazione?

Come scrisse al sanguinariodi desistere dal seviziare i suoi che capitavano prigionieri nelle sue mani, altrimenti egli avrebbe usato il diritto di rappresaglia, e mantenne la parola;

furto d’un cavallo bardato: di usurpazione di funzioni pubbliche: di altri numerosi atti di concussione, di furti in pregiudizio di molte centinaia di contadini: di estorsioni a pregiudizio dei contadini di Castiglione, e dei preti della comune d Orfìla;

Egli giustificò quei delitti col dire «che la posizione di un capo che non ha di che alimentare le sue truppe, è ben critie bisogna allora ricorrere alle imposizioni, le quali non sono che prestiti a carico del Governo».

Noi non vogliamo esaminare, se i furti e le concussioni vanno giustificate dalla necessità da lui evocata, ma dimandiamo agli apologisti dell'Orsini, se il diritto da lui reclamato di mettere delle imposizioni per alimentare una truppa sprovvista di mezzi, vuole essere concesso egualmente a coloro che per una causa più giusta, o per lo meno più simpatica a questi popoli,  trovano nelle medesime condizioni in cui si trovò il loro Felice Orsini?...

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così la reazione napoletana, ha scritto varie volte a questi cannibali settari, di trattarla come si trattano gli onorati soldati, e non come briganti o belve, altrimenti essa sarebbe stata costretta di usar delle rappresaglie; e la ostinazione del governo civile e militare, a voler usare mezzi vandalici, ba provocato la necessità di rappresagliare anch'essa, per evitare la taccia di traditrice dai suoi subalterni, il cui esasperamento sarebbesi rivoltato contro i capi, se questi non avessero concesso un momento di sfogo al giusto sdegno dei loro dipendenti. Aggiungasi a tutto questo, la osservazione, che se la più ferrea disciplina militare è sempre affievolita in campagna, in un esercito che ha sede di governo che Io appoggia, ed i tristi se ne avvalgono per malfare, come non dev'essere debolissima la disciplina, fra un'accozzaglia di gente nelle condizioni più anormali, in mezzo alla quale non possono mancare quei tristi che si trovano sempre dappertutto, e che sanno sfuggire alla pena con la stessa facilità con cui sanno deliquere?

Da tutte le suesposte cose, risulta, che la reazione armata nel napoletano non è un brigantaggio; ma è la difesa di un principio politico; è la difesa dei conculcati diritti nazionali, e quelli che la compongono, se sono meritevoli del rigore delle leggi che violano, non meritano per questo l'epiteto di briganti.

Coloro poi, che si danno in campagna spinti dalle sevizie governative, e si abbandonano a vituperevoli eccessi, per dar libero sfogo all'odio che trabocca nel loro cuore, sono ben'anche dei reazionari; ma privi di quella nobiltà di sentimento che ingentilisce l'uomo, confondono guerra e vendetta, uomo ed umanità, governo e società, e si abbandonano a vituperevoli eccessi, che son condannati e spesso puniti dagli stessi reazionari puri. Questi però non sono in gran numero; ma basterebbero una cinquantina di essi uniti ai grassatori di professione, ai quali prestano mano volentieri per sete di vendetta contro il genere umano, anzicché per ingordigia di rubare, onde si perpetrassero tutti quei misfatti che sentiamo giornalmente narrare. Se non che, instancabilmente diciamo, che la colpa è di chi li spinge

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a quello stato di disperazione, più che di loro stessi, i quali sono nello stato di completa aberrazione quando giungono a trascendere infamemente. Che il governo, governi e non sgoverni, e si avranno reazionari per principii politici, ma non disperati: che esso sia umano ed onesto, e non si deploreranno rappresaglie; che esso smetta il vandalismo, ed avrà nei legittimisti, avversari politici, ma tutti senza fiele vandalico.

