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Leggere un libro ad uso delle scuole del Regno fa un certo effetto. Ci ha colpito non tanto la scorrevolezza dello stile dell'autore che non è poca cosa, bensì i contenuti. Ad esempio la trattazione del periodo francese è molto interessante.

Siamo abituati fin dalle elementari a considerare il regno come un luogo abietto dove le persone erano schiave di un regime assoluto, senza la possibilità di esprimere il proprio pensiero.

Non ci pare che la descrizione degli eventi che caratterizzarono gli anni del periodo francese possa liquidarsi come un filisteo omaggio alla casa regnante borbonica e una turpe offesa alla verità storica.

L'autore offre al lettore un onesto resoconto dei cambiamenti effettuati e di tutte le trasformazioni socioeconomiche e giuridiche messe in cantiere dai francesi.

Zenone di Elea – 29 gennaio 2011

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QUADRO STORICO
DELLE DUE SICILIE
DI
CESARE DALBONO
Per varios casus per tot discrimina rerum Tendimus.
Virg.
Quarta edizione
NAPOLI
PER VINCENZO PUZZIELLO
346 Strada Toledo

1858

DISCORSO PRELIMINARE

ALLA TERZA EDIZIONE

Mi sono rivolto con maggior animo a pubblicare questa terza edizione del Quadro Storico delle Due Sicilie, dopo aver veduto finire, nel corso di pochi anni ed in due diverse edizioni, non meno di quattromila esemplari di questo libro. La qual cosa mi pare una pruova in certo modo tanto più chiara che il mio libro non sia de' peggiori, in quanto che esso non ha avuto quelle solite protezioni, che gli autori vogliono dai governi, chiedendo che l'opera loro sia letta e studiata per forza nelle scuole. E non ha avuto neppure i soliti annunzi ed articoli di giornale, che si possono sempre avere quando e come piace, e che non aggiungono merito al libro che non ne ha, e non ne tolgono ad un libro che sia veramente buono.

 Quello però che mi ha giovato grandemente a migliorarlo è stato il sentire le osservazioni di qualche buon maestro che lo ha dato a studiare ai suoi discepoli, e queste sono che hanno originato le aggiunzioni e mutamenti della seconda edizione sulla prima, e gli altri anche maggiori fatti a questa terza. Che se queste correzioni non saranno le ultime, io credo bene di poter dire che il libro oggimai rimarrà sostanzialmente lo stesso nelle edizioni che se ne potranno fare in seguito. Esso è cresciuto ad una tal giusta mole ed in quella proporzione che a me pare bastante, da potersi accommodare all'intelligenza de! giovinetto. Anzi io spero che con queste ripetute cure potrà divenir tale da esser sufficiente anche ad uomini di maggiore età, perché possano sapere quanto basta della nostra storia. Ora essendo in certo modo fermate in questa edizione la mole e la qualità del libro, non sarà inutile che io ne faccia qualche parola brevissima la quale sarà rivolta con più profitto ai maestri che lo insegneranno. Ad essi io mi dichiaro sempre riconoscente, e desidero il maggior profitto de' loro discepoli, essendo questo il conforto desiderabile a quell'uomo che esercita il più sublime ministero che sia sulla terra, quello di formare la mente ed il cuore dei giovanetti.

Né ho bisogno di ricordare che quella età alla quale ho veduto meglio convenirsi la lettura di questo libro sia quella che vien dopo i dieci anni e non prima, supponendo che il giovinetto abbia già attinto ad altre fonti qualche notizia della storia antica e romana.

Ed ho indicato questa età perché appunto è quella nella quale suole operarsi un mutamento assai grande nell'anima e nella mente. Quelle disposizioni fanciullesche le quali partecipano alla misteriosa natura dell'istinto, vengono a indebolirsi per gradi.

IV

Ed ho detto partecipare soltanto, perché quelle disposizioni son ben altra cosa e troppo diversa da quell'istinto che è sempre intimamente connesso coll'organismo e che non ammette né coscienza né libertà. Tanto diversa cosa, che il fondatore della scuola scozzese, deponendo la timidezza estrema ch'egli trasfuse in tutta la sua scuola, arrischiò di chiamarle istinto intellettuale, ed unir due parole che sarebbero quasi maravigliate di trovarsi insieme 1. E vengono ad indebolirsi, come ho detto, queste disposizioni naturali, mentre le facoltà dell'intelletto vengono ad acquistar forza e vigore. E la mano che aveva, per dir così, condotto il giovine infino allora, si ritira inosservatamente, quando il maestro il quale aveva camminato a passo a passo con lui non può far altro se non che additargli col cenno il nuovo camino che gli si apre d'innanzi. Io dico questo perché negli studi che seguono questa età il giovinetto è consapevole a sé medesimo dello scopo ch'egli deve e vuole raggiungere. Sicché la prima età del fanciullo a me sembra esser tale che ha una sua forma e carattere tutto diverso dalle altre che le succedono, alle quali tanto poco si rassomiglia, quanto queste si rassomigliano fra loro insieme. Non voglio dire di essere il primo a rilevare questa forma speciale dell'intelletto nella prima età, perché è stata osservazione di molti filosofi ed istitutori, che nelle età che seguono la fanciullezza, tutte le facoltà della mente procedono e s'invigoriscono a vicenda, quando molte di esse tacciono nell'animo del fanciullo. E sebbene l'intelletto compia anche la parte del suo lavoro in quella prima età, non è prima della seconda età ch'esso incomincia ad esser consapevole delle sue forze ed incomincia la educazione intellettuale, la quale più propriamente si chiamerebbe istruzione.

Per quanto sia vera questa separazione della educazione dalla istruzione fatta dai filosofi e moralisti i quali presero a considerare ciascuno una parte dell'età e della vita umana, esse son pure unite più che non apparisce. E questo il sottile e diligente osservatore potrà vederlo nell'esaminare la prima età, alla quale le grandi verità delle scienze sono inaccessibili, ma s'incominciano direi quasi a rivelare per via dell'affetto e del cuore.

Da questo ha origine che la prima opera della educazione ha tanto potere di poi sulla vita tutta quanta dell'uomo avvenire, e per questo gli apparecchi fatti nell'anima del fanciullo lo rendono atto ad accoglier le rivelazioni della scienza. Non vorrei che gli uomini avvezzi a vedere con breve sguardo le varie vicende della vita umana e dell'uomo interno trovassero troppo ardila la mia asserzione.

V

Ma io vorrei dire ad essi, come a dichiarazione del mio pensiero, che il primo legislatore e supremo geometra dell'universo essendo stato ancora il più grande artista, il fanciullo usato a sentire il bello dell'universo fisico, si trova aver fatto già una parte del cammino per ammirarne le leggi e ravvisare, quando sarà uomo perfetto, quella bellezza delle leggi interiori che corrispondono alla bellezza esterna. Onde quelle letture che risguardano l'ordine generale dell'universo raggiungono uno scopo altissimo, senza parere che ciò facciano, quando sono ordinate in maniera che l'intelletto giovanile le possa raggiungere e comprendere. E da questo procede la necessità di svolgere nella età prima il sentimento del bello, che poi il giovine troverà essere una cosa medesima del giusto e del vero. Vizio grandissimo sarebbe quello di rendere oggetto della educazione quelle conoscenze che debbono essere della istruzione, e poi volere che le abitudini e i sentimenti debbano essere opera e lavoro della istruzione. Cosi forse voleva fare del suo Emilio l'eloquente filosofo o sofista di Ginevra, perché voleva per esempio che in quel suo giovine allievo la botanica fosse un abitudine e quasi un sentimento, e che la religione e la morale venissero in lui come studi altissimi speculativi. E questa differenza ben ravvisarono gli antichi; anzi gli stessi nomi di pedagogo e di maestro o sapiente che trovo indicati e distinti in Seneca 3 dinotarono appunto il lavoro diverso delle due età: dico sempre parlando di quel tempo in cui si mantennero i due nomi nel loro debito ed originario significato, e non già quando l'avvilimento delle discipline, e la corruzione della vita civile confusero l'un nome coll' altro, e si servirono della prima parola par ricoprire in certo modo di disprezzo la seconda. né sarebbe meno funesto di volere abbandonar l'uomo a quella educazion negativa che non porterà giammai nessun frutto che sia buono, e che ebbe talvolta passionati difensori perché rabbellita dallo stile di Gian Giacomo.

A lui certamente, secondo le teoriche astratte e superlative che signoreggiavano il suo spirito, pareva bello di veder crescere quel suo discepolo Emilio così diverso dagli altri uomini, che poi gli riuscì cosi selvaggio ed indomito, da non potere far vita con gli uomini del mondo e dover morire, come fece, all'età di vent'anni, per trovare, credo, un mondo migliore. Or dunque allorquando è compiuta l'educazione di questa età prima, vengono a fecondar l'intelletto del giovinetto tutte le scienze fisiche e morali, e fra le altre quella della storia, la quale noi non neghiamo che sia scienza sublimissima e riserbata al lavoro di una mente più vigorosa ed alta, che non è quella che noi richiediamo all'uso di questo libro di storia patria.

VI

Ed appunto per queste differenze delle varie età dell'intelletto umano vediamo nei paesi civilissimi, come la Germania superiore, la Francia, l'Inghilterra, che ogni età ha il suo libro in una stessa disciplina, ed una storia quindi è raccontata ed esposta in modi diversi, per essere adatto ciascuno alla diversa capacità del discepolo; e quindi questo compendio storico che io credo superiore alla età prima, mi pare accomodato a quella età che ho accennato di sopra e non altra, e ne dirò brevemente le ragioni.

La scienza della storia, che si potrebbe dire creazione dell'intelletto moderno e formulata da un filosofo napoletano la prima volta, è composta, siccome tutte le scienze, della parte puramente speculativa ed intellettuale e della parte pratica. Fra la storia ideale e la positiva si può dire che interceda la stessa differenza che è fra un principio e la sua applicazione. È pure indubitato che a questi principi supremi d'ogni scienza risale la mente umana ordinando dai fatti i principi, come appunto dalle osservazioni dei fenomeni della immensa natura risale alle scienze che ne descrivon le leggi. Quindi non sarà vana anzi necessaria opera che il giovinetto studi, quasi parte sperimentale della scienza, gli eventi della storia positiva, come a dire le emigrazioni, immigrazioni, vittorie, battaglie, sconfitte, e il sorgere, il cadere, il rilevarsi, il ricadere degl'imperi. È necessario dico che in quella età nella quale vivono in bellissimo accordo la memoria e l'immaginazione, egli abbia riguardo al bello ed al difforme ch'è la morale espressione de' fatti, e riserbi ad età più matura lo studio delle storia ideale. Non dico intanto che il giovinetto non debba, appunto in questa seconda età, venire iniziato a' misteri di quella scienza che vede Dio nella storia, quel Dio che conduce il genere umano al compimento delle sue alte promesse, che risveglia la vita morale nelle nazioni e le chiama alla sua conoscenza ed alla luce della legge cristiana. Questo subietto può esser fatto accessibile al giovinetto per mezzo del maestro, il quale può avvezzarlo a risalir quasi senza saperlo dallo studio dei fatti a quello del pensiero che regna in essi. È nobilissimo spettacolo a cui si volge maravigliato e compiaciuto l'umano intelletto quello di vedere il cammino del genere umano, le conquiste della civiltà, e seguirne il corso in quello delle nazioni. Egli sarà impossibile che la mente giovanile non si affezioni con più amore agli uomini ed ai fatti che al pensiero che li rannoda, impossibile che non gli piaccia piuttosto di udire e vedere le persone del dramma anziché investigare la catena invisibile che le stringe insieme.

VII

Questo non vieta che il giovinetto il quale non può colla sua mente giungere ad alto lavoro possa esser messo pel giusto cammino col mezzo dei buoni libri ed esser condotto all'utile per mezzo del dilettevole. Potrà ricavare profitto moltissimo dai buoni libri di storia, acquistando nella lettura di essi l'idea delle grandi divisioni delle epoche o età diverse delle nazioni ch'egli si fa a studiare, e quelle partizioni generali che debbono essere segnate con accuratezza in ogni buon libro di studio. Parimente a quello che vediam praticato oggi con tanta maestria nelle opere elementari d'ogni scienza, nelle quali il giovine può apprendere quanto gli basti a poter ascendere più alto, quando gliene venga talento e le condizioni della sua vita lo chiamino ad uno studio più speciale e profondo in quella o in altra disciplina. Onde se il libro elementare non potrà contener tutto, potrà bene dare occasione alla mente di andar molto più innanzi che dove giunge la pura parola. Nessuno mi potrà volgere in dubbio che in qualunque età della vita lo studio non è riposto nella sola lettera di un libro, né tutto quello che può l'uomo giungere a sapere si trova affidato ad esso. Una gran parte dello studio è riflessione alla quale il libro può dare occasione ed aiuto anzi sarà tanto più opportuno il libro quanto meglio compia quest'ufficio. Da ciò ne viene che i libri dell'adolescenza non potrebbero più essere oggimai lavorati da intelletti meschini, perché dovendo contenere in germe la scienza che deve venire, hanno bisogno di una mente nello scrittore la quale non faccia opera di separare, ma di raccogliere, e mostrare come in un quadro le grandi partizioni e tutte le diverse attinenze della storia, o della scienza, o disciplina qualunque che prende a trattare.

Quando un uomo di tal natura si sarà fatto ordinatore di un compendio storico che debba servire ai giovani, gli avvenimenti non cadranno nel libro così l'uno appresso dell'altro col solo legame delle date, ma col legame del pensiero che rannoderà quegli avvenimenti.

Gli esempi di questi libri fatti in tal modo non sono pochi, né io mi porrò a registrare i nomi de' loro autori che troverai in buon numero nella letteratura moderna, francese e tedesca. Non vorrei dire perciò che i compendi storici condotti e ordinati da una idea mancassero interamente all'antichità. Un esempio ne trovereste in Lucio Anneo Floro, un altro in Paolo Orosio del quale vogliono alcuni che sia stato emulo ed imitatore Giacomo Benigno Bossuet.

VIII

Ma appunto la differenza del principio che regna in quei libri e quello che regna nei moderni mostra che le stesse forme del pensiero mutano col mutar de' secoli. l. a mente umana la quale procede instancabilmente nella sua sintesi o ricomposizione che vuoi chiamarla, prende in un secolo più alto o diverso punto per riguardare il giro degli avvenimenti di quello che non ha fallo nel secolo precedente. E se fu detto che il Bossuet prendesse a considerare la storia dalle alture del Sina

4,

non so con quanta ragione si potrebbe dir lo stesso degli scrittori di storia moderni. É pure indubitato che tutti i libri d'istituzione soglion mutare secondoché le scienze e discipline tutte si mutano col volger de' secoli, non in quanto all'essenza loro, ma in quanto al diverso grado a cui è giunto Io spirito umano che compie sopra di esse il suo lavoro. E dico più particolarmente di quelle che non sono di morale o di religione, perché a qualunque altezza si voglia sollevare lo spirito umano saranno sempre libri utilissimi i colloqui di Socrate esposti da Senofonte e da Platone e il trattato de' doveri ordinato da quella mente lucidissima di Marco tuttio. Non così per esempio i trattati di fisica di Aristotile o di altri filosofi naturali dell'antichità. Ora questi libri che mutano coi secoli, considerati in ordine al tempo, hanno altra ragione di mutare altresì coi diversi paesi e popolazioni del mondo, voglio dire in ordine allo spazio. Imperciocché le razze e le stirpi delle quali si compone il genere umano hanno qualità diverse non solamente affettive ma intellettive, e gli scrittori tutti rappresentano sempre più o meno scolpitamente ne' loro libri, l'indole e la forma del pensiero nazionale. Per questo assai volte i libri elementari che ci vengono da un'altra nazione e che noi traduciamo, non sono acconci molto ai nostri giovani, le cui menti non sono così comprensive, ovvero non hanno con egual temperanza composte fra loro le facoltà dell'intelletto, predominando in un luogo l'immaginazione, in un altro il ragionamento. Forse non sono tutti opportuni agli usi nostri i libri tedeschi, e farebbe opera vana chi volesse per forza adottarli pienamente ne' nostri istituti. Le facoltà e la propensioni della natura alemanna alla speculazion pura ha predominio in essa e ne' suoi libri, e tutti gli scrittori ne risentono. Difficile che ciò non avvenga, quando pure non fossero di così alta mente gli scrittori, quali ne appariscono assai pochi in un secolo; come forse fu il Leibnizio, il quale per la grande universalità di scienze positive che possedeva si lasciò preservare da molte teoriche troppo assolute dello spirito alemanno.

IX

Ma pure questo mutamento della istituzione scritta deve esser fatto con modo e ragione. Io pure e tutti sanno che molte volte il mutamento suole avvenire in peggio per vicende straordinarie e passeggiere che imprimono il loro suggello anche ai libri educativi i quali durano quanto può durare il principio della filosofia che regna in quel tempo. Quando la filosofia della sensazione s'impadronì delle menti, tutti i libri si vollero rifare, secondo le nuove idee sulla natura e sull'uomo che la scuola sensualista aveva proclamate E tutt'i libri s'informarono da quelle dottrine, le quali discesero da' principi metafisici fino alle ultime conseguenze della morale, della politica, della legislazione, come mostrarono le opere di Elvezio, di Bentham e di Tracy. Non perciò ebbero durevole effetto né lunga vita, imperocché sia quanto voglia essere potente una scuola vittoriosa, non potrà fare giammai che la ragione umana rinneghi sè stessa e che non vegga dove giaccia il principio sofistico della nuota dottrina. Questo che ho detto delle scuole antiche dico delle moderne, anche perché mi duole moltissimo delle paure di certi uomini timidi i quali credono che le teoriche prodotte dagli spiriti infermi potessero reggere il mondo, e perché in virtù di quella rara armonia che regna fra lo spirito umano e la verità, lo spirito umano accoglie il vero, quasi senza saperlo, e lascia il falso il quale solo per brevi momenti lo può turbare e confondere. E ciò che si dice dei libri si può dir bene ancora dell'istruzion pratica in ciascun paese; onde quegli istituti che sono mirabili altrove non faranno molte volte una gran prova, trasferiti gli stessi in altri paesi, senza tener ragione delle tante contingenze di luoghi e di tempi. Per questo lo stesso eccellente istituto di Fellemberg, né quello di Pestalozzi, furono giammai potuti applicare culle stesse e medesime forme all'Italia nostra, dove non avrebbero dato quel frutto che nelle contrade di Berna e di Argovia. Potremmo noi rinunziare all'emulazione, all'amor di noi stessi quali stimoli dei nostri giovani, come voleva quell'esemplare direttore di Howfill, e potremmo noi dar cosi poco alla memoria, ed attenderne così poco come il Pestalozi? Per questo vogliam dire che le istituzioni debbono essere indigene, o trapiantate in tal modo che il sole diverso non le faccia inaridire. Ciò che noi possiamo da per noi medesimi in Italia lo hanno provato mille esempi generosi in tutt'i secoli, de' quali non ho bisogno di mentovar che soli pochi i quali valgono ogni più gran numero, come sarebbero fra gli antichi Vittorino da Feltre e fra i moderni l'abate Aporti ed il Lambruschini.

X

Questa differenza ne' modi e libri d'istituzione deve apparir non meno in quelli di storia, i quali per esser meglio accolti dai nostri giovani e penetrare con frutto nelle loro menti dovranno accarezzare, io direi, quella parte delicata o quella facoltà privilegiata dell'intelletto loro che costituisce la diversità nell'indole e nella forma del pensiero italiano. Per questo la teorica esclusiva che domina alcune menti produce amarissimi frutti nel campo delle lettere, delle arti, delle scienze. L'educazione ha partecipato ancor essa alla sorte medesima della legislazione ed ha avuto i suoi metodi assoluti ed esclusivi. Si volle per alcuni a modo di esempio che tutto si facesse per la memoria, immenso cumulo di materiali raccolti, senza pensiero che li vivificasse e li ordinasse. Si volle che nessuna idea confusa si lasciasse nel fanciullo, ma che tutte fossero idee chiare, come se prima di giungere ad una certa età, potesse la mente ordinare e rassegnare nettamente le sue ricchezze. Si volle da altri molto nudrita l'immaginazione e poco l'intelletto, e che quindi il giovine si creasse un suo mondo fantastico che poi gli tormentasse la vita intera ne' suoi scontri inevitabili col mondo reale. Alcuni altri richiesero che lo studio fosse tutto di scienze prima che di lettere, che la vita delle abitudini precedesse quella delle idee, che il giovinetto venisse abituato a un esercizio intero e libero della ragione, a nessuna soggezione di autorità.

Ed a questi tutti diversi sistemi combattendo sistemi opposti, ne viene quello scontro delle opinioni assolute ch'è antico quanto il mondo. né qui ho bisogno di dichiarare che parlando di metodo e d'istituzione che possa convenirsi al giovinetto, intendo sempre di quelle intelligenze che non sono fuori dell'ordinario, come quelle o tardive o chiuse alla luce del sapere ovvero quelle altre maravigliose ed aperte ad ogni difficoltà della scienza. Appunto in quel modo che si direbbe dei corpi sanamente costituiti, egualmente lontani dalla natura inferma e difettosa che dalla troppo vigorosa.

Così forse fallirebbero egualmente le regole date all'insegnamento ordinario quando dovessero applicarsi ad un idiota, o a fanciulli prodigiosi, come furono all'età loro Plinio il giovino e Poliziano, e Grozio, e l'autore delle Provinciali.

XI

Ora il più perfetto modo al quale si debba conformare la istruzione è questo, che le facoltà dell'anima umana sieno coltivate con egual misura, nulla essendo più dannoso che una di esse predomini sulle altre, e che non si cerchi per ogni via di temperare l'ineguaglianza naturale di queste facoltà. Onde fu detto da un filosofo moderno che l'equilibrio delle facoltà è appunto nell'intelletto umano quello che nel mondo fisico è l'equilibrio delle forze, il quale mantiene l'ordine senza impedire il moto. Per questo il libro di storia destinato alla età giovanile deve dare occasione che le facoltà dell'intelletto si svolgano e maturino insieme, e non sia un libro di nomi e di date che sarà inutile il ritenere, come sarà sempre inutile quel tormentare con invenzioni e sistemi la memoria perché il giovine non faccia altro che ricordare. Di questi inventori non ne sono mancati in ogni tempo; testimonio Quintiliano che parla di Simonide e di un suo trovato e studio di memoria artificiale 5. E così mano mano venendo a noi fino agli ultimi tempi, sono venuti fuori grandi promettitori di prodigi, frai quali mi piace ricordare quel Feinaigle professor di mnemonica tedesco che cadde in tale discredito in Francia sul cominciare del presente secolo da esser fatto segno financo alle risa della scena. Questi sistemi o processi mnemonici il cui fondamento è riposto sovente nelle associazioni puerili e bizzarre, sembrano talvolta raccomandabili per qualche fatto speciale che ne dimostra l'utilità. Ma sono mille ragioni quelle che ne rendono l'uso non senza pericolo, trattandosi le più volte di sostenere le vacillanti forze di una facoltà dello spirito per mezzo di soccorsi stranieri i quali nuocciono assai spesso alla economia generale dell'intelletto 6.

Per questo il giovine vedrà nella prima division materiale di questo libro, cioè in quella parte che io ho chiamata introduzione, un apparecchio ad intendere la storia della monarchia. Delle quali epoche da me discorse nella introduzione non ho creduto di parlare più a lungo, perché mi è sembrato più chiara un'esatta brevità che un'oscura diffusione a far comprendere gli anni che passarono dalla caduta di Roma alla fondazione della monarchia. E così proseguendo innanzi, nella division della storia che ho fatta in tre libri troverà quasi la naturale distribuzione di essa, e si farà una chiara idea delle tre grandi epoche nelle quali una diversa specie di governo resse queste contrade.

XII

Perché dopo la monarchia fondata da Normanni e trasmessa agli Svevi agli Angioini ed agli Aragonesi, incominciò il governo viceregnale, e quindi la novella monarchia ch'ebbe principio coi Borboni. Anche la divisione dei capitoli ho fatta in tal modo che ciascuno di essi potesse dare una ragionevole lettura per un giorno ed essere facilmente serbata nella memoria. Ed alla fine di ciascuna dinastia o di ciascun secolo, secondo mi è sembrato meglio, ho raccolti i nomi de' più illustri uomini venuti in fama, dicendone tanto solamente quanto bastasse al giovine perché volgendosi a più severi studi non gli giungessero nuovi i nomi di un Tasso, di un Gravina, di un Vico.

Or tutta questa disposizione che ho data al libro mi è sembrata poter esser utile agli studi del giovine; ma non posso tacere di un altro grandissimo aiuto il quale mi è indispensabile e che io desidero col più vivo dell'animo, voglio dire l'aiuto della voce del maestro. La voce del maestro è quella che talvolta rende profittevole anche un libro men che mediocre, ed io non so se avrei potuto, dovendo esser breve, spiegare più ampiamente molte parti della storia di quel che ho fatto. Così le poche parole dette sugli ordini feudali, sui guelfi e ghibellini, sui sedili di Napoli ed altre cose tali potranno essere bastanti quando il maestro aggiunga quel tanto altro che io non ho potuto o voluto aggiungere.

Ho creduto finalmente, tanto in questa, quanto nelle precedenti edizioni, di arrestare il corso della storia a quella che si chiamerebbe con parola assai rappresentativa storia attuale, ed è ben altro che la storia contemporanea, abbracciando essa quei dieci o dodici anni che ci precedono, e che gli uomini malamente possono scrivere senza passioni. perché sebbene un compendio di storia non darebbe luogo ad alcun giudizio, ma solamente. al nudo racconto del fatto, ho creduto che questo neppure fosse necessario, trattandosi di tali avvenimenti e così vicini a noi, che il giovane ne può udire la narrazione ad ogni momento.

NOTE

1 Reid, Essais. 2 Platone, Tira. 3 Epist. 79. 4 Barante, Mélange II.

5

Instit. II. 6 Guizot, Ètudes moralss.

INTRODUZIONE

SOMMARIO

Confini, estensione e divisione del Regno delle due Sicilie - Storia de' tempi antichi ed Impero romano - Divisione dell'impero, e venuta de' popoli barbari - Caduta dell'impero di occidente e vari domini sulle terre del regno. - Goti, Greci, Longobardi - Vicende dell'isola di Sicilia. Vandali, Greci, Saraceni-Venuta de' Normanni e loro acquisti nel regno - Pontefice Romano.

I. Quella parte meridionale d'Italia la quale confina verso settentrione con lo Stato romano ed è circondata dal mare da tutti i rimanenti lati, dopo aver mutato in diversi tempi diversi nomi, si chiamò finalmente Regno di Napoli. Ma oggi essendo unita sotto il comando di un medesimo Re all'isola di Sicilia che è lontana da lei per un brevissimo tratto di mare, vengono tutte queste terre denominate insieme con un sol nome Regno delle due Sicilie. Volendo piuttosto accennare che raccontare le vicende di questo regno fin dai tempi remoti, sarà bene il dirne poche cose intorno alla sua estensione e divisione, perché il lettore possa più facilmente comprendere i fatti narrati, conoscendo il luogo, o dirò meglio il teatro di quegli avvenimenti, il Regno di Napoli propriamente detto, e che talvolta fu chiamato ancora Sicilia citeriore, o di qua dal Faro, si distende nella sua maggior larghezza poco più di quattrocento miglia; ma nella sua maggior lunghezza oltrepassa le centoventi, e percorrendo intorno intorno i suoi confini, si possono contare presso a poco mille e dugento miglia. Della Sicilia, la quale è un isola di una forma quasi triangolare, dirò solamente che ha un circuito di oltre a seicento miglia, e può quindi tenersi per fermo che il regno del quale scriviamo è il più grande degli stati che siano in Italia, e la Sicilia è l'isola più grande che sia nel Mediterraneo.

2

Essa è divisa dal continente per un piccolo stretto di mare che si domanda Faro di Messina, e che non giunge ad un miglio e mezzo nella sua minore larghezza. Il mare detto Mediterraneo, che bagna tutte le coste del regno, prende, secondo i diversi lati, nomi diversi, di cui sono tre i principali. Si chiama Adriatico quello che bagna le coste verso oriente, dall'antica Adria città che sorgeva vicino al luogo dell'odierna Venezia; si chiama Ionio quello che bagna il mezzogiorno, per alcuni popoli di Grecia detti Ioni i quali vennero nel regno; e Tirreno quello verso occidente, dalla provincia chiamata Tirrenia ch'esso bagna e che era l'antica Toscana; sul quale ultimo mare Tirreno sorge oggi la città di Napoli ch'è la sede del governo e capitale di tutto il regno. Prima di parlare dei popoli che abitarono queste contrade, credo utile di accennare che i domini di qua dal Faro sono distribuitl'in quindici provincie, e la Sicilia in sette. Quelle di qua dal Faro, incominciando dai confini dello Stato romano e scendendo verso la Sicilia, sono i tre Abruzzi, due dei quali si chiamano ulteriori ed uno citeriore, i due Principati, detti parimenti uno ulteriore e un altro citeriore secondo la maggiore o minor lontananza da Napoli, la provincia di Napoli e quella detta Terra di Lavoro, la provincia di Basilicata, quella di Capitanata, la Terra di Bari, la Terra d'Otranto, il Contado di Molise e }e tre Calabrie, due delle quali sono uncor esse chiamate ulteriori ed una citeriore. Questa strana diversità di nomi rimasta alle nostre provincie dalla diversità di signori, di governi e di popoli che Je occuparono, non si trova nelle provincie dell'isola, le quali prendono tutte il loro nome della città principale di ciascuna, e si chiamano perciò provincie di Palermo» di Messina, di Catania, di Siracusa, di Girgenti, diCaltanissetta e di Trapani. Tutte queste ventidue provincia non furono sempre nello stesso nur mero, né ebbero la stessa estensione, ma sarà bene di averi le annoverate quali sono oggi nella loro forma e nome prer gente, affinché avendo occasione di accennare talvolta i noi mi

oto

nei tempi precedenti, si possa in qualche modo co» noscere la corrispondenza dell'antica divisione colla moderna, sempre nondimeno con poca precisione, perché i propri confini delle antiche provincie non sono stati giammai determinati con sicurezza, per la distanza de' tempi e i grandi e spessi mutamenti avvenuti.

3

II. Risalendo alla storia de' tempi antichissimi, troveremo sempre, appresso tutte le nazioni, i diversi paesi abitati da tali popoli de' quali non si può investigare l'origine, né donde sieno venuti la prima volta, e quindi nelle storie vengono chiamati costoro col nome di aborigeni, ch'è quanto a dire originati nello stesso paese. Per questa ragione senza parlare de' popoli che noi troviamo stabiliti nel regno, possiamo tenere con qualche certezza che i primi venuti di fuori ad abitarlo fossero popoli partiti dalla Grecia ch'è verso oriente, i quali fuggendo dalla loro patria si stabilirono su queste contrade fertilissime, e massimamente su quella parte che guarda verso l'oriente donde si erano partiti. Da essi ebbero origine tante diverse colonie, che poi cresciute per numero di abitanti, divennero popolazioni grandi e fiorenti e si governarono secondo gl'istituti e i magistrati di Grecia. Costoro o per augurio di grandezza, o per altra ragione, diedero il nome di Magna Grecia alla contrada da essi abitata, e certamente fu grande questa Grecia novella, per istituti di governo, per valore guerriero, per lettere e per virtù d'ogni specie. Zaleuco e Caronda legislatori, Archita e Pitagora filosofi i cui nomi non sono ignorati da alcuno, vissero e diffusero le loro leggi e dottrine in queste terre. E non meno illustre fu la Sicilia abitata da questi popoli, per i nomi di Empedocle ed Archimede filosofi naturali, di Teocrito e Mosco poeti, e di tanti altri non minori di questi. Al tempo della grandezza romana erano fiorentissime queste provincie, unendosi alla fertilità della terra ed al cielo benigno le ottime leggi, furono popolatissime, ancor più che non sono oggi, tanto quelle della Magna Grecia quanto le altre che i Greci trovarono già costituite, onde nel leggere la storia di Roma, abbiam potuto vedere mentovati con lode molti di quei popoli, come furono Marsi, Sanniti, Peligni, Vestini, Lucani e Bruzi. Col volgere del tempo alcune si piegarono alla fortuna ed al valore di Roma, ma molte seppero contrastarle, e continuarono ad aver leggi proprie e rimasero alleate anziché soggette di quei dominatori del mondo.

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Ma quando i costumi romani si lasciarono corrompere dalle ricchezze accumulate, i popoli dell'Italia non vollero più lungamente rimaner sottomessi a Roma, ma incominciare ancor essi a godere il dritto di dar suffragio nelle adunanze, di ottenere le cariche dello stato, e partecipare a tutti quei privilegi che si appartenevano ai soli cittadini romani. La guerra combattuta da questi popoli uniti, e che fu chiamata per questo guerra Sociale, fu vinta da Roma;'ma Cesare il quale la vinse, usò la sua vittoria chiamando a far parte dell'impero quelle sole Provincie che n'erano desiderose, lasciando le altre governarsi com'esse vollero, secondo le forme e i magistrati greci. Questo non durò oltre ad Augusto Ottaviano, il quale fondato ch'ebbe l'impero, divise l'Italia in undici Regioni, quattro delle quali formavano il regno di Napoli. E quando molti anni dopo, un altro imperatore, Adriano, divise l'Italia in diciassette porzioni che non chiamò regioni, ma Province, quattro di queste formarono il regno di Napoli. La prima di esse si chiamò Campania e comprendeva l'odierna provincia di Napoli, la Terra di Lavoro e una parte del Principato citeriore. La seconda detta del Sannio comprendeva gli Abruzzi, il Contado di Molise ed il Principato ulteriore, ai quali si aggiungevano alcune parti della Capitanata e della Terra di Lavoro. La terza provincia era detta di Puglia e Calabria e comprendeva la Capitanata, la Terra di Bari e la Terra d'Otranto. L'ultima della Lucania e de' Bruzi veniva formata dalla Basilicata, da una porzione del Principato citeriore e da quelle tre province che sono poste più verso il mezzogiorno e che oggi prendono il nome di Calabrie.

III. Questa sede dell'impero romano fondata e stabilita in Roma da Ottaviano Augusto quivi si mantenne oltre ai trecento cinquant'anni, insino a che l'imperatore Costantino non si risolvè di trasferirla nella Tracia, oggi detta Romania, provincia dell'impero, posta sul confine orientale di Europa. Quivi restaurò l'antica Bizanzio, ovvero edifico presso alle rovine di quella una novella città che fu chiamata Costantinopoli dal nome del suo fondatore. La quale essendo posta sul Bosforo, che poi fu chiamato ancora canale di Costantinopoli, gli parve più opportuna a poter signoreggiare le province d'oriente e quelle ai occidente.


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Ond'egli volle arricchirla di tutti i privilegi dell'antica capitale del mondo, destinandola ad essere un'altra Roma, e a divenire la sede principale della religione di Cristo ch'egli aveva abbracciata. E sebbene molti imperatori, prima di Costantino, avessero alcuna volta dimorato fuori di Roma, ed avessero manifestato una loro intenzione di stabilire altrove la sede dell'impero, come si racconta di Augusto e di altri, pure Costantino fu il primo il quale solennemente dichiarasse di volerla abbandonare per sempre, perché troppo lontana dal centro de' suoi domini ed avversa a riconoscere la nuova luce del Vangelo. E nel recarsi che egli fece a Bizanzio, non solo ne andarono seco la corte intera e molti patrizi e le insegne e le pompe della sovranità, ma i marmi ancorale statue e gli ornamenti che Roma aveva raccolti fra le sue mura, in una vita lunghissima di vittorie e di conquiste (337). Si divise dopo la morte di Costantino l'antico impero tra i suoi figliuoli o successori, prima in tre parti, e quindi in due parti distinte che presero i nomi d'imperi di oriente e di occidente, de' quali l'impero di oriente ebbe più lunga vita, ma quello di occidente corse precipitoso alla sua caduta. I viri de' principi e dei magistrati che governavano l'Italia e le Gallie e tutte quante le provincie che lo componevano, l'ozio e la voluttà dei patrizi, la noncuranza di una plebe corrotta ed istupidita dalla servitù, diedero animo agli abitanti delle contrade settentrionali d'Europa di varcare i boschi sterminati che li circondavano, e i fiumi e le montagne ricoperte di eterna neve che li separavano dai paesi del mezzogiorno. Costoro spinti dalla povertà delle loro terre sterili, paludose ed ingrate, avevano tentato altra volta d'innoltrarsi verso il mezzogiorno; ma i primi imperatori avevano saputo contrastare ad essi l'entrata, e gli eserciti stanziati sulle sponde del Danubio e del Reno erano bastati a respingerli nelle loro contrade native, facendo sentire ad essi l'impero del nome romano. Ma quando la licenza e la corruzione dell'esercito e del popolo romano sollevarono all'impero uomini perduti e barbari di nazione, questi imperatori sottomisero l'Italia tutta a vergognosi tributi verso quei popoli, e talvolta avendo da loro comprata la pace a prezzo d'oro e di terreni conceduti per loro dimora, li chiamarono a guerreggiare nelle file degli eserciti romani.

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Così impararono essi a conoscere la strada di Roma e la debolezza de' suoi figliuoli, i quali non erano oggimai più bastanti a difenderla. Così finalmente, quando fu diviso l'impero, e venne a cadere per sempre la gloria e la paura di Roma, non fu difficile a queste nazioni, avvezze ai rigori delle stagioni avverse, ed indurite ad ogni esercizio della persona, ed alle fatiche della guerra, di sottomettere un popolo indebolito e perduto ne' vizi.

IV. Le terre poste al mezzogiorno d'Italia delle quali oggi si compone il regno delle due Sicilie soggiacquero ancor esse a cosiffatte inondazioni. Facendo parte dell'antico impero romano, erano esse divise in province, ed amministrate da magistrati supremi i quali si chiamavano Consolari, Correttori, o Prèsidi, secondo la diversità delle province o dei poteri ch'essi esercitavano. Questa divisione e queste forme di comando conservarono in gran parte le province di Napoli e di Sicilia anche dopo la traslazione fatta da Costantino e dopo la divisione dell'antico impero, infino a che gli Eruli guidati da Odoacre non ebbero distrutto l'impero di occidente, e lo stesso Odoacre non ebbe assunto il titolo di re d'Italia (476). Da lui fu vinto e fatto prigioniero Augustolo, ultimo imperatore di Occidente, il quale finì la sua vita rinchiuso in una torre o castello che oggi vedi ancora presso Napoli, nominato castello dell'Uovo. Ma non ebbe né pacifica né lunga durata questo regno d'Italia, e fu distrutto dai Goti, altri popoli usciti un tempo dall'Asia, i quali dalle diverse regioni che occuparono in Europa, tolsero i nomi di Visigoti ed Ostrogoti, come a dire Goti occidentali e orientali, per dinotare l'unità della loro origine e la diversità della loro dimora. Essi non furono i primi a discendere in Italia, ma furono quelli che più ampiamente distesero il loro dominio dalle Alpi alla Sicilia (489); né lasciarono minor nome di arditi guerrieri che di prudenti governatori di nazioni; e non solamente conservarono al nostro regno l'antica divisione delle sue province ed i suoi magistrati e le leggi romane, ma vollero essi medesimi sottomettersi in gran parte ed ubbidire a queste leggi. Basti il mentovare fra i nomi di quei re il maggiore di tutti, quello di Teodorico, il quale è annoverato come uno dei più grandi principi che abbiano regnato in quel secolo.

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Ma dopo sessantaquattro anni di provvido governo ne vennero ancor essi respinti da Belisario e Narsete, due generali inviati l'un dopo l'altro dall'imperatore Giustiniano il quale regnava in oriente. Fecero prodigi di valore i due ultimi principi goti, Totila e Teia, e sostennero lungamente in una lotta di molti anni contro i greci il coraggio della loro nazione; ma la morte di quest'ultimo principe, ucciso mentre combatteva presso Napoli alle falde del monte Vesuvio, tolse ogni ardire all'esercito (553), e Narsete impose ad essi di uscire dalle terre dell'impero, e cosi le province del regno passarono nuovamente sotto il comando dei Greci.

V. Quei mutamenti che il regno non aveva sofferti in così lungo volger di tempo, ebbe a sopportarli per opera di costoro. I Greci mutarono ogni ordinamento civile, tolsero alle province i Consolari i Correttori ed i Prèsidi, e stabilirono in vece loro nelle città principali altri magistrati e governatori supremi, i quali furono chiamati Duchi e dipendevano tutti da colui che risedeva in Ravenna e col nome di Esarca rappresentava l'imperatore di oriente. Fu cagione di novella rovina all'Italia questa divisione, ma più assai lo sdegno del generale Narsete, il quale, vogliono le storie, che dopo di aver governato alcun tempo l'Italia, ne venisse oltraggiosamente rimosso per intrighi della corte di oriente e particolarmente per odio della imperatrice Sofia, ond'egli per vendicarsi dell'ingiuria, stimolasse a discendere in Italia i Longobardi, i quali abitavano a quei giorni laPannonia, parte di quello stato oggi denominato Ungheria. Costoro comandati dal loro re Alboino, compierono la desiderata conquista dell'Italia (568), e venuti sulle terre del regno ristrinsero solamente ad una parte di esse il dominio de' Greci, i quali conservarono in poter loro la Puglia, la Calabria, la Lucania, i Bruzt, e i ducati di Napoli, di Gaeta, di Sorrento, di Amalfi ed altri minori che tutti obbedivano ai loro duchi sotto una certa dipendenza dall'Esarca di Ravenna e quindi dallo imperatore d'oriente. Ma i Longobardi fondarono delle terre conquistate inttalia vari Ducati, fra i quali furono celebratissimi per ampiezza e potere quelli del Friuli, di Spoteto, e di Benevento, e quest'ultimo, maggiore degli altri due precedenti, comprese un tempo la più gran parte delle nostre provincie di qua dal Faro.

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Dai Longobardi non ebbe veramente principio, ma forma e perfezione quella specie di ordinamento politico che venne chiamato Feudale. Furono confidate le province ai duchi siccome avevano già stabilito gli Esarchi; ma i Longobardi distribuirono i ducati in contee e gastaldati, preponendo alle Provincie i duchi ed alle città i Conti e i Gastaldi. Erano questi duchi, tenuti a molti obblighi e tributi inverso il principe, a somiglianza di quelli che in tempi più vicini furono domandati con nome generale Baroni. E sebbene antichissima fosse la costumanza di concedere e distribuire le terre conquistate, siccome ne vediamo esempi fra i Goti ed altri popoli venuti dal settentrione, furono pure i Longobardi coloro che veramente stabilirono apposite leggi, intese a confermare una siffatta forma di reggimento civile, la quale ebbe varia e lunghissima vita in queste provincie.

VI. Ma l'isola di Sicilia, detta anche Sicanja e Trinacria, non fu involta nel primo impeto della conquista fatta dai Goti e rimase sotto la dipendenza degl'imperatori d'oriente, infino a che non vennero i Vandali ad assaltarla. Erano usciti questi popoli la prima volta dall'Asia, avevano corsa e inondata l'Europa, occupata infine la Spagna e la vicina costa di Africa, donde si erano venuti a gettare sulla Sicilia comandati da Genserico (440). Essa fu campo allora alle discordie de' Vandali, dei Goti e de' Greci, dappoiché i Goti che sotto Teodorico avevano occupato l'Italia, ne vennero a discacciare i Vandali e la tennero per breve tempo, essendo caduta un' altra volta la fortuna gotica e ritornata l'isola sotto il dominio dei greci imperatori. E questi, peggio ancora di quel che facevano nella rimanente Italia, consumarono ed estenuarono l'isola di gravezze, infìno a tanto che un altro popolo, partito originariamente dall'Arabia e venuto nell'Africa, quello dei Saraceni, soggiogò tutta l'isola e la governò meglio dei Greci. I Saraceni che già più volte erano apparsi su quelle coste, ebbero conforto ed occasione a stabilirsi in quell'isola dal tradimento e dalla vendetta di Eufemio il quale comandava le forze dell'imperatore d'oriente stanziate in quell'isola. Costui per amore o tradito o non corrisposto da una donzella, pensò di rapirla.

La famiglia dell'oltraggiata fanciulla corse a gridar vendetta innanzi

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all'imperatore, il quale condannava Eufemio, secondo la ferocia de' tempi, ad aver tronco il naso ed esser tratto a piè nudi per le vie di Siracusa. Eufemio non volle sottomettersi alla dura punizione, e volendo involgere nella sua la rovina dell'imperatore, fuggiva in Africa e concitava i Saraceni al conquisto dell'isola, e i Saraceni vi giunsero, allettati dalla bellezza dell'isola già lungamente da essi desiderata. Ma i Siciliani venderono a carissimo prezzo agli assalitori la loro conquista, e rimasero come esempi immortali nelle storie le prodigiose resistenze di molte città di quell'isola, innanzi di sottomettersi al nemico, fra le quali, dopo molti anni di assedio, provarono la barbarie musulmana Siracusa, Taormina e Rametta (879). Sono scarse di numero ed incerte le memorie di quella età; ma se la storia parla della crudeltà di questi assalitori, non tace le lodi che seppe meritare il governo de' Saraceni in Sicilia. A costoro essa fu debitrice della coltura delle canne di zucchero, e degli ulivi che grandemente moltiplicarono per tutta l'isola, e de' nuovi modi d'irrigazione ch'essi trovarono, a rendere fertilissime quelle terre, già tanto famose presso i Romani. E non sarà inutile di dire, cosìa nticipatamente, che tutte queste opere benefiche di un popolo chiamato barbaro e venuto dall'Africa, cadute o restaurate più o meno, nei tempi che seguirono, dovevano essere finalmente distrutte dai viceré che mandava la Spagna. I Saraceni fecero fiorire in modo mirabile la coltura de' campi, i lavori, le industrie ed i commerci con lo straniero, per quanto lo permisero le discordie interne e i continui assalti dei Greci, i quali non volevano rassegnarsi alla perdita di quelr isola bellissima ch'essi avevano ridotta squallida e deserta. Erano adunque le provincie di questa parte del Faro divise fra Greci e Longobardi, e la Sicilia in potere de' Saraceni, allorquando i Normanni giunsero, la prima volta nel mezzogiorno d'Italia.

VII. I Normanni, che è quanto a dire uomini del settentrione, uscirono verso la metà del nono secolo da quelle regioni estreme di Europa le quali bagna il mare chiamato Baltico. Affidati al mare sovra piccole barche, avevano infestate non solamente le coste di vari paesi, ma si erano financo intromessi nell'interno delle Provincie della Germania e della Gallia, navigando pei fiumi che le cingono ed attraversano.

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Audaci ed instancabili nelle loro imprese, sebbene esercitassero in origine mestiere di pirati, pure si vedranno maravigliosamente, in pochi anni, divenire di pirati conquistatori, e finalmente fondatori e governatori di novelli regni. Dopo molte rapine commesse lungo le coste, si erano spinti nel cuore della Francia, stringendo tre volte di assedio la città di Parigi, e Carlo che a quei giorni regnava in Francia, conosciuto nelle storie col nome di Semplice, venne a patti con essi. Che anzi avendo costoro abbracciata la religione di Cristo, non isdegnò quel principe di stringere parentela con Rollone loro condottiero, concedendogli una sua figliuola in moglie, ed in dote quella parte della Francia che dal nome de' Normanni ebbe il nome di Normandia (882). Era un duca di Normandia quel Guglielmo che vien denominato nella storia il Conquistatore e che giunse a sedere sul trono d'Inghilterra, e fu considerato come il fondatore di quella potente monarchia. Ed appartenevano ad una delle principali famiglie di Normandia quei valorosi fratelli che furono i fondatori della monarchia di Sicilia. Questi Normanni, non altrimenti che gli altri popoli i quali discesero sulle contrade del mezzogiorno, offersero uno spettacolo maraviglioso all'Europa intera; dappoiché furono veduti, dopo brevissimo tempo, i conquistatori feroci per indole e per costumi, mansuefatti, e saremmo per dire, conquistati ancor essi dalla benignità del clima e dalla religione dei popoli sottomessi. Per non diffonderci troppo lungamente sugli altri, diremo dei soli Normanni ch'essi divennero nella Normandia, nell'Inghilterra, e nel nostro regno, e dovunque si fermarono, non pure seguaci e divoti, ma propagatori e propugnatori del cristianesimo. Ed avendo edificate chiese e monisteri destinati al culto del vero Dio, meritarono che le loro conquiste venissero riconosciute e benedette dappertutto dall'autorità del Pontefice romano, il quale esercitava a quel tempo ed esercitò in seguito un immenso potere sui principi cristiani, ed in particolare su queste province, siccome avremo occasione di ravvisare continuando la nostra storia. Era usanza universale ai cristiani de' secoli di mezzo di andare in pellegrinaggio a visitare i luoghi santi, sia nelle terre di Palestina, sia in quei santuari di Europa ove fossero venerate reliquie, o memorie esposte alla divozione de' credenti.

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Erano sopra gli altri in molta fama quelli della Spagna e dell'Italia e singolarmente dell'Italia meridionale; onde avveniva che ritornando questi pellegrini dall'oriente, si fermassero sempre a visitarli. Le quali venute e dimore servirono assai bene ai Normanni ad essere conosciuti ed ammirati, non solamente per il loro coraggio, ma per una certa cortesia di modi e naturale eloquenza che li rendeva assai diversi dalle altre popolazioni che avevano, l'una dopo l'altra, occupato l'Italia.

VIII. Ma quella diversità di signori e di governi ai quali soggiacevano le provincie del regno non era il solo ostacolo che si frapponesse all'opera della conquista normanna. L'autorità del Pontefice Romano era venuta acquistando, singolarmente in Italia, un potere non contrastato, anzi sostenuto e rinvigorito dall'altissima riverenza alla quale egli era salito, siccome Vicario di Cristo e successore del Principe degli Apostoli. Al che si deve aggiungere la virtù suprema di quei primi Pontefici, principali rappresentanti di una religione la quale predicando la mansuetudine agli oppressori e la sofferenza agli oppressi, era giunta a rannodare i popoli più divisi e lontani, e che formavano ancor essi l'ammirazione del mondo per la fermezza del loro animo e la santità dei loro costumi. Ma sul cominciare del nono secolo il potere dei Pontefici non rimase costretto ne' confini dell» cose spirituali; e quando le feroci persecuzioni dell'imperatore di Costantinopoli per voler distruggere il cullo delle immagini sottrassero da ogni dipendenza dell'oriente il Ducato Romano, questi popoli tormentati ed oppressi dal giogo insopportabile dell'impero greco si rifugiarono sotto l'autorità del Pontefice e rimisero nelle sue mani il pieno governo. Da quel momento il Pontefice di Roma, distese i suoi poteri anche sugli affari temporali ed aggiungendosi a questi avvenimenti la venuta de' principi francesi Pipino e Carlomagno, ebbe larghissimi doni di terre da costoro conquistate. I re longobardi furono cagione di questa discesa; dappoiché il Pontefice per difendere da essi il Ducato Romano, invocò gli aiuti di quei due potenti principi, i quali distrussero il regno Longobardo in Italia; e Carlomagno in merito dei pericoli affrontati fu incoronato solennemente dal Pontefice, che volle ravvivare nella persona di quel principe la dignità dell'impero di occidente (800).

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A questo modo ebbero usanza molti principi cristiani, per rendere sacro e temuto il loro potere ai popoli soggetti, di farsi riconoscere e consacrare dal capo visibile della chiesa di Cristo, ed a questo modo vediamo nelle storie di quella età sottomettersi all'autorità pontificale ire di Ungheria, di Polonia, di Boemia, di Aragona e di Russia, quasi per ottenere da essa il suggello della consacrazione divina. Carlomagno, dopo aver distrutto il regno longobardo in Italia, mantenne il ducato di Benevento sotto la devozione di Francia; ma quei duchi non volendo comportare il novello do, minio francese, alzarono più volte lo stendardo della ribellione, cangiarono il ducato in principato, il quale finalmente dopo una vita commossa ed agitata dalle discordie interne e dalle guerre straniere, venne diviso nelle tre signorie diverse di Capua, di Salerno, di Benevento. Sulla valle beneventana ebbe dominio il Pontefice romano per donazione degli stessi re francesi, confermata in appresso dagl'imperatori di Germania; ma questo suo dominio, racchiuso ora in più larghi ed ora in più stretti confini sulle terre che circondano Benevento, fu spesso cagione di molte differenze coi principi che vennero a regnare su queste contrade. Così i Normanni trovarono divisi non solamente per naturali confini, ma per animo, per lingua, per forma di governo e per costumi gli abitanti delle nostre provincie. Oltreché i Greci assaltavano e combattevano le terre dei Longobardi, i Longobardi le terre de' Greci, e non mancavano in mezzo a tutto questo fuoco i Saraceni di Sicilia, i quali venuti ora indifesa di un principe ed ora di un altro nelle province di qua dal Faro, avevano già occupate alcune città della Calabria e della Puglia.

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LIBRO PRIMO

1016-1503

SOMMARIO

Venate e conquiste de' Normanni nel regno. Essi giungono ad estendere il loro dominio sulla Sicilia e sulle terre di qua dal Faro. La monarchia fondata da Ruggiero dopo cento anni passa negli Svevi. Il Pontefice per discordie con essi, chiama il fratello del re di Francia all'acquisto del regno, e gli Angioini guastano ogni buona opera delle passate dinastie. La Sicilia si divide da Napoli con le stragi del Vespro, infino a che, per volontà di Giovanna, ultima degli Angioni, si riunisce a Napoli sotto il comando di Alfonso d'Aragona. Discesa di Carlo Vili re di Francia, in seguito della quale il Regno, dopo molte dispute tra Spagnuoli e Francesi, diventa provincia di Spagna.

CAPITOLO PRIMO

1016-1101.

Normanni.

Ruggiero Conte di Sicilia e Guiscardo Duca di Puglia e Calabria. Ruggiero figliuolo del Conte di Sicilia succede ad entrambi.

1. La conquista fatta dai Normanni di tutte quelle terre che oggi compongono il Regno delle due Sicilie è uno degli avvenimenti più straordinari che c'incontri di leggere nelle storie. Considerando da quali piccoli principi sorgesse questa gente ed incominciasse a spandersi per le nostre Provincie, fa maraviglia a vedere come abbia potuto giungere con la spada e col senno a fondare un solo regno di tante signorie separate e diverse, ed a governarlo con provvidenza e consiglio, opera più difficile della stessa conquista. Raccontano le storie del tempo che un drappello di quaranta cavalieri normanni, i quali facevano ritorno da un loro pellegrinaggio in oriente, approdarono a Salerno, e furono siccome pellegrini raccolti ospitalmente da quel principe (1016).

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Giunti indi a poco in Salerno i Saraceni minacciarono, siccome era loro usanza, di correre e guastare il paese ed avventare il fuoco alle campagne ed alla città, se gli abitanti non avessero voluto comperare a prezzo d'oro la loro salvezza; ma i Normanni, spettatori insofferenti di quest'oltraggio, concitarono i cittadini alla difesa, offrendo il braccio loro in aiuto, e discacciarono vittoriosamente i Saraceni. Per questo ebbero doni di grandissimo pregio, ma non vollero accettare l'invito fatto ad essi da quel principe di cangiare l'antica con questa novella patria, e promisero solamente di ritornare, o d'inviare altri Normanni. Comunemente si crede che fosse quella stata la prima venuta de' Normanni, che fu seguita da altre, le quali guadagnarono a quella nazione ora lo stipendio di qualche principe, ora la concessione di qualche terra che servisse a loro dimora. Presso l'anticaSiponto città della Puglia, e propriamente sulle sommità del monte Gargano aveva innumerevole concorso una chiesa che oggi ancora si vede, intitolata all'Arcangelo san Michele, dove una religiosa tradizione voleva che un giorno fosse apparso quel principe delle milizie celesti che i Longobardi avevano per loro speciale protettore. Un drappello di Normanni era quivi giunto, i quali secondo l'usanza loro, sotto la veste di pellegrini, non, lasciavano mai di portare la spada, pronti ad imbrandirla, dovunque l'occasione si presentasse di acquistar nome di valorosi e terre da possedere. Essi avevano dimorato alquanto nelle vicinanze di quel santuario quando una voce ad essi gratissima li chiamava a combattere in sostegno dei popoli oppressi (1010). Le città della Puglia non sapevano sopportare l'avidità de' ministri e governatori d'oriente, tanto più che avevano sempre innanzi agli occhi l'esempio di Napoli, di Gaeta, di Amalfi, le quali sebbene avessero i loro duchi, ci reggevano sotto forme più libere. Un tale Mello cittadino di Bari avendo incitato il popolo ad affrancarsi dall'odiato dominio, ebbe ricorso a questi guerrieri normanni, e costoro gli prestarono il loro aiuto. E così spesso avvenne che nell'andare a questi devoti pellegrinaggi, si offerse a castoro l'opportuna occasione di mostrare il loro valore.

Finalmente venti anni dopo (1035) tre figliuoli di Tancredi d'Altavilla, il quale era un signore di Normandia

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capo di famiglia nobilissima e povera, mossi dalla fama delle fertili contrade, vennero nel regno con una grande schiera di Normanni che obbedivano al loro comando, e si posero agli stipendi de' principi di Capua e di Salerno. Da questa casa dovevano uscire i primi re di Sicilia, e questi tre primi giovani valorosi ed avventurati, i quali dovevano ben presto esser seguiti dagli altri loro fratelli, si nominavano Guglielmo, Drogone ed Umfredo. Furono chiamati a gara in soccorso da' principi del regno, ed i Greci i quali a quei giorni tenevano la Puglia, mossi dalla fama che ne correva per tutto il regno, li chiesero di aiuto per ripigliare la Sicilia dalle mani de' Saraceni. Renderono essi importanti servigi ai Greci nella Sicilia, ma si videro indebitamente rimunerati nella distribuzione degli acquisti fatti, ed avendone mossi i loro lamenti al generale greco, supremo condottiere di quell'esercito, il loro legato fece ritorno al campo normanno, nudato delle sue vesti e ricoperto di oltraggi e di ferite. Allora veramente sdegnarono i Normanni di combattere più lungamente sotto le bandiere di uno o di un altro principe, allora incominciarono a conquistare per sè medesimi, e ritornati quindi nella Puglia, si rivolsero contro i Greci, conquistando tutto il paese che costoro occupavano, e del quale venne eletto Conte il primogenito di essi Guglielmo. Da questo Guglielmo, che fu denominato Bracciodiferro per la gagliardia del suo braccio, ebbe vero principio la potenza de' Normanni nel nostro regno (1046). Ma essendo morto Guglielmo ed ucciso Drogone per tradimento de' Greci, venne a succedere il terzo fratello Umfredo, che già sdegnato per l'uccisione del fratello, esercitò le maggiori vendette contro gl'insorti baroni della Puglia i quali ricusavano di sottomettersi. Il Pontefice che già temeva per la prossimità de' suoi domini l'impeto di questi novelli guerrieri, si deliberò di spingere un esercito ordinato contro il Normanno; ma questi giunse per fortuna o per destrezza ad aver nelle mani la persona propria del Pontefice, ed allora per rendere sacro e venerato il suo potere in faccia agli altri principi, si umiliò supplichevole ad esso, ed ottenne l'investitura non pure della Puglia, ma della Calabria e della Sicilia, ovvero delle Provincie conquistate e di quelle che aveva in animo di conquistare (1053).

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Avvenimento fu questo di gravissime conseguenze nella storia del regno, perocché l'investitura del Pontefice, se valse ai Normanni per far legittima la conquista, valse ancora al Pontefice per acquistare un diritto sui principi che vennero a regnar dipoi su queste Provincie, e a rendere necessaria la investitura della Santa Sede. Altri due fratelli di minore età che non era Umfredo, furono Roberto Guiscardo e Ruggiero; ma non furono già i soli, dappoiché i figliuoli di Tancredi di Altavilla giungevano a dodici, e tutti quanti vennero nel regno in diversi tempi. Nonpertanto questi due, Roberto Guiscardo e Ruggiero, richiamano particolarmente la nostra attenzione, essendo stati essi i veri fondatori de' due separati domini di qua e di là dal Faro, che poi si riunirono sotto il comando di un altro Ruggiero.

