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Napolitania Storia affascinante, ricca e crudele del Sud - Antonio Pagano

Antonio Pagano

NAPOLITANIA

Storia affascinante, ricca e crudele del Sud

(Potete scaricare la intera introduzione a questo indirizzo,

http://www.booksprintedizioni.it/

dove è possibile acquistare sia l'ebook che la versione cartacea)


Fonte:
http://www.booksprintedizioni.it/public/libri/anteprima_antonio_pagano.pdf

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Introduzione

Cicerone definì la Storia magistra vitae, maestra della vita, volendo intendere che la conoscenza degli avvenimenti storici non è fatta solo da “verità” da recepire passivamente e dogmaticamente, ma è la materia necessaria per analizzare le esperienze fatte dalle precedenti generazioni.

Un’analisi “nel bene e nel male” che consente di capire il perché del presente e di avere una maggior consapevolezza nel progettare il futuro.

Questo libro è scritto da un appassionato della storia della propria Terra, la Napolitania, per cui, non essendo uno storico di professione vi potranno essere alcuni difetti, di cui chiedo la comprensione soprattutto da parte dei lettori più preparati.

Innanzitutto desidero premettere che, pur non essendo “usuale” descrivere in modo cronologico le vicende storiche, ho ritenuto tuttavia che questo sistema faciliti una narrazione degli avvenimenti quanto più aderente alla realtà, senza cioè le interpretazioni di ideologie di parte. Così, proprio per soddisfare questo scopo, ho abbandonato la consuetudine di esporre la storia "per temi", esaminando cioè i fenomeni storici a prescindere dai secoli e dai periodi in cui essi si sono svolti, perché tale procedimento non risponde, a mio sommesso parere, alle esigenze di esporre in modo semplice la storia della Napolitania, generalmente posta ai margini di avvenimenti considerati "portanti" o "più importanti". Questo è particolarmente vero per alcune vicende per lo più ignorate o artatamente mistificate dalla storiografia ufficiale italiana che, facendo del "risorgimento" una religione di Stato, ha educato i giovani al culto di una serie di miti, di ogni epoca, per lo più inventati e, soprattutto, con la rappresentazione in modo negativo degli avvenimenti storici napolitani.

Mi conforta in questa mia scelta espositiva l'emblematica contraddittorietà di Benedetto Croce, che, ogni volta che vado a leggere la sua Storia del Regno di Napoli, continua sempre a stupirmi per la sua incongruenza. Il Croce, ricordando il maestro Cenni, afferma in ben trenta pagine che il Regno delle Due Sicilie era "uno degli Stati più importanti della vecchia Europa", ma successivamente ne impiega duecento per confutare la sua precedente affermazione che considera … "una riconosciuta offesa alla verità".

Questa mia impostazione ha, dunque, lo scopo di narrare in modo semplice, con un minimo di necessario commento esplicativo, gli avvenimenti accaduti nel corso dei secoli, ponendo la Napolitania non a margine della "storia" più vasta, ma al centro di essa. Per un più facile inquadramento e per avere punti di riferimento dei periodi storici descritti, sono stati evidenziati anche altri importanti avvenimenti accaduti in contemporanea in altre parti del mondo pur non facenti parte della storia napolitana.

La lunghissima storia, più che millenaria, della Napolitania è la storia di un popolo che non aveva mai perso, pur attraverso innumerevoli glorie e devastanti tragedie, la propria identità nazionale prima dell’occupazione piemontese. Questa perdita è stata il più grave danno subìto dalla popolazione napolitana a causa della forzata unificazione con gli altri popoli della penisola, mai avvenuta prima di allora con altre invasioni, nemmeno sotto la lunghissima dominazione romana.

La violenta e forzata "unità", inoltre, non solo ha eliminato la sua millenaria autonomia, ma anche qualsiasi tipo di opposizione, propagandando, aprioristicamente, per il nord peninsulare egemone, il concetto di una civiltà positiva e organizzata, e per la Napolitania, subalterna, quella negativa.