Che se ci si parla poi dei grassatori di professione, chi prendono capimento dai commovimenti popolari e nazionali per perpetrare i loro assassinii, noi non possiamo che gridare il a questa infame genia, che è il vero brigante, ed alla quale spetta soltanto questo epiteto. Però, anche per costoro a buon diritto ci rivolgiamo contro il governo, al quale ne diamo la colpa, perché essendo esso sortito dalla rivoluzione da lui attivata, è garante di tutti gli atti della rivoluzione istessa, che mise fuori le prigioni una quantità di malviventi che infestano la società, per la nequizie e l'insipienza del governo, il quale, mal tollerato da tutti non trova il necessario aiuto neppure quando deve far qualche cosa pel bene dei suoi amministrati. Un governo che non sa prontamente rimettere l'ordine pubblico dopo un cataclisma o una rivoluzione, è un governo inetto, ignorante ed iniquo. La stessa anarchia di 16 mesi in Sicilia nel 1848 e 49, fu seguita dal prontissimo ritorno dell'ordine pubblico in quell'isola, per opera del governo del Generale Carlo Filangieri; ed oggi, dopo cinque anni di questa dominazione, si deplora in Napoli ed in Sicilia la più scoraggiante ed affiggente anarchia. Ma assolutamente pare che tutti dicessero a questo governo che li opprime «

V.

Ed ora saravvi ancora alcuno che dopo di aver letto queste pagine, chiamerà brigante il reazionario politico napoletano? Vi sarà ancora, chi non avendo la coscienza di giuda o di caino, seguiterà a strombazzare che la reazione ed il brigantaggio esistono nel Napoletano e nel Siciliano, per la vicinanza di Re Francesco II.° e del Papa?

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Oh! noi siamo bea certi che tutta la gente logica si sconvincerà delle impressioni chele hanno procurato le assertive e gli scritti dei settari, e dei servitori umilissimi del governo settario, ai quali diciamo.

Volendo anche ammettere che Re Francesco II° reca al governo attuale tutti gl'imbarazzi che esso deplora, è chiaro che egli ha un partito immenso in suo favore, e totalmente disinteressato, che l'ubidisce anche quando egli non ha come poterlo gratificare. Ma l'attuale governo, che può disporre di tesori, e dei Santi Maurizio e Lazzaro, chi ha per se? Non siete voi stessi, ignoranti e stolti, che condannate chi volete difendere?

Ci direte che l’attuale governo, è difeso da voi.: Ma sapete chi siete voi, mercenari politici, servitori pronti di tutti i governi e di tutti i partiti che vi pagano? Ebbeue vel diremo con lo stesso Farini che abbiamo citato, ed in faccia al quale gettiamo parimenti le sue medesime parole, perché a lui più che ad ogni altro competono..

Voi siete ipocriti politici, voi avete un turibolo per tutti i governi e per tutti i partiti; ieri eravate, per quello, oggi siete per questo, dimani sarete per chiunque verrà, sempre contro però a quello che fu: voi siete per l'assolutismo, per la costituzione, e per la repubblica, senza essere né assolutisti, ne costituzionali, né repubblicani; siete per la confederazione e per l'unità, senza essere né federali, né unitari; siete ministri di depravazione; voi depravate le coscienze, voi scoraggite gli onesti, voi oltraggiate la virtù, voi imbellettate il male, la codardia, l'ambizione e la cupidigia, col sacrosanto nome di patria. Voi siete ministri di distruzione; voi preparate la distruzione della coscienza politica, distruzione più funesta di quella operata dalla mannaja. Vi glorificate di servire il paese, la nazione, la patria; pretta ipocrisia, classica turpitudine, che inganna i semplici, ma che indarno vuol far sua complice l'umana favella, indarno vuole attutire i rimorsi della coscienza.

Or bene, griacchiate pure a vostro bell'agio, o codardi politici servitori di piazza; Ma diteci, CHI VI CREDE?..

FINE.

APPENDICE

Fedele al mio proposito di sottoporre al tribunale della pubblica opinione tutti gli alti della mia vita politica, colgo l'occasione della pubblicazione di quest'opuscolo, per notificare la seguente mia corrispondenza, dalla quale possono 1 miei concittadini rilevare le mie idee e la mia opinione intorno alle novelle elezioni per la costituzione del nuovo parlamento.

