Eleaml


Il Regno delle Due Sicilie aveva una sua rete di controinformazione che veniva attivata ogniqualvolta si voleva far passare certe posizioni oppure contestarne altre.

Quando però parti la bordata propagandistica delle lettere del Gladstone fu come voler combattere con una barca da diporto contro una fregata da guerra.

L'Inghilterra era la superpotenza dell'epoca e copia delle lettere venne inviata a tutte le ambasciate – se ne fece stampa anche a New York (1851), oltreché a Londra (1851) e poi a Torino (1851) ad opera del Massari che ne curò la traduzione italiana.

Il testo che pubblichiamo fu uno dei tentativi di controinformazione a favore delle Due Sicilie, ma quella era l'epoca – avrebbe scritto una decina di anni più tardi Petruccelli della Gattina – in cui la stampa anglo-francese inventava martiri per sottolineare e amplificare le “nefandezze” del governo borbonico.

«Poerio è un'invenzione convenzionale della stampa anglo-francese Quando noi agitavamo l'Europa, e la incitavamo contro i Borboni di Napoli, avevamo bisogno di personificare la negazione di questa orrida dinastia, avevamo bisogno di presentare ogni mattina ai creduli leggitori dell'Europa libera una vittima vivente, palpitante, visibile, cui quell'orco di Ferdinando divorava cruda ad ogni pasto. Inventammo allora Poerio. Poerio era un uomo d'ingegno, un galantuomo, un barone; portava un nome illustre, era stato ministro di Ferdinando e complice suo in talune gherminelle del 1848! Poerio era stato deputato ed era fratello di Alessandro....; ci sembrò dunque l'uomo opportuno per farne l'antitesi di Ferdinando — ed il miracolo fu fatto.

«La stampa inglese e francese stuzzicò l'appetito di quel distinto filantropo ed uomo di Stato, W. Gladstone, il quale, recandosi in Napoli. Volle vedere da presso questa specie di nuova maschera di ferro. Lo vide. Si mosse a pietà. E Gladstone fece come noi, magnificò la vittima onde rendere più odioso l'oppressore; esagerò il supplizio, onde commuovere a maggior ira la pubblica opinione. E Poerio — il Poerio che oggi si mescola ad ogni minestra — fu creato da cima a fondo.

«Il Poerio reale ha preso sul serio il Poerio fabbricato da noi, in dodici anni, in articoli a quindici centesimi la linea. Lo hanno preso sul serio coloro che lessero di lui, senza conoscerlo da presso. L'ha preso sul serio quella parte della stampa che si era fatta complice nostra, credendoci sulla parola. Ma capperi! che l'abbia preso sul serio anche il Cavour!»

Cfr. F. Petruccelli della Gattina, Unione di Milano del 22 Gennaio 1861,  trascrizione effettuata da l'Armonia

Poerio è una reliquia. Lo si imbandisce nelle tavole ministeriali, come un oggetto di curiosità egiziana e di appetito ben conservato - perchè la poca forza che resta a questo gran martire si è concentrata nelle mascelle, mascelle potenti, le quali quando non masticano, lavorano un concettino all'Achillini, onde presentarlo ad una signora. Quanto al cervello, Poerio l'ama meglio à la sauce blanche che nella sua testa. Colpa senza dubbio di quello scellerato di re Borbone, il quale assiderò quest'uomo di Plutarco nelle prigioni di Montesarchio - ovvero di quel burlone di Gladstone, il quale creò questo grand'uomo all'uso di John Bull, come Caracalla creò console il suo cavallo.

Cfr. I moribondi  del  palazzo Carignano  per F. Petruccelli della Gattina,  1862.

La controinformazione borbonica non riuscì a bloccare la potente macchina mediatica liberal-massonica, il regno fu lavorato ai fianchi e in una decina di anni giunse al tracollo politico-militare.

Zenone di Elea – 22 Luglio 2010

SAGGIO STORICO-CRITICO

SULLA NUOVA PUBBLICAZIONE

DELL'ONOREVOLE G. E. GLADSTONE

RELATIVA

AL GOVERNO DELLE DUE SICILIE

LUGANO

Tipografia Ruggia e Comp.

1852

(se vuoi, puoi scaricare il testo in formato ODT o PDF)


PREFAZIONE

Allorché il molto onorevole G. Gladstone colle sue lettere dell'11 e 14 luglio del decorso anno al Conte Aberdeen denunziava innanti al tribunale della pubblica opinione le crudeltà che, secondo lui, esercitavansi dal Governo napoletano sugl'imputati politici, e facea appello al mondo intero perché la universale riprovazione sorgesse a scemare i lamentati eccessi, la stampa e le opinioni naturalmente pronunziavansi in modo opposto. Coloro che avversano ogni bene ordinato governo, o che vivono di agitazioni e di discordie, faceano plauso alle voci dell'umanitario scrittore, e davano di piglio alle loro trombe perché la liberatrice scritta facesse il giro dell'Europa, ed ottenesse la redenzione dei supposti martiri di non so quale libertà o licenza. Gli amanti dell'ordine sociale e della vera prosperità dei popoli, quei che ammettono il principio di autorità e l'obbedienza alle leggi, non iscorgevano in quelle lettere provocatrici

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che un eccitamento dippiù a diffondere il malcontento e l'avversione a quei provvedimenti, che ogni comunanza.

