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Pubblichiamo le Lettere Napolitane di Pietro Ulloa tradotte in italiano dal Salzillo. Le nostre pur modeste conoscenze del francese non ci impediscono di rilevare che la traduzione è imperfetta - lo stesso Salzillo lo ammette.

Appena ne avremo la possibilità – lo ribadiamo, siamo webmaster per passione e non per professione – pubblicheremo anche la versione francese.

Buona lettura!

Zenone di Elea, 25 settembre 2009
LETTERE NAPOLITANE
DEL
MARCHESE PIETRO C. ULLOA
PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DE MINISTRI
DI SUA MAESTÀ IL RE
DELLE DUE SICILIE

TRADOTTE DAL FRANCESE
PEL
CAV. TEODORO SALZILLO
Socio corrispondente di varie Accademie
SECONDA EDIZIONE
DELLA PRIMA VERSIONE ITALIANA
CON NOTE INTERESSANTI
ROMA
TIPOGRAFIA DI ANGELO PLACIDI
Via di S. Elena N.71.

1864.
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DUE PAROLE AL LETTORE

Quando prendemmo a tradurre le lettere napolitane, vi fummo incoraggiati dalle lodi che avean levato in quasi tutta la stampa europea. L'Union diverse volte le Mercure de France, la Gujenne, la France Centrale, l'Esperance du peuple, l'Union de l'ovest ecc: in Francia, le Journal de Bruxelles, l'Emancipation e di giornali fiamminghi nel Belgio, molti giornali tedeschi, il Tablet, il John Bull, il Morning Herald e lo Stendard, in Inghilterra, La Civiltà Cattolica, l'Osservatore cattolico, il Firenze, l'Unità Cattolica ecc: in Italia) tutti parlarono con alte lodi di quel libro.

 Noi non potevamo confidare di rendere colla stessa forza in Italiano un'opera che in Francia erasi tenuta scritta con lingua e perfezione di stile da fare invidia ai migliori maestri nell'arte di scrivere (Union del 4 Gennajo 64).

Non potendo dunque affannarci a dare alla traduzione la stessa purità di lingua ed eleganza di stile volendo sopra tutto render nota l'opera perché meglio si conoscessero i fatti di Napoli e le condizioni dello pseudo regno italiano, ci affrettammo a pubblicarne la versione, corredandola qua e là di talune note per chiarir molte cose, che Fautore non disse o non volle dire, per indicare molti nomi, che per prudenza politica o carità cristiana non indicò, e per accennare a molti fatti accaduti o venuti in luce dopo la pubblicazione dell'opera.

La stessa ragione che ci fece affrettare nella traduzione, ci consigliò a venirla pubblicando man mano e per fascicoli.

Ora però intendiamo a pubblicarla ad un tratto, ponendo mente un poco pia alla lindezza dello stile ed aggiungendo qua e là, se sia possibile, altre note.

Confidiamo che questa nostra fatica possa incontrare nello stesso favore che ha meritato la prima, unico nostro scopo essendo quello che si apra a tutti la verità intorno ai fatti che han distrutto l'ordine, la pace e la prosperità dell'Italia.

Roma, li 2 Agosto 1864


AI LETTORI

La Storia singrona ammaestra direttamente, ma deve combattere le vive passioni ed opinioni del momento. Essa non può sperare di svellere dal cuore ingiuste prevenzioni, e né tampoco scemarne la violenza; poiché è impossibile distruggerne il potere. Ma d'altra parte, trattandosi dei destini della patria bisogna saper sfidare lo sdegno dei contemporanei.

Però io nel pubblicare queste lettere espongo solo i fatti nel loro sviluppo con la tinta del colore politico dei tempi in cui vennero scritte, e rendendole di pubblica ragione vi ho aggiunto soltanto quelli che sono avvenuti posteriormente alle loro date. Non consegno alla luce quelle dirette ad Italiani salili in fama per lettere, scienze e politica; conoscendo che è vezzo dei partiti di non mai risparmiare i vinti. Credo che vi si troverà moltissimo a meditare, e non pochi giovevoli insegnamenti vi si potranno attingere, senza di che la Storia diventerebbe lettera morta, scapiterebbe nel suo decoro, ed ogni utilità verrebbe a perdere. Se mi è impossibile domar la passione che si muove a sdegno contro il delitto, e protestar contro la fortuna, anche essendo parziale, porto speranza di non esser giammai ingiusto.

Le mie lettere esporranno la verità, null'altro che la verità, e se talvolta mi incontrerò ad esser severo, avrò ceduto ad una tendenza che prendeva origine dal medesimo sentimento dell'amor nazionale.


Gaeta


Al Sig. Barone di Beust Ministro degli Affari Esteri a Dresda

Sig. Barone,

Gaeta è caduta. Noi abbiamo lasciate, partendo, fortificazioni smantellate, case e monumenti crollati, o dai proiettili forati, e le strade insanguinate. Quella parte di popolo che altra volta era la parte più avventurosa e più eletta della nostra Società, ci vien compagna nella terra dell'Esilio per poi disperdersi nelle città d'Europa a procacciarsi il pane del mendico; e così i doviziosi addiveranno poveri, ed i poveri si riduranno nell'estrema indigenza — Il timore e l’inquietudine appariscono nel volto di tanti vecchi Soldati il cui cuore è fortemente agitato — Il Re e la Regina sotto le volte del Quirinale ripareranno le loro teste, ma non tarderà quell'asilo ad esser segno di spietata invidia!!! Essi» insieme a quelli che seco loro spartirono perigli e sventure saranno al supplizio della speranza dannati, che per tutti i proscritti è supplizio terribile!!! Alle vittime del dovere, della generosità e dell'onore, oscuro ed incerto l'avvenir si mostra; ma il Re però può a ben donde ripetere con l'eroico Francesco I. tutto è perduto fuorché l'onore! benché la sventura ogni fronte costringe ad inchinarsi.

Il 9 di Febbraio per Gaeta l'ultim'ora non era ancor toccata, ma un cerchio di ferro circondava la piazza; cadendovi una pioggia di proiettili che per ogni dove scoppiavano. Un principio d'incendio minaccia la riserva delle munizioni, e gli artiglieri con perizia ed annegazione l'estinguono. L'indomani il fuoco degli assedianti

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era divenuto più che premente, ma i prodi artiglieri e marinai si battevano come leoni. Tutti eran nel loro posto, compatti, anneriti di polvere e sanguinanti, ma risoluti anziché arrendersi, morire; e perciò gareggiavano a prender posto dove il pericolo mostravasi maggiore. Le chiese, le case, ì monumenti sono io rovina, e la città orribilmente soffre, mentre le donne ed i fanciulli sono schiacciati nelle loro abitazioni, nelle strade e fin nei sotterranei, talché al giunger della sera non l'ardore, ma la stanchezza aveva fatto sospendere il fuoco.

Dal 4 Febbraio però questo valore era adoperato inutilmente, giacché la esplosione di quattro polveriere, l'apertura di due brecce, la perdita di non pochi sol dati, causata dal tifo e dal fuoco, e la mancanza di munizioni e di viveri costringevano alla resa. La guarnigione pertanto senza scoraggiarsi domandava, per mezzo dei suoi capi, prolungarsi la resistenza, la sua fermezza non si smentiva; ma senza un barlume dì speranza era a sé stessa abbandonata. Per la qual cosa il Re cedendo di proprio moto ad un umanitario sentimento pose termine a questo doloroso sacrificio di vittime fedeli, ohe per l'avvenire era divenuto glorioso, come pel momento era inutile. All'uopo convocò nel dì seguente il suo Consiglio, come una assemblea di famiglia, in cui presero parte la Regina, i Conti di Trani e Caserta, e i due Ministri. In quel momento di suprema discussione ogni fisionomia era atteggiata a tristezza ed il cuor di ciascuno, gonfio dal dolore era impotente alla parola. I due Principi che si erano esposti sempre al pericolo e che nell'amor fraterno avean spesso trovati ostacoli, taciturni e dignitosi se ne stavano, quasi presentendo l'ultim'ora della secolare Monarchia e della Nazionale indipendenza. Il più degli uomini serbano un grado di coraggio per condursi con valore, ma il Re in questa circostanza mostrò averne una dose maggiore: poiché perduta la corona, affrontata la guerra, sofferto il tifo e visto lo spettacolo delle

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sofferenze della fedele soldatesca, non mai gli venne meno la bravura e l'energia, che altamente onorano la sua resistenza. Egli espose con aria tranquilla lo stato della piazza, e domandò se doveva io vista di esso assentire ad una capitolazione. I ministri comprendendo che la fortezza non poteva più sostenersi, e che gli istanti più che i suoi giorni erano contati, avvisarono, prorompendo in lagrime, per la resa ed i Principi profondamente commossi con un lento chinar di testa fecer segno di consentimento.

Durante i due giorni destinati a discutere i patti della capitolazione, gli assedianti che ci rifiutarono una tregua non ristettero dal molestare la piazza coi loro proiettili. Si stava per aprire il Parlamento di Torino e si voleva poter annunziare la presa di Gaeta, ma l'energia degli assediati faceva temerne. Il fuoco acquistò in poche ore tale una violenza non mai avuta; sicché il Cielo istesso pareva infiammato — Tremendo spettacolo! Le case matte minacciano rovina, quella della giovin Regina è sul punto di cadere, le cannoniere sono discese al livello della spianata, le bombe scoppian sulle case, sulle Chiese e sugli ospedali, facendo numerose vittime tra gli abitanti più infelici. la fine tutto crolla e non vi è più strada praticabile, né più luogo sicuro. Niuno però si allontana dalle batterie, tutti sono vicini ai cannoni, ed a vicenda s' invidiano il posto dell'onore e del pericolo. Tre o quattro giovinetti dai quindici ai sedici anni, fuggiti dal collegio militare di Napoli per dividere i pericoli dell'assedio, più d'ogni altro si distinguono» La riserva delle munizioni ed il laboratorio in questo punto saltano per aria con un orribile fra casso; e dalla forza della polvere un giovane uffiziale di artiglieria e pochi soldati sono lanciati in alto, ricadendo nel mare. Una casamatta rovina, e rovinando seppellisce soldati ed artiglieri. I piemontesi a tal vista, presenti i plenipotenziari napolitani, che conchiudono la capitolazione, emettono grida di gioia, battendo le mani palme a palme, come assistessero ad uno spettacolo festivo.

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Questa è l’ultima lotta, ma lotta disperata; poiché il sacrifizio, firmata la capitolazione, e consumato —

Nella sera del 13 la casamatta Reale era ingombra di uffìziali di ogni grado che venivano a testimoniare al Re il loro costante rispetto, che in quel momento si rendeva più alle sue qualità personali, che alla dignità del suo rango, appalesando col loro silenzio tristezza ed abbattimento. Il Re, nel ringraziarli li elogiava, ed in questa occasione con sovrana dignità rammentò loro ciò che aveva fatto, e quello che avrebbe voluto intrapendere a fare per la felicità del paese. Difatti senza posa erasi interamente dedicato alle cure del governo, ma al vigore giovanile no#n ancora aveva potuto unire quella esperienza e maturità che portano seco gli anni — Egli aggiunse di più, che non si sarebbe mai dimenticato della loro fedeltà ed attaccamento, e ne conserverebbe una viva gratitudine, e questa ricordanza nell'esilio e nel ritiro gli sarebbe della più dolce consolazione e conchiuse facendo voti alla Provvidenza per la prosperità del suo regno e per la felicità dei suoi intrepidi difensori — Durante l'addio del Re tutti piangevano, chi per l'ammirazione della sua grandezza d'animo, e chi commosso per le sincere espressioni dell'amore che sentiva per i suoi popoli —

Ma l'ora della separazione e della partenza era suonata, poiché alle otto del mattino l'avanguardia piemontese principiava a penetrare nella piazza, ed a salire in sulle battone. La Muette, vapore di guerra francese ed i bastimenti spagnoli che dovevano ricevere il Re non giungevano ancora; pel qual ritardo il giovin Eroe si decise di recarsi sulla Partenope, fregata napolitano, che era disarmata in porto, ma nel momento di eseguirsi il disegno, la Muette comparve — Allora il Re e la Regina sortirono dalla casamatta seguiti da' Principi, Ministri, Generali, gentiluomini e da un gran numero di uffìziali di ogni arma e grado, passando immezzo alla guarnigione che era schierata in battaglia fino alla porta di mare.

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I soldati laceri e defatigati con gli occhi abbattuti presentavano le armi e la musica dei reggimenti suonava la marcia reale. Quest'inno, opera del Paesiello, durante il bombardamento si suono continuamente, ed allora questo pezzo, d'armonia faceva un contrasto doloroso col rumore spaventevole delle artiglierie, ma in questo momento solenne queste note cosi armoniose e tenere, fecero altra impressione, poiché ricordavano ben altri giorni, talché l'emozione diventò generale, e le lagrime sgorgarono dagli occhi di tutti. I soldati gridando viva il Re non facevano sentire che suoni rauchi misti a singulti, e la popolazione esposta a dure prove durante il combattimento, si precipitò allora sui passi del Re per baciargli chi le mani e chi gli abiti, e parte di essa dall'alto dei balconi, convulsa, agitava i bianchi fazzoletti come affittuoso segnale dell'estremo addio — I soldati si prostravano singhiozzando dinanzi al Re, e gli uffìziali oppressi dallo stesso dolore si gettavano nelle braccia dei loro soldati scambievolmente abbracciandosi; e di quest'ultimi vi furon molti che strappandosi le spallette, ruppero le spade e le gittarono al suolo. La commozione era si generale e profonda che non si sapeva più altrimenti esprimere — II Re si commosse altamente del dolore universale, ma serbando la più perfetta eguaglianza d'animo, non pareva di altro occupato che a consolare i suoi soldati e a mitigarne il dolore — Egli non poteva aprirsi il varco in mezzo a coloro che da tutte parti lo circondavano, e alla giovin Regina per questo fatto spuntarono per la prima volta le lagrime dagli occhi. Alla perfine il Re uscendo dalla porta di mare salutò colla mano i suoi eroici soldati, e s imbarcò col suo seguito e con quei Francesi che fino allora s'erano a suo servizio dedicati e con tale annegazione e bravura da potersi chiamare temerità. In quella che la Muette lasciò il porto una batteria rese gli ultimi onori al Re — II rumore del cannone si innalzò per l'aere come il singhiozzo del moribondo...

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le grida di viva il Re! spinte dai cannonieri nel momento in che abbassavasi la bandiera Napoletana ci strinsero il cuore, poiché sembravaci quella bandiera un funereo lenzuolo che si gittava sulla Monarchia di Carlo III e gli stessi francesi della Muette erano commossi come i napolitani — Ed in tal modo, Signor Barone, si è terminata la resistenza di Gaeta, il più memorabile avvenimento dell'invasione del Regno. Essa ba avuta una durata di tre mesi e mezzo, e nessun giorno è passato senza che gli assedianti non avessero fatto qualche sforzo per sottomettere la Piazza, dal cui destino sapevano dipenderti? quelli del Regno di Napoli, nonché dell'Italia. La difesa fu vigorosa ed ostinata, degna della causa, di un migliore successo — La piazza ha lottato contro le macchine inventate dalla moderna balistica, e sola la costanza e la divozione della guarnigione han potuto bilanciare la gran superiorità delle armi — II mondo ha contati i giorni della difesa, ma ignora ancora tutte le sofferenze ed i pericoli affrontati dalla Real Famiglia, dai Ministri, dai gentiluomini e dalla guarnigione che difendeva in questa Missolungi Napolitana l'ultimo baluardo della indipendenza Nazionale — La guarnigione se ha dovuto cedere, esige però rispetto dal nemico, che deve ammirarne il suo coraggio»


A bordo della Muette li 14 Febbraio 1861.

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LA RESISTENZA

Allo Stesso


Signor Barone,


Ci viene riferito che ieri cinquemila uomini in circa, residuo dell'armata Napolitana, hanno deposto le armi, d'avanti al generale Cialdini, e così il Conte di Cavour che può contare sopra un bel trionfo parlamentare!!! Si racconta che il vecchio generale Milon sortendo dalla Piazza, alla testa di quella guarnigione, s'è avveduto che alcuni Uffiziali piangevano per l'ira è per la disperazione! — Figliuoli miei (ha detto a loro) durante la mia lunga carriera mi son trovato sette volte in guarnigione ridotta a capitolare, è tre volte sono partito da questa stessa piazza. Alla mia età non posso sperare di rimirarvi, ma voi giovani ancora, voi vedrete altri giorni in cui potrete riprendere le armi per la redenzione della patria vostra!—Nel mentre che la guarnigione deponeva le armi, tre uffìziali disertori in Luglio e che attualmente servono nell'armata piemontese, si sono dati in spettacolo, marciando fieri ed allegri d'avanti ai ranghi dei loro vecchi commilitoni — II tradimento e la paura non comprenderanno mai il trionfo dell'onore e della lealtà — Qualunque esse siano le inquietezze e le angosce dell'ora presente, le anime degli ultimi ed eroici difensori del dritto e dell'indipendenza della lor patria sono di già nobilitate, malgrado il secolo e gli esempi contrari; e se la brutalità degli avvenimenti li ha schiacciati, possono però da questo momento contare sul giudizio della storia.

La giovine Regina è stata ammirabile pel suo eroismo. Questa Principessa di svelta e sottile statura, ha gli occhi soavi e dolci e nei diciotto anni che conta possiede

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moltissima grazia ed attrattive. Non conobbe la grandezza d'un Trono che per le disgrazie. Dal primo istante dichiarò che Essa voleva dividere i pericoli del suo Sposo Reale, e #quando il generale Cialdini fece dire che si poteva lasciar sventolare una bandiera sul palazzo della Regina, fece rispondere che preferirebbe farla inalberare sulla chiesa di S. Francesco. Quando visitava le batterie veniva accolta con vive acclamazioni de’ soldati i quali non si stancavano d} ammirarla, e se il fischio, dei proiettili faceva succedere l'inquietudine all'ammirazione, Essa non faceva altro che sorridere. Un obice scoppiò nel suo appartamento e quasi a' suoi piedi, ma non ne fu menomamente turbata, e disse sorridendo a quelli che si rallegravano di vederla sana e salva: Eppure avrei desiderata una piccola ferita! Allorché le s'impediva di uscire facendosele osservare che non mancava il nemico di rimarcare il suo brillante seguito, Essa andava a sedersi tranquillamente innanzi alla sua finestra con un libro alla «roano. La sua grazia fiera ed amabile eccitava l'entusiasmo e le grida frenetiche dei soldati. Negli ospedali era sopratutto una provvidenza, ed allora il cuore della donna temperando più che mai la severità delle sue grazie con una tinta dolce, produceva negli ammalati e ne' feriti un incanto incredibile, in modo tale da parere che quegli infelici obliassero ogni male e sofferenza innanzi ad una semplicità così attraente e ad un naturale così perfetto.

Il Re e la Regina scesero a Terracina ed io passai dalla Muette sul Brandon per continuare il mio cammino fino a Civitavecchia, durante il quale ebbi sempre il cuore tristo, non avendomi potuto mai sottrarre dalle mie cupe preoccupazioni. Nell'appressarmi a Roma sentii il cuore consolato, come se Dio mi avesse fatto risplendere giorni felici — La mia memoria era ostinatamente occupata da quei versi di Virgilio.


TU QUOQUE LITTORIBUS NOSTRIS AENEIAE NUTRIX

AETERNAM MORIENS FAMAM CAIETA DEDISTI!


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Ma la difesa di Gaeta sarà ristretta solo nella gloria d'aver sostenuto l'onore del paese? Son certo di no; perché quegli uomini, che han pugnato per la vera indipendenza e libertà della patria, sono gli assicuratori, e tutto mel dice, dei destini dell'Italia; ed un giorno si vedrà l'emancipazione della Penisola spuntare dal sangue generoso dei difensori di Gaeta. Il nobil cuore del Re ha riportato trionfo sulle prevenzioni più ostinate; il suo prestigio non può perire in quelli che sono abituati fin dalla loro nascita a rispettare la Dinastia dei Borboni. Il discendente di Enrico II è il passato coronato vivente per mezzo dell'avvenire. Egli ha protestato, e ne ha latito appello alla giustizia europea, al dritto delle genti ed all'onore, poiché il dritto della forza non può sempre trionfare.

Il proclama dell'8 Dicembre è il testamento politico del Re. Pel tuono degno e per la fiducia che ispira questo proclama gli spiriti si sono riempiuti di fede nello avvenire, di coraggio e di costanza nel presente. Si conosce chiaro che il Re lasciando la terra Napolitana ha seco portata la felicità del regno. La sventura fa divenir grande ogni cosa, ma in questo caso quella grandezza è nell'infortunio! Di già si è inquieti, e i più sinceri sono costernati di vedere che questa rigenerazione tanto preconizzata, si è limitata alla devastazione del paese; allo spargimento del sangue, alla negazione dei loro voti patriottici ed a fare della loro patria una provincia non dell'Italia, ma del Piemonte. Ed il modo con cui il Piemonte abuserà della sua vittoria, renderà la reazione negli spiriti più pronta e più completa. Ben presto si sentirà che la causa della giustizia, della legalità, e della civilizzazione liberale è identificata con quella della monarchia e della indipendenza. Tutto può aspettarsi da un momento di energia, da un incidente che potrà esser la scintilla d'un vasto incendio. Le passioni represse e celate nel momento, siatene certo, dovranno da se stesse scoppiare un giorno, con la più grande violenza, e propriamente quando l'immagine della patria si sarà

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svincolata dalle tenebre. Il giorno del trionfo non tarderà a comparire; ed in quello saran da compiangersi soltanto coloro, che combattendo morirono.

Roma 16 Febbraio 1861.

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LA MONARCHIA NAPOLITANA

Al Signor Duca de la Rochefoucauld-Dondean.

A Parigi.


Signor Duca,


Spesse fiate erasi veduto in Europa lo spettacolo del distacco di provincie, di Stati che si formavano s'ingrandivano o si disfacevano, di Sovranità che cambiavano di luogo o che si aiutavano a sparire: forse però non si erano mai vedute brusche invasioni, conquiste: in piena pace, provincie strappate di sorpresa, ratti di popoli concertati nei misteri delle sette o con la complicità dei Gabinetti, come è accaduto nel regno di Napoli. Io non voglio raccontarvi le peripezie del dramma della rivoluzione, napolitana, che doveva mutare la situazione dell'Italia e l'aspetto del mondo Monarchico in Europa; ma desidero constatarvi la dignità con la quale cadde la monarchia di Napoli, una delle più antiche e delle più illustri che fossero nel mondo — Non si è voluto affatto prestar credenza che il Re lasciò Napoli per risparmiare il sangue dei suoi sudditi e la grandezza della sua patria; come pure non s9 è voluto vedere in questo Principe cavalleresco ritirandosi in mezzo delle sue schiere, Carlo X, che abbandona Rambouillet per guadagnare la rada di Cherburgo; ma si è voluto paragonare a Giacomo II nel quale, vincendo paura ogni altro sentimento, recossi a pricipitanza sulle rive di Medwey ed abbandonò due volte Londra, senza adottare niun provvedimento per la difesa della capitale, e pel mantenimento dell'ordine e della giustizia; avendo avuto soltanto cura della sua persona. Questo esempio è malamente applicato per un giovine Re, il quale oltre che si trasferisce nel mezzo delle sue truppe per

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lottare con eroismo e difendere la sua corona e l'indipendenza del paese, ma nell'allontanarsi dalla sua capitale vi lascia un governo ed una guarnigione, ed Egli si reca a prendere il supremo comando della sua armata stanziata sul Volturno, dove non si mostrò mai al di sotto del destino, che la Provvidenza si compiacque assegnargli—Intanto non pochi Re sono stati obbligati dalle incertezze e dalle sorti della guerra, ad abbandonare le loro Capitali. Filippo I per ben due volte sortì da Madrid, ed il Conte di Cavour osa dire che l'allontanamento di Francesco II costituisce un'abdicazione; dimenticandosi che nell'anno precedente aveva seguito il suo Re, che abbandonava Torino, in vista dell'invasione, al punto, che gli Austriaci, con un poco più d'arditezza avrebbero potuto occupare quella Capitale. —

Egli è ben facile il dire che con un poco più di energia la rivoluzione di Napoli sarebbe stata domata. — In quanto a me non vi ci presto credenza, giacché quella di Napoli non era solamente una rivoluzione intestina, che fosse nelle idee più che nei fatti; ma era una rivoluzione complicata ad esterne quistioni, cosicché tanto i concetti quanto l'appoggio partivano dall'alto anziché venire dal basso — La politica esteriore di tutti gli Stati dipende essenzialmente dalla loro interna politica, ma gli Stati di second'ordine disgraziatamente s'aggirano nell'orbita dei grandi Imperi. Un nuovo regno nel 1859 poteva promettere un'era novella di pace, di concordia e di prosperità, se la rivoluzione e le ambizioni della casa Savoia non vi si fossero opposte — All'indomani del 22 Maggio 1889 la Monarchia di Napoli era nel suo essere, gli ordini della società restavano qual erano, tutte le amministrazioni continuavano a funzionare, le leggi eran rispettate, il potere militare dello Stato, serbate le proporzioni, era imponente; sembrava infine che la macchina politica funzionasse come per lo innanzi — Per verità pochi spiriti sapevano apprezzare le cause celate che potevano cagionare il più strano e drammatico rovesciamento. Intanto oscuri timori turbavano

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la quiete generale, spaventando la previdenza degli mini illuminati — Questo era il lavorio insidioso delle società secrete che, propagando nell'ombra il principiò dell'unità Italiana, lo diffondevano nell'intera Penisola — II governo di Napoli non ignorava di quali mezzi nascosti si servivano coteste sette, composte della maggior parte d'esiliati del regno delle due Sicilie, per diffondere nelle popolazioni il veleno delle loro sovversive dottrine, le quali per più volte erano state denunciate all'Europa col mezza di pubblici giudizi — In questo mentre un mal definito timore s'impadroniva delle masse; e si avvertiva che le incitazioni dall'estero potevano in meno di pochi mesi tutto confondere, e condannare il nuovo regno a perire nell'impotenza.

Il Piemonte dopo il 1849 si era sforzato a rialzarsi moralmente dalla sconfitta militare di Novara, e lavorando senza posa per i propri interessi, si era impadronito di tutte le speranze d'una divozione eroica e disinteressata, atteggiandosi ad aperta ostilità contro il Regno di Napoli. Da dieci anni accordava asilo agli emi grati di tutti i governi d'Italia, esaltati senza interruzione dalla stampa e dall'appoggio del governo. Manino e Trivulzio Pallavicino, antico prigioniero dello Spielberg, avevano istituito, dopo la battaglia di Novara un'associazione segreta, avente per iscopò l'indipendenza italiana, e si aveva esortato il Re di mettersi a capo del movimento. Niuno ignora come il Gabinetto di Torino, durante il congresso di Parigi, spingesse innanzi la quistione della nazionalità italiana, e le aspirazioni dei popoli, verso la grandezza, la libertà, e l'indipendenza della Penisola; come del pari si conosce la missione degli emigrati napolitani a Aix les Bains ed a Ginevra per incoraggiare le imprese d'un pretendente alla corona di Napoli. Più tardi si vide esser questa la spedizione di Pisacane, partita da Genova, per mettere a rivolta il Regno. L'attentato di Agesilao Milano, attentato fino allora inaudito nei tempi più infelici della nostra storia, fu elevato

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a cielo dalla stampa piemontese, e si celebrò in versi dagli esiliati che erano riuniti a Torino — Durante la guerra d'Italia. le dimostrazioni clamorose che si fecero a Napoli ed a Palermo più d'ogni altro luogo, dopo la battaglia di Magenta, costituiscono un avvenimento, non tanto per la importanza propria ed immediata, ma per i sintomi che rivelavano rendendo nell'indomani la situazione più grave di quella che era i) giorno antecedente. La rivolta della svizzera divisione scosse la fermezza dell'armata. In questi fatti, ed in tutte le agitazioni che seguirono in Italia, la mano del Piemonte pur troppo visibile vi appariva. L’oro rinvenuto addosso ad un gran numero di soldati, e la qualità delle monete non lasciavano verun dubbio sulla causa della rivolta degli Svizzeri, in cui contribuì molto il Consolato, ed alcuni addetti alla Legazione Sarda — La più parte dei soldati licenziati, dieci mesi dopo si videro far parte delle legioni garibaldine! e dopo la pace di Villafranca, la setta divenne l'ausiliaria assoluta del Piemonte —

L'annessione dell'Italia centrale, e l'insurrezione della Sicilia erano preparate dai Comitati che lavoravano tutti sotto l'impulso della società centrale. Tutti i giornali ostili, libelli, lettere degli emigrati, che eccitavano i sudditi alla rivolta, ed i generali e gli uffiziali alla defezione, sortivano dalla legazione sarda, e quando a Napoli si mandò un ministro, che era stato plenipotenziario al congresso di Parigi, un fremito elettrico sembrò scuotere tutto il paese. Fino a quest'epoca vi era soltanto agitazione negli spiriti, ma da questo momento in poi la cospirazione divenne permanente e non si aspettava che l'ordine d'agire. La casa di questo ministro divenne luogo di abituale adunanza per i compromessi e per gli esaltati, i quali ne uscivano tutti affaccendati e con volto confidente. Dalle loggie dei teatri furono gittate coccarde e carte tricolori, e nelle strade si vedevano sparsi in abbondanza proclami eccitanti, clandestinamente stampati. A datare da questo momento, tutto fu messo in opera per corrompere l'armata

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e spingerla al tradimento: insinuazioni, provocazioni della stampa, sollecitazioni dei parenti emigrati, esortazioni dei concitali, furono i mezzi di cui si fé uso per raggiungere lo scopo; e tutte codeste seduzioni si usarono col pretesto di far risorgere la gloria e la grandezza dell'Italia, Sono sconosciuti i dettagli di questa invasione, in piena pace, d'un Regno, di cui il Piemonte poco prima aveva affrettata l'alleanza. Si sa come la spedizione di Garibaldi era stata organizzata dal governo di Torino, ed era partita da Genova come quella di Pisacane tre anni in pria, è noto come il governo di Torino al cospetto di Europa qualificò con note diplomatiche i fatti di Garibaldi, come altrettanti atti di pirateria, e spinse la sua ipocrisia tant'oltre, che annunziò offìcialmente spedire una squadra ad inseguirlo. Si conoscono adesso le istruzioni che il ministro Cavour diede all'ammiraglio, cioè: doversi situare tra i navigli della spedizione, e quelli della crociera napolitana, e l'ammiraglio mostrò benissimo d'averlo compreso. Si sa oggi che nel denegare ogni partecipazione del governo, si lasciavano organizzare altre spedizioni in Toscana, e per fornire volontari alle novelle spedizioni di Sicilia si scioglieva la brigata di Ferrara. Il ministro che dichiarava voler rispettare il dritto delle genti, segretamente invocava i buoni uffizi dell'Inghilterra, per far togliere il sequestro che il Console di Francia aveva messo sopra alcune navi cariche d uomini, d'armi, e di munizioni, il cui ritardo poteva compromettere il successo di Garibaldi. Il Gabinetto di Torino preferiva la doppiezza alla forza, aspettando il momento di preferire questa a quella. Difatti arrivato il momento non esitò a gloriarsi d'aver mandato Garibaldi in Sicilia, siccome il Conte di Cavour si gloriò, al cospetto del parlamento, di aver cospirato per ben dodici anni.

La pubblicazione della costituzione, dopo i disastri di Sicilia era un atto d'indebolimento morale, e di disorganizzazione politica nel momento più critico, che il Regno avesse da lungo tempo attraversato.

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Si era in presenza di una rivoluzione, che forse poteva essere battuta, che forse poteva esser vinta, ma soddisfatta giammai. Ella era pronta a tutto, ma aspettava il momento di sfoderar la spada con successo; poiché si sentiva il Piemonte alle spalle, e considerava la concessione del Re come una minaccia, e perciò si sforzava a fare che la transazione riuscisse impossibile, provocando dei disordini, e degli ostacoli al potere per scuoterlo, onde trovar pretesti ad un intervento piemontese. I comitati che ricevevano il motto d'ordine da Torino, organizzarono subito le insurrezioni, dalle quali Napoli fu agitata, e s'ebbero le strade bagnate di sangue ne giorni 27,28. Giugno. Questa fu una imitazione di ciò che aveva fatto il popolo di Londra nel 1688. Il movimento che aveva sorpreso il ministero il 27. non lo trovò più prevenuto l'indomani, dapoichè senza freno spargendo per le strade il terrore, tutte le genti rimasero scoraggiate ed abbattute. L'accordo e l'alleanza col Piemonte potevano accerchiare di imita) la rivoluzione, e così contenerla, ma i risultati delle negoziazioni incominciate con Torino si conoscono.

Il gabinetto non voleva far travedere l'idea della egemonia, che se avesse respinta l'alleanza avrebbe messo a nudo i suoi ambiziosi desideri, e se l'avesse accettata gli sarebbe stato d'uopo di rassegnarsi alla confederazione, e far rinunzia degli Stati già annessi.

Napoli però si presentava come già ridotta agli estremi, ed una politica che si dice disarmata invita all'insulto. Si videro tergiversazioni puerili, temporeggiamenti, e basse simulazioni. Si soffre leggere delle note e dei le corrispondenze su negoziati che non esistevano affatto, le quali non erano che grossolane e volgari lusinghe, in cui ogni parola manifesta la bugia. Si aspettava che l'agitazione degli spiriti propagandosi, scoppiasse nell'armata una manifestazione sediziosa, come in Toscana, affinché l'unità italiana diventasse una realtà. Intanto nell'ombra non si cessava mai di cospirare. Difatti a Napoli la subordinazione era venuta meno ad un tratto.

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Le passioni politiche che avevano radunate le loro forze, ed emancipatesi da tutto ciò che può costituire soggezione, si mostrarono a viso aperto. Il ministero era trascinato, ed il governo si trovava ridotto a tollerare ciò che non ledeva poter impedire. I comitati si erano insediati al fianco del governo, egli emigrati, che in grafia dell'amnistia erano rientrati in patria vennero a cospirare apertamente contro la Dinastia. Il Ministro a Torino ed il barone Ricasoli a Firenze si erano con essi intesi su questo proposito senza mistero, e senza esitazione; e la loro primiera missione era quella di rendere impossibile qualunque governo. Essi vennero a Napoli con l'idea preconcetta d'una latente vendetta, e dal primo giorno del loro arrivo dettero alla rivoluzione di Napoli il funesto riverbero della rivoluzione francese. Si era saputo approfittare della venalità di questi agenti, e del loro spirito basso, col quale si preparavano al tradimento... L'audacia e l'impudenza della stampa in poco tempo sorpassarono ogni limite. Si proclamava il trionfo di Garibaldi, e l'unità italiana, senza serbare un velo neppure trasparente: e l'unità italiana, mostrava un potere concentrato a Roma, diretto dalla Casa di Savoja. Il governo lasciava la più estesa libertà ai giornali di attaccare e calunniare la Dinastia. Gli emigrati amanti forsennati delle piemontesi dottrine gittavano ogni giorno, ed in ogni ora, al pubblico fogli volanti, e si occupavano a renderli popolari. Si stampava la biografia di Garibaldi e se ne vendevano dei ritratti, essendo esposti nelle vetrine di ogni bottega. Si era composta pel popolaccio una canzone col ritornello: Oramai Garibaldi è il nostro Re, e la polizia lasciavala intuonare in tutte le strade. Si organizzò il funerale del generale Guglielmo Pepe, e per conseguenza peri difensori di Venezia del 1849. Gli agitatori dovevano attraversare la Città con la bandiera di S. Marco in testa: la guardia nazionale si sarebbe trovata sul loro passaggio, e cosi da questi moti si sperava una insurrezione.

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I Camorristi ed i bravi dei quartieri n'erano avvertiti, e si darebbe più, o meno arrischiato, secondo i successi che avrebbe ottenuti l'opposizione! del governo. Ora il governo per non assumere il tuono delta fermezza, e della forza, discese ad una transazione, permettendo i funerali, ed abbenchè la bandiera mancasse pure tutti gli emblemi della repubblica si' videro nella Chiesa. I militari più compromessi e più esaltati, i generali che per lo passato furono nemici personali del Pepe, quegli stessi, che avevano abbandonata Venezia nel momento del pericolo, si vedevano colà riuniti. Gli uomini elevati per senno, posti come in fuora degli avvenimenti, per gli eccessi delle fazioni, e che avrebbero voluto ad ogni costo opporsi ella rivoluzione, la quale correva a marcia forzata per raggiungere il suo scopo, erano respinti dal potere. Essi proposero un'associazione per agire in comunità di forze e di risorse: vollero fondare una stampa contro l'ardente e libera propaganda della rivoluzione, ma i ministri supponendo che la incertezza della volontà costituisse loro la virtù degli uomini di Stato, evitando le lotte, ricusarono il loro appoggio, ed un ministro vi si oppose tanto energicamente da obbiettare che il governo non aveva danaro per giornali, mentre nello stesso giorno aveva disposto pagarsi 18 mila franchi ad un giornale rivoluzionario. Si faceva tutto il possibile per acquistare il favore della piazza e dei comitali, e quando si trattava di prendere qualche energico provvedimento, si indietreggiava, come dicevasi, per la paura di accelerare la catastrofe.

La rivoluzione che scoppiò in Francia nel 1848 diede movimento a quella dell'Italia, e da questa regione passò in Germania, sollevando tutte le popolari passioni. Le armate, in mezzo al disordine generale, erano sempre rimaste la sola, ma forte difesa dell'ordine; e si sarebbe edificato sulla friabile arena sino a quando l'armata era in sostegno del potere. Però il governo di Torino esisteva nella risoluzione di far proclamare a Napoli l'annessione dall'armata, la quale era stata già scossa

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dalla rivolta delle truppe sviziare, dai proclami e dalle lettere degli emigrati, che si erano diffuse l'anno precedente nei ranghi della divisione degli Abruzzi. Alcuni uffiziali, avevano di già mandata la loro adesione al comitato di Firenze, e non pochi altri avevano promesso di dare la loro dimissione; a quali ai fece rispondere di non abbandonare i loro posti, ma di lavorare efficacemente a far proseliti, ed intanto la stampa proclamava esser la diserzione un dovere, il tradimento un eroismo. I comitati e gli emigrati impiegando sollecitazioni, promesse o minacce, avevano affievolita la fedeltà di alcuni, e diminuito l'ardore in altri, ed attaccando i capi nella riputazione, ne indebolirono l'autorità. I politici sconvolgimenti presentano agii audaci le opportunità di aumentar fortuna; cosa che di rada e con lentezza, si verifica in tempi calmi e normali. Molti uffiziali, benché privi di fortuna, si dimisero, altri passarono nelle fila di Garibaldi, e non pochi si ricusarono di combattere con italiani. A Napoli non mancò un burò, dove dagli amicali si facevano arruolamenti di soldati e di basai ufficiali, e questo non s'ignorava da nessuno, e le persone, che lavoravano di concerto e senza mistero, spendevano ingenti somme per corrompere l'armata. Il governo solo fingeva di nulla sapere. Le defezioni di rilievo non tardarono. Il Capitano Àmilcare Anquissola, avendo a complici i suoi uffiziali, si recò con la corvetta il Veloce presso Garibaldi, e dopo aver rifatto l'equipaggio, che non aveva partecipato al vile ed infame tradimento, ritornò in crociera per sorprendere con inganno due altre navi dello Stato, ed impadronirsene. Poco dopo alcuni uffiziali di marina, anche disertori, si presentarono in una notte a Castellammare col Veloce per portar via il vascello il Monarca, il cui comandante, colonnello Giovanni Vacca, era precedentemente di concerto, che poi dopo la non riuscita cattura, per salvarsi si rifugiò a bordo di un vascello inglese. Ai posteri gli si è denunziata la inaspettata e vergognosa diserzione del generale Alessandro Nunziante, uno di quelli

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che più avevano asserrato il Trono con i loro intrighi con le loro cupidigie, strappando mai sempre opulenti favori. (1) Egli però sapeva che la rivoluzione, tenendo presente i servigi resi, tutto condona, e perciò mandò te sua dimissione, restituendo le decorazioni;'e lungi di poggiare il piede su questo novello teatro, con esitazione tentennante, usò ardire da sfrontato. Minò la disciplina, e volendo che l'armata addivenisse un istromento di sedizione, eccitò con ordini del giorno la sua divisione a disertare. Questo generale per acquistarsi la benevolenza non sarebbe stato restio a mettersi pel primo il berretto frigio, ma sotto le sue declamazioni non si sente palpitare né il cuore dell'uomo, né quello di soldato. Egli si recò a Berna, e di là a Torino ove, chiamato dal Conte di Cavour, col quale tenuto un abboccamento, ritornò a Napoli sulla fregata sarda l'Adelaide da cui discendendo misteriosamente per fomentare il disordine nell'armata, vinto dalla paura, si rifugiò nella seguente notte a bordo della Costituzione, ore poteva cospirare a suo bell'agio. Questa spaventerai figura d'ingrato e di traditore, volle farsi una riputazione, che nel la sua mente aveva forse una perfetta analogia con quella che compartisce la gloria. Siccome accade sempre in epoche, in che le politiche commozioni si trasfondono nel mondo morale, l'armata, nel suo esempio, provò uno scoraggiamene profondo, e da quel punto i militari sentirono le tristezze della disperazione politica.


(1) Qui ti traduttore si permette far osservare a ehi di dritto, che gli onori ed i favorì accordati ad uomini senza merito, sono funestissimi ai Troni; perché non solo rendono orgogliosi i favoriti, ma producono l'indignazione nei buoni, i quali vengono dimenticati, o per intrigo dei primi, posposti. Questa grande verità è dimostrata pur troppo chiaramente dai fatti dei Generali Nunziante, Pianell, ed altri, i quali avvalendosi dell'appoggio dei loro mal conferiti onori, vilmente tradirono e vendettero il Sovrano, la patria e l'onore.


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Il materialismo politico è alla società ciò che l'ateismo è alla religione, e toglie nelle anime ogni ispirazione patriottica.

Con queste corruzioni e con questi esempi la rivoluzione si sforzava di scemare, l'orrore della cospirazione sotto, le bandiere, che tra le cospirazioni è la più dannosa e la più imperdonabile II sentimento universale giudicò poteste diserzioni come figlie dell'ambizione e della cupidigia di tutti i capi dell'armata, non che della incurabile corruzione dei funzionari. Molti uomini politici oppressi dal disgusto e dall'orrore, ben rientrarono nella vita privata e nella non curanza di una oscura condizione. Il Re da questo momento poté aspettarsi veder molti di coloro, che mentre biasimavano acremente il generale Nunziante. ne imitavano poi l'esempio; invidiandone ancor forse l'umiliante iniziativa.

La guardia nazionale che aveva aperte le sue file alla gioventù più esaltata, aumentava gl'imbarazzi, e le apprensioni, ed i comitati s'interessavano a spingerla innanzi se la rivoluzione dovesse, scendere nelle piazze.

Si avevano arrogati il dritto di farle arrivare ordini del giorno, come partenti dalle vere autorità, a cui essa doveva obbedire, ed in questo momento si spargevano la diffidanza ed i sospetti nei suoi ranghi. Si aveva fatto tanto chiasso perché il comandante della piazza non aveva dato alla guardia nazionale il motto d'ordine che si comunica alla truppa di linea, e la stampa facendo proprio questo richiamo, ne formulò un'accusa, per la quale cosa furono vane le dichiarazioni, del governo 9 che quella negativa era stato un malinteso. Poco dopo si fece correr voce della scoverta d'armi e di abbigliamenti per vestire reazionari, che non esistevano, e che in alcuna parte non potevano esistere, e si diceva: che il potere voleva tentare un colpo di mano con la guardia reale e colle masse della marina. Più tardi fu dato l'allarme che annunziava tre battaglioni esteri avanzarsi sopra Napoli, ed acciò quei rumori cessassero fu mestieri mandare per la strada uffiziali dello stato maggiore.

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Si gettava pure spesso nella città lo spavento buccinandosi che si fossero marcate col rosso tutte le case che dovevano essere saccheggiate dal popolaccio. Un gran numero di emissari si portavano la sera nei quartieri della guardia nazionale e vi divulgavano quelle frasi di terrore, che la natura ispira all'approssimarsi di qualche grande calamità, e quelli che più cercavano d'ingannare, erano i comandanti e gli ufficiali, i quali venivano lusingati dalle espressioni, essere essi solamente capaci di sollevare il Regno con la loro fermezza, e col loro patriottismo.

La squadra sarda che aveva fatto conoscere esser venuta per solo fine di assicurare la vita e le fortune dei sudditi Piemontesi, teneva a bordo delle truppe di linea, le quali una volta tentarono ancora di scendere armate, per la qual cosa le navi furon minacciate di farsi calare a fendo. Eppure con tutto questo si lasciavano andare a terra bersaglieri i quali introducendosi nel corpi di guardia della milizia cittadina, s'intrattenevano seco loro sulla felicità della imminente fusione dell'Italia e nell'incontrarsi per le strade con la guardia nazionale si fraternizzavano, e mostrando con orgoglio una quasi superiorità, serbavano disinvoltura di disprezzo per la guarnigione. Quindi è che le risse non mancarono tra costoro ed i soldati napolitani, i quali ad ogni incontro li schernivano, e perciò successe una forte baruffa tra questi bersaglieri ed i mitragliatori della guardia reale, al che la guardia nazionale accorrendo per separarli, favorì apertamente i primi, ed inveì contro i secondi. Tutte queste seduzioni, e questi timori l'avevano esasperata, e nei suoi ranghi non si udivano che minacce ed esecrazioni contro la perfidia della Corte, e continuamente si discuteva sulla necessità d'innalzar barricate contro la guarnigione all'appressarsi di Garibaldi. Allora tutto il combinato, per molti anni, dai diversi ordini della società napolitana si pose in vista, e coloro solamente che conoscevano il lavoro delle società segrete, degli esiliati, e del governo piemontese, non ne rimasero per nulla sbigottiti.

Roma li 16, Marzo 1861.

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LA COSPIRAZIONE

Allo stesso

Signor Duca


Si pensava, da circa' mezzo secolo in qua, ché i popoli moderni tutti educati, quasi ad un dipresso, nella stessa civiltà ed istruzione non dovessero crederei più esposti alle calamità di una Conquista malvaggia e subitanea; poiché pareva che le sorti di uno stato noti dovessero più dipendere in prosieguo da una battaglia, o da una invasione. Ceti tutto ciò il reame di Napoli ha subita una conquista si rapida che non sì trova altro esempio nella storia che quello dell'epoca di Consalvo di Cordova, or son tre secoli e mezzo i nel medesimo Regno, e per un tradimento perfido del pari contro la Dinastia Aragonese. Novelle orribili, l'una dopo le altre, giungevano il 20 Agosto. La spedizione di Garibaldi aveva superate le più serie difficoltà, in traversare lo stretto di Messina. La crociera napolitana arrivata troppo tardi, non aveva potuto impedirne lo sbarco, ed aveva calato a fondo un piroscafo arrenato: e così si era rinnovata la scena di Marsala. Dopo un disperato combattimento la città di Reggio era caduta, la quale avrebbe potuto essere salvata se la brigata che marciava in suo soccorso non si fosse ad un tratto fermata, e se la squadra che si dirigeva a tutta machina verso la costa non avesse virato di bordo per andarsi ad ancorare davanti Messina. Poco dopo una divisione, lasciatasi ad arte circondare, depose le armi, i di cui soldati indignati ed esasperati trucidarono il loro generale rinnovellando in questa terribile e ristucchevole scena le tante eguali che erano state fatte in Portogallo, ed in Ispagna all'incominciare del presente secolo.


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Le fortezze della costiera erano l'una dopo le altre cadute; e Monteleone, dove il generale in capo aveva perduto il tempo prezioso era evacuata, e quel generale si recava in Napoli. Garibaldi si spingeva nell'inseguimento dei soldati napolitani con l'impetuosità di un torrente, battendo la via marittima, le cui colonne una sola fregata avrebbe potuto distruggere: ma la squadra si era fatta; trasportare dal vento verso il Sud, per passare in Sicilia, e quindi dirigersi sopra Napoli. Il generale, capitolato, a Saveria, senza bruciar prima una cartuccia, si ritirava sopra Cosenza, col cui comitato il generale Caldarelli aveva trattato. Cosi Napoli pure aveva avuta la sua doppia Vergara, rimanendo la strada che dalle Calabrie mena a Napoli sgombra di truppe fino a Salerno.

Lo spirito di rivolta avanzava terribilmente. Taranto e Matera erano in tumulto: a Foggia i Dragoni avevano presa parte ad un movimento del popolo ed in Potenza la gendarmeria era stata scacciata proclamandovisi un governo provvisorio: perciò non altro rimaneva che contrastare l'entrata della capitale '— In Napoli lo scoraggiamelo vinceva tutto, ed i disastri delle Calabrie, e lo scioglimento di due belle divisioni non si spiegava in altro modo avvenuto, che pel tradimento dei generali. La diffidenza si propagava nelle file della guarnigione, e quei medesimi che si sforzavano ridestare lo spirito nelle truppe erano convinti di sacrificare inutilmente la propria vita. Dall'altra parte, le teste si riscaldavano, i complotti militari si ordinavano con la speranza di un quasi sicuro successo. Intanto la marcia del nemico avrebbesi potuto arrestare a Salerno ove gli si poteva chiudere il passo, e se accettava una battaglia nel piano vi era artiglieria e cavalleria cosi numerosa da sperarsi il suo sbaragliamento — Una volta battuto, non avrebbe avuto ove rifuggiarsi, ed i suoi successi trionfali sarebbero spariti in brevissimo tempo. La vittoria era ancora in quei critici momenti il voto di tutte le genti oneste, nelle quali lo spirito di parte non


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aveva fuorviato il patriottismo, ma il Ministro della guerra, il generale Pianelli, credette non essere oramai più possibile la resistenza. Un ministro estero che faceva nobili sforzi per rialzare la causa del Re, nell'esortargli a prendere il comando dell'armata, s'ebbe freddamente in risposta: che essendone stato falsato lo spirito, egli non poteva rischiarsi a guidarla al fuoco.

Ma il Re, quantunque era stato dal dolore colpito, non era punto abbattuto, e sopportava le fatiche e le angosce della sua situazione, con una forza di gran lunga superiore alla sua età ed alla sua salute; manifestando una fiducia non mai simulata. Egli credeva nel trionfo inalienabile e virile della grandezza morale, ma non si dava in braccio ad alcuna illusione, e sapeva vedere la verità senza impallidire. Credetemi io non tengo al trono, mi diceva allora, ma vorrei strappare la patria è la mia famiglia ad una crudele sventura: se poi la sorte si è pronunziata definitivamente, saprò cadere da Re. Egli aveva scritto al Ministro Pianelli che l'armata aveva sofferto dei disastri, perché non si era trovata concentrata sul punto del pericolo; che aveva ancora quaranta mila uomini alla cui testa si avrebbe messo, ed in questo punto stesso fece dar ordine alla colonna che era nelle Puglie di ritirarsi a marcia forzata sovra Napoli. Era così deciso esporsi ad ogni cimento per compimento del suo dovere, che sorridendo mi diceva: In quella che un naviglio viene assalito dalla burrasca, non è il capitano medesimo che prende il suo timone, e ne dirigge l'equipaggio?

Ma gli avvenimenti si accumulavano come una tempesta, e gli effetti di una propaganda rivoluzionaria divenivano l'un di più che l'altro manifesti. Il conte di Siracusa, zio del Re, aveva assistito ai funerali del generale Pepe, e la stampa non aveva mancato di esaltarlo, ed il più strano si fu, che non si risparmiarono le allusioni ad un altro Principe che si segnalò nella primiera rivoluzione francese. Il conte aveva dato un gran pranzo agli uffiziali della squadra Sarda,


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all'annunzio dello sbarco di Garibaldi, e fu applaudito quando bevve alla salute del Re Vittorio Emmanuele. In prosiequo si era portato a bordo della Costituzione ed aveva ricevuti onori dovuti piuttosto alle sue opinioni, che al suo grado. E come se questi scandali non rivelassero abbastanza la sua cooperazione, si decise adun passo più ardito e più stupendo. Credendo o supponendo che la corrispondenza col Duca di Carignano fosse stata sorpresa, indirizzò una lettera al Re, nella quale, dopo d'essersi doluto che giammai era stato ascoltato, lo esortò di mutare l'esempio della Duchessa di Parma, e di abbandonare il Regno. Questa lettera, ispirata come si diceva dal Ministro sardo fu subito dai giornali pubblicata, e sparsa a migliaia di copie, anzi prima che fosse dimessa al Re, il quale per questo fatti non disse altro, che le seguenti dogliose parole: Se io non fossi Re, o non avessi la responsabilità della corona verso il mio popolo, e verso la mia famiglia da molto tempo me ne avrei tolto il peso. Il Re serbava quel sentimento energico e religioso che agguerrisce nell'infortunio. Questa lettera del conte fu I ultimo colpo dato alla Corte che da quel momento si trovò in un vero scompiglio. Nel XVI, Federico d'Aragona, zio anche esso d'un re collocato in simili condizioni, diede tutt'altro esempio, poiché fu il modello della fedeltà cavalleresca.

La guardia nazionale segnatamente vide in quella lettera la irrevocabile condanna della Dinastia. Si mormorò dicendosi, che se il Re, dopo la lettera di suo zio, non comprendeva la sua posizione, e non si ritirava era d'uopo ricorrere alla insurrezione ed alle barricate, e così si avrebbe una rivincita del 15 Maggio 1848. La guardia nazionale, lasciata ne' suoi istanti di gloria e d albagìa, si lusingava di divenire il corpo dei giannizzeri della rivoluzione. Il popolo di continuo era agitato dalle notizie di trame reazionarie e la stessa autorità, benché faceva vedere di proteggere l'ordine e la pubblica tranquillità, co’ suoi proclami vi soffiava dentro.


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Il popolo abbagliato dulia medesima credulità, come dapertutto, era sempre pronto ad aggiornare la giustizia e la ragione e ad accusare la cieca durezza della Corte. I capi dei battaglioni della guardia nazionale avevano di già segnata senza esitazione una protesta, diretta al Re, piena di minacce e d'irriverenza, nella quale avevano chieste le armi e le munizioni; lo scioglimento dei tre battaglioni esteri, il cessamento degli apparecchi guerrieri, che minacciavano, come si diceva, la principal rovina — Questo, indirizzo illegale bugiardo nel fondo ed ingiurioso nelle forme, aveva trasformata la guardia nazionale in corpo deliberante. In questo frattempo si faceva tutto il possibile come spargere nel pubblico ogni sorta di vaghi timori, e come mostrarli più terribili. Un francese esaltatissimo, il. Sig. Desaugliers che qualche volta assumeva il tuono di ispirato pubblicò per le stampe un consiglio al Re, con cui lo esortava di prenderete più energiche misure contro la rivoluzione. Il ministro di polizia, Liborjo Romano, s'impadronì di questo fatto privo d'importanza, per esagerarlo a suo talento, ed accrescere l'allarme nel paese. Il prefetto di polizia che permetteva alla stampa ogni attacco contro la Dinastia, si portò di persona, con un grande apparato di forza, ad arrestare il francese, e principiò a gridare aver egli ventata una grande cospirazione. I Comitati e la stampa commentarono questo tema ed annunziarono che il popolo andrebbe a sollevarsi per difendere i suoi diritti. I capi de’ battaglioni della guardia nazionale si presentarono ai Ministri, e si dichiararono pronti a combattere ogni tentativo reazionario, pretendendo con le loro minacce l'allontanamento dal governo della piazza di colui che per serbare a Napoli la tranquillità aveva fatto mostra di un apparecchio militare inusitato. Col mezzo di questo preteso pericolo di reazione si accesero gli animi, e si osservò questa credulità sempre crescente, mercé la. quale,, il popolo, sulla fede di un giornale, o sulla parola di un settario, accoglieva il timore delle più orribili cospirazioni.


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Il Re, tocco' da profondo dotare, si fece chiamare i comandanti della guardia nazionale, ed accogliendoli con somma grazia, si mostrò soddisfatto della premura che si prendevano pel mantenimento dell'ordine, ma fé loro con diligenza notare che questa era l'unica missione ad essi affidata, e promise nel tempo stesso che Napoli non sarebbe giammai esposta ad una guerra di piazza, perché aggiunse, Lui essere il primo napolitano — Ma il fine di questo ricevimento mancò: perché i comandanti si lagnarono del loro generale e del governatore della piazza, ed in sortire dalla reggia facevano cenno con gli occhi, sorridendo con le guardie nazionali che erano là per attenderli.

Intanto ogni ora del giorno annuii zia va una novella più trista, un fracasso più funesto, o un nuovo imbarazzo. La squadra inglese ancorata in Napoli s'ebbe un rinforzo, il cui ammiraglio sollecitamente spedi in questo stesso tempo una nota al Governo con minaccevoli rimostranze, facendogli sapere che se avesse luogo un movimento popolare, ed il Re facesse bombardare Napoli, come si aveva fatto a Palermo, la squadra vi si opporrebbe con la forza, per applicare in questo modo il principio del non intervento!... Il Ministro si affrettò rispondere che il Re aveva deciso di aspettare il nemico fuori di Napoli e la città non correrebbe alcun pericolo. Ed in effetto la stampa europea che aveva tanto gridato contro il bombardamento di Palermo nel 1848, avrebbe dovuto conoscere, che il generale Desauget, che lo aveva comandato, era stato rimproverato, anzi acremente biasimato dal Re — Questa disapprovazione reale non è immaginaria, ma risulta chiaramente dalla corrispondenza passata tra il generate ed il Ministro della guerra. Nel 1860 fu il generale Briganti, che poi più tardi fu ucciso dagli stessi suoi soldati, il quale dal forte di Castellammare bersagliò la città di Palermo con obici e bombe. Il Re, di contrario meditava con tutta la serietà a preservare Napoli, in caso che una lotta disperata avesse luogo nei suoi contorni.


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Il Ministro degli affari esteri ebbe ordine di riunire il corpo diplomatico, per proporgli la neutralizzazione della Capitale sotto il patrocinio delle squadre straniere. Il Ministro sardo che non amava affatto vedere il dittatore signore di Napoli, in apparenza promise la sua cooperazione; ed aveva accettato, essendo forse certo che niun risultato si avrebbe da quei negoziati — Il Ministro inglese, aveva di già molti giorni avanti scritto al sua Governo, che egli s'aspettava in Napoli l'abbandono,, o l'abdicazione del Re,, e non domandava altro che una approvazione di fare proclamare l'annessione al Piemonte; il Corpo diplomatico declinò la responsabilità d'una guarentigia qualunque: il ministro Elliot soggiunse che sarebbe stata una violazione del principio del non intervento, (1) e sulla qual cosa i ministri d'Austria e di Prussia dopo d'aver accolta per un momento la proposta, ritirarono la loro. adesione, ed il ministro sardo nella sera fece palese il i suo rifiuto. La conferenza benché era rimasta senza risultato pure il Re non rinunciava alla speranza di porre Napoli sotto l'egida delle potenze amiche; e siccome la Francia domandava allora una riparazione dell'insulto fatto al suo ministro nell'ammutinamento del 27 Giugno, il Re inviò il Duca di Cajanello all'Imperatore per ottenere la sua intercessione. Vi fu un istante che il governo si credette doversi difendere ad una fiata contro l'invasione, e contro la insurrezione. Questo estremo pericolo, a dir vero, svani ben presto, ma le disposizioni erano sempre violente. Il partito d'azione voleva irromperete la sua impazienza è la sua rabbia erano riscaldate a tal grado, che chiamava tiepidezza e viltà,


(1)Il principio del non intervento dall'Inghilterra s'invoca solo quando le torna conto perché quando poi le fosse di ostacolo Essa lo calpesta e non si cura delle ciarle della diplomazia — Lo stesso Lord Palmerston nella Camera dei Comuni il giorno 21 Maggio parlò nel senso sopra detto.


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ciò che altri avrebbero giudicato zelo imprudente e furioso. Il partito piemontista, che aveva promesso a Torino di sollevarsi all'annunzio dello sbarco di Garibaldi, s'immaginò di esser fermo nella data parola ma, approssimatosi il pericolo, mostrò più iattanza che risoluzione. I ciechi servi della rivoluzione poi, imbevuti di tutte le dottrine del terrore, si erano separati dai piemontesi, e si chiamavano il Comitato del pugnale; mostrando con ciò che i partiti estremi hanno nelle loro agitazioni, qualche somiglianza alla tigre; perché essi non fiutano altro che sangue.

Si seppe nella Corte essere sbarcati alcuni garibaldini, partiti da Genova e Livorno, e tenendosi nascosti, aspettavano un momento opportuno per compiere un moto insurrezionale. Infiniti emissari andavano nelle provincie, e da esse venivano in Napoli i più audaci, ed i più adatti ad un colpo di mano, per prepararvi il trionfo di Garibaldi, i quali eran provvisti di armi, e di considerevoli somme di denaro, e stavano pronti a tutto.. Gli uffizi di arruollamento lavoravano costantemente e senza mistero. Il Governo solo non usciva dal suo incurabile letargo. Il ministro, Sig. Romano, che spaventava in ogni istante il Consiglio ed il pubblico con i fantasmi della reazione, prendeva sempre misure contro un movimento realista, e non vedeva quel tenebroso lavorio; però nella notte, come era ben noto, teneva abboccamento con i comitati, con Alessandro Dumas, emissario della rivoluzione, con I' ammiraglio Persano, e con tutti i reduci emigrati e sovra tutto con i militari. Stranissime novelle si diffusero per la città, e si dette a credere che il ministro e l’ammiraglio francese, farebbe calare a terra una porzione dell'equipaggio della squadra, e che l'inglese ne avrebbe seguito l'esempio — Dal che avvenne che tanto gli stranieri nonché gli abitanti si affrettarono di ottenere l'autorizzazione di apporre sulle loro case cartelli, che annunziavano la nazionalità inglese e francese.