2. Roberto Guiscardo, il quale fu prima compagno e poi successore di Umfredo, intese a continuare ed a compiere la conquista della Calabria, ricevendone sempre la investitura del Pontefice (1060). Ed il fratello Ruggiero con immensa prova di ardire e di coraggio, giunto appena al trentesimo anno dell'età sua, compiè la desiderata conquista della Sicilia; ed essendo necessaria la consueta investitura per esercitare sull'isola i poteri di principe, l'ottenne dallo stesso suo fratello Roberto Guiscardo a cui bastò di serbare per sè alcune sole città dell'isola (1072). Questa conquista fu aiutata, non già con le armi, ma con la voce dal Pontefice Romano, che confortò i Normanni a liberare un paese cristiano dalla soggezione degl'infedeli, i quali furono costretti a rinunziare al dominio dell'isola e vivere sottomessi a Ruggiero. Costui con mirabile avvedimento politico, e con una tolleranza non ordinaria a quel tempo, permise ad essi l'esercizio del loro culto religioso, e mostrando di confidare generosamente nel valore e fedeltà loro, li ordinò in numerose schiere delle quali volle e seppe far uso nelle sue guerre future. Anzi noi vedremo queste schiere di Saraceni non furono solamente chiamate a far parte dell'esercito sotto i principi normanni, ma altresì sotto gli Svevi che le condussero a dimorare nelle province di qua dal Faro. Roberto Guiscardo dopo di avere prestata l'opera sua al fratello per l'acquisto della Sicilia, ritornò sulle terre di qua dal Faro per estendere i confini del suo ducato di Puglia e di Calabria, e conquistò i principati di Salerno ed Amalfi,

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minacciando d'invadere il territorio di Benevento al quale aveva dritto il Pontefice, siccome abbiamo accennato di sopra. Si mossero allora gli sdegni ed anche le armi del Pontefice contro Roberto; ma ricomposti gli animi per la mediazione dell'Abate di Montecassino, venne riconosciuto Roberto Guiscardo ne' novelli acquisti di Salerno ed Amalfi, rinunciando solennemente ad ogni sua pretensione sulla città di Benevento; e la concordia fu durevole ed operosa per parte di Roberto, il quale non lasciò di farsi scudo al Pontefice contro gl'imperiali che lo avevano assediato in Roma. Ruggiero intanto con titolo di Conte aveva il comando della Sicilia, ed ottenne dal Pontefice il segnalato privilegio di Legato Apostolico in quell'isola. Solevano i Pontefici inviare legati apostolici nelle province cristiane, con autorità di decidere cause ecclesiastiche e di accrescere, o temperare, o annullare talvolta, in nome del Pontefice, le facoltà de' vescovi. Uno di questi legati malamente accolto dai Siciliani cagionò i risentimenti del conte Ruggiero verso il Pontefice. Dai quali risentimenti ne nacque che il Pontefice si ricordò degli aiuti che la nazione normanna aveva arrecati alla Chiesa contro gl'infedeli, de' templi e monisteri che aveva edificati in Sicilia, e desiderando di avere amica una casa la quale accennava di dover divenire potentissima nel mezzogiorno d'Italia, concedè a Ruggiero le facoltà di Legato Apostolico in quell'isola, facoltà che furono tramandate ai suoi discendenti e successori, e formano ancora oggidì uno splendido privilegio della corona di Sicilia (1090). Ruggiero era l'ultimo de' dodici fratelli normanni, ma ultimo solamente per nascita, non già per animo ed ingegno guerriero e politico, e per bellezza di persona e naturale eloquenza, nelle quali virtù prevaleva ad ogni altro suo fratello. né poteva dirsi inferiore a veruno de' principi e guerrieri che dominavano a quei giorni le varie contrade di Europa, i quali ebbero in altissimo pregio il Normanno, e strinsero legami con esso, non solamente di amicizia, ma di parentela. Venuto a morte, lasciò la Sicilia al suo figliuolo

anche nominato Ruggiero (1101); e questo Ruggiero, secondo conte di Sicilia, fu il primo dei Normanni il quale avesse preso titolo e corona di re e riunite sotto il suo scettro la Sicilia e le provincie tutte di qua dal Faro.

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Dappoiché mancato ai vivi Roberto Guiscardo duca di Puglia e di Calabria, si erano disputato questo retaggio i due figli, Boemondo e Ruggiero, il secondo dei quali riuscito vincitore, lasciò, morendo, i suoi stati al figlio Guglielmo. Questo Guglielmo dopo aver governate, come ho detto, le terre di qua dal Faro per quattordici anni, moriva senza discendenti, ed allora si mosse Ruggiero di Sicilia a questo acquisto, e venne a ricevere l'omaggio dei baroni, siccome l'unico nipote e successore di Roberto Guiscardo.

CAPITOLO II.

1101-1140

Ruggiero primo re Normanno ottiene l'investitura dal Pontefice. Sua incoronazione. Ordini feudali. Ruggiero stabilisce alcuni limiti al potere de' baroni.

1. Ma non giunse Ruggiero a conquistare e possedere i domini di Roberto Guiscardo senza gravissimi ostacoli che gli furono mossi dai baroni collegati fra loro a respingerlo, e dallo stesso Pontefice manifestatosi favorevole a costoro. I baroni si dimostrarono disposti a sottomettersi più volentieri alla Santa Sede, ed invocarono le armi del Pontefice, che venne ostilmente contro Ruggiero; ma costui non meno ardito guerriero che avveduto politico non volle aperta battaglia col Pontefice, e solamente temporeggiando, lo condusse in tali condizioni ch'egli medesimo richiese di venire a patti col principe normanno. Ruggiero allora non tralasciò veruna dimostrazione di reverenza al Pontefice, e giunse ad ottenere la contrastata investitura de' ducati di Puglia e di Calabria. Ma il titolo e la corona di re formavano il principale pensiero che lo agitasse, parendogli pio col titolo quello di conte o duca a così importante'dominio, com' era quello ch'egli possedeva. E quando alla morte di Onorio si divise la chiesa in due partiti avversi, de' quali il primo teneva per Innocenzo e l'altro per Anacleto, Ruggiero si manifestò favorevole la quest'ultimo,

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perché Anacleto gli offerse primo il titolo di re, si legò in parentela con esso, e lo fece incoronare nella cattedrale di Palermo per mano di un suo legato (1130), concedendogli la corona di Sicilia e

V

investitura di tutti i domini di Roberto Guiscardo. Innocenzo Pontefice non avendo forze sufficienti da poter contrastare al valore ed alla fortuna normanna, chiamava a discendere in suo soccorso l'imperatore di Germania Lotario, incitandolo a muovere le armi contro Ruggiero, per aver egli assunto questo titolo di re ed aver richiesta l'investitura de' suoi domini al ribelle Anacleto. Non fu difficile impresa a Lotario di occupare e sottrarre alla obbedienza le provincie di qua dal Faro; dappoiché i baroni oltre all'esser mossi dalla voce di religione li chiamava a combattere, erano ostinatamente avversi a Ruggiero il quale non aveva mostrato arti eguali a quelle di Roberto Guiscardo nel renderli affezionati al suo nome, e con la fierezza de' suoi modi nel punire e nel dominare, alienava sempre di più gli animi di tutti e li faceva ribelli. Lotario ed il Pontefice nominarono un altro duca di Puglia e di Calabria, ed investirono delle terre del regno molti signori nemici dei Normanni; ma non fu né compiuta né assicurata quest'opera cosi concordemente incominciata da Innocenzo e da Lotario, ciascuno de' quali pretendeva avere il dritto d'investire i novelli principi. E sebbene avessero usato lo spediente di tenere entrambi ad un tempo lo stendardo, il quale nella solenne cerimonia della investitura indicava appunto la potestà conceduta, essi si separarono dopo la vittoria meno amici fra loro, e diedero animo a Ruggiero di venire a riconquistare i suoi perduti domini. Ruggiero attese che si dileguasse il turbine di quella invasione imperiale, e non appena intese la partenza di Lotario, ch'egli abbandonò un tratto la Sicilia e corse sulle terre di qua dal Faro per ripigliare tutte quelle da lui perdute. Si mostrò crudelissimo nel punire i ribelli; e sebbene la crudeltà dei tempi, la malvagità de' baroni e le necessità che stringono un principe fondatore di un regno novello ad esser severo, possano iu certo modo scusarlo, pure si vuol convenire che fu odiata dai popoli la sua fierezza, e fu la sola macchia la quale oscurasse i grandi pregi che lo adornarono.

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Il Pontefice lo fulminò con le sue scomuniche, e si spinse contro Ruggiero alla testa di un esercito; ma di armi e di astuzie prevalendo Ruggiero, giunse ad avere il Pontefice nelle mani, ed imitando le arti felicemente usate dai suoi maggiori, si sottomise al suo prigioniero, richiedendogli l'investitura dell'antico retaggio normanno. Così venne da Innocenzo confermato nel titolo di re di Sicilia e di Puglia e nel solenne. privilegio di Legato Apostolico nell'isola di Sicilia (1139), 2. Aveva intanto per le invasioni de' popoli settentrionali, siccome abbiamo di sopra. accennato, il governo della più gran parte d'Italia presa la sua forma da quella delle nazioni conquistatrici. Da esse riconoscono tutti l'origine di quegli ordinamenti detti feudali, i quali gettarono cosi profonde radici, e che abbiamo veduti durare in molte Provincie italiane infino ai principi del nostro secolo. Quelle nazioni adunque avevano usanza di distribuire fra l più valorosi loro condottieri le terre conquistate, ma non era il solo dominio territoriale conceduto a costoro; era altresì una suprema autorità sugli abitanti di quelle terre. Queste concessioni fatte in Italia, sul territorio conquistato, costituirono i Feudi; ed i feudatari vennero inseguito conosciuti col nome comune di Baroni. Furono i feudi conceduti prima a tempo, quindi a vita, e finalmente dichiarati ereditari, ciascun barone ebbe facoltà di trasmetterli ai suoi figliuoli, discendenti e successori. Tutti questi feudatari, cresciuti in numero per la divisione dei grandi feudi in altri minori, erano tanti piccoli principi, i quali avevano una tale dipendenza dal trono, ma spesso più nelle parole che nel fatto; gli abitanti del feudo dipendevano da essi come servi da signore, ed essi ne usavano con diritto di piena signoria senza che l'autorità sovrana avesse pure la forza di sollevare i popoli dal peso intollerabile de' loro oppressori. Dappoiché i baroni divenuti potenti per armi e per castelli, in luogo di essere sostegno ed aiuto del trono al quale erano legati per giuramento, assai sovente rendevano mal sicuri della loro corona gli stessi re. E qui non possiamo omettere di osservare che l'ordinamento feudale era già stabilito nel regno di qua dal Faro allorquando vennero i Normanni; ma non così nella Sicilia, dove i feudi ebbero principio appunto con la conquista normanna, e si stabilirono quivi più tardi ma più tenacemente.


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Anzi quell'isola deve assegnare a questa prepotenza della feudalità ed alla non curanza dei suoi principi, spesso lontani da lei, una lunghissima storia di sventure. Ruggiero conservando ai baroni l'altezza del grado e degli onori, rivolse ogni suo pensiero ad innalzare, quanto gli fosse possibile, la regia dignità ed a renderla venerata e temuta. Tutti furono obbligati a presentare gli antichi titoli e concessioni dei loro feudi, perché venissero annullati o riconosciuti dal novello principe, non essendogli bastanti gli omaggi da costoro già prestati al Guiscardo e le investiture concedute, ma volendo che da lui solo riconoscessero le città, le terre, i castelli e quanto altro possedevano. Sottopose quindi con nuove leggi all'autorità suprema del trono i feudi e baroni tutti, vietando di vendere o alienare alcun titolo o alcuna terra, senza averne ottenuto l'assenso regio. Vietò di edificare castelli, alcuni ne fece distruggere, e stabilì un certo termine al numero di armati che ciascun barone potesse mantenere, e de' quali dovesse usare ne' bisogni della corona. Volendo infine dimostrare che il rendere giustizia a tutti egualmente sia il più sacro de' doveri imposti ad un principe, abolì le private Corti di Giustizia che ciascun barone aveva nel suo feudo, ed ordinò magistrati in ogni provincia ad esercitare questo ufficio, dichiarando tutt'i suoi sudditi eguali innanzi alla legge, dichiarando inviolabili i magistrati, e soggiungendo che le ingiurie fatte ad essi si punirebbero come fatte alla persona propria del re. Si chiamarono Giustizieri i magistrati destinati nelle province a giudicare di condanne penali, e Camerari coloro ai quali veniva affidata la giurisdizione sulle materie civili, A costoro si volgevano i reclami delle sentenze pronunziate dai Baglivi, che era un' altra specie di magistrati o pubblici ufficiali di grado inferiore, i quali amministravano la rendita del comune, esigevano i tributi, giudicavano di cause civili, ed avevauo facoltà d'imprigionare i colpevoli e consegnarli ai Giustizieri delle province. E volle concedere ai baroni il diritto di eleggere i Baglivi nelle terre di loro dir pendenza; ma seppe con siffatti avvedimenti temperare i poteri di questi Baglivi, che riuscisse impossibile a costoro Si abasare del loro ufficio. Queste leggi di Ruggiero imponevano rispetto verso la persona de' magistrati, ma non erano perciò indulgenti a coloro che amministravano la giustizia.

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Furono condannati alla infamia ed alla pubblicazione de' loro beni quei magistrati che avessero per malvagità pronunziato sentenza contraria alla legge, e condannati nel capo coloro i quali per corruzione avessero pronunziato sentenza ingiusta di morte.

CAPITOLO III.

1140-1154

Leggi di Ruggiero, dette Costituzioni. I sette Grandi Uffici del regno. Guerre esterne. Industrie, commercio, scienze, lettere. Morte di Ruggiero.

1. Le molte leggi pubblicate da Ruggiero col titolo di Costituzioni furono alcuna volta severe e crudeli, siccome quelle di tutti i legislatori i quali intesero a fondare ed ordinare novelli regni, ma in esse tu puoi ravvisare una ferma e deliberata volontà del bene; ed egli si mostrò non solamente sommo nella difficile pruova di dettar leggi, ma in quella più difficile ancora di farle temere ed obbedire. I Grandi Uffici del regno da lui creati ad esempio di quelli di Francia, e destinati a dirigere le varie parti del governo, furono sette. Il Grande Ammiraglio ed il Gran Contestabile presedevano alle cose di guerra, il primo di mare, il secondo di terra; il Gran Camerario raccoglieva sotto i suoi poteri quella parte dell'amministrazione che riguardava gli affari i quali oggi si chiamano di finanza; il Gran Giustiziere soprintendeva all'amministrazione della giustizia. Così veniva affidata al Gran Cancelliere la custodia del suggello reale e la spedizione degli editti del principe, al Gran Siniscalco l'amministrazione interna della reggia, e finalmente il Gran Protonotario raccoglieva le suppliche dirette al re col quale ne conferiva, vegliava sulla condotta de' giudici e de' notai, ed aveva un certo officio di superiore vigilanza sugli altri sei colleghi, i quali tutti insieme costituivano la Magna Curia.

Da quanto abbiamo accennato si può rilevare che questi sette grandi Ufficiali della Magna Curia avevano distribuiti fra loro quei

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diversi rami di pubblica amministrazione che vengono ai dì nostri confidati ai Ministri di Stato, sebbene le funzioni di ciascuno non fossero ben definite fra loro, né la distribuzione de' poteri corrispondesse perfettamente a quella di oggi. Ma non tralasciò Ruggiero di annunziare solennemente la forma politica della sua monarchia da lui dichiarata ereditaria per la sua famiglia, nell'assemblea generale ch'egli raccolse in Ariano, dove ricevé giuramento solenne de' baroni e de' vescovi del regno. E sempre che la importanza delle leggi e delle opere di governo gli sembravano di richiederlo, egli convocò più volto queste assemblee generali, o Parlamenti, nelle province di Napoli e di Sicilia: e così fece due volte in Palermo, quando assunse titolo di re, e quando furono da lui creati i sette Grandi Ufficiali della Corona.

2. Avendo provveduto ad ordinare le interne condizioni del regno, rivolse Ruggiero ogni opera a rendersi venerato e temuto al di fuori. Le sue armate spedite in Africa tolsero Tripoli al re di Tunisi, il quale si fece suo tributario. E bene si spettava di vendicare l'Italia dagl'incendi e dalle scorrerie degli africani al solo principe guerriero che avesse l'Italia a quei giorni, il quale volgeva nella mente il pensiero di sottometterla tutta intera al suo scettro, avendo financo più volte assunto il titolo di re d'Italia, in augurio di futura grandezza, ed essendo stato spesso chiamato in aiuto e sostegno de' cristiani nelle terre degl'infedeli. Le stesse armate di Ruggiero lasciarono la memoria e il terrore del suo nome sulle spiagge di Africa e di Grecia, avendo guastato Cefalonia, Corinto. Negroponte, Tebe ed Atene. Perocché avendo l'imperatore di oriente oltraggiato alcuni ambasciatori siciliani, egli spedi con gran numero di navi il suo ammiraglio Giorgio di Antiochia, il quale per ben due volte quivi approdato, lasciovvi i segni della vendetta normanna, ed avrebbe recato Io sterminio dentro le mura di Costantinopoli, se i Veneziani non fossero accorsi prontamente in aiuto. L'ammiraglio condusse al suo ritorno gran numero di prigionieri (1146), fra i quali si trovarono per sorte molti laboratori di seta; e Ruggiero il quale ravvivò in tutt'i modi l'agricoltura, il commercio, le industrie,

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appunto per la conquista di questi greci artefici, fu il primo in Italia che introducesse quell'arte di lavorar le sete, già famosa nell'oriente.

Alludendo alle sue vittorie, faceva incidere sulla sua spada quel verso latino il quale diceva: obbediscono a me il Pugliese, il Calabro, il Siculo e l'Africano, ed impresse nel suo suggello le parole del salmo: la mano del Signore è stata quella che mi ha esaltato. Le scienze e le lettere si ravvivarono sotto il governo di Ruggiero, e sparsero grandissima luce a quella età i monaci di Montecasino e la scuola medica salernitana; e come si esprime uno scrittore di quei tempi, qualunque uomo chiaro per virtù di armi e d'ingegno giungesse a notizia di Ruggiero, era da questo principe invitato ed onorato per giovarsi del braccio e del senno di lui. Così dopo di avere da prima fondato il regno con le armi e confermato con le sue leggi, ed avere con molti ornamenti abbellito le principali città e segnatamente Napoli e Palermo, morì nella età di cinquantotto anni (1154), lasciando il regno al suo quartogenito Guglielmo, rimastogli solo de' suoi figli, e già chiamato da tre anni a dividere le cure del governo. Prevedendo i bisogni del suo stato novello, non mancò di aver sempre al bisogno, siccome mezzo potentissimo per contrastare agl'interni ed esterni nemici, grandissime somme di oro da lui tenute in serbo e raccolte per mezzo di una provvida e saggia amministrazione; ma queste, dopo la sua morte, più che a giovare il regno, servirono sventuratamente ad alimentare l'avarizia del suo successore e l'avidità de' ministri di costui. Ebbe grande la persona, lo sguardo fiero, imperioso l'aspetto e la voce. Delle molte mogli avute, l'ultima gli sopravvisse, e di quest'ultima da lui lasciata incinta, nacque una figlia nominata Costanza, per la quale, come più innanzi vedremo, passò il regno negli Svevi, dopo essersi estinta la discendenza maschile de' Normanni.

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CAPITOLO IV.

1154-1166

Guglielmo I detto il Malo. Congiure e morti di Maione e di Bonello. Pessimo governo di Guglielmo, al quale succede il figlio, Guglielmo II.

1. Tutte quelle virtù di cuore e d'ingegno che sembralo richieste ad un fondatore di stati concorsero nel primo Ruggiero, il quale fu degno di essere celebrato come agni altro maggior guerriero e legislatore. L'ornarono del pari fermezza, prudenza, valore e consiglio; ma nessuno di questi pregi ornò il successore Guglielmo, avaro e crudele, e pieno di tanti vizi che gli meritarono il nome di Malo. La maggiore delle sue colpe fu quella di essersi vergognosamente abbandonato alla fede di pessimi ministri e principalmente del suo favorito Maione, uomo di natali vilissimi e d'ingegno vario e malvagio. Costui, figliuolo di un venditore di olio della città di Bari, cacciatosi destramente nella corte sotto il regno di Ruggiero in qualità di notaro, seppe di poi con le arti potentissime della simulazione e della naturale facondia guadagnarsi in tal modo l'animo del successore Guglielmo, che fu creato Grande Ammiraglio, ed ebbe in sua mano la intera somma delle cose: ministro per l'audacia di ambiziosi disegni, per l'altezza del potere malamente acquistato, e per la sua fine tristissima e vergognosa paragonato a Seiano ministro di Tiberio. I primi anni del regno di Guglielmo furono travagliati dalle armi straniere, essendosi collegati in suo danno l'Imperatore di Germania, quello di oriente ed il Pontefice Romano al quale aveva egli negato il debito omaggio di fedeltà giuratagli da Ruggiero. né gli furono di alcun soccorso i baroni e signori del suo regno, perché fin dal primo giorno erasi il nuovo principe mostrato ingratissimo verso coloro che avevano anche nella sventura serbata devozione al nome normanno, e si erano veduti gli antichi ministri ed affezionati del padre cacciati in prigione o in esilio. Stretto dal pericolo che lo incalzava da tutti i lati, l'animo di Guglielmo si scosse per breve tempo, e dopo essersi umiliato al Pontefice, inviò le sue forze contro gli altri nemici e li vinse; ma furono questi fatti di guerra i soli avvenimenti del suo regno che facciano ricordare con qualche lode il suo nome.

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Egli medesimo corse nella Puglia quando le insidie dell'imperatore d'oriente gli andavano ribellando quella provincia, ed assediò e sottomise le città di Brindisi e di Taranto, e ridusse ad un cumulo di rovine quella di Bari; la quale antica e bellissima città, già ornata ed avuta cara da' Normanni, oggi ribellatasi a Guglielmo, aveva distrutto la rocca quivi edificata da Ruggiero. L'armata di questo principe ebbe felicissimo scontro sui mari, e vinse una volta l'armata greca nelle acque del Peloponneso; anzi la marineria normanna, celebrata e temuta sotto Ruggiero, fa anche sotto Guglielmo in alta rinomanza, e forse la più numerosa che facesse sventolare le sue bandiere sulle acque del Mediterraneo. Ma egli ritornò ben presto alla sua vita inoperosa e lasciva, avendo financo il costume di vivere a modo orientale nella sua reggia di Palermo, perduto nelle voluttà. Le crudeltà che si commettevano per suo comando trovavano continuo alimento nelle perfide istigazioni di Maione, il quale non abbastanza pago del suo potere, avendo pigliato sempre più animo ed ardire, giun» se ad agognare la stessa corona. Egli suggeriva al principe di aggravare la mano sopra i baroni, ed intanto tramava di celato con essi la morte del suo benefattore. Era da tutti temuto ed inchinato Maione, perché da lui si distribuivano i governi delle Provincie, la guardia delle fortezze, i gradi della milizia, nei quali non aveva mancato di collocare ac» cortamente tutti i suoi parenti e devoti. Ma venuto in ti more che Ugone arcivescovo di Palermo, il quale era nei segreti di questa congiura, non la svelasse, fecegli apprestare un veleno, sebbene non gli fosse dato di vederne la fine desiderata; perché avvertito Ugone del tradimento, fece trucidare l'ammiraglio per mano di Matteo Bonello, legato di parentela e compagno a Maione nelle vie del delitto (1160).

2. Tutte queste iniquità che si commettevano nella reggia e sotto gli occhi propri di Guglielmo non bastavano a risvegliarlo. Convinto della perfidia dell'ucciso ministro, quando seppe che si erano financo rinvenute nella sua casa le insegne reali, raccolse nella sua corte l'uccisore di Maione; ma non istette gran tempo a ravvisarlo anche più malvagio del primo per un'altra congiura mossa ed ordita da questo Bonello, il quale promise aiutarla di armi ed armati che i baroni da lui sedotti avrebbero apprestati al bisogno.

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Venne imprigionato Guglielmo da' ribelli, e gridato re il fanciullo Ruggiero suo figliuolo di nove anni; ma i congiurati attesero invano i soccorsi promessi da Bonello;ed il re dopo tre soli giorni fu richiamato dalla prigione al trono, ed uccise con un calcio l'innocente fanciullo Ruggiero che andava ad incontrarlo. Bonello uditala liberazione di Guglielmo, si vide perduto, e si gettò al disperato consiglio di continuare la rivolta ed incitare i baroni ad armarsi; ma finalmente dopo essere stato preso ed accecato, terminava in durissimo carcere la vita (1162). I rimanenti giorni di Guglielmo furono tratti nell'ozio e nella noncuranza. Aggiungiamo soltanto per far conoscere qual principe fosse costui, che avendo lasciato ogni pensiero di governo al suo Gran Cancelliere ed al Vescovo di Siracusa, non potevano le grida degli oppressi venire soffocate per modo che non giungessero alcuna volta al trono reale. Egli non voleva udirle; vietò fìnanco che alcuno gli parlasse delle miserie del suo regno, e gli rappresentasse le querele degl'infelici oppressi dalle insopportabili gravezze e dalle rapine de' favoriti che lo circondavano e lo rendevano inaccessibile. Così lodato solamente per que' pochi fatti di guerra da noi mentovati, si macchiò Guglielmo di grave ignominia nei tempi di pace, ed ebbe il nome di malo, nome che parve da lui più meritato allorquando i Siciliani respirarono per la sua morte ed ebbero occasione di lodare e benedire le virtù del suo successore. Aveva Guglielmo bella persona, animo inchinevole alla fierezza, avido nel raccogliere danaro, avarissimo nello spenderlo, e mori dopo aver regnato dodici anni, giunto appena al quarantesimosesto dell'età sua, di una breve infermità procacciatagli dal suo vivere licenzioso ed intemperante. Moriva odiato dal suo popolo, lasciando il regno a Guglielmo suo figliuolo ancora fanciullo, e la tutela alla madre di esso, Margherita di Navarra. La quale temendo che l'odio de' popoli lungamente represso non prorompesse, aveva già fatte divulgare voci e promesse di benigno governo celando la morte del marito; e quando furono raccolti i baroni da lei chiamati, fece annunziare ad un tempo medesimo la morte di Guglielmo e l'avvenimento al trono del suo successore.

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CAPITOLO V.

1166-1194

Guglielmo II detto il Buono. Elegge successore Arrigo figlio dell'Imperatore. I baroni eleggono Tancredi. Virtù di questo principe. Guglielmo III ultimo normanno.

1. Il primo pensiero di Margherita fu quello di fare con ogni solennità di cerimonia incoronare Guglielmo alla presenza di tutti i prelati e baroni del regno, e quindi per conciliare l'amore de' sudditi al figliuolo incominciò ad alleviare le imposte, molti liberò dalle prigioni, moltissimi richiamò dall'esilio. E venuto in età Guglielmo seppe continuare assai bene l'opera incominciata dalla madre, ristorando i suoi popoli dei danni sofferti sotto il regno paterno. Consapevole delle differenze avute dal padre con la Santa Sede, volle rafforzare l'amicizia col Pontefice, soccorrendolo animosamente contro Federico Barbarossa Imperatore di Germania, il quale allora copriva l'Italia di stragi e di rovine (1168). Guglielmo sostenne le parti delle città lombarde e del Pontefice, a cui somministrò soccorso di danaro e di galere, quando trovavasi in estremo pericolo per l'assedio di Roma fatto dalle armi imperiali, e finalmente giunse a comporre in pace tra loro gli animi di questi due potenti principi della cristianità. Il regno di Guglielmo II è celebrato siccome uno de' più felici che le storie ci rappresentino, ed uno scrittore della età sua, volendo annoverare le virtù di Guglielmo usa le seguenti parole, chiamandolo: fiore de' re, corona de' principi, onore de' nobili, confidenza degli amici, terrore dei nemici, vita e virtù de' travagliati. Il regno era sicuro dai ladroni, il mare sgombro da' pirati, ed egli ebbe da' suoi popoli il nome di buono col quale venne designato nelle storie. Erano ben meritate queste lodi e questo nome da un principe il quale seppe in tempi difficilissimi combattere gli esterni nemici e vincere gl'interni, con le virtù dell'animo e col provvido governo da lui ordinato.

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Inviò numerosa armata in Africa e si fece rendere le terre già conquistate da Ruggiero, che i Saraceni aveano nuovamente usurpate. Soccorse l'imperatore d'oriente Alessio Comneno, il quale scacciato dal trono era venuto ad invocare l'aiuto del re di Sicilia, ed impose alla stessa armata di prender cura e difesa de' cristiani aspramente travagliati dalle vittorie di Saladino Sultano (1177). Ma le opere fatte nella pace furono maggiori e più felici e durevoli. Aiutò l'agricoltura, il commercio, le scienze e le arti, ed arricchì di vari ediflzi le principali città del regno. Forma ancora oggidì l'ammirazione di tutti un magnifico tempio eretto sulla cima di un colle presso Palermo, detto Morreale, il quale era da lui destinato a raccogliere le ceneri dei re di Sicilia. Da una figliuola del re d'Inghilterra che aveva scelta in moglie non ebbe prole; per la qual mancanza di successore venne da molti principi di Europa desiderata la mano della giovine Costanza, nata dopo la morte di Ruggiero. E finalmente l'ottenne l'Imperatore Federico Barbarossa per un suo figlio Arrigo, il qual fu nominato suo successore da Guglielmo in Sicilia, quando venne a morire dopo ventitré anni di regno (1189).

2. Ma i baroni napolitani e siciliani, abborrendo tutti la signoria di uno straniero, non vollero riconoscere Arrigo, ed elessero concordemente al regno Tancredi conte di Lecce figliuol naturale di un primogenito del re Ruggiero; ed era il voto universale meritato da questo principe. Nelle differenze avute da Guglielmo con l'imperatore Federico era stato questo Tancredi destinato a comandare le armi siciliane, le quali condotte da lui, avevano vinto e fugato gli eserciti imperiali. Andavano compagne al suo valore le virtù più rare che possano ornare l'animo di un principe, perché generoso e guerriero, ad un alto sapere di scienze e di lettere accoppiava una maravigliosa e popolare cortesia. Ma comunque investito dal Pontefice e solennemente incoronato, , ebbe a difendersi dai ripetuti assalti di Arrigo il quale, avvenuta la morte dell'imperatore Barbarossa e succedutogli nell'impero germanico, venne ad incoronarsi in Roma, ma non serbò le promesse fatte al Pontefice di non dover molestare questo novello re di Sicilia.

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Volle entrare con l'esercito nelle terre del regno ed assediare la città di Napoli, la quale seppe fare così ostinata e vigorosa difesa sostenendo la causa normanna, che Arrigo ebbe a risalire precipitoso in Lombardia, lasciando prigioniera in Salerno la moglie Costanza. Tancredi avutala in suo potere usò con regia moderazione della sua vittoria, e la rimandò al marito ricca di onori e di presenti; ma fu breve la vita che gli rimase dopo questa vittoria. Fra le amarezze ch'ebbe a soffrire nei tre anni del suo regno, l'ultima e la più grave di tutte fu la perdita del suo primogenito Ruggiero, principe adorno di ogni virtù, che dava lietissime speranze di glorioso avvenire (1193). Per questo gli successe Guglielmo, altro suo figliuolo ancora fanciullo, il quale ebbe sotto la tutela materna, un regno brevissimo ed infelice. Arrigo ritornò nuovamente sulla preda desiderata, e soccorso dai Genovesi e dai Pisani allora potentissimi sul mare, s'impadronì di Salerno e di Messina, le quali bastarono per aprirgli la strada ad una compiuta vittoria. L'infelice Guglielmo rifuggitosi con la madre nel castello di Caltabellotta in Sicilia, avrebbe fatto più lunga resistenza, se Arrigo non gli avesse promesso il libero possesso della contea di Lecce e del principato di Taranto, simulando animo pacificato e benigno ai vinti. Ma quando ebbe avuti nelle mani il giovinetto e la madre, fece gettarli in prigione, e Guglielmo tradotto di poi nel paese de' Grigioni fu accecato e rinchiuso in una fortezza, ove terminò la vita, terminando con lui il governo dei Normanni, ed incominciando quello degli Svevi nella persona di Arrigo. Fu Arrigo il sesto di questo nome fra gl'imperatori di Germania, e fu il solo principe di questo nome che avesse avuto dominio sul regno di Napoli e di Sicilia.

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CAPITOLO VI.

1139-1191

Coltura sotto i Normanni. Legislazione. Ritrovamento delle Pandette. Medicina. Scienze matematiche. Storia. Poesia italiana e latina. Belle arti.

1. Raccogliendo alcune cose già dette innanzi ed altre poche aggiungendone, non sarà inutile che noi cerchiamo di esporre in breve quale fosse lo stato delle scienze e delle lettere sotto i Normanni, vogliamo dire di quella che con nome generale si chiama coltura di una nazione. Gli studi certamente non potevano fiorire in tempi di guerre e discordie civili; ma per quanto sia grande la miseria de' tempi, sempre sorge qualche intelletto che lasci un nome famoso. Dì siffatti uomini non mancarono neppure durante le invasioni de' popoli settentrionali, e sogliono essere tanto più maravigliosi costoro, quanto più contrastano colla ignoranza de' tempi in che vivono. Parlando adunque de' Normanni ed incominciando dalle leggi, diremo ch'essi furono i primi a pubblicar leggi feudali diverse da quelle de' Longobardi, cioè a pubblicarne secondo il dritto de' Franchi. Ed era principal differenza fra queste due nazioni che secondo i Longobardi tutti i figliuoli del morto succedevano al feudo e secondo i Franchi il solo primogenito; onde rimasero in questo regno distinti i feudi che si reggevano secondo il dritto de' Longobardi da quelli secondo il dritto de' Franchi. Il dritto Romano fu anche in vigore per antichissima consuetudine, ma fu più assai studiato dopo le Pandette di Giustiniano che. si vogliono ritrovate in Amalfi (1137). Queste Pandette, parola greca la quale suona Raccolta, perché sono appunto una raccolta di responsi de' giureconsulti dell'impero romano fatta fare da Giustiniano, furono rinvenute da' Pisani quando vennero ad assaltare la nostra città di Amalfi che allora era famosissima per ampio commercio e per savie leggi commerciali. E sebbene molti scrittori che hanno trattato di questo ritrovamento, vogliono che l'esemplare delle Pandette rinvenute in Amalfi non fosse il primo, fu certamente uno de' primi in Italia.

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Non si deve ignorare che furono rinomati molto in quel tempo per istudi fatti in giurisprudenza Carlo di Tocco, Andrea d'Isernia e Matteo di Afflitto. Qualunque voglia essere la verità in questo ritrovamento delle Pandette Amalfitane, io non doveva tralasciare di ricordarlo, come farò intorno ad un' altra gloria del nostro regno, voglio dire la Scuola Salernitana, della quale vanno attorno oggi ancora moltissime opinioni. Sarebbe difficile d'investigare con certezza quali fossero le cagioni, quali i principi, quali i maestri di questa scienza, e come si diffondesse in quella città. Certamente gli studi di medicina in Salerno furono antichissimi, ma tutti vollero assegnare un fondatore diverso a questa scuola, come Carlo Magno o gli Arabi. Dirò solamente che questa scuola crebbe in grandissima riputazione al tempo normanno, e pubblicò un libro di sentenze scritte in versi latini di quelli che si chiamano leonini, cioè rimati xxl mezzo col fine. Questi versi che contenevano molta dottrina in quanto a sperienza pratica delle infermità, ma poca intorno alle cagioni di esse, giungevano al numero di mille de' quali rimangono oggi meno di quattrocento. Ed essi vanno pure legati in certo modo al nome normanno, perché furono dedicati ad un Roberto fratello di quel Guglielmo normanno detto il Conquistatore, il quale fondò la monarchia d'Inghilterra ed era legato di parentela ai Normanni di Sicilia. Finalmente noterò che l'astronomia e tutte le scienze del calcolo ebbero cultori moltissimi, e singolarmente nel monistero di Montecasino dove a quei giorni poteva dirsi la sede di queste scienze.

2. Le lettere fiorirono ancor esse nel regno, sebbene ritenessero quella naturale rozzezza di tempi guerrieri, e gli scrittori dovessero usare una lingua che già cadeva, ovvero un' altra che veniva sorgendo e si veniva formando lentamente. Erano studiati molto il greco e il latino; anzi nel regno di Napoli ebbe il greco una coltura più antica che nel rimanente dell'Italia, ove si diffuse soltanto dopo la venuta de' Greci da Costantinopoli, come vedremo. Ma qui nel regno di Napoli il continuo commercio mantenuto coll'impero d'oriente fece studiare quell'idioma, e quando la chiesa d'oriente sj divise da quella di Roma, sorsero nel regno di Napoli i più valenti oppositori di quello scisma.

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Gli storici non furono pochi, e scrissero tutti in latino; e se non furono forbiti scrittori, ebbero quella tale impronta di franchezza e di energia di stile che suol mancare spesso ai tempi più civili. Raccontarono la maggior parte i fatti del tempo normanno, e sono da ricordarsi i nomi di Falcone Beneventano, di Romualdo Salernitano e di Alessandro Telesino. Questi fatti normanni non furono solamenti raccolti in prosa, ma ebbero un poeta latino che li raccontò in un suo poema, il quale non è senza merito di buoni versi, considerando i tempi ne' quali fu scritto. L'autore ebbe nome Guglielmo, e fu cognomi nato Pugliese dalla patria. Ed avendo parlato di poesia latina, non si deve tacere che sotto gli ultimi Normanni incominciò la poesia italiana in Sicilia a farsi sentire, ma fu come un leggiero annunzio di quella che vedremo ornare la corte degli Svevi. Basti il mentovare per ora che Ciullo, detto dalla patria Ciullo d'Alcamo, fu il primo, secondo la opinione de' più, che facesse qualche verso nel nascente idioma italiano. Delle belle arti rimangono monumenti ammirevoli per tutto il regno, e più in Sicilia, dove lungamente dimoravano questi re. E se alcune chiese ebbero i mutamenti richiesti dalle vicende e dai tempi posteriori, sono tutte di fondazione normanna le cattedrali che in Sicilia puoi vedere in Catania, in Messina, in Cefalù, in Palermo, e più mirabili di tutte la cappella della reggia in Palermo e il tempio di Morreale che serbano ancor oggi intatti la forma, i mosaici, i dipinti di quell'età remotissima. Nel regno di qua dal Faro si veggono chiese normanne a Bari a Salerno, a Mileto, a Reggio, le quali tutte servono a lode ancora de' napoletani artisti, perché il nome di molti artisti nostri si trova uuito insieme a quelli dei greci che lavorarono fra noi. E basterà questo che ho detto intorno alla coltura per i lettori ai quali è destinato il libro, e non troveranno soverchio l'aver io ripetuto qualche volta una cosa già detta, potendo con questo mezzo rimanere più facilmente impressa nella loro memoria.

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CAPITOLO VII.

1195-1230

Svevi.

Crudeltà di Arrigo. Sua morte. Primi anni di Federico II. Incoronato Imperatore di Germania. Suo viaggio in Palestina.

1. Tante furono le crudeltà di Arrigo, e le atroci vendette da lui prese sopra coloro i quali si erano mostrati avversi alla sua casa, ch'esse fanno fremere all'udirle raccontare dagli storici del tempo. Moltissimi baroni furono condannati ad estremi e feroci supplizi, né l'altezza del grado bastò a salvarli, né la santa autorità del Pontefice che s'interpose in favore di tante vittime ebbe potere alcuno sull'animo di Arrigo. La stessa sua donna fu per tal modo inorridita di questi eccessi, che giunse a cospirargli contro, ed a lui fuggitosi di Palermo non riuscì più mai di ritornare a reggere lo stato. Perocché assediato e vinto dai Siciliani in un castello dell'isola ove erasi fortificato, ottenne la libertà, a patto di partire subitamente per la guerra di Palestina ed abbandonare la Sicilia. Ma colto da grave infermità appena fu giunto a san Giovanni d'Acri, fece ritorno in fretta a Messina, dove morì (1197) lasciando Costanza tutrice del fanciullo Federico, unica prole avuta del suo matrimonio. Costanza non sopravvisse più che un anno al marito, e ponendo il futuro principe sotto la protezione del Pontefice Romano, affidò l'interna amministrazione del regno agli Arcivescovi di Palermo, di Capua, di Morreare. Volle e seppe il Pontefice ne' primi anni difendere Federico dagli assalti di coloro che pretendevano al regno ed alla tutela del fanciullo; ma finalmente per non rischiarsi con suo danno nelle discordie di tanti pretensori, prese miglior consiglio. Dichiarò maggiore Federico, sebbene di anni tredici, perché potesse da sè medesimo governare i suoi stati, e si spogliò solennemente della tutela, innanzi ai baroni da lui convocati a Sangermano (1208). In questo mezzo si disputavano l'impero di Germania, Filippo fratello del morto Arrigo, ed Ottone duca di Sassonia; ed essendo stato ucciso Ottone, venne riconosciuto Filippo, il quale ricevé dal Pontefice in Roma la corona imperiale, facendo promessa che non avrebbe offeso giammai né molestato il giovine re di Sicilia.

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Furono bugiarde queste promesse, ed egli incominciò a minacciare con le armi le terre del regno; per la quale infedeltà scomunicato dal Papa, siccome spergiuro, fu eletto in suo luogo da' principi di Germania il giovine Federico. Così dopo avere aggiunto sul suo capo alla corona delle Sicilie anche la corona dei Cesari, non ancora pervenuto al ventesimo anno dell'età sua, visitò Federico i suoi domini di Alemagna, e quindi venne consacrato nuovamente per mano del Pontefice, promettendogli di prendere la croce e di portare la guerra agl'infedeli nella Palestina.

2. Nonpertanto avendo incominciato a stabilire migliori ordini civili nel regno, istituendo nuovi tribunali, accademie, università, e temperando il potere de' baroni con leggi provvide e severe, differiva di giorno in giorno questo passaggio. Promise una seconda volta, ed essendogli stata offerta in moglie, per opera dello stesso Pontefice, la figlia di Giovanni di Brenna, e con essa il diritto di successione al trono di Gerusalemme, condiscese a questo matrimonio, ed inviò soccorsi ai cristiani; ma non andò egli personalmente in Terra Santa, se non dopo di essere stato dal Pontefice per così lungo indugio scomunicato. Giovanni di Brenna avendo sposata l'unica discendente di Baldovino, trasmetteva al genero con le nozze della sua figlia Iole o Iolanda il solo titolo di re, ma non già il regno di Gerusalemme, il quale conquistato e posseduto per breve tempo dal valore francese, era ricaduto finalmente in potere di Saladino sultano; e questo matrimonio di Iole valse a Federico ed ai suoi successori il titolo di re di Gerusalemme che i re delle due Sicilie tuttora conservano. Partì finalmente per la Palestina; ma non pago di questo il Pontefice Gregorio IX, perch'egli era partito senza farsi assolvere dalla scomunica, chiese contro di lui soccorsi alla Francia, alla Spagna, alle città di Lombardia, e commise il governo dell'esercito allo stesso Giovanni di Brenna, divenuto in breve nemico asprissimo di Federico per amarezze sofferte dalla figlia Iolanda. Venuto questo a notizia di Federico, non meno pronto nell'operare che nell'immaginare, ferma una tregua col sultano, il quale gli restituisce Gerusalemme e molte altre città della Palestina, promettendo eziandio libero esercizio di culto ai cristiani.

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E qui raccontano gli storici di quella età che recatosi Federico a visitare solennemente in Gerusalemme la chiesa del Santo Sepolcro, prima di abbandonare quelle contrade, e non trovandosi chi ardisse d'incoronarlo, per la paura degl'infedeli a cui rimanevano in preda, ed atterriti ancora delle lunghe guerre sofferte, egli medesimo prendesse la corona sull'altare e se ne incoronasse. Ritornato subitamente in Italia, chiama intorno a sè tutte quante le sue forze, e principalmente i Saraceni ch'egli aveva tolti dalla Sicilia e raccolti ad abitare in Nocera ed in Lucera, ripiglia tutte le fortezze della Campania e della Puglia, occupa una gran parte dello Stato romano, e viene a condizioni di pace col Pontefice (1230).

CAPITOLO VIII.

1230-1250

Governo di Federico. Codice. Pier delle Vigne e sua morte. Federico vince il figliuolo ribelle e la Lombardia. Discordie col Pontefice. Morte di Federico.

1. Così giurata la pace col Pontefice nella città di Anagni dov'erano entrambi convenuti, si rivolse nuovamente Federico al governo civile del regno, e con ragione può dirsi che nessun re di Napoli abbia operato in pace ed in guerra quanto egli operò. L'ordine de' giudizi fu migliorato per lui, furono istituite le Corti Generali di giustizia, pubblicato un Codice o raccolta di leggi. Era grandissima parte ne' suoi consigli Pier delle Vigne filosofo sommo e giureconsulto, il quale attese alla compilazione del novello codice. Pure ne fu pagato con la morte; perché l'invidia de' cortigiani ed emuli suoi avendolo calunniato innanzi al suo re, giunse questi a farlo imprigionare ed accecare, ed il caduto ministro non sapendo tollerare la perdita del favore sovrano e la sua sventura, dicono che si desse la morte di propria mano, infrangendosi il capo alle mura della sua prigione. Il volume di leggi da lui pubblicato conteneva con le costituzioni di Federico quelle altresì pubblicate da' principi che lo avevan preceduto sul trono,

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e fu questo il primo esempio di codice, il quale onora grandemente il nome di quel re. Ma non potè lungamente durare nei pensieri e nelle opere di pace, perché le città lombarde strinsero dalla loro parte Arrigo suo figliuolo, animandolo alla signoria d'Italia, ed a congiurarsi con esse contro il padre. Dileguò Federico i disegni e le forze de' ribelli, e dopo di aver punito crudelmente lo stesso Arrigo che lasciò morir prigioniero in un castello della Puglia, si rendè affatto signore della Lombardia.

2. In questo tempo avendo un altro suo figliuolo, Enzo, sposata una ricca signora che era posseditrice di ampi feudi nella Sardegna, egli lo dichiarò re di quel!' isola. Sdegnato di questo atto Gregorio Pontefice, il quale pretendeva alla Sardegna non meno che al regno napolitano, in pieno concistoro fulminò di scomunica Federico, e questi allora nuovamente raccolto l'esercito, invase vittoriosamente gli stati della Chiesa e sottomise molte città. Ma né questa vittoria ottenuta, né la morte avvenuta del Pontefice, valsero a calmare le discordie fra la Chiesa e l'Impero. Perocché dopo due anni di sede vacante successe Innocenzo IV, e venne a suscitarsi eguale nimicizia tra Federico ed Innocenzo, che in un concilio convocato a Lione pronunziò novella sentenza contro di lui, che mentre trovavasi in Puglia per raccogliere armi e denaro e continuare la guerra, fu sorpreso da grave infermità che lo condusse a morte nella età di cinquantasette anni (1249). Forse non fu principe alcuno nell'età di mezzo nel quale concorressero più che in Federico ottime qualità non meno agli esercizi della pace che a quelli della guerra. Pronto, ardito, infaticabile, consacrava quel tempo che gli lasciavano le guerriere discordie, dalle quali fu di continuo agitato il suo regno, all'amministrazione della giustizia, ed alle scienze ed alle lettere, essendo stato leggiadro poeta, ed oltre all'italiano e al tedesco, dotto ed esercitato nell'idioma francese, nel latino, nell'arabo e nel greco. Amò grandemente l'Italia nella quale era nato, e le Sicilie vanno debitrici a Federico d'innumerevoli benefizi. Pure non può tacersi che se fu ornato di molti pregi, fu anche macchiato di molti vizi: superbo, crudele nelle vendette, facilissimo all'ira, impetuoso nell'appagare i suoi desideri anche immoderati.


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Oltre alle sue leggi, il tempo ci ha conservato alcune sue lettere, un trattato latino della caccia e pochi versi in idioma italiano che era il suo prediletto; oltreché il nome di Federico non può esser taciuto fra le prime glorie della poesia italiana, la quale ancora bambina, se pure non nacque in Sicilia, fu vagheggiata ed accolta principalmente alla corte reale degli Svevi in Palermo. Non si vuole tralasciare da ultimo che sotto questo principe incominciò ad acquistar lustro e splendore la nostra Napoli, per averla egli avuta carissima sopra le altre città, ed aver fondato in essa la Università degli studi, la prima per antichità che sorgesse in Italia, dopo quella antichissima di Bologna.

CAPITOLO IX.

1250-1266

Corrado. Sue crudeltà. Sua morte. Manfredi. Il Pontefice chiama il fratello del re di Francia. Chinea. Battaglia di Benevento. Morte di Manfredi.

1. Trovandosi Corrado in Germania, ebbe cura Manfredi di farlo subito proclamare a quelle città del regno che gli fu possibile, perocché una gran parte di esse non vollero riconoscere questo figliuolo di Federico, mosse dalla voce del Pontefice il quale affermava che le province napoletane erano devolute alla Santa Sede per l'interdetto nel quale Federico era morto. Ma la venuta di Corrado accompagnato da potente esercito finì col rendergli obbedienti tutte le città del regno, e Napoli, una delle ultime a cedergli dopo nove mesi, provò col ferro e col fuoco la crudeltà di quel principe; il quale fu ben presto odiato, mentre Manfredi per la naturale benignità si conciliava ogni giorno gli animi di tutto il popolo. Entrato in sospetto di tanto favore, cercava ogni via Corrado di umiliare Manfredi, facendosi da lui rinunziare, siccome dagli altri baroni, moltissime terre delle quali egli era possessore in virtù del testamento paterno, ed esiliando in fine tutta la sua parentela.

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Ma costui prudente ed avveduto, tutto comportava, vedendo che l'odio contro Corrado cresceva alla giornata nel cuore dei napoletani, odio che giunse al colmo allorquando con fondamento si venne a risapere ch'egli aveva avvelenato Enrico suo minor fratello, al quale sarebbe toccata la successione della Sicilia (1254). Mentre Corrado si apparecchiava ad un nuovo viaggio per le province, fu da violentissima febbre condotto a morte nell'età di ventisei anni, e lasciò erede il figlio suo Corradino di due anni, che dimorava in Germania. Incominciava a governare Manfredi che prima in qualità di vicario, e poi con autorità e nome di re fu accolto ed incoronato in Palermo, essendo corsa voce della morte di Corradino.

2. Alessandro IV Pontefice ad imitazione del suo predecessore non mancò di fare una spedizione ostile sulle terre napoletane; ma tornatagli vana l'impresa, chiamava iteratamente Carlo d'Angiò conte di Provenza, fratello di san Luigi re di Francia, perché venisse alla conquista del regno, promettendogli aiuti ed investitura. Questi conforti più volte replicati dal successore Urbano IV ebbero da prima poca accoglienza. Ma Beatrice di Provenza moglie di Carlo, vedendo che il principale ostacolo all'acquisto di un regno era il difetto di danaro, offerse tutte le sue gioie per levare un esercito ed ottenere una corona, come le sue tre sorelle le quali regnavano in Francia, in Germania, in Inghilterra, mentre ella doveva starsene contenta al solo titolo di contessa di Provenza. Cedè finalmente Carlo agl'insiti di Roma ed ai conforti dell'ambiziosa moglie, e venutosi ad incoronare in Roma, mosse con l'esercito alla volta di Napoli. Si obbligò al Pontefice di un annuo tributo e di un cavallo bianco ogni anno in segno di soggezione, che che fu la Chinea tanto celebrata nelle storie, e si lasciò condurre a cedergli la nomina dei Vescovi del regno, l'appello degli ecclesiastici ai tribunali di Roma, e mille altri dritti propri, al Romano Pontefice. Forse non avrebbe ottenuto vittoria se Manfredi non fosse stato tradito da' suoi principali capitani.

Privo di aiuti e sicuro di una intera sconfitta, non volle Manfredi macchiare la vita con una morte ignominiosa, e venuto a battaglia con Carlo presso Benevento, allorquando vide perduta ogni speranza, gettassi nel folto della mischia per incontrare la morte(1266).

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La infelice vedova di Manfredi venuta alle mani di francesi non gli sopravvisse lungamente, e peri con quattro suoi figliuoli nel castello di Nocera, dov'era stata rinchiusa per comando del vincitore.

CAPITOLO X.

1191-1266

Stato della coltura sotto il dominio degli Svevi. Legislazione. Scienze mediche. Scienze filoso fiche. Letteratura e belle arti.

1. Dalle poche cose che abbiamo dette nei precedenti capitoli si è potuto vedere che le scienze e le lettere sotto gli Svevi non solamente, continuarono ad essere in fiore, ma ebbero grande incremento. L'opera comandata da Federico, voglio dire il Codice o raccolta delle leggi che egli aveva pubblicate e di quelle normanne, fu un pensiero grandissimo e benefico, quando si considera quale fosse l'ingombro delle legislazioni ch'erano in vigore. perché gli abitanti del regno, come in certo modo ho accennato di sopra, potevano scegliere di vivere secondo il dritto romano, longobardo, o franco, siccome meglio tornasse loro. Onde Federico per fissare e toglier via queste incertezze, commise al suo gran cancelliere Pier delle Vigne la grand'opera di raccogliere in uno le costituzioni normanne e sveve. E non fu il solo Pier delle Vigne che lasciasse fama ed opere in materia di legislazione, e trai principali sono da noverarsi Taddeo da Sessa ch'ebbe parte al lavoro del codice ed aggiunse alla gloria delle leggi anche quella della spada, e finalmente Roffredo di Benevento ed Andrea Bonello di Barletta. La scuola medica proseguiva con molta lode a fecondare gl'ingegni napoletani, e troviamo scritture in quel tempo di medicina e di chirurgia. Ed è più da notarsi il cammino che presero le scienze filosofiche ancor esse aiutate maravigliosamente dai re Federico e Manfredi, i quali fecero tradurre Aristotile, Galeno, Tolomeo, parte dal greco, parte dall'arabo, con altri manoscritti che insieme a questi aveva recati Federico dal suo viaggio in oriente.

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Le scienze sacre che a quel tempo si potevano considerare una cosa medesima colla filosofia, ebbero gran vigore, e questi severi studi ebbero due cultori di nomé insigne sotto gli Svevi. L'uno è Gioacchino di Cosenza, abate di una badia da lui fondata nelle Calabrie, chiaro per molti commenti ai libri santi e per esemplari virtù; l'altro è Tommaso d'Aquino, intelletto straordinario a quel tempo, restauratore della filosofia, che fu chiamato l'angelo delle scuole e poi invitato da Carlo I angioino a dettar teologia nella Università napoletana. E parlando di scienze, sarà questo il luogo di rammentare un altro illustre nome, quello di Flavio Gioia, il quale avendo adattato l'ago magnetico agli usi della navigazione, fu salutato siccome inventore della bussola nautica.

2. Degli storici ch'ebbe il regno a quel tempo si deve far menzione onorevole, perché non solamente sopravanzarono i già mentovati del tempo normanno, ma furono i migliori che scrivessero in latino le cose dell'età loro. Riccardo da Sangermano fu quello che scrisse con maggior verità, senza ira di parte, come non fecero Niccola Jamsilla e Saba Malaspina, i quali raccontarono gli stessi fatti in modo diverso, per essere l'uno di parte guelfa e l'altro ghibellino. E qui è opportuno di dichiarare, per quanto è possibile il farlo così brevemente, che queste due parti avverse originate in Germania e che ebbero questi nomi da due famiglie rivali, si diffusero con lo stesso nome per tutte le città d'Italia. La quale ne fu sconvolta per molti anni avendo i guelfi riconosciuto spesso per loro difensore il Pontefice Romano e i ghibellini l'Imperatore di Germania. Notiamo per ultimo, come diligentissimo scrittore, Matteo Spinelli, notaio di Giovenazzo, meritevole ancora di memoria perché fu il primo il quale in Italia scrivesse nel volgare italiano il suo diario o giornale dei fatti avvenuti negli ultimi venti anni di casa sveva. I poeti latini furono molti; ma è cosa che merita maggiore attenzione il veder sorgere la poesia italiana, la quale ebbe molti ed illustri cultori in Sicilia, come Guido delle Colonne messinese, Jacopo da Lentini, e la famosa poetessa Nina siciliana.

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Tra i quali poeti non farà maraviglia di trovare i nomi di Federico, di Enzo, di Pietro delle Vigne, avendo già detto quanto fosse amata la poesia nella corte degli Svevi in Palermo. E chi voglia farsi a considerare le raccolte degli antichi poeti oggi stampate, vedrà quanti sieno i siciliani contenuti in esse, al paragone delle altre provincie d'Italia. Le arti belle lasciarono ancor esse non pochi monumenti, e se il nostro Tommaso degli Stefani non fu più antico di Cimabue fiorentino, dipinse al certo nello stesso tempo. Visse a poca distanza da lui l'architetto Masuccio che lavorò in Napoli moltissime opere di scoltura e d'architettura, sotto gli Svevi e sotto gli Angioini. E nel discorrere le vicende della nostra coltura questo è singolarmente da notare, che sorgevano di tempo in tempo uomini chiarissimi da non cedere nel paragone agli altri; ma quello che mancò sempre fu quella continuata catena d'ingegni i quali potessero formare una scuola, come avvenne più fortunatamente nelle altre contrade d'Italia.

CAPITOLO XI.

1266-1282

Angioini.

Carlo I. Morte di Corradino ultimo degli Svevi. La sede regia trasferita in Napoli. Vespro siciliano. La Sicilia si sottomette a Pietro di Aragona.

1. Stanchi delle guerre sofferte sotto il governo di Casa Sveva, i Napolitani ed i Siciliani attendevano da Carlo un regno se non felice almeno tranquillo; ma restarono deluse le loro speranze, e si videro oppressi da incomportabili gravezze, e divenuti segno alle più inumane crudeltà dei Francesi. Incitati da questo malvagio governo de' vincitori, molti baroni del regno spogliati de' loro feudi, degli uffici e degli onori, i quali venivano da Carlo profusi sconsigliatamente a tutti i suoi, mandarono a sollecitare il giovinetto Corrado in Germania detto comunemente Corradino perché venisse a riacquistare il regno de' suoi maggiori. Confortato da questi inviti e da molti principi di Germania i quali gli offersero armi ed aiuti, venne e pose il campo nelle pianure di Tagliacozzo.

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Si mostrò nel combattere degno nipote di Federico, e la fortuna si dichiarò per gli Svevi, superiori in numero ed in valore all'esercito di Carlo; ed essi avrebbero raccolte il frutto della vittoria se il tradimento non fosse venuto dopo a sorprenderli. Corradino ed il duca di Austria suo cugino, il quale aveva voluto dividere con lui i pericoli dell'impresa, cercarono scampo nella fuga in abito di contadini, ma furono scoperti e traditi. Perciocché giunti fuggendo ad Astura, terra de' Frangipani che seguivano la bandiera di Carlo, richiesero un barcaiuolo che li volesse condurre in salvo. Ed avendogli Corradino offerto una ricca gemma, questa fu recata al signore della terra, il quale venuto in sospetto, comandò che fossero imprigionati i fuggitivi. Carlo aveva punito coi più feroci supplizi i prigionieri del campo svevo: molti baroni ebbero la morte in un sol giorno, molti furono condannati all'esilio, spogliati de' loro beni, e furono usate mille crudeltà contro quelle terre del regno che si erano commosse in favore di Corradino. Finalmente per consumare la sua vendetta, segnò la sentenza di morte di Corradino e del duca di Austria, la quale venne eseguita sulla piazza del mercato di Napoli, alla presenza di un popolo non sapremmo dire se più intenerito o inorridito dalla inusitata crudeltà dello spettacolo. L'infelice ed animoso principe intese leggere la sua condanna, e dopo essere stato presente al supplizio del duca d'Austria, raccolse e baciò il capo di costui caduto sotto la scure. Protestò solennemente e ad alta voce sulla ingiustizia usata contro di lui, il quale invitato dal cuore e dalla voce del popolo, era venuto a raccogliere il retaggio paterno; e nel dichiarare suo crede Pietro d'Aragona marito della figliuola di Manfredi Costanza, dicono che gettasse un guanto in mezzo agli spettatori perché fosse recato in segno d'investitura all'Aragonese, e con fermo sembiante porse il collo al carnefice. Così finiva, non ancora giunto al diciottesimo anno, Corradino ultimo de' principi svevi, dai quali fu il regno governato per sessantanove anni.

2. L'animo superbo di Carlo non si cangiava per questi avvenimenti, i quali avrebbero ad ogni altro principe consigliato una maggiore benignità verso di un popolo da lui sottomesso con poca fatica, e sul quale avrebbe dovuto diffondere benefizi, e favori, a confermare il suo novello potere.