Non la presunzione di meritare un plauso, mi sprona a rendere di pubblica conoscenza la mia condotta, verso quest'altra fase politica, in cui, senza menomamente aspettarmelo, sono stato dalla benevolenza dei miei amici, condotto. Anzi, è appunto il desiderio di essere corretto, meritandolo, che mi fa così operare.

Accetterò sempre perciò con piacere e con gratitudine, l'onore di una confutazione, da chiunque potrebbe venirmi.

Il dì 7 Giugno andante anno 1865, e nel N° 132, il giornale  che si scrive nell’attuale provvisoria capitalo d'Italia, pubblicava il seguente articolo che mi riguarda.

(Corrispondenza particolare del Firenze )

Napoli,  giugno.

«La rettitudine e la lealtà, più presto o più tardi, producono sempre dolci frutti al cultore di tai virtù.

«Un imponente numero di miei concittadini, discutendo sulle prossime elezioni,.ha deliberato di eleggere il signor Tommaso Cava de Gueva, ex capo dello stato maggiore della piazza di Capua nell'assedio del 1860, per deputato al nuovo parlamento, includendolo nella lista dei candidati.

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«Io credo che voi conosciate un tal soggetto, se non personalmente, almeno dalla lettura dei suoi scritti pubblicati, dopo la rivoluzione, ed avrete sicuratamente osservato nella sua professione di fede politica, e nella condotta impostasi prima e dopo del cataclisma dei 1860, i generosi sentimenti del vero patriotta e dell'omo d'onore. In fatti, che cosa si deduce dagli scritti anzicennati, e principalmente dalla sua che avidamente da tutti si rilegge? Circa a condotta civile e militare, si scorge lo scrupoloso adempimento dei suoi doveri, senza omissioni, né trascendenze di sorta: ed in quanto poi ad opinioni politiche, egli manifesta una costante simpatia per tutto quello che realmente può vantaggiare la patria sua, ed una inesorabile avversione a ciò che, o apertamente, o subdolamente può nuocerle.

«Egli confuta senza reticenze, le aspirazioni dei suoi avversarj politici; ma per quanto vibratamente impreca e maledica gli uomini che fingono di professare una qualunque idea, e di propugnare un principio quale che fosse, e per disonesto o infame secondo fine, altrettanto rispetta perfino le utopie, e stringe lealmente la mano a coloro che le vaghegiano in buona fede, senza trasandare però di sconvincerli, per patria carità. Ed a sostegno di questi miei giudizj, appongo l'annotazione, che nessuno dei suoi avversari ha fin'oggi presa la penna per confutare le sue elucubrazioni, ad onta che esse fossero anche soverchiamente violenti, quando si tratta di condannare, i malvagi di professione.

«Dall'anzidetto risulta, che i napoletani sono abbastanza sennati nei loro desideri, poiché propugnando per un tal uomo, mostrano evidentemente che essi amano gl'individui di provata onestà alla tutela dei loro interessi plitico-governativi—E se essi arriveranno a stabilire nelle prossime elezioni, una maggioranza che possa imporre e sventare i traffici dell'attuale consorteria e dei partiti esaltati, ed eleggeranno nei novelli deputati, uomini incorruttibili ed affatto avversi alle utopie ed alle frodi, questo infelice paese potrà sicuramente alfine ristorarsi delle patite angustie nel decorso fatale quinquennio.

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«Prego Voi a preferenza dei nostri, a pubblicare questa mia lettera nel vostro riverito diario, perché le persecuzioni della consorteria governativo contro del sig. Cava, a cagione della sua deliberata (e talvolta troppo brusca) franchezza, rendono alquanto renitenti io credo, i giornali conservatori di Napoli a parlare di lui, per tema di soggettarsi alle rappresaglie dei consortieri in carica.

Gradite intanto i miei anticipati ringraziamenti.

Risposi al suddetto articolo colla seguente lettera, che il ripetuto periodico ebbe la gentilezza di pubblicare nel suo N.° 150.

