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Giacinto de Sivo

Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861

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INTRODUZIONE

16 LIBRO PRIMO - GIACINTO DE SIVO

SOMMARIO

§. 1. Le Sicilie sempre col Re. — 2. Amor del popolo al trono. — 3. Le sette. — 4. 1 Massoni. — 5. I filosofi, Voltaire. — 6. Federico li, Alerobert e Diderot. — 7. L'enciclopedia. — S. Montesquieu e Rosseaa. — 9. Accecamento de'Re. —10. Accecamento de'nobili e de popoli. — 11. Cagione l'egoismo di ciascuno. — 12. Weishanpt. — 13. L'Illuminismo. —• 14. Gradi dell’illuminismo. — 15. 1 Giacobini. — 16. 1 Carbonari. — 17. La Giovine Italia. 18. Gli Unitarii. — 19. Il pretesto dell'unità d'Italia. — 20. Sperano in Frauda e Inghilterra. — 21. Usano la religione. — 22. La letteratura. — 23. La filosofia. — 24. Il progresso. — 25. Il lusso opprime la civiltà. — 26. Le sette sono i Barbari moderni.

§. 1. Le Sicilie sempre co' Re.

Queste terre dopo i Romani ebbero principati» e al 1130 la monarchia. Prima furono re Normanni, poi Svevi, Angioini, Aragonesi, Austrìaci e Borboni. La feudalità surta co' Barbari, necessario freno all'anarchia, potentissima dal trecento al cinquecento, calò intristendo, e ali' età dei nostri padri fini. Per quella nel reame avemmo disparità di ordini, altri percussori, altri soffèritori, moderati solo dal potere regio; quando la superiore Italia, avea minori disuguaglianze di ordini, e reggimenti popolari, con gelosie di municipii, e gare cittadine. I popoli nostri tartassati da’ baroni, speravano ne'monarchi, e stavan cheti e uniti. Ma quelle molte repubblichette, fatta a ritagli l'Italia, furono lungo tenzonar fratricida, cui sol dava posa il furiar dei tirannelli che le spegnevan sovente; sicché, fra le tirannie de'molti o de' pochi, il viver libero era una irrisione prima ancora che finisse l'indipendenza; la quale, perché dilaniata estrema la nazione, si perse al primo irrompere dello stra


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niero. Quei governi a popolò eran conflitti, sperpero del presente, incertezza del dimane, tramare, esiliare, confiscare, uccidere, vendicarsi; e poi retaggio secolare d'odio e sangue. Libertà il vezzeggiar la plebe e percuoterla, la indisciplinatezza delle passioni, il cozzo di tutte volontà, dove il forte e l'astuto schiacciava il debole e il bonario, dove neppur nel santuario era sicurezza. Si sguainavan leggi per ira; e ogni dì se ne faceva in piazza, per rifarle a rovescio poco stante, e a niuna ubbidire, ma alla forza. Mostra di libertà, e servitù atroce.

Siffatta pianta di libertà mai nel napolitano mise radice. In contrario i baroni tiranni a' vassalli, spesso ribellavano are. Questi alle prese con esso loro, avean forza dalle popolazioni; siccome queste nelle miserie ricorrevano ai monarchi; però ordine e giustizia turbati da’ grandi avean sostegno solo dal trono; onde fra popolo e re era una medesimezza d'interessi, e colleganza e fede. Le dinastie normanna, sveva e aragonese battagliaron di continuo co' baroni, e vinserli più volte con armi regnicole, ma furono esse 'fitìte dalle, chiamate da’ baroni, arme oltramontane. Solo la Tazza angioina, che li divise «Mandi, darò più, asservì il paese, ammiserì lo stato, e preparò quei due secoli e mezzo di viceregno e ubbidienza a Spagnuoli e Tedeschi, che ne spensero ogni prosperità. S'è visto sempre, e sin oggi, «he niuna rivoftura riuscì nel reame, se notì con arme straniere.

Dal servaggio viceregnale ne riscattò nei 1734 Carlo Borirne, venuto di Spagna per dritto di successione. Ei rifece il regno indipendente, e ricominciò nuovo stato, con sicurtà, industria e ricchezza. Cancellò tutte interne discordie; finì i dissidii con Roma tra sacerdozio ed imperio; fermò i dritti regii con solenne concordato; primo die' un codice di commercio, creò la Deputazione di salute. Proteggitore delle arti attestando la reggia e i giardini di Caserta, i ponti di Maddaloni, i palagi di Portici e di Capodimonte, i diseppelliti Pompei ed Ercolano, ed in Napoli le


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strade del Molo e Mergellina, il Museo, l'Albergo dei poveri, i Granili, il gran teatro S. Carlo, e le fondate accademie. Ei tra noi pose fine al medio evo. Con leggi consacrò i principii del dritto comune; e per non urtar ne'dritti preesistenti costituiti dal tempo, lasciò anche al tempo il disseccamento della pianta feudale, quasi vizza e barcollante. Procedé non con azione diretta, ma dando vita a nuove forze sociali. Non percosse, non osteggiò, non abbassò il baronaggio; ma die' spinta agli altri ordini; sicché in breve quello restò minore, e nel conflitto le comunità avvantaggiate andavan sopra. Anzi i baroni onorò, se li chiamò accanto, con l'esca dello sfarzo li distrigò dai castelli, li svestì delle forme scherane, li fé' spendere a corte, e guadagnar lindura, idee e civiltà. Cotali cagioni, e il subito divampare del napolitano ingegno, e la energia delle non più spregiate leggi, così ammortirono la feudalità, che già boccheggiava, quando la scoppiata rivoluzione di Francia die' le vertigini a'popoli e a'sovrani. Questi per tema si fermarono a un tratto, né volean più dar nulla; quelli per foga corsero a furia, e tutto vollero a un colpo. Patimmo la conquista, e dieci anni di francesi. Pertanto le leggi nuove, riversive de' feudi con un taglio riciso, non isfuggirono l'odiosità dello sforzo; dove con poco altro ei sarebber venuti meno per civiltà progrediente, per virtù naturale dell'età. Allora i baroni stati oppressori, con fatale scambio furono oppressi, e anco in parte spogliati. Spenti essi, restò il trono, e lo scettro che agguaglia i dritti di tutti; il che fu la libertà voluta da’ Napolitani.

§. 2. Amor del popolo al trono.

La consuetudine al principato, otto secoli di colleganza fra re e popolo, la gratitudine e la simpatia, fan qui della monarchia un sentimento, che s'afforza negli affetti, nelle tradizioni, negl'interessi e nel bisogno del paese. Essa è lo stato nostro conveniente. Le menti napolitane sì n'eran convinte, che nel comunal pensiero re significa giustizia, repubblica subuglio; perlocché sebbene altri di fuori speculasse

 

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con sette e cabale a porre in questo paese qualche radice, avvizzì, per mal concio terreno. A'tempi ultimi la nobiltà, paga di entrare a corte, e d'aver giuste ricchezze e moderate leggi, fu quasi tutta pel trono; e la bassa gente era si al trono devota che poco più V era alla religione. Fidava nel re come pregava Dio; né sapea più. Nella mezzana classe serpeggiava meglio il veleno straniero, il sofisma, e la erudizione sbiadita; e si levava a desiderii di subite salite, e pigliar nome e uffizii; onde smesso il freno religioso, vagheggiava forme di governo dove di leggieri potesse entrare. Costoro in ogni paese aspirano a novità, e insorgono, potendo. Ma qui potean poco, non essendo gente d'armatura.

Guatando il passato luccica meglio questo vero; che in tutte commozioni popolari trovi la devozione al re. Sicilia nel dugento ammazza a suon di vespro i Francesi dominatori violenti, e grida re lo Aragonese, erede della dinastia legittima. Napoli al cinquecento si leva contro il viceré Toledo, che volea l'inquisizione, ma co' viva a Carlo V. Nel seicento insorge con Masaniello contro i balzelli e la baronia, e pur grida i viva al re. A tempo de' genitori nostri, al sentir Francesi, i popolani nudi e senz' arme, combattonli co' sassi tre dì; e poco stante al veder repubblica vengon da tutte provincie in massa con un prete in testa a schiacciarla, con quella rabbia che ne fé' si tristo e famoso l'anno 1799. Quando poi Napoleone frustava mezza Europa, solo Calabria dice no sdegnosa, e sforzata ma non doma da il sangue pel suo re lontano. Nel 1880 il popolo lasciò i settarii soli ad Antrodoco. Nel 1848 la rivoluzione mandata e attizzata dallo straniero fu spenta con arme patrie. E nel 1860 la nazione, conquisa da oro e ferro estero, a lungo riluttò; e inerme e in ceppi ancora rilutta. Ne' Napolitani la monarchia patria è religione.

§. 3. Le sette.

Queste verità son dure a'novatori del paese; ma sorretti da quei di fuori non hanno scrupolo di porre in fuoco

 


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la patria, e darla a mangiare a' forestieri. Oggidì le rivoluzioni suscitate in tutti i regni hanno una, anzi unica cagione, la setta. Àncor v'ha chi crede i rivolgimenti seguiti da ottantanni in Europa fosser per circostanze di ciascuno stato, non per trame generali premeditate da un concetto. Danvi cagione il mal governo, la oppressione, i balzelli, la poca libertà, e altro; credono il governar bene, le buone leggi, e la piena libertà abolirebbero le rivolture. Dicono chimere le società segrete; Massoni, Filosofi, Illuminati, Giacobini, Carbonari, Mazziniani, Unitarii, nomi da spauracchio; le sette, anche che fossero, non aver forza da sollevar nazioni; e addebitano piuttosto al caso che alla settaria possa le ruine rivoluzionarie. Altri sono che non negano un po' di premeditazione, ma sputan sentenze: le intenzioni esser buone, le idee volere trionfo di virtù, e la società rigenerata; i mali essere insiti alle mutazioni, dopo la tempesta venire il cielo netto e bello. Però guerra civile, saccheggi, arsioni di città, uccisioni d'innocenti non li spaventano, che dai disordini dicono menare ad ordine duraturo. I settarii poi, se in disgrazia, negan la setta; se in fortuna ne menan vanto. Ricaduti rìneganla sempre. Ma v'han di essa documenti innumerevoli: confessioni, rivelazioni, catechismi stampati, riconoscimenti in legali giudizii, libelli proprii, e celebrazioni. Si riuniscono in segreto ove stan sotto, in palese ove stan sopra; si riconoscono in capo al mondo, si sorreggono, s'aiutano, si spingono alla preda concordi; ma abbrancatala se la stracciano, si insidiano, si sbugiardano, si accusano e si pugnalano a vicenda. Vediam dai sette cambiar nome e forme; ferite risanare, percosse reagire, schiacciate rinascere, e sempre con uno intento: colpire chiesa e trono, pigliare la potestà e la roba, e surrogare alla legge del dritto quella della passione. Dicono voler libertà ed uguaglianza, ma le voglion per sé; voglion sugli altri l'arbitrio e la dittatura. Fatti a un modo in tutte parti, con un programma» divampai) contemporanei a spartirsi la terra


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II volgo s'annoia a pensare, e volentieri s'acconcia alle idee altrui; così pochi scaltri fanno l'opinione che si dice pubblica, e partorisce ruine. Molti negatori delle sette son come settarii, che ne riescono stupidi strumenti; e imboccati ne ripetono i motti in piazza; plebe essi, persuadon la plebe, che n' è tanta al mondo; e con vaghe parole seminan ree dottrine. Voglion parer saputi, e son zimbello di furbi. Servonli a bocca come eco, a dar novelle false, a infamare la potestà, e a denunziarne i fatti, a farla parere esosa e insopportabile. Dichiarato maio il governo, suscitato il desio del nuovo, e l'ansia del ribellare, la setta domanda prima giustizia, poi riforme, franchigie, costituzioni, costituenti, armi, castelli, e tutto; ma fa fare a quei sori gridatori; e se plaudisce a parziali mutazioni, il fa salendo un' altro piuolo di quella scala, che mette al pieno mutamento della società. Questo vuole. Essa oggi è forte, vincitrice, ha in Italia il dominio, ma non riposa; si abbevera di vendette, ma non si sazia; va dritto sempre innanzi.

Informate e mosse le ultime rivolture dalle segrete società, non potrei di quelle far limpida storia, se di queste non notassi i nomi, gli autori, i dogmi, le leggi, l'opere, gl'incrementi ed i trionfi. Però brevemente dirò di ciascuna, e'I loro confederarsi, e succedersi, e il divampar di tutte insieme, lo sforzato rintenebrarsi, e l'improvviso risfavillare, (gli uomini operano per le idee che hanno, un'idea moltiplicata si chiama opinione, e si fa potentissima; ond'è degli onesti ed avveduti raddrizzarla sul giusto. Che se l'opinione sinistra prevalga, e cresca, e corra come sinora, allora le trame e le menzogne settarie indorate di parole brille appellanti alle passioni, comprimeranno la ragione, il dovere, «ed il bello; cadrà allora ogni religione, quale che sia, e ogni presente ordine di stato; sacerdozio, scettro, milizia, magistratura, ricchezza, nobiltà, tutto. Sparirà anche la proprietà: non campi chiusi, non termini, non palagi, non capanne; tutto è di tutti e di niuno, non pur mogli e figli sarau nostri, si perderà la nozione di Dio. Queste verità

 

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sovènte qualche animoso predisse, non creduto abbastanza, malgrado le insidie svelate dagli esecrandi fatti visti con gli occhi, e più volte rinnovati. Or se dopo l'ultime sperienze le nazioni non s'adergono a difesa, i nati o i nipoti nostri piangeranno, e indarno.

§. 4. I Massoni.

I Massoni, ovvero liberi muratori, antichissimi sono. Avean riti, forinole, misteri, gradi, cifre, emblemi, conciliaboli, leggi, gergo, segnali ed enigmi. Dicean misteriosamente IOFO scopo essere la ricostruzione del tempio di Gerusalemme, e il vendicar non so chi uomo morto. or fa duemil'anni; ma con tai motti velavan ricostruzioni e rendette ben altre. Non appieno empia da principio, la setta mostrava morigeratezza; chiamava suo Dio grande architetto dell'Universo, ammetteva un Dio doppio, e avea certe scuole di Teosofia a suo modo: atea non voleva parare. Allora poco operosa, né molto temuta, progrediva lenta, lavorando a spiegar geroglifici di cui diceva perduta k chiarezza. Stampò il libro delle sue costituzioni la prima volta a Londra nel 1723 un Guglielmo Hunter; il quale notava a quel tempo colà venti adunanze di Massoni, addimandate Logge; di cui ciascuna mandava un deputato alla assemblea generale a eleggere il superiore, detto in gergo ti Grande Oriente. Riceva montare suo principio da re Salomone re pur da Mosè; e aveva posto radici in tutti i regni. Eran Logge di varii riti, con più classi: garzoni, scolari, compagni, mastri, e altri uffiziali variamente denominati; né quei di una ascendevano ad altra classe, se non dopo prove di lealtà all'ordine; e così per gradi si potea salire a'supremi misteri. Ogni classe avea segnali distinti per riconoscersi: toccamenti di mano, moti di dita, parole, sillabe, ed altro. Le ammissioni de' candidati, e le promozioni seguian nelle Logge, con forme da ciarlatani e profanazioni di cose sacre. Imprecando sul Crocifisso giuravan tre patti: segreto, ubbidienza, e vincolo d'unione. 11 perché di tanto giuro non si svelava, se non a'primi primi; a'bassi e ai


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profani dicevano studiar la pietra filosofale, la meccanica, l'architettura, e il modo da redimere l'umanità dalle miserie. Nulladimeno quel misterio non restò arcano alla Chiesa. Papa Clemente XII a 26 aprile 1738 scomunicava la setta, minacciava punizioni corporali; e a 14 gennajo 1739 comminava pena di morte a qualunque facesse parte di quelle Logge perniciose, sospette d'eresia e sedizione. Né cessando il danno propagatore, Benedetto XIV a 18 maggio 1761 ripubblicava le bolle precedenti e riconfermavate. Più in qua anche Pio VII, e Leone XII pregarono i monarchidi comprimere le sette. Questi anzi a12 marzo 1825 forte li ammonì tutelassero non solo la religione ma la incolumità loro e dei popoli, reprimendo i settarii. I re a esempio de Papi emanaron leggi simigliami; Vienna nel 1743, Spagna e Napoli nel 1751, Milano nel 1757, e quasi tutte le principali città in varii tempi. Anche il Turco nei 1748 ordinò s'ardessero le case ove fosser logge di Massoni. Ma in fatto poco operarono; e la setta de' lievi rigori si ridea, procedendo segreta, mascherando l'opere e i pensieri; oltreché avea suo nido e rifugio costante in quella Inghilterra che del foco struggitore d'Europa fa ripostiglio, né par che paventi. E Francia che della inglese nazione sembra rivale, e cui pur cade spesso a copiare, imitavala dubbiosa; or ridente or temente di quella Massoneria che covava in seno, e che presto, da un suo Parigino nutricata d'empietà, doveva fare in lei sue prime prove.

g. 5. I Filosofi. Voltate.

Francesco Arouet, nato a Parigi il 20 febbraio 1694, da un notaio del Castelletto, prese di buon ora l'assunto di combatter Dio, e fu il primo a pensar d'usare il lavorio della» setta. Empio di animo, di passioni smodato, di bello ingegno, ma poco sapiente, scrisse d'ogni cosa, di niente con dottrina. Soleva dire: co' libri si fan libri; e veramente i concetti altrui con brioso stile faceva suoi, e divulgava. Niuno pertanto die' fuori più scritti, niuno più lettori ebbe. Volea parer filosofo; natura fecelo poeta; e s'ei

 

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la poesia osata avesse, com'ella vuole, nella manifestazione della bellezza, forse Francia vanterebbe lui come Corneille e Racine. Ambiziosissimo, volente celebrità ad ogni costo, mutò nome in Voltaire, che pur troppo fu celebrato. Giovine avea scritto satire e s'era fuggito in Inghilterra, sede allora della filosofia de' Collins ed Hobbes; la quale volea alzar la ragione umana sopra la religione, onde rigettava il mistero inconcepibile, la rivelazione, e tutta la Fede cristiana. Voltaire ne fu preso, invidiò a rovescio la fama del Pascal e del Bossuet, invidiò Cristo e gli Apostoli, e aspirò a rinomanza! uguale col diroccar l'opera divina. Concepì e die9 principio alla congiura contro il Cristianesimo, e seguitòlla tutta la vita, ch'ebbe lunga. Luterò e Caivino avean fatto guerra a taluni dogmi, ei la fé' a tutti. Stimò pregio non lo edificare, ma il distruggere; quasi avesser gloria uguale il Vandalo che spezza i monumenti, e lo artista che li creò; quasi le tenebre abbian pregio come la luce; quasi il mestier del sedurre al male pareggi la virtù del trarre a bene. Apostolo voleva essere, disfacendo l'opera degli Apostoli; e favellando di ragione e di virtù, iroso combatteva la religione delle virtù eminenti. Gloriando il vizio, che è più facile a persuadere, con oscene scritture stuzzicava brutali passioni, e avea plausi. 1 suoi scolari dicevanlo semidio.

g. 6. Federico II, Alembert e Diderot.

Fra questi è primo un potentissimo dell'età. Federico II di Prussia, re protestante in terra protestante, vide lo scopo acattolico del Voltaire, e piacquegli quel cervello. Non sospettò avesse a dar fratti amari a' troni. Scrittore anch'esso, stampava: errore popolare il Dio incarnato, favola ' il Cristianesimo, fanatismo la religione, pascolo di menti frivole e paurose; però lodava il Voltaire d'esserne il flagello, l'aizzava, il consigliava. In ricambio questi appellava hi Salomone del Nord. Lo esempio di tal re di corona, potente guerriero e vantato dotto, rattenne le mani punitici degli altri monarchi, affievolì gli anatemi della Chiesa, e die' impunità a' Filosofi congiunti a'Massoni.

 
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Terzo a quei due fu un trovatello, nato d'amori incestuosi di monaca apostata, detto Giovanni Le Rond, dal nome dell'oratorio sulla cui soglia fu trovato la notte seguente al 17 novembre 1717. Cresciuto dalla carità della Chiesa, pagò il benefizio cól farsene percussore. 11 mondo conobbelo d'Alembert, chè anche esso mutò nome come il maestro; lui per odio a Dio pareggiò, superò per malizie ed insidie; ma la setta dicevalo il Sant&l Si scelse cooperatore il Diderot, uomo d'intelletto dubbio, òr ateo, or materialista, or deista, ora scettico, empio sempre; il quale filosofando conchiudeva tra lui e il cane esser sola varietà di vestito.

Cosiffatti quattro uomini congiurarono contro tutte le religioni; ma Cristo chiainaron per antonomasia L'infame. Abbattete l’infame era il motto. Voltaire tenzonatole, sconfitto cento volte, altrettante con viso da vincitore tornava all'assalto; Alerobert astuto, fuggente la pugna, feriva nascosto; Federico di natura doppio, re ed empio, or coperto ora aperto, poneva nella congiura uno scettro; e Diderot, esecutore senza rimorso, era coltella ove il volgessero. Secondi a dovizia trovarono. Condorcet, Turgot, Brienne, Lamoignon^ La Metrie, La Harpe, Bayle, Raynal, Damilaville, Elvezio ed altri. Federico dava danari, premii, onori, ed asilo; prestava i torchi prussiani, agevolava lo spaccio de' libri clandestini, comprava, incoraggiava; scrittore egli, irrigava di lodi gli scrittori empi, e in altri sovrani instillava suo veleno. Così creavano, divulgavano, sforzavano l'opinione; niuna cosa era dotta se non empia, niuna bella se non oscena, niuna virtuosa se non passionata. Essi pochi s'atteggiarono a genere umano; calunniarono il passato, manodussero l'avvenire, l'ateismo facean parere civiltà nuova. Congiura fu: mutamento di nomi, favella enigmatica, soccorso vicendevole, mistero, unione, pervicacia, tristizia, tutto ebbe di setta. Cominciò a mezzo il secolo passato. g. 7. 1 enciclopedia.

Sapendo contro Cristo non bastar forza, misero ingegno a guadagnar gli animi e le menti, con rivoluzione


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d'idee, lenta, insidiosa, che facesse via,ali'incredulità in tatti gli ordini sociali, e pur negli eserciti e nelle corti; perché, dicea Federico, minar l’edifizio sordamente vai farlo cadere da sé. D'Alembert concepì l'enciclopedia, come mezzo a spargere l'ateismo nel mondo. Annunziolla con magnifico discorso, dove i pensieri del Bacone e d'altri ingegni travestendo, faceva suoi; e mostrando di grandissima utilità all'umana sapienza quell'opera, seppela far parere stupenda. Disserto dizionario universale di tutte cognizioni, e scienze ed arti umane, da valere come compiuta biblioteca. Portarsila in cielo i congiurati; le trombe della fama predicarono da Battro a Tile. V'aveano a scrivere i più eminenti pensatori: scienziati, artisti, economisti, teologi, prelati ed altri, i cui nomi davano a ragione guarentigia di bene. Ma i compilatori sepper fare: ad ogni articolo religioso metteano accanto il veleno dell'incredulità; talvolta parean difendere la fede, e vi pingean lucenti gli assalti; talvolta fiacca la difesa, gagliarda l'offesa, più spesso l'offesa era nella mala difesa; sempre fra rosee labbra il dente. Con ipocrita cipiglio sparnazzarono quanto in ogni tempo s'era inventato contro il cristianesimo. L'enciclopedia fu immenso magazzino di sofismi, e calunnie, vestite magnificamente come prostitute, per allettare la comune; fu render la. dottrina volgare per darla fiacca a tutti, fu adusar gli animi ai dubbio e alla negazione, e mandare alle venture generazioni in poca scienza il latte di prosuntùosa ignoranza. I Massoni presentendo il cader degli altari trar con essi i troni, s'unirono a'Filosofi, e con migliaia di braccia aiutaron la barca. Miriadi di scrittorelli uscirono a laudare, Voltaire isquillava sue trombe, Federigo raccomandava e pagava, la moda che io Francia è tiranna, e sbranca pur fuori, tutte cose furono da alzar quel dizionario a quasi unico studio del tempo. Esso svoltava la idee secolari di pietà, di morale, e di credenza; seducea giovani e donne, grandi e bassi, dalle reggie a' tugurii, dalle città alle cascine; pestava un ribollio, nn furor di passioni da prorompere in iscoppio satanico, sin allora inaudito fra'fasti della malvagità.

 

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§. 8. Montesquieu e Rosseau.

Il Montesquieu nel suo Spirito delle leggi, uscito nel 1748, avea dichiarato: ogni uomo essere libero, doversi da sé governare; schiavi i popoli retti da principi, star nel popolo la potestà legislativa; questa usarsi per rappresentanti. Tai principii tratti dalla costituzione inglese, indicati a base di dritto pubblico, aggiunsero impolitico al fermento filosofie*) e sociale; gran pretesto al progredire. Sovf essi più edificò il Rosseau Ginevrino; e nel 1752 die' fuori il suo Contratto sociale, con progredimento d'idee; perocché da quei principii traeva: t7 popolo esser solo legislatore di sé, solo sovrano, infallibile nelle sue leggi, superiore ad esse; i re esser magistrati provvisorii e revocabili; meglio non averne; volersi assemblee popolari, sovrane, legislatrici; e conchiudeva la religione di Cristo contrariar lo spirito sociale. E scrisse pure: malfattore quel primo che, chiuso un pezzo di terra, disse è mioì

Adunque tre uomini furono i motori primi delle rivoltare moderne; l'un dall'altro diversissimi. Empio il primo, avria voluto monarchia, se questa permessogli il congiurar contro Dio, gli avesse data libertà di bestemmiare ne' libri; il secondo, nato nobile, voleva rappresentanze aristocratiche; e il terzo, figliuol d'artigiano, predicava democrazia e comunella. Ma senza Voltaire gli altri non facevano; che pochi avrebber osato assalire i re cristiani. Congiunti i seguaci di tutti e tre a9 Massoni, presero insieme a persuadere al mondo Dio esser fola, e tiranni i monarchi. Brevemente sclamavano in cattedra:Gli uomini, uguali e liberi figli della natura, denno seguire il lume della ragione; la religione sottomette la ragione ai misteri, fa gli uomini ciechi e schiavi; lo stato fatto di ordini diversi disagguaglia gli uomini dalla natura agguagliati; si distruggano questi ordini, si gitti l'impero religioso, e l'umanità sarà redenta a libertà e uguaglianza. Cotai pensieri seminati fruttificarono; e, mutate sembianze e parole, li vediamo sfuriar superbissimi ai tempi nostri.