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Lo stesso Pontefice Romano indignato della ingratitudine angioina, e commiserando allo stato de' Napoletani e de' Siciliani, gli rivolse i più severi rimproveri sulla orgogliosa fierezza de' suoi portamenti, e sulla insolente avidità de' suoi Francesi dei quali raccontano gli storici cose incredibili di crudeltà. Questa giunse a tal segno, singolarmente in Sicilia, che l'universale scontento, fomentato da vari signori dell'isola, scoppiò nella famosa strage detta del Vespro Siciliano. Era la Sicilia governata in nome di Carlo, per aver egli trasferita la sede regia in Napoli. Un nobile salernitano, Giovanni da Procida, conosciuto con questo nome per antico dominio che aveva la sua famiglia su quell'isola, sebbene non fosse il solo autore, pure ebbe tanta parte in questa cospirazione del Vespro, che ne fu riconosciuto come l'autore principale. Veramente fu rara la fermezza e la costanza di quest'uomo, il quale offeso nell'onore da un francese, giurò di vendicare i suoi torti e quelli di tutto il regno con la distruzione di tutti i francesi di Sicilia. Peregrinò lungamente presso le corti straniere, in abito vario e mentito; andò alla corte di Pietro d'Aragona, lo avvertì del suo disegno, il quale gli avrebbe data la Sicilia lasciatagli da Corradino; corse a Costantinopoli, ed animò gli sdegni di quell'Imperatore contro di Carlo, affermando che questo principe inorgoglito de' suoi successi aveva fatto disegno anche sulla corona di oriente. Tutti questi principi lo soccorsero di danaro, e questa strage del Vespro preparata da due anni, fu maravigliosa per l'altissimo segreto serbato nelle pratiche tenute e per la rovina che piombò impreveduta sui francesi. Il secondo giorno di Pasqua (1282) che fu il trenta di marzo, al suono della campana di vespro, il popolo corse a furore le case e le strade uccidendo tutti i Francesi, riconoscendoli alla pronunzia di una parola siciliana che riusciva difficile anzi impossibile ai francesi di profferire, e che egli imponeva di pronunziare a chiunque incontrava. In due ore perirono intorno ad ottomila, e le città dell'isola risposero tutte con eguale strage, sì che nel breve giro di un mese, era finito il dominio francese nell'isola intera.

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Pietro d'Aragona partito dalla Spagna sotto pretesto di andare a combattere i Saraceni di Africa, avuto notizia dell'avvenimento, corse in Sicilia e fu incoronato nella cattedrale di Palermo. Così rimase per la prima volta, dopo Ruggiero, diviso il regno di Sicilia dal regno di Napoli.

CAPITOLO XII.

1283-1309.

Carlo

sfida a duello il nuovo re di Sicilia. Principe di Salerno imprigionato. Morte di Carlo I. Regno di Carlo II. Trattato col re di Sicilia.

1. Ma non contento della sola corona di Sicilia, incominciò Pietro di Aragona con le sue navi ad assaltare le terre di qua dal Faro, ed arrecò gravi perdite all'angioino avendogli tolto ventinove galere, ed arso ottanta navi da trasporto. Era Carlo di animo crudele e superbo, ma pure non gli mancava un certo coraggio ed ardire di cavaliere, siccome aveva dimostrato nella sua vita precedente, avendo passato la sua giovinezza fra le giostre e i torneamenti con molta lode di valore, e poi combattuto al fianco del santo re Luigi contro gl'infedeli, anzi partecipato alla prigionia del fratello sulle spiagge africane. Fece adunque pensiero di sfidare a duello l'Aragonese, affinché senza molto spargimento di sangue, si terminassero le differenze con questa singolar pruova dei due re, alla quale fu assegnato un luogo nella Guascogna ed eletto giudice il re di Inghilterra, ch'era legato di parentela ad entrambi. Non ebbe effetto questo duello, ed il solo Carlo stette sul campo l'intero giorno, senza che l'avversario giungesse. Pietro si tenne nascosto fino al tramonto del sole, e quindi presentatosi al Siniscalco che il re d'Inghilterra aveva inviato a rappresentare la sua persona, siccome giudice del combattimento, espose che gli agguati da Carlo preparati nelle vicinanze del campo per farlo prigioniero a tradimento, lo avevano consigliato a non venire. Così non ebbe effetto la pruova, e non è certo se per viltà di Pietro, o perfidia di Carlo.

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Intanto Ruggiero di Loria ammiraglio di Pietro, volendo profittare dell'assenza' del re da Napoli, rinnovò gli assalti contro Napoli, e Carlo principe di Salerno lasciato dal padre al governo in qualità di suo vicario, caldo di gioventù ed ardito, volle uscire con le sue navi a respingere il nemico. Fu valorosa la difesa dei Francesi contro gli assalitori, e il principe dopo aver veduto cadere intorno a sè le sue genti ed affondare i suoi legni, rimase prigioniero e fu condotto in Aragona. Alla quale infausta novella ritornato il padre, mentre metteva in punto un'armata e si apparecchiava a sorprendere la Sicilia, mori nella città di Foggia (1285) di anni sessantacinque, dopo venti anni circa di regno. Non mostrò verun pensiero della felicità de' suoi popoli, prima che la strage del Vespro siciliano e la perdita della Sicilia non lo avessero ammonito, e fu allora che troppo tardi pubblicò leggi nelle quali imponeva onestà e giustizia ai suoi ministri ed ai governatori delle province; ma la Sicilia era già perduta per lui e per i suoi figliuoli. Le leggi di questo principe e de' suoi successori ebbero il nome di Capitoli o Capitolari a somiglianza di quelle di Francia. A Carlo I va debitrice la città di Napoli di molti edifici fondati e migliorati. Ampliò il Castello Nuovo, che fece sua dimora, e il duomo di Napoli ed altre chiese. Ristorò gli studi pubblici, chiamando i più illustri uomini nella università di Napoli fondata da Federico. Concedette novelli titoli di nobiltà, e creò un numero infinito di baroni, che tanti non furono i principi creati dal vincitore Alessandro nell'Asia da lui sottomessa, siccome si esprime uno storico di quei tempi. Ma tutti questi favori conceduti alla capitale erano la rovina delle province, le quali in breve presentarono l'aspetto della miseria e dello squallore.

2. Carlo II succeduto al padre, ottenne per mediazione del re d'Inghilterra la sua liberazione dopo una prigionia di quattro anni, ed ebbe investitura solenne dal Pontefice, siccome re di Napoli e di Sicilia. Questo avvenimento commosse grandemente il re Giacomo, il quale nel dominio dell'isola era succeduto a Pietro d'Aragona suo padre. Guerre lunghe ed ostinate si combatterono tra i re di Napoli e di Sicilia, ed essendo Giacomo ritornato in Aragona, per succedere al governo di quel regno, avvenne che il suo fratello Federico lasciato siccome viceré, si fece incoronare solennemente re di Sicilia.

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Le discordie col re angioino continuate per alcun tempo terminarono con novelli legami di parentela, avendo questo Federico tolta in moglie una figliuola di Carlo, come già un'altra ne aveva sposata il fratello Giacomo di Aragona, e si convenne per trattato che alla morte di Federico la Sicilia ritornasse agli Angioini, condizione alla quale Federico acconsentì con grande maraviglia di tutti. Ma più che a debolezza d'animo si vuole attribuire alla durissima necessità dei tempi, perché una guerra di venti anni tra i due re aveva ridotta in tali durissimi termini la Sicilia, ch'egli fu costretto ad abbracciare la pace, per dare alcun ristoro al popolo siciliano caduto in estrema miseria(1302). Composte per breve in tal modo le cose di Sicilia, i pochi anni che gli rimasero di regno furono consacrati da Carlo alle opere di pace, e la città venne accresciuta nel giro delle sue mura, arricchita di un molo, e furono molte chiese edificate o migliorate, chiamati novelli professori nella università napolitana, e promulgate molte leggi. Egli fu denominato lo Zoppo per naturai difetto alla gamba sinistra. Morì sorpreso da febbre acuta non ancora giunto all'anno sessantunesimo dell'età sua, e si mostrò miglior principe in pace che in guerra, lagrimato dal suo popolo perché clemente e generoso (1309). Lasciò la corona a Roberto suo terzogenito essendo il secondogenito rivolto allo stato ecclesiastico, ed il primogenito chiamato a succedere nel regno di Ungheria. E qui non credo inutile di far notare che la moglie di Carlo essendo sorella a Ladislao re d'Ungheria, al quale succedeva ella per mancanza di altro erede, aveva rinunziato la corona in favore di questo suo primogenito chiamato Carlo Martello. E quindi non senza contrasto ebbe Roberto il governo del regno di Napoli, al quale aspirava il figliuolo di Carlo Martello; se non che il Pontefice chiamato a decidere, sentenziò in favore di Roberto, e lo cinse della corona reale nella città di Avignone dove allora si era trasferita la sede Pontificia.

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CAPITOLO XIII.

1309-1344

Roberto d'Angiò nominato Vicario della Santa Sede. Respinge I Imperatore. Vane spedizioni di Roberto per conquistar la Sicilia. Sue virtù. Sua morte.

1. Avrebbe Roberto, di più che non fece, miglioratele condizioni interne del regno, se la soggezione ereditata dai suoi maggiori verso la Santa Sede non lo avesse implicato in molte guerre e pericoli superiori alle sue forze. Andato fino ad Avignone per prestare omaggio al Pontefice, ebbe la consueta investitura, e fu nominato Vicario apostolico in tutte le terre della chiesa, né stette gran tempo a presentarsi l'occasione di venire a combattere. Discendeva Enrico VII Imperatore in Italia per far risorgere nella sua persona l'autorità dell'impero di occidente, e si moveva ostilmente sopra Roma, con animo deliberato di occupare eziandio il regno dì Napoli. Ma colpito dalla morte nel mezzo de' suoi disegni, gli succedeva Lodovico di Baviera, il quale incoronatosi Imperatore a Milano, camminò a gran passi verso Roma(1328). Qui si rendeva odioso per le crudeltà esercitate sui vinti; e Roberto che aveva già radunato l'esercito, attaccò le forze imperiali ad Ostia e ad Anagni, e costrinse l'Imperatore a far ritorno in Alemagna. Se ne togli questa sola volta, la fortuna non fu giammai compagna di questo principe nelle sue imprese guerriere, e molte furono le spedizioni di lui fatte in Sicilia, ma tutte senza verun frutto, né per lui né per i suoi successori, i quali conservarono sempre il titolo vano di re di Sicilia che nel fatto non possedevano, perché la Sicilia non si ricongiunse alla corona di Napoli prima degli Aragonesi. La prima volta Roberto si pose al comando di una forte armata, e pose l'assedio alla città di Trapani in quell'isola; ma la stagione ardente e i disagi della guerra sparsero fiera malattia fra i suoi, che lo costrinse a ritornare in Napoli, dopo aver perduti immensi tesori e forse una metà dell'esercito (1315).

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Mentre si apparecchiava ad una novella spedizione, ebbe a sofferire la perdita di Carlo suo figliuolo, duca di Calabria, destinato a succedergli, giovine in guerra valoroso, prudente in pace, non meno amato dal padre che da tutti i Napolitani (1328). Senti profondamente nell'animo questa sventura, e non rimanendogli che due sole figliuole femmine di Carlo, Giovanna e Maria, alla prima di queste congiunse per anticipato matrimonio Andrea figlio del re di Ungheria. Con queste nozze pensò di far tacere in parte le pretensioni di quel principe sulla corona di Napoli, e fece con permissione del Pontefice, dal cui volere non seppe mai dipartirsi, celebrare gli sponsali (1333), non avendo ciascuno degli sposi più che sette anni. Con la morte di Carlo duca di Calabria si estinse nel regno la prima dinastia degli Angioini, essendo rimaste due sole femmine, per le quali vennero al trono i Durazzeschi dopo la morte di Giovanna I.

2. Ricominciarono le guerre per la Sicilia. Alla morte di Federico aragonese sarebbe l'isola secondo i patti fermati con Carlo li, ritornata a Roberto; ma Pietro primogenito dell'estinto era stato gridato re dai siciliani sempre fermi nell'odio contro gli Angioini. Abbiamo veduto l'esito infelice di una prima spedizione fatta da Roberto; e non furono più fortunate le altre. Alla morte di Pietro dopo due soli anni di regno, neppure fu renduta l'isola agli Angioini, e fu messo sul trono Luigi fanciullo di cinque anni. Le discordie che incominciarono a travagliare quell'isola consigliarono una delle due parti ad invitare Roberto, il quale sorrideva sempre al pensiero di racquistarla; ma la morte lo rapi nella età di sessantaquattro anni (1343). Di pochi principi abbiamo memoria che fossero ornati di tanto sapere e giustizia. Accolse gli uomini d'ingegno alla sua corte, uomo egli stesso d'intelletto nobilissimo e di maravigliosa dottrina, siccome non solamente lo rappresentano le storie e gli scrittori tutti, ma alcune sue opere che ci sono rimaste. Era chiamato il Salomone dell'età sua, e non era scienza alla quale non avesse lungamente rivolti i suoi studi. Furono ospiti onorati alla sua corte il Boccaccio e il Petrarca sommi italiani, e vogliono che quest'ultimo partendo da Napoli per andare a ricevere la corona poetica nel Campidoglio, venisse dalle stesse mani del principe ricoperto del proprio manto reale.

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Gli furono per tal modo diletti i suol studi, ch'egli affermava essere a lui più cari di ogni altra cosa del mondo, e che egli dovendo abbandonare il regno o le scienze, avrebbe più volentieri deposta la sua corona. Veramente in cosi gran numero di virtù private non mancò qualche fallo che le oscurasse, e verso gli ultimi anni del suo regno la cupidigia dell'oro macchiò l'animo di Roberto, che perdè alcune delle città italiane sulle quali aveva dominio, per avere improvvidamente disminuito il numero e la mercede delle sue milizie. Fra le Leggi da lui promulgate molte furono e sono lodatissime, quelle principalmente intese a richiamare i magistrati alla perfetta amministrazione della giustizia. Ma piccol frutto di bene davano queste leggi, ed ai principi Angioini che ebbero fama di bontà, come sono Carlo II e Roberto, non rimase che la sterile gloria di qualche virtù personale e del desiderio che ebbero di far risorgere il regno. Dopo le vie novelle di governo nelle quali si era messo il primo Carlo d'Angiò, rigettando e guastando l'opera degli Svevi e dei Normanni, era vana ogni opera che si facesse con qualche legge più o meno salutare. Roberto dichiarò prima di morire assoluta erede di tutti i suoi stati la nipote Giovanna.

CAPITOLO XIV.

1266-1344

Stato della coltura sotto i primi quattro angioini. Leggi ed ordinamenti civili. Medicina. Scienze sacre. Letteratura. Belle Arti.

1. Sebbene tutti quanti i principi che regnarono in Napoli da Carlo I infino agli Aragonesi fossero stati tutti di stirpe angioina, pure noi diremo brevemente della civiltà sotto questi primi quattro, perché dopo di costoro il regno venne a cadere in un ramo secondogenito detto de' Durazzeschi, del quale faremo parola in appresso. Le leggi adunque che furono promulgate da Carlo e da successori di lui ebbero nome di Capitoli o Capitolari, e fecero tacer quelle già pubblicate innanzi dalle dinastie normanna e sveva. Né fu solamente il danno di queste leggi crudeli, ma ancora l'ingombro di altre molte

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che ebbero vigore infra noi come furono alcune del Pontefice Romano chiamate Decretali, e le Consuetudini particolari di diverse città, approvate dal principe in vari tempi. E finalmente le leggi romane il cui studio era divenuto generale in Italia, incominciarono ad allegarsi nel nostro foro, ed avere autorità quando non si opponessero alle leggi sanzionate dagli Angioini. né i successori di Carlo ebbero volere né forza di far meglio, legati da una parte per gratitudine alla Sedia Romana, dall'altra stretti e sottomessi al potere de' baroni, ai quali avevano sconsigliatamente conceduto tali facoltà e tali poteri, da farsi recidere i nervi, come dice un dottissimo storico delle cose napoletane. Ma i giureconsulti che fiorirono in questa età ebbero pochi nella rimanente Italia che li eguagliassero, anzi Niccolò Spinelli di Giovenazzo fu professore in Padova e in Bologna, e in diversi tempi consigliere de' Visconti di Milano e Gran Cancelliere della prima Giovanna di Napoli. Non furono minori di lui Andrea d'Isernia venerato e celebrato da Baldo per la sua gran dottrina, e Luca di Penne e Bartolomeo di Capua, tutti chiamati ad occupare altissimi posti nel governo civile del regno. Finalmente in quanto alle istituzioni giudiziarie, non dobbiamo tacere l'origine della Gran Corte detta della Vicarìa tanto spesso nominata nelle storie. Questa denominazione ebbe origine dopo la partenza di Carlo I, il quale lasciò suo vicario il figliuolo con pienissimi poteri, e circondato da uffiziali civili che furono con un sol nome domandati la Curia del Vicario. La quale unita, molti anni dopo, alla Gran Corte fondata dai Normanni, fu detta Gran Corte della Vicaria. In quanto alle istituzioni di governo non si deve tacere di due cose: che la Magna Curia creata da' Normanni venne abolita da Carlo I, o per dir meglio venne spogliata da ogni antico potere; imperocché non più ebbe più parte né agli affari dello stato, né al consiglio del re. E l'altra novità operata da Carlo fu quella di toglier via il palazzo del Comune, dove per antica consuetudine rispettata dai precedenti principi, si adunavano i nobili e il popolo, e rimasero i soli Seggi, o Sedili che li raccoglievano partitamente in diversi quartieri della città. E qui mi sembra opportuno di dichiarar brevemente che questi Sedili o Seggi erano alcuni portici o sale dove si raccoglievano i rappresentanti dei patrizi e del popolo napolitano.

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La origine loro era antichissima fin dal tempo di Napoli greca, allorquando per la forma di governo popolare i cittadini si raccoglievano insieme a deliberare de' pubblici affari. E furono conservati questi Seggi sotto le nuove forme di monarchia, ma diminuirono col volger degli anni di numero e di potere, ed erano ai tempi di cui parliamo non più che cinque. Si chiamavano Eletti quelli che vi erano ammessi a rappresentare i nobili ed il popolo, sorta di magistratura municipale che abbiamo occasione di spesso veder mentovata con qualche lode nella storia del governo viceregnale. Quella che riconobbe grandissimi beni dagli Angioini fu la città di Napoli; ma si può dire che con tutta la pompa e il lusso della corte, e gli ordini di cavalieri chiamati ad accrescere lo splendore di essa, e i nuovi edifizi che sorgevano per cenno loro, e la università ricca di professori di ogni specie, il governo degli angioini fu uno de' più rovinosi.

2. Le lettere greche ci ricordano i nomi di Barlaamo calabrese, monaco basiliano, stretto di tanta amicizia e di studi al Petrarca, e l'altro Leonzio Pilato anch'egli calabrese che ottenne, per mezzo del suo discepolo Giovanni Boccaccio, una cattedra di lettere greche in Firenze dove lo ebbe ascoltatore per ben tre anni. Degli storici e dei poeti diremo due soli nomi, sebbene non mancasse un buon numero degli uni e degli altri. Domenico di Gravina e Niccolò Speciale descrissero i tempi de' primi Angioini, raccontando il primo le cose di Napoli, e il secondo quelle di Sicilia, dopo le stragi del Vespro. E furono poeti lodati in quel tempo Giovanni Barile e Marco Barbato, cari alla corte ed al re Roberto, del quale principe abbiamo già detto e celebrato il sapere in ogni disciplina, qualità che lo fecero rinomato nelle storie, più che il suo governo civile o le sue imprese guerriere. Ma avendo detto pocanzi il gran numero di edifici onde nel tempo degli Angioini si ornò la nostra città, non sarà inutile di annoverarne i principali. Sono questi la chiesa di san Lorenzo edificata sull'antico palazzo del Comune, quella di Santa Maria detta la Nuova in confronto di un' altra che aveva dovuto rimanere distrutta per le novelle fabbriche di caste! Nuovo, quella di san Domenico e l'altra di santa Chiara, e mirabile più di ogni altra quella? di san Martino de' Certosini posta sulla cima di un colle che? domina la città dal lato occidentale.

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Dei nomi di artisti che potremmo qui riferire basterà il famoso Masuccio che fu chiamalo II e tenuto al sacro fonte dall'altro dello stesso nome che abbiamo mentovato innanzi. Dico famoso, perché nella storia delle arti è considerato come autore di certe riforme le quali più tardi messe in opera ancora dal Buonarroti dierono grardissima celebrità a quest'ultimo. Per raccogliere in breve le molte cose che si potrebbero dire, aggiungiamo che in quanto a pompe esteriori questo regno degli Angioini non ebbe nulla ad invidiare agli altri stati d'Italia e quello principalmente in cui li avanzava era una numerosa armata che percorreva tutto il mare Mediterraneo. Ma a tutto questo dovevano bastare le sole imposte, che diventarono innumerevoli e furono esatte da uomini avari e rapaci. Ripetiamo che tutte queste fabbriche e questa pompa, considerando lo stato in cui venne condotto il regno fino agli Aragonesi, mostrano bene che gli Angioini ne accrebbero la grandezza esteriore ed apparente, ma estinsero in esso tutto quello che forma la grandezza vera e durevole degli stati.

CAPITOLO XV.

1344-1382

Giovanna I. Uccisione di Andrea. Venuta del re d'Ungheria. Convenzioni col re di Sicilia. Mariti di Giovanna fatta morire da Carlo di Durazzo.

1. Confidata da Roberto alla tutela della vedova regina Sancia, ottenne Giovanna con ogni solennità l'investitura ilei regno per mano del Legato Pontificio non avendo anfora varcato il sedicesimo anno. Non così il giovine marito Andrea, il quale non poteva né incoronarsi né assumere titolo di re prima de' ventidue anni, per antecedente disposizione di Roberto e che troviamo sempre mentovati nei pubblici atti di quel tempo col titolo di duca di Calabria. Sia per naturale avversione, sia per differenza di modi e di educazione, o piuttosto per le istigazioni di perfidi consiglieri, il vivere insieme divenne incomportabile ai due sposi.


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Uscita dalle più vili condizioni del volgo, erasi introdotta nel favore di Giovanna una trista femmina di Catania per nome Filippa, detta appunto la Catanese dal nome della patria. Era stata costei nutrice di un figliuolo del morto re, e quindi rimasta in corte ed unita in matrimonio ad un tale Raimondo Cabano uomo più vile di lei, giunse a tale altezza di vergognoso potere che fece creare il marito Gran Siniscalco del regno. L'animo di Andrea non meno debole ed inesperto che quello di Giovanna, era dominato dagli Ungheri venuti con esso in Napoli, e principalmente da un monaco nominato Roberto stato già suo maestro, ed ora divenuto suo consigliere. Onde i perfidi consigli di costui si aggiunsero all'indole rozza e fiera dell'Unghero, sul quale non avevano esercitato nessun potere né la temperata benignità del cielo d'Italia, né le eleganze e le forme della corte angioina dov'era cresciuto. Questi odi della corte, mirabilmente repressi mentre la regina Sancia seppe governare i primi anni della sua figliuola, vennero al colmo allorquando la madre si volle ritirare nella solitudine di un chiostro, scegliendo quello di santa Chiara. Avevano gli Ungheri ottenuto promessa di una bolla dal Pontefice in favore di Andrea per fargli prendere titolo di re, innanzi ch'egli arrivasse alla età stabilita da Roberto. Questa imminente concessione spaventò i signori napoletani, i quali, immaginando a che misura sarebbe giunto il potere del monaco Roberto dopo la incoronazione di Andrea, congiurarono ed affrettarono la morte del principe. Andato a dimorare con la moglie in Aversa, si sente nel più alto della notte destato dai suoi confidenti, i quali gli annunziano che Roberto era fuori, ed anelava di vederlo e conferire con esso alcune faccende rilevanti, per notizie testè recate da Napoli. Nell'uscire che fece dalla stanza gli venne gettato e stretto un laccio al collo e così ucciso, venne precipitato ignominiosamente il suo corpo da una finestra del palazzo ne' sottoposti giardini, dove rimase insepolto tre giorni, infino a che non lo tolse da quel luogo la carità di un sacerdote di casa Minutolo il quale gli dava cristiana sepoltura nel duomo napoletano (1345).

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Si mosse grandissimo rumore di questo assassinio; e sebbene Giovanna avesse comandato di procedere alle più severe ricerche per trovare i colpevoli, sebbene gl'imputati fossero stati puniti sollecitamente e con feroci torture e supplizi, pure non mancò chi sospettasse lei stessa, anzi la gridasse complice di questo avvenimento. E tanto più, quando ella fu veduta dar la mano di sposa a Luigi principe di Taranto suo parente, senza che avesse atteso per questi nuovi legami neppure le consuete dispense del Pontefice, un anno appena dopo l'uccisione di Andrea. La vecchia catanese col marito e col figlio furono strascinati e tormentati dal popolo mentre venivano condotti al patibolo, e molti baroni vennero per sospetti imprigionati, molti si celarono con la fuga.

2. Ma la notizia della morte di Andrea recata in Ungheria, concitò fieramente gli animi della reale parentela di quel principe, e Giovanna si vide obbligata a ripararsi in Avignone presso al Pontefice, quando seppe che il re d'Ungheria Ludovico veniva con numeroso esercito a vendicare la morte del fratello. Portava l'Unghero uno stendardo nero innanzi alle sue milizie, sul quale era istoriata la tragica fine di Andrea, per indicare la morte e la rovina delle quali erano apportatrici, e giunto in Napoli incominciò in fatti a punire gl'incolpati con supplizi e prigionie ( 1317 ). II duca di Durazzo ch'era figliuolo di un fratello di Roberto e nel cui ramo, detto de' Durazzeschi, andò a cadere la corona, siccome appresso vedremo, ebbe troncato il capo in Aversa, la moglie trovò scampo nella fuga, altri principi reali furono inviati prigionieri in Ungheria, e Ludovico dopo il quarto mese ritornò ne' suoi stati, lasciando ad un suo vicario l'amministrazione del regno. Ma i Napolitani insofferenti di questo giogo: richiamarono ed accolsero nuovamente Giovanna; ed il Pontefice, che aveva già sanzionato e benedetto il suo matrimonio con Luigi di Taranto e letto il processo per la uccisione di Andrea, solennemente dichiarò innocente la regina, la quale fece ritorno ne' suoi stati. Si combatté contro gli Ungheri, e contro Ludovico, eh' era ritornato in Napoli per sostenersi nel novello dominio; ma finalmente venne fermata la pace, i principi prigionieri furono restituiti alle loro famiglie, e Giovanna incoronata col marito Luigi il quale assunse titolo di re (1351).

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In questo mezzo le discordie che agitavano la Sicilia fecero sembrarle opportuna l'occasione di ricuperarne il dominio, anzi invitati dal conte di Chiaromonte uno de' principali baroni dell'isola, vi andarono entrambi, la regina e il marito, dopo che una piccola armata anticipatamente spedita colà, era riuscita a guadagnare una buona parte delle città siciliane. Ma le turbolenze del regno di qua dal Faro li richiamarono in Napoli, ed ultimo frutto di questa guerra interrotta e ricominciata non fu altro che un trattato col giovine re di quell'isola, Federico, rimasto nel possesso della Sicilia, il quale si obbligò ad un annuo tributo verso la corte di Napoli e ad un certo numero di armati e di galere che doveva prestare nelle occasioni di guerra. A due altri mariti si congiunse Giovanna in terze e quarte nozze, dopo aver perduto Luigi di Taranto, perché essendogli morto indi a pochi anni il terzo marito, che fu un principe della casa di Aragona, sposò Ottone di Brunsvic. Il regno di Giovanna non fu mai tranquillo, per le frequenti cospirazioni de' baroni, per le discordie di famiglia, e per le sconsigliate guerre tutte rivolte al racquisto della Sicilia; ma le ultime amarezze vennero a lei da Carlo di Durazzo, che in mancanza di figliuoli aveva ella nominato suo successore, siccome marito di una sua nipote. Ora a potere comprender meglio le cagioni, si vuol sapere che nello scisma avvenuto fra la chiesa di Roma e quella di Avignone la regina erasi mostrata favorevole a Clemente Antipapa, per la qual ragione commosso ad irat il Pontefice Urbano VI, concesse l'investitura a questo Carlo di Durazzo il quale senza attendere che il tempo e la morte della sua benefattrice lo mettessero in possesso di un regno a lui già destinato, si mosse come nemico contro di lei (1381). Ed era questo Carlo nipote all'altro dello stesso nome che fu fatto morire in Napoli, quando il re di Ungheria era venuto a vendicare l'uccisione di Andrea. Giovanna sorpresa dell'inaspettato assalto inviò con gli armati da lei raccolti il marito Ottone, ma furono sventurate le armi di costui, ed ella si riparò in castel Nuovo, ove indignata di tanta ingratitudine, nominava erede Luigi d'Angiò fratello del re di Francia, ed attese i soccorsi a lui domandati, che giunsero troppo tardi, alla infelice regina. Condotta per comando di Carlo nel castello di Muro in Basilicata, ivi rimase prigioniera circa un anno,

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e finalmente fu condannata a morire della stessa morte che Andrea (1382).

L'ingegno fu in lei pari alla bellezza e leggiadria della persona, e fu regina forse più sventurata che colpevole, se consideri la debolezza del sesso e la giovanissima età nella quale venne a regnare. Ma le leggi che furono pubblicate durante il suo regno in torno al commercio possono dirsi superiori ai tempi; e tanti furono i favori conceduti ai commercianti in Napoli, che questi vi concorsero da tutti gli altri stati d'Eurapa, occupando molte contrade della città le quali conservano anche oggidì il nome di catalana, francese e genovese, se condo la diversa nazione dei commercianti che in quel tempo le abitarono.

CAPITOLO XVI.

1382-1414

Carlo

di Durazzo Vin Ungheria. Gli succede Ladislao. Suoi pensieri sull'Italia. Incoronato in Roma. Avvelenato in Perugia.

1. La seconda adozione fatta da Giovanna per la quale era chiamato a succedere Luigi di Angiò, suggerita più da passeggiero dispetto di femmina che da maturo consiglio di regina, involse nei più deplorabili turbamenti il regno di Napoli. Su questa adozione principalmente fondava la real casa di Francia i suoi dritti sul regno, dritti che furono combattuti lungamente e con diversa vicenda, siccome vedremo, infino a che la fortuna delle armi non diè la corona alla casa aragonese. Luigi d'Angiò discese nel regno con molto esercito, e dopo leggiera resistenza occupò una gran parte delle terre di qua dal Faro, giungendo fino alle vicinanze di Napoli; ma la morte venne ad interrompere il corso delle sue vittorie, e l'esercito francese rimasto senza condottiero, fece ritorno in Francia (1384). Così liberato da questo primo nemico, ebbe il nuovo principe Carlo di Durazzo a sperimentare avverso il Pontefice romano, il quale scontento del suo governo, tentò di ammonirlo da prima, e poi di sgomentarlo con minacce e scomuniche, parendogli che volesse sottrarsi a quella devozione e soggezione che i precedenti principi della sua casa avevano serbata verso la Santa Sede alla quale si tenevano debitori dello stato.

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Ma questo Carlo non era facile a sgomentare. Comandò che le sue forze andassero in Nocera e s'impadronissero della città, del castello e della persona propria del Pontefice, il quale erasi co' suoi Cardinali fermato a dimorare in quella terra, feudo già conceduto dagli Angioini ad un suo nipote. La prudenza lo consigliò, e vari signori del regno lo aiutarono a fuggirsi in Genova per via di mare. E così morto Luigi, lontano il Pontefice, non sembrando a Carlo di aver più null'altro a temere, almeno per breve tempo, si consigliò di recarsi in Ungheria a prendere la corona di quel regno. Ebbero tutti gli Angioini e Durazzeschi questo istancabile desiderio ed ambizione di conquistare e reggere molti regni, invece di attendere a ben governare un solo, sembrando loro più difficile e più meritevole di lode il conquistar molto che il ben governare. Morto adunque Ludovico d'Ungheria, quel medesimo che noi vedemmo in Napoli venuto a vendicare la morte di Andrea, era pervenuta la corona a Maria figliuola sua primogenita, perché Ludovico era morto senza prole maschile. Invitato da pochi signori di quel regno, parve cosa facile a Carlo di prendere un'altra corona, e la giovine regina e la madre accolsero con simulata letizia il loro reale parente, mostrandosi apparecchiate a cedergli il governo dello stato; ma nell'entrare ad una festa data nella reggia, venne Carlo assalito e trafitto da vari sicari celati a questo fine, e terminò poi la vita in durissimo carcere nell'età di quarant'anni(1386). Fu privato del regno in quello stesso modo tenuto da lui verso la sua benefattrice Giovanna, e pagò col proprio sangue la insaziabile avidità di maggiore grandezza. Fu il terzo di questo nome fra i re di Napoli; d'animo valoroso, e bello di persona sebbene non alta, onde fu cognominato il Basso, e detto anche Carlo della Pace, non per amor della pace ch'egli non ebbe giammai, ma per avere una volta fermata la pace tra l'Ungheria e la Repubblica di Venezia. Lasciò due figliuoli in Napoli, Ladislao e Giovanna, i quali l'uno dopo l'altro vennero al trono.

2. Ladislao dell'età di dieci anni incominciava a regnare sotto la tutela della madre, la quale ebbe animo e senno B da saperlo difendere dagli assalti dell'esercito francese che veniva a riporre sul trono l'ultimo rampollo degli angioini, Luigi.

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Ella si rinchiuse coi due fanciulli tra le mura di i Gaeta, prevedendo le aspre guerre dei due partiti, de' quali il più potente e numeroso era quello che richiamava al trono il lontano Luigi. Mancandole frattanto alla difficile impresa il principale sostegno dell'oro, non le spiacque di unire in matrimonio a Ladislao, la figliuola di un dovizioso barone siciliano, Costanza di Chiaromonte, la quale apportatrice di ricchissima dote servì di sostegno alle pretensioni ed alle armi del marito. Costei era serbata ad essere vittima d'ingratitudine, perché fu allontanata nuovamente dalla reggia dopo due anni di male augurato matrimonio, e. con rara virtù di donna seppe tollerare quattro anni di miseria, privata non solamente delle pompe del trono, ma delle stesse cose più necessarie alla vita. Luigi d'Angiò rimasto breve tempo in Napoli, e riconosciuto re da più che mezzo regno, fu di nuovo costretto a ritornare in Francia per tradimento de' baroni, e per poco vigore di animo nel sapersi mantenere in quello stato (1400). Allora l'animo feroce ed ambizioso di Ladislao rassicurato dalla tema di quel solo rivale che avesse, non si diede altro pensiero che li stendere e dilatare il suo dominio sull'Italia, e quindi fu la sua vita una continua guerra con le provincie italiane. Invitato ancor egli a prendere la corona di Ungheria, si era mosso a quella volta, ma le forze apparecchiate contro di lui lo fecero retrocedere. Intanto le conquiste disegnate sull'Italia che sedeva in cima dei suoi pensieri più ambiziosi che maturi, trovarono i primi ostacoli nella Toscana, alla quale erasi rivolto ostilmente, dopo essersi impadronito di Roma. Perocché nelle discordie religiose sorte fra la Chiesa di Roma e quella di Avignone, sede del Pontefice, egli sotto colore di voler prendere le parti del popolo romano, era corso a Roma con un esercito di quindicimila cavalli ed ottomila fanti, aveva occupato castelsant'Angelo e postovi un presidio napolitano, incominciando a mischiarsi di governo e facendosi incoronare solennemente re dei Romani. Questo non gli bastava: voleva egli l'Italia per sè, e la voleva tutta quanta dalle Alpi alla Sicilia, ed usava ripetere assai sovente quell'antico detto: o Cesare o nulla, che portava scritto sulle sue insegne (1409).

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Ardite opposizioni gli mossero i Fiorentini già sgomentati da tanto impeto di fortuna, collegandosi col Pontefice e richiamando Luigi d'Angiò. Mentre che Ladislao si apparecchiava in Perugia a novelli assalti, le insidie e il tradimento fecero quello che le armi in aperto campo non avevano potuto. Un medico perugino non ebbe orrore di fare infame stromento di questo assassinio una sua figliuola, e per un veleno apprestatogli da costei, il re si vide condotto agli estremi di vita. Venuto a Napoli quasi morente, terminò i suoi giorni in castel Nuovo nell'età di anni trentanove, ed ebbe funerali splendidissimi a lui celebrati dalla sorella Giovanna, e magnifico monumento che puoi vedere nella chiesa di san Giovanni a Carbonara. Non fu amato dai suoi popoli ch'egli aveva oppressi di nuove gravezze; e se aveva levato nome di guerriero, ei fu veramente guerriero di poco consiglio, e di molto ardire ed ambizione: e questa ambizione che Io agitò in tutta la v ita e che parve quasi lasciatagli in retaggio dal padre, non mirava che al solo fine di soddisfare i suoi immoderati desideri, ai quali voleva giungere per qualunque mezzo, anche d'ingratitudine, di tradimento e d'inganno.

CAPITOLO XVII.

1414-1421

Giovanna II. Suoi favoriti. Il marito Giacomo fa uccidere Pandolfello e poi fugge in Francia. Giovanna nomina suo successore Alfonso di Aragona.

1. La gloria acquistata da Ladislao in trenta anni di regno irrequieto, fu passeggiera come le opere e le conquiste fatte da lui. Aveva voluto fondare un governo militare, ed aveva chiamati a' suoi servigi con grave spesa i più celebrati capitani di ventura de' giorni suoi, accresciuto sconsigliatamente il numero de' baroni, venduto gran numero di terre di coloro che si erano dichiarati avversi alla sua parte, e tutto per raccoglier danaro ai bisogni della guerra; ma non volle darsi un pensiero dei perfetti ordini civili, i soli che possono rendere vigorosi e durevoli gli stati.

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Alla morte di Ladislao, il numeroso esercito che aveva obbedito ai suoi comandi quasi tutto si disciolse, e quelle parti di governo da lui lasciate in abbandono non potevano certamente risorgere sotto il regno di Giovanna, la quale non aveva alcuna virtù di donna né di regina. La vita licenziosa di Ladislao non era stata uno sterile esempio ai primi anni della sorella, la quale sebbene fosse andata moglie a Guglielmo figliuolo di Leopoldo duca di Austria, era ritornata ben presto, per la morte del marito, alla corte di Napoli. Venuta al trono giovine e vedova, si abbandonò interamente ad un vivere ozioso e dissoluto, ed il regno fu sempre più tormentato che governato dalla cupidità ed alterigia dei suoi cortegiani, fra quali il primo fu Pandolfello Alopo suo coppiere, che venne innalzato da lei sull'ufficio di Gran Camerario; uomo di persona bellissima, ma di animo superbo e malvagio. Costretta quasi dal voto universale a strinare novelle nozze, ella trascelse un principe della casa di Francia, Giacomo di Borbone, il quale venuto nel regno volle punire l'infame Pandolfello, facendolo pubblicamente privare del capo nella piazza del mercato (1415). Fece anche imprigionare Muzio Attendolo uno dei famosi capitani di ventura rimasto ai servigi di Giovanna dopo la morte di Ladislao, e prima rivale, e poi divenuto amico e partecipe alla potenza di Pandolfello. Costui era stato cognominato Sforza per la gagliardia del suo braccio, nome che rimase ai suoi discendenti; ed il suo figliuolo Francesco Sforza fu quello che avendo ereditati i molti beni paterni, e sposato l'ultima discendente dei Visconti di Milano, assicurò alla sua casa il dominio di quel ducato. né fu Giacomo meno rigoroso con la moglie che non fosse stato con que' due favoriti, avendo cambiata tutta la corte di lei, e messi a guardia della sua persona tutti i suoi Francesi, privandola quasi in ogni cosa del potere sovrano. Ma lo stato infelice e la troppo severa punizione fatta della regina commossero i Napoletani, che tutti quanti uniti si sollevarono, richiamandola a regnar libera e sola. Allora ella volle che tutti i Francesi venuti col marito uscissero dal regno, richiamò Sforza dalla prigione all'ufficio di Gran Contestabile, ed il marito fu messo sotto una tale custodia che poteva dirsi una vera prigionia, anche più stretta e severa di quella che aveva sofferta la regina.

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Giacomo non ebbe altro scampo per involarsi a questi oltraggi, se non invocare la mediazione del Pontefice Romano, per la quale gli fu conceduto di partire dal regno dopo quattro anni di matrimonio, e ritornare in Francia, ove si rinchiuse in un convento e morì sotto l'abito di san Francesco (1419). A Napoli intanto l'animo dello Sforza aveva sempre nuove ragioni di sdegno contro la regina, e siccome era stato rivale un tempo di Pandolfello, ora diveniva rivale dì Sergio Caracciolo conosciuto col nome di Sergianni, nome che ha lasciato una funesta celebrità nella storia napolitana. Domo di bellissimo aspetto, nato di famiglia illustre napolitana, aveva avuto grandissima parte nella liberazione della regina, ed era entrato nei favori di Giovanna, la quale memore in gran parte dell'opera spesa per lei, lo aveva nominato Gran Siniscalco. Lo Sforza sdegnato dei portamenti della regina, e dividendo con tutto il popolo l'abborrìmento contro il Caracciolo, consigliò Luigi Angioino che venisse a conquistare il regno, e fu egli medesimo nominato condottiero dell'esercito che doveva condurlo al trono. Allora Giovanna credendo con questo di allontanare il vicino pericolo, nominò suo erede e successore Alfonso di Aragona che aveva a quei giorni il dominio della Sicilia.

2. Dopo Pietro d'Aragona venuto al regno di Sicilia, come vedemmo, per le stragi del Vespro, avevano regnato su quell'isola i principi secondogeniti di quella casa, perocché i primogeniti eran chiamati sempre alla successione di Spagna. A Pietro era succeduto il suo secondogenito Giacomo, ed a costui chiamato in Aragona era succeduto fattro fratello Federico. Il regno di questi primi Aragonesi fece risorgere per poco la Sicilia ad una vita novella. Divenne ordinata nell'interno per benefiche leggi, temuta al di fuori per le armi; le sue bandiere sventolarono riverite sul Mediterraneo; ebbe guerrieri famosi, i quali incutevano timore agli Angioini di Napoli, agli Africani, agli stessi imperatori d'Oriente. Moriva benedetto Federico, e gli succedeva sul trono Pietro II, e quindi, l'un dopo l'altro, i figliuoli Luigi e Federico III, a cui per difetto di prole maschile suecedeva la figliuola Maria. Costei dopo quattro anni lasciava il regno a Martino I il quale non avendo avuto figliuoli chiamava erede il padre ch'ebbe lo stesso nome e riunì sul suo capo la corona di Sicilia a quella di Aragona.

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Onde questo Martino fu il primo aragonese che governasse la Sicilia per mezzo di luogotenenti, siccome fecero dopo di lui i suoi successori Ferdinando ed Alfonso, quello appunto chiamato da Giovanna al trono napolitano. Dopo i tre primi Aragonesi, tutti questi altri principi da noi mentovati più volte per le loro discordie con gli Angioini di Napoli, non avevano deposta giammai la corona dell'isola, siccome promettevano sempre per novelli trattati; ma essi avevano regnato sempre infelicemente, agitati dalle discordie e dalle guerre civili che spesso insanguinarono quelle provincie.

CAPITOLO XVIII.

1421-1442

Venuta di Alfonso. Uccisione di Sergianni Caracciolo. Altra adozione di Giovanna in favore di Luigi d'Angiò e poi di Renato ultimo re angioino.

1. Mentre stringeva lo Sforza di assedio la città di Napoli, fu chiamato dalla regina un altro valoroso condottiero di eserciti, Braccio di Montone che ruppe quello di Sforza e fece strada ad Alfonso, il quale giunse in Napoli indi a poco e vi fu accolto e festeggiato (1421). Poco durevoli furono queste tenerezze di Giovanna, che per suggerimenti del Caracciolo entrò in sospetto di Alfonso, sembrandole eh' egli si volesse comportare troppo da re, e non già da principe e soggetto, non avendo sdegnato di ricevere omaggio dai baroni del regno. La regina deliberata di non più vederlo, si rinchiuse in castel Capuano, come fece Alfonso in castel Nuovo donde incominciò a spiegare manifestamente autorità di assoluto signore. Allora da Giovanna fu richiamato lo Sforza, rivocata l'adozione di Alfonso, adottato Luigi di Angiò, e così incominciarono i capitani dell'uno e dell'altro partito a combattere in varie provincie del regno, la cui tranquillità veniva turbata dall'animo irrequieto di una femmina se non sempre malvagia, sempre certamente debolissima ed incostante.

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Aveva Sergianni ottenuto il principato di Capua; ma voleva quello di Salerno, e voleva il ducato di Amalfi. Negati dalla regina, infiammarono per modo l'insolente favorito, che la ricolmò di villanie, e forse, come vogliono alcune storie del tempo, la percosse audacemente sul viso. Giovanna raccontando con lagrime d'ira e dispetto l'insulto alla duchessa di Sessa, trovò in costei una sollecita e troppo animosa vendicatrice. perché nemica del Caracciolo, aveva da gran tempo fatto giuramento di perderlo, ed ora ottenuto dalla regina l'ordine di arrestarlo, mandò di concerto con molti baroni a trucidare il Siniscalco nella propria casa, adducendo come scusa del delitto non comandato dalla regina, che il Caracciolo ribelle ai voleri sovrani, si era mosso a mano armata contro gl'inviati della sua signora, i quali erano stati costretti per difesa loro ad ucciderlo (1432). Mostrò Giovanna molto dolore di questa uccisione; ma il suo dolore non le vietò di comandare che tutti i beni del Caracciolo venissero confiscati, che fossero imprigionati ed esiliati tutti i suoi figliuoli. Sopravvisse tre anni soli alla morte del Caracciolo, ed essendo trapassato Luigi di Angiò, fu da lei nominato alla successione il fratello di Luigi, per nome Renato (1436). Ella visse settantacinque anni, e contò venti anni di regno. Trovò lo stato certamente in pessime condizioni, ma nulla fece per migliorarlo; e il solo provvedimento alquanto lodevole della sua amministrazione fu quello di aver voluto o tentato di riformare in gran parte il procedimento giudiziario con novelle leggi, che furono per suo cenno raccolte insieme col nome di Riti della Gran Corte della Vicaria.

2. Trovandosi Renato prigioniero presso il duca di Borgogna, inviò la moglie Isabella a reggere in suo nome le cose in Napoli, e fu lodatissima la breve amministrazione di questa regina, la quale dopo tre anni la ripose nelle mani di Renato. Egli fu conosciuto col nome di Buono, e pochi principi ebbero veramente miglior cuore e migliore ingegno di lui; ma nessuno credo che fosse tanto poco avventuroso nelle vicende della sua vita. Gli apparteneva per successione della moglie il ducato di Lorena che la sorte delle armi gli fece perdere. Chiamato al regno di Aragona, non fu meno infelice nel far valere le sue ragioni.

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Il regno di Napoli gli fu egualmente rapito per sempre, dopo varie vicende di guerra, ed Alfonso avendo guadagnate molte terre, compiè la bramata conquista, entrando furtivamente in Napoli coi suoi soldati per mezzo di un acquidotto (1441). Renato fuggiva in Firenze, e dopo aver errato qualche anno, si ritrasse in Provenza, ove non volle darsi altro pensiero di regno, e si rivolse agli studi che furono suoi compagni per tutto il rimanente della sua vita. Veggonsi ancora oggidì nelle chiese di Provenza alcuni suoi dipinti, e diverse opere ci rimangono da lui dettate. Un suo manoscritto si conserva nella biblioteca reale di Parigi sulle cerimonie di cavalleria, e furono pubblicati per la stampa un suo Trattato fra il cuore e l'anima devota, e l'Ingannato della Corte, opera dalla quale apparisce senza velo il candore di quell'anima nobilissima: in essa intende l'autore a tener desti i giovani sulla malvagità e sulle insidie delle corti (1442). Con la fuga di Renato ebbe line il dominio de' primi e secondi Angioini durato centosettantadue anni. Non dirò che le provincie, ma che la città di Napoli ebbe obblighi grandissimi agli Angioini, i quali la ornarono di chiese e monumenti, essendo stati larghi nello spendere e fastosi nelle pompe della loro corte. Fra queste pompe amarono principalmente quelle della cavalleria, come i torneamenti e gli altri esercizi e simulacri di guerra che furono carissimi a questi principi come ai loro successori aragonesi. Ma costarono ben care ai popoli queste grandezze e pompe esteriori, e non fu alcuna dinastia che li aggravasse d'imposte e li tormentasse quanto questa degli Angioini.

CAPITOLO XIX.

1344-1442

Stato infelice della coltura sotto gli ultimi Angioini del ramo di Durazzo. Decadenza della marina. Scienze, Lettere, Belle Arti.

1. Dopo quello che abbiam detto intorno ai primi Angioini, non potremmo aggiunger nulla intorno agli altri della casa di Durazzo, se non qualche cosa più trista intorno alla maggior decadenza nel regno.

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Né si poteva attendere altro da un ambizioso ed ingrato quale fu Carlo, da un ardilo e sconsigliato guerriero come fu Ladislao, e neppure dai costumi disordinati di una infelice regina. I mali crebbero tutti, e anche quel poco di gloria che ebbe la bandiera napoletana sotto i primi re di questa dinastia disparve pienamente sotto gli ultimi. La regina Margherita madre di Ladislao due sole galee potè mantenere in Gaeta quando si era ritirata in quella fortezza, per difendersi dagli assalti dell'esercito angioino di Luigi; e due sole ne poteva armare il figlio, anzi allorquando fece un estremo sforzo nell'ultima impresa di Roma, non bastò a metterne in punto più di otto, facendo vilissimo e rovinoso mercato di feudi, di uffici, di privilegi per ricavarne oro alla guerra. Nessuno degli Angioini, senza escluderne lo stesso fondatore Carlo, fece traffico più vergognoso di Ladislao. Anzi, dice uno storico del tempo che egli univa alla malvagità lo scherno, e vendè i gradi di cavaliere a gente pessima, e giunse talvolta a concedere per prezzo di oro sopra una stessa terra diversi privilegi ed autorità a persone diverse. Se nei passati regni abbiamo annoverati i soli nomi degl'illustri giureconsulti, ci asteniamo dal farlo per questi Durazzeschi, non essendosi levato alcun nome che porti il pregio di essere nominato nella storia. E il tempo de' Durazzeschi non ebbe né giureconsulti, né leggi, né istituzioni novelle sulle quali ci dobbiamo fermare, se non fossero i Riti della Vicaria raccolti da Giovanna, e la istituzione de' Collegi dottorali. I primi non sono altra cosa se non alcuni provvedimenti intorno all'ordine de' giudizi ed ai doveri de' giudici, dettati senza un pensiero comune, raccolti senza ordine, e mescolati gl'importanti agl'inutili. I collegi de' dottori fecero parte dell'università degli studi e furono istituiti per esaminare a chi potesse competere la facoltà di esercitare giurisprudenza e medicina.

2. Degli studi letterari e scientifici non accade far parola, perché furono poverissimi e non diedero alcun nome veramente famoso. Ma vogliamo dire, come cosa che potrà piacere per novità, che nello stesso anno e nella stessa Salerno vissero tre donne dottorate in medicina, e scrissero trattati, ed insegnarono pubblicamente: Costanza Calenda, una tale Abella di cui non troviamo notato il cognome, e Truttula di Ruggiero.

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Così le lettere greche non si poterono dire spente, ma sempre tanto ne rimase da farle rifiorire più vigorose che altrove, quando giunsero i Greci di Costantinopoli, sotto gli Aragonesi. Nelle arti belle nomineremo tre soli artisti che divennero illustri per tutta Italia. Andrea Ciccione scultore ed architetto, studiò sotto Masuccio e lasciò molte opere che sarebbe lungo di nominare, onde nominiamo soltanto il sepolcro di Ladislao fattogli innalzare da Giovanna II. L'altro è Niccolantonio del Fiore nato in Napoli, che fu uno de' restauratori della pittura in Italia, e sul quale le storie delle arti hanno avuto occasione di lungamente disputare, perché alcuni lo vollero primo introduttore della pittura ad olio. Mentoviamo infine Antonio Solario abruzzese, dello lo Zingaro perché esercitava in origine il mestiere di fabbro, col quale soprannome viene indicato in tutte le storie pittoriche. Egli fu discepolo di Niccolantonio, ma fu discepolo tale che giunse a superare il maestro.

CAPITOLO XX.

1282-1442

Compendio degli avvenimenti di Sicilia dopo il Vespro. Governo de' principi aragonesi e loro leggi. Riassunto delle cose narrate.

1. Quando l" isola di Sicilia ebbe scosso il giogo degli Angioini e fu venuta in potere degli Aragonesi, incominciò non solamente a respirare de' passati mali, ma ad acquistare un certo splendore di grandezza e potenza. Si è ne' passati capitoli accennato brevemente quali fossero i re di quella casa venuti al trono l'un dopo l'altro, e le loro discordie con la casa che regnava in Napoli; ma non avendo potuto per ragion di chiarezza raccontare ad un tempo medesimo i fatti interni dell'isola con quelli del regno di Napoli che formavano due stati separati, ne diremo poche parole innanzi di chiudere il primo libro del nostro racconto. Il regno di Sicilia governato prima da Pietro d'Aragona e poi dai figli di lui Giacomo (1286) e Federico (1296) che gli succederemo sul trono, ebbe da questi tre principi leggi sapientissime e provvedimenti vigorosi che lo fecero temuto e potente.

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Le Assemblee Generali, alle quali venivano chiamati i baroni, il clero e le città dell'isola rappresentate dai loro sindaci, ebbero periodiche adunanze annuali, ebbero facoltà d'imporre le tasse e di scompartirle ai bisogni. La giustizia fu amministrata per mezzo dei magistrati regii, i quali furono frenati da opportune leggi nell'esercizio delle loro funzioni; e il fisco che raccoglieva le imposte non fu rapace ed insaziabile come era stato quello degli Angioini. Le guerre che turbarono questi primi anni degli Aragonesi in Sicilia furono tutte esterne, e tutte rivolte contro i signori di Napoli. Ma le guerre interne incominciarono a tormentarla e spensero in essa ogni vita sotto i regni di Pietro li, di Lodovico, di Federico III, e di Maria regina. Dicemmo altrove che i baroni crebbero sempre di potere in Sicilia, il qual potere durò in quell'isola quando già nel regno di qua dal Faro era rimasto quasi solo di nome. Ed in fatti venuto al regno Pietro li e poi i successori mentovati di sopra, tutti deboli e poco atti a regnare, s'incominciarono ad avversare insieme i più ricchi e potenti dell'isola, ai quali si aggiungevano seguaci i meno ricchi e potenti, dividendosi in contrarie fazioni. La prima era diretta dai Ventimiglia conti di Ceraci, l'altra da' Chiaramonti conti di Modica. Costoro tutti cresciuti in ricchezza smisurata dopo la venuta dell'Aragonese, armando eserciti e fortificando i molti castelli che possedevano, si consumavano fra loro in una guerra civile che durò anni molti. In tutto questo tempo i re si piegavano ora in favor degli uni ora degli altri; ma questa vicenda era peggiore, e i partiti divenivano più feroci ed avversi. Per questo una delle parti, quella dei Chiaramonti, spinta in esilio, invitò gli Angioini come abbiam detto sotto il regno della prima Giovanna, ed una gran parte dell'isola si dichiarò per essa. Per questo ancora dalla famiglia de' Chiaramonti uscì quella infelice regina che abbiam veduta chiamata alle nozze di Ladislao, parendo alla casa di Napoli che quella moglie oltre alla ricchezza della dote avrebbe potuto ricondurre agli angioini il sospirato dominio dell'isola. La qual cosa non avvenne se non sotto un'altra dinastia. La regina Maria figlia

Federico III recò il titolo di re insieme con la sua mano al giovine Martino figlio del duca di Montalto e nipote al re Giovanni d'Aragona (1390).

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In compagnia di questo Martino I ella regnò sulla Sicilia tino alla morte, lasciando per altri nove anni il governo al marito, Principe lodatissimo per grandi beni portati alla Sicilia, quanto gli fu possibile, la quale, mercè la fermezza del suo volere, si vide liberata dalla guerra civile, alleviata delle gravi imposte, pacificata con le potenze nemiche. Ultimo re di questa casa fu Martino II padre di costui; e venuto a morire nel breve termine di dieci mesi, rimise ne' baroni di Sicilia e di Aragona la elezione di un re novello il quale fosse della sua casa, e così venne eletto Ferdinando infante di Castiglia e figliuolo di una sorella del vecchio Martino (1410). La regina Bianca vedova di Martino ebbe missione di governare la Sicilia in qualità di luogotenente generale o vicaria del figlio, nelle quali funzioni le successe di poi un altro principe della casa reale. Ma nessuno de' due passarono tranquilli e pacifici i giorni del loro potere, e l'isola che per antico desiderio voleva essere governata da un principe proprio, non voleva rassegnarsi, ed i baroni si levarono in armi.

2.

Questi baroni abbiamo già detto quanto fossero patenti in Sicilia, e vedremo quanto la feudalità rimanesse tenacemente ferma in quella terra, anche quando nelle altre parti d'Italia incominciava a cadere. Fra i più ambiziosi che la storia ci racconta fu Bernardo Caprera Gran Giustiziere sotto il defunto Martino, il quale agitò tutta l'isola e voleva esserne al governo, prima per l'alto ufficio che lo faceva credere legittimo rappresentante della dinastia aragonese, e poi come marito ch'egli voleva divenire della regina Bianca. Tutti questi sollevamenti siciliani non bastarono ad altro che a far regnare l'anarchia e la guerra interna, ed avremo occasione di vederne terribili esempi mossi sempre dai baroni, i quali non furono abili a fondare giammai nessuna cosa durevole in quell'isola, ma solamente a dilaniai la. Ed avevano benissimo il potere di far ciò, perché in alcune case nobili dell'isola si erano riunite non solo immense ricchezze, come a dire nei Chiaramonti, nei Geraci, negli Alagona, ma tutte le più alte cariche dello stato erano divenute ereditarie nelle loro famiglie.

Questi poteri infiniti si esercitavano con ogni modo di corruzione, non dico sul basso popolo ch'era poverissimo,

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ma sugli stessi magistrati; e quando venivano al regno principi deboli, difficilmente si potevano mantenere sul trono senza l'aiuto delle forze straniere. Finalmente venuto a morire Ferdinando dichiarò solennemente che la Sicilia fosse inseparabile dal regno di Aragona, e cosi fosse governata per mano di viceré, onde la Sicilia incominciò a fare tristissimo esperimento del governo viceregnale, prima del regno di qua dal Faro. La stessa cosa volle confermare Alfonso figlio e successore di Ferdinando; anzi quando fu venuto al regno, richiamò dall'isola il fratello Giovanni, e mandò a queste funzioni un viceré di famiglia privata (1416). E cosi diciamo, anzi ripetiamo, che dopo le dinastie sveva e normanna la Sicilia ebbe brevi periodi di prosperità, ma generalmente si può dire che piegasse a decadenza sempre maggiore. Non le mancarono in aiuto le qualità personali e l'energico volere di alcuni principi; ma le riforme tentate dai buoni principi non sopravvivono ad essi, quando si debbono imporre e mantenere con la forza.


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CAPITOLO XXI.

1442-1458

Aragonesi.

Alfonso I. Sicilia riunita al regno di Napoli. Virtù di Alfonso e suo governo. Sua morte. La Sicilia nuovamente si divide dal regno di Napoli.

1. Anteponeva Alfonso come sua dimora la città di Napoli a tutte le altre città dei suoi domini, ed incominciarono fin dal primo giorno del suo regno quelle opere provvide e generose che fecero cosi chiaro il suo nome, non essendo stato egli inferiore per valore ed intelletto né a Ruggiero normanno, né a Federico svevo. Fu egli il fondatore di quel supremo tribunale che dall'edificio di santa Chiara ©ve soleva convenire ebbe il nome di Consiglio di santa Chiara. Era destinato a ricevere i reclami contro le decisioni della Gran Corte, ed era inappellabile, e preseduto dallo stesso re o da un principe della famiglia. né solamente giudicava sulle decisioni della Gran Corte,

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ma di tutti i tribunali del regno, ed anche di Aragona e di Valenza, avendo levato in breve un tal grido di giustizia e di sapere, che fu richiesto il voto dei suoi giureconsulti da tutte le nazioni di Europa. Ricompose il tribunale detto della Regia Camera, ordinando un novello metodo di esigere le imposte. Divise il regno in dodici provincie, e gran numero di privilegi concesse alla città di Napoli ed a varie altre del regno. In queste continue concessioni di privilegi fatte ad una città in preferenza delle altre, ovvero ad una classe di uomini più che ad un'altra, consisteva a quei giorni fa grandezza e la potenza regia. Crediamo opportuno di notar questo ai nostri lettori, per notare la diversità del tempo antico dal nostro nel quale la giustizia e i favori de' principi giusti debbono scendere del pari sopra tutte le città de' loro domini e sopra tutti gli ordini diversi de' cittadini. Alfonso fu principe splendido e generoso, ed ornò la città capitale di molti edilìzi, ampliando il porto e l'arsenale, e fortificando di torri il castello Nuovo che si chiamano oggi ancora le torri aragonesi. Amico degli studi cercò sollievo alle cure dello stato nelle opere dei sommi scrittori, e particolarmente degli storici latini, fra i quali Tito Livio formava la sua delizia. Accolse alla sua reggia i più famosi ingegni dell'età sua, e principalmente quei Greci i quali fuggendo dalla presa di Costantinopoli (l453), trovarono nelle corti de' Medici di Firenze, degli Sforza di Milano e degli Aragouesi di Napoli ospitale accoglienza, e ravvivarono nell'Italia i germi dell'antico sapere.