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L’invasione piemontese del pacifico regno napolitano nel 1860 è stata, quindi, ben più di una semplice sconfitta militare: essa ha tanto inciso sulla vita sociale ed economica della gente che ancora oggi essa vive nell’atmosfera creata da quell’evento dal quale sono nati tutti i mali presenti.

Gli effetti di una sconfitta militare, per quanto tragici, col tempo svaniscono se il territorio e la popolazione non sono annessi e colonizzati dal vincitore. Per la Napolitania, invece, a causa della particolare posizione geografica, circondata dal mare e senza soluzione di continuità territoriale con il resto della penisola, l’annessione, mistificata come "unità nazionale", ha prodotto effetti così devastanti che la coscienza del popolo stesso ne è stata alterata. Valga un esempio tra tutti: in Italia vi è l'abitudine di chiamare "cugini" i francesi. Ebbene, se questo può essere valido per i piemontesi (che prima dell'invasione parlavano in lingua francese), non ha certamente alcun significato per la Napolitania e per la Sicilia che non hanno nulla in comune con i galli d'oltralpe.

Così è accaduto per altre numerose abitudini sociali e modi di parlare che sono state imposte dalla forzata "piemontesizzazione" al resto della penisola.

Vi sono due modi per cancellare l’identità di un popolo: il primo, distruggendone la memoria storica; il secondo, sradicandolo dalla propria terra per mischiarlo con altre etnie. I Napolitani li hanno subiti entrambi e soltanto per i quasi tremila anni di storia che hanno alle spalle sono riusciti a conservare forte lo spirito delle loro più antiche tradizioni.

Come fu precisato da Lemkin, che definì per primo il concetto di genocidio, esso «non significa necessariamente la distruzione immediata di una nazione ... esso intende designare un piano coordinato di differenti azioni miranti a distruggere i fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali ... Obiettivi di un piano siffatto sarebbero la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali, della religione e della vita economica dei gruppi nazionali, e la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e persino delle vite degli individui ... non a causa delle loro qualità individuali, ma in quanto membri del gruppo nazionale».

Ed ancora, come ben evidenziò Milan Kundera, nel suo Libro del riso e dell’oblio: “Per liquidare i popoli si comincia con il privarli della memoria. Si distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia. E qualcun altro scrive loro altri libri, li fornisce di un'altra cultura, inventa per loro un'altra storia. Dopo di che il popolo incomincia lentamente a dimenticare quello che è e quello che è stato. E il mondo attorno a lui lo dimentica ancora più in fretta”.

La principale causa del crollo della Napolitania a seguito dell’invasione piemontese va, senza dubbio, individuata nel marciume generato dalla corruzione settaria. Esso era dappertutto: nelle articolazioni statali, nell’esercito, nella magistratura, nell’alto clero (fatta salva gran parte dell’episcopato), nella corte del Re. La responsabilità della perdita dell'indipendenza del Regno va, quindi, addebitata per intero alla sua cieca classe dirigente che non si era resa conto della malizia della propaganda liberale.

I piemontesi, infatti, attraverso l'azione sovversiva della massoneria, si erano assicurati l’adesione dei “galantuomini” liberali napolitani e siciliani ancor prima di iniziare l’invasione. A questa azione disgregatrice contribuì, purtroppo, lo stesso Francesco II, che, nel concedere la Costituzione, corrispose esattamente al piano diabolico dei liberali. Furono, in tal modo, eliminati i funzionari fedeli e, soprattutto, fu eliminata la Guardia urbana, milizia popolare in stragrande maggioranza fedele al Re. Con la Costituzione, infatti, quella parte della borghesia traditrice, proprio in nome di Francesco II, si impadronì di tutte le leve del potere, disarmando il popolo e armando, attraverso la Guardia Nazionale, i sostenitori dei “galantuomini”. A quel punto, regnando ancora nominalmente Francesco II, la magistratura, le autorità municipali e le forze di polizia finirono saldamente in mano al nemico. Il popolo si ritrovò completamente abbandonato e soprattutto senza possibilità di comunicare con la propria classe dirigente legalmente allontanata da ogni carica istituzionale. Il popolo che, tuttavia, aveva compreso la spregiudicatezza dei liberali, si sollevò spontaneamente contro di essi considerandoli il principale nemico da abbattere.