Il gabinetto non aveva fino a quel tempo mostrata


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alcuna tendenza a rassegnare i suoi poteri, ma tutto ad un tratto, sia per debolezza o per calcolo, si decise dare la dimissione. I ministri trattarono in questo momento solenne l'ordine sociale, come un malato uscito fuori di speranza, con cui non più si discutono alcune prescrizioni, e non volendo sottoporsi con coraggio alla situazione che si avevano creata, si ritirarono... Che dico! Non si ritiravano, ma abbandonavano il paese, ed il ministro Romano li fece decidere a questo passo. L'imbarazzo della corona saliva all'estremo. La stampa che poco si era brigata della quistione del gabinetto si svegliò come da profondo sonno, ed altamente spaventata accusò il Re di volere un ministero reazionario. La guardia nazionale inviò un nuovo indirizzo ai Ministri, scongiurandoli di non rassegnare il potere: e questo indirizzo era stato ispirato e dai comitati e dal Signor Romano.

Ed in tal modo questo, ministero che, due volte, si era veduto minacciato nella sua esistenza, e che tutto aveva fatto, e tutto si era permesso per resede al potere, in questo punto si raccoglieva da banda con quell'inerte fatalismo dalla cui forza si lasciò trascinare nella corrente. Questi uomini non avevano più la forza neppure di guardare gli avvenimenti, che non mai avevano provato signoreggiare. Era facile il prevedere che vili mancamenti accompagnerebbero un tale esempio; e tutte le genti unanimamente riconobbero che le inconvenienze dell'inazione era più dannosa dell'agire, perché vale meglio rischiare che annichilirsi: però niuna persona si esponeva a dar l'esempio coraggioso della resistenza. Non vi fu uomo capace che volle accettare la missione di gittarsi a traverso i disegni della rivoluzione, ed arrestarne, se era ancor possibile, l'impeto del movimento, che precipitava il Reame nella mina. Tutti si scusarono fingendo chi più e chi meno calcoli e timori; e taluni per farsi merito presso i comitati, li tennero informati del loro rifiuto.

Roma, il 25 Marzo 1861.


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L'ABBANDONO

Allo stesso.

Signor Duca,


Dopo pubblicata la lettera del Conte di Siracusa, che aveva fatto rivolgere sempre più gli sguardi dei funzionar! verso Torino, segretamente parecchi già si contrastavano il vantaggio di conciliarsi la benevolenza d'un Principe che poteva ben [tosto essere il loro Sovrano, e con queste turpitudini cominciarono in pochi giorni ad andar superbi — Si aveva detto continuamente e ripetuto che ora della caduta della Dinastia era segnata nel quadrante del destino: di già tutti parevano provare un mancamento indefinibile, uno di quei languori snervati che menano alla consunzione. Ognuno presentisce la catastrofe che si avvicina, tutti ne paventano, ma non vi è abile persona che la costringa ad arrestarsi. Molti cittadini e soldati che con intrepidezza avrebbero affrontato il fuoco delle mitraglie facevan mostra di codardia nella civile tempesta: e quando il Re si disponeva a partire, per mettersi alla testa della sua armata, in cui il suo immediato comando avrebbe cangiato lo scoramento in ardente zelo, Egli non era pia circondato dall'energia e dalla forza d'animo, perché andava divenendo la pusillanimità una cittadina virtù — Molti generali proposero al Re di lasciare Napoli, per così salvare la loro patria, e gli dicevano: se V. M. fa sortire la guarnigione dalla capitale, la rivoluzione subito si pronunzierà; se la farà rimanere, per noi sta esser troppo debole incontro al nemico. Quindi è necessario sapersi rassegnare alla violenza, onde scongiurare danni maggiori ed inevitabili. Il Re ascoltatili con tranquillità, e serbando a se stesso la decisione sul da farsi,


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ordinò a quei generali di mettere in iscritto il loro parere, al che adempirono in quello stesso momento. Ma un fatto strano s'ebbe a verificare! Uno tra essi che, per durezza di modi, e per mancanza di sensibilità, si aveva usurpata la riputazione di franco e di leale, dopo di aver sottoscritto infranse la penna con indignazione — Oh quanto sarebbe stato più nobile e dignitoso atto romperla pria di sottoscrivere!... (1)

Per verità pensava allora come penso adesso, che lasciar Napoli, era lo stesso che abbandonare la Corona ed il regno: perché con tale atto si veniva a && comporre il potere, e ad organizzare definitivamente la rivoluzione e la guerra. Questo diverso modo dispensare sovra un soggetto di tanta importanza, si manifestò nella guarnigione, e produsse quegli effetti che se ne attendevano; scambiandosi biasimi e riprovazioni.


(1)Questo onorevole generate è il Principe d'Ischitella, che ha pubblicate le sue memorie a Parigi, ma il traduttore nell'interesse della storia e della verità gli dirige le seguenti domande. Come potete dire, Sig. generale, che non avete data la dimissione, se con vostra, dimanda del 4 Settembre 1860 chiedevate essere dimesso dal servizio attesa la indisciplinatezza delle truppe? Dunque non era la dimanda solo per la dimissione del comando della Guardia nazionale? — Come potete negare d'aver consigliato il Re ad abbandonare Napoli, si sottoscriveste un voto nel quale si esponevano le impossibilità della resistenza, e si consigliava per amore dell'umanità ad abbandonarne il pensiero? — Voi dite esser partito per non trovarvi presente allo scioglimento di 40 mila uomini, ma questa armata non essendosi sciolta, e per sei mesi battevasi, perché non la raggiungeste restandovene a Parigi, senza dirigire domanda al Re pel ritorno, come altri generali fecero?... E poi se questi fatti non eran veri, perché lamentarvene negandoli ed indovinare che a voi d riferivano? —


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Ma il Re non per questo era meno deciso di restare in Napoli ed a marciare incontro al nemico, e si degnò manifestarlo a me ed al Ministro di Spagna, che si affaticava tenerlo fermo in quella generosa risoluzione. (1) Chiaro apparisce da ciò che il Re era convinto essere un'errore abbandonare, per qualunque caso, le immense risorse della capitale, e l'effetto morale di possederla \ anzi ne era risolutissimo, ed il suo cuore era pieno di speranza, che fu diminuita da novelli eventi — In primo luogo fu scosso dal seguente ed inatteso fatto. Un generale di spirito aspro ed in. costante, ma devoto e valoroso, e che si era ben comportato in Sicilia, nel giungere a Salerno per prendere il comando della sua brigata scrisse a S. A. R. il Conte di Trani, accertando il Principe che l'armata era piena di fiducia, e non altro chiedeva che volersi battere. Il suo orgoglio offeso a Melazzo, ed il desiderio di prendere una rivincita, come si credeva, lo infiammavano e si poteva tutto attendere dalle sue bravure. Questa lettera così assicurante il buono spirito dell'armata, fece pel momento rialzare quello della Corte. Poco dopo che il generale ebbe scritta ed inviata questa lettera si recò in Napoli, e nel ritornare a Salerno indirizzò una seconda lettera allo stesso Principe reale con la quale, dopo quaranta ore d'intervallo, gli diceva tutto l'opposto della prima. A suo parere, ogni difesa era inutile, ed ogni lotta impossibile; poiché le truppe demoralizzate, si rifiutavano combattere, e gli uffiziali in pria ne avrebbero dato il tristissimo esempio: per fa qualcosa i più fedeli mostravano un abbattimento presso che disperato; e conchiudeva essere d'avviso dovere il Re necessariamente abbandonar Napoli, e ritirarsi in Ispagna, perché solo con questo nobile ed ultimo sacrificio salverebbe il paese. (2)


(1)Questo Ministro era il Sig. Marchese di Urna.

(2)Il traduttore va a credere essere questo generale il Cav: D. Ferdinando Beneventano Bosco.


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L'impressione che fece nell'animo del Re questa lettera fu penosissima, e senza dubitarne produsse il risultato degli apprezzamenti abilmente calcolati, ed abbenchè la lettera da molti fu diversamente interpetrata, pure non mancò avere una grande importanza, ed una dolorosa influenza—La dappoca attitudine del ministro Pianelli, nel, mentre che la rivoluzione straripava ovunque, guadagnando sempre terreno, non aveva avuta una grande influenza sulle decisioni del Re; ed i timidi consigli dei suoi generali non lo avevano scosso. Egli diceva che, in tempo di guerre e di rivoluzioni, in cui le impressioni sono estremamente vive, i fatti s ingrandiscono, e se ne esagerano le conseguenze. Il Re aveva mostrata una intera fiducia, ed aveva seguitato a dare gli ordini pel concentramento delle truppe a Salerno, ma la lettera inaspettata di quel generale, di cui sopra si tenne parola, lo sconcertò; ritenendola come la espressione della verità, perché nel corso di tre mesi non di altro si parlava intorno a lui che di cospirazioni e di complotti. L'armata dopo i disastri delle Calabrie aveva fatto dubitare della sua fedeltà; i partiti ostili ne avevano colle loro manovre minata la disciplina e vi avevano mantenute delle funeste passioni. Credette dunque che il generale, senza ritenutezza dasse una prova di maggior devozione, con lo svelamento del vero stato e dello spirito dell'armata. Se egli non era sincerò, se egli stesso era stato segno di una seduzione, per lo che dubitò della fedeltà del l'armata, non si poteva oramai aver fidanza in alcun'altro. Ove trovare adunque quei sentimenti che formano la forza dello Stato e dell'armata, quando mancano in un uomo, che per fedeltà si ritiene a tutta prova, e si stima incapace a farsi vincere dalle settarie tentazioni? Dall'ora il prefato generale si dichiarò infermo ed insistette per un congedo, la qual cosa mostra voler egli salvare la sua riputazione, e non presenziare allo sbandamento dei soldati. Il Re intanto per questo fatto si ebbe a credere che tutti lo avevano abbandonato —


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Altre notizie vennero ben presto ad aumentare il turbamento dei suoi pensieri, e le fluttuazioni della sua volontà. Si aveva fino a quel momento supposto che il generale Caldarella, abbandonata Cosenza, si ritirasse sovra Salerno evitando gli scontri; e si presumeva che egli tutto al più si era internato per le montagne per trovare nella lontananza il cammino sicuro, ma poi si apprese con certezza, che egli era venuto a patto col comitato, e che marciava al fianco delle orde garibaldine; la qual cosa oltre che fece perdere l'effetto morale, che non era di picco! momento, tolse ancora un'altra brigata per la difesa. In questo stesso momento la squadra, che non mai seppe incontrare il nemico, che lasciò sbarcare Garibaldi in Sicilia ed in Calabria, e che non ne aveva turbate le marcie, giunse nella rada; abbandonando lo stretto, per lasciare libero il passaggio ai volontari riuniti nel Faro. Essa rientrava senza bandiera, e con movimenti cosi sospetti che l'ammiraglio francese si credette nell'obbligo di mandarla a riconoscere. Il comandante aveva detto con tutta la ingenuità avere camminato a madrina sforzata lungo le coste della Sicilia pel evitare le batterie del Faro; e gli uffiziali ansiosamente chiedevano delle notizie, ed investigavano se il Re era ancora in Napoli — La rivoluzione, che durante dieci anni, aveva da per tutto seminata la diffidenza e la disaffezione non poteva aver dimentica la marina. Difatti il comitato ed i suoi affigliati che spiavano l'istante favorevole per innestarvi il febbrile delirio della rivolta, fecero correr voce nel mezzo, degli uffìziali e degli uomini dell'equipaggio che il Re voleva inviare la flotta a Trieste, e metterla in tal modo tra le mani dell'Austria. Si era sparso sulla squadra un proclama con cui si scongiurava la marina di non abbandonare in questi supremi momenti la causa Italiana, e questo proclama medesimo si vide affisso a bordo di molti bastimenti per tolleranza se non per ordine de loro comandanti — Gli uffiziali venivano obbligati di sottoscrivere l'atto di adesione, e tra gli equipaggi


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e più d'ogni altro tra i machinisti si spargevano timori i più gravi, ed in caso di resistenza la rivoluzione minacciava di far strage delle loro famiglie.    

Queste continue minacce scossero tutti, e non vi fu una sola persona che facesse mostra di quella intrepidezza d'animo che non dispera giammai — La crisi era arrivata, ed il potere non aveva più a sperare sul concorso degli uomini, che avevano qualche cosa a perdere, e segnatamente su di quelli che si erano rapidamente arricchiti con mezzi ignobili, i quali se avevano tra i doviziosi un posto, tra i nobili le mancava. Il Re fu assalito dalle domande di dimissione, che fino a questo punto erano state di solo ritiro; benché lo scopo.. di quelle e di queste era identico, cioè la mascherata diserzione; e se n'ebbe la prima prova nel generale ispettore dell'artiglieria, il quale con i suoi atti, e coi favori di ogni specie, onde era stato ricolmo, aveva eccitato immenso sdegno contro la corte. (1) Il secondo esempio lo diede il Maggior generale della Marina, che con buon numero di generali, ottenuto il ritiro, rapidamente scomparve. La paura essendo divenuta contaggiosa, molti ingrati, ed impinguati a spese della. Corte si pentivano della lentezza colla quale avevano agito per mettersi al sicuro. Coloro che si dicevano fédelissimi l'uno dopo l'altro scomparvero. (2) Alcuni si riconoscevano impotenti a rialzarsi e agli occhi propri e dinanzi al paese. Altri che si erano lamentati non


(1)Uno di coloro che immeritevolmente avevano usufruiti i favori della Corte è appunto questo Generale ispettore di artiglieria, il Brigadiere d'Agostino, che ripagò i benefici, con una mascherata diserzione,

(2)È fatto oramai dall'esperienza assodato, che quegli uomini i quali affettano troppa fedeltà ad un Sovrano, e che si mostrano Leoni in tempo di pace, in tempo di guerra costoro tradiscono il benefattore e fuggono il periglio più che timida lepre. E lo stesso Giuda non fece così?...


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aversi tenuto abbastanza in conto fino a quel momento i loro servigi, si tenevano con ogni accuratezza nascosti. Tutti quelli in fine che si erano astenuti parlare quando era lor dovere, se lo permettevano nel punto in cui tutto gli comandava di tacere. Gli uffiziali di ogni corpo ed arma che a tutt'ora penetravano nella Reggia, senza etichetta, alla quale in tempo di sventura non si ha riguardo, addebitavano solennemente ai loro superiori la caduta della Monarchia — Tutti coloro che fino a quell'istante avevano vissuti la vita per i benefici della Dinastia, la fuggivano, perché in braccio della sventura. Il più dèi gentiluomini, vedendo il trono in pericolo, per evitare di non essere schiacciati sotto le sue rovine, si allontanavano da Napoli; e dimenticavansi che l'abbandono e la disperazione dei marinai non salvano un vascello che va a far naufragio. Alla presenza di questa situazione non vi era mezzo, col quale si poteva ripuntellare il trono, perché l'azione degli uomini non si sostituiva a quella degli avvenimenti.

Allora il Re si accorse che il suo destino gli ave. va decretata una impossibile lotta. A Napoli esisteva un governo che già si era venduto, un ministro potente e traditore, un'armata arrendevole, ed una cospirante guardia nazionale. Da tempo assai si aveva fatto credere al popolo che la Dinastia gli era la maggior nemica, ed in questo momento, gli avvenimenti,1 colori, le bandiere e tutto ciò che colpisce gli occhi della moltitudine, serviva come segnale di rannodamene. Il potere era impossibilitato a difendersi. Il gabinetto per aver dato la sua dimissione non si credeva più responsabile; e secondo i Ministri non vi era più tempo per adottare energiche misure, onde arrestare il movimento: sol però la partenza del Re, come essi dicevano, poteva rendere più tranquillo il Regno... Il solo Liborio Romano affrontava la catastrofe con una risoluzione tutta brillante e preconcetta, ma il Re non si vedeva da altro circondato che dalla debolezza e dal tradimento.


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Egli non riceveva dai Sovrani d'Europa che infruttuosi consigli, mentre il corpo diplomatico se ne stava da banda; e né poteva sperare appoggio alla sua famiglia. I due Conti di Trani e di Caserta, suoi fratelli erano desiderosi di combattere ed impazienti n'aspettavano il momento: (1) l'unico suo zio che lo assisteva, benché egli pure fosse rimasto isolato, era quell'anima generosa del Conte di Trapani (2). Ad onta di tutto questo, il Re sentendosi geloso della gloria dei suoi Maggiori, si vedeva capace a tentare delle grandi imprese. Tutta la sua persona annunziava una volontà risoluta ed altera, e quantunque danneggiata dagli avvenimenti, aspirava alla rivincita. Egli senza farsi


(1)Imparziale per la giustizia, non si può tralasciare di rendere le pubbliche lodi a S. A. R. il Conte di Trani, che diunito a S. A. R. il Conte di Caserta, han fatto prodigi di valore. Il traduttore, oculare testimone nell'assedio di Gaeta, ha veduto questi giovani eroi esporsi a rischi incredibili con somma annegazione, animati dal sol pensiero di difendere la indipendenza nazionale, perché già prevedevano il duro servaggio, a cui l'invasore avrebbe sottoposto quei popoli, che dagli Avi loro erano stati resi indipendenti.

(2) Il traduttore vergine di servo encomio, ed. intransigibile con chicchessia quando si tratta asserire la verità non può non dire una parola per debito di gratitudine, ed in segno di ammirazione a S. A. R. il Conte di Trapani D. Francesco Paolo, ti quale si mostrò superiore di se medesimo nella sventura del suo Re e Nipote. Egli lo accompagnò sul campo e valorosamente gli combattette al fango. Egli tra gli altri di famiglia gli mostrò amore, fedeltà e divozione. Egli infine ha compiuto verso il suo Re tutti i doveri, di congiunto, di Principe e di soldato — Senza poi dir nulla della munificenza e liberalità di questo Principe sempre pronto e soccorrevele alle urgenze dei miseri che a tutto il mondo ora mai son note.


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ribelle al suo destino, si determinò rimanergli superiore. Allora fu che, allontanatosi dal suo venduto. governo, scampatosi dai vili e dai traditori, e riuniti tra Capua e Gaeta i suoi fedeli, risolvette o di vincere o di morire da Re. (4)

Si convinse pur troppo pienamente che solo nella vittoria poteva trovare una possibile salvezza: però temeva che la demoralizzazione non si barbicasse nelle truppe, perché qualora l'armata non si abbandonasse al disordine, che sempre più cresceva nelle sue file, gli era ancor facile comporne una forza imponente, e dar principio ad una lotta suprema, divenuta necessaria — Egli non poteva contare sulla forza materiale dell'armata, che in quattro mesi, si era molto diminuita, e né sulla forza morale, che era pressoché ad annientarsi, ma doveva sottraila il più che fosse possibile dagli arruolamenti clandestini, e dalla corruzione.. A ciò fare gli era necessario un punto di appoggio, per mettersi alla sua testa e con vigore dirigerne le operazioni, e cosi assicurarne l'esecuzione ed i resultati; perciò ali dopo si scelsero le rive del Volturno, ove si riunirono le truppe. Una lotta nei dintorni di Napoli


(1)Quali prove di coraggio e di valore avesse dato il Re Francesco IL nelle battaglie di Capua, del Garigliano, del Volturno, e durante l'assedio, in Gaeta, non è d'uopo qui rammentarle, poiché gli stessi suoi, nemici le hanno al mondo confessate e nelle loro corrispondenze giornalistiche, e nelle opere pubblicate. Egli, benché vittima delle più nere infamie de’ suoi più beneficati, tracciò 'la via da battersi per giungere al tempio dell'immortalità dei Soprani nel quale giunto, registrò colla propria spada, in quel volume, quasiché ancora immacolato, il suo glorioso nome, e l'epoca sua — Il traduttore lieto per tanta gloria di sì giovine Re, lo saluta con i meritati titoli di eroe delle battaglie, di vero Sovrano guerriero, e d'impassibile innanzi all'adirata fortuna.


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avrebbe dato luogo ad uno spargimento di sangue, oltremodo crudele in una grande città. Egli ripugnava di essere accusato come autore delle rovine di Napoli, come lo avevano fatto credere di quelle di Palermo; e di questi suoi generosi sentimenti aveva data assicurazione all'ammiraglio inglese ed alla guardia nazionale. Comprendeva essere la sua partenza un abbandono, ed il suo posto venir rimpiazzato da Garibaldi, ma a risparmiare alla sua patria diletta il dolore di una conclusione sanguinosa e di spaventevoli disordini, antepose l'allontanarsi. A questo effetto lasciava un governo, e la guarnigione nelle fortezze, onde l'ordine e la tranquillità non venissero turbate. Egli non voleva partendo infliggere nel suo popolo il castigo dell'anarchia e perciò sull'ara del destino, per la salute di tutti, faceva di se solo sacrifizio aspettandosi dalla posterità la giustizia, e forse ancor la gloria, perché noi troveremo allora, Egli diceva, dei campi di battaglia più gloriosi.

Ma sparsasi la nuova, che il Re uscito dalla capitale, erasi ritirato a Capua per combattere il nemico, la diffidenza, e la costernazione rapidamente si dilatarono in ogni ordine della società. Il generale comandante la guardia nazionale si dimise, e tosto fu rimpiazzato dal generale Desauget, il cui primo atto fu di segnare la illegale protesta diretta ai ministri, la quale fino a quel punto s'ignorava. Con quell'atto il generale fece la professione di fede dei suoi novelli, ma tardivi sentimenti politici. Egli da qualche mese faceva mostra di un'aria la più democratica, sforzandosi far obliare i vecchi rancori dei liberali. Il general Pianelli dopo la dimissione di ministro, si dimise pure del suo grado. (1) Il generale. Nunziante si era ritirato quando


(1) Pianelli stando a capo della, colonna mobile negli Abruzzi combinò colla setta il tradimento che con viltà poi ebbe consumato. La setta lo fece innalzare al ministero, perché essendo uno che godeva la fiducia della Corte,


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il Re aveva ancora della forza, e quando la defezione presentava ancora un pericolo, ma il generale Pianelli lo abbandonò proprio quando stimò essere la causa perduta, ed al par di un fuggitivo s'imbarcò su di un estero naviglio, cosa che non sorprese alcuno. Il direttore della guerra, partito il ministro, insistette ancora per avere il ritiro; (1) e gli altri si mostravano impazienti aspettare che il Re partisse da Napoli. Il capo medesimo dello stato maggiore (2) che era al fianco del Re, faceva travedere in ogni circostanza il suo abbattimento, ed il cattivo umore. Un altro generale pure si rifugiò in un bastimento straniero, in seguito alla indisciplinatezza dei soldati (come ei scriveva al Re) che si ricusarono di battersi: e questi esempi, che nell'assieme non erano altro che vilissime diserzioni in faccia al nemico, vennero da altri imitati.


poteva senza timore lavorare, Egli fu annunziato dai giornali ministro delta guerra quando il Re non lo si era neppure sognato. In lui Torino confidava per lo sbandamento, delle truppe Napolitane, e lo aveva scelto come leva potente a rovesciare la Dinastia a cui Egli tanto doveva — Ad eseguire quanto si era stabilito, finse sempre fedeltà, consigliandola pel ben morire, ma allorché le mine erano già all'ordine, diede il segnale dell'incendio e, fuggendo, gridò si salvi chi è capace. —

(1) Questo Direttore era il generale Fonseca, il quale dopo d'aversi impinquate le tasche per i lavori a lui affidati delle strade ferrate, quando vide la Dinastia in pericolo credette meglio godersi i frutti de benefici reali, anziché difendere i dritti del suo Sovrano benefattore. —

(2) Il generale Garofano Capo dello stato maggiore il quale non aveva mai fatto sfuggire un momento favorevole per carpire favori ed onori dalla Corte, quando vide che era pericolante invece di animare gli uffiziali del suo seguito a seguire il Re in sulle rive del Volturno consigliò a tutti; anzi, colla sua autorità impose che ognuno si ritirasse pei fatti suoi!


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Di questo vile ed ignobile abbandono di coloro che avrebbero dovuto circondarlo in questo tempo di, prova, il Re non rimase affatto colpito; poiché egli si attendeva#tutto l'appoggio da quegli uomini, che incominciava a conoscere, e si conduceva con essi, col'rie se da lunga pezza li avesse conosciuti; e sostenendo con dignità i colpi dell'avversa fortuna, mostrava una tranquilla risoluzione, che è lungi dall'audacia, ed un dolore senza debolezza. Questa convinzione era degna di un principe che ha più desiderio di adempiere a propri doveri, che certezza di favorevole risultato; e sembrava che quanto accadeva nulla gli fosse di nuovo, (1) imperocché non mostrava né sorpresa né sdegno — Egli possedeva di già Quella perfezione che dona la sventura. —

Fece redigere una nota alla diplomazia in forma di protesta, e diresse un proclama ai popoli de Regno, alla cui lettura tutti gli spiriti si scossero e se ne divisero il dolore.. Ognuno vide in quello 1 annunzio d'una decisiva catastrofe, perché il popolo napolitano vi scorgeva i germi della guerra civile, e. della servitù del paese; e presentiva la sua propria rovina, in quella della causa dei Re — Fino a quell'ultimo istante d'intrattenne francamente e co’ ministri e con quelli che si presentavano alla reggia ad esternargli l'affetto, o per rispetto di lor medesimi. Tutti furono trattati con la sua proverbiale cortesia, ma alcuni con freddezza, e nel riceversi il loro addio, ce li ricambiò con la più perfetta tranquillità di spirito, In quei supremi momenti pieni di angoscie, conservò la calma della sua dignità, e l amorevolezza nel sorriso — Tutto ciò che accadrà dopo la sua partenza, giustificherà in avvenire le le sue previsioni e l'opportunità della sua risoluzione. Quindi è che se la Monarchia fu abbattuta non

(1)Le Corti in generale dovrebbero tenere la storia del Re Francesco II. Come Maestra, e solo così potrebbero prevenire i danni che i fedelissimi a loro continuamente preparano.


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fu solamente per opera dei suor nemici, ma eziandio e forse più ancora, per opera dei tradimenti dei suoi amici, (1) e per la insensibilità dei suoi partigiani —

Roma il 1 Aprile 1861





(1) Se per poco il lettore si fa a ricordarsi il modo barbato con cui è stato tradito il Re Francesco II non può non maledire quei vili che gli erano amici della fortuna. Essi, mentre facevan speculazione su i favori della Corte, patteggiavano col nemico a vii mercato l'assassinio di Lui, e della patria.

E a tal uopo i Governi debbono essere in guardia di questi iscarioti novelli, e non usare deferenza in accordare favori, la qual cosa è sempre la causa principale della caduta dei Troni. La nobiltà e povertà debbono aver egual posto agli occhi del Sovrano, il quale però deve tra le due classi di società egualmente premiare il genio e la virtù, che è il solo puntello per non far vacillare le Corone.


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LA PARTENZA

Allo Stesso

Signor Barone,     :


Sono già cinquantaquattro anni, dacché un altro Re della famiglia Borbone veniva egualmente espulso dalla propria reggia; ma una tal partenza fu straziante, perché l'amore ed il rispetto erano stati accresciuti dall'infortunio, e nessuno aveva voluto evitarne l'impressione. Le sale della reggia erano stivate di gente, ed il corteggio reale incesse in mezzo a mille volti impalliditi ed abbattuti nell'animo pel dolore. I gentiluomini facendo ala al passaggio del ne, che piangeva al pianto dei suoi famigliari, quali tutti si gli prostravano innanzi per onorare la Sovranità, la vecchiezza e la sventura; i fedeli domestici di Casa Reale appartenenti a famiglie infeudate per i favori di Cario III. singhiozzavano di nascosto, e la Maestà del Re aveva già sentito il dolore di quella separazione che avrebbe fatto spargere intorno a sé lacrime copiose. Il corteggio però del Giovin nipote di Ferdinando IV, che del pari sortiva dal comando dei suoi domini non si compose che di tre soli generali ed una sola dama, faceva compagnia alla Regina, che era la Duchessa & Cesareo, alla quale, per la rimembranza dei dolori si rendeva più nobile è per questo meno difficile il compito. La storia registrerà i nomi di questi sudditi fedeli che seguirono la famiglia reale nella disgrazia, ed in un tempo di tradimenti, ma a gloria della dignità umana, (1)


(1) Il traduttore si crede nei dovere far osservare ai suoi lettori i tre tenenti generali che seguirono il Re. Essi furono Il Duca D. Riccardo di Sangro. Il Principe


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Questo corteggio, trista lezione dell'umane vicende!.. attraversò silenziosamente le deserte sale della reggia. Il Re mostrava una grandezza di animo al pari dell'avversa fortuna. La giovine Regina si mostrava in grado eminente fornita di una tal forza di animo, che produce una gran fedeltà; nel suo dolore si scorgevano innestati abbattimeli ti ed intrepidezza insieme, che non si potevano ammirare senza rimanerne maravigliati. Essa appena appena pensava a quel trono che poco fa era uno dei più belli del mondo, ma tutti li suoi pensieri «ratto rivolti al suo sposo, obbligato a doverne discendere.

Negli ultimi istanti i Ministri avevano ascoltate in silenzio le dichiarazioni del Re, e niuno tra loro aveva mostrato rincrescimento per vederlo determinato a partire, e se erano forse costernati, non ne era causa il quadro che loro si offriva dei dolori del Re, essendo essi affatto innocui a tenerezza, ma lo erano per loro stessi, perché ciascuno riserbava per se medesimo l'egoismo di sua pietà. Il Signor Romano appariva impassibile e pagava col disprezzo la diffidenza che inspirava a suoi colleghi. Il Re voltosi a lui gli disse sorridendo: Ma non siete abbastanza compromesso, Signor Ministro, per staccarvi un passaporto? Ventiquattro ore dopo il più di quei Ministri si erano imbarcati, ma niuno ebbe il pensiero di recarsi a Gaeta. Il Romano rimaneva per ricevere Garibaldi, per assistere al suo ingresso con tutta solennità e per arringarlo pomposamente unito a' due Direttori Giacchi, e di Cesare, uomini nei quali ciascun pensiero era stato una frode, e ciascun'azione un inganno; $ nel mentre che uscivano dall'ombra, non più si scorgeva in loro l'audacia, ma la sfrontatezza, Essi si ricevettero da Garibaldi quei poteri che il giorno avanti tenevano dal Re. Il Generale De Sauget ritenne il comando della Guardia Nazionale in premio del convenuto prezzo.

di Buffano e S. E. il Commi B. Leopoldo del Re, i quali senza esitanza adempirono al loro dovere, ed i più tardi nepoti non dimenticheranno i loro onorati nomi.


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Il Re arrivato all'Arsenale niente trovò allestito per la partenza, e né si presentava alcun Comandante per accompagnarlo a Gaeta. Tutti mostrandosi sommessi in sua presenza, fintamente deploravano l'immoralità dei loro equipaggi; Nel ricevere l'ordine di approntarsi alla partenza, molti borbottando adducevano inutili scuse; altri davano la loro dimissione, e qualcheduno rispose che non riceveva ordini fuorché dal Ministro responsabile. In fine dato l'ordine della partenza, la Saetta sola si muoversi parte, ed il Re si allontana da quel grandioso anfiteatro di Napoli, ove una calca di gente commossa testimoniava col dolore la sua fedeltà. Napoli si era abbandonata alla gioja colpevole dei nemici della Monarchia, allo scoramento dei suoi partigiani, al dolore, ma non alla sorpresa degli uomini onesti, spaventati da questo strano cambiamento di fortuna. Tutti i navigli della crociera con i quali il Re imbatte vasi, viaggiando, ricusavano di portarsi a Gaeta, tutti i Comandanti affettavano di non conoscere una Sovranità, dalla quale non avevano ricevuti che continuati favori. Il solo Tenente Colonnello Signor Pasca lo segui con uria fregata a vela, che gli Uffiziali abbandonarono in arrivare ài porto. Francesco li. aveva serbate pochissime illusioni per esserne sorpreso. Ma a suoi rammarichi di Re gli si aggiungevano i dolori di cittadino, da' quali fu assalito crudelmente per la vergogna della marina napolitana. Si fecero altra volta sollevare gli equipaggi della flotta Olandese contro i loro capi ma nell'attuale procedimento odioso, si rubava la flotta al Re, prevalendosi gli uffiziali del loro ascendente sull'equipaggio. In quella che il piccolo naviglio del Re nel dì 8 Settembre fendeva le onde, quelle truppe, di cui si era fatto dubitare nella fedeltà, entravano brigar a per brigata in Capua. Se vi era ancora confusione e disordine, noti vi erano però diserzioni, né tampoco insubordinazioni. Queste truppe erano indignate di essere state vinte senza comprenderlo: peritavano su chi dovessero far cadere i loro sospetti. Non si è mai veduta un'armata così ardente,


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cosi adombrata, cosi sospetta, la quale, basta che non comprendeva una cosa, gridava al tradimento. Questo era la contro rivoluzione nelle file della milizia, l'armala era popolo, e l'artiglieria sopra tutto faceva mostra fra i soldati di una collera più che generosa; e se da questo nobile sdegno sapevasi trarre profitto, col solo secondarlo, la disciplina avrebbe potuto infiorire.

Intanto a Napoli gli uomini che passavano il giorno avanti per i più fedeli e per temperamento più ben formati, se ne ritiravano, ma partito il Re, non esitarono di ab bracciarsi quella bandiera che poteva loro procurar vantaggi senza pericoli. I Generali congedavano i loro ajutanti di campo, e ricusavano di andarsi a mettere alla testa delle loro truppe; uno sciame di ufficiali si nascondeva per non seguire una bandiera in ritirata, e beo tosto, vinti dall'infezione, pubblicavano la loro adesione, e ricevevano impieghi dalle roani di Garibaldi. Uomini altolocati, senza usar riguardi alle proprie convenienze, si videro passare da uno all'altro partito e ne adottavano le passioni, salvo se ciò facessero per finzione. Questi esempi di tal natura non hanno riscontro che nei conquistatori del Perù nel XV secolo. Il General Ghio, questo Maroto napolitano, che aveva capitolato Soveria fu innalzato a Governatore militare, di Napoli. Coloro che avrebbero dovuto dare ordine alle guarnigioni dei forti si nascosero. Il Comandante del forte di S, Elmo, Sig. Stanislao Garzia, che aveva ricevuto immensi benefìzi dalla Corte, e che, per X esagerazione 4e' suoi principii si era rimasta sempre impunito delle sue malvagità, si affrettò di cedere il forte. Il maggior generale della marina Signor Luigi Iauch, ed il colonnello Nunziaate si adoperavano nel reggimento della marina per farlo defezionare, provocandone lo sbandamento. Il generale in capo della colonna venuta dalle Puglie, Signor Filippo Flores. dopo aver abbandonate le sue truppe loro scriveva di fare la sommissione, e ne preparava la dispersione. Il generale Signor Luigi de Benedictis, dopo aver aspettato con pazienza che la vittoria si fosse dichiarata,


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scrisse in od modo sconvenevole al ministrò della guerra a Gaeta, ed in pari tempo con termini di confidenza al ministro di Garibaldi. Esso stesso aveva organizzato l’abbandono delle fortezze e con ciò anche la perdita degli Abruzzi. Il Generale Signor Ferdinando Locaselo, (1) comandante di Siracusa, ed il comandante di Augusta che avevano cedute le piazze senza essere attaccate, i recarono in Napoli per gloriarsi del non aver fatto tirare un colpo di fucile. Quali ammaestramenti e quali esempi! Un giorno verrà che la storia sentirà tremarsi fra la sua mano la bilancia della sua giustizia, quando entrerà nel racconto di queste triste scene! Gli esempi di fedeltà furono pochissimi e tra gli altri quello del colonnello Girolamo Liguori, che non potendo impegnare una lotta in città, rannodò il suo reggimento, e lo condusse a combattere sul Voltolano.

I fatti che seguirono l'abbandono di Napoli sono troppo conosciuti, perciò non mi è d'uopo diffondermi su quella lotta eroica, e su l'ammirabile condotta del Re in mezzo a suoi fedeli soldati.

Il Piemonte smettendo ogni ragione di dritto, tutto ad un tratto comparve sulle spalle dell'armata per gettare la sua spada nella bilancia, e decidere la lotta. Aut Nunc aut Nunqnam aveva detto Guglielmo d'Orange partendo per detronizzare il suo suocero. Ma qui il Re detronizzato ha dato prove di eroismo nella ingiusta lotta, ed io credo che tutti i nobili cuori che hanno casa nella patria di Enrico IV, saranno rimasti compresi di ammirazione per un Principe di sua famiglia, che purtroppo bene lo rappresenta. In questo modo si consumò l'odiosa cospirazione che era stata ordita dalla trista


(1)Questo traditore ebbe a compagno anche il Capitano Galluppi, i quali per non avere la sorte del Generale Briganti dicevano ai soldati che il Re si era imbarcato per l'estero, ma dopo che quei prodi seppero essere il Re a Gaeta colà volarono alla sua difesa, maledicendo i nomi di Locascio e di Galluppi.


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amministrazione di soli due mesi, benché la metà di tal lavoro era stato compiuto. dall'abilità corruttrice del gabinetto di Torino, e dalla somma destrezza di un Ministro. Egli si era servito del potere per disarmare il Re, e con l'astuzia smantellare la Monarchia, e la indipendenza nazionale, pria di annientarle colla violenza.

Allorché si esamina lo stato in cui la nazione si trovava, e confrontando le forze delle fazioni, si vedrà che gli aderenti del Re erano di gran lunga superiori ed in numero ed in potere. Il popolo sosteneva con calore i dritti di Francesco II. Il Clero poteva mettere nella bilancia tutta l'influenza che aveva sul popolo. La scienza, l'esperienza e tutti gl'ingegni brillavano in particolar modo, e presso che esclusivamente, nel partito realista e costituzionale. Ma gli avversai avevano altri vantaggi che loro assicuravano molta superiorità. Tutti i talenti che germogliano d'ordinario nelle rivoluzioni, la risolutezza, l'inganno, l'audacia, uno scopo prefisso, l'appoggio energico di un governo le simpatie di taluni altri, combattevano contro il Re. Le misure del cospiratori erano prese con prudenza, ed eseguite con vigore; tutti i loro piani orditi nel più gr$n secreto erano condotti, con arte. I cambiamenti che sono d'ordinario il frutto degl'intrighi e delta destrezza, preparavano alla lontana le ore alla violenza. Il popolo napolitano amava la Monarchia dei Borboni, ed alle sue tradizioni si teneva fermo; la monarchia costituzionale contava pochi avversar!, ma amici senza numero, e questi erano per lor natura circospetti e di poca energia, I due partiti realista e costituzionale formavano due correnti d'idee, che rispondevano a due bisogni positivi del paese, ma sarebbe stato bisogno potersi intendere senza urtarsi. La monarchia aveva pochissimi elementi per sostenersi in vita, innanzi alle minacce che se le facevano, perciò vi era d'uopo di una fusione, che per mancanza di tempo non si poté effettuare. Per la qual cosa rimasto libero il campo al partito della violenza, che non vedeva il suo trionfo se non in mezzo al turno dei combattimenti,


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e che tracciò la via a Garibaldi, la rivoluzione si diffuse con tanta celerità che rassomigliava ad una striscia di fuoco. Questo partito era composto di tutto quanto aveva il paese di più appassionato di più audace, di più facinoroso, e voleva adottare il giorno dello sbarco di Garibaldi come il primo giorno della ERA sua.

Il potere l'aveva ajutato; la sua politica si era ridotte in tanta tristezza da vivere alla giornata, senza pensiero del giorno innanzi, ma con tutti i terrori dell'indomani. Il Ministro non aveva avuto che dubbiezze,, che mancanze, o calcoli secreti; si era ben guardato di invocare la reale autorità da cui tutto doveva emanarsi, e dipendere nell'ordine esecutivo; aveva costantemente affettato di credere che un governo costituzionale era l'assenza di ogni azione ostensiva del Sovrano negli affari di Stato, ed avrebbe voluto fare un simbolo vano di questo potere dello Stato cosi efficace e cosi tutelare; e cosi la rivoluzione, con la violenza e l'inganno che si stringevano la mano, aveva rivolto contro il Re la stessa libertà, che aveva accordata. La rivoluzione non lascerà né anche al paese la libertà de’ suoi dolori, perché è il trionfo di un partito. Gli annali politici offrono molti esempi di nazioni rivoltate per ottenere la libertà, ma era riserbato al regno di Napoli offrire lo spettacolo sorprendente di una nazione, che tollera l'invasione e l'insurrezione, nello stesso momento in cui il suo Re le concede una libertà forse troppo larga e di molta estensione. Ma se la Monarchia napolitana si trovò esposta ai vortici tempestosi delle onde rivoluzionarie pronti a sommergerla, ne fu causa sopratutto l'Europa col suo abbandono, poiché stette impassibile fino al momento in fui vide i rottami del Trono dispersi e trasportati dal torrente.

Uno storico che non deve permettersi alcuna escursione nel vasto campo dello congetture ha il dovere di registrare gli avvenimenti, di esporre coscienziosamente le cause, e gli effetti. Intanto si va chiedendo


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ancora e spessa in qual modo Ferdinando II avrebbe diretta la catastrofe di questa nuova rivoluzione, e se la casa di Savoia, che aveva ripresi gli stessi suoi vasti ed ambiziosi progetti, avuti sotto il regno precedente avesse terminato per trionfare. Senza dubbio Ferdinando II con la sua volontà imperiosa colla sua energia, e colla sua lunga esperienza, se non avrebbe impedita, avrebbe almeno ritardata la catastrofe, però senza anche l'indecisione di un nuovo regno senza pure la guerra d'Italia, la federazione di un Principe, e di un governo con la rivoluzione avrebbe condotto alla stessa crisi. L'aristocrazia militare, nei suoi generali di terra e di mare, attivatasi in questa rivoluzione più che l’antica aristocrazia liberale, io la stimo come la vera autrice dell'abbandono di Napoli, che fu l'incoronamento della rivoluzione. È innegabile essere stato questo grande sfacelo opera dei Capi militari, poiché con la loro debolezza, con la loro viltà e perfidia impedirono che i Sovrani comandi producessero gli effetti salutari; covrendo in tal modo la patria loro di vergogna innanzi agli occhi degli avvenire. Essi preferirono conservarsi le ricchezze, anziché la fedeltà e l'onore...

Il delitto che commisero ministri ed i generali napolitani è senza dubbio il pii terribile, perché lo consumarono a nome dei loro poteri, nei quali la società affida l'incarico della sua difesa, per mezzo delle braccia che ne sono l'appoggio. Questo loro delittuoso esempio fu la causa del turbamento delle coscienze, dello scuotimento del più fermo coraggio, e del paralizzamento delle vive forze della nazione.

Io credo esser giusto in additare costoro, con i propri marchi, ai contemporanei, ma la posterità sarà più severa di me, benché i suoi giudizi siano dati con pii} freddezza. La storia che rappresenta la posterità, che ha bisogno tutto conoscere, ed il dritto di tutti giudicare, registrerà molti fatti a rammarico perpetuo dei cuori generosi.

Roma li 14 Aprile 1861.


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L'UNITA' ITALIANA

AI Sig. barone di Beust degli Affari Esteri a Dresda

Signor Barone


Da qualche tempo, la vostra Alemagna carezza con più entusiasmo, che con riflessione, il sogno dell'unità. Ila ciò che è stato per l'Italia una legge di morte non può essere per l'Alemagna una legge di vita. £ anche in nome dei pericoli della nazionalità che si agitano i cuori, e che si turbano gli spiriti. La divisa dell'italiana bandiera si è impressa pure su quella tedesca, e camminando per lo stesso scopo, si obbedisce ad identiche ispirazioni. E voi che avete saputo adempiere con tanta gloria alla missione eminentemente patriottica di conciliare le rivalità dalle potenze tedesche; voi che con tanta nobiltà di animo avete faticato a fermare i patti federali; serbando intatta l'indipendenza delle corone; voi a cui la Sassoni tutto deve per aver fatto di sua indipendenza un uso vantaggioso allo sviluppo dell'idea del progresso, voi certamente comprendete meglio di ogni altro che l'unità sarebbe il servaggio di tutti. In Italia la sola base del dritto pubblico, protettore di tutti i popoli, poteva assicurare l'indipendenza delle popolazioni, la stabilità delle dinastie, ed il inameni mento dell'ordine contro le fazioni. I Sovrani avrebbero potuta mettere in comune, come si è fatto in Germania, le loro cure, le loro esperienze ed i loro lumi pel bene dei popoli. Voi avete orinai sotto gli occhi i fratti amari della politica unitaria in una contrada, ove erano di niun rilievo i contrasti, gli ostacoli e le antipatie, benché vi era pure 1 unità delle credenze religiose; e con tutto questo non si è fabbricato che su palafitte nell'acqua.


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E non crediate che si è dovuta aspettare gli avvenimenti, i quali l'Europa intera hanno disordinata, per intravedere i pericoli di questa unità, ch'è un atto iniquo, ed in pari tempo una misura impolitica; poiché da otto secoli in qua è stata sempre tale la Stona dell'Italia; in ciò che risguarda la guerra tra il principio dell'unità, ed il principio della confederazione. Questa guerra vi fu ancora e per lungo tempo prima della Signoria de’ Romani. Nell'Italia moderna l'elemento ghibellino ha lottato sempre contro Roma, e la federazione; e l'elemento guelfo unito a Roma contro i Cesari teutonici e l'unità; e questa lotta, e questa opposizione hanno formata la vita nazionale degl'Italiani. La decadenza politica dell'Italia non data che dal XVI secolo. Quelli che Conoscono la nostra storia, M genio, i costumi, le abitudini, e le usante del popolo italiano, non ha bisogno che venga loro dimostrato non essere la coscienza popolare che fa appello all'unità dell'Italia; e se da questa sono state infiammate delle immaginazioni, (che nella Penisola sono sì vive e mobili!) il più degli Italiani saggiamente l'ha creduta una ingannevole e funesta chimera.

Voi sapete, che vi sono poche razze cosi avide di dominio, come la razza italiana; questo sentimento si scorge nelle produzioni di letteratura di ogni epoca. Questa avidità si appalesa pare nella poesia e nelle opere ove le passioni si manifestano con spontanee tendenze, in cui se ne può sopratutto cercare I' espressione. La letteratura si è preoccupata, per più secoli, di dare una specie di consacrazione a questo istinto dominatore, dando sempre mano alla rivoluzione: e più segnatamente dopo il risorgimento delle lettere si è sforzata a convincere gl'Italiani, che la civiltà pagana fu più perfetta di quella dei secoli cristiani. L'educazione, dopo Leone X. è consistita non in altro che a studiare, ad ammirare, e ad onorare l'antichità; ma dopo di aver seguita la letteratura brillante, le arti, la filosofia degli antichi l'Italia ha voluto prendere egualmente ad imprestanza la loro


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politica costituzione. Gli spiriti più esaltati invocavano la repubblica, e Invada de Camilli e dei Scipjoni, chiamavano co’ loro voti Cesare e l’impero, e coloro che credevano seguire l'idea di Dante, e di Machiavelli con capivano il pensiero dell'indipendenza dell'unità Italiana. L'idea della monarchia italiana si mulinò pure da Federico; Barbarossa, da Luigi di Baviera, da Federico II, da Enrico VII, da Ladislao di Napoli, da Carlo V, e forse dallo stesso Cesare Borgia, ma ciò non era presso costoro, né un disegno premeditato, né un'utopia. La Chiesa ch'è stata la protettrice dei popoli italiani contro le barbare invasioni, e la custode nella nazionalità italiana non ha. avuto forse un Alessandro III, un Gregorio VII, ed un Giulio II? Costoro però pensarono non all'unità d'Italia, ma alla sua forza ed alla sua grandezza. La rivoluzione francese e l'Impero, al principio di questo secolo, lavorando a render uniforme il convincimento, che riunita l'Italia in un sol fascio sarebbe invincibile, e che in luogo di essere a vicenda la vittima de’ Tedeschi, dei Francesi e degl'Inglesi, essa farebbe a tutti la legge, e diverebbe la prima nazione del mondo

I Napolitani danno il più libero corso alla loro immaginazione, una scintilla, piccolissima che fosse, è molto pericolosa d'accanto ad un ammasso cosi combustibile, per la qual cosa a Napoli specialmente, la rivoluzione segnò l'apoteosi della razza italiana. Il talento della parola, della cui forza troppo facilmente s'abusa nel napolitano, era l'istromento più efficace per rendere la gioventù accessibile ai ditirambi sopra la superiorità degli italiani, e sul toro destina, ch'è quello di far risorgere la dominazione romana.


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Ma il partito liberale non voleva, dopo la pace di Villafranca, fasciar trascinare il suo liberalismo Ano alla rivoluzione, e si sforzò colle sue esortazioni di opporsi alle idee unitarie, al quale uopo parlò di libertà, e non di unità. Dapoicbè non scorgeva in esse che una situazione piena di discordie, di difficoltà, e di lusinghe a vantaggio delta cupidigia, e dell'ambizione del Piemonte. Il prefato partito era di più indignato, della doppiezza del governo piemontese, il quale contrariando io stipulato di Villafranca, lasciava sfuggire l'ultima occasione, forse, di rigenerare. L'Italia. Tutti gli uomini illuminati, tutti i primi locati nella magistratura, e nell'amministrazione, desideravano palesemente la federazione. Delle due forme differenti, confederazione di Stati, o Stato federato, la prima era la più adatta ai costumi italiani la più semplice, vedendola più facilmente attuabile. li Pontificato supponeva nello stesso tempo una egemonia che tutti gli associati avrebbero riconosciuta.

Non vi è poi alcun argomento opposto alla possibilità dell'unità italiana, e così ben giustificato dagli avvenimenti, che non sia stato da quell'epoca obiettato al partito piemontese; ma questo partito anche prima di arrischiarsi, si opponeva di già alle concessioni del potere, perché le credeva nemiche alla vita della rivoluzione. Non si è mai visto un partito che si correggesse per mezzo dell'esperienza.

Napoli era allora un focolare di attività intellettuale e morale più ardente forse, che quelli delle altre città d'Italia. Le opinioni, che dividevano gli spiriti, in ogni circostanza, erano represse, e con quella vivacità nazionale, che il calore del combattimento spiegava, ma non affatto giustificava; e sia l'una che l'altra parte era persuasa, che con tali discussioni si metteva in trastullo l'avvenire del paese. Ma la bandiera del Piemonte non aveva altri seguaci, che quelli i quali, per far fortuna, volevano sopraffare il potere. L'Italia, secondo essi, indarno aveva procurato


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in ogni epoca interessare l'Europa delle sue sventure, che pel mondo era un rimorso, ed abbenchè essa era dannata a rifarsi una vita morale, ed un destino politico, pure, senza posseder forza da farsi rispettare, aveva sempre ispirato il rispetto.

La patria di Galileo, e di Dante, di Telesio e di Vico, di Tasso e di Alfieri, di Flavio e di Colombo, non veniva considerata come la patria dei Colonna, degli Sforza, dei Caldora, dei Montecucculi, e di Eugenio di Savoia, e perciò non esercitava alcuna influenza sugli interessi dell'Europa. La divisione dell'Italia in piccoli principati l'aveva ridotta a vivere sotto tutela, aveva favorito la preponderanza dello straniero sopra una nazione che per la sua storia, per le sue ricchezze, per la sua popolazione, e per la sua posizione geografica avrebbe dovuta annoverarsi fra le grandi potenze d'Europa. Nelle rimembranze, della storia antica gl? italiani dovevano attingere il sentimento della loro potenza. Un grande avvenire si sarebbe fondato nell'ultimo combattimento tra il genio della bella libertà antica, e quello della presente moderna dominazione. D'altronde nulla è di più legittimo, che i popoli di già uniti per comunione di sangue, di lingua, e di civiltà tendessero a mirare ad una fusione di un regime politico, compatto e forte;essendo pio desiderio quello di rinascere alla grandezza antica...

L'unità sola, aggiungevano essi, potrebbe fare dimenticare per sempre il capriccio, e la leggerezza della politica degli Stati Italiani, e gli episodi funesti del lungo martirio de' popoli a causa dell'occupazione straniera. L'unità d'Italia non era meno necessaria alla nazionalità italiana, che l'unità della Francia e della Spagna le quali furono giudicate indispensabili alla nazionalità Francese e Spagnola. L Italia era filata calpestata non meno che la Grecia e la Polonia; per la confederazione ed il Pontificato che avevano mantenute le divisioni nella penisola, si erano perpetuati il dispotismo interno e la tirannide ecclesiastica.


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Le idee dì Balbo e di Gioberti erano oramai divenite decrepite. Non si poteva rimaner soddisfatto di una confederazione, in cui entravano l'Austria come arbitra, ed i Duchi come vassalli, perché in una guerra qualunque si avrebbero veduti italiani marciare sotto una bandiera che detestavano l'unità italiana attuata nelle arti, nelle lettere, e nelle scienze con una grandezza incontestabile aveva sempre incontrato, rispetto alla politica, ostacoli da non potersi sormontare. Ormai essa poteva affidare questa missione alla Casa di Savoia, pel cui patriottismo la nazionalità italiana era vissuta al di là dei disastri di Novara. La bandiera di Novara si veniva a rialzare a S. Martino, e la pace di Villafranca non era che la supremazia della Francia. Questa ripetizione della vecchia Storia mostrava che, l'Italia combattendo col braccio dello straniero, doveva esser sempre serva, sia vincitrice, sia vinta. Frattanto i partigiani dell'unità ripetevano sempre non volere le aquile straniere; perché le sole aquile latine erano il simbolo della forza e della indipendenza italiana.

Essi non credevano, che nell'unità italiana vi fosse un problema europeo. L'Inghilterra erasi già pronunziata in favore, dell'annessione dell'Italia centrale; la Confederazione germanica non si Mostrava ostile; La Russia era sdegnata dell'ingratitudine di Vienna; l'Austria era impotente, e la Francia non poteva retrocedere fino alla politica dei Valois, e dei Borboni per risuscitare l'Italia dei Duchi di Mantova e di Urbino l'elemento nazionale trovava in Europa simpatie certe, nazioni libere e governi illuminati. L'Austria atterrii^ dal fantasma dei pericoli', che potrebbe incontrare con una nuova guerra popolare; imbarazzata dalle sue sconcertate finanze; minacciata dalle aspirazioni dei suoi popoli, comprenderà, dicevasi, l’impossibilità di tenersi soggetta la Venezia. L'Italia col suo rantolo di agonia non sarà più molesta all'Europa. Bisogna adunque saper profittare nelle circostanze, perché l'opportunità del momento è la suprema saggezza: è d'uopo o risorgere, o per sempre morire; e per risorgete bisogna


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aver fede nell'avvenire, nelle nazionalità, e nel trionfo definitivo della ragione e della giustizia!

Coteste declamazioni vi daranno, Sig. Barone, un'idea presso a. poco esatta delle passioni, e delle preoccupazioni del partito esaltato, ad un tratto divenuto unitario. Ma quei che temevano volersi fare della libertà un patriottismo, le combattevano con inaudita energia: perché non volevano, come asserivano, che le lezioni della storia fossero andate perdute. Questa fissazione sella idea dell'unità; questa febbrile risoluzione di riuscire anche a, costo della giustizia, questa cieca fiducia nelle sue proprie forze, e nei suoi destini non potrebbero far suonare a rintocchi funerei la campana dell'Italia? Dopo tranti inganni, ed in vista, di tante rovine perché non interrogare il passato, onde esser istrutto per l'avvenire? Il sentimento dell'unità italiana rivestito della forma con cui oggi giorno appare non prende origine nelle rimembranze della grandezza Romana.

L'Italia non videsi giammai unita ohe sotto il giogo di Roma, e non per comandare al mondo con essa, ma per servirla col mondo. E là grandezza romana pertanto ad elevarsi sugli avanzi dei costumi; delle istituzioni, e delle libertà italiane impiegò non pochi secoli. Si vuole far rivivere la democrazia del popolaccio, che schiavo e re, vendeva la porpora ai Cesari? Si sogna per caso un'unità assorbente e conquistatrice? Allora però non si tende ad altro che ad un concentramento di potere senza controllo, e ad una guerra al di fuori perché l'unità non può attuarsi se non col terrore e con la guerra, e così o quello o questa dovrà essere la base del nuovo governo. Una politica orgogliosa, turbolenta, e temeraria avrà seco l'unità, giacché l'ambizione è sempre più vasta delle frontiere. Lacerate la carta d'Italia, fate un'ecatombe di tutte te tradizioni, e voi non riunirete che elementi eterogenei. Il potere che voi formerete sarà litigiosa e pieno di vanagloria, e se cade una volta sotto la mano di nomini ambiziosi,


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potrebbe divenire formidabile istigamento di perturbazione e di guerra. L'Italia una, forzata fin dalla sua cuna a divenir guerriera e conquistatrice sarebbe condannata a morire tanto per le sue disfatte quanto per i suoi trionfi Voi contate sulle simpatie nel mondo? Ma chi calmerà le gelosie ed i sospetti d'Europa? Questo colosso improvvisato, per mezzo di una rivoluzione, non solo, ma ancora per una usurpazione territoriale, sarà sempre una combinazione minacciante. Richiamate alla mente la Costituente di Francfort del 1848, e l'agitazione dei tedeschi durante l'ultima guerra. L'Inghilterra si vorrà servire dell'Italia contro la Francia, ma si ricorderà più tardi delle flotte di Genova, e di Venezia, non che di una. immensa estensione di coste, di porti superbi, che sono popolati di eccellenti marinari. La Francia nè tampoco dimenticherà che un gran regno italiano è un'idea di Pitt: permetterà dunque che le s'innalzi contro, ouesto bastione come il Belgio nel 1815? L'attitudine della Russia sarà la stessa, quando voi potrete dall'Adriatico attraversare la sua politica in Oriente? La vostra riunione delle eterogenee razze d Italia, la vostra unità di conquista, la vostra distrazione delle dighe morali e materiali innalzate nel 1815, può divenire il principio di un guazzabuglio da non saperne prevedere il fine ninna intelligenza umana. Il nuovo impero per garantirsi sarebbe obbligato di mantenere un'armata colossale, e. non potrebbe costituirsi che per mezzo della guerra, e della tirannia; e con questo una coscrizione opprimente, un debito enorme, un abisso di sacrifici. L'unione del romano impero mondiale fu il trionfo del dispotismo. La centralizzazione è la condizione, ed. il pericolo dell'unità politica, la quale non può farsi che per mezzo del dispotismo. L'Italia non si riunirà che nel servaggio, frutto di una dittatura militare, e l'eguaglianza non si stabilirà che sotto l'oppressione comune. Al contrario la federazione, proseguivano essi, risposa sul genio nazionale; la divisione che esisteva prima della dominazione romana, è nata dalla configurazione della penisola.


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Essa gode il vantaggio dell'unità di religione, di letteratura, di gloria, ma viene composta di popoli differenti per l'origine per indole, per abitudini, ed eziandio per i pregiudizi. In tutta Italia vi sono dialetti, che non si uniformano all'unità di lingua, e questi dialetti sono altrettante lingue innalzate ancora al grado di lingue letterarie. L'opera della letteratura non ha penetrato nelle infime parti della società $ vi sono mille divergenze dovute alle circostanze esterne, al clima, ed all'educazione d'incivilimento. E se si veggono che influenze sì diverse possono in una nazione, a più forte ragione debbono esse agire tra nazioni e razze differenti. Ricordatevi che la razza Milesiana degl'Irlandesi non si è ancora fusa con la Sassone. Presso noi ciascuna città ha i suoi annali, e dell'Italia è avvenuto come della Grecia, in cui l'unità le produsse servaggio, e l'indipendenza municipale le avrebbe data la grandezza. In quella che 1 Italia scosse il giogo dei barbari, lo fece col suo antico municipalismo, col quale rivalizzò con l'Italia di altri tempi, e riempi il mondo di civiltà. Questo smembramento, di cui voi vi lagnate ha sempre contribuito allo sviluppo intellettuale degl'Italiani, ed ha fatto sopravvivere l'Italia a tutte le invasioni, di cui essa è stata il teatro, contenendo in sé grandi elementi di forza, che la sola federazione può sviluppare. Ed il capo di questa federazione è Colui che personifica la monarchia universale, e che assegna a Roma una seconda eternità. Tutti i tentativi che si son fatti per rallentarci nei legami che a Roma ci stringono, non hanno altro prodotto che la schiavitù d Italia.

D'altra parte, lo spirito italiano è per eccellenza uno spirito di rivalità, è lavoro di secoli. Farete voi di Roma il centro del vostro governo per urtarvi contro il j>o tere temporale del Papa? Farete voi di Torino l'Atene dell'Italia? Sopprimerete voi Firenze, la città dei Medici, Napoli la città di Federico, e di Alfonso d'Aragona, Milano e Palermo, tutte queste capitali che hanno una storia, de’ monumenti, delle tradizioni, delle leggi, e de’ costumi?


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Si lasceranno esse assorbire per lungo tempo da Torino?

Non vedete Genova la città dei Doria e dei Fregosi, che soffre con impazienza dopo quarantacinque anni di esserle annessa? I Siciliani non sono stati un tempo uniti al Piemonte? E furono per questo più felici e sommessi? I Napolitani che non lo furono sotto il dominio Francese, vorrebbero perdere l'indipendenza ricuperata con Carlo III, per ricadere in una schiavitù più oppressiva che loro impose una volta la Spagna? Le tradizioni sono potenti, le vanità imperiose, e, passato il delirio rivoluzionario, le diverse contrade d'Italia non vedranno nell'unione, che una vendetta di partito. Le suscettività municipali creeranno ostinate opposizioni, resistenze, e guerra civile. Al primo disastro, le passioni dell'indipendenza, è le gelosie Municipali scoppieranno da per tutto con una spaventevole esplosione. Il Re del Piemonte rappresenta a nostri giorni la parte del capo degli Ostrogoti? Ma in tal caso sarebbe una conquista, una dominazione sabauda! E come mai questo nuovo Teodorico farebbe dimenticare le Dinastie legittime? Gli Stuardi, i Borboni, i Bonaparte non conserveranno sempre partigiani numerosi e potenti? Si è dimenticato l'insurrezione dei Calabresi, ed il sangue a torrenti versato allorché si sollevarono contro le falangi francesi? Ostinarvi nel vostro progetto importa volervi svegliare al rumore di lotte fratricide, importa volere che l'anarchia, onde son desolati da un mezzo secolo gli Stati dell'America meridionale, sia il retaggio dell'Italia, per condurci presto o tardi ad una restaurazione. (1) Ed i laceramenti e le lotte intestine non


(1) Saggissima è la riflessione del chiarissimo autore, perché ogni rivoluzione, essendo una negazione della sovranità, dopo aver corse diverse vicende, finisce col rinnovamento dell'impero legittimo, con una ristorazione la Quale, parlando generalmente, in Europa dipende dai popoli e dai principi.