2. Ma non fu minore la gloria militare da lui acquistata, e condusse egli medesimo le sue milizie per ricuperare al Pontefice le terre della Marca, e potente soccorso inviò al duca di Milano infestato dai Genovesi e dai Fiorentini; per i quali fatti non era principe italiano che non avesse cara la sua amicizia. Sole e non lievi colpe della sua amministrazione furono le imposte accresciute per bastare alle profusioni della corte, e le concessioni fatte ai baroni, i quali crebbero di numero e di potenza, e furono sotto i suoi successori la principal cagione di rovina a questa casa aragonese. In un general parlamento da lui tenuto (1443) concesse loro la giurisdizione criminale nei loro feudi, e così fece tornar vane le provvidenze di Ruggiero e di Federico,

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i quali avevano stabiliti magistrati e visitatori delle Provincie, appunto perché i popoli venissero da costoro giudicati, e rinfrancati dalle oppressioni dei feudatari. Vogliono che queste sconsigliate concessioni mirassero ad ottenere dai baroni la conferma del suo figliuol naturale Ferdinando in erede e successore, odiato grandemente dal popolo e dai signori, perché già dava manifesti indizi di quella crudeltà che lo fece così temuto durante il suo governo. Alfonso fu denominato il Magnanimo, e prima della sua morte (1548) chiamato a sè Ferdinando volle consigliarlo a due cose: non voler conferire gli uffici agli spagnuoli o ad altri stranieri, ma solamente ai napoletani, ed aver cara la pace sopra qualunque altra gloria guerriera. Ed avvenne per la sua morte che le terre di qua dal Faro si dividessero dalla Sicilia, avendo egli lasciato al suo figlio Ferdinando il regno di Napoli, ed al suo fratello Giovanni quelli di Aragona e di Valenza con quelli di Sardegna e di Sicilia.

CAPITOLO XXII.

1458-1494

Ferdinando I. Congiura de' Baroni. Invitati ad una festa sono imprigionati e mandati a morte. Regno di Alfonso, Venuta di Carlo VIII.

1. Il regno di Ferdinando fu spesso agitato per le interne rivoluzioni le quali lo fecero per ben due volte dubitare della vita e del trono. La prima volta soccorso dal Pontefice, dal duca di Milano, e poi da ScanJerbeg di Albania memore di Alfonso per soccorsi da lui avuti, giunse a respingere le forze di Giovanni d'Angiò dai ribellati baroni chiamato a regnare, ai quali come vedemmo avevano aggiunto forza ed ardire le concessioni del primo Alfonso (1461). Ma i portamenti di Alfonso duca di Calabria più fiero ed inflessibile che non era il padre, continuarono ad irritarli siffattamente, che tutti si posero in armi la seconda volta ed incominciarono a sollevare le provincie con assai più vigore.

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Erano principali motori della sollevazione il conte di Sarno Francesco Coppola, ed Antonello Petrucci segretario del re, i quali odiati dal duca di Calabria, erano stati benanco minacciati da esso nella vita. L'uno e l'altro erano divenuti ricchissimi, in seguito de' favori che il re aveva largamente conceduti ad entrambi e se il Petrucci era uomo di grande ingegno e dottrina, il conte di Sarno essendosi dato tutto quanto al traffico era tenuto de' primi non solamente per fortuna ma per destrezza ne' negozi, tanto che il re affidava a lui stesso una gran parte delle sue ricchezze proprie. Ma le minacce del duca di Calabria li tenevano in così gran timore ch'essi si accostarono ad Antonello Sanseverino principe di Salerno riputato il primo frai baroni, e tutti insieme si fecero centro della vasta cospirazione. Costoro giunsero di unanime consentimento ad offrir la corona a Federico, un fratello del re ornato di tutte le virtù che possano mai trovarsi in un principe. Questo secondo turbine assai sgomentò Ferdinando, tanto più che il Pontefice romano eragli avverso, e sembrava questa volta favorire i baroni. Alfonso fu inviato dal padre ostilmente sulle terre della Chiesa; ma finalmente lo stesso Pontefice si volle inframmettere con l'autorità della sua parola, e richiamare al dovere i ribelli i quali vennero a patti col principe e deposero le armi. Ma non per questo si credettero fuori di pericolo, conoscendo di qual tempra fosse l'animo di Ferdinando e di Alfonso, e quindi molti di essi si afforzarono ne' loro castelli, e molti uscirono esuli volontari dalle terre del regno; ma a Ferdinando non era sufficiente il vederli tranquilli, voleva vederli puniti. Dovendosi celebrare le nozze di un figliuolo del conte di Sarno con una nipote del re, furono invitati i baroni tutti ad una festa in castel Nuovo, la quale si disse che avrebbe servito a confermare la pace generale, e questo fu il laccio al quale vennero colti. Gli armati sopraggiunti imprigionarono i baroni; il conte di Sarno e il Petrucci lasciarono la vita sul patibolo, e molti altri furono fatti morire celatamente nelle prigioni ed i loro corpi gettati in mare.

2. Fu condannata altamente da tutta quanta Europa la condotta disleale di Ferdinando, perché fu veduto che non solamente la giustizia ma la vendetta fu quella che lo consigliò nel punire,

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avendo tolti i beni alle famiglie de' condannati, alle quali neppure per la interposizione del Pontefice furono renduti.

Ma veramente era pure infelice e direi quasi incredibile la condizione de' principi di allora, i quali dovevano usare la simulazione e il tradimento per punire la rivolta de' loro baroni, e chiedere ad essi il pormesso di passare per le loro terre; come in fatti per andare a sottomettere alcuni ribellati della Calabria, ebbe Ferdinando a domandare il passaggio al principe di Salerno. Ferdinando odiò gli ordini feudali, ed ogni suo pensiero fu inteso all'abbassamento de' baroni, senza la intera distruzione de' quali scorgeva bene che il potere sovrano non avrebbe acquistato giammai durevoli fondamenta. Forse l'usare la forza aperta sarebbe stata una vana e pericolosa prova; ma egli usò in vece la crudeltà e la simulazione, vizi che gli guadagnarono l'odio de' napoletani ed il nome di crudele nelle storie che lo paragonarono in crudeltà a Tiberio ed a Luigi XI di Francia. Sotto il regno di Ferdinando avvenne il famoso assalto di Otranto del quale è necessario dire una parola, perché di tutto quello che fecero i Turchi sul nostro regno prima e dopo, fu questo assedio il più meritevole di memoria. L'ardire de' Turchi, dopo ch'essi ebbero distrutto l'impero greco e posta la loro sede a Costantinopoli non voleva sentire alcun freno. Per far vendetta de' soccorsi prestati dai re aragonesi all'isola di Rodi, un esercito turco di circa seimila uomini pose l'assedio ad Otranto, e dopo averla battuta per quindici giorni, aperse la breccia (1481). Nei due giorni seguenti furono respinti i Musulmani con valore straordinario, ma nel terzo vinsero nuovamente, ed entrarono la infelice città. Senza raccontare le molte barbarie usate, basterà dire che ottocento prigionieri costretti a riconoscere Maometto, si lasciaron cadere il capo tutti ottocento troncato dalla scimitarra musulmana, non volendo riconoscere altro signore che Cristo, onde furono poi venerati dalla chiesa come gli ottocento martiri di Otranto, Ferdinando sgomentato da una invasione che a» vrebbe potuto cangiare le sorti di Europa, chiamò il duca di Calabria Alfonso che era atidato a combattere i Sanesi, e costui avendo assaltata la città, con prodigi di valore, costrinse i Turchi a renderla.

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Ritornando a ciò che riguarda le qualità di Ferdinando, bisogna dire che sebbene minore al padre, pure fu principe che aiutò grandemente la civiltà del regno con giuste leggi, e introducendo l'arte della stampa (1461) e incoraggiando il commercio. Così non avesse egli macchiata la dignità di principe entrando come un privato ne' negozi e nel traffico, col solo intendimento di accrescere le sue particolari ricchezze. Amò le scienze e le lettere, ed alla sua corte levarono altissima fama il Sannazaro, il Panormita, Antonio Beccadelli, chiamato con quel nome dalla sua patria Palermo, e il Pontano e altri moltissimi i quali convenivano nell'accademia da essi fondata, e che prese il nome da quest'ultimo. Il suo regno durò trentasei anni, ed egli ne contava settantuno, quando la imminente discesa di Carlo VIII re di Francia che veniva ad occupare il trono di Napoli come discendente degli Angioini lo pose in tale sgomento, che venne colpito da morte quasi improvvisa (1494). Era continuamente sollecitato re Carlo a venire in Napoli dai Baroni profughi i quali si erano raccolti in Francia, e principalmente dal principe di Salerno, né gli mancavano i conforti di Lodovico Sforza il quale volendo usurpare il ducato di Milano al nipote, voleva farsi amica la corona di Francia e prometteva a Carlo libero passaggio ed aiuti. Queste promesse faceva egualmente il Pontefice il quale era contrario agli Aragonesi e per private ragioni, e per avere avuto con esso loro molte vertenze intorno al tributo di soggezione che il regno avrebbe dovuto alla Santa Sede.

CAPITOLO XXIII.

1495-1505

Regno di Alfonso. Virtù di Ferdinando II. Virtù del successore Federico. Luigi XII in Italia. Federico tradito dal re di Spagna. Prevalgono le armi di Spagna.

1. Questa discesa di Carlo VIII, la prima di un re francese che fosse avvenuta in Italia dopo Carlo Magno, fu cagione di lunghe sciagure al regno di Napoli il quale poteva sperare grandi beni dai due ultimi principi aragonesi.

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Ma questo Carlo non sapendo mantenere la vittoria, per quella leggerezza che accompagna i francesi, fu cagione che il regno cadesse indi a poco sotto il governo viceregnale. Alla morte di Ferdinando gli successe Alfonso già odioso ai Napoletani fin da quando era duca di Calabria. Ed egli continuò gli apparecchi in difesa incominciati dal padre, ma ridendo che Carlo VIII era stato accolto in Roma e già incoronato dal Pontefice, fu preso da tanto spavento, che con grandissima maraviglia di tutti coloro i quali conoscevano il suo animo ardito e superbo, si fuggi precipitoso in Sicilia, dove si rendè monaco Olivetano, lasciando il regno a Ferdinando suo figlio che fu secondo di questo nome. Venuto a regnare in età di venti anni, non mostrò Ferdinando debolezza e paura, e se non fosse stato abbandonato da tutti i suoi sarebbe disceso alla prova delle armi col re francese; ma tradito anche da coloro che gli erano stati sempre i più fedeli e ritiratosi dai confini del regno ov'era giunto conducendo l'esercito, convocò i baroni in caste! Nuovo, e per risparmiare novelle stragi ad un popolo già stanco di sventure, li sciolse con raro esempio di virtù dal giuramento di fedeltà, e si ridusse nell'isola d'Ischia e quindi in Sicilia. Da quel luogo cercò amici e soccorsi, né gli fu difficile averne, perché la potenza di Carlo già destava ne' principi d'Italia mille sospetti. Era Carlo entrato trionfatore in Napoli quasi senza combattere, ed era stato festeggiato con infinita allegrezza dai Napoletani; ma i portamenti dei francesi insolenti nella vittoria furono tali che ben presto si cangiò in odio l'affetto dimostrato, e ritornò a desiderare la casa aragonese. Le qualità di Carlo erano ben altra cosa che quelle necessarie ad un conquistatore. Di persona quasi deforme, era d'animo timido e misero, e poverissimo d'intelletto, essendo non solamente uomo di nessun sapere, come accertano gli scrittori del tempo, 'ma ignaro anche di leggere scrivere, non conoscendo neppure i caratteri della scrittura. Fu celebrata da storici venduti la sua spedizione, ma gli stessi principi italiani che avevano consigliata ed aiutata la sua discesa, furono presi di paura allorquando lo videro padrone del regno, onde un esercito di questi principi collegati comandato dal marchese di Mantova si scontrò con Carlo, il quale venuto in Napoli da poco tempo e con tanta baldanza, oggi risaliva in Francia precipitoso,

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fuggendo la tempesta che lo minacciava. Il re cattolico inviò in aiuto di Ferdinando, Consalvo di Cordova che meritò per opere famose di guerra il nome di Gran Capitano. Costui incominciò a riprendere le terre del regno; e Carlo temendo la lega formata da' principi italiani contro di lui e la fortuna di Consalvo, abbandonava l'Italia quasi fuggendo dopo di essersi battuto con l'esercito dei collegati (1481) presso al Taro. Così Ferdinando rintegrato nei suoi stati ritornò all'opera del governo, ma venne la morte a troncare i giorni del valoroso giovine, e lo stato pervenne a Federico suo zio.

2. Quali fossero le virtù dell'animo e dell'ingegno di Federico lo abbiam detto nel parlare dei baroni che sotto il regno del primo Ferdinando si ribellarono, essendo egli quel medesimo che aveva rinunziato alla corona offertagli da costoro. Sarebbe stato autore di un felice avvenire ai Napoletani se il tradimento del re di Aragona non lo avesse precipitato in fondo di fortuna. Dappoiché venuto in Italia Luigi XII francese, successore di Carlo VIII, si avanzò al conquisto del regno, dolente della vittoria così malamente conservata del suo predecessore. Allora il re di Spagna mandò per la seconda volta Consalvo, il quale in apparenza difendesse pel re di Napoli le fortezze, ma nel fatto poi le guardasse per la corona di Spagna. Federico tradito ed abbandonato da colui che si chiamava suo parente ed amico, si rivolse al re di Francia come al meno perfido de' due, e n'ebbe provvisione ed asilo alla vita solitaria e virtuosa che egli condusse in sino al termine, tollerando con mirabile esempio di costanza la ingiustizia della fortuna e la perdita di un regno. Era rimasto a Taranto il figlio di Federico guardato da pochi baroni della sua parte, i quali assaltati da Consalvo consentirono a rendergli la terra, a patto che salvo e libero ne uscisse il giovine principe. Giurò Consalvo con forma solenne usata a quel tempo, sull'ostia consacrata, e mantenne poi il suo giuramento mandandolo sotto buona guardia prigioniero nella Spagna. Luigi di Francia non rinunziava frattanto alle sue pretensioni sul regno, e per mezzo del duca di Nemours che era capo delle sue milizie ne contrastava il dominio agli Spagnuoli. Giacque allora il regno in forza di Francesi e di Spagnuoli ad un tempo medesimo, e fu campo a continue dispute, venendo spesso fra loro al paragone delle armi le due nazioni, sebbene con diversa vicenda di fortuna.

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Consalvo più astuto che il francese, non si dava altro pensiero se non quello di ristringere e conservare le sue forze segnatamente in Barletta, mentre l'avversario permetteva che i suoi soldati si consumassero in piccole sortite ed in piccoli assalti i quali lungi dal confermarli nella conquista servivano ad assottigliarne le forze. Fu durante questa doppia schiavitù del regno che insorta una contesa fra cavalieri italiani e francesi, ne segui quel celebre combattimento di tredici degli uni e tredici degli altri, dal quale uscirono gl'italiani gloriosi e vincitori (1503). Ma finalmente una battaglia data a Cerignola, in cui furono disfatti i Francesi ed ucciso il duca di Nemours assicurò il possedimento delle province napolitane al re di Spagna, il quale per mezzo dello stesso Consalvo le incominciò a governare. Così ebbe principio anche nelle terre al di qua del Faro quel governo infaustissimo de' viceré che distrusse ogni sorgente di vita nel regno delle Sicilie.

CAPITOLO XXIV.

1443-1504

Vicende della coltura sotto gli Aragonesi. Leggi ed ordini civili. Scrittori di giurisprudenza. Scienze, lettere ed arti belle.

1. Quel tratto di tempo che corse dalla caduta degli angioini al principio del viceregnato spagnuolo, e che durò intorno ad un mezzo secolo, risplende di moltissima luce, in quanto a ciò che riguarda l'avanzamento della coltura nel nostro regno. E tanto più risplende perché la mente del lettore corre naturalmente a farne il ragguaglio copristi governi che lo precedettero e con quelli lo seguitarono. Ed i falli de' principi aragonesi furono naturale conseguenza de' tempi, e il doversi non dico sollevare, ma sostenere in faccia a quei due nemici potenti che avevano signoreggiato la razza angioina li costrinse ad opere di governo che non possono meritare una piena lode. Noi lasceremo stare quelle considerazioni che sarebbero troppo alte allo scopo del nostro libro, ed accenneremo alcuna cosa delle leggi,

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delle scienze e di tutta la coltura del regno in quella età, con quello stesso ordine tenuto altrove, annoverando i nomi clic illustrarono il tempo aragonese. E diremo in quanto «leggi, che l'antica distinzione usata a farsi tra coloro che movano secondo il dritto longobardo o romano cessò, e che il dritto romano ebbe piena autorità nel foro e nelle università, quante volte non prescrivessero altrimenti le leggi particolari del regno, voglio dir quelle pubblicate e sanzionate dai re. Quelle particolari che pubblicarono gli Aragonesi e che si chiamaron Prammatiche, contenevano buoni e tristi provvedimeuti di governo. E i baroni ebbero per esse ora accresciuti ed or menomati i lor privilegi, ma generalmente si può dire ch'essi crebbero tanto in potere, massimamente sotto il primo Alfonso, che le arti e la crudeltà di Ferdinando suo successore più non furono bastanti contro di loro. Della giurisprudenza fiorita in questa età non parlerò con lode, perché la scuola de' giureconsulti non si rivolse che alla nuda interpetrazione delle leggi romane senza il soccorso della filosofia della storia e delle lingue, come si fece appresso per tutta Italia e particolarmente nel regno, dove in tempo del viceregnato sorse una scuola famosa di giureconsulti che furono forse la sola gloria di quella età infelicissima, come si vedrà. In quanto poi alle istituzioni che riguardano l'amministrazione della giustizia abbiam noverato sotto il regno di Alfonso il Sacro Regio Consiglio di santa Chiara al quale si portavano i ricorsi contro le sentenze della Gran Corte, e la Regia Camera della Sommaria, tribunale amministrativo al quale appartenevano i conti di tutti gli ufficiali del governo, come delle investiture dei feudi, ed aveva una lontana rassomiglianza con quella che oggi si domanda Gran Corte de' Conti.

2. Nella medicina furono molti gl'ingegni che fiorirono principalissimi Angelo Catone, Giovanni dell'Aquila, Niccolò da Sulmona, ma voglio soltanto che l'attenzione del lettore si fermi sul celebrato Antonio de Ferrariis dal nome della patria Galatona soprannominato il Galateo. Oltre alla medicina non fu ramo di scienza nel quale egli non fosse illustre, e lasciò ne' suoi viaggi grandissima fama attorno per le contrade di Europa.

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Ed ebbe onori e posti altissimi appresso gli Aragonesi, ai quali si mantenne devoto anche nella sventura, volendo finanche nella sua povertà visitare in Francia l'ultimo esule Federico. Degli storici nomineremo pochissimi che a parer nostro sono i più importanti, Giannantonio Campano, Tristano Caracciolo, Giuseppe Simonetta, e Giulio Pomponio Leto. Il primo fu scrittore purissimo nell'idioma latino in cui dettò alcune storie, eì ebbe fama anche fuori del regno, essendo stato professore di lettere umane in Perugia, e creato un tempo Vescovo dal Pontefice e governatore di città. Tristano Caracciolo, nato di nobilissima famiglia, fu storico e scrittore latiro elegante, e raccontò le storie degli ultimi Angioini e pii quelle del suo tempo, essendo vissuto sotto gli Aragonesi. Giovanni Simonetta fu calabrese e fratello al famoso Cecco ministro dello Sforza in Milano, del quale il nostro Giovanni fu segretario e descrisse i fatti in elegante latino. Finalmente Giulio Pomponio Leto, nato nella nobile famiglia de' Sanseverino, prese quel nome per vaghezza di assomigliare ai Romani antichi, de' quali fu ammiratore, e ne insegnò la letteratura alla gioventù per tutta la sua vita, che fu perseguitata ed infelice. Fu il fondatore di un'accademia chiamata Romana, e quasi tutte le opere ch'egli compose furono rivolte a dichiarare e illustrare gli scrittori latini o i costumi, la storia e gl'istituti di quella nazione. Qui parlando di accademie vien naturale il ricordo dell'Accademia che prima fu chiamata Napoletana ed ebbe fondatore Antonio Beccadelli detto il Panormita, e poi per maggiori cure prese da Giovanni Pontano il quale la raccoglieva nelle sue case, fu detta Pontaniana e che oggi vive ancora con questo nome. Il Beccadelli detto Panormita dalla patria Palermo fu professore in diverse università d'Italia e finalmente in Napoli, ebbe posti altissimi ed uffizi di consigliere ed ambasciatore dagli Aragonesi de' quali scrisse elegantemente le storie. Fu del pari famoso per cariche esercitate nella corte il Pontano, ma più per immenso sapere e storie moltissime scritte ancor esse in latino ed opere morali di ogni specie. Sebbene non nato nel regno, egli visse nel regno, ed è mentovato, come cosa nostra, nelle nostre storie; ma nessuno, per quanto voglia lodarlo, può tacere l'ingratitudine da lui mostrata agli Aragonesi, inchinandosi non solamente a Carlo Vili, ma facendosi oratore al principe francese in nome del popolo e biasimando innanzi al vincitore i principi vinti.

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In diverso modo operò Giacomo Sannazaro, non solamente scrittore latino di tutta perfezione, ma poeta italiano nobilissimo, singolarmente nel genere buccolico o pastorale. Egli profuse tutti i suoi beni per la causa de' suoi Aragonesi, li seguì nell'esilio, e si può dire che gli studi furono veramente per lui un esercizio di virtù, non già un esercizio di parole come suole avvenire di ordinario. La marina aragonese non giunse ad eguagliare quella dei Normanni e Svevi, né quella de' primi Angioini, ma conservò pure un' alto posto in Italia, e per questo il commercio esterno ne trasse gran giovamento anzi tutto quello che gli era possibile, impedito come doveva essere dai vizi essenziali all'ordinamento feudale. In quanto alle industrie abbiam veduto nel regno di Ferdinando ciò ch'egli facesse in favore delle arti della lana e della seta, e come introducesse la stampa. Fra le altre opere compiute sotto gli Aragonesi in benefizio delle industrie, se ne può annoverare una che parve a quel tempo, e fu veramente un ristoro alle popolazioni contro l'oppressione baronale. Vogliamo dire quella grande estensione di terreni nelle Puglie aperti al pascolo, e chiamati con un sol nome, che oggi serba ancora, il Tavoliere di Puglia. Corsero in gran numero i pastori delle vicine province a questi abbondanti pascoli, i quali essendo sotto la immediata soggezione e dipendenza dell'autorità reale, furono abbracciati come un ara di rifugio, secondo dice uno storico del tempo, contro l'insaziabile avidità de' baroni. Se oggi è lo stesso il nome del Tavoliere, non è la stessa l'utilità di questa istituzione, ed è minorata altresì l'estensione di quelle terre. Neppure monumenti di belle arti mancarono a quei tempi, ma pochi sempre in paragone della rimanente Italia. Nominerò fra gli architetti Gabriello d'Angiolo che primo fra noi incominciò a edificare allontanandosi dalla maniera gotica, e fra i pittori Pietro ed Ippolito Donzelli usciti dalla scuola di Niccolantonio e dello Zingaro che vedemmo rispendere sotto gli Angioini. né dovrò tacere del famoso Antonello nato in Messina che per vaghezza di apprendere l'impasto de' colori in quel modo che oggi è chiamato ad olio, e che allora era conosciuto ed usato da pochissimi, andò sino in Fiandra appresso al pittore Giovanni di Bruges e riportò nella patria sua questo metodo di pittura.

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Sicché raccogliendo sommariamente le cose discorse in questo libro, possiamo dire di aver veduto una monarchia durata intorno a cinquecento anni, quanti ne corsero dalla incoronazione del primo Normanno insino al primo viceré. Questa monarchia l'abbiam veduta passare in cinque dinastie diverse senza contare i molti e passaggieri mutamenti avvenuti, come per esempio negli ultimi anni dell'età aragonese nei quali tanti principi ascesero il trono e ne furono precipitati in pochissimo tempo. Abbiam veduto che le due case le quali avessero incamminato il regno per le vie della vera grandezza furono la normanna e la sveva, e che la casa angioina ebbe più lungo regno, ma fu causa di vera decadenza. Quello degli Aragonesi fu un regno di molto splendore per le industrie, i commerci, le scienze, le lettere che si ravvivarono; ma dopo questo breve periodo, ci rimane solamente una storia di sventure, dalla quale non ci sarà dato di respirare se non quando ebbe termine il governo de' viceré.

LIBRO SECONDO

1503-1734

SOMMARIO

Incomincia cadere ogni buon ordine ed ogni speranza di bene col governo dei viceré di Spagna sotto Ferdinando il Cattolico e quindi sotto Carlo Quinto, finché viene a ristorarlo alquanto il provvido e benigno reggimento del marchese di Villafranca Pietro di Toledo, dopo del quale l'avidità de' successori conduce le Sicilie ad estrema ruina. Moti contro il tribunale dell'Inquisizione che non giunge ad introdursi giammai nei domini di qua dal Faro. Il popolo napolitano insorge contro gli Spagnuoli incitato da un giovine pescatore di Amalfi il quale è gridato capo del popolo, ma dopo breve tempo cade dal suo potere ed è ucciso. L'isola di Sicilia risponde con eguali turboleuze fino a Carlo li.

CAPITOLO I

1505-1526

Ferdinando il Cattolico. Suoi viceré. Primi moti contro l'Inquisizione. Origine di questo tribunale. A Ferdinando succede Giovanna e quindi Carlo Quinto.

1. Incominciava con Ferdinando il Cattolico a prendere forme novelle di civile governo il regno delle Sicilie, ritraendole da quelle di Spagna, e ad usare negli atti, come ultimo segno di schiavitù, la lingua spagnuola. Fu istituito un Consiglio chiamato Collaterale dall'ufficio che aveva presso il viceré, il quale doveva consultarlo negli affari da risolvere; e frai poteri confidati in parte ai componenti di questo Consiglio, che furono detti Reggenti Collaterali ed in parte ai viceré mandati da Spagna, si venne a perdere grandissima parte di quelle facoltà che avevano un tempo i grandi ufficiali della Corona istituiti da Ruggiero. Fu dichiarato capitan generale degli eserciti il viceré, fu nominato un comandante supremo delle galere,

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mutata la interna amministrazione della Casa Reale, istituite due Segreterie di guerra e di marina. Lo stesso Consalvo dopo aver conquistato le provincie napolitane fu posto a governarle, e benché non si mostrasse minore in pace che in guerra, entrato per invidia e per calunnie altrui in sospetto di Ferdinando, fu da questo principe, il quale venne per alcun tempo in Napoli, ricondotto in Ispagna, e sebbene con ogni maggior dimostrazione di onore, fatto morire lontano dai negozi e dalla corte. L'arrivo di Ferdinando in Napoli fu celebrato con tutte le maggiori pompe di pubblica allegrezza; ma nella sua breve dimora di sette mesi il regno ebbe poco a lodarsi di lui che impose nuove gravezze. Avvenimento da non trascurare si è la prima commozione suscitatasi fra i napoletani allorché si voleva da Ferdinando introdurre il tribunale della Inquisizione. Non ebbe questa Inquisizione o sia ricerca degli eretici alcun tribunale stabile e fermo prima del Pontefice Innocenzo IV, il quale deputò frati Domenicani inquisitori, solamente in alcune parti dell'Italia superiore, e ciò fu nel decimoquarto secolo. Al tempo degli Svevi erano destinati a un tale ufficio i prelati dai medesimi re per tutto il regno; ma furono di poi questi commissari inquisitori, che solevano esser frati di san Domenico, inviati dal Pontefice, sotto gli Angioini così devoti della Corte romana. Il popolo adunque scacciò questa volta il supremo inquisitore, né prima si calmò che il re non avesse giurato di non mai più far parola d'inquisizione, e non bastandogli, volle un Consiglio il cui uffizio l'osse il sopravvedere perché questa inquisizione non s'introducesse in Napoli giammai. Questo Consesso denominato Deputazione contro il sant'uffizio, conservatosi fino al cadere dello scorso secolo, era composto di venti signori napoletani eletti da vari sedili della città. Ma quello che al governo spagnuolo non venne fatto in Napoli di stabilire, ebbe pieno adempimento nell'isola di Sicilia, e quello che in gennaio suscitò in Napoli violenti moti fu compiuto in Sicilia nel novembre dello stesso anno (1510) dove rimase in piedi quel tribunale insino al cadere del passato secolo.

2. Successe nel viceregnato a Consalvo e tenne lodevolmente il comando il conte di Ripacorsa, e per ultimo Raimondo di Cardona. E furono questi i soli viceré che governarono il regno di Napoli

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in nome di Ferdinando, il quale per avere scacciati i Mori di Spagna, aveva ottenuto il nome di Cattolico conservato in seguito da tutti i monarchi spagnuoli suoi successori.

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Egli lasciava gli stati alla figliuola Giovanna, la quale dopo sedici mesi rinunziò la corona al suo primogenito Carlo, e costui nato dalle nozze di lei con Filippo arciduca di Austria, riuni all'età di sedici anni sotto il suo scettro i molti regni di Germania, di Spagna, d'Italia, di Fiandra e le terre del nuovo mondo (1516). Questi fu quel Carlo Quinto che lasciò nome chiarissimo nelle storie, come il più potente principe dopo Carlo Magno, e più ancora per aver rinunziato nel punto maggiore della sua grandezza a tanta mole d'impero, ritraendosi alla solitudine d'un chiostro. Raimondo di Cardona continuò a governare per Carlo, ma nel breve suo viceregnato molto sofferse la finanza del regno. Ardeva la guerra tra Francesco di Francia e l'Imperatore, guerra che tanto lunga e varia continuò per così gran tempo, ed il viceré doveva soccorrere ai bisogni dell'impero col denaro napoletano; e alla sua morte Carlo di Lanoi inviato a succedergli, trovò lo stato di già condotto a poco felici condizioni.

CAPITOLO II.

1526-1532

Nuovamente i Francesi nel regno. Dopo lunghe dispute prevalgono le armi dell'Impero. Decadenza del regno. Pietro di Toledo.

1. Il Pontefice avverso alla potenza di Carlo che ogni giorno cresceva in Italia, condusse per segreti conforti il signor di Vaudemont francese a venire su queste terre per suscitarvi la parte angioina, e costui col titolo di Luogotenente del Pontefice incominciò a travagliare le città del regno (1527). Tenne per l'altra parte, cioè per l'Impero, il Contestabile di Borbone, un ribelle della casa di Francia gettatosi oggi dalla parte dell'Imperatore. Egli prima di giungere al regno incontrò la morte nell'assedio di Roma, ma il suo esercito si diè a saccheggiare quella città, né vi fu opera di crudeltà che non commettesse, violando financo le chiese e i luoghi sacri, e lo stesso Pontefice ebbe a provarne gli effetti, sostenuto in prigione per sette mesi in Castel sant'Angelo laddove si era riparato, potendone solamente uscire con pagare a carissimo prezzo d'oro la sua salvezza.

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Non lasciava per tanto Francesco re di Francia i suoi pensieri sul regno, e dopo il signor di Vaudemont inviava un altro generale, Lautrec, di nazione svizzero. Era Francesco rivale di Carlo, ma superiore a costui più nelle virtù di cavaliere che in quelle di principe; perocché sebbene franco, leale, generoso ed ardito, fu talvolta troppo temerario nell'imprese, e siccome francese assai valoroso nel conquistare assai facile nel perdere le conquiste fatte, e non ebbe le politiche virtù di Carlo più sagace, più avveduto, ed anche più fortunato di lui. Francesco gli aveva contrastato personalmente il ducato di Milano per l'acquisto del quale aveva fatto prodigi di valore, ed ora gli contrastava il regno di Napoli per mezzo de' suoi generali, adducendo esserne egli, siccome erede di Luigi, il legittimo possessore. Non ebbe Lautrec più prospera sorte del suo antecessore, ed accampatosi presso Napoli, la pestilenza veniva a distruggere il fiore de' suoi francesi e togliere finalmente a lui stesso la vita. Dappoiché volendo stringere Napoli a rendersi, fece sviare il corso delle acque che le vicine montagne mandano in copia alla città, e quelle acque medesime tornarono in danno degli assalitori, perché ristagnando, produssero fierissimo contagio nel campo. Vi fu grande ostinazione dalla parte degli assediati, e tra questi ultimi il viceré Ugo di Moncada succeduto in Napoli al Lanoi veniva ucciso in una sortita notturna contro i nemici; ma de' Francesi perirono intorno a venticinquemila in un mese, e la chiesa denominata santa Maria del Pianto indica ancora il luogo dove il mal condotto esercito ebbe sepoltura (1528).

2. Col marchese di Saluzzo che successe a Lautrec e trovò l'esercito scarso e disanimato, rinunziò Francesco all'impresa malaugurata del regno, e non rimase a questo nuovo generale di Francia, respinto, assediato e gravemente ferito, che domandare ed ottenere la pace, e dovè segnarla a gravi e vergognose condizioni. Succedevano al Moncada viceré, prima il principe d'Orange, poi il cardinale Colonna, crudele ed inumano il primo, il secondo debole e vile. Il principe d'Orange punì con mille modi feroci la fedeltà alla casa angioina, e gran numero di baroni furono condannati a morte, e il Colonna per conciliarsi l'animo di Cesare con l'oro delle sottomesse provincie, con mille imposizioni e balzelli condusse il regno ad infelicissimo termine.


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Finalmente a ristorarlo alquanto dalle sofferte gravezze venne il marchese di Villafranca don Pietro di Toledo, uomo di severi costumi e di mirabile prudenza e virtù (1532). Uscito dalla famiglia dei duchi d'Alba nobilissima nella Spagna, era entrato ben giovinetto in corte da paggio, e cresciuto poi nelle grazie di Ferdinando il Cattolico, era stato per esso unito in matrimonio ad una Ossorio che gli arrecò moltissime ricchezze in dote e il titolo di marchese di Villafranca. Egli si era dimostrato valoroso non meno in pace che in guerra, e Carlo Quinto lo tenne carissimo, e volle averlo sempre d'appresso in fino a che non lo inviò a governare le provincie napoletane.

CAPITOLO III.

1532-1553

Virtù del Viceré Pietro di Toledo. Ordini stabiliti da lui ed opere pubbliche. Seconda commozione del popolo contro il Sant'Uffizio. Opere del Toledo.

1. Vide il Toledo per che modo veniva oppresso il popolo dallo sfrenato potere de' baroni, ed a costoro ebbe animo di opporsi e contrastare senza ombra di timore, per ristabilire in parte quell'equilibrio ch'è l'anima e la vita degli stati. E quindi amico e protettore del popolo si mostrò fin da principio, e severo punitore di ogni delitto, senaa perdonare né ad altezza di grado né a splendore di nascita, fino a far morire pubblicamente alcuni potenti signori che il tribunale non aveva osato di condannare. Volle perciò che altamente fosse temuta da tutti la sola autorità delle leggi e de' magistrati, e fu il primo che raccogliesse i tribunali nel castel Capuano antica abitazione dei re.

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Ma oltre al miglioramento dell'amministrazione civile e de' tribunali, fu aperta ed ordinata per suo volere la strada maggiore della città che da lui tolse e ritiene ancora il nome, e poi tempi, ospedali, strade, e mille altre opere non meno ad utilità e decoro che ad ornamento della città. Utilissima fu l'opera de' così detti Lagni nelle vicinanze di Napoli, i quali raccogliendo le molte acque stagnanti di quelle campagne, e conducendole a metter foce nel mare, purgarono l'aria insalubre e micidiale agli abitanti. né gli fu meno a cuore la sicurezza di tutto il regno, perché venisse tutelato dagli esterni nemici, ed afforzò le mura della città, e ristorò quelle del castello di sant'Elmo, e lungo le spiagge del regno fece edificare torri e castelli che le guardassero da' non insoliti assalti dei barbareschi. La prima volta, e fu nel secondo anno del suo viceregnato, venne a saccheggiare ed incendiare le città marittime della Calabria il famoso corsaro Barbarossa il quale per ardimento, valore e fortuna teneva in grandissimo timore tutto il Mediterraneo. Ed essendo stato dichiarato ammiraglio delle forze turche da Solimano imperatore, aveva occupato il regno di Tunisi, e poi era venuto a devastare le terre del regno ed aveva condotto gli abitanti di esse, siccome schiavi, sulle spiagge africane. Per questo fu messa in punto una forte armata con la quale l'imperatore Carlo V era corso in Africa a riscattare gli schiavi e riporre sul trono il caduto signore. Vennero un' altra volta costoro per accordi fatti col re di Francia, Enrico II, succeduto a Francesco. Consigliato costui da molti baroni napoletani ch'erano indignati della severità o della giustizia del Toledo, si collegò con Solimano per muovere entrambi da due lati opposti all'acquistò del regno. Ma il Toledo rispose ai Turchi con armi invincibili per costoro, avvezzi solamente al saccheggio ed alla rapina, e con la somma di ducentomila ducati offerta loro in dono li fece ritornare dond'erano partiti, e dileguò le speranze e i disegni di Enrico.

2. I napoletani in un così lungo viceregnato non ebbero che a benedire il suo nome; se non che un solo atto turbò la pace della città e la fama del Toledo, quello di aver voluto introdurre il tribunale dell'Inquisizione, temendo che le nuove dottrine di Lutero non incominciassero a penetrare negli animi de' napoletani (1547).

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Un editto che si vide affisso un giorno alla porta del duomo concitò contro il governo il popolo intero già informato della natura di quel tribunale che aveva fama di tanto rigore nelle province spagntlole. Calmati gli animi per poco a forza di parole e di promesse, fu riveduto l'editto in forma più severa, e allora la plebe non conobbe più freno, anzi si vide una cosa insolita, i nobili stretti e concordi con la plebe, parendo questa ai nobili una buona occasione per abbattere l'odiato giogo del Toledo, e si videro armati in un punto i vecchi, le donne, i fanciulli. II popolo scacciò l'Eletto credendolo in segreto accordo col viceré, mentre tremila Spagnuoli entrarono in Napoli e cercarono di domare la nascente rivolta con la violenza e col sangue; ma la plebe faceva sonare le campane a raccolta, ed uccideva dalla sua parte gran numero di Spagnuoli. Il Toledo dava un esempio di crudeltà facendo morire pubblicamente per mano del carnefice tre nobili napoletani e trascinare i corpi loro per le vie; dopo il qual fatto ardi di cavalcare con lungo seguito di cavalieri in mezzo alla città atterrita ma non vinta. Contuttociò il tribunale non potè giammai stabilirsi nel regno, e il Toledo che era pur tanto amato dal popolo, fu in questa sollevazione cercato fino in castel Nuovo dov'erasi rifuggito, e dovè rinunziare ad ogni suo disegno, finché non gli giungessero i voleri dell'imperatore al quale aveva già spedito un suo fidato ambasciatore. Ed un' altra deputazione era di già partita in nome della città perché dovesse invocare l'indulgenza di Cesare, farlo sicuro della fedeltà de' suoi napoletani, supplicarlo a volere con un suo paterno comando calmare gli animi de' suoi popoli dai quali sarebbe ringraziato e benedetto. L'imperatore impose al viceré che non parlasse altrimenti d'inquisizione, perdonando gli errori commessi, e come dicono le parole scritte e pubblicate in nome del principe, commessi dalla città non per causa di ribellione, anzi concedendole il titolo di Città Fedelissima. Così il tumulto durò sette mesi infino a che non ritornarono dalla loro missione gli ambasciatori; ma la città perdonata, ebbe pure a sperimentare quei danni che sono inseparabili da ogni rivoluzione. Si vide astretta a pagare centomila ducati in ammenda e ristoro dei danni cagionati; vide molti suoi cittadini esclusi dal perdono generale ed i loro beni confiscati,

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né andarono esenti di punizione i due ambasciatori che la città aveva spediti in Germania, i cui nomi Antonello Sanseverino principe di Salerno e Placido di Sangro meritano di essere ricordati per le loro virtù civili e per la difficile missione compiuta onorevolmente appresso l'imperatore. Correva il ventesimo anno del suo viceregnato ed il sessantesimo dell'età sua quando il viceré ebbe comando da Carlo di muovere da Napoli con un esercito di Spagnuoli e Napoletani per richiamar al dolere i Sanesi ribellati. Animoso ed infaticabile, com'egli era, si recava a compiere questo novello incarico, allorquando un'infermità che lo colse in Firenze lo condusse a morire fra le braccia di una sua figliuola da lui già data in moglie a quel granduca, Cosimo I dei Medici (1552). Abbiamo detto di sopra che frai pochi viceré dei quali parla con lode la storia è forse maggiore di tutti il Toledo, perché ai falli commessi in fatto di governo e alla Derezza dell'indole e delle maniere che furono le sue colpe puoi contrapporre una volontà energica anzi inflessibile perché fosse renduto a tutti giustizia. Per questo riguardò come principali ostacoli al bene i baroni del regno, e contro di essi si rivolse, senza retrocedere giammai in faccia ad alcuno. E per questo se dall'una parte era odiato da costoro, era egli prediletto dalle altre classi del popolo il quale lo teneva come scudo e sostegno contro le oppressioni de' potenti. Costoro in fatti erano già quasi riusciti per calunnie ed accuse a farlo cadere dall'animo dell'imperatore, quando il popolo affollatosi intorno a quel principe ch'era venuto In Napoli, gridò in favore del Toledo, ed ottenne come dono speciale che venisse lasciato al suo posto.

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CAPITOLO IV.

1553-1671

Viceré di Sicilia non migliori di quelli di Napoli. Parlamenti. Altri viceré Si Napoli. Rinunzia di Carlo Quinto a Filippo II.

1. L'isola di Sicilia dal principio del regno di Ferdinando il Cattolico insino a questo momento fu quasi sempre turbata e commossa, quando dalle incursioni della vicina Africa, quando dalle stesse interne sue discordie civili. Fu odiato il Lanusa viceré severo e crudele, e più odiato il Moncada uomo di corrotti costumi, contro il quale insorse tutto il paese, tanto che i Siciliani nelle discordie Fra Carlo Quinto e Francesco I tentarono di passare sotto il dominio de' Francesi, ma furono scoperti e puniti con morte i principali della cospirazione. Fu visitata la Sicilia da Carlo quando egli ritornava dall'impresa di Africa. Era andato in Africa, come abbiam detto, con numerosa armata per dane un colpo alla potenza de' barbareschi i quali correvano il Mediterraneo e tormentavano le terre del regno. Aveva portato l'assalto e la strage in Tunisi, riposto su quel trono un legittimo principe, com'egli lo chiamava, e scacciato un usurpatore. Ma era rimasto contento a questa sola vittoria, gli effetti della quale furono assai passeggieri, sia ch'egli si credesse chiamato a maggiori opere di governo, sia che prevedesse che l'Africa non sarebbe stata giammai sottomessa da nessun conquistatore del mondo. Egli approdò a Trapani, visitò Messina, e tenne un general Parlamento a Palermo, confermando alle città dell'isola molti privilegi. Questi Parlamenti o Assemblee o Corti Generali raccolti la prima volta da Ruggiero, come abbiam veduto innanzi, con esempio imitato da' successori Svevi, Angioini ed Aragonesi, durarono in Sicilia fino al nostro secolo, quando già da circa ducente anni erano cessati nelle provincie di qua dal Faro. Ma come queste adunanze si convocarono anticamente più volte nel corso di un anno per ragion di pubblica utilità, così divennero col volgere de' secoli meno frequenti e più dannose.

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Soleva prima trattarsi in esse della pubblicazione di nuove leggi intese a migliorare le condizioni del regno; ma dopo la dinastia aragonese non servirono che a suggellare col loro consenso tutte le novelle gravezze che l'avidità del governo imponeva. Forse il Cardinal Pacecco che successe al Toledo avrebbe continuato con egual lode il buon governo del suo antecessore, come dimostrarono le opere dei pochi anni ch'egli resse le cose napoletane, se indi a poco rinunziando Carlo Quinto all'impero (1556) non avesse ceduto a Filippo li tutti suoi stati, tolti quelli di Germania che lasciava al fratello Ferdinando. Affermò di essere stanco delle lunghe fatiche durate per governare tanti popoli lontani e diversi, e non poter più reggere a tante cure che richiedevano corpo ed animo vigoroso. Rammentava di essere stato instancabile nello accorrere dove lo chiamava il dovere, nove volte in Germania, sei volte in Ispagna, sette in Italia; aver visitato dieci volte le Fiandre, due volte l'Inghilterra; essere deliberato oggimai di voler consacrare a Dio gli ultimi anni della sua vita. E così si ritrasse al monistero di san Giusto nella provincia spagnuola dell'Estremadura.

2. Venuto al trono Filippo, il Pontefice Paolo IV napoletano, di casa Carafa, dichiara decaduto Filippo, e si accorda con Enrico di Francia per molti censi che il regno doveva pagare alla Chiesa romana, sebbene a queste ragioni desse maggior peso un' antica ira del Carafa contro gli Spagnuoli, che nei primi tempi del viceregnato, e propriamente nell'assedio di Lautrec, avevano perseguitato e quasi voluto distruggere la sua famiglia. Al duca di Alba, guerriero fra i primi dell'età sua, ma crudele e sanguinario, mandato per viceré da Filippo, fu contrapposto per Francia il duca di Guisa. Il duca di Alba si mosse con l'esercito in atteggiamento ostile sopra il territorio romano: ma prima di assaltare parlò parole di pace e di concordia al Pontefice che non furono accolte. Fu solamente fermata una tregua la quale lasciò campo al duca di raccogliere nuove forze, destinando a questo uso tutto il denaro die seppe trovare, ed anche gli ori, gli argenti, i bronzi delle chiese. Affrontavasi negli Abruzzi con l'esercito del Guisa e vincevano da prima le armi di Spagna: ma i Veneziani entrarono compositori nella discordia, e fu confermata la pace.

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Al duca d'Alba richiamato nella Spagna succedeva il duca di Alcalà uomo d'interi costumi e d'animo costante e provvido (1559). né gli mancarono occasioni da porre in opera la sua prudenza. Tremuoti, carestie, invasioni di fuorusciti durante il suo viceregnato turbarono la pace de' napoletani, ed egli soccorse con ogni suo potere alle universali sciagure; se non che stromento de' voleri del monarca di Spagna, fu obbligato anch'egli di dare fortissima scossa alla finanza per le guerre di Fiandra nelle quali era implicato Filippo. Ma il popolo era tanto grato ai benefizi del duca, ch'egli giunse ad ottenere senza un lamento circa sei milioni in donativo da' napoletani, in meno di sei anni. Troverai registrate nelle storie del regno le somme esorbitanti ch'esso pagava ad ogni avvenimento lieto o funesto che toccasse la Spagna. E quindi ad ogni morte, o nascita, o coronazione, o guerra di un principe spagnuolo, si mandavano in tributo dal regno queste enormi somme. Ed alla concessione di esse non mancava l'ipocrisia delle forme, perché s'interrogavano sempre le assemblee generali o parlamenti, e non mancava neppure l'ipocrisia del nome, perché non si chiamavano né imposizioni, né contribuzioni, ma donativi, quasi che queste somme fossero concedute dalla spontanea e concorde affezione e volontà di tutto il popolo. Si chiamavano donativi, ma la somma dovuta veniva prima determinata dai governanti, e s'imponeva a ciascuno la parte del suo debito, usandosi a riscuoterla tutti quei mezzi più crudeli che allora si praticavano dai gabellieri. S'imprigionavano le mogli e i figliuoli quando non si rinvenivano i mariti ed i padri, né si mancava di togliere loro i letti e le masserizie più necessarie al vivere delle infelici famiglie. Anzi i donativi avevano pur questo di particolari, che in questa specie di contribuzione nessuno veniva esentato, neppure gli ecclesiastici, quando molti speciali privilegi si concedevano nel pagamento delle altre gabelle ordinarie, non solamente agli ecclesiastici, ma alle intere città che si chiamavano demaniali, quelle cioè che non erano sotto la dipendenza feudale di nessun barone. Non dobbiamo tacere fra gli avvenimenti di questo viceregnato che il duca di Alcalà, avanzatosi una volta con l'esercito oltre i confini, occupò vigorosamente Pontecorvo,

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Frosolone, Tivoli, Anagni, città dello Stato romano, e nei dodici anni del suo governo si ostinò nel pretendere dalla Corte romana che le bolle e gli atti di Roma dovessero esser muniti dell'assenso regio per aver forza di legge nel regno.

CAPITOLO V.

1571-1575

Cardinale di Granula viceré. Sue qualità. D. Giovanni d'Austria. Battaglia di Lepanto. Il Granvela richiamato nella Spagna.

1. Il cardinal di Granvela che gli successe (1571) era uomo di alta conoscenza delle faccende di stato, avendo già seduto nel consiglio di Spagna, ma non lasciò di suscitar le solite differenze con la santa Sede, la cui potenza sul regno contrastata sotto gli Svevi, risorta sotto gli Angioini, e ricaduta quindi sotto gli Aragonesi, aveva ripreso con subita vicenda sotto il governo viceregnale la più gran parte del suo antico vigore. Fu egli il terzo cardinale che avesse governato il regno in qualità di viceré. Il cardinal di Granvela promosse in tutte le maniere fin dal principio del suo governo, ed aiutò di poi con ogni opera quella lega dei principi cristiani contro il Turco, la quale vinse la famosa battaglia di Lepanto. Fu don Giovanni d'Austria, figliuolo naturale di Carlo Quinto, che eletto a comandare l'armata s'imbarcò nel porto di Messina, ed affrontatosi col Turco gli diede quella pienasconfitta nella quale dicono le storie che perissero non meno di ventimila turchi e cinquemila fossero fatti prigioni. E la battaglia fu detta di Lepanto dal golfo greco di questo nome presso al quale fu combattuta, e detta anche delle Curzolari da quelle isolette cosi chiamate che stanno dirimpetto al golfo. Combatterono a questo assalto le forze unite delle principali potenze cristiane, i Genovesi, i Veneziani, il duca di Savoia, i principi di Parma e di Urbino, e la Spagna, ed il Pontefice benedisse quelle armi.

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E sebbene dopo questa vittoria si fosse disciolta la lega senza che si compiesse la punizione degli ottomani, pure il nome e la potenza dei turchi sul Mediterraneo ebbe un colpo fierissimo dal quale non si rilevò per molti anni cosi fiera ed ardita come prima. Questa vittoria dava animo a Filippo di ripigliare l'impresa di Tunisi incominciata dal padre, e prese Tunisi, ma l'ebbe solamente per breve tempo, perocché i Turchi ne discacciarono di nuovo e presto i nemici, e rimasero tanto avversi ai napoletani, che seguitarono poi sempre ad infestarli. Per queste spese continue di guerra dovevano bastare le finanze napoletane, e l'oro di Napoli doveva arricchire la Spagna che pur tanto ne aveva e ne traeva dalle sue lontane conquiste. Don Giovanni d'Austria il quale voleva per sè un donativo, e n' ebbe rifiuto dal viceré perché troppo consapevole e dolente dello stato del regno, si adoperò perché il Granvela venisse richiamato, e fu di fatto richiamato nella Spagna e partì con pianto grandissimo di tutt'i napoletani (1575).

2. Gli altri signori spagnuoli che sotto il regno di Filippo II amministrarono il regno, certamente non giunsero a risanarne Je piaghe. I più di essi non vollero, desiderosi di far cosa grata alla corte di Spagna, e non cercarono che di più spogliare e rapire. Anzi una gran parte mettevano solo il pensiero ad accumulare gradi e ricchezze per le loro famiglie, onde uno scrittore di quel tempo parlando di costoro dice queste proprie parole: eh' essi uscivano da Spagna Grandi poveri per ritornarsene alle lor case Principi ricchi. E qui mi rammento di quei governatori di Provincie che un imperatore romano chiamava le sue spugne, dall'ufficio a cui li destinava di sorbire il sangue e la vita, perché a costoro possono per avventura assai bene venir paragonati molti viceré di Spagna. Inviati per poco tempo, non si brigavano di migliorare lo stato, e di vincere mille ostacoli per esserne poi rimproverati o anche puniti in patria. Quei pochi per contrario che si adoperavano pietosamente ed utilmente, potevano fare in breve tempo assai poco, ed i loro benefizi distruggeva tutti interi l'avidità o la nequizia de' loro successori. Oltre di che le opere utili e salutari di pochi governanti, non si restringevano che al bene della sola Napoli,

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come di principal città e sedia del governo le pause tutte che nei tribunali di Napoli si trattavano, quelle anche delle terre lontane, e le poche immunità e privilegi che si concedevano ai soli napoletani, ricoprivano sempre più di squallore deplorabile le provincie isterilite e deserte.

CAPITOLO VI.

1575-1595

Ultimi viceré di Filippo. Escono sempre nuovi danari dal regno. 1 masnadieri infestano le provincie. Benedetto Mangone e Marco Sciarra.

1. Cinque furono i viceré che dopo il Granvela governarono per Filippo II le provincie di qua dal Faro. Il marchese di Mondejar le preservò dalla peste che tutta quanta aveva corsa l'Italia; mise in fuga ed in rotta Uzelì comandante de' Turchi che era approdato e disceso sulle terre marittime del regno; ma superbo, aspro, imperioso, avido sempre di denaro e pronto a trarlo dal popolo con ogni mezzo più crudele, non si guadagnò l'affetto de' napoletani i quali non gli furono neppur grati di quello ch'egli fece degno di lode. Poco gradito a don Giovanni d'Austria che in Napoli dimorava ed era comandante in capo dell'armata, venne spesso a contesa con lui, e don Giovanni una volta gli corse sopra a mano armata e lo avrebbe ucciso, se alcuni grandi della corte non ne avessero raffrenato lo sdegno. E non era più gradito alGranvela. il quale allora presedeva al Consiglio che il re teneva a Madrid per le cose italiane. Questo consiglio chiamato Consiglio d'Italia ebbe per fondatore l'imperalo!Carlo Quinto, ed era composto di un presidente e sei consiglieri i quali si domandavano Reggenti. Tre di costoro erano spagnuoli e tre italiani, dei quali ultimi uno doveva esser nato in Lombardia, un altro in Sicilia, un altro in Napoli, paesi dove avevano sede i viceré di Spagna, e gli affari di queste tre provincie disposti ed ordinati da questo consiglio, venivano in ultimo risoluti dalle sovrane provvidenze del principe.

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Il marchese di Mondejar venne adunque richiamato dopo il quarto anno, e da allora fu per legge stabilito che il viceregnato non potesse in persona d'alcuno essere prolungato oltre il terzo anno.

2. Il conte di Miranda, altro viceré di Filippo II, qualche utile opera condusse a termine, e promulgò alcune prammatiche utilissime; ed una infermeria per le prigioni e l'arsenale terminato furon cose dovute alle sue cure; ma non pochi denari uscirono dal regno in aiuto della guerra che Filippo combatteva contro il Portogallo. Pure i soccorsi al re somministrati, furono da lui con tanta cura ed avvedimento raccolti, che il popolo non ne senti la gravezza. Qui non mi sembra da trasandare che sotto il governo di Filippo, essendo viceré il duca di Pietrapersia, venne adottato il nuovo Calendario ch'è quello ancora usato oggi dalle nazioni cattoliche, chiamato Gregoriano dal nome del Pontefice Gregorio XIII il quale lo pubblicò, secondo la riforma proposta appunto da un nostro calabrese Luigi Lilio, e che fu trovata la migliore di quante ne avessero fatte gli astronomi dell'Europa interrogati a quel tempo. Era stata questa riforma oggetto di lunghe discussioni in vari concili della chiesa; perocché proseguendosi ad annoverare i giorni secondo l'antico calendario, ne sarebbe avvenuto grandissimo disordine fra il giro dei mesi ed i rivolgimenti lunari; disordine che non si ebbe più da temere, quando il Lilio propose di togliere dieci giorni dal decembre di un solo anno (1582), e celebrare il Natale di quell'anno al decimoquinto giorno del mese. Il duca di Ossiina successore del Miranda fu d'animo vano ed altiero, sebbene d'altra parte saldo mantenitore della giustizia, ed operoso e sollecito, molte fabbriche e molte strade facesse costruire. Ma le opere condotte a fine nel governo che esercitò un altro conte di Miranda nipote al viceré dello stesso titolo, furono senza paragone maggiori, I masnadieri che sorgevano in ogni parte d'Italia per numero e per furore formidabili desertavano più che altre, le terre del regno e le campagne romane, ma tornavano vani gli sforzi del Pontefice e di ogni altro principe vicino a poterli distruggere. Gli armati non esperti delle balze dov'essi si celavano non giungevano mai a fare alcuna prova su di loro; ma questo viceré ne fece ampio sterminio affidando l'impresa difficilissima al conte di Conversano.

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Benedetto Mangone nato presso Eboli, e Marco Sciarra abruzzese che si faceva chiamare il re della campagna, uomini terribili, perseguitati e spenti, tolsero con l'esempio della lor morte anche l'animo per alcun tempo ai loro seguaci di più rilevarsi (1587). perché la forza di questi uomini era riposta più che nel numero, nella opinione di colui che si faceva lor capo. A lui tutti obbedivano, e la loro unione dava ad essi l'aspetto e il vigore di una squadra o legione guerriera che talvolta veniva a patti co' governi per prestare ad essi i suoi servigi sul campo, non altrimenti che facevano le antiche compagnie di ventura. Ed un esempio ne fu quello Sciarra che entrò financo una volta agli stipendi della repubblica di Venezia. Terminate queste imprese, moltissimi pubblici edilìzi sorsero per opera del Miranda. A lui furono dovute una polveriera fuori della Porta detta Nolana, la strada che conduce alla Puglia, il castello dell'Uovo ristorato, il ponte della Maddalena ampliato, migliorata la piazza innanzi alla reggia. Ma nel corso de' nove anni che egli governò, essendo stato per ben due volte riconfermato nel suo ufficio, uscirono dal regno intorno a sette milioni in soccorso delle guerre che gli Spagnuoli combattevano contro l'Inghilterra e la Savoia, e col denaro de' Napoletani furono costruite moltissime navi che dovevano far parte di quella numerosa armata inviata da Filippo contro l'Inghilterra, ch'egli volle chiamare, quasi ad augurio felice, l'Armata Invincibile, e che poi doveva esser vinta dalle tempeste prima d'incontrare il nemico.

CAPITOLO VII.

1595-1598

Governo del conte di Olivares. A Filippo II succede Filippo III. Diversità di questi due principi. Vicende dell'isola di Sicilia.

1. AI governo del conte di Miranda successe quello migliore del conte di Olivares (1595). Naturalmente severo, ed alieno dalle leggiere vaghezze e delizie del vivere, vietò nel suo palazzo le feste e gli spettacoli teatrali ne' quali grandemente i suoi antecessori si dilettarono, sembrandogli forse alla sventura del popolo mal convenirsi la gioia e il tripudio di quelli che comandano.

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Incominciò per la ragionevole economia della caduta finanza ad esser parco e moderato fin nel suo domestico trattamento, e raffrenò con l'esempio e con le sue prammatiche lo smodato lusso dei grandi. Prammatiche sono queste nelle quali potrai ammirare il buon volere di chi le dettava, più che la scienza di governo; perocché dal vietare gli ori e gli argenti sugli abiti e sulle suppellettili de' grandi, non ne nasceva sollievo alcuno alla pubblica miseria, la quale suole avere negli stati sempre più remote cagioni nell'avvilimento delle industrie e del commercio, cagioni che nessun governo né può né deve ignorare. L'opera incominciata dai viceré che lo avevano preceduto fu da lui continuata contro i fuorusciti, e le campagne rimasero per lui più tranquille e sicure. Sorse per lui da' fondamenti un grande edificio della conservazione de' grani, e molte nuove strade e fontane furono costrutte a decoro ed utilità di Napoli e del regno. Parve che amasse grandemente l'ufficio supremo commessogli in queste provincie, e ritornato a Madrid soleva confortare tutti i grandi a non richiedere il governo di Napoli, perché sebbene era gratissimo l'ottenerlo, avrebbero dopo, com'egli diceva, troppo dolore a lasciarlo. Con la vita di Filippo II terminò il governo di questo viceré, deposto e richiamato da Filippo HI. Differente di natura e di modi fu da Filippo li il suo successore. Quegli d'ingegno acuto e sagace, simulatore e dissimulatore perfetto, superatore di qualunque ostacolo, amante più d'essere temuto che amato, sol che si compiesse la sua volontà, nella quale era istancabile e perseverante quanto alcun altro principe sia stato giammai. Dal padre suo Carlo Quinto egli fu diverso assai, non già per l'ambizione del comandare da principe assoluto, ma per i suoi modi aspri e superbi, per essere inetto ad ogni esercizio di corpo, nemico a qualunque prova di guerra, ed avverso alle armi ed alle battaglie. né fu veduto che assai raramente accorrere dove il bisogno lo chiamasse, come aveva fatto il padre; anzi la sua vita trascorse tutta intera rinchiusa fra le mura della reggia spagnuola. Da questa inviava i suoi generali e governatori, come esecutori e ministri della sua politica inflessibile la quale voleva imporre una forma di governo a tutti gli stati che dipendevano da lui. Ed in questa opera riuscì tanto infelicemente, che invece di accrescere

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i suoi stati, si vide privato di uno de' più importanti (1598).

