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ITALIA DELENDA EST

Antonio Pagano

Recentemente la Corte Internazionale di Giustizia dell'ONU ha espresso il parere che "l'adozione della dichiarazione di indipendenza del Kosovo del 17 febbraio 2008 non ha violato né il diritto internazionale in generale, né la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza, né il quadro costituzionale". L'indipendenza del Kosovo, dunque, è legale, ma dalla sentenza non si capisce se sia legittima. La Corte dell'Aja, schierandosi a larga a maggioranza (10 a 4), si è attenuta strettamente ad un parere tecnico. La risposta politica arriverà il prossimo settembre dall'Assemblea Generale dell’ONU.

La pronuncia era stata sollecitata a seguito di un ricorso promosso direttamente da Belgrado, secondo cui la secessione del Kosovo non sarebbe possibile in quanto la risoluzione ONU 1244, votata all'indomani della fine dell'intervento Nato nel 1999, parlava del Kosovo come di provincia serba temporaneamente sotto amministrazione ONU. La tesi dei 10 su 14 giudici della Corte che hanno approvato la sentenza è invece ad exclusionem: "La dichiarazione di indipendenza è coerente anche con la risoluzione 1244 che non ne contiene la proibizione", si legge nel dispositivo.

Bisogna evidenziare che, a fondamento della sentenza, vi è stato il "principio di autodeterminazione dei popoli" che la stessa ONU aveva proposto all'interno della comunità dei singoli Stati. La Carta delle Nazioni Unite, infatti, all'art. 1, par. 2 del Capitolo I, individua come fine delle Nazioni Unite lo "Sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell'eguaglianza dei diritti e dell'autodeterminazione dei popoli…".

La sentenza della Corte è, tuttavia, un parere non vincolante per tutti gli Stati membri di cui solo 69 Stati, dei circa 200 che attualmente fanno parte dell'Assemblea delle Nazioni Unite, hanno già riconosciuto l’indipendenza del Kosovo. Per far parte delle Nazioni Unite, dunque, il Kosovo dovrà ottenere il riconoscimento da almeno 100 Paesi. Non sarà facile per il Kosovo, ma la strada per ottenere la sua indipendenza è tracciata.

Si è aperto così uno spiraglio che è destinato a sostenere radicalmente in futuro anche le nostre rivendicazioni in quanto la nostra situazione ha tutte le caratteristiche giuste perché il principio di autodeterminazione possa trovare applicazione. Anche se sono trascorsi 150 anni dall’occupazione della nostra Patria da parte delle truppe piemontesi, lo Stato «italiano» non ha mai riconosciuto le centinaia di migliaia di vittime da pulizia etnica, le devastazioni economiche e sociali, e la persistente colonizzazione compiute nei confronti del Sud. Motivi che sono di per sé sufficienti ad appellarsi al Tribunale Internazionale di Bruxelles per i crimini di guerra.

Ovviamente per avviare questa azione a difesa, per lo meno risarcitoria, dei nostri diritti continuamente calpestati, non solo è necessaria la partecipazione della maggioranza del nostro Popolo, ma anche l’appoggio di altri Stati. La strada è però tracciata.

L’azione va soprattutto incentrata sul fatto che gli Stati italiani preunitari erano nazioni che il Piemonte fagocitò con una criminale conquista militare riunendole in un’artificiale, burocratica e dispotica entità chiamata "Regno d'Italia". Furono demonizzati tutti i precedenti governanti, particolarmente i Borboni delle Due Sicilie che invece erano assai meritevoli perché tenevano bassi debito pubblico e tasse, e assicuravano ai loro sudditi cibo a buon mercato. Principale artefice fu quel bigotto di Gladstone che denunciò la monarchia borbonica come "la negazione di Dio eretta a sistema di governo". La vera negazione di Dio fu invece il cinico accordo dei complici di Plombières nel 1858, Cavour e Napoleone III, i quali tramarono una guerra in cui decine di migliaia di persone sarebbero state uccise e fiorenti economie devastate.