Se i popoli poi si ostinano a non volere il buono


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finiranno forse colle umiliazioni al di fuori? La libertà medesima esposta agli odi degli uni, ed agli eccessi degli altri non resisterà alle lotte accanite dei partiti. Voi sarete come i barbari, che avanti di rinnovare le sorgenti della vita, e di creare il mondo moderno, furono sul punto di stringere la civiltà. Ma progetti simili, quando sono l'opera dei particolari, si chiamano tradimenti: ed applicati ad un popolo intero si chiamano suicidi. Né, egli è impossibile riunire col mezzo della conquista e della rivoluzione ciò, che altre conquiste ed altre rivoluzioni hanno veduto disunire; e di riunire ciò che l’azione dissolvente de’ secoli ha diviso. Gl'Italiani per una fittizia verità non andranno certamente a gittarsi in una vera unità rivoluzionaria, in cui perderebbero la loro originalità. L'antica e vera grandezza dell'Italia non può risplendere che il giorno in cui il focolare domestico, il trono, e l'altare saranno messi sotto l'egida della potenza moderatrice del Papato, ottenendone dall'Europa quella neutralità universale, che si è conceduta alla Svizzera, ed al Belgio. La prosperità e la forza dell'Italia saliranno ben tosto al sommo grado appena messi sotto gli auspici del Pontificato, il quale ha dato ai popoli la civiltà e la libertà. L'Italia conserverà una forma di governo ch'è stata adattata alla sua indole, e guarderà l'equilibrio ad eguale distanza da un attaccamento superstizioso al passato, e dalle novità temerarie. La vita nazionale potrà rinascere sul terreno di tutte le tradizioni, ingrandita dalle più pacifiche e felici innovazioni. Vi ricorda che la libertà, avente a sostegno il dritto, fiorisce; e la rivoluzione non ha altro appoggio che la forza, la quale o abbatte o inaridisce.


antico, ed i Principi, o a mantenere o a ripristinare % vecchi abusi, il male che oggi affligge l'Europa troppo a lungo durerà, ed il mondo sarà sempre turbato da nuovi rivolgimenti. Il traduttore spera di essere su questo particolare un falso profeta.


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Ed ecco in qual modo, Signor Barone, gli spiriti, pensanti e sperimentati, de’ quali gli esaltati stessi erano forzati di riconoscere il sapere, l'amore dell'ordine e della giustizia, si facevano gli apostoli della concordia e della pace. Ma quando le nazioni sono spinte verso l'abisso, non è che al dimani della catastrofe si ricordano di esserne state avvertite. I movimenti rivoluzionar! del 4820, e 1848 non avevano avuto altra tendenza, che quella di cambiare la forma del governo o gli uomini che io rappresentavano. Ma nel moto che si preparò dopo i preliminari di Villafranca vi era una portata pii pericolosa, il cambiamento della Dinastia. Era Quasi un movimento sociale, perché mirava ad una modificazione radicale della società italiana, ma le dottrine unitarie comparivano, a dire il vero, così immature che non ispiravano alcun che di timore. Il partito d'annessione formava un mondo artificiale soprapposto alla nazione. Nondimeno gì' intrighi delle sette sono spesse fiate pii a temersi che le popolari esplosioni; e questi intrighi, in Napoli, si appoggiavano su la forza di un governò ambizioso e temerario, che ci creava difficoltà, per crearci subito dopo dei pericoli.

Il Regno di Napoli per la sua popolazione, per le sue, leggi, per la sua storia, e per ì suoi costumi, era opposto pii che ogni altro paese d'Italia all'annessione, poiché non aveva ancor dimenticati i due secoli di schiavitù, che avevano, annientata la civilizzazione aragonese, ma il tradimento che era penetrato in molte case, e che si era assiso in molti focolari, era penetrato ancora fra le fila dell'esercito. La catastrofe fu per così dire, inaspettata, ed arrivato il momento del pericolo, parve ad ognuno essere con le braccia legate. Questo fu lo svenimento della disfatta. È pur sempre vero che la mollezza, e la pusillanimità della gente onesta fanno trionfare i nemici della monarchia, del popolo, e del paese', perché, difatti, a Napoli il partito vincitore dovette i suoi successi alle stesse cause che hanno prodotto altrove il rovesciamento degli Stati.


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Erano pure a mirarsi i vinti partiti i quali, fingendo ignorare che la debolezza sia un delitto, permisero il trionfo della ingiustizia senza riflettere che, benché essi non dividessero coi nemici le spoglie, pure non potevano esimersi a spartire con essi loro la colpa e la ver gogna.

Roma li 4 Maggio 186.


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IL PLEBISCITO

Allo stesso.

Signor Duca,


Non si è mai verificata una rivoluzione cosi rimarchevole con altrettanta facilità, e con mezzi cosi sproporzionati al loro scopo. Niuna storia avrà mai registrata una concatenazione di avvenimenti cosi singolari e cosi eclatanti. In prove del consenso dei Napolitani si sono addotte la marcia trionfale di Garibaldi ed il Plebiscito, e questo consenso si è buccinato dall'alto di una tribuna parlamentare. Ma tutto fu opera del tradimento di uno Stato per mezzo di un altro, e dell'apatia di quella massa, che tanto là, (in Napoli) quanto dovunque ha il silenzio per rimorsi, e l'inerzia per coraggio.

Allorché Garibaldi faceva in Napoli l'entrata venne accolto con frenetici saturnali, ed era seguito dal Padre Gavazzi in vettura abbigliato di una rossa camicia, e con pistole in cinta, aveva al suo fianco seduta una giovine portante i tre colori... k qual cosa mostrava essere l'immoralità accresciuta dai ridicolo e dalla vergogna. La camicia rossa dell'uno ed i colori dell'altra superavano la moda delle carmagnole e delle tonache romane. Il corteggio in mezzo alle deliranti acclamazioni era di una moltitudine forsennata, di apostati ministri del Santuario, e di forzati evasi dai bagni, che col pugnale alla mano si sforzavano far dividere i loro bugiardi deliri, Ai gridi violenti di questi energumeni, agitanti armi e bandiere, si aggiungevano quelli di una caterva di prostitute vilissime, le quali incessantemente agitavano dei fazzoletti. Uomini che avevano compri i favori del governo con ignominiosi servigi, si mostravano impazienti


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di ricomprare, tradendo il proprio dovere, il delitto di aver tradita la patria. Ma e così da per tutto: quegli che fanno pompa della loro apostasia, sono gli stessi che hanno quella sorte di coraggio che affronta con alterezza l'infamia. Il Dittatore che si attendeva essere salutato da quella gioia espansiva e follemente strepitosa, di che vengono accusati i napolitani esser prodighi, soffrì purtroppo crudelmente in vedere che niun altro, fuorché la plebaglia lo corteggiava, la qual cosa gli fece vedere a prima vista in che consistere quell'ubbriaco entusiasmo Ei vide con molta chiarezza mancarvi quelle correnti di opinione che trascinano e dominano le individuali resistenze. Quella gioia febbrile non era una gioia popolare.

Dovunque si espose lo strano spettacolo di un avventuriero, che col mezzo della cosmopolita rivoluzione, veniva a rovesciare la Monarchia dì Carlo III: il popolo era come sbalordito, e si credeva come sotto l'illusione di un sogno. Il volgo non comprende che gli snodamenti: ed agli occhi suoi la giustizia di una causa è riposta sovente nel successo. Intanto la moltitudine in Napoli non ebbe nel giorno 7 Settembre che una vana e mobile curiosità, scevra di energia e priva di risultato. Fu una muta e pronta obbedienza, abbandono piuttosto che sommissione. Il silenzio della società civile era, è vero, una debolezza morale, ma è purtroppo provato che i popoli amano le soluzioni, benché li sottomette ad un giogo, basta che assicurino il loro riposo; e di questo umano quietismo si sono avuti esempi da per ogni dove. Le classi agiate, più abbattute dell'altre, si affrettarono d'illuminare le loro case, e mettere delle bandiere alle finestre.

Comunque, cominciata la conquista, e cessati i ricevimenti ufficiali, non si era tardato a presentire il ritorno della pubblica opinione, la qualcosa non accade se non dopo lunghi sforzi, e lunghe incertezze; ed a Napoli negli animi si verificò un istantaneo virar di bordo. In tempo di rivoluzione le idee maturano


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con una strana rapidità. Si era andato in cerca di libertà e si era raccolta la dittatura, si era dimandata l'indipendenza e si era ottenuto il servaggio e la miseria. In due mesi la sicurezza era andata perduta, la fortuna pubblica dilapidala e non si raccoglievano che i sanguinosi saturnali di Napoli e le devastazioni della guerra. Due mesi di anarchia e di lotta avevano saziate e dimagrite tutte le passioni: e rimpiangevasi il regno della pace e delle Leggi. Coloro medesimi che avevano contemplati con una insolente gioia la caduta della Monarchia erano costretti a subire le dure lezioni dell'avversità, per aver preferiti gì' interessi di una masnada di faziosi all'onore ed alla indipendenza della Nazione. Si era aspirato alla libertà, e si era caduto bruscamente sotto il più grave dispotismo, sotto il dispotismo militare: sparì ogni illusione, dileggiossi ogni speranza, mancò la confidenza e la fede nelle professate dottrine, ed in loro stessi.

Quegli, la cui coscienza si esasperava alla vista dei dritti, e degl'interessi più legittimi conculcati, fu loro d'uopo limitarsi, in presenza del trionfo della forza, a ricusare la solidarietà alla rovina della patria.

In questo momento di generale scoraggimento la rivoluzione, esaltata dalla paura, tentò la prova del suffragio popolare. (1) La stampa, (come aveva fatto a


(1)Il plebiscito che oggi si tiene come una panacea generale per ogni quistione pendente è divenuto una commedia schifosissima, perché esso non più esprime il voto del popolo, ma corona il desiderio di chi lo fa eseguire. Se i Sovrani pensassero che la teoria dei plebisciti perpetua i rimescolamenti politici territoriali, ed il caos sociale, la bandirebbero per sempre da' loro gabinetti. L'onesto lettore che desidera sapere come si è fatto il plebiscito a Napoli a Firenze, a Modena ed altrove si compiaccia leggere le rivelazioni di Curletti, e così si persuaderà non esservi assassinio maggiore dei popoli più di quello che l'imporre loro un plebiscito, nella quale espressione si racchiude l'essenza del mendacio, del tradimento e


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Firenze), dichiarò traditore della patria e degno della pubblica vendetta chiunque osasse votare contro l'annessione. Nel tempo stesso sicari, feccia del popolo e dei bagni, percorrevano le strade, armati fino ai denti, proferendo minacce, una moltitudine di agenti segreti, assoldati dai ministri, che prendevano danari senza controllo nel tesoro, si spandevano nelle provincie ed i sgherri della polizia si aggiravano per le campagne adiacenti a Napoli. Il mezzo che adottavano per sedurre, era la minaccia, la quale veniva preferita all'argento che amavano meglio intascarselo. Il Comitato, più che il governo fece votare l'annessione, sotto la protezione delle truppe sarde, della guardia nazionale, e di tutte le forze, riunite di cui la rivoluzione disponeva. I Camorristi si tenevano dappresso alle due urne destinate una pel voto negativo ed una per l'affermativo, ed erano situate ad una certa distanza l'una dall'altra, di modo che, appressarsi all'urna negativa sotto gli occhi di tali testimoni, era lo stesso che affrontare con preconcetta risoluzione il pericolo.    

Alla fin fine nel 21 di Ottobre 1860 si votò questa annessione contronatura, da alcuni come una salvaguardia, da altri come un avviamento verso l'unità rivoluzionaria dell'Italia. Il più dei votanti si componeva dì corifei della cospirazione, di satelliti dei comitati, d'individui assoldati dall'oro piemontese, di volontari garibaldini, di assassini che cercavano l'impunità con la vendetta del proprio paese, di mascalzoni divenuti cittadini contro lor voglia, e di contadini che, ammandriati come pecore dai Camorristi, votavano senza comprenderlo. Si fece ancora un giuoco ed un trattenimento di questi ignobili comizi. I volontari cosmopoliti di Garibaldi versavano voti a piene mani nell'urna, come sovra una tomba si gittano dei fiori; ed in tal modo si compiva il sacrificio dell'autonomia di un paese,

della malafede, e perciò non si è ammesso in verun dritto pubblico europeo.


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che fu indegnamente venduto, come pari vergognosamente comprato. La vendita della monarchia di Ruggiero e di un popolo civilizzato si effettuava pari a quella di una turba di schiavi in un Bazar di Africa.

Dopo quindici giorni ebbe luogo la consacrazione di quel sacrilego atto, proclamandosi 1,313,376 voti affermativi, ciò che era una menzogna; e 10,312 voti negativi, il che non era meno falso, per la ragione che voti negativi non vi potevano essere, perché mancava, ad ogni votante la libertà di darlo. Quei pochi individui che ebbero il coraggio della loro convinzione, quasi tutti, ricevettero un colpo di stile. Dal che chiaramente si deduce che quei voti negativi si registrarono solo per garanzia della libertà, e per mostrare la legalità del voto. Lo spoglio dello scrutinio fu devoluto alla Corte suprema di Giustizia, che non era molto, aveva prestato premurosamente all'invasore il giuro di fedeltà, ed il cui presidente giurò senza vergogna, diffamando e rinnegando il suo Re legittimo, per prodigare incensi a Garibaldi, nello stesso pretorio ove, non eran che pochi giorni, aveva giurato fedeltà al Re che lo aveva elevato a capo della magistratura napoletana. Questo Collegio, il giorno avanti che entrasse Vittorio Emmanuele considerò come controllati i voti dei comizi popolari, ed il presidente nell'ammaliarne il risultato parlò con energico calore su i voti della nazione Italiana, e su quella del popolo napolitano! (1)


(1)Oltre al discorso che il Presidente Niutta pronunziò nella pubblicazione dei voti del plebiscito da lui e da Vacea immaginati, ne pronunziò un altro nella prestazione del giuramento a Garibaldi. In esso il Presidente prodigando i suoi incensi al Dittatore ed a Vittorio Emmanuele, ringraziava il Cielo che fosse alla fine crollato l'edifizio de’ Goti. Ei dimenticava che, mercé quelli edifizio, da umilissimi principi, era salito a Presidente della suprema Corte, con danno di moltissimi a lui superiori d'intelligenza. In questa circostanza può ripetersi


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L'esempio della Capitale fu seguito dalle grandi Città. Nella più parte delle provincie si ricusarono o pochissimi, o niun votante. La Terra di Lavoro, che è la più vasta di tutte le provincie, occupata ancora dalle truppe reali, non votò affatto. La maggioranza della Nazione non assistette a quei comizi liberticidi. Gli uomini che nelle epoche di pubblica rovina rappresentano il dritto e la giustizia, sono raramente dotati di quella energia ed utilità, necessario a salvar la patria; anzi curvano facilmente la testa al peso che loro il destino impone. Per la qual cosa si è detto che la Monarchia è caduta non solo per l'audacia dei suoi nemici, ma forse più per l'apatia dei suoi partigiani... Pur tuttavia, bisogna tener conto del terrore che nelle pubbliche piazze dominava.

Il plebiscito del 21 Ottobre non fu altroché una commedia spaventevole, non fu che l'opera dell'ambizione sanzionata dall'anarchia. È inutile il dire che il popolo napolitano si dimenticò tutto ad un tratto il suo passato, le grandezze e le legittime suscettibilità del suo paese natale, i pregiudizi locali, e le rivalità di Stato a Stato. Egli deve tutte le sue disgrazie all'ambizione: parassita di uomini che non avevano per essi niente, nemmeno la coscienza. Il popolo non fu un popolo suicidato, ma sospeso alla corda. Tutti gli annunziavano. che era sovrano, ed intanto gli si imponeva sommariamente un governo novello ed una nuova dinastia.

D'altronde la menzogna del plebiscito fu scoverta dall'astensione della maggior parte dei membri della classe agiata. La nobiltà, che aveva quasi emigrato interamente, protestava con la sua assenza; un gran numero di funzionari pubblici avevano preferito alla fellonia, la mendicità e l'esilio. I proprietari a migliaja abbandonarono i loro domestici focolari per sottrarsi al giogo degli invasori. Le provincie intere che non avevano


che i favori mole allogati producono il fruito delle rivoluzioni.


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affatto votato, deponevano contro il plebiscito. E d'altra parte, un Re, un governo, un'armata valorosa e fedele, che rappresentavano lo Stato innanzi al paese ed all'Europa, tutti protestavano sul Volturno; ed il Capo del Forein Oflice scriveva al suo ministro a Napoli qualche mese dopo: che i voti del suffragio universale nelle Due Sicilie sembravano di poco valore al governo di S. M. Britannica!

Ma la falsità del plebiscito fu ben tosto da tutti conosciuta. Due mesi dopo, solamente il gabinetto di Torino servendosi di tutta la sua influenza, di tutta la sua destrezza e del denaro saccheggiato nel tesoro napolitano, ordinò l'elezione dei deputati: tutto il paese si tenne in disparte, contentandosi di maledire: il numero degli elettori non sormontò i 25000. Più. tardi quando si trattò di nominare qualche altro Deputato pel parlamento; il numero degli elettori si è trovato di qualche centinajo. Così, nel quartiere Mercato a Napoli che conta 180 mila anime, Paolo Cortese venne eletto con quarantatré voti, che gli assicurarono la maggioranza sul suo competitore, che n'ebbe quarantuno. In un collegio non si sono presentati più che sessanta elettori, ed in tempo delle elezioni dei Corpi municipali le sale restarono vuote: a Napoli non si ebbero che 800 elettori, sopra 500,000 abitanti. Nel tempo che corre pare che non ancora il popolo faccia presentire essere disposto ad uscire da quell'apatia, e da quella indifferenza, in cui si rimane immerso, or già son tre anni compiuti, ed è questo il sintomo della morte di ogni spirito pubblico. Ma non sono tante proteste quelle che fanno contro il plebiscito tutti quei magistrati, impiegati che si sono destituiti o messi in disponibilità? E tutti quei detenuti politici dei quali sono stivate le prigioni?... Ognuno deve convincersi che i Napolitani non soffrono con piacere il giogo che pesa su d'essi... Che, si osa ricorrere ad un secondo plebiscito?!... Non si sono chiamati i popoli delle provincie Danubiane a pronunziarsi una seconda volta sopra i loro propri interessi?


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Perché dunque si ha l'inconseguenza di non permettere la libera espressione della volontà popolare a Napoli? Che si osa riunire un parlamento napolitano a sanzionare il plebiscito del 21 Ottobre che tanto s'invoca; che si osa pure di riunire separatamente i deputati delle Due Sicilie... Non si azzarderebbe neppure a riunire il parlamento italiano a Napoli!... Il popolo Inglese, che ha creduto vedere nella catastrofe dei Borboni di Napoli una ripetizione della sua rivoluzione del 1688, avrebbe dovuto ricordarsi che una spada non fu sguainata a difesa di Giacomo II. Al contrario, in Napoli un'armata di cinquanta mila uomini rimase intrepida e fedele al suo Re, con tutto che trovavasi in mezzo a tanti esempi di tradimenti, di seduzioni, e di miseria. Questa armata non poteva che colla sua patria soccombere senza poterla salvare, poiché ella doveva combattere a campo aperto con un'armata di fronte e con un'altra alle spalle. Se dovette subito abbandonare il Volturno, fece provare al nemico perdite significanti a Capua e sul Garigliano. Attaccata inaspettatamente da mare (essendo sicura che la squadra francese non l'avrebbe permesso) le convenne abbandonare parimenti il Garigliano, e poco dopo Mola, e la sua terra natale. Questa armata allora si era ridotta in un brano di terra da non poter avere né alimenti né mezzi di combattere, sicché una parte di essa cercò un asilo ne gli Stati della Chiesa. Gli avanzi decimati dalle febbri erano senza ospedali, senza medici e senza medicinali. La privazione giunse a tale, che ricevendosi da Terracina cinque once di china si provò il maggior piacere del mondo. I soldati vestiti di semplice tela ali entra re dell'inverno, forzati dormire su nuda terra sulle sponde del Garigliano erano rimasti privi di nutrimento per due giorni, e buon numero di essi perivano d'inedia (1)


(1)Pel nutrimento mancato ai soldati nel Garigliano si debbono rendere le meritate lodi agli onorevoli Commissari di guerra, i quali tenevano ogni provvisione a


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cadendo anche i cavalli sotto i cavalieri... Eppur tuttavia questi avanzi di una beli' armata respingevano sdegnosamente le offerte di qualsiasi capitolazione, amando meglio consegnare le loro armi ad una Potenza neutrale che ad un nemico che li aveva vinti non colla forza, ma con la corruzione e col tradimento. Non vollero a veruna condizione confessare la loro disfatta, rinunciare alla causa del loro Re, e consentire alla distruzione del loro paese. Tutti sanno qual resistenza ha opposta questo Re, aiutato da un pugno di bravi per lo spazio di quattro mesi, esposto al fuoco, alla fame, ed al tifo.

Roma li 17. Maggio 1863.


Scauli, ma non si curarono farne la distribuzione perché così si era combinato. Il Traduttore ignora i nomi di costoro, ma la storia saprà rinvenirli dal labbro di quelli che ne furono le vittime.


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LE OPINIONI


Al Sig. Barone de Wendelaud In Roma.


Signor Barone,


Non appena si seppe che una resistenza popolare si era manifestata nelle Due Sicilie, un profondo stupore s'impadronì di tutti coloro, che avevano fidati sopra una pacifica soluzione: il velo scindendosi con violenza s'intravide, in prospettiva, la guerra civile. Questa novella mentre ravviva le speranze negl'increduli che nulla veggono possibile senza l'assistenza dell'Europa, nello stesso tempo aumenta l'allarme, e l'esasperazione di tanti altri, che aspettavano veder sparire l'ultimo ostacolo, al libero compimento dell'unità italiana, con la caduta di Gaeta. Gli uomini però eh' erano convinti essere, la tranquillità apparente del regno, piuttosto stanchezza che un vero ordine, non se ne maravigliarono. Se alle convulsioni anarchiche ed all'invasione straniera successero l'inerzia ed il ristagno, questo torpore passaggiero poteva dare facilmente qualche momento di tregua, ma non era una soluzione.

Non si comprenderà giammai la situazione delle provincie del mezzogiorno a Italia, se non si conosce la storia, e la condizione sociale delle classi di quelle contrade. Nel regno di Napoli, presso a poco come altrove, vi sono due classi, cioè la nobiltà e la media, le quali sono relativamente illuminate, ed abbastanza provvedute di senso politico da poter partecipare nei pubblici affari. La nobiltà, da qualche tempo ha perduto il carattere di un gran corpo politico, e dopo il principio del volgente secolo, le rimasero semplicemente gli onori, senza privilegi. La classe media, se cosi, vogliasi chiamare, la sorpassa molto in lumi, in autorità,


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ed in fortuna, ed è in (mesta classe sopratutto, che si rincontrano il talento, e il merito personale. (1) Queste due classi ravvicinate dalla loro posizione, pensavano che pel tempo, corrente un Sovrano non poteva regnare che di concerto colla nazione, essi desideravate no dunque un governo rappresentativo ingenuamente; stabilito, e legalmente attuato. Tutte e due avevano il, sentimento del vero e del possibile, e se nella prima vi erano ancora ostinati partigiani dell'immobilità, se ne rinvenivano molti pochi nella seconda, che volessero la rovina dello Stato.

Quando al cominciar del secolo XVI, il regno per de la sua indipendenza, una parte della nobiltà si mostrò apertamente ostile alla dinastia aragonese; ma i baroni difesi nelle loro case, si accomodavano al miglior modo con un Sovrano residente a Madrid. Essi non vedevano nel Viceré che un eguale, e perciò non ne paventavano il potere. Gli Spagnoli si sforzavano, durante due secoli, di eternare 1 indole bellicosa della nobiltà Napolitana, che al pari della nobiltà Polacca era sempre a cavallo per combattere ora a favore dei Normanni contro la Casa Sveva, ora per gli Svevi contro Carlo d'Angiò, ed ora per gli Aragonesi, e per li Angioini. Ma alla restaurazione della Monarchia la nobiltà intera si radunò con entusiasmo intorno a Carlo III Borbone, e con inaudito valore combattette a Velletri. Essa aveva, in vero, perduta in gran parte l'influenza che nasce dalla ricchezza e dalla forza, ma le rimaneva ancora l'orgoglio della prosapia, ed il sentimento di sua nazionalità; e perciò si vide consacrata alle difesa del regno, che veniva ad essere riconquistato.


(1)E pur troppo vero che dalla classe media escono luminari in lettere, in scienze ed in arti, perché essa è laboriosa più delle altre, e cerca supplire ai vani fumi di nascita colla virtù che, in vero, è la sola che sublima l'uomo sopra ogni grandezza e lo rende immortale.


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Al presente questa stessa nobiltà è avvilita, ed indignata del servaggio di sua patria, e perciò, ha veduto con un acuto dolore sparire con Francesco II, e la di Lui Corte, le sue più care illusioni: e con pari sdegno ha veduto intronizzarsi nella reggia de’ suoi Re il dittatore Garibaldi, con i proconsoli piemontesi; per la qual cosa ha emigrato in massa portando seco all'estero il suo sdegnato patriottismo. (1)

La classe media non esisteva alla caduta degli Aragonesi, perché cominciò ad elevarsi nel secolo XVI: essa, durante il periodo di sessant'anni or già scorsi, si è sforzata di mettere i suoi sentimenti e le sue pretenzioni all'altezza della sua nuova fortuna. Questa classe ha ottenuta l'abolizione della feudalità, la riforma dello stato sociale, e la soppressione degli abusi introdotti da tanti differenti regimi. Essa, inspirata dal sentimento nazionale, marciava alla conquista di una legale libertà, ma sentiva pochissima simpatia per le vecchie utopie rivoluzionarie dell'unità italiana. La borghesia dati altra parte per esperienza, sapeva che le rivoluzioni vendono a caro prezzo i vantaggi che promettono perché non aveva mai vedute riforme efficaci o pesarsi senza rivoluzioni, ma sempre rivoluzioni senza riforme; per la qual cosa i successi di Garibaldi, e la ripetizione del tradimento di Vergara, in Calabria, l'avevano spaventata.

Questa classe vede ora che il servaggio della patria è molto più umiliante, che non lo fu nel tempo del XVI secolo. Sotto il dominio spagnolo vi era


(1)Il traduttore non può non rendere lode ed onore alla nobiltà emigrata, Essa rappresentando il popolo Napolitano, protesta contro l usurpazione dei dritti che spettano al suo legittimo Sovrano Francesco II. La storia non mancherà di registrare i nomi illustri che la compongono, perché essi dovranno essere per i posteri il tipo della fedeltà e del dovere — E se non fosse privo d'appoggio il traduttore, compirebbe questo non piccolo ed interessante incarico.


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sempre un regno di Napoli, perché i Viceré vi avevano una Corte circondata da un consiglio di stato; aveano un nucleo di armata, qualche reggimento napolitano, ed una gendarmeria nazionale; aveano pieni poteri; pubblicavano leggi, e godevano del dritto di far grazia. Essi non si limitavano a dar feste, ma possedevate l'orgoglio di lasciare qualche traccia del loro governo nell'istituzioni del paese, e nelle opere pubbliche; ed è per questo che molle strade, molti ospedali riccamente dotati, e non pochi stabilimenti di beneficenza, datano da quell'epoca. Vi furono Viceré, come per esempio, il Duca di Ossuna, ed il Conte di Lemos, ai quali non mancò che il titolo per essere principi indipendenti. Napoli aveva allora un parlamento, benché per verità, era un'Istituzione feudale, ma vi siedevano ancora i deputati della città, che rappresentavano il popolo, e questo parlamento era quello che stabiliva le imposte. Anche i sedili o congregazioni di patrizi, godevano una grande influenza nei pubblici affari. Pur tuttavia la con dizione di provincia aveva totalmente immiserito il regno che, come assicurano gli storici, gli abitanti amavano meglio di andarsi a stabilire sul territorio Turco. Per non citare che un esempio, il malcontento del popolo nel 1637 provocò la rivoluzione di Masaniello.

Ora la classe media ha veduto il Piemonte distruggere l'indipendenza del paese, senza rispettare neppure i simulacri della dominazione Spagnola. I ministeri e le rappresentanze all'estero sono scomparse, l'armata è stata disciolta, la flotta portata via, gli arsenali sono stati spogliati, i cantieri e le fabbriche di armi annientate, de Casa della Zecca, la Direzione delle Poste, e quella del telegrafo soppresse. In pochi mesi si sono abolite, le istituzioni letterarie, e segnatamente l'Accademia delle scienze, e l'Istituto delle belle arti; l'Università di Federico II. si è impoverita, molti istituti di pubblica educazione annientati, ed i Musei clandestinamente spogliati. Queste spogliazioni, questo vandalismo, io dirò di più, queste profanazioni dovevano


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naturalmente eccitare lo sdegno di chiunque ama le arti, le lettere, le scienze. Tutta la classe media, e specialmente gli uomini di toga, che in Napoli è assai influente veggono con dolore le belle leggi del regno rimpiazzate; da altre contrarie alla morale, alla giustizia, ed alla umanità; ed è spaventata dalle innumeri visite domiciliari, dagli arresti arbitrari, dalle denunzie autorizzate, dalle violenze ordinate dal governo, dai giudizi iniqui, dalle condanne spietate, e dalla illegalità che ormai è divenuta la sanzione delle leggi, l'allontanamento della Corte, e del Corpo Diplomatico, l'emigrazione della nobiltà, la distruzione dell'armata, hanno naturalmente accresciuto la miseria ed il malcontento del popolo. Bentosto si ebbe a deplorare la destituzione ed il cambiamento di una moltitudine di funzionari indigeni messi in disponibilità come per grazia, e l'arrivo di uno sciame d'impiegali famelici ed ignoranti venuti da Torino in Napoli come sopra un paese conquistato. Nello giro di tre anni, le imposte sono state decuplicate da un governo che scialacqua, e profonde; due miliardi per arricchire i corifei, ed i suoi sicofanti.

 Ma la classe media non poteva esentarsi di percorrere in breve tempo le fasi diverse dello stupore, della speranza, e del disinganno. Essa vide il Regno umiliato alla condizione di provincia di un governo straniero, e poco dopo la soppressione della luogotenenza si esegui il trasferimento degli archivi ministeriali a Torino. Il Piemonte adottò un sistema di assimilazione violenta, che si è manifestata nelle particolarità più piccole dell'amministrazione, in mezzo a criminosi disordini, ed a corruzione la più vergognosa e ributtante. La mancanza di sicurezza personale venne ad accrescere le tetre preoccupazioni degli spiriti; la proprietà e la giustizia furono in egual modo minacciate: le autorità somministrarono coraggio per lo scandalo delle loro apatie. l bravacci di bivio assediarono il governo siccome ai tempi più tristi


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i gladiatori assediavano nel Foro i sediziosi tribuni. Ed in grazia di questi bravi del XIX secolo, il delitto passeggia tronfio e pettoruto nelle strade, ed il furto e l'assassinio sono addivenuti lo scherzo giornaliero.

Al momento che scrivo, la classe media sente un forte sdegno per l'esigenze della conquista, e delli suoi saccheggi — Essa ha guardato con orrore le case spogliate, i campi devastati, i paesi incendiati; si rammenta la morte di pacifici cittadini fucilati, per sol capriccio di un ufficiale, o di un caporale. Si domanda ov'è l'adempimento delle promesse, a nome delle quali si è operata l'annessione, e come mai è avvenuto che la crociata del Piemonte contro l'assolutismo non ha portato che oppressione. Gli annessionisti più esaltati ne sono pentiti e maledicono il Piemonte. Sotto questo ceto tribolato si trova il popolo, massa tranquilla, laboriosa; estranea alla politica, leggiera, spiritosa, che denigrava per oziosità, e si limitava a vendicarsi del suo governo col dirne male. Questo popolo ha veduto presentare agli occhi suoi le idee politiche delle altre classi, senza mai ingerirsene: dal 1734 in poi si è affezionato di cuore ai suoi Re ed alla Dinastia dei Borboni. La sua rivoluzione del 1799 fu un vero movimento democratico simile a quello del 1647. La resistenza poderosa che oppose alle legioni francesi nella città di Napoli fé dire al generale Championnet, in un suo rapporto al Direttorio, ch'egli aveva dovuto combattere contro eroi. Nel 1806 il popolo si sollevò nelle Calabrie, che dal Maresciallo Massena si appellarono la Vandea napolitana, gl'insorgenti sommavano oltre i quarantamila, ai quali gl'Inglesi fornivano danaro, armi e munizioni. La guerra dell'insurrezione, contro i primi soldati del mondo durò per ben tre anni, ed il regno di Napoli somministrò al Tirolo ed alla Spagna l'esempio della resistenza.

Oggi questa massa però sperimenta più vivamente che le altre classi, se ciò è possibile, il disgusto del piemontese servaggio.


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Essa ha veduto con dolore il suo Re, il figlio della Santa, bombardato in Gaeta e dopo esiliato dal regno. L'allontanamento degli antichi funzionari e l'insolenza dei nuovi, il rapido accrescimento dei misfatti di ogni specie, la paralisi, da cui sono colpite le industrie, e la brusca interruzione del commercio, non hanno fatto che accrescere il suo malcontento. Bentosto ha risentito un peso, ed una miseria, che non mai aveva conosciuti, e si è vista ferita non solo nelle sue affezioni, ma anche nei suoi interessi. I piemontesi con le loro idee, con i loro costumi, e col loro linguaggio si trovano fin dal primo momento in i una grandissima opposizione con la idee, con i costumi, e col linguaggio dei Napolitani. Questi due popoli, riuniti sul medesimo suolo avevano caratteri nazionali così in opposizione l'uno all'altro, come quelli di due altri popoli europei. Adunque tra le due razze non vi poteva essere che pochissima simpatia, la quale si diminuì di molto, quando il popolo napolitano venne a scovrire una differenza nella religione; ed i contadini segnatamente che in sino a quel momento non avevano altra causa conosciuta da difendere, che quella del Re e della patria, pensarono sostenere quella della Religione.

L'organizzazione della guardia nazionale portò all'apice il malcontento, sopratutto nelle campagne. È d'uopo conoscere che dopo lo scioglimento delle milizie, le quali avevano contribuito alla rivoluzione del 1820, si formarono nelle provincie le guardie urbane, nelle cui file i contadini volentieri si ascrivevano, perché con quella caratteristica avevano il privilegio di asportare il fucile; e non vi è paese, in cui non si abbia il piacere di trascinare una sciabola, ed avere un pennacchio al cappello. La guardia nazionale fu in gran parte reclutata fra i borghesi, che nei primi momenti fecero pesare sul popolo la loro vanità ed insolenza; questo popolo fremeva; ma aspettava, perché vi era ancora un'armata, ed il Re trovatasi tuttavia in Gaeta. Quello però che l'offendeva sopra ogni credere era lo spettacolo senza freno dell'immoralità e della irreligione.


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Vescovi in fuga, degni sacerdoti strappati dall'altare, maltrattati e messi soventi volte a morte, nel tempo che preti e monaci rivoluzionari percorrevano le strade armati fino ai denti; predicando ognora eretiche dottrine. Cangiamenti così bruschi e radicali avevano incominciato col destare meraviglie, ma finivano con eccitare lo sdegno. La coscrizione militare da oltre a mezzo secolo era passata in costume nel popolo napolitano. È vero che i Francesi bruciarono, borghi e villaggi, ove il popolo sì opponeva colle armi, e che sotto la restaurazione si conducevano ancora i coscritti incatenati come galeotti; ma da circa trent'anni, essi presentavansi con la coccarda al cappello spontaneamente ai corpi, ed in traversare i paesi lo facevano al grido di Viva il Re: l'essere stato soldato costituiva una caratteristica onorevole, ma dopo il 1860 non è stato più lo stesso. I soldati della armata disciolta, rientrati nei loro focolari, vi portarono l’odio contro i piemontesi, ed il desiderio di vendicarsene. Si ebbe la goffaggine di lasciare insultare i prigionieri napolitani dai camorristi e dalle guardie nazionali; per le vie erano stati fischiati; si erano loro lacerate le divise che indossavano; si avevano preso ardire dì sputarli ancora nel volto. La guarnigione di Capua, entrando in Napoli, dopo la capitolazione era stata fischiata; ed il partito rivoluzionario aveva applaudito al generale Ferdinando Locascio, che menava pubblico vanto di aver ceduta la piazza di Siracusa, senza aver bruciata una cartuccia, ed anche prima di essere minacciato d'attacco. I capitolati di Gaeta erano stati cacciati dalle loro case per ordine delle autorità, insultati dagli uffiziali della guardia nazionale, gittati in prigione; e quando ne sortivano, non trovavano lavoro per vivere, perché niun proprietario osava prenderli al suo servizio, per timore di divenir sospetto alle autorità piemontesi. Quelli che si trascinavano fino alle montagne native, storpiati, mai guariti delle loro ferite, portando sul loro volto abbronzato le tracce delle loro sofferenza, non trovavano un giaciglio negli ospedali, e né tampoco un'elemosina.


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Altri erano stati menati a Genova, a Torino, e in Alessandria; e rientrando in famiglia narravano la vita meschina che avevano menata in Piemonte, gl'insulti ricevuti, il nutrimento cattivo, e la brutalità degli uffiziali piemontesi. Nel 1861 vi era tuttora un numero considerevole di soldati napolitani, che a stento camminavano indeboliti dalla fame, e coverti di cenci, dandosi cosi in spettacolo di sterile pietà, nei luoghi in cui si erano un tempo mostrati brillanti e superbi delle loro divise.

In questo mentre si decretava a Torino una leva di 36,000 uomini nelle provincie meridionali, e si chiamarono sotto le bandiere quelli che non avevano ancor compiuto il periodo del loro servizio. La leva ordinaria nel Regno di Napoli non era stata mai che di tredici mila uomini per ogni anno. Or gli abitanti che ne avevano dato 72,000 in quindici mesi a Francesco II tutti si commossero all'idea di dare 36,000 uomini al Piemonte per vederli condurre a Cuneo, ad Aqui, e Finestrelle. (1)

L'ingaggio del coscritto napolitano era di cinque anni, dopo i quali il soldato passava alla riserva. L'armata era ben pagata, e ben nutrita. Sotto i piemontesi l'impegno è di undici anni, il servizio aggravato, il nutrimento quasi ributtante, il codice militare fa mo stra di draconiana severità. Tutto questo era pur troppo sufficiente per ispirare orrore il servizio militare. D altra parte il prezzo di esenzione sotto l'antico governo era di franchi 960; ed al presente è di franchi 2,916. Godevano la franchigia sulla coscrizione i licenziati, quelli che avevano ottenuta la medaglia nel Reale Istituto di Belle Arti, i figliuoli unici, ed i sostegni di famiglia,


(1)Quando si sono pubblicati gli ordini per le leve i genitori e le madri più di tutto l'hanno sempre gridato, i nostri figli non andranno mai a servire un Re scomunicato; ma piuttosto morranno per Francesco II sulle montagne.


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ma la legge piemontese non eccettua nessuno. Altre volte nei paesi del littorale non si domandavano che i marinai per la flotta, ora però si sono assoggettati alla doppia coscrizione, cioè di terra e di mare, ed in alcune provincie fu spinta a tal segno la brutalità, di far partire anche quelli che avevano di già fornito un cambio. Per la qual cosa ne avviene che non appena si bandisce la leva tutti sen fuggono, e si nascondono, ed i refrattari si contano a migliaia. La Sicilia, che non aveva mai conosciuta coscrizione ha fatta la più generale resistenza; ed è perciò che un gran numero dei suoi coscritti si sono rifugiati a Malta, ed altri sono fuggitivi in campagna: nella sola Città di Palermo il numero di essi ha raggiunto la cifra dei 4000. (1) In conseguenza di che la repressione è divenuta inesorabile. Nel 1862 si erano, circondati con mezzi di forti distaccamenti di linea i comuni d'Adernò, di Biancavilla e di Paternò per cercarvi i refrattari; ma nel 1863 si sono sorpresi in egual modo Girgenti, Trapani, Bagheria, eia stessa Palermo, vietandosi a chicchessia uscire dalla città in cui si rimase con questo stato d'assedio per molli giorni. È conosciuto da tutti il proclama del General Govone, che minacciava d'arresto il padre di famiglia, il negoziante, in casa di cui si troverebbe un refrattario, o un disertore. Ma l'esecuzione oltrepassò ben molto le intenzioni di quel generale filosofo. (2)


(1) La cifra dei 4000 oggi per detto dello stesso per esecutore dei coscritti, il Generale Govone, è arrivata per la sola Palermo a 18000, e per la sola provincia di Napoli a 5000. Si lascia considerare al lettore quanti dunque possono essere i renitenti per tutto il regno delle Due Sicilie, tenendo presente queste due cifre per le sole popolazioni di Napoli e Palermo.

(2) È noto come Govone nell'assediare le Città per arrestare i coscritti, pria di ogni altro le toglieva le acque spezzandone i cammini, per cosi privare quegli abitanti anche dell'elemento più necessario alla vita. Dove è quella tigre che non inorridisce a tanto atto disumano.


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La forza s'impadronì di tutti i giovani che avevano l'età del coscritto, si trascinarono in prigione vecchi, femine, fanciulli, e chiunque era parente di un refrattario. A Palermo furono arrestati in un monastero due pensionar! parenti di un coscritto. (1) Gl'impegni dei marinari in Inghilterra hanno qualche cosa di più odioso?

I vecchi soldati fremevano di dover servire sotto una bandiera che detestavano, ed i coscritti ne imitavano l'esempio; e siccome la reazione era di già ovunque scoppiata, il decreto della coscrizione non fece che accrescere il numero degl'insorgenti. Quelli che vennero obbligati a partire disertarono, arrivati appena sotto le bandiere. Circa quattro mila di essi riuscirono a passare dalle guarnigioni della Lombardia a quelle del Veneto, ed in altri luoghi si mettevano di concerto a venti ed a trenta, e disertavano. Nel 1862 i casi di diserzione verificati sommarono a 1,730, ed attualmente le prigioni militari sono dai disertori stivate. Questo delitto è tanto addivenuto comune nell'armata italiana, che il ministro della guerra, è stato costretto a rivolgersi alla guardia nazionale, dandole l'incarico di sorvegliare l'armata regolare. Contro un tal delitto, e contro quello della reazione non v'ha misericordia. Un disertore veniva ad essere arrestato a Roccamonfina; la madre dell'infelice si gettò ai piedi dell'ufficiale che comandava il distaccamento, ma questo scellerato, dopo averla latta imprigionare, ordino di fucilarsi il colpevole sotto le finestre della prigione dov'era ristretta la madre!...

Questa è la condizione, Sig. Barone, delle differenti classi della società napolitana. Esse non aspirano che a qualunque costo spezzare il ferreo legame che al regno d'Italia le tiene incatenate, e non crediate, che di tali sentimenti facciano un mistero;


(1)In un monastero di donne a Palermo furono prese in ostaggio due sorelle di un renitente, e si tennero in carcere quelle candide colombe fino a che non si presentò il fratello,


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poiché nelle famiglie, nei caffè, e nei teatri, non si ascoltano che sarcasmi, ed epigrammi contro la balordaggine e la ignoranza dei piemontesi. Si maledice ad alta voce Torino, il parlamento italiano, la consorteria piemontese, e la stampa venduta; e le donne se ne mostrano più implacabili. Da per ogni dove trovate la convinzione che questa mostruosa trilione non può durare. Nelle campagne voi sarete colpito dal sentimento d'odio, che i contadini hanno nel ripensare alla loro miseria ed alla loro oppressione. Entrando negli alberghi, e nelle osterie voi ascoltate far racconto dell'imprese dei reazionari ed il celebrarne il loro coraggio e la loro fermezza, pubblicano, le disfatte dei piemontesi, e sopra tutto quelle della guardia mobile e della guardia nazionale. Si fanno concerti per andare a raggiungere le bande, si ricompensano esploratori, si preparano terribili vendette contro i partigiani dell'unità, e contro i nemici del Re, ed il Re agli occhi del popolo non è che Francesco II, Vittorio Emanuele che gli unitari chiamano il re galantuomo, dal popolo vien designato sotto il nome di re dei galantuomini. E non dovete credere che questo sia un inganno, o uno scherzo di parole, poiché galantuomo, nel linguaggio del popolo vuoi dire proprietario, uomo della classe civile. Il titolo di re dei galantuomini è dunque l'antitesi di re del popolo.

Cosi il clero, i sapienti, i nobili, la gente del popolo unanimemente compiangono i bei giorni dell'indipendenza del paese; ed il sentimento dell'autonomia al presente è così forte, e cosi vivo, che vien giudicato traditore della patria chiunque non odia gli usurpatori e la fazione dominante. L'unico e solo appoggio che rimane all'unità è il terrore che ispirano i proconsoli di Torino (1) Bisognava che questo popolo fosse dotato

(1)E' fatto dalla esperienza assodato, che quando un governo deve reggersi col terrore può dirsi più che finito, perché il popolo indignandosi l'un dì più, che (altro si risolve, commuove e mena giù l'oneroso far


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di una straordinaria indifferenza per obliare gl'incendi, il saccheggio delle sue città, e le innumerevoli fucilazioni. Credetemi, nessuna delle due razze perdonerà di tutto cuore l'altra; perché sono due popolazioni, che benché abitanti il medesimo suolo, pure moralmente e politicamente son divise. I vincitori affettano un contegno irritante, ed i vinti sitiscono di vendetta. I primi parlano dei napolitani, come cosa da grandissimo disprezzo, e gli altri parlando dei piemontesi, mostrano pel volto la bile, e l'invincibile avversione. Gl'invasori si comportano come i Sassoni di Guglielmo il conquistatore in Irlanda, e come i compagni di Cortez al Messico, ma i napolitani hanno chiaramente dimostrato non essere Indiani, e perciò molti secoli dovrebbero decorrere pria di divenire gl'Irlandesi dell'Italia. La casta governante è puntellata da un'armata numerosa, su cui esclusivamente conta per la protezione degli interessi italiani. Le popolazioni del regno fanno assegnamento sul sentimento nazionale, sul numero, e sulla ostinata fermezza, per rifarsi del perduto. Il sangue piemontese ed il sangue napolitano non mai si unificherà bene che su i campi di battaglia. In fine tra le due razze si è bandita una guerra a morte.

Albano li 10 Settembre 1863.


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L'INSURREZIONE

Al Sig. Marchese della Rochejaquelein a Parlai


Signor Marchese,


È ben difficile immaginare maggiore anarchia, maggiore violenza e crudeltà maggiori a quelle che tuttavia si verificavano nel Regno di Napoli. Non vi può 'essere più possibile stato sociale, quando la nazionalità, l'indipendenza, e le civili istituzioni addivengono parole vuote di senso — Che i discepoli di Filmer riprovano ogni insurrezione, facilmente è a comprendersi; ma è troppo strano venir condannati i Napolitani da coloro che sostengono essere una giustificazione della resistenza, l'estrema oppressione — Un Santo proibiva ai cristiani di Roma di opporsi al governo di Nerone, ma i Napolitani sono essi sudditi del Piemonte? Se un uomo aggredito dagli assassini, non è tenuto di lasciarsi maltrattare senza far uso delle sue armi, perché mai tutto un popolo lo dovrebbe al nome del bugiardo plebiscito e della rivoluzione, che loro ha venduto?

L'unanimità dei Napolitani nel loro odio contro i piemontesi spiegherà i successi della reazione. Gli orrori della guerra civile non sono che il risultato della violazione dei dritti religiosi, civili e morali di un popolo. Dopo la catastrofe del sei Setttembre gli uomini di cuore si sono trovati senza coesione tra loro; perché esitavano a riconoscersi ed a comunicarsi le proprie idee, contando forse sul trionfo dell'armata napolitana. Pur nondimeno, dopo pochi giorni all'ingresso di Garibaldi in Napoli, una formidabile insurrezione scoppiò a Riano ed a S. Antimo, località vicinissima alla capitale. Il generale Turr che trovavasi nelle vicinanze


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di Ariano vi accorse colla sua colonna ed affogò nel sangue quel moto popolare con moltissime esecuzioni.(1) La città di Bovino fu anche di sangue inondata. Una colonna uscita da Napoli represse la rivolta di S. Antimo con lo stesso metodo, che poi fu applicato anche ai piccoli paesi di Paduli, Montemiletto, Frasso, Gallo; Cantalupo, e Torre delle Nocelle. E nell'impadronirsi di queste località, si passarono per le armi tutti quelli che si stimarono sospetti di aver preso parte alla insurrezione, e questi esempi raffrenarono per alcun tempo le popolazioni circonvicine. (2)


(1) Il popolo di Ariano fedele al giuramento degli avi suoi verso la Dinastia legittima, che tanto lo aveva beneficato, protestò con una insurrezione contro l'invasione straniera, è pagò questa sua espressione di sentimento con la fucilazione di CENTO CINQUANTACINQUE individui. —

Il traduttore domanda al generale Turr, per quale dritto egli aveva fucilati tanti individui, se nei 12 Settembre Ninutta e Vacca non ancora avevano pubblicata la loro immaginata cifra dei voti del popolo?

(2)Il traduttore ponderando bene questi fatti trova che se i Governi caduti avessero fucilati i rei convinti di fellonia, come per giustizia era lor dovere, in egual modo che il Governo rigeneratore del Piemonte fucila i sospetti, l'Italia godrebbe la pace e la prosperità, e t. i non sarebbe stata dilapidata spogliata e disonorata come il mondo la vede. È vero che la clemenza deve essere la prima virtù dei Sovrani, ma però essa non deve estere disgiunta dalla giustizia, la quale vuole che la pace d'un popolo deve anteponi alla vita di pochi individui che, sono la rovina del paese — E passando dalla teoria alla pratica, chi non comprende che se in Napoli si avessero fucilali Pianelli, Nunziante, Romano ed un'altra dozzina di assassini della patria, il popolo delle Due Sicilie ora goderebbe quella pace, che godeva. Il Re Filippo II di Spagna diceva in una nota diretta al suo plenipotenziario


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Quelle esecuzioni consumate a nome della giustizia rivoluzionaria, non provocarono né un grido né una protesta; ma in vece di che si erano sparsi i rumori più asssurdi a proposito di alcuni villaggi occupati in Sicilia dalle truppe del Re.

Alla notizia dell'armata reale sul Volturno, e più tardi della resistenza di Gaeta, le piccole città di Castellaccio, Carbone, Latronico e Castel Saraceno, rialzarono la bandiera del Re in Basilicata. Negli Abruzzi si erano di già formate molte bande. La reazione era stata formidabile in Sora, in S. Germano ed a Roccaguglielma in Terra di Lavoro, e da esse si erano espulse tutte le autorità rivoluzionarie, era stata disarmata la guardia nazionale, e le orde Garibaldine respinte — A Cajazzo, a Piedimonte ed a Rocca Romana, il popolo era insorto all'arrivo dei battaglioni napolitani. Nel contado di Molise l'animosità nazionale si mostrava più ardente che altrove, e quivi là guerra civile aveva preso un carattere spaventevole di ferocia. La città d Isernia (1)


residente in Napoli, che per serbare un popolo dalla catastrofe di una rivoluzione son necessarie due cose: premio e pena, le quali sono i cardini di un governo. Il premio deve darsi a chi spelta per merito, la pena a chi spetta di dritto, e se il primo mal si concede e la seconda per clemenza si risparmia, il Sovrano che tanto fa upn solo è ingiusto, ma è pur anco nemico di se stesso e dei suoi popoli.

(1) Intorno ai fatti d'Isernia dei quali in questo momento si agita colà giudizio sol poche cose si dicono, desumendole da una scrittura messa ultimamente a stampa — L'accusa vuole colpevoli di questi movimenti i signori de Lellis, Cimorelli, Melogli, ed altri non pochi. Dalla scrittura da noi indicata si chiarisce ad evidenza che gli accusati si negarono ad ogni partecipazione del movimento popolare, ed indi a poco abbandonarono il paese.

Invece si osserverà che la processura è stata spinta dal Sig. Iadopi il quale seppe avvalersi della sua


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per ben due volte si prese e riprese — Negli Abbruzzi durante la resistenza di Gaeta furono più volte battuti, ed obbligati di accordare capitolazione agli insorti, come avvenne a Bauco. Gli ultimi avvenimenti pareva ohe annunziassero alla perfine il trionfo della insurrezione.

Quattrocento insorti avevano sorpresi i piemontesi a Carsoli, e fattili prigionieri, tolsero una bandiera, e ridonarono la libertà ad alcuni contadini che erano nel momento di essere fucilati. Essi si erano in seguito impadroniti di Callisto, occupato dai soldati nemici, e ne avevano uccisi molti, ed altri non pochi fatti prigionieri. Ma questi volontari cosi potentemente organizzati, dovettero a loro dispiacere rinunziare ad altre più gloriose imprese. Il coraggio da cui venivano animati, in vista di una estranea bandiera non era certamente mancato, benché Gaeta era caduta. Il Re però che voleva evitare nel suo paese gli orrori della guerra civile, diede ordine da Roma ai comandanti della Cittadella di Messina e di Civitella del Tronto, che si arrendessero, ed ordinò pure agl'insorti di desistere dagli sforzi inutili.

Intanto, decorsi pochi mesi con apparente tranquillità, le insurrezioni ricominciarono in quasi tutte le provincie, e le bande degl'insorgenti si mostrarono pure sulle alture che dominano la Capitale del Regno. Esse bande, mercé le disposizioni del popolo, trovarono intelligenze e soccorsi dovunque, dal che si spiega il perché la reazione si è sostenuta e tuttavia fa fronte ad una imponente occupazione Militare. Voi intenderete di leggieri


importanza conquistata dalla rivoluzione, e della sua influenza come deputato al parlamento di Torino. Ad ogni onesto lettore basterà il sapere che il Sig. Iadopi è genero e cognato di coloro che egli con tanta perseveranza ed accanimento accusa.

Chi poi fu la vera causa dei movimenti esernini più tardi, con apposito opuscolo, il traduttore non mancherà additarli.


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perché l'insurrezione non ha mai avuto capi di rimarco, e perché gli stranieri, assumendo un tal compito, non sono riusciti all'intento. Quali avrebbero potuto es sere i capi degl'insorti, se i generali ed uffiziali superiori dell'armata si erano resi colpevoli di tradimento, avevano domandata la loro dimissione, ed erano rientrati nel ritiro e nella oscurità? I generali fedeli e gli uffiziali superiori che si erano battuti al Volturno ed al Garigliano arrestati, in disprezzo delle capitolazioni di Capua, di Gaeta, e di Messina, ed inviati a Genova, o in Alessandria, ed altri si erano dovuti rifuggiare nell'estero. È molto facile intendere come gì'insorgenti accusano abitualmente i loro generali ed uffiziali, ed è perciò ch'essi hanno più fiducia nel mugnajo, nel taglia legna, e nell'oste, anziché a quelli, perché questi parlano la lingua stessa del popolo, e ne conoscono gl'interessi e le passioni. Quali sono stati i capi delle altre insurrezioni che possono paragonarsi a questa? Chi erano Stofflet, e Cathelineau? Chi erano El Pastor, l'Empecinado e Mina stesso? Se nomi più illustri hanno figurato nelle guerre della Vandea, avvenne, perché questa contrada conteneva ancora alcuni dei suoi antichi Signori rispettati dalle popolazioni ad un'epoca, in cui la feudalità non si era ancora abolita che nelle leggi. In una guerra contro lo straniero, gli uomini più caldi e più educati al maneggio delle armi son quelli che sfidano più arditamente il palco e le palle. Da loro stessi si creano capi non avendo altro titolo e nobiltà che la loro audacia e la loro intrepidezza. Se le bande napolitane hanno talvolta accettato per capo un sottouffiziale, è avvenuto perché questi si era fatto perdonare i suoi antecedenti a forza di bravure.

 Le bande napolitane serbano un'istintiva diffidenza negli stranieri; e se negli Abruzzi venne accolto il Conte de Christen, lo fu perché veniva da Gaeta. L'infelice Borgés era ancora straniero, il quale ignaro della lingua, e dei costumi del paese, dovette abbandonare la lotta per mancanza di docili partigiani.


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Il generale Tristan l'ha passato tutta un'invernata sopra una montagna con sessanta uomini, usciti nella più parte dall'armata, ed educati alla disciplina, ma i volontari non hanno voluto riunirsi a lui, perché aveva fatto fucilare Chiavone. Per la qual cosa ai loro occhi Tristan, era un traditore. I proprietari amano la tranquillità a preferenza di ogni altra cosa, perciò si sottomettono alla tempesta per rialzarsi quando è passata; non sarebbero, adunque riusciti ad inspirare agl'insorgenti maggior confidenza che i militari.

Da gran tempo si è negato alle bande della reazione napolitana ogni colore, ed ogni consistenza politica; ed intanto esse si sono sollevate al grido di Francesco II, e di Napoli questo grido serviva loro di rannodamento, ed era il grido di guerra. La bandiera ch'essi portavano era bianca, simbolo dell'indipendenza nazionale: la inalberavano dovunque, dopo di aver abbattuto gli stemmi, ed i colori sardi, ed ai busti di Garibaldi, e di Vittorio Emanuele vi sostituivano la bandiera dei Borboni, ed i busti del Re, e della Regina. Qua e là quando il potevano gl'insorgenti rimettevano le autorità destituite dagl'invasori, e vi proclamavano il governo del Re. Oggi benché si è dovuto concedere ad essi qualche consistenza politica, pure non si vuol cessare ancora di chiamarli briganti, come se il nome potesse coprire il fatto e spargere il disprezzo sulle loro intraprese. Ogni governo ha sempre disonorato con questo nome tutti coloro che si sono sollevati contro la tirannia, e l'oppressione, che questa parola esisteva al tempo di Spartaco lo avrebbero ancora chiamato brigante! La rivoluzione francese non ha trattati da briganti gl'insorti della vostra eroica Vandea? E più tardi lo stesso nome si è dato ai napolitani, agl'insorgenti del Tirolo, ai guerrilleros di Spagna e di Portogallo, quantunque gl'insorgenti del Regno di Napoli, e que' della penisola di Spagna combattessero al fianco degl'Inglesi, i quali formavan loro armi e munizioni, e guide l'epiteto di briganti è stato dato ai Belgi nel 1830


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ed anche ai Greci nel principio della loro rivoluzione, ancorché fra le loro bande ci combattevamo i Filelleni di tutta l'Europa: l'epiteto medesimo si è aggiunto al nome di chiunque osò innalzare lo stendardo della Indipendenza in Alemagna. Ai capi delle bande napolitane non è mancato che il successo per meritare pia tardi un nome più glorioso. Hofer fucilato come brigante a Mantova fu sei anni dopo, celebrato come un eroe!

Una volta la Spagna dava il nome di banditi a coloro che combattevano il suo governo, intanto uno di essi a nome Marco Sciarra, per esempio, alla testa di quattromila uomini, batté più d'una volta i generali Spagnoli, ed i Baroni che sostenevano il governo straniero, sicché la repubblica di Venezia non si credette a vile prenderlo al suo servizio per impiegare le sue bande nelle guerre degli Uscocchi. Masaniello s'ebbe h fortuna di morire pria che salisse, come bandito, la forca (1)

Ma gl'insorti napolitani, benché vengano tuttavia chiamato briganti, pure si è cessato farne argomento di disprezzo; e nella stessa Capitale provvisoria non più se ne beffano, dopo vanificato ohe un armata imponente (2) non è riuscita a batterli ed a disperderti. Molti Luogotenenti del Regno sono stati richiamati da Napoli per non essere ancora pervenuti a soggiogate i primi germi della rivolta contro il dominio piemontese,


(1) Il traduttore rinvia il lettore al capitolato IV della sua opera, Roma e le menzogne parlamentari, nel quale si tratta profondamele quella importante quistione ed al n. 113 del giornali il Cattolico del 1862.

(2)l'armata impiegata dal Piemonte per affogare nel sangue i cosiddetti brigami è di 120000 uomini oltre alle immense schiere di guardie mobili, e guardie nazionali, le quali producono danni nei luoghi dove passano più grandi dei perseguitati, è ciò affermato dai giornali di ogni colore che attualmente si pubblicano in Napoli.


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Non più si nega agi' insorgenti il loro carattere politico, e né più si dissimula la loro importanza. Si è cominciato col confessare che nel mezzogiorno ci sono piaghe, che nessun medico può guarire, e per tastare queste piaghe si è nominata una Commissione d'inchiesta, nella cui lunghissima relazione viene pienamente dimostrato che il brigantaggio è un fatto politico, una conseguenza necessaria delta situazione fatta dal dominio straniero: ed in quel documento risulta pure che il patriottico, e religioso sentimento delle popolazioni inspira un odio implacabile contro il Piemonte. La Commissione per iscoprire l'origine del brigantaggio risale con le sue indagini fino all'epoca della feudalità, ma inutilmente, poiché essa avrebbe dovuta trovarla sotto la dominazione Spagnola, ed al tempo della conquista francese. Sotto i borboni, malgrado le vicissitudini e gli eccitamenti politici, non esisteva. Il Regno presentava l'aspetto di un paese pacifico e regolato, e non vi era d'uopo far uso di duecento mila uomini per comprimere le resistenze popolari.

Il governo di Torino j convinto di questa terribile verità, ha suggellato con un profondo silenzio quell'inchiesta della Commissione, temendo di essere costretto di dover dare una spiegazione sul perché l'insurrezione non si era manifestata nel momento stesso della rivoluzione, e durante l'assenza di un potere forte e costituito, ma bensì dopo l'invasione e la conquista. Egli ha pubblicato il rapportò della Commissione quando però erasi già dimenticato, lo che fece unicamente per giustificare i novelli rigori e legittimare un decreto che mise fuori la legge undici delle più belle e delle più vaste provincie del Regno di Napoli, (1).