Si racconta che Filippo II vicino a morire fu veduto piangere perché non aveva avuto dal cielo un successore che fosse bastante a governare il regno ch'egli lasciava. Fu con molto senno osservato da un moderno storico che di Carlo V poteva ben dirsi aver avuto qualità da guerriero e da re, di Filippo li solamente quelle da re, ma i loro successori non essere stati per mente e per cuore né l'uno uè l'altro.

2. Rivolgendo uno sguardo all'isola di Sicilia della quale abbiamo nominati alcuni viceré odiati, non potremmo raccontare nulla che sia diverso da quello che avveniva in Napoli, se pure non fossero le guerre civili che si movevano i grandi dell'isola. In quanto alle sedizioni contro il governo, sono memorabili quella che si mosse una volta contro il viceré Ugo Moncada, il quale ebbe da fuggire sotto mentite spoglie da Palermo a Messina per salvare la vita, e l'altra ordinata da un tale Giantuca Squarcialupo contro il viceré Ettore Pignatelli. Ma sebbene avessero i sediziosi guadagnata e commossa tutta l'isola, furono domati con la forza e puniti con l'ultimo supplizio. Ed eguale destino toccò a quattro fratelli Imperatore che tentarono di sottrarre l'isola all'impero di Carlo ed offerirla al re di Francia. Delle guerre civili lasciò tristissima fama sopra tutte quella dei Perollo e dei De Luna, famiglie potenti di Sciacca città meridionale dell'isola, che fu perciò ripiena di sangue sparso finché la forza del viceré non rimise l'ordine con la morte di molti e l'esilio del De Luna e dei suoi seguaci. Onde l'avvenimento si trova menzionato nella storia col nome di Caso di Sciacca. In tutto il rimanente la storia di Sicilia somiglia a quella di Napoli per sofferenze e sciagure in questo primo secolo de' viceré. Alla rapina degli amministratori si aggiungevano le frequenti incursioni de' corsari turchi, ed i siciliani senza poter difendere i loro tetti e le loro campagne dall'avidità di questi depredatori, erano invece mandati a combattere in lontani paesi. Per non ripetere quelle miserie da noi raccontate altrove, diremo solamente che un viceré di Sicilia, vedendo come spesso i barbareschi correvano al porto di Marsala, pensò una Volta d'interrare quel porto, distruzione più barbara di qualunque altra e che forse non avrebbero fatta gli stessi saraceni

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CAPITOLO VIII.

1503-1598

Vicende della coltura durante il primo secolo del viceregnato. Leggi e magistrati. Scienze, Filosofia e Matematica. Lettere e Belle Arti.

1. La principal cosa a cui vien chiamata l'attenzione dei lettori, nei mutamenti delle dinastie diverse che vengono a regnare in Napoli, è quella delle leggi e delle istituzioni governative. Ma il nostro regno, siccome abbiamo accennato di sopra, ebbe grandissimo mutamento in peggio dopo gli Aragonesi, non solo per alcune istituzioni mutate, ma per essere divenuto allo stato di provincia spagnuola. Questa qualità non solamente trapiantò in esso gli usi e le abitudini di Spagna, ma lo gettò in tale sconforto ed avvilimento che parve fatto quasi barbaro a fronte delle altre contrade d'Italia. E gli uomini illustri che sorsero in queste Provincie, sebbene fossero grandissimi, nulla operarono sulla più gran parte della nazione la quale rimaneva ignorante e misera. Questa ignoranza e miseria faceva grande contrasto talvolta con la ricchezza ed il fasto della corte viceregnale; perché i viceré non solamente ebbero una corte fastosa a modo spagnuolo, ma cercarono per quanto fu possibile, di trapiantare in Napoli anche le feste e gli spettacoli della nazione dominatrice. Dico, per tacere di mille altri, che le giostre de' tori così famose nella Spagna furono introdotte in Napoli e tanto onorate che scendevano sull'arena a combattere gli uomini di famiglie illustri, napoletane e spagnuole, ed i viceré ancor essi, fra i quali don Pietro di Toledo fu uno de' più valorosi e destri cavalieri. Delle istituzioni viceregnali vien prima di tutte per ordine di tempo e per importanza avuta in molte occasioni, il Consiglio detto Collaterale. Questo Consiglio fu composto prima dal Viceré e da due consiglieri detti Reggenti, ma a questi si aggiunsero in diversi tempi un terzo, un quarto, un quinto reggente, infino a che da Filippo non venne stabilito in Madrid il Consiglio d'Italia.

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Il Consiglio Collaterale serviva di aiuto, e talvolta di freno all'autorità del viceré, e troviamo spesso nella storia esempi di una certa grandezza d'animo e di vigore dimostrato da questo consesso. Non furono istituiti nuovi tribunali, ma questi medesimi vennero trasferiti in castel Capuano per volere di Pietro di Toledo, e da quel viceré si può dire che avessero una sede migliore, ed incominciassero ad essere temuti e venerati da tutti gli ordini dello stato. Pare che rialzando l'autorità de' tribunali e delle leggi volesse raffrenare il potere de' baroni, ma se raggiunse in parte il suo scopo, fece sorgere una classe sterminata di causidici e fiscali il cui ufficio era quello di difendere, secondo una legislazione composta di tante legislazioni che offerivano leggi contraddittorie, e che dava occasione al cavillo, alle controversie, alle frodi de' legisti. de' giureconsulti nominiamo Scipione Capece professore chiarissimo di dritto nella università napoletana, illustratore delle Pandette di Giustiniano, scrittore latino e poeta di tutta perfezione; ed aggiungiamo ad esso Marino Freccia anch'esso professore nella università, le cui opere riguardano la più parte il dritto feudale, e furono stampate ed accolte in Italia e in Germania. Venendo a parlare delle scienze sacre, ci si presentano alla memoria due nomi che non possiamo tacere: il cardinal Seripando che fu Generale degli Agostiniani e poi Arcivescovo di Salerno, uomo d'immensa dottrina, la quale si vide «splendere nelle opere pubblicate, e più ancora nel Concilio di Trento dove sostenne l'incarico di legato pontificio; e l'altro Giammatteo Giberti vescovo di Verona nato in Palermo, che fu decoro della chiesa per la dottrina immensa e per la santità de' costumi. Le scienze naturali vantano il nome di Fabio Colonna che di piante e di pesci pubblicò memorie dottissime e disegni fatti da lui; e basti il dire che oggi ancora in tanto progresso della scienza sono stimate le opere di questo solenne naturalista. Nella medicina ricordiamo Filippo Ingrassìa siciliano, e Bartolomeo Eustachio calabrese, medici ed anatomici insigni, autori di scoperte fatte sul congegno e sulla struttura dell'orecchio umano. In quanto agli studi della universale filosofia sono tali nomi che nessuno può ignorare quelli di Simone Porzio, di Bernardino Telesio, di Giordano Bruno e di Giambatista della Porta, come nelle scienze matematiche

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quelli di Luigi Lilio e Francesco Maurolico.

Tutti costoro ebbero grandissima fama in Italia e fuori, ed il primo, Simone Porzio, ebbe cattedra di filosofia nella università pisana e fu dotto ed elegante scrittore in latino ed in greco, Maggior fama fu quella del Telesio e del Bruno per aver essi incominciato a combattere la filosofia delle scuole, che allora, abusando del nome e della autorità di Aristotele, si faceva consistere in un vuoto giro di parole. Ma il secondo di essi che fu anche detto Bruno da Nola, dal nome della patria, ebbe più trista celebrità del Telesio, perché fu condannato a morte ed arso vivo siccome reo di eresia della quale furono incolpati i suoi libri. Ingegno straordinario fu Giambatista della Porta, il quale oltre alle lettere che l'ornarono, ebbe profonde conoscenze in tutte le scienze, nelle quali fece novelle scoperte e perfezionò le antiche. Si vuole inventore della Camera detta Oscura, specie di macchina usata da' pittori per veder rappresentate in un piano solo gli oggetti vari e diversi che stanno all'interno di essa; e si vuole ch'egli il primo trovasse la combinazione delle due lenti ad avvicinare gli oggetti e fosse precursore del telescopio. E sono famose ed ingegnosissime (se non verissime ) le sue opinioni intorno alle forme esteriori che rivelano le virtù nascoste delle piante, come quelle intorno all'esteriore apparenza delle fisonomie che rivelano, secondo lui, le qualità morali degli uomini. de' due rimanenti, il Lilio e il Maurolico, fu calabrese il primo, e siciliano il secondo. Del primo abbiam fatto parola accennando la emendazione del calendario, e diciamo ora dell'altro ch'egli fu professore rinomatissimo in Messina, e tradusse e supplì maravigliosamente ne' luoghi perduti gli antichi matematici Teodosio, Archimede ed Apollonio, essendo dotto in arabo ed in greco.

2. Venendo a parlare delle lettere ed incominciando dagli storici patri, si può dir primo di tutti Angelo di Costanzo che scrisse con eleganza le cose avvenute in Napoli dalla caduta degli Svevi fino agli ultimi anni degli Aragonesi. né va tralasciato Camillo Porzio, l'autore di quella profonda narrazione della guerra de baroni; e Scipione Ammirato che scrisse una celebrata storia di Firenze, dove accolto ed onorato da Cosimo I dettò la più parte delle sue opere, delle quali alcune riguardano il regno di Napoli dov'egli era nato.


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Finalmente non si può tacere Cesare Baronio cardinale che ordinò e scrisse gli Annali Ecclesiastici, prodigiosa opera secondo i tempi, la quale non costò meno di quarant'anni di durissime fatiche all'autore. Le lingue dotte ebbero pochi cultori, e voglio notare, come fatto più curioso che importante, che vissero nello stesso tempo tre improvvisatori latini, Camillo Querno, Baraballo di Gaeta e Silvio Antoniano, i quali non furono tutti di merito eguale, ma ebbero molti onori in Roma appresso i letterati che popolavano la corte di Leon X. Meritano per contrario una speciale menzione i poeti napoletani di questo secolo che scrissero in italiano e tennero un certo modo diverso da quelli della rimanente Italia e si allontanarono dalla servile imitazione del Petrarca. Furono primi fra questi Angelo di Costanzo da noi mentovato siccome storico, e Galeazzo di Tarsia, e Bernardino Rota, e Luigi Tansillo, che tutti appartennero a famiglie patrizie ed ebbero nome per le armi e per la poesia. Ma tutti furono minori del grandissimo epico italiano Torquato Tasso, nato in Sorrento, del quale sarebbe soverchia qualunque cosa si volesse aggiungere. Parlando delle arti belle possiamo dire che le molte opere fatte dai viceré erano spesso occasione agli artisti napoletani di venire manifestando il valor loro; ma la più parte di esse non attestano né il gusto, né la purezza degli altri stati italiani. Nominiamo due soli che si levarono sugli altri, Giovanni Marliano detto comunemente dalla patria Giovanni da Nola, e Girolamo Santacroce. Il primo fu fondatore di una scuola e lasciò opere bellissime e molti discepoli; il secondo fu uno di quegl'ingegni altissimi i quali rapiti da una morte immatura lasciano grande opinione di quello che sarebbero stati; e di questo Santacroce vissuto poco oltre ai trent'anni, disse il Vasari, che avrebbe superati, vivendo, tutti quelli dell'età sua. Nella pittura ebbero giusto nome Andrea da Salerno discepolo ed amico del gran Raffaele col quale studiò e lavorò in Roma, e quello de' suoi discepoli che ebbe maggior grido fu Gian Bernardo Lama. A costui si potrebbe aggiungere, non perché nato in Napoli, ma perché dichiarato cittadino di Napoli,

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dove visse e lavorò molti anni, il valoroso Marco da Siena conosciuto nelle storie con questo nome. Son questi i principali uomini che illustrarono il regno nel primo secolo del viceregnato.

CAPITOLO IX.

1598-1616

Primo conte di Lemos. Congiura di Campanella. Conte di Benavente. Sue opere. Altro conte di Lemos. Palazzo della Università.

1. Incominciò a governare per Filippo III il conte di Lemos, il quale ebbe quasi come prima opera del suo governo a reprimere la famosa congiura che tolse il nome da Tommaso Campanella frate di san Domenico. Eransi i Calabresi risoluti con una sollevazione di sottrarsi al governo regio e costituire la Calabria in repubblica. Avevano a tal uopo richiesto l'aiuto de' Turchi, e si erano concordati con essi, aspettandone soccorsi all'opera immaginata. Non è maraviglia che il Campanella, nato in una piccola città della Calabria chiamata Stilo e destinata appunto ad essere capitale della novella repubblica, per lunghi e severi studi conosciuto ed avuto in pregio da' suoi cittadini, fosse stato chiamato a far parte di quella congiura, la quale essendo stata scoperta ed interrotta, foss'egli dipoi creduto il principale autore e motore della macchinazione. Si aggiungeva a tutto questo, che il Campanella per aver gridato fortemente contro la filosofia che regnava nelle scuole e predetto grandi rinnovamenti e rivolgimenti nel regno, era stato perseguitato dal governo viceregnale, e costretto a starsi quasi in prigione nel suo convento di Stilo. Carlo Spinelli sorprese i congiurati e gran numero ne imprigionò. Lo stesso Campanella fu dei presi; ma dalle sue parole ad arte vane e disordinate, fu da folle più che da colpevole, condannato a perpetua prigionia. Pure non credendosi più sicuro in Italia dalle insidie del governo spagnuolo, trovò il modo di ripararsi in Francia, dove raccolto ed onorato finì di vivere.

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Allo stesso viceré conte di Lemos devesi la magnifica fabbrica del real palazzo di Napoli fatto di poi terminare dal figliuolo Francesco di Castro il quale tenne per alcuni mesi il governo dopo la morte del padre (1603). Fra il primo e il secondo conte di Lemos tenne il governo con qualche lode il conte di Benavente, il quale operò quanto gli era possibile per non lasciare in Napoli una trista ricordanza di sè. Ma le ingiustizie e le oppressioni che il popolo sofferiva non erano solamente quelle della privata prepotenza dei baroni; perocché gli stessi tribunali, deviando dal loro altissimo ufficio, avevano partecipato alla universal corruzione, e la stessa giustizia venduta, lungi dall'essere sostegno alla debolezza del povero, era divenuta scudo alla crudeltà de' potenti. E le leggi siccome innumerevoli, incerte, confuse, e talora stravolte, nocevano in luogo di giovare ai giudizi, ne' quali anche sovente l'arbitrio de corrotti magistrati invece di svolgere il nodo della controversia, pronunziava ogni sentenza secondo le sue private passioni. Non era verità riconosciuta e suggellata dal giudizio di un tribunale, la quale non potesse il giorno seguente venir rigettata siccome falsa dal tribunale medesimo; non era legge la quale non potesse venir contraddetta con altra legge per l'immenso ed informe cumulo di tante legislazioni. A questo si vuole aggiungere che essendo il foro la sola strada alla fortuna ed agli onori, tutti i moltissimi ingegni de' quali abbonda il regno napolitano si rivolgevano a questi esercizi, usando il loro ministero al solo scopo di arricchire, onde avveniva assai spesso che coloro i quali volevano salvarsi dall'oppressione del potere baronale, cadevano sotto quella de' curiali non meno funesta e distruggitrice. Ed una turba infinita di costoro si perpetuò e crebbe nel regno, gettando il discredito sull'intera nazione, senza nuocere per altro alla grande opinione che meritarono anche fuori i nostri giureconsulti e magistrati, i cui nomi saranno da noi registrati in seguito. Il conte di Benavente fu inteso a soccorrere gl'infelici e mantenere alla giustizia i suoi dritti; né fermezza d'animo gli mancò non meno in questa che in ogni altra opera del suo governo. Egli fu che per togliere occasione ai corsari turchi di infestare le marine di Puglia, mandò a distruggere il castello di Durazzo nell'Albania, asilo e ricetto di quella gente, il più vicino al regno, non essendo

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che per sole cento miglia di mare diviso dal capo di Otranto.

Egli negò il dritto di asilo e l'impunità a qualunque malfattore, perché costoro volendo sviare dal loro capo i colpi della giustizia, avevano antica usanza di rifuggirsi non solamente nelle chiese, ma ne' cimiteri, ne' conventi ed in altri luoghi sacri, come le case dei vescovi, e gli ospedali, e così non era strada di Napoli che non porgesse qualche asilo ai colpevoli. né trascurò il conte di Benavente le opere pubbliche, e furono costrutte per suo cenno la strada di Poggioreale e quella di santa Lucia, e il ponte di Chiaia, e altre opere nelle città di Cava, di Bovino e di Benevento (1610).

2. Non meno si studiò di aiutare la giustizia e la finanza l'altro conte di Lemos, figlio del primo. Uscito dagli studi di Salamanca, ed ornato di non volgare dottrina, amava le lettere e le scienze, e volle prenderne cura diligente. L'Università degli studi ristretta da prima in poche stanze nel convento di san Domenico Maggiore, ebbe splendida sede, con pompa solenne d'inaugurazione, nel palazzo da lui fatto edificare appositamente con disegno del Fontana, lo stesso che poi fu destinato a rinchiudere il Museo e l'Accademia di pittura, ed ordinò gli statuti di essa Università con una lunga prammatica. E qui poiché abbiam parlato di studi, non sarà inutile il considerare fugacemente quello che a qualunque percorra la storia del regno di Napoli sembra maraviglioso e quasi non credibile, il vedere sotto un governo distruttore, ed in mezzo ad un popolo sarei per dire istupidito dalle stesse sciagure, sorgere intelletti chiarissimi, e lumi di sapere non solamente al secolo ed alla patria loro, ma a tutte le età posteriori ed all'intera Europa. Talché se le età degli Svevi e degli Aragonesi furono celebrate per buone lettere, grandemente prevalse quella del viceregnato. Imperciocché sorsero in essa i filosofi più profondi, e non solamente nella filosofia speculativa, ma in quella che riguarda il dritto universale, la storia e la pubblica amministrazione, e quella scienza che poi fu detta economia politica o scienza delle ricchezze, perché prende a considerare la produzione e la distribuzione di esse. Questi filosofi che vide sorgere in Napoli l'età del viceregnato, furono le più volte perseguitati e fatti tacere dal governo viceregnale,

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quando essi ardirono levar la voce contro le ingiustizie dei tempi; ma le loro parole non lasciarono di apparecchiare la via a quelle benefiche riforme della civile amministrazione incominciate nella seconda metà dello scorso secolo.

CAPITOLO X.

1616-1621

Duca di Ossuna e sue qualità. Congiura di Venezia. Il duca d'Ossuna a parte della congiura. È richiamato e muore in prigione. Morte di Filippo III.

1. Le poche opere lodevoli de' viceré pochissimo aiuto porgevano allo stato ogni giorno cadente. La corte spagnuola quando avea inopia di denaro mandava al regno siccome a miniera inesausta, ed i ministri, o di buon animo o costretti, con gabelle e balzelli spogliavano il popolo. Alfonso d'Errera non potè fare a meno di porre una imposizione sulle frutta, ed una sul sale, che amareggiarono assai l'animo de' napoletani; e l'ultimo viceré di Filippo, che fu Pietro duca d'Ossuna, avendo voluto togliere due gabelle di recente imposte, ebbe a provarne i risentimenti della corte di Spagna che poi tentò di calmare con un donativo di un milione e più di ducati. Uomo non senza valore ed ingegno, dopo essere pervenuto ai più alti gradi a cui possa giungere ed aspirare un privato, finì miseramente in prigione i suoi giorni per aver dato fórse troppo orecchio alla sua ambizione. Già viceré in Sicilia, erasi acquistato non minor lode che affetto dai Siciliani, e non meno si guadagnava oggi l'amore de' Napoletani per la cortesia popolare delle maniere. Meno infelicemente avrebbe avuto fine il suo governo, s'egli non avesse aspirato, come si crede, a reggere da re le terre che reggeva da ministro (1618). Fu accusato come complice nella tanto nominata congiura di Venezia, Il marchese di Bedmar ambasciatore di Spagna presso quella repubblica, aveva concepito il pensiero ardito se non insensato, di sconvolgere quel governo e suscitare una rivoluzione nel popolo contro i signori, per impadronirsi di quello stato.

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È certo che costui ebbe lunga corrispondenza e segreta col viceré di Napoli duca di Ossuna, il quale dicono che volesse fare il medesimo sul regno a lui affidato, sebbene dai documenti avuti finora non sia apparsa giammai manifesta l'intenzione di questo viceré. La cospirazione del marchese fu scoperta innanzi che sortisse l'effetto desiderato, e il duca di Ossuna trovandosi implicato in quelle pratiche, fu accusato siccome colpevole di alto tradimento, alla corte di Spagna. Rassegnò le sue funzioni al Cardinal Borgia, al quale successe il Zapata altro Cardinale. L'immenso potere che aveva l'Ossuna nella corte di Filippo impose silenzio al giudizio che doveva esser pronunziato sulla sua sorte; ma il successore Filippo IV novellamente sottopose alle indagini della giustizia gli avvenimenti del suo viceregnato, ed egli venne rinchiuso in un castello, ove fu condotto a morte dai disagi della sua prigionia e dal cordoglio delle sue tradite ambizioni.

2. Il Cardinal Zapata debole di natura, non sapendo neppur dare opportuni e risoluti provvedimenti alle calamità che afflissero il regno durante il suo governo, diè cagione al popolo di sollevarsi più volte, e si vide financo una volta assalito fieramente dalla moltitudine e bersaglio alle pietre lanciategli contro, per modo che fu costretto a rifuggirsi in castel Nuovo, e con severissimi supplizi por fine alla rivolta. E diciamo severissimi, perché secondo l'usanza de' tempi, oltre agl'imprigionati, molti furono condannati a morte, e i loro cadaveri divisi in pezzi ed appesi attorno per la città, non tralasciandosi neppure l'usanza più barbara di spianare le loro case ed applicare allo stato i loro beni. Durante il governo di questo viceré fini la vita di Filippo III, il quale ebbe regno più breve del padre e dell'avo, come quello che passò di poco i venti anni. La morte di un principe lontano poco curante del loro bene, non era giammai pei Napoletani un avvenimento che potesse essere cagione di nuove speranze o timori. Gli ordini del governo rimasero sempre i medesimi, come erano le medesime qualità quelle del principe successore Filippo IV. Egli fu ornato di tutte le maggiori virtù domestiche, ma il suo regno serve a confermare nella opinione degli uomini che la pietà sincera, i puri costumi,

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la benignità del cuore, sono tutte virtù sufficienti ad un privato, ma non già ad un uomo che sia chiamato a compiere la più difficile missione, siccom'è quella che viene confidata dalla Provvidenza ai principi della terra. Egli non aveva oltrepassato il sedicesimo anno quando venne a regnare, e gli era riserbato un regno lunghissimo, che doveva durare per quarantaquattro anni.

CAPITOLO XI.

1621-1646

Duca di Alcalà. Congiura in favore de Francesi. Opere del duca di Medina. Viceré Enriquez. Gli succede il duca

d'A

rcos.

1. Il duca d'Alba, il duca d'Alcalà, il conte Monterei, il duca di Medina, furono di quei viceré i quali cercarono tutti, qual più qual meno, con salutari provvedimenti raddolcire e rimarginare tante piaghe; ma le amministrazioni più benigne di alcuni luogotenenti erano come quei brevissimi riposi che la tortura lasciava ai condannati perché più lungamente vivessero. Intanto la Spagna instava, Filippo voleva mandar soccorsi per la guerra dì Savoia, ed il regno doveva somministrare i soccorsi. Il duca d1 Alba impose nuove tasse e nuovi balzelli sulle dogane; né bastando questo, pareva che la sconvolta natura volesse aggiungere anch'essa il colmo alla sventura dei napoletani con orribili tremuoli (1621). Non si vuol tacere che il duca fu provvidentissimo al comune bisogno ed alle sciagure del giorno, ma non potè far di manco di procurare alla corte di Spagna il donativo di un milione. Sotto il duca di Alcalà suo successore si giunse a vendere le città demaniali, o vogliam dire quelle città dipendenti dalla regia autorità. Erano di quelle che per non essere alienate e non andare a far parte di feudale patrimonio, pagavano ingenti somme, e con questo mezzo veniva lor conceduto il favore di rimaner comprese nel pubblico demanio; ma poi avveniva che ad onta delle promesse e del frodato denaro, erano vendute anch'esse e si dovevano ricomprare altra volta.

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Non tacerò finalmente, come cosa che dimostra quale fosse quel governo, che i comuni venduti ai baroni, altamente commossi dalle franchigie rapite, molte volte non vollero sottomettersi e si levarono in armi contro il barone che veniva a prenderne il comprato dominio; e furono tali queste sollevazioni di città, che alcuna volta il governo regio ebbe da renderne il prezzo al barone e mantenere i comuni nella antica condizione, se non felice, certamente più tollerabile della soggezione feudale.

2. Essendosi dileguati gli utili dei campi, delle greggi e delle industrie d'ogni maniera, pareva che il governo non dovesse trovare dove imporre le nuove gravezze, ma le gravezze ogni giorno crescevano. Sono pure i tributi indispensabile sostegno di ogni governo, ma debbono essi, non altrimenti dei vapori che si sollevano dalla terra, ricadere sotto forma di benefica pioggia a ravvivare i campi ed a fecondarli. Ridotte a queste condizioni le cose interne del regno, non è da dire che cosa fosse divenuto il commercio e la marineria napolitana. Appariva manifesta in ogni provvedimento la piaga più crudele de' governi, l'incertezza dei legislatori e delle leggi, imposte oggi, rivocate domani, non obbedite giammai. Pure da un'altra parte non tralasciò questo viceré di fare ogni opera per allontanare la peste, per assicurare il regno dalle rinascenti forze dei ladroni che lo infestavano e per migliorare l'amministrazione della giustizia. Sforzi di poco valore contro il destino avverso delle nostre contrade, flagellate non solo dalla crudeltà de' reggenti, ma, come dicemmo, dalla stessa natura. Un'eruzione del Vesuvio guastò le campagne, arrestò i fiumi, fendè le montagne, e tutto riempiè di spavento e di terrore, e fino nell'Albania, e nella Dalmazia giunsero le ceneri eruttate dall'infernale voragine. E intanto che questi sconvolgimenti tutto devastavano, sotto il conte di Monterei si mandavano eserciti napolitani in Fiandra, in Germania, in Lombardia. Il viceré rappresentava alla corte tante miserie; ma tutto era nulla, e il Gusman duca di Medina continuava l'opera (1646). Imposizione sulle carte da giuoco, sulla seta, sulle carni, sulla calce, sull'olio, sul grano, su tutto: si tassarono i mercatanti in ducentemila ducati, si donò un milione alla Spagna, e la guerra in Catalogna continuava a nostre spese.

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Tante oppressioni fecero sperare ai Francesi che a qualunque voce di novello signore sarebbero i Napoletani insorti contro gli Spagnuoli, e macchinarono quindi una congiura. Ebbevi parte il cardinal Mazzarini allora ministro in Francia, che con l'autorità del nome dava forza alla macchinazione; ma fu scoperta la trama e puniti i congiurati, li Medina lasciò qualche opera che porta ancora il suo nome. Abbiamo una porta che dal suo nome si chiama Medina ed una fontana vicino a castel Nuovo; sebbene queste opere, secondo le parole di uno storico, erano come bei colori su legni fradici. Giovanni Alfonso Enriquez altro viceré (1644) d'indole mansueta e benigna, abborriva dalle crudeltà de' suoi predecessori, ed avendo gettato uno sguardo sulle miserie del regno, fece più volte intendere alla Corte di Spagna che i popoli eran siffattamente esausti e cosi gravati d'imposte, ch'egli non aveva e non sapeva d'onde cavare quel danaro che la Spagna voleva, e per questo i risentimenti di Spagna furono tanti e tali che lo condussero a dimandare il suo richiamo dopo un anno di governo, nel quale operò, con provvide leggi, quando poteva di meglio, portando con sè l'affetto dei popoli amministrati. Debole lo chiamava il governo spagnuolo, e perché malamente soddisfatto di lui lo diceva appena buono a governare una comunanza di frati, e diceva di voler mandare il duca d'Arcos a porvi riparo; e venne in sua vece il duca, il cui viceregnato doveva esser campo ad avvenimenti memorabili. Mentre che questo duca d'Arcos reggeva in qualità di viceré le cose di Napoli, i Francesi tentarono novelle imprese sui possedimenti spagnuoli in Italia. Assaltarono da prima i Presidi della Toscana, che sono alcune isole poste dirimpetto a quello stato, e che allora appartenevano alla corona di Spagna. Comandava l'armata il principe Tommaso di Savoia, la quale fu respinta la prima volta dalla forza spagnuola che il duca d'Arcos aveva prontamente inviata in soccorso di quelle piazze; ma dopo un secondo assalto, le fortezze di Portolongone, Piombino ed Elba cedettero alla fortuna francese. E fu acquisto di grande importanza alla Francia, che guadagnava con esse un acconcio riparo ai suoi legni per infestare il nemico nelle acque del Mediterraneo, e fu non lieve perdita alla Spagna che si vide separata per un gran tratto di mare dai suoi possedimenti d'Italia.

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Giunsero in seguito gli assalitori nel porto di Napoli, ma la speditezza del viceré nel difendersi li fecero ritornare donde erano partiti; perché avendo egli comandate nuove reclutazioni, chiamati i reggimenti dalle Provincie a difesa della capitale, assoldati cinquemila tedeschi, fece gagliarda opposizione alle navi francesi, le quali furono costrette ad allontanarsi, dopo aver riportato non lieve danno dalle artiglierie napolitane.

CAPITOLO XII.

1646-1647

Governo in Sicilia. Perdite e sciagure de' siciliani. Per la gravezza delle imposte il popolo si solleva in Palermo. Giuseppe d'Alessi. Pietro Pertuso.

1. Mentre che Napoli a questo modo era turbata, non meno si agitavano gli animi nell'isola di Sicilia. I modi, o dirò meglio i pretesti che cercava il governo per trarre danaro dal popolo, erano uguali a quelli adoperati in Napoli, se non erano maggiori. Esso traeva profitto dall'antica rivalità che animava le città principali dell'isola, Palermo e Messina. La quale ultima città essendo popolosa e bellissima, posta sullo stretto del Faro dirimpetto Calabria, vantando la sua antichità e la sua posizione, voleva esser libera dalla soggezione di Palermo, e spesso offeriva spontanei donativi al governo spagnuolo per divenire ancor essa sede di viceré; donativi che il governo volentieri accettava da lei e dalla sua rivale, mantenendo desto il fuoco della gelosia. Gli anni che trascorsero dalla rinunzia di Carlo Quinto insino ad ora ci offrono continui moti raffrenati all'istante, e ripetute imprese contro l'Africa, ma forse tutte con infinita perdita di danaro e di gente e nessun frutto di bene. Il duca della Cerda per non aver voluto udire i consigli di Andrea Doria fu cagione che si perdessero in una di queste spedizioni diciannove galere e quattordici bastimenti da carico, e che cinquemila siciliani cadessero nelle mani dei Turchi.

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Alla sventura di queste perdite si univano le imposte e le gravezze siccome in Napoli, e quel popolo caldissimo, e sempre concorde, incitato ogni momento a prorompere in ribellione, proruppe finalmente sotto il regno di Filippo IV nella città di Palermo, e durò lo stato di turbolenza per molti mesi (1647). Dopo un cattivo ricolto della stagione, sorse nel Pretore il pensiero di accrescere l'imposizione sulle biade e diminuire il peso del pane, lasciando il prezzo come stava. A questo il popolo non si poté più tenere: corse alle prigioni e liberò intorno a settecento malfattori; corse agli uffici di Spagna e bruciò gli abborriti registri delle imposizioni, e venuto quindi alla casa del Pretore vi appiccò il fuoco, e tenne quel magistrato come fortuna e prodigio di essere scampato a quel furore, promettendo di abolire ogni gravezza e di restituire all'antico stato il prezzo e la qualità del pane. Ma le sole promesse non bastarono, ed era vana ogni opera che facessero i signori e baroni siciliani con la loro autorità per raffrenare la commozione. Governava, o per dir meglio, concitava i movimenti di quella plebe sfrenata un mugnaio, chiamato Nino della Pelosa. Mille stolti consigli mantenevano desto il fuoco, e si giunse financo alla follia di gridar re un Ventimiglia marchese di Gerace che si credeva discendente dagli antichi re normanni, il quale impaurito egli stesso di quel troppo favore della plebe, corse al viceré marchese di Los Veles scongiurandolo ad abolire le gabelle. Vennero in gran parte abolite; ma non avendo fatto ribassare i prezzi del formaggio e dell'olio, i sediziosi si levarono per la seconda volta, sebbene fossero novellamente raffrenati e i principali di essi mandati a morte.

2. Ma risorsero in aspetto più tremendo e gigante la terza volta. Vedendo che il viceré stretto dalla necessità e dalla paura finiva con acconsentire ad ogni domanda che si facesse, il popolo prendeva maggiore animo ogni giorno di volere e far cose nuove. Un Giuseppe d'Atessi ed un Pietro Pertuso, nati a Palermo di umile condizione, si offersero a reggere il popolo nella sollevazione, e riserbando alle sorti lo sceglier quali dei due dovesse essere salutato Generale, cadde la sorte sul secondo. Ma l'Alessi fu quello che volle gettarsi sconsigliatamente a governare la moltitudine.

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Era di condizione battiloro, una delle arti di Palermo che allora sommavano a trentasei, e che erano, secondo l'uso de' tempi, disposte in molte compagnie capitanate dai lor consoli 0 sindaci i quali erano in certo modo i capi delle arti.

E tutta questa moltitudine, quando si metteva in armi, giungeva al numero di quarantamila, e venne questa volta convocata dallo Alessi con molti nobili ed ecclesiastici ad una universale adunanza nella quale si proposero quali condizioni dovessero imporsi al viceré: togliere le gabelle incominciate a riscuotersi dopo la morte di Carlo Quinto, richiamare in vigore i privilegi conceduti da Pietro d'Aragona, stabilire le milizie nazionali togliendo quelle spagnuole, rendere un' altra volta soggette allo stato le terre vendute ai baroni.

CAPITOLO XIII.

1647

Giuseppe

d'

Messi gridato Capitan generale del popolo. Morte di Pietro Pertuso. flessi concilia il popolo col viceré. Entrato in sospetto alla plebe è ucciso.

1. Risapeva intanto il viceré i disegni del popolo, e non vedendo altra via migliore che quella di spargere in esso i semi della discordia, mandò a chiamare i consoli o sindaci de' conciatori di pelle i quali erano in grande opinione appresso la plebe, giudicando che dove egli fosse pervenuto a conciliarsi l'animo di costoro, avrebbe tanto maggiore avuta la certezza di reprimere l'ira della moltitudine.

I sindaci andarono a lui con lungo seguito, ed entrarono a ragionare nelle stanze del viceré; ma facendo tumulto quelli di fuori perché non li vedevano ancor ritornare, vi fu degli Spagnuoli chi per disprezzo e derisione disse loro che i sindaci colà dentro erano stati uccisi. Qui nulla più valse a trattenere la plebe; volò all'arsenale, e tolse e menò via due cannoni i quali bastarono ad incominciare la strage, gridando «viva il re e muoia il mal governo». Con uno di quei cannoni furono uccisi sette spagnuoli, e gli spagnuoli rispondevano parimente uccidendo. Giuseppe d'Alessi correva a cavallo le strade e confortava

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a scacciar gli Spagnuoli rimettendo di buona forma il governo, ed il popolo lo acclamava col nome di suo Capitan generale.

Il compagno di lui al quale, come accennammo, la sorte avea già destinato quel supremo grado, lo volle ricordare ad Alessi, ma fu come ribelle fatto decapitare. Alessi fece abbattere le porte dell'arsenale, e quattordicimila archibugi, tremila spade, altrettante picche furono le armi distribuite al popolo. Ma in tutto questo non si lasciò accecare dalla ambizione, e mostrò negli atti che il solo oggetto dell'usurpato potere era quello di migliorare lo stato della città, e vietò sotto pena di morte il saccheggio e l'omicidio, dopo aver fatto portare dinanzi a sè il regio stendardo, che ave vano abbandonato gli spagnuoli fuggiti fuori di Palermo. Nonpertanto un uomo che si mostrava di così moderato consiglio qual era Giuseppe d'Alessi, diede animo al viceré il quale si era fuggito sopra alcune galere di Sardegna, di trattare il ritorno degli spagnuoli; e Giuseppe trattò con esso questo ritorno, e consentì a ritornare uomo privato e lasciare ogni comando, studiandosi con ogni suo potere di riconciliare i siciliani col viceré. Giunse finalmente a riconciliarli, e la città ritornava alla primiera calma per opera sua, ma con questo egli veniva a perdere il favore di una gran parte del popolo. Era già divenuto segno all'invidia che le fortune e il potere acquistato in breve tempo, sogliono destare nel mondo, e coloro i quali erano stati poco innanzi uguali a lui, mal comportavano la vista delle sue grandezze. Altra ragione del disfavore nel quale era venuto era stata la giustizia del suo animo con la quale egli aveva punito ogni delitto qualunque fosse. Dal che nasceva che la turba scomposta e tumultuosa la quale voleva aver libero campo ai disordini ed a' maleficii aveva ben presto cominciato ad avversarlo. Dava voce ch'egli mirasse ad altro che al bene del popolo, e quando fu veduto stringersi in colloqui col viceré, fu creduto che avesse già avuto segrete intelligenze con gli spagnuoli, e gli spagnuoli a pigliar vendetta di un uomo ch'era stato capo di una così gran commozione e che aveali fatto dubitare del loro impero, vollero persuadere ch'egli avesse intelligenze con Francia.

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Il popolo facile a spegnere domani quello che oggi riverisce ed onora, Io volle aver nelle mani, dicendo che si doveva punire tanta perfidia: e lo ritrovò finalmente in un acquedotto dov'erasi nascosto, e cosi fu mandato all'estremo supplizio, e tagliatogli il capo, venne portato attorno per la città.

CAPITOLO XIV.

1647

Origine della sollevazione detta di Masaniello. Qualità di costui. Potere da lui acquistato ed onori rendutigli. Sua fine infelice.

1. In questo mezzo il duca d'Arcos poneva in Napoli una gabella sulle frutta, ed il popolo ne fremeva e minacciava il viceré, vedendo aggravato di novella imposizione uno dei più abbondanti prodotti del suolo napolitano, che forma il suo principale sostentamento nella stagione estiva. Si vide in consiglio adunato come poter togliere quella gravezza, ed è cosa facilmente credibile che nessuna cosa si trovò la quale non avesse il suo balzello, e così la gabella sulle frutta non venne tolta. Bastava a questo un piccolo eccitamento per sollevare il popolo, e fu la voce di un Tommaso Agnello, detto per accorciamento del nome Masaniello, pescatore di Amalfi, usato a vivere alla giornata poveramente, secondo alcuni, con le fatiche della pesca, secondo altri, con la vendita di quei cartocci ove sogliono riporre il pesce i venditori. Alimentava nel cuore un antico odio contro i gabellieri per gl'insulti che aveva sofferti da costoro sua moglie una volta che aveva cercato di portare in frodo un poco di farina, ed aveva fatto giuramento di vendicarsi. Il settimo giorno di luglio (1647) alcuni contadini venuti di Pozzuoli trattavano la vendita dei lor panieri di fichi coi venditori del mercato di Napoli. Sorgeva accesa disputa, non volendo né quelli di Napoli né quelli di Pozzuoli pagare la gabella, ed ebbe a correre l'Eletto per decidere a quali dei due si aspettasse il pagarla.

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Avendo costui dato sentenza in favore dei Napolitani, fu uno di quei di Pozzuoli che gittato a terra il paniere de' fichi rabbiosamente li calpestò; e qui a correre tutta la plebe ed ai fare gran rumore di risa e di grida. Qui giunse Masaniello accompagnato da molti fanciulli armati di canne, ed incominciò a muovere l'indignazione di tutti contro le imposizioni. Bello e piacente della persona, di ventiquattro anni, ardito d'ingegno, fornito, siccome napoletano, di naturale facondia, fu spontaneamente seguitato e ciecamente da tutti. Cresciuto il popolo d'intorno a lui, corse all'ufficio del ricevitore, abbatté le casette ove si raccoglievano le gabelle, e ne furono scacciati gli ufficiali e bruciati gli odiati libri, e corse al palazzo del viceré col solito grido: viva il re e muoia il mal governo, e chiedendo che si togliessero via le imposizioni. Si erano provveduti di arme e munizioni d'ogni specie, assaltando le case e le botteghe di coloro che ne fabbricavano e ne vendevano per le varie contrade della città, ed il viceré impaurito, non potendo in alcuno dei castelli per l'angustia del tempo, trovò scampo in un convento di monaci.

2. Avvenimento unico nelle storie, o almeno rarissimo, si è il potere acquistato da Masaniello sopra centocinquantamila uomini, che obbedivano tutti ad ogni movimento, ad ogni cenno del pescatore d'Amalfi, il quale s'intitolò Capitan Generale del popolo fedelissimo. né solamente gli uomini del popolo si erano ordinati in varie schiere disposte a forma e reggimento militare, ma vedevi ancora immenso numero di femmine, deposta la timidezza del sesso, andare ordinatamente in quelle file portando le armi accanto ai loro mariti ed ai loro figliuoli, sotto il comando di Masaniello: dava gli ordini con maravigliosa attitudine e poneva sentinelle, trincee, ripari, e poi ritornava sempre alla sua povera abitazione. Gli fu eretto una specie di trono nella piazza del mercato, dove, circondato da' suoi, con in mano la spada, dava udienza al popolo, e fu veramente maraviglioso a vedere l'uso moderato ch'egli seppe fare ne' primi giorni del potere acquistato. Dal convento dove erasi riparato, il viceré fu costretto a fuggire in Castel Nuovo: ma vide che ogni armata resistenza era inutile e venne a patti con la plebe e col suo Capitan generale, giurando nel duomo l'osservanza dei privilegi conceduti o confermati da Carlo Quinto,

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l'abolizione delle gabelle imposte dai principi successori, la eguaglianza dei voti fra il popolo ed i nobili nelle pubbliche adunanze, e che nessuna imposizione potesse stabilirsi senza uno speciale decreto del re. Masaniello fu riconosciuto dal viceré siccome Capitan generale, presentato di una collana d'oro, nominato duca di san Giorgio. Ed ebbe visita dal viceré dalla viceregina, e volle quella del cardinal Trivulzio che allora dimorava in Napoli, al quale, andatovi finalmente per accomodarsi ai tempi, diceva Masaniello: «la visita di Vostra Eminenza, benché tarda, ci è cara». Basti dire che in una congiura scopertasi contro di lui furon fatti pubblicamente morire senza pietà i congiurati. Fu il duca di Maddaloni che venuto a patti con alcuni fuorusciti dei quali era stato capo un tal Domenico Perrone, concertò la morte di Masaniello, il quale non aveva sospetto alcuno del Perrone fattosi suo seguace e devoto. Masaniello tratto in aguato ed assalito, senz'alcun danno, chiamò soccorso, e il Perrone preso sul momento venne a furia di popolo ucciso. Ed a furia di popolo vennero cercati ed uccisi gli altri dove si erano nascosti, nè poté scampare il fratello del duca di Maddaloni Giuseppe Carafa, la cui testa tagliata venne esposta ad universale esempio innanzi alla porta detta di san Genuaro. Ma questo favore della fortuna fu come un potente liquore che dopo i primi giorni turbò la mente del giovane malaccorto; egli giunse a sfogare la sua ira ambiziosa fin sopra i suoi più devoti; la quale specie di delirio fu tale, che diede in alcuni sospetto di crederlo avvelenato dagli Spagnuoli. né la incostanza della plebe salvò il prediletto suo condottiero e difensore. Un giorno nella chiesa del Carmine favellò da una tribuna al popolo affollato, ma furono voci di delirio più che di maturo consiglio, ed affaticatosi lungamente ed invano, si ritrasse in una stanza del convento a riposarsi. Colà fattosi ad una finestra e vedendo alcuni del popolo che venivano verso di lui, domandava loro: «figli miei, che cosa chiedete!» Alle quali parole vari colpi d'archibugio furono la risposta, ed egli cadde morto.

Così Masaniello capitan generale e grande ammiraglio, che aveva dominato gli animi di un intero popolo, ora non solamente moriva senza pianto, ma il freddo corpo era strascinato per le strade, e la sua testa portata attorno confitta ad un'asta.


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CAPITOLO XV.

1647-1653

Principe di Massa. Gennaro Arnese. Fine di entrambi. Venuta del duca di Guisa in Napoli per due volte. Altri viceré.

1. Otto giorni durò il potere di Masaniello, ma spenta la sua vita non si spensero già le discordie. Forse lo avrete be potuto un giusto e temperato governo che avesse corretto gli errori de' governi passati; ma il duca d'Arcos credeva di dover vendicare sul popolo i torti ricevuti. E ritornato quindi a diminuire il peso del pane, e ad opprimere con nuovi atti il popolo, perché credeva estinto e non già sopito il fuoco, in un momento si ridestò il tardo favore della plebe, la quale dissotterrò il corpo e la testa dell'ucciso, e fece le solenni esequie a Masaniello, gridandolo padre della povertà e liberatore della patria, e si riunì sotto il comando del principe di Massa, Francesco Toraldo. Ma costui presto accolto, presto venne in odio; perché destatosi negli animi sospetto di novello tradimento per la sua parte, pagò con la vita il passaggiero favore. E veramente avendo egli assunto quel carico di comando, dopo segreti accordi avuti col viceré, fece troppo conoscer chiaro al popolo la sua simulazione, onde fu dal popolo trucidato, e gridato capo in suo luogo Gennaro Annese. Quest'uomo di nascita ed animo volgare, fu il principale istigatore della uccisione del principe di Massa, gridando al popolo che costui era suo nemico, devoto degli Spagnuoli coi quali tramava certamente di stringere sempre più i ceppi della sua patria. Ma rimasto solo al potere, si vide sgomentato l'Annese, e conobbe per prova quanto sia facile a commuovere la plebe, quanto sia difficile a raffrenarla.

2. Dimorava in Roma a quei giorni Enrico di Lorena duca di Guisa, venuto in quella città per ottener dal Pontefice il permesso di sciogliere un suo matrimonio, e contrarre novelli legami. Era il Guisa o forse credeva di essere chiamato giustamente alla successione del regno di Napoli siccome discendente di Iolanda figliuola di Renato ultimo Angioino.

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E giunte a. lui le notizie della rivolta di Masaniello, e saputa la sventura del principe di Massa e i timori di Gennaro Annese, gli parve cosa non difficile in quello sconvolgimento di ogni cosa, mettersi alla testa della plebe ed usurpare il potere supremo. Univa al pregio del suo valore quello di essere un discendente della casa di Angiò. Era dovizioso e splendido, era bello di persona, qualità che molto vale appresso la plebe, e non avea mancato di tentare per lettera gli animi di molti, e principalmente di Gennaro Annese il quale lo aveva invitato a liberare il popolo intero dalle crudeltà del governo spagnuolo (1648;. Il duca di Guisa venne a Napoli non senza avere affrontato gravi pericoli, ed incitato dal favore universale e dai soccorsi che gli prometteva la Francia, incominciò a dar provvedimenti di governo. Napoli prese forma di repubblica, ed egli ne fu gridato Doge, e ricevé nel duomo un solenne giuramento di fedeltà. Ma era giunto per parte di Spagna in Napoli con numerosa armata don Giovanni d'Austria, ed aveva avuto il comando di reprimere con le artiglierie i moti de' ribelli, quando ne fosse stato bisogno. Era don Giovanni un figliuol naturale di Filippo IV non ancora giunto al ventesimo anno, ed inferiore di molto al duca di Guisa per virtù e per ingegno; ma la potenza del Guisa non poteva durar lungamente, perché gli mancarono nel punto migliore gli aiuti di coloro medesimi che l'avevano sospinto all'impresa. II Mazzarini non lo soccorse, e Gennaro Annese lo tradì, congiurando la ruina di lui con gli Spagnuoli. Costui riputandosi autore di ogni fortuna del Guisa, voleva soprastargli nel potere, quando il Francese, maggiore per nascita e per valore, non poteva sopportare il vergognoso freno d'un uomo vilissimo. Perciò tradito dal suo rivale egli cercava l'ultimo scampo nella fuga, e quindi trovato, solamente dopo immense prove di coraggio si rendeva ai nemici, che lo mandarono prigioniero a Madrid, e la città si sottomise a don Giovanni d'Austria, il quale assunse tutti i poteri del duca d'Arcos, facendolo ritornare nella Spagna. A questo passo aveva egli dovuto condursi per estrema necessità; mentre volendo il duca venire a patti col popolo, fu rigettata la sua persona come già infame per un altro giuramento fatto e tradito, ond'ebbe da rimettere nelle mani di don Giovanni la somma del governo e ritornare in patria.

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Non piacque alla corte di Spagna che don Giovanni ancora in età così giovine avesse assunto il pieno potere nella città, e fu destinato il conte di Ognatte a reggerla per breve tempo; ma fu crude, le a segno nel punire coloro i quali eransi dimostrati favorevoli ai francesi, che il governo di Madrid lo richiamò, facendogli succedere il conte di Castrino uomo d'indole più rimessa e benigna. Savi furono i provvedimenti di questo viceré, il quale seppe tener fronte allo stesso duca di Guisa che nuovamente erasi condotto all'acquisto di Napoli, istantemente confortatone da quei molti Napolitani i quali oppressi dai rigori o dalle miserie del governo viceregnale, fuggivano dalla infelice patria, cercando cielo migliore. Erano in gran numero questi esuli volontari, e non mancarono di coloro i quali corsero a trarre i loro giorni fra i turchi, sembrando loro, come scrivevano, la vita più sopportabile in mezzo agl'infedeli. Il Guisa fu liberato dopo cinque~anni dalla sua prigionia, la quale non era stata sufficiente a domare la sua ambizione, ed egli sollecitò la corte idi Francia per avere un'armata, e si volle arrischiare un'altra volta all'acquisto del regno. Approdava a Castellammare, ma invano, non avendo trovato quel favore che gli avevano dato a credere, anzi invece di favore una risoluta resistenza; ed a questo modo l'opera della sua conquista finì la seconda volta in più breve tempo della prima (1653).

CAPITOLO XVI.

1656-1665

Peste di Napoli. Opere del conte di Castrillo e di Pegnaran da contro i masnadieri. Il cardinal d'Aragona compie la loro distruzione.

1. Non ancora si riposava il regno dalle sciagure sofferte quando venne il flagello della pestilenza a spandere in guisa i suoi velenosi influssi che fu questa una delle più terribili pestilenze delle quali si abbia memoria. Un vascello di Sardegna fu opinione che portasse il contagio, ed incominciò il morbo tanto più crudelmente a propagarsi, quanto erano minori i provvedimenti che si prendevano al bisognò (1656).

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Dappoiché il viceré cui tardava di spedir gente a Milano in soccorso di Spagna contro i Francesi, voleva che la peste non fosse, e voleva persuadere al popolo che la peste non era. Si giunse ad imprigionare i medici per avere svelata la qualità del contagio, e se non fosse stata l'autorità del cardinal Filomarino che aspramente si dolse col viceré, non si sarebbero neppur praticate quelle misure utili a temperare, se non a spegnere la forza del male. Si aggiungevano a tutto questo le grida del popolo, il quale diceva che la peste era venuta per volere degli Spagnuoli e de' nobili i quali volevano vendicarsi dei turbamenti passati e de' timori sofferti; opinione facilmente penetrata nell'animo della plebe, vedendo, come sempre suole avvenire nei contagi, che le strade più. povere della città venivano più fieramente tormentate da questo flagello. La brevità che mi son proposta non mi comporta il far descrizione dello stato della città; dirò solamente che le pubbliche preci e le processioni alle quali traeva in copia la gente, davano al contagio sempre novella occasione di più diffondersi ed erano alimento alla fiamma divoratrice. Non sarà inutile a questo proposito il raccontare la origine di quel santuario che oggi si chiama di suor Orsola e che si vede sorgere nella falda del monte di san Martino. Durava la memoria di una pietosa donna, Orsola Benincasa, la quale innanzi di morire aveva profetizzato che la città nel tempo di una grande sciagura avrebbe trovato o edificato alle sue sorelle di spirito quel ricovero ch'ella inutilmente aveva cercato in vita. Il popolo disse di voler placare la collera di Dio incominciando quell'edificio, e il viceré secondava quei moti della divozione, portando egli medesimo cesti di terra sul colle. E fu l'esempio imitato da tutt'i grandi, e l'oro, le gemme, i gioielli d'ogni specie furono profusi dagli uomini e dalle donne, ed affrettarono la fine di quella difficile opera, per la quale il contagio che aveva invaso alcune poche contrade si diffuse per tutta intera la città e giunse al suo colmo. Il male non cessò se non quando mancarono ai morti corpi fin le persone che li togliessero dalle vie, e bisognò per togliere il contagio de' cadaveri, parte bruciarli sulle piazze, parte gettarli in mare, essendo già piene le grotte del monte di Lautree, quelle di san Gennaro e quella che si chiama oggi piazza delle Pigne ed altre della città.

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Ma il mese di agosto con abbondanti e inaspettate piogge venne a purgar l'aria con, laminata, sebbene non potessero la città e le province dichiararsi libere al tutto di peste prima del dicembre, e fatte le ragioni, si trovò i morti essere giunti al numero di trecentomila.

2. Il conte di Castrillo volse ogni sua cura a ristorare il regno delle sciagure sofferte. Rimise a tutti i comuni il pagamento di tutte le imposte, o di alcune soltanto, se, condo che i danni del contagio erano stati maggiori, ed il conte di Pegnaranda (1659) venuto a succedergli trovò già ristorato in gran parte il paese dei danni terribili, e si rivolse a raffrenare le audacie e risorgenti forze dei ladroni che infestavano le campagne. Il compiere l'opera era serbato al successore Pasquale d'Aragona cardinale, il quale mentre si trovava a Roma in qualità di ambasciatore del re Cattolico presso il Pontefice, ebbe comando di assumere l'ufficio di viceré in Napoli e venne al posto del conte di Pegnaranda chiamato in Madrid a presedere il Consiglio d'Italia. Costui mostrò che una volontà non pure ferma e deliberata, ma feroce ed inflessibile possa sola riuscire in opere di tal natura, perché solamente vi giunse coll'atrocità dei supplizi. Obbligati sovente a ripetere le stesse parole su questo tristo argomento de' masnadieri, non possiamo omettere di notare che questa fermezza e severità nel punire da noi mentovata con lode di alcuni viceré, produceva mai sempre effetti assai passeggieri. Era estremo il potere e la baldanza di queste squadre armate, le quali assediavano le città, riscotevano i tributi che si dovevano del governo, imponevano enormi somme di riscatto alle persone dei cardinali, de' vescovi e degli stessi viceré e delle loro famiglie. E credendo il governo che a cosiffatti mali bastassero i rimedi estremi e la ferocia de' supplizi, si consolava allorquando il terrore faceva dileguare per breve i ladroni delle province. Credevano degni di lode questi rimedi, anzi mi sovviene in proposito di uno storico servile di quel tempo il quale volendo encomiare un viceré, scriveva queste proprie parole, che sotto il viceregnato di questo eroe le forche, il remo e la scure stettero sempre pronti al suo cenno.

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Ma il male aveva più profonde radici, e le armi a distruggerlo sarebbero state una moderata distribuzione de' tributi, una perfetta amministrazione della giustizia, e tutte in fine quelle provvidenze di giusto governo che servono a mantenere i popoli devoti ed affezionati.

CAPITOLO XVII.

1665-1669

Morte di Filippo IV e qualità de' suoi favoriti. Perdite della monarchia. Condizioni di essa sotto il regno di Carlo II e nuove perdite della Spagna.

1. In questo moriva Filippo IV, principe, siccome abbiamo finora veduto, debole e non curante del governo e suoi stati (1665). Costui affrettò la caduta di quella vasta monarchia, non volendo e non sapendo usare il potere di principe, ed abbandonandolo tutto intero alla discrezione de' suoi ministri e favoriti. Oggi pare difficile a comprendere che cosa fosse questa straordinaria potenza de' favoriti, ma a spiegarla meglio si potrebbe dire che l'autorità regia risedeva essenzialmente in costoro, rimanendo al re la sola pompa della grandezza e del nome. Venuto a regnare Filippo IV aveva abbandonato tutte le cure a don Gaspare di Gusman conte di Olivares, il quale fu indicato da quel momento col nome di Conte Duca per questo novello titolo che il re si degnò di sopraggiungere al primo. La sfrenata potenza e la superbia di quest'uomo ebbero grandissima parte nelle gravi perdite della monarchia. E quando dopo ventidue anni la regina si fece interpetre della pubblica indignazione e l'Olivares venne allontanato dalla corte (1643), tutti credevano che il principe avesse voluto da sè medesimo osservare e governare le condizioni infelicissime de' suoi stati. Ma furono vane le speranze, ed al Conte Duca successe il marchese don Luigi de Haro. Onde avvenne che il principe molte province ebbe da perdere in America e in Europa, e il vicino Portogallo scosse il giogo spagnuolo e si costituì in regno separato sotto altro re.

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Il regno di Carlo suo figliuolo, che fu secondo di questo nome sul trono di Spagna, ebbe principio sotto la reggenza che Filippo aveva confidato morendo alla regina Marianna d'Austria, istituendo altresì Un Consiglio di governo al quale aveva chiamati parecchi grandi della Spagna. La debolezza del nuovo principe, come ancora le incertezze e le dissensioni del Consiglio spagnuolo, sembrarono a Luigi XIV di Francia un' occasione propizia ad estendere i suoi domini, e si mosse quindi per conquistare il Brabante ed altre provincie de' Paesi Bassi, siccome marito ch'egli era di Maria Teresa figliuola del morto Filippo.

2. Non possiamo tralasciare di dir brevemente per la intelligenza dei futuri avvenimenti che questa Maria Teresa era nata a Filippo IV da nozze precedenti con altra moglie, e Carlo era nato da un secondo matrimonio. Adduceva Luigi in sua ragione, che per antica consuetudine delle province da lui bramate, le femmine del primo letto eran preferite nella successione ai maschi del secondo. E qui volendo la Spagna far valere una rinunzia fatta da Maria Teresa prima di andare a marito in Francia, rispondeva Luigi che quella rinunzia non poteva tenersi di alcun valore, non essendo stata confermata dalle Corti di Spagna, antichissima assemblea della nazione, senza l'assenso delle quali non era valida veruna legge fondamentale che riguardasse alla successione della corona. Ebbe finalmente la Francia una parte di quelle provincie, ma non senza i risentimenti e l'inutile resistenza di Spagna, la quale obbligò per questo il regno di Napoli alle consuete spese di guerra. Il cardinal d'Aragona chiamato a sedere nel Consiglio di Spagna aveva per successore in Napoli il fratello Pietro d'Aragona. Costui accrebbe di molti ornamenti la bellezza della città, ma si macchiò di gravissimo fallo per voler distruggere con modi iniqui il risorto brigantaggio delle provincie. Venne spesso a patti con costoro e con altri colpevoli promettendo e concedendo per qualche somma offerta da essi il riscatto della pena meritata. Modo di corruzione vergognoso allorquando si usa celatamente, ma più abbominevole adoperato palesemente da un supremo rappresentante del principe;

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e si disse che il viceré non faceva la guerra ai delitti ma alle borse de' colpevoli, e che giungesse per questa via ad accumulare la somma di cinquantamila ducati. né fu degno di lode l'aver voluto recare con sè in Madrid molte opere bellissime di arte, come quadri e statue di mani maestre, togliendoli financo dai pubblici edifizi. Ma noi non taceremo per questo alcune opere lodevoli di questo viceré, il quale volle veder compiuta la fatica incominciata sotto il Pegnaranda, voglio dire la numerazione esatta dei fuochi del regno, perché da questa numerazione sperimentarono gran bene le famiglie alle quali veniva imposta la tassa secondo i fuochi, e quel ch'è più rilevante, venivano rimessi i debiti del passato. Alcuni dazi che si trovavano dati in affitto, o come dicevano, in Arrendamento ai privati, furono ricomprati dal governo, le cui esazioni erano fatte sempre in modo più benigno. Furono migliorati ed accresciuti molti edifici, l'ospedale de' poveri detto di san Gennaro, l'arsenale, il porto, il castel Nuovo, le sale de' tribunali, e restituite all'uso degl'infermi le benefiche acque minerali di Pozzuoli e di Baia.