«Signor Direttore,

«Per la Posta mi è arrivato, troppo tardi invero, il N.° 132 del vostro riverito periodico, nel quale ho letto la lettera del vostro corrisondente, che sebbene faccia il mio elogio, rivela apertamente che una ragion politica è il scopo precipuo. Perloché mi è giuocoforza aggiungere ai miei ringraziamenti, una franca manifestazione delle mie idee intorno al grave argomento delle novelle elezioni parlamentari.

«E già un mese e più, che alcuni miei amici lui fecero l'onore di parteciparmi la volontà di molti miei concittadini, che io facessi parte del nuovo Parlamento in qualità di deputato. La modestia, vuole che io taccia i motivi pei quali inaspettatamente mi si diede una sì alta pruova di fiducia da parte dei miei connazionali; se non ché, mi è indispensabile palesare una delle prerogativa che in me si vogliono riconoscere, cioè la stabilità delle mie opinioni politiche. Quali sieno le mie opinioni politiche, è superfluo che lo ripeta; poiché il mio paese non solo, ma eminenti uomini di molti Stati di Europa, lo hanno pienamente apprese dai miei scritti politici.

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«Una formale rinunzia, fu la mia risposta alla partecipazione di cosi alta onoranza, e la reputo tale, in contradizione delle caratteristiche che ripetute volte ho dato ai passati deputati, perché il voto della mia elezione sarebbe a partito dalla vergine volontà degli elettori, mentre quello dei deputati passati (meno pochi) partì dagl'intrighi, dalle  seduzioni e dalle violenze di quella prostituita, che si addimanda CONSORTERIA DEI MODERATI, il cui governo è da Dio ora permesso in punizione de' grandi fatti degl'Italiani.

«La lettera del vostro corrispondente mi fa chiaro vedere che egli è un di coloro ai quali non è ignoto il mio rifiuto, ed intraveggo nella sua pratica, l'idea di rendermi flessibile, mediante la pubblica dichiarazione del voto dei miei concittadini, accompagnata da un grazioso panegirico. Ma con tutto ciò, io non posso deliberarmi a promettere di secondare le aspirazioni dei miei elettori, per le seguenti ragioni, che succintamente mi fo a palesare. E dico, che se principale scopo di essi, si è di farmi entrare nell'agone parlamentare, per avversare colla mia inesorabilità, l'attuale camorra potilitico-governativa, elevata a sistema di governo dal nefando e sodalizio che tanto bistratta e disonora la patria nostra, io non potrei in ciò riuscire, se non in concorrenza di una maggioranza nella Camera, la quale fosse informata, della stessa mia fermezza nei principi, della stessa mia inesorabilità rispetto alle nequizie ed alle furfanterie, e finalmente dello stesso mio coraggio, per non paventare né jattanze, né minacce.

«Ma vi è nell'Italia meridionale, la probabilità della costituzione di una tal maggioranza? Se vogliamo supporla nel numero di coloro che professano le medesime mie opinioni politiche, oh si che possiamo ben figurarcela, poiché so pur troppo che 999 millesimi di queste popolazioni e fan di cappello alle mie aspirazioni; ma se vogliamo immaginarla nel numero di coloro che si presenterebbero alle urne elettorali, e nel numero di coloro, che forniti di un'incorruttibile coscienza, accetterebbero il mandato di deputato, c'inganniamo a partito, poiché la storia contemporanea del napoletano e siciliano, ci presenta la più ostinata e generale astensione

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da tutto ciò che ha rapporto coll'attualità, saggiamente pensandosi che in un paese scisso in molti partiti, dove, per recenti sventure, è pur difficile la completa riunione del più numeroso, l'astensione completa,  miglior perrio, che va gradatamente a perire, per mancanza di alimento. Due sono i mezzi per infrangere un cattivo governo rappresentativo. L'associazione compatta di una maggioranza energica e risoluta, che controllerebbe pertinacemente tutti i suoi atti, o la determinata astensione della stessa maggioranza.  Nel primo caso, undi apoplessia, nel secondo di tisi; ma indubitatamente muore, poiché non vi è governo, che senza l'alimento morale, e lo ajuto materiale dei popoli, possa vivere lungamente. Il puntello straniero, per gagliardo che sia, non è che lo stesso temporaneo rimedio che si appresta ad una casa già condannata a cadere.