(1)Nel principio di Gennaio ultimo, questo Stato di assedio si estese a 22 provincie tutte nel mezzogiorno, e nelle altre rimanenti se non vi fra applicato in dritto, di fatto vi esisteva prima delle altre. Ciò non può dubitarsi, perché ei sa anche dai cani della Persia


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Il parlamento italiano aveva con molto calore per lungo tempo discussi i mezzi per ridonarla pace al disgraziato Regno di Napoli, ma aveva sempre finito col rimettersi alla rivoluzione. La commissione creata per sollevare le vittime del brigantaggio, si adoperò invece a tutto potere di perpetuare la guerra, di eccitare maggiormente gli odi, e di provocare le delazioni. (1) Ella largisce cento lire a chi fa determinare un brigante a presentarsi, ma ne dona trecento e seicento a colui che lo prende vivo e l'uccide, e mille lire per la testa di un Capo. (2) Un premio di cento a trecento lire si è promesso a chi denuncia complici, ed i fautori di tulle le specie. La qua! cosa importa che la delazione si eleva ad industria, ed il tradimento e l'omicidio vengono assoldali. Questa tariffa di sangue è l'opera di un governo che si diceva chiamato a moralizzare le provincie meridionali! In virtù dell'ultima legge, si è arrestato nelle Due Sicilie un gran numero di proprietari, e finanche alcuni funzionari municipali in sospetto di complicità coi briganti (3) Si sono esiliati i Fortunato di Rionero, i Corte di Avigliano, gli Aquilecchia di Melfi e tanti altri. Si numeravano fino a due mila di questi infelici sulla fine


(1) Il deputato Massari nella bugiarda e lunghissima, a perpetuare la guerra civile, asserisce certe complicità colla reazione, che il traduttore non crede neppure contraddirle, poiché il giornale del Ministero, la Stampa ed il libro del Capitano Bianco di Saint Jorioz, senza volerlo fanno le sue veci.

(2) La promessa, per chi uccide o prende vivo un capo banda, è stata ultimamente elevata a cinquanta mila lire, e propriamente per Crocco Donatiello, come testifica il giornale il Conciliatore nel suo numero 158 del 8 Giugno 1864.

(3)Oltre ai funzionati municipali, sono stati arrestati, pure per sospetti di complicità coi briganti, molti magistrati mandamentali, e Capitani delle Guardia nazionale, che pare incredibile ma è vero!


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di Settembre ultimo. (1) La maggior parte se ne è rilegata al Lazaretto di Livorno ed al forte Belvedere di Firenze. Quattordici comuni dichiarati in istato di reazione avevano diretti a Torino una minacciante protesta; e con tutta questa si sono arrestate sessanta persone a Roccarasa, che è uno di quei quattordici co fauni e che conta quattro in cinquemila anime. Gli uckasi piemontesi sono applicati con una severità, che ha del delirio e del furore.

Cosa singolare! Uno dei deputati Napolitani (2) che votarono questa legge di sterminio, nello stesso giorno scrisse ad un Direttore di giornale, lodandolo d'aver sostenuta l'abolizione della pena di morte! Ecco una filantropia pienamente a proposito! Quanta umanità rifulge in tale onorevole razza di deputati.

Si sono affaticati di far credere che il focolare della reazione era in Roma. Ma Francesco II non ha suscitate né le seconde né le prime insurrezioni. Se, avesse voluto provocare la sollevazione del suo popolo, avrebbe avuta la propizia occasione allora quando era ancora in Gaeta. Avrebbe messi allora i suoi nemici in una terribile alternativa, o di marciare contro l'insurrezione, abbandonando l'assedio o continuare l'assedio, lasciando sviluppare l'insurrezione. Se il Re avesse voluto, come sì pretende, ravvivare il brigantaggio, non avrebbe certamente, fin dal suo arrivo in Roma, dato ordine alle bande degli Abruzzi che si ritirassero. Che logica è quella dei nostri nemici!


(1) Secondo registra il Nomade gli arrestati finora ed inviati al domicilio coatto toccano la cifra di settemila. L'onesto lettore non potrà non rivolgersi a Visconti Venosta e dirgli, perché rimproveraste all'Autocrate Russo per le spedizioni dei Polacchi che faceva in Siberia?

(2)Il traduttore è nella credenza di non andare errato dicendo: che questo Deputato fu il Sig. Ranieri, autori, dell'orfana dell'annunziata.


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In quella che questo Re viene accusato di fomentare il brigantaggio trovatasi ancora a G^eta, e quando la sua bandiera sventolava ancora nella Cittadella di Messina, ed in Civitella del Tronto, non vi erano che alcune bande e solamente negli Abruzzi. (1) Oggi che questo Re trovasi lungi dal suo Regno, senza soldati e senza denaro; (2) oggi che il Piemonte occupa le Due Sicilie in tutta la loro estinzione, e che la popolazione è in preda alla disperazione, l'insurrezione e in permanenza nella più parte delle provincie, e poi ci viene a dire


(1) Negli Abruzzi, durante l'assedio di Gaeta, si verificarono varie insurrezioni, come quella di Pizzoli, Campotetto, e tutto il circondario di Montereale, e Cicoli, Pinelli stando al principio essere un delitto usare pietà a quei che non volevamo la libertà, il giorno 28 Ottobre 1860 usciva dall'Aquila e si dirigeva verso Pizzoli per rigenerare col sangue quegli abitanti avversi alla libertà piemontese. Saputosi da quel popolo, Uomini, donne, vecchi, fanciulli, tutti si riunirono per decidere sul da farsi. Fu stabilito far incontrare l'idrofobo Pinelli da pochi valorosi in una gola, ove si appostarono, e nel passare che faceva il generale col suo seguito, ebbero tanti colpi di pietra, che il valoroso drappello, se ne ritornò all'Aquila scarnato e ferito, ed il Pinelli ebbe due colpi ben aggiustati, per lo che disse con uno dei liberali allo moda, che egli aveva corso più pericolo in quell'imboscata, che nelle campali battaglie.

(2)Non deve recar maraviglia all'onesto lettore che Francesco II non nuota nei tesori, perché il Direttore delle Finanze Cario de Cesare, nel sortire da Napoli gli negò anche un soldo, per conservarlo a Garibaldi che era per arrivare. Ei, come confessa in un rendiconto che faceva a Torino, tenne stretti quei non pochi milioni che si trovavano nei tesoro per vestire e pagare le turbe garibaldine, cosa che oggi, senza arrossirne, fa a merito della sua condotta. Senta invidia!...


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che l'opera è del Re! Inoltre è da osservarsi, che la reazione si mostra più formidabile nelle più lontane provincie dalla frontiera pontificia, e quindi più difficile alla portata del Re. Dopo la caduta di Gaeta, essa non ha mai potuto rialzarsi negli Abruzzi, e nella Terra di Lavoro è quasi scomparsa: delle provincie centrali al contrario, come nelle Puglie, nel Principato citeriore, nella Basilicata e nelle Calabrie, ove il popola, della campagna ignorano generalmente che Francesco II trovasi a Roma, le bande si moltiplicano e riportano i più gloriosi trionfi. Al momento che io scrivo la frontiera pontificia è tranquilla, mentre che nelle provincie fontane vi è il teatro di una implacabile lotta. Se gli ordini partivano da Roma, perché Borges ed il generale Tristan non sono stati riconosciuti ed ubbiditi? Perché tutte le bande non hanno coesione maggiore ed un piano meglio concepito? Perché non ad altro s'ispirano, che esclusivamente alla loro disperazione ed al loro coraggio. Se esse non si sono decaplate questo è da attribuirsi alla mancanza delle armi e delle munizioni. Gl'insorgenti non hanno altro mezzo di armarsi che quello di disarmare le guardie nazionali ed i piemontesi. Le prime sono stanche di dar la caccia a reazionari loro compatrioti e loro parenti, che sostengono una causa, che esse stesse amano, ed allorché la truppa di linea non le trascina, sortono da una porta e rientrano nell'altra. Se qualche guardia nazionale è ammazzata in qualche scontro, tutta la popolazione si raduna trista e melanconica d'avanti la casa della vittima, ed in deplorare la disgrazia della famiglia, si maledicono i piemontesi ed i loro aderenti. Se al contrario poi si ammazza un uffiziale sardo, un Sindaco, un funzionario qualunque, la popolazione non fa che sorridere: cosi ad esempio, la gioia è stata quasi pubblica e generale per la disfatta toccata ai piemontesi, e dalle guardie nazionali presso Troja, tanto più che gli uffiziali e le autorità erano state tagliate a pezzi. Si son date non poche strette di mano anche a Napoli allo annunzio della


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sorpresa dei piemontesi in Torrecuso, ove i prigionieri l'un dopo r altro vennero fucilati. Credetemi, è una guerra terribile e spietata! E per tanto la invasione piemontese non si era annunciata come conquista?! Oggi questo popolo che si è dipinto corrente innanzi ai suoi liberatori, si mostra implacabile, esasperato, ed è impossibilissimo domarlo, a segno, da non aversene più a temere.

Roma li 22 Maggio 1863.


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LA GUERRA CIVILE

Al Sig. Conte C. Nellessen Membro della Camera de’ Pari a Berlino

Signor Conte,


Dopo gli avvenimenti di Polonia, ci si è domandato, Sig. Conte, perché il popolo Napolitano non si} è sollevato in massa come i Polacchi, sa è vero che i Napolitani difendono la stessa causa, la loro autonomia, e la loro indipendenza. Ecco la giustizia degli uomini! Se i Polacchi che hanno perduto la toro indipendenza dopo il 1771, la di cui servitù è stata consacrata dalla conquista, e dai trattati, destano interesse, perché non si fa lo stesso per i Napolitani che hanno perduta la loro indipendenza; nel 1860 contro la fede dei trattati? Si crede che i Polacchi hanno dritti da non potersi cancellare dalla guerra, o dalla conquista, perché questi stessi dritti si contestano ai Napolitani i quali hanno dovuto soccombere davanti l'irruzione dei rivoluzionar! cosmopoliti, e di una potenza amica, che ha invaso un regno senza preventiva dichiarazione di guerra, e mentre che aveva ancora un ministro accreditato in Napoli? La divisione della Polonia ha fatto emettere prolungate grida d'indignazione, e la distruzione dell'indipendenza di Napoli non à procacciato ai Napolitani neppure una parola di sterile compassione. I Russi sono Sciti, e gli Allobrigi sono italianissimi! Se è così, si va dicendo, perché i Napolitani non insorgono in massa come si è fatto dai Polacchi? Ciò avviene, perché in Polonia, il sentimento della nazionalità è sostenuto ancora dalla rivoluzione, ed è coverto dalla bandiera della rivoluzione europea; nel mentre che nel regno di Napoli la rivoluzione combatte in nome della


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libertà il sentimento della nazionalità. Attorno al governo russo per le animosità religiose e le passioni rivoluzionarie producono l'isolamento, e l'indecisione; attorno al governo piemontese si stringe una minoranza faziosa che domina le masse colla sua audacia. In Po Ionia, le autorità si distaccano dal governo russo per tendenza o per timore; in Napoli la rivoluzione stringe al governo tutti quei che hanno ottenuto dei gradi, degl'impieghi, degli onori, e specialmente quelli che hanno sperperato il pubblico danaro, che hanno tradito, che hanno mostrata debolezza, e specialmente quelli che si spaventano pei giorni delle rappressaglie. I proprietari delle provincie tremano, innanzi i piemontesi che li minacciano di deportazione di prigionia, o di fucilazione, e non tremano meno innanzi alle bande, pensando alla formidabile sciaccherie che esse possono organizzare da un momento all'altro, (1)

Adunque l'insurrezione Napolitana non deve solamente lottare contro 90,000 uomini di truppe regolari, ma ancora contro 109,000 guardie nazionali organizzate dalla rivoluzione, e piemontisti per timore dei piemontesi; contro la guardia nazionale di Napoli che trema per i suoi negozi; contro la guardia mobile, accozzaglia di garibaldini di tutti i paesi, e contro la legione ungherese. L'autorità e la forza del governo, una magistratura uscita dalla rivoluzione e disposta sempre ad inferocire, le risorse dello Stato, e quelle dell'amministrazioni locali, i cui impiegati essendo imbevuti dello spirito rivoluzionario, sono altrettanti nemici della reazione.


(1)1 Francesi chiamano jacquerie una grande e terribile insurrezione avvenuta nell'Ile de France il 21 Maggio del 1358. I contadini dell'isola insorsero contro la nobiltà, che non era senza un qualche torto e uccisero e devastarono tutto. E siccome il contadino fra chiamato a quei dì Iacques Bon homme, così ai loro saccheggi ed alla loro insurrezione fu dato di Iacquerie,


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E per questo, tante forze riunite, in due anni e mezzo, forse hanno potuto annientarla?...

Che se il popolo Napolitano è stanco, non è punto scoraggiato; e la sua calma apparente è il risultato delle grandi speranze che esso nutre tuttavia. La memoria dei Borboni si conserva con più affetto in tutti i cuori, (1) questo popolo oppresso ha fiducia in un migliore avvenire. Esso è lungi dal credere che l'Europa sia disposta a sanzionare una conquista fatta in disprezzo della morale e della giustizia, tiene gli occhi costantemente fissi su l'orizzonte politico. Per la massa del popolo la restaurazione non è che una quistione di tempo. Le classi inferiori, pur anco, hanno tanta perspicacia da vedere, che il governo attuale non è solido, e che la bancarotta, e l'insurrezione possono da un momento all'altro arrecargli l'ultimo colpo: tutti insieme poi poggiano le loro speranze o sopra un congresso ch'eviterà la guerra, o sopra una guerra che indubitatemente condurrà ad un congresso. La guerra sarà un conflagrazione generale in cui il Piemonte vedrà la sua armata distruggersi, e la rivolta scoppiare per ogni dove; (2) ed il congresso avrà la giustizia di non sanzionare il dritto cieco e brutale della forza; indarno adunque si ha fidanza sulla calma apparente che oggi giorno regna nel più delle masse, senza temer di errare può dirsi di Napoli ciò che l'ambasciatore francese diceva dell'Inghilterra nel 1786 il malcontento è grande e generale, ma il timore dei


(1)A proposito di ciò il Colonnello Mella parlando dei soldati napolitani disse; Se a costoro si spacca il cuore non può non trovarvisi l'effigie del loro Re Francesco II.

(2)La previsione del Chiarissimo: autore è basata sulle verità del Vangelo, che non mai mutano o si prescrivono col mutare dei secoli, cioè: qui gladio ferit, gladio perit. Il traditore non può non morire per opera del tradimento.


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mali peggiori, rattiene ancora quelli che hanno qualche cosa a perdere. Un anno dopo, la rivoluzione, che v'incontrava tuttavia ostacoli, giudicati insuperabili, era compiuta. A Napoli si cammina, su di un debole strato di cenere sotto cui la lava di fuoco è viva tuttora li popolo napolitano soffri durante un secolo e mezzo, la dominazione Spagnola; e vedeva con rassegnazione tutto l'oro e l’argento del regno passare nelle casse dei Ministri a Madrid, ma un dazio su le frutta fece scoppiare la rivoluzione del 1647, e fu mestieri combatterla con le migliori truppe di Europa sotto gli ordini di D. Giovanni d'Austria, uno dei primi capitani del suo tempo. E con tutto questo, la rivoluzione se non era tradita, avrebbe trionfata. Chi sa se un giorno i Vesperi Napolitani non porranno in dimenticanza i Vesperi Siciliani!

Intanto, novanta mila uomini sono accampati nel regno di Napoli come i Turchi in Europa, e trenta mila ed i più scelti carabinieri piemontesi stanno in quella Sicilia, che ha divorati trentatre generali o prefetti. Il Piemonte occupa il paese, (1) ma non vi mantiene l'ordine, né si sente sicuro dell'avvenire l'abitudine delle popolazioni lo tengono inquieto più che mai, perché è molto evidente, che se la reazione non avesse a sperare alcuno appoggio dalle popolazioni, essa sarebbe di già repressa. Non osa neanche fidarsi su le forze organizzate dalla rivoluzione, giacché si trova, a ciascuno istante, nella necessità di sciogliere le compagnie ed anche battaglioni interi di guardia nazionale, di licenziare le squadre di guardie mobilizzate, e destituire consigli municipali sospetti di connivenza coll'insurrezione. Si rimpiazzano questi consigli con Commissari mandati da Torino: nuova maniera di rispettare il principio del suffraggio popolare!

 

(1)Il Times parlando sullo stesso argomento dice: i piemontesi nel mezzo giorno dell'Italia vi sono accampati, e lo trattano come un paese conquistato', senza però mantenervi ordine, e né lo possono, perché niuna fratellanza esiste tra i due popoli.


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Ma vi è di più, I Sindaci poco zelanti per la distruzione del brigantaggio sono stati maltrattati, e gittati in prigione; quelli dei comuni del Gargano sono stati condannati a pane ed acqua, pena per i soldati indisciplinati! Se le truppe sarde si rimangono nel paese, avviene in grazia de’ rigori dello stato d'assedio: la legge marziale è la salvaguardia del governo che spietatamente e senza interruzione la va applicando. Sotto l'antico regime, Napoli fu messo nello stato d'assedio dopo un'insurrezione ma soltanto per la durata dì tre giorni. (1) Lo stato d'assedio imposto dai piemontesi è stato mantenuto in Napoli per la durata di sei mesi; si son trattati i Napolitani non come uomini che combattono per la loro libertà, e per la loro indipendenza, ma come schiavi ribellati ai propri padroni, dal che poi avviene che il sangue versato non cessa di chiamare sangue novello. Si è praticato sempre così nelle guerre civili, ed il regno di Napoli trovasi in preda alla guerra civile, ed alla guerra straniera! Si sono sterminati, quelli che non si volevano sottomettersi. Le più orribili rimembranze delle guerre, civili impallidiscono innanzi alle atrocità delle truppe piemontesi. I Pinelli, i Neri, i Galetefi, i Fumel bandirono una guerra d'esterminio, in cui la pietà era un delitto. Dovunque gl'insorti sono caduti tra le mani dei piemontesi, sono stati fucilati sommariamente e senza misericordia; (2) si son visti talvolta sacrifizi umani di quaranta in cinquanta prigionieri ad un tempo. A Montecilfone, per esempio, sopra ottanta prigionieri quarantasette


(1)Tutto ciò è confermato dal Lampo del 16 Agosto 1860, ed aggiunge: che una tale misura governativa di semplice prevenzione non meritava il nome all'armante di stato di assedio.

(2)E tutto questo in grazia della rigenerazione, in grazia della libertà ed in dimostrazione del progresso.


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furono passati per le armi; (1)a Montefalcione cinquanta uomini rifugiati netta stessa casa di Dio, vi furono scannati.

Quel che è peggio non sonosi limitati a fucilare soltanto gl'insorgenti presi con le armi alla mano, ma chiunque era creduto sospetto di aver preso parte all'insurrezione, gli e toccata la stessa sorte. Un giorno, un contadino addormentato in campagna Ticino a Pozzuoli, venne sorpreso da un uffiziale comandante un distaccamento piemontese, questo uffiziale non volendo perdere il suo tempo a prendere informazioni sul conto quel disgraziato, trovo più espediente farlo fucilare contro l'oppinione di tutti.

In un altro giorno, un distaccamento incontratosi con un contadino su la via di Benevento, dopo averlo arrestato l'interroga, ed abbenchè questi protesta della sua innocenza, annunziandosi come corriere spedito dal Sottoprefetto di cui mostra i dispacci... ma i dispacci son ritirati, e quell'infelice è fucilato.

Molti contadini delle vicinanze di Noia, di Sansevero, di Avellino, di Bovino, di Melfi, pacifici carbonari del Gargano sorpresi in una strada battuta dagl'insorti, sono stati massacrati dalla truppa di linea... Pastori vecchi od inoffensivi, ed alcuni imberbi giovinetti sono stati uccisi a colpi di baionette. Nel 1862 non vi furono meno di ottandue esecuzioni nel distretto di Gerage, in Calabria, fra le quali va Contata quella dei Baron Franco, e di suo zio denunciati come aver potuto tenere relazioni con Borgés, il quale era passato per quei luoghi; e ciò perché una denuncia qualunque era bastevole. Talvolta i soldati stessi hanno fucilati, perché si annoiavano del loro servizio. Tredici prigionieri furono un giorno fucilati presso Lecce da' soldati di scorta,

(1)Questi quarantasette furono fucilati per ordine del famigerato farmacista De Luca prefetto d'Avellino, però nell'esecuzione che impassibilmente subirono, dissero: che vi rimanevano ancora quelli che avrebbero vendicato il sangue loro.


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 e quando il magistrato domandò loro che n'era dei briganti, risposero sorridendo: che riposavano nelle vicinanze della città. Ultimamente i Piemontesi entrarono a S. Giorgio la Molara, e condussero seco loro i proprietari designati come partigiani degli insorti, che venivano ad uscir dal paese. La Corte criminale a cui si era rimesso un processa compilato sollecitamente, li dichiarò innocenti. Ma quando si cercarono i detenuti si seppe che i piemontesi li avevano fucilati. L'impazienza di questi carnefici non permette neppure alle vittime di ricevere gli ultimi conforti di che è larga la pietosa e santa religione.

Vi ricorda, Sig. Conte, del grido di orrore che si elevò in Europa, quando un generale spagnolo fece fucilare la madre di Cabrera. Ebbene, quante madri sono state fucilate nelle Due Sicilie per aver portato o perché si sospettavano portatrici del pane ai loro figli insorti, o refrattarii l'oscura condizione di questi figli ha fatto ignorare all'Europa il supplizio delle loro madri. Uomini, donne, vecchi fanciulli tutti si passano per le armi, ora come parenti, ora come parenti dei complici, o come complici de’ parenti. Alcuni refrattari erano sbarcati all'isola di Pantelleria: la truppa si mette ad inseguirli, e li circonda come bestie feroci; quelli si rifugiano in una caverna, e per snidarli vi si getta legna bagnata d'acqua di ragia, e senza pietà vi si appicca il fuoco. L'officiale del distaccamento trattava i Siciliani, come sono stati trattati i Kabili. Pantelleria non è in realtà vicino all'Africa.

Non è guari, un distaccamento attornia di notte tempo una casa di Petralia Soprana per sorprendere un refrattario contadino abitante, che pochi giorni io pria si era visto sorpreso dai ladri, i quali dopo di averlo spogliato avevangli oltraggiata sua figlia, si ricusa di aprire ed esplose un colpo di fucile; I' ufficiale senza frapporre tempo appicca fuoco alla casa, e tre persone vengono dalle fiamme bruciate. (1)


(1)Quando si pubblicarono queste lettere s'ignoravano


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A Montescaglioso un capitano fece serrare in una capanna dieci o dodici lavoranti di campagna, che, a suo dire, non l'avevano bene ragguagliato sulle marce degl'insorti, senza misericordia li brucia alla presenza delle loro famiglie.

 Il Capitano Bigotti fece passare per le armi a S. Francesco di Pollicastro molte persone da lui supposte complici degl'insorti; uno di questi disgraziati, che non era stato colpito, restava all'impiedi; l'ufficiale l'ammazza a colpi di scibala, sitibondo di sangue come la jena.

A ben donde può dirsi che nel mezzogiorno della dell'Italia, tutti coloro che indossano un mantello si credono nel dritto di ammazzare quelli che non ne hanno. In Luglio 1861 un distaccamento giunse a Somma, piccolo borgo alle falde del Vesuvio. Il Comandante fatto arrestare sei infelici, a lui designati come complici degli insorti, senza altra informazione, ne ordinò la morte, e tra quelle vittime vi era un ufficiale della guardia nazionale, appena ventenne e da pochi giorni si era maritato; e quando la pubblica indignazione giunse ad esigere che quest'uffizi a le (il Capitano del Bosco) si consegnasse alla giustizia militare, questa lo dichiarò innocente. Il consiglio di guerra di Torino, invece di giudicare il carnefice, calunniò le vittime; e per assolvere il primo, dichiarò con Un giudizio postumo che quelle si erano rese colpevoli di connivenza con gli insorti. Ma qual Magistrato avea giudicato quegl'infelici? Qual legge si aveva ad essi applicata?

Il Maggiore Fumel giunto con un battaglione in ca$a di un Signor Campagna, dopo aver mangiato bene col suo ospite, guarda l'oriolo e gli assegna tre minuti


i martiri sofferti dal sordomuto Antonio Cappelli di Palermo, da Carmine de Marino e da Carmine del Zio; che tutto mette in chiaro una lettera di un cittadino delle Due Sicilie del 1 Maggio 1864 diretta al Parlamento Inglese. Il Precursore nel registrare questi delitti li qualifica come atroci.


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di tempo per presentare la lista dei briganti, che stavano nelle vicinanze, ed in mancanza gli brucerebbe la casa. L'elenco è presentato, il maggiore riunisce le vittime nel cortile col Signor Campagna alla testa, e n'ordina la fucilazione. Il governo fa sospendere l'esecuzione; per lo che il sardo emettendo grida di furore, da la sua dimissione. Il governo però, poco di poi, pentito della sua debolezza si determina a rimandarlo nelle Calabrie. £ poi si grida contro Murawief! Nel mezzogiorno dell'Italia ciascun ufficiale, ciascun caporale si stima in potenza eguale al general moscovita.

Le case di campagna, le capanne sospette di aver servito di rifugio agi' insorti sono o bruciate o spianate. Si proibisce ai contadini, sotto pena di morte di sortir da loro villaggi dal cadere al sorgere del sole, e di condurre seco viveri, per la qual cosa non si trovano più braccia pel lavoro de' campi; gli animali sono stati ritirati nell'interno de paesi, e vi muojono a migliaja. Famiglie intere orbate de’ loro genitori andavano fin dal 1861 errando, per essere senza pane e senza tetto.

Una soldatesca sfrenata ha lasciate tracce di fuoco e di sangue in tutti i luoghi, dove ha incontrata la minima velleità di resistenza. Ai tempi di Garibaldi, popolazioni intere hanno assistito ai massacri di Ariano, di Frasso, di Paduli, di Montemiletto, di Torrecuso, di Paupisi, di S. Antimo, d'Isernia, di Castelluccio, di Castelsaraceno, di Carbone e di Labronico, pacifici asili di agricoltura e d'industria. Sotto la conquista si è veduta la distruzione di S. Marco in Lamis, di Viesti, di Cotronei. di Spinello, di Rignano, di Barile, di Vico di Palma, di Campo di Miano, di Guardia Regia, di Montefalcione, e tutto ciò in seguito alle ignobili scene di saccheggio, di violazioni, e di sacrilegio.

Auletta fu invasa da coorti ebbre di sangue, condotte da un capo che, armato del suo revolver, fece fuoco sopra tutti quelli, che gli venivano designati come reazionari. Il giornale officiale di Napoli in annunziare l'entrata delle truppe piemontesi a Trevigno,


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ha confessato che vi avevano ammazzati quaranta briganti e in vero queste vittime non erano che poveri infelici, i quali invasi da timore, fuggirono; e che poi credendo per un istante essere la città in potere dei partigiani del Re, avevano avuta la malaugurata ispirazione di rientrarvi con un salvo condotto del Sindaco! Tutti sono in conoscenza di questi fatti orribili, ma il timore per lungo tempo non ha permesso ad alcuno parlarne. E questo avveniva nel momento stesso in cui un ministro piemontese ardiva dire innanzi all'Europa, che la pacificazione dell'ex-regno di Napoli procedeva lentamente a causa del rispetto dell'autorità verso le franchigie costituzionali!

Un mezzo secolo fa, il General Manhes è stato il terrore delle Calabrie, ma quel Fumel francese era almeno il solo della sua specie.

Chi non ha intesa narrare la spaventevole distruzione di Pontelandolfo, e di Casalduni? Una banda di insorti si era gettata sopra un distaccamento piemontese e gli aveva ammazzato una quantità di soldati... Si volle dare un esempio; un distaccamento giunse a passo di corsa, e subito tutti gli abitanti uomini, donne, vecchi, fanciulli furono seppelliti sotto le rovine tra l'ondeggiar delle fiamme. Il general Cialdini che aveva ordinato questo esterminio, l'annunciò al mondo in questi termini: giustizia è stata fatta di Pontelandolfo e di Casalduni! Più tardi in seguito a' massacri di Castellammare in Sicilia, il Questore di Palermo fece inserire nel giornale officiale queste parole: a Castellammare i colpevoli sono stati rigorosamente puniti. Il magistrato faceva uso del linguaggio di soldato. Nella conquista dell'Irlanda non si trova lo stesso entusiasmo di ferocia, benché i Sassoni ed i Celti erano due differentissime razze come i Napolitani ed i Piemontesi. L'Inghilterra ebbe a deplorate molte guerre civili, ma non vide giammai orrori simili a quei di Pontelandolfo, e di Casalduni. Nella Vandea non si ammazzavano che i combattenti. A quei briganti, che spontaneamente si presentassero al


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le Autorità si era promessa amnistia e vita salva, ma in effetto non fu così, poiché quei che lo credettero e si presentarono a Livardi, a Caserta, a Noia, ed in molti ti altri luoghi, furono immediatamente fucilati. Genitori sventurati, a' quali il dolore aveva stravolta la ragione, si sono visti erranti attraverso le campagne per rinvenire gli avanzi de' loro figli massacrati. Gli sgozzatori del 1793 erano capaci di tali enormità, ma credevano in tal modo punire i cittadini ribelli alla patria, e mettere un argine all'invasione straniera. Sul finir del 1861 venticinque uomini tra Spagnoli e Napolitani decisi di abbandonare il regno e la causa dell'insurrezione, andavano a rifugiarsi negli stati della Chiesa, ma circondati al momento in cui erano per varcare la frontiera, si arresero, depositando le armi, nella credenza di ottener salva la vita, perché senza questa speranza avrebbero opposta una disperata resistenza. Infelici, s'ingannarono! che dopo disarmati vennero passati per le armi! Nel 1843 i fratelli Bandiera che volevano sollevare il regno, sebbene presi colle armi alla mano, furono purtuttavia sottoposti ad un giudizio; ebbero i loro difensori, ed uno degli accusati fu anche assoluto; e degli altri ventuno, dodici ebbero salva la vita. Eppure si osò dire, come verità, che i fratelli Bandiera, i quali avevano diffusi proclami incendiari, avevano innalzati gridi di rivolta, ed avevano combattuto, erano stati assassinati! Al contrario, Borges ed i compagni, che avevano cessato di combattere tra le fila dell'insurrezione, ed avevano rinunciato ad ogni resistenza, furono spietatamente fucilati per l'ordine di un maggiore piemontese. Il sangue adunque è un olocausto necessario per l'unità d'Italia?

La vista del sangue, come sempre. avviene, ha induriti i cuori, e resi feroci anche gli uomini estranei alla lotta, non esclusi i patriotti stessi che si fanno gli ausiliari benevoli dell'invasione. Cotesti dilettanti della caccia-briganti, si precipitarono sul villaggio di Tognano, ed invadendo le case, arrestarono e fucilarono un buon numero di abitanti.


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Si è raccontato in pieno parlamento che tre di questi patrioti avendo arrestata una donna che portava un pezzo di pane a suo figlio, supposero che questi fosse un brigante, la fecero mettere in ginocchio, e la fucilarono. Si attestò del pari che up infelice era stato anche fucilato per aver rubato un montone. Coteste atrocità furono per lungo tempo ed ostinatamente smentite. Vi fu eziandio un membro del parlamento inglese, il quale osò dire: essere popolare la coscrizione nelle provincie meridionali, e la guardia nazionale attaccata al Piemonte, ma che solo i briganti si lordavano delle più grandi atrocità, nel mentre che i soldati piemontesi erano i modelli di disciplina, e di umanità! Vi è la lista officiale delle persone che sono state fucilate in due anni. Il rapporto della commissione di inchiesta ne porta la cifra a 7,151. Durante i tre primi mesi del 1863 se ne sono fucilate altre 118, in Aprile 110; ed un numero maggiore nei mesi successivi. (1)

Al momento in cui scrivo, la brutalità della forza non ha più limiti, la reazione è una passione e diverrà ben presto un entusiasmo. La rivoluzione e la conquista troppo ostinate per desistere dai loro progetti, troppo deboli per eseguirli, sperimentano le funeste conseguenze della guerra civile, chef esse stesse hanno accesa. L'Italia n'è accesa, e quella fraternità, a cui si era fatto appello, si ritrova or ora nello spettacolo di tante sventure.

Albano li 14 Luglio 1863.


(1)Secondo la relazione di un giornale non sospetto i fucilati fino a questo momento sono DICIASSETTEMILA, circa un dodici mila sono morti combattendo, dieci mila feriti, ed ottanta mila in prigione per reati politici, senza che niun magistrato si incarichi di loro, oltre ai sette mila spediti al domicilio coatto come registra il Nomade. Ecco la libertà piemontese!


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IL TERRORE

Al Sig. Marchese della Rochejaquelein a Parigi

Signor Marchese,


Si è commesso in Napoli lo sbaglio stesso, come dappertutto, cioè d'impiegare il terrore per operare la sommissione. Le vendette e le rappresaglie, in tempo di passioni politiche, non possono che vieppiù inasprire le vittime. Ieffrays si vantava, dicesi, di aver fatto impiccare più traditori, che tutti i suoi predecessori dopo la conquista dell'Inghilterra; il general Cialdini parimenti può vantarsi di aver ordinate più fucilazioni, nel periodo della luogotenenza, che tutti i poteri anteriori, compresovi il governo francese, che non peccava certamente per eccesso di clemenza. Egli intese provare che si era calunniato il general Manhès, che almeno giunse a pacificare le Calabrie col terrore. Noi vorressimo ben conoscere quale accoglienza s'ebbe il generale piemontese nel suo ritorno a Torino, la quale senza dubbio fu piena di ogni cordialità. è incontestabile che la ferocia dei piemontesi è stato il principal alimento dell'insurrezione, in cui i Cialdini, i Pinelli, i Neri, i Galateri, i Fumel e molti altri sono, i veri complici della reazione, ed essi non se ne discolpano, anzi ne vanno superbi. Non vi ha che ascoltare gli officiali piemontesi residenti in Napoli, i quali spudoratamente dicono che le tante, da loro, vittime fucilate non sarebbero neppur morti di qui a cinquant'anni, ma che tali sacrifizi sono necessari per una grande nazione. Questi sono i principi, da cui è animata la recrudescenza contro l'insurrezione di un governo che va debitore totalmente della sua origine e della sua potenza ad una insurrezione, ed a quale insurrezione!


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Si fa rimprovero ai briganti degli eccessi sanguinosi a cui si abbandonano. Non isconfesso che essi han commessi atti di crudeltà, e che non si sono mostrati meno sanguinali de' loro nemici, ma si può compiangere la trista necessità di una guerra civile, si può prevenirla o combatterla, senza aver per questo il dritto di contestarne la popolarità, e di misconoscerne il carattere. D'altronde fa mestieri ricordare, che nei primi tempi gì' insorgenti risparmiavano la vita ai loro prigionieri, con tutto che i Piemontesi non sempre rendevano a loro la pariglia. Più tardi, essi marcavano i prigionieri per riconoscerli, e solo ultimamente, e per rappresaglia hanno pur essi incominciato a non più dar quartiere. Quanti di questi insorgenti non hanno a piangere la morte de loro parenti fucilati a sangue freddo, sotto il pretesto di una complicità immaginaria? Niuno può mettere in dubbio che il sangue invoca con più ferocia il sangue. Un giovane sfuggito alla dolorosa catastrofe di Pontelandolfo combattette fino a quando non ebbe colle proprie mani ammazzati diciotto piemontesi, perché sua Madre fu assassinata da diciotto soldati, ed alla sua presenza; e compiuta la sua vendetta espatriò. Oggi giorno gl'insorgenti disputano il terreno con una ferocia ostinata, come uomini che fanno la guerra solo per sterminare i loro nemici. Essi non domandano quartiere e né tampoco lo danno. Essi non ammazzano solamente nei scontri; a Torrecuso hanno massacrati quattordici infelici soldati caduti tra le loro mani, e che avevano forse anch'essi le madri e le sorelle!

Si accusano gl'insorgenti di saccheggi; Ma queste accuse sono sempre fondate? La guerra anche fatta dalle truppe regolari va sempre immune da bottino e da saccheggio? Gl'insorgenti saccheggiano le casse pubbliche dei paesi che assaltano... ma hanno anche essi come ogni creatura umana, il dritto di non basir di fame. È necessario d'altronde alimentare la guerra, e mettere la mano sopra le risorse, che possono cadere in poterò del nemico. In ogni paese, meno che nelle Due Sicilie,


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non si stima né meraviglioso né atroce, che i sicari assassinino col pugnale nelle case i cittadini, che si negano di pagare l'imposta nazionale all'insurrezione. Le bande napolitane hanno spesso bruciato sulle piazze pubbliche gli oggetti tolti ai piemontesi, o li hanno ripartiti tra i poveri; quando essi hanno incendiate o rovinate le raccolte, è accaduto per vendicarsi di quei che si ricusarono inviarle i viveri, e che in cambio, istruivano le truppe su i suoi movimenti. In generale gl'insorgenti non molestano per nulla l'abitante, se è conosciuto manifesto avversario alla causa nazionale. Pilone, per esempio, si mostrava cortesissimo coi toristi che si portavano a visitare il Vesuvio. Tutti coloro che veggono nei briganti la causa prima delle disgrazie della loro patria, sono i bersagli del loro odio, e della loro vendetta, tra quali, i sindaci e gli uffiziali della guardia nazionale. Siate sicuro, che queste bande non deporranno le armi se non alla restaurazione, e se la guerra si manifesta in qualche parte, voi li vedrete moltiplicare: come i denti di Cadmo.

E' pubblica fama che il General Lamarmora ha perduto ogni speranza di soffocare l'insurrezione; in egual modo che Cialdini suo antecessore, percorrendo le provincie ed investigando le cause da cui è sostenuta, si è persuaso che i 90,000 uomini non sono sufficienti per riportarne trionfo. Egli benché officialmente ha detto che irriganti non erano più che cinquecento, pure si è dovuto accorgere che ciò era falso, perché avendone, da quella dichiarazione fucilati un numero maggiore, la reazione non si è estirpata, anzi si è aumentata. Gli ufficiali piemontesi sono stanchi di questa guerra senza nome; ed i soldati, sopratutto i Lombardi, i Romagnoli ed i Toscani ne van mormorando. In quanto ai soldati napolitani, è da dirsi che essi non aspettano se non l'occasione per rivolgere le armi contro i loro ufficiali, specialmente se questi ultimi sono anche napolitani.

Precisarvi, Signor Marchese, le perdite dei piemontesi in due anni, è impossibile, le quali benché


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accuratamente si tengono nascoste, pure si sa che sono significanti. La stampa à segnalato nel 1862 fino a 574 avvisaglie tra la truppa e gl'insorgenti, di cui si diceva ignorare il risultato. Quest'anno il numero degl'insorti è accresciuta dopo l'ultima legge sul brigantaggio. Gli scontri, fino al mese di Ottobre, anno toccata la cifra di 600 (1). Nella seduta secreta del parlamento italiano allo spirare del testé decorso anno si valutarono le perdite dell'armata a quindici mila uomini. In effetti, ì distaccamenti d'infanteria e di cavalleria sono stati non poche volte disfatti, ed una quantità di ufficiali sono stati ammazzati; gli ospedali sono quasi sempre stivati di feriti, in Giugno ultimo (che or fa un anno) un solo ospedale di Napoli ne conteneva 156. Le marce forzate a traverso le rocce, e sotto il Sole ardente dell'estate, contribuiscono all'assottigliamento de’ ranghi Piemontesi. Nel mese di ottobre sopra sette mila uomini che formano la guarnigione di Napoli, si son contati 1103 malati, di cui un buon numero era dei feriti. Questi soldati coperti di cenci, senza scarpe $ e senza potersi quasi mai spogliare, danno spettacolo della più dura miseria. Si son numerati talvolta fino a 500. ma» lati in un reggimento di 1800 uomini. è stato d'uopo molte volte ricorrere ai musicanti del reggimento per rimpiazzare le sentinelle. Le compagnie d'infanteria di 120 uomini sono state spesso ridotte a 50, ed anche a 45. Un Reggimento di cavalleria nella Capitanata non, aveva che sessanta cavalli.


(1)Da Ottobre 1863 fino al Giugno corrente del 1864 secondo risulta dai giornali più esaltati, non escluso il giornale uffiziale, si sono verificati altri 828 scontri, i cui risultati sono stati sempre sfavorevoli alle truppe, ben che i giornali di livrea nascondono quasi sempre le perdite ad esse toccate. Però quando l'onesto lettore non vuole esser tratto nell'inganno, legga sempre, dove dice: sono morti dieci briganti; sono morti Venti piemontesi, perché come costa al traduttore la stampa salariata ha l'incarico di dire sempre l'opposto


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In mezzo dei soldati non v'è più disciplina, la quale si è sordamente consumata, per averli fatto assuefare ad essere carnefici.

La fonte da cui estraggo questi indizi è il rapporto stesso della Commissione d'inchiesta. In generale, allorché i Comandanti piemontesi spediscono le loro colonne nelle provincie per dar la caccia agli insorgenti, essi le compongono, per quanto è possibile di soldati napolitani, mostrando con ciò compiacimento di questa guerra doppiamente fratricida, che spaventa il paese, e garantisce gli uomini del Nord dalla rabbia degl'insorti. Vi sono stati dei casi, in cui i capi de’ corpi hanno allegato, per non marciare, lo scompiglio delle loro truppe. Nel mese di Agosto ultimo lo squadrone de’ cavalleggieri di Lodi, avendo ricevuto l’ordine di portarsi a combattere l'insurrezione in Basilicata, il suo Comandante protestò: fu messo in disponibilità, ma lo squadrone non parti.

Il governo italiano si trova in un serio imbarazzo: comincia a pentirsi di aver troppo prematuramente nominato regno d'Italia, un'agglomerazione di cinque Stati diversi. L'arrestarsi, importerebbe lo scrollamento dell'edificio dell'Italia; l'avanzarsi, porta seco la provocazione all'insurrezione generale; e se si rinculasse, mostrerebbe chiaramente la sua viltà la sua inettezza. Quello però che non può mettersi in dubbio è che in Napoli il dominio piemontese è impossibile.

Lo spirito di giustizia, che l'interesse può soffogare momentaneamente presso un popolo, andrà a rialzarsi non appena la passione si raffredda. E questo avviene a Napoli. Sotto l'impressione immediata della forza e nell'ignoranza di ciò che è nel seno dell'avvenire, pare che tutti avessero inconsideratamente accettati i fatti compiuti;. ma la riflessione non tarda a riprendere il suo impero. Si era sperato che l'entrata di Garibaldi mettesse fine alle civili turbolenze, ed invece si era caduto in una terribile anarchia, che niuno si lusingava a vederla cessare dopo l'entrata dei Piemontesi,


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ed in tal modo era andato incontro al dispotismo militare. Ora, quegli stessi che, per non uscir dalla loro beata quiete, avevano senza rammarico vista la partenza del Re, e l'annessione con stolta indifferenza, affrettano con tutti i loro voti la restaurazione. Gli esaltati del 1860 al momento sono calmi e spaventati. Non erano ancora decorsi tre mesi, e di già il lume si era fatto. Le coscienze si ribellarono allo spettacolo di tutti i dritti distrutti, dritto della Chiesa, dritto di Sovrano, dritto di nazionalità, dritto delle corporazioni. In presenza del cinismo delle autorità, e della spudoratezza della stampa, tutto ciò che vi ha d'onesto, si sente indignato e ne arrossisce, e respingendo l'egemonia piemontese come cosa intollerabile ed impossibile.

l'insurrezione, che non aveva sopravvissuto alla resistenza di Gaeta, dopo quattro mesi (e quasi in un'ora, come per incanto generale) si mostrò potentemente organizzata, che dall'ora in poi ha sempre arricchite le sue file di nuovi combattenti.

Gl'Inglesi considerando la loro rivoluzione del 1688; la ritengono come la meno violenta e la più benefica di tutte, e vanno orgogliosi di non averne più subite. Ma questo è, perché s'ebbbero una rivoluzione conservatrice nel XVII secolo, e non ne soffrirono una distruttrice nel XIX. È vero che due sollevazioni si verificarono nel 1715 e nel 1745, ma dopo ventisette e cinquantasette anni dalla prima rivoluzione. Or le insurrezioni napolitane hanno ricominciato quattro mesi dopo la fine della guerra, ed al momento stesso della proclamazione dell'unità italiana. L'insurrezione sempre più, va divenendo una guerra selvaggia, una guerra d'esterminio e senza misericordia. Ma ancorché la provvidenza nei suoi impenetrabili disegni, permettesse che il regno di Napoli dovesse essere per qualche tempo radiato dalla carta di Europa, l'interruzione della vita nazionale dovrà produrre sempre un tempestoso interregno. L'antagonismo di Napoli e Torino faranno sempre i due poli opposti dell'Italia, né il tempo, né le leggi,


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né lo splendore delle feste, né le atrocità delle fucilazioni, saranno da tanto per mettervi un termine, perché il sentimento della nazionalità eternamente dura, e volendo anche ritenere che i piemontesi avessero conquistato Napoli per valore, pure non può dubitarsi doverla perdere per la loro insolenza.

Chiunque con attenzione vi pone mente non può non iscorgere resistenza di una funesta e sanguinosa emulazione tra gli oppressi e gli oppressori. Certamente la Francia, che adempie la missione provvidenziale di difendere il debole contro il forte, l'oppresso contro l'oppressore, la vittima contro il carnefice; la Francia che ha inviate le sue legioni in Morea, per proteggere gli Elleni contro la scimitarra degli Egiziani, ed in Siria per difendere i Cristiani contro il fanatismo musulmano, permetterà essa l'esterminio dei Napolitani? Come potrà guardare senza orrore nel Regno di Napoli, la cui storia è troppo alla sua intimamente legata, il sangue versato dai Cristiani per opera di altri Cristiani, che con una rabbia degna di Caino hanno brandito il ferro? La Francia che si è commossa per lo stato anarchico del Messico, lascerà essa prolungare i disordini, i saccheggi, gl'incendi, e gli eccidi, che desolano il Regno di Napoli, che minacciano di turbare indefinitamente la pace, e forse l'equilibrio dell'Europa? La Francia s'interessa della sorte della Polonia, e che ha sempre plorato di non averne impedita la divisione, dovrà essa un giorno rimproverarsi, di non aver stesa la sua mano protettrice sul Regno di Napoli? Se essa nutre la buona volontà, l'Europa non ha verun dritto a paralizzarla. L'Inghilterra in tutto il corso del nostro secolo si è pregiata sempre di faticare per le cause dell'indipendenza dei popoli e per l'equilibrio europeo, ed a questo essa deve la sua influenza morale. Non pugnò essa con la Francia a Nazarino per salvare la Grecia? Non inviò pur le sue truppe per sostenere il Portogallo contro la Spagna? L'Inghilterra, come potenza di primo ordine, non ha forse molto interesse a mantenere


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l'osservanza del dritto pubblico esistente, per desiderare la pacificazione dell'Italia? Come segnataria de’ trattati del 1815, essa protesta contro la distruzione dell'esistenza politica di Cracovia, ed invoca tuttavia in favore della Polonia quei medesimi trattati, che si son violati a Napoli. In questo stesso momento non rinuncia essa al prottettorato dell'Isole Ionie in favore della Grecia? Non contraddirebbe ai suoi principi se lasciasse ultimare la distruzione del Regno delle Due Sicilie. L'Inghilterra non è più quella potenza che si risenti tanto fortemente al XVII secolo per l'occupazione della repubblica di S. Marino? l'Austria, devota ai grandi principi della monarchia, all'unione dell'autorità con la libertà, non troverebbe essa nella Francia, e nell'Inghilterra utili cooperatrici e potenti alleate? Essa che ha intrapresa l'opera grandiosa e popolare di ricomporre l'Alemagna, ricuserebbe la missione vantaggiosa alla causa dell'ordine e della libertà in Italia? Le altre potenze certamente non si opporrebbero al compimento di quest'opera di pace, e di giustizia, perché non sarebbe giusto il permettere la violazione delle leggi eterne, del dritto delle genti, senza di cui non vi è né ordine, né pace, né sicurezza. Non vi è rivoluzione isolata; e son certo che le violenti commozioni politiche, le quali attualmente conquassano l'Italia si faranno sentire un giorno al di là delle sue frontiere, I Sovrani ed i popoli comprenderanno allora la solidarietà che li unisce, e si pentiranno (ma troppo tardi) amaramente della loro egoistica indolenza.

Roma U i Novembre 1863.


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LE LEGGI

Al Signor Berryer a Parigi.

Signore,

 

Vi è una popolarità, che si appoggia specialmente ai nostri giorni sopra pregiudizi, passioni e tendenze colpevoli, ed è favorita con facilità da coloro che dispongono della pubblicità e dalia stampa con una forza incontestabile. Si può bellamente avere a sdegno l'una, ma è molto difficile combattere o illuminare l'altra. Intanto niuno, scrupolo, fino a che mi rimane la, speranza di poter far intendere il linguaggio della verità, mi farà cadere la penna dalle mani; e per questo mi rivolgo a voi che avete date tante prove di generosa sollecitudine per i diritti della giustizia e della ragione.

Napoli, ove la giurisprudenza è stata sempre luminosamente coltivata, può a ben donde rivendicare I' onore dì aver iniziata in Europa la riforma degli abusi legislativi. Ai nostri legisti e non ad altri si deve l'abolizione del duello giudiziario, lo stabilimento di una Corte Suprema di revisione, e la soppressione della tortura. I Filosofi napolitani, riformatori del secolo XVIII, introdotti molti miglioramenti legislativi, ne hanno resi altri possibili dopo di loro. Se egli è vero, che si giudica della civilizzazione d'un paese dall'esame della sua legislazione, quali insegnamenti non ci somministrano le antiche leggi napolitane al confronto di quelle che vi si vengono a sostituire?

Alla fine del secolo XVIII si fece ogni sforzo, per far scomparire tutte le vestigia di una barbara e gotica legislazione. La giustizia era l'egida di tutti e di ciascuno. Il potere proclamava la giustizia per gli oppressi ed il rispetto degl'infelici.


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Dopo più di un mezzo secolo i rigori inutili non disonoravano più le leggi, si era tolto al palco tutto il suo apparato di crudeltà, e soppressa di fatto la tortura, di cui l'ultimo esempio nei nostri annali giudiziali rimonta ah" anno 1774, si astrinsero i magistrati a motivare i loro giudizi, acciò non potessero mai coprire l'omicidio col mantello della legge. La riforma delle leggi criminali si stava studiando verso la fine del secolo; le riforme che si preparavano erano consone ai grandi principi di giustizia e di umanità, proclamati a quest'epoca con un successo degno della patria di Pagano e di Filangieri. Non mai la verità si era ricercata con tanta forza, né ricevuta con un interesse più generale. Il più delle leggi avendo per iscopo accelerare i giudizi, e di modificare i vizi riconosciuti dall'antica giurisprudenza, in aspettare l'istallazione, testimoniavano la sollecitudine costante ed illuminata del potere per la riforma degli abusi e per la prosperità dei popoli. I principi della scienza erano applicati con piena fiducia. Si era introdotta nel 1786 là pubblicità della procedura militare e si pensava con seria attenzione ad un miglioramento radicale dei luoghi di detenzione. Convinto che era d'uopo far uso di circospezione anche nell'esecuzione delle riforme le più indispensabili, il governo volle che i cambiamenti fossero graduali riflettendo che, in una vecchia società, sono i più sicuri preservativi contro le innovazioni pericolose^ ed in tal modo il potere univa lo spirito di riforma alla prudenza del legislatore.

Il Regno, d'altronde, non aveva nulla prodotto da fargli più onore che questa antica magistratura, alla quale una semplice pietà, una austera probità, ed una vita seria ed occupata, prescrivevano la giustizia la più imparziale come un dovere di religione. Così, benché la legislazione era ancora imperfetta, gl'interpreti della legge però erano saggi, sperimentati, umani. Le massime degli scrittori se ne passavano dai magistrati al governo, e si diveniva, per una specie d'intuizione, ammirevole nelle riforme, che non erano neppur anco altrove immaginate.


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La maggior parte delle grandi idee e de’ voti generosi emessi dal Filangieri e dal Pagano, erano già verità riconosciute, o fatti compiuti.

Vantaggiosi miglioramenti furono introdotti ne' primi anni del secolo XIX; ma essi lo furono pel disordine, e la tempesta. La mutazione delle leggi nella conquista francese fu troppo radicale, e troppo violenta: si teneva a scavare un abbisso tra il nuovo regime e l'antico. Ma la legislazione non prese un posto molto fermo che sotto la restaurazione; non si trovò più alcuno al di sopra della legge, né tampoco al di fuori della sua protezione. La revisione delle leggi civili e criminali corrispose ai bisogni della società; come del pari a quei della scienza. La legislazione civile si migliorò molto sul modello straniero, e conservando tutte le tracce di sua origine, si modificò nello spirito, e nella forma. Le leggi criminali, basate su i veri principi del dritto universale, s' ispiravano nei sentimenti generosi dell'umanità, e negli interessi dell'autorità. Il matrimonio non fu separato dalla religione, il contratto ritornò sacramento, ed il divorzio fu cancellato dal codice. Si diede più forza alla famiglia; la potestà paterna, conservatrice dei costumi, acquistò più estensione, e le successioni vennero meglio regolate. Si era osservato, che la divisione continua della proprietà per l'inflessibile legge della successione avrebbe sminuzzate le grandi colture, e preparato lo sperpero delle fortune: non si volle più rimescolare il suolo come la famiglia, e si ritornò ai maggioraschi, rendendoli possibili solo a pochissime fortune, e ciò per non urtare le idee dominanti dell'epoca. Si riformarono in pari tempo le leggi sull'espropriazione forzata. un'esperienza di dieci anni aveva fatto sentire la necessità di ritornare su d'una quantità di casi all'antiche leggi del regno, e cosi far rivivere nella legislazione lo spirito del diritto romano. D'altronde, questo progresso era altamente riconosciuto anche dai giureconsulti francesi.


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Il codice penale fu renduto più conforme ai bisogni della scienza, alla ragione ed ai costumi del tempo. Il popolo stesso avea rinvenuto, durante due lustri, nella moderazione del carattere de’ magistrati, e nei costumi che sono, presso noi come dovunque, un temperamento alla severità del codice dell'Impero. Nel 1819 la riforma ritenne i principi razionali di Beccaria e di Filangieri, i quali furono gran promotori del progresso compiuto nel dritto penale. Il codice, in reprimere il delitto, si propose per fine ultimo di prevenirlo. Si proporzionarono le pene ai misfatti con una gradazione più illuminata, con la soppressione di tutti i dolori inutili nei supplizi. Si abolì la gogna, l'esposizione non era servita durante dieci anni, che ad indurire coloro, che la soffrivano; si soppresse l'infamia del marchio, che perpetuando il disonore conduceva alla recidiva, e la confisca, che arricchisce i delatori, e spoglia gli orfani. In quanto alla pena dì morte, questa non fu più prodigata come nel codice dell'Impero. La distinzione tra il delitto tentato ed il delitto mancato, tra la recidiva, e la reiterazione, la gradazione della complicità, sono altrettanti acquisti dello spirito filantropico, reclamati dal progresso del secolo e della civiltà. La legislazione cosi emendata, prevaleva in modo su gli altri codici di Europa che l'Inghilterra l'adottò per l'isola di Malta, e la Francia nel 1832 vi attinse molte riforme. Il codice militare, con suo sistema di pene e col suo ordine di giudizi fu egualmente posto in armonia con l'esigenze della civiltà. Molto superiore a quei del resto d Europa, non ha cessato di esserlo al codice francese, che dopo la riforma introdotta nel 1850.

I risultati di tutte queste riforme non si fecero aspettare; il nuovo spirito di legislazione ebbe una felice influenza sull'andamento dei giudizi criminali, e lo spirito del governo rese sempre più rara l'applicazione della pena di morte. Dopo il 1831 niuna sentenza di morte poteva eseguirsi senza un rapporto precedente al Re, e perciò quasi sempre la pena era commutata.


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I Borboni esercitarono con magnanimità il dritto di grazia, così, anche dopo la rivoluzione del 1848, non vi fu che una sola esecuzione, quantunque il colpevole aveva aggiunto alla ribellione con mano armata l'esterminio di una famiglia intiera. In trent'anni non si son viste che tre o quattro eccezioni reclamate dall'opinione pubblica, ed il numero dei delitti tendeva a diminuire... felice applicazione dell'esperienza di Leopoldo II in Toscana.

Intanto lo spirito di partito, non contento di esagerare a proposito l'abuso, ricorse alla calunnia, e fece della giustizia napolitana il tema eterno di aspre controversie della stampa straniera. Gli emigrati del 1848 si vendicarono falsificando l'opinione pubblica, durante dieci anni. La stampa che aveva un bell'offizio d'adempiere, quello d'illuminare, di calmare le passioni e di preparare soluzioni parifiche, si compiacque di suscitare l'Europa contro il governo di Napoli; ed i giornali non erano sempre mossi dagl'interessi esclusivamente politici ed umanitari. Si. elevò a moda di portare sulla giustizia napolitana un giudizio tetro ed implacabile, senza il menomo pensiero della verità, e di gettare in pascolo della pubblica credulità i fatti più inverosimili.

Io non vi parlerei delle lettere di un ministro celebre, giudicate poscia con una severità ben meritata. Voi avete inteso parlare della cuffia del silenzio, e raccontare la storia più assurda e pia ridicola ancora degli ossami delle persone crocifisse, trovate nei sotterranei della polizia a Palermo. Vi era più di un secolo che si era abolito in Napoli l'uso della tortura. Nondimeno non si trasanda di gridare contro le torture che la polizia infliggeva nelle prigioni. Un emigrato, rifugiato in Firenze, inventò in un momento d'estro la cuffia del silenzio, e la sua invenzione fece rapidamente il giro del mondo. Un sentimento di carità e di misericordiosa politica m'impedisce di nominarvi questo calunniatore. (1)


(1)Con sommo dispiacere il traduttore deve turbare le


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Ultimamente, la speculazione ajutata dalla politica avea fondato i suoi calcoli sopra tutte queste invenzioni per segnalare la buona fede del popolo inglese. Sarebbe stato bello, in effetto, di ricordare a Londra le torture del tempo di Giacomo II! I Borboni di Napoli, al XIX nono secolo, non sono per un certo modo gli Stuardi del decimo settimo? Ma si sa la fine deplorabile del Dottor Nardi, che avea speculato sullo spettacolo delle torture napolitane. (1)

Intanto, un altro dottore, uomo serio e riflessivo, assicurò dopo la rivoluzione di Sicilia, aver veduto coi propri occhi, a Palermo, gli ossami dei giustiziati. Era gravoso, era uno scandalo, ma fa d'uopo attribuirlo senza dubbio ad un errore involontario. Palermo aveva conservato le vestigia delle pene barbare del medio evo. Vi si vedevano ancora nel 1845, teste e mani de’ giustiziati sospesi agli angoli delle strade in gabbie di ferro ossidato. Teste di delinquenti, quasi ridotte in polvere, eranvi, non ha molto tempo, esposte sulla porta di Trapani ed altrove. Questo lusso di crudeltà era scomparso dalle leggi, ma non si era mai pensato a distruggerne le vestigia, di cui, d'altronde, il popolo stesso non sì prendeva più pensiero. In occasione della venuta dell'Imperatrice di Russia, si volle fare scomparire questo spettacolo spaventevole, ma invece di trasportare questi funebri avanzi al cimiterio,


ceneri di quell'esule sig. Gennaro Belletti, ma nell'interesse della storia è costretto a farlo. Egli è morto non ha guari, senza però potere accusare il governo del Piemonte d'ingratitudine verso di lui per così bella invenzione.

(1)Il Dottor Nardi sia che fosse spinto o no, annunziò su i giornali aver trovata la CUFFIA DEL SILENZIO. Si recò in Londra, pubblicò manifesti, fece dipingere molti apparati di tortura, chiamò con tutti i mezzi un pubblico numeroso, ma fu fischiato! l dispendi erano stati molti, i creditori, pare, erano insistenti, ed ei pensò pagarli, bruciandosi le cervella.


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si ebbe la negligenza di gettarli in una segreta della polizia. Ora i ribelli, penetrando nella prigione per dare alle fiamme gli archivi, trovarono questi ossami ammucchiati, che credettero nel loro. delirio, essere gli avanzi di qualche infelice misteriosamente messo a morte. Ma il dottore inglese, a cui si erano mostrati, avrebbe potuto convincersi che quegli ossami rimontavano ad un epoca superiore ad un secolo; che niuno avea visto scomparire alcuno de’ suoi; che i detenuti erano sempre in comunicazione colle loro famiglie; ohe è impossibile oggigiorno di nascondere la morte di un individuo, perché un luogo di detenzione in una capitale, non è un'abitazione del medioevo, e che la polizia in questo caso, avrebbe meglio saputo celare i suoi misfatti. Non poteva avere, come il popolaccio insorto, la febbre calda della vendetta, che non ragiona. Disgraziatamente il governo napolitano aveva disprezzati gli attacchi della stampa straniera senza risolversi. giammai ad illuminarla. Senza questo fastoso e deplorabile disdegno, si sarebbe forse con vantaggio distrutta la causa di molti delitti, e di molti errori nazionali, spesse volte più umilianti che i disastri.