CAPITOLO XVIII.

1673-1675

Privilegi della città di Messina. Origine della sollevazione messinese. Stragi dei Merli e de' Malvizzi. Francesi a Messina.

1. Ma qui ci richiamano alcun poco le vicende della Sicilia. Abbiam fatto parola altrove dell'animosa rivalità che ardeva fra le diverse città dell'isola, e più che le altre, fra Palermo e Messina. quest'ultima era caldamente affezionata ai suoi privilegi antichissimi, confermati dal primo Normanno, in merito di quanto avevano operato i messinesi per discacciare i Saraceni dall'isola. Sarebbe lungo l'annoverare quali e quanti fossero questi privilegi: diremo soltanto che il governo municipale della città oltre alle facoltà di amministrare, ne aveva alcune che potevano dirsi che partecipassero in certo modo del potere sovrano, dappoiché aveva Messina un senato

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che eleggeva i magistrati amministrava il pubblico patrimonio, mandava di sua volontà ambasciatori al principe, a' quali privilegi si aggiungevano molte franchigie di dritti doganali ed esenzione tal servizio militare. Venuto a reggere la Sicilia il conte d'Ayala, fu ad un punto di perdere il dominio di quella cita, la quale era sdegnata che il viceré non avesse voluto rimanere alcun tempo a dimorarvi e che avesse anteposta Palermo. Non bastandogli questo, si era dimostrato avverso ai privilegi di Messina, aveva tentato di toglierli, e fu causa di una guerra civile che agitò non senza spargimeno di sangue per molto tempo quella infelice città. Essa noi era rimasta contenta ai soli lamenti per questi suoi privilegi manomessi, ma era giunta a dichiarar nulle le ordinanze del viceré e ad assoldar gente dalla sua parte per contrastargli. E crescendo ogni giorno in ardire, venne una volta fra le altre a pretendere una legge la quale vietasse l'uscita delle sete da ogni porto dell'isola fuorché Messina. L'esecuzione di questa legge fu impedita per volere della certe di Spagna assordata dai clamori di tutti i Siciliani. E qui i Messinesi mandarono ambasciatori al re, i quali noi ricevuti in quella forma che la città pretendeva, ritornarono senza nulla ottenere; e gli animi s'inacerbirono e

incominciarono a sorgere i partiti diversi. Coloro che erano dalla parte del senato e degli antichi privilegi si chiamarono Malvizzi, nome siciliano che serve a dinotare i tordi, e si chiamarono Merli i devoti di Spagna, quasi a disprezzo, essendo questi uccelli di color nero. Non fu poca la strage fatta de' Merli i quali si videro in pessima condizione benché soccorsi dalle armi straniere. I Malvizzi crebbero in gran numero che in poco tempo oltrepassò i ventimila, ed al suono di una campana che dava il segno, occuparono buoni posti, si gettarono alla strage de' Merli, e costrinsero i soldati di Spagna a rinserrarsi nel palazzo reale, e pensare alla loro difesa.

2. Divenuti quasi padroni della città, pregavano intanto i Malvizzi per una loro ambasciata il re di Francia a voler ricevere in protezione la loro città, e questo principe desideroso di aggiungere novelli stati alle sue conquiste, o piuttosto di tener sempre desto il fuoco della discordia nei paesi soggetti alla Spagna, inviò un'armata nelle acque del Faro,

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la quale schermendosi destramente dagli apparecchi spagnuoli fatti per respingerla, giunse ad entrare nel porto di Messina che inalberò la bandiera francese. Ma la conquista francese non ebbe durevoli effetti, perché un'armata olandese venne in soccorso di Spagna e si combatté con valore dalle due potenze rivali. I Francesi disanimati dalle molte fatiche e dalle gravi spese, videro inutili le loro speranze, quando le altre città dell'isola e le vicinanze della stessa Messina si mostrarono, se non affezionate agli spagnuoli, certamente avverse ai Francesi, e cosi dopo quattro anni si ritrassero dall'impresa (1678) e la loro armata fece ritorno a Tolone, portando con essa oltre a diecimila Messinesi i quali s'involavano alla patria loro per timore delle vendette di Spagna. Questo guadagno fece Messina per aver prestato orecchio alla Francia, e così i Messinesi perderono i contrastati privilegi, ed il regno spese otto milioni in quella inutile guerra. Era il governo spagnuolo tanto fortemente deliberato di punire i Messinesi; che non trovarono grazia appresso di lui i molti atti d'indulgenza usati dal viceré Gonzaga inverso la città. Anzi il Gonzaga richiamato a Madrid ebbe per successore il conte di Santo Stefano venuto con la speciale missione di punire. Egli tolse via il senato, tutti gli antichi privilegi, chiamò col nome di Eletti i magistrati municipali e lasciò ad essi strettissimi poteri, fece abbattere il palazzo della città e vietò ogni specie di assemblea. Rimane ancora oggi una memoria che serba il nome avuto in quel tempo; un forte chiamalo Gonzaga edificato a mantenere in soggezione la città.

CAPITOLO XIX.

1672-1700

Ultimi viceré di Carlo II. Marchese di Los Veles e sue qualità. Marchese del Carpio. Conte di Santo Stefano. Duca di Medinaceli.

1. Alle sollevazioni di Messina accorsero più volte le forze inviate da Napoli. Il marchese di Astorga succeduto a Pietro d'Aragona fu accusato di peculato alla corte, e venne il marchese di Los Veles al suo posto.

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Le accuse vennero all'Astorga appunto per le sedizioni di Messina, alle quali egli era accorso con poco successo ma con grave dispendio. È certo ch'egli dichiarò piazza d'armi la città di Reggio posta all'estrema Calabria di rincontro a Messina, spedì vascelli ed armati contro i ribelli, obbligò i baroni a molta parte di spese. Ma quando risarciva i danni dei primi legni da lui spediti, sopraggiunse il suo successore, e corse voce che la corte lo richiamasse poco soddisfatto delle gravi somme perdute per la oppugnazione di Messina e forse da lui rivolte ad altri usi. Il Los Veles proseguiva ad inviare soccorsi a Messina, ed ebbe ricorso a mezzi estremi e vergognosi per le spese della guerra, vendendo le cariche dello stato e le rendite che davano le gabelle, a vilissima ragione, e togliendo ai forestieri che avevano possessioni nel regno un terzo della toro rendita per destinarlo ai bisogni dell'esercito. Non fu costui meno profuso che il suo antecessore nello spendere, ne meno risoluto ne' modi di far danaro: ma gli fu leggermente perdonato ogni cosa perché sotto il suo viceregnato la ribelle città ritornò nuovamente all'ubbidienza del re di Spagna. Sebbene questa guerra di Messina fosse il solo fatto memorabile a cui fosse inteso quel viceré, non si può dire che facesse men degli altri che lo avevano preceduto nel combattere i masnadieri e i falsificatori delle monete, opponendo agli stessi mali gli stessi rimedi.

2. Furono tre soli i viceré che dopo il marchese di Los Veles ebbero il governo di Napoli infino alla morte di Carlo, e questi vanno giustamente ricordati nel numero di coloro che furono lodati e lasciarono desiderio delle loro virtù. Le prammatiche promulgate dal marchese del Carpio successore di Los Veles furono rivolte a richiamare la fede ne' contratti e a ravvivare il commercio. Egli continuò le persecuzioni contro i masnadieri con leggi severe, severamente eseguite; punì con eguale fermezza i contraffattori di monete che sotto il passato viceré erano sorti da per tutto il regno, ed introdusse una nuova moneta la quale fosse malagevole ad imitare pel conio difficile ed intrigato. Egual fama di virtù lasciarono i due successori conte di Santo Stefano e duca di Medinaceli.

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Il primo di essi ebbe cura particolare del commercio e dei tribunali, ed attese ancor esso a migliorare le leggi che riguardavano il conio delle monete e la punizione dei contraffattori. Non aveva compiuto il secondo triennio del suo governo, quando venne destinato in suo luogo don Luigi della Cerda duca di Medinaceli. La corte di questo viceré brillò di una pompa non più veduta in Napoli, superiore a quella di tutti i suoi antecessori, e le scienze e le lettere trovarono una certa accoglienza nel suo palazzo al quale convenivano i più grandi ingegni napoletani di quella età. Questi sapienti accolti nella corte servivano più ad ornamento di essa ed a soddisfazione della vanità viceregnale che al vero ufficio al quale debbono mirare gli studi. Ed in fatti quelle che si pubblicavano in quel tempo erano più opere di vuota poesia e di teatro, o di scienze poco importanti al consorzio civile. Ma non per questo la storia deve tacere la lode di quei pochissimi viceré che furono più amici agli studi, e dico pochissimi, perché nel numero di tanti viceré furono soli sette quelli che vollero provvedere in questo modo a diffondere le oneste discipline senza le quali ogni civiltà e quindi ogni virtù è cosa impossibile.

CAPITOLO XX.

1700-1701

Fine infelice di Carlo II. Suo testamento col quale vien chiamato al trono di Spagna Filippo d'Anviò. Guerra detta della Successione.

1. Era pervenuto al quinto anno della sua amministrazione il duca di Medinaceli quando giunse in Napoli la novella che Carlo II di Spagna era morto senza prole, e che aveva nominato a succedergli nella monarchia un principe della casa reale di Francia. La morte di Carlo senza figliuoli, dopo trentacinque anni di regno infelice, fu causa di gravissimi avvenimenti i quali turbarono la più gran parte di Europa. Ma le provincie di Napoli e di Sicilia, sebbene fossero involte ancor esse in queste guerre, e contrastate da molti padroni bramosi di possederle, riconobbero pure finalmente dopo molte vicende il più desiderato beneficio dal cangiamento

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della dinastia che venne a regnare sulla monarchia spagnuola. Dappoiché giunsero ad ottenere, siccome vedremo, un principe proprio ed indipendente da ogni soggezione straniera, il quale venne a rinfrancarle dalle oppressioni durate oltre a due secoli e a restituire a Napoli la sede reale. Dicemmo infelice il regno di Carlo, ed abbiamo già veduto come quella monarchia venisse a perdere una parte delle sue provincie; ora ci rimane a fare brevissimo cenno delle inquietudini che lo tormentarono per la elezione del suo successore e delle guerre che seguitarono la sua morte. Non essendo nato a dominare, ma ad essere dominato, giacque molti anni sotto la soggezione della madre, e poi di don Giovanni d'Austria, del duca di Medinaceli, del duca di Oropesa, i quali l'un dopo l'altro, o per ambizione, o per debolezza, o per ignavia contribuirono alla caduta di quella monarchia. Carlo sentivasi inferiore alle gravi cure del regno, e visse nella sua reggia inaccessibile a tutti, non curante di quanto avveniva negli altri regni di Europa e neppure ne' suoi medesimi stati da lui non conosciuti personalmente giammai e neppure di nome; anzi si narra che leggendo una volta ch'era dagl'Inglesi stretta di assedio non so quale città di Europa, domandasse a qual principe fosse soggetta, non sapendo che formava parte de' suoi stati. Luigi XIV di Francia dopo avergli mosso guerra più volte, siccome abbiam veduto di sopra, fermò con una pace insidiosa i legami di amicizia con Carlo, e vedendo tornata vana ogni speranza di prole a questo principe, incominciò a desiderare chela corona di Spagna posasse sul capo di un suo nipote. Venuto Carlo in pessimo termine di salute, dovè finalmente rivolgere il pensiero ad eleggere un successore. La prima moglie di Carlo era stata una nipote del re di Francia; la seconda Maria di Baviera era figliuola dell'Elettore Palatino e sorella dell'Imperatrice d'Austria. Carlo nominò suo erede universale il nipote della regina, Ferdinando di Baviera, lacerando un suo precedente testamento nel quale aveva chiamato al regno l'arciduca Carlo di Austria; ma furono grandi i clamori nel consiglio da lui convocato, all'udire questa impensata risoluzione, ed il maggior numero si manifestò apertamente favorevole alla casa reale di Francia.

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Queste discordie si raddoppiarono quando fu intesa la morte immatura del principe di Baviera, e ripigliò vigore il partito austriaco mosso dalla regina; ma le più vive affezioni erano per la Francia, ed aveva contribuito mirabilmente coi suoi modi a guadagnare amici a' Borboni l'ambasciatore francese presso la Corte di Spagna. I diritti che adduceva la casa di Francia erano quelli di Maria Teresa già da noi mentovati, la quale era sorella di Carlo ed oggi moglie di Luigi e madre al Delfino. L'ambasciatore di Francia marchese di Harcourt fu quello che seppe guadagnarsi in tal modo gli animi di tutta la corte, e con le sue larghezze il rimanente della nazione spagnuola, che giunse a render caro e desiderato nella pubblica opinione il nome francese.

2. Intanto la salute mal ferma di Carlo accresciuta dalle miserissime condizioni di un animo timido ed irresoluto, vizi che sogliono crescere con gli anni, lo conducevano al sepolcro. Non era opera di stoltezza a cui non lo sospingesse una sola parola de' suoi familiari, e sembra incredibile, come è pur vero, che le persone devote alla Francia posero una volta in campo una loro nuova astuzia e gli dierono a credere che egli fosse affatturato e clip dovesse per via di sortilegi liberarsi da quello stato. Gli s'imponeva per riacquistare la sanità di far dischiudere i sepolcri del padre e della sua prima moglie, ed egli cercava, avvolgendosi tra quei freddi corpi, la salute che non trovò. Ma la nomina di un successore era un obbligo il quale non pativa verun indugio, ed egli volle, come ultima prova per rassicurare la sua coscienza, rivolgersi al Pontefice romano siccome a padre universale e richiederlo di un suo consiglio, sedendo allora sulla cattedra di san Pietro il Pontefice Innocenzo XII venerabile per anni e per virtù. Egli rispose al principe che il preferire un arciduca di Austria nell'elezione del successore sarebbe stato accrescere le grandezze della sua casa, ma non già obbedire alla voce della giustizia la quale parlava in favore dei figliuoli del Delfino di Francia. Cosi finalmente dettava Carlo il suo testamento, nel quale non più che un mese innanzi la sua morte, nominava erede Filippo di Francia duca di Angiò secondogenito del Delfino, e stabiliva tutto quello che si dovesse fare negli avvenimenti che potessero prevedersi per morte,

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affinché le corone di Francia e di Spagna non si venissero giammai ad unire nella persona di uno stesso re. Solenne cerimonia accompagnò la separazione di Filippo dall'avo Luigi, il quale con parole anche solenni lo esortò a meritarsi l'affetto degli spagnuoli ed a confermare con ogni sua opera i legami di amicizia tra le due nazioni, e vogliono che in augurio di questa futura concordia, abbracciandolo e congedandolo gli dicesse: «partite, figliuol mio, ora non vi saranno più Pirenei». Ebbe Filippo lietissime accoglienze dal popolo spagnuolo festeggiato come tutti i principi giovani che salgono al trono, non avendo che soli diciotto anni, gradito a tutti per quella cortesia che è stata sempre specialissimo pregio dei principi francesi. Ma non era sperabile che le altre potenze rivali si fossero rassegnate al testamento di Carlo, e tutte protestarono altamente e tutte si collegarono a danno del novello monarca di Spagna. Avevano pretensioni a quella corona Leopoldo di Austria e Vittorio Amedeo di Savoia, e credevano per più stretti legami di parentela dover esser anteposti alla casa di Francia. Gridava il primo che quella monarchia si doveva all'unico rampollo maschio della casa d'Austria, e quindi accennava il suo secondogenito Carlo, non volendo punto riunire sul capo del solo suo primogenito le due corone. Non sarà inutile di accennare ch'egli allegava per suo diritto l'esser discendente di Ferdinando fratello di Carlo Quinto, e metteva innanzi le consuetudini e leggi feudali che vogliono escluse le femmine dalla successione. Allo stesso modo il duca di Savoia traeva fuori le sue ragioni dall'aver avuto per bisavola una figliuola di Filippo II re di Spagna. Quindi l'Austria e il Duca di Savoia fermarono una grande alleanza contro la Francia e la Spagna, e dico grande perché si unirono a costoro anche le altre potenze impaurite dalla unione delle due nazioni francese e spagnuola. e furono l'Inghilterra, l'Olanda, l'Elettore di Brandeburgo, il re di Portogallo. La prima fazione di questa guerra, la quale è conosciuta col nome di guerra della successione di Spagna,

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fu la discesa del principe Eugenio di Savoia principe di quella Casa, condottiere degli eserciti austriaci giovanissimo, ma già celebrato per vittorie e trionfi riportati sui turchi. Esso incominciò le sue prove nella Lombardia che fu il teatro di queste prime guerre, mentre che gl'inglesi e gli olandesi presero a turbare il nuovo principe con le loro armate sul mare.

CAPITOLO XXI.

1600-1700

Condizione degli studi nel secondo secolo del viceregnato. Giurisprudenza. Scienze fisiche e matematiche. Filosofia. Letteratura e belle arti.

1. Parlando di questo secondo secolo del viceregnato compiutosi colla morte di Carlo lI e l'avvenimento al trono di Filippo V, non si può dire che le leggi pubblicate da' viceré fossero migliori, ma si può dire soltanto che una scuola novella di giureconsulti, riformatrire dell'antica scuola, sorgesse in quel tempo, de' quali nomineremo i principali. Due nomi non si possono trasandare, quelli di Carlo Tappia e di Scipione Rovìto. Il primo fece la utilissima fatica di raccogliere le leggi in vigore ai suoi giorni, ordinandole per capitoli e distribuendole per materie, quanto gli fu possibile, la qual fatica fu chiamata Codice Filippino perché dal compilatore dedicata a Filippo III. Il Rovito ristrinse le sue cure alle sole Prammatiche, che raccolse ed ordinò per alfabeto e che arricchì di comenti. E così queste due raccolte, sebbene fossero lontane dall'ordine perfetto e dalla utilità de' codici moderni, sono tali cose delle quali abbiam dovuto fare menzione, perché ci danno a vedere che non mancò chi avesse voluto fin da quel tempo ordinare in certo modo a sistema la legislazione del regno. Tre altri nomi basteranno dopo questi, perché di tal fama che difficilmente potresti trovarne altri maggiori, e sono Francesco d'Andrea, Domenico Aulisio, Gian Vincenzo Gravina. Il primo fu oratore di tanto grido per tutta l'Europa civile di allora, che fu chiamato il Pericle de' suoi tempi, ed ebbe onori altissimi non solamente in patria ma dovunque andasse,

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e fu fondatore di una scuola novella nel foro napoletano che unì lo studio delle leggi a quello della filosofia e della filologia. Dell'Aulisio potremmo parlare non solamente fra i giureconsulti, come egli fu dottissimo, ma in ogni ramo del sapere non solamente delle scienze speculative, ma ancora di quelle applicate, come la meccanica. né si può dire abbastanza del Gravina il quale in un suo libro sull'origine e progressi del dritto lasciò un monumento di tanta sapienza che nei secoli posteriori fu sempre venerato per l'immensa dottrina e la latina eleganza dello stile, e fu ancora valoroso in lettere greche e Ialine che ne scrisse trattati dottissimi e fu uno dei fondatori della celebre accademia poetica chiamata l'Arcadia. Per i quali meriti sebbene sia conosciuto ed avuto in onore da tutti i dotti, è pure conosciuto più generalmente per essere stato il maestro e benefattore del famoso poeta drammatico Pietro Metastasio. Dei filosofi di quel tempo abbiamo già mentovato il Campanella per la parte politica che rappresentò nella cospirazione calabrese. Ora ripetiamo qui in breve ch'egli continuò in certo modo l'opera incominciata dal filosofo Telesio, ma che il suo metodo non essendo poggiato sull'osservazione ma sulla induzione o astrazione, lo faceva talvolta divagare dal vero; tanto più ch'egli portò questo suo metodo anche nel trattare le scienze sperimentali, come per esempio fu la medicina e la fisica. Certamente i secoli posteriori hanno già tributato il giusto biasimo e la giusta lode agli errori ed alla dottrina di lui: ma non si può volgere in dubbio che fu intelletto vigoroso, per avere abbracciato gran numero di scienze, anzi essere stato ordinatore di esse, proponendo una loro distribuzione, simile a quella che diede così gran rinomanza all'inglese Bacone venuto dopo di lui. Crediamo di aggiungere in questo luogo i nomi di Marco Aurelio Severino e Lucantonio Porzio, che sebbene esercitassero la medicina, possono prender posto fra i cultori delle scienze filosofiche per avere scritto in esse, ed avere portato nelle scienze salutari il discernimento e il criterio di grandi filosofi quali essi furono. Marco Aurelio Severino scrisse in ogni ramo della scienza e fu autore di nuovi trovati de' quali poi si giova

rono gli stranieri.


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Oltre a diversi commentari sopra Ippocrate, Galeno, Dioscoride, Celso ed altri medici antichi, pubblicò moltissime opere di logica, di fisica, di storia naturale, di medicina, di chirurgia. Così Lucantonio Porzio ottenne applausi e fama parlando dalla cattedra a Roma, a Venezia, a Vienna, e pronunziando la dottrina dell'attrazione universale esposta quarant'anni dopo dal sommo inglese Isacco Newton. Ci sarebbe difficile di nominare Tommaso Cornelio cosentino, Michelangelo Fardella trapanese, Alfonso Borelli napoletano, ed assegnare in quale scienza avessero acquistato rinomanza ciascuno, perché dagli studi della filosofia speculativa discesero a trattare le altre scienze nelle quali fecero scoperte. Tommaso Cornelio fu autore o trovatore di molte utili verità, le quali a lui vennero giustamente retribuite nel tempo avvenire, ma che in quel tempo diedero fama a molti stranieri, come a dire sulla compressione e la forza elastica dell'aria, sopra il succo nutritivo operatore della digestione, sulla irritabilità de' muscoli, ed altre scoverte d'importanza grandissima nelle scienze che trattano della natura e dell'uomo. Michelangelo Fardella insegnò con molta lode in Modena, in Padova, in Venezia la filosofia e la matematica. E finalmente Alfonso Borelli fu un uomo di scienza così universale che parve un prodigio dove fu ascoltato dettar dalla cattedra, a Firenze, a Pisa, a Messina, ma fu più che in altro, dottissimo nelle scienze del calcolo e nelle applicazioni di esse.

2. Degli storici due soli ci piace di nominare, famosi per diverso merito. Giovanni Antonio Summonte al quale diamo luogo in questo secolo sebbene egli morisse in sul principio di esso, perché il suo libro frutto di lunghissimi studi nel raccogliere memorie patrie e causa di molte persecuzioni all'autore, non vide la luce tutto intero se non molti anni dopo la sua morte (1675). Questo lavoro è più importante pel numero delle notizie da lui sapute raccogliere che per la critica nello andarle scegliendo, nel qual pregio fu di gran lunga maggiore Francesco Capecelatro il quale con eleganza maggiore del Summonte, ma inferiore al Costanzo, descrisse i fatti del regno, incominciando dalla fondazione della monarchia e conducendo la Sua narrazione fino alla caduta degli Svevi.

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Le lingue antiche ebbero pochi ma illustri cultori, come Pietro Lasena e l'Aulisio e il Gravina, i due ultimi già da noi mentovati per altri studi; anzi fu verso la fine del secolo che il viceré marchese di Los Veles restituì la cattedra di lingua greca alla università napoletana, chiamandovi ad occuparla il sacerdote Gregorio Messere che fu maestro del Gravina. Dei poeti non possiamo fare gran lode, almeno in quanto al gusto se non in quanto all'ingegno. Di quest'ultimo fu fornito a dovizia il napoletano Giambattista Marini, che nel suo tempo ebbe lodi immense in Italia e in Francia, ma oggi non viene più letto, ed è soltanto nominato per la straordinaria facilità dell'ingegno perduta dietro al gusto del secolo ed alle lascivie di cui son pieni i suoi canti. E sebbene minore per merito, pure ebbe gran fama siccome poeta Tommaso Stigliani nato in Matera, il cui nome va unito a quello del Marini anche per essere stati entrambi emuli anzi nemici palesi nelle corti dov'essi vissero, e giunti financo ad insidiarsi la vita. Ma questo secondo secolo del viceregnato si può dire che fosse la più gloriosa età della pittura napoletana, la quale ebbe in quel tempo una certa fisonomia propria che la distinse dalle altre d'Italia. Non diciamo già che l'architettura e la scultura non avessero opere ed artisti di qualche fama, ma esse non raggiunsero la pittura. Scultore ed architetto celebratissimo fu Lorenzo Bernini autore di opere le quali se non per gusto perfetto, sono maravigliose per numero, varietà ed ardire, e rivelano uno dei più grandi ingegni d'Italia, quale egli fu. E non si debbono trasandare i due Fansaga, Cosimo e Carlo, usciti dalla sua scuola, e Lorenzo Vaccaro discepolo di Cosimo, de' quali tutti puoi vedere moltissime opere nelle nostre chiese. Ma la maggior gloria fu quella de' pittori, i quali hanno meritato un posto considerevole nella storia delle arti per grandissimo numero di opere, per maestria di pennello, per fama acquistata ed onori in tutta Europa, e finanche per le avventure della loro vita. I confini del nostro libro ci permettono poco più che solamente nominarli. Giuseppe Ribera, detto lo Spagnoletto perché nato da un uffiziale spagnuolo, vien mentovato il primo non solamente pel tempo in cui visse, ma per la grande autorità ed opinione ch'egli ebbe in fatto di arte,

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della quale usò ancora in modo malvagio invidiando e movendo insidie agli altri grandi pittori venuti in Napoli, come Annibale Caracci, Guido Reni e il Domenichino.

Non minore di lui per merito di pittura, maggiore per merito di modestia e dottrina fu il napoletano Fabrizio Santafede che in certe opere parve emulo di Tiziano. Il cavaliere Massimo Stanzioni emulò in gran parte la perfezione di Guido Reni, e le sue pitture non temettero il confronto di altri sommi artisti coi quali dipinse talvolta nella stessa chiesa. Diffusero egualmente la fama loro in Italia e fuori il cavalier Mattia Preti, detto volgarmente il cavalier Calabrese, che viaggiò attraversando la Francia, l'Alemagna e le Fiandre, ed ebbe occasione, per la sua vita che fu piena di avventure, di lasciare monumenti bellissimi del suo valore singolarmente in Roma e nell'isola di Malta. Nominiamo da ultimo il cavalier d'Arpino detto così dalla patria, essendo il suo nome Giuseppe Cesare, ed Andrea Vaccaro e Luca Giordano, l'ultimo de' quali fa prodigioso artista non solamente per freschezza e varietà di stile, ma pel numero di opere lasciate singolarmente nell'Italia e nella Spagna, le quali sembra impossibile che sieno uscite dalla mano di un sol uomo. Finalmente Aniello Falcone e Salvator Rosa furono dipintori eccellenti di battaglie, ma il secondo di essi fu dipintore universale di figure e di paesi, e poeta immaginoso che meritò di essere annoverato fra i primi satirici dell'Italia. Nell'isola di Sicilia nacquero in questo secolo Vincenzo Gagini scultore, e i due pittori Giovan Rernardino detto il Siciliano, che si formò ad uno stile purissimo studiando sul Domenichino e sui Caracci, e Pietro Novelli detto il Morrealese dal nome della patria, le cui pitture sono la più parte in Sicilia dov'egli visse e dove fu ucciso nelle turbolenze di Palermo.

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CAPITOLO XII

1701-1707

Congiura in Napoli detta di Macchia scoperta e punita» Sventure di Filippo minacciato in tutti i suoi stati. Gli sono tolte le terre di qua del Faro.

1. Ai baroni del regno non era giammai piaciuto il giogo de' viceré di Spagna dai quali non si vedevano tenuti nella debita considerazione, e spesso venivano impediti nell'uso immoderato della loro potenza. Oggi questo cangiamento di dinastia il quale poneva la corona sul capo di un principe costretto a regnare in Napoli ancor esso per mezzo di luogotenenti, li mosse a cercare un qualche mutamento di bene nella discordia de' due competitori ed emuli, Filippo di Borbone e Carlo Arciduca. La corte di Vienna seppe profittare di questa disposizione degli animi per muovere una trama e suscitare i Napolitani in suo favore. Furono i principali ad incominciare le pratiche Giovanni Carafa de' conti di Policastro e Carlo di Sangro patrizi napolitani i quali si trovavano a servire da colonnelli negli eserciti imperiali, e furono destinati a venire nel regno al compimento dell'opera, come coloro che erano bene esperti dei luoghi e delle persone. Essi giunsero da prima in Roma, e colà si concordarono col cardinal Grimani ambasciatore dell'Impero presso la Santa Sede, e con altro gran numero di Napolitani che ivi dimoravano. Erano costoro fra le principali famiglie del regno; e molti di essi ritornati in patria per guadagnare compagni alla cospirazione giunsero a raccogliere segnati ne' loro fogli i nomi de' più illustri patrizi i quali aderivano e davano promesse di aiuto al mutamento. Uno di essi Giuseppe Capece era stato inviato a Vienna per manifestare le intenzioni e i disegni fatti, chiedendo in nome della città che l'arciduca Carlo quando verrebbe assunto a quel trono dovesse fare sua dimora in Napoli, che gli uffici dello stato si confidassero ai soli Napolitani, che si fondasse un senato di nobili il quale avesse parte al potere, oltre ai compensi che richiedevano i principali autori della congiura.

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Ma una cospirazione alla quale prendeva parte così gran numero di persone, mossa da Vienna, disposta ed ordinata in Roma, non poteva rimanere avvolta nel segreto. L'ambasciatore di Filippo in Roma manifestò i suoi sospetti al viceré, e questi spiando i movimenti di molti signori, giunse ad assicurarsi della trama, alcuni fece imprigionarne, e rafforzò castel Nuovo dov'egli si rinchiuse. Era pensiero dei sollevati di uccidere il viceré, gridare il nome di Carlo arciduca, ed impadronirsi delle fortezze e tenersi rinchiusi in esse infino a che non giungessero le forze del principe Eugenio di Savoia il quale si trovava a quel tempo in Lombardia ed aveva promesso aiuti all'impresa. Ma appunto il giorno destinato all'opera il viceré non uscì dal castello, e Carlo di Sangro accortosi delle speranze tradite, opinò che si differisse ad altro tempo la esecuzione. Qui il principe di Macchia Giacomo Gambacorta e pochi altri gridarono nella contraria sentenza. Era il Gambacorta giovine di età, d'ingegno ardito ed ambizioso, ma come di molto ardire così era uomo di poco consiglio, e per la povertà nella quale era caduta la sua famiglia desideroso di una fortuna migliore, dovesse questa costargli qualunque pericolo, onde da lui prese il nome la cospirazione perché fu il principale condottiero e moderatore del popolo. Giunse a ben dodicimila il numero de' sollevati, dai quali fu saccheggiato castel Capuano, dischiuse le carceri, arse le carte degli archivi, spogliate le case dei ministri e le botteghe degli armieri. Ma fu breve questa concordia fra i nobili ed il popolo, e quest'ultimo consigliato dalla memoria delle passate vicende e dalla voce autorevole di molti a non fidarsi nei grandi i quali ad altro non miravano se non ad accrescere la lor potenza, incominciò a disprezzare i comandi del principe di Macchia. Si aggiunse a questo un indulto opportunamente promulgato dal viceré, nel quale si concedeva ampio perdono a chiunque ritornasse al dovere ed alla obbedienza di Filippo. Allora molti congiurati, e prima fra questi il principe di Macchia, seppero involarsi con la fuga, molti furono presi ed uccisi nelle prigioni, eguagliate al suolo le case di alcuni ribelli. E Carlo di Sangro lasciava pubblicamente il capo sul patibolo innanzi al castel Nuovo, ed il barone di Sassinet, un francese ch'era segretario dell'ambasciata imperiale appresso la Santa Sede, venuto appositamente in Napoli per accendere il fuoco, fu rimandato in Francia prigioniero.

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2. Dopo un avvenimento che fece vacillare la corona di Napoli sul suo capo, vide Filippo il bisogno di formarsi non già nelle sue forze, ma nell'amore de' suoi popoli un più sicuro scudo contro gli assalti e le seduzioni dello straniero, e credè quindi che nulla avrebbe potuto tanto giovargli quanto il farsi vedere in persona a' napolitani ed imporre un termine alle vendette ed alle punizioni che sogliono seguire ogni commozione politica. Un popolo, pensava egli, avvezzo a neppur conoscere il suo principe fuorché di solo nome, ed a gemere sotto la crudele dominazione dei siioi ministri e luogotenenti, dovrebbe oltremodo rallegrarsi di avere il principe presente, il quale esaminasse lo stato de' suoi figliuoli, prendesse cura de' loro bisogni ed alleviasse le loro miserie. Ed il popolo si rallegrò di vederlo, e Filippo si meritò l'affetto universale con molte sovrane provvidenze, essendosi dimostrato generoso nel perdonare i falli e nel premiare i servigi a lui renduti. Diminuì le imposte, rimise due milioni di arretrati, concedé molti uffici dello stato ai Napolitani, confermò tutti i privilegi della città, ed immensa fu la gratitudine de' napoletani rianimati ad altissime speranze, i quali votarono concordemente al principe una statua equestre in bronzo ed un donativo di trecentomila ducati. E quando dopo due soli mesi di dimora era egli obbligato a partire per i suoi stati di Lombardia minacciati dall'Austria e dal principe Eugenio di Savoia, lo accompagnava il pianto di tutti i napoletani ch'egli raccomandava al duca di Ascalona successore del viceré Medinaceli. Ma dopo alcune battaglie nell'alta Italia contro gli Austriaci alle quali ebbe parte egli stesso, non senza meritar lode di valore, gli fu forza di abbandonar la Lombardia, perché gli eserciti di Carlo arciduca avevano guadagnate alcune Provincie della Spagna, e principalmente quelle di Aragona e di Valenza. Essendo stato Carlo riconosciuto a Vienna dai ministri delle potenze siccome re di Spagna, erasi recato in Inghilterra, e le armi e le navi, ma più l'oro e le pratiche di quella nazione, gli avevano aperto la strada nella Spagna della quale era stato gridato re

in

Barcellona. La tempesta minacciò cosi fieramente Filippo in tutti i suoi domini, ch'egli fu costretto ad allontanare la corte reale da Madrid e trasferirla a Burgos. Fu durante questo rivolgimento di fortuna che il regno di Napoli venne quasi rapito a Filippo.

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Il principe Eugenio generale degli Austriaci in Italia scorgeva che i Francesi implicati nelle guerre di Lombardia malamente potevano accorrere in aiuto del regno di Napoli. Commise quindi di muovere all'acquisto del regno al conte Daun, il quale viene coll'esercito sopra Napoli per le vie di Romagna, ed assedia la città di Gaeta dove il viceré si era rinchiuso (1707). Vinta Gaeta, ed abbandonata alla strage ed al sacco, rimase il regno sotto il dominio tedesco, e fu destinato a governarlo lo stesso Daun, rimanendo la sola Isola di Sicilia sotto il comando di Filippo.

CAPITOLO XXII,

1707-1731.

Pace di Utreeht e di Bastadt. La Sicilia a Vittorio Amedeo di Savoia. Napoli e Sicilia ritornano all'Austria. Carlo Borbone ottiene Parma e Piacenza.

1. Il raccontare le varie vicende di questa guerra per la successione di Spagna, eccederebbe i limiti segnati al nostro libro, onde cercherò di spedirmene con la maggiore brevità. Durante questo continuo agitarsi di principi e di popoli avvenne la morte dell'imperatore Giuseppe, per la quale ascendeva al trono imperiale il fratello di lui Carlo arciduca, quello stesso ch'erasi dichiarato competitore di Filippo nel trono di Spagna. E fu per questo avvenimento le potenze medesime che prima lo aiutavano, oggi gli diventarono avverse, temendo che non avvenisse oggi nella persona sua quella riunione di più corone sullo stesso, capo contro la quale si adoperavano gli sforzi di tutta Europa. Vennero quindi a un trattato che fermarono in Utrecht, nel quale fu convenuto che il regno di Napoli, ovvero le provincie di qua dal Faro, rimanessero in potere di questo Carlo che oggi assunto all'impero e sesto di questo nome, che la Sicilia fosse data a Vittorio Amedeo duca di Savoia, e la Spagna rimanésse a Filippo.

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Ma non essendosi chiamato a questo accordo l'Imperatore, si venne ad un'altra convenzione in Rastadt, per la quale si fermò la corona di Napoli in Carlo VI al quale già obbedivano la Sardegna, lo stato di Milano e i Presidi di Toscana, ed a Vittorio Amedeo fu confermata l'isola di Sicilia (1714). Fu carissima al duca di Savoia questa novella sovranità, la quale gli dava finalmente il titolo di Re lungamente ambito e meritato da' principi della sua casa, ed egli assunse con ogni pompa questo titolo a Torino, e fu incoronato a Palermo dove si era recato insieme con la moglie. Vittorio Amedeo fu uno degli ottimi principi che abbiano regnato sul Piemonte, il quale a lui va debitore di un corpo di nuove leggi, di una Università fondata a Torino, della finanza ordinata con senno mirabile, del commercio ravvivato e delle arti protette. né fu minore per buon volere e per provvide opere di governo nell'isola di Sicilia; ma ebbe un regno brevissimo ed agitato per una vertenza col Pontefice, il quale voleva abolire il Tribunale della monarchia, privilegio antichissimo dei re di Sicilia. Scagliò l'interdetto sopra varie chiese, e più di quattrocento ecclesiastici fuggirono a Roma (1715; ma Vittorio non volle giammai consentire che si diminuisse anche menomamente la dignità di Legato apostolico ch'egli voleva tramandare intatta ai suoi successori. Non erano corsi tre anni dalla pace di Rastadt quando Filippo fece approdare un' armata sulla Sardegna ed occuparla, e l'anno seguente fece assaltare la Sicilia, fugare il viceré di Vittorio Amedeo, e stabilire le forze spagnuole in alcune città dell'isola (1718). Moveva l'animo di Filippo a quell'improvviso assalto un prete parmigiano chiamato Alberoni, allora cardinale, d'ingegno non comune, di animo ambiziosissimo, ma più intrigante che politico, il quale giunto al posto di primo ministro turbò con lo spirito irrequieto ogni cosa, infino a che non fu allontanato dalla corte di Spagna. Fu egli appunto il consigliero di queste spedizioni di Sardegna è di Sicilia, nelle quali comandava l'armata spagnuola un generale fiammingo per nome Leede a' servizi di Spagna, che sottomise Palermo, Catania, Messina.

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Sdegnate da questa impreveduta infrazione de' trattati corsero le potenze a respingere gli assalitori della Sicilia, e fecero mutare le sorti di Spagna, avendo in parte distrutti i legni, liberate le città dell'isola, e costretto il Leede a ritornare indietro senza aver fatto acquisto veruno.

2. Ma Carlo VI imperatore non voleva rimanersi senza raccogliere qualche novello frutto da quella guerra, e così fu fermata la quadruplice alleanza tra Carlo VI, Giorgio d'Inghilterra, Luigi XV di Francia e gli stati di Olanda. Convenuti in Londra, stabilirono altri mutamenti ai patti precedenti, e furono i nuovi patti proposti pacificamente a Filippo da queste potenze, le quali si dichiararono apparecchiate a sostenerli con le armi quando facesse bisogno (1720). A Vittorio si dava l'isola di Sardegna col titolo stesso di re, cambio a cui di mal animo acconsentiva il Piemontese, che fu troppo dolente di perdere un'isola come la Sicilia, bellissima e ricchissima per benignità di cielo, fertilità di terreni e potenza d'ingegni, e non mancarono per parte di Vittorio le inutili proteste de' principi deboli. Carlo VI volle ed ebbe la Sicilia, dicendo che a lui si aspettava come al possessore del regno di Napoli. Si stabili finalmente che il reale infante di Spagna Carlo Borbone figlio di Filippo e di Elisabetta Farnese, succedesse nei ducati di Parma e Piacenza, quando fosse avvenuta la morte dell'ultimo Farnese il quale non aveva speranze di prole. Così Filippo si vide ritolte le Provincie napolitane e siciliane, e Carlo d'Austria rimasto signore di tutto jl regno ottenne pure, ma dopo lunghissime dispute, la consueta investitura del Pontefice. né le istituzioni del regno ebbero notevole cangiamento né miglioramento, perché il supremo consiglio risedesse a Vienna, o perché i viceré tedeschi venissero in vece dei viceré spagnuoli. Avvenuta intanto la morte dell'ultimo Farnese, gli succedeva il giovinetto Carlo Borbone, e l'Imperatore andava cercando maniera come meglio temporeggiare nell'adempimento de' trattati, non piacendogli di rivedere che la potenza spagnuola rimettesse il piede in Italia. Ma la corte di Londra stette contro l'imperatore e in sostegno de' trattati, e Carlo Borbone preceduto da seimila spagnuoli che erano approdali a Livorno, venne all'acquisto di Parma e Piacenza. Solenne cerimonia accompagnò la partenza del regio infante.

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Il padre e la madre seduti in trono bene» dissero Carlo inginocchiato innanzi a loro, gli augurarono prosperi successi in Italia, e Filippo nell'accomiatarlo e baciarlo sul viso gli cinse una ricca spada a lui già donata da Luigi il Grande suo avo allorquando lo inviava a prendere la corona di Spagna: la quale spada fu di felice augurio a Carlo, come apparirà dalle cose che diremo.

CAPITOLO XXIV.

1731-1734.

Guerra per la successione di Polonia. Il Duca di Montomar con l'esercito si unisce a Carlo Borbone. Conquista del regno,

1. Ma non fu questa la sola guerra di successione che si combattesse in Europa nella prima metà del secolo der cimottavo, perocché vennero in seguito le altre due guerre per la successione di Polonia e dell'Impero. Né di queste noi possiamo tacere senza farne almeno menzione, per ch'esse furono il presagio di una più equilibrata distribuzioue degli stati e della potenza di ciascun principe in Europa, e perché ebbero spesso per campo di battaglia la nostra Italia, e quindi il regno di Napoli, in fino a che la corona non si fermò stabilmente sul capo di Carlo Borbone e de' suoi successori. Era avvenuta la morte di Augusto re di Polonia (1733), e facendosi in quel regno per via di pubblica elezione ogni volta il nuovo re, non mancavano ogni volta le discordie e le guerre civili che sogliono accompagnare e turbare i regni elettivi. Venne ad occupare i l trono Stanislao Leczinski che già era stato re di Polonia, scacciato di poi per usurpazione consigliata e protetta dalla Russia e dall'Austria, e che ora veniva eletto nuovamente dal voto universale. Ma la Russia e l'Austria si opposero a questa elezione, e fecero chiamare al regno l'Elettore di Sassonia. Allora si mosse Luigi XV, il quale non volle sopportare l'offesa fatta a Stanislao eh' era suo suocero, e si concordò col re di Spagna e con quello di Sardegna per togliere all'Imperatore i suoi stati d'Italia.

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Il maresciallo di Villars ed il duca di Piemonte conquistarono per breve tempo il Milanese, e Filippo inviò dalla Spagna numeroso esercito sotto il comando del duca di Montemar perché si unisse alle forze di Parma e Piacenza, animando il giovine infante Carlo ad assaltare il regno di Napoli e facendogli ampia rinuncia de' suoi dritti a quella corona. Era in Napoli viceré per Austria Giulio Visconti, e comandante supremo delle armi il conte Traun, i quali richiesero istantemente di soccorsi la corte imperiale; ma non ebbero se non soldati pochi di numero ed inesperti di guerra, perché le forze tedesche si trovavano tutte occupate nelle guerre del Reno e di Lombardia. Il viceré pose in opera tutti i mezzi che gli seppe dettare la condizione estrema nella quale si vide condotto. Obbligò i baroni e le città del regno al pagamento di forti somme per la difesa, promise perdono a tutti i fuorusciti e a tutti i rei che avessero preso le armi in sostegno dei tedeschi, ed ordinò una guardia interna che fu creata e messa in piedi a tutela della città. Ma quando incominciò a vedere le isole vicine a Napoli prese dall'armata spagnuola, e salutato il nuovo signore Filippo V, egli si ritrasse nelle Puglie con l'esercito, aspettando inutilmente migliori soccorsi. Ed il Traun si pose a campo presso San Germano, come sulle porte del regno, sperando di opporsi con qualche successo all'esercito di Carlo, senza darsi pensiero delle altre strade e singolarmente di quella degli Abruzzi il quale avrebbe potuto dar libera entrata all'esercito del Borbone. Ma fu volto in fuga dagli Spagnuoli, perché cinquemila di costoro si avanzarono inosservati, condotti da uomini del paese fino alle spalle degl'imperiali. Avevano gl'imperiali unita la loro forza nelle strette di Mignano, facendo disegno di vietare il passo all'esercito nemico, quando si avvidero che gli spagnuoli condotti dal duca di Castropignano avevano guadagnato il colle che avevan dietro di loro, e che il duca di Montemar si avanzava col grosso dell'esercito ad affrontarli. Il Traun prese subito consiglio di fuggire il certo pericolo, e trovò scampo in Capua. dove rimase sostenendosi per alcun tempo, in fino a che la fame non lo costrinse alla resa. Qui dobbiamo aggiungere, come principali effetti di questa guerra, che essendo rimasto sul trono di Polonia Augusto il protetto di Russia e d'Austria, fu dato a Stanislao il ducato di Lorena,

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ed al duca di Lorena quello di Parma e Piacenza, e promessogli quello di Toscana quando fosse venuto a morte Gian Gastone, ultimo della casa de' Medici il quale non aveva figliuoli, rimanendo ampiamente ristorato delle sue perdite Carlo Borbone per l'acquisto delle due Sicilie, E con questa venuta di Cado (1734) poniamo termine alla seconda natural divisione della nostra storia, quella cioè di tutto jl viceregnato che governò il regno per ducentotrenta anni circa, contando dalla caduta della monarchia aragonese alla restaurazione della sede regia in Napoli nella persona di Carlo.

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LIBRO TERZO

1773-1848.

SOMMARIO

Venuta di Carlo Borbone all'acquisto del regno. Entrata in Napoli e sua incoronazione in Palermo. Opere mirabili di Carlo ne' venticinque anni de) regno, dopo i quali vien chiamato alla successione del trono di Spagna per la morte di Ferdinando VI, e lascia re di Napoli e Sicilia il figlio Ferdinando in età minore, affidandolo ad una reggenza da lui nominata. Primi anni di Ferdinando e suo governo in fino a che non si ritira in Sicilia per la invasione dei Francesi. Movimenti repubblicani e repubblica detta partenopea, agitazioni e guerre nel regno, il quale dopo essere stato governato per dieci anni da due francesi Giuseppe e Gioacchino, ritorna ai Borboni.

CAPITOLO I.

1773-1734.

Entrata solenne di Carlo in Napoli e fine del dominio tedesco. Viaggio di Carlo in Sicilia e sua incoronazione a Palermo.

1. Mentre le forze tedesche si raccoglievano fortificandosi in alcune città del regno, l'esercito spagnuolo si avanzava verso Napoli, incontrato con giubilo da tutte le terre dove passava. Ed erano giuste le cagioni di quel giubilo, per le promesse fatte da Carlo e manifestate ai napoletani prima di muovere l'esercito, per la giovine età del principe e per la fama di bontà e di magnificenza che lo aveva preceduto. Dimorato Carlo un giorno a Maddaloni, passò ad Aversa, ove attese che le fortezze della capitale si arrendessero, e che ritornasse in Napoli la tranquillità perfetta. Accolse le chiavi della città che in grandissima pompa gli venne ad offerire il corpo municipale napoletano, e finalmente fece solenne ingresso in Napoli il giorno decimo di maggio.

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Scese a rendimento di grazie nella chiesa di san Francesco ch'è fuori la porta detta Capuana; dipoi montato a cavallo si recò al duomo, ove benedetto dall'Arcivescovo, e prostrato innanzi alle reliquie del martire san Gennaro protettore della città, presentò ricco dono di gemme al santo. Egli attraversò la città tutta intera, gettando lungo il cammino monete di oro con impronta di Spagna. Qual fosse la gioia de' napolitani nell'accogliere il regio infante potrà immaginarlo chi consideri a quali speranze si dovessero schiudere gli animi stanchi da tanti travagli. Ma quello che mise al colmo la gioia si fu l'arrivo di un diploma fatto venire da Spagna, nel quale Filippo V cedeva a Carlo tutti i suoi titoli e dritti sul regno di Napoli e di Sicilia, dichiarando la monarchia napoletana separata ed indipendente dalla spagnuola. Ma la conquista non era compiuta in fino a che gli eserciti tedeschi stanziavano nel regno e che molte fortezze erano ancora alle mani degli antichi signori. Il duca di Montemar corse nelle Puglie, dove il viceré Visconti si era fortificato coi suoi tedeschi e napoletani, aspettando per via di mare i soccorsi che non gli vennero. Il duca che avea pochi eguali nella celerità de' movimenti più che nella scienza di guerra, li volle incontrare ed affrontarli, ma quella gente uscita dalle prigioni non era tale che potesse guadagnar gloria ed onore sul campo, onde subito si volse in fuga, abbandonata la difesa a' soli tedeschi ch'erano in poco numero e non bastanti a sostenere lo scontro. Il Montemar fece inseguire tutti i nemici, che parte andavano dispersi pe' campi e parte si erano fuggiti in Bitonto, mentre il Visconti con soli pochi tedeschi per la via degli Abruzzi si conduceva a salvamento nello Stato Romano. La vittoria di Bitonto fu il compimento della conquista, e morti, fugati o prigionieri tutti i tedeschi, rimasero agli spagnuoli le artiglierie e le armi abbandonate sul campo e ventitré bandiere dei fuggitivi che si ripararono in Pescara. Ma Pescara, la quale alzava sola lo stendardo tedesco, si rese finalmente ancor essa dopo lunga resistenza, ed il Montemar ebbe dall'ultimo fatto d'arme il meritato titolo di duca di Bitonto.

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2. Dopo la conquista di Napoli si rivolsero le fortunate armi all'isola di Sicilia, essendosi fatti in Napoli ed in Barcellona i grandi apparecchi di quella forza la quale fu per numero di navi e di armate una delle più considera voli che si fosse veduta da molti anni. Erano i legni più di trecento e gli uomini non meno di ventimila, e forse più di quello che non richiedeva il bisogno, non essendo nell'isola più di seimila tedeschi ed avendo il nuovo signore già tutti favorevoli gli animi de' siciliani. Il duca di Montemar fu accolto da prima in Palermo, e superate quindi le milizie tedesche che si erano rinchiuse nella cittadella di Messina, fece gridare il nome di Carlo a tutte le terre dell'isola di già commosse dall'odio al nome tedesco e dalla speranza dell'avvenire. Carlo giunse a Messina attraversando le Calabrie e spargendo largamente i suoi doni in mezzo a quelle popolazioni attonite dell'insolito passaggio di un re. Da Messina montato in nave si rivolse a Palermo, dove seguì la incoronazione del nuovo principe, la maggiore per pompa e per giubilo universale di quante n'erano seguite in quel tempio. Ottenne nello stesso giorno il giuramento di fedeltà ed obbedienza, e dopo altri pochi giorni di pubbliche feste faceva ritorno in Napoli, ove finalmente davasi tutto alle opere di pace, le quali furono in cosi gran numero ch'esse sembrano maravigliose, per essere state compiute dalla volontà di un solo principe. Noi non lasceremo di annoverarne a parte a parte le principali.

CAPITOLO II.

1734-1744.

Guerra per la successione di Maria Teresa all'Impero. Minacce dell'ammiraglio inglese. Battaglia e vittoria di Velletri.

1. Ma prima di rammentar le opere di governo compiute da Carlo, mi bisogna far parola di un'altra occasione di guerra che venne a turbarlo ne' principii del suo regno. Erano venute in campo novelle differenze alla morte dell'imperator Carlo VI, non volendo molte potenze di Europa che Maria Teresa sua primogenita gli succedesse nel dominio di tutti i suoi stati, onde si armarono da una parte la Francia,

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la Spagna, la Baviera, la Prussia, e dall'altra l'Austria, l'Inghilterra, l'Olanda, la Russia e la Savoia. In mezzo alle guerre che per tale cagione ardevano in Lombardia, in Austria, in Ungheria, l'ammiraglio inglese Martens con un armata di quattordici legni si fermò in faccia a Napoli, «minacciò di bombardare la città se Carlo non promettevi di rimanersi neutrale. Giunse all'ardire di segnar l'ora coi l'orologio alla mano, non lasciando che due sole ore al principe per deliberare e rispondere; ma il porto non guardato, sprovvisti i castelli, sarebbe stato il non cedere ui volere certissima la ruina di Napoli. Si sottopose Carlo all'insulto, e richiamò gli eserciti napolitani che gia erari» partiti per collegarsi alle forze di Spagna sotto il comando del Montemar e del duca di Castropignano.

2. Ma i tedeschi non deponevano ancora i loro pensieri sul regno. Il generale Lobkovitz che comandava in Italia le forze tedesche travagliava ed incalzava l'esercito spagnuolo, il quale condotto a mal termine cercava ritirarsi in sicurezza negli Abruzzi. Parve troppo facile al tedesco la riconquista del regno; ne chiese permesso a Vienna e l'ottenne, e sembra che la bellezza dell'acquisto non facesse rammentare al generale né all'Austria la santità de' trattati. All'udire che l'esercito di Lobkovitz stava per valicare il fiume Tronto che si può dire il confine del regno verso lo stato romano, si avvide Carlo che la neutralità impostagli veniva oggi manifestamente violata, e pubblicò in un editto le ragioni che lo consigliavano alla guerra, non già per assaltare altrui, ma per tutelare la tranquillità de' suoi popoli. Riseppe che il tedesco impedito dalle nevi degli Abruzzi si era avviato per la strada di Ceprano e Valmontone, ed egli si diresse con l'esercito a quella volta, ponendo il campo a Velletri, città dello stato romano posta verso i confini. Giungevano le forze di Carlo a trentanovemila; minori erano quelle di Lobkovitz; ma Carlo non profittò del numero maggiore che lo faceva più forte in faccia al nemico, se non per temporeggiare, non avendo difetto di viveri per mantenersi, i quali gli venivano in copia somministrati dal regno. Il Lobkovitz trovavasi in miglior posizione di Carlo, avendo guadagnate alcune eminenze presso Velletri dalle quali era difficile al nemico il toglierlo, come a lui era facile osservare i movimenti dell'esercito spagnuolo.

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Ma egli ancora amò di temporeggiare senza ragione, e fu causa di grandi malattie e perdite gravi nell'esercito non avvezzo all'aria maligna di quelle contrade meridionali. Avevano già una volta gli spagnuoli cacciato con vigoroso assalto i tedeschi dalle eminenze ch'essi occupavano, e che a grande stento avevano ripigliate, non senza venirne una gran diminuzione alla fama del Lobkovitz. Aggiungendosi a questo il romore e le mormorazioni che ne facevano i soldati, il Lobkovitz volle tentare un movimento, che promettendo da principio una felice riuscita, terminò con la fuga di lui e dell'esercito, che dovè fuggire a Roma e quindi a Viterbo, inseguito dalle armi vittoriose di Carlo. I Tedeschi sorpresero di nottetempo ed alla non pensata o dirò meglio a tradimento il campo borbonico, uccisero i soldati nel sonno, bruciarono le tende; ma risvegliato Carlo dalla fuga de' suoi, riordinò con tale celerità ed incoraggiò l'esercito spaurito, che i Tedeschi fuggirono da Velletri, lasciando non pochi fra prigionieri ed uccisi sul campo nemico (1744).

CAPITOLO III.

1700-1734.

Vicende della coltura negli ultimi anni di viceregnato fino a Carlo III. Leggi e giureconsulti. Scienze, lettere e belle arti.

1. Diremo brevissime cose di questi ultimi anni del viceregnato che furono i primi trentaquattro del secolo decimottavo, riserbandoci a dir cose maggiori del rimanente del secolo, sotto il regno di Carlo Borbone ed i primi anni di Ferdinando. I principi che regnarono in questo periodo sulle Sicilie unite o divise, furono tre soli, cioè a dire Filippo V, Carlo VI e Vittorio Amedeo; ma i principi mutati non portarono mutamento alcuno nelle leggi e negli ordinamenti civili e giudiziari. Anzi sotto l'austriaco Carlo VI si continuò ad usare la lingua spagnuola negli atti del governo, e le sole cose che avvertivano del mutato dominio, furono come abbiam detto,


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alcuni uffiziali tedeschi preposti all'esercito in luogo degli spagnuoli, e il Consiglio d'Italia che ebbe la sua sede a Vienna. In quanto al pubblico insegnamento già si scorgeva il bisogno di novelle riforme e si proponevano e si domandavano novelle cattedre, come quella di fisica sperimentale e di dritto criminale. Ma tutti questi voti non ebbero adempimento, sebbene molto si adoperassero in favor loro monsignor Celestino Galiani esemplare di virtù e di dottrina, Cappellano Maggiore del re e Arcivescovo di Tessalonica, al quale era affidata la pubblica istruzione, e Gaetano Argento giureconsulto ed erudito fra i primi di quel tempo, che esercitò uffici altissimi di Consigliere e poi fu Reggente del Collaterale e presidente del Consiglio ed ebbe il titolo di duca. Il nome e la fama di quest'ultimo ci chiama naturalmente e far parola di due altri, Niccola Capasso e Pietro Giannone. Ma il Capasso egregio giureconsulto come il Giannone, a che fu maestro di dritto canonico, e poi successor dell'Alilisio nella cattedra di dritto civile, ebbe non minor fama por natural lepidezza d'ingegno ch'egli mostrò singolarmente nelle sue poesie in dialetto napolitano, che oggi si leggono ancora come cosa assai leggiadra ed esemplare in questo genere di scritture. Al nome di Celestino Galiani soggiungiamo quello di Carlo Maiello per sonrglianza di studi e di virtù. Onorato e adoperalo da' due Pontefici Innocenzo XII e Benedetto XIII che lo creò segretario de' brevi ai principi, rinunziò al vescovato di Sessa, e gli piacque meglio il pesto di canonico della nostra cattedrale e di rettore del seminario napolitano dal quale uscirono tanti lumi chiarissimi di dottrina. Egli fu dotto nell'ebraico, nel caldaico, nel samaritano, nel siriaco, nell'arabo, e fu scrittore perfetto nell'idioma latino. Come poeti anch'essi di squisita eleganza nella stessa lingua mentoveremo due abruzzesi, Camillo Eucherio de' marchesi Quinzii scrittore di un poema sui bagni d'Ischia, e Domenico Ludovici autore di elegie le quali ricordano tutto il sapore di Tibullo. Tutti i poeti latini sorti nel principio di questo secolo e de' quali nacque buona parte nel nostro regno, furono così prodigiosi per la maestria e il possesso che esercitarono, in un idioma già morto, che essi giunsero a trattare soggetti difficilissimi di scienze naturali e speculative, e a spiegare le invenzioni de' tempi loro, usando il linguaggio di Orazio e di Virgilio.

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Un altro uomo sommo in archeologia fu Matteo Egizio, nominato dopo da Carlo Borbone regio bibliotecario e fregiato del titolo di conte. La fama del suo sapere era così grande in Italia e fuori, che non ci è nessun'opera scritta dagli antiquari ed eruditi di allora nella quale non si vegga nominato e non venga allegata la sua autorità.