«Or, se come evidentemente si osserva, I ed i Siciliani, hanno non solo permesso, ma han veduto con piacere la elezione di deputati con trentae nei collegi dove si contano molte di elettori, e ciò per trovar difficile, dopo una recente catastrofe, il raggranellamento compatto di quell'immenso elemento conservatore, che potrebbe di un tratto mutare in buono un cattivo governo, significa che il concetto dell'astensione in essi immutabile. L'egregio mio concittadino Lelio Maria Fanelli, scrisse non è guari al, per rimbeccargli certi imperdonabili paradossi, le seguenti parole, appunto intorno alle elezioni. mancano, . Prevista adunque, per la suindicata astensione, l'impossibilità di forte maggioranza, tanto nelle elezioni, che negli elettori, non potrei aspettarmi che uno scacco, se mivventurassi a competere con avversarj capaci di ogni cosa per trionfare nei loro disegni.

«Non sono io tale, che per avere uno stallo in Parlamento possa mutar di propositi. A tanto non seppero indurmi né promesse, né gravissimi danni che porto tuttavia in pace; nulla mi vi indurrà giammai.

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Siffatte considerazioni non includono però l'assoluto mio rifiuto di spendermi a prò de' miei concittadini, ma voglio significare, che io non potrei aderire ai desiderj de' miei benevoli compatriotti, senza essere certo, che il partito conservatore, lasciato il sistema dell'astensione concorresse compatto ad appoggiarmi. Se i conservatori non entrano  per questa via, si lasci me, e gli altri miei pari nella vita privata modesta che conduciamo, e non si pretenda di condannarci a sedere impotenti, perché pochissimi, in un Parlamento, che, mantenuta, ripeto, l'astensione dei conservatori, riprodurrà le vergogne di quello che sta per morire»

Napoli 15 giugno 1865.

Tommaso Cava de Gueva

Dietro la suesposta lettera, il di Napoli nel suo N. 190 del dì 11 luglio pubblicava il seguente articolo.

«Leggiamo nel del 1° andante una lettera del capitano Tommaso Cava de Gueva, in cui trovansi gl'istessi nostri principii circa l'astensione del partito conservatore nelle prossime elezioni politiche; ma non sappiamo che cosa il sig. Cava voglia dire con questa frase: «

Se questo voglia dire ciò che da noi è stato già spiegato, l’ammettiamo la frase del Cava, i cui principii conservatori abbastanza noti, per temere una inflessione qualsiasi.

Al quale articolo io rispondeva nei sensi seguenti, con preghiera della pubblicità, che fu dal detto periodico ottemperata col N.° 194 del dì 15 detto mese.

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«Signor direttore

«Per una, se non ingiusta, certamente malaugurata circospezione verso il prepotente Fisco, la mia lettera al  di cui fate cenno nel vostro N.° 190 del di 11 stante, subì talune modifiche e qualche mutilazione ancora dalla direzione di quel giornale. In fatti, quel paragrafo appunto che Voi citate, subì una fatale metamorfosi che mi  ha procurato la giusta vostra?osservazione.

Gratissimo al per la corteseassorbente principale della della mia lettera, non ardisco menomamente dolermi delle misure di prudenza di cui ha creduto far uso nel pubblicarla; se non che, prego Voi e tutti coloro che posson leggerla, a voler credere che io non sono l'uomo delle transazioni o dogli equivocizi termini, specialmente in fatto di politica; per lo che convengo e pretendo, che la missione del coscienzioso conservatore, eletto deputato, sia meno quella di stabilire esclusivamente sul migliore o peggioro indirizzo amministrativo, quanto di stabilire deffinitivamente il quesito cioè,

«E sopra questo sacro principio della inviolabilità del diritto nazionale delle genti, che io elevo l'edilizio dei doveri inerenti ad un rappresentante e ad un difensore degl'interessi dei propri concittadini; e su questo terreno, e son sicuro di non aver per avversari, che i soli sfasciati mercenari, dal cuore di pietra e dall'anima di fango. Ma questi avversari, io non li valuto più di una marionette, quindi, ad onta di tutte le loro persecuzioni, così non verranno giammai ad impormi, più di quello lo potrebbe la puppattola della mia bimba...