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L’opposizione armata fu soltanto un aspetto della più vasta resistenza all’invasione piemontese.

La resistenza si sviluppò per anni anche in modo civile con proteste della magistratura e dei militari, con la resistenza passiva dei dipendenti pubblici, con il rifiuto della classe colta a partecipare alle cariche pubbliche. Innumerevoli furono le manifestazioni di malcontento della popolazione, che si astenne, spesso numerosa, dal partecipare alle elezioni; non poche furono le iniziative di diffondere la stampa clandestina legittimista contro l’occupazione piemontese.

La resistenza napolitana, demonizzata come “brigantaggio”, è stata variamente analizzata e spiegata. Da un parte, si è voluto dimostrare che essa era una specie di esercito sanfedista, sorretto dai reazionari napolitani, ma senza un capo carismatico, come lo era stato il cardinale Fabrizio Ruffo nel 1799. Dall’altra, che era un fenomeno esclusivamente sociale dovuto alle lotte contadine contro i cosiddetti “galantuomini”, che avevano usurpato le terre demaniali e i beni della Chiesa, lotte che poi sfociarono nel crimine. In realtà, se qualcosa di vero di queste due tesi può essere considerato una componente di tutto l’insieme, è evidente dai fatti che l’intero popolo lottò strenuamente per lunghissimi anni contro l’invasione di un esercito considerato straniero e contro i suoi collaborazionisti. A questa guerra di resistenza, parteciparono, infatti, oltre ai contadini, militari del disciolto esercito napolitano, avvocati e impiegati, operai e studenti, sindaci e magistrati.

Numerosi furono anche i legittimisti stranieri, particolarmente spagnoli, che fecero parte della resistenza contro i piemontesi. Il cosiddetto “brigantaggio”, in sostanza, fu la reazione di una nazione intera in difesa della sua autonomia e della sua cultura. Una resistenza che avvenne spontaneamente, dunque, quando ormai, però, la Napolitania, nei suoi gangli vitali, era controllata dagli occupanti piemontesi. Ben diversi sarebbero stati i risultati se Francesco II avesse egli stesso spronato tutto il popolo alla resistenza ancor prima dell’invasione.

La resistenza napolitana iniziò con spontanei piccoli episodi nell’agosto del 1860, subito dopo lo sbarco delle bande garibaldesche provenienti dalla Sicilia. Inizialmente fu soprattutto la popolazione delle campagne che si rivoltò contro i comitati liberali filogaribaldeschi, ripristinando i simboli napolitani e i legittimi poteri nei vari paesi dell’entroterra. La resistenza divenne più consistente subito dopo l’occupazione piemontese. Alla lotta parteciparono migliaia di soldati napolitani sbandati, coscritti che rifiutavano di servire un’altra bandiera e persone d’ogni settore sociale.

Priva, però, di una guida efficace che la indirizzasse, senza aiuti esterni, la resistenza non fu capace di porsi sul piano politico e si disperse in mille rivoli di una violenta attività asociale che, in quanto tale, era destinata ad essere facilmente e violentemente repressa.

Vi fu, dunque, una vera e propria rivolta popolare quando le truppe piemontesi iniziarono una feroce repressione con esecuzioni sommarie e con arresti in massa. Nel corso dell’anno 1861 e del 1862 fu tutto un intero popolo a sollevarsi, tanto che furono perseguitati anche il clero e i nobili lealisti, i quali dovettero emigrare lasciando la resistenza priva di guida politica. Particolare attenzione fu data dagli occupanti all’informazione a mezzo stampa. Qualsiasi notizia era deformata al fine di presentare la resistenza napolitana come espressione di criminalità comune e per nascondere le atrocità commesse dagli invasori. Il compito di eseguire questa criminale azione di repressione fu affidato principalmente al generale Cialdini che ordinò eccidi, rappresaglie, saccheggi e distruzioni di centinaia di centri abitati per impedire che l’insurrezione diventasse del tutto incontrollabile.

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