 

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g. 9. Accecamento dere.

In pochi lustri la congiura fé' larga rete, e seguaci innumerevoli, all'esca d'onori accademici, di celebrazioni letterarie, di cariche lucrose, e pur di carezze principesche. Con mansuetudini di sorrisi, e baciamani, ed astuzie eran riusciti a entrare in ogni parte. Nelle reggie, nelle case grandi, negli eserciti, ne' governi sedean settarii. Precettori, ai, cattedratici, balii, duci, imperavano in magistratura, in amministrazione, nei consigli dei re. I re anzi andavan primi. Tutto era novazione, tutto parve intento a fer della terra eliso. I Luigi XV e XVI di Francia, Giuseppe imperatore, Leopoldo di Toscana, e Ferdinando IV di Napoli ciecamente correano innanzi, e si fecero iniziatori di quei mutamenti civili e religiosi, cotanto allora celebrati, che detter poi sui cardini della società, che tanti secoli avea riposato in pace. L'ira cominciò contro i religiosi, e più contro loro robe; che, temuti pel pio insegnamento pubblico, e per possa di scienza e ricchezza, s'avevano a scacciare e a spogliare. Prima i Gesuiti, siccome soldati di Roma; poi gli altri. Delitto il sapere, la possidenza, la virtù; massimo delitto il vestir clericale.

Nel nostro regno l'opere del Giannone, precedute alle volteriane teorie, a queste avean dato facile passata. Lo avversar le cose di chiesa fu andazzo e vanto; ogni passo contro Roma parve una vittoria. Gotesta guerra iniziò e prosegui il filosofo Tanucci, toscano, surto a un botto ministro e capo della reggenza al minore Ferdinando IV, dopo che in ottobre 1759 il genitore Carlo HI, reduce a Spagna, il lasciava re indipendente. 11 Tanucci iniziò la guerra al sacerdozio; lanciò lo stato sulla via sdruscevole da metter capo al 1799; e dall'altra trascurò la educazione del giovanetto principe, sì da tenerlo indietro al secolo, che tanto camminava baldanzoso. Ferdinando a 12 gennaio 1767 era dichiarato maggiorenne, ma trovava già conficcate le basi dell'avvenire, e sé ed altri incapace a mutarle al dritto. Diceva il Tanucci: Principini, ville, e casini, cioè i prin

 

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cipini non ad arme né a governo avere a pensare, ma a darsi bel tempo; e i moderni che dicono i re dover regnare non governare, han mutato le parole, non il senso.

§. IO. Acciecamento denobili e depopoli. Non è tanta maraviglia che i monarchi volonterosi d'accontentare i popoli, circondati e consigliati da stolti 0    traditori, cadessero nelle reti; ma Té più veder la nobiltà, così numerosa e balda nell'Europa feudale, entrar nell'insigne stoltezza di reputar buone e belle le idee novatrici, che niente meno accennavano che a struggerla, spogliarla e darla al boia. ^ Potenti, ricchi, rispettati, i nobili potevan rintuzzar la congiura, e invece per vezzo o imitazione, o voglia di parer saputi, congiurarono anch'essi.

Addottrinati dall'Enciclopedia, educati da dottoricela forniti dal d'Alembert, sputanti sentenze contro la religione ed i re, non s'accorsero che dopo i privilegi reali cadrebbero i privilegi di casta; posero il pondo de' loro gradi riveriti a prò del nemico sociale, e con Kesempio concorsero ad abbaccinare i re, e a storcere le popolazioni.

I bassi eran più focili a corrompere; che l'uomo bisognoso e ignaro, se ode non esister Dio né inferno, la roba esser comunale, esso uguale al ricco e al signore, non dover ubbidire, esser anzi sovrano, potere aver capriccio d'ogni vietata cosa, ei si cala presto a persuadersi. Nondimeno la religione e i sacerdoti mantennerli in gran parte. Nel napolitano poco furon guasti; molto in Francia, massime a Parigi, dove la setta avea le braccia nella plebe. La borghesia da per tutto fu la peggio infatuata. I Francesi sempre solleciti dell'onor nazionale, allora ciechi, incaponiti alle assemblee del Rosseau, vollero quello stesso che già

I nemici di Francia volevano. Perocché quando Germania, Inghilterra, Spagna, e Olanda, confederate per la guerra di successione al trono di Spagna, tementi della potenza francese, stipularono il trattato dell'Haya a 16 gennajo 1691, pattuirono non posar 1' arpie se non fossero ristabiliti gli Stati Generali in Francia, con l'antica libertà e privilegi

 

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che infrenavano i suoi re. Cotale libertà volevano in Francia i nemici di Francia per finir di temerla; ma Luigi XIV trionfò di quei patti, e morendo lasciò forte lo scettro e potente la nazione. I filosofi che sottomettono lo scibile a' sistemi, celebrarono le assemblee come sociale perfezione, e ne invogliavan tutti; l'Inghilterra soffiò in quei spiriti, e die' a novatori aiuto, appunto per abbattere la prosperità della sua rivale, e vendicarsi dell’America aiutata da’ Borboni. Il nemico appaga le passioni dell'avversario per rovinarlo. E i liberali trionfati bruttaron di patiboli la Francia; e con quella libertà resero impossibile la libertà. Frutti delle lettoni de' Montesquieu e Rosseau.

§. 11. Cagione l'egoismo di ciascuno. Ogni ordine di persone, strascinato come da torrente, lavorò alla macchina abbattitrice di tutti; che la cupidigia pigliò gl'intelletti, e fé9 vedere utilità dov'era danno. Utile solo è il giusto; seguendo giustizia s'ha utilità; ma sovente visiera di giustizia maschera sconvenevoli brame. S'acciecarono governanti e governati. I sovrani si credettero quel rumorio riescir contro i preti e i baroni; pensavano che affievolito il braccio baronale e clericale, guadagnerebbero forza, e indipendenza da Roma; però lasciavan fare, e proseguivan con leggi i cupi disegni delle sette. Così re e regine di corona stipendiare filosofi d'empietà, tenerli a corte, onorarli, averli maestri e consiglieri; re e regine entrare in logge massoniche, parteciparne gl'infimi gradi, sottomettersi a' ciarlatani riti. Dall'altra i nobili per ignavia e lascivia obbliata l'avita virtù, vaghi sol di tresche amorose, plaudivano a quel filosofar facile, che dicea la religione ostacolo a' piaceri; né sospettavan che le sette accennanti a' troni s'avessero a rovesciar su di loro; speravano anzi che franti gli scettri raccoglierebberli essi. In contrario le popolazioni» più salde nella fede, ravvolte in tante reti e ▼ischi, poco quella filosofia intendevano, ma sentivano volersi men severi ordini di stato, e franchezza di vita; però vi s'acconciavano e spinte spingevano, intronate il capo

 

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dì libertà. Né i re, né i nobili, né i popoli vedean più là dell'offa lor menata negli occhi; l'un credeva minacciato l'altro, e si stava pago; non sospettanti aver tutt'insieme a esser percossi. Larghezza di coscienza, larghezza di leggi, larghezza di costumi, non più rigidezza di virtù, tutte blandizie e carezze e speranze facean larga, lubrica, infiorata la via del precipizio. L'egoismo fu danno di tutti. Soltanto la Chiesa, che sta sul vero e sul giusto universale ed immutabile, vide e manifestò il periglio, ma sola fu. Sin dal principio il clero svelò in mille modi la congiura, la combattè con prediche e libri insigni, confutò le dottrine false, prolungò la lotta, ritardò il progresso dell'empietà, e avrebbe meritato di vincere; ma il Signore volea permettere il breve trionfo del male, perché la deformità ne sfavillasse. Il clero profetò la rivoluzione, profetò la distruzione de' templi, e l'abolizione di Dio, profetò il regicidio, e la persecuzione; e quando tali atroci empietà si perpetrarono al cospetto del sole, seppe imperterrito sotto i pugnali e sulle scale de1 patiboli confessare la verità della Fede, rinnovare i martirii de' primi secoli della chiesa.

§. 12. Weishaupt.

La gran rivoluzione fu affrettata da un Bavarese, il cui nome dovrebbe andar primo dopo Satanasso. Adamo Weishaupt fondò la setta degl'Illuminati, madre e modello organatore di tutte quelle de' tempi nostri. Funesto conoscitore del male, fabro insigne d'artifizii, ipocrita stupendo, indoratore d'ogni vizio, prepara sotterra una rivoluzione d'idee immensa, che sa dover divampare in lontano avvenire; eppur pertinace ne tessere brune fila, nemico della luce copre la verità, ateo senza rimorso bestemmia sorridente. Da natura ebbe inattitudine al bene, intelligenza del fosco, mente organata ad ampie congiure. Nacque nel 1748; diconlo discepolo de' Gesuiti, poi d'un Irlandese detto Kolmer, e condiscepolo di Pietro Balsamo siciliano, famoso ciarlatano dettosi conte Cagliostro che insegnava magia e massoneria egiziana. Sappiamo da lettere di lui messe a

 
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stampa, che fu incestuoso e infanticida. Serrava in petto vulcani di passioni coperte con neve d'ipocrisia, né altri mai meglio improntò u linguaggio della virtù. Addottrinato nell'ateismo de' filosofi e nel liberalismo deMassoni, ambo con incestuoso connubio congiunse; ideò un modo da guadagnare il genere umano e imporgli il suo volere; cioè minare insieme religione, governo e proprietà. Sendogli indifferente ogni delitto, vi si mette con perseveranza e dissimulazione da superare o evitare qualunque ostacolo; si fa centro d'un circolo d'adepti sparsi in ogni città; per infiltrarli in tutti gli ordini. Si fa chiamare Spartaco; questi a capo di gladiatori s' era ribellato a' padroni del mondo, ci capo si fa di gladiatori morali contro la società. Al 1778 professore di dritto canonico nell'università d'Inglostadt, medita su' modi d'abolir tutti i dritti, e con magistrale autorità guadagna gli allievi. Vede gli ordini religiosi dipender da un capo, tenere in tutta la terra una schiera militante ad uno scopo per la gloria di Dio; ed ei l'imita creando altro ordine, pure ubbidiente a un cape, ma con opposto scopo; da fare in segreto quello che i monaci fanno aperto.

§. 13. L'illuminismo.

La sua congrega chiamò Perfettibili, poi Illuminati, voci non nuove fra' misteri e le sette. Agli scolari die' nomi simbolici; pochi fé' Areopagiti, grado eminente, egli capo. L'inaugurò al0 maggio 1776. Ma ei temeva il patibolo, onde studiò con lenta avvedutezza tale organamento di congiura, che lavorando contro i culti e le potestà, paresse favorevole ad ambo; e tenesse in sé tai precauzioni da valere in caso di svelamento a salvar lui, e ad assicurare il buon successo. Codice fu di astuzie, artifizii, agguati e seduzioni a' giovani, cosicché irretiti dalla prima età salisser per gradi da candidati a iniziati, e su su sino a capi. Ogni grado scuola di prove, ogni promozione un maggiore svelamento, sino a quel dei misteri ultimi. Comincia con fosche parole promettenti morale soda, educazione, colto e politica nuova; e via via disnebbiando giunge con

 

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le prove e gli anni a morale oscena, a religione senza Dio, a politica. senza legge. L'essenza del suo insegnare era: « Libertà e uguaglianza esser dritti cui l'uomo in sua per« fezione primitiva ebbe da natura; la prima lesione al « dritto d'uguaglianza fu la proprietà; la prima lesione al a dritto di' libertà fu il social governo; la proprietà e i governi appoggiarsi a leggi religiosi e civili; dunque a ristabilir l'uomo ne1 suoi pristini dritti, vuoisi abbattere «religione, leggi, e società.» Ma a ciò non s'arrivava a un botto. Ei prima tende ai giovanetti sue reti con arte serpentina, poi molto scrutatili li sceglie, li fa venire a sé senza invitarli; con mano invisibile ne dispone i pensieri e le voglie, e li guida a un fine; sicché ciascuno è braccio d'un tutto che ignora, e lavora ad un edifizio di cui non sa le parti e lo scopo. Scrisse: «L'arte di far la rivoluzione infallibile é lo illuminare i popoli; illuminarli è pi

ci gliar cauti l’opinione, e farla vogliosa di mutamenti premeditati. L' opinione si fa con gli sforzi delle società segrete; i cui adepti, lavorando insieme e sparpagliati, e l’un l'altro afforzando, moveran le menti popolari a una via, in guisa che tutta la terra venga abitata da una gente, la cui maggioranza tenda a volere uno scopo. Allora schiacciate quelli che non poteste persuadere, e s'è vinto.»

§. 14. Gradi dell'illuminismo.

Avendo per far l’opinione bisogno di generazioni, ei con sue leggi studiò a guadagnar senza rischio i giovani, e a guidarli. Divise la setta in due grandi classi, delle preparazioni, e dei misteri; tutte e due con suddivisioni e gradazioni, secondo il progredimento degli allievi. La prima classe ha quattro gradi: novizio, minervale, illuminato minore, illuminato maggiore. Poi gradi intermedii, presi dalla Massoneria, cioè quelli di Cavaliere scozzeseper averne facilità d'entrar nelle logge de' Massoni. La classe dei miseri ha due gradi: uno dei piccoli misteri, pur suddiviso in preti e principi; e l'altro de'grandi anche in due, de' maghi, e dell’uomo re. Di quest'ultimo grado componsi

 

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il consiglio supremo degli Areopagiti. Inoltre in tutte queste classi e gradi v'è l'importantissimo uffizio, comune a tutti gii adepti, quello dell'insinuante o ingaggiatore. Ciascuno deve trovare e persuadere almeno uno o due, de' quali diventa natura superiore; ciascuno noterà in apposito taccuino quanto avrà osservato intorno a qualsivoglia persona, amica o nemica, su loro passioni, pregiudizi!, legami, desiderii, tendenze, capacità e agiatezza; e ne farà ogni mese rapporto a' superiori; perché l'ordine sappia su quali uomini in ogni parte di mondo possa contare o temere, e sui modi del guadagnarli o torseli davanti. L'insinuante ha per precetto aversi a contraffare e occultare l'animo, per iscendere nell'altrui con men periglio e più frutto. Scegliere il più fra giovanetti, formarli, educarli; a preferenza i potenti, i nobili, i ricchi; poi medici, curiali, pittori, librai, maestri rii scuola; e prima i belli, che han più attrattive e meglio piacciono al popolo; piuttosto protestanti che cattolici, perché quelli, come disse Federico II, vanno più presto; cercarli soprattutto fra uffiziali di Prìncipi, ne' Ministeri e ne' consigli, massime se avesser patito ingiustizie, perché più di l*!igieri si fanno illuminare. Trovato l'uomo, l'ordine dopo segrete informazioni, ne approva la scelta; né dona già al primo fratello il carico d'illuminarlo, ma ad altro cui stima più atto, a seconda dell'intelligenza, età o grado del candidalo; quegli solo allora ha facoltà di gittargli la rete. Weishaupt in pochi lustri si mise in pugno mezza Germania. II governo Bavaro entrato in sospetto esiliò lui, e perseguitò la setta; ond'ei riparò a Gotha, il cui Duca, suo adepto, fecelo consigliero aulico; sì potè aperto lavorare. Stampò nel 1781 la storia delle persecutori degl'illuminati in Baviera, e nel 1788 la descrizione dell'ordine degl'Illuminati. Mori poi a Gotha nel 1822.

§. 15. I Giacobini.

Ei sin dal 1782 pensava aggregar Francia al suo ordine; ma si tenne, temendo la natura francese per fretta $li guastasse acerba l'opera. Primo Mirabeau, iniziato al

 

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l'illuminismo a Brunswik, ne portò i gradi a Parigi nella sua loggia detta de Filateti, cioè amanti della verità. A quel tempo Filippo Duca d'Orleans, Grande Oriente, capo della Massoneria francese, avea già 282 città con logge, dove era pur penetrato il Cagliostro. E il re cinto di ministri settarii, e con la corte piena di settarii maschi e femmine, guardava quelle adunanze come feste: musiche, danze, canti, drammi, versi, cene, guardie e sentinelle di soldati pel buon ordine; ma mentre i grandi di Francia ballavano, trincavano, e s'acciecavano di fastose lascivie, là stesso in più recondite stanze si cospirava a rapir loro la potestà, le robe, e le teste.

L'illuminismo nel 1787 mandò deputati a Parigi, sotto specie di studiarvi i prodigi del Mesmer, in voga allora per altro settario favore; il Mirabeau presentolli al comitato degli amici riuniti; dove, detto Germania già ubbidire all'ordine loro, depositarono lo statuto del Weishaupt. Venne in gran parte accolto; e ne fu ingrossato il codice massonico; onde cominciarono a entrar nelle logge soldati, artigiani e sin facchini e proletarii. Sursero comitati in ogni città» tutti aventi il motto dal Grande Oriente; né solo in Francia, ma in tutta Europa protetti da personaggi alti, da ambasciatori esteri e loro familiari e concubine. La rete meccanica dell'illuminismo affrettò la propagazione; sicché l’Europa era già vinta dalle idee francesi prima che ne vedesse gli eserciti. In breve i congiuratori sentendo lor forza, non istetter sulle mosse; e stabilirono il 14 luglio 1789 per sollevarsi in Francia. Vedesti in un dì miljoni di furie, con stesse grida, stessi atti, in orgia orrenda, sforzar prigioni, bruciar castelli e case, sgominar soldati impotenti o immobili, e stilettare e trucidare. Il Mirabeau convoca tutti i capi delle logge nella chiesa dei frati Giacobini; questa diventa centro della rivoluzione, ed ecco Massoni e Illuminati appellarsi Giacobini.

Là tutte le logge, tutte varie sette, tutte caste: filosofi, enciclopedisti, mesmeriani, economisti, falsi religiosi, falsi

 

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soldati, aristocrazia, democrazia, studenti, borghesia, artigiani, ogni sistema, ogni forinola eran là d'accordo per la distruzione de' culti e de1 re. Si guatarono, e si riconobbero. Solo al grembiale era succeduto il berretto rosso. Sono uniti contro i re e Dio, ma discordi ne' modi: uno vuole il Dio del filosofismo, altri non ne vuoi nessuno; il La Faiette brama il re doge sotto la sovranità del popolo, esclama l'insurrezione santissimo dovere; Filippo d'Orleans vuoi esser re esso; il Brissot grida magistratura democratica; il Mirabean s'acconcia a tutto, purché retto da lui; i Condorcet, Babeuf e compagni vogliono Tuomore del Weishaupt, non inferiore che a sé solo, cioè la negazione della società. Tutte le trame di mezzo secolo vengono a luce in quella Babele. Subiti effetti. Prima contro Dio: sospesi, poi aboliti i voti religiosi, spogliato il clero; profanati i sacri vasi, rubati, venduti gli ori e gli argenti delle chiese, fuse le campane per moneta; inventata la religion civile, per fare il popolo sovrano in chiesa come sovrano nella reggia; abolita la domenica, abolita con editto la religione cristiana, scacciati con decreto trentamila religiosi, cerchi a morte, percossi, sterminati i sacerdoti; apoteosi ai filosofi; e nostra donna di Parigi, peggio che moschea profanata da baccanali, vede fra incensi e cantici osceni sull' altare del Signore danzar nuda la prostituta, detta la Dea ragione.

Poi contro il trono. Dalla chiesa de1 Giacobini passano alla tribuna della cavallerizza: una prima costituzione toglie ©età di potestà e di amici al re; poi altra, e poi altra che al re lascia il titolo solo. E il re prigioniero firma. La seconda assemblea nazionale sospende anco il titolo, lui manda alle torri del tempio; e un comitato di essa detto dei Girondini lavora nascoso alla repubblica. Ultimamente dichiaran Luigi XVI decaduto; e la terza assemblea lo mena al patibolo. Questo re, il più buono degli uomini, era immolato, sol perché re, alle prestabilite vendette massoniche, alle teorie del Weishaupt, all'ingordigie di tutti.

Poi contro la proprietà. La rivoluzione famelica di

 

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roba e di sangue passeggia immane e spietata; cadono le teste de' grandi e de' ricchi, ancora che massoni; perseguitati, ammazzati, carcerati; s'ardono palagi e castelli, s'infrangono gli stemmi, si vendono le terre. Distrutta 1*aristocrazia del sangue, si strugge l'aristocrazia mercantile; dopo l'uguaglianza de' dritti vuoisi uguaglianza reale, legge agraria, comunella. Qui la discordia piglia i vincitori: i settarii, benché tutti abbottinati, si rintuzzano, si calunniano, si accusano, si smascherano, si uccidono, e si cacciano al palco T un T altro.

Poi cóntro l'uman genere. Le conquiste della rivoluzione armata paion prodigi. Soldati improvvisati, senz'arme, senza scienza, pigliar fortezze e regni, annientare eserciti veterani, render vana l'arte guerresca; e qualunque pugna, o vincitori o vinti, lor dar paesi, dove prima occorrevan dieci battaglie. Ma i libri del Voltaire, e il codice del Weishaupt sparsi pel mondo prima delle armi, avean prese tutte contrade. Ogni sovrano circondato da adepti, ogni ministero, ogni municipio, ogni esercito era infetto; e s'aprivano al nemico liberatore i consigli de' re, i disegni di guerra, le porte delle cittadelle. I generali giacobini accolti a braccia aperte da’ vinti, diventavan forti là dove ogni altro saria stato fiacco. La setta mondiale arse i puntelli alle preparate mine, e fé' mancar la terra a' governi combattenti. Ogni settario tradì la patria, ogni Giacobino fu eroe.

Le innumerate vittorie germaniche densi agl'Illuminati. Cadono il Belgio e l'Olanda con tante formidabili fortezze, per forza de' comitati ubbidienti a Parigi. Lo stesso in Ispagna: un Raddeleon vende Figueras, non è ben pagato, si lamenta, e gli mozzano a Parigi il capo. Avvelenano il generale Riccardo che si ricorda l’onor castigliano. I miracoli di guerra nel Milanese, e le facili corse nel Romano e nel Napolitano chi non sa? I Giacobini strombazzati invincibili, celebrati, inghirlandati, trovano gli eserciti disfatti pria che tocchi, e governi rivoluzionarii surti a un tratto di sotterra a dar moneta e braccia

 

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Caduti i Giacobini l'un sopra l'altro» su tutti salì Napoleone, che raccolse l'eredità della rivoluzione, e credè seppellirla. Fé' l'imperio, cioè negazione di rappresentanze democratiche, e comando di 6pada; rialzò gli altari, ma per sé; fé' conquiste, ma a' suoi; e volendo della religione e dei troni far monopolio, die' la scalata al Quirinale, carcerò il PapaRe, e il tenne più anni in Francia. Die' morso e freno alle sette, sostegno e roba ai settarii; quelle attutì, questi saziò; che tutti massoni e giacobini erano stati i compagni di quel vincitore di battaglie, surti ricchi, e grandi. Il concetto settario svolse a suo modo, abolì il dominio temporale di S. Pietro, compresse i dritti di Santa Chiesa, perseguitò cardinali. Àvea fautori Filosofi ed Ugonotti, e rise delle scomuniche. Quando Dio piegò gli occhi caddero quei trionfi, quelle cose, quelli uomini, ma non i principii, non l'esempio delle maravigliose esaltazioni; e l'illuminismo e la massoneria vinti e discreditati andaron raccogliendo al buio gl'infranti pezzi del perduto scettro, per ricominciare insidie da capo. Visto l'ateismo esoso al mondo, si rincappellaron con falsa religione, e nuovi nomi.

§. 16. 1 Carbonari.

La Carboneria è pur frutto oltramontano. I profughi di Napoli del 1799 ne portarono i semi di Germania e di Svizzera, quando per le tornate arme francesi rimpatriarono nel 1806. Sin dal principio del secolo v'era una setta detta Unitaria, e altra nomata de Raggi, ambe fuse nella carboneria; la quale restata per la forza napoleonica ignorata e latente, sembra avesse qualche incremento in Calabria nel 1808. Il primo a farne motto in una loggia Massonica a Capua fu nel 1810 un Massone uffiziale francese; il quale, dimostrato necessario riformare la società, propose la Carboneria, cui disse antica, e istituita da re Errico di Francia (né indicò quale) che n'avea fatto ordine cavalieresco. Essa fu come riforma adottata e propagata. Per non urtar nei sensi religiosi del napolitano paese, i Carbonari si facean santoni, si gridavan cattolici, aver

 

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virtù teologali; vantavan protettore S. Teobaldo, eremita francese del mille, che fuggito in Germania avea campato in boschi facendo carbone. Adottaron parole sacre; lasciar compassi e squadre massoniche, presero l'accetta, il chiodo, e altri emblemi, significanti la passione di Cristo e lavorazione di carbone. Però dal Tenderlo appellaron vendite le logge; e dove s'eran chiamati fratelli, si disser cugini.

Ma usavan l'arti stesse delle sette madri; ordini, gradi, segnali simiglianti, benché più speditivi; i gradi di RosaCroce e di Cavaliere scozzese eran come ne' Massoni e Illuminati. La Carboneria fa Massoneria Illuminata acconcia all'Italia; applicazione di forme generali a un popolo speciale. Laonde prese aria di nazionalità; si mise a punzecchiare il nobile sentimento dell' indipendenza; scrutò l'indole, le aspirazioni, i pretesi bisogni degli Italiani SCOIItenti; lavorò a commuovervi gli spiriti indigeni, e a fare agognare utilità pratiche e vicine e vitali al paese. Nondimeno non celan nei loro statuti esser rappresentanti della rivoluzione francese, approvare i principii dell'89, e il terrorismo. Nelle istruzioni agli adepti lodavan l'età dell'oro, quando s'ubbidiva alle sole leggi di natura, e la terra non avea padroni particolari. Dicevano: il coprirsi di pelli le membra fu il primo traviamento dell'umanità. Lamentavano l'essersi scelti capi alle genti, e dettate leggi umane, ed elette guardie armate; queste cose avere surrogato il dispotismo ali' uguaglianza primitiva. L’Italia doversi purgare. I nostri padri stabilirono la Carboneria nel rifugio de’ boschi, per armarsi nascosi e aguzzar le scuri e i pugnali a sterminio degli oppressori. Essi giurarono sulle croce di abbatterli in un sol dì, e ristabilire la santa filosofia del Redentore. Lo stesso giuriamo noi, che diè tempo. Era lor disegno di fare in Italia una repubblica di forme e idee pagane, detta Ausonia, e un Papa patriarca a soldo; e scacciarne non lo straniero soltanto, ma i re, i preti, i nobili e i possidenti. Giuravan col coltello, firmavan col sangue, si assoggettavano, caso tradis

 

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sero il segreto, a morir di pugnale. Gli statuti stampati minacciano siffatta pena agi1 inobbedienti; alzan tribunali segreti per giudicar tai rei, e far eseguire le condanne; e dichiarano non salvarli la fuga; chi una mano invisibile li percuoterà, sin dentro il tabernacolo di Cristo.