2. Sarebbe troppo alle proporzioni del nostro libro il voler parlare delle dottrine esposte da Giambattista Vico, filosofo, giureconsulto e letterato sommo, che fu poco inteso e poco pregiato nel suo tempo, ma ebbe infinito numero di ammiratori dopo la morte. Investigò nei suoi studi profondissimi l'origine storica e filosofica del dritto, e nello studiare i fatti della storia trovò un principio universale che domina e regna sugli avvenimenti, ed al quale si conformano tutte le storie particolari delle nazioni del mondo. Ai lettori cui vien destinato questo libro sarebbe impossibile dichiarare in breve le dottrine del Vico, le quali sarebbero superiori alla loro intelligenza, ed ebbero ampi comenti appresso tutte le nazioni civili e singolarmente in Germania. Fu ancora poeta non ignobile il Vico; ma la fama di filosofo oscurò quella di poeta, né veramente in quel tempo si può dire che avesse in poesia confronti da temere, perché i poeti di quella età furono pochissima cosa in quanto all'arte. Anzi pare che non solamente la poesia piegasse alla decadenza, ma le belle arti altresì, le quali vantarono alcuni cultori non indegni di esser nominati per la vivacità dell'ingegno ma non per gusto purgato. Paolo de Matjeis discepolo del Giordano volle imitare anzi ostentare la prodigiosa facilità del maestro, e diede pochissime opere che fossero di pregio e moltissime che furono dimenticate. Giacomo del Po nacque in Palermo e studiò in Roma sotto il Pussino, ma non ne trasse profitto, perché fu autore di pitture nelle quali tu vedi rappresentata la natura assai lontana dal vero. Domenico Antonio Vaccaro era figliuolo di quel Lorenzo che noi abbiam lodato innanzi per opere di scultura, e fece opere di ogni specie che piacquero allora più per bizzarria che per vera bellezza. Dell'abate Antonio Belvedere diremo che fu maraviglioso al tempo suo nel dipingere frutta, fiori, acque ed erbe, e superò molti stranieri famosi e gareggiò con Io stesso Brughel,

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e chiamato nelle Spagne da Carlo II vi dipinse molto e con lode. In ogni genere di pittura ottenne gran fama Francesco Solimena, che sopravvisse a tutti i mentovati e tenne quasi egli solo il campo della pittura napolitana. E le principali città di Europa serbano in gran numero le sue pitture, nelle quali l'eccellenza dell'ingegno viene oscurata da una tal bizzarria e falsità nel movimento delle figure e ne' panneggiamenti, colpe dalle quali furono troppo oscurate le opere de' suoi discepoli. Entra nel nostro proposito delle belle arti il notare che la commedia e la tragedia scritte entrambe da napolitani autori s'incominciarono a rappresentare sui nostri teatri; ma con più splendore incominciò a sorgere l'opera in musica ed a levare molta fama quella scuola di maestri profondi che uscirono dai nostri conservatori e collegi di musica, e furono salutati con venerazione da tutta Europa. Nominiamo fra i primi per ordine di tempo Alessandro Scarlatti, Leonardo Leo, Leonardo Vinci, Niccola Porpora, Giambatista Jommelli, e saremo chiamati in appresso a nominarne altri non minori di questi.

CAPITOLO IV.

1741-1744.

Opere di governo. Bernardo Tanucci e sue qualità. Prime scosse alla feudalità. Osservazioni sulle riforme fatte sotto il regno di Carlo.

1. Ritornato in Napoli dopo la vittoria di Velletri, ripigliava Carlo le incominciate opere di governo, le quali furono di tale numero ed importanza, che noi non possiamo se non annoverarle sommariamente in questo libro. Non fu parte alcuna della pubblica amministrazione alla quale mancasse qualche provvidenza salutare; ma sebbene fossero maraviglisi i miglioramenti che nel fatto ottenne il regno, è più maravigliosa la volontà ardente di questo principe nel voler riformare ogni ordine del governo, e la fermezza instancabile del suo ministro Bernardo Tanucci nel secondarlo.

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Nato in un piccolo villaggio del Casentino. presso Firenze, era il Tanucci professore di pubblico diritto nella università di Pisa, quando l'esercito di Carlo attraversava la Toscana. Aveva levato gran nome, scrivendo con molta dottrina in una quistione che allora teneva il campo fra gli eruditi, e nella quale si faceva gran pompa da tutt'i lati di dottrina storica, letteraria, e di legislazione. Riguardava il famoso manoscritto delle Pandette di Giustiniano che alcuni sostenevano di esser venuto ai Pisani dopo il saccheggio di Amalfi, e che alcuni negavano, spiegandosi dall'una parte e dall'altra degli oppositori grandissima pompa di erudizione. Piacque a Carlo la scienza del Tanucci, e lo nominò uditore del suo esercito, e quindi lo assunse al grado di suo primo ministro, allorquando ebbe la corona delle Sicilie. La scienza di quest'uomo nelle cose di governo non poteva essere e non era universale; ma avuto riguardo ai tempi, tutti debbono ammirarla e celebrarla, e s'egli è certo che questo ministro troverebbe ai giorni nostri molti uomini di stato superiori a lui per sapere e perizia, solamente pochissimi ne troverebbe eguali per cuore infiammato dal solo desiderio del pubblico bene e della gloria del suo principe.

2. Gli ordini feudali sentirono i primi colpi sotto il governo di Carlo, ed i baroni chiamati intorno al trono, abbandonarono le provincie, e così le pompe della corte lusingando ed accarezzando la vanità dei signori oziosi e prepotenti, li tennero lontani dai loro feudi dov'essi esercitavano poteri di principi, o piuttosto crudeltà di oppressori. Non vennero tolte ad essi da principio né terre, né rendite, né ricchezza di sorta alcuna, ma solamente quell'autorità che i privati non debbono esercitare giammai. Vietò che in avvenire fosse più conceduta ai baroni la giurisdizione criminale; sottopose all'esame de' tribunali le sentenze dei giudici feudali; gli armati de' baroni diminuirono di numero e di ardire per la lontananza de' loro signori; cessarono le franchigie delle terre feudali; e non mancarono utili provvedimenti ad incoraggiare gli agricoltori e la pastorizia, concedendo terre incolte e paludose, e soccorrendo in danaro i più poveri. Le industrie risposero assai presto alle paterne cure del principe, e sorsero fabbriche di armi, di arazzi, di pietre dure, di cotone, di tele, di porcellana.

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Fu solo torto del Tanucci l'essersi mostrato troppo veemente e poco ossequioso verso la Santa Sede nelle controversie che questa dové sostenere con la corte di Napoli? Pure non mancarono alcuni scrittori i quali giudicarono Carlo ed il suo ministro troppo timidi e lenti nelle riforme; ma noi ripeteremo in questo proposito che le riforme civili incominciate da Carlo erano semi i quali dovevano germogliare le riforme future, e che ad un principe non è minor pericolo il voler affrettare che il voler arrestare il corso naturale ed inevitabile dei tempi. A quelli ' he si fanno a considerare dalle mani di qual governo distruttore uscisse allora il regno, e quanti fossero i mali sofferti e i desideri e le speranze del popolo che si raccoglieva intorno al novello re, sembreranno grandissime le riforme fatte da Carlo. Ma d'altra parte gli uomini che videro non molti anni dopo un numero infinito di riforme di ogni specie compiute in pochi anni per tutta Europa in mezzo al fuoco delle rivolte e della guerra, guardarono con disprezzo quell'andar lento e misurato del governo di Carlo e Io giudicarono timidezza e paura. Certamente le sciagure che da tanti anni si aggravavano sul regno erano tali che il dissimularle e l'ignorarle era impossibile ai ministri ed al principe; ma non era neppur possibile di spegnerle in breve, vibrando colpi violenti alle radici di quel male. Carlo incominciò quell'opera che i tempi hanno continuata, e va annoverato giustamente per la sua parte fra i pochi principi che il genere umano deve ricordare con gratitudine.

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CAPITOLO V.

1744-1759

Tribunali e leggi. Consiglio di Stato. Camera di Santa Chiara. Trattati di commercio. Regolamenti sanitari. Codice Carolino.

1. Fu abolito il Consiglio Collaterale e stabilito un Consiglio di Stato, il quale era composto di ministri che furon detti Segretari di Stato, e che furono di numero non più che quattro. Aveva uno di essi affidati alla sua cura gli affari della giustizia e gli affari ecclesiastici, un altro che si chiamava con nome spagnuolo, Presidente dell'Azienda, soprintendeva alla finanza ed a quanto potesse riguardare l'economia dello Stato, ed un terzo regolava gli affari della guerra e della marina. Quello finalmente cui veniva affidata l'alta politica verso le nazioni straniere era chiamato Segretario di Stato della Casa reale e degli affari esteri, perché riuniva ancora sotto la sua giurisdizione tutto ciò elio riguardasse i beni della corona ed ancora i teatri e le poste. Avevano quindi ciascuno l'ufficio di amministrare una parte del governo, e si adunavano nella reggia preseduli dallo stesso re. Fu stabilita una giunta detta di Sicilia, composta di due giureconsulti siciliani e due napoletani, e preseduta da un consigliere distato, il quale sedendo nel consiglio reale poteva esporre al principe i bisogni dell'isola e chiedere le sovrane provvidenze. Si rivolse il pensiero alla riforma de' tribunali e della legislazione. Quest'opera principalissima venne incominciata da Carlo, instituendo nella Camera detta di santa Chiara una specie di tribunale supremo e vietando i giudici delegati. Si chiamavano eoa questo nome quei magistrati che i viceré solevano destinare ad una special commissione di giudizio, e contro le costoro sentenze poteva pronunziare il solo principe. Può quindi immaginarsi quanti abusi nascessero, non dico da un tribunale specialmente eletto nelle occasioni, ma dal giudizio di un uomo solo che era il giudice delegato. Questo supremo tribunale creato da Carlo si compose di un presidente e di quattro capi delle camere o ruote, come le chiamavano, dell'antico Consiglio di santa Chiara del quale abbiamo parlato nel regno di Alfonso I aragonese.

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Aveva la novella camera una potestà parte amministrativa e parte giudiziaria, e dava il suo parere dovunque in affari di governo venisse interrogata dal principe, assumendo, fra molte altre, le funzioni esercitate dal Consiglio Collaterale. Migliorò in parte il procedimento giudiziario, e nominò una commissione di magistrati perché si rivolgesse alla compilazione di un corpo delle leggi, sceverandone quelle ch'erano cadute per altre leggi o consuetudini posteriori, e quelle che riguardano il diritto pubblico del regno.

2. Molte compilazioni di leggi e decreti e dispacci di ogni specie furono fatte sotto il regno di Carlo, che oggi ancora sarebbero utili a chi volesse percorrere la storia della nostra legislazione. Ma quella che lasciò maggior nome più per la intenzione che la diresse che per la sua utilità, fu la raccolta intitolata Codice Carolino dal nome del re che ne commise il lavoro ai chiarissimi giureconsulti del tempo. Esso rimase incompiuto e dimenticato, sebbene scritto in elegantissimo idioma latino per cura di Giuseppe Pasquale Cirillo e degli altri giureconsulti che saranno da noi registrati quando parleremo della coltura e delle sue vicende in quel tempo. A far risorgere il commercio non mancarono i tre principali sostegni delle leggi, dei tribunali, dei trattati, avendo pubblicato gran numero di prammatiche, istituito un tribunale supremo di commercio, conchiusi trattati con Danimarca, Olanda e Svezia e con le Potenze barbaresche, rifermando gli antichi patti con Francia, Spagna ed Inghilterra. 1l funesto avvenimento della pestilenza che si apprese alla città di Messina dava un'altra occasione al principe di mostrare la sua provvidenza, e pubblicò leggi sanitarie, che secondo i tempi furono giudicate savissime. In tutte queste riforme di governo furono adoperali sempre da Carlo gli uomini del foro e quelli rinomati per gran dottrina in materia di dritto. Questo procedere che alcuni vollero rimproverare a quel principe, come fosse una colpa, era pure indispensabile, volendo punire e togliere i vecchi abusi in tempo di pace, perché sottomettendo ogni cosa alla discussione de' sapienti ne veniva che i perdenti si acquietavano alla sentenza ragionata dei magistrati.

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L'operare grandi riforme in tempo di pace perfetta è l'opera più difficile ad un principe, quando si voglia significare con questa parola di riforme il mutamento degli ordini civili che reggono lo stato. Non intendiamo lo stesso del vietare gli abusi, del punire i furti e le dilapidazioni della cosa pubblica, perché queste opere si possono anzi debbono fare in tempo di pace perfetta, e non hanno bisogno di quella lentezza e misura con le quali si debbono compiere le grandi riforme. E Carlo rivolse il pensiero a far l'una cosa e l'altra, portando nella prima quella prudenza necessaria, e nell'altra tutta quella alacrità di un animo onestissimo e volonteroso del bene qual era il suo. Egli non lasciò giammai ad ogni male di contrapporre una legge che tendesse ad evitarlo o diminuirlo. La qual cosa se non potè dare alla sua legislazione una unità di pensiero che la dominasse, incominciò pure assai bene ad abbattere il vecchio edifizio, apparecchiando il terreno alla novella legislazione che doveva sorgere sull'antica.

CAPITOLO VI.

1744-1759.

Opere magnifiche di Carlo. Reggie di Caserta, di Capodimonte, di Portici. Teatro di san Carlo. Albergo de' poveri. Scavi di Pompei ed Ercolano.

1. Ma da qualunque parte della città di Napoli ci rivolgiamo, noi troveremo, sia nel recinto di essa, sia nelle vicinanze, stupendi monumenti della grandezza di Carlo. Fondò una reggia in Caserta che fu la maggiore in Europa per magnificenza di edifizio, e di marmi, di statue, di giardini che l'adornano; anzi mancandovi le acque, la volontà ferma ed invincibile di Carlo vinse il difetto della natura. Un acquidotto costruito per suo cenno la condusse per ventisette miglia, superando valli ed attraversando montagne di durissima pietra, ed essa venne a prorompere in tanta abbondanza nel recinto delle reali delizie di Caserta, che ne formò la principale bellezza con un gran numero di cascate e di laghi. Né ciò bastando, fu condotta per altre quattordici miglia fino alla città di Napoli,

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e fu un dono di singolare utilità per una metropoli la quale si poteva dir poverissima di acque.

L'acquidotto, che attraversa nel suo cammino tre valli e cinque montagne, fu un'opera maravigliosa la quale emulò la grandezza delle opere romane, ed oggi ancora si ammira a poca distanza dalla reggia. Il canale che doveva attraversare le valli fu sostenuto da tre o quattro ordini di archi di tale ampiezza e solidità, che sembrano oggi, dopo un secolo, edificati di recente. Non lasceremo di ricordare che per compiere queste opere fu chiamato appositamente da Roma l'architetto Luigi Vanvitelli. Altri due palazzi sorsero nelle vicinanze della città, l'uno in Portici, e l'altro sulla collina di Capodimonte. Il primo di essi venne edificato alle falde estreme del monte Vesuvio, a poca distanza dal mare, in luogo ridentissimo, e raccolse ne' primi anni tutti i tesori di arte antica che venivano uscendo dalle rovine di ErcoIano e di Pompei. L'altro palazzo detto di Capodimonte fu opera di maggiore spesa e fatica, essendosi voluto edificare sopra una collina, la quale essendo a quei giorni aspra e disagiata, accrebbe le difficoltà della costruzione per gl'immensi massi che si ebbero da trasportare per quell'opera. Anche questo edificio raccolse oggetti antichi, come quello di Portici, e furono le antichità preziosissime che Carlo aveva recate siccome erede de' Farnesi. Per quanto sia breve il confine segnato al nostro libro, non dobbiamo tacere due altre opere somme: cioè l'Ospizio generale destinato a raccogliere i poveri di tutto il regno, ed un teatro prossimo alla reggia, detto di san Carlo, che fu il più bello in Europa a quei giorni per ampiezza ed eleganza.

2. Diremo infine che sotto il suo regno incominciarono a scovrirsi gli avanzi di Stabia e di Pompei già molti secoli innanzi sotterrate dalle eruzioni del Vesuvio. La scoverta e poi le scavazioni di queste città, ma principalmente di Pompei, fu di tale importanza nel mondo sapiente, che gli studi dell'antichità cangiarono interamente aspetto (1750), ed a questa scoverta si deve la istituzione di quella Accademia Ercolanese che un giorno era celebratissima per la straordinaria dottrina de' suoi accademici, intesi a pubblicare e dichiarare per le stampe i tesori che ogni giorno uscivano da quelle rovine.

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Erano state molti anni prima della venuta di Carlo scoverte le antichità di Ercolano; ma la condizione di quelle rovine tutte coperte da solida lava sulla quale erano stati piantati altri edifizi rendevano impossibile il dissotterrare la città intera. Non cosi avvenne di Pompei, che ricoperta dalle sole ceneri vesuviane era rimasta per molti secoli nascosta ai viventi. E fu veduto che la mano dell'uomo avrebbe potuto richiamare alla luce quelle rovine che dopo diciotto secoli mostrarono al mondo maravigliato pitture, vetri, utensili d'ogni specie, mosaici, comestibili salvati dalla distruzione. In mezzo alle opere che il principe andava compiendo nel regno, egli non dimenticò certamente la Sicilia; ma non possiamo dissimulare che le provvidenze di Carlo riguardavano alcune volte il solo regno di Napoli, e che l'isola di Sicilia ebbe una parte minore di questi benefici, perché la esecuzione dei comandi di Carlo non aveva sollecito adempimento, e veniva talvolta ritardata e talvolta impedita per la lontananza del principe, per le passioni private de' luogotenenti e per la prepotenza della feudalità radicata più tenacemente in quell'isola.

CAPITOLO VII.

1759-1783

Carlo chiamato al trono di Spagna, elegge suo successore il fìglìo Ferdinando. Primi anni del suo regno. Riforme continuate da Ferdinando.

1. Correva l'anno vigesimoquinto del regno di Carlo, allorquando la morte di Ferdinando VI suo fratello, e figliuolo primogenito di Filippo, lo chiamava per difetto di prole a succedergli nel governo della monarchia spagnuola. La legge di successione già stabilita dal padre vietava che le due monarchie di Spagna e di Napoli si riunissero giammai sotto un comando medesimo, e quindi gli convenne di nominare il suo successore al trono delle Sicilie. Per la imbecillità del suo primogenito Filippo, riconosciuta e contestata alla presenza di tutti i grandi della corte e degli ambasciatori stranieri,

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chiamo il silo secondogenito Carlo a seguirlo nella Spagna per regnare colà dopo la sua morte quando che fosse, e trasmise i suoi pieni diritti sulle Sicilie al suo terzo figliuolo Ferdinando allora di anni otto, nominando l'aio del nuovo re, i maestri, i ministri, i reggenti. Dovevano cessare i reggenti dal loro ufficio quando il re, che assunse il titolo di Quarto, fosse giunto alla età di sedici anni, nella quale si credeva ch'egli sarebbe stato sufficiente a governare da se medesimo, siccome davano a sperare la salute vigorosa e l'ingegno svegliato del giovinetto. Otto furono i reggenti, ed è inutile il dire che prevaleva fra tutti il consiglio del Tanucci, per nobiltà di natali inferiore agli altri, ma superiore per intelletto e buon volere. Prima di parlare del regno di Ferdinando, diremo così sommariamente che Carlo Borbone andò a regnare sulla Spagna per altri ventotto anni, e fece opere non meno importanti di quelle che aveva fatte in Napoli. Ma egli fu più agitato dalle guerre esterne, dalle perdite fatte, e dalle interne commozioni del popolo spagnuolo, il quale assai diverso dal napoletano, e tenacissimo delle sue antiche leggi e delle antiche sue costumanze, insorgeva ferocemente ad ogni novità che il principe volesse introdurre, quando fosse pure fatta da lui per ragion di bene. Egli è certo che nella serie de' re spagnuoli il nome di Carlo è segnato con lode di principe benefico, e superiore a quelli che lo avevano preceduto ed a quelli che gli successero; ed essendo stato colà nella Spagna il terzo re di questo nome, viene anche domandato tèrzo nella storia napoletana.

2. Ritornando alle cose nostre, diciamo che i consigli e i suggerimenti del governo continuarono per alcun tempo a venire da Spagna, siccome venivano altresì le non poche somme di oro destinate a compiere quelle grandi opere lasciate da Carlo incompiute. E quello stesso Tanucci, il quale aveva proposte ed aiutate le riforme sotto il regno del primo Borbone, non le dimenticò sotto il successore; anzi la giovine età di Ferdinando, il poco sapere degli altri ministri e consiglieri del principe, e la corrispondenza che il Tanucci manteneva con la Spagna, gli servivano di buona occasione ed aiuto per far prevalere i suoi divisamenti nelle opere del governo.

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Fu creato un consesso che ebbe il nome di Giunta degli abusi, ed era suo scopo d'investigare gli abusi de' vecchi ordini di governo e proporre i rimedi. Ma io dirò del governo di Ferdinando, siccome ho detto del governo di Carlo, che le buone leggi ed il buon volere se non erano efficaci di solleciti effetti, bastavano per incominciare a scuotere il servaggio delle proprietà, le misere condizioni del commercio e delle industrie, ed il sonno e i timori degl'intelletti. Si strinsero altri trattati con Genova, Tunisi, Sardegna e Russia. La pubblica istruzione fu riordinata nella Università napolitana, ed in tutte le provincie che ebbero una scuola per ciascun comune, e non è chi ignori che quanti uomini sommi vantavano gli studi delle scienze e delle lettere in Napoli in quei primi anni del regno di Ferdinando, o dettarono dalla cattedra o furono assunti ad alti uffici dello stato, bastandomi nominare, per non essere infinito, i soli Galiani, Genovesi, Palmieri, Pagano, Filangieri. Avrebbero tutte queste felici disposizioni del governo prodotti salutevoli effetti, ma la rivoluzione franca se venne ad affrettare la caduta degli antichi ordinamenti in Europa per fondare novello edificio su quelle rovine. In un breve sommario della storia non si potrebbero neppure annoverar tutte quante le opere compiute in questa seconda metà del secolo decimottavo; ma non posso tralasciare un'opera che fu mirabile a quel tempo, cioè la co» Ionia detta di San Leucio presso Caserta. Nacque nella niente di Ferdinando il pensiero di fondare questi} colonia industriale destinandola a lavori della seta, e chiamando all'uopo dallo straniero i direttori e i maestri di quest'arte. Cosi ebbe principio la nuova colonia industriale, che tenne ad altissima fama per i suoi lavori, ma più ancora per esser retta da un codice paterno e speciale che il principe volle dettare per essa, e che fece la maraviglia de' sapienti, ai quali parve di ravvisare in quelle leggi una felice e benefica applicazione de' principi de' Filangieri. Intanto il matrimonio di Ferdinando con un'arciduchessa austriaca, Maria Carolina figlia dell'Imperatore, incominciò a far tacere le antiche affezioni di Spagna, e dopo alcun tempo il Tanucci si ritirò dalla corte, povero di fortuna.

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Furono primi ministri dopo il Tanucci il marchese della Sambuca Giuseppe Bologna, e poi Domenico Caracciolo, quel medesimo che esercitò poi con tanta lode l'ufficio di viceré di Sicilia. Ma il generale Acton inglese si può dire veramente colui che prese il posto del Tanucci nel potere: giunse egli, prima in qualità di ministro della marina, poi della guerra, ed infine degli affari esteri, riunendo questi tre ministeri nella sua persona, ad essere arbitro supremo di ogni cosa, ed a possedere l'intero favore de' suoi principi.

CAPITOLO VIII.

1783-1789.

Orribili danni fatti dai tremuoti di Calabria e di Sicilia. Viceré Caracciolo e Caramanico e loro amministrazioni in Sicilia. Timori per le cose di Francia.

1. Prima di raccontare i rivolgimenti politici che turbarono gli ultimi anni di questo secolo, debbo far menzione di un miserando rivolgimento della natura il quale portò la distruzione nelle Calabrie. Non erano nuovi avvenimenti i tremuoti nel nostro regno, e particolarmente nella parte estrema di esso che sono appunto le Calabrie, alla qual parte, quando avviene che sia scossa e tormentata dal crudele flagello, risponde assai spesso con eguali scosse la vicina Sicilia. Ma di tutti i tremuoti mentovati questo fu il più tremendo, perché fra città e villaggi non meno di cento rovinarono tutti, ed alcuni scomparvero tutti interi senza lasciar memoria di loro. Fra le maggiori città per ampiezza o vaghezza rovinarono Monteleone, Mileto, Polistina, Terranova, Casalnuovo, Oppido, e rovinarono con esse gran numero di chiese e castelli normanni e di antiche memorie e monumenti. Si videro le intere città come svelte dalle fondamenta e trascinate al mare, le intere città inghiottite dal terreno che si apriva e che lasciava vedere immense fenditure lunghe di molte miglia. Né mai il terreno si stava immobile tra l'una scossa e l'altra, anzi ondeggiava continuamente, e le molte migliaia che incontrarono la morte la trovavano dappertutto egualmente, e nelle case, e per le strade,

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e pei campi e sul ma, re, il quale inghiottiva negl'immensi vortici tutto quello che gli veniva portato dalla rovina delle città, e dai fiumi usciti fuori del loro letto. Non minori danni sofferse la provincia di Messina, e la fama di questo tremuoto dura ancora nelle memorie per Je stragi che fece e per la novità e la durata del flagello, del quale il governo napoletano di allora cercò di alleviare i danni quanto gli fu possibile. E i danni che seguitarono il tremuoto non furono minori, perché le acque e i cibi mancati e l'ingombro degl'infiniti cadaveri già putrefatti sotto le rovine, insidiavano alla salute di coloro che erano rimasti così malamente in vita.

2. Ma qui rivolgendomi alquanto alle cose di Sicilia, dirò che i miglioramenti sempre più lenti erano proceduti in quell'isola per le ragioni addotte di sopra. Avevano gran parte a questo indugio le qualità speciali de' viceré, che spesso non erano siciliani, e vi facevano breve dimora. Pochi anni durarono i viceregnati del marchese Fogliani, o del principe di Stigliano; ed il primo di essi venuto in pericolo di vita per un tumulto popolare originato da uno scarso ricolto e dai soliti monopolii che avvengono in simili sciagure, ebbe scampo su di una piccola barca che lo condusse a Messina. Ma non può venir trapassato senza speciale menzione il governo del marchese Caracciolo successore del principe di Stigliano. Aveva di già il Caracciolo meritata una non comune reputazione nel trattar negozi di gran momento; era stato ministro di Napoli presso le corti straniere, uomo di molti studi. e legato in amicizia con uomini sommi di quella età. Vedeva quindi il vizio degli ordini feudali, e vi si oppose con animo fermissimo (1782). Restrinse le facoltà de' baroni, vietando loro di far giustizia, di sottomettere senza compenso gli abitanti del feudo ai lavori della terra; vietò la esazione di molti tributi quando non fossero consentiti dal principe, e propose un novello censo. Ma sembra maggiore la gloria acquistata dal suo successore principe di Caramanico, il quale meno impetuoso del Caracciolo, continuò più cautamente quelle riforme. Il Caramanico fu uomo di rare virtù; ma le amarezze che gli venivano da Napoli per avversione dell'Acton,

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abbreviarono il corso de' suoi giorni, in tal modo subitaneo ed impreveduto, che non mancarono sospetti I quali lo facessero credere avvelenato.

CAPITOLO IX.

1789-1792

I moti di Francia pongono in timore i governi d'Italia ed interrompono le riforme. Primi fatti della rivoluzione e della repubblica francese.

1. Intanto le benefiche riforme più o meno tardive in Napoli e in Sicilia vennero turbate dagli eventi della rivoluzione francese. Questi arrestarono le opere del governo, il quale non che lasciare l'incominciato cammino, si rivolse anzi a respingere ogni pensiero di riforma che venisse dallo straniero, ed incominciò ad investigare e spiare le opinioni de' Napolitani, a dare orecchio alle malvage voci dei delatori, a punire severamente coloro ch'erano creduti 0 accusati siccome amanti delle nuove dottrine di libertà; ed oltre all'esilio ed alle prigionie, si videro puniti coll'estremo supplizio alcuni giovani che troppo arditamente si eran gettati dietro alle nuove opinioni. Ma non minore sgomento invase gli altri governi d'Italia, e fu grave sventura per essa; dappoiché non so}o il regno di Napoli procedeva mirabilmente nel bene per la benignità de' suoi principi e per la voce degli uomini sommi, ma l'Italia tutta intera. Pietro Leopoldo austriaco, granduca di Toscana, era principe non italiano di nascita, ma benedetto da' Toscani. Amato e benedetto del pari Vittorio Amedeo di Savoia. È la stessa Lombardia era costretta ad amare l'Austria, la quale per mezzo de' suoi Luogotenenti procurava di render migliori le sue condizioni, dopo lunghissimi anni di schiavitù. né i principi che governavano i più piccoli stati d'Italia, facevano nel paragone meno de' grandi, come a dire Ercole d'Este duca di Modena e Ferdinando Borbone duca di Parma. E non possono esser trasandati i nomi dei ministri che sedevano al loro fianco, uomini ch'erano i primi di sapere e di virtù, e che venivano chiamati dai loro signori

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qualunque fosse la condizione o la patria dov'erano nati. Così il conte di Firmian in Lombardia, il Ruccellai in Toscana, il Dutillot in Parma, si facevano interpetri ed esecutori delle benefiche intenzioni de' loro principi e signori. Era un maraviglioso spettacolo di felicità il vedere a quei giorni tutti i filosofi e gli economisti d'Italia chiedere concordemente le necessarie riforme civili, ed i governi porgere orecchio a quei voti, e confidare molte volte agli stessi filosofi ed economisti gli uffici più rilevanti de' loro stati, o chiamarli a consiglio nel compiere quelle riforme.

2. La rivoluzione francese, una delle più maravigliose che fossero mai avvenute al mondo, per cause remotissime, e per prodigioso numero di effetti, fu quella che venne a turbare il pacifico cammino delle riforme ne' governi di Europa. Regnava sulla Francia Luigi XVI. Gli errori de governi passati, e più che ogni altro quello dei due Luigi che lo avevano preceduto sul trono, gettarono quei semi di scontento i quali produssero giorni di tanto tutto ed orrore; e ne furono cagione e pretesto i disordini della finanza, e la miseria del popolo. La nazione francese insorse contro il governo, e si raccolse in varie assemblee le quali si succedettero l'una all'altra, coi nomi di Assemblea Costituente, di Assemblea Legislativa, di Convenzione Nazionale, nomi e forme che prese quella nazione, o dirò meglio i principali rappresentanti ed agitatori di essa. Ogni ordine antico fu rovesciato fra le stragi ed il sangue; lo stesso re Luigi, esempio di costanza e di coraggio, ma forse più coraggioso nel sopportare la sventura che nel combatterla, scontò con la propria vita lasciata sotto la scure il fallo de' suoi antecessori (1792). Così venne fondata la repubblica francese, la quale incominciò a muover guerra a tutte le potenze di Europa, a spedire eserciti da tutti i lati contro quei principi i quali si erano uniti per deviare dai loro stati il torrente inondatore della rivoluzione.

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CAPITOLO X.

1792-1798

Napoleone Bonaparte. Armata d'Italia. Il papa allontanato da Roma. Spedizione degli eserciti napoletani in Roma. Vittoria dei Francesi.

1. Le dubbiezze e i timori che avevano lungamente sostenuta nel dubbio la corte di Napoli, consigliarono finalmente una palese resistenza, quando si videro le armi della repubblica francese discendere sul mezzogiorno d'Italia accompagnate dalla vittoria. Era condottiero supremo di quegli eserciti un uomo straordinario, un prodigio d'ingegno, di valore e di fortuna, Napoleone Bonaparte, il quale salito dagl'infimi ai più alti gradi della milizia, guidando i Francesi quasi sempre alla vittoria, innamorò siffattamente quella facile nazione, che giunse, come vedremo, ad esser gridato console decennale, e poi console perpetuo della novella repubblica. Questo esercito francese aveva superate le Alpi, cangiati i governi d'Italia, fondata di qua dalle Alpi una repubblica chiamata Cisalpina, un'altra Cispadana di qua dal Po. Si era spinto infino a Roma che aveva cangiata in repubblica, traendo con manifesta violenza il Pontefice lungi dalla sua sede (1798). Parve giustamente a Ferdinando che fossero molto da temere la potenza e l'ardire di quella nazione vittoriosa, tanto più che i commissari del governo francese incominciarono a richiedergli che allontanasse dai suoi consigli il ministro Acton, che imponesse di uscire dai suoi stati a tutti i profughi di Francia ivi riparati, e pagasse alla Francia l'antico tributo che per tanti anni non aveva pagato alla Santa Sede. Ponderatosi lungamente nel consiglio se il re delle Sicilie dovesse rimanersi neutrale ovvero dichiararsi aperto nemico, prevalse l'opinione ch'egli dovesse mettere in punto un esercito ed inviarlo in soccorso del Pontefice. Ed altre più potenti ragioni di queste persuasero al re la guerra, quando seppe che la nazione inglese aveva occupato Livorno, e che l'ammiraglio Nelson aveva nelle acque di Aboukir battuto un' armata francese.


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2. Era intendimento di Ferdinando, il quale si era già concordato con l'Austria, di uscire alla campagna verso Roma, e proseguire oltre il suo cammino, infino a che le forze tedesche le quali discendevano dalla Lombardia non si fossero unite a lui per così stringere i Francesi ad abbandonare l'Italia. Altri seimila napolitani salparono per Livorno comandati dal generale Naselli, pronti a rannodarsi ancor essi all'esercito principale, quando fossero chiamati. Richiesta l'Austria di un supremo comandante che venisse a guidare questa spedizione, fu inviato il generale Mack, il quale si pose a capo dell'esercito napolitano di circa settantamila uomini; ma erano soldati la più gran parte tolti ai lavori della campagna, uno o due mesi innanzi, e chiamati ad istruirsi in brevissimo tempo per affrontarsi con altri soldati ben agguerriti ed avvezzi alla vittoria. Il generale Championnet che comandava i Francesi chiedeva le ragioni di questo movimento di guerra, ed il generale tedesco rispondeva che la repubblica romana non poteva essere riconosciuta né dall'Impero, né dal re di Napoli, che il Pontefice doveva essere renduto al suo antico seggio, e che le ostilità sarebbero subito incominciate e spinte anche al di là di Roma, se le armi francesi negassero di retrocedere. Il generale di Francia non si lasciò intimidire: rispose che quella repubblica era sotto lo scudo della nazione francese, la quale non mancherebbe giammai di tutelarla contro qualunque invasione ed oltraggio. Si venne alle armi, ed il generale tedesco toccò una piena sconfitta, e ritornò nel regno con l'esercito percosso di gravissime perdite, pel difetto de' soldati nuovi e non avvezzi al combattere, per la troppo sollecita partenza da Napoli, per la imperizia del generale, per la nessuna esperienza che aveva de' luoghi, e per la stagione avversa. E questo generale che si era già gridato trionfatore prima di vincere, distrusse un esercito col suo sconsigliato comando, non ripose il Pontefice romano sulla sua sede, ed incitò i novelli sdegni della Francia contro il governo di Napoli. Non sarà inutile il dire a discolpa dei Napoletani, i quali furono da lui malamente comandati, che questo stesso generale, per nuovi errori commessi in altre battaglie, era serbato a finire prigioniero i suoi giorni in un castello della Boemia.

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CAPITOLO XI.

1798-99

1 Francesi si avanzano nel regno. Timori del governo. Il re parte per la Sicilia. Ferocia del popolo napoletano e sue ostinate resistenze all'esercito francese,

1. Il generale francese non si rimase dopo la vittoria d incalzare l'esercito napolitano fuggitivo, fin sulle terre del regno, e le novelle giunte in Napoli tanto della prima disfatta quanto dell'approssimarsi dei Francesi, diffusero i timori nella corte ed in tutta quanta la capitale. Da questo avvenne che i movimenti del nemico invasore, e gli errori del governo precipitarono in estrema rovina il regno di Napoli. Avendosi poca speranza nell'esercito già fugato e scomposto, si pensò di commovere la plebe contro le armi francesi che si approssimavano, e non fu difficile il concitarla per via di danaro, destando con appositi scritti l'antica affezione di essa ad un principe napolitano, e l'abborrimento allo straniero. Fu certamente improvvido consiglio il commoverla, ma fu colpa gravissima il non saper trarre profitto da quella, ed invece abbandonarla a sè medesima. I perfidi consigli furono ascoltati, e si fece vedere al re il pericolo di un nemico vicinissimo ed agguerrito, e di una plebe sfrenata ed apparecchiata a sovvertire ogni ordine, a spogliare, a distruggere ogni cosa. Giungevano notizie dell'esercito francese che si veniva avanzando a gran passi senza trovare le fortezze ed i punti principali afforzati e difesi, né dalle opere militari, né dal coraggio de' soldati. Le Provincie resistevano inutilmente ai Francesi, e gli assalitori avevano già in poter loro Civitella, Pescara e Gaeta, e rivolgevano quindi tutto lo sforzo ad acquistare la piazza di Capua. E così la vicinanza di questo acquisto, dopo il quale Napoli si poteva chiamar perduta, le segrete affezioni verso la Francia de' molti Napolitani che mantenevano segrete corrispondenze con essa, pericoli temuti ed ingranditi dai ministri fra i quali l'Acton era il primo, affrettarono la partenza di Ferdinando e di tutta la famiglia reale. Stanziava allora nel porto di Napoli l'ammiraglio Nelson vincitore di Aboukir, accolto con immensa festa

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dal re poco innanzi, ed erano con esso molte navi della squadra inglese le quali servirono a raccogliere la corte regia e le persone devote ai Borboni, per rivolgersi all'isola di Sicilia. Ferdinando accompagnato dalla intera famiglia s'imbarcò sulle navi di Nelson, e lasciò suo Vicario il generale Pignatelli, promettendo, con un suo proclama al popolo napolitano, di ritornare in breve e con novelli soccorsi alla sua sede reale.

2. La storia di quello che avvenne in Napoli dopo la partenza di Ferdinando raccontata diffusamente, non sarebbe che un lungo seguito di errori e di perfidie; né potevano aspettarsi migliori frutti dal difetto di governo e di esercito ordinato, dalla miseria e disperazione di una plebe numerosissima e tumultuante, spinta ad ogni eccesso dal timore del nemico, e dalla povertà dell'erario che non poteva soccorrerla. Mentre i Francesi combattevano presso Capua si vide annunziata al popolo una tregua di due mesi fermata tra il vicario e i francesi, con la quale si faceva una vergognosa concessione della piazza di Capua e di molto paese circostante, e si prometteva nel termine di un mese il pagamento di due milioni e mezzo di ducati. Ma il vicario ebbe a salvarsi con la fuga quando il popolo si disse tradito da questa convenzione fatta, e venne in furore all'arrivo de' commissari francesi ch'erano venuti a raccogliere la somma pattuita (1799). Rimasto in potere di sè medesimo ed abbandonato dal vicario e dal generale tedesco che trovò scampo in mezzo ai Francesi, scelse per suoi capi e condottieri Girolamo Pignatelli principe di Moliterno, e Lucio Caracciolo principe di Roccaromana, i quali avevano fatto valorosa resistenza ai Francesi presso Cajazzo, pochi giorni innanzi, e godevano di quella tale riverenza che suol destare sempre nel popolo la nobiltà della famiglia, la bellezza del corpo, e la fama di valore e di coraggio. Ma si vide che erano inutili i capi a quella plebe rapace e sfrenata, la quale sotto colore di uccidere e spogliare i Giacobini, ch'era il nome col quale venivano indicati i fautori di Francia, metteva a sacco tutte le case della città ed inferociva sugli abitanti, specialmente sopra coloro che avevano fortune tali da poter saziare la sua cupidigia.

Oggi rimane ancor viva fra i Napolitani la memoria e il timore di quelle giornate; ma l'odio contro i Francesi si dimostrò nel combattere

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che fece la plebe quando essi si furono appressati alla città, perché fu tale l'impeto ch'ella bastò a contrastare per due giorni l'entrata agli stranieri. Finalmente il terzo giorno furoao introdotti di furto in castel sant' Elmo dai repubblicani, e bisognò ricorrere al tradimento per togliere il castello dalle mani del popolo ivi rinchiuso; né il popolo si rimase dalle rapine e dalle stragi, se non quando fu colpito dalle artiglierie, e vide la bandiera francese sventolare su quella fortezza. Il generale Championnet entrato con pompa militare nella città, richiamò con opportuni proclami la calma, e statuì un governo provvisorio, promettendo la istituzione della repubblica partenopea.

CAPITOLO XII.

1799

Fondazione della repubblica partenopea. Nuove leggi non eseguite. Scontento de' popoli. Championnet richiamato in Francia. Inglesi in Sicilia.

1. La repubblica partenopea non visse oltre a sei mesi, e se le stragi ed il sangue precedettero la sua fondazione, non minori crudeltà furono quelle che seguitarono la sua caduta. Un collegio di venticinque napolitani fu destinato dal generale Championnet a reggere provvisoriamente la cosa pubblica, e ad ordinare le nuove forme del governo repubblicano. E questo governo fu diviso in sei che si chiamarono Giunte, ed ebbero il nome, secondo le faccende ad esse affidate, di centrale la prima, e le altre d'interno, di guerra, di finanza, di giustizia, di legislazione, in fino a che non vennero eletti i sei ministri di stato che ne assumessero la direzione. Sono incredibili le prime allegrezze delle provincie, commosse da queste fallaci promesse, incredibili le prime allegrezze della capitale, ove si piantavano in mezzo alle piazze alberi di libertà, danzando e gridando intorno ad essi la plebe, che per libertà voleva intendere a suo modo, la facoltà di fare ogni cosa anche malvagia, e per uguaglianza non già una eguale distribuzione di dritti civili, ma delle fortune.

Furono solamente in parole i beni che la repubblica prometteva.

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Vennero aboliti per legge i fedecommessi, le immoderate giurisdizioni, i poteri e gli abusi dei baroni, e si promise un confine alle ricchezze dei monisteri; ma l'adempimento di queste leggi non ebbe effetto, e sarebbe stato funesto di metterle in atto, essendo vivo negli animi di tutti l'odio e il desiderio di vendetta per le avversioni de' partiti, e sarebbe stato impossibile, per l'agitazione universale, la quale vietava un pacifico procedimento dei giudizi e la giusta distribuzione de' dritti di ciascuno. Era altresì un male principalissimo la strettezza della finanza, a cui si aggiunse la scarsezza del ricolto di quell'anno; ed accrebbe lo scontento universale un decreto del governo il quale comandava l'esatto pagamento de' tributi non soddisfatti negli andati mesi, tributi i quali avrebbero dovuto continuare a pagarsi, come il decreto diceva, infino ai novelli ordinamenti che si darebbero allo stato.

2. Era Championnet privo di mezzi a mantener l'esercito, mancandogli soccorsi di Francia, e fu costretto dal bisogno ad imporre una tassa di quindici milioni alle province, soggiungendo che il governo consentirebbe ad accogliere anche gemme ed oggetti preziosi, quando il denaro mancasse. Ne movevano i popoli asprissimi lamenti, i quali furono accresciuti dall'avidità di un commissario francese Faypoult, venuto in Napoli con decreto di altre contribuzioni che la repubblica francese imponeva alla repubblica napolitana. Questi commissari civili, com'era questo Faypoult, che il Direttorio della repubblica francese inviava nei paesi conquistati, erano di tale rapacità, che spesso venivano in aperta discordia coi generali dell'esercito. E ciò avvenne al generale Championnet, il quale vide la trista sorte del paese napoletano ch'egli era stato già costretto ad aggravare di nuove imposte per le necessità dell'esercito, si oppose risolutamente, e giunse nell'ira a scacciare dal regno il malvagio commissario e la commissione. Championnet vietò coraggiosamente la esecuzione del nuovo decreto; ma ritornò per breve tempo in Francia il commissario, il quale seppe alla sua volta prender vendetta del generale facendolo rimuovere dal comando dell'esercito di Napoli e sottoporre ad un giudizio in Francia, e prender vendetta più fiera dei napoletani, essendo ritornato egli medesimo ad opprimerli.

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In questo mezzo le provincie del regno insorgevano fiere ed ostinate contro la repubblici fondata in Napoli, mantenendo gl'Inglesi desto il fuoco di quelle discordie. Avversi alla Francia ed a Bonaparte non si divisero gl'Inglesi mai più da' Borboni di Napoli, «stettero con loro nell'isola di Sicilia, dimora preziosa ec importante per essi in quel tempo, e non lasciarono giammai durante il dominio francese in Napoli di somministrare aiuti alle forze dei borboniani nel regno. Le storie de tempo ci raccontano distintamente quali stragi, incendi rovine erano frutto di quelle discordie delle province, ciascuna delle quali aveva governo a suo modo, e dirò meglio non ne aveva alcuno, odiando la nuova repubblici che oramai non oltrepassava i confini della sola città ti Napoli.

CAPITOLO XIII.

1799.

Venuta del cardinale Fabrizio Ruffo. Perdite de' francesi e loro partenza dal regno. Caduta della repubblica napoletana.

1. A tutte queste avversità che facevano vacillare la repubblica partenopea si aggiunse Io spirito guerriero, ed il coraggio non insolito nelle antiche storie, ma rarissimo nelle moderne, di un Cardinale di santa Chiesa, Fabrizio Buffo. Nato di nobile famiglia del regno, era stato assai giovine assunto ad un alto ufficio nella corte romana, donde ritornato in Napoli, e serbandosi fedele ai Borboni, li aveva voluti seguitare in Sicilia. Ora pensò costui di approdare in Calabria sua provincia natale, dov'era grande l'autorità del suo nome, tentare gli animi de' calabresi incitandoli a seguirlo, inalberare lo stendardo borbonico, chiamare quanto maggior numero di gente potesse dalle Provincie, e correre sopra Napoli a distruzione della repubblica e dei francesi. Egli adunque giunse per mare a Bagnara, piccola città sulla costa di Calabria di rincontro alla Sicilia e poco lontana da Reggio, dove si vennero a raccogliere sotto il suo vessillo intorno a diciassettemila uomini, i quali si accrebbero per via, ed attraversarono le Calabrie, movendosi verso Napoli.

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Si commisero dalle due parti nemiche infinite crudeltà, le quali non possono abbastanza venire abbominate, qualunque sia la causa che le conducesse a tanti eccessi di ferocia. Essendosi gli eserciti francesi diffusi per tutte le province del regno per far contrasto a quella immensa moltitudine, ne avveniva assai spesso che le città le quali si trovavano sulla via, erano distrutte da una parte o dall'altra, secondo che si erano mostrate nemiche o favorevoli ad esse. Ad alcune città più infelici toccò di provare il rigore di entrambe le parti, e chi legge le storie di quel tempo troverà esempi di ferocia dal lato degli assalitori, ma esempi ancora di coraggio e di valore inaudito dal Iato di quelle popolazioni assalite. Cotrone, Sansevero, Gravina, Andria, Trani, Altamura furono saccheggiate, arse, rovinate; ed intanto il generale Macdonald, succeduto in Napoli allo Championnet, minacciava morte e rovina a tutte le città che si ribellassero alla repubblica.

2. Ma le novelle pervenute indi a poco delle perdite de" Francesi in Italia, la penuria dell'erario, la vicinanza di questa terribile turba di popolo che seguiva il cardinale, Io consigliarono a ritirarsi dal regno, lasciando piccolissimo numero di Francesi in Napoli il quale non oltrepassava i settecento. Non rimasero inoperosi i repubblicani dopo la partenza del generale, ed ordinarono legioni al combattimento, e nominarono capitani che dovessero guidarle; ma troppo numerosi in paragone erano i loro avversari. Una squadra inglese s'impadronì di Precida ed Ischia, un'altra di Turchi e Russi disbarcò soldati a Taranto, molti fuggitivi Romani e Toscani passati ai servigi de' Borboni scendevano per gli Abruzzi, e il cardinale proseguendo il suo cammino giungeva fin presso a Napoli sul ponte detto della Maddalena, ove sostenne lo scontro de' soldati repubblicani. Costoro privati del loro comandante per un colpo di artiglieria, si ripararono nuovamente nella città, dove giunsero le truppe comandate dal cardinale, le quali unite alla plebe, e senza più udire alcuna voce di comando, rinnovarono le atroci scene del saccheggio e delle uccisioni.

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Il Direttorio napolitano, che fu il nome dato ad esempio di Francia a quel consesso che reggeva il governo, si era rinchiuso in Castel-Nuovo e sosteneva disperatamente gli assalti dell'esercito regio, infino a che il cardinale, come vicario di Ferdinando, non ebbe fermato una capitolazione con esso, la quale prometteva a tutti libera uscita dalla fortezza ed anche libera uscita dal regno. Mentre si dava adempimento a questi patti, l'ammiraglio Nelson giunto nelle acque di Napoli gridò altamente che i principi non patteggiano con sudditi ribelli, e che egli non riconosceva quelle convenzioni. Così tutti coloro i quali erano già liberi per le convenzioni giurate, vennero imprigionati, e venne stabilito un tribunale per giudicare e condannare quanti mai nelle passate vicende avessero dimostrato affezione alle novità ed alla sovversione dell'antico governo, e che avessero col braccio e col consiglio aiutato la istituzione della repubblica. La città di Napoli deplorò!a perdita di uomini sommi per valore, per dottrina, per nascita, i quali si erano lasciati illudere dalle fallaci apparenze di libertà promessa dalla Francia che ora li abbandonava. Domenico Cirillo, Mario Pagano, Pasquale Baffi, Francesco Conforti, noli in Europa per fama di sapere, lasciarono il capo sotto la scure, e molte famiglie patrizie, i Carafa, i Serra, i Riario, i Colonna, i Caracciolo, i Pignatelli, videro i loro figli condannati all'estremo supplizio.

CAPITOLO XIV.

1799-1806.

Spedizione di Roma. Elezione del nuovo Pontefice. Sdegni di Napoleone per l'arrivo in Napoli de' Russi ed Inglesi. Venuta di Giuseppe Bonaparte.

1. Continuando a reggere il governo di Napoli Fabrizio Ruffo in nome di Ferdinando che dimorava a Palermo, fece pensiero d'inviare a Roma una buona parte di quelle immense turbe che lo avevano seguito dalle province. Intendeva con questo di scacciare nuovamente i Francesi da Roma,

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e forse dischiudere un altro campo alla ferocia di quella gente scomposta e senza disciplina che malamente sapeva più raffrenare in Napoli. Era in quei giorni venuto a morte l'io Vi Pontefice lontano dalla sua sede, e Roma si governava a forma di repubblica sotto la tutela dell'esercito francese; ma questo diminuiva di numero alla giornata, per gl'incessanti bisogni delle guerre che si combattevano in Italia con gravi perdite della Francia. Fuggivano dalle mani di quella nazione le conquiste fatte così rapidamente sugli stati italiani, e gli ultimi punti che le rimanevano, Ancona e Genova, erano costrette a cedere ancor esse. Fu quindi agevole ai Napolitani il possesso di Roma, aiutati dalle sventure francesi, dal soccorso dei vicini eserciti tedeschi che occupavano Civita Castellana e delle squadre inglesi che occupavano Civitavecchia. Nell'assalto di Roma si unì alle numerose schiere delle provincie una parte di esercito ordinato che il generale Bourcard comandava, al quale abbandonarono i Francesi il presidio della città. Succedeva al Bourcard l'altro generale di Napoli Diego Naselli, e prima dall'uno e poi dall'altro, fu messo in piede un governo provvisorio in Roma, introducendovi le stesse forme e gli ordinamenti della città di Napoli. Veramente la capitale del mondo cattolico ebbe molto da lodarsi di questo governo napolitano, non solamente per queste forme insolite di amministrazione, ma per la severità dei governanti, i quali uscendo da una patria disordinata, si credevano alti a riordinare la patria altrui, ed incominciarono a scacciare da Roma gli stranieri, ed a giudicare e condannare severamente per colpe ed opinioni politiche. Ma i rovesci della nazione francese si cangiarono in trionfi quando Napoleone Bonaparte fu ritornato dall'Egitto a Parigi. Egli ricondusse sul cammino della vittoria i suoi francesi, e ricominciò a Marengo quel lungo seguito di battaglie che lo guidarono al consolato e finalmente all'impero. La Francia ripigliando il suo potere in Italia si volse al governo di Napoli perché si mostrasse più indulgente agli errori de' suoi popoli, non accrescesse lo scontento degli animi con le sue persecuzioni, ed imponesse silenzio alle vendette ed alle calunnie de' delatori, contro coloro che avevano parteggiato per la repubblica.

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2. In questo mezzo radunatosi il Conclave de' cardinali a Venezia, era stato eletto alla dignità Pontificale il cardinal Chiaramonti, il quale assumendo il nome di Pio VII aveva ricominciato ad esercitare il suo potere in Roma, restituendole gli antichi ordini di governo, ed avendo solamente consentito che i Napolitani fossero rimasti al presidio della città. Era adunque il regno di Napoli governato in nome di Ferdinando che tuttavia dimorava in Sicilia, ed una parte dell'esercito napolitano presidiava Roma, quando una sortita imprudente tentata da costoro sopra Siena per discacciarne i Francesi, concitò gli sdegni del primo Console, il quale fece spingere verso Napoli un esercito sotto il comando del generale Gioacchino Murat suo cognato. Ma i buoni uffici dell'Imperatore di Russia calmarono l'ira di Napoleone, ed egli rimase contento ad inviare un presidio francese nelle Provincie del regno (1801). Dopo questo avvenimento ritornava dalla Sicilia Ferdinando, ed indi a poco la regina Carolina da Vienna; ma ritornarono per breve tempo, perché i nuovi sdegni di Bonaparte nominato imperatore, li fecero nuovamente riparare in Sicilia. Aveva ottenuto il re di Napoli che gli eserciti francesi stanziati nel regno ne uscissero, promettendo egli dalla sua parte di mantenersi neutrale nella guerra, e di non concedere ne' suoi stati alcun ricetto agli eserciti delle potenze che fossero nemiche alla Francia. Ma dopo che i francesi furono partiti, approdarono e furono accolte contro i patti, milizie russe ed inglesi, ed apparvero manifesti da ciò i novelli e segreti legami di amicizia che stringevano la corte di Napoli a quelle del settentrione. Qui Bonaparte gri8ò altamente che i trattati d'amicizia con la Francia erano stati violati, e l'ambasciatore francese partiva ostilmente da Napoli. All'esercito francese uscito di recente fu imposto di ritornare sul regno, aggiungendovi quello comandato dal general Massena che si rivolse sopra Napoli, e venendo con esso in qualità di Luogotenente dell'imperatore Giuseppe Bonaparte fratello di Napoleone. Prima di ritornare in Sicilia nominò Ferdinando un consiglio il quale presedesse al governo di Napoli; ma era inutile ufficio quello che si affidava a costoro, perciocché il nemico era giunto a Capua,

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e quando furono inviati due napolitani a proporre un armistizio, venne loro intimato in risposta di cedere le fortezze e di sottomettersi alla dura legge dei vinti.

CAPITOLO XV.

1734-1806.

Stato della coltura sotto Carlo III e Ferdinando. Giurisprudenza. Scienze filosofiche. Medicina. Economia politica. Letteratura e belle arti.

i.

Nel parlare che ho fatto del novello Codice o raccolta di leggi incominciatasi a pubblicare sotto il regno di Carlo, abbiamo notato, come principale ordinatore di quel libro, Giuseppe Pasquale Cirillo, ma dicemmo pure che egli non fu il solo il quale ponesse mano a quell'opera. Possiamo dire di lui ch'egli aveva meritato nella giovine età di venti anni una cattedra di dritto canonico nella università napoletana, e poi quella di dritto municipale, e l'altra di dritto civile, e che oltre al lavoro non compiuto del codice Carolino lasciò gran numero di scritti in giurisprudenza e un dotto comento a Giustiniano: né gli furono stranieri gli studi geniali delle lettere, avendo scritto alcune commedie. Ma ebbero parte al lavoro del codice Giuseppe Aurelio di Gennaro e Francesco Vargas-Macciucca. Il primo fu professore dottissimo nella cattedra di dritto feudale, scrisse un trattato sui viziosi modi di difendere le cause nel foro, e die l'esempio dell'eccellente modo di difenderle, avendo esercitato quest'ufficio con grandissima e meritata fama che ebbe nome non solamente come giureconsulto, ma come elegante scrittore latino. Il Vargas fu uomo universale: l'idioma ebraico, l'arabo, l'alemanno, il greco e le lingue minori gli furono familiari; era dotto di scienze fisiche e meccaniche, scrisse di scienza musicale, ed in alcune difese pronunziate nel foro spiegò grandissima sapienza in diplomatica, ovvero interpetrazione degli antichi diplomi. È degno di essere nominato in questa schiera Filippo Briganti, che trattò materie difficili di legislazione universale e positiva, e che nell'annunziare alcune verità fu precursore del sommo Gaetano Filangieri.

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Il Filangieri ebbe grandi detrattori e ciechi ammiratori, come suole avvenire a tutti gli uomini d'ingegno straordinario; ma oggi, riconosciuto il torto degli uni e degli altri, rimane sempre e rimarrà un nome carissimo ai napoletani ed alla scienza. Benché nato in mezzo agli agi di nobilissima famiglia, ed in età molto giovine, incominciò a pubblicare un' opera fruito di molti studi e che fece la maraviglia de' dotti, ma non gli fu dato di compierla, per la morte che Io colse dopo i trentacinque anni. In essa il suo animo nobilissimo, addolorato dalle barbare leggi che reggevano ancora l'Europa, si fece a proporre quali dovessero e potessero essere i principi regolatori di una buona legislazione.

2. Ci bisogna far parola di un'altra scienza, la quale si veniva, per dir così, formando ed ordinandosi a forma di scienza appunto nel nostro regno, dove un tempo era nato Antonio Serra da noi mentovato sotto i viceré, e questa era l'economia politica che tratta della produzione e distribuzione delle ricchezze degli stati. Antonio Broggia scrisse sulla moneta, sulle leggi sanitarie, e principalmente sui tributi e sulla giusta loro distribuzione, e sebbene le sue dottrine impaurissero i timidi e i malvagi che lo fecero rilegare in un'isola, il principe Io liberò assai presto dalla immeritata pena. Sotto lo stesso re pronunziò lezioni di economia Antonio Genovesi, e fu il primo a pronunziarle pubblicamente dalla cattedra di quella scienza, la qual cattedra fu la prima' fonduta in Italia. (1754). Furono altri scrittori profondi in materie legislative ed economiche il Palmieri, il Galiani e il Galanti. Il marchese Giuseppe Palmieri fu molto caro al governo che lo adoperò in uffici importanti, scrisse opere di pratica utilità siill' agricoltura, sulla pastorizia, sulle condizioni economiche del regno, nelle quali proponeva quelle riforme che si venivano mano mano ponendo ad effetto sotto i regni di Carlo e di Ferdinando; senza parlare di un altro suo libro sull'arte della guerra che fu molto lodato dai guerrieri di quel tempo. Ferdinando Galiani scrisse opere assai dotte sulla moneta e sul commercio de' grani, ed ebbe fama universale anche di là dalle Alpi, per missioni diplomatiche avute dal suo governo, e per essere legato in amicizia coi primi dotti del tempo.

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Giuseppe Galanti dettò utilissimi libri sul regno di Napoli che egli visitò di persona e studiò profondamente, e furono tutte opere per lo più di fatti storici e statistici. Non tralascerò in ultimo Mario Pagano, che volendo interpetrare e svolgere le dottrine di Giambattista Vico, da noi accennate di sopra, scrisse sulla origine del dritto e sul progresso e la decadenza delle nazioni, ed in quanto a legislazione positiva trattò su' vizi del processo criminale ne' suoi tempi. Furono in gran numero i cultori delle scienze fisiche e matematiche, e trascelgo fra questi due nomi che non sono ignoti in nessun angolo della dotta Europa e che il nostro lettore non deve ignorare, cioè Leonardo Ximenes trapanese e Niccola Fergola napoletano. Lo Ximenes fu professore in Toscana ed ebbe onori e carichi infiniti, non solamente per la parte dell'insegnamento, ma ancora per le opere pubbliche di quello stato, essendo stato dottissimo nell'applicazione della scienza alla meccanica ed alla idraulica; e non minore ne ebbe in Italia e fuori Niccola Fergola, che diventò geometra sommo, meditando da sè medesimo e quasi senza guida, e fu fondatore di una scuola in matematica dalla quale uscirono profondi maestri. Ed in proposito di queste scienze voglio aggiungere per terza Mariangela Ardinghelli, la quale, benché donna, fece la maraviglia de' dotti per la sua varia dottrina nel calcolo, nella fisica, nella storia naturale. Nelle scienze mediche furono chiarissimi sugli altri Francesco Serao e Domenico Cirillo. Il Serao fu professore di medicina nella nostra Università, e scrisse mirabilmente e con latina ed italiana eleganza, di fisica, di archeologia, di storia naturale; come fece l'altro non solamente nella medicina, ma nella botanica di cui fu professore, e quasi in tutti i rami delle scienze e della filosofia naturale. né lasceremo di parlare delle scienze senza almeno mentovare alcuni patrizi napoletani i quali illustrarono la nobiltà della famiglia coa quella degli studi, e sono Giovanni Carafa duca di Noia dottissimo nella numismatica, Francesco Maria Spinelli principe di Scalea scrittore in filosofia nudrito ed affezionato ajla filosofia di Cartesio, nella quale ebbe un dottissimo oppositore in Paolo Mattia Boria de' principi d'Angri.

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E finalmente maggiore di tutti per sapienza universale e diremo enciclopedica, fu Raimondo di Sangro principe di Sansevero, famoso in Europa per gli scritti e per i trovati scientifici a' quali consacrò una vita intera, giovando con le sue invenzioni, la fisica, la chimica, l'idraulica, la meccanica e l'arte della guerra.