«Colgo questa occasione per palesarvi la generale accoglienza de'  nostri concittadini fatta alla lettera che avete indirizzata al FAMOSISSIMO SIG. F. PETRUCCELLI DELLA GATTINA. Quella massimo piacere mi pregio parteciparvi.

«Vogliate obbligarmi colla pubblicazione della presente; mentre anticipandovene i dovuti ringraziamenti, mi segno.

Napoli 13 luglio 1865.

Tommaso Cava de Gueva.

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Anche la, nel suo N.° 85 del 15 luglio, si compiacque discorrere della mia lettera almanifestandoopinione che segue.

«Il nostro egregio amico cav. Tommaso Cava de Gueva, dirige una lettera al giornale colla quale declina la candidatura a deputato offertagli per le prossime elezioni politiche in Napoli, e ne dice le ragioni—Probabilmente nell'entrante settimana dovremo ritornare sulle elezioni, e combattere il principio dell'astensione, principio oramai riprovato dalla maggioranza dei fogli conservatori e d'Italia. Allora confidiamo che egli, meglio considerata la cosa, vorrà recedere dai suoi propositi.

Al che io risposi cosi, li 16 del ripetuto mese: risposta che il prelodato diario pubblicava nel suo N.° 89 del di 18 Luglio.

DIRETTORE

«Ho letto il vostro gentile nel N.° 85 del vostro riverito diario, e mi pregio assicurarvi che non saprei giammai rifiutare i miei deboli servigi alla patria mia. Desidero però, che essi fossero spesi quando potrebbero essere giovevoli e non infruttuosi per gl'interessi dei miei concittadini: e questo io dimostrai colla mia lettera al Firenze. La mia risposta del 13 corrente al, dichiara nettamente il programma che a mio credere compete indeclinabilmente ad un coscienzioso deputato conservatore — Ma l'esser solo, o tutt'al più sorretto da una sparuta cifra di colleghi nella propugnazione di quei sacrosanti diritti, non mi condurrebbe che alla sventurata condizione dei Proto e dei Ricciardi, vittima del loro isolato patriottismo, diversamente sì, ma lealmente entrambi inteso e sostenuto.

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Or, se l'idea di una fedifraga pieghevolezza a proprio vantaggio mi fa rabbrividire, e l'ho esuberantemente pruovato coll'aver preferito l'oblio e la povertà, alle dovizie ad agli onori che mi si offrivano a patto della mia concorrenza nelle magagne nocive alla patria mia, non mi viene sicuramente gradito il pensiero di una sicura scondita, per opera delle stesse magagne, di cui non ho voluto partecipare inmento dei miei interessi personali. E potrebbesi da me pretendere il sacrifizio della mia dignità, quando un talzio, non gioverebbe, né al mio paese, né mia?

«Conchiudo Sig. Direttore col ripetere, che similmente come sui campi del Volturno, offrii spontaneo ad animoso il sangue mio, per evitare alla mia patria le funeste conseguenze di un giuoco politico, sarò semprespendermi legalmente in vantaggio dei miei concittadini. Ma perché si possa raccogliere un grato frutto dall'abnegazione e dal coraggio civile di chi può vantarsi vero patriotta, occorre che essi determinitamente procedano in modo, da far per sempre sparire dalle aula parlamentari quei soggetti, che si son resi celebri per abietto e vergognoso servilismo al potere responsabile corrotto e corruttore.

«Gradite Sig. Direttore la mia preghiera della pubblicità di questa lettera, e gli anticipati ringraziamenti del

Napoli li 16 Luglio 1865.

TOMMASO CAVA DE GUEVA

sudetta corrispondenza, dice abbastanza quali la mie vedute ed i miei sentimenti intorno al grave argomento delle nuove elezioni parlamentari.