Sebbene repubblicani, pigliavan tutte imprese. Nell'anno 1811 certi Francesi $ Tedeschi proposero a Gioacchino Murat d'accogliere nel regno la Carboneria, vantandogliela sostegno al conquistato trono; e come il ministro di polizia Maghella, Genovese e Massone, molto la raccomandò, ebbero il permesso. Però favorita dalla potestà regnatrice, la nuova setta, sendo mezzo di lucro e d'impieghi, si dilati in tutte provincie apertamente; donde passò ali' alta Italia e in Ispagna. Subito divenner grossi e forti. Poi visto nel 1814 Gioacchino con l'esercito sul Pò, e in male condizioni, stimaron quello il momento di fargliela; e si ribellarono in Abruzzo; dove presto domati vennero in persecuzione. Seguirono carcerazioni e supplizii. Dicono che allora la setta per vendetta mandasse emissarii ai Borboni in Sicilia, e anche danari; e accolta bene dal re, e meglio dall'inglese Bentik, facesse sperare di scrollare il dominio francese. Ma l'anno dopo, calando più la fortuna di Gioacchino, questi mostrando pentimento d'averla perseguitata, richiesela d'amicizia; ed essa anche a lui stese le braccia. Prometteva così ai due rivali il trono stesso, per far repubblica; e, vuota di fede come di forza, non attenne a nessuno.

Restaurato Ferdinando, e rimasti pei patti di Gasalanza tatti i Carbonari in uffizio, sperarono aver favori dal re; fltò ei li riprovò, e proibì le vendite. Quindi ira. Esonerandosene i timidi, v'ebbero ad aggregare i più audaci e facinorosi, e cominciarono a far paura. Non eran puniti, perché chi punirli dovea era pur carbonaro. Ogni magistratura, ogni municipio, ogni reggimento di milizia avea sue ««adite. L'esercito che male era composto, fu tutto infetto; i capi richiesti o richiedenti v'entravano; e perché venuti dopo de' soldati, eran ultimi, e da meno che gl'infimi. Chi

 

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sdegnava entrarvi era minacciato. Così la milizia divenne anarchia, senza disciplina, senza ubbidienza. I Carbonari allora prepossenti facevan soprusi e vendette di sangue; spesso da’ giudizii esci vano assoluti; carcerati per debiti, eran liberati a forza dai cugini; pigliavano, bastonavano, gridavano a volontà, pompeggiavan processioni pubbliche, e si facean benedire da’ loro preti. Diventati assai, come udirono i carbonari di Spagna aver proclamata la Costituzione, fecero nelle Due Sicilie la rivoluzione del 1820; e in Piemonte, ascritto Carlo Alberto allora principe, ne imitarono. Ma le sette, buone a dissolvere, non valgono aliopera, però le migliaia di soldati e legionarii non guardarono il muso ai Tedeschi nella stretta d'Antrodoco; e il Pepe carbonaro generale, fuggendo il primo, vituperò questa patria e quella Italia che dicea voler liberare. Così i Carbonari, difesa la loro costituzione con le calcagna misero in faccia ai Napolitani una marca di viltà, che per lunghi anni ne rise i pulcinelli d'Europa. Il nome Carbonaro fu ludibrio.

§. 17, La Giovane Italia.

Giuseppe Mazzini nato a 28 giugno 1805 a Genova da un medico, era curiale senza clienti, quando carbonaro si die'al cospirare; onde nel 1830 fu scacciato di patria. Dopo lo abbattimento che la rivoluzione patì quell'amo in Italia, alquanti sbanditi s'unirono in Marsiglia a ruminar più gagliarde riscosse. Questo Mazzini, il Bianchi Piemontese, e il Santi da Rimini con altri, vista la carboneria dispregiata, e andar lenta, rifondaronla nel 1831, col nome federazione della Giovine Italia. Gli statuti dicevano: avere scopo la riforma politica Italiana, mezzo l'unione de’ federati in tutta la penisola e isole; armi proprie, corrispondenza e unità di pensieri; la rivoluzione scoppiar generale, non far transazione col nemico, spegnere gli avversi e i traditori; ogni federato giurare darsi anima e corpo ali' impresa, spegnere col braccio e infamar con la voce i tiranni e la tirannide politica e morale, cittadina e straniera; combattere l'ineguaglianza, e cercare ogni via da far salire gli adepti

 

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della società a governar le cose pubbliche. Ciascuno avesse pugnale, fucile, e cinquanta colpi; pagasse uno scudo all'entrata, e uno mensuale. Niuno accogliersi che avesse più di quarantanni; niuno poter trovare più di due federati, niuno scrivere il nome dei compagni, ciascuno aspettar le notizie dal suo propagatore, a questo pagar la tassa, a questo far rapporti. Fu come si vede riforma della Carboneria, sempre co' modi dell'Illuminismo. L'anno appresso aggiunsero un. giornale pur detto Giovine Italia, per muovere la rivoluzione radicale. 11 codice di questa setta ha parte civile e penale, con rubriche di sangue. Nel penale all'articolo primo è scritto: tendersi alla distruzione di tutti i governi della penisola per far una repubblica. ÀI terzo e seguenti: a i membri che non ubbidiranno agli ordini della società segreta, e quei che ne sveleranno i misteri saran pugnalati senza remissione. Il tribunale segreto pronunzierà la sentenza, designando uno o due adepti per la immediata esecuzione. L'adepto che ricuserà eseguire la sentenza sarà morto come spergiuro. Se la vittima giungesse a fuggire, sarà perseguitata incessantemente in ogni luogo, e verrà colpita da mano invisibile, fosse in grembo alla madre, o nel tabernàcolo di Cristo. Ciascun tribunale segreto sarà competente non solo a giudicare i socii colpevoli, ma anche a far morire qualsivoglia persona designasse a morte.» Con tali tristizie costoro dicono sublimare la patria.

Nel 1846 il Mazzini profetò: «Nei grandi paesi la rigenerazione si fa col popolo; nel nostro si farà co' principi. Bisogna farli lavorar per noi. Il Papa andrà nelle riforme per principii e per necessità; il re Sardo per desio della corona d'Italia; il gran Duca Toscano per inclinazione, il re di Napoli per forza. Gli altri principali avranno a pensare ad altro che a riforme. Ottenute le costituzioni, s'avrà dritto di chiedere e domandare alto, e al bisogno sollevarsi. Valetevi delle minime concessioni per unir masse, anche col pretesto di ringraziare: feste, canti,

 

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radunanze, e fitte corrispondenze fra uomini di tutte opinioni bastano a maturare le idee, a dare al popolo il «sentimento della sua forza, e a renderlo esigente. E appresso: «II concorso dei grandi è indispensabile; perché con plebe sola nascerebbe la diffidenza. Condotta dai «grandi, questi le saran passaporto. Un signore lo si guadagna per vanità; lasciategli la prima parte, sinché vorrà a camminar con voi. Pochi vorranno giungere alla meta; «ma è importante che la meta della rivoluzione lor sia «ignota.» La storia mostra come tal programma fu ed è eseguito di punto in punto.

Luigi Filippo re de' Francesi, stato Giacobino, intendendosi di sette, scacciò via questi congiuratori nel 1833, si dice con l'occasione d'un Italiano pugnalato in un caffè dì Parigi, per ordine del Mazzini. Ricovrati a Ginevra, subito tentarono una ribellione generale in Italia; ma scoperti in Piemonte, il loro re Carlo Alberto, benché carbonaro, non die' quartiere. Trentadue ebber sentenza di morte, undici soli fucilati, alcuno s'uccise di sua mano in carcere, molti alla galera, molti condannati in contumacia. Fra questi il Mazzini, e il poi famoso abate Vincenzo Gioberti, allora cappellano di esso Carlo Alberto. La congiurazione aveva un pie' nel reame nostro, onde in Abruzzo seguirono arresti di cinquantadue persone, con Luigi Dragonetti, stato deputato al parlamento del 1830; ma per difetto di prove o per favore dell'amico ministro Del Carretto tosto uscì libero; puniti anzi gli accusatori.

La Giovine Italia ritentò nel 183i i suoi colpi. Unirono uomini di tutte nazioni nel Ginevrino, e in numero di dugento invasero il Piemonte con alla testa il Ramorino, quello che poi nel 49 fucilarono per tradimento. Egli entrò col Mazzini al 1° febbraio in Savoia; proclamò repubblica dall' Alpi al Faro, e l'unità; ma pochi dì appresso, non seguito da nessuno, abbandonato da’ Polacchi, minacciato dalle milizie Sarde accorrenti, riparò a Ginevra. Condannarono in contumacia alla forca lui e Giuseppe Garibaldi,

 
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allora marinaio di terza classe al regio servizio. Incontanente i congiuratori, fatti per lo smacco più audaci, convennero a Berna con fuorusciti di tutta Europa; e a 18 aprile di quell'anno ampliarono la società; e stabilirono: «Associazione repubblicana di tre federazioni, Giovine Italia, t Giovine Polonia, e Giovine Germania; lega difensiva ed t offensiva, solidarietà di pensieri e d'opere, lavorare t concordi, dritto di soccorso, tutti fratelli, uno il simbolo, 0    esso determinato, esser comune ad ogni adepto, tutti riconoscersi a quel motto; la riunione di più nazionali congreghe costituire la Giovine Europa; potere ogni altro popolo aderire a quest'atto.» Fu guerra dichiarata alla società. Sardegna, Napoli, Germania, Austria, Prussia e Russia obbligaron la Svizzera a sfrattare quei faziosi; ed eglino in Inghilterra.

Colà sicuri costituirono setta mondiale, mossa da un pensiero direttore, per rivoltare tutte nazioni ad un tempo. Di là tengon la mano nei circoli segreti posti nelle più popolose città, mandali loro catechismi e comandamenti, e imperaisugli animi e sulle braccia. Gli schiavi loro, che neppure osano da sé pensare a quel che fanno, si appellano liberali. Il catechismo della Giovine Italia è noto per le stampe. Ci stan fusi i principii de' Massoni e i modi degl' Illuminati, ma con minor velo e meno circospezioni; perocché il seme fruttificato in due generazioni, fa che oggi À congiuri aperto. Sono membri della gran setta uomini potentissimi di Europa. Essa fa guerra a tutti gli stati costituiti, assoluti o costituzionali, repubbliche aristocratiche o democratiche; essa manda esercito dovunque n'è mestieri: accorre in Isvizzera, in Polonia, in Ungheria, nel Belgio, in Alemagna, in Francia, in Grecia, in Ispagna, in Italia, in America, in qualunque luogo s'alza bandiera di rivolta, e son soldi da pigliare e potestà da rapire. Vincitori, sfuriano, e procedon dritto alla meta, abbattimento di religione e dritto; vinti, trovan nomèa nei loro giornali, pastura nelle borse de' gonzi, s' atteggiano a vittime di

 
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tirannia, e han sicuri asili, talvolta in Francia e nel Belgio, più spesso in Isvizzera, e sempre in Inghilterra; donde ricomincian da capo.

Tessono lavorio lento di generale corruzione. Accorrono ad essi uomini perduti e varii. Avvocati, medici, artisti senza scienza, indebitati, avventurieri, assassini, ciarlatani, gente che niente risica, e molto può guadagnare pe' mali altrui, uniti dal comune odio alle cose sacre e giuste, assetati di vendette, di oro e di potestà. Locuste che aspettano il vento per accorrere a divorare un paese. Han seguenza di stolti ricchi, e di stolti nobili o ambiziosi. Han protettore sempre uno stato nemico di quello che accorrono a liberare. Proclamano libertà, uguaglianza, età dell' oro; di fatto fan guerra ali' oro e alla libertà altrui.

§. 18. Gli Unitarii.

Dopo la battuta del 1848, ove s'era smascherata troppo, la setta stimò fare un'altra mutazione; e più semplicemente i suoi si appellarono Unitarii. Il catechismo ne fu trovato in molti esemplari dal magistrato napolitano, quando nel 1849 se ne fé' processo. Ei dice: La gran società dell’Unità Italiana, è la stessa che la Carboneria e la Giovine Italia, istituita per liberar l'Italia dalla tirannide de' Principi e degli stranieri, e farla unita e indipendente. Ha circoli con ciascuno un presidente, un consiglio d'Unitarii, un maestro e un questore; gli altri si chiamano Uniti, o Ascritti. Sono circoli di cinque maniere: il gran consiglio, e consigli generali, provinciali, distrettuali e comunali. Il Gran consiglio, è composto di Grandi Unitarii, donde emanano ordini, cui gl'altri ubbidiscon ciechi. Cura della setta fa unire a sé i militari e onorarli, e muoverli a stabilir circoli nei reggimenti, e corrispondere con quelli dei paesi ove han guarnigione. La persona pria di unirsi è messa a prova; poi giura segretezza e ubbidienza sul vangelo, sul crocifisso, sul pugnale, ode minacce di morte ove violasse il giuro, e riceve il motto, il segno e la medaglia. Questa setta rannodando le sperperate fila delle precedenti, si fé'

 

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in brevi anni un governo sotterraneo, combattente alla sorda con la potestà sovrana in ogni parte, e per qualunque minimo obbietto; e quando nel 1861 ha vinto con forza straniera, essa ha preso in un attimo il potere, e sublimato i suoi agenti a pubblici uffiziali. Queste cose eran note; ma la imbecillità o la tristizia di chi usava la potestà regia lasciò fare.

11 Mazzini mette innanzi la divisa: Dio e Popolo; nè dice che Dio che popolo intenda. S' è visto da’ fatti intender popolo la massa de' suoi settarii, e Dio la sua dittatura. Divisa trionfale è: Non Re, non Papi, popolo e repubblica, libertà politica e religiosa. La comunella non à dice, ma si fa. Libertà intendono non ubbidire a nessuno legittimo superiore; il che è l'opposto della vera libertà, che è il non ubbidire a chi non ha dritto e in cosa non dritta; ma van dicendo schiavo il figlio ubbidiente al padre, e il voglion liberare dalla potestà paterna, per farlo invece ubbidire a sé stranieri, che si cacciano in casa altrui a tiranneggiare la famiglia. Noi ubbidienti alla legge siam liberi; calpestandola, siam servi di passioni brutali e di forbì usurpatori.

§. 19. Il pretesto dell' Unità d'Italia.

Adunque Carboneria e Giovine Italia, figlie di Giacobini e Illuminati mettono pretesto al congiurare l'unità d'Italia; dico pretesto, perché le loro costituzioni sin da’ primi Massoni, e per dipendenze. con la Giovine Europa, dichiarano voler la libertà e l'uguaglianza de' primi uomini, il che non é unire ma dissolvere. Oggi stesso unificando l'Italia, tendono a dissolvere Germania e America. Se Italia potesse essere una, già sarebbela da migliaia d'anni; ma noi fa mai, non con gli Etrusci, né co' Romani, che tennerla serva. I Barbari che affogarono questi popoli nel sangue ben potean farla una, come fecero una Francia e una Spagna; il tentarono i Goti senza effetto; e anco i Longobardi s'ebbero a dividere. Carlo magno volevalo, ma la sua potenza s'arrestò sul Volturno, ed ebbe a far pace con Arechi

 

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Longobardo Beneventano, che raffermò l’autonomia di queste contrade che fanno il reame; perlocchè, acconciato il penderò alla natura, Carlo riconobbe il dominio papale, e miselo in mezzo ali' alta e bassa Italia. Noi tredici secoli restammo gli stessi; solo mutando i principi nei re, e scacciando i Bizantini. L'Italia superiore ebbe mutazioni e tagliuzzamenti infiniti. Ora quello che non fecero Etrusci, Romani, Goti, Longobardi, e Carlomagno, in tempi più opportuni e ne' principii delle nazioni, e con forze prepossenti, dicon di farlo le sette segrete, dopo tanti secoli, sconfessando la storia, la natura, e gl'interessi del paese. Speciosa idea è l'Italia una, idea da muovere i giovani; che certo far la patria grande, potente, e rispettata, saria onesta e bella impresa. E dove ella potesse esser unita sarebbe fortissima, per l'indole de' suoi abitanti fervidi e ingegnosi, per sue naturali ricchezze, per lo stare in mezzo al mare, fra Asia, Àfrica ed Europa, e per la coscienza dell'antica e moderna grandezza; ma questi beni che fanla invidiata a agognata, essi appunto sono che le vietarono, e sempre le vieteranno, d'essere uno stato solo. L'indole altera degl' Italiani li fa di spiriti municipali, perche ciascuno si sente grande, vuole il primato, e sdegna dipendenza; la forma della penisola lunga e. sottile, dove ogni parte basta a sé, né ha mestieri d'altri, fa ciascuna regione paga del suo e indifferente del vicino; e le molte secolari autonomie surte, cresciute e compiute, rendono l'Italia per questo maravigliosa nella sua divisione. Ciascuna parte ha vita e storia sua, costumanze, dialetto, passioni, bisogni e interessi distinti, monumenti, nomi, ricordi, rinomanze speciali; ciascuna stata indipendente e separata tanti secoli, ebbe leggi, guerre, trionfi ed arti sue. Uccidere coteste persone sociali, per farne una mole mostruosa di parti eterogenee e discordi, è mina appunto della sua grandezza. L'Italia che vide tanti secoli i suoi figli accoltellarsi, Bianchi o Neri, Guelfi o Ghibellini, gelosi l’un dell'altro, diversi di razze e d'interessi, diventar una! La

 
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fitùzia e sforzata unità farebbela schiava d'una fazione, e però cento fiate più debole e infelice; sarebbe risuscitare Guelfi e Ghibellini, veleni e pugnali, ferali conviti e crudi esilii, nefandi sacchi, e arsioni atrocissime di città e di campagne. E già si sono risuscitati.

Ma eravam noi sì bassi da meritar con tali ruine la redenzione. I mali del medio evo già l'età civile leniva; scomparse le furiose e turbolenti republichette, la comune patria ridotta in pochi principati, gloriosa per arti, paga per mitezza di leggi, maestra di sapienza, prosperosa di commercio, ricca, lieta, pacifica, l'Italia era fra le nazioni venerata e rispettata. Era ancora regina delle genti, non con arme mortifere, ma con l'impero dell'eterno vero e la parola di Dio. Il papato con le cattoliche braccia stringevala in un amplesso con l'unità della religione, e sollevava l'italiano pensiero su tutte le genti. La piena pace menavala innanzi; le spente rivalità già ne affratellava i figli; e i telegrafi e le strade ferrate ne avvicinavan le regioni; i suoi tanti porti, le emulazioni de' governi, e la restituita feracità di sue terre le moltiplicavan ricchezze. E chi nel buio futuro strapperà al Signore i segreti della sua provvidenza? chi dispererà della ventura grandezza di questa Italia creata a grandezza? Chi passando innanzi ai divini ordinamenti vorrà con ree arti divagarla dal sentiero ordinato da Dio? chi con rivoluzioni la ferma a mezzo, anzi la respinge dal vero progredimento che preparala a sovrani destini? Le cospirazioni bruttano questa patria, e con empietà e misfatti la fan maledire. Progredendo col dritto si avanza nella civiltà: le rivolture sono rovesciamento di dritti, indietreggiamento e barbarie. L'Italia oggi non può esser una, se pur fosse buono e opportuno l'averla; rea cosa è il por mano a impossibili imprese; più reo farne reiterati esperimenti, con distruzioni e fiumi di sangue.

Ai Napolitani l'unità è anche più ruinosa. Messi in punta al paese, divengono ultimi, dov'erano primi; retti a prefetture, con leggi forestiere da uomini ignoti, smunti,

 

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privi di re e di corte, costretti a correr lontano per giustizia, a pagare i debiti altrui, a tasse non più viste, e a dare i loro figli in esercito alieno, per guerre aliene, per compressione di sé stessi. Napoli scancellar la sua storia, ubbidire ad altri, abolire il suo trono, rovesciar la sua prosperità, nuotare nelle guerre civili e dinastiche, dilaniarsi, impoverirsi, rinnegar la patria e la Fede! Per Napoli l'unità italiana è suicidio: però i settarii napolitani cento volte più rei de’ loro confratelli, lasceranno nome esecrando alla posterità.

Ma T Italia, siccome la Polonia, la Germania e la Grecia sono pretesti alle sette. Movono del pari Francia e Spagna state sempre une. Ma là e qua, con queste ed altre lustre, vogliono abbattere la potestà umana e divina. Quésto fine è il dogma de' loro comuni catechismi. Però come possono addentano la proprietà, percuotono il clero, e combattono il Papa ch'è grandezza italiana e mondiale. Il loro antipapa è il Grande Oriente de' Massoni; vogliono la rivoluzione delle idee, della morale e delle leggi; e per farla non vogliono religione. Qua, perché Italia ha più stati, gridano Italia una; se fosse una griderebbero Italia divisa. E perché il popolo li respinge, e li fa impotenti a ogni conato, eglino, mentre sclamano fuori lo straniero, chiamano gli stranieri a far cotesta loro Italia.

§. 20. Sperano in Francia e Inghilterra.

Costoro. per amor di setta bene sperano in Francia e Inghilterra, male se per amor di patria; perocché l'Italia non ha nemici naturali più terribili di queste due nazioni. Intendo la Francia del 89 e l'Inghilterra d'Errico 8°, sendo le patrie degli Stuardi e di Carlo magno ricche di generosi cuori propugnatori di virtù. Ma i Volterriani e i Protestanti, messo ogni bene nell' utilità materiale, sono logici nemici di quell'Italia che sopra la materia mette il giusto.

Quanto a' Francesi, come potenza Europea, non potrebbero desiderare una Italia forte per unità d'armi e di stato. Francia ha sue frontiere naturali. ali' Alpi, a' Pirenei,
 

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e al Reno, né può oltrepassarle senza sfidare il mondo; però non può piacerle la gagliardia de'suoi vicini. Una forte Spagna le die molti secoli pena; una forte Italia la rovinerebbe; che resterebbe serrata fra tre grosse nazioni, Spagna, Germania, e Italia, come in tanaglia. Per questo in ogni tempo si sforza a mettere un pie qua dentro; e da sei secoli scendono Francesi dall' Alpe o dal mare, gridando libertà, e portando conquiste, con Carlo d'Àngiò, con Carlo Vili, e co1 Napoleoni; per questo la loro discesa commosse sempre l'Europa. E già v'han messo le tende; prima in Corsica, ora a Nizza. Inoltre non può Francia vedere in noi una prosperità di pace tale da redimerne dalle cose francesi. Essa ha con noi una rivalità certa: noi, primi ritrovatori della moderna civiltà, ponemmo un nome italiano in ogni gran trovato moderno; italiana è la poesia, la pittura, l'architettura, la statuaria, la musica, la scherma, la bussola, l'astronomia, l'America la religione, la storia del mondo; e i Francesi aspirano a dare alla terra nomi francesi.

Quanto agl'Inglesi, un'Italia grossa più deve spiacere, ch'essa porrebbe in mezzo al Mediterraneo un'armata forte e rivale, proteggitrice di commercio prosperoso che mina il loro. Inghilterra vive de' suoi prodotti di mano, e come ha caro il vitto, caro produce; né può ne' mercati stare al paragone; essa dunque per vendere deve impedire la produzione altrui; e ha necessità di metter foco al continente, onde fra9 guai non lavori, e compri da lei. Di ciò meglio parlerò appresso. II fatto mostra che al 1815, sendo vincitrice, volle in Francia franchigie liberali per tenerla fiacca, e prepararla a nuove convulsioni; essa in Ispagna, in Grecia, in America, in Portogallo come può soffia. Della troppo progredita prosperità italiana ebbe ombra, e pensò al rimedio; della molto avanzata propaganda cattolica nel suo seno si spaventò, e risolse reagire; quindi die' protezione, asilo e danari ai settarii italiani, siccome strumenti a turbarne la pace industriosa, e a scrollare i governi che n'eran forza materiale, e il Papa che nfera forza morale,

 

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S'è vista l'Inghilterra che tartassava tutti gli stati italiani dar braccio alla setta proclamatrice dell' unità. Chi non vuoi liberi i fievoli, vorrebbe forte e libero il tutto? I suoi vascelli per lunghi lustri ne fan guardia alle coste, intenti a spiare ogni nuovo legnetto che gittiamo in mare, a far suo prò d'ogni nostra produzione, a imporre per sé sopra qual si sia scoglio utilità commerciali. Nel 1831 surse presso Sciacca in Sicilia un'isoletta vulcanica, cui re Ferdinando pose la bandiera, e fu nomata Ferdinandea. Sebbene in mare siciliano essa era siciliana, pure Londra facea da’ suoi curiali dichiarare avervi dritto; ma il mare per nostra ventura in dicembre se la ringoiò; se no, avremmo visto a forza il vessillo brittanno a un miglio dalle nostre coste. Poi per parecchi anni lo ammiragliato inglese mandò vascelli a studiare quell'acque, sperando risorgesse dal fondo qualche po' d'arena. E tuttodì dove ne vede pone segnali.

Di Malta presa a Napoli e all'Italia non parlo. Da cotesti Inglesi i libertini sperano veder aitata l'Italia una. Ma appunto perché eravamo troppo prosperati eglino fecero lanciare la rivoluzione con cotesto motto fatale di opera impossibile, per farne diserti, fievoli, e bisognosi di loro.

Adunque i settarii rivoltando la nostra patria col braccio straniero bene fecer per sé, che se ne sono arricchiti; ma fecer malissimo all'Italia, che l'han subissata, e fattala così dallo straniero dipendente, ch'oggi un caporale francese, e un pilota inglese la van comandando dall'un capo all'altro.

§. 21. Usano la religione.