La stampa francese, la belgica, l'inglese, e specialmente quella del Piemonte si sforzò, durante dieci anni, di esagerare gli abusi del governo, di Napoli. Intanto una guarentigia del pubblico bene ed anche di bene popolare poteva trovarsi nelle leggi costitutive del regno. È da notarsi che tutte queste guarentie di libertà civili messe alla testa delle costituzioni moderne, si trovavano da più di mezzo secolo registrate nelle leggi napolitane. Le leggi governando il bene dello stato, la liquidazione dei conti dell'amministrazione pubblica, l'uguaglianza al cospetto della Legge, i casi di acquisto, o di perdita della nazionalità, la libertà individuale, l'inviolabilità del domicilio e del secreto delle lettere e la capacità per esercitare le pubbliche funzioni, tutto di già esisteva nel nostro codice. Le leggi amministrative erano conformi a quelle della Francia, e superiori a quelle


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 di molti altri Stati; la legislazione riguardando il commercio, l'ipoteche, il registro, le acque e foreste, portava l'impronta di una saggezza rimarchevole, che un mezzo secolo di giurisprudenza aveva sviluppata e consolidata. E per quello che riguardava la giustizia, i costumi, dopo lungo tempo, appo noi, avevano trionfati dell'inquisizioni giudiziarie col render pubbliche le discussioni; ed anche che si fosse serbata tuttavia severità nei giudizi, l'iniquità però non si poteva assidere alla sbarra dei tribunali. Solo quando le Corti di Giustizia hanno pronunziati i loro arresti nell'ombra del mistero e senza eco, gli omicidi giudiziali sono stati frequenti. Con tutto ciò non vengo a dire che il regno di Napoli era stato ben costituito in ogni cosa, e che la condotta del suo governo fu sempre ferma e prudente. E poi; perché orpellare la sua causa quando si conosce da tutti aver essa in difesa la ragione e la giustizia? La franchezza e la miglior cosa, e a altra parte, le cause cosi giuste e cosi sante, esiggono una misurata, e moderata difesa. Le cattive istituzioni possono depositare i germi di morte là, ove la vita era chiamata a svilupparsi, le buone leggi hanno del pari bisogno d'intelligenti magistrati, e di esperti amministratori. D'altra parte lo spirito del governo è quello che fa muovere il meccanismo politico di uno Stato, sicché la felicità, la forza ed il destino d'un popolo dipende appunto da questo spirito e dalla sua istruzione. I napolitani si credettero fondati a poter reclamare riforme nelle leggi, e non si può far di meno riconoscere oggi con una certa meraviglia, che semplici riforme avrebbero resa duratura la pace e l'indipendenza del regno. Se essi desideravano un cangiamento nello spirito del governo, ciò era pure nei desideri del potere. Ma l'opposizione sorda e continua di un partito esagerava i torti del governo, o non sempre improntavano con giustizia e verità bastante. Quest'opposizione travestendo gli atti dell'autorità per farla detestare, provocava il potere con la diffidenza. L'altezza disdegnosa di questo partito preferiva presso


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il potere la resistenza ostinata alle concessioni opportune. Se vi erano abusi nel Governo, erano abusi che non mancavano per ogni dove. Quando si leggono le lettere di Giunto, non si può rimanere non compreso di meraviglia in vedere che una stampa cosi libera, ed una tribuna cosi fragorosa non potessero impedire tanti disordini e tanti iniqui abusi nella vecchia Inghilterra. Ma checche ne sia, dopo la pubblicazione della costituzione, una volta ritornato al Governo rappresentativo, si sarebbe dovuto sforzare di mantener l'ordine e la pace nel regno; non solamente coloro che fanno degl'interressi materiali lo scopo principale della loro vita, ma specialmente quelli che, rappresentando le tendenze liberali in politica, dovevano a cuore tener la cosa. Questa classe che doveva tanto operare fu quella che, decisamente favori gl'intrighi di Torino, e Torino con somma alacrità pose ogni impedimento, onde Napoli non divenisse uno stato forte, e felice, che, non separandosi dalle sue tradizioni, sarebbe stato il vero sostegno dell'indipendenza italiana ed una fonte inesausta di vantaggi per l'Europa. Si preferì la chimera dell'uniti, che sarà un imbarazzo costante ed un pericolo continuato per tutti gli Stati. La nazione napolitana andava a smentire, ed in un modo il più energico, quelli che credono potersi cambiare impunemente le forme di governo. Le leggi stesse che rendono una nazione felice e prospera non si possono imporre, con la forza, ad un'altra che ha tradizioni e costumi interamente opposti. Or che deve accadere al Regno di Napoli?!.. I cambiamenti minacciano di farlo retrocedere al suo punto di partenza almeno di un mezzo secolo.

Albana, 10 Luglio 1863.

 

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LA GIUSTIZIA

Allo Stesso

Signore,


In che modo il governo unitario ha trattato le leggi napolitane? Il nostro codice civile non si è conservato che provvisoriamente. Il parlamento aveva deciso che le provincie meridionali continuarebbero ad esser regolate da questo codice fino alla promulgazione del codice generale. Ma una circolare del guardasigilli, ci vien a prescrivere la celebrazione dei matrimoni tra gli acattolici, nuovo insulto alle convinzioni religiose e nuova violazione della legge. La legge del registro pesa colla sua ingiusta fiscalità su i processi di poca conseguenza che riguardano più particolarmente il popolo. Si è costretto a pagare per lo stesso credito quattro volte la tassa: dopo una sentenza di condanna fino all'esproprio. Si è di già elaborato, come si dice, il codice generale, il codice di procedura, il codice di commercio, e si va prossimamente a presentarli alla legislatura. Si assicura non essere che un innesto, benché mal fatto, delle leggi Napolitane, Piemontesi e Leopoldine. Per altro le nostre leggi penali nel Regno si sono abolite immediatamente, in ragione che queste leggi sono strettamente legate all'ordine pubblico, e formano la base e la forza del potere. I barbari che inondarono l'Italia al cadere del Romano Impero, non altrimenti oprarono. Si era permesso alla Toscana, che aveva votata l'annessione, di reggersi colle proprie leggi, ed il regno di Napoli che non si era sottomesso, dicevasi, all'unificazione, fu privato dei suoi codici. Sotto il pretesto dell'unità italiana, invece di applicare le leggi penali napolitane, alle altre parti della Penisola, che se ne sarebbero senza dubbio trovati bene, s'imposero a Napoli le leggi Piemontesi.


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La dittatura subalpina compiacevasi sopprimere ed annientare tutto quello che poteva credere essere pel regno gloria e ricchezza intellettuale.

Il codice Piemontese intanto, non è che il codice dell'Impero del 1810, meno alcune disposizioni e la confisca. Niuna distinzione tra la recidiva e la reiterazione, niuna gradazione nella complicità, tutto il rigore di un potere sospetto per gli attentati contro lo Stato e pel rispetto dovuto all'autorità; la pena di morte prodigata come nel suo modello. Io mi restringo a citarvi una sola disposizione. L'autore di un tentativo qualunque e non prevenuto di cospirazione, nel fine di cangiare la forma del governo, è punito con la reclusione; e questa pena può ancora estendersi ai lavori forzati, secondo la gravita delle circostanze. Tra le pene non vi manca la gogna., fra i delitti d'incesto, che te leggi napolitano avevano saputo comprendere nelle disposizioni generali, ed il suicida, di cui la pena ricade sopra gli eredi. Le disposizioni testamentarie del colpevole si ritengono per casse, e se il delitto non è stato che tentato, il colpevole può essere rinchiuso fino al termine di tre armi. Bisogna non dimenticare, che in Piemonte la legge Albertina del 1831 abolì il supplizio della ruota, la pena di morte per i FURTI SEMPLICI, l'infamie, le tanaglie e la confisca. Cosicché l'omicidio volontario nel codice Piemontese, è ancora punito co’ lavori forzati a vita, anche quando è accompagnato da circostanze attenuanti. Nelle leggi criminali, si ama trovare la garentigia dell'interesse pubblico e particolare, non che questi due interessi equilibrati e debitamente soddisfatti. Però, nella legislazione sarda pubblicata nel 1839, non si trova questo equilibrio reclamato dalla giustizia e dall'umanità, anzi il sospetto e la gelosia. del potere in ogni linea soprattutto campeggia; e per convincersene basta leggere le disposizioni sulla cospirazione, sulla resistenza alla forza. ed all'autorità pubblica.

In rivestire l'autorità di un dritto terribile, quello della


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repressione colle armi, la legge Napolitana non permetteva alla forza pubblica far uso dell'armi che nel caso di violenza; il codice Piemontese punisce con prigionia di sei giorni a cinque anni l'omicidio commesso dalla forza pubblica nell'esercizio delle sue funzioni per eccesso di vivacità. La legge Napoletana non era indulgente pel rivelatore, perché quando le sue confessioni avevano luogo pria della cattura, esse si potevano ritenere come una testimonianza di pentimento. Non cosi il codice Piemontese, il quale accorda la sua indulgenza (ossia l’esenzione della pena) ad ogni accusato che ha denunciato, e fatto scovrire un colpevole. La quale cosa importa lo stesso che favorire, in un modo tutto immorale, la dilazione. A questo codice Albertino si è unito il codice militare sardo, in cui risalta una draconiana severità. Si è abolita la pena della bacchetta, ma però vi esiste quella di legare i soldati a' pali e di condannare a pane ed acqua: in tutti i corpi di guardia ognun tede sospese le catene di diverse grandezze. Le leggi d'istruzione criminale hanno regalato al Regno di Napoli i giurì, cosa che può aver meritata l'approvazione di coloro che preferiscono il giurì alla magistratura. Ma, per i tempi turbolenti che corrono, i giurì sono stati più umani e più indipendenti?

Ciò che l'uomo giusto e virtuoso, diceva Ersckine, deve domandare all'Altissimo con più fervente calore, è chela giustizia umana sia pura, elevata, benefica come la giustizia del Cielo. La giustizia Piemontese al contrario, entrando ad un tratto nel Regno di Napoli, si è presentata con la scure del littore alla roano. Essa si è servita dei magistrati come figure stabilite di uno Stato, per mascherare sistematicamente una usurpazione, ed introdurvi un dominio nuovo, senza badare che questo artificio politico è antichissimo. La nuova amministrazione dunque deve camminare, se l'è possibile, sulle tracce della precedente, ed il meccanismo del nuovo governo senza dubbio non può formarsi che con i mezzi rotti e dispersi dell'antico.


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Ma si ama meglio far ricorso ad istrumenti, di cui la sola rivoluzione conosceva la forza e la portata. Tutti gli agenti rivoluzionar!, tutti questi uomini dell'indomani, che aspettavano pazientemente il successo, si agitavano, sollecitavano, avendo tutti le suppliche in mano con forti assicurazioni di attaccamento. In questo focolare d'intrighi incessanti, non si ebbe né il tempo, né la volontà di una scelta illuminata. Mentre che i buoni magistrati tal volta potevano rendere tollerabili le leggi cattive, il. governo piemontese che si proponeva di riformare e moralizzare l'antica magistratura, l'ha disorganizzata, coll'introdurvi gli uomini ignoranti e sconosciuti, il cui solo merito era di aver cospirato contro l'antico governo, e di aver riportate politiche condanne. Gl'intrighi, venendo al soccorso delle ambizioni, federo largo all'avidità impaziente di mille e mille sollecitatori; la magistratura si vide invasa da tutte le giovani e vanagloriose escrescenze della, rivoluzione. Gli antichi magistrati furono tutti confusi nella stessa riprovazione; pochissimi, e la più parte sotto Il protettorato di qualche comitato, riuscirono a conservare il loro impiego. Centocinquanta magistrati, su quattro o cinquecento, furono scartati dal solo scrutinio del sei Aprile 1862, benché questo fosse il terzo!

E intanto nel parlamento italiano si ripete sempre che gli avanzi dalla antica magistratura sono quelli che compromettono la giustizia. Ma come lo può se essa trovasi in uno stato troppo servile? La novella magistratura, prestando naturalmente l'appoggio al potere, è stata da questo incaricata di non darsi carico a giudicare, ma di attivarsi ad ogni costo per la difesa del governo contro i sentimenti del popolo, e contro le imprese dei partiti, dovendo far ricadere sopra i vinti ogni rigore. Questi nuovi magistrati procedendo in tal modo, si lasciano giornalmente sorprendere in flagranti delitti di dimenticanza de’ loro giuramenti, e trovandosi sempre prodighi di queste vessazioni inutili e vergognose che, contro un governo sospettoso,


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provocano odio piuttosto anziché rigori. Si mosse accusa all'antica magistratura di non essere rimasta impassibile in mezzo agli avvenimenti e di non essersi scrupolosamente limitata nelle sue attribuzioni.1 magistrati creati dalla rivoluzione si glorificano di non essere giudici di tutti, senza distinzione d opinione, cosa degna dei ladri e degli omicidiari, che si vogliono cercare una piena fiducia col mezzo delle loro sentenze.

Non vi lusingate a credere che la nuova magistratura peccasse di eccessiva pietà verso un accusate, e indebolisse la giustizia con molta filantropia; come pure non è a temersi che essa abbandona mai lo Stato senza difesa., e le persone negli attentati d'un forte ed impunito delitto! Essa al contrario si affligge di non più avere alla sua disposizione le crude pene e gli atroci supplizi come ne' tempi che furono; per la qual cosa. non dì rado, i procuratori generali si lamentano, spiacendosi,. di dover applicare pene che troppo leggere, si presentano ai loro occhi. Che si direbbe, in Francia, se un pubblico accusatore, come il Signor Tramontana, nella sua requisitoria contro il Colonnello Barone Cosenza, avvertisse i giuri che i processi politici ^sono. eccezionali, e che bisogna giudicarli più da partigiani che da magistrati? d'altronde, in questo fatto $ si è avuto un esempio per sempre memorabile della indipendenza di questa magistratura. La Corte di cassazione di Napoli, dopo la vana impresa di Aspromonte, spogliò i tribunali delle Calabrie di ogni loro competenza, in vista di un telegramma del ministero di Torino, telegramma che si è anche ardito menzionare nella requisitoria dell'avvocato generale e nella sentenza. Nel processo della Principessa Sciarra, si dichiarò che la sua innocenza non doveva essere rilevata che nelle discussioni. Il luogotenente generale militare s'immischiò anche nella giustizia. Cosi, nel processo del sopradetto, Cosenza il Signor la Marmora raccomandò alla Corte di attendere con accuratezza alla procedura, perché il Colonnello, senza alcun dubbio, sarebbe condannato.


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Questi avvertimenti di tal fatta vengono sempre ben compresi dai giudici, a cui s'intende accordato il privilegio dell'inamovibili là, dopo l’esperienza di tre anni: e perciò I applicazione della Legge non data che dal 1862.

Che dire del codice d istruzione criminale? La facoltà accordata dalle leggi napolitane di lasciare in libertà provvisoria un prevenuto è stata ristretta dal codice piemontese, e per riguardo alle cose politiche si è messa in disparte. Il giudice in altro tempo, era in dovere, immediatamente interrogare il prevenuto. Oggi il codice sardo dispensa il magistrato di questo dovere, nel caso di flagrante delitto; ed in ogni altro caso, lo facultà di aggiornare questa formalità, basta che faccia menzione della causa del ritardo. Altre volte non si poteva negare il permesso di visitare i detenuti, dopo il loro interrogatorio; oggigiorno dipende dal beneplacito di un regio procuratore, o di un giudice d'istruzione. Per ottenere questo favore, i parenti ed i difensori debbono aspettare la notifica dell'atto di accusa, notifica che si fa tal volta attendere quindici mesi. Gli avvocati del foro napolitano hanno segnata, in pura perdita, una energica protesta, rammentando che i detenuti hanno per loro la presunzione dell'innocenza.

Le camere d'accusa, la cui missione è di garantire rinterrasse individuale lo compromettono tutto giorno, quando si tratta di politica imputazione, declinando ogni responsabilità. Esse credono che quando un accusato, è presentato al loro cospetto non può non essere colpevole, e poi lasciano all'Assise la cura ed il pericolo della liberazione. Questo è il modo con cui s' interpreta il voto della legge (anche quella piemontese) che comanda dover essere la detenzione preventiva la più breve possibile che si potesse. I giudizi di sottoporre all'accusa, servono per giustificare gli abusi della polizia. E non vi si è dato un esempio ancora che un magistrato preferisse alla fortuna l'indipendenza e la giustizia. La corte di Santa Maria diede la libertà a quasi trecento


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di questi individui, imprigionati arbitrariamente, e benché fin dal principio furono dai testimoni dichiarati innocenti, pure dovettero soffrire una lunghissima prigionia, e solo con questo mezzo poteva evitare la taccia d'indulgente, e forse anche il corruccio del potere. L'oppinione pubblica... non forma giammai quistione. Una Corte ha ricusato di riconoscere un decreto di grazia di Francesco II. sottoscritto in quel tempo che occupava le rive del Volturno: sulla qual cosa è da notarsi, che il delitto era stato commesso sul territorio occupato dalle truppe napolitane, e che la grazia non era stata accordata, che per questo solo, pel quale la giurisdizione dei magistrali era interdetta, trovandosi in potere del nemico il resto del territorio. La corte partì da questo considerando che il Re, essendo sortito da Napoli, era decaduto dai suoi dritti di Sovrano, ed i prevenuti dopo aver sperimentata una lunga detenzione, furono condannati.

Questi registrati, timidi e tentennanti, non si curavano affatto di sollecitare e di assicurare il corso della giustizia: sicché il presidente della corte di Napoli Sig. Giacomo Tofano, supponendo che la lentezza introdotta nei giudizi, era la causa della sua destituzione, riconobbe in una giustifica stampata, che questa accusa era ben fondata ma però se l'attribuiva a vento; perché ei soggiungeva: questo modo di agire da parte sua era un atto di patriottica prudenza. Se io, ei seguiva a dire, avessi liberato una moltitudine di detenuti, come era obbligato a fare, 'perché senza prove, avrei ben cagionata al Regno una più grave e più pericolosa situazione, tanto più che era giunto il momento in cui la rivoluzione veniva a scoppiare... Giustificazione degna di Carrier, o di Lebon! Questo tipo di magistrato annessionista prendeva la maschera della giustizia, più odioso mille volte che lo scherno sfrontato dell'oppmione. Felici gli oppressi, che dopo una giusta detenzione, sono rinviati alle Assise, mentre gli altri marciscono nelle prigioni in mezzo a tutto ciò che le grandi città producono di più


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 corrotto e di più impuro. Quante migliaia di prevenuti sono stati gettati in prigione senza prevenzione e senza processo! Essi non eran rei d'altro delitto che di odiare i loro oppressori e di affrettare col desiderio il giorno della liberazione, dopo tutto ciò, è maraviglioso che un'annessione imposta dalla forza, sia esecrata da uomini che veggono la loro patria assoggettata e spogliata, le campagne e le città messe a fuoco ed a sangue, e l'esecuzioni sommarie all'ordine del giorno! Per altro gli usurpatori, sotto l'impressione dei timori che van sempre d'appresso alle nuove conquiste, non si prendon carico d'altra cosa prima della loro sicurezza, e questa, secondo essi, non può esser meglio garentita che dall'esilio e dalla carcerazione di tutti colora che eccitano i loro sospetti. Le persone dabbene, e spesse volte anche i membri distinti della aristocrazia, sono stati rinchiusi coi malfattori più infami; un gran numero di uomini distinti per la loro sociale posizione, per la loro fortuna, pel loro sapere; sacerdoti di grande pietà e d'illibati costumi, sono stati messi in prigione e confusi coi ladri, e con gli assassini. Il Duca di Popoli, solamente fu molto fortunato, perché sorti dopo cinque giorni di detenzione, e fu troppo prudente ed assai disprezzante per non mercanteggiare il suo dritto di esiliarsi. (1)

I detenuti sono assoggettati ad inauditi trattamenti e non è loro permesso neppure di scrivere e di ricevere lettere o di avvicinarsi alle ferriate; i loro parenti ed i loro avvocati non possono che rarissimamente visitarli se non in presenza dei 'carcerieri. Per convincersi della verità sarebbe necessario leggere il regolamento delle prigioni ed allora non si potrebbe non dire che lo Spielberg è stato calunniato; tanto più che i custodi delle carceri sono tutti piemontesi. Al fatto, perché i detenuti sarebbero meglio trattati che i soldati? (2)

(1)Il traduttore crede che fossero quindici e non cinque i giorni passiti in carcere da questo gentiluomo, che divide da più anni l'esilio col Re.

(2)Si legga nella pagina 139.


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Il dubbio è possibile, dopo la tornata memorabile del parlamento britannico in cui valenti oratori consegnarono all'indignazione europea la tirannia e l'atrocità piemontesi, nel Regno di Napoli; dopo la testimonianza del nobile e generoso personaggio Lord Enrico Lennox, il quale affermò sul suo onore ciò che aveva veduto coi propri occhi, percorrendo l'Italia? Non haegli delineato con orrore, al cospetto del popolo Inglese e di tutta l'Europa, il miserevole stato delle prigioni napolitane, e denunziato il numero dei prigionieri detenuti dopo dieciotto mesi, anzi due anni, senza conoscere il delitto, che loro veniva imputato, senza esser stati interrogati, a segno tale che avevano anche cessato di muover lamento? Vi erano molti gentiluomini che sotto il peso degli anni si erano curvati, o sopra le crucce si trascinavano.

Lord Lennox ha veduto i prevenuti politici confusamente con i condannati per atroci delitti, e con i condannati à morte; questi stessi confusi cori gli officiali della guardia nazionale, con i debitori con i sacerdoti, e co Vescovi; uomini per nascita e per educazione distinti trascinare la. catena dei l'orzati e andar legati co’ briganti condannati per latrocinio,, o per omicidio; volontari garibaldini, di cui si era molto accettato il concorso per accendere l'incendio, ma ripudiato per estinguerla, donne accusate di simpatie politiche rinchiuse con la feccia dei bivi; tre nobili donzelle, che i cuori più duri avrebbero risparmiate, condannate a vivere nello stesso modo.

Ah! si che allora l'anima generosa dell'inglese dove sentirsi commossa ed assalita dalla trista rimembranza delle giovani figlie di Tauntòn! Ed intanto qual differenza! Le giovani inglesi del secolo XVII offrirono uno stendardo a Montmouton, in un momento di trionfo della sua ribellione, e le giovani napolitane del secolo XIX, invece, han sospeso nella finestra un lenzuolo che ben tosto si è trasformato in borbonica bandiera! Le inglesi espiarono il loro fallo in una prigione,


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ove imperversava; una malattia contaggiosa, e finirono col pagare un prezzo pel riscatto, ma le napolitane sodo rimaste per lungo tempo in mezzo a questo conteggio dello spirito e non ne sono uscite che disonorate per sempre da un simile contatto. (1).

Il filantropo inglese, questo degno compatriotta di Howard, vide ammucchiati cinque o seicento prigionieri nelle carceri, che prima erano destinate a contenerne duecento o trecento. Questi disgraziati, esultanti di piacere, come alla vista di una divinità tutelare, l'assalirono di lamentevoli grida, di preghiere, e di suppliche disperate; domandando, non la libertà, ma i giudici ed un giudizio. Con gli occhi schizzettati di sangue e con le braccia tese, gli si affollavano d'intorno, implorando il suo patrocinio. Le loro vesti menta sucide e logore se ne cadevano a brani, ed appena appena coprivano la loro nudità. E tutte queste creature umane erano condannate a nutricarsi di un nero pane, che non si sarebbe gittato ai cani, e che non cedeva neppur sotto la pressione del piede. Il nobil Lord può constatare il loro stato dì ributtante sordidezza,: l'aria mefitica che respiravano ed il loro nutrimento mal sano, che avevano fatto sviluppare la febbre tifoidea; cosicché non potette non fare il paragone tra questo tristo ed orrido spettacolo coll'inferno di Dante, e tra questi infelici condannati che non proferiscono altro che

Parole di dolore e accenti d'ira

Che non si sarebbe detto visitando le prigioni delle provincie come quelle di Cosenza, di Potenza, di Catanzaro, dove i detenuti erano ammucchiati e dovevano dormire senza paglia, e senza coverte, ove Dell'ultima di queste città


(1) Queste tre sorelle infelici, trovate nel carcere delle prostituii di Santa Maria Agnone da Lord Enrico Lennox, han nome Francesca Carolina e Raffaela Avitabile.

Il nobile Lord diceva in tale proposito nella camera: ecco ove è giunta la legge e la giustizia nel Reame di Napoli!   


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duecento ottanta di essi, nel 1862, erano attaccati dal tifo? Che non si sarebbe detto se si fossero visti a Foggia i carcerati ammucchiati, per mancanza di locale, nelle anguste e corrotte cose di legno? e le carceri di Avellino stivate di vecchi, donne, fanciulli stesi per terra, perché i loro padri, i loro figli, i loro mariti combattono nelle fila degl'insorgenti? Quale impressione non avrebbe prodotta là vista del rigurgitamento dei carcerati, nel forte di Mare, a Brindisi, tutti di onesta condizione, circondati da muraglie umide e perciò mortali, e quei che si credeano pericolosi legati strettamente ai pali di legno? Che non si sarebbe detto se si fossero ascoltati le lamentevoli grida dei prevenuti battuti dagli aguzzini, o dalle guardie nazionali...? Ve ne fu uno, a Nisida, che si era legato all'inferriata di una finestra con una catena che gli stringeva mani e piedi. Tutti questi carcerati sono magri e pallidi, e spandono nelle loro segrete prigioni una fetida e pestilenziale atmosfera, che può far vendetta su i loro giudici, ma in tal modo, da un momento all'altro innocenti città, si possono ammorbare. Lord Lennox non ha potuto dividere l'indifferenza che affettano i dominatori di Napoli, ed alla quale vogliono abituare la società. Ah! se il suo ardente amore per la giustizia e per l'umanità l'avesse condotto nelle viscere della terra, ne' sepolcri antichi delle Chiese di qualche località della Basilicata, avrebbe veduto calare i detenuti, là dove una volta si calavano i cadaveri! Alla vista di questi patimenti, sconosciuti ancor dai negri trasportati da Congo al Brasile non poteva fare a meno di gridare che: sul suolo napolitano, una volta paradiso terrestre dell'Italia, vi si trova tutt'ora qualche cosa di peggio dell'inferno di Dante.

Albano li 11 Agosto 1863.


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I GIUDIZI

A M. Berryer

 Signore


Compita appena l'annessione, la libertà individuale in Napoli venne onninamente a mancare. In fatti, ivi dall'ora non si è mai cessato d'imprigionare senza querela, senza processo e senza mandato della giudiziaria autorità, essendo sufficiente una denunzia ratta innanzi ad un guastamestieri, patriotticamente autorizzato. Il capriccio di una spia, di una guardia nazionale, di un camorrista e del primo arrivato che ti arroga il dritto del potere, è bastante a fare arrestare migliaia di persone, il cui solo delitto, è di lagnarsi del servaggio della patria. Per esempio, voi volete vendicarvi d'una dimanda respinta, d'una lite perduta,,0 di qualunque riprensione incorsa per sregolatezza di costumi? Denunciate! Perché in questo modo furono arrestati molti Sacerdoti nelle provincie, e l'antico procuratore generale Francesco Morelli fu assalito nella strada di Toledo e trascinato in prigione; chiunque perciò era rimasto fedele all'antica fede si è trovato nello stesso pericolo, aspettandosi indubitamente la medesima sorte. Il principe d'Ottajano, Giuseppe de’ Medici, dovette soffrire quattro mesi di prigionia e fare emigrare suo figlio, prima che non si ricolmasse di onori per la sua strepitosa apostasia. Complice spietato dell'assoluto potere fece di tutto come dimenticarsi della sua vecchia complicità, onde risparmiarsi de’ rimorsi!...

Questi modi di agire sono assestamenti di coscienza, che non onorano gli uomini, tanto quei che li provocalo, quanto quei che ne assumono la responsabilità; benché a Napoli, tuttavia, serbando una tal condotta, non si è sempre sicuro.


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La Francia e l'Inghilterra che penseranno su queste brute violazioni della libertà individuale, la quale solamente, può contribuire alla sicurezza, ed in conseguenza, alla felicità degli abitanti? Qual cosa dovranno dire gl'Inglesi, che sono cosi attaccati alla legge dell'habeas corpus, la quale vien considerata da loro come il freno più potente che la legislazione avesse mai potuto imporre alla tirannide? Eppure il timore degli arresti arbitrar! era tale che nissuno ardi più dirigersi da Napoli verso lo Stato pontificio senza far la volta di Livorno, o di Marsiglia. Al ritorno però queste precauzioni non erano manco sufficienti. Un prefetto, il Signor Pasquale Mirabella, reduce da Marsiglia, dopo sei mesi d esilio volontario, si vide arrestato, nel punto che disse il suo nome, e rinchiuso per sedici mesi.

L'inviolabilità del domicilio non è stata più rispettata, le guardie nazionali, i camorristi, ed i studenti si permettevano come per dritto d'invadere le case dei sospetti. Dal primo gennaio alla fine di Marzo 1862 si fecero 1,511 visite domiciliari nella città di Napoli. (1) Si trascinavano i cittadini nelle prigioni, spietatamente strapazzandoti. Si è visto un carabiniere a cavallo condurre un infelice, ligato col cappio al collo, perché impotente a seguire il trotto della sua cavalcatura; arrestati ammucchiati su di una carretta, in cui trasportavano confusamente due religiosi: ed un giorno il popolo si dovette ammutinare per sottrarre un prigioniero dalle brutalità di un gendarme, che l'aveva ligato alla coda del suo cavallo.


(1)Da Marzo 1862 fino a Giugno 1864 si sono verificate oltre DICIASSETTE MILA SEICENTO TRENTACINQUE visite domiciliari come potrà riscontrarsi nel Nomade e nel Popolo d'Italia dei due anni. E ciò per la sola Napoli, e se si volessero poi riunire a questa cifra quelle delle provincie al di là ed al di qua del Faro, il numero totale ascenderebbe di non poco superiore alla cifra dei debiti contratti in quattro anni dal governo civilizzatore.


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Lo autorità non danno. migliore esempio: il questore (prefetto di polizia) Signor d'Amore ferì esso stesso con colpo del suo revolver un certo Tancredi, che ricusava confessarsi colpevole di complotto, borboniano. Questo. prefetto, magistrato sortito dalla rivoluzione, non ambisce che una gloria: l'ha di già ottenuta, Gli ufficiali che avevano combattuto sulle rive del Volturno, e del Garigliano, malgrado le capitolazioni di Capua, di Messina e di Gaeta; in vece di vedersi accolti nei ranghi della nuova armata, o ammessi in un ritiro onorato, sono stati arrestati, durante la notte, nel loro pacifico domicilio; ed ammucchiati su dì un naviglio furono trasportati a Genova, quindi in Alessandria; senza essere stati mai fatti degni di conoscere la causa del loro arresto, il magistrato, che l'aveva ordinato e la sentenza che li destinava a quest'arbitraria ostracismo. Coloro che, fedeli al loro giuro, avevano pugnati pel Re e per la patria, fino all'ultimo momento, caduta Gaeta e ritornati in Napoli, furono arrestati, e nell'orrida e meschina isola di Ponza, deportati. Vi è di più: Si spedirono bastimenti a Civitavecchia, per prendervi gli ufficiali, che essendosi rifuggiati colla loro divisione sol territorio romano, erano stati più tardi ammessi a partecipare della capitolazione di Gaeta col prezzo della cessione di Messina e di Civitella del Trento. Arrivati al porto di Napoli furono ignominiosamente portati nei forti, ove trattenuti diciassette giorni, si spedirono a Ponza in cui si trovavano di già i loro infelici compagni d'armi.

I Borboni nel 1815, dettero esempi di una condotta molto differente assai nella lealtà, e tanto è vero, che vennero riconosciuti tutti i gradi delle milizie debellate. I nostri ufficiali, indarno invocano la loro capitolazione: si teme l'elemento napolitano, e si vuole compensare l'elemento piemontese. Il più di questi sfortunati si trovano oggi rilegati nel loro paese  natale, ove l'assenza li aveva fatto dimenticare o nelle piazze fonti, in cui sono privi di ogni cosa. E ritornando nei loro focolari, i soldati sono stati insultati, maltrattati, impriggionati ora


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 dagli antiborbonici, ed ora dalle stesse autorità, felici coloro che han potuto prendere la fuga!... Tre anni sono già scorsi di piemontese dominio, e gli arresti arbitrari non cessano ancora. Questi attentati si vorrebbero anche giustificare; col dirci che sarebbe ignoranza voler condannare il rigorismo, dopo le regole, che non possono essere osservate se non nei tempi, in cui l'ordine è ristabilito...

Quando un popolo vuole assicurare la sua libertà, deve prevalersi di tutto ciò che può menare a questo fine ecc. Queste sono le massime degli uomini del potere, e specialmente del prefetto di polizia di Napoli. E questi che si allontanano in ogni momento, dalle forme prescritte dalla legge, e da ogni regola di giustizia e di morale, si danno il vanto di aver sottratto il popolo dall'antica tirannia! A Napoli il governo piemontese non si è mai fatto scrupolo di violare il secreto delle lettere, e spesse volte carabinieri situati dietro l'inferriata dell'officio hanno tratto in arresto coloro che si portavano a domandate ima lettera sospetta, una lettera proveniente da Multa, da Marsiglia, e specialmente da Roma nella quale si era trovata qualche frase ambigua qualche espressione di speranze di famiglia, di un voto! Ed il processo del Duca di Cajaniello n' è una delle tante pruove; ed abbenchè si fu costretto dichiarare la sua innocenza, da tutti riconosciuta, pure ciò si fece dopo d'averlo fatto soffrire otto mesi di dura ed inumana prigionia. Il processo del Marchese Spaventa, ebbe pur principio da una lettera enigmaticamente sorpresa su di contadino, dopo che un'altra ne era di già stata sorpresa alta posta, che aveva messa la polizia agli agguati. Dopo una lunga detenzione ed un solenne giudizio, se non imparziale, fu d'uopo infine rassegnarsi ad un pagamento, e di questi simil fatti se ne son visti in moltissime località, sicché talvolta gli agenti provocatori hanno scritto delle lettere per ottenerne risposte, onde trarre appoggi di convinzione.


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Tutto questo non è da metterei in dubbio, poiché il gabinetto di Torino accusato di violazione del segreto delle lettere affidate alla amministrazione, non si difese, limitandosi ricusare alla Camera la presentazione dei documenti. Questo era il medesimo gabinetto che dicevasi impastoiato nella repressione dell'insurrezione napolitana, pel suo rispetta di legalità e di garanzie costituzionali! È pur vero che senza contare il numero dei detenuti nelle prigioni militari, (che sono i ingombre), i medesimi pelle prigioni civili sono ascesi talvolta alla cifra di trentamila e più» cosa che non mai si è verificato nel passato, benché si volessero numerare riuniti tutti i prigionieri ordinar! e politici nel corso di un lustro. Nel Budget del volgente anno si è domandato un aumento di fondi per le prigioni, perché la cifra dei prigionieri in tutta Italia è già montata a trentaduemila e ventitré. Ma un depotato del parlamento Italiano, prendendo come media proporzionale la metà di duemila e quattrocento prigionieri di Salerno, ha elevato il numero dei detenuti per le sole provincie meridionali a ventitremila (1) La lentezza dei giudizi vi deve contribuire ancora, perché nella sola provincia di Salerno nel 1862 sopra mille ed ottocento prevenuti, non se ne giudicarono che solo cento. A proposito di ciò un generale piemontese pubblicò una sua lettera nei giornali, con la quale confessava che le prigioni della provincia di Basilicata rigurgitavano di detenuti, di cui la giustizia stessa non sapeva che fare; la loro iscrizione sul registro dei carcerati, non essendo accompagnato da alcun processo verbale, constatano il motivo dei loro arresti.


(1)Dalle relazioni date dai giornali si apprende: che la cifra dei prigionieri politici e sospetti è giunta fino a SESSANTA MILA oltre i carcerati per delitti comuni, esclusi pure i settemila che finora sono stati inviati al domicilio coatto. Di questi ultimi infelici si è fatta offerta ai proprietari di fondi, potersene giovare pari ai schiavi. Ohi quanta differenza tra gli esiliati Polacchi e gli esiliati Napolitani...!


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E quali guarentigie trovano gli accusati nei magistrati, nel giuri? Niun prigioniera accusato di reato politico può aspettarsi da loro un giudizio imparziale. I vincitori non debbono mai essere chiamati a pronunziare sulla sorte dei vinti, e con più forte e miglior ragione da coloro, che non hanno presa parte alla lotta. I magistrati di oggi giorno, sortiti dall'urna dittatoriale o da quella ministeriale di Torino, non appena si assidono allo stallo, già pronunziano sulla sorte degli accusati.1 giurì non fanno altro che tener fissi gli occhi sul presidente; il presidente è il Giove che, con un segno di testa, tutto anima e muove. (2) La redazione delle liste dei giurì è non poche volte controllata dalle autorità amministrative, le quali senza pudore si avvalgono di tutti i vantaggi, che te lettera della legge assegna al governo. La lista dei giuri è formata in ciascun anno da Sindaci nominati dal governo; ma i prefetti hanno facoltà di diminuirla o aumentarla all'epoca della sessione, una commissione amministrativa prende da questa lista un nome di ciascuna serie di Quattrocento iscritti; il prefetto ed il consiglio provinciale, percontando questa nuova lista, possono, perché ne hanno il dritto, cancellare un quarto di tali nomi. Dopo ciò fatto, dei rimanenti nomi se ne tirano a sorte trenta, fra i quali il pubblico ministero può rifiutarne otto del pari che l'accusato. Da tutte queste radiazioni certamente non può risultarne che un giuri ubbidiente, zete, e per nulla attaccato ai scrupoli nei politici processi. In generale, i giuri sono uomini del partito, scelti arbitrariamente dai prefetti, servi del potere per vantaggiare la propria fortuna. Persuasi che essi nuovamente dovranno riconfondersi con la folla, non li vince né il pudore né responsabilità, e perciò senza scrupolo sieguono la direzione dei magistrati e le ispirazioni del partito, e si affrettano,


(2)Il Presidente nelle cause politiche è quello che distrugge, edifica, muta il quadro in tondo e questo in quello.


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o per passione politica o per egoistico timore» giustificare tutte le oppressioni del potere. Intanto non ci è scampo; innanzi a questi giurì, passati al crivello di molte radiazioni amministrative debbono essere trascinati gli accusati politici, sulla cui sorte pronunziano con un si o con un no, senza essere obbligati di giustificare le loro decisioni. Le assise in provincia, talvolta hanno giudicato cinquanta ed anche cento accusati insieme, ed il giurì ha dovuto rispondere a settemila e cinquecento quistioni in una sola causa! E quanti falsi testimoni non compariscono innanzi a questo giuri per ottenere il perdono o il favore del potere! Quanti altri lamentevoli fatti non avrebbe registrato il vostro Beranger, se fosse venuto a cognizione de' verdetti del ghiri napolitano!

I condannati non ottengono che le universali condoglianze, più e segreto omaggio, che solo alla virtù ed alla disgrazia si render ma i giudizi restano sempre qual sono: la passione senza la verità e la forza senza dovere. Il magistrato, che ha condannato il Conte de Christen alle galere, può arrogarsi il titolo di coscienzioso? Il Cavalier Gabriele Quattromani, cieco e più che sessantenne, aveva affidate alla Principessa Sciarra, partendo per Roma, lettere sigillate, due delle quali, in cifre, esprimevano voti e speranze che non si potevano qualificare colpevoli, se non con molta buona volontà. Il vegliardo, trascinato innanzi le assise, confessò aver rimesse le lettere, ma negava le due criminose, che gli era impossibile, cieco, d averle vedute mettere nella stesso pacchetto. Or la Principessa fu lasciata libera, e l'illustre letterato fu condannato a dieci anni di reclusione. Ah! se un'antica Corte criminale avesse discusso questo giudizio!

Ma innanzi al giurì, che pronuncia sul suo onore e sulla sua coscienza, talenti oratori, logica e passione, non valgono a nulla. La vostra maschia ragione, Signore, la sublimità del vostro sapere, l'estro inesauribile, ed il prestigio della vostra eloquenza incaglierebbero


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innanzi a simili magistrati; voi non potreste neppur dirgli: batti, ma ascolta. Forse è più giusto di attaccarsi ai tempi, che agli uomini: l'abbassamento dei caratteri siegue sempre a appresso ai torbidi civili.

Al cospetto di una tale giustizia, vengono trascinati qualche volta accusati, che dominando i propri giudizi coll'altezza della loro dignità, riggettano ogni mezzo di difesa, come indegna della loro posizione d'oppresso; essi si lasciano accusare di cospirazione, convincere, e condannare su motivi cosi frivoli, che lo spirito del partito, e lo spirito di cavillo né hanno spesso arrossito. La maggior parte di questi sono martiri ignoti, che non pensano punto a farsi merito del loro attaccamento. Essi sanno che, quantunque il giurì rendesse loro un verdetto di non colpabilità, pure non sortirebbero dalla prigione. Non si è abrogato, quanto io mi sappia, l'ordinanza del Sig. Conforti, altre volte ministro di Garibaldi, ed ora presidente della Corte di cassazione, che prescrisse ai governatori di provincia di ritenere sotto chiavistello tutti coloro che i magistrati dichiarassero innocenti, dovendosi attendere per sortire, il beneplacito della polizia. In Inghilterra, in Francia, nel Belgio, ed in tutto, il mondo l'artigiano più infelice, lo stesso contadino che è attaccato al suo aratro, gode sotto l'egida delta legge una piena libertà; inviato alle assise, è sicuro di comparirvi in tre mesi, e di riacquistare immediatamente la sua libertà, se si perde. A Napoli sotto il governo italiano, uomini distinti per nome, fortuna, sapere, e per le funzioni pubbliche che hanno esercitate, sono strappati dal loro domicilio e mandati o in esilio o tant'osto gittati in prigione; e se per avventura, la loro innocenza venisse dai magistrati proclamata, pur nondimeno, vengono lasciati a marcire indefinitamente nelle carceri. Il popolo ha sentimento profondo della giustizia; egli la sente viva e luminosa nella sua coscienza, questa giustizia assolve come lo stesso Iddio; il governo moralizzatore, lui solo, non la crede necessaria per la civile società.


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Egli non fa che sostituire la giustizia privata alla pubblica, e niun atto di clemenza sino ad ora si è verificato!(1) Ah!... che io son compreso di meraviglia per quell'antico barbarismo che il governo di Torino ha voluto far scomparire!   

Aliano, li 18 Settembre 1863.




(1)Durante quattro anni di governo Piemontese in Napoli, non si è veduto un uomo aggraziato, e se si è emanato quache indulto, è stato atto da burla, perché chi oggi veniva liberato, domani era di bel nuovo incarcerato.


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L'EDUCAZIONE

Al Sig. Guizot Membro dell'Accademia Francese

Signore


Non è permesso ad alcun paese di separare completamente i suoi destini letterati da suoi destini politici. Le barbare vicende che il regno di Napoli ha subite, durante più di un mezzo secolo, vi hanno sempre messo il pensiero ad una seria e solenne prova. Al principio di questo secolo, l'occhio meno esercitato avrebbe potuto vedere, che il genio e la scienza non erano sopravvissuti allo stato di cose, onde avevano ricevuto cominciamento. I grandi uomini, il cui talento aveva sparso tanto splendore sul regno di Napoli al XVIII secolo, e che si erano prodotti nei giorni fortunati, non avevano lasciati successori. Nondimeno sotto la conquista francese, si potavano ancora vedere i grandiosi avanzi, le splendide reliquie, e le magnifiche ruine, come muri anneriti di un edificio, dalle fiamme consumato. Poco dopo, gli uomini più versati nelle scienze nelle lettere si proposero di rialzare ciò che la tempesta aveva abbattuto. La letteratura, nata da questo tentativo, e che, nel principio aveva mostrato più spirito ed abilità, che dignità e patriottismo, mise bentosto al disopra del potere la sovranità dell'indipendenza, della giustizia e della ragione: se aveva perduto in solidità, aveva guadagnato in estensione ed in superficie. Sotto la restaurazione questa letteratura mirò a creare l'aristocrazia dell'intelligenza. Le anime si ritemprarono al ritorno verso le idee severe di nazionalità, di monarchia, e di morale che si operò in tutte parti. Alla vista allora di tanta unione negli spiriti e di felicità nelle circostanze, tutto sembrava facile! Era un nuovo ristauro d'un tempio antico.

 La rivoluzione del 1820 provocò un eccesso di attività intellettuale, e l'apparizione di una quantità


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di scritti incendiari, ma a poco a poco il movimento intellettuale riprese il suo andamento interrotto, e lo spirito di restaurazione rinacque. Il governo vi contribui di molto colla riorganizzazione de' licei, e con autorizzare la società di scienze, di medicina di dritto e di agricoltura, creando centri d'istruzione e di civiltà nelle provincie, scuole per l'istruzione della infanzia e collegi per iniziare l'adolescenza alla letteratura. Vi era l'Università per ammaestrare negli studi superiori e la Accademia reale per rimunerare le fatiche. Vi fu nel 1830, un ritorno manifesto a tutte le ispirazioni generose, ed a più riprese si fecero nobili sforzi in tutti i rami del sapere, nelle scienze fisiche e morali, nella storia, nella giurisprudenza, nell'economia politica e nelle: scienze morali. Questo movimento per le circostanze favorevoli, si estese di poi con una moderazione da far presagire certo la sua durata.

Ma gli ultimi rigagnoli di queste sorgenti sì vive e sì abbondanti non si vanno ancor essi a perder nella sabbia? L'attività intellettuale che ha sopravvissuta nel regno, con molte eccezioni, resiste a tutte le rivalità, sfidati i rapimenti passaggieri della gloria militare e le perturbazioni civili, potrà essa sopravviene alla rovina della monarchia ed alla perdita della indipendenza nazionale?

Gli è proprio nella natura stessa di una rivoluzione di attraversare i progressi dei lumi; le crisi politiche sono alle lettere ed alle scienze ciò che l'uragano è all'atmosfera. La sola pace, può sviluppare la somma della intelligenza di un popolo, perché la letteratura subisce sempre l'influenza delle passioni, delle azioni, dei piaceri e dei dolori di coloro che la coltivano. Quei che pensano essere i tempi di commozioni politiche produttori di opere eminenti ed originali, confondono le lettere e le arti col genio, che si apre un sentiero attraverso tutti gli ostacoli di un'epoca.

Dante, sperimentato dalla persecuzione l'esilio


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e la povertà, Milton, provato dalle sofferenze, pericolo e cecità, ebbero campo a meditare canti sublimi e santi, in mezzo all'effervescenze politiche dell'epoca loro, come l'avrebbero fotta nei tempi perfettamente pacifici. Ma il pensiero, che teme il rumore delle armi ed il conflitto delle lotte civili, noli spiega le sue ali in mezzo alla scuotimento della società» Quale 'Splendore hanno avuto, dorante te rivoluzione, le letterature inglese e francese? In tempo di crisi sociale, gli scrittori non pensano a reclamare dal pubblico una attenzione assorbita tutta intiera dagli avvedimenti, e che senza fallo, sarebbe a loro negato. Una generazione che subi una rivoluzione è quasi sempre insensibile alla storia delle lettere. In Inghilterra, per esempio, il regno di Carlo II fu sterile, ed i belli modelli non si produssero, che sotto la regina Anna. Passata la rivoluzione, ristabilita la calma, la speranza rinasce, e gli spiriti possono far ritorno ai loro antichi lavori ed alle pacifiche preoccupazioni del passato, ad in tal modo la Francia ha veduta fiorire la letteratura sotto la restaurazione.

La letteratura, quasi sempre responsabile delle commozioni sociali, travaglia al momento della restaurazione per modificare le idee e purificare i sentimenti; la ragione e la scienza riparano allora i danni, a cui hanno contribuito. Là maggior parte degli scrittori debbono far dimenticare gli eccessi ne' quali si son precipitati per attraenza, perché essi allora sono quei che comandano la riserva alla filosofia, alla storia, all'economia politica, e sopratutto alle opere d'immaginazione. Ma quando una perturbazione sociale indebolisce il sentimento morale di un popolo sotto il colpo di una trasformazione profonda, quando un popolo perde la sua individualità, le lettere non possono divenire, che un'arte liberale, come ai tempi d'Augusto.

Esse rimangono estranee agli interessi della politica e dello Stato. I sapienti saranno necessariamente relegati lungi dagl'interessi attivi della vita, e non avranno più


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la passione del bene pubblico per la speranza di contribuirvi. La letteratura sarà allora come quella dell'Irlanda e della Polonia; e quest'ultima non ha vissuta quasi pel giro d'un secolo, che straniera sulla terra. Essa conterà autorità brillanti, ma non avrà più ispirazioni all'avvenire, perché non si potrà più dare impulso alla rigenerazione del paese. Non si esporrà più per meritare la pubblica stima, perché il favore pubblico non sarà più là per incoraggiare tali sforzi e né si penserà da vantaggio alla gloria del passato. Lo spirito nazionale è in rapporto diretto con la vivacità delle memorie nazionali.

Distrutte le istituzioni civili, la civiltà che in tal modo è un prodotto del suolo, deve d'altronde arrestarsi. L'indipendenza del pensiero, una volta compromesso, l’armonia della letteratura, coi sentimenti del popolo, sarà rotto; e la letteratura non si potrà più confondere come nel secolo XVI, colla civiltà, come del pari non si potrà render popolare tra le classi inferiori. Questo appunto è quello che di già si è verificato nelle Due Sicilie.

Ognuno portava speranza che il governo italiano, atteggiatosi a riformatore, facesse possibili sforzi per ricondurre le istituzioni napolitane al loro pristino splendore ed incoraggiasse il movimento intellettuale, ma... s'ingannarono, perché troppo diffidi cosa era indagare i disegni del piemontese assorbimento; sicché avvenne che tanto gli uomini di lettere, quanto quegli di politica, si trovarono in una falsa situazione. Il loro bizzarro concerto di lodi esaltate, e di critiche amare, s'intese ben tosto, ed in una parte dell'Italia adulatrice più che la Grecia, si fé sentire più forte. Ma l'incenso che essi prodigavano al nuovo governo, e le maldicenze con cui aggravavano il caduto potere, non doveano salvarli.

La politica dei prudenti, dopo Augusto fino ai nostri giorni, è stata sempre di contraffare gli atti di vigore sotto le forme popolari; la politica del Piemonte è stata tutta al contrario.


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Si disse che per accattivarsi le volontà, era necessario distruggere, e nel metter mano all'opera non fé uso della prudenza di legislatore, ma operò colla fretta di un potere, che è convinto della sua caduta, e colla, irriflessione e crudeltà del settario; e senza tener conto delle esigenze del passato, de fatti e delle resistenze, giudicò tutto un passato con una inconcepibile fatuità, senza perdonare ad alcuna cosa. Si diè principio all'opera vandalica col supprimere l'Accademia reale di Napoli, alla quale i migliori i scrittori di Europa andavano superbi appartenere; e di essa faceva parte ancora quella Accademia Ercolana, che aveva saputo, colla sua immensa erudiziene, forzare l'antichità a rivelarci tutti i suoi secreti sepolti gotto la cenere e la lava. Si è dispersa eziandio l'Università di Napoli, fondata da Federico II di Svevia, in un epoca d'ignoranza; vi si è tolta quella di Teologia, bruscamente destituendosi molti professori. Uomini insigni per sapere vennero sostituiti da altri, il cui merito consisteva in essere stati cospiratori o esiliati, ed a questi si concessero più cattedre, onde aumentar loro maggiori proventi. Molti, nel tempo stesso, sono deputati al parlamento e professori! La gioventù ha mosso reclami, e perciò si e anche sollevata contro simile stato cose, come si è visto a Palermo, ma... indarno! Le università sono pressoché deserte dai professori, e profanate dagli studenti; cosi quella di Napoli, che contava nel 1861 e nel 1862, 9,395 studenti, non ha liberate nel 1863 che tre iscrizioni, benché la legge permette di presentarsi agli esami senza precedenti iscrizioni.

Poco dopo si abolì l'istituto di Belle Arti sul semplice ordine di un proconsole piemontese. Si nominò per nuovo Direttore del Museo delle Belle Arti, un patrizio che fece fratturare i modelli dei famosi cavalli di Canova, perché rappresentavano due Re della Casa dei Borboni! Invece di uno di quei anacoreti dell'erudizione presa nell'accademia d'Ercolano, si nominò Direttore dei

 

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musei nazionali il romanziere Alessandro Dumas, il quale essendosi stabilito in un palazzo reale, si trattava da principe, avente un seguito ed una muta, e ritenne pure l'impegno, della direzione degli scavi pompejani e della pubblicazione di un'opera di archeologia! Noi essendo stati testimoni della distruzione dell'accademia, non andrà a luogo, e vedremo deserti e spogliati questi questi musei, ove il mondo intero veniva ad ammirare gli avanzi della civiltà antica. I Napolitani situati nel mezzo dei sepolti tesori della greca e romana civilizzazione hanno sempre studiata l'antichità con trasporto ed in particolarmente i monumenti di Pompei e d'Ercolano. Quanto più il nostro suolo si è scavato, tanto maggiore si sono disotterrati capi d'opera; il governo dei Borboni non aveva cessato mai d'incoraggiare queste ricerche, e Napoli fin dal XVIII secolo, era un focolare di lumi archeologici pel resto d'Europa. Nei nostri giorni Pompei si risente dell'annessione e della conquista. Un consigliere della Luogotenenza piemontese vi ha rubato partendo, delle statuette di bronzo, ed il governo vi ha fatto distaccare un'ammiranda pittura per trasportarla a Torino. Una statua, scoverta a Pesto si è diretta per la strada del Nord} una quantità di oggetti preziosi sono stati offerti ad alti personaggi, e spesso anche senza il consenso del governo. Un personaggio straniero si è appropriate le antichità trovate negli scavi eseguiti a Cuma; per suo ordine; un altro straniero ancora presosi in fitto i terreni vicini alta strada di ferro, vi ha fatto scavare per suo proprio conto. Il governo, che permette queste profanazioni, chiude anche gli occhi su certe ciarlatanerie per lo meno molto singolari. Cosi, ultimamente, si è levato rumore per la scoverta di una tazza di oro considerevolissima; poi, è stato d'uopo confessare che questo lavorio era stato organizzato da un direttore ambizioso di concerto con un artista. Se il popolo non faceva fracasso, le porte di bronzo del Castello nuovo, che sono un capo d opera del XI secolo


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sarebbero state condannate al domicilio coatto a Torino. È vero che ricordare il passato è cosa inutile; ma l'avvenire almeno, quale sarà? Tutte le illusioni a questo riguardo se ne sono andate in fumo, poiché il Piemonte ha ripreso il sistema della conquista spagnola. Si è disorganizzato il Collegio militare, fondazione di Ferdinando IV. trasformazione nel 1811 in scuota politecnica, in dove la gioventù veniva da tutte le parti dell'Italia a studiare l’arte militare; la scuola militare di Maddaloni è stata disciolta, il collegio civile, che vi era stabilito da più di un mezzo secolo, è stato abbandonato. Nel 1862, vi erano quindici professori e due alunni, perché i genitori amano meglio vedere i loro figliuoli in preda all'ignoranza anziché in preda dei vizi. Torino, è vero, che mandò un giorno a Napoli il sig. Lavia come ispettore degli studi, ma questi invece di riorganizzare i collegi si diè frettolosa premura di loro imporre... le sue istituzioni ed i suoi libri. I collegi, che si tenevano dagli ordini religiosi, scomparvero ad un tratto con tutti questi ordini. Un simile destino, tra gli altri, è pesato sul collegio e sulle scuole de' Gesuiti, ove si conservavano le belle tradizioni della classica educazione. Il governo non ha serbato rispettoso riguardo neppure al collegio di marina, antica istituzione di Carlo III, semenzaio di distinti officiali, che con onore hanno combattuto a fianco degli Spagnoli, dei Francesi e degl'Inglesi. La scuola de’ Ponti e Strade, stabilimento scientifico che non ha mai avuto l'eguale in Italia, è minacciato; si sono di già sospesi, dopo tre anni, gli esami di ammissione. Molti istituti privati, (che non eran di ristretto numero) hanno dovuto chiudere le loro porte, l'emigrazione delle famiglie doviziose ed i torbidi continui della città hanno loro recato un colpo fatale. L'istruzione privata, (in cui il governo non avea in altri tempi alcuna ingerenza), oggidì si è resa impossibile.

La licenza non tarderà a produrre uno degli effetti ordinarii la degradazione morale delle donne.


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All'epoca in cui tutti gl'interessi sociali ricevevano una protezione egualmente illuminata e feconda, l'educazione delle donne a Napoli, era in particolare e con ogni accuratezza coltivala, e forse, tenendo conto delle proporzioni, più di quella degli uomini. Molti Napolitani si distinsero nelle lettere, e segnalatamente odia poesia, a cui le donne hanno sempre serbata simpatia. La loro vita si passava nell'esercizio dei loro seri doveri di famiglia, e nei piaceri letterali senza invidia e senza vanità. Che è divenuta, poi, quella educazione delle donne, così essenziale a tutta la società? I due reali convitti delle zitelle della nobiltà e della cittadinanza hanno ricevuto un colpo terribile il giorno, nel quale i gendarmi son venuti ad espellerne le istitutrici, perché le educande avevano rotto un busto del re Vittorio Emmanuele! Molte ne sono state discacciate, e non poche richiamate dai loro genitori. Gli altri istituti di donzelle sono quasi tutti chiusi, o abbandonati. Le scuole primarie e secondarie non hanno potuto sostenersi per mancanza di fondi, e voi non ne troverete una in tutti i Comuni del regno. L'asilo d'infanzia, e lo stabilimento degli Orfanelli del colera, che si sostenevano con sovvenzioni della nobiltà, non più esistono. La rivoluzione che ha promesso, con tanto strepito, un gran numero di cose nuove, non ancora ha dato principio al lavoro, ma solo è alacremente occupata a distruggere. Ed in tal modo il governo di Torino, sotto aspetto di fare rinverdire l'albero, lo carezza con la scure alle radici. Che si direbbe in Francia, di un governo, che abolisse l'Istituto, la Scuola politecnica, la Scuola di Saint Cyr, senza rimpiazzarle? Che si direbbe in Inghilterra, se si vedessero serrate le Università di Oxford e di Cambridge per popolare quella di Dublino? Ebbene, tutti gli stabilimenti letterari del Regno di Napoli sono stati sacrificati al Piemonte, che è la Beozia italiana. Che avverrà quando il tempo delle vendette politiche sarà passato, quando, invece di demolire, si penserà (se mai vi si pensa!) a ricostruire? Se gli è vero ohe si operano,


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in seno della società, cambiamenti graduali e quasi impercettibili, che affettano la felicità di un paese in una maniera molto più potente, che le rivoluzioni politiche che si deve aspettare d% questa demolizione, che ha percosso precipitosamente e temerariamente tutti gl'interessi del presente e dell'avvenire?

Cosi, vedete i risultati! Dopo tre anni non vi è più letteratura nel Regno di Napoli, neanche quella che ha l'umiliante pretenzione di sostenere il nuovo governo. Se il cielo avesse continuato a proteggere i progressi dello spirito umano in tutte le sue direzioni, e non avesse accecato gli uomini, le opinioni riformatrici senza violenza, moderate senza arbitrio, libere senza licenza, avrebbero fondato e lasciato alla posterità un opera solida e luminosa: in vece di questo, la rivoluzione e la conquista hanno coverto il suolo di ruine. In tre anni non si sono pubblicati, in Napoli, che operette la più parte senza importanza, miserabile indizio dell'effervescenza degli spiriti, opere di follicurari, che non sanno nulla perdonare alta disgrazia, pungente polemiche, che non rendono appassionati né anche i con temporanei! Si direbbe che l'intelligenza in preda a grande tempeste, ed in mezzo a tante e sì rapide vicende, ha perduto tutta la sua chiarezza, e si tiene in disparte per fuggire alle influenze del tempo ed agli strazi delle idee dominanti. Non opere serie, non opere d'immaginazione, né anche d'inni a lode dei nuovi dominatori! La sorgente dell'invenzione nelle arti, sembra disseccata, come se gli artisti avessero rotto il loro scalpello, la loro paletta e le muse la loro lira incantatrice. Non poteva essere altrimenti, poiché non vi è Corte. per proteggere le Belle Arti e per fecondare il talento, come per lo passato! In tre anni, non si è vista sbucciare in Napoli (né anche in Italia), alcun opera degna delle corone della fama. Tutta una pleiade di artisti si è eclissata, come per incantesimo, dopo l'emigrazione dei patrizi, che lo accoglievano nelle loro sale, e della Corte che fecondava le sue ispirazioni.

Roma il di 15 Giugno 1862.


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LA LETTERATURA

Allo stesso Guizot

Signore,


Egli è impossibile di non conoscere 1 influenza della letteratura su gli spiriti. Ora, si opera, nel regno di Napoli uno scompiglio totale d'idee morali $ vi è di già tutta una rivoluzione perfetta nelle anime. La letteratura, quando non è la salvaguardia dei costumi da cui è inspirata, non può essere che cattiva. Perché i costumi riproducendosi ovunque nelle lettere, la letteratura non attinge le sue bellezze durevoli che nella morale la più delicata.. Tanti avvenimenti compiuti in poco tempo per opera della forza, tanti sentimenti generosi divenuti oggetti del ridicolo e del disprezzo, tanti delitti assoluti dal successo non possono non corromperla ed indebolirla. Essa aspira dopo tre anni, a divenir popolare e licenziosa.

Se forse i tempi di politiche conflagrazioni sono favorevoli allo storico ed al filosofo osservatore, non lo sono, a mio avviso, agli autori drammatici. 'Il teatro si lega a tutti gli avvenimenti che costituiscono la vi la sociale e gli scrittori hanno sempre proclamato che il teatro è un mezzo d influenzare su i costumi. I democratici in ogni tempo invitarono il popolo alle sceniche rappresentazioni, il secolo XVIII si cattivò le classi inferiori col teatro, e nel principio del secolo si davano spettacoli gratuiti, per lo che il volgo di Napoli andava a divenire quello dei Cesari, ma più tardi questo mezzodì popolarità s'interdisse. Il popolo napolitano ha sempre amato il teatro fino alla follia, ma in Napoli, sotto un ciclo ridente che copre gli oggetti di una splendida chiarezza, ove l'aria della sera è imbalsamata di profumi, ove tutto è armonia, il teatro ha bisogno di colori brillanti, naturali, graziosi e di eleganti produzioni.

Il dramma sente la necessità di rimanere intimamente unito alla religione; il teatro non ha il favor del popolo, se non riproduce la di lui fede.