Riguardo a me, mi sono apertamente dichiarato. Mi si condanni pure, se si ha la convinzione di potersi giustificare il biasimo.

LETTERA DELL’AUTORE

AL

SIG. PROCURATORE GENERALE CAV. MARVASI

Nell'ultima persecuzione che ebbi a soffrire per acredine di partito, anzicché per legale soddisfazione alla giustizia, quando mi furono incriminati i 1° 1864 da me pubblicati colla stessa data, ebbi la grata convinzione, che pochi soltanto disonorano la patria propria, col servirsi del potere di cui son rivestiti, per infierire ciecamente contro coloro che non dividono le stesse opinioni politiche da cui essi sono informati.

E purtroppo vero che mi, toccò soffrire moltissimo per quella ingiustificabile incriminazione, pretesa unicamente dà qualche avventato mio avversario politico; debbo però notificare alla pubblica opinione, che il giorno in cui la mia faccenda fu sottoposta alla giustizia di magistrati stimabili, per rigorismo di dovere scevro di servilismo di partito quel giorno fu l'ultimo in cui ebbi a dover tollerare violenze inqualificabili e rabiose persecuzioni.

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Non biasimo giammai il rigore dal rigido esecutore dei  doveri, poiché su questo punto mi vanto di essere iostesso rigorista per principio: ma condanno per come ho sempre condannate le escandescenze di taluni zelanti che pretendono di farsi merito a furia di nequizie.

Il Questore di Napoli, ha la giustificata convinzioni che io sono un dichiarato ed implacabile nemico dell'attuale sistema di governo nel mio paese. Egli serve gli nomini che tengono in vigore l'attuale sistema di governo e ne accetta il competente salario, quindi è obbligato di perseguitare i nemici dei suoi padroni, appunto per la eccezionalità della sua carica che tanto gl'impone. Lodo perciò il suo ze contro di me, e lo ammiro, semprequando però non trascende in vituperevoli eccessi. Se in quel rincontro, egli avesse chiesto la mia morte al governo, perchéconvinto dulia mia implacabilità contro gli nomini che bistrattano la patria mia, gli avrei fatto tenere una lettera di nello adempimento dei suoi speciali doveri, e  lo avrei incoraggiato a raddoppiar sempre di energia per meritare le lodi degli uomini imparziali. Ma quando seppi che egli, senza alcuna pruova di fatto, chiese la mia prigionia, asserendo che io era implicato in una cospirazione contro lo stato, ebbi tale una disgustosa impressione, che mi fu forse biasimarlo, anzioché lodarlo.

pure, se si fosse incriminato il mio scritto, perché tendente a falciare i tristi in carica, io avrei detto, sta bene ma quando seppi che era stato incriminato, perché tendente allarabbrividii ed esclamai,

L'articolo 60 della legge intorno al reati di stampa, dice che il carcere del condannato, sarà sempre distinto da quellodegli altri delinquenti comuni. Ciò perché il legislatore ha definito che il reo per cose di stampa non merita il rigore degli altri delinquenti.

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Or, quando si ebbe la cortesia di mandarmisi ad arrestare, non già per farmi espiare una condanna, ma  perché si presumeva che io aveva potutoettere un reato di stampa, si usarono dagli agenti di polizia, violenze ed inurbanità che non si sarebbero usate neppure contro un pubblico grassatore.

Non le parlo poi di taluni atti vituperevoli cui si ebbe l'impudenza di trascendere contro il diritto delle genti, poiché a suo luogo darò circostanziata pubblicità a siffatti avvenimenti, dei quali ho dato un rapido cenno, per invitare il sig. Questore ad educare un pochino i suoi subalterni alla vita civile di cui egli si vanta propugnatore.

Per ora mi urge di notificare alla pubblica opinione, le mie laudi per quei magistrati napoletani, che se non mi risparmiarono per non derogare dall'adempimento dei loro obblighi, non mi fecero neppur lamentare una sola coartazione da essi appoggiata; ed a ciò adempio colla presente lettera.

Gradisca sig. Procuratore Generale i sensi della mia profonda stima, con cui mi pregio segnarmi.

Devotissimo Servitore

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