In mezzo secolo più volte percossa la setta non si disanimò. Come i libri della Sibilla che scemati di numero crescean di prezzo, essa ad ogni abbattimento crebbe audacia. Mutati i nomi, vieppiù sempre stese sue braccia contorte. Molto i Carbonari osarono nel 1820; più osò nel 1848 la Giovine Italia; più assai han fatto nel 1860 gli unitarii. Si appellan liberali, perché servire no, comandare vogliono; abborrono i re per farsi dittatori; vantano la democrazia, ma non l'uguaglianza, il loro sovrastare agognano; onde

 

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ne verrebbe un'aristocrazia abbietta, la tirannia de'bassi e de1 peggiori. Coi nomi mutarono pur mezzi. Discreditato era il filosofismo del Voltaire, e la coscienza universale riprovava la irreligione; però pigliarono più cauti altra via. Si maneggiavano a seconda del secolo che parea tornato in grembo alla Fede; e volsero atti e parole alle cose sante; ma avean lasciato l'ateismo e presa la bacchettoneria. I liberali parvero passionati di Cristo e della Bibbia, sentivano messe cantate, si facevan la comunione, e crocioni in ginocchio; così i Principi li credean santi, e se li mettan vicino, dove calunniavano, spiavano, ed Esultavano i buoni. La poesia parea tutta sacra: inni a'patriarchi, agli apostoli, a' santi, alla Passione, alla Vergine; si risuscitava l'idea guelfa, e si alzava il Papa a1 cieli. Le arti s'inspiravan lì; tutto era odor di santità. Pigliato questo vezzo, anche dopo sfavillati i rei fatti, non mancaron di coprirli di parole religiose. Gli impiccati dissero martiri, profeta il Mazzini, redentore il Garibaldi, sacro dritto la rivolta, santa la causa, crociati i militi; e i motti: Dio lo vuole, Dio e Popolo.

E dalla religione tolsero il mistero e la Fede; che com' essa vogliono misteriosamente per fede esser creduti. Ma la religione che sta sul sommo vero e su Dio, di natura increata, non sarebbe da noi creati compresa senza fede; laddove la giustizia dell'opere politiche può e deve esser compresa da tutte persone. Ma con tante ipocrite arti, benché molti irretissero, pur non giunsero a un nostro contadino o marinaio; però li accusano di barbarie. Con fede vera il nostro popolo risponde nei fatti: ogni barca che lancia a mare ha il nome d'un santo; ogni voto è alla Madonna, ogni sentimento è Dio e il Re. §. 22. La letteratura.

Come eran bigotti così eran falsi letterati. Fatta seguenza ne' giovani, spingevanli a studii fallaci. Gemevano i torchi per opere scritte a disegno, cui tosto strombazzavano eccellenti. Sovente udivi celebrare a un tratto nomi nuovi di scrittori, e cogliere allori per mediocri e brevi

 

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lavori, in questa terra dove già fur tanto obbligati in vita gli autori della Gerusalemme e della Scienza Nuova. Era loro legge severissima il non lodare scrittori non settarii: se mediocri li laceravano, se buoni li panivan di silenzio.

Sola dispensiere di fama la setta; tirannide nuova agl'ingegni. Prima s'inventò una poesia scoraggiarne, disperata, malinconica; alle lamentazioni del Byron,e del Leopardi tutti facean ritornello; e udivi cantar di suicidii e di tombe giovanetti paffuti, passanti la vita in botteghe da caffè e in cene ubbriachesche. Così la letteratura d'òltremonte detta romantica ne invase, lugubre e insanguinata, che acconciava gli animi ad ire e ferocità; tutto doveesser romantico per aver lode; le menti discostate dal bello e dall'onesto, ei intrattenevan nel brutto e nel vizio; e ne andava guasta la gaia indole italiana, già sempre autrice di grandi opere d'intelletto. Dimenticati gli ameni e forti studii, le fantasie voltavano alla Scandinavia, e al medio evo; e n1 evocavano immagini sepolcrali, e streghe e vampiri e spettri, fecondi di strani e foschi pensamenti. Né poi dal medioevo pigliavan tutto: le forme repubblicane si, con là pietà cristiana e la fiducia in Dio; quasi che quella eroica età di mezzo, mescolanza di spiriti religiosi e avventati, generosi e vendicativi, municipali e liberali, talentasi e creduli, potesse scissa servir di modello nel male, sconosciuta nel bene. Malizia fu porre innanzi inimitabili tempi, e una società uscita dal caos, perché i giovani al facile sfuriar delle passioni avvezzati, anelasser commovimenti.

Pertanto miriadi di scrittori. Talun cominciava con miti e brevi operette commendate, che non avendo reità correvan senza sospetto; e poi che avea preso nome di moderato e imparziale, si lanciava pian piano con vaghe forme d'arte a incarnar le idee preconcette. Subito l'opera laudatissima, raccomandata, letta, ammirata, si facea largo e seguaci. À poco a poco scambiavansi i nomi alla virtù ed al vizio, questo innalzato, quella depressa; l'amor sozzo dicevan carità, l'orgoglio castità, liberale il ribelle, corag

 

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gio civile la sfrontatezza. Ogni fatto presente si dileggiava, ninna cosa buona era buona, ogni eccellenza patria merlava dispregio, ogni opera di governo era vecchia e stracca e malfatta: volevasi civiltà, progresso, scienza, grandezza italiana. Né tai cose definivano: bastava fomentar desiderii di ignoto, ammirazioni di costituzioni straniere, non curanza del nostro, che si fosse; uno spasimar cose vaghe, ideali, indeterminate, una fidanza in mutamenti immancabili e vicini. Fingendo il passato, la letteratura colorava l'avvenire con lusinghe di speranza, con pompa d'eloquenza, e vezzi di poesia; onde i lettori abbagliati da tanta promissione di beni, ne ripetevano i concetti, e senza saperlo eran braccio di sette.

I governi italiani di oiò non s'avvedevano, e faceva» ponte al nemico. Fu misera cecità che la censura preventrice de1 libri e de' teatri, combattesse grettamente parole e notti, quando lasciava correre quella letteratura falsa, che come è dannosa all'arte del bello, così minacciava la quiete weiale. Storie, romanzi, versi, drammi bruttavano torchi e scene, che senza il favor settario s' avrebbero avuto fiamme e fischi; e invece permessi e plauditi, navigavano a vele gonfie al naufragio della cosa pubblica. Né d'Italia solo; venivan di Francia e di Germania, pria celebrati, torrenti di commedie, novelle, sane e quadri e leggende e romanzi corrompitori del gusto, e seminatori di principii di comunella, cui dicevan sociali, con bella parola; ma che al nerbo della società fean guerra. Né tampoco adesso cotesta straniera letteratura ha finito d'invader l'Italia; né ancora l'Italia, doma da arme straniere ha smesso il basso Vttzo d'esser di straniere lettere imitatrice, dove fu reina e maestra. Quest'altro danno avemmo dalle sette, che proclamanti libertà tendono ad asservire questa patria, anche nella manifestazione di quell'ingegno che Dio ne largiva, g. 23. La filosofia.

Con estrana letteratura anche estrana filosofia. Abbandonata era quella del Galilei e de' nostri grandi che alla

 

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ragione avean reso il seggio della verità. Kant Prussiano, adepto dal Weishaupt, in sullo scorcio del passato secolo risuscitava il razionalismo, e il lanciava nel trascendente e nelle astrattezze; ma come facea le viste di favorire il concetto cattolico, e la incomprensibilità spirituale de' suoi simboli e misteri, così da prima si fé' piazza; e fondò una scuola che travarcate l'Alpi e il Reno, invase Francia, e giunse nella terra de Vico e de' Tommasi. Vaga, astnisa, inintelligibile, riformata da molti, veniva d'oltremonte in grossi volumi, con sistemi rinnovati ogni anno, fondati sopra formole e parole, che (pianto men comprese più lodate, adusavano gl'intelletti alle tenebre, a esser séguito ed eco a maestroni foschi, a non veder chiaro mai, e a farsi con imparacchiate formole universali sentenziatori d'ogni cosa. A forza d'inventar formole in filosofia che annullano la ragione, s'è venuto a inventar formole in politica che a suon di paroloni assassinano le nazioni: Fraternità, Uguaglianza, Unità. Giusto mezzo. Chiesa libera in libero stato. L'impero è la face. Re galantuomo, logica inesorabile di fatti, fatti compiuti, non interventi, ec. E perché niuno quella nebulosa filosofia intendeva, ti sentivi dire: L'idea esser simbolo d'intelligenza, nulla valer la forma che accenna a materia; e non pertanto questa idea spirituale cui niuno avea dritto di comprendere, s'avventava poi contro la Fede e gli Stati e le ricchezze. Il Kant dal fondo de' suoi bui aveva eruttato questo chiaro: L'uomo non deve cercare in altro mondo lo scopo e il destino umano. Gli uomini passano, resta la specie, e questa sola è immortale. La società perfetta dev'essere una confederazione generale di tutti i popoli, che sarà libertà, uguaglianza, e pace perpetua. Costoro col pretesto di pace eterna a' venturi fan guerra da cannibali a' viventi; e abbiam visto informate di questo spirito qui fra noi le proclamazioni bellicose di Vittorio e di Garibaldi.

Che siffatta filosofia e quella letteratura fosser opera di setta niuno dubita, sendo uno stento e un affanno a

 


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studiarle, per imparare il nulla e sentire il brutto. Vedemmo infetti chi d'ambe era studioso appalesarsi progressivo in questi progressi del 1848 e 1860; e chi era retrogrado gridato in lettere e filosofie s'ebbe pur taccia di codino in politica, quando i preparati inganni furon maturi.

§. 24. 11 Progresso.

Gridano progresso. Progresso è avanzamento continuo di beni materiali e morali alFawenante dell'età. E certo ogni governo debb'essere progressivo, perché progressiva è l'indole umana. Bambino, fanciullo, giovine, uomo, vecchio, per tai passaggi cammina la persona; e nel morale ha imbecillità, ragione, istruzione, esperienza e saviezza. L'umanità prima ebbe solitudine di famiglia, poi linguaggio, società, tribunali, altari e re. Cominciò con vizii, rapine, vendette, superstizioni, tirannidi, schiavitù, e l'imperio della forza fa detta gloria; poi venne lo studio della legge naturale; e le arti belle, massime la poesia, segnarono il principio dell'incivilimento; seguitò la morale, il compì la religione di Cristo. Meno truci passioni, l'amor del prossimo, la luce e la verità, le scienze, e le invenzioni dell'ago magnetico, della stampa, della polvere, del vapore e dell'elettricità han fatto dell'umanità una famiglia. Anche le passioni acerbe progredirono a bene: il dominio di Roma preparava l'universalità del Cristianesimo; 1' accentrarsi della potestà die1 forza ed armonìa al governo; la guerra più grossa fu più rara e men sanguinosa; il cannone con la velocità de’ danni diminuì i disagi di campagne lunghe; lo stesso assolutismo fé' più sicuri e liberali i sovrani; le arti progredirono, la vita è più agiata, la tirannia principesca è quasi ignota; il principato divenuto civile è fonte di prosperità. Eppure l'umanità può e deve ancora progredire. Ma tre condizioni d'avanzamento ha il progredire: legale, conservatore, definito. Legale, perché non sorga l'arbitrio; conservatore, perché non distrugga gli ordini compositori dello Stato; definito, perché finito è l'uomo, né può aspirare a beni infiniti in terra. Felice Italia se non avesse

 

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avuto sette; perché i suoi Principi, senza tema l'avrehbero menata a prosperità, progrediente al vero bene nazionale. Per contrario i novatori vogliono sublimare lo arbitrio loro sopra la legalità; vogliono schiacciare uno o più o tutti gli ordini esistenti; distruggere aristocrazia, monarchia, religione, o scomporne o scemarne Y equilibrio e le proporzioni; e promettono poi dal caos una seguenza infinita di beni; quasi l'uomo potesse diventar angiolo, mentre il fanno ribelle a Dio. Così Èva per progredire a divinità indietreggiò alla morte.

Pria volean progresso civile, poi appagamento di bisogni sociali, poi costituzioni, poi federazioni, ora siamo all'unità ch'è distruggitrice d'ogni dritto altrui; domani vorranno repubblica, e poi? Vantatori di progresso, spingendo incessanti in tutti i versi governanti e governati, ciechi sconoscono la meta, e se ne allontanano; gridano civiltà, e arrovesciano il secolo al medio evo; proclamano dritti di popolo, e schiacciano quelli di ciascuno, e tornano indietro a quel della forza sulla ragione; lodano la ragione ed operano con delirio, e camminando sempre a sproposito non procedono, retrocedono. Per progresso intendono il progredire della rivoluzione, non quello della civiltà.

g. 25. Il lusso opprime la civiltà.

Loro grande alleato è il lusso. Quando l'uomo avea pochi bisogni con poco era felice. ìl Romano con solo la toga era vestito, e il resto del giorno spendeva speculando sull'arti belle, o in fatti egregi. Oggi ammiriamo le virtù pagane, e quella sconosciamo che nella parsimonia li faceva grandi. Noi per vestire abbiamo mestiere di cento arnesi, e di mille e più per la casa; né già d'opere d'arti, ma di luccicanti minuzie, che agli occhi non all'animo fan piacere. Il vestimento, il mangiare, il gioco, il fumare ne piglia tutta la vita. La maravigliosa necessità delle inezie che circondan la donna non conto. Ciascuno sospira il possedimento di tali vanità, che al savio son giocarelli da bimbo;

 

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otascono si fa tutta la vita bambino, si affatica a cumularne, e guarda in altri con invidia cotesto sommo di felicità. Quindi brame inappagate, sforzi per conseguirle, Tane aspirazioni, dispetti, odii e dolori. Siamo a tale che la parsimonia è considerata ridicola; e molti si sforzano d'arricchire più per far pompa che per godere delle ricchezze.

Quando questa foga di cose dorate piglia i popoli, non è possibile che restin virtuosi. Non costume, non giustizia, non fede, non quiete. Mal curando il bene sodo, si va appresso a folla di beni futili; né si può badare alla moralità dei modi a conseguirli. Ciascuno a stendervi le mani, a uscir dal grado nativo, e a lanciarsi innanzi sempre; che più cammina e consegue, e più via e più cose da conseguire si vede avanti. Allora nessun governo legittimo è buòno, perché affrenatore di brame immoderate; e quando anche un governo rivoluzionario abbiali fatto, neppure il fanno riposare, che tosto si scatenano contro di esso, e con più ragione, le passioni stesse che l'aiutarono a salire; perché non è lo stare che appaghi, ma il mutare e l'agitarsi; oltre di che a' sazii subentrano i digiuni incessantemente. In questa grande ansia irrequieta é moltissima gente. Corretta, corrompe; balorda, imbalordisce; sospinta, sospinge, si lancia ad ogni reo partito, sconfessa la morale e la religione, e incensa cavalli, drappi, franco e cortine d'oro. Grida patria, e sdegna vestir di tela tessuta in patria; grida Italia, e parla francese, e tien gli occhi a'figurini di Parigi e di Londra; grida indipendenza, e plaude all'arme straniere, né altro loda che cose estranee; e cinguetta e mangia e danza alla forestiera. Così ignorando le leggi patrie sospiriam costituzioni all'inglese; vogliam diventare grande nazione, e disprezziamo noi stessi.

Di tutte le classi la media é la più sprofondata nel lusso, o che il possa o no. Ha prurito di parer grande; il fa come può con le carrozze, le porcellane e le assise; e della moda sente frenetica necessità. E peggio che questa classe media ingrossa ogni dì. V'entra il nobile scaduto,

 

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per le mancate sostanze e i cresciuti bisogni; e come non potendo essere vuoi parere, si lancia di leggieri nelle rivoluzioni, dove spera subiti guadagni. Aristocratici nell'ossa, contraffanno democrazia per farsene sgabello, ignoranti parlan di progresso, prepotenti vantano uguaglianza; infanciulliti con fievoli pensieri in bazzecole, trinciano politica e legislazione; e bassi sollecitatori di ciondoli e nastri, fanno i Bruti per diventare Antonii. Antonio fu appunto un nobile scaduto.

Entrano in più nella mediana classe gli artigiani arricchiti, i contadini ch'han posata la marra, i fratelli o i nipoti di preti, i figli degli uscieri e bidelli, e altri cosiffatti che vogliono salire. Per far vista di saputi questi sovente «on servi di setta. Ogni dì la buona classe degli operai e de'contadini scema, e s'ingrossa il numero di chi senza far niente vuoi vivere alla grande. Pertanto lo stato medio, dove son pur molti virtuosi, e ornamento della patria, va sempre crescendo, con elementi guasti che scendon di su, o salgono di giù, irrequieti, bisognosi, vanitosi, ed audaci Questi in tempi di pace sono insigni per cortigianerìe, inchini ed arti basse; in tempi di subugli alzan le cervici, e parlan come Scipioni e Gamilli, per vivere da Sardanapali a spese della nazione.

Il lusso avversa la natura, perché fa bello il raro. Esso nutrica la sete insaziabile dell'oro, l'ingordigia dell'averlo, e la immoralità su'modi a conseguirlo; esso abbarbica il vizio, toglie via la vergogna e la probità, fomenta libidini, e fa l'animo servo; esso fa eludere le leggi, beffar la virtù modesta, trionfar la tristizia. Il lusso ha oppressa l'umanità. Più rari i matrimonii, più frequente il concubinato, difficile l'amicizia, la fede un miracolo, divisioni nelle famiglie e nello Stato, non v'è pietà, né carità; e per esso manca poi il tozzo di pane a migliaia d'infelici che d'inedia finiscono nelle città più popolose.

Per cagion del lusso le arti belle non han più capolavori; e l'ingegno umano volto alla soddisfazione di futili

 

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bisogni par ch'abbia perduta la favilla creatrice. Gli antichi savii proscrivevano il lusso co' costumi e con leggi; i moderni il fomentano, e ne fan lodi insigni. Scrittori di economia il predicano fonte di civiltà, e ne han persuaso il mondo. Oggi uno Stato si mina senza rimorso. Siam diventati corrotti, come i Romani del basso Impero, cui il Signore per purificare mandò il ferro e il fuoco de'Barbari. Va, si risponde, oggi in Iscizia non sono più barbari. Se non ve n'ha Scizia, ve n'ha in mezzo a noi. I nostri barbari sono le sette che movono i comunisti e i proletarii; e questi se non si rimedia subisseranno la nostra snervata civiltà.

§. 26. Le sette sono i Barbari moderai.

La setta è potenza mondiale. Ha re, senati, magistrati, eserciti, tasse, navigli, bargelli, finanze e condottieri. Ha codici, fa sentenze e le esegue in ogni paese. Ha sudditi su tutta la terra, e ne ha ubbidienza cieca, combatte con la fama, con la stampa, col pugnale, e col cannone. Sudditi ha di tutte condizioni e stati, d'ambo i sessi, monaci e preti, re e imperatori. Domina nelle famiglie, nelle città, nelle regge, ne' tribunali, sulla terra e sul mare. Oggi ha sedia in Londra. Di là il Mazzieri, il Kossut, il LedruRolfin governano le rivoluzioni, mandano sicarii a ferire i re della terra e i ribelli alla loro potestà. La storia narrerà quanti alti personaggi facesser colpire. Otto attentati in sette anni suir imperatore Napoleone se non lo spensero, pur seppero con l'ultime bombe dell'Orsini ricordargli la mole de' suoi doveri. E eh' egli ubbidisse con la guerra d'Italia del 59 è voce che sin nelle camere legislative di Francia risuonò. In questo tempo è la gran lotta finale fra la setta e la società; e chi sa se col secolo sarà compiuta? Essa confida nel trionfo: procede sempre, né mai si da vinta, né mai perde terreno; percossa, si rannicchia, si fa piccina, si finge oppressa, piange, invoca pietà, e con sotterraneo lavorio prepara la riscossa, e più prolifica e si spande. Ripercossa, aspetta un' altra generazione; è misera,

 
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lusinghiera, cortegiana, servile, accatto», pinzochera, e spigolistra; abborre il sangue e la pena di morte, invoca la civiltà e la religione, la giustizia, la legge, e l'umanità; mostra pentimento, fa elegie e canti epitalammii in lode di re e principi, inneggia a'Santi ed a Dio, si confessa, giura, protesta fede; e arriva a farsi credere la parte migliore della società.

Frattanto tiene conciliaboli nelle vie, ne1 caffè, nelle feste da ballo, nelle reggie e nelle chiese; fa testimonianze false, e raccomanda e difende, salva e sostenta i suoi, calunnia gl'avversarii, li abbassa, li rende poveri e odiati, li divide, li combatte ad uno ad uno, e li stiletta; frattanto si fa maestra alla gioventù, la corrompe, promette l'età dell'oro, e guadagna seguaci. A modo di talpa mina il terreno sociale; e quando crede maturo il tempo, abbracia i puntelli, e con gran fracasso fa crollare i fondamenti della società. Trionfa allora, gitta le maschere, passeggia con le spade sanguinose fra monti di cadaveri, bandisce il regno della ragione, proclama il dritto nuovo, canta sue glorie, vuota di malfattori le carceri, e le popola d'onesti; implacabile vendicatrice colpisce spietata, saccheggia, arde, stupra, fucila senza giudizii; e tali nefandezze appella sentenze di pubblica opinione. Senza più ritegno, balla sogli altari del Signore, guerreggia frati e suore, carcera vescovi e cardinali, vilipende e maledice il Papa, vuoi Roma e il Campidoglio, nega la divinità di Cristo, e predica sin nelle chiese contro la Vergine Madre. Allora tutto è suo. Delle reggie fa osterie, de' templi fa stalla, delle città fa bordelli; mutila i monumenti, rapina il tesoro pubblico, le casse ecclesiastiche, i luoghi pii; vende i beni demaniali e clericali, fa debiti a milioni di milioni, e attenta alla privata proprietà con tasse interminabili e gravosissime. Quella è la invasione de'Barbari, e peggio; che i Barbari fra tante ruine distrassero gli avanzi del gentilesimo, e sublimarono la Cristianità; ma i Barbari presenti, abbattono anzi il cristianesimo e la fede, per estollere l'ateismo ed il nulla. Da’ Barbari del setten

 

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 trìone emerse la società, nuova; ma questi Barbari che abbiamo in tutte le zone, nel mezzo delle città nostre, sono sterili e distruggitori; quelli nel sangue affogarono la corruzione pagana, questi col sangue vogliono abolir Cristo, e intronizzare la corruzione universale; quelli abbatterono gl'idoli, questi assalgono Dio. Ma v'è la Provvidenza.

  63 LIBRO SECONDO - GIACINTO DE SIVO     SOMMARIO

g. 1. Borboni e Bonaparti. — 2. Regno di Giuseppe, — 3. E di Gioacchino. — 4. Restaurazioni. — 5. 11 quinquennio. — 6. li 1820. — 7 Reazione. — 8. Regno di Francesco 1. — 9. Rivoluzione di luglio in Francia. — 10. Politica di Ferdinando II. — 11. Rifa l'esercito. — 12. E l'armata. — 13. Buon governo. — 14. Primi conati di rivoltare. — 15. 11 colèra del 1836 e 1837. — 16. Pretesto per ribella/e. — 17. Altre congiure. — 18. La setta voigesi a Carlo Alberto. — 19. Si sforza a movere Italia e Francia. — 20. Traversie nella reggia di Napoli. — 21. Sponsali del prìncipe Carlo. — 22. Briga con gl'Inglesi per gli zolfi.

§. 1. Borboni e Bonaparti.

Sovrani i più odiati dalla setta sono i Borboni, che il nome loro è congiunto a quanto fé' di più eccelso l'europea famiglia, dalla prima crociata sino all'ultima impresa d'Algieri. Eglino furono spada del mondo cristiano, la legge, la ragione; sono egida della proprietà, diga alle ambizioni, propugnatori naturali della Fede; quindi a nemici tienli chi agogna vietate altezze, e rovesciamenti di culti e troni. I Borboni significano il dritto eterno, le sette inventano il dritto nuovo. Però in sul primo scocco del debaccare dicollarono il buon Luigi XVI, appunto perché buono.

Ma lo sfuriar violentissimo, poi che più anni non sazio, per lo abbonimento universale cadde, ebbe a cedere il seggio al Bonaparte, che fu prima metamorfosi della rivoluzione. Questi per ragion di stato rialzò gli altari voluti dalla umana coscienza; ma sendo egli stesso espressione di filosofi ed Ugonotti, presto ebbe a seguitare il concetto settario interrotto; onde prese Roma, esautorò il Papa, ne abolì il dominio temporale, die' la scalata al Quirinale, e più anni

 

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tenne prigione Pio VII e i cardinali sparpagliati in castelli francesi. Ei si rideva della scomunica; perché diceva essa non toglier Parme di mano a suoi soldati. Eppure alla sua forza sterminata reagirono le forze sociali e la stanchezza dello ingiusto; il Papa a Fontainebleu fu più che in Vaticano tremendo alla colpa, la religione guadagnò voti e simpatie; e coi ghiacci del 1818 càdder l'arme di mano soldati Napoleonici, nelle bianche lande di Russia.

Quella fu fermata della rivoluzione; il colosso restò solo; e come la nazione francese udì gli alleati a Parigi, gridò da tutte parti viva i Russi, viva i Borboni, abbattè le aquile, e rialzò i gigli. Egli abdicò, ottenne la sovranità della piccola Elba; ma presto a 26 febbraio 1815 volò a ripigliar l'imperio; e die' alla storia delle ambizioni quei cento giorni che dicono gloriosissimi, ma che riallagarono di umano sangue l'Europa, e lui menarono a S. Elena. Spariti i Bonaparti, seguirono trèntatrè anni di pace.

§. 2. Regno di Giuseppe.

Ha prima di narrare le ripigliate rivoluzioni, debbo dire qualcosa de'dieci anni di francese dominazione nel Napolitano. Rientrarono i Francesi a'primi di febbraio 1806 nel regno, e al 14 in Napoli; dove l'ingresso trionfale lor preparato da’ perdonati liberali plaudenti allo straniero, andò guasto dalla pioggia. Così dopo 54 anni vedemmo la pioggia guastar l'ingresso d'altro straniero plaudito dalla setta stessa. . Appena giunti fecero carcerazioni innumerevoli. Il dì seguente entrò Giuseppe fratello di Napoleone; e proclamò i Borboni aver cessato di regnare. Di poi fatto esso re, a 30 marzo entrò da re nella città; e il popolo restò muto. Prima opera reale fu pigliar d'assalto Maratea, e darle il sacco, e bruttarla di sangue e supplizi!. Al generai Rodio che solo aveva» osato fare qualche resistenza a'conquistatori fecero in un dì fae sentenze; con la prima dichiarato prigioniero di guerra e assoluto, con la seconda qual brigante condannato: la dimane lo fucilarono alle spalle. Ai traditori si dettero premii, gradi, e onoranze. Fu. inventato il ministero di poli

 

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zia; ministro il Giocolino Saliceti, fatto di liberale sgherro; quindi spie, carceri, morti, esilii senza giudizio, persecuzioni di borboniani incessanti ed efferate.