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Ora gl'invasori, che si annunziarono come venuti per moralizzare i Napolitani, incoraggiarono fin dal principio lo scandaloso libertinaggio de' teatri. Coloro che sagrificavano la coscienza alla devozione del potere, fecero rappresentare drammi pieni di allusioni politiche di cui il pubblico rivoluzionario conosceva il segreto, ed i ritratti, che nel riconoscerli, si faceva una gioja puerile. La demagogia chiamando sempre il popolo alle rappresentazioni sceniche, dette drammi vivaci, il cui merito non consisteva che in una scandalosa immoralità. Gli attori corrompevano gli spettatori, e questi, a quelli. Subito dopo, il fanatismo e l'incredulità insegnarono al popolo non essere altro la religione che un'infermità dell'anima. Il cattólicismo venne assalito da tutti i calcagni rossi della drammaturgia rivoluzionaria da' cinici sarcasmi, di cui Diderot stesso, per disprezzo e per disgusto avrebbe riso. Erano i Cardinali, era il Papa, erano i Martiri ed i Santi, che si trascinavano sul palcoscenico. Il merito di cosiffatte produzioni non è d'ordinario che nella malignità, ma serviva a diffondere il materialismo nei ranghi del popolo ed a fare la guerra a Roma. Non si lasciò il popolaccio di Londra bruciare l'effigie del Papa? Perché mai, il popolaccio d'Italia restare al di sotto dell'Inglese?

Intanto, la licenza di queste rappresentazioni potendo allontanare dal teatro la gente onesta, il governo per mise spacciare nelle strade e nei luoghi pubblici, libri osceni ed i più luridi. Il genere drammatico creato per una società, ove la massa degl'individui non penetra, perde tutti i giorni la sua influenza e la sua popolarità colla diffusione dei lumi, e cosi la stampa viene in soccorso dei drammi osceni ed irreligiosi. I gridatori divendendo pubblicamente abbominevoli libelli si videro esposti alla mostra dei magazzini, intagli ributtanti ed ignobili; ed in tal modo su tutto ci è che è degno di rispetto, si è sparso di ridicolo, non risparmiando neppure Io stesso infortunio.


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Vi è sempre della nobiltà per un governo, a non lasciare insultare un avversario cadute; ma questo governo, nato da una invasione, la cui rapidità ha sembrata avere del prodigioso, è cosi spietata quando infierisce contro ogni disgusto dei passato, che lascia dopo tre anni, stampare e circolare tali disonori. Si era promesso con tutta pompa di rialzare la condizione morale ed intellettuale del popolo napolitano, ma in luogo di questo si son corrotti costumi pubblici e privati, e si è posto un ostacolo al progresso dei lumi.

L'Europa quasi al tutto ignora ciò che in Napoli accade, perché la stampa e la privata telegrafia si son fatte complici, da gran tempo, alla cospirazione piemontese e siccome altra volta falsificarono l’opinione europea sulla vera situazione del regno, ore pure hanno adottata la complicità del silenzio. L'unità e la grandezza dell'Italia, la prosperità e la libertà, la libertà del pensiero e della stampa sopratutto, sono state decantate come benefici inapprezzabili che dovevano risarcire le Due Sicilie dalle spogliazioni, dalle rovine e dal sangue versato; nel mentre che la libertà non si è concessa, se non per assicurare il trionfo e il dispotismo di una sola opinione, e ciò non poteva essere altrimenti, perché quegli stessi che hanno proclamata la libertà, hanno costituito l'arbitrio. Intanto, il nuovo potere per farsi prodigare incensi, per fare addobbare di migliori ornamenti il successo, ha fondato giornali, che imbracati di lezzo, non altro hanno fatto che vieppiù aggravare la sorte dei vinti con detti mordaci, mestiere da servo, che secondo il Piemonte, si appella opera di patriottismo!

Al momento stesso, in cui al cuore della nazione si facevan tonti attentati che eran causa di profondo e generale dolore, alcuni spiriti di una tempera più vigorosa non disperarono, se non, di affrancare, almeno di migliorare la sorte del paese.

E come in tutti gli Stati la forza d'impulsione e di resistenza trovasi al centro, nella capitale,


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così in questa si fondarono giornali. Stanchi del loro silenzio, e vergognandosi di vivere nello egoismo, si proposero di limitare la loro opposizione a compiangere o a difendere. Non è che anche a' nostri tempi di avvilimento di coscienze e d'ingratitudine politica, non si trovano qua e là nobili cuori e coraggiosi scrittori, ma temono di sostenere apertamente la causa del popolo, limitandosi a preparare da lontano gli spiriti. Il potere attuale non vuol perdonare al talento, e non rinunzia la sua indipendenza, perché sente un grande bisogno d'inspirar timore per tollerare in qualche modo la libertà. Esso non vuole che scrittori corrotti, i quali senza pudore, si mettono sotto la sua direzione domandano il suo patrocinio, sentono il bisogno di adulare, di avvilirsi. Non si deve eziandio dimostrare l'orgoglio dell'oppressione, perché questo sarebbe il cupo mormorio dell'onda, che annunzia la tempesta. I giornali legittimisti o supposti tali, erano dunque i soli perricolosi, perché essi soli parlavano al popolo; per la qual cosa i redattori ed i gerenti si viddero tantosto chiamati innanzi i magistrati, condannati a multe onerose ed imprigionati; e con tale modo di operare veniva a dimostrarsi non potere la stampa mettere dito sulle piaghe del paese.

Intanto il potere non tardò molto ad agire senza riguardo ai simulacri della giustizia; sicché alcuni giornali arbitrariamente si soppressero ed i gerenti, senza alcun mandato di giustizia s'incarcerarono. Vi è dippiù, si scatenarono sulle tipografie orde di scherani, birri, camorristi, e di studenti, che, rompendo i torchi, assalirono i lavoranti, e consegnarono alle fiamme i giornali. Di questa fine finirono in poco tempo ventisette giornali, tra quali, il corriere della Domenica, la Gazzetta del mezzodì, la Stampa meridionale, l'Aurora, l'Araldo cattolico, l'Equatore, il Veridico, il Vesuvio, il Napoli, il Ciabattino, la Croce rossa, la Settimana.

Se i sequestri della giustizia ed i tafferugli organizzati


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dal potere rispettarono il Torino, il Macchiavelli, la Tragicommedia, si spaventarono i redattori, mercé lettere anonime, o facendoli minacciare nelle strade da qualche bravo. (1) Non occorre dire che le loro lagnanze sono sempre respinte, e che talvolta avviene loro di dover pagare un ammenda e di andare in carcere per articoli, di cui l'ammutinamento ha già fatta giusizia! Credereste voi che il Sig. Ottavio Topputi, generale comandante della guardia nazionale, ha scritto al procuratore generale per imporgli di raddoppiar severità contro i giornali dell'opposizione?

Bisognerebbe un coraggio a tutta prova, ed una perseveranza sopranaturale per continuare a far testa contro i sequestri, le multe, gì' imprigionamenti e le insidie. I tipografi d'altra parte, s' arrogavano il dritto di rifiutare le stampe, se non si assoggettavano lore precedentemente gli articoli! Come mai adunque la stampa poteva mostrare le miserie e l'oppressione del paese se trovavasi in siffatto modo imbrigliata? Se talvolta si ascoltano i soffocati gridi di quel popolo tradito, si va debitore alla stampa repubblicana, la quale dal governo di Torino è rispettata e va adaggio in combatterla, perché vede in essa una franchigia della rivoluzione, e poi, essendo l'unità italiana di genealogia repubblicana vi è sempre una reciproca condiscendenza. Questa maniera di operare, cioè la violenza da una parte e l'indulgenza dall'altra, non è circoscritta, ma è generale per tutta la Penisola, perché si ha molto timore del passato e poca curanza del futuro. La stampa straniera di questi fatti è in generale o malamente istruita o complice, raramente per puro interesse politico.

Nelle rivoluzioni precedenti il regno era stato crudelmente sperimentato, ma non aveva perduto la sua attività intellettuale.


(1)I giornali conservatori finora suppressi, per volontà del potere sommano a quaranta tre, e ciò in i della libertà della stampa libera!...


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Gli avvenimenti che segnalarono i primi anni di questo secolo, la conquista che aveva preferito di distruggere in cambio di riformare il rovescio politico del 1830 dovevano naturalmente reagire è cagionare un profondo scoraggiamento. Ma ancorché fosse grande la portata di simili avvenimenti sulla situazione delle lettere, queste non furono attaccate nei loro principi essenziali. Oggi, dopo la perdita della patria, la distruzione dell'istituzioni, lo stordimento dello Spirito pubblico, attendiamoci pure la paralisi e la morte. Il paese non è sprovvisto di uomini che pensano, osservano e meditano, di uomini che conoscono tutti i secreti dell'arte di scrivere, ma si sono ritirati dalla scena dopo l'ultimo rovescio. Un giorno verrà, in cui la stanchezza ed il disgusto succederanno alla febbre attuale, e vinti e vincitori ne proveranno egualmente gli effetti. Dopo la distruzione dell'indipendenza; e delle istituzioni nazionali, la gioventù, che si accorgerà de’ suoi traviamenti, si troverà sminuzzata dalla rivoluzione colla quale avrà scherzata. Fosse essa ancora ardente e studiosa, ove troverà un insegnamento, incoraggiamenti, ed esempi? Qual posto terrà essa nella famiglia degli scrittori italiani? Questa gioventù, i lavori di cui sono stati infelicemente interrotti dalla crisi rivoluzionaria, sarà allontanata per sempre dal teatro, ove essa cominciava a brillare. La nuova generazione, nata in mezzo allo scoraggiamento profondo e generale, potrà essa dedicarsi allo studio, ed aspettarne un felice sviluppo? Non vi sembra essa condannata ad abbassarsi sopra se stessa con una Spaventevole atonia?

Forse vi sarà ancora una letteratura, ma dessa sarà la letteratura oscura e vile di quello sciame di uomini di lettere che va sempre bordeggiando attorno il potere, ed è al servizio degli avvenimenti per dar ragione a chi è più forte e vince. Si applicherà alle scienze esatte, alla scienza medica, che tendono più dappresso ali utilità generale.


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Gli oratori, per vie meglio alleggiare la miseria e difendere l'oppresso, limeranno i loro discorsi, come gli scultori linciano ì loro marmi. Ma le scienze morali che esercitano un potente impero su le anime e che illuminano diriggono, fecondano e conservano la civiltà, saranno offuscate dal materialismo, che lasciano dietro loro le rivoluzioni. Si predicherà la teoria dell'interesse, dopo un giorno la chirurgia pretenderà spiegare le leggi sull'intendimento umano. La letteratura, se pur n'esiste qualche poco, agirà sulle anime come il galvanismo agisce sui nervi; essa le irriterà a le darà tormento. L'invasione di già ha operato, in poco tempo, un cambiamento meraviglioso nei costumi e nell'abitudini: si è vista l'apoteosi del regicidio, la glorificazione della rivolta del delitto, e della poesia sul sangue versato. Se non vi si appresta rimedio, la nuova generazione entrerà in un mondo più agevole che scrupoloso, e più tendente alla fortuna, che alla grandezza.

La società avrà rimpiazzata la virtù con le convenienze, la probità con le arguzie dello spirito, la morale con l'egoismo e con un epicureismo svestito purè d'eleganza Non ci sarà più che il solo interesse del piacere, ed in conseguenza della fortuna. Quando I godi meati morali non hanno più attrattive» lo spirito umano, voi lo sapete, o Signore, sente la necessità dei piaceri sensuali.

Albano li 3 Luglio


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IL COMMERCIO

All'onorevole Sir. R. Corden, a Londra

Signore,


Voi avete visitato, nel 1845, Napoli, questa terra di nostri dispiaceri e di nostre affezioni, venendo a portarci i germi della libertà commerciale. Voi avete allora potuto convincervi che queste dottrine erano state per la prima volta proclamate dagli economisti napolitani. Voi avete osservato a Napoli lo slancio del lavoro industriale e commerciale; e se non vi avete trovato uno sviluppo incessante e razionale di tutte le forze produttrici del paese, lo è stato perché lo spirito di associazione, che data dal 1833, ha sperimentato il contro colpo di sventurate ed impreviste circostanze. Ma con tutto questo, non vi è stato difficile il vedere un governo risoluto a seguire le tendenze del secolo, ch'è d'associare vieppiù l'attività nazionale ai bisogni dello Stato, un governo convinto della necessità d'incoraggiare e sviluppare l'agricoltura, il commercio e l'industria. Voi avete dovuto constatare il prodigioso accrescimento della potenza produttiva, il regno essenzialmente agricolo, benché avesse pochi capitali per impiegare all'industria. Alcune manifatture, rovinate da una concorrenza tanto più sensibile quanto i nuovi mezzi di comunicazione che giornalmente si perfezionano; e non potevano malgrado gl'incoraggiamenti, ottenere la fabbricazione a buon mercato, ch'è una necessità della civiltà attuale.

Voi avete riconosciuto che, non avendo grandi industrie create al coperto di tariffe protettrici, il governo non era contrario alla libertà del commercio. La parte debole di nostra legislazione era lo spirito pur troppo protezionista delle leggi francesi.

Nulladimeno il governo aveva ridotto poco a poco i dritti di dogana, per mezzi di trattati concepiti in uno spirito pratico, largo e liberale.


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Voi forse avete rimarcato in noi più esitazione che incitamento, ma le riforme erano presentite e desiderate dal governo, tanto è vero, che da qualunque parte si rivolgevano gli sguardi, era impossibile di non rimaner colpito dagl'immensi progressi che venivano ad essere attuati, come per esempio: il vapore, la telegrafia ed altro. La nostra marina mercantile si era aumentata del decuplo di quella esistente al principio del secolo; e la marina militare, relativamente considerata, era imponente. La popolazione in cinquantanni erasi duplicata, e la ricchezza ed i bisogni degl'individui si erano aumentati in proporzione. Le comodità ed i godimenti erano accresciuti, ed il numero e la violenza delle pubbliche calamità, erano diminuite. Questa era la rivoluzione di cui là si godeva con l'indifferenza, che segue d'ordinario le conquiste compiute. Si facevano sforzi di stabilire un unione intima tra le scienze le arti e l'industria, specialmente in vista della prosperità del commercio. Il segno evidente dell'andamento ascendente del commercio consisteva nel numero dei bastimenti nazionali e nell'attaccamento del prodotto dei dritti di dogana; basta dire che la sala dogana di Napoli introitava fino a 130,000 franchi al giorno, e così questo ramo della rendita pubblica erasi aumentato di circa quattro milioni. Il popolo, con i suoi mezzi propri faceva fruttare le sue economie nella piccola coltura, e nel commercio di dettaglio. Le sole intraprese, potendo dar luogo a grandi società di capitalisti, erano le assicurazioni: cosi che esse eransi rapidamente moltiplicate.

Intanto appena la tempesta, che va rumoreggiando da sessantanni su l'Europa, s'ebbe scatenata sopra Napoli, il commercio più incostante che il vento del mezzogiorno, dispiegò le sue vele verso altri lidi.

Till, more unsteady that the southern gale

Commerce on other shores display'd her sail

Goldsmith non poteva predire con migliore esattezza la sorte del commercio napolitano.


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Esaminando la situazione economica del Regno verso la fine del 1850, vi si trovano alternati ve di ferma 'speranza, e di scoraggiamelo che dovea produrre la mobilità della situazione politica. Il nostro commercio nel momento che era per rimettersi dal controcolpo della guerra d'Italia, l'agitazione interna, presagio di avvenimenti più seri, novellamente lo compromise. La speculazione non appena intese i primi sintomi della rivoluzione, fu vinta da timore. Gli avvenimenti di Sicilia paralizzarono il commercio con lo straniero, e non tardò a trovarsi molto lungi dalle statistiche del 1850. Il sistema della cassa di sconto non potè rassodare il credito: si preferì l'impiego de’ capitali nei fondi pubblici, perché malgrado un ribasso progressivo, la rendita del 5 per 100 era ancora a 113. I fallimenti erano stati di gran numero. La cifra dell'importazioni ribassava con rapidità maggiore di quella dell'esportazioni.

La crisi poteva aver attaccato la finanza e l'alto commercio; ma le classi inferiori non se ne risentivano ancora nel loro ben' essere. Bentosto i timori non furono che troppo fondati. Le importazioni divennero nulle, e non si costatò altra esportazione che quella del numerario. (1)

La rivoluzione si senti pur essa mossa, e, nel 10 Settembre, Garibaldi prorogò di due mesi le scadenze degli effetti commerciali. Un poco più tardi, il governo di Torino fece ricorso a nuove prorogazioni a vantaggio di coloro che della prima avevano fruiti. I fallimenti si successero, io Napoli, con una spaventevole rapidità e furono causa di grande detrimento ali estero commercio.


(1)Moltissimo qui si dovrebbe dire; ma è sufficiente ricordare che tutto il numerario del Tesoro di Napoli (che non era poco) fu condannato all'esilio perpetuo nelle contrade nordiche d'Italia con tutti i capi lavori delle Belle Arti: che con tanta cura e dispendio si erano raccolti; ed in compenso s'inviarono a queste contrade le balie di cui il Piemonte è abbondantemente fornito.


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I giornali inglesi, ci hanno dato il bilancio della diminuzione del commercio britannico, nei primi anni successivi alla rivoluzione. La Camera dei Comuni ha valutato l'esportazioni inglesi per l'anno 1861, a 48,116,104 franchi, e per l'anno 1862 a 31,712,064 franchi cifre che dimostrano una diminuzione di quasi 17 milioni. Si sarebbero dovute mettere in confronto di queste cifre quelle dell'esportazioni inglesi nel regno delle Due Sicilie prima della rivoluzione! E quale non dovrà essere nel 1863, la diminuzione su i ferri, sul lino; su gli acciai, su la lana ed i cotoni! I cambi hanno per necessità dovuto soffrire, è d'uopo domandarlo al deposito di Malta, al quale lo smercio della Sicilia è, per cosi dire, chiuso. Napoli non aveva certamente un commercio paragonabile a quello delle città manifatturiere, ma voi l'avete trovato prospero: oggi, le transazioni sono divenute quasi mille ed il movimento del porto insignificante, Voi non avreste che ad entrare nel primo magazzino che incontrate, per ascoltare i negozianti ed i fabbricanti lagnarsi amaramente della loro attuale situazione. I vostri compatriotti, se vogliono esser franchi e sinceri, vi diranno che se essi hanno fatto. guadagno nel principio della rivoluzione, nel proseguo hanno molto perduto. I banchieri non veggono più giungere Inglesi in Napoli, o almeno pochissimi appartenenti all'aristocrazia. I vostri nazionali non hanno più ministro a Napoli. I negozianti vi confesseranno che vendono la metà di ciò che vendeano; e vi diranno pure che i loro corrispondenti non fanno più che spedizioni limitate, con ordine di ritirare tutto di seguito le mercanzie dalla dogana, di collocarle al più presto possibile, e di realizzarne il valore. Quanto non ha perduto il commercio francese alla soppressione della Corte di Napoli, di un governo Principesco, e di po' alta amministrazione?

Qual risorsa poteva ritrovare il commercio, allorché i bastimenti non erano più ammessi, che alla scalo di


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Genova, affinché la percezione dei dritti di dogana si facesse nelle vicinanze col governo di Torino? I porti di Napoli e di Messina furono sacrificati a quello di Genova, mentre che si facevano pesare carichi nuovi sul tesoro napolitano. La dogana di Napoli si tenne un giorno per fortunatissima, perché incassò 1S,000 franchi. L'abolizione della franchiggia del porto di Messina cagionò un vero disastro. Giudicate, se la marina mercantile ha risentito il controcolpo di tutte queste misure!

Si è rimarcato, che spese prodighe, gravi imposizioni, assurde restrizioni commerciali, ed anche gl'incendi e le inondazioni, non potevano in un nodo cosi rapido, distruggere il capitale di un paese, che gli sforzi privati dei cittadini lo costituiscono. Intanto, la guerra, la rivolta, la persecuzione non possono non incagliare, se non distruggere l'industria. In Napoli, la rivoluzione trascinò violentemente nella rovine una quantità di modeste fortune. Il commercio di valori mobiliari, dopo aver considerabilmente declinato, subi disastrosi tempi di sosta. Il monopolio dei prodotti del Piemonte compromise tutte le piccole industrie del paese. Agitazione si traduce, in economia politica, per diminuzione di lavoro e di prosperità. Succederà in Napoli, ciò che si osserva dovunque in tutte le epoche della rivoluzione. Le sommosse di piazza e le minacce della polizia obbligavano, in ciascun giorno a chiudere con fretta i magazzini. Dove trovare compratori, quando la popolazione ha timore di discendere nelle strade? Le transazioni sono esse possibili, se l'abitante è tutto intento nella conservazione di sua proprietà? L'invasione e la guerra civile interruppero ogni comunicazione con le provincie, ove la capitale faceva diffondere la sua attività per mezzo dei mercati settimanali. Le fabbriche dei drappi di lana di Sora dovettero sospenderne i loro lavori fin dai primi giorni dì Settembre, e dirigersi al Re, allora in Gaeta, per potersi procurare all'estero le materie


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che da esse facevan bisogno. Al principio del secolo, il Regno si copri di contrabbandieri, che neutralizzarono gli effetti funesti del blocco continentale, ed il contrabbando divenne, presso a poco, l'unica risorsa del commercio; ma la pubblica morale ne ricevette duri colpi. Nel 1860, il contrabbando riappari senza che le autorità spiegassero una grande attività per reprimerlo, e non tardò ad esercitarsi su di una vasta scala. Si videro cose inaudite, i soldati cittadini favorire con fraterna carità l'imprese dei contrabbandieri, questi presentarsi ai commercianti onesti e pacifici, e li obbligavano colle loro minacce ad accettare i loro servigi, e la loro cooperazione. La proprietà essendo cosi compromessa del pari che la giustizia, il commercio si trovò tanto radicalmente colpito quanto il dritto.

D'altronde, il consumo notabilmente ne risentiva per la mancanza del credito, per l'assenza della Corte, del corpo diplomatico, e di quasi tutta la nobiltà. La soppressione e la espulsione di molti ordini religiosi, l'appropriazione delle rendite ecclesiastiche, l'abolizione dei ministeri, e di molte amministrazioni, e la destituzione di una moltitudine d'impiegati produssero pel commercio e per l'industria effetti funesti. La circolazione del numerario venendo a cessare il lavoro alla classe innumera degli artisti, mancò tutto ad un tratto.

Per tutto d'altronde, essendovi una plebe, che non ha nulla da perdere, aspira a cangiamenti violenti. Il popolo napolitano però, soddisfatto dei benefici del cielo e del clima, serba sentimenti molto vivi che trasmettono alla sua anima impressioni rapide e chiare, per le quali ei percipisce, predice, ed in un momento conchiude. Il popolo di Masaniello avendo dimenticato i torbidi passati, e non sentendo i stimoli della miseria, non era inquieto. Il suo sogno dorato erano le feste ed i piaceri, perciò non si dava premura di avere un Anfiteatro. Ma questa plebe, come da pertùtto, è sensibile ai beni materiali.


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Le si era annunciato che Garibaldi andava a fare di Napoli un paradiso terrestre; che il prezzo del pane ribasserebbe all'arrivo del dittatore, e che non si pagherebbe più pigione! Queste erano le promesse ingannatrici dalle quali si ricevette appoggio per applaudire l’entrata di Garibaldi. Ma la realtà non tardò a subbentrare all'inganno. I decreti su le sale di asilo, su la cassa di risparmio, sul ristauro degli alloggi, sull'istallazione di un colleggio per i figli del popolo non trionfarono di sua indifferenza: si sarebbe proclamato il dritto al lavoro quando, non se ne sarebbe agitato! Quanto più le illusioni, con cui i comitati avevan lusingato questo popolo, erano state grandi, tanto più il disinganno era doloroso.

Sì era fatto entrare in questa via di languore commerciale chi conduceva alla diminuzione forzata del travaglio. Migliaia di operai, di marinai, di domestici, erano stati gittati sul lastrico in meno di un mese. Gli effetti dell'oziosità sulla tranquillità pubblica sono conosciutissimi. La mancanza di credito e di commercio, la guerra ed i torbidi civili fecero bentosto alzare il prezzo dei frumenti e del nane. La classe lavoriera covri i Piemontesi d'imprecazioni, trattandoli da stranieri da stupidi da barbari.

Gli spiriti, allorché il governo decretò la chiusura degli arsenali, e dei cantieri, erano di già molto inaspriti. La flotta fu condotta a Genova, il cantiere di Castellammare soppresso, tutto il personale licenziato. Gli arsenali di terra, ov'erano state depositate tante ricchezze militari; furono saccheggiati senza vergogna e senza riguardo, 250,000 fucili, e tutti i cannoni di bronzo degli arsenali, e delle piazze furono spediti in Piemonte. Dopo la caduta di Gaeta, il saccheggio e la distruzione non conobbero più limiti. I palazzi di Napoli, di Capodimonte, di Portici, di Caserta e della Favorita, ricche di tante magnifiche opere di arte, divennero le spoglie opime di Torino e dei Verri, che venivano in Napoli,


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l'un dopo l'altro ad occuparvi a breve intervallo le funzioni di proconsoli (1)

Ora, intanto, si veggono pavoneggiare sulle sponde della Dora in quelle stesse carrozze di lusso, che servivano, pei tempi passati alle pompe dei Borboni Napoli! Ciò che rimaneva del bottino, in argenteria delle tavole reali, fu venduto all'incanto. I rami di cucina furono portati via, e diretti in Torino. (2) Tutti questi furti avevano luogo in presenza del popolo, il quale non fa neppur dubbio di tutti quelli, che nell'ombra del mistero, sono stati consumati. Ma esso è quello che doveva risentirne gli effetti, poiché migliaia di lavorieri vivevano per questo lusso, e per queste ricchezze. Si congedò l'armata; si liberarono dal timore della disciplina quasi 100,000 uomini, mettendoli nel duro bivio o di rubar o di morir di fame.


(1) Quali scandali siano avvenuti per lo spoglio della reggia, il traduttore non intende ricordarli, per non far raccapricciare l'onesto lettore..! Si limita ad accennare soltanto che il principe dell'Equile, (il quale ha cominciato dal rubare il suo titolo al Duca di Fragnito), essendo capo dell'Amministrazione dei Reali Palazzi, venne accusato pubblicamente dalla stampa di aver trafugato mobili, quadri, ecc. e di averne adornata la casa di una Signora. Il principe si tenne offeso, ed accusò di calunnia i rivelatori di questi scandali. Ma il magistrato... dichiarò l'accusato innocente. Al lettore la conseguenza.

(2)Torino, invasa dallo spirito annessionista non si è limitata solamente ad annettere popoli, tesori e sudori altrui, ma si è creduta nel dritto di annettersi anche i rami di cucina de’ Reali Borboni (cosa, per altro, nuova per essa). La sorte dei rami toccò pure a molti divani e poltrone coverte di rosso serico velluto, esistenti sul ministero di grazia e giustizia. Il lettore da ciò deve persuadersi che, in Napoli, tanto i mobili non che gli uomini sono egualmente in pericolo di essere esiliati...


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Torino inviò tutto a Napoli, i vestimenti, le calzature dei soldati, la carta, lo spago e la cera di spagna per le pubbliche amministrazioni, il tutto meno buono; e più caro che in Napoli. Si mandarono le nuove bilance, e le nuove misure, i banchi per le scuole, la pietra da costruzione! Si parlava e si parla tuttora di utili lavori, però la demolizione continua si vede, ma i lavori di riedificazione non sono ancora cominciati. Questo non è tutto: perché Torino vorrebbe ben presto strappare al popolo l'ultimo frusto di pane che poteva guadagnare col sudore di sua fronte. Napoli si vide inondata di lavorieri di strade ferrate, di facchini di dogane, di donne per lavorare nelle fabbriche di tabacchi, di spianatori, fabbricatori delle strade, anche di nutrici per i fanciulli trovati! Giammai gli avventurieri scozzesi si gettarono sull'Inghiltera con maggior sollecitudine ed avidità. Il suolo napolitano divenne la California di tutti questi affamati.

A memoria d'uomo, non si erano mai avuti ammutinamenti d'operai a Napoli; ma non tardarono a verificarsi a Piedi monte, alla Cava, alla strada di ferro, all'arsenale di marina, ove si ebbe effusione di sangue. I cocchieri di carrozze di affitto si sparsero colle armi alla mano nelle strade di Napoli, e di Palermo. Le donne che lavoravano nelle fabbriche dei tabbacchi a Napoli, si ribellarono, dimandando voler essere pagate come le piemontesi. Ma il tumulto più formidabile fu quello dei spazzatosi di strade, essi erano preceduti dai membri di un Comitato di Masaniello! Il governo che si era servito cosi spesso dei lavorieri per eseguire i suoi colpi di mano, si trovò senza forza per reprimere i loro eccessi.

Io prevedeva già, l'anno passato che Napoli, senza ritardo addiverebbe, come Manchester, il teatro di scene sanguinose. Lo stabilimento di Pietrarsa, unico in Italia, e degno di essere paragonato ai migliori del medesimo genere in Europa, aveva costato milioni al governo dei Borboni.


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I lavorieri dipendevano dal governo, vivevano pacificamente con i loro lavori ed erano, per cosi dire, considerati come pubblici impiegati. Il governo di Torino, recentemente diede in fitto tutto questo stabilimento ad un particolare per una somma annuale non rappresentante neppure gl'interressi dei capitali. Si voleva imporre una diminuzione di salario, ed un aumento di fatica ai lavorieri che, inaspriti pel lungo ristagno dell'industria, pel caro dei viveri e per l'incertezza dell'avvenire, inviarono una deputazione al nuovo direttore che, per risposta, ne diede avviso al commandante di Portici. Trecento uomini arrivarono frettolosi e, senza intimazione, senza altro preambolo, il commandante ordinò una scarica. I lavorieri sorpresi e spaventati, se ne fuggirono precipitosamente: essi furono perseguitati a colpi di fucile, e si tirò ancora su di quelli che si erano gettati nel mare. Undici morti ed un gran numero di feriti furono il glorioso trofeo di questa repressione brutale, commessa per sorpresa contro lavorieri senza difesa. L'enormità stessa del fatto ha ispirata la scusa di una provocazione, che la stampa intiera ha smentita. Che si sarebbe detto in Inghilterra se la truppa avesse tirato su i lavorieri di Wolwich, di Leeds o di Bolton, senza la presenza di un magistrato, e senza intima preventiva?

Ed in tal modo l'invasione piemontese è stata fatale al nostro commercio. Con la federazione, noi avressimo avuta l'unità militare, una sorte ili Zollverein italiano, l'unità degl'interessi e delle forze... Si è voluta preferire l'unità politica all'unione; non si è compita l'unità e si è resa impossibile l'unione..

Albano li 4 Agosto 1863.


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LE FINANZE

Al Signor Disraeli, a Londra

Signore,


l'idea di schizzare il quadro dello stato finanziario del mio paese, unisce al merito di essere incontestabilmente patriottico, quello d'essere perfettamente giusto. Non vediamo noi in ciascun giorno, comparire libelli e stampare discorsi ove la situazione delle Due Sicilie è sconosciuta? Io oso dunque lusingarmi, che coordinando le mie memorie, potrei portare per i giudizi una riparazione, almeno appresso voi, dell'ingiustizia e dell'ingratitudine dell'opinione.

Le finanze d'uno Stato non possono essere apprezzate, che in un punto di vista comparativo, e nessuno meglio di voi; d'altra parte, saprà comprendere, che le finanze abbracciano tutto, toccano tutto, i pesi, le risorse ed i mezzi per sviluppare la ricchezza pubblica, è tutto ciò che costituire la forza d'un paese. Se è vero che l'abilità e la prevegeoza di un governo si provano con lo stato delle sue finanze, fa d'uopo convenire, che il sistema finanziario del regno di Napoli era ben organizzato ed il suo credito solidamente stabilito.

Questo sistema, dopo cento trentaquattro anni è stato sempre di non aggravare i popoli di nuovi balzelli, e d'alleggerire per quanto è possibile le antiche. La stessa conquista francese non gravò di goffe imposizioni quel regno; la restaurazione abolì ben tosto alcune tasse nuove che davano per prodotto 9,951,692 franchi. Gl'interessi del debito pubblico che alla fine del 1819, non eran di 5,680,000 franchi. In seguito della rivoluzione del 1820, lo Stato si vide obbligato di contrattare un prestito di 320 milioni, e le finanze si trovarono aggravate da 20,763,420 franchi d'interessi.

Ma le imposte, a cui si fece ricorso per supplire ai nuovi bisogni, non furono che di 8,280,000 franchi.

Queste furono anche abolite in parte, in maniera da potersi dire, che la sola prosperità nazionale ha portata


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la rendita pubblica a 64 milioni, cifra del 1815, a 128 milioni, cifra degli ultimi anni. La produzione in ogni cosa era aumentata e tutti i generi di consumo erano divenuti più facili. Si poteva valutare a 50 per 100 l'aumento delle raccolte de’ cereali dopo il 1815, ed in tal modo si erano potuto fornire molto più imposizioni e molto più imprestiti che nel passato.

La rivoluzione del 1848 costò allo Stato 120 milioni. Il Budget degl'introiti, pel 1848 e 1849 era stato calcolato 223,544,244 franchi; ma in realtà non si ebbero che 176,943,316 franchi. Le spese fissate a 211,033,687 franchi, si alzarono incontro a 239,858,604 franchi. Il disavanzo materiale del tesoro alla fine del 1849 era di 62,915,288 franchi. Le perdite di armi, di munizioni e di materiale non figuravano in questa cifra, ma i Budgets posteriori dovevano risentirsene. Cosi lo stato finanziario del regno alla fine del 1849, era presso a poco lo stesso che nel 1821. Intanto non si ebbe ricorso a nuove tasse, si pareggiò il deficit iin caricare il debito di 5,210,731 franchi d'interesse e per la esazione di antichi crediti della Tesoreria. E qui bisogna rimarcare, che se il regno aumentava gl'interessi del suo debito di 5 milioni, il Piemonte aveva accresciuto il suo, quasi nello stesso tempo, di 58,611,470 franchi.

Si poteva avere nel paese l'opinione, che la politica finanziaria dello Stato non era condotta con un vero spirito d'ordine e di prevegenza, ma è ormai evidente che se vi furono incertezze ed inconseguenze dopo il 1849,  non si può mai constatare né inettezza né improbità. Il credito non si era giammai trovato in decadenza. La situazione finanziaria del regno dopo il 1849, era stata sempre favorevole in rapporto del progresso delle entrate, del non aumento delle spese e del rialzamento del corso della Borsa. La rendita napoletana era divenuta dopo quest'epoca, un valore il più ricercato, ed a forza di economia, dopo il 1848 e 1849, l'equilibrio si era quasi ristabilito.


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Tutti i governi hanno un interesse superiore ad aver cura delle loro finanze, perché tutti i governi sono interessati a far del bene; niuno di essi fa il male di suo buon grado e con premeditazione, perché sarebbe lo stesso che suicidarsi. Ma vi sono alcune straordinarie circostanze, le quali sconcertano tutte le previsioni e distruggono tutti i calcoli. La soluzione del problema dell'equilibrio nelle finanze, era stato trovato nello sviluppo delle forze produttive e della ricchezza latente del paese. L'accrescimento della popolazione e l'aumento naturale di alcuni rami della pubblica rendita contestavano un progresso che, per essere stato lento, non era stato meno reale. Le imposizioni non molestavano lo slancio della pubblica prosperità; si potevano anche riguardare come un incoraggiamento alla produzione, poiché in conclusione, lo sviluppo della ricchezza pubblica non riposa che sul lavoro. La riscossione di tutti i fondi del tesoro si era sempre eseguita con una regolarità e facilità, che non lasciavano nulla a desiderare, avendosi tutti i riguardi per i contribuenti. Malgrado, questo non si poteva dissimulare, che uno degli accidenti che sfuggono alle previsioni dei governi più saggi basterebbe per immergere Io Stato in una crisi, forse irreparabile.

Nel 1859, all'avvenimento di Francesco II. la situazione delle finanze del regno era relativamente prospera. Il Budget del 1859 portava 128,072,426 franchi di rendita, e 126,377,010 franchi di spese, ciò che da un eccedente di 1,695,416 franchi. Intanto questi, elementi di prosperità non potevano svilupparsi, che alla condizione di maneggiare con una buona economica le risorse attuali, e di apportare un momento di sosta alle spese. Il Budget della guerra compromise l'equilibrio. Dopo le spese, i disordini e lo sciupio apportato dalla rivoluzione del 1848, era stato impossibile di procurarsi una eccedenza, che potesse sovvenire ai bisogni imprevisti e straordinari. Due milioni era una troppo debole risorsa.


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Voi avete con retto giudizio rimarcato ultimamente, che la spesa d'uno Stato risulta sempre dal suo politico sistema, ma, nel reame di Napoli, oltre gli imbarazzi del di fuori, si provò nell'interno una carestia, due epidemie e due terremoti. Le spese straordinarie del 1859 provenivano dal licenziamento della divisione svizzera, dopo la rivolta dell'otto Luglio, licenziamento che importo quasi che 4 milioni, e della formazione d'una novella divisione nazionale. Poco dopo, si senti il bisogno di concentrare un corpo d'osservazione negli Abruzzi, e di metterlo in piede di guerra (1)

Infine si dovettero spingere con più attività le manifatture d'armi di precisione e di polvere, per provvedere le piazze. Le spese del secondo semestre del 1859 erano state di 142,062,271 franchi, e le riscosse di 120,873,940 franchi, ciò che aveva innalzato l'eccedente delle spese sulle rendite a 21,188,331 franchi. Frattanto, dalle risorse della tesoreria, si era ripieno il vuoto e ristabilito l'equilibrio. Alla fine del 1859, si poteva disporre di 16,666,447 franchi per Tanno seguente, ed aggiungendovi la rendita alienata, si aveva nel portafoglio 24,648,962 franchi. L'esercizio del 1859 fu dunque chiuso in perfetto equilibrio. Si sperava di potere più tardi operare una riforma ed aumentare considerevolmente la rendita pubblica. Le contribuzioni ordinarie, il bollo, il registro e le dogane davano un prodotto molto di più al precedente; e come si erano esattamente calcolate le risorse, giudicate necessario per l'esercizio del 1860, non ci era ragione di stare inquieto.

Non pertanto vi era urgenza di ristabilire il Budget della guerra, perché le spese (quelle almeno che si pagavano dal Budget) ascendevano a 45,808,880  franchi, erano state aumentate di molta per le circostanze impreviste dell'anno.

(1)Questa spedizione, a parer del traduttore, fu più perniciosa che utile; perché diè luogo a spese, ed agevolò il comandante in capo, sig. Pianelli, di concertarsi meglio con Torino, di cui in altro lavoro si parlerà a lungo.


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Con l'ordine, con l'economia e con l'accrescimento naturale del prodotto dall'imposte, si sperava di far fronte a tutto. Tutti i governi hanno in un momento di crisi imprevista, sperimentato imbarazzi finanziari. Le finanze inglesi conoscono anch'esse i disavanzi, dopo alcuni anni, sebbene non toccano le porzioni colossali, alle quali sono arrivate quelle degli altri paesi. In quanto alle spese giustificate per necessità della politica, la saggezza d'un governo può ricovrirle con serie riduzioni. Ora, il governo di Napoli n'ebbe il tempo come ne aveva l'intenzione? Esso aveva, guardando la rendita, belle e legittime speranze, da cui poteva ricavare un fecondo partito, e non era punto una fiducia ottimista. Il Budget del 1860 mostrava un disavanzo di 22,953,543 franchi, ma con la resta di cassa di 24,648,962 franchi, di cui tenni parola, si otteneva un'eccedenza di 1,695,417 franchi al finir dell'anno. Disgraziatamente, la situazione cambiavasi ad un tratto.

Nel tempo dell'invasione di Garibaldi e della rivolta di Palermo si trovò costretto a fare spese eccessive per le crociere, per l'invio de’ navigli, delle truppe e delle munizioni da bocche e da guerra; perché le truppe si dovevano alimentare alle spese di Napoli. Il Budget della guerra al cadere del Giugno del 1860, si trovava di già portato a 34,080,148 franchi, ed era un'eccedenza di 8,188,708 franchi nelle spese della guerra. Così, al cominciar del secondo semestre del 1860, il disavanzo che non avrebbe dovuto oltrepassare i 2 milioni e mezzo, oltrepassò 96,175,321 franchi; la pace soltanto avrebbe permesso di contare sul ristabilimento dell'equilibrio.

Non si volle ricorrere alla dispendiosa risorsa degl'imprestiti, e si incaricò la Casa Rothschild di vendere i vaglia di rendita al cinque per cento, che gli si rimettevano secondo il bisogno. La rendita napolitana era stata a 115, quando quella del Piemonte non era che a 85, e nelle occasioni in cui il governo napolitano avesse avuto il bisogno di ricorrere agl'imprestiti,


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gli si erano offerti al prezzo di 90 mentre che il Piemonte non li otteneva che a 80.

Malgrado questo, il corso della Borsa si manteneva tra 108 e 113, al 4 e mezzo per cento. Questa era una condizione molto rara nella storia delle finanze d'Europa La Casa Rothschild non prenderà che sette ottavi per cento. Si fece dunque ricorso all'ipoteca di una parte della rendita ai beni della tesoriera, presi dalla cassa di sconto. Di 1,200,000 franchi di rendita, la metà solamente è stata alienata ai 20 di Giugno. Il resto aggiunto al sopravanzo del 1859, dava il risultato di 28,964,089 franchi. Al primo Luglio, adunque, malgrado la procella rivoluzionaria, ogni speranza non era perduta di ristabilire l'equilibrio generale, tanto più che il secondo semestre dell'anno era quello che rendeva di più, e che copriva ordinariamente. il vuoto del primo. Ma, nel primo Settembre, fu mestieri far l'emissione di un milione e mezzo di rendita, ciò che, calcolato alla pari, dava un valore di 29,740,256 franchi; e tutte queste risorse, nel giorno sei, erano presso che intatte. Ecco perché l'invasore, nella sua entrata in Napoli, trovò ancora un tesoro capace di sovvenire ai bisogni dello Stato ed anche a quelli della guerra.

E pertanto il nuovo governo si lagnava fin dal primo giorno, della mancanza del danaro; e ciò avveniva» perché l'amministrazione era divenuta un prodigio di dilapidazione e di corruzione. Si cominciò dall'impadronirsi dalle residenze reali, delle loro mobiglie, della loro argenteria, degli oggetti d'arte e di lusso, senza rediger ne alcun inventario, (1)

Si assegnarono 6,000 franchi al giorno per le spese


(1)La voce pubblica in quei di accusava il direttore di polizia sig. Spaventa, di aver fatto liquefare SEI CENTO PAIA di candelieri di argento. Ma il traduttore chiede soltanto che è avvenuto di tanti quadri, di tanti orologi, di tanti candelabri, e sopra tutto della preziosa armeria del Re, nella quale era specialmente la spada


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della tavola del dittatore, che intanto viveva con moltissima sobrietà. Ma i suoi prodittatori, i suoi segretari, i suoi ajutanti di campo erano abbagliati, e non erano entranti per niente nei palazzi degli Incas d'Italia (1). Per decreto del dittatore il governo s'impadronì dei fondi pubblici appartenenti alla famiglia reale, sotto pretesto che ritornavano allo Stato. Era una spogliazione di fondi che, dopo la legge fondamentale del dritto pubblico, erano sacri. La rivoluzione, che nulla rispetta, li aveva sempre e da per tutto rispettati Questi fondi appartenenti al Re, come dote di sua Madre, formavano ancora la dote delle Principesse reali. Il valore di questi beni si levava al di là dei 40 milioni; ma non se ne Confessarono che 24, adducendo la menzogna, dover essere distribuiti ai patriotti, che avevano sofferto per la causa della libertà. Nello stesso tempo si sequestrarono i maggioraschi dei Principi, i beni dell'ordine Costantiniano ed i beni della Chiesa, sempre però al nome della libertà; e per iscusa si adduceva la necessità, scusa che si adduce anche nei boschi.

I bisogni e Pavidità, crescendo l'un di più che l’altro non si fermarono là, poiché si soppressero i fondi dei ministeri che il governo si compiacque di chiamare segreti: si alzò il prezzo dell'interesse della Cassa di sconto dal S al 6 per cento anche per i vaglia di. rendita, e pel deposito degli oggetti preziosi alla Banca. Si restituì alla Città la percezione dei dazi di consumo, la qual cosa,


che impugnava Francesco I a Pavia. La conserva, per avventura, alcuno in Torino per impugnarla in qualche altra e simile occasione?

(1)Se il chiarissimo autore ha qui paragonati i Re di Napoli agli Incas del Perù, a parer del traduttore, il paragone sembra giustissimo, non solo perché il Re di Napoli furono sempre i più ricchi Principi d'Italia, ma ancora perché quelli che li spogliarono somigliano troppo nella rapacità agli avventurieri del nuovo mondo.


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benché era una misura popolare, pure in un simile momento questa misura diminuiva le risorse finanziarie. L'imposta fondiaria non poteva essere pagata esattamente; le poste per mancanza di comunicazioni, ed il registro per l'inazione dei tribunali, non rendevano quasi che niente. Molti milioni di rendita si vendettero con segretezza; ma non valsero a riempire la voragine, anzi un mese dopo l'arrivo del dittatore non si sapeva più come far danaro; e si rabbrividiva all'idea di un rovescio militare ed alla prospettiva di doversi giovare degl'interessi della rendita in tre mesi.

Ognun comprende, senza dirlo, che il commercio ed il credito erano in decadenza. Il giorno dell'entrata di Garibaldi si era imposto alla Borsa, benché chiusa, un rialzamento di fondi per fare impressione sulla opinione pubblica; ma il domani i fondi pubblici, che sono la positiva espressione dello stato degli spiriti bruscamente ribassarono, e la rendita pubblica che, sotto il governo legittimo era salita a 118, non fece molto aspettare a discendere a 65!     Tutte le borse si serravano; i fornitori si ricusavano di provvedere ai bisogni delle truppe, o passavano contratti scandalosi; nessuno intendeva fare sacrificio per sostenere la rivoluzione. Nella previsione della guerra, il dittatore incaricò una commissione di raccogliere sussidi per Roma e Venezia; (1) ma questo appello al patriottismo italiano non trovò alcun eco. Coloro che avrebbero potuto fare dei sacrifizii' non avevano fiducia nella durata dell'opera rivoluzionaria.

Roma, li 18 Luglio 1861


(1)Il traduttore crede sapere che le poche somme raccolte, come gli venne riferito da un pentito garibaldino, vennero portale sopra una nave che, sparita nel giorno appresso, s'ignora tutta via ove quelle somme fossero andate a cadere.


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LE FINANZE

Allo stesso Sig. Disraeli


Signore,


Un governo nell'insieme esercita sempre una certa influenza ed azione su gli affari finanziari, commerciali ed industriali; ma, sotto Garibaldi, il ministro delle finanze divenne un essere totalmente passivo. Lo sciupio, mercé l'imperiose esigenze del Sig. Bertani, ed alle ricompense, che si aggiudicavano essi stessi gli emigrati ed i militari, prese proporzioni tali, che si vide tosto nella impossibilità di soddisfare ai bisogni del governo e della guerra. Il dittatore stesso prendeva nel pubblico tesoro somme ingenti per distribuirle in largizioni ai suoi favoriti. Il più degli emigrati ottennero, per se e per i loro, somme enormi come sollievo dello passate sofferenze. Il ministro Conforti prese per lui 300,000 franchi, totale stipendio che egli avrebbe dovuto ricevere, durante dodeci anni come ministro, se fosse restato in tal posto; ma non lo era stato che quaranta giorni (1). Il ministro Scialoja prese per lui e per suo padre circa 200,000 franchi e sottoscrisse egli stesso l'ordìnanza. Lo stipendio dei nuovi funzionari le pensioni di ritiro largamente accordate a coloro che avevano perduto i loro posti per l'esilio, assorbirono somme favolose. Un ex-sottotenente di fanteria, a nome Filippo Agreste, nominato direttore delle dogane, si ritirò da quel posto, dopo un mese, con una rendita di 12,000 franchi, rendita eguale alla totalità dei suoi stipendi.


(1)Conforti ministro caduto col quindici maggio, parche abbia ragionato, come molti altri, a questo modo: se non fossi stato in esilio, avrei durato eternamente nel ministero, e poiché ad un ministro spettano ducati sei mila annui, la somma a me dovuta e di ducati settantaduemila. Il calcolo, per aritmetica, era così semplicissimo.


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Un altro che, nel 1848, era stato due mesi in carica, ottenne un ritiro di 18,000 franchi (il trattamento di un ministro plenipotenziario), e questo non l'impedì di cumulare più. tardi, col suo ritiro, un altro impiego copiosamente ricompensato. (1) Un magistrato, non avendo che dieci anni di servizio, si fece dare il trattamento di consigliere di Cassazione. (2) Il Signor Mariano Ayala, un tempo luogotenente di artiglieria, si creò generale e prese un appartamento nel palazzo reale. A dirla in breve, le penzioni di ritiro aggravarono il tesoro di una spesa annuale di quattro o cinque milioni ed i nuovi stipendi e l'aumento per gli antichi, di sei altri milioni. Si crede sapere che si estrassero anche dal tesoro napolitano sovvenzioni per i comitati di Livorno e di Genova; è certo che 3,300 franchi furono in parte diretti sopra Genova. Si pagarono alla Società genovese Rubattini 4,800,000 franchi per il Cagliari (che gli era stato dopo lungo tempo restituito), per i due vapori il Lombardo e il Piemonte che avevano trasportato Garibaldi in Sicilia e per un quarto che era stato calato a fondo dalla squadra napolitana. La preparazione del plebiscito costò molto cara, tanto più che gli agenti del potere intascarono il danaro, e ne distribuirono il meno possibile nel far proseliti.


(1) Il traduttore crede che qui si accenni a Pietro Leopardi spedito nel 1848 a contrar lega con Carlo Alberto. Nulla fece se non si vuol tenere per qualche cosa l'importanza che si diede mostrandosi ai pubblico.

(2)Le leggi napolitane, secondo ha appreso il traduttore non accordan ritiro con sussidio se non da venti anni in poi, per ottenere l'intero stipendio bisogna documentar quaranta anni compiuti di servizio. Ora il Signore Aurelio Saliceti non sarebbe giunto a tal periodo neppur calcolando il breve tempo che fu triumviro in Roma, ed i dodici anni che vagò in esilio


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Un direttore e due segretari di Stato presero essi soli quasi due milioni. (i) II fatto, descritto dalla stampa fece gran chiasso e si minacciò d'intentare un processo... ma niuna querela giudiziaria vi fu fatta, verso la fine di settembre, le casse erano di già vuote e non si aveva che a stento il vivere dell'armata rivoluzionaria.

Come mai poteasi impedire la dilapidazione quando non vi era controllo? Il dittatore ed il prodittatore, prendevano dal tesoro in ogni momento, senza dirne il perché, sopra un semplice biglietto; i militari con la minaccia sulle labbra e con l'arma nel pugno, si facevano aprire le casse della Banca, i volontari vendevano i loro effetti subito dopo ricevuti e qualche volta anche ai fornitori, facendosene poscia dare degli altri nuovi. Il comandante Zambeccari li minacciò indarno del codice militare, fu bisogno obbligar tutta questa gente senza focolare e senza tetto a munirsi di carta in regola, pena l'esilio. La precauzione era saggia, perché il primo venuto, portando una camicia rossa, potea permettersi tutte le indignità possibili. Si cita un ufficiale superiore che fece passare il suo figlio, dell'età di sei anni per ufficiale e li fece pagare due mesi di soldo. (2) I disordini del commissariato non erano meno vergognosi. Si ordinarono 72,000 cappotti per l'armata meridionale, che si componeva di circa 25,000 uomini; questi cappotti, pagati del tesoro, non furono giammai consegnati. In alcuni luoghi dove si trovarono oggetti di fornitura, o di armamento della truppa napolitana,


(1)Secondo le accuse prodotte sulla stampa periodica, il Signor Carlo De Cesare, il Signor Ferrigni, il Signor Tranchini, il Signor Magliano ed altri, presero ducati quattrocentomila. Il traduttore non crede che essi avessero prodotta querela di calunnia.

(2) Quest'ufficiale era italiano e garibaldino dei più accesi, e si dispiace il traduttore non saperne il nome per tramandarlo ai posteri come uno degli autori dell'Italia una, che in Napoli, si traduce spogliatore.


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ciascun comandante se li appropriò, vendendoli ai fornitori i quali li rivendettero al ministero della guerra! (1)

Si sa che l'armata meridionale fu licenziata all'arrivo dei Piemontesi. I volontari si presentarono allora, in folla alla Banca per esigere il loro soldo arretrato, ed i pagamenti furono fatti sopra semplici atti di presenza. Se gl'impiegati facevano qualche minima opposizione, le sciabole sguainate venivan loro mostrate dai Garibaldini che, se non si vedevano contentati, impugnavano pure i loro revolvers; e siccome talvolta trovavano chiuse le porte della Banca, minacciarono atterrarle; così fu d'uopo ad inviarvi un distaccamento per disperderli con la baionetta. Per dare un'idea di ciò che ha estratto dal tesoro napolitano l'armata meridionale, basta dire che nel 1861, quando era dopo lungo tempo disciolta, le si pagarono ancora quasi quattro milioni.

Questi fatti sono avvenuti all'epoca della transazione tra la rivoluzione e la invasione. Sotto il Piemonte il debito pubblico fu aumentato di cinque milioni. Torme d'impiegati in ogni grado, calarono dalle Alpi sopra Napoli, locuste avide di larghe indennità e di pingui stipendi. Il prefetto militare, a Napoli, oltre il suo soldo di generale e de’ suoi stipendi come prefetto, percepisce 12,000 franchi, per le spese di rappresentazione e dispone di due palazzi reali. Due impiegati, che l'assistono, assorbiscono il rimanente de' 304,000 franchi, costo della prefettura militare di Napoli. Pisone, in Grecia, e Verre in Sicilia, erano forse più modesti. L'ammiraglio Tolosano si è stabilito nello splendido albergo del Principe di Capua. Un consigliere della luogotenenza, alloggiò in uno appartamento reale


(1)Il traduttore se è bene informato, il governo piemontese si è dato in seguito molta pena per chiarire e punire queste frodi. Ma non crede che gli sia stato facile, supposta anche la buona volontà.


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e si fece concedere 60,000 franchi di spese per ristaurazione, e, per costruirvi un teatro. (1) Il Sig. Alessandro Dumas, ha ricevuto anch'esso, il suo piccolo profitto, di circa 900,000 franchi, a quanto si dice: è vero che egli pretende aver fornito dei revolvers. Gli si è ceduto per proprio uso un palazzo della corona, e pranza, e si diverte a caccia alle spese dell'antica lista civile. (2)

Il credito finanziario, le sale d'asilo, le scuole ed il collegio pel popolo, le casse di risparmio, le casse del deposito e dei prestiti che aveva promesso il nuovo governo, ancora si stanno aspettando. Il potere viveva di giorno in giorno, continuamente stimolato dalla mancanza delle risorse; e tanto è vero, che ardì anche di mettere la mano sul danaro dei particolari depositato alla Banca. Il vostro illustre Pitt, anche in mezzo alla guerra gigantesca, spingeva a moltiplicar Banche. Nel nostro regno, ove erano poche istituzioni di credito, il ministro piemontese distruggeva il credito d'una Banca dei depositi, che numerava non pochi secoli di esistenza; e le cui polizze ispiravano una fiducia illimitata. Il pubblico ritirò i suoi depositi; sicché il numerario della banca che era, nel 27 Agosto 1860, di 77,205,172 franchi, nel 27 Settembre era di 50,563,244 franchi, nel 28 di Gennajo 1861, era di 31,600,460 franchi, e nel 13 del seguente Aprile, era ridotto a 27,394,896 franchi.


(1)Tutti conoscono quello che abbia fatto in Napoli, il già consigliere ed ora diplomatico signor Nigra. I Napoletani ricorderanno lungamente, se non altro, le grazie e l'attillamento di questo vezzoso personaggio...

(2) Il signor Alessandro Dumas che diceva a tutti «non guastargli la sua rivoluzione di Napoli», accusato di aver presa questa somma, si giustificava coll'asserire che ne avesse comprato revolvers, in Marsiglia. Tutte le fabbriche di quella città avrebbero avuto bisogno di un anno e più per fornirgli una quantità di armi corrispondenti a tal somma e che pure il Dumas ritrovò in un istante. Il traduttore ignora ancora chi abbia avuto o visto quelle armi —


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Questo però non ha impedito al governo di rapire alla Banca, nell'anno scorso, sei milioni, nello stesso tempo che ritirava i depositi metallici dalla zecca di Napoli, il primo de’ stabilimenti di questo genere, dopo quelli di Vienna e di Londra, per farli coniare a Torino. Oggi, dopo il colpo portato alla Banca di Napoli, essa non possiede neppur la metà della somma depositata nel 1861, poiché la pubblica confidenza si è raffreddata! Inutilmente il giornale ufficiale pubblica un quadro abbellito dei depositi giornalieri; perché, oramai, queste ciarlatanerie tanno perduto ogni prestigio d'ingannare la gente.

Roma li 10 Ottobre 1861



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IL DEBITO PUBBLICO

Al Signor Digradi

Signore,


Arricchito dalle spoglie della Casa dei Borboni e degli Ordini religiosi, il nuovo potere non fu prodigo che di novelle imposte. Egli volendo ristabilire l'equilibrio delle finanze, non si prese la cura di diminuir le spese, ma fu tutto attivo ad aumentare riscosse, vale a dire le imposte. La contribuzione di guerra, levata appena, nuove e gravissime tasse si gravarono pel popolo, tra le quali vi sono ancora delle sconosciute.

Il Napolitano pagava, dopo il 1832, 14 franchi per ogni anno ed il Siciliano meno ancora, in quella che il Toscano ne pagava 17, il Modenese 15 il Romano ed il Parmense 18, ed il Piemontese 19. Oggi per la sola tassa sul registro, degli atti giudiziali, civili ed amministrativi, divenuto obbligatorio, da volontario che era; il Regno di Napoli invece di 1,500,000 franchi, ne paga 39,000,000. Vi sono, oltre a ciò, altre tasse che per lo innanzi non si conoscevano, come quella su i beni mobili, quella sulle successioni che nel 1862, nella sola città di Napoli, ha prodotto un milione e mezzo e più. La Sicilia pagava un imposta sul sale e tabacco che non conosceva. Altre tasse nuove e l'aumento delle antiche portano la media individuale delle imposte a franchi 25 e centesimi 25. (1) Si parla già di sottomettere tutta l'Italia al regime d'imposizione che è in vigore nel Piemonte, in cui vi sono tasse, che nel resto della Penisula, sono ignote. Non si domanda ancora se tutte queste imposte sono giuste, né quale sarà la loro influenza sulla ricchezza pubblica, né quali effetti morali sono chiamate a produrre.


(1)Si rinvia l'onesto lettore a pag.21 del libro Roma e le menzogne parlamentari dello stesso traduttore, ove troverà a lungo trattato ciò che concerne tasse del nuovo regno d'Italia, che finora sono 47.


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Il governo di Torino prosiegue la sua opera gravosa e raccomanda ai Prefetti di adoperare tutti i mezzi, per far votare atti ili ringraziamento dai consigli municipali; i prefetti poi non mancano mai per cosi patriottico officio.

Frattanto, questo governo, che in piena pace aveva bisogno di un miliardo, mentre che gli antichi governi si contentavano di 500 milioni, come dunque spende le sue risorse? In qual baratro adunque ha gittato le ricchezze del Reame di Napoli? Non è certamente il mantenimento della sua armata che può impoverirlo: l'effettivo di quest'armata non sorpassa di molto, se è vero che lo sorpassa, quello di tutte le truppe della Penisola avanti l'annessione. Si fa sommare oltre a 300,000 uomini Tarmata italiana, ma non arriva, in realtà, che a 230,000. (1) Le armate dei diversi stati d'Italia, compresavi quella del Piemonte, formavano un totale di 228,933 uomini. A questo bisogna aggiungere che le finanze pontificie sostenevano allora anche le spese dell'occupazione tedesca. In che maniera queste armate si mantenevano? L'armata napolitana era la miglior vestita, in Europa, e quella di Modena e del Papa erano brillantemente equipaggiate. Oggi le truppe italiane sono nello stato il più miserabile, e non vi è forestiere, che, attraversando l'Italia, non l'abbia osservate (2). Il governo pertanto non ha da mantenere tutti gli stabilimenti militari degli stati annessi. A Napoli, per esempio, si sono soppressi i cantieri, le manifatture delle armi ed i laboratori militari quasi distrutti, e lo stabilimento di Pietrarsa si è serrata.


(1) Il ministro della Rovere rispondendo ai deputali che gli richiesero la cifra dell'armata, disse che era di 350,000: ma rimase avvilito, quando si gli fece vedere che l'armata effettiva non oltrepassa i 220,000. Dio sa come è concorde questa armata!...

(2)Qualunque indifferente basta che abbia un cuore, non può non esser compreso da compassione in vedersi l’armata italiana. Essa è sempre abbigliata da un cappotto


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Non è a dimenticarsi che gli Svizzeri capitolati a Gaeta, aspettano ancora la loro pensione, malgrado le proteste del Consiglio federale.

 II governo italiano non ha Corti principesche da mantenere a Napoli, a Firenze, a Parma, a Modena e nelle provincie della Chiesa. Una sola lista civile gli rimane a saldare, nel mentre che ha ristretti nelle sue inani tutti i beni delle Dinastie in esilio. Da per tutto si son soppressi i Ministeri e la qual cosa solamente, in Napoli, ha fatto realizzare, come per confessione di propria bocca, un economia di 100,000 franchi. La Zecca, la Direzione delle poste e la Telegrafia di Napoli sono state soppresse e tutto si è riconcentrato a Torino. La Banca non gli costa più niente; si sono abolite parecchie amministrazioni, tra le altre quella degli Ordini cavallereschi e. degli Ordini religiosi. Questa misura ha prodotta la realizzazione economica di 30,000 franchi sul solo Ordine Costantiniano. Una somma di 80,000 franchi ha potuta essere economizzata sulle spese di percezione di certe imposte. Il corpo diplomatico ed i Consoli degli Stati annessi non ricevono più trattamenti. Si è abolita la Corte dei Conti, a Palermo ed a Napoli, riducendole ad una semplice sezione.

