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MEMORIE PER LA STORIA DE' NOSTRI TEMPI DAL CONGRESSO,,,. -  7° Quaderno - Pag. 36

FERDINANDO II L'INTREPIDO

RE DELLE DUE SICILIE.

(Dall'Armonia, n. 74, del 1° aprile 1857).


Fa da re, ed è re davvero». Vita del Re di Napoli scritta da Mariano d'Ayala:Torino 1858, p. 16.


Egli pare che la questione napoletana ornai volga al suo termine. Già l'Inghilterra pensa a riappiccare le sue relazioni diplomatiche col governo delle Due Sicilie, e già sotto voce si vanno ripetendo a Parigi i nomi di quei personaggi che si recheranno a rappresentare la Francia alla Corte di Re Ferdinando II. Questo gran Re, che il 15 di maggio del 1848 schiacciava la rivoluzione, nel 1857 ha sconfitto la diplomazia, a nostro avviso egli merita dai contemporanei e dai posteri l'aggiunto L'INTREPIDO, e noi quind'innanzi accompagneremo sempre il suo nome con questo titolo.

L'intrepidezza è carattere ammirabile di Re Ferdinando. Mazzini, che è tristo, tristissimo, ma pure ba buona vista nel discernere le virtù o le magagne de' Principi, mandava nell'ottobre del 1846 una sua nota ai cooperatori della Giovane Italia, per mezzo di due emissarii, che partiti da Losanna passavano per Ciamberì, e nel novembre erano in Torino. Mazzini diceva agli Amici £ Italia come s'avessero a vincere alcune difficoltà, e quali fossero i mezzi per compiere la rivoluzione. Paratamente indicava come si potessero imbrogliare i Principi, i Grandi, il Clero, il Popolo, tutti.

E quanto a' Principi dicea che bisognava corbellare il Re di Piemonte coll'idea della Corona d'Italia; il Granduca di Toscana coll'inclinazione ed imitazione; non mettersi in gran pena della parte della penisola occupata dagli Austriaci; i piccoli Principi avrebbero da pensare ad altro che a riforme. Giunto al Re di Napoli Mazzini avvertiva i suoi amici che bisognava prenderlo per la forza. Mazzini avea da buona pezza riconosciuto l'anima intrepida del Re delle Due Sicilie.

Amici e nemici gli rendono questa lode, d'avere sortito una mente che facilmente capisce, e una volontà che fermamente vuole. Il professore Orioli, nell'ultima tornata generale del Congresso degli scienziati, che celebrassi in Napoli nel 1845, chiamava Ferdinando li benigno Giove tuonante, tre parole che sono un gran panegirico, ed indicano, la bontà del cuore, la superiorità del grado, la risolutezza del volere.

Un napoletano rifuggito in Torino, il sig. Mariano d'Ayala, dettò testé la vita del Re di Napoli; ma in quella che divisava di condannarlo alle gemonie, dalla forza della verità fu condotto a dirne i più sperticati encomii. Ecco come ne delineò il ritratto: «Credo che non si lasciò apertamente menare a voglia di nessuno, sia Imperatore d'Austria, sia Regina d'Inghilterra, Re in antico ed anche Imperatore moderno de' Francesi. Fa da re, ed è re davvero».

Queste sue grandi ed ahi! troppo rare qualità vennero apprezzate dagli uomini intelligenti. Cobden nel 1840 rimase stordito alle savie risposte di Re Ferdinando sul libero scambio; l'arciduca Carlo andato in Napoli nel 1840, se ne parli innamorato del Re, il quale lasciò poi le più belle impressioni nell'anima dell'Imperatore Nicolò quando nel 1847 lo accolse in casa sua al ritorno di Sicilia, ov'era stata a risanarsi l'Imperatrice, che ora per le medesime infermità vive in Nizza.

Giovinotto a quindici anni, Ferdinando II comandava supremamente l'esercito per sollazzo e per ammaestramento; volea imparare sul terreno, sdegnandosi, dice il d'Ayala, «coi vecchi officiali che non avevano più veduto il campo delle evoluzioni da anni ed anni» (pag. 17).

L'8 di novembre del 1830, quando prese il regno, disse a' suoi sudditi: «Siamo persuasi che Iddio nell'investirci della sua autorità non intende che resti inutile nelle nostre mani, siccome neppur vuole che ne abusiamo. Vuole, che il nostro regno sia un regno di giustizia, di vigilanza e di saggezza, e che adempiamo verso i nostri sudditi alle cure paterne della sua Previdenza». Così deliberò di fare, e così fece.

Egli lottò coraggioso contro le rivoluzioni. In ventisei anni di regno no soffocò sette; una nel settembre del 1831 scoppiata in Palermo; un'altra scopertasi in Napoli nel 1833; la terza negli Abruzzi nel 1837, pretesto il colera; la quarta 18 di settembre nel 1841 in Aquila; la quinta due anni dopo in Cosenza; la sesta nel 1847; e la settima è la famosa congiura del 15 di maggio. Altrettante rivoluzioni videro Francia e Spagna, ma non riuscirono a soffocarne veruna.

E come tenne testa alle fellonie dei rivoltosi, così ai prepoteri dei diplomatici.

Con un atto solenne del 18 di maggio 1833 protestava altamente contro la prammatica sanzione spagnuola del 29 di maggio 1830, e contro qualunque atto che potesse alterare od indebolire quei principii che finora sono stati le basi del potere e della gloria di Casa Borbone.

Nel 1840 scongiurava l'ira britanna, annullando il contratto della Compagnia Taix Aycard, e rispondeva: «Il trattato del 1816 non è stato violato dal contralto dei zolfi; in luogo di danni gl'Inglesi hanno ricevuto benefizii; io ho dunque per me Dio e la giustizia; sicché fido più nella forza del diritto, che nel diritto della forza».

All'annunzio felicissimo del colpo di Stato del 2 di dicembre, date anticipate istruzioni al suo ministro, Ferdinando II fu il primo Re che riconobbe Luigi Napoleone. E come ne venne ricompensato?

Un suo nemico, il sig. d'Ayala, nel 1856, poco dopo il Congresso di Parigi e l'inudito assalto dei diplomatici contro il Re di Napoli, scriveva in Torino: «E noi siamo intanto sicuri, che saprà anche con arte meravigliosa guardare impassibile le minaccie di Portsmouth e di Aiaccio». E seppe.

Ricapitoliamo. Mazzini disse nel 1846: bisogna prendere il Re di Napoli colla forza. E i mazziniani si accinsero all'impresa. I processi dell'Unità italiana, del 15 di maggio, dei pugnalatori, del 5 di settembre, del 29 di gennaio, dei volontarii in Lombardia, ne racchiudono i documenti. Ma Ferdinando II sostenne intrepidamente l'assalto rivoluzionario, e vinse.

Dopo la demagogia venne la diplomazia, e tentò di prendere colla forza il Sovrano delle Due Sicilie. Egli adeguò la calunnia; respinse l'usurpazione; fu coraggioso senza temerità; fa prudente senza debolezza; e riscosse perfino i più begli elogi nel Parlamento inglese.

Mentre i rivoluzionarii in Torino distribuiscono le medaglie di Milano e di Bentivegna coniate a Ginevra, i buoni onorino il pio e forte Sovrano, salutandolo col titolo di Ferdinando II l''INTREPIDO.





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