I popoli alzaron bandiera di gigli. Soccorseli l'inglese generale Steward con seimila AngloNapolitani; il quale disceso in Calabria, ruppe su' campi di Maida il francese Regnier. E benché senza valersi della vittoria poco stante si ritraesse, pur die' animo a'Calabresi, che in quella giornata avean valorosamente combattuto. Allora gli stranieri conquistatori posero nome di briganti a'difensori del proprio paese e del patrio re. Cominciò guerra atrocissima. Punizioni terribili, giudizii sul tamburo, prigionie ingiuste, uccisioni nefande; non bastando mannaie, archibugi e capestri, usavan lapidazioni e paU. Il Colletta (carbonaro) nota aver visto uno a Monteleone appèso al muro e lapidato, e un altro, per ordine di colonnello venuto di Turchia, conficcato al palo. Mancando le prigioni al numero de’ carcerati, fingevan tramutarli, e per ira trucidavanli, o mandavanli a Campiano, a Fenestrelle e ad altre parti di Francia.

Qualunque propugnatore del suo paese era reo, e talvolta pur punito chi di tal delitto era innocente. Crearono la guerra civile; fecero bande paesane e mandaronle a forza contro i paesani Briganti. Dopo le Calabrie, la Basilicata, i Pincipati e Molise formicolavano di Borboniani; fra Diavolo movea Terra di Lavoro, un Piccioli gli Abruzzi. Le isole in mano agl'Inglesi.

Gaeta con memorando assedio durò sino a 18 luglio, difesa da’ Napolitani, duce il principe Philipstadt. Quindi il vincitore Massena volse onnipossente con l'esercito in Calabria; ma accolto con archibugiate, die’ il sacco a Laurìa,, e l'arse, con entro vecchi, fanciulli e infermi. Ad Àmantea il colonnello borbonico Mirabella con tre soli cannoni vecchi ributtò due assalti diurno e notturno del generale Verdier; il quale ritrattosene, vi tornò a dicembre con più forze, pur anco respinto. Dopo quaranta giorni la fame, resa la difesa impossibile, fé capitolare i difensori, con patto di ritrarsi

 

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m Sicilia. Cotrone difendendosi forte, finito il pane, non aperse le porte; ma il presidio sfondata a forza la linea francese si fece il vaco a mare, a'vascelli inglesi. Più era il rigore, più i briganti. Proclamarono amnistie; ma dove quei disgraziati si presentavano, ne fecevan macello; e il Colletta afferma aver visti molti cadaveri di presentati, nella valle di Morano.

In questo furor di sforzata guerra civile i dominatori tutte cose e ordini mutavano. Leggi amministrative e municipali trapiantate di Francia, liberali per forma, dispotiche in fatto; guardie civiche e provinciali; abolirono, e dissi il come, la feudalità e i fedecommessi, rifecero il catasto. Subito i balzelli che prima eran molti ma lievi, fecer pochi ma gravi: spogliarono i possessori degli antichi arrendamenti, e misero la tassa diretta fondiaria, calcolata sul quinto della rendita de' foadi; poi tasse indirette sulle merci e sul consumo; e quella sul sale gravosissima vollero obbligatoria, cioè testatico di cinque rotola a persona all'anno. Inventarono il Gran Libro del debito pubblico. Le Finanze, le percezioni, gli appalti, le forniture, date tutte a Francesi pubblicani. Disciolsero ordini religiosi; abolirono conventi ricchi, lasciarono i poveri, venderon le robe, venderon demanii e fecer moneta, interessando molti alla causa loro. Per questa ragione stessa moltiplicarono impieghi e soldi, che pesando sulla nazione complicaron la macchina governativa. Stabilirono pubbliche case di giuoco, con tassa che die' al fisco 240 mila ducati all'anno, e con uffiziali a guidarle; dove si rovinaron giovanetti e dame, e si corruppe il costume. Anche case di prostituzioni miser su, con tasse fisse, come di merci. In dicembre uscì il decreto Napoleonico del blocco continentale, che per osteggiare l'Inghilterra abolì il commercio; legge non più vista che parve delirio, ed era tirannide furibonda. Coteste ed altre moltissime mutazioni, lodate da’ novatori, riuscivan poco gradite a'popoli avvezzi al mite. Un bene furono i nuovi codici delle leggi.

Nel 1807 l'odio, cresciuto molto, scoppiò in congiure;

 

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suscitavate le vendette de' conquistatori; talvolta eglino stessi le inventavano o ingrandivano, per paura, per rabbia, per vanto. Declamatori virulenti contro le severità de' nostri re, iniquissimi furon essi: caddero in dieci anni quarantamila per supplizii d'ogni sorta; decapitarono il duca Filomarino, impiccarono il marchese colonnello Palmieri; carcerarono principi, e gran numero dame, frati, e preti. Si vider monache giudicate da tribunali. Prima i beni de' fuorusciti sequestrarono, poi confiscarono. Quindi rabbiose vendette. A 30 gennaio 1808 saltò per mina in aria il palazzo Serracapriola a Chiaia, per uccidere l'odiato ministro Saliceti; ei fra le macerie andò salvo; onde nuovi patiboli e nuovi strazii. Dipoi Napoleone che combattendo gli Spagnuoli, per illuderli si facea liberale, die' uno statuto detto di Baiona, conceditore di certe libertà costituzionali; il quale fu anche a Napoli promesso, non posto in atto mai. In Ispagna combattevan pe' Francesi alquante schiere napolitano, laudate molto. Servi noi, davamo il sangue per l'altrui servitù.

g, 3. Regno di Gioacchino.

A 8 luglio 1808 Giuseppe fé4 l'editto d'esser passato a re di Spagna; e al 15 Napoleone mandò successore il cognato Gioacchino Murat. Questi entrò in Napoli il 6 settembre, né fu spietato come Giuseppe; ma assicurato per le vittorie francesi, potè mostrarsi generoso. Nondimeno la controrivoluzione brigantesca ingagliardiva in Calabria, e anche in Abruzzo. Per combatterla davano un braccio i Francesi occupatori dello stato papale, e mandavan bande paesane raccolte nelle Romagne; perlocchè Pio VII con dichiarazione del 24 agosto di quell'anno il proibì; la quale fu pretesto al generale Miollis, comandante in Roma, a infierire contro il Papa.

Gioacchino presto fé un esercito alla francese, ma per avervi partigiani curò poco la disciplina. Compì lo scioglimento de'conventi, fé' una schiera di cacciataci dame; i beni de'monaci finì di vendere, o regalò in premio di civetterie a cotali dame; mandò reggimenti di soldati in

 

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Boma, che giunservi in fretta quella nera notte del 6 luglio 1809 per coadiuvare alla grande impresa del pigliar d'assalto il Quirinale, e carcerare Pio settimo e i cardinali. Poscia indragato contro i briganti, fé' tre leggi atroci: confiscazioni a'combattenti per Ferdinando; inviti a disertare, promesse di premii, minacce di morte se cadesser prigioni; e liste di banditi. Nessuno disertò; e infierì la polizia. Nella state i Briganti respinsero i Francesi a Campotanese, su' monti di Laurenzano, e a S. Gregorio. La reggia in Napoli scintillava di ori e gemme; le provincie eran di sangue lorde.

Sul finir del 1810 andò in Calabria il generai Manhes; de cui misfatti inorridisce l'umanità. Questi nato a 4 novembre 1777 ad Aurillac del Gandal, ambiziosissimo, che volea fama, buona o rea a ogni costo, stato Giacobino, aiutante di campo di Gioacchino, ora scelto dal Saliceti ebbe potestà dittatoria. Visto caduto indarno in più anni il fiore de' Francesi in quella guerra parteggiata, inventò nuovissimo supplizio di nazione. Spinse tutta la Calabria contro i Calabresi. Mise soldati in città per isforzar cittadini a combatter briganti. Liste di banditi, ordini a'popoli d'ucciderli, armar tutti e a forza, sospinger padri, figli e fratelli, contro fratelli, figli, e padri, mogli contro mariti, amici contro amici; togliere le greggi a'campi, la coltura alle terre, divieto di portar cibi fuor di città, inesorabile morte a qualunque si negasse; gendarmi e soldati, non a perseguitar briganti, ma a obbligar la pacifica gente a quelle atrocità; morti, busse, sangue, lagrime da per tutto; contadini, vecchi, femminelle, fanciulli fucilati per un briciol di pane in tasca; sciolti i legami sociali e naturali, non parentela, non amistà, non sesso, non rimembranze d'affetto tener più; spie, denunzie, vendette, tradimenti, menzogne, accuse, tutto lecito a salvar sé, pera il mondo. Poi supplizii subitanei, torture, membra mozze; padri co' figli trucidati; padri sforzati a veder prima di morire la morte de' figli; mogli premiate a contanti d'aver uccisi i mariti;

 

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giustiziate nutrici di bamboli di briganti, città disertate tutte, popolazioni intere condannate a morir ne'boschi, a esser rigettate fuori, pena la morte, da ogni abituro; preti in massa chiusi in fortezza; il Manhes pronunziare interdetti, abolire in pena i sacramenti, e sinanco il battesimo. Tante mine di popolazioni per sorreggere il trono a stranieri! E cosi predicarono estirpato il brigantaggio! Gotesto Manhes sì bravo contro le parifiche popolazioni, fuggì dal Liri, quando ebbe a combattere i Tedeschi invasori.

Soldati Napolitani fur mandati alla guerra di Russia, e vi perirono a migliaia. Dopo il rovescio di fortuna, Gioacchino abbandonò il cognato che Pavea fatto re. Acremente ne fu ripreso, e più acremente rispose. Allora i Carbonari per far prò di quell'ira gli proposero la corona d'Italia, col consueto pretesto del farla una; preseiKavangli la penisola a quel tempo vuota di Francesi e di Tedeschi, Bonaparte percosso non far timore, dargli addosso meritar premio dai sovrani alleati, potersi aver l’Inghilterra amica e soccorrevole; e di leggieri persuasero quel leggiero cervello. Corser pratiche con gl'Inglesi; il Bentink aderiva, e prometteva venticinquemila soldati brittanni per aiutarlo all'impresa. Ma per nuove carezze Napoleoniche richiamato lui al campo a Dresda, il disegno cadde.

Ricominciarono i rigori contro i carbonari. Uno di questi detto Capobianco, nel 1813, invitato a mensa da un generale Jannelli, uscendo di tavola è da esso carcerato, e la dimane giudicato in poche ore e decollato a Cosenza. Gioacchino volteggia di nuovo; si collega con Austria ali gennaio 1814: trenta mila Napolitani congiunti a'Tedeschi scaccerebbero i Francesi d'Italia; egli avrebbe incremento di paese sul Romano, e pace con Ferdinando di Sicilia. A' 86 firma armestizio con l'Inghilterra, cessa il blocco continentale e s'apre il commercio. Incomincia la campagna; ma Gioacchino fra l'ingratitudine e il desio di regno fa guerra irresoluta; piglia Ancona; gl'Inglesi sospettali di lui, egli degl'Inglesi. In quelle sue dubbiezze Pio VII torna

 

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trionfatore sulle braccia de' popoli da Fontainebleu a Roma; e i carbonari si sollevano in Abruzzo contro lui, corso a far l'Italia per loro instigazione. Vistosi inviso ad amici e nemici, tenta riconciliarsi col cognato, e ne prega Eugenio viceré; ma questi il rifiuta, e anzi accusalo agli alleati. La mina di Napoleone rese inutile quella guerra.

Gioacchino tornato in Napoli, smaccato, re nuovo fra re antichi che s'andavan ripristinando, studiò farsi benevolo a'soggetti: moderò i tributi, per gratificare Albione allargò il commercio, abolì la dogana del cabotaggio, fé' libera l'uscita de1 grani, tolse dazii, ordinò che soli Napolitani, non più Francesi avessero uffizii. Questi che con lui avean tradito Francia restar senza patria e senza soldo; però reclamazioni e accuse, cui rimediarono battezzandoli cittadini; quindi burla, e sdegno a' nostrani. Volle crescer l'esercito, e designò fare un reggimento di Napolitani reduci da Sicilia; ma noi trovò a fare.

Sendo Napoleone all'Elba confinato, tosto con messi e con lacci di parentela si appiastrarono e riconfederarono. Gioacchino sciente de'disegni nuovi di lui, quand'egli a 26 febbraio 1815 con mille soldati volò in Francia, scrisse a ingannar gli alleati esser loro fedele; ma come udì il cognato trionfare, tosto a' 15 marzo lor dichiarò la guerra. Il 22 asci con 40 mila soldati per via di Roma e per le Marche, fé1 proclami per sollevare Italia tutta, ebbe sonetti e canti. Pagò il Papa; superò uno scontro sul Panaro, prese Ferrara, e Tolse in Toscana; poi indietro tradito da’ suoi duci è vinto a Tolentino da’ Tedeschi, e perseguitato rientra nel regno.

Pensò in quelli estremi guadagnar la nazione, dando costituzione con data finta del 30 marzo, pubblicata il 18 maggio: due camere, stampa libera, magistrati inamovibili. Ha i Carbonari che poco innanzi bramavanla per combattere 9 poter regio, erano impossenti allora contro i vincitori; e la nazione che voleva quiete, stette prima a guardare, poi gridò Borboni. Ei fuggì a S. Leucio, indi a Napoli, e, per Pozzuoli ad Ischia, cheto s'imbarcò per Francia.

 

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I tempi di questi Giuseppe e Gioacchino,. tenuti da Napoleone re di nome, prefetti di fatto, stretti per non più visto assolutismo, lordi di supplizii, lagrimosi per esilii, confische e blocchi continentali, tristi per brigantaggio, per infelici guerre, per vite spente in conflitti lontani per gare altrui, vergognosi per due invasioni di stranieri, tristissimi per costumi corrotti, sfogate vendette e percossa religione, 9on pur laudati da certi che si vantan liberali e patrioti. I Carbonari che cospiraron contro quel governo straniero, e il lasciaron con vergogna cadere, finser di lodarlo e sospirarlo, quando avevano a cospirare contro il governo legittimo. Dappoi, per preparar cospirazioni nuove, avendo a infamare i Borboni, presero a esaltare i Napoleonidi. Ma il popolo che sente i suoi interessi giudicò giusto; e la storia, che narra fatti, lamenta i travagli di que' dieci tribolati anni.

Gioacchino prima di partire avea mandato da Napoli i generali Carrascosa e Colletta a trattar col nemico; e costoro a 80 maggio convennero co1 generali Bianchi e Neipperg cedere Capua e Napoli co' castelli, garantirsi il debito pubblico, confermarsi i militari ne'gradi e soldi. Questa convenzione, fatta a tre miglia da Capua in una casina Lanza, dissesi di Casalanza. Il Principe Leopoldo Borbone entrò il 23 in Napoli, plauditissimo; in mentre Carolina Murat stata regina, rifugiata su vascello inglese, nel porto udiva le feste della sua cacciata, e per via le salve di cannone a re Ferdinando che entrava, g. 4. Restaurazioni.

Questi scendeva a Baia il 4 giugno, festeggiato da tutto il reame; accoglieva benigno ogni maniera di persone, e insieme generali e uffiziali Murattini e Siciliani, che si spregiavano a vicenda. Mise agli 11 di quel mese la prima pietra del tempio a S. Francesco di Paola avanti la reggia, per voto nell’esilio. Il Papa e gli altri Principi spodestati ritornarono senza guerra a loro sedi; e l'Italia e l'Europa ricomposte riposarono. A Vienna, col trattato del 9 giugno

 
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di quell’anno 1818, i sovrani fermaron le basi dell' avvenire. Pattinando nostro vi aderì; al 12 fermò alleanza con Austria, e a 46 settembre si unì alla santa alleanza. Fu statuito il regno uno, delle Due Sicilie; Ferdinando però di quarto s'appellasse primo. Per patto Austria difenderebbe il regno co'suoi eserciti; e noi per le guerre austriache daremmo venticinquemila uomini, poi ridotti a dodicimila per nuova convenzione del 4 febbraio 1819; patto per parte nostra non più eseguito. I Tedeschi lasciarono il regno nel 1817; e il re Tanno dopo fé'il concordato con Roma, che mise fine legale alle garose ecclesiastiche quistioni, cominciate dal Tanucci. mezzo secolo innanzi.

Ma quel trattato di Vienna del 1818 non restituì tutte cose ali' antico; riconobbe valide e sublimò a dritto alquante opere della rivoluzione. A parlar d'Italia sola, restarono spenti due legittimi antichi stati benemeriti della Cristianità; Genova cadde immolata all'ambizione Sabauda, data per afforzare il Piemonte a guardar le alpi dal Francese; e Venezia, già venduta a Campoformio nel 1797 dal generai Bonaparte, restò all’Austria in cambio delle cedute Fiandre. Malta, pur dall'arme di Francia tolta a'Cavalieri, rimase in man d'Inglesi. Italia pagò le spese delle guerre rivoluzionarie. E mentre Piemonte ingrossava, il nostro reame scemava; che ne si tolsero i presidii di Toscana, possessi secolari. Così il trattato del 15 non tutto riparatore, modificò l'Italia con riconoscimenti di schiacciati dritti, lasciò un lembo dell'opera rivoluzionaria, e fu pretesto e seme di tatari guai. Un altro seme ne restò in Francia con la costituzione. E fu curioso che ai Francesi vinti si die' questa libertà che i vincitori non volevan per sé. L'Inghilterra volle lasciar vivo nella sua rivale il fuoco per nuovi incendii: la stampa libera, e la rappresentanza.

Ma Gioacchino Murat, quanto prode di braccio fievole di mente, pensò lieve gli fosse il ripigliare il trono; e in Corsica reclutò gente per sorprendere il reame; se non che spiato da un Carabelli Corso già da esso beneficato, il

 

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governo napolitano era sull'avviso. Egli raccolti 280 uomini mosse da Aiaccio, ebbe tempesta, e con solo diciotto persone l'8 settembre 1816 sbarcò a Pizzo di Calabria. Era giorno di festa, molta gente in piazza; al Viva Murat, niuno risponde, ond'ei volge a Monteleone; ma inseguito con archibugiate da’ popolani, tenta rifuggire a mare. Chiama la sua barca; e il pilota, Maltese, fatto da esso capitano e barone, per rubargli i danari lo abbandona. È raggiunto» schiaffeggiato, e menato in castello. Ito colà il generale Vito Nunziante, è tenuto con onore, ma sentenziato da sette giudici, tra' quali tre e il procurator della legge stati suoi uffiziali, carchi d'onoranze e gradi, ebbe applicata una sua stessa legge, e sofferse la fucilazione a 13 ottobre. Nato in Cahors, surto dalla polvere, trionfato in molti campi di battaglia, regnato sette anni, caduto in inglorioso cimento per man di plebe, tornò nella polvere; esempio solenne di fortuna.

Gaeta, difesa bene dal Begani, aperse per capitolazione le porte.

§. 5. 11 quinquennio.

Il reame in peggio e in meglio era tutto mutato. Più forti ordini, più vigorose leggi, più tasse e più impieghi, meno costumi, meno religione, meno obbedienza, più licenza e più servitù. Dell'esercito disertati i soldati, rimasti uffiziali e generali molti, baldanzosi, inquieti, indisciplinati. Nel popolo più fiacco il prestigio regio, disilluso per fallacia di libertà, guasto e irritato per troppe blandizie o troppe percosse, odiatore di re stranieri, desideroso di quiete e di pagar poco. Gl'impiegati spanti del soldo, calcolo la fedeltà, tinti di setta per ansia di far fortuna. Il clero bramoso di reintegrazioni, dolente di restar dispogliato. I baroni stati il più liberali, schiacciati dalla libertà, non avendo a chi reclamare, impoveriti e incapaci di risorgere. E la plebe, dico la mischianza del peggio di tutti gl'ordini sociali, speranzosa di pescar nel torbido, intenta a rimestare e a fomentar odii e passioni. Non facile assunto era

 

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il ripigliar le redini dello Stato, serbando il nuovo, e contentando il vecchio. E avvenne che i vecchi visto trionfare il principio legittimo in astratto, rimaser trionfando vinti.

Imperocché Ferdinando a 20 e 21 maggio di quell'anno 1815 proclamò fra l'altre: assicurare libertà individuale e civile, sacra la proprietà, irrevocabili le vendite seguite di beni dello Stato, guarentito il debito pubblico, serbate le pensioni, i gradi, gli onori, l'antica e nuova nobiltà, ogni Napolitano accessibile ad impieghi militari e civili; amnistia piena, nessuna molestia per anteriori opinioni; né scritti, né detti, né fatti precedenti investigarsi, né avanti alle leggi, né avanti al paterno cuore del re, tutti sudditi uguali, velo impenetrabile, eterna oblivione sul passato. E tenne parola.

Pertanto poco fu mutato degli ordini e degli uomini nessi dagli occupatoli; e fu necessità fatale l'aversi a governare con elementi e persone contrarie all'essere del governo. Mutato il re, restava il decennio. Solo si poteva modificare o migliorare; e si fece. Il codice Napoleone, mutato nome, si tenne; escluso il divorzio, fatte indissolubili le nozze, esaltata la patria potestà, moderate le leggi di successione, aggiunta la volontaria carcerazione per ragion civile, abolite le confische, diversificate le pene, e poco altro. La legge del 12 dicembre 1816 die'altro avviamento all'amministrazione; questa e le finanze migliorarono per minor corruzione e maggior credito. Si riapersero i conventi, si risollevò la religione e il costume. La coscrizione scambiato il nome in leva, restò; restò la guardia provinciale o civica; restò la tassa fondiaria e il catasto; restarono le leggi eversive della feudalità. A'fuorusciti à destituirono i confiscati beni, dove si trovarono; a' dazii indiretti si pose modo; abolito quello sulle patenti che molto sulle industrie e su'mestieri gravava. Si fondò la cassa di sconto, gran soccorso a' commercianti.

Il più difficile, riordinar l'esercito, non si potè ben conseguire. Pel trattato di Casalanza gli uffiziali del Murat

 
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riconosciuti ne'gradi, andar fusi con gli altri venuti di Sicilia; questi per serbata fede, quelli per guerre fatte co' Napoleoni baldanzosi; gli uni a dispregio appellavan gli altri Fedelini; gli altri dicevanli in ricambio Murattisti; si guardavan biechi. Il re per affetto i suoi, per prudenza i contrarii carezzava. Si tentò la fusione, l'obblio del passato, si volea farla finita, e strìngere in un amplesso e chi lo straniero, e chi il re napolitano avea servito. Ma Tire sendo fresche, le male contentezze crebbero nella mescolanza. Nessuna mercede o ricompensa toccò a chi tante persecuzioni e danni di sangue e di roba avea patito per la causa del dritto; uffiziali vecchi e fedeli restarono inferiori di grado a chi già fu subordinato, soggetti a esser comandati da chi s'era elevato combattendo contro il re. Duro sembrava, e duro era; perché in Sicilia non era stata opportunità di promozioni, e in Napoli i re nuovi per gratificarsi i loro avean promosso alla grande. Così riuscita la colpa di costoro premiata, fu maio esempio; e parve più larga via a salir alto l'oppugnare che difendere il trono. Molti già fidi si calarono a utilitarii pensieri; de' Murattisti i più usciti di setta non mutavan natura; però chi si vedeva mal della sua fedeltà rimertato, e chi si credea scaduto per la mutazion del vessillo, pari per opposte scontentezze, stavan di mala voglia. A tutti pesava il tedesco Nugent. Il Sovrano die' a'reduci di Sicilia una medaglia a ricordo dell'onorato esilio; la quale, benché largita a usanza di milizie di tutte nazioni, divenne pregio degli uni, irrisione e dispetto degli altri. Dissero il governo aver voluto disunire per meglio conoscere i suoi. A rimediare si creò l'ordine militare di S. Giorgio detto della riunione, fregiati i meritevoli d'ambo le parti; lieve espediente. I due eserciti nondimeno, se non di animi, si fusero d' arme e vestiti.

La carboneria soffiò in queste ceneri, si valse di tai disgusti, diramò sue braccia fra generali e soldati, prese subito vigore, e aperto lavorò a mutazione. Era allora ministro di polizia il principe di Ganosa, uomo d'ingegno

 

LIBRO SOCONDO    75

e di cuore, ma facile a cadere in mali consigli e in male amicizie. Ei pensò dover combatter la setta con controsetta; e furori i Calderari, altra società mezzo segreta surta a prò del governo. Errore fu, che tentò l'impossibile, nobilitar l'indole delle segrete società, tratte sempre da loro natura a ribellione. Quindi si mise di tristi attorno; i suoi nemici, che molti e anche in corte n'avea, il denigrarono; e il re si calò nel 1816 a torgli la sedia. Egli volle esulare. Prese il sommo della potestà il Medici suo emulo, che chiose l'occhio su'carbonari; i quali ebbri del trionfo crebbero di numero e di baldanza.

Mentre la setta lavorava, il reame rimarginava sue piaghe. Quei cinque anni furon notevoli fra noi per rara prosperità. Blando, carezzevole, indulgente il governo; ricchezza, annona, giustizia, feste, pace, obblio del passato, leggi larghe, facile amministrazione, rinsaguinar di finanze e di forze, non tasse nuove, diminuzioni delle vecchie, non patiboli, non ceppi all'ingegno e al commercio, sicuro il paese, si vivea secondo l'età bene e lietamente. Ma quelle facilità appunto davan modo a' congiuratori di operar libero. La setta mondiale squadernando le dottrine del Montesqaien già magnificando nelle menti le costituzioni. Non debbo dire se cotal forma governativa sia per sé buona o mala, a seconda de'popoli, de'tempi e de'modi; ma cotesti liberali se n'han fatto un tipo unico di governo che vogliono imporre a forza a tutti i popoli. Di sì grossolano errore che fa versar tanto sangue al secol nostro la savia antichità avrebbe riso; e sarà ne'posteri uno smacco alla superbia dottrinale di questa età presuntuosa. Se non che tal modello di governo parlamentare, da darsi ai tacitai ed a'loquaci, a'freddi e a'caldi, a' calcolatori e agl'immacinosi, non è già per quelli stessi richiedenti voto di benefizio, ma d'insidia. La setta che aspira a repubblica sociale, chiede pel meno costituzioni per primo scalino, e farsi un toeno inviolabile, donde combattere la potestà, e aver modo ti mangiar gli erarii e far debiti agli Stati. Con esse pon

 

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gono loro adepti al governo, si fanno un parlamento loro, i deputati contrarii comprano con ciondoli ed uffizii, lascian cianciar vanamente di franchigie i pochi non venali; fan decidere ogni cosa dalla vendereccia maggioranza; e con liberalesche forme si fan tiranni.