Il governa non può, d'altronde, allegare, per giustificare le spese,


 che le serve per giuba e per mantello, le scarpe sempre senza sóle, le camicie nere e sucide da scambiarsi con quelle dei lavorieri dei carboni; i calzoni risaltano per i molti brani che vi pendono. Chi poi potrà dire gli insetti che tormentano quei poveri disgraziati? l'onesto lettore ben comprenderà la causa di un tanto male; la spada della divina giustizia non tarderà ad atterrare il desiderio degli empii... quia desiderium peccatorum semper peribit.


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ne' grandi travagli di pubblica utilità, né sussidi all'istruzione pubblica, all'industria ed al commercio.

Dopo il 7 Settembre fino al mese di Decembre del 1860, si ebbe nelle finanze Napolitane un deficit di circa 50 milioni. Gli eventi del 1860, al 6 Settembre, erano costati al Regno di Napoli 55,248,618 franchi; il Piemonte aveva nello stesso anno aumentato il suo debito di 150 milioni, ma il male peggiorò talmente l'anno seguente, che il deficit divenne da 80 a 90 milioni. Nulla di meno, nei conti resi dalla Tesoreria napolitana, la guerra figurava per 10,823,120 franchi, ai qua li fu d'uopo aggiungere, in un tempo in cui l'armata napoletana non più esisteva, 13,273,224 franchi pagati ali armata italiana dal Tesoro, e 6,798,166, dalle provincie. Non è mia intenzione di svolgere a fondo que sta finanziaria questione, perciò semplifico il più che mi sia possibile le cifre ed i calcoli. Il budget, nel 1861 doveva subire una diminuzione di rendita per la soppressione delle contribuzioni della Sicilia (al di là dei 16 milioni), dalla riduzione delle tariffe doganali, dal prezzo del sale e dalla restituzione delle tasse di Consumo alla Città 'di Napoli. Dall'altro iato, le spese si trovavano considerevolmente ridotte per la soppressione, della lista civile, e dei ministeri della guerra, della marina e degli affari esteri. Cosi, se vi si aveva una diminuzione di quasi 30 milioni sulle rendite, il budget si trovava scaricato d'un passivo di oltre ai 64 milioni. Intanto i conti resi del 1861 constatano che le spese erano aumentate. Il passivo era stato fermato a 104,303,161 franchi. Il regno di Napoli, come tutte le altre provincie, doveva subire la sua porzione delle spese generali, ma proporzionatamente alla sua popolazione; non vi si poteva dunque contribuire che per un terzo. Il Budget totale essendo allora di 498,395,133 franchi,. Napoli doveva sopportare una spesa di circa 160 milioni, che aggiunto al passivo fissato dal Budget speciale delle due Sicilie, offriva un passivo totale di 264,303,161 franchi


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Per farvi fronte, si vendettero circa 34 milioni di vaglia della rendita, dipoi, a rischio di una carestia, si vendettero pure tutte le derrate che dal governo precedente si erano raccolte, la qual cosa offri un introito di 6 o 7 altri milioni. La situazione divenne cosi grave, e la povera Città di Torino dovette fare l'elemosina a Napoli, non ha guari floridissima, di quasi 8 milioni! Per convincersi di tutti questi fatti, non si deve che leggere il rapporto del segretario delle finanze, Sig. Sacchi, Piemontese.

Si son visti dei governi appropriarsi, senza il minimo scrupolo, il di più delle rendite prodotte dall'aumento naturale della ricchezza; ma il governo italiano trova tutto semplice ciò che si paga di più, allorché il paese, va di più in più a cadere nella miseria. L'Italia agli occhi dei ministri, e come l'asino di Sterno, che, abituato ai colpi, riguardava con volto rassegnato, come per dire, che non si battesse troppo forte, ma che se si voleva bastonare, si poteva.

La situazione deplorabile delle finanze italiane ha dato luogo ai deficit degli anni 1860,1861 e 1862 ed a rovinosi imprestiti, che hanno raggiunto fino a questo giorno la cifra di 1,420 milioni. Il debito pubblico, in tempo delle disposizioni del ministro Sella si era già accresciuto di 925 milioni, ed il nuovo Stato d'Italia pagava, con i debiti precedenti,308 milioni d'interessi. Si è discusso ultimamente il Budget del 1863 e quello del 1864, si sono votati in fretta, in una sola tornata! Chi si prende la pena ad esaminarli, vi troverà che lo scoperto, al momento in cui io scrivo queste linee, è di 368,072,684 franchi. (1) E questo senza pregiudizio di altre spese imprevedute


(1)Si è pubblicato il bilancio del 1865, ed acciò il benevole lettore non venghi defraudato di questa conoscenza, il traduttore ce ne fa un dono, esso è come segue: Le spese ordinarie sono valutate a 747,359,368 franchi e gl'introiti ordinari a 574,063,107 franchi. Le spese straordinarie sono valutati a 106,470,266 franchi,


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come ve ne sono state negli esercizi precedenti, e senza tener conto della emissione sempre crescente dei beni della tesoreria, emissione che crea un novello debito. Il governo italiano si lancia colla testa bassa nelle operazioni finanziarie le più insensate Mentre che la spesa collettiva di tutti gli Stati d'Europa si è elevata al 15 al 20 per cento, dopo la guerra del 1859, l'aumento, nel neo regno, è stato del 100 per 100.

Voi conoscete l'esposizione finanziaria del Sig. Bastogi, vero laberinto immaginato, nel quale l'ingegno più matematico vi si sperderebbe.

Si è decisa l'alienazione dei beni demaniali e di quelli della Cassa ecclesiastica: questi beni, al dir di un ministro, producevano una rendita di 26 milioni, che rappresenta quasi un miliardo di capitale. Cercando nella vendita di questi beni, una risorsa straordinaria, si dimenticava che, anche al di fuori degli ostacoli e delle riluttanze opposte dalle coscienze, niente è più funesto che l'incertezza e l'instabilità. E pur con tutto questo, il Signor Bastogi affettava una beata sicurezza e si lusingava di poter far fronte al vuoto, il quale da lui non veniva valutato che a 37 milioni. Il deficit del 1861, all'epoca della discussione dell'imprestito, era valutato a 314 milioni; i crediti supplementari l'hanno accresciuto di 77 milioni. Il deficit previsto pel 1862 era già di 217 milioni. Questi due esercizi riuniti davano l enorme deficit di 708 milioni. Intanto il ministro fidava sopra 58,880,000 franchi provenienti della alienazione delle rendite napolitane e siciliane, mercé l'unificazione del debito pubblico, e sopra un imprestito di 500 milioni. Si lusingava ottenere 139 milioni dalle nuove imposte, di maniera che il vuoto reale non doveva essere di più che 20 milioni!

introiti straordinari a 061,437,611 franchi. Il deficit si calcola a quasi altri 400 milioni. Ma sarà stata detta tutta mura la verità?...



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Ma di primo slancio le risorse a cui il ministro fidava erano o pur né reali? Gli eruditi in finanze lo giudichino. Nel 21 Decembre 1861, il ministro aveva indicato il deficit  dell'anno senza parlare dell'arretrato del 1860. Esso aveva annunciato semplicemente il deficit generale pel 1861 a 400,408,507 franchi, ed il deficit previsto pel 1862 quasi a 317,000,000, ciò che formava un totale di 717,408,507 franchi, benché il deficit napolitano non figurava in questo calcolo che per 22 milioni: ora si è elevato a 90 milioni. D'altra parte se per una spesa prevista di 805 milioni, si era avuto un deficit di 400 milioni, come mai il ministro, che calcolava per le spese previste nel 1862, la somma di 840, riduceva il deficit a 317 milioni? Di quanto i deficit non sorpassano sempre le previsioni dei ministri! Esso aveva calcolato le spese dell'anno 1861 e 1862 a 708 milioni; e quelle del solo anno 1862 a 158 milioni; ma in quella che il bilancio fu pubblicato, il deficit del 1862 si trovò essere di 308 milioni. Il successore del Sig. Bastogi annunzio nel 7 Giugno 1862, che il deficit del 1861 e 1862 non era più di 708 milioni, ma di 1,004 milioni. Le spese per l'anno 1862, già calcolate a 840 milioni, si videro elevate a 966 milioni. Quale adunque dei due ministri esponeva la verità? Uno di questi intanto aveva confessato, che non vi erano possibili economie, e che il solo mezzo di coprire il deficit, erano le imposizioni e sempre imposizioni (1). Il nuovo ministro al contrario,


(1)Questo sistema di accrescere sempre imposizione fu inaugurato dal celebre Cavour il quale più volte aveva detto: per far l'Italia bisogna pagare, e pagare moltissimo. Tutti i deputati come Marliani, Sylos-Labini, Lanza, Sella e Massari applaudirono all'estinto e ripetettero, che per uscire dalla normale condizione in cui si trovava l'Italia, era duopo aver coraggio votare imposte tali che valessero a riempiere il vuoto delle casse. Per dare un saggio all'onesto lettore di quale imposte sono gravati i popoli d'Italia, il traduttore, dopo aver letto


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ha dichiarato in pieno parlamento la spaventevole situazione delle finanze, promette l'economia di 113 milioni, ma ne domanda in imprestito 700 milioni!...

Nel Budget del 1863 le rendite figuravano per 575 718,000 franchi e le spese per 880,353,000 franchi. U sig. Marco Minghetti prometteva economie (50 milioni annui) per far fronte al novello debito, ed una economia di 63,430,929 franchi, nel 1864. Ma doveva sapere che un terzo delle imposte non rientra nel tesoro, perché gl'introiti presunti non sono che poco pii di 50 milioni, e le spese ammontano a 880,360,435 franchi; esso doveva sapere che il deficit sarebbe sempre di 380 milioni, quand'anche l'economie progettate si realizzassero. Inoltre, teneva esso presente nel capitolo delle spese ordinarie, quasi 30 milioni rappresentanti l'interesse della nuova emissione dell'ultimo imprestito, e la guarentigia delle strade ferrate? Questa maniera di realizzare economie è tutta singolare!. Il ministro aveva promesso un'economia annuale di 50 milioni, ed ecco che le spese straordinarie, calcolate in su le prime a 100 milioni per ogni anno arrivano di già, nell'esercizio del 1863 e 1864 alla cifra di 287 milioni.

Che si sarà detto, in Inghilterra, in sentire un ministro italiano assicurare che il re Vittorio Emmanuele non aveva potuto trovare 500,000 franchi sulla fiducia della sua firma? Che si dice vedendo lettere di camino di 2,500 franchi tratte dal tesoro italiano a quattro mesi di data? Ed ecco intanto che la voragine del deficit è sempre spalancata, e lo Stato si trova gravato di 1,200,000,000 franchi di novello debito. In poco più di due anni, gl'imprestiti italiani hanno quasi pareggiato i crediti straordinari aperti in Francia negli otto anni scorsi dal 1851 al 1858.


gli atti  del Senato, N.247 pagina 868 col 2 dice: che un tale, possedendo la rendita di lire 700, ne paga di dazi 1,300. Fortunato italiano, ma senza invidia!...


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Dove adunque vanno a perdersi le rendite italiane? Ma che forse saranno assorbite da sacrifici segreti? Walpole, si dice, vantavasi di sapere la tariffa di ciascuna coscienza, ma esso l'aveva appreso nel corso di 20 anni che era stato nel ministero. Oh! quanti Macheaths italiani non danno anche la pena ai ministri di fare tali studi? Daccanto a loro, i straccioni del vostro Gay sarebbero come fanciulli. (1)

È vero che si rimarca nel Budget del 1863, 53 milioni per aumento del trattamento degl'impiegati pubblici;, ma queste spese non giustificano il miliardo preso ad imprestito in pochi anni.

Per quello che si è nascosto nel regno di Napoli, all'arretrato dei precedenti Budgets si venne ad aggiungere l’imprestito della vendita e quelli che il governo Torino ha contrattati. Con ciò, Napoli deve sopportare la sua parte degl'imprestiti fatti dal Piemonte, in vista delle annessioni. Nello stesso tempo, si è fuso il debito nel debito italiano per avere una sola categoria di contribuenti, la qual cosa non reca nessun guadagno a Torino; perché se vi sono già due miliardi di deficit la porzione di questo deficit, per Napoli, è oltre dei 600 milioni, senza tener conto della Sicilia.

Intanto, uno di questi ministri (5) dedicato alla ricerca della pietra filosofale, ha pensato che gl'Italiani poteano molto consolarsi, giacché nella vostra antica Inghilterra un abitante paga pel debito dello Stato 21 franchi, mentre un Italiano non ne paga ancora che sette. Ma intanto sarebbe stato d'uopo dirci, come mi sembra, quale è il capitale produttivo de’ 27 milioni degl'Inglesi, e quale è quello dei 22 milioni degl'Italiani.


(1)Macheaths è uno dei prototopi, come credesi, della commedia degli straccioni di Gay.

(2)Il traduttore crede, che il ministro, a cui qui si fa allusione sia il Sig. Sella, il quale è uno che non è mai sfornito di entusiasmo, quando si tratta di decorticare i popoli dall'Italia, e segnatamente quei del mezzogiorno.


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È sulla proporzione del numero degli abitanti, che noi dobbiamo calcolare il debito e le tasse e non sulla proporzione della ricchezza nazionale? La Francia e l'Inghilterra sono gravate d'imposizioni, perché sono ricche, ma non sono ricche perché pagano tante imposizioni. Le spese non formano le ricchezze, ma sono queste che forniscono quelle. Il ministro si mostrava superbo di annunziare che il debito nella Gran Brettagna, assorbiva il 36 per cento sulle rendite, ed in Francia 31, mentre che, in Italia non poteva ancora assorbire che il 26. La base del suo ragionamento era che le rendite dello Stato aumenterebbero fino a 600 milioni. Ma gl'introiti del 1860 invece di 547 milioni, non ne avevano dato che 456; nel 1861 si erano calcolati a 477 milioni e non he avevano dato che 468; nel 1862 si erano valutati a 531 milioni e ne sono rimasti al di sotto. Se dunque gl'introiti non oltrepassano in prima 468 milioni, gl'interessi del debito essendo di 156 milioni, la proporzione non è più di 21, ma bensì di 33 e di 32 e mezzo per cento,

Ammettendo pure che le preveggenze del ministro siano ancora deluse per l'insufficienza dell'entrate, o per l'accrescimento straordinario delle spese, non si avrà altro espediente che l'aumento del debito. Ora, chi si appoggia sul credito, si appoggia sopra la più facile, ma sicuramente sopra la più fragile di tutte le risorse. Non vi é, in Europa, Stato, che abbia raddoppiate le sue entrate in meno di un quarto di secolo; l'Italia otterrà essa dal Cielo un tal beneficio, malgrado i disordini della rivoluzione, le devastazioni della guerra civile, le diffidenze politiche d'Europa, gli all'armi del credito, lo scoramento del commercio e dell'industria? Dove è questo forte, compatto e pregevele potere, che vuole il bene ed ama la patria, e ripromette colla sua perseverante saggezza un tal prodigio?

La situazione del credito pubblico e del credito privato addiviene sempre più inquietante', e tutti i gravi ingegni se ne preoccupano.


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Ma quando si prendono milioni, non se ne debbono prendere troppo.

I poteri nuovi hanno, in tutti i tempi, trovata a loro conforme questa massima. Gl'incaricati che tengono le redini dello Stato, tanti Titani che non avevano saputo altro che declamare con asprezza contro gli antichi governi dell'Italia, hanno di già mostrata di che eran capaci. In fine de' conti non parlano d'altro ogni giorno che di far debiti (1) Il campo degl'imprestiti è il solo, che innanzi al nuovo potere è aperto, e tutti vi vogliono pascolare. Nel vostro Stato, Signore, ove la responsabilità è chiaramente definita e si discute in parlamento, ove non è alcun Cancelliere dello Scacchiere che non prenda per punto di onore contener le spese nel limite dell'entrata, che si dirà di quei ministri amatori delicati delle particolarità finanziane, che conducono gli affari dello Stato, come il vostro Addisson, moralista benevolo, conduceva in tutte le falsità il suo Roger di Coverley? Che si dirà di quei budgets italiani non discussi, budgets convertiti a legge in un sol giorno, di quei prestiti cosi enormi votati con entusiasmo incredibile? Che si penserà di quel vergognoso sciupio, di quelle spese che non si sono erogate nel corso di un esercizio, di tutti quegli arretrati passivi che dopo il 1861 superano sempre l'attivo delle finanze italiane? Che si dirà di quella cieca speranza che, sola, non sente lo scricchiolio del cadente edificio creato, dalla rivoluzione, quando il mondo intero se ne spaventa?

Roma, li 4 Ottobre 1863.



(1)Nella tornata de 4 Luglio 1863 il Sig. Rattazzi diceva che il governo d'Italia ha bisogno di un nuovo prestito. Dimenticava ei forse, che gl'interessi dei debiti finora fatti, sono al disopra delle rendite che ti percepiscono sulle immense tasse?...


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LA MORALE

A Sua Eminenza il Cardinal Wiseman a Londra.


Eminenza,


Il re Vittorio Emmanuele ha preteso innanzi al mondo, che esso era stato chiamato dai Napolitani a prendere la corona di Francesco II, suo parente. Ma qual corpo dello Stato, quali comizi, avevano espresso questo voto? Dieci o dodici individui inviati da Garibaldi in pericolo, si costituirono mandatari del popolo, e tra questi vi erano, alcuni generosi ed alcuni funzionar! che dolorosamente erano divenuti celebri pel loro recente tradimento. I comizi di Napoli non si erano ancor tenuti in quella che i Piemontesi invasero il Regno. Nella proclamazione d'Ancona del 9 Ottobre, redatta, come dicesi, dal ministro Farini, si affissarono i voti delle. popolazioni, ed i doveri verso gl'Italiani, assumendo l'incarico di portarsi a rigenerare il Regno di Napoli, ed a moralizzare i suoi abitanti, (1) la qual cosa era lo stesso che aggiungere l'ironia alla violazione di tutti i dritti. Questo era, dopo l'invasione degli Stati Pontifici, una seconda confisca per mezzo della forza, una perdita di dritto per parte della giustizia. La marcia che s'intraprendeva aveva per iscopo sostenere ed ajutare Garibaldi con le sue orde; e quella complicità con le me desime, che fino a quel punto si era nascosta, ed officialmentc smentita, in questo momento con sfrontatezza


(1)Se moralizzare deve intendersi proteggere il vizio, e rigenerare scannare, tutti a man franca, il governo di Torino ha adempito atta promessa fatta, in Ancona> al regno di Napoli.


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di nuovo genere si veniva a confessare, stimando esser giunto il tempo a dover gittare la maschera. (1)

La pretesa di moralizzare il popolo napolitano era un fiero insulto, ed una amara ironia all'indirizzo di popolazioni della più bella, e della più ricca contrada dell'Italia, e questa pretenzione, erano i Piemontesi che l'affigèvano!

Benché l'antipatia tra i due popoli non fosse allora tale, quale è divenuta di poi, i Napolitani, fatta eccezione di un partito, non riguardavano i Piemontesi come loro compatriotti. In fatti i Piemontesi hanno una fisonomia tutta sua, un dialetto proprio, particolarità morali ed intellettuali, ed una differenza di educazione che non può spiegarsi. Possedevano una riputazione di buoni soldati, ma si consideravano, nel Mezzogiorno, come non appartenenti al medesimo ramo della gran famiglia italiana. Essi non avevano che debolmente accresciuto il patrimonio nelle arti della pace, ed occupavano un posto modestissimo nei fasti di una gloriosa letteratura. I Napolitani, che si contraddistinguono per la loro vivacità, per l'ingegno, per l'eloquenza e che superbiscono di aver superati tanti altri popoli nelle scienze morali, e nelle riforme civili, non videro in quel famoso manifesto anconitano che una imbecillità, una solenne insolenza.

Il nostro popolo, naturalmente buono, è irascibile e facilmente si esaspera nel vedersi deprezzato. Il sangue di tutti gli uomini di cuore bolle alla lettura di quel proclama d'Ancona. Questo governo andava esso ad elaborare la restaurazione dei dogmi immutabili e dei principi della morale,

(1)Col tempo, quante rivelazioni non si son fatte le quali han data luce alle cose che sembravano oscure? Cavour confessò che aveva spedito Garibaldi in Sicilia; Farini confessò che i fucili erano del governo di Torino. Garibaldi confessò l'appoggio inglese nello sbarco a Marsala e nel passaggio al continente, e tutti poi insieme han detta che senza il tradimento Francesco II non usciva da Napoli.


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senza la quale ogni società è inferma, ed ogni autorità combattuta ed incerta? Andava esso a mettere un freno alla dissolutezza dei costumi, a raffermare i sentimenti religiosi, ad accordare la sua protezione alle arti, alle lettere ed alle scienze? Che non doveva fare se vuoi giudicarsi dalle sue promesse? Le anime semplici, provarono più sorpresa che fiducia, però si lusingarono di vedere la loro bella patria, in breve tempo, meritare tutte le benedizioni del cielo e tutti gli applausi della terra.    

Si era già sperimentata la civilizzazione che trascina al suo seguito la rivoluzione. Garibaldi aveva già fatto conoscere quale rispetto egli aveva per la legge e per la morale. Con uno dei suoi decreti, aveva concesso una petizione, da gravare sullo Stato, ad una figlia adultera di Pesacane morto nella folle spedizione del 1856. (1) Con un altro decreto aveva dichiarata sacra la memoria di Agesilao Milano, e concesse una penzione alla madre ed alle sorelle di quel regicida; è nello stesso tempo, un certo Ayala era andato alla testa della guardia nazionale, a deporre una corona di sempreviva sulla tomba dell'assassino.

Il governo sardo, non appena subbentrò al posto, di Garibaldi, autorizzò tutte le orgie del pensiero e tutte le depravazioni della intelligenza, di cui la stampa si rendeva l'organo giornaliero. Permise la rappresentazione di drammi osceni, nei quali i Cardinali, il Papa, i Martiri ed i Santi erano messi in iscena. Si tollerò la mostra delle più luride ed ignobili pitture, la vendita di abominevoli libelli... e di libri i più inzozzati d'immoralità, e la prostituzione la più svergognata (2)

(1)Nel 2 Luglio corrente si ergeva in Salerno a questo amatore della patria, all'uso piemontese, il monumento, ad istigazione dei deputati G. Nicotera, G. Matina ed Alfieri d'Evandro e Domenico Mauro ne faceva il discorso d'inaugurazione Povera Italia! Il governo di Torino ti spoglia di danaro e ti disonora con tali monumenti!...

(2) Il governo della moralizzazione ha fatto


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Questo è il lavoro delle, streghe del vostro Shakespeare:radunare veleni e serpi per giungere ai fini dell'ambizione ed al colmo dell'ignominia. Trecento zitelle della classe popolare furono cacciate dall'Albergo dei poveri, grandioso stabilimento fondato sotto il governo di Carlo III, ove più di 3,000 poveri ed orfani apprendevano un mestiere a spese dello Stato. Queste infelici gittate tutte in un istante sul lastrico, senza mezzi di esistenza, l'indomani, quasi che tutte divennero preda del vizio. I direttori fecero eseguire i ritratti in fotografia delle più avvenenti, alle quali si era permesso di restare nello stabilimento     e quei ritratti furono mandati a Torino! Il governo non ricordava che quandosi lascia al vizio rialzare la testa, avvenimenti funestissimi si prepararono; e più d'ogni altro quando non sigma dei grandi principi, che formano il fondamento a una società?

E poi si tollerava tutto questo al momento stesso, in cui si abolivano i conventi, si distruggevano gli stabilimenti di letterature e di scienze nel Regno, e si lasciavano rovinare gli stabilimenti di beneficenza! Gli antichi direttori di questi stabilimenti, presi dalla nobiltà, esercitavano gratuitamente le loro funzioni: se ne nominarono dei nuovi, assegnandosi loro dei pingui stipendi. Però non si tardò a verificarsi per questi asili una diminuzione di rendita di 200,000 franchi, ed il loro stato presente è per ogni lato deplorabile, sicché quei poveri disgraziati che si lasciano tuttavia rinchiusi nell'Albergo dei poveri sono coverti di cenci, inquietati dagl'insetti, senza letti, senza coverte, ed il cibo che si da loro, in nutrimento, è scarsissimo. Perché mai il governo avrebbe più premura per i poveri che peri carcerati. (1)


tessere la storia della prostituzione per alimentarla, ed ogni libito ha fatto lecito in sua legge.

(1) Si vegga a pagina 141 ove si è parlato dei carcerati.


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lettera diretta, nello scorso anno, al generale La Marmora, e pubblicata dai giornali, destò nel mondo grandi risentimenti. L'autore vi faceva una tetra pittura di questo stabilimento, invitava il generale a visitalo, e terminava con queste parole. Portati sul luogo osserva, e ci dirai se i Napolitani hanno ragione di maledire Torino! Il generale fece orecchie da mercante. E' vero che il principal dovere di un nuovo governo è quello di far regnare l'ordine in tutto e per tutto; ma l'ordine, in Napoli, fin dal principio si trovò compromesso nello stesso modo che la morale. Le passioni, brutali, l'egoismo, l'orgoglio, le necessità. del momento le combinazioni politiche impedirono ben tosto il. corso della giustizia; ed il governo, per soli fatti di sua origine, s'inclinò a rallentare le briglie a tutte le passioni. Quel popolaccio che surse dagli ammutinamenti, quei bravi sortiti dalla turba, e quei forzati usciti dai bagni dovevano dare, come dettero, in tutti gli eccessi. La rivoluzione aveva assoldati i camorristi per timore. come diceva, che non facessero una reazione, ma il vero scopo fu di servirsene per spargere terrore. Nel tempo che Garibaldi entrava in Napoli, bande di condannati fuggirono d$I bagna di Castellammare e vennero a rinforzare la camorra ed un ministro ne fece mettere in libertà altri duecento cinquanta! (6) Dopo la partenza di Garibaldi il Piemonte si ricevette con compiacenza questo retaggio della rivoluzione. Tali uomini, sicuri dell'impunità, con faccia di patibolo, si spacciarono per politici ed avversari alla Dinastia dei Borboni!

A Palermo, ove l'anarchia era di gran lunga superiore a quella di Napoli, si formò una setta di assassini ed in pochi giorni, diciassette vittime caddero sotto i colpi di cotali miserabili. Vi si era in fine organizzato l'omicidio.

Per buon tratto di tempo, Eminenza, si son negati


(6)Il ministro a cui qui sì accenna, il traduttore crede essere il Sig. Crispi.


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i delitti, e l'esistenza stessa di quegli esseri feroci, nello stesso modo ché si son negate le atrocità comandate dai Fumel, da' Pinelli, da' Neri, e dai Galateri, che il governo italiano ha tollerate. Ma il potere stesso, dopo due anni di complicità, non fu costretto a purgare Napoli da questi banditi? Quando credette di non aver più bisogno del loro appoggio fraterno, li arrestò tutti in una notte, li gittò nelle prigioni, e fecili trasportare più laidi a Finestrelle e nell'Isola di Sardegna. Gli altri, in numero di 1,180 sono stati inviati a popolare l'isola dell'Elba, di Capraia, di Gorgona e del Giglio.

Era già troppo tardi; perché, in Napoli, non si poteva più camminare né di notte e neppur anco di giorno. Il pugnale di un sicario investì spesse fiate la sua vittima in pien merìgio, nelle strade più frequentate, e non di rado al cospetto della pubblica forza, il generale Màrulli, il capitano Giordano, il generale d'Ambròsio con suo figlio ed un gran numero d'impiegati civili furono bruttamente insultati, battuti e lasciati per morti in sulla strada. Bastava dirsi che la vittima era un borbonico, per fare che i carabinieri piemontesi lasciassero l'omicida libero ed impunito. Gli omicidi divennero cosi frequenti che l'abitudine ne diminuì l'orrore. Il governo non diede altra consolazione ed altra sicurezza al popolo napolitano che di fargli sapere, ogni giorno, il numero di coloro che erano stati battuti ed ammazzati dagli assassini. Questa cronaca ebbe a registrare, nel 1861, e per la sola città di Napoli, diciannove assassinati, in meno di quindici giorni! La statistica del 1861 accusa, in Napoli, 4,300 delitti contro le paesone; nel distretto di Palermo, dal primo Giugno al quindici Ottobre, 6,745 delitti, dei quali 743 contro le persone. Nel 1862, sopra il numero dei reati di cui si erano conosciuti gli autori, si contano 2,497 attentati contro le persone, e 1,698 contro le proprietà. Nella sola Città di Napoli, e nel solo mese di Ottobre, sopra 160 misfatti vi furono 98 uccisioni in venti giorni.


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Nella statistica del 1863, la media dei misfatti sarebbe di 3,000 e quella dei delitti di 6,000. Di maniera che calcolando la proporzione dei reati di. provincia sempre più numerosi sopra quelli della provincia di Napoli, si sarebbero avuti, nel 1862, 21,000 delitti per 32,000 accusati; e 42,000 delitti per 52,000 prevenuti. Questa proporzione non si è affatto variata nel 1863, e si calcola che vi è un accusato sopra 312 abitanti, mentre che prima del 1860 questa proporzione non era che di 1,083. Non va modo di violenza che non si permise contro le donne, contro i militari dell'antico governo, e talvolta, contro le stesse autorità. Io non parlo del contrabbando; perché le spie della polizia ne diedero in prima l'esempio.

Per lo giro di cinquantanni appena pochi incendi si erano numerati, e tra questi un solo, nel 1814, si attribuì alla malvagità. In Luglio ed in Agosto del 1860, quando la rivoluzione era presso che alle porte della Capitale, ne scoppiarono parecchi, ed altri più tardi sotto il governo piemontese, segnatamente quello dell'Albergo dei poveri. Se ne tentò un altro, ben altrimenti in gravita, alla conservazione dell'ipoteca, ed avventurosamente i titoli di tutte le fortune non furono consunti dalle fiamme. Dopo il mese di Settembre del 1860, il numero dei furti era stato spaventevole; e dopo l'istallazione del governo sardo andò d'un di più che l'altro sempre crescendo. Imbaldanziti per la mancanza di repressione e divenuti più destri, i ladri assalivano le case, le botteghe, e perfino le Chiese. Ultimamente alla Favorita, villeggiatura della Corte, ove il popolo si raduna in folla la domenica, i ladri aspettavano quelli che se ne ritornavano per spogliarli; e ciò avveniva ad una lega e mezza dalla Capitale!... Spesse volte ancora, i ladri si presentarono come agenti della pubblica forza, o vestiti da guardie nazionali, e si davano incaricati di una commissione, D'altronde, in ogni parte vi erano i complici, ed anche io quella polizia riorganizzata dal signor Curletti, piemontese,


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che scampò il carnefice fuggendo. Nove malfattori arrostati a Posillipo, nel momento stesso che commettevano il furto, furono, due giorni dopo, rilasciati: il loro capo,  una antico basso uffiziale svizzero, (1) era conosciuto per la sua audacia e per la sua relazione con la polizia; e lo stesso ne' commise degli altri nelle vicinanze di Napoli. I colpevoli disprezzavano la giustizia. Quando si commise un furto, nel 1862, vicino Senerchia, in danno di molti negozianti, la polizia commettendo altro gran fallo, fece indennizzare i derubati dal Sindaco, è dalle municipalità; senza poi dire che i sospetti di Borbonismo erano ricercati ed arrestati colla maggiore attività e rigore del mondo. Nelle provincie, ove i prefetti hanno a loro disposizione una potente polizia ed una numerosa forza armata, si sorvegliavo i minimi movimenti degli uomini ostili al governo, ma si serrano gli occhi e si resta colle mani incrocicchiate quando deve agirsi par disarmare i sicari, per assicurare la pubblica tranquillità e difendere la proprietà. Niuno ardisce di querelarsi innanzi le autorità, niuno osa di deporre in giù diario. L'antico governo si è rimproverato per essere stato troppo debole: ma qual miglioramento si ottiene ora che il governo debole è stato rimpiazzato da un altro forte?

Roma, li 16 Luglio 1863,




(1)Il traduttore crede che questo basso uffiziale, chiamato qui svizzero sol perché appartenente ai già reggimenti svizzeri, sia un Vertemberghese a nome Schmidt, condannate in patria, condannato in Svizzera, ed era più volte messo in carcere e più volte scarcerato dalla stessa polizia.


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LA RELIGIONE

A Sua Eminenza il Cardinal Wiseman


Eminenza,


La massa del popolo, se da una parte non comprende gran cosa delle leggi, dall'altra a meraviglia comprende gli oltraggi che alla morale si son fatti. Il popolo napolitano avrebbe potuto, parlando a rigore, rimanere estraneo ed indifferente alle offese contro la pubblica morale, sviando gli occhi dalle licenziose immagini, impedendo gli spellaceli ed i teatri. Ha questo non era il compito del governo che si chiamava moralizzatore: perché essa aveva la pretenzione di alterare te religiose credenze d'un popolo eminentemente cattolico.

Il Piemonte, per costituire l'unità italiana, si studiò sin da sulle prime, distruggervi l'unità religiosa, che era l sola esistente, e per questo ha aperta la Penisola all'influenza del protestantismo. La società moderna, essendo basata sulla Chiesa, questa è la prima che soffre in ogni rivoluzione, ed in Napoli, vi è ancora una ragione più diretta. Nello spirito del popolo, il Re legittimo e la Religione si confondono; perciò era duopo dunque, per far dimenticare il Re, distruggere la Religione. Ed è per ciò che il governo ha fatto ogni sforzo per distaccare il popolo dalle sue avite credenze. Napoli è troppo vicino a Roma ed il nostro popolo, come ogni società cattolica, è vivamente interessata dell'indipendenza del Capo spirituale di sua Religione, (1)


(1)A proposito di ciò il deputato Ferrati diceva, nel 4 luglio 1864, ai deputati: il Mezzodì è sempre stato per Roma, riconobbe pur sempre l'alto dominio di Roma; e perciò è impossibile staccarlo da Roma, che saporitamente si ride di voi.


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Non potendo dunque alterare essenzialmente ìa costituzione politica della Chiesa, si è cercato, in Napoli, di scuotere le credenze del popolo con gli esempi e con le seduzioni. Persone che domandano ad alta voce che si tolga il Papa e che si ristabilisca Cesare, trovano tutto naturale di formare quella turba salutatrice, che si prostrava innanzi a Claudio, a Tiberio ed a Nerone. Non si osa dire quanto si osa pensare, e gli uomini del governo non ardiscono forse pensare tutto ciò che arditamente fanno: perché il governo italiano vuole che si faccia ma non vuole che si sappia.    

Sacerdoti secolari e regolari erano andati innanzi a Garibaldi ad innalzare grida frenetiche; si erano visti monaci, con la pistola e crocifisso in roano, far mostra della camicia rossa sopra la lor veste di saja. Ma il popolo, il vero popolo non aveva voluto vederli, e si rideva di tali sacrileghe buffonate. L'immensa maggioranza dei preti, specialmente, in Napoli, dava i' esempio di virtù degna del loro stato. Compresasi la loro influenza e riconosciutisi ostili, si stabilì di combatterli; lasciando all'uopo il governo, tutta la libertà ai nemici della Chiesa. li Padre Gavazzi, frate senza pudore e folle, non arrossì di predicare per le piazze e per le spiagge la libertà delle donne e dei connubi, il socialismo ed il mormorismo; (1) il Padre Pantaleo ardi tenere conferenze nelle Chiese, e fu applaudito dai sacerdoti apostati come un attore nel teatro, ed il Padre Giuseppe da Forino ed il P. Giordano neppur si vergognarono di farsi gli apostoli della rivoluzione e, dell'eresia. Frattanto una filosofia all'uso del governo, si serve della cattedra. Vi fu un tempo, Eminenza, in coi Colliris, Tindal e Bolingbroke divennero i dottori della vostra gioventù, là gioventù italiana comincia la sua carriera di educazione sotto Gavazzi e Pantaleo.


(1)Questa setta che comincia ad avere tanta estenzione negli Stati Uniti d'America, è noto come sia intenta a sovvertire tutte le basi della società cristiana


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Il governo, dal canto suo, non tralasciava impadronirsi delle Chiese per ridurle. a carceri ed a quartieri. La bella. Chiesa della Vittoria, a Palermo, fa mutala in scuderia! Ciò non era meno impolitico che empio.

Lo spoglio doveva precedere l'era della libertà: Garibaldi organizzò il saccheggio legale del santuario:, perché con un suo decreto abolì la compagnia di Gesù a datare dal giorno dello sbarco dei Mille. Ai termini di questa disposizione retroattiva tutti i contratti stipulati dopo lo sbarco, erano annullati! Si. soppressero i conventi,. concedendo le pensioni vitalizie ai Religiosi, si dichiarano le rendite vescovili devolute allo Stato, assegnando ai Vescovi un trattamento dì ottomila franchi. Questa abolizione arbitraria del concordato, era nello stesso tempo, un furto commesso in pregiudizio dei poveri. Il vostro Burke riprovava i furti di questo genere commessi dalla repubblica francese, dicendo che l'Inghilterra non vede alcun inconveniente nel possedimento di 10,000 lire sterline di rendita del Vescovo di Durham o di Winchester Esso con questi fatti diffamava un attentato contro la proprietà ed un tentativo contro la Religione. Egli è vero che quei decreti, furono sottoscritti con una incredibile prontezza, ma pure non vennero immediatamente eseguiti, sicché i conventi non ancora si sono soppressi di fatto.

Il governo di Torino non si fece scrupolo ad approfittarsi delle rendite confiscate, spogli vergognosi e manifesti, si prese le doti delle religiose, venendo dalle famiglie che le avevano costituite, nonché molti beni dei convenni provenienti dai legati o da altre pie fondazioni, per la qual cosa le proprietà private e le disposizioni testamentarie si trovarono alla, lor volta violate. Una commissione, sotto l'apparenza di un protettorato benevolo, prese possesso dei benefici vacanti amministrando i beni ecclesiastici, e passarli all'amministrazione dementarti. Si è messa la mano sopra i benefici, i cui titolari furono l'oggetto di piati giudiziaria specialmente sovra i beni dei Vescovi esiliati.

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Oggigiorno, l'affrancamento delle rendite perpetue prepara gli spiriti alla vendita dei beni ecclesiastici, indebolisce le ripugnanze delle coscienze e presentano viti incentivi alla Cupidigia. Pel momento, Questi beni servono per pagare i commissari incaricati a dilapidare' o per altri usi. I giornali ministeriali, gli attori ed i predicatori d'empietà, hanno ricevute pingue sovvenzioni su i fondi della Cassa ecclesiastica. Vi è di' si son pagati i commedianti di S. Carlino che rappresentato davanti la Corte l'entusiasmo della piazza all'arrivo del Re d'Italia; e, nell'inverno ultimo si son tolte le spese per i balli di palazzo.

Mentre che questi spogli, freddamente, e senza interruzione, si proseguivano, il governo si astenne di pagare le pensioni di alimento, o se or le paga lo fa con tale una inesattezza che il più delle comunità religiose soffrono la fame (1) La pensione di una religiosa è ridotta ad otto soldi per giorno, e parecchi monasteri non hanno ricevuto nulla dopo due anni! Il governo, con ciò, viene a contestare ai religiosi il diritto di vivere nella miseria. Si cacciano dai loro antichi è pacifici asili; (2) si è forzata la clausura, ad una quantità di monasteri, in Napoli, in Palermo, in Capua, in Aversa, in Bari ecc. ecc. (3)


(1) Quanto si disse dal Chiarissimo autore si è appuntino verificato, e chi dubitasse a crederla interroghi la Direzione del giornale l'Osservatore Romano e si faccia dire a quanti monasteri di religiose si è soccorso per suo mezzo colle largizioni dei buoni romani!...

(2)Nello sfratto dato alle religiose benedettine, in Isernia, i delegati del governo rigeneratore non ebbro neppure ritegno di cacciare dalla suo umile cella una monaca di anni 96, a nome Emilia Imperata, sorella del vecchio marchese di Spinete, e rimandarla a casa sua. Al saggio lettore si da il campo a riflettere...

(3)Secondo i calcoli recenti, dalla pubblicazione di questo libro, fin oggi, le soppressioni sono ammontate fino a 300 ed oltre. Con quali modi si preceda ad atti di simil natura il prova la soppressione recente del monistero di S. Giovanni, in Napoli!


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Più dì una volta la guardia nazionale si è negata a coadiuvare queste violenze, e spesse volte i superiori vi si sono opposti con una fermezza degna dei Martiri. A Napoli si voleano cacciare dalle loro stanze le Sacramentiste, le quali vivono di sola elemosina; e, perché si abbandonasse questo progettò, fu d'uopo niente meno, che lo sdegno del popolo pronto a sollevarsi. Intanto il governo avendo ottenuto con facilita una legge che lo autorizzava ad occupare a suo talento tutto le case delle corporazioni religiose, le converti ben tosto in caserme; e talvolta, per cacciarne i Religiosi, se ne sono abbattute le porte a colpi di scure, scalendosene le mora, e per contenere il popolo si è fatto uso di un insolito apparato di forze. Si numerano, dopo il 1861 fino ad oggi, in tutt'Italia, più di 200 case religiose invase; 13 o 14 mila religiosi dispersi, 164 collegiate spogliate, 121 conventi trasformati in caserme e 100 Chiese cambiate in magazzini (1) La maggior parte di queste invasioni hanno avuto luogo nel Regno delle due Sicilie. E quanti monumenti artistici, oggetti preziosi e biblioteche non si sono perdute.

La persecuzione ebbe principio fin dall'entrar dì Garibaldi; in Napoli, come nelle provincie, ecclesiastici d'un rispettabile carattere furono espulsi dalle loro parrocchie, e vennero esposti agli oltraggi di un popolaccio fanatico. Una moltitudine di Sacerdoti furono insultati, maltrattati nelle piazze, incarcerarti, e talvolta feriti a morte, Credendo che la resistenza del Clero di Napoli provenisse dall'Arcivescovo, Garibaldi ignominiosamente scacciò da Napoli il Cardinale Riario Sforza; ma il popolo essendosene commosso,


(1) Nella città di Venafro la grandiosa Chiesa di S. Francesco dedicata alla Immacolata Concezione, che per la munificenza del Re Francesco II era per prendere il primo posto fra le regie dì Dio di quella Città, si è ridotta a scuderia. Cosa che ha recato grande scandalo  a quei buoni cittadini!...



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il dittatore fece la voce che l'ammiraglio francese si era interposto e perciò il Cardinale non più partirebbe. Fece pure, nella notte seguente, illuminare gli appartamenti di Sua Eminenza per far credere alla moltitudine che il Cardinale non era partito.

Il governo di Torino si era lusingato di formare nell'Episcopato e nel Clero un partito docile all'ispirazione dell'italianissimo, ma ingannatosi di trovarlo tale, alle suggestioni rivoluzionarie, risolvette perseguitarli a tutto potere. Il suo sistema di persecuzione è stato sempre permanente pel giro di tre anni, e lo è tuttavia, con una impassibile, ostinazione. Si era tentato l'indomani dell'entrata di Garibaldi, di saccheggiare il Palazzo della Nunziatura, ma la bandiera francese innalzata sulla porta intimidì i saccheggiatori, il governo di Torino permise però di scalarlo in pieno giorno, e di disperderne gli archivi. Dopo di avere invitato il Cardinale a rientrale nella speranza di far spiegare la sua influenza sul popolo, si cacciò di nuovo. Sotto il governo della conquista si diè principio all'ostracismo dei Vescovi d'Aquila, di Castellammare, d'Andria, di Sessa, di Teramo, di Patti, tutti i Prelati esemplari per la loro pietà e per la loro scienza, la più parte di un'età avanzata e facile a soccombere alle pene dell'esilio. Infatti quelli d'Isernia (1) di Bovino e di Sora


(1)Questo Vescovo delle sedi riunite di Isernia e Venafro, da oltre a settant'anni, fu esposte ad ingiurie di ogni natura. Egli fu schiaffeggiato, sputacchiato, colpito con calci di fucili ed imprigionato da quei furiosi, ira quali il Prefetto de Luca, il vice prefetto Venduti ed altri. Se campò la vita fu per prodigio, poiché quando $i voleva fucilare, giunsero le guardie urbane capitanate dal traduttore e lo salvarono, respingendo l'orda demoniaca fino a Bojano, già ridotta a frazione. Dopo l'invasione venne accusato da Iacopo deputato, come uno dei promotori della reazione d'Isernia con tutti quegli che hanno una rendita, non escluso il traduttore a cui il giorno 18 Giugno gli si è intimato ordine di costituirsi in carcere


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morirono per le ambascie. Se ne gittarono molti nelle prigioni, per esempio Monsignor Frascolla di Foggia, Monsignor d'Ambrogio, Vescovo di Muro, gli Ordinari di Reggio, di Sorrento, di Rossano, di Capaccio e di Angiona. Si strapparono con violenza dalle loro sedi il Vescovo di Avellino, Monsignor Gallo, l'Arcivescovo di Trani Monsignor Bianchi, l'Arcivescovo di Salerno, i Vescovi di Lecce, di Nardo, di Acerenza e di Gallipoli. Quei di CasteIlaneta e di Teano furono assaliti e feriti, e se furono salvi, deve attribuirsi ad un miracolo. Il P. de Cesare, Abbate di Montevergine fu colpito da sette palle di fucile. Esso miracolosamente scampò fa morte, ma i due imputati di questo agguato furono impiegati dalla rivoluzione nell'amministrazione della Cassa ecclesiastica! La totalità, quasi dei Vescovi del regno si sono rifugiati in Francia ed in Roma, o pure trovansi rilegati a Genova ed a Torino, Quando le popolazioni ne domandano il ritorno, il governo risponde, che i Vescovi sono liberi di ritornare, ma consiglia in egual tempo a questi Prelati di non esporsi, ed intanto sequestra le rendite degli assenti.

Un gran numero di Sacerdoti si arresta, ed i processi s'intentano a coloro che non vogliono ubbidirebbe alla loro coscienza, i quali si trascinano sulla scranna dei rei per condannarli a forti ammende,. alla prigionia ed alla reclusione: il Vicario della Cattedrale di Napoli, il Vicario Foraneo di Procida; il Vicario di Reggio se ne son dovuti fuggire per aver scritto in una circolare: preghiamo pel nostro assente Pastore; e molti altri sono stati messi sotto processo per aver pubblicata senza exequatur la bolla della Crociata,  che è stata sempre esente

per esser giudicato (tome distruttore del governo... Si domanda al proc. Gle. Sig. Clauri quale governo esiste va, in Isernia, quando il traduttore e tutti quei che fan parte della gigantesca e maravigliosa causa, erano colà? L,. Se vi era il governo del Re legittimo, come dunque poter essere condannato da un governo invasore?... Il Sig. Clausiche per la borsa, ha fatto molto sfoggia di eloquenza


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da questa formalità. Il Vescovo d'Eumemia sì è visto accusato d'aver indirizzata, una lettera d'esortazione agli alunni del suo seminario... ed il seminario è stato chiuso. Il prefetto di Avellino (1) di Foggia e di altre provincie hanno poeto il Clero sotto una sorveglianza, la più tirannica ed oltraggiante della polizia. La persecuzione non si risparmia neppur dinnanzi le tombe: si è fatta opposizione ai funerali di un pietoso arcivescovo, quello d'Amalfi; molti a guisa di furie, entrarono in Chiesa e sopra la spoglia mortale si precipitarono a guisa di avvoltoi. Si è creduto scuotere l'immaginazione del popolo facendo interrare nel cimitero comune l'arcivescovo di Capua e il Cardinal Cosensa, che aveva bene il dritto di riposare nel suo Arcivescovado, per la cui restaurazione aveva speso più di 400,000 franchi. La carità di questo Cardinale si passava in proverbio; poiché donava fino la ava biancheria a poveri, al punto stesso di mancarne al bisogno. Ah! se in Inghilterra vi sono uomini che non sentono una molto viva simpatia per la persona dei nostri Vescovi e dei nostri sacerdoti cattolici, io gli direi come un illustre oratore alla Camera dei Comuni, (2) che siano almeno molto Inglesi nei loro sentimenti per accordare questa simpatia a chiunque è trattato ingiustamente sia cattolico, sia protestante,

ed ha mostrata una meschinità di Logica, pria riscontri e poi sputisentenze, ed innesti centoni di versi da lui non mai compresi. Si vegga la requisitoria del 4 Luglio e seguente, sulla causa della reazione d'Isernia.

(1)Questo Prefetto, speziale in origine, ha meritate una grande celebrità, sia per le per seduzioni contro i pacifici, sia per essersi condotto egli stesso a caccia, colle armi alla mano de’ reazionari, sia pel processo contro di lui intentato perché più atroci persecuzioni suggeriva al ministro anche contro gli uomini delle rivoluzioni, consigliando dì sospendere lo Statuto.

(2)Tutti ricorderanno queste generose parole di Lord Lénnox alla Camera dei comuni, nella seduta degli 8 maggio 1862


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sia sacerdote, sfa laico! Se il vostro Clero non conosce ancora settembriadi (1), è perché il tempo ed il bisogno della tutela straniera vi si opposero.

A perseguitare con tutta la forza i preti ed i religiosi si son dati opera a torturare le coscienze. Garibaldi aveva accordato il libero esercizio ai culti calvinista, greco ed anglicano. Questa concessione poteva essere ignorata dal popolo, ma i sentimenti e le pratiche del P. Pantaleo e del P. Gavazzi non l'erano. Quando si sparse la voce che l'ultimo di codesti apostati andava a predicare al Gesù Nuovo per convertirlo in tempio protestante, il popolo si credette come insultato nella sua religione, e si precipitò nella Chiesa con tale uno furore che si ebbe a durar molta fatica per liberarne il monaco apostata. A Modica, in Sicilia, le donne del volgo, armate di coltello si opposero al discorso d'un cattivo prete, divenuto fautore dell'eresia, (2) E lo Statuto piemontese proclama la tolleranza religiosa! I nuovi Longobardi hanno cambiato il titolo di Ministro degli affari ecclesiastici in quello di ministro dei culti. Questo ministro ha recentemente scritta (3) una circolare colla quale obbliga  a riconoscere i. matrimoni degli acattolici, in un paese dove


(1) Si crede superfluo il qui descrivere le stragi dei preti francesi ohe furono scannati nelle carceri di Parigi per comando della Comune. Da quel tempo i carnefici di quei giorni nefasti furano sempre disegnati sotto il nome di settembridi, dai primi giorni di Settembre in cui avvenne quell'orrenda carneficina.

(2)Un fatto simile avvenne in Barrea distretto di Costel di Sangro, dove l'arciprete minacciava, di maledire il popolo se si mostrasse avverso al nuovo regimento. E questa minaccia accompagnava sventolando dal pulpito la bandiera di Savoja. Il popolo insorse ed ei non campò la vita che colla fuga, lo stesso avvenne in Bagnoli, ma il prete fu ucciso.

(3) Il ministro a cui qui si accenna è il notissimo Raffaele Conforti, ministro perenne e imperituro perché ha preso i settanta due mila ducati, come si accennò in altra nota, essendo che nell'esilio era da considerarsi


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non si son mai riconosciuti che le unioni celebrate innanzi alla Chiesa. Si riconosceranno ben presto i matrimoni (lei Turchi e de’ Mormoni. (1) Intanto dite sacerdoti si son maritati pubblicamente innanzi l'ufficiale civile ed il governo ha dato la pia grande pubblicità a questa unione sacrilega:

Indarno settantasette vescovi hanno indirizzate le loro rimostranze al re d'Italia ed invocato lo Statuto. Malgrado ciò, come mai si può fare dimenticare ad un popolo le sue tradizioni, come mai affievolire le sue credenze e le sue memorie per distaccato da Roma?

La religione del popolo, in Napoli, aveva una forza indipendente dalla protezione del governo; e perciò la tolleranza di tutti i culti doveva necessariamente incontrare molti ostacoli. Il potere non vede dunque altro mezzo che di accordare il suo protettorato agli energumeni, come i Gavazzi ed i Pantaleo, ed a tutti li sfrontati, a quali si concede piena ed intera liberti di predicare, di profanare e di rinnegare come meglio loro talenta, e così, il desiderio di volere uomini capaci ad eccitare tutte le passioni odiose, viene ad essere appagato col trovarli. I sacerdoti cattolici, frattanto, nulla avevano perduto di dignità e di attaccamento; ma si videro privati dei gradi appartenenti al loro carattere. Il governo ritenendo come un abusala libertà cristiana per la predicazione si sforzò in mille modi per incatenare la parole di Dio, che non deve essere legata.

Una circolare del Ministro Conforti aveva annunciato ohe sarebbero puniti tutti gli ecclesiastici che, nel pulpito, si mostrassero nemici della causa nazionale; e più tardi con altra circolare, fece sentire che

come ministro in partibus. Non avrebbe egli voluto a caso con questa circolare ringraziare il governo del danaro intascato?...

(1)Non si è lontano dal vedere avverata la profezia se si leggono le discussioni del parlamento intorno al matrimonio civile e le dimande degli Ebrei per essere interrati, a spese dei municipi, nel cimiterio cattolico.


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non bisognava confondere la religione con i suoi ministri, punibili in egual modo che tutti gli altri cittadini Nel tempo stesso esortò la Corte criminale ad agire a tutta severità contro i preti e contro i ve&covi convinti di tendenze politiche contrarie all'intenzioni del governo, e raccomandò d'incoraggiare i preti ribelli ai loro Vescovi ed infedeli ai loro doveri verso la Chiesa. La posterità dorerà molta fatica a credere a queste circolari del 10 Aprile e 3 Luglio 1862. Questo stesso guardasigilli, poco dopo, senza ritegno veruno, propose, al parlamento italiano, la famosa legge con cui si ordinava mettere la Chiesa nello stato di assedio.   

Frattanto, i predicatori non hanno giammai, né in Napoli e né altrove, sollevalo il popolo contro il nuovo potere. Essi combattettero non da pubblicisti, ma da teologi la politica attentatoria atta morale ed ai dritti della Chiesa e spiegarono tutta la prudenza e moderazione possibile, sì nel pulpito che nelle relazioni private.

Però con tutto questo nulla poteva disarmane un potere ombroso da non aver il secondo, un potere accanito contro uomini il cui ideale era la patria, la conservazione della religione, dell'idee e dei sentimenti, su dei quali l'ordine sociale aveva sempre riposato. Esso vedendo che la Legge, anche travolgendola, non gli dava niun dritto d'incrudelire contro di loro, si decise. a tollerar, ed a favorire gli ammutinamenti, ed al bisogno, esso stesso, li preparò, e per cosiffatto modo si videro forsennati scagliarsi contro i sacerdoti, e strappanti dagli al lari e dai pulpiti, maltrattandoli e spogliandoli de’ loro sacri arredi. Nella Chiesa di Monserrato, in Napoli, si gittaròno sul sacerdote nel momento dell'elevazione e lo rovesciarono bruttamente sui gradini dell'altare. Nella parrocchia di Torre del Greco; furiosi spogliarono dei suoi ornamenti l'immagine della Vergine, e l'abbigliarono alla garibaldina, portandola in processione (1).

(1)Per questo insulto alla SS. Vergine è duopo ricordare a Cristiani quel che avvenne, e che i rivoluzionar


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Se il governa non fu l'istigatore di tanti e tali sacrilegi, fu impassibile però in vederli consumare; Noi focciamo la parte del morto! dicevano le autorità sorridendo

Intanto, queste violenze non fecero che dare ai predicatori la popolarità dell'infelice, e l'ascendenza sui successi. Il P. Cocozza, domenicano, insigne oratore, scelto a predicare la quaresima del 1862 nella Chiesa di $. Severino, vicino all'Università, fu insultato, durante un suo discorso, da una turba di studenti di dritto e di medicina. L'uditorio intero si sollevò come un solo uomo ed una lotta accanita s'impegnò tra quei giovani liberi pensatori, ed il popolo, i due partiti s'ebbero ben presto rinforzo, si assediò l'Università, e vi erano di già feriti 9 morti quando le autorità, indolenti spettatrici di tenta violenza, intervennero finalmente, spaventate dalla sempre crescente irritazione del popolo. Durante la lotta, furono visti uomini del potere passeggiare per colà, come da semplici spettatori, serbando atteggiati a letizia e volti ed a sorriso le labbra. Il predicatore fu messo in carcere, ove, por quattro mesi, aspettò la dichiarazione della sua innocenza! Queste stesse violenze si ripetettero nelle provincia, e dapertutto ove si temeva l'efficacia dell'evangelica parola.

Ed in questo modo s'interpreta la formola di Chiesa libera in stato libero! Ecco, Eminenza, i modi ed i mezzi con cui il Piemonte vuole moralizzare il Regno di Napoli.


chiamarono caso; Mentre questi liberali alla moda cacciavano in processione la prodigiosa Immagine dell'IMMACOLATA con quell'abbigliamento del filibustiere l'orizzonte si cominciò ad intorbidare, e quando la processione era presso a rientrare, un cupo e spaventevole rombo si sentì per l'aere. I liberali che fino a quel momento sfidavano anche gli elementi, si atterrirono, si spaventarono e quasi si pentirono; ma... tutto era tordi, giacché il Vesuvio, spalancate le sue voragini, vendicò l'insulto, insegnando con ciò agli empi che con Dio e con i santi non si scherza. I buoni abitatori di Torre del Greco ne son testimoni!....


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La pretesa rigenerazione ha generato da per tutto la dissolutezza dei costumi, il disprezzo del culto, l'odio dell'autorità, il furto legale, l'omicidio e la schiavitù. E questi sono i missionari ardentissimi dell'indipendenza italiana, che sono divenuti gli strumenti più attivi della servitù del paese! E' possibile mai che quest'opera d'iniquità sia stata, innanzi al popolo inglese, paragonata alla splendente comparsa del sole, che sorgendo con tutto il suo splendore, contrasterebbe gloriosamente con l'oscurità che avrebbe subito dissipata. (1) Le persone oneste sono state colpite da orrore a questo tratto d'amara ironia. Ma (Inghilterra non chiuderà sempre gli occhi all'evidenza. Iddio non benedice i disegni contrari alla sua giustizia, e né permette per lungo tempo che la società cammini per vie diverse da quelle che la sua previdenza le ha assegnate. Io vi scrivo, Eminenza, in mezzo a queste eloquenti rovine di Roma, che s'innalzano, dopo secoli a' testimoni della giustizia divina. Noi siamo stati ricondotti ai tristi giorni del secolo XII ma non dimentichiamo che le dottrine di Arnaldo da Breccia sono state disperse come le ceneri di quel temerario turbolento.

Roma li 13 Agosto 1863



 


 (1) Questa splendida similitudine si deve all'eloquenza d$l sotto segretario di Stato sig. Layard. Il traduttore sarebbe curioso di sapere se nell'ultimo suo viaggio in Napoli, ei fosse stato abbagliato dallo splendore di quel sole di mezzodì che egli aveva visto spuntar su Napoli dalla Camera dei Comuni.


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LA POLITICA

A Lord Derby Milord


L'idee astratte, le innovazioni dopo un ideale preconcetto, ripugnano al carattere della vostra nazione. Non si è mai accusata la politica inglese d'imprevegenza e di sacrificare il. presente ad un avvenire problematico, Principalmente, dopo l'epoca di Chatham e di Burke, la vostra politica è una politica essenzialmente pratica e dominata dalle esigenze dei fatti. L'esperienza che l'Europa ha fatta nelle gesta della demagogia, ha permesso all'Inghilterra di rimanere, nel 1848, fredda e tranquilla. Il disprezzo delle teorie, appresso voi, è giunto al colmo. Si comprende in Inghilterra, che né l'intelligenza d'un legislatore, né la spada d'un eroe saprebbe affrancare una nazione, e che non si decreta più l'unità e l'indipendenza d'un popolo, e cl&e non gli s' improvvisa la qualità di cui manca. Or, la Gasa di Savoja e la rivoluzione non hanno consultato che le loro cupidigie, senza preoccuparsi di rimanere nei limiti del possibile.

l'Europa e la storia non dimenticheranno giammai i vostri nobili sforzi per impedire la guerra del 1859 ed i saggi consigli che voi vi sforzate di fare intendere. Un accordo amichevole sarebbe stato apportatore di uno scioglimento più pronto, più soddisfacente e più duraturo della quistione italiana. Voi dichiaravate, che l'Inghilterra vedeva con dispiacere turbar la pace di Europa; che l'Inghilterra rispetterebbe e farebbe rispettare gli esistenti trattati, che una nuova ripartizione territoriale non si saprebbe effettuare senza il consenso delle potenze segnalane del congresso di Vienna. I trattati del 1815 avevano assicurata la pace più lunga, di cui si avesse memoria, e nella vostra opinione,


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essi rispondevano ancora al loro scopo primiero. Disgraziatamente, scoppiò la guerra con l'Austria e nel sul termine si fece supporre che la quistione italiana era risoluta. (1) Si dice presso voi se questa unità dell'Italia, nel cui nome si erano prese le armi, poteva convenire all'Inghilterra! Per me sta che no; perché la sua secolare rivalità colla Francia, suggerì altre volte all'Inghilterra l'idea di creare a pie delle Alpi, un regno ostile alla sua vecchia nemica: ma questo progetto era del 1801, in tempo della terza coalizione, era questa un'idea da Pitt molto accarezzata. Ora, quest'idea può o no mettersi in pratica? Le guerre della repubblica, del consolato e dell'Impero non hanno fatto dell'Italia che un informe regno, il quale cadde col cader di Napoleone! l'unità dell'Italia una volta realizzata, il Piemonte, barriera messa dall'Europa tra la Francia e l'Austria, scompare dalla carta europea, egli è vero che si è creato uno Stato assai forte per disputare alla Francia il passo dell'Adige, ma questo Stato medesimo va a lanciarsi dalla Lombardia sul Danubio. Non si è già compresa la necessità d'interdirgli l'accesso dell'Adriatico? Nel progetto di Pitt, d'altra parte, il regno d'Italia doveva ricevere una costituzione federativa, ed è importante di non perdere di vista questo punto principale. In presenza di una rivoluzione che andava a sconvolgere la Penisola, si sarebbe dovuto raffermare la monarchia nell'Italia meridionale, ma non seppe ripararsi lo sbaglio del 1848. L'unificazione dell'Italia, producendo nel bacino del Mediterraneo la distruzione dei piccoli Stati che avevano una marina limitata ne risulta un regno compatto con estese coste, con bei porti e con eccellenti marinari al fianco della Francia, e sulla medesima linea che la Grecia e la Spagna.