3. Si può ben dire che l'Accademia Ercolanese fondata da Carlo raccogliesse nel suo seno tutti i più dotti di quel tempo, de' quali per non esser soverchi nomineremo quattro che furono venerati come veri prodigi di dottrina, Alessio Simmaco Mazzocchi, Pasquale Carcani, Niccola Ignarra e Giacomo Martorelli. Il primo di essi fu chiamato ne' libri del tempo il miracolo dell'Europa letteraria, e fu maggiore degli altri, i quali tutti se non si possono dire usciti dalla sua scuola, certamente gli furono imitatori e seguaci non solamente nella ostinata costanza di studi profondi, ma nelle virtù esemplari onde furono adorni. E due nomi, più degli altri, ci ricorda la Sicilia, quelli di due illustri patrizi che consacrarono la vita loro e grati parte delle loro ricchezze alle ricerche ed agli studi dell'antichità. Uno di essi fu Gabriello Lancillotto Castello principe di Torremuzza, l'altro Ignazio Paterno Castello principe di Biscari. Il Torremuzza scrisse opere di molta erudizione, raccolse e pubblicò disegnate ed illustrate con gravi cure e dispendio le iscrizioni e le monete dell'antica Sicilia, e ne fece dissotterrare e restaurare le antiche memorie, dalle quali venne grandissima luce agli studi. Il principe di Biscari non solamente giovò con gli studi e con le opere che scrisse, ma con una stupenda raccolta o museo di antichità, che fu maraviglioso in quel tempo, avuto riguardo alla condizione di un privato che Io raccolse, e che oggi ancora si può vedere in parte nella città di Catania. Sarebbe lunghissimo il catalogo degli storici, ma noi ricorderemo il solo Pecchia, perché gli altri meritarono più presto il nome di raccoglitori di memorie e non già quello di storici, essendo stati tali l'abate Placido Troili, Francesco Antonio Grimaldi ed altri molti, come furono per le cose di Sicilia, Giambattista Caruso ed Antonino Mongitore. Ma Carlo Pecchia si mostrò non comune filosofo in una storia civile e politica del regno di Napoli, nella quale non poté toccare il regno aragonese, essendone stato impedito dalla morte.

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Nell'amena letteratura dovrei ripetere i nomi di molti già mentovati innanzi, perché opere amene scrissero il Genovesi, il Pagano, Francesco Daniele e Saverio Mattei. Essendosi già parlato de' due primi per opere maggiori, diremo degli altri due che il Daniele scrisse di archeologia e di storia con molto senno e dottrina, e in tal forma di stile che ricordava la buona scuola italiana, come fece del pari il Mattei che meritò fama per molte opere, ma più di tutto per la versione de' libri poetici della Bibbia tradotti ed annotati con grandissima dovizia di erudizione. Abbiam detto e confermiamo che i letterati di questa età, e propriamente quelli che precedettero i rumori della rivoluzione francese e vissero nella prima meta del secolo decimottavo, ricordano la buona scuola italiana. E in fatti quei filosofi, pubblicisti e letterati che scrissero negli ultimi anni del secolo, nudriti e formati alla scuola de' nuovi libri e delle nuove dottrine che venivano dalla Francia, parvero per la lingua loro quasi stranieri all'Italia; la qual corruzione si continuò a vedere per molti anni negli scrittori, infino a tempi più vicini a noi. Delle belle arti quella che ebbe più occasioni di mostrarsi fu l'architettura, per le molte opere fatte da Carlo. Ma le maggiori non furono né immaginate né eseguite da nostri, perché il Vanvitelli romano, il Cannavari romano anch'esso, ed il Fuga, furono chiamati di fuori ad innalzare il palazzo di Caserta, quello di Portici, l'albergo de' poveri ed altri pubblici edilìzi e non poche case di privati. Pure non furono senza fama alcuni architetti nostri, come Domenico Vaccaro e Ferdinando Sanfelice, e tra gli scultori Giuseppe Sammartino e Francesco Celebrano. Venendo alla pittura, altri pochi nomi ci è bisogno di ricordare, dopo quello del Solimena da noi mentovato innanzi, è sono Sebastiano Conca e Francesco de Mura, per abbreviazione del nome detto a modo napoletano, Franceschiello. Il primo ebbe gran fama, e cariche ed onori in Roma, dove lasciò molte opere del suo pennello, e l'altro fu copioso abbondante nella sua maniera, ma non fu sempre di egual valore, per la troppa sollecitudine nel voler compiere assai presto i suoi lavori che si possono ammirare nella chiesa di san Severino e nella certosa di san Martino, senza dir quelli di Montecasino e quelli che troveresti in Torino e financo in Inghilterra.

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Vengono dopo per età e per merito altri pittori Giambattista Rossi, Francesco Celebrano, lo stesso che fu nominato come scultore, Pietro Bardellino e Fedele Fischetti nelle cui opere traspare sempre l'ingegno ma di rado il gusto perfetto. Si renderono meritevoli di esser menzionati particolarmente per le loro composizioni e le macchine de' loro Quadri che puoi vedere in un gran numero di chiese dove ordinariamente trovi segnato il loro nome appiè del lavoro. Ma in questi pittori si esagerarono le due qualità principali dell'indole napoletana e della nostra pittura: vogliam dire il primo, la prestezza incredibile e viziosa nell'eseguire, per modo che sembrarono più spesso abbozzatori che pittori di quadri, e il secondo, quella facilità ad imitare le maniere altrui più che ad averne una propria. Continuando le poche cose dette innanzi sull'opera iti musica, noi potremmo allegare molti nomi di maestri famosi quanto i già mentovati, come sarebbero il Durante, il Sacchini, l'Anfossi, il Sala. Ala tre soli basteranno, perché maggiori di tutti, e sono DomenicoCimarosa, Niccola Piccinni, e Giovanni Paisiello. Furono tutti e tre intelletti privilegiati che giunti a venti anni solamente avevano levato grandissima fama in tutti i paesi d'Europa. A nessuno di essi mancarono le sventure frutto de' tempi agitati ne' quali vissero, ma ebbero pure onori grandi nelle corti, nelle accademie, ne' teatri, ed alcune loro musiche si odono oggi ancora con applauso, dopo tanto mutamento avvenuto nel regno musicale e nelle condizioni della scena.

CAPITOLO XVI.

1806-1808

Francesi Giuseppe Bonaparte nominato re dì Napoli. Sue qualità e sue opere di governo. Assedio di Gaeta. Guerre. nelle Calabrie.

1. Giuseppe Bonaparte governava da quattro mesi le terre di qua dal Faro siccome Luogotenente dell'imperatore Napoleone, allorquando gli giunse il decreto imperiale che 10 nominava re di Napoli.

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Mostrò questo principe ardente brama di nuovi ordini e riforme nello stato a lui soggetto, perché i tempi e i popoli ne sembravano bisognevoli e desiderosi, ma può dirsi a ragione che le riforme fatte nel regno durante il governo francese furono solamente incominciate da Giuseppe, e che ebbero vero e salutare effetto e compimento sotto il suo successore, sicché quanto di bene ebbe a sperimentare il regno sotto il governo francese può tenersi per opera di Gioacchino. Era Giuseppe per buoni studi fatti in giovinezza adorno di molto sapere, ma più di lettere che di scienze. Con molta lode aveva esercitati gli uffici importanti e difficili di ambasciatore a Roma ed in America; aveva negoziato per la Francia in parecchi trattati; aveva seduto ne' consigli imperiali; ma quando venne chiamato dal fratello a governare i popoli, si mostrò sempre inferiore al regno. Gli mancava l'indole e l'animo guerriero che era qualità indispensabile ad un principe nuovo per assumere il freno di un paese sconvolto qual era il regno di Napoli, e gli furono più a cuore dello stato i suoi personali piaceri e voluttà. Anzi nel breve suo governo non fu amato Giuseppe dai Napolitani per la fierezza dimostrata in perseguitare e punire coloro che parteggiavano pei Borboni, alle quali persecuzioni furono veduti soggiacere troppo spesso, sotto il regno di Giuseppe, i colpevoli e gl'innocenti. Le terre del regno, e più di ogni altra le Calabrie ove fu inviato un esercito di diecimila francesi, risorgevano tutte in favore degli antichi signori, animate dalla presenza de' principi reali Francesco e Leopoldo i quali attraversando quelle province si riducevano in Sicilia, mentre l'esercito borbonico il quale ascendeva a quattordicimila, obbediva al generale Damas e contrastava ai Francesi. Si combatteva con egual valore a Gaeta, dove il principe di Assia Philipstadt comandava la piazza, e seppe sostenere per molti mesi gli assalti dell'esercito francese, il quale non solamente aveva da combattere contro la piazza, ma contro le navi dell'Inghilterra, che percorrendo quei lidi travagliavano sul fianco gli assalitori; né forse si sarebbe resa Gaeta se il principe Philipstadt che fu gravemente ferito nel capo, avesse potuto sempre comandare in persona le difese.


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La vittoria era difficilissima ai Francesi e gli assediati si sostenevano lungamente, prima per le condizioni di Gaeta fortificata dalla natura e dall'arte, e poi per gli aiuti di viveri e di munizioni e di uomini che ad essi non mancavano. E la squadra inglese era di grandissimo sostegno alla piazza perché apportatrice di tutti questi soccorsi.

2. Ritornato Giuseppe dalle Calabrie sottomesse per breve tempo dalle armi francesi, volle compiuto senz'altro indugio l'acquisto di Gaeta, ed il generale Massena comandò egli stesso le opere e le fatiche di quell'assedio, infino a che non si fu resa la piazza. Quella guarnigione si ritrasse in Sicilia, e l'esercito di Francia proseguì il suo cammino nelle Calabrie (1806) le quali portarono lungamente i segni della distruzione che vi lasciarono le orribili vendette de' Napolitani e dei Francesi. Maratea, Lauria, Cotrone, Amantea mostrarono a quanto possa giungere il valore di un attacco e di una difesa; ma se alcune città si difendevano per rimaner fedeli ai Borboni ed alcune ai Francesi, non erano però salve dal sacco e dalla rovina quelle ancora che non volevano parteggiare né per gli antichi né pei novelli signori. Prima nelle pianure di Campotenese prevalsero le armi di Francia, indi a poco presso Maida furono vincitrici le schiere inglesi sbarcate al golfo di Santa Eufemia, ma finalmente la battaglia di Mileto assicurò il potere di Giuseppe nel regno. Il principe di Assia Philipstadt già difensore di Gaeta, piombando impreveduto sui francesi a Seminara, li aveva respinti fuggitivi e perdenti a Monteleone, ed egli aveva posto il campo a Mileto. Qui giunse il generale Regnier francese, che lo assaltò e lo volse in fuga, e non lasciò d inseguire il nemico infino a Reggio, avendo contrari non solamente i napoletani comandati da Philipstadt, ma il fuoco de' legni inglesi che andavano costeggiando quelle terre. Ma i francesi rimasero vincitori dopo una lunga resistenza, ed ebbero con l'acquisto del castello di Reggio e della vicina Scilla l'intero possesso delle terre di qua del Faro (1808). Ed appunto nella città di Reggio venne recato a Giuseppe il decreto dell'imperatore fratello che lo nominava re di Napoli, ond'egli fece sollecito ritorno ed entrata splendida e solenne nella città.

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E dopo questo affrettò l'acquisto di Gaeta, e rinnovò le spedizioni delle Calabrie, le quali sofferirono le stragi da noi raccontate e furono nuovamente sottomesse, ma erano serbate a più tremende stragi sotto il successore di Giuseppe. Si può dire adunque che Giuseppe lasciasse al suo successore il regno intero sottomesso colle armi, fuorché l'isola di Capri posta nel golfo di Napoli, la quale sorpresa e vinta dalle forze inglesi era rimasta in poter loro.

CAPITOLO XVII.

1806-1808

Riforme governative fatte da Giuseppe. Divisione del regno. Consiglio di stato. Leggi sulla feudalità. Finanze. Codice. Fine del suo governo.

1. Dirò sommariamente le riforme di governo che furono incominciate in Napoli da Giuseppe, avendo egli lasciato a Gioacchino forse tutta la gloria di questi miglioramenti, la cura del loro pieno adempimento, ed anche la gratitudine de' popoli soggetti; dappoiché le riforme di Giuseppe furono comandate, siccome ho detto, mentre che il regno si travagliava ed insanguinava per le stragi e le vendette de' due partiti. Diviso il regno in provincie, furono queste divise in distretti, i distretti in comuni, e gl'intendenti e sottointendenti posti ad amministrare le province ed i distretti, i sindaci ad amministrare i comuni. Stabjlironsi i consigli comunali detti con altro nome Decurionati, e così i consigli distrettuali ed i provinciali, destinati per ufficio a tutelare e distribuire con ordine e misura le rendite del comune, del distretto, della provincia e rappresentare innanzi al governo i bisogni de' popoli amministrali. Fu stabilita un'imposta sui fondi rustici ed urbani che fu detta Fondiaria, e tolte via molte antiche contribuzioni ch'erano in numero più di venti e si esigevano in modi strani e diversi con grave fastidio de' contribuenti. Altre imposte furono riunite sotto una sola amministrazione che le raccogliesse per conto dell'erario, come furono i dazi doganali e quelli sulla carta bollata;

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e tutte le altre imposte che erano passate in potere e facoltà de' privati col nome di Arrendamenti furono in certo modo ricomprate dal governo. Abbiam veduto innanzi che nelle gravi strettezze del governo solevano i privati soccorrerlo di danaro ed avere in cambio per essi e per le loro discendenze quella o quell'altra rendita ch'essi avevano il dritto di esigere in perpetuo. Queste rendite ritornavano oggi al governo, il quale se non concedeva in cambio ai possessori l'intero prezzo di esse, assegnava loro un'altra rendita di egual misura sui beni dello stato. Fu creato in Napoli numeroso collegio detto Consiglio di Stato, diverso di numero e di poteri dell'antico, componendosi per legge di non meno che ventisei consiglieri e di non più che trentasei, destinato a dar parere al principe sulle varie proposizioni de' ministri, e giudizio su talune cause di pubblica amministrazione. La feudalità fu per legge abolita, sciolti i fedecommessi, lasciati i titoli alla nobiltà togliendole gli odiati privilegi: e ho detto abolita per legge, essendoché il pieno adempimento de' voleri di Giuseppe era serbato al suo successore. Fu provveduto ad ordinare la finanza, e stabilito il pubblico Tesoro, istituzione mirabile per semplicità e forza straordinaria che ne può trarre il governo, raccogliendosi in esso tutto quanto riguarda le rendite e le spese. Fu provveduto a diffondere ed aiutare la pubblica istruzione, ed ogni comune del regno ebbe scuole primarie per i due sessi ed ogni provincia un collegio, senza dire i molti istituti di scienze speciali che si videro sorgere in Napoli e che tutti rimangono o con lo stesso o con diverso nome. E tali furono la scuola militare, la politecnica, quella delle belle arti, quella de' sordimuti, l'accademia di marina, il convitto di medicina e chirurgia. Ebbe il regno tribunali per le cause civili e criminali, e sopra tutti un tribunale supremo a tutela delle leggi chiamato allora Corte di Cassazione ed oggi Corte Suprema; e per le cause amministrative fu sostituita la Gran Corte dei Conti alla Regia Camera della Sommaria. Ebbe nuovo codice, essendovi stato promulgato quel medesimo che in Francia prese nome dall'imperatore Napoleone.

2. Ma il regno di Giuseppe non durò oltre al secondo anno, e venne chiamato a regnare sulle Spagne dal fratello il quale destinò al trono di Napoli e di Sicilia Gioacchino Murat granduca di Berg,

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grande Ammiraglio di Francia e marito di una sua sorella.

Dopo ventotto giorni d'interregno fece solenne entrata nella città Gioacchino, avendo già annunziato la sua venuta in un editto nel quale prometteva ai novelli sudditi un regno paterno ed operoso. I Napolitani sperarono assai più da Gioacchino che da Giuseppe, e lo festeggiarono con infinite dimostrazioni di gioia. Queste speranze che destano sempre i principi nuovi, erano accresciute dalla fama di coraggio, di fortuna, di ricchezza che lo aveva preceduto. Giuseppe giunto a Baiona indirizzò ai Napoletani una sua proclamazione manifestando il suo passaggio ad altro regno, e presentando ad essi uno statuto ovvero una costituzione politica nella quale erano stabilite le basi principali del governo, e la convocazione il numero e le funzioni di un'adunanza composta di cento membri e della quale dovevano essere componenti il clero, i nobili, i dotti, i possidenti, i commercianti. Ma il successore Gioacchino, uomo d'indole guerriera, avvezzo a giudicare solamente sicuro e bello il potere fondato sulle armi, promise di osservar lo statuto di Giuseppe, ma poi non si diede pensiero alcuno di costituzione, e solamente si rivolse a larghezze e concessioni quando si vide stretto dal pericolo di perdere il regno.

CAPITOLO XVIII.

1808-1812

Venuta di Gioacchino. Presa di Capri. Spedizione inglese sul regno. Spedizione francese in Sicilia. Opere del governo di Murat.

1. Nato in Francia di parenti poveri e gettatosi volontariamente a combattere negli eserciti francesi, era Gioacchino salito ai più alti gradi della milizia, i quali erano stati premio del valore da lui dimostrato nelle guerre d'Italia, di Egitto, di Svizzera e di Germania. Naturalmente guerriero, e vago non solamente della gloria ma delle apparenze militari, volse i suoi primi pensieri all'esercito quando fu giunto in Napoli e volle ripigliare dalle mani degl'inglesi l'isola di Capri.

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Avevano gl'inglesi presa d'assalto Capri sotto il governo di Giuseppe; ma Gioacchino ebbe vergogna che la nemica bandiera sventolasse su di una terra così vicina, e la riconquista dell'isola, già tentata vanamente due volte sotto Giuseppe, venne compiuta con ardire e celerità ammirevole. La quale fece venire in grandissima opinione de' Napoletani il novello principe, e gl'inglesi l'abbandonarono con gravissima perdita del presidio e di tutte le provvisioni e macchine da guerra, ed ottocento prigionieri ottennero a grazia di essere inviati in Sicilia, con giuramento di non ritornare a combattere contro Napoletani né Francesi, né contro alcuna nazione alleata della Francia. Rivolse quindi i suoi pensieri alla riforma dell'esercito, che trovò scarso di numero, povero di mezzi, privo di disciplina, e si presentò assai presto l'occasione di adoperarlo in difesa del regno. Giungevano notizie che gl'Inglesi partiti con numerosa armata dalla prossima Sicilia, si andavano aggirando presso le coste del regno e tentavano sbarchi ed assalti. Respinti in varie parti dall'esercito francese e napolitano, ch'era stato inviato da Gioacchino a difesa delle provincie, si spinsero fln sotto Napoli, e cogliendo il favore di un momento occuparono le prossime isole di Procida ed Ischia. Pure l'istancabile operosità di Gioacchino, la fidanza che tutti avevano nel suo coraggio, e le memorie delle recenti scene di sangue, raccolsero a lui d'intorno tutto l'esercito e i cittadini i quali temevano di veder rinnovate dalla plebe le stragi e il saccheggio. Ma essendo giunte le notizie de' successi di Napoleone in Germania, dell'armistizio fermato tra la Francia e l'Austria, l'armata inglese abbandonò l'impresa e richiamò tutti i legni che si andavano aggirando ne' tre mari che circondano il regno (1809). Dirò quanto agli eserciti, che Gioacchino stabili in tutte le province una milizia civile sotto il nome di legioni provinciali, che accrebbe la milizia assoldata, ed egli ebbe cura grandissima perché fosse imponente per numero, per disciplina ed anche per esteriore apparato di vaghezza. Ridusse a forma ed ordini migliori l'Artiglieria ed il Genio, curò l'amministrazione militare, e la costruzione de' vascelli e delle fregate, alla quale si era obbligato per patto con l'imperatore.

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Gravi spese costò alla finanza l'esercito di Gioacchino che giunse a contenere oltre a settantamila uomini, ma non si può tacere ch'egli medesimo profuse largamente a mantenerlo i tesori recati dalla Spagna. Un esercito così numeroso pareva superiore ai bisogni dello stato; ma non parrà gran fatto, chi consideri i continui assalti dell'Inghilterra, e le condizioni di tutta Europa, per le quali i soldati napolitani dovevano andare a combattere in guerre lontane e soddisfare le ambizioni di Bonaparte. Queste ambizioni dell'imperatore, questa dipendenza e soggezione ch'egli voleva imporre a tutti i regni conquistati dalla Francia, furono la prima e forse la sola origine della debolezza e caduta di quella immensa fortuna, e delle infedeltà di Gioacchino, come vedremo.

2. Ma non furono fortunate le armi di Gioacchino quando volle tentare la conquista di Sicilia. Fremeva egli per le continue mostre di assalto e per qualche sbarco che gl'Inglesi facevano sulle coste del regno; vedeva Napoleone legato in matrimonio con una arciduchessa austriaca, e sospettava che la casa reale di Napoli trattasse con l'imperatore, divenuto suo parente, il riacquisto dell'antico dominio. 0 ch'egli fosse veramente animato da questi timori, o spinto dall'imperator Napoleone a quella impresa siciliana, fece partire l'esercito, il quale montava a sedicimila uomini, pose il campo tra Reggio e Scilla nell'ultima Calabria, ed inviò trecento legni nelle acque del Faro. Dal lato opposto si schieravano sulle montagne di Messina le milizie siciliane ed inglesi, quelle non minori di diecimila e queste di dodicimila, e stettero oltre a cento giorni l'uno a rincontro dell'altro i due campi nemici, senza vincere, anzi senza combattere. Se non che più ad ostentazione di nimicizia che a vero danno delle due parti nemiche, non si lasciò di lanciare le artiglierie di giorno e di notte dall'una e dall'altra parte attraversando le acque del Faro, alle quali non si avvicinava più legno alcuno di altra nazione, dove pure il commercio, ne' tempi ordinari, chiamava tante nazioni diverse. Finalmente uno sbarco fatto da una divisione francese e napolitana sulla costa di Sicilia non ebbe verun effetto dì momento in favore di Napoli.

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La divisione non fu secondata con altri sbarchi di compagni, e dopo aver perduti duecento uomini venne richiamata al campo di Murat, che fu tolto dopo alcuni giorni, affermando Gioacchino che quel simulacro di guerra era stato comandato dall'imperator Napoleone, desideroso soltanto che venissero richiamate per breve in quel punto le forze e le attenzioni dell'Inghilterra. Non furon credute queste ragioni, né furono perdonate le gravi spese sofferte dal regno per questo inutile e non glorioso apparato di guerra (1810). né il tempo ha mai dichiarato apertamente quali fossero le cagioni vere di quella spedizione e del tristo successo che ebbero le armi francesi e napoletane.

CAPITOLO XIX.

1808-1812

Opere di governo fatte da Gioacchino. Opere pubbliche. Pubblica istruzione. Lusso della corte. I briganti di Calabria.

1. Ma queste politiche agitazioni del regno non impedivano a Gioacchino di procedere innanzi nel miglioramento dello stato, e veramente egli confidò ad uomini abilissimi l'amministrazione civile e militare, la legislazione, i tribunali, la pubblica istruzione. Accenno siccome principalissimi benefici di quel governo la pubblicazione de' codici di procedura e di commercio che non ancora erano stati pubblicati da Giuseppe, una direzione creata d'ingegneri per le opere pubbliche, la quale moltissime strade incominciò nelle provincie, molte ne compiè presso Napoli. Sono opere di quel tempo la strada che dal campo di Marte discende alla città, quella di Posilipo, e l'altra che rese non solamente agevole ma ridente l'accesso al palazzo reale di Capodimonte, In ciascuna provincia venne fondata una società agraria, un orto botanico in Napoli e fabbriche di panni e di cristalli; stabiliti collegi nelle provincie e scuole in ciascun comune, accresciute le cattedre della Università napolitana, creata una di clinica negli ospedali, un ospizio pei folli in Aversa, una casa per la educazione delle fanciullo nobili, un osservatorio astronomico sul colle di Miradois posto alle spalle della città.

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Veramente la spesa dell'esercito e quella della corte era profusa ed estrema, ma fu pure grandissimo aiuto all'erario l'abolizione della feudalità. La più gran parte delle oppressioni che i baroni esercitavano e che, con parola di uso, si chiamavano dritti, si mantenevano ancora in vigore dopo tante leggi che le avevano vietate. Giuseppe avendo voluto che le contese fossero giudicate da' tribunali ordinari e secondo le ordinarie forme di procedimento, vide che i baroni se anche non vincessero per infedeltà di magistrati, vincerebbero per lunghezza de' litigi i quali potevano essere prolungati all'infinito; e creò per questo una Commissione detta feudale che fosse inappellabile nelle sue sentenze. Ma Gioacchino fu quello che le diede una possanza vera ed assoluta, ed inviò magistrati nelle Provincie per la esecuzione rigorosa di quelle sentenze. E con vigore ed ardire militare, senza il quale non si compiono giammai le. grandi riforme, mentre egli si trovava al campo di Reggio, sciolse. la Commissione, dichiarò irretrattabili le sentenze pronunziate, e sciolta la feudalità. Il governo di Gioacchino fu senza paragone più amato che quello di Giuseppe, perché i nuovi ordini e le riforme lungamente promesse furono compiute con danno de' pochi ma con vantaggio del maggior numero, perché lo splendore ed il lusso della corte che avrebbe forse condotto più oltre il regno ad inevitabile rovina, manteneva lieto il popolo troppo ricordevole delle angustie passate, e finalmente perché Gioacchino si mostrò meno fiero del suo predecessore nel perseguitare o punire le opinioni politiche.

2. Fin dal suo primo giungere in Napoli aveva richiamati gli esuli e i disertori, liberati i prigionieri per cause di stato, vietate le crudeltà della polizia; ma i rigori di Gioacchino furono indispensabili a render tranquille e sicure le Calabrie che i malviventi infestavano. Era risorto il brigantaggio così tremendo, che bisognò inviare con ampi poteri in quelle province il generale Manhès francese, di animo valoroso ed inflessibile, il quale aveva già lasciato questo nome negli Abruzzi, e lasciò egual nome nelle Calabrie (1810). Egli minacciò di morte chiunque, uomo o donna, ricettasse o alimentasse i briganti, fosse ancora padre, madre, fratello, né i legami di sangue erano scusa o ragione a salvarli.

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La severità e la celerità de' giudici e delle pene forse colpì molte volte l'innocente come il malfattore, molte donne e fanciulli innocenti ebbero la morte, ad esempio e terrore degli altri, perché portavano alcun poco di cibo destinato a sostentar sè medesimi durante il lavoro dei campi; ma ritornò per via di supplizi la pace nelle Calabrie. né prima di usare così estremi rimedi si erano risparmiate tutte quelle misure di rigore ordinario, che lungi dal raggiungere lo scopo, colpiscono ancora le più volte di pena non meritata i meno colpevoli. Si volevano incarcerare le famiglie de' briganti, non potendo aver costoro fra le mani, e si gettava nella disperazione un infinito numero di innocenti. Si voleva che i comuni rispondessero de' furti ch'essi non potevano impedire, e ne rinfrancassero i danneggiati col denaro proprio. E ne avveniva da questo che i comuni più ricchi, i quali avevano la forza di contrastare ai briganti, sentivano assai di rado la gravezza della pena imposta. né furono più fortunati gli sforzi dell'esercito ch'era spedito alla persecuzione di costoro, che spesso le centinaia di soldati furono volte in fuga dalle forze de' briganti. E questi raccolti in numerose bande, parte a cavallo e parte a piedi, non erano più soliti di assalire di notte e ne' boschi, ma assalivano in pieno giorno le città, e portavano in esse la rovina e la strage. I rigori adoperati contro costoro ebbero effetti passaggieri, ed i briganti si videro talvolta in minor numero e meno audaci, ma non mai spenti, lino alla dimora fatta dal generale Manhès nelle Calabrie.

CAPITOLO XX,

1812-1815

Guerra di Russia e fatti di Gioacchino. Suoi sdegni contro Napoleone. Sua politica incerta per conservare il regno. Ritorno de' Borboni.

1. Era da pochi mesi ritornato in Napoli Gioacchino da Parigi ove erasi condotto a festeggiare la nascita di un figlio di Bonaparte, unico frutto delle nozze di Maria Luigià, quando veniva nuovamente richiamato a combattere nella guerra di Russia.

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La stella di Napoleone piegava al suo tramonto, ed affrettò questa sua caduta la sconsigliata guerra di Russia, nella quale ebbe a pugnare non solamente con gli uomini ma con la natura avversa. Prodigava lodi infinite l'imperatore a Gioacchino, chiamandolo braccio principale di quella impresa; ma già era raffreddato nell'animo loro l'antico affetto, per l'indole insofferente di Gioacchino e per la prepotenza di Napoleone. Si erano freddamente separati a Parigi, e il re di Napoli sapeva con qual derisione parlasse di lui l'imperatore, che lo chiamava fra l'altre cose «re da teatro», accennando con questo nome alla soverchia cura che Gioacchino aveva della sua persona e del suo abbigliamento il quale ritraeva molte volte fogge e costumi non ordinari. Si aggiunse un filtro fatto che accrebbe lo scambievole risentimento dei due principi; perocché ritornato in Napoli Gioacchino dopo la tentata spedizione di Sicilia, chiese che i soldati francesi, e quindi anche gli altri di quella nazione che avevano uffici nel regno, ritornassero in Francia, ovvero si dichiarassero cittadini napolitani. Napoleone non volle, e dichiarò solennemente che il re dì Napoli essendo egli ancora uscito dall'esercito francese, avrebbe dovuto bastare ciò solamente perché ciascun francese potesse essere riconosciuto cittadino napolitano. Fu un novello stimolo agli sdegni di Gioacchino; ma egli non seppe rifiutarsi a combattere in Russia, e non meno le lusinghiere parole dell'imperatore che l'animo suo irrequieto gli fecero accogliere l'invito e lo consigliarono a partire con un esercito di diecimila uomini. Napoleone per ebbrezza di fortuna e di potere si era gettato in quella guerra. Non volle sentire i consigli di Gioacchino, il quale la chiamava imprudente e rovinosa, ma che non mancò per questo con gli eserciti napolitani di spingersi innanzi arditamente, mostrando ch'egli non chiamava stolta quell'opera per mancanza di coraggio. Vinse Gioacchino a Smolensko (1812) ed alla Moscowa; ma le perdite che seguirono furono maggiori delle vittorie, e Bonaparte dopo aver lasciato l'esercito già quasi tutto disfatto dalla inopia e dal gelo, commise al generale Murat di raccoglierne gli avanzi.

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Indi a poco dando a credere che Gioacchino avesse errato, confidò l'amministrazione dell'esercito al principe Eugenio Beauharnais nato da Giuseppina sua prima moglie e nominato da lui suo viceré in Italia.

Gioacchino gonfio di sdegno fece ritorno in Napoli, e benché debitore a Napoleone della sua corona, l'amore di conservare il regno vinse in lui sull'affetto e sulla gratitudine, e prevedendo la caduta dell'imperatore contro il quale si congiuravano le potenze d'Europa, egli si concordò con l'Austria e con la Russia per essere conservato nel dominio di Napoli. Qui incominciarono gli errori di Gioacchino, il quale essendo apparecchiato a tutto fuorché a perdere il regno, si gettò dalla parte delle potenze nemiche a Napoleone per non trovarsi avvolto nella gran rovina. Poi avendo appreso che le armi francesi vincevano in Sassonia, ritornò sotto le bandiere di Francia; poi la perdita di Lipsia (1813) lo fece nuovamente ritornare in amistà con l'Inghilterra e con l'Austria, la quale assicurava a Gioacchino il possesso del regno di Napoli con un accrescimento di territorio sugli stati della Chiesa. Egli si mosse allora con l'esercito gettandosi vergognosamente a quel Iato ove vedeva piegare la vittoria, perde il regno, ed ogni fama non solo di onestà ma anche di senno, fuorché quella di coraggio indomabile, il quale non lo abbandonò giammai fino agli estremi momenti della sua vita. Mentre egli volgeva nell'animo gli ambiziosi disegni sull'Italia, manteneva segrete corrispondenze con Napoleone dalle potenze confinato sull'isola d'Elba, e quando l'imperatore ricomparve improvvisamente in Francia, egli si dichiarò nuovamente per l'imperatore. Si avanzò con l'esercito verso la Romagna e la Toscana, indirizzando agl'Italiani un suo proclama perché scotessero dal collo il giogo tedesco, e segnando come punto di rannodamelo la Lombardia. In molte parti fu accolto freddamente, in molte altre respinto dai popoli italiani già stanchi, i quali non avevano fede in Gioacchino, che aveva già tradito Napoleone ed oggi tradiva l'Austria. Ebbero trista sorte le schiere di Gioacchino prima ad Occhiobello, e quindi a Tolentino ed a Macerata toccarono una piena sconfitta; e non solamente egli ebbe a sopportare gli urti dell'esercito tedesco comandato dal generale Bianchi, ma quelli degl'inglesi coi quali aveva pure poco innanzi conchiuso un armistizio.

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Ma se gl'inglesi mancarono alla data fede, ancor figli aveva mancato ad altri, né la storia di que' giorni può chiamarsi altra cosa che un lungo seguito di mancamenti e di spergiuri. Combatté Gioacchino sempre retrocedendo infino a Capua, ove perduta ogni speranza, fu costretto ad abbandonare il regno e ricoverarsi in Francia, sempre deliberato di tentare in altro modo la fortuna. Qui l'esercito tedesco non trovando altre opposizioni, fu conchiuso in Capua la capitolazione di Casa Lanza, così denominata dalla casa di un tal Lanza la quale servì di convegno ai plenipotenziari di Gioacchino e dell'Austria, e con questo trattato venne renduto il trono ai Borboni.

2. Ma la dimora della famiglia reale in Sicilia per dieci anni non era stata senza agitazioni e senza qualche scontento di quell'isola, la quale malamente sapeva sottomettersi alle molte spese che si richiedevano per alimentare il lusso della numerosa corte, i bisogni dell'esercito, e de' molti Napolitani che avevano seguito i Borboni. Si vedeva con ira che i Napolitani sedessero nelle prime cariche dello stato, e che si volesse profondere inutilmente ogni opera ed ogni danaro per riacquistare i perduti domini di qua dal Faro. Il vecchio parlamento di Sicilia veniva radunato dal re per domandare novelli sussidi; ma questi furono aspramente negati, ed i principali signori siciliani primi motori di quella opposizione furono violentemente imprigionati (1811). Allora Lord Bentick comandante supremo dell'armata inglese in Sicilia riferiva al governo britannico lo stato infelice dell'isola, le dissensioni tra il re, il parlamento, i Napolitani, i Siciliani; ed avendo ottenuto pieni poteri, assunse egli il comando intero dell'esercito siciliano, e liberò i baroni imprigionati. Anzi ne chiamò alcuni al ministero, donde furono esclusi i Napolitani odiati già troppo in Sicilia, principalmente il Medici che nel grado e ne' favori era succeduto all'Acton. Allora il potere degl'inglesi venne esercitato senza confini sulla Sicilia, il re si rimosse dalle faccende di stato e nominò vicario il suo primogenito Francesco, e la regina Carolina il cui potere era immenso sull'animo del re e del consiglio ed era tenuto il principale ostacolo ai disegni dell'Inghilterra, si ritrasse in Castelvetrano, ed indi a poco, imbarcatasi non per propria elezione a Mazzara, giunse a Vienna dopo lungo ed infelice viaggio,

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e colà mori l'anno seguente (1814) addolorata dalle immense sventure sofferte.

Ma intanto venne data alla Sicilia una costituzione politica formata su quella d'Inghilterra, istituendo due Camere legislative quella de' Pari e quella dei Deputati, e dove l'antico Parlamento era composto di tre bracci feudale, ecclesiastico e demaniale, venne abolito il braccio degli ecclesiastici i quali entrarono a far parte della camera de' pari. Venne fermata la costituzione solennemente, ed il Vicario rimase in Sicilia infino a quando la costituzione non fu di poi tolta ai Siciliani perché si fece de' due regni un solo regno, siccome vedremo.

CAPITOLO XXI.

1815-1848.

Morte di Gioacchino. Rivoluzione di Napoli e di Sicilia. Venuta de' Tedeschi. Regno di Francesco e Ferdinando II.

1. Ma Gioacchino non sapendo tollerare la perdita del trono, volle gettarsi ad una impresa estrema e disperata. Raccolse intorno a s'è nell'isola di Corsica molti antichi suoi devoti, i quali sotto il suo comando distribuiti in sette piccoli legni si commisero alla fortuna del mare e dell'audace loro proponimento. Divisi dalla tempesta, il solo Gioacchino con pochissimi da lui creduti più fedeli approdò al Pizzo terra della Calabria; ma dove credeva d'incontrare liete accoglienze, fu arrestato dal popolo e gettato in prigione ove attese che il governo di Napoli pronunziasse la sua sentenza. Da una commissione militare convocata subitamente nel castello del Pizzo fu sentenziato a morte per avere tentato di ribellare i popoli, e nello stesso recinto del castello venne eseguita la condanna (1815). Intanto Ferdinando ritornato all'antica sede aveva promessa piena dimenticanza del passato, e confermato dal Congresso di Vienna nel titolo di Re del regno delle due Sicilie, lasciando di esser quarto di questo nome, s'intitolò primo e per la riunione de' due regni in un solo, non si parlò della costituzione di Sicilia e neppure dell'antico parlamento.

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Ma la restaurazione degli antichi principi italiani ne' loro stati non ebbe pace durevole. In Napoli si proruppe in una manifesta insurrezione dopo cinque anni (1820;, e fu primo a muoversi l'esercito. Uno squadrone stanziato a Nola presso Napoli si disertò gridando la costituzione; ebbe compagni i presidi di Avellino, ed accresciuto da molto numero di sollevali pose il campo a Monteforte. Nel cominciare dello stesso anno un simile movimento era avvenuto nella Spagna, la quale aveva voluto la costituzione politica ottenuta e perduta otto anni indietro (1812). Stretto dalla necessità del momento Ferdinando nominò suo vicario nel reno il principe ereditario Francesco duca di Calabria, e fu data la costituzione simile a quella di Spagna e convocato in Napoli il parlamento nazionale.

2. Era bastata per mettere in fiamme la Sicilia, come sola scintilla, la notizia degli avvenimenti di Napoli. La città di Palermo si sollevò tutta intera, ma non fu concorde a gridare per la medesima causa, volendo alcuni che fosse ravvivata la costituzione inglese ottenuta pochi anni innanzi, volendo altri quella di forme più libere conceduta ai Napoletani; ma tutti poi volevano concordemente la indipendenza dal governo di Napoli, conservando pure le due corone sul capo dello stesso Principe. II Luogotenente che allora reggeva la Sicilia, uomo non abile al governo, non seppe né domare né guidare quel movimento, e dopo molli errori commessi lasciava anche troppo tardi il comando della città ad una giunta di patrizi siciliani; e quando vide incominciate le stragi dal popolo sfrenato, abbandonò fuggendo l'isola a lui confidata. Fu sparso molto sangue in Palermo, ed uomini di natali nobilissimi caddero vittime dei furori della plebe, la quale disserrò le prigioni e corse armata al saccheggio. né minori rovine sperimentarono le altre città dell'isola, non già per nemico esterno ma per guerra civile, essendo quelle province che non volevano manifestarsi in favor di Palermo trattate siccome nemiche dai Palermitani, infino a che non fu inviata da Napoli una forza di oltre a diecimila soldati. Ma perché da una parte il valore e l'arte di guerra del generale Florestano Pepe condottiero supremo di quella spedizione, e dall'altra il coraggio degl'insorti avrebbero renduta

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troppo lunga e funesta la guerra ai Napoletani ed ai Siciliani, furono fermati patti di concordia su di una nave inglese.

Mentre questi patti fermati in Palermo ed annunziati in Napoli movevano le ire del parlamento napoletano perché sembravano troppo indulgenti alla Sicilia, giungevano notizie dallo straniero intorno ai moti dell'Italia meridionale. L'imperatore d'Austria, quello di Russia ed il re di Prussia convenuti a Troppau, dissero di non poter tollerare i mutamenti arrecati alla forma politica del regno, e ne scrissero a Ferdinando perché nella città di Lubiana venisse a trattare con essi i modi di rendere ad un tempo soddisfatto il voto de' popoli, e mantenere inviolata la santità de' trattati. Ferdinando manifestava al parlamento il suo desiderio di accettare l'invito per ottenere l'assenso de' principi di Europa a questa novella costituzione delle Due Sicilie. Ma dopo la partenza del re, in vece di ottenere questo assenso, seppe per mezzo di lettere il parlamento napolitano che quelle potenze non volevano riconoscere la novella costituzione, perché turbatrice degli ordinamenti dell'Europa già statuiti nel congresso di Vienna, e che un esercito verrebbe amico o nemico sul regno, secondo che la nazione volesse rassegnarsi o ricusarsi a ritornar sotto l'antico governo. Il parlamento decise la guerra, e furono inviati gli eserciti napolitani verso i confini, per contrastare il passo a' cinquantamila austriaci che si avanzavano. Sono a noi così vicini quegli avvenimenti, che tutti sanno, come i nostri generali perdessero e come i tedeschi trionfassero, senza combattere. Allora il regno intero si sottomise ad un esercito tedesco che vi rimase altri sei anni con gravissima rovina della finanza, ebbe da ricorrere per un prestito allo straniero, e fare esperimento di dure punizioni per gli errori passali. Altri cinque anni durò il governo di Ferdinando, il quale morendo lasciava il regno a Francesco duca di Calabria già esperto nell'arte di regno per essere stato più volte in vita vicario del padre (1825). A Francesco venuto a morte successe nella giovine età di venti anni Ferdinando II, pervenuto, oggi che noi scriviamo, all'anno ventesimoterzo del suo regno.

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CAPITOLO XXII.

1806-1847

Vicende della coltura sotto i Francesi e dopo il ritorno dei Borboni. Legislazione, filosofia, medicina, letteratura e belle arti.

1. Gli uomini che saranno da noi menzionati in questo ultimo capitolo appartengono forse in gran parte a quella generazione medesima che abbiamo nominata verso la fine del passato secolo. Se non che, avendo sopravvissuto alle sventure ed ai politici rivolgimenti del regno, essi sono stati quasi tutti conosciuti ed onorati ai giorni nostri. E se non fosse nostro proposito di non parlar de' viventi, alcuni ancora de' viventi troverebbero giustissima lode in questi fogli. Furono scrittori di legislazione e giurisprudenza meritevoli di ricordo, Niccola Valletta, e Giuseppe Maffei professori ad un tempo di dritto romano e di dritto patrio, di cui scrissero istituzioni assai lodate, e lasciarono molti discepoli. E dopo di costoro, non già per merito, ma perché vissuto molti anni dopo, Giuseppe Raffaelli che fu maggiore di entrambi nella dottrina di giureconsulto e negli esercizi del foro. Egli fu adoperato dai Francesi nel lavoro dei nuovi codici, prima in Milano e dopo in Napoli, dov'ebbe uffici importanti, anche dopo il ritorno de' Borboni, e lasciò, sebbene incompiuta, un' opera sul dritto penale che bastò a collocarlo nel numero dei primi scrittori. Nella filosofia nomineremo tre soli che sono maggiori degli altri, secondo i tempi e la fama ch'ebbero. Pasquale Borrelli uomo di studi enciclopedici scrisse sulla genealogia del pensiero un libro che fu molto Iodato, in que' tempi che la filosofa sensualista teneva il campo. Ma diverso di principi, anzi oppositore di quella scuola fu Pasquale Galluppi morto professore nella napolitana università: nato in un angolo della Calabria, con poco aiuto di libri e di studi preliminari, diventò scrittore ai suoi tempi. autorevole in filosofia, ed ottenne una fama in gran parte meritata, appunto per aver mosso guerra alla filosofia sensualista ed incominciato a gustare e parlare, per quanto gli era possibile, di filosofia tedesca.


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E visse nello stesso tempo Ottavio Colecchi non solamente filosofo speculativo ma matematico profondo, delle quali scienze fu professore in molti paesi d'Europa. Nella medicina nomineremo Domenico Cotugno, perché il maggiore di tutti gli altri che vissero in Napoli, al suo tempo, e che basterebbe solo ad illustrare una nazione. II nome di Cotugno è parte principale nella storia della scienza medica, in cui fece scoverte ed acquistò riputazione infinita, spendendo non solamente la vita ma buona parte del suo avere in soccorso degl'infelici, ed amando tanto la sua Napoli da rifiutare la cattedra e gli onori offertigli da Maria Teresa imperatrice. Basteranno in quanto alle scienze naturali i nomi di Giuseppe Saverio Poli e Matteo Tondi. Il primo di essi visse e si mantenne fino alla morte onorato ed onesto in corte, maestro di principi reali, e fu esemplare di costumi, amico di tutt'i dotti di Europa, e scrittore di libri elementari di fisica che hanno regnato per molto tempo nelle scuole; ma più di tutto si mostrò sommo nell'illustrare i testacei o conchiglie delle Due Sicilie con un' opera che formò la maraviglia de' sapienti. Ed ebbe fama non meno universale, acquistata per lunghi viaggi e dotte opere, Matteo Tondi morto professore di mineralogia nella università napoletana.

2. Molti furono e degni di memoria i cultori dell'archeologia e delle lingue dotte, e principalissimi fra questi nominiamo Carlo Rosini e Francesco Carelli. Il primo di essi, morto ai nostri giorni Consultore di stato e Vescovo di Pozzuoli, ebbe onori e cariche luminose in tutta la vita. Ma egli fu maggior di tutti gli onori ottenuti, per la molta dottrina nelle cose antiche, come lo dimostrano i lavori pubblicati sulle cose Ercolanesi ed alcuni trattati sulla lingua greca della quale fu maestro profondo. Il Carelli fu segretario del Governo in Sicilia, segretario perpetuo dell'accademia ercolanese, e fu raccoglitore dottissimo ed illustratore di anti che monete e laborioso scrittore in archeologia come si mostrò coi lavori pubblicati in nome dell'accademia. Aggiungiamo a questi, come latinisti eccellenti e scrittori da non invidiare gli antichi, il canonico Niccola Ciampitti e il canonico Francesco Rossi, de' quali il primo fu prosatore e poeta, e l'altro scrittore elegantissimo in prosa latina e professor di dritto civile e canonico di cui dettò le istituzioni in quella lingua.

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Unisco per somiglianza di dottrine variate, Melchiorre Delfico, Rosario de Gregorio e Domenico Scinà, napoletano il primo, e siciliani gli altri due. Il Delfico scrisse di giurisprudenza, di storia, di economia politica, e fu uomo di conoscenze assai positive per le quali esercitò con lode infinita gl'importanti uffici che gli vennero affidati. Il De Gregorio fu onorato in corte e storiografo regio, modestissimo e dottissimo, e in materia di dritto pubblico siciliano pubblicò un'opera frutto di profondi studi. Lo Scinà vissuto fino ai nostri giorni fu dotto nelle scienze fisiche e naturali tutte, ed illustrò le glorie della Sicilia fino a' suoi tempi con una storia letteraria del secolo decimottavo. Nell'amena letteratura e nella poesia non taceremo di Francesco Saverio de Rogati magistrato, e traduttore di Anacreonte e scrittore di melodrammi che al suo tempo ebbero una certa fama; e il marchese di Montrone Giordano de Bianchi che scrisse prose e versi con sapore antico, i quali parvero strani alla sua età nella quale era sorta una scuola diversa e quasi straniera in Italia. Ed egli conosciuto in Italia, e massimamente in Bologna dove visse molti anni, fu salutato come uno de' restauratori del vero gusto, il quale non tardò a ritornare. Nella qual restaurazione sarebbe una ingratitudine il tacere di un altro uomo che ha speso la sua vita tutta intera nell'educare la gioventù napoletana al bello degli antichi, e che oggi tutti onorano, tributandogli quella gratitudine che forse non ebbe intera mentre visse, voglio dire il marchese Basilio Puoti. né tacerò di un leggiadro nostro poeta, che ha gran nome in Italia, sebbene abbia scritto in dialetto siciliano, Giovanni Meli, perché le sue poesie hanno avuto una fama universale anche fuori, mentre non solo per la veste ma per la grazia del pensiero fu chiamato emulo di Anacreonte. E nominerò un altro siciliano Tommaso Gargallo che seppe guadagnarsi molta fama per una versione tutta intera delle opere di Orazio la quale fu giudicata la migliore e la più vicina, per quanto è possibile, all'originale. In quanto alle belle arti, di pittura e scultura, non è alcun nome che mi sembri da ricordarsi in quel tempo; ma non così dirò della musica, nella quale continuava l'antica scuola napoletana a dare al mondo illustri maestri.

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Anzi vogliamo che sieno ricordati fra gli altri tre soli nomi di uomini vissuti fino ai tempi nostri e che si possono dire gli ultimi della scuola antica, perch'essi videro, mentre ancor vivevano, mutato il gusto della musica in Italia e sorta la scuola moderna tanto diversa dalla loro. Sono essi Fedele Fenaroli, Giacomo Tritio e Niccolò Zingarelli i due primi più famosi per dottrina di scienza musicale, che per opere teatrali. Non cosi il Zingarelli che regnò per molto tempo coi suoi drammi sui teatri di Europa.

E qui pongo termine a questo breve lavoro coi nomi di questi uomini sommi che noi abbiamo quasi tutti riveriti e conosciuti in vita, e molti de' quali sono stati a noi maestri carissimi nel sapere e nella virtù.

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INDICE



DISCORSO preliminare dell'Autore

Pag. III

Introduzione — Confini, estensione e divisione delle due Sicilie, ecc.

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LIBRO PRIMO CAP. I. Venuta de Normanni. Ruggiero Conte di Sicilia e Guiscardo Duca di Puglia e Calabria. Ruggiero figliuolo del Conte di Sicilia succede ad entrambi



13

II. Ruggiero primo Re normanno ottiene l'investitura dal Pontefice. Sua incoronazione. Ordini feudali. Ruggiero stabilisce alcuni limiti al potere de' Baroni



18

III. Leggi di Ruggiero. Sette uffici del regno. Guerre esterne. Industrie, commercio, scienze, lettere. Morte di Ruggiero 22


IV. Guglielmo I detto il malo Congiure e morte di Maione e di Bonello. Pessimo governo di Guglielmo, al quale succede il figlio, Guglielmo secondo


25

V. Guglielmo il buono. Elegge successore Arrigo figlio dell'Imperatore. I baroni eleggono Tancredi. Virtù di questo principe. Guglielmo III ultimo normanno


28

VI. Coltura sotto i Normanni. Legislazione. Medicina. Scienze matematiche. Storia. Poesia italiana e latina. Belle arti 

31

VII. Svevi. Crudeltà di Arrigo. Sua morte. Primi anni di Federico II. Incoronato imperatore di Germania. Suo viaggio in Palestina


34

VIII. Governo di Federico. Codice. Pier delle Vigne e sua morte. Federico vince il figliuolo ribelle e la Lombardia. Morte di Federico


36

IX. Corrado. Sue crudeltà Sua morte. Manfredi. Il Pontefice chiama il fratello del re di Francia. Chinea. Battaglia di Benevento. Morte di Manfredi


38

X. Stato della cottura sotto il dominio degli Svevi. legislazione. Medicina. Scienze filosofiche. Letteratura e belle arti


40

XI. Angioini. Carlo I. Morte di Corradino, ultimo degli Svevi. La sede regia trasferita in Napoli. Vespro siciliano. La Sicilia si Sottomette a Pietro d'Aragona


42

XII. Carlo sfida a duello il nuovo re di Sicilia. Principe di Salerno imprigionato. Morte di Carlo I. Regno di Carlo II. Trattato col re di Sicilia


45


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XIII. Roberto D'Angiò nominato Vicario dalla Santa Sede. Respinge l'Imperatore. Vane spedizioni di Roberto per acquistare la Sicilia. Sue virtù. Sua morte


48

XIV. stato della coltura sotto i primi 4 angioini. Leggi ed ordinamenti civili. Medicina. Scienze sacre. Letteratura. Belle arti


50

XV. Giovanna I. Uccisione di Andrea. Venuta del re di Ungheria. Convenzioni col re di Sicilia. Mariti di Giovanna. Fatta morire da Carlo di Durazzo



53

XVI. Carlo di Durazzo. Assassinato in Ungheria. Gli succede Ladislao. Suoi pensieri sull'Italia. Incoronato in Roma. Avvelenato in Perugia


87

XVII. Giovanna II. Suoi favoriti. Il marito Giacomo fa uccidere Pandolfello. Fugge in Francia. Giovanna nomina suo successore Alfonso di Aragona



60

XVIII. Venuta di Alfonso. Uccisione di Sergianni Caracciolo. Altra adozione di Giovanna in favore di Luigi aV Angiò e poi di Renato ultimo re Angioino


63

XIX. Coltura sotto gli ultimi Angioini del ramo di Durazzo. Decadenza della marina. Scienze, lettere, belle arti.


65

XX. Compendio degli avvenimenti di Sicilia dopo il vespro. Governo dei principi aragonesi e loro leggi. Riassunto delle cose narrate 67


XXI. Aragonesi. Alfonso I. Sicilia riunita al regno di Napoli. Virtù di Alfonso e suo governo. Sua morte. La Sicilia nuovamente si divide dal regno di Napoli.


70

XXII. Ferdinando I. Congiura de' baroni. Invitati ad una festa sono imprigionali e mandati a morte. Regno di Alfonso. Venuta di Carlo VIII 72


XXIII. Virtù di Ferdinando II. Virtù del successore Federico. Luigi XII in Italia. Federico tradito dal re di Spagna. Prevalgono le armi di Spagna


75

XXIV. Vicende della coltura sotto gli Aragonesi. Leggi ed ordini chili. Scrittori di giurisprudenza. Scienze, lettere ed arti belle


78

LIBRO SECONDO


CAP. I. Ferdinando il Cattolico. Suoi viceré. Primi moti contro l'inquisizione. Origini di questo tribunale. A Ferdinando succede Giovanni e quindi Carlo Quinto.



83

II. Nuovamente i Francesi nel regno. Dopo lunghe dispute prevalgono le armi di Spagna. Decadenza del regno. Pietro di Toledo


85

Virtù del viceré Pietro di Toledo. Ordini stabiliti da



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lui ed opere pubbliche. Seconda commozione del popolo contro il Sant'Uffizio. Opere del Toledo


87

IV. Viceré di Sicilia non migliori di quelli di Napoli. Parlamenti. Altri viceré di Napoli. Rinunzia di Carlo V a Filippo II


91

V. Cardinale di Granvela viceré. D. Giovanni d'Austria. Battaglia di Lepanto. Il Granvela richiamalo nella Spagna


94

VI. Ultimi viceré di Filippo. Escono sempre nuovi denari dal regno. I masnadieri infestano le provincie. Benedetto Mangone e Marco Sciarra


96

VII. Governo del Conte di Olivares. A Filippo II succede Filippo III. Diversità di questi due principi. Vicende dell'isola di Sicilia


98

VIII. Vicende della coltura durante il primo secolo di viceregnato. Leggi e magistrali. Scienze, filosofia e matematica. Lettere e belle arti


101

IX. Primo conte di Lemos. Congiura di Campanella. Conte di Benavente. Sue opere. Altro conte di Lemos. Palazzo della Università


105

X. Duca di Ossuna e sue qualità. Congiura di Venezia. Il duca di Ossuna a parte della congiura. E richiamato e muore in prigione. Morte di Filippo III.


108

XI. Duca di Alcalà. Congiura in favore dei francesi. Opere del duca di Medina. Viceré Enriquez. Gli succede il duca d'Arcos


110

XII. Governo in Sicilia. Perdite e sciagure dei Siciliani. Per la gravezza delle imposte il popolo si solleva in Palermo. Giuseppe d'Alessi. Pietro Pertuso


113

XIII. Giuseppe d'Alessi gridato capitan generale del popolo Morte di Pietro Perluso. Alessi concilia il popolo col viceré. Entrato in sospetto alla plebe è ucciso



115

XIV. Origine della sollevazione detta di Masaniello. Qualità di costui. Potere da lui acquistato ed onori rendatigli. Sua fine infelice


117

XV. Principe di Massa. Gennaro Annese. Fine di entrambi. Venuta del duca di Guisa in Napoli per due volte. Altri viceré


120

XVI. Peste di Napoli. Opere del Conte di Castrillo e di Pegnaranda contro i masnadieri. Il cardinale d'Aragona compie la loro distruzione


123

XVII. Morte di Filippo IV e qualità dei suoi favoriti. Perdite della Monarchia. Condizioni di essa sotto il regno di Carlo II e nuove perdile della Spagna



125


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XVIII. Privilegi della città di Messina. Origine della sollevazione messinese. Stragi de' Merli e Malvizzi. Francesi a Messina


127

XIX. Ultimi viceré di Carlo II. Marchese di Los Veles. Marchese del Carpio. Conte di Santo Stefano. Buca di Medinaceli


129

XX. Fine infelice di Carlo II. Suo testamento col quale viene chiamato al trono di Spagna Filippo d'Angiò. Guerra detta della successione 1


31

XXI. Condizione degli studi nel secondo secolo del viceregnato. Giurisprudenza. Scienze fisiche e matematiche. Filosofia letteratura e belle arti


135

XXII. Congiura in Napoli detta di Macchia scoperta e punita. Sventure di Filippo minacciato in tutti i suoi stati. Gli son tolte le terre di qua del Faro


140

XXIII. Pace di Utrecht e di Rastadt. La Sicilia a Vittorio Amedeo di Savoia. Napoli e Sicilia ritornano all'Austria. Carlo Borbone ottiene Parma e Piacenza


143

XXIV. Guerra per la successione di Polonia. Il duca di Montemar con l'esercito si unisce a Carlo Borbone. Conquista del regno


146

LIBRO TERZO


CAP. I. Entrata solenne di Carlo in Napoli e fine del dominio tedesco. Viaggio di Carlo in Sicilia e sua incoronazione a Palermo


149

II. Guerra per la successione di Maria Teresa all'impero. Minacce dell'ammiraglio inglese. Battaglia e vittoria di Velletri

151

III. Vicende della coltura negli ultimi anni di viceregnato fino a Carlo III. Leggi e giureconsulti. Scienze lettere e belle arti

153

IV. Opere di governo Bernardo Tanucci e sue qualità. Prime scosse sulla feudalità. Osservazioni sulle riforme fatte sotto il regno di Carlo


156

V. Tribunali e leggi. Consiglio di Stato. Camera di Santa Chiara. Trattati di commercio. Regolamenti sanitari. Codice Carolino

159

VI. Opere magnifiche di Carlo. Reggie di Caserta, di Capodimonte, di Portici. Teatro di san Carlo, Albergo dei Poveri. Scavi di Pompei ed Ercolano


161

VII. Carlo chiamalo al trono di Spagna. Elegge suo successore il figlio Ferdinando. Primi anni del suo regno. Biforme continuate da Ferdinando


163


216


VIII. Orribili danni fatti dai tremuoti di Calabria e di Sicilia. Viceré Caracciolo e Caramanico e loro amministrazioni in Sicilia. Timori per le cose di Francia.


166

IX. moti di Francia pongono in timore i governi d'Italia ed interrompono le riforme. Primi fatti della rivoluzione e della repubblica francese


168

X. Napoleone Bonaparte. Armata d'Italia. Il Papa allontanato da Roma. Vittoria dei Francesi


170

XI. Francesi si avanzano nel regno. Timori del governo. Il re parte per la Sicilia. Ferocia del popolo napoletano e sue ostinate resistenze ali esercito francese.



172

XII. Fondazione della repubblica partenopea. Nuove leggi non eseguite. Scontento de' popoli. Championnet richiamato in Francia. Inglesi in Sicilia


174

XIII. Venuta del cardinal Fabrizio Ruffo. Perdile de' Francesi e loro partenza dal regno. Caduta della repubblica napolitana


176

XIV. Spedizione di Roma. Elezione del nuovo Pontefice Sdegni di Napoleone per V arrivo in Napoli dei Russi ed Inglesi. Venuta di Giuseppe Bonaparte


178

XV. Stato della coltura sotto Carlo III e Ferdinando. Giurisprudenza. Scienze filosofiche. Medicina. Economia politica. Letteratura e belle arti


181

XVI. Giuseppe Bonaparte nominato re di Napoli. Sue qualità e sue opere di governo. Assedio di Gaeta. Guerre nelle Calabrie 186


XVII. Riforme governative fatte da Giuseppe. Divisione del regno. Consiglio di stato. Leggi sulla feudalità. Finanze. Codice. Fine del suo governo


189

XVIII. Venuta di Gioacchino. Presa di Capri. Spedizione inglese sul regno. Spedizione francese in Sicilia. Opere di Gioacchino


191

XIX. Opere di governo fatte da Gioacchino. Opere pubbliche. Pubblica istruzione. ' Lusso della corte. I briganti di Calabria


194

XX. Guerra di Russia e fatti di Gioacchino. Suoi sdegni contro Napoleone. Sua politica incerta per conservare il regno. Ritorno dei Borboni


196

XXI. Morte di Gioacchino. Rivoluzione di Napoli e di Sicilia. Venuta dei Tedeschi. Regno di Francesco e Ferdinando II

200

XXII. Vicende della coltura sotto i Francesi e dopo il ritorno de' Borboni. Legislazione, filosofia, medicina, letteratura e belle arti


203



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