La Carboneria pertanto, preso modo e succo affatto democratico, avea guadagnato il più. dell'esercito; operatori i generali più alti, massime quelli messi dal re a comandanti territoriali nelle provincie, con infausto consiglio; i quali potendo più de'presidi, facevan dualità nel governo della cosa pubblica, e operatori di male, erano insieme ribelli e sostenitori della regia potestà. Questi comandanti nel quinquennio favoriron la setta; dal 21 al 47 non se n'ebbero, e fu lunga pace; si rifecero nel 48, e prepararono in gran parte il 1860. Era allora comandante territoriale di Capitanata ed Àvellino Guglielmo Pepe. Repubblicano nel 99, servì Murat, e cospirò contro esso; giurò a Ferdinando, e fu ritenuto Tenente Generale » ebbe la Gran Croce di S. Giorgio, e cospirando ancora fu precipua cagione dell'insozzar di Carboneria, e indisciplinar la milizia. Gli animi eran qui preparati, quando la rivoluzione di Cadice riconosciuta da’ monarchi nelle Spagne avacciò il movimento. I carbonari nelle vendite s'agitarono, predicarono virtù lo spergiuro, statuirono il da fare.

§. 6. Il 1820.

La congiura avea' in più parti d'Italia preparate le mine, ma primi a scoppiare fummo noi. Sull'alba del 2 luglio 1820 due sottotenenti Morelli e Silvati con 127 soldati del reggimento Borbone cavalleria disertavan da Noia insieme a un Minichini prete, e venti paesani carbonari; si fermarono a Mercogliano, poi, ingrossati, a Monteforte. Il colonnello De Concilii comandante d'Àvellino finse accorrere per combatterli, e s'unì ad essi; e mentre i Carbonari soldati disertavano alla rivoluzione, s'inviava a debellarli da Napoli il generale Carrascosa senza soldati. In quella il Pepe col più della guarnigione di Napoli si solleva; una deputazione

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corre al re, e lo sforza con bruschi modi a dar fra due ore la costituzione stessa di quei <Ti proclamata in Ispagna. Scelta questa tumultuariamente, non perché l'avessero in pregio, ma per foga e fretta, o per mostrar l'armonia delle due rivolte; ell'era per sé difettesa, e impossibile in regno doppio, per Napoli e Sicilia, diversi ed avversi, e a popoli restii a mutazioni. A 6 luglio la proclamarono. Solessero Muratimi a ministri; alle regie bandiere s'unirono i tre colori della setta, turchino, nero, e rosso. Poi il Pepe co'Morelli e Silvati, e il prete Minichini, seguiti dall'esercito rivoluzionario, fece il 9 entrata trionfale e scenica in Napoli, i Carbonari plaudendosi da sé, Viv^ i Carbonari, il re giurò il quindici; la stampa cominciò sua sfuriata.

Come arrivar le novelle a Palermo, i congiurati si levarono anch'essi a gridare costituzione di Spagna, a 15 luglio; ma subito per rivalità aggiunsero Indipendenza; riè mancò chi sclamasse: Viva Robespierre! Fu fatale in queste e in tatto le rivolture sicule, il trovarvisi luogotenente qualche inetto. V'era un Naselli, che per vana paura die' i castelli alla marmaglia, la quale inorgoglita infuriò; latrocinii, uccisioni, e vendette; abbattè le statue reali e gli stemmi, saccheggiò la reggia, devastò i giardini, arse e spogliò case; e a' due principi Cattolica e Jaci troncò le teste, e, strascinando i cadaveri, le portò sopra lance a ludibrio. I rivoluzionarii di Napoli disapprovaron quelli eccessi, e più l'indipendenza che accennava a divisione; e mandarono a domare i Palermitani novemila fanti e SOO cavalli col generale Florestano Pepe (fratello di Guglielmo). Partì questi sui principii di settembre, vinse in più scontri; fermò a 5 ottobre la pace; e rioccupati la città e i forti, ripose il governo regio, durata l'anarchia ottanta giorni.

Al 1° ottobre s'apriva in Napoli il parlamento, presente il re, nella chiesa dello Spirito Santo. Ne'dì seguenti sin da’ primi discorsi si parlò di Costituente, il che ricordando quella regicida di Francia, spaventò Ferdinando, e $ mise in cuore il primo desio del partire. Già unica

 

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regnatrice era la Carboneria, governo nel governo, i suoi agenti seduti in tutti uffizii, ubbidivano ad essa; al re s'era lasciata la parte del segnar decreti per la sua rovina. In quella s'agitava la setta mondiale, i suoi adepti in tutti i paesi alzavano il capo, e pareva imminente un nuovo 89 europeo; perlocchè i monarchi, congregati a Troppau, statuirono fiaccar le rivoluzioni, e Napoli prima. Qui il gloriato Guglielmo Pepe, irto di plausi e pugnali carbonareschi, gridava guerra, guerra! e fé' rigettare altresì la offerta mediazione di Francia. Alle provincie mutàro nomi: Daunia, Irpinia, Sannio, Lucania, e simiglianti ricordi di tempi eroici e repubblicani. La Carboneria fra que' trionfi inebbrìata, dimenticò sue astuzie, e ammise, anzi sforzò ogni gente a entrar nelle sue fila; anco femmine carbonaresse fece, dette Giardiniere. Solo inLIBRO PRIMO - GIACINTO DE SIVO Napoli eran 95 vendite, ed una avea ventottomila socii, il più ascritti per fuggir molestia. Allora incapace di freno, palesò nuda sue tristizie; che le sette pria di scoppiare parlano libertà, sfolgorano tirannia dopo il trionfo. A un tratto snervata la forza sociale, comandanti moltissimi e i peggiori, con l'anarchia l'audacia e le rapine, diminuite Ventrate, cresciuti i bisogni, mancato il credito, vuotate le casse pubbliche. II banco, ripigliandosi ciascuno i suoi capitali, non pagò più, e vi si scoperse mezzo milione mancante; scemarono di mollo i fondi pubhlici, per finanze stremate, per discredito, vacillamento e incapacità di nuovi reggitori. Ritrassero dalla Cassa di sconto un milione di ducati; venderono ducati cinquantamila di rendita sul Gran Libro, e misero in vendita altresì i beni dello Stato, restati salvi per la fortunosa disfatta. Da ultimo ordinarono un prestito interno; davan carte per denari, e a forza; divenne tassa obbligatoria.

Opportuno al re, deciso d'allontanarsi, vennero lettere de' sovrani europei che invitavamo a Laybach; però né die1 parte con messaggio al parlamento il 7 dicembre. Seguirono tumulti parlamentari; si gridò o Costituzione di Spagna o Morte, e nelle camere e in piazza, co' pugnali alti. La

 

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dimane il Borrelli deputato perorò per la partenza del re, e s'ottenne. Ferdinando partì il 14 di quel mese sul Yeniùntore vascello inglese, lo stesso che avea tenuto prigioniero Napoleone. Napoli fra spessi delitti, ne vide uno orrìbile. Una notte in gennaio 1821 i Carbonari assalgon la casa del Giampietro stato direttore di polizia; e, piangente invano la moglie e nove figli che gli abbraccian le ginocchia, strascinante sull' uscio, e sotto gli occhi de' suoi cari, gli dan quarantadue colpi col pugnale che da una in altra mano si passavano. Sul cadavere misero il cartello; fumerò uno. I magistrati non punirono nessuno; molti tementi di peggio fuggirono; lo spavento colse ogni persona

II re per vecchiezza stanco, desideroso di pace, avrebbe voluto a Laybach sostenere il fatto di luglio, e ne scrisse al figlio Francesco rimasto suo vicario nel regno; ma trovò i sovrani determinati a cassare quel riprincipiaarcato di rivoluzioni, minacciarne la sicurezza degli altri stati. Ciò nunzio egli al figliuolo vicario; ciò riprotestarono gli stranieri ambasciatori, aggiungendo che Tedeschi, e Bussi ia riserva, marcerebbero sul reame. Subito il parlamento, le rendite, la piazza gridarono guerra; e il Pepe beatissimo già col pensiero trionfava. Rifatto il ministero, ministro di guerra il Colletta, stabilirono guerra difensiva, aspettare odio stato il nemico, far due eserciti, uno verso Ceprano, altro in Abruzzo, poi fortezze, trincieramenti, teste di ponti su'fiumi, e altre difese. V'avean 50 mila soldati, e 140 mila urbani, militi e legionarii. Correvan questi a sciami, non per zelo di pugna, ma dalla Carboneria con fiere minacce sospinti.

S'appressavano quarantatremila Tedeschi comandati dal Frimont. Il Pepe già ne' suoi giornali promessa vittoria certa, avea pur fatto stampare che sconfiggerebbe il nemico il 7 marzo a Rieti; però a non mancar di parola, quel mattino, senza aspettar tutto l'esercito, scese dalle gole d'Androdoco con una schiera, e assalì Rieti, donde i Tedeschi uscirono

 

SO    LIBRO SECONDO - GIACINTO DE SIVO

in tre colonne. Alla prima V esercito di Carbonari si sgominò e sparve, e con esso il Pepe. Costui avrebbe potuto fermarsi per via, e co1 reggimenti ordinati ripigliar la guerra; ma non lasciò di camminare un' ora, e giunse prima di tutti i fuggenti a Napoli; dove dimandò ed ottenne un secondo esercito; se non che udito i Tedeschi vicini fuggì in America, per serbarsi a un' altra volta.

Il parlamento a un tratto di guerriero fatto pacifico, scrisse un indirizzo al re, dichiarandosi innocente della rivoluzione; di poi al 19 ventisei deputati soli, scrìssero a proposta del Poerio un atto di protesta per la violazione del dritto delle genti. I Tedeschi entrarono in Napoli a 23 marzo 1821. Il popolo fu lieto di riguadagnar la pace. Ma dopo pochi dì i Carbonari di Messina, forti della complicità del generale Rossaroll comandante il presidio, si sollevarono, abbatterono le statue del re e gli stemmi, e mandarono per tutta Sicilia e in Calabria chiedendo aiuti, ck punto non ebbero. Allora i Messinesi s'unirono e armarono, prima sotto colore di mantener l'ordine, poi per dare addosso av ribelli. Questi fuggirono. Il Rossaroll riparò in Ispagna, indi in Grecia, dove morì. La rivoluzione carbonaresca costò al paese ottanta milioni di ducati di debiti e la invasione straniera, pagata poi sei anni. Il nome Carbonaro nelle popolari menti suonò e suona infame e vile, pei baldanzosi delitti, e per le vergognose fughe, cui la nazione con pratico senno su di esso rigettò l'onta. Però la setta non osò più ripigliar l'irriso nome; e dappoi rantolio in Giovine Italia; che non più negli uomini che l'aveano assaporata, ma in giovani ignari mise speranza di riscosse.

Quell’anno stesso, sebbene con ritardo, giunsero a rivoltare il Piemonte, mentre era compresso Napoli. Colà il ministro di guerra Santarosa, e Carlo Alberto di Savoia, principe di Carignano capo del ramo secondogenito della casa regnante, cospirarono. Il re abdicò a favor del fratello Carlo Felice, Duca di Genova; e perché assente, surse

 

LIBRO SECONDO - GIACINTO DE SIVO    81

reggente il cospiratore Carlo Alberto. Questi tentennò alquanto, poi proclamò la convenuta costituzione di Spagna. Le società segrete nominarono presidente de' Federati; il coi disegno era allora di far trina l'Italia, cioè settentrione, mezzogiorno e centro. Egli aspirava al settentrione. Il Santarosa e i Carbonari tementi le decisioni di Layback, misero troppe alla frontiera; ma combattuti dagli assolutisti didentro, e da1 Tedeschi di fuori, vinti a Novara, ritornò l'ordine primiero.

Per siffatte ripressioni i rivoluzionarii odiano a morte l'Austria; non per cacciar fuori lo straniero, come strillano, che ne chiaman di tutte nazioni; ma per cacciare il pròteggitore della quiete.

g. 7. La reazione.

Cominciarono nel reame punizioni di ribelli. Il ministro Canosa ritornato alla sedia abolì ogni segno settario, minacciando la frusta. Trovatone addosso a un tale Àngeletti, il fé’ rameggiare, poi in berlina il mandò per Toledo, col nastro settario al collo, e '1 berretto tricolore in testa, e la scritta Carbonaro. I liberali sclamarono alla barbarie, e l'era; ma avean lodato il palo usato nel liberalesco decennio. Quella frustata alla B&edk) evo bastò a seppellire la carboneria. Venner carcerati i rei principali, sette o otto generali, fra' quali l'ex ministro Colletta, che inventò poi la storia per vendetta, pochi deputati e consiglieri di Stato, fra questi il Poerio, il Bozzelli, e alquanti magistrati. Costoro patirono esilio o perdita d'uffizio. Presto con editto del 30 maggio il sovrano decretò l'amnistia, salvo pe' militari iti a Monteforte. De' quali si fé' nel 1822 il giudizio, durato più mesi con pubblici dibattimenti. Vidersi molti Carbonari mutar veste, e farsi accusatori e testimoni de' compagni; moltissimi lodavansi d'aver disertato dalla guerra, e tradita la nazione: vergogne difenditrici di vergogne. Fur condannati trenta a morte, e tredici a galera; numero lieve fra tanti celebrati rei; ma la sentenza fu eseguita solo sul Morelli e sul Silvati, primi ad alzar bandiera; gli altri ebbero minorata la pena


82    LIBRO SECONDO - GIACINTO DE SIVO

e poi appresso libertà. Fra' graziati fu il colonnello Topputi, stato nel 1860 tanto acerrimo nemico a' Borboni, che gli avean lasciato il capo sul collo. In contumacia ebber condanna di morte il Garrascosa e il Pfepe.

Disciolto andò l'esercito; ogni uffiziale sottoposto a scrutinio, riconfermato nel grado, o dimesso, secondo l'opere; molti perdettero i posti; e si lamentava che distrutta restasse la convenzione di Gasalanza; come se valesse per le cólpe posteriori, e, un governo potesse dannarsi al suicidio col lasciar Tarme alle mani de' suoi uffiziali nemici. È da notare che i felloni Morelli e Silvati fuggiti con cinquecento ne' monti, avean tentata la guerra brigantesca, riuscita inane per isbandamento de' compagni, e odio delle popolazioni; donde si vede che dopo il 1800, il 1816 e il 1880, benché rimutati i governi, il reame non ebbe brigantaggio politico; per contrario ebbelo nel tempo repubblicano del 99, nel decènnio, e dopo il 1860, cioè sempre dopo le cacciate de' Borboni; perché il popolo è con questi, non con le sette, né con lo straniero; e combatte come può con armi rusticane contro gli usurpatori.

Nello stesso anno 1821, dopo molte consultazioni, si stabili con legge che Napoli e Sicilia, ancora che regno uno, s'amministrassero separati: tasse, tesoro, magistrati, spese, tutto diviso; ciascuna parte avesse impiegati conterranei, ciascuna una consulta. Ciò, fatto per ridar autonomia e indipendenza all'isola, antico desiderio siculo, fu tosto colà censurato e lamentato; disserta legge alimentatrice di divisione e discordie fra popoli italiani, fonte di debolezza e servitù comune. Quando poi Ferdinando II per compiacerli ordinò la promiscuità, censuraron peggio, e piagnocolaron tanto che prepararono il 1848.

Rimasto stremato l'erario, e avendosi a pagare i Tedeschi, si chiesero denari al Rothschild banchiere ebreo; il quale, spinto di segreto dal Metternich ministro d'Austria, offerseli, a patto che ministro di finanze fosse il Medici. Questi da Firenze ov'era fuggito patteggiò, e volle casso

 

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ilCanosa suo nemico. Il re si negava, ma insistendo il Tedesco Roller che volea la moneta, bisognò acconciarsi. Così l'ebreo rimetteva in seggio il Medici; e il Canosa di nuovo volontario esulava. Re Ferdinando nella notte del 3 al 4 gennaio 1825 finì. Trovaronlo morto al mattino; nato al gennaio 1758; vissuto anni settantasei, regnati sessan

§. 8. Regno di Francesco I.

Il suo figliuolo primogenito Francesco succede al trono. Viste più rivoluzioni, patito l'esilio, sapeva come le sette lavoravano, e stette sull'avviso; onde seguitò, né altro poteva, i modi precedenti. Ma a sgravar lo stato dalla spesa de1 Tedeschi, viaggiò a mezzo aprile, per conferire con l'imperatore d'Austria a Milano; vi giunse un mese dopo; e ottenne scemasser tosto di diecimila, il resto partisse per Fanno seguente. Invece convenne con la Svizzera d'avere a soldo quattro reggimenti, ciascuno di 1452 uomini, per trent'anni. La prima spesa fu un milione e 792 mila ducati; l'annua cinquecentosessantaseimila. Così costaron meno de' Tedeschi, e furon fidi e prodi lungo tempo. Quelli nel 1826 sgombrarono la Sicilia, rimasti soli diecimila in Napoli, partiti in febbraio seguente.

I Carbonari intanto voller dar segni di vita agitando' loro congreghe; ma scoperti nel 1826 in Napoli e a Catania, e giudicati, due ebber sentenza di morte, altri di ferri; e il re li graziò. Anche a 16 agosto seguiron molte permutazioni di pene ai condannati del 21, quasi grazie piene. Ha nel 1828, come fu in Francia mutamento di ministero con personaggi creduti liberali, qui nel regno subito se ne prese opportunità di ribellare. Prima fecero iniziare un movimento da pochi uomini ignoti, ma presto scoperti e carcerati, surse un Galloni, che corse al Vallo del Cilento a unirsi a tre fratelli Capozzoli di Monteforte, proprietarii filiti, profughi pe' monti. Costoro a 28 giugno sorpresero il piccolo forte Palinuro; e fatta più gente volsero a Camarota con bandiere di tre colori, gridando la costituzione

 

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francese. Ne' dì seguenti corsero altri paeselli, seguiti da tristi, mal visti dalle popolazioni sulle quali commetteva!! già vendette atroci. Il governo vi mandò truppe, e con piena potestà Francesco Saverio Del Garretto. Questi era stato capo dello stato maggiore del Pepe nel 1820, e de' più caldi carbonari, però dimesso con gì' altri; nondimeno area trovato modo d'aver piena grazia nel 1822, e montare a colonnello, e poscia a brigadiere. Ei mostravasi allora tutto regio, ma non restava di tener di nascoso la mano stretta a' principali liberali già suoi confratelli, cui dava a bevere egli agognase il potere per fare poi la rivoluzione sicura e incruenta; quindi essere inopportuno ogni precoce sollevamento. Dall'altra per mostrar fedeltà al re svelava le trame che gli riusciva sapere, e corse volonteroso contro i faziosi del Cilento; anzi per lavar la colpa antica, operò con nera asprezza; che scomparsi per fuga i ribelli, spietatamente distrasse la terra di Basco, ove quelli erano stati bene accolti, e fé' molte carcerazioni. I Capozzoli fuggiti in Romagna, poi in Toscana e in Corsica, Vollero ritentar la fortuna riedendo a' monti natii, con isperanza di brigantaggio; ma scoperti e presi in conflitto subiron condanna di morte. Il Galloni campato in Francia, là preso e consegnato, dannato nel capo, ebbe grazia; e qualche anno dopo libero uscì dal regno. Altri giudizii seguirono, ed altre pene; e alternate severità e indulgenze, si quietò. Di quelle ire regie operate da un liberale, non si fé' molto rumore; perché allora i liberali che si dicean moderati, persuasi di segreto dal Del Carretto essere stato inopportuno il movimento, lui lodavano di avveduto, e intendevano a fargli nome per dargli altezza e potestà.

Seguì nell'anno stesso un disgradevole fatto. Avevamo da aprile 1816 un trattato con la reggenza di Tripoli; morto Ferdinando, il Bey dichiarò il trattato spento con la persona del re, e per rinnovarlo chiese centomila colonnati; ciò rifiutammo, e pareva sopita la controversia, quando il Bey reiterò l'inchiesta, e die' un perentorio di due mesi per lo

 

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riempimento. Pertanto Francesco mandò a 14 agosto il capitano Sozii Carafa con ventitré legni per mettere il senno in capo al Barbaro. Il Sozii, dopo Tane pratiche di composizione, cominciò il bombardamento di Tripoli il 2ft alla lontana, disse per cagion del vento e delle maree. Solo quattro cannoniere comandate dal De Cosa s' avanzarono uditamente, e fer gravi danni a'Tripolini; ma non seguitate dagli altri legni, ebbero a scostarsi. Egli stette altri tre di a braveggiare con colpi che per distanza andavan perduti; sinché consumate le munizioni si ritrasse con vergogna a'porti di Sicilia. Seguirono prede di legni mercantili d'ambo le parti, e il danno nostro fu maggiore. Il Sozii accusò il De Casa, che solo avea combattuto, d'essersi messo nella corrente e cacciato sotto i cannoni di Tripoli, onde aveva avuti) toni; perlocchè surse un consiglio di guerra a giudicar tatti; il quale con nuovo criterio ne dichiarò la colpabilità, ma nessuno condannò. Fu ricorso ali' alta corte militare; ma il re udita la verità de'fatti, troncò il giudizio; e invece mise a quarta classe i giudici del consiglio di guerra « il Soni Carafa; par perdonati dappoi. Indulgenze ite in coptamanza, madri di guai futuri. Da ultimo a 18 ottobre facemmo pace poi Bey, pagando ottantamila colonnati: insigne vigogna,

la bontà d'animo di Francesco piegò a fievolezza. Ebbe, un familiare favorito, che ne vendeva le grazie, e in pochi anni arricchì. Altro errore fu nel 1826 la formazione di due reggimenti siciliani prezzolati; a'quali nel 1831 furono aggiunti parecchi galeotti graziati, che riuscirono lunga piaga. Fu maggior piaga il vendere i gradi d'uffiziali quasi privilegio a soli Siciliani. La setta uscì a comprare, e vedesti capitani e tenenti bambini di culla; i quali, presa anzianità, arrivaron giovani a stare innanzi a'vecchi, e a'gradi alti. Il più dier triste prove. Di questi furono il Flores, ' il Cataldo, Alessandro Nunziante, i due Pianelli, il Ghio ed altri ingratissimi, famosi per tradimenti nel 1860.

Dall'altra Francesco fé' buone leggi amministrative, rav

 

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vivo le civili istituzioni e fu versato in agricoltura. Istituì nel 1828 l'ordine cavalieresco di Francesco I, per compenso di merito civile; ordine sventuratissimo ito sovente ai demerito. Egli fece il gran palazzo detto delle Finanze, nel quale gli ufficii di tutti i ministeri pria sparpagliati ebber posto. Il suolo è di SI5 mila palmi quadrati, l'edilìzio ha 846 stanze e 40 corridoi. Ebbe due mogli: da Maria Clementina d'Austria nacquegli Carolina Ferdinanda, sposata poi al Duca di Berry delfino di Francia, poi assassinato da ignota mano scendendo da un teatro a Parigi; da Isabella di Spagna fu fatto padre di sei maschi e sei femmine. Temendo che per ozio prevaricasse l'indole giovanile, fé' decreto a17 aprile 1829, ordinante il sovrano esercitasse sulle persone della real famiglia la potestà necessaria a serbare lo splendore del trono; perciò ogni persona reale avesse bisogno di regio assenso per contrar nozze, qualunque età s'avesse; in mancanza il matrimonio non producesse effetto civile. Lo stesso assenso volersi per ipotecare o vendere loro beni immobili. Decreto profetico, per quello che avvenne poi. Maritata la figlia Cristina col re Ferdinando VII di Spagna, egli stesso ve la condusse. Spesevi 692 mila ducati. Ripassando per Parigi, Luigi Filippo suo cognato, che intendeva a fellonia, diegli uno splendido festino, invitatavi fuor dell'usanza di Corte la borghesia. È una bella festa, disse Francesco. Si, Sire, rispose il ministro Saivandy: è una festa napolitano,, cioè che si balla su'vulcani. In Ispagna era morto il nostro ministro Medici Egli il re sul finir di luglio 1830 ritornò con mala salute, che lo spense a 8 novembre. Era nato a 19 agosto 1777.

g. 9. Rivoluzione di loglio in Francia. Il vulcano era scoppiato: la rappresentanza e la stampa libera in Francia avean partorito la rivoluzione di luglio 1830; altra per noi semenza di guai. Luigi Filippo d'Orleans, figlio dell'altro Orleans che votò la morte di Luigi XVI, nascendo nel 1773 era stato tenuto al sacro fonte dal Delfino, che fu questo misero sovrano. Educato a maniera teatrale

 
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danna donna, dico la filosofessa madama Genlis, si fé1 Giacobino, mutò il nome Borbone in Uguaglianza, combattè per la repubblica, poi contro, fuggì, viaggiò ramingo in America, e ritornò legittimista in Europa. Per campar la vita in Isvizzera avea fatto il maestro di scuola. Indi giurò fedeltà al re pretendere; e ne fu favorito a sposare a Palermo Amalia figlia del nostro Ferdinando IV; eppure nel 1812 cospirò con gl'Inglesi contro il suocero, per farsi reggente di Sicilia. Ritornò in Francia al 1814, acoòlto bene dal restaurato Luigi XVIII, che gli pagò i molti debiti, e gli fé' restituire i beni. Carlo X gli riconcesse il titolo d'altezza reale, fé' sanzionar con legge la fatta restituzione delle facoltà paterne, gli die' sedici milioni d'indennità pel patito esilio, e contribuì a fargli avere lo immenso retaggio del Duca di Borbone Gondè (morto, come si disse, assassinato). A tanti benefizii l'Orleanese mostravasi riconoscente, ed era ossequioso, e parea fido; nondiméno in casa sua accoglieva i malcontenti di tutti i partiti, s'infingeva protettore d'ajrti e>d'artisti, uomo di progresso e di civiltà; poscia scoppiata la rivoluzione di luglio, come Carlo fa fatto abdicare, ei prese per broglio di rappresentanti, appellato voto di nazione, il trono del suo benefattore, e pella corona di Francia cui il padre suo per via di regicidio stara avvicinato. Luigi Filippo re, non perché di casa Borbone era men re rivoluzionario; la sua esaltazione fu un ritorno. verso il 17S9, e un mezzano trionfo di que'principii; le sètte si riagitarono in tutta Europa, e più in Italia fi sperarono rifare le scene passate. Allora fu udito proclamare la prima volta quel nuovo motto che legò poi le numi al dritto, il non intervento; un comitato italico a Parigi lavorò fra' capi della fatta rivoluzione; e s'udì in ottobre 1831 il ministro Sebastiani dichiarar dalla tribuna:

La santa alleanza essersi fondata sul principio dell'intento, distruttore dell'indipendenza degli stati minori; dovrebbe la Francia far rispettare il principio contrario, e assicurerebbe la libertà e l'indipendenza di tutti. Saria

 

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giusto il vietar lo intervenire in casa altrui, se anche $i vietasse lo intervenire alla setta mondiale; la quale raccogliendo i faziosi di tutto il mondo ne fa massa per turbar la pace d'ogni pacifico Stato, e attenta alla libertà e indipendenza de'popoli. Si proibisce agli stati legittimi d'intervenire, e si permette allo stato sotterraneo nemico latente di tutti. Il non intervento è diventato un dritto proibitivo, e lo intervento un dritto privativo della setta.