Il cosiddetto "plebiscito" nelle Due Sicilie, che avrebbe dovuto giustificare l’invasione agli occhi dell’opinione pubblica europea, fu imposto dagli invasori piemontesi con palese brutalità. Costoro non tennero alcun conto della vera volontà del popolo duosiciliano: il 99 per cento dei votanti risultò a favore dell'annessione al Piemonte. L’esito però fu smentito dalla reazione popolare che per oltre dieci anni contrastò gli invasori con una sanguinosa guerra civile in cui «morirono più persone rispetto a tutte le altre guerre del Risorgimento messe insieme» (I. Montanelli). La conseguenza fu che l’economia, sia per le leggi oppressive che per le devastazioni della controguerriglia, ne soffrì a morte.

Anche il Granducato di Toscana fu sottomesso e brutalizzato con un altro plebiscito truccato, avendone devastata la sua economia che era abbastanza avanzata e dedita al libero scambio assai prima della Gran Bretagna.

Così avvenne anche per lo Stato Pontificio che fu vigliaccamente annesso nonostante l’opposizione di migliaia di cattolici arruolatisi volontariamente in un esercito senza alcuna speranza di vittoria e che ebbe 476 morti nel reparto zuavo che comprendeva anche inglesi.

Insomma questa è Storia e, per la nostra posizione come Stato legittimo, non occorre portare molte prove al consesso dell’ONU perché sia valida una nostra autonoma dichiarazione di indipendenza. Infatti, non ci sarebbe una benché minima violazione del diritto internazionale, semmai è da dire che la Nazione Due Sicilie ha ben più pregnanti motivazioni per chiedere il ritorno alla sua indipendenza. L’unico ostacolo (sempre superabile), per il momento, è l’ottusa e atea burocrazia di Bruxelles, capitale di quella Unione Europea che si è formata con gli stessi cinici princìpi con cui è nato quello Stato-Frankenstein che è l’Italia.

Chi può contrastare validamente questo ostacolo sono gli U.S.A, i cui dirigenti politici ed economici vedono con «simpatia» lo smembramento della vecchia Europa in regioni autonome, in quanto questo fatto consentirebbe loro di assicurarsene il predominio secondo il classico principio del «divide et impera». Infatti gli U.S.A., attraverso le loro potenti lobby presenti in massa a Bruxelles, sono sempre loro a dirigere i "giochi". Diventa intuitivo, dunque, come sia stato possibile lo smembramento e della Yugoslavia, e della Cecoslovacchia, e, ora, quello della Serbia, con l’indipendenza del Kosovo.

L’Unione Europea, intanto, con il progetto "Interreg. IIIB" sta elaborando sin dal 2002 il ritocco dei confini regionali mediante raggruppamenti di regioni in funzione di criteri economici ed etnici con l’obiettivo di promuovere l'integrazione territoriale in seno a grandi gruppi di regioni europee, anche al di là dell'Unione dei Quindici, nonché tra gli Stati membri e i paesi candidati o altri paesi vicini, per “favorire in tal modo uno sviluppo stabile, equilibrato e armonioso dell'Unione”. un'attenzione particolare è rivolta soprattutto alle regioni ultraperiferiche e insulari.

Da Bruxelles stanno già progettando di smembrare l’Italia. Nel progetto di una nostra indipendenza si deve quindi tener conto di questo scenario politico in cui sono presenti interessi enormi. Questo progetto diventa così un gioco titanico, ma questa è la strada.

Resta da vedere come agire, come organizzarsi, ma soprattutto non aspettare «domani» permettendo che altri scelgano per noi.

Antonio Pagano



DUE  SICILIE nr. 5 anno 2010 - ITALIA DELENDA ESTDUE  SICILIE - Numero 5/2010
(settembre-ottobre)
Sommario:
3. Largo ‘e Palazzo
4. Napoli Club Mantova
5. Italia delenda est.
6. La Civiltà Cattolica (LIX)
8. I Borboni
10. Non tutti sanno che ...
11. Alzare le vele della separazione
12. Grane padane
13 La famiglia, la classe e il partito
14. Palermo: la fontana barocca
15. Il massone Garibaldi
16. La battaglia di Casamassima
17. L’Assedio (14)
25. Lo Scaffale duosiciliano
26. Il Principato di Kariati
27. L’Armata di Mare
28. Il personaggio misterioso
30. Senza verità, niente risorgimento
34 I calabro-valdesi
35. La vera spigolatrice di Sapri
36. L’Arsenale borbonico di Palermo
38. Le Voci di dentro

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