(1)Ed in fatti così era; perché dopo i preliminari di Villafranca tutto si credette assodato, e chi legge il Moniteur di quell'epoca trova una manifesta contraddizione da quel che si disse con quel che si è fatto. L ambizione della Casa Savoia rovinò l'edificio di pace che a Zurico era costruito.


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Or, questo regno chi vi assicura che sarà sempre l'amico dell'Inghilterra? Non può esso divenire I' alleato della Francia, che di già possiede l'Algeria? Il Mediterraneo non sarebbe allora un lago franco-italo che vale lo stesso dirlo francese? (1)

Voi avete per tradizione di riunire intorno alla regina dei mari gli Stati di second'ordine. Nello stesso modo che l'antica Francia testimoniava la benevolenza agli Stati secondari dell'Allemagna, l'antica Inghilterra si teneva di conto certi Stati dell'Italia. Ogni Inglese imbevuto delle idee nazionali, riconosceva la necessità di avere l'influenza sul Portogallo, una cordiale intelligenza col l'Olanda e l'amicizia del regno di Napoli. Questa politica vi manoduce nei porti di alta importanza. Nelson, per esempio, ha potuto, dopo la battaglia d'Àboukir, ripararsi in quello di Siracusa. Perché dunque rinunciare a queste tradizioni?

Il governo brittannico voleva promuovere riforme legittime nella Penisola, e stabilirvi una civiltà modellata sulla sua propria! Felice il nostro secolo se non avesse prodotto che tali disegni! Ma una strana politica è quella che vuole profittare della febbrile inquietezza dei popoli per migliorarne le leggi. Nello scopo di riformare l'Italia si è fatto ritorno alla politica del 1848. Per far cessare uno stato di cose, giudicato eccessivo, non era bisogno che di questa vecchia autorità che concilia l'imparzialità e la moderazione, di questa giustizia eterna che è il primiero sostegno dei Re e delle Nazioni. Soddisfare agli obblighi dei trattati senza prolungare gli ostacoli alla pace, era questa cosa difficile, e che poteva muovere alla politica Inglese? La politica raffinata al dir di Burke, che si è ritenuto per un gran medico politico, è stata sempre la madre della confusione e sarà tale finché cielo e terra esisteranno.


(1)La storia ci rivela che spesse fiate Napoleone I aveva detto voler fare del Mediterraneo un lago francese!...


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Vi era della prudenza di seminare nelle vostre colonie l'idea di nazionalità, che provoca doglianze e più tardi insurrezioni? Io già diceva a me stesso, nel 1830, se i vasti possedimenti dell'Indo vi rimarrebbero sempre sommessi, le frontiere dell'impero brittanico, in Asia, rimarrebbero consìderabilmente tirato in dietro, la battaglia di Goudyerat e la disfatta di Sykhs sembravano aver tutto sommesso all'Inghilterra; ora, voi sapete che cosa è avvenuta di poi. Io diceva a me stesso, se le lagnanze ed i reclami del Canada e delle isole Ionie sarebbero sempre vane, il movimento democratico, eccitato dalla vicinanza della Grecia ed il sentimento della nazionalità avevano già strappate ai Ioni parole di malcontento, ed avevano prodotto la rivolta di California. Ed ecco, che 12 anni dopo la pubblicazione dei miei dubbi (1), l'Inghilterra fa I annessione delle isole Ionie alla Grecia. Se un bel giorno il Canada cede alla tendenza che l'attira verso i Stati-uniti, si rinnoveranno le scene di S. Dionisio e di S. Carlo contro la popolazione d'origine francese? Si crede non aver mai a risentirsi, nell'interno delle sommosse prodotte in Europa? Non è che a rammentarsi di Giorgio Gordon che venne soprannominato il Giovanni di Leyde del suo secolo. È vero che questo fu un episodio straordinario, ma mi ricordo di una caricatura di Gilrays che rappresentava Price, Paine e Priestley, soffiando la rivoluzione dall'alto della cattedra. (1)


(1)L'opera a cui qui accenna l'autore portava questo titolo Coup d'oeil sur la situation de la Sicile en 1847, par Pierre C. Ò Raredon, Genéve. In essa a pag.218. si ritrova quanto qui si ricorda; ed in quest'opera trovasi pure la profezia che i torbidi di Europa si sarebbero risoluti in una guerra in Oriente. Tre anni dopo, la guerra scoppiò,


(1) Tra le molte caricature stampate e dipinte vi ebbe questa di Gilreys, che dipingeva tre famosi demagoghi del suo tempo, i quali soffiavano la rivoluzione della cattedra protestante.


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Non si dimenticherà la formola della vostra liturgia che terminava i loro sermoni. L'uomo saggio o Milord, diffida della fortuna e non perde giammai dì vista che lungi di dirigere gli avvenimenti, noi siamo quasi sempre trascinati da loro.

In Italia, la politica Inglese ha potuto avere un viso ma ha avuta una fisionomia? I fatti ultimi hanno sovente smentito le preveggenze dei politici, e più spesso ancora la (orza degli avvenimenti ha violentato i loro disegni. Impiegare mezzi onesti per serbare un giusto orgoglio innanzi ai contemporanei ed alla storia, è sempre una bella cosa. La previdenza la più elementare» era bastevole a prognosticare che in seguito dei torbidi, in Italia, e dei mezzi adottati, un soffio violente di rivoluzione incendierebbe, passando, tutta l'Europa.

Dopo la pace di Villafranca, transazione completa e soddisfacente, (se ella fosse stata attuata) poteva essa realizzare l'unione italiana colla federazione, il Piemonte si nascose dietro la rivoluzione per distruggere tutti i trattati l'uno dopo l'altro. Esso sollevò l'Italia centrale provocò r annessione, invase il regno di Napoli e lo soffocò nella culla stessa della sua libertà. Il Piemonte intervenne sulle prime diplomaticamente, dopo coll'ajuto dei mezzi rivoluzionar!, ed infine a mano armata, tenendo sempre per iscopo l'ingrandimento del suo territorio; ed in tal modo la casa di Savoja ha lacerato quei trattati, a cui doveva la sua ristaurazione e l'ingrandimento di sua potenza. Ma, secondo le vedute degli uomini di riflessione, esso non ha faticato che per scavarsi la fossa e seppellirvisi. Ciò che doveva nuocere innanzi tutto al regno d'Italia, ciò che doveva fatalmente perderlo, era la sua origine; la sua origine doveva renderlo alla rivoluzione, donde era sortito, ed il regno di Napoli doveva trascinarlo nella sua rovina per sua propria gravita.


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Non si è potuto nel vostro parlamento, paragonare i torbidi ed i disordini, che accompagnano l'opera della unità italiana a quei che seguirono l'annessione delta Scozia e dell'Irlanda all'Inghilterra. Si dimenticava dunque che sì l'Irlanda che la Scozia uguagliando tutte e due ritenzione dell'Inghilterra, esse erano infinitamente inferiori a questa sotto il rapporto della popolazione, della ricchezza e della civilizzazione? La Scozia era stata ritardata dalla sterilità del suo suolo e l'Irlanda era ancor coverta dalle tenebre del medio evo. Lo stesso però non era anche pel regno di Napoli, che formava quasi che la metà dell'Italia, e che aveva sul Piemonte un'incontestabile superiorità di ricchezze territoriali e di coltura intellettuale. La Scozia, addivenendo parte integrale della monarchia brittannica, conservò tutta la sua dignità, e diede all'Inghilterra un re invece di riceverio, essa conservala sua costituzione e le sue leggi; i suoi tribunali rimasero indipendenti, e se la Scozia, malgrado ciò, fu, durante più d1 un secolo, trattata presso a poco come una provincia sottomessa, ciò avvenne perché questa è la sorte dei paesi annessi ad un altro Stato che gode risorse di gran lunga maggiore alle proprie. La sorte dell'Irlanda è toccata al regno di Napoli.

Vedete la crisi inetti si dimena l'Italia; essa viene ad entrare in una nuova fase. La causa del Re di Napoli, nel 6. Settembre 4860. fu dichiarata perduta. L'armata si ritirava dietro il Volturno e Gaeta diveniva il campo di asilo per gli uomini attaccati ad una monarchia forse alla vigilia di scomparire; e questo campo era l'ultimo baluardo delle resistenze nazionali contro l'invasione trionfante. Francesco II aveva saputo mostrarsi al mondo come un Re che deve difendere la sua corona, ma non si aveva per lui e per i difensori di Gaeta che una sterile ammirazione. Tutti i vecchi principi erano cassi, e da per tatto il dritto pareva vinto. Vi sonoancora uomini, che non s'inchinano meno innanzi ai bravi che n'erano stato gli ultimi ed eroici difensori; ma il potere, la forza e gli omaggi restavano il retaggio esclusivo di coloro


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che si erano volontariamente ed ignominiosamente disonorati col tradimento. Eh bene! due mesi non erano ancor scorsi che si fremeva di già alla idea di vedere il regno convertito in provincia, dopo 8. secoli d'indipendenza. L'irreligione, I immoralità, l'abbrutimento degli spiriti, il disordine dell'amministrazione, la cupidigia, la guerra civile in permanenza, la bancarotta in prospettiva, ecco Io spettacolo di tutti i giorni che accresce la disperazione e nudrisce lo spirito di vendetta! Gli avvenimenti ebbero ed hanno la cura di giustificare ancora le funeste apprensioni degli uomini gravi e dei cuori onesti. Le popolazioni sembrarono per un istante contare sopra l'unità d'Italia, ma I' egemonia piemontese non tende che a vieppiù disunire. Ed intanto, i partiti van d'appresso ai loro sogni con una franchezza ed audacia indescrivibile. Il partito unitario, geloso del suo potere e della sua influenza non ha altro in sostegno che il governo, e non impiega per assicurare un'esistenza regolare e definitiva che, il terrore e la violenza, cosa che un giorno indubitatamente lo perderà. Il partito garibaldino, erede delle opinioni e delle tendenze unitarie nell'interesse della repubblica, più esaltato nelle sue passioni e più focoso nelle sue idee, abbandonato per un momento nell'isolamento, si riorganizza nella credenza di un nuovo rivolgimento rivoluzionario. Il partito legittimista accresce sempre le sue forze per la generale disperazione e per la ferma fiducia che sarà d'uopo in fine rialzare da tanti disastri e da tante rovine i troni che rappresentavano il bene, il nobile, il giusto.

Gli avvenimenti, Milord, non hanno essi molto ingannato, fino ad oggi, gli uomini più saggi in politica? Non li hanno disordinati nei loro calcoli? Si ha una ripugnanza di darsi una mentita? Ma, quando le nuvole si addenzano sempre più sull'orizzonte, il dovere delle sentinelle è di annunziare l'imminenza della tempesta, e quello dei navigatori è di schivare a tempo il pericolo.

Oggigiorno, come nel 1831, la quistione polacca


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minaccia di prendere le più gravi proporzioni, oggigiorno, come allora, la S. Sede lotta contro lo scatenamento» delle più cattive passioni. La rivoluzione italiana, oggidì ancora, pretende combattere a nome della nazionalità e compromette l'equilibrio europeo. In Europa, in America, e da per tutto vi sono cause di perturbazione e di conflagrazione generale. Quali diffidenze, quali rancori, quali rivalità possono dunque impedire a gabinetti di riunirsi, quando un grande interesse europeo, un interesso d'umanità e di civilizzazione, si trova in causa? l'Italia, sotto l'egida potente del patrocinio europeo, potrebbe riconquistare la stia indipendenza e ricuperare poco a poco la sua forza e la sua prosperità. L'Inghilterra ha sempre esercitata una grande influenza sugli affari del mondo, perché essa ha un interesse evidente per esporsi all'ingrandimento illegale di ogni potenza del continente. Non invoca essa sempre, ed anche in questo momento i trattati esistenti? E potrebbe essa permettere più a lungo la distruzione di questo sistema difensivo, che, a costo di tanti sacrifizi ha contribuito a stabilire in Europa? Vedrehbe essa più lungo tempo tollerare il servaggio di un popolo cosi antico come il popolo napolitano? l'Inghilterra, che ha lottata si lungo tempo contro la rivoluzione francese, soffrirà mai che la rivoluzione italiana prenda divertimenti nel regno di Napoli, per cui il popolo vi perde il suo splendore la sua prosperità e sia anche la coscienza di sua autonomia? vedrebbe essa con occhio indifferente la disparizione di quella Dinastia dei Borboni, che è stata sempre la sua fedele alleata in Italia? Ma si potrà rispondere: ed il non intervento! Nei preliminari di Villafranca, opera di necessità politica, anzi che di preveggente moderazione, si è stipulato che ogni intervento per l'esecuzione del trattato era interdetto. Questo era l'interesse del famoso protocollo D'Aix-la-Chapelle. Rispettare i dritti che hanno gli Stati di governarsi come loro meglio talenta, e non intervenire


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in niuna parte per ogni caso, era un principio spesso stabilito, ma giammai accettato: la pace di Villafranca l'ha proclamato in favore dell'Italia; lasciandosene la responsabilità,, delle sue future risoluzioni. Ma questo principio, che poteva essere ammesso allorchè si trattava di cambiamenti intimi in uno Stato già esistente, non poteva essere invocato, quando era quistione di rimpasti territoriali e di creazione di nuovi Stati che andavano a turbare le condizioni dell'equilibrio europeo. Questo principio non può giammai ricevere un applicazione assoluta. Vi sono delle circostanze in cui la condotta delle nazioni che circondano un popolo, può compromettere la situazione dei suoi propri affari; non intervenire sarebbe una debolezza. L'Inghilterra era di questo parere a Troppau ed a Laybach, perché essa riconosceva ii dritto d'intervenire in ogni Stato, quando la sua sicurezza ed i suoi interessi essenziali sono minacciati in una maniera seria ed immediata per gli avvenimenti interni d'uno Stato. Ai suoi occhi, questo dritto non poteva essere giustificato che per la più urgente necessità, e deve essere limitata e regolata dalla medesima necessità. Intervenire allora, è difendere il suo dritto e quello di tutti; perché vi esiste tra gl'interessi politici degli Stati una connessione manifesta. Nissun Re, nissun popolo non deve né domandare né sperare un appoggio estero nell'interne agitazioni dello Stato, ma tutti 1 Re, tutti popoli hanno il dritto di domandare la garenzia di quelle leggii internazionali che non permettono a niun governo di violare il dritto pubblico, sol per voglia di appagare le sue ambizioni. Questo è pur anche un dritto naturale inerente al dritto della legittima difesa. Sì fa conto sul tempo e sol non intervento per distruggere la propaganda rivoluzionaria, impaziente di ogni freno ed ogni autorità? (1)


(1)Il tempo in fatti, ha mostrato quanto male ha portato sulla Religione, sulla morale e sulla giustizia la proclamazione del non intervento; ma il tempo stesso non


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Si vuole che là il delirio patriottico nazionale divenga una causa di generale conflagrazione?...

Albano, li 27 Settembre 1863.



ha trasandato di mostrare per qual fine si era proclamato... Col rispetto di esso doveva l'Europa allagar si di sangue, col rispetto di esso doveva togliersi ogni principio di religione, di giustizia e di dritto, col rispetto di esso in fine doveva formarsi della società un caos spaventevole, in mezzo al quale, una mano ignota, rimpostando i rottami della società e le reliquie dei troni né formava un mondo tutto nuovo. Sul non intervento il traduttore ne ha a lungo parlalo nella sua confederazione italiana, non che nella sua Roma e le menzogne parlamentari. Sia siccome la proclamazione di questo nuovo dritto è una fante inesausta di meditazione, cosi ha deciso di parlarne ex professo con apposito lavoro, in cui mostrerà essere esso un ritratto della rivoluzione, suggerito da Satana.


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LA RESTAURAZIONE

 A Lord Derby

Milord


II dispotismo a quel che io veggo, disse lo stesso Luigi XIV, non è buono a nulla; perché tende a forzare un gran popolo ad essere felice, Che dire del dispotismo che ha voluto obbligare, colla spada alla malto, il popolo napolitano ad essere felice! Presso voi una conquista collocò il Duca di Normandia sul trono dell'Inghilterra; ma questa conquista liberò in tal modo tutta la popolazione inglese dalla tirannia della razza normanna; la conquista d'una nazione fatta da un altra fu raramente più completa. Ma se i Piantageniti riuscirono in tal modo a riunirla alla Francia sotto il loro scettro gli è probabile, che l'Inghilterra non avrebbe giammai avuta indipendente esistenza. Che che ne sia non si ha avuta una battaglia di Hastings nel regno di Napoli; i Napolitani non sono gli Anglosassoni del secolo XI. Tre anni sono già decorsi dall'invasione di Garibaldi e la caduta di Gaeta; se la scure rivoluzionaria può abbattere un trono, e la spada di un nemico può cancellare una Monarchia dalla Carta di Europa, una nazione, Milord, non si distrugge, affatto. Se per impossibil caso, essa venisse a scomparire dopo una lunga oppressione, per quanto tempo l'Europea non ne sarebbe turbata ed agiata?.. E l'Inghilterra non avrebbe un giorno a pentirsi a aver permesso l'assorbimento di un principato e d'un popolo che furono continuamente amici degl'interessi inglesi?

La Monarchia di Carlo III, sebbene unita dai legami e dai patti di famiglia alla Francia ed alla Spagna, non rivolse giammai le armi contro la Gran Brettagna. Sullo scorcio del secolo passato, per aver voluto seguire la fortuna dell'Inghilterra, i Sovrani di Napoli, furono costretti ritirarsi, in Sicilia, come i principi normanni ed aragonesi l'avevano già fatto,


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nei tempi di anteriori invasioni. Videsi il regno messo a fuoco ed a sangue dalle falangi repubblicane e dalla guerra civile. Pochi anni dopo, per essere rimasto fedele all'alleganza inglese, nuove falangi francesi lo costrinsero una seconda voi ta a far ritorno su quell'Isola, ove rimase per dieci anni privato delta più bella parte del suo regno. Durante un tal periodò di dieci anni, i suoi soldati combattettero per la causa inglese^ i soldati napolitani si portarono, sotto la bandiera britannica, a combattere in Ispagna contro altri sol dati napolitani, che seguirono le aquile francesi. Era questa la guerra civile italiana che si era trasportata nella ispana penisula. Che cosa raccolse mai, questo Sovrano di tanti sacrifici, di tante disgrazie e del suo esigilo? Egli non fece parte del congresso di Vienna, non ricevette alcun accrescimento di territorio e si vide anche spogliato d'una parte de' suoi domini. Nel mentre che i piccoli principati tra i quali lo stesso Piemonte, la Svezia e la Toscana si arricchivano delle spoglie degli altri Stati, la monarchia napolitana perdeva I' isola dell'Elba ed i presidi di Toscana, e si vedeva ridotta a pagare le indennità a qualche principe spodestato.

Quarantasei anni passarono da quest'epoca e coll'ajuto d una pace benefica e d'una predilezione quasi esclusiva, e gl'interessi brittannici furono sempre protetti e favoriti nel regno di Napoli. Ma, da sua parte, la monarchia napolitana doveva credersi protetta dai trattati di Vienna, di cui le grandi potenze d'Europa si erano dichiarate mallevadrici: ella contava innanzi tutto sulla protezione del popolo inglese, di cui gì' interessi politici e commerciali si trovavano avvinti alla sua esistenza. In verità, vi furono torbidi politici nel regno di Napoli, dopo la restaurazione, ma non differivano in nulla da quelli che aggitavano quasi che tutta l'Europa dalla remota Russia sino al Portogallo. Le crisi politiche di Napoli, come le altre agitazioni che sconvolsero l'Europa in quell'epoca, avevano rapporto alla forma delle istituzioni


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del paese ma non tendevano in nessun modo a cancellare una monarchia nel numero degli Stati e distruggere la indipendenza del popolo. Un principio di nazionalità che, sa perveniva a sostituirsi alla legittimità, metterebbe in dubnio tutti i dritti consacrati dai trattati e dal tempo, e ridurrebbe in brani i più grandi Stati, ha solo potuto determinare una catastrofe copi infelice e che minacciante l'avvenire dell'Europa intera.

Ma. la quistione morale, o Milord, sale al di sopra della questione politica, perché i principi di libertà e di giustizia sono la base d'ogni buona politica. Eh che! l'Inghilterra potrebbe permettere che un regno, il giardino dell'Italia, ripieno di tesoro di arte, di scienze e di lettere, patria di tanti uomini illustri in tutte le branche del sapere umano, fiorente pel suo commercio e per la sua industria, fosse per sempre cancellato dalla carta di Europa? Una città celebre per l'abbondanza dei suoi doni naturali, per la serenità del suo cielo e per la sua numerosa popolazione si vedrebbe ridotta nello stato di un semplice municipio? Un popolo rimarchevole per la vivacità dei suoi caratteri e del suo ingegno sarebbe condannato a divenire il paria del Piemonte? Le qualità, i vantaggi di ogni specie di cui il cielo ha arricchiti i napolitani, dovrebbero essi dunque divenir la causa del loro annientamento politico? l'Inghilterra lascerebbe violare i trattati a detrimento d'una potenza amica e malgrado le assicurazioni le più solenni? si potrà dopo questo sacrificio d'un popolo innocente, aver fede nei dritto delle genti e nella forza dei trattati? Si oserà convocare un Congresso dopo aver permesso al Piemonte di raccogliere i frutti di tante perfidie e d'una guerra ingiusta, contro un regno vilmente assalito, e nel solo scopo di rovesciare la monarchia dei Borboni?

Si è detto nel vostro parlamento che ciò che ha avuto principio dall'iniquità deve finire nella vergogna e nell'inganno. In effetti, l'unità italiana, ben lungi dall'esser un fatto irrevocabilmente compiuto, è ancora un problema senza risoluzione.


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Grandi forze, potente istituzioni militari potevano ben dare pur qualche tempo ancora agli stranieri i mezzi di prolungare la loro tirannia un codice penale crudele e crudelmente applicata può bene accora proteggere per qualche tempo l'oppressione, ma la razza che si pretende aver conquistata, non è né domata né assimilata. Vedete la guerra che fa dopo tre anni ai suoi oppressori; vedete questi uomini ardimentosi che, come gli eroi delle vostre vecchie ballate, si rifugiano nei boschi e sulle montagne, resistono, combattono, e versano sangue per sangue! L'animosità dei due popoli in guerra l'un contro l'altro, non è da paragonarsi all'accanimento di due razze che, separate moralmente, si combattono sugli stessi luoghi. Questi sono elementi così ostili che è impossibile sperarne giammai fusione in una massa omogenea. Queste bande, che vengono trattate come orde di banditi, hanno non poche volte battute o sbaragliate le truppe regolari, ed in ciascuno giorno sperimentano le forze del Piemonte. Ma, anche ammesso, che esse rendono impossibile la dominazione piemontese e la realizzazione dell'unità italiana, non possono però stabilire la restaurazione del Sovrano legittimo, e ricuperare, per ciascun Stato, la sua nazionalità vendute.

Sarà d'uopo adunque, Milord, ritornare o presto o tardi ad un ordine più conforme alte tradizioni ed alle tendenze delle diverse popolazioni d Italia. L'Europa alla fine comprenderà che la rivoluzione italiana è cosmopolita. Non si deve giammai fidare alla fortuna, ma scongiurarla, e se vi sono nella vita dei popoli, terribili fasi come un'espiazione, i Napolitani hanno ai già con troppo lagrime, rovine e sangue espiato uno sbaglio momentaneo, se è vero, che questo sbaglio fu realmente di loro!

Ma quale sarebbe questo piano? Ogni combinazione Milord, che non avrebbe per scopo la restaurazione, potrebbe ben presto in teoria disporre, ma non sarebbe meno impossibile a, realizarsi. Per prevenire una grande catastrofe, si vorrà imporre al Piemonte l'esecuzione del


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trattato di Villafranca e di Zurigo (1)? Si aspetta che l'unità improvvisata, la quale non riposa né sulle tradizioni né sugli interessi comuni, che è in contraddizione colla situazione geografica della Penisola, si subissa da se medesima? Ma allora l'Italia non sì farà né si disfarà cosi presto. Si aspetta che la rivoluzione getta la maschera e prepari, io non so, quale repubblica italiana? Si aspetta per venire in soccorso della contrada la più fertile e la più amena dell'Europa, che è caduta agli ultimi gradi della miseria della servitù politica, e del torpore intellettuale? Tutta scissa da civile discordie ricevette il comando sotto il nome di un Principe, diceva Tacito di Roma, Si attende, che i Napolitani, molto avidi d'indipendenza, di stabilità e di calma, accettino un padrone qualunque per istanchezza? Tutto quello che si è passato in Italia, ed in vista di quanto tuttora ci accade, queste previsione non hanno nulla di chimerico.

Ma se il regno d'Italia è un'utopia che non può realizzarsi, se la sua unità fittizia non può aver durata, se alcun uomo di Stato non dubita in Europa, non resta più a desiderarsi, che preparare la restaurazione. Forse si medita per un nuovo principe, c^me si volle fare per la Grecia? Questo è quello che la giustizia, la politica e la morale riproverebbero; perché il tradito ma non mai vinto eroe di Gaeta è sempre il rappresentante della giustizia e del dritto, e perciò è più grande del suo spogliatore. Perché mai dovrebbe egli cedere il suo trono ad un principe qualunque e per un novello saggio che i fatti non tarderebbero a condannare? Un possesso di tre o quattro anni, propugnato dalle popolazioni senza


(1)Senza più esitanza può assicurarsi l'onesto lettore che non andrà a lungo e la confederazione è fatta quantunque % deputati di Torino, per non far vedere la loro disfatta, dicono ancora che vogliono salire il Campidoglio, Se leggono la storia, essi troveranno che vicino al Campidoglio vi è la rupe tarpea, ed in tal modo smetteranno questo pensiero.


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interruzione, potrebbe privare dei suoi dritti la. Dinastia legittima? S'invocherà quel plebiscito ipocrita, opera dell'ambizione d'una turbolente minoranza e per la quale un regno di dieci milioni d'abitanti è stato annesso ad uno scoglio delle Alpi? Coloro che han combattuto e tuttavia combattono, quelli che resistono e s'imprigionano, che si giudicano e si fucilano, quelli che si dimettono e si esiliano, quelli che resistono colla stampa (1) o per l'astenzione, non sono essi di maggior numero e non parlano più forte di quelli che hanno pronunciato l'annessione? D'altronde, quei plebiscito è stato fatto nello scopo di far l'Italia unita? Come mai dunque 1 unità una volta distratta, servirebbe di titolo ad ogni altro disegno di ricostruzione politica? Volendo in tal mode risolvere la quistione. non se ne sarebbe meno violato il dritto delle genti, il rispetto dei trattati e l'interesse dell'Europa? E poi dove trovare questo principe? Come poter sormontare le difficoltà che si soii per due volte incontrate, in ricercare un re per la Grecia? (2) Tra la Grecia e le Due Sicilie vi sono delle differenze molto grandi per far possibile un ravvicinamento qualunque. La rivalità delle grandi potenze per lo smembramento dell'impero Ottomano, che può distruggersi, ma non dividersi, ne presentano troppo molte probabilità d'una generale conflagrazione.


(1)Si disse in altra nota che gl'inviati al domicilio coatto erano 7,000. Ora però si rettifica quella cifra perché, come disse S. Donato al 4 Luglio corrente, sono 12,000. Ma dal 4 al 25 quanti altri ne saranno partiti; e quanti altri ne partiranno?.,. Se lo immagini il lettore.

(2)La Grecia per cambiare governo, stanca della bontà di Ottone I s'ebbe un Re fanciullo, il quale, mentre per ambizione d'estendere la sua Dinastia, accettava la corona ellenica, quella del padre Cristiano IX se ne cadeva. Chi sa se altri non raccoglierà anche quella di Giorgio I perché non sudata? Chi si veste dei panni altrui presto si spoglia!...   


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Si son fatte in Europa, sempre coalizioni contro ogni potenza preponderante; cosi si formò la lega, anche nel decimo terzo $secolo, contro Filippo Augusto, Si farà ancora, e per la terza volta una guerra di cinque lustri? la conquista o l'usurpazione del regno di Napoli ecciterà minori apprensioni e gelosie che la rinnovazione del patto di famiglia,, di quel matrimonio destinato a raffermare i legami che univano la Francia alla Spagna? Intanto, si potranno instituire potenze protettrici del regno di Napoli, o bea si lasceranno le Due Sicilie e tanti bei porti al potere di una sola potenza dominante? Se questo è I' ultimo principe, chi è quello che potrebbe ambire la corona di Napoli o potrebbe lusingarsi d'avervi lasciate memorie? Non vi sono che due o tre generali, curvi sotto il póndo degli anni, ed aggravati d'infermità che si ricordano ancora dell'occupazione militare. Quegli che cercano convincersi, mercé l'istoria, non possono desiderare una epoca soldatesca. L1 Inghilterra, nel secolo XVII. sperimentò per qualche tempo i mali inseparabili del governo militare, benché mitigati dalla saggezza e magnanimità di colui che il supremo potere esercitava. Le rimembranze della storia napolitana al principio del volgente secolo XIX, sono molto differenti, eia prepotenza delle bajonette piemontesi non è fatta per distruggerle. Alcuno non potendo contestare i dritti della legittimità quantunque si trovasse un re in qualche semenzaio di candidali alla Reale se ne farà un Tarquinio, un Augustalo, un Re Teodoro, o un Conte Capo d'Istria? Alcun principe straniero non potrebbe collocare con mano ferma le fondamenta dell'avvenire. L'ora dei scrollamenti è venuta, l'ora della ricostruzione potrà lungo tempo farsi aspettare. Un nuovo governo, fondato su novelle basi, dovrebbe tantosto risentirsi dell'incertezza della sua origine, e far concepire agli altri dei dubbi sul suo destino. Ogni governo ha bisogno di questa morale, senza di cui la resistenza materiale è meno una salvaguardia che un pericolo di più.


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La tranquillità, al principio di una nuova dinastia,, comparirebbe assicurata, ma i torbidi politici sarebbero sempre profondi. Gli spiriti resterebbero adombrati e gl'interessi allarmati, e tutto ciò può vedersi se si riguarda ciò che prova il Piemonte. Le potenze l'hanno riconosciuto come regno d'Italia, alcune gli hanno apprestato potente appoggio, la stampa europea per lungo tempo l'ha sostenuto, i tribuni di qualche Stato lo hanno applaudito, l'oro dei banchieri non gli è punto mancato, il principio del non intervento Io ha garantito, il nuovo regno d'Italia ha formato un esercito numeroso, il governo ha per lui il partito della rivoluzione che ha messo a capo dell'amministrazione, e che ha la coscienza di combattere per la sua propria esistenza. I vapori, le ferrovie, il telegrafo raddoppiano per dieci volte le forze militari. Tutto gli è permesso, la cospirazione, la violazione dei trattati, l'arbitrio, le inique carcerazioni, gì' incendi ed i massacri. Ebbene! dove egli si trova? che ha egli raccolto! Gli odi, i rancori implacabili e la persuasione che, il momento è venuto alla prima crisi europea, tutto il popolo delle Due Sicilie si leverà come un solo uomo per atterrarlo/ La giusta speranza della stabilità è quella che gli è mancata. Or, dove dunque una nuova dinastia stabilita nel regno di Napoli troverebbe la calma e la persuasione di sua durata? Le nuove dinastie hanno bisogno di tranquillità e dei benefici del tempo. Un principe nuovo può iene tracciarsi un cammino, può ben scorgere un porto; ma sarà sempre a lui dato d'avere il vento favorevole e d'evitare gli scogli? Che ne sarà dei partiti, di cui ciascuno reclamerà il trionfo delle sue proprie opinioni?

Si appoggerà sul partito piemontese da tutti esecrato? non vi si troverebbero che ambizioni smodate, pretenzioni esagerate ed il malcontento generale. Non si sarebbe fatto che sostituirsi al Piemonte, senza aver per lui il prestigio della gloria e della grandezza d'Italia.

S'appoggerà sul partito della rivoluzione?


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La rivoluzione si maschererebbe ancora una volta dietro il titolo di Re? La ingannerebbe egli, se ne servirebbe con grande abilità? Come mai ne sopporterebbe le esigenze e l'audacia? Chi vuole regolarizzare la rivoluzione è pari a quello che cerca di sottoporre ad una disciplina un disordine. Il nuovo governo sarebbe sin dal primo istante più imbarazzato dai suoi focosi difensori, che dai suoi avversari (1) La rivoluzione non gli permetterebbe di professare la libertà altrimenti che, per suo proprio profitto e non per altrui. Un principe che ha bisogno di una fazione per governare, non può durar lungo tempo. Il paese si consumerebbe in sterili agitazioni, perché la rivoluzione non si modera alla volontà di colorò che se ne servono; avendo la sua parte d'azione, rivendicherebbe la sua parte di profitto. Come mai sottrarsi allora alla fatalità di rendere diffidenza per diffidenza? La nuova dinastia (l'istoria di Europa e là tutta recente ancora per informarcelo) potrebbe molto sentir gridare contro di essa al tradimento ed alla vendetta. Il nuovo principe, che vorrebbe fondare il suo potere sopra le moltitudini, sarebbe sempre incerto, imbarazzato, e posto tra il partito della ragione e di quello della passione. Come mai dominare le coscienze e distruggere le convinzioni, se il sovrano legittimo è sempre là in presenza del popolo col suo dritto e colle sue tradizioni? Dove rinvenire una nobiltà conservatrice, che somministra un punto d'appoggio quando gli mancherebbe l'antica? Una aristograzia vigorosa, adatta a disimpegnare la sua parte politica, non s'improvvisa; fa d'uopo che abbia la sua origine in una tradizione rispettabile. Dove si fermerebbe? Potrebbe con libertà profittare delle idee moderne senza distruggere le antiche, sulle quali la monarchia, dopo dei secoli, è stata fondata?. Potrebbe sagrificare le politiche necessità del suo regno per cedere o resistere a proposito?


(1)Tutto questo si è verificato nel governo di Vittorio il civilizzatore.


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Ammettendosi ancor questo si perverrebbe ad esser sostenuto da una aristocrazia potente, e da un'armata forte e devota. Si potrebbe in questo caso avere per qualche tempo un principe forte; ma il sistema sarebbe sempre debole. Si avrebbe a combattere la coalizione istantanea della rivoluzione del piemontismo. E come mai allora, questo nuovo principe potrebbe comprimere, colla sua autorità privata, i movimenti disordinati, a cui un nuovo Stato e sempre esposto e le combinazioni delle società segrete ed i calcoli della demagogia? Gli avverrebbe ciò che sempre e dovunque è accaduto. Il più piccolo malcontento gli sembrerebbe un presagio di rivoluzione, ogni sommossa, una ribellione. Esso vorrebbe che tutti coloro che lo circondano risentissero i sentimenti che Io tormentano; non può avere che un governo sospettoso e vendicativo, ed in tal modo sarà lf erede legittimo del governo piemontese. I suoi successi ancora sarebbero vani: dimodoché esso trionferebbe senza stabilirsi, e quand'anche non incontrerebbe più resistenza sarebbe stretto ancora di tener tese di più in più le molle del potere, non potrà respingere la responsabilità umiliante che poserà su lui, e non prenderà giammai radice nel suolo. E le forze materiali ove le poserebbe? Vorrà disporre d'un'armata numerosa per guarentirsi della reazione popolare e dall'impresa del pretendente legittimo. Quando anche coloro che si fatano massacrare per riconquistarsi la lor patria non avessero niente di politica, cui potrà toglier loro il pretesto della nazionalità e dell'indipendenza? Si lascerebbe cadere le armi dalle mani, perché un principe straniero si sarà sostituito ad un principe egualmente straniero? Il popolo, indifferente allo scopo della rivoluzione non tarderà a sollevarsi contro un signore straniero, perché quegli li tiene tutti in sospetto, e li ha in odio.

Questo principe avendo bisogno duna forte armata, ove troverà egli le risorse in un paese esausto ed oberato? Alla dissoluzione del regno d'Italia, le due Sicilie


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si troveranno aggravate di un debito, che assorbirà coi semplici interessi, i due terzi delta antica rendita dello Stato. È il popolo che fornirà queste risorse, specialmente se ha luogo di raddoppiare l'impiego contro se stesso? Non si potrà ottenere un'armata senza la calma e la pace, nel mentre che nel medesimo tempo sarà impossibile di ristabilire la pace e la calma senza un'armata.

Sarà egli il nuovo principe il pupillo d'una potenza straniera? Ma questa potenza allora dovrebbe farsi la protettrice immediata della novella dinastia, non solamente contro le altre potenze, ma contro i suoi nuovi sudditi. E le altre potenze più o meno ambiziose, più o meno sensibili ai loro danni passati, cercheranno inevitabilmente di eccitare o utilizzare i malcontenti popolari a vantaggio delle loro combinazioni politiche. E quand'anche le gelose influenze non incoraggiassero i torbidi del regno, uno Stato che perde il suo rispetto al di fuori, è ben tosto turbato al di dentro. E d'altronde, a qual porta picchiare per trovare questa potenza protettrice? Giacomo I che era realmente re d'Inghilterra, inviava ambasciate a dritta e sinistra senza poter trovare un'alleato. Che ne sarebbe di un Re di Napoli, che avrebbe alienata la sua indipendenza divenendo l'agente di una corte straniera? Tutte le porte si chiuderanno al di fuori, tutte le rivalità s'agiteranno al di dentro. Vi sarebbe, in Napoli, una lotta diplomatica, continua, avvelenata dalle discordie interne, ed il potere non ne sarebbe che più debole, più dimenticato e più compromesso!

Si, o Milord, la restaurazione può solo assicurar la pace dell'Italia e dell'Europa, e la rivoluzione scoraggiata si arresterebbe d'avanti la restaurazione. Il suo violento dominio non avrebbe svelata che l'impotenza delle sue idee, e la sua insanabile incapacità di conciliare le libere istituzioni con la pace interna come col sentimento monarchico del paese.


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Pria che la rivoluzione potesse mettersi all'opera, passerà certamente un quarto di secolo; e questo intervallo è lo spazio di tempo, che il nostro Vesuvio impiega a riunire le materie d'una eruzione avanti di scoppiare. Vi sarà forse la necessità di aspettare una novella generazione. Il partito che avrà ajutato uno degli Stati italiani ad assorbire per se solo ciò che doveva nudrire tutto il corpo, si vedrà troppo abborrito per non sforzarsi d'ottenere l'obblio o la clemenza. Il paese una volta abbandonato a se stesso, le armi cadranno da tutte le mani; la reazione scomparirà come i banditi innanzi Carlo III, ed il brigantaggio innanzi Ferdinando I. La reazione si manifestò nel 1799 contro la repubblica in nome del Re; essa resistette ai Francesi dopo il 1806 fino al 1810 per la causa del Re legittimo. Ma, nel 1815, gli Austriaci che riconducevano il Re non incontrarono la minima velleità di resistenza. Un movimento d'interesse e di simpatia, presso i spiriti in apparenza i più ostili, trascinò tutti verso la restaurazione. Il Re ristabilito si trovò tutto ad un tratto più amato dai suoi popoli, che alcun altro dei suoi predecessori, più che non lo fosse stato prima delle sue disgrazie. Come mai questo popolo non accoglierebbe un giovane Re, che ritornerà dopo d'avere attraversato tutte le vicende della fortuna; un Re, una Regina eroica che sarebbero passati dalla grandezza e dal lusso del palazzo ad una vita di campo, di pericoli, d'esilio? Sarebbe una corrente d'entusiasmo, perché il Re verrebbe a liberare il paese da un insoffribile schiavitù, verrebbe a ristabilire l'indipendenza nazionale e lo splendore della monarchia senza favorire alcun partito. Per quest'opera gloriosa, ma più ben difficile di quella di Carlo IH, che ebbe a riformare e non a rifare, il Re legittimo si troverebbe naturalmente piazzato in una situazione felice per divenir l'arbitro ed il moderatore dei partiti. Egli ha ricevuto dalla natura un felice carattere ed eccellenti qualità, per occupare un posto si glorioso. Egli sarebbe a quelli come il vostro Carlo II


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e come Luigi XVIII? ma avrebbe la magnanimità di Enrico IV.

Questo è un'opera grandiosa se le destre trojane possono difendersi, ciò sarebbe per l'unione che concilierebbe le opinioni ed i partiti.

Il Re legittimo potrebbe conservarsi senza apprensione e con minore ostacolo alla prosperità del paese, perché la restaurazione condurrebbe seco il sentimento della stabilità. Il commercio e l'industria riprenderebbero fiducia nell'avvenire, perché ritroverebbero nella restaurazione la pace e la sicurezza. L'esperienza, allora che egli ha, ha sanato i più creduli; e la rivoluzione certamente non più li sedurrebbe.

Il Re legittimo non avrebbe alcun pretendente a combattere. Le relazioni con lo straniero sarebbero rinnovate fin dal primo giorno; la restaurazione non avrebbe che a riprendere le sue relazioni diplomatiche, le sue tradizioni ed i suoi trattati, i quali non sarebbero stati che sospesi. Non essendo né tribolato al di dentro né sospetto al di fuori, riposerebbe sopra le antiche garenzie europee. L'Europa si sarebbe vista trascinata troppo vicino al precipizio per non esser più in guardia contro l'ambizione conquistatrice, o contro l'idea rivoluzionaria. Il Re potrebbe cicatrizzare le piaghe del suo sventurato paese, senza aver bisogno d'un" armata numerosa che assorbisce le rendite dello Stato; dal suo lato, il paese s' imporrebbe volentieri tutti ì pesi possibili per procurare risorse ad un governo nazionale ed avere un'armata nazionale. Quell'armata sarebbe devota al Re del Volturno e di Gaeta, senza divenire un peso gravoso per lo Stato e un pericolo pel paese. Il Re legittimo solo potrebbe, senza esitanza e senza pericolo, riformare le leggi, purgare il personale, rendere l'amministrazione luminata, attiva e proba, circondandosi d'uomini d'esperienza e mettere a, contribuzione i lumi dei suoi sudditi. Potrebbe solo adottare un sistema di riforme e di concessioni graduali, che porterebbe i loro frutti, se si persevera fino alla maturità.


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Dopo il ristabilimento dell'autonomia napolitana, l'Italia cesserà d'essere un focolare di rivoluzione minacciante per la pace del mondo.

Il regno delle due Sicilie, Milord, è stato colpito nella sua ricchezza, nel suo credito, nella sua sicurezza. Esso non ha goduto che nel sogno i vantaggi con cui si era lusingato ed ha perduto i beni reali di cui godeva. Triste lezione dell'esperienza! Ah! senza dubbio, le piaghe del Regno sanguineranno ancora: il credito pubblicò ed il credito privato son di molto impoveriti, perché l'industrie ed il commercio ne soffrono lungo tempo. Il solo che potesse guarire il male del paese è FRANCESCO II e tale è la confidenza del popolo, che non lascia sfuggire alcuna occasione per esprimere al suo Re i suoi voti e le sue speranze. Indirizzi sottoscritti da migliaia d'uomini notevoli nelle lettere, nelle scienze, nella proprietà e nel commercio sono depositati in ciascun anno ai piedi del giovine Monarca. (1) La confidenza non riposa che sopra questo principe che ha mostrato tanta prudenza, coraggio e fermezza in mezzo ai torbiti, alla rivoluzione ed alla guerra. Egli non aveva pensato, e voi mi potete prestar credenza, Milord, a brigare un posto nella politica del mondo, prese il suo dalle mani della necessità; ed il tempo, che matura le opinioni degli"uomini, confimerà questa opinione.

Roma, li 5 Novembre 1863


(1)Gl'indirizzi che si spediscono a Roma vengono da ciascuna delle Provincie delle Due Sicilie, e due particolari da Napoli e Palermo, oltre poi a quelli dell'emigrazione in diverse parti d'Europa residente, le cui firme complessive ammontano sempre quasi ad un MILIONE e più. Quale dunque è il vero plebiscito, questo che si rinnova in ogni anno e fatto col timore di non essere scoverti e quindi fucilato, o quello di pochi straccioni e di altri a cui s'impose col pugnale?... Lo giudichi il lettore!...


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A Lord lobati Rasati, Ministro degli Affari esteri, a Londra


Milord,


La somma fiducia che ripongo sulla bontà di V. G. mi fa portare speranza di perdono per la libertà che mi son presa a scriverle, e stampare queste lettere pria d'averne ottenuto il debito permesso. Ma il tempo che mi sfugge essendo prezioso, non ho creduto ritardare; giacché r autorità della vostra parola avrebbe potuto ingenerare, negli spiriti, un crudele dubbio, che, nella nostra posizione sarebbe stato apportatore di immense calamità.

Chiamato da S. M. mio augusto Re alla presidenza del suo Consiglio, ho avuto tutto l'agio di apprezzarne le virtù, le quali per me sono state un nobile spettacolo, sia nel mezzo dei pericoli d'un barbaro assedio, sia nelle sofferenze e nelle pene dell'esilio, per la qual cosa mi son creduto nel dovere più che ogni altro mai di renderle note e difenderle con la pubblicità della stampa.

D'altra parte, l'abisso dei mali in cui è caduta la patria mia, mi ha richiamato l'obbligo di patrocinarne la causa. Questo per me è stato un dovere di suddito e di cittadino; e se grande fu la libertà che mi presi, Milord, me la concesse il dritto dell'infelice...

Profitto di questa circostanza per presentarvi l'assicurazione d'un profondo rispetto con che sono, ecc.


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L'AVVENIRE

A Lord John Russell

Milord,


Le solenni parole d'un ministro della Regina nel senato Brittannico veston le più volle fiera sembianza di decisione irrevocabile che venir può all'uopo sostenuta da tutte le forze della potenza Inglese. Epperò i dubbi da V. G. manifestati intorno alle restaurazioni dei principi Italiani avrebbero scosso e fortemente conturbato l'animo di quanti son in Italia onesti amatori della loro patria se l'alto senno politico di Lei, Milord, e le tradizioni gloriose di sua famiglia non facesser chiaramente aperto esser que' dubbi ingenerali meno da natural diffidenza contro a' principi spodestati, che da sollecitudine generosa pel destino avvenire de’ popoli Italiani. Ma le sventure d'Italia, e segnatamente del reame di Napoli, hanno, o Milord, cosi confuse oggimai le sorti de' popoli, con quelle de' loro principi che non è più dato di poterle disgiungere, il riscatto degli uni stando collegato strettamente colla legittima restaurazione degli altri.

E per quel che importa reame di Napoli, V. G. esprimendo que' dubbi tenne per avventura che stati ei fosser la causa e non già il pretesto d'una rivoluzione che come sempre, fu l'opera di pochi ed il sacrificio di tutti? A quel pretesto serviron taluni ricordi della storia, onde fa rivoluzione si compiacea trovar somiglianza tra la dinastia Borbonica e la stirpe Aragonese, confidando che Re Francesco II. avesse a terminar i suoi di nell'esilio come l'ultimo Federico. Ma que' ricordi ferian essi dirittamente e solo i sovrani della casa di Napoli? Le circostanze de’ tempi si assomiglian, Milord, ma non son perciò sempre le stesse, né credo che, posando la mano sul proprio cuore,


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vi sia chi prenda a scagliar la prima pietra contro i sovrani delle Sicilie.

La costituzione del 1812, o Milord, venne concessa alla Sicilia, mercé il patrocinio dell'Inghilterra. Ma V. G. ricorda i principi che indi prevalser nel congresso di Vienna e sa che, quando nel 1817 si pubblicava una nuova legge constitutiva dell'isola, l'Inghilterra, a cui venne comunicata per mezzo di Ser W. A. Court, non si limitò i suoi buoni uffizi che a raccomandar coloro i quali nel 1812 si eran palesati partigiani della causa Inglese. La rivoluzione del 1820 venne condannata dall'Europa riunita in congresso, la quale, in cospetto delle soldatesche rivoluzioni di Spagna e di Portogallo, esser indulgente non poteva al rivolgimento politico di Napoli patimenti opera di Pretoriani. L'Inghilterra o allora non protestò; non sostenne i cangiati ordini di Napoli, ed invece allora appunto. Lord Castelreagh dichiarava che l'Inghilterra era stata fautrice, non garante della costituzione Sicula del 1812. Né l'Inghilterra faceva udir allora i fieri accenti che pronunziò due anni più tardi per l'invasione delle Spagne, né alcun atto minaccioso si permise, come alcuni anni di poi a tutela del Portogallo. Il sovrano, come i popoli della Sicilia, venner abbandonati al supremo arbitrio dell'Europa, Né fa mestieri dell'alta intelligenza di T. G. per rilevar qual differenza mettesse dal trovarsi al Foreign Office Canning o Castelreagh. Delle vicissitudini del reame di Napoli nel 1848, fra tante e si vive gare di contemporanei, non è dato ad alcuna sapienza politica di chiarir ancora il mondo. Ma gli avvenimenti, che da due anni si succedon in Italia, fanno aperto ornai a quali destini fosse serbata la dinastia de’ Borboni, se la rivoluzione fosse uscita trionfante dalle barricate. Pur tuttavia V. G. vorrà considerare che lo statuto del 1848, malgrado le consuete ingratitudini della rivoluzione, non venne, come altrove, abolita giammai.


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V.G. dubita tuttora degli ordini sconvolti nel reame delle due Sicilie, degli spogliamenti, delle angarie, de’ soprusi, delle violenze e sin de' misfatti d'ogni maniera? Dubita che ai sentimenti religiosi s'insulti, la morale si schernisca, che le leggi si distruggano, la libertà del domicilio e quella de’ giudizi sien gioco e ludibrio di dominatori senza freno? (1) Non vorrò nasconderle, o Milord, l'alta meraviglia che desta il veder come fatti d'ogni dì, de' quali le popolazioni Siciliane patiscono, di cui migliaia d'Inglesi son testimoni, che l'Italia intera deplora, che la stampa quotidiana denunzia, che il parlamento Italiano chiarisce, e che i ministri stessi del Piemonte non osan negar, o contraddire, nelle sale di Westminster soltanto sien in dubbio rivocati! Dubita V. G. dell'esistenza della guerra civile nel reame di Napoli? Ma mi torrò la libertà di dirle che oggimai. in Westminster istesso V. G. e per avventura il solo che ne dubiti. I tanti uomini in armi che combattono al grido di Francesco II. i rigori de’ Proconsoli Piemontesi e delle, schiere Sabaude (a fronte de} quali impallidiscon le memorie più atroci della storia) tanto sangue versato, tante ossa biancheggianti sul suolo Napolitano, tante terre fumanti ancora, o Milord, il troveran dunque incredulo sempre o dubbioso? Ma il gabinetto di S. James fu sempre ed esattamente ragguagliato di quanto accadea negli angoli più remoti del mondo.


(1)Se fino all'epoca che si pubblicava questa lettera il Ministro britannico non conosceva tutte le atrocità consumate dai Piemontesi nel Regno di Napoli, ora non più ne dubita; perché non pochi generosi Inglesi lo hanno assicurato, e poi chi può negare ciò che vien detto nel Parlamento di Torino? Chi legge gli atti ufficiali della Camera là trova tutto registrato financo il disavanzo del corrente anno che ammonta ad 1,807,588,500 Gran progresso!, ma... solo ne' debiti e nel male!...


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Onde avvien dunque che il grido de’ disastri, delle rovine, delle morti, de’ supplizi, degli incendi del reame di Napoli, le voci disperate di tutto un popolo spogliato, taglieggiato, spregiato, oppresso da inaudita tirannide, d'un popolo ch'è pur tanta parte d'Italia, non giungan a penetrar, son ben diciotto mesi, nelle sale del Foreign Office? A V. G. basterà il volere, perché le sventure delle terre Napolitane cessin di esser per lei un incomprensibil mistero. Ed allora un Russel, o Milord, non potrà credere che quella sia la miglior libertà che consentir si potesse a tanta sì bella e misera parte d'Italia. V. G. ritraterebbe allora, ne son convinto, il voto che ha espresso contro le restaurazioni de’ Principi Italiani.

Dubita intanto V. G. che, le restaurazioni avvenute, le concesse libere istituzioni fosser conservate, quasi l'Inghilterra dovesse, in caso di restaurazioni, pesar null'affatto su' destini d'Italia e consequentemente del reame di Napoli? Cerca l’Inghilterra fuori di sé stessa le guarentigie che salde sien per rimaner le promesse de' Principi?

Francesco II, ha di sua fama, in giovine età riempito il mondo; e se a gara se ne loda l'indole cavalleresca, il valore e la costanza, son virtù queste, o Milord, minori d'assai del politico senno, della matura prudenza, del religioso amore che pe' suoi popoli nudre. Di queste sue virtù posson far fede quanti a lui si appressano, segnatamente ora che privatissima vita sen vive. Quando eroicamente affrontava i pericoli delle battaglie e lottava in assedio glorioso, ei più la causa dell'indipendenza del reame che della sua corona propugnava. Egli mostrava come, anche cadendo, cader sapesse da Re. Ora può V. G. darsi a creder che, conseguita una gloria immortale, il principe illustre, il giovane guerriero, gittar volesse al vento le sue promesse, oscurar la sua gloria, giustificar le diffidenze tolte a pretesto dalla rivoluzione, veder cangiati gl'inni in biasimo, sapendo come presto pei popoli si tracorra dagli osanna al crucifige?


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Crede possibile V. G. che smentir si potessero colle promesse latte replicatamele pubbliche, le. assicurazioni date ed in diverse occasioni ai gabinetti d'Europa, onde vedersi, in tutti i casi di guerre o rivolgimenti futuri, privato di ogni assistenza e d ogni patrocinio, e spogliato delle facoltà di contrarre alleanze? Crede V. G. che un Re potesse, dopo tante immeritate sventure, stimarsi sicuro nell'ultimo angolo d'Italia con forma di governo diversa da quelle di tutti quasi gli Stati d Europa? Tenersi come capace di sedar in un reame che contiene la più vasta isola del Mediterraneo e novecento miglia di costiere, tutte le insidie e tutti gli assalti futuri della rivoluzione? La quale, soffocata in Napoli, non serpeggerebbe perciò meno nelle viscere' di Europa e non minaccerebbe perciò meno, idra spaventosa, da questo o da quell'angolo in fiamme. Cesserebber per avventura, avvenuta una restaurazione, le occulte ostilità di questo o quello potentato le mene, le avidità, le appetenze delle ambizioni straniere? Non incomincerebber esse nuovamente a soffiar sulle ceneri ancor calde d'un incendio durato per anni e che ha già tutto consumato, fede, credenza e probità politiche d'ogni natura? Come impedir che il celato malcontento, circolando in mezzo a popoli inesauditi, non si aprisse nuove vie, onde proromper in nuovo incendio e più spaventoso?

Tutte le restaurazioni, o Milord, ebber a sostegno sempre o le armi disciplinate interne., o gli eserciti stranieri che dier loro agio e tempo ad ordinarsi e consolidarsi. V. G. non crederà certamente che la restaurazione Inglese avesse potuto per pochi dì soli radicarsi nel suolo Brittannico senza Monk e le sue schiere. La stessa rivoluzione del 1688 non ebbe forse a poggiarsi sulle schiere Olandesi? Non trovò la prima restaurazione Spagnola la tutela dell'esercito Francese? Non ebbe la restaurazione in Francia due volte ad ordinarsi sotto l'egida dell'Europa armata e soprastante? Ed a quali pericoli intanto ed a quante vicissitudini pur


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non andaron incontro? Or, avvenuta la restaurazione napolitana, per impeto generoso de’ popoli, non troverebbe, al cessar del primo bollore, ogni ordin civile distratto, vuoto l'erario, non navi, non esercito, non mezzi di alcuna maniera, se dall'affetto de’ popoli non le venissero?

E suppor che in mezzo ad un9 opera ardua, gigantesca e lunghissima si potesser accrescer a lascivia le difficoltà ed i pericoli, lasciando i popoli impazienti di freno, sospettosi di reazioni febbricitanti d'ire cittadine e non impediti dall'aver ricorso allearmi civili! Con qual forza contenerli, mancando le armi ed avversa la pubblica opinione, unica forza e potentissima al cader d'una rivoluzione? Avverrà per avventura la restaurazione, o Milord, per intervento d'armi straniere, trascinata l'Europa pe' capelli a cessar le inique stragi della biennale Tebaide Napolitana 1 Sarà allora la politica Europea che ordinar dovrà le sconvolte sorti d'Italia; e qual non sarà allora l'autorità dell'Inghilterra ne' consigli d'Europa ed in quelli di Napoli, ove ebbe pur tanto e si lungo predominio? Non sarà contemporanea la restaurazione nelle due diverse parti del reame? E cederà l'una, se non vedrà attuate le promesse nell'altra? E la parte persistente nella sua contumacia non si prevalerà allora delle armi piemontesi stesse a render impossibile l'ordine, la pace e la stabilità del governo nella parte rassegnata? Si tenterà di sottopor quella colle armi ordinate in questa? Ed, ove pur il consentisse Europa, quanti anni scorrer non dovran mai, prima che si abbia navi ed esercito atto e sufficiente a tal impresa? Ove una restaurazione avvenisse per plebi concitate e furibonde, allora soltanto l'Europa sarebbe condannata a veder malgrado la benignità de’ principi rinnovate le improntitudini del cader del passato secolo in Italia e più tardi nella peni, sola Spagnola. Ma non sarà per questo mai, Milord,, che l'unità Italiana, impossibil per differenza di razze, d'indole, di costumanze, di credenze


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e di storia, si consegua; e meno ancor se ne acquisti all'Italia quella libertà della quale V. G. è propugnatore e della quale attinse il convincimento nelle tradizioni e fin nel martirio di sua famiglia.

Son queste ragioni potentissime, per le quali non è dato il diffidar de principi spodestati. Ma Re Francesco II, o Milord, è per senno politico e benignità d'animo convinto che, mercé le concessioni d'un governo costituzionale e rappresentativo soltanto potran, quando che sia, i suoi popoli conseguir la pace, la prosperità, la grandezza da cui son si miseramente scaduti. Di perdono e di oblio, non è dire: egli ha già tutto perdonato ed obliato, che l'indole benigna in lui a tutto prevale. E tutti accoglierà, ne vivan certo i suoi popoli, donde vengan e come, purché sinceramente a lui vengano e si stringan intorno a lui nello scopo santissimo di rimediar ai gravissimi danni ed alle miserie infinite della patria comune. Cosi è che, mercé gli sforzi di tutti, ei pensa, un'era di tranquilla prosperità e di floridezza non più conosciuta per lo innanzi potrà venir iniziata e conseguita. Per principi che discendono da Enrico IV, o Milord, sarà sempre un grande esempio quello di Luigi XVIII, che comunque circondato dagli eserciti d'Europa, consentiva alla Francia l'Ordinanza di S. Queil, al seno delle armi straniere, malgrado i Cento giorni con le loro funeste conseguenze, la mantenne salda.

Queste son le idee, o Milord, che forman un profondo convincimento d'un uomo che vive, oltre ai due aqm, accanto al Re. Vago per amor ardentissimo della mia patria, delle forme rappresentative che stimai sempre atte e sole a stabilmente fermar le sorti del reame di Napoli, io men feci sempre caldo propugnatore. E penso, ove io non m'inganni, che in questi ultimi tempi non perdonassi a cure o sacrifizi, perché se ne conseguisse l'istituzione. Quando a me venne offerto un altissimo uffizio non era più in quel momento dignità o potere, ma un cuoiaio pericolo, onde l'accettai ed il tenni.

 


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Né piego allo stolto orgoglio che da' benefizi, onde mi fu larga la munificenza sovrana, si abbia ad argomentar de’ principi che si avesser potuto riconoscer in me ed incoraggiare. Ma la mia capizie mi da qualche dritto ad esser creduto, o Milord, ed io vivo certo che le promesse del Re saran religiosamente mantenute; ed il passato essendo scuota dell'avvenire, mi confido che saranno state per noi cause feconde di grandissimi ed invidiati beni sin le stesse sventure.

E qui la prego a credermi, o Milord, pieno di rispetto,

Di Vostra Grazia


Roma li 28 Marzo 1862.

 

Devmo. Obbmo.


MARCHESE PIETRO C. ULLOA


0

Due parete del Traduttore


Al lettore

3

AL SIG. BARONE DI BEUST, MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI A DRESDA


Gaeta

5

La Resistenza

11

AL SIG. DUCA DELLA ROCHEFOUCAULD DONDEAUVILLE A PARIGI


La Monarchia napolitana

15

La Cospirazione

27

L'Abbandono

36

La Partenza

49

AL SIG. BARONE DE BEUST MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, A DRESDA


L'Unità italiana

57

Il Plebiscito

70

AL SIG BARONE DI WENDELAND, A ROMA


Le Opinioni

79

AL SIG MARCHESE DELLA ROCHEJAQUELEIN SENATORE A PARIGI


L'Insurrezione

92

AL SIG CONTE C NELLESEN, MEMBRO DELLA CAMERA DEI PARI A BERLINO


La Guerra Civile

105



AL SIG MARCHESE DELLA ROCHEJAQUELEIN, A PARIGI


Il Terrore

117

AL SIG. BERRYER A PARIGI


Le Leggi

123

La Giustizia

134

I Giudizi

145

AL SIG GUIZOT, MEMBRO DELL'ACCADEMIA FRANCESE


L'Educazione

154

La Letteratura

163

ALL'ONOREVOLE SIG R COBDEN, A LONDRA


Il Commercio

170

AL SIG DISRAELI, A LONDRA


Le Finanze

180

Le Finanze

188

Il Debito pubblico

194

A SUA EMINENZA IL CARDINALE WISEMAN, A LONDRA


La Morale

203

La Religione

213

AL LORD DERBY


La Politica

226

La Restaurazione

236

A LORD JOHN RUSSEL, MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI A LONDRA


Lettera

250

L'Avvenire

251








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