Per allora Luigi Filippo facendo sfogare quelli umori in ciarle, attendeva a regnar sicuro. Ma la fortuna del suo esaltamento ne fu tristo esempio; che turbò i pensieri di qualche principe secondogenito della casa di Napoli, e servi a fomentare le rivoluzioni nostre. Si sollevarono i Paesi Bassi; la Polonia ne prese opportunità per riacquistare la sua nazionalità perduta, e molto pugnò pria d'esser, vinta; in Piemonte si vider conati per rifar la costituzione del 18*0; i Carbonari s'accerchiarono attorno a Francesco di Modena, e qui e a Parma ebbero a correr Tedeschi; e furon moti a Ferrara, a Bologna ed Ancona, in senso unitario. In questi fé' le prime prove Luigi Napoleone, che insieme al suo maggior fratello combattè: vinto, fa ricoverato dal Mastai vescovo d’Imola, poi papa Pio IX. A Forlì gli morì il fratello; ei fuggì in Francia con la madre, bene accolto; ma, pur là congiurando, scampò in Londra.

§. 10. Politica di Ferdinando II.

Ferdinando II, nato a Palermo al S gennaio 1810, succedeva a Francesco all'età di vent' anni, in quei difficili momenti, quando anche nel regno s'agitavan gli spiritiesempio di quella Francia che vuoi esser modello agli agitatori del rumoroso. I Carbonari non osavan mostrarsi; per contrario protestavano innocenza, e accusavano i giudici punitori, coprendo la reità con la sventura, secondo YvatRderristi percossi. Re Francesco avea già fette perdonale assai; parecchi avea riposti in uffizio, ma da’ tempi costretto a esser lento a graziare; tale che molti ancora si trovavano in esilio, o senza impiego, che anelavan mutazioni.

 

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Ferdinando benché giovine e nuovo al regnare, sia consiglio sia generosità, andò incontro al pericolo, con politica nuova. Lo stesso dì che ascese al trono fé' una proclamazione splendidissima, promettente non resterebbe vana nelle sue mani la potestà trasmessagli da Dio; studierebbe i bisogni de'sudditi e dello stato, guarirebbe le piaghe del reame. Ebbe lodi da ogni maniera di persone; gli uomini da bene speravan finisser le concitazioni, i settarii già si credevan sicuri d'afferrar la potestà. A 18 dicembre e a ti gennaio 1831 concesse quasi generai perdono per colpe di stato. A' traviati spezzò o abbreviò i ceppi; ritornarono i profughi in patria, quasi tutti riebbero gl'impieghi antichi e maggiori, giurarono fedeltà eterna; e predicando sé innocenti dicevano quella non perdonanza essere stata ma tarda giustizia. Gli si misero attorno, e tenean per fermo d'abbindolarlo, e fargli scintillar l'idee d'indipendenza italiana, i guadagnarlo alla loro bandiera. Ma il giovine Principe dato il pane in bocca a' traviati, Ben voleva andar óltre; volea eontentar gli uomini senta conceder le cose.

. g. il, RIA l'esercito.

In prima laverò all'esercitò. Questo, come dissi, uno di nome, doppio di fatto, per quei di Sicilia e quei del Murat, divisi, emuli, diffidenti, dopo i fatti del 24 scaduto nella opinione, poco valea. Guasta la disciplina dalla Carboneria, benché riammoderoato nel 1841, pur era rimasto ibrido; più fu ibrido per le grazie che vi riposer carbonari pentiti. Ferdinando sin dal 49 maggio 1647, fattone capitano da re Francesco, sendo vago d'armi, r' avea speso sue cure; re vi applicò più alla libera. Nonpertanto quella ma fantasia di parer liberale il tirò alquanto a favor depuratimi; i quali per aver fatte le guerre Napoleoniche si gridavan da più, e gettavano a terra i contrarii; sicché fé' male veder vecchi soldati, per colpa d'aver seguito in tutte fortune i gigli, messi a riposo, quasi non buoni. La prima pietra fu scagliata contro il corpo de'Cacciatori reali; bellissimo per persone, per vesti, per fede provata, già scorta

 

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del sovrano nelle grandi cacce; che andò disciolto, e spartito in tutto l'esercito; messone il comandante, generale de Sivo, soldato fedele del 1799 e di Sicilia, caro a'due ultimi re, in gagliarda età, a seconda classe, in pena di non aver macchia. Salirono alto per contrario quei del Murat, e del 1820, molti dei quali tentennaron poi nel 1848, e tradirono aperto nel 1860. Allora il favQrir costoro, e il disgradare i fedeli non parve gran danno; perché tempi oorser di pace, e perché contentati i settarii, restò un pò disertata la setta; ma lasciò una persuasione che meglio oo' Borboni si guadagni a mutare che a restar fido. Per contrario gli apostati che dalla presa politica del re avean prò, laudavanlo oltre misura, e sospingevamo sempre a far più. Con l'andar degli anni quei di Sicilia, fuorché pochi, scomparvero; il tempo e la morte sopir molti rancori. Salvo questo, Ferdinando rifece l'esercito per armi, vesti, ordinanze, studii, e disciplina. A 26 settembre 1834 die' nuova e buona legge su la leva militare. Fé' le ordinanze di piazza, l'ufficio topografico, il Genio militare idraulico e di terra, il corpo d'artiglieri litorali, reggimenti di lancieri, battaglioni cacciatori, una riserva all'esercito, fonderie di cannoni, polveriere, armerie, arsenali, collegi militari, ginnasti; e a 30 settembre 1842 fondò a Pietrarsa un ampio opificio per arti meccaniche e pirotecniche, da far macchine a vapore, e d'ogni maniera; che fu primo in Italia. L'artiglieria, arma dove più valgono i nostri, chiamò a. nuova vita. Ed egli con simulacri di guerra, e istruzioni e marce su'campi l'esercito addestrava; sicché questo per numero ed ordini guerreschi salì in fama. Costava men di otto milioni di ducati all'anno. E. appunto quando fu buono, la setta, viste sue speranze nel re deluse, cominciò a dirne male; Si prese a proverbiare l'amor di Ferdinando per le arme; e lui mettevano in satire o in burle, chi per dispetto o invidia, chi per stoltezza.

 
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g. 12. Rifa Tarmata.

La marina napolitana che già molto valse al tempo delle crociate, e che sotto gli Aragonesi un di col principe d'Altamora fugò i Veneziani, era niente, quanto Carlo III cominciò a crearla. Molto vi spese Ferdinando I, ed era bella quando nel 1799 la flotta per non lasciarla a' Francesi fu usa. Si cominciò a rifare nel 1816; ma Ferdinando II veramente la portò molto più innanzi. Costruivamo i legni a Tela in casa, quelli a vapore prima si compravano, poi uscirono anche da’ nostri cantieri. Nel 1847 avevamo il Vesuvio, costruito a Castellamare nel 1824, vascello da ottanta, due fregate a vela da 60, e tre da 44. Di navi a vapore s'eran comprate nel 1843 la fregata Ruggiero, e il brigantino Peloro, nel 44 le fregate Guiscardo, Roberto, e Archimede; e le corvette Stromboli, Palinuro, e Miseno; nel 46 le fregate Carlo HI, Sannita, e i brigantini Lilibeo e Maria Teresa. S'era varata a 21 ottobre 43 l’Èrcole, fregata a vapore fatta da noi a Castellamare; dove dopo il 1848 costruimmo altri legni. E in gran numero corvette, barche cannoniere, bombardiere e navi da trasporto.

Eppure in proporzione spendevamo meno che altri Stati per questa armata. Nel J1847 l'esito fu fissato a ducati 8,528,283. Nel 1833 si era migliorata la scuola nautica di Procida. Nel 35, abolita l'accademia, di marina, se ne creò un corpo più ampio; poi nel 38 se ne fero due collegi per aspiranti Guardie marine, e per alunni marinai o piloti; nel 43 fu aggiunta la scuola per alunni militari; e Tanno dopo altro decreto menò il collegio a maggiore ampiezza. Nel 1838 si ordinò il pilotaggio; nel 40 l'ascrizione marittima, il corpo di cannonieri marinari; e nel 45 quello de’ macchinisti. Si ampliò e migliorò la Darsena, e i cantieri, massime a Castellamare; e nel 1836 era surto accanto tìa reggia il porto militare. Il bacino da raddobbo l'avemmo nel 1852. E queste e altre buone cose che qui mai non s'eran viste la setta le faceva colpe. I nostri marinai per mestiere e fede erano ottimi, gli uffiziali marini eran per arte buoni,

 
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la fede andò con la fortuna. Da fanciulli eran guasti di pensieri negli stessi reali collegi da maestri settarii, come poi fu. manifesto.

Molto si provvide alla marina mercantile. Avevamo scuole nautiche a Meta, Carotto, Castellamare, Procida, Gaeta, Bari e Reggio; e in Sicilia il collegio nautico a Palermo, e scuole a Messina, a Trapani, Siracusa, Giarre, Riposto e Catania. Con decreto del 1852 i piloti delle scuole nautiche di Palermo, Messina e Trapani, erano ammessi a concorrere ai posti superiori della marina regia; e Tanno seguente si permise agli alunni delle scuole di Siracusa, Giarre, e Riposto concorressero a terzi piloti su' regii legni. Nel 1846 si abolì il dritto pe’ documenti degli atti di riconoscimento de' padroni di navigli. Nel 1837 si crebbe al trenta per cento il premio a’ legni siciliani in diminuzione di dazio sulle merci recate dall'Indie, e del venti a quelle del Baltico. Queste ed altre molte facilitazioni, che tralascio per brevità, feron progredire la nostra marina mercantile. Nel 1825 aveva legni 5008, di tonnellate 107, 938; e nel 1855 era già di legni 8988, di tonnellate 213, 006, cioè doppia; nel 25 non avevamo piroscafi, nel 66 n'avevamo sedici, di 3859 tonnellate. Il commercio in trent'anni prosperò tanto che nel 56 erano solo in Napoli già 25 compagnie con in circolazione venti milioni e più di ducati. Questa prosperità marinesca insolita al nostro paese, ne rendeva indipendenti dal commercio straniero: ecco il rangolo dell'Inghilterra.

g. 13. Buon governo.

Ferdinando II vago di sollazzi giovanili, mise tutto l'animo allo Stato. Era nella Tesorerìa per le trascorse peripezie un debito che dicevan galleggiante, sommato nel 1630 a ducati I, 345, 251; ogni anno quasi un altro milione di disavanzo l'accrescea. Subito equilibrò le spese all'entrate. Cominciò scemando la sua lista civile per ducati 370 mila Tanno, moderò a metà il grosso stipendio a? ministri di stato; le spese di guerra e marina io su' principii diminuì

 

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di ducati 340 mila annui; riformò parecchi abusi, abolì le doppie cariche, tolse il tròppo delle pensioni e de' soprassoldi; e risparmiò sulle spese della amministrazione pubblica altri annui ducati 581, 667; di guisa che in breve spari il vuoto, ed ebbe pur modo da sminuir le imposte. Messe nel vantato decennio francese, cresciute pe' guai delle rivoluzioni, si toglievan da Ferdinando maledetto, perché i settarii niènte maledicono più quanto il buon governo. Abolite le riserve per cacce reali, ne ridie' le terre all'agricoltura; benché pochi anni dopo visto lo errore dell'eccesso alcune ritornasse a risèrva. Àl gennaio 1832 vietò i dritti di portolania in Napoli. Nel 1833 tolse la meta del dazio gravoso alla gente minuta sulla macinatura de' grani, messo nel 1826, scemandosi di ducati 526, 500; e a 13 agosto 1837 levò il resto, che dava ducati 625,546 d'entrata. Nel 1832 finì un dazio sulla carne; nel seguente anno quello di dritto di rivela su' vini; nel 1845 fu sminuita la tariffa doganale, e soppressa la soprattassa di conturnazione; e l'anno appresso si moderarono i dazii su oltre centodieci categorie di prodotti stranieri, e su' dritti di bóllo alle mercanzie forestiere. Nel 1842 fur vietati quelli d'esportazione sopra molti nostri prodotti, come sale e zolfo; e nel 1846 scemò quello d'esportazione dell'olio d'ulivo e della morchia. Mentre gli economisti stampavan libri, qui senza pompa vedevi fatti. Il guadagnar molto e il pagar poco prosperava il commercio e l'industria.

Diminuite l'entrate, pur si scemavano i debiti, e s'accrescevan le spese per ragguardevoli opere pubbliche. A 1 agosto 1844 era finito di pagare il debito di 15 milioni di ducati contratto in Londra nel 1824 col banco Rotschild per pagare i Tedeschi; si estingueva poi il debito di ducati 2, 528, 000 verso gli Americani, e si soddisfava un debito di 1, 850, 000 ducati preso dalla Cassa di Ammortizzazione. Le spese per la marina variavano pe' legni nuovi che come ho detto s1 andavan facendo: nel 1841

 
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erano state di ducati 1, 882, 000; nel 1845 montarono a 3, 628, 760. Dopo la quistione degli zolfi con" l'Inghilterra, pagammo mezzo milione per indennità alla compagnia Taix e ad altri Inglesi. Le strade di ferro di Capua e Noia, le bonificazioni delle terre attorno al Volturao, si fecero Con danari dello stato. E mentre scemavano balzelli e crescevano spese, pur nel 1841 avevamo in cassa ducati 2, 200, 000, e 3,200, 000 nel 1843, di avanzo disponibile. Questi miracoli eran figli di buona economia e di pubblica agiatezza. Accusavano Ferdinando di avarìzia; ma non avaro, economo era delle cose dello stato; del suo facea risparmio per non usar lo altrui. L'economia che in Sovrano è virtù, in Ferdinando apponevano a colpa. Ei fédi molti risparmi nella reggia per provvedere a' suoi figli secondogeniti, e con maggiorasela stabilire loro case, senza gravar lo Stato. Non però tralasciò le magnificenze da re; che a sue spese rifece la reggia di Napoli guasta da incendio, profusovi più che due milioni di ducati; ed anche del suo menò a fine e decorò gl'altri palazzi a Palermo, a Capodimonte, a Caserta, a Quisisana, e i quartieri di Caserta. Ne' viaggi all'estero e pel regno e in Sicilia spendeva egli; e trattava da Sovrano i Principi esteri che il visitassero, siccome da imperatore tenne Nicolo di Russia nel 1845; né volle che di cotesti viaggi e ospitalità si gravasse lo Stato, come era antica usanza. Limosine sempre largiva, e di sua borsa; e, per notar solo Tanno precedente alla rivoluzione, casa reale pagò dal 1° novembre 1846 a tutto ottobre 47 per assegni e soccorsi ducati 73, 892, come sta ne' registri. Inoltre Tanno stesso in due aggirate pel regno spese altri. ducati 29, 048, iti anche in largizioni. Ciò poteva cavare dalla lista civile, già sminuita, supplendo sua parsimonia. I sovrani prodighi non son poi benefattori de' miseri. Prodighi furono Eliogabolo e Caiigola pessimi, e furono economi Tito e Traiano, delizia dell'umanità.

Viaggiava; e del bene, ove ne trovava, facea tesoro. Quasi ogni anno visitava le provincie e Sicilia, né indarno.

 

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Frugale, laborioso, sollecito, niente a giuoco, niente a cacce, Dèa corse o a feste avea pensiero; tutto al governo. Niuno negherà essere splendido il suo primo decennio. Pace profonda, quiete e sicurezza, libertà civile, prosperità molta. Brevemente si costruirono strade, edifizii comunali, lazzaretti, case di bagni minerali, prigioni col sistema penitenziario, scuole per sordimuti, ospizii ed asili per indigenti e orfanelli e reietti e folli, porti a Catania, a Marsala, a Mazzara, e moli a Terranova e a Girgenti; s'istituirono consigli edilizii, monti pecuniarii e frumentarii, compagnie di Pompieri, opificii, nuove accadèmie, nuove cattedre all'università, nuovi collegi, nuovi, licei. Si bonificavan terre paludose, a davano alla coltura terre boscose, e 800 mila moggia del Tavoliere di Puglia; si facevan ponti di ferro e di fabbrica su' fiumi, fanali a gas, fari alla Fresnel, ed ogni novella invenzione qui primamente in Italia era attuata. Si stipulavan trattati di commercio, si creavan guardie civiche per Napoli e per le provincie, e guardie d’onore a cavallo. Que' dieci anni fur benedetti anche ne’ campi. Ubertose messi, mercati grassi, miti prezzi, comune l'agiatezza; un movimento d'industria, un crescer di popolazione, un incremento dr tutte cose buone; sicché non credo il reame avesse tempi più gai e lieti di quelli. Questi beni far turbati solo dal colèra e dalla setta.

g. 14. Primi conati di rivoltare.

Per le fresche grazie, per Y unanime plaudire al re, non v'era pretesto a sedizione; ma la Giovine Italia che appunto il buon Sovrano temeva, prima tentò farlo suo, poi lavorò sempre a percuoterlo. Le congiure italiche e dello stato papale del 1831, avevano qualche ramificazione nel regno, e abbindolato il ministro di Polizia Intontì Questi molti anni avea tenuto quel carico come retrogrado; ora non so se per paura o malizia, visto il campo apparecchiato alle rivoluzioni, e gittate in carrozza al re suppliche e indirizzi per franchigie, supponendo il re pe' suoi primi atti, e per l'aversi messo liberali accanto, esser

 

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pieghevole a cose nuove, un mattino gli favellò d'aspirazioni di popoli, e gli consigliò mutasse i ministri come troppo all’antica» chiamasse uomini liberali moderati (proponeva il Ricciardi, ministro del Murate il Filandieri e il Fortunato anche del decennio) instituisse un consiglio di stato, a mo' di senato ed altre riforme, quelle appunto chieste e richieste dappoi delle sette.

Ferdinando vide in tal preambolo il veleno; rispose proponesselo in consiglio di ministri. Questi dissero il disegno essere principio di rivoluzione; né, per cominciarla, si dimetterebbero. La sera, che fu il 14 febbraio, rintontì preso da’ gendarmi in casa, fu condotto al confine, e mandato a Vienna, sotto colore di messaggio. E finiron li le aspirazioni de'popoli. Il Filangieri e il Fortunato si tennero qualche dì ascosi. Dopo due giorni surse ministro di polizia il generale Del Carretto, comandante de'Gendarmi. Il quale non era stato estraneo a quella trama; perché sendo egli vecchio carbonaro, e co'carbonari più astuti in lega, sapendone i segreti fea doppio giuoco: quelli pascea di speranze future, e il re teneva sicurato con isvelamento di loro mene. Cosi Ferdinando certo ch'ei tutti avesseli sotto la mano, lui fé' ministro. Ma ei non potendo allora accontentar la setta, prese ad accontentare i settarii; moltissimi ne allocò con buoni soldi, molti creò spie di polizia, a tutti fea buon viso, e dava promesse vaghe e lontane. Allora fu una scissione nel campo liberalesco; i più scaltri strettì al Del Carretto e pasciuti volevano aspettare, gli altri magri e impazienti non istavano alle mosse; talché sovente quelli accusavan questi, e li spiavano, e plaudivano alle ripressioni.

Noterò quanti conati inani di rivolta seguissero da’ primi anni del regno di Ferdinando sino al 1847, acciò si veda non le popolazioni ma trame premeditate di pochi averle tentate. A Messina a 17 giugno 1831 s'erano arrestate per cospirazione ventidue persone, tosto per grazia in agosto liberati. Ed ecco a 1° settembre trenta uomini, unitisi fuori Palermo nel fosso di S. Erasmo, entrano in città chiamando

 
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il popolo all'armi; disarmano i doganieri, sparano colpi di moschetto; e come nessun li seguita, uccidono per rabbia tre cittadini, e molti feriscono. Affrontati da milizie fuggono. Pochi dì dopo presi quasi tutti, undici condannati nel capo, il resto ha pene minori. Seguì la congiura detta di frate Angelo Peluso, laico francescano, cuciniere del convento alla Sanità, che sol portava lettere a'capi. Fra questi erano un ex capitano Nirico antico consettario del Del Carretto e suo amicissimo; il quale aspettando la rivoluzione piena per le mani dell'amico Volea trattenere gli scoppii parziali, e fea del tatto il ministro consapevole. Nondimeno i più avventati vollero tentar la sorte. Un capitano del genio Domenico Morfei calabrese, dimesso nel 1821, e per grazia reintegrato, un teneste Filippo Agresti, e D. Michele Porcaro d'Ariano a 17 agosto 1832 si volsero ad Ariano, ove credean trovare migliaia di sollevati, e trovarono i Gendarmi • che li arrestarono. Lo stesso dì frate Angelo, gittata tonica e cordiglio, andò su'monti di Taurano presso Noia, e fingendo cercare tesori, unì gente fra' quali un Arsoli e un Vitale suoi correi. Recava una proclamazione per costituzione con in fine: Viva Ferdinando il grande! Ma come si manifestò venne da tutti abbandonato. Stette molto tempo ascoso; e fa trovato sotto l'altare ilei convento della Sanità in Napoli; così egli e altri pur presi, venner giudicati in Terra di Lavoro. Scrissero poesie al cuor generoso del re. Il 9 settembre 1839 ebber condanna di morte l'Arsoli, il Vitale, il frate e il Marioi; altri ventisette a pene minori, tutte d'un grado diminuite per grazia. I veri capi il ministro tenneli coperti; il suo amico Nirico mandò in Sicilia, ove poi nel 1837 di colèra si morì. In questo anno 1833 fu lavorato a stringer le fila della cospirazione per tutta Italia; e ad assicurar le linee e r modi di corrispondenza, partì da Napoli, con pagatogli il viaggio, appositamente Francesco Paolo Bozzelli. Ne'primi di giugno mancava più grave misfatto. Francesco Angellotti tenente e Cesare Rossaroll e Vito Romano i de' cayalleggieri della Guardia, persone benefica, e


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altri, congiurarono d'uccidere il re sul campo quando passava a rassegna quel reggimento. Dovean tutti insieme scaricar loro pistole su Ferdinando; gridar subito re Carlo secondogenito, principe di Capua, con la costituzione di Francia; sperando l'esercito li secondasse. Cercando adepti, si confidarono a un sergente Paolillo, uscito dal disciolto corpo de'cacciatori reali, il quale preso d'orrore li disvelò. Ferdinando dispregiò il rischio, chiamò a posta il reggimento al campo, tennelo egli stesso in faticose istruzioni tutto il di; e mostrata così col fatto l'impotenza de' congiurati, permise dappoi fossero sostenuti pel giudizio. Allora U Rossaroll e il Romano, prima s'ubbriacarono, poi tentarono uccidersi l'uno l'altro; questi morì, quello benché la palla il passasse fuor fuora, visse. Giudicati dall'alta corte militare, il Rossaroll e l’Angellotti venner condotti a pie' del palco a 1 i dicembre; ma noi salirono, ch'ebbero grazia per 25 anni di ferri. Il primo e gli altri uscir poi liberi; l'Angellotti, tramata nel 39 altra congiura nell' ergastolo di Procida, sforzando le guardie cadde ucciso.

La setta fremente della fallita impresa» macchinò in quello stesso anno 1833, per far sollevare a 10 agosto a un tempo Capua, Salerno, ed Aquila, e pel 12 le Puglie e le Calabrie. Misuravano alla grandezza delle speranze la parvità delle forze. Prima ne parlarono i giornali francesi; e il governo fu sull'avviso. Il re stesso andò a tramutare la guarnigione di Capua, e si recò con soldatesche a far campagne d'istruzione a Salerno. Il Del Carretto carcerò certi congiuratori, qualcuno stato già suo compagno, e poscia sua spia; però senz'altro male li mandò fuor de' confini; fra' quali Pietro Leopardi, Giuseppe Mauro, Adamo Petrarca, e Geremia Mazza.

La parvità di queste congiure mostra a che depressione fossero le sette allora nel regno; ma Ferdinando presto s'avvide come esse per tempo e blandizie non restano, e che non il mal governo de' regnatori, ma i regnatori combattono. Pertanto modificò sua politica parata liberale, e stette riguardato. I liberali che prima avean posto in lui grandi

 

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speranze, e tanto l'avean celebrato quando egli a Parigi s'era scoperto il capo avanti la statua di Napoleóne a piazza Vendome, cominciarono a storcere il muso, poi a biasimarlo, e in ultimo a strombettarlo tiranno. Vedi umani pensieri! Ferdinando Borbone salutare colui ch'avea decretata la mina ie'Borboni; e liberali encomiarlo d'aver ossequiato un tanto despota. Ma questo era despota figliato dalla libertà. Poi il re disse aver salutato il guerriero; e i faziosi sparsero ch'ei non il guerriero ma il tiranno in lui riverisse.

g. 15. J] colèra del 1836 e 1837.

Si stava tranquilli quando avemmo il colèra morbus. Questa peste comparve la prima volta a Bengala nel 1817; o dilatò nell'Indie e in Asia; e visitò l'Europa in Russia nel 1830. Di là in Polonia, in Ungheria, in Germania e io Inghilterra. A Parigi nel 1831; nel 1833 in Ispagna, in America e in Africa. Venne in luglio 1835 per Nizza e Cuneo in Italia; l'ebber Torino, Genova, Livorno, Venezia e Soma. Da sezzo, malgrado le governative severità, l'avemmo in Napoli la prima fiata a 4 ottobre 1836. Nella sola città morirono in tre mesi persone 5287 di colèra, certo non molti in tanta popolazione. Ma con questa lugubre opportunità, il governo che molto operò in sollievo, mise in atto le leggi di tumulazione e inumazione ne'campisanti, dove per certi pregiudizii tutti schifavan la fossa. E così togliemmo il lezzo dei cadaveri dalle chiese in città.

