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Signor Presidente della Repubblica,

di Antonino Vassallo

Racalmuto 21 luglio 2010

Signor Presidente della Repubblica,

nel sito internet delle celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia si legge che il “Risorgimento” non fu una rivoluzione di popolo bensì “una rassegnata accettazione della nuova realtà” delle “vecchie classi dirigenti”. Ciò, va detto, rappresenta un piccolo passo avanti nella direzione del ripristino della verità su quel periodo storico cruciale se messo a confronto con la omissiva e falsa retorica risorgimentale che sinora aveva caratterizzato le posizioni ufficiali delle istituzioni italiane. Ma poi si continua affermando che “solo nell'Italia meridionale si manifestò una qualche resistenza” dopo l'ingresso di Garibaldi a Napoli “con la battaglia del Volturno e la difesa di alcune fortezze”. Una qualche resistenza? Ancora dopo 150 anni si vuole negare quanto accadde? Tutto il territorio delle Due Sicilie, da Pantelleria a Civitella del Tronto, fu teatro di rivolte continue delle popolazioni meridionali che si ribellarono al nuovo ordine sabaudo. Palermo insorse e lottò per sette giorni contro le truppe regie nel 1866. Per dieci lunghi anni vi fu una repressione militare inaudita che causò diverse centinaia di migliaia di vittime. Si colpì indiscriminatamente e in violazione di tutti i diritti umani e di tutte le leggi di guerra dell'epoca.

Signor Presidente, lo Stato deve ancora riconoscere che in Italia, per dieci anni (1860 – 1870) vi fu una Guerra Civile e che l'esercito “unitario” operò con una ferocia tale da fare impallidire le più  crudeli rappresaglie dell'esercito tedesco contro la popolazione operate durante la lotta partigiana del 1943-45. Gli italiani (tutti del nord e del sud) debbono conoscere la verità sui fatti di quell'epoca e sui processi storici che ci hanno portato alla costruzione di “questa” Italia. Ne hanno il diritto. Fino a quando questo riconoscimento non arriverà non ci sarà nulla da festeggiare. Come si possono festeggiare la fucilazione di una bambina di 8 anni (Angelina Romano di Castellammare del Golfo) e di tanti altri minorenni; l'eccidio delle popolazioni di interi paesi (Pontelandolfo, Casalduni e di un'altra cinquantina di paesi); le fucilazioni arbitrarie ed immediate sul posto; le teste tagliate e i corpi dilaniati messi a marcire nelle pubbliche piazze; la deportazione di decine di migliaia di meridionali nei lager piemontesi (i cadaveri ad Auschwitz venivano eliminati nei forni crematori, a Fenestrelle nelle vasche di calce viva!).

Signor Presidente, lo Stato repubblicano deve rendere omaggio alle vittime innocenti della guerra civile del 1860 – 1870. Nel 2004 è stato fatto per le foibe con l'istituzione della giornata del ricordo. Per le vittime della prima vera guerra civile italiana, come fossero figli di un dio minore, assolutamente nulla. Anzi. Sul sito della Presidenza della Repubblica Italiana, signor Presidente, alla pagina delle onorificenze, tra veri eroi, decorati con la medaglia d'oro al valore miltare si leggono nomi come: il maggior generale Ferdinando PINELLI (stermini di massa in Abruzzo), il tenente colonnello Emilio PALLAVICINI DI PRIOLA (gran fucilatore e inflessibile propugnatore di repressioni indiscriminate in Calabria), il maggiore Pietro QUINTINI (a Castellammare fece fucilare anche la bambina di 8 anni) , il maggiore Enrico FRANCHINI (il fucilatore di Borges ed altri 22 prigionieri), il maggiore Pier Eleonoro NEGRI (il responsabile materiale dell'eccidio di Pontelandolfo!) Ebbene questi signori furono dei criminali di guerra responsabili dello spargimento di tanto sangue innocente in tutto il sud Italia! Nessuno mai ha pensato di revocare quelle onorificenze. Il Parlamento italiano, nel 1951 ha ratificato la Convenzione di Ginevra in tema di protezione delle persone civili in tempo di guerra. Non è, pertanto, coerente per la Repubblica condividere con il regime sabaudo le motivazioni per le quali furono date quelle onorificenze. La legge 453 del 1932 dovrebbe consentire la revoca di quelle onorificenze.

Mi permetta, inoltre, di chiederLe come si possa conciliare la realizzazione di “un quadro significativo di iniziative tali da assicurare la diffusione e la testimonianza del messaggio di identità ed unità nazionale”,  come si legge sempre sul sito del 150°, con la recente riapertura del

Museo Lombroso a Torino: una “collezione” di poveri resti dei cosiddetti “briganti” meridionali (alcuni di questi resti, tra l'altro, hanno un nome e cognome) recuperati durante la guerra civile ed esposti come reperti per illustrare le deliranti e razziste teorie criminologiche di Cesare Lombroso.   Cosa accadrebbe nel mondo se in Germania venisse aperto un museo sugli esperimenti di Mengele con in mostra le parti dei corpi dei prigionieri di Auschwitz e dei feti conservati nella formalina? In Italia un obbrobrio del genere è possibile senza che nulla accada? Se è così, signor Presidente, vuol dire che io non posso considerarmi un italiano.

Con ossequio

Antonino Vassallo



In genere non commentiamo gli interventi che ci inviano gli amici che ci seguono, stavolta vogliamo scrivere poche righe perchè il messaggio di Antonino ci ha colpito per la pacatezza e la serietà delle argomentazioni. Dalla sua lettera si evince che ha letto tanto, che ha scoperto quella che Cutrì definisce l'altra faccia della luna, che questa scoperta lo spinge a farsi avanti. Altri, per scelta, per indole, per mancanza di coraggio evitano di mostrarsi, di prendere la parola, di attivarsi in qualche modo e si macerano nel loro isolamento. E son tanti. Per questo serve una rappresentanza politica, per dare una dignità e una voce ai tanti che attendono nell'ombra.

Ovviamente, noi concordiamo con Antonino: nulla da festegiare. Trovatelo voi un motivo, se ci riuscite, per cui un meridionale debba festeggiare il centocinquantenario. Almeno fino a quando non verrà fatta una operazione di verità storica, in cui anche ai vinti sia riconosciuta pari dignità, unica strada per un nuovo e condiviso inizio per questo stato che sta andando in frantumi e pare che nessuno se ne accorga.






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