Ma il morbo che parea fugato ripullulò più fiero alla metà d'aprile 1837 in Napoli. Ne'primi di giugno entrò Palermo, dove pel calore e per intemperanza d'igiene intristì oltre misura. Al 10 morironvi 1803 persone, e in quattro mesi ventiquattromila! Messina non fu tocca. Cataria ebbe 5360 morti. In tutta l'isola il colèra mietè 69250 vite. In Napoli furono 10400, e cessò sul cader di settembre; finì a Palermo a 19 novembre, e a Catania a 27 dicembre. Non ostante tali morìe e l'altre del 1854, sendo cresciuta prosperità, crebbe la popolazione. Questa nel 1825 era di MQQ, 000; nel 56 sommò a 9, 089,004; e più fu nel 60.

 

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g. 10. Pretesto per ribellare.

Mentre la mano del Signore si gravava così su' paesi nostri, la setta aggiunse sue rabbie. Corso il motto, in molte parti d’Italia s'andò a' fatti. Dirò del regno. In Penne città d'Abruzzo ultra, a 23 luglio 37 sparsero vóce d'una fontana attossicata; poi alquanti ribelli disarmano i pochi soldati, alzano vessilli a tre colori, e grida costituzionali. Non riusciti a movere i paesi circostanti, in due dì fitti tutto. La commissione militare a 19 settembre ne dannò quattro a morte, altri a1 ferri. A Spizziri in Calabria Citra un Luigi Stumpo e un Luigi Beìmonte, prete, divulgarono anche dima fontana con veleno; presi, venner dannati a morte il 24 agosto. Nella stessa provincia a S. Sisto fer lo stesso un Cannine Scarpelli e un Luigi Clausi; e assoldati mascalzoni preser l’arme la notte dopo il 22 luglio, movendo ver Cosenza; ma per via scorati dalla loro pochezza si spersero. Diciassette ebber pena del capo.

A Palermo, nel furor del colèra, un vecchio col figliuolo rifugiò in una campagna detta le Grazie, e infermò del male. I villani instigati a crederlo avvelenatore, miser le mani addosso a lui e al fanciullo; e a 9 luglio ambo malconci e semivivi abbruciarono. L'11 trucidarono entro la città altro infelice, otto la notte nel villagio Abate, e i giorni appresso altri diciassette. Poi dieci a Bagheria, 30 a Capacci 27 a Carini, 12 a Corleone, 32 a Marineo (fra' quali il parroco ed il giudice), 67 a Misilmeri, 11 a Pizzi, e 10a Termini. A tai misfatti seguitavan vendette, furti, saccheggi e anarchia. A Siracusa si sollevarono a 18 luglio, e uccisero sei persone, con l'ispettore di polizia Vico, e il Vao caro funzionante intendente. Nella terra di Floridia amffi8zarono il presidente Ricciardi della Corte criminale; e sfuriati i giorni dopo fecer peggio: in tutto furono quaranta assassini a Siracusa, tredici a Floridia, e otto a Canicattì. Quando ecco a 21 luglio certo curiale Adorno stampa un manifesto dicente il colèra venir da arsenico vagante per aria, e doversi accoppare i propagatori; poi si mette a capo i f^i0Sì

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e scorre la città, mentre i pochi soldati traggonsi in castello. In Catania già similmente sollevata, come giunsero i manifesti dell'Adorno, ristamparonli, rinfocolarono la plebe, manomisero i poliziotti, arrestarono l'intendente ed altri affisali, e crearono una Giunta di sicurezza. Al 30 disarmarono una compagnia di linea, ruppero gli stemmi e i ritratti regi, alzarono bandiera gialla (colore surto nel 1890 a Palermo) e proclamarono l'indipendenza. Con una proclamazione dissero: Ferdinando per non perdere la Sicilia w/er/a disertare di abitanti; il colèra non essere asiatico ma borbonico. Aderirono Motta, Paterno, Biancavilla. Nondimeno a 3 agosto gli stessi Catanesi col marchese di S. Giuliano scacciati i faziosi, riposero il governo regio. E anche a Messina, dove non era il morbo, si suscitò subuglio, aizzando la plebe a far calca, e respinger tumultuosamente dal porto due navi vegnenti da Napoli e da Palermo.

Il governo per ripristinar l'ordine, e punire i trucidatori di tanti innocenti, mandò con alterego il ministro Del Carretto; il quale operò con la sua consueta asprezza. Carcerate 750 persone; giudicate, ebber condanna di morte 123 in punizione a Siracusa tolsesi l'intendenza e il tribunale, trasferiti a Noto. Poi a 16 maggio 1838 il re concesse perdono pieno a tutti gl'imputati di colpa di Stato in Sicilia, salvo pochi capi da giudicarsi. In seguito ridie' a Siracusa i soli tribunali.

$. 17. Altre congiure.

Si quietò sino al 1841, quando s'udì una fazione ad Aquila. Colà eran capi di congiura il sindaco Ciampella, Lazzaro di Fossa, e un Moscone da Ocre; mossi dal marchese Luigi Dragonetti, amico vecchio del ministro di polizia sin dal 1820; uomo ricco, stato spesso congiuratore. Erano spinti da speranza che V 8 settembre due reggimenti s'avessero a ribellare in Napoli con l'occasione della parata Piedigrotta, e il resto delle milizie secondasse; inoltre sicuri che poca guarnigione quel dì restasse ad Aquila, 'Ruoto perché iti alla parata, credendo il reame ribellasse

 

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tutto, fermarono sollevarsi quel giorno. Uniti a prezzo dà cento uomini, sulle ore cinque pomeridiane corrono per Aquile armati; sorprendono in istrada il comandante colonnello Tanfani che accorreva al castello; subito l'uccidono, e dopo morto traforanlo di stilettate, lui e un gendarme. Poi vanno a guadagnare e opprimere i soldati; ma questi risposto con ischioppettate, ne stutano quattro, fugano il resto. Alla dimane i congiuratori, divulgata voce di subugli in Napoli, ritornarono in più numero, e indi a poco d'ora si disciolsero per tema. 11 governo imprigionò 132 persone col Dragonetti; poi compiuto il giudizio a 20 aprile 1842, il più col Dragonetti uscir liberi; altri ebber pena di ferri; otto soli dannati a morte, ma il re fé' grazia, fuorché a tre. Il Ciampella, il Lazzaro e il Moscone, capi palesi, fuggiti a tempo, ebber sentenza in contumacia. 11 Dragonetti ed altri s'allontanarono dal regno.

Si buccinò che in quel garbuglio avesse le mani il ministro; il quale, non potendo rattener più i suoi vecchi e segreti amici, permettesse facesser quel saggio di rivoluzione, che, riuscito, avria calato a costituzione re Ferdinando, mancato, avrebbe rinsavito i cervelli. I capi foggiti, il presto liberato Dragonetti ne fur prova; dappoi questi stessi parlarono. Ma ne restaron vittime il Tanfani che già da più mesi strepitava, non udito pel fermento che si mestava nel paese, e l'intendente conte Ferdinando Gaetani, uomo bonario, accusato di trascuratezza, e traslocato a Molise.

La Giovine Italia sollevò di nuovo le Romagne nel 1813; e correva attorno un medico (poi famoso) Luigi Carlo Farini di Russi presso Faenza, per ispingere i comitati di tutte quelle città a tumultuare. Un Zambeccari venne a Napoli, e s'aggirò nel Vallo. Volean si movesse prima il regno, ma non trovaron chi li udisse; e la polizia avvisata da’ complici li scoperse in luglio e lor troncò i passi. Nondimeno si mossero ad Imola e a Bologna, dove entrò con una masnada quel Ribotti piemontese che poi vedemmo in

 

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i Sicilia e in Calabria. In quella re Ferdinando offerse al Papa soccorso le truppe a sue spese; ma Gregotio che si sentiva forte non n'ebbe bisogno, e in breve scacciò quelli avventurieri. De' fatti del 1844 dirò appresso.

§. La setta volgesi a Carte Alberto. La Giovine Italia visto in niuna guisa poter guadagnare Ferdinando di Napoli, mentre tentava farlo uccidere, e lavorava ad infamarlo, prese altra via. Carlo Alberto di Savoia carbonaro e rivoluzionario nel 1821, vinto s'era fuggito a Firenze,ben ricettato dal Gran Duca; dappoi nel 1883 io prova di pentimento era ito soldato coll'esercito borbonico di Francia a spegnere le Cortes in Ispagna; dove condottosi bene ebbe da quei bizzarri Francesi le spallette di granatiere. L'Austria gli mandò l'ordine di Maria Teresa; Luigi XYIII Borbone ottennegli il perdono del suo re Carlo Felice. Morto questi senza prole, salì appunto esso Carlo Alberto, primo della linea Carignano, al trono di Piemonte; perlocchè i liberali in esso già collega alzarono le speranze; ma egli scorto la Costituzione aver cacciato allora di Francia Carlo X, stette duro; anzi nel 1834 represse la sollevazione tentata in Savoia dal rivoluzionario Ramorino; e fucilò quanti ebbe alle mani ribelli. Non ruppe i trattati con Austria, confermolli anche con altro, che in caso di guerra con Francia, davagli il capitanato d'un esercito AustroSardo; dove avria dovuto stargli ubbidiente il generale Radetzky duce de' Tedeschi nel Milanese. Nulladimeno non ismentì suo passato. In principio ebbe a coprir l'ambizione, rattenuto dalla dritta politica europea, e dall' indole conservatrice de' sudditi suoi; ma non la ruppe co' vecchi compagni di congiura; se li chiamò attorno, e lor diesoldi e potestà. A questo filo di favore appoggiata, la setta in poco di tempo schierò tutti settarii di costa al trono Sardo; i quali con l'esca d'onoranze e paghe e favori crebbero, e seppero instillar pensieri nuovi in quel buon popolo Piemontese. Egli tenne politica subdola: vagheggiava Lombardia, odiava Austria, le volea male, e le si profferiva amico, ne

 

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invocava consigli, ne ubbidiva ai cenni; giustiziava ribelli, sbandiva cospiratori, imparentava con Tedeschi: Dall'altra scacciava di corte i vecchi fedeli, accoglieva giovani libertini, motteggiava arcivescovi, udiva ridendo le calunnie a' religiosi, gongolava al sentirsi lodare quella su politica nuova; amico di tutti, misleale con tutti; con l'Austria e con la setta, co' Principi e co' popoli» co' Volteriani e con la Chiesa. Pertaoty egli solo tra' prenci d'Italia era incensato in prosa e in rima, e. speranze grandi riceveva e dava. Quella stirpe Savoiarda surta a poco a poco, nelle peripezie de' secoli, di piccola contea a un regno preso a bocconi su' vicini, avida sempre, le tradizioni, di famiglia talvolta sopiva, non mai smetteva. Alberto cui le aspirazioni settarie fean tralucere il destro di pigliarsi tutta Italia, sei vagheggiava; siccome la setta aspirava a far l'Italia socialista co! suo braccio regio. Qual de9 due fallasse dirà il tempo; credo tutti e due, se un po' di giustizia deve tornare in terra.

La propaganda rivoluzionaria designò il Savoiardo a redentore futuro. Lui sangue italiano, lui riformatore, lui sovrano di regno sedente tra Tedéschi e Francesi, stato tanta età argine a quei stranieri, lui meritevole di monarchia nazionale, lui solo degno d'amore e fiducia celebravano. Gli altri principi, mancipii dell'Austria; il re di Napoli, Borbone, sangue forestiero, despota e tiranno, doversi spegnere; del suo esercitò, di sue utili riforme, della prosperità e incivilimento napolitano non s'aveva a far motto. E per deprimere il re si deprimea la nazione. Uomini, arti» lettere, scienze nostre s'avevano a ignorare o a beffare o a sfatare: libri napolitani, nomi napolitani, latti napolitani, leggi napolitani, tutto in fondo; Napoli la China d'Italia dicevano.

Ferdinando avea schifata quella politica Sarda, perché ingiusta, fallace e rapinatrice; e perché (il lasciò scritto di sua mano) avria posto il paese in falsa via, scemata l'indipendenza politica e commentale, dono di Catch III, eh' avea sollevata la nostra nazionalità. Cosi sfuggito egli

 

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all'amo dell'ambizione, era però sempre alle prese con l'idra settaria, rinfocolata da soffii forestieri.

g. 19. Sforzi per rivoltar Italia e Francia.

La rivoluzione sperando nel NON INTERVENTO, si sforma a conseguire un qualunque trionfo, certa poi d'esser fasciata fare. Dal 1830 al 1846 oltre i casi del reame, molti moti nella penisola seguirono. Parma, Modena, Bologna, fionda ebbero grossi tumulti nel 1831, tosto domi; ma è da ricordare in esse aver parteggiato Luigi Bonaparte ora imperatore e '1 fratello, figli di quello che fece il re in Olanda. Questa casa Bonaparte, sendo esule e ospitata in terre papaline, vi teneva desto il fuoco, acciò qualche di svampasse, da farla risalire. Il pacifico Papa perdonava a colpevoli, salvo ch'a pochi, come il Mamiani, lo Sterbmi, e un altro Bonaparte, poi rinfelloniti con rinomo nelle rivoltare seguenti. Luigi Bonaparte col movere Italia aspirava a Francia. Ito da Londra in Isvizzera, fé' il capitano d'artiglieria a Berna; e colà, sendo già ligato alla setta mondiale, ebbe opportunità di stringersi corradicali Elvezii. Scrisse un opuscolo dimostrante la salute di Francia stare ÌB. repubblica, con un Bonaparte presidente. A 30 ottobre 1836, fa scoperta a Veudome certa congiura repubblicana fra'soldati; e'1 giorno stesso egli Luigi che da qualche dì stava ascoso entro Strasburgo, col favore d'un Pardon comandante di Gendarmi, e d'un Vaudrey colonnello d'artiglieria, si fé' gridare imperatore; se non che il generale Voisol, dopo un'ora di rumore, compressa la sedizione, imprigionò i rei. Egli patì violenze sulla persona, lacere fe vesti, strappate le insegne. Luigi Filippo perdonò a lui e complici; e il mandò a 15 novembre libero sulla sua parola d'onore in America. Tal perdonanza fu esaltata cima di sapienza civile. Intanto i pensieri napoleonici sospinti dalle fotte si facevan piazza; e nel 1840 s'andò sino a S. Elena pigliar pomposamente le ceneri del gran guerriero, che meglio per la pace del mondo V avrebbero dormito. Luigi se valse; tornò d'America a Londra, ove avea grandi

 
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fautori, usò del perdono tramando con opuscoli e giornali a pigliar gli animi Francesi; e come gli parve entrò in Francia quell'anno 1840. Sbarcò di notte tra il 5 e '1 6 agosto sulla spiaggia di Boulogne, con sessanta persone in divise militari di generali, colonnelli e uffiziali; entrò in città, sparse proclamazioni e si presentò a’ soldati. Visto non far frutto, retrocesse; inseguito, tentò salvarsi in barca; ma dopo alquanti colpi di fuoco fu preso. Il re fece lui e i suoi giudicare dalla Corte de' Pari; errore che in quella fantasiosa Francia mise in vista il Pretendente. A 6 ottobre condannato a prigionia perpetua, fu serrato nel forte Ham, donde seppe fuggire a 26 maggio 1846.

Più tardi fur sollevazioni a Livorno per opera del Guerrazzi romanzatore; poi in Romagna, ove le milizie papali domaron presto Faenza, Forli e Rimini. Ciò die' opportunità al piemontese Massimo d'Azeglio, novelliero e pittore, a scrivere un libretto che facea veder vicina e sicura la rivoluzione. Tutto il pontificato di Gregorio XVI fu un battagliare con la setta; ond'ei si mori a 1° giugno 1846 con fama tra'ribelli consolidata di retrogrado papa. L'interregno fu supremo momento: da mille bande sorgevano accuse alle leggi romanesche, e alto dimandavan riforme; per bene no, per dar principio al baccano. Ma ne dirò appresso. g. 20. Nozze e traversie nella reggia di Napoli.

Ferdinando avea preso per donna a 21 novembre 1833 Maria Cristina di Savoia, figlia di re Vittorio Emmanuele I, bella di persona, più di animo; la quale per virtù e beneficenze meritò l'affetto de' Napolitani. Ella al quart' anno partorì questo Francesco, sventurato fra quanti nacquero al trono; che vista la luce a 16 gennaio 1836, dopo quindici giorni perde la genitrice, preludio a lui ed al paese di future avversità. Cristina visse dal 14 novembre 1814 a 31 gennaio 1836. Pianserla tutti;'e con lagrime sincere, che a' grandi dopo morte fan prova certa di loro virtù. Il vedovo re per isvagarsi viaggiò a Parigi, poi a Vienna, e vi concluse altre nozze con Maria Teresa d'Austria fi

 

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gliuola di quell'arciduca Carlo che fronteggiò Napoleone. Sposò a Trento il 9 gennaio 1837. Ecco le sette a sfringuellare: dopo la Savoiarda la Tedesca; Ferdinando diserta la causa d'Italia, s'allea all'Austria, se ne fa servo, risospinge il regno nelle trame de' Metternich e de' Gesuiti. Pochi giorni appresso per infausto accidente arse la reggia di Napoli. Ma risurse più sontuósa; demolita la brutta contigua casa de' viceré, fattane piazza e giardino, e ornata magnifiamente la grande marmorea scala. Già pochi anni prima s'era compiuto il palazzo di Capodimonte.

g. 21. Sponsali del Prìncipe Carlo. Carlo principe di Capua secondogenito di Francesco 1, beDo della persona e cavaliero, non facea buon viso alla prima politica del fratello, né al vedergli attorno uomini del 1820 e Murattini; però tenevanlo in uggia, appellavanlo aristocratico, Canosino, sanguinario; ma veramente era principe generoso e di cuore. La congiura dell'Angellotti ch'aveva accennato a far lui re, era stata insidia per dividere i fratelli, cui supponevan facili a divisione. Accadde ei s'accendesse fieramente d'una dama irlandese, Penelope Smith, un po' parente dell'inglese Lord Palmerston. Ferdinando fece ogni potere a dissuadernelo; poi chiese s'allontanasse la donzella al Temple ministro inglese; il quale sendo fratello del Palmerston e parente di lei, disse noi poter fare. Ma Carlo la notte seguente al 21 gennaio 1836 foggi con essa, presa per più segreta la via di Pozzuoli, disusata da più secoli. Seppelo il re, e voleva segnalare ai confini non passasse; ma o consiglio altrui o moderazione d'animo, si tenne a scrivergli di sua mano, e mandogli dietro un uffiziale. Carlo divederlo, pensando il dovesse sostenere, cavò le pistole, indarno dalla Penelope tremebonda t'attenuto; quindi letta la lettera che il consigliava restare, come amore non vuoi consigli, rispose risponderebbe, e andò via. Ferdinando poscia, udendo com'egli imbertonito Pareva accecato a sposarla, fé' decreto a' 12 marzo, richiasi all'atto sovrano di re Francesco del 7 aprile 1829,

 

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più antico di Carlo III, e al dritto di sovrano e la sua famiglia, ordinava: niuno del real sangue anza permesso uscir dal regno, o che le rendite sorta ne sarian sequestrate, e, dopo sei mesi di nenza fuori, devolute alla corona; nessun matrimonio di persona reale, mancante di regio beneplacito, considerarsi legittimo, nò capace di produrre effetti politici e civili, anzi portar di dritto la decadenza da’ beni, e devolverli alla corona. Gliel fé' notificare in Inghilterra, e fa scritto a' tutti i nostri agenti consolari ponessero impedimenti alle nozze, comunque si compiessero. Difatto. il principe non fu accolto quando si presentò alla corte inglese; laonde per gli ostacoli più incaponito, s'appigliò a strano partito l’ha in Iscozia a GreetnaGreen un maniscalco che vanta alla sua stirpe certo privilegio di poter sulla sua incudine sposare qualsivogliano persone; rito pagano che gli da proventi su tutti i matrimoni clandestini di que' luoghi. La passione spinse il cattolico Carlo Borbone a sposare sulla incudine. Poi trovò da avere altrove la benedizione nuziale. In seguito molte volte tentò di persuadere Ferdinando a revocare il decreto; e benché vi méttesse la regina madre, non riuscì. Gli si permise tornar con la moglie, ma non principessa; il che non sopportando costei, si stette. esule volontario tutta la vita. Visse anzi in bisogno, che il fratello, sebbene non usasse il rigore del decreto, né devolvesse alla corona i suoi beni, pur tenneli sequestrati (fuorché la contea di Mascali), e le rendite a frutto a prò di lui sul Gran Libro. Ma egli riceveva soccorsi da mani ignote; cioè da chi voleva tener viva una favilla in casa Borbone, pe' futuri casi. Molti credono questa essere stata una cagione del pertinace sdegno del Palmerston contro Ferdinando.

§22. Briga con gl'inglesi per gli zolfi. Ciò parve presto vero. Àvevam sin dal 1816 un trattato con Londra ov'era stipulato che le vicendevoli relazioni commerciali fossero a paro delle nazioni più favorite. L'industria dello zolfo da più anni era scaduta in Sicilia, per

 

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troppa avidità, per cattivi metodi del cavarlo, per contratti gravosi con mercanti stranieri, il più inglesi; onde molte reclamazioni eran giunte al trono. Nel 1834 una compagnia estera propose voler comprare tutti gli zolfi dell' isola a prezzi men bassi correnti; ma perché stabiliva monopolio h negato. Nel 1836 i francesi Tayx ed Ayard fecero offerta migliore; mandata per esame ad apposita commissione, la maggioranza avvisò pel si, la Consulta sicula l'approvò;; nulladimeno il ministro dell'interno ottenne più grassi patti; fra gli altri lo accrescere del doppio il prezzo del minerale a prò de' proprietarii, e dello Stato, che n' avria riscosso (00 mila ducati all'anno. Di questo i mercanti inglesi avevano avuto sentore, onde prima s'erano affrettati a comprar molto zolfo, e vi fecer guadagno; poi il loro governo si volse al nostro ministro principe di Cassero, protestando contro il designato contratto co' Francesi, cui diceva riuscirebbe a privativa, ed escluderebbe i' sudditi brittanni. Il Cassero sentiva il dritto del re a fare il padrone in casa sua; nondimeno il consigliava a desistere dal contratto, per non farsi nemica quella nazione corriva all’interesse, possente in mare, e alleata naturale del nostro paese tutto dal mare circuito. Il persuase, ed assicurò l'Inglese che nulla si farebbe. Ma il ministro Santangelo e il generale Filangieri, fautori (non si sa bene perche) della compagnia francese, dissero al re la pretensione brittanna essere un attentare all'indipendenza del reame; e si il misero su cjie sepper farlo calare. Ferdinando invertì i ducati 400 mila al dazio del macino, gravoso a quelle popolazioni, che abolì. U contratto si fece senza saputa del Cassero; il quale dolente d'esser venuto manco di parola si dimise; anzi caduto in sospetto di parteggiar per l'Inglese, stette qualche anno confinato a Foggia.

Incontanente la Gran Brettagna sfolgorò una protesta minacciosa; e i suoi mercanti che già molto avean come ho detto guadagnato, sia sulla derrata comprata a basso prezzo, *k sul bisogno. de' proprietarii delle miniere, si lamentarono

 

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d'aver perduto» e dissero monopolio il contratto; quando questo era un dare giusto valore alla mercé, cui fissatone il prezzo era permesso comprare a chicchessia. Dissero il perduto essere assai, e volerlo da noi, quasi non si potesse da noi por dazii sulla roba nostra, e fittarli a cui si voglia. Il Palmerston consultò suoi giureconsulti, e benché pur quelli gli desser torto, si chiamò al citato patto del 1816, e disse lo aver fittato il dazio su' zolfi essere contravvenzione al trattato. E perché anche a lui parean fiacche le ragionale afforzò con armata;la quale postasi avanti Napoli minacciò centomila bombe. Il re sul primo botto schierò truppe sulle coste a vietare sbarchi, mise in punto i fortini, accese i fornelli, e fu una notte che parve si venisse alle mani. lntramessosi mediatore il ministro di Francia, i vascelli si discostarono alquanto; e tosto un legno francese intervenne, che per Luigi Filippo pose fine alla controversia. Si disfece il contratto, perché cosi volle Londra, e si pagò il danno a’ Francesi, che cosi volle Parigi. Inoltre perdemmo gli speranzati ducati 400 mila annui; e il re che già si trovava aver abolito per essi il macino, noi volle ripristinare.

Il Cassero col cadere salì a fama di prudente e previdente ministro. L'Inghilterra era così forte ch'ei non era da badare a un pò1 di nuovo provvento innanzi al benefizio d'averla amica. Il Filangieri e il Santangelo autori del mal consiglio non patiron nulla; dove il Cassero non fu/più richiamato in seggio, pel gran torto d'avere avuto ragione. Ciò fé1 l'altro danno che il re non volle più uomini di cuore al ministero d'affari esteri. Cedendo alla forza, colpito nella regale indipendenza, non dissimulò l'indignazione; però i rancori del Palmerston s'accrebbero; il quale cadde e risurse più volte, sempre a Napoli nemico. Terribile alleato delle macchinazioni in casa altrui, non lasciò più d'insidiare la nostra pace.

Questa briga pe' zolfi, segna un'epoca fatale al regno. Cominciò guerra sorda e lenta; incoraggiati i felloni, nudriti i malcontenti, la protezione risollevava le sette; si

 

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intessevano le reti. In ogni fatto il governo napolitano trovala opposizioni; ogni qualunque atto aveva censura, una opinione fittizia il percuoteva sempre;e il condannava a essere infallibile. Si compievano i primi dieci anni liberi e felici del regnar di Ferdinando. Quelli succeduti sino al 1818 ebbero diversità di governo. Il doversi difendere, l'avere a prevenire i colpi nemici, il continuo stare all'erta Jean men larga la potestà, più rettenuto e severo il braccio regio. E sendo ignoto ove fosse il nemico, il sospetto doreva gravar su molti; e chi era sospettato diventava nemico. Sursero così a poco a poco umori nuovi. Sopra ogni minimo ette si fabbricava un castello; la fazione senza dar nell'occhio stendeva le branche, e aggavignava scontenti

 

 








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