civile non può non adottare senza compromettere la propria sicurezza. Quindi si vide la stampa dall'una parte e dall'altra dar fuori articoli, ragionamenti, opuscoli, quale a magnificare le cose già dette dall'autor delle lettere, ed a lodarne il pensiero e lo scopo, quale a virilmente combatterne le proposizioni non pure, ma a scoprire i grossolani errori, le imposture, e le menzogne imboccate al troppo credulo scrittore; né mancarono dei periodici, che si vogliono bene informati delle persone e delle cose, accennare a men laudabili ed occulti motivi che aveano ispirato quelle lettere, e procuratane la diffusione. Tra il disputar delle due opposte opinioni, tra le polemiche dei giornali così Italiani che Francesi, Napoli aggredita e villanamente trattata dalle dicerie di un viaggiatore, che pur fu suo ospite gradito, rispose alle insolenze ed alle calunnie con alquante gravi e dignitose parole; né mancò di uno scrittore il quale di proposito diede alla luce un opuscolo, onde con istile assai diverso da quello adottato dall'inglese contrapponesse pochi fatti ed argomenti ai molti fallaci o bugiardi da lui divulgati, diradasse dalla verità le nebbie, e di rimando facesse sentire all'Europa che il Governo delle due Sicilie ama e serba la giustizia al pari di ogni più incivilita nazione. Laonde se lo scritture inglese,

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com'egli afferma, venne spontaneo nel campo di siffatta contenzione per un principio di umanità, lo scrittore napoletano vi fu spinto dal sentimento dell'onore del proprio paese, e del Monarca che ne regge le sorti, e perché gli parve sano consiglio e quasi debito uffiizio nell'interesse della verità e della umanità stessa che vuoisi cotanto oltraggiata, venir restituendo i fatti esagerati alle loro vere proporzioni, additare quelli interamente falsi>, e scoprire i calunniosi 1>.

Così fatti palesi i motivi e le cagioni che avean mosso la penna degli opposti scrittori, ponevasi fine al lungo disputare, come suole intervenire, dall'un canto e dall'altro, allora quando i nuovi ed inopinati avvenimenti succedutisi in Francia richiamavano a sé la pubblica attenzione. Ma l'onorevole Gladstone, volenteroso di rompere qualche altra lancia, entra nuovamente in campo, e da alla luce un altro fresco parto del suo ingegno, con la data del 29 gennaio del volgente anno da Londra, intitolato: Esame della risposta ufficiale del Governo Napolitano 2>.

1>Rassegna degli errori e delle fallacie del sig. Gladstone pag. 5-Napoli -Stamperia del Fibreno -1851.

2An examination of the official reply of the Neapolitan Government by the right Hon. W. E. Gladstone M. P. for the University of Oxford - London - John Murrav, Albemarle Street-1852.

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Egli sul bel principio dichiara che, scrivendo nel luglio del 1851 sui processi politici del Reame delle due Sicilie, non si aspettava di dover ritornare su questo argomento, poiché non credeva dovesse imbattersi sul campo con un avversario responsabile; >e che la sua situazione era affatto cangiata dopo la pubblicazione venuta alla luce sotto l'immediata autorità di quel Governo. Il perché egli ha stimato esser suo dovere verso quel Governo del pari che verso il pubblico di mettere a riscontro punto per punto quella replica con la sua accusa, e prendere esatta contezza del risultamento. >(pag. 5) Ma l'incontrarsi sul campo con un avversario, lungi dal destar maraviglia, ricorda una delle prime leggi di natura, che chi è aggredito, debba difendersi. Il che molto più debbe intervenire a chi spontaneo discende nell'arena delle contenzioni, ed impugna tali armi, l'errore e la menzogna, che il non affrontare l'aggressore e combatterne gli speciosi argomenti sarebbe far poco onore al campione, e recare certa ingiuria al vero. D'altra parte le cose innanzi accennate fanno aperto qual pensiero presedè a quelle poche e circoscritte pagine dell'opuscolo sotto il nome di Rassegna, >le quali avrebbero data materia a più voluminosa opera se di parole anziché di fatti l'autore fosse stato ambizioso. Il mostrarne stupore potrebbe accennare al liberalissimo pensiero che si avessero dovuto

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tollerare in silenzio ed in pace quegli oltraggi al vero, che con tanta operosità, e con ampli ed estesi mezzi, si sono divulgati per tutta Europa, o che sempre si avessero ad incontrare uomini vili ed abbietti che a' danni della patria aggiungono le piagenterìe allo straniero, il quale disprezza o calunnia chi è nato fuori della sua terra.

Se non che l'onorevole scrittore, riavutosi da quella prima sorpresa, confessa generosamente che il divisamento adottato dal Governo napoletano di difendersi è umano e schietto, >e spera che il medesimo non rifugga dalle conseguenze legittime del passo ponderatamente dato. E così entrato in materia, e fatte lunghe e larghe disquisizioni non meno sui procedimenti penali in fatto di reati politici, che sopra quistioni economiche civili, e sopra vedute politiche, perviene a quella estrema parte della sua opera, ove professa con parole solenni ch'egli è stato indotto a prender nuovamente la penna per conservare la quistione nei suoi veri termini, vale a dire, come una quistione non di politica, ma di moralità, non interessare all'Inghilterra soltanto, ma a tutta la cristianità ed all'intero genere umano >(pag. 51). Formolata cosi la quistione, dovea l'umanitario scrittore antivedere che egli non sarebbe riapparso nell'arena senza incontrare nuovi competitori che gli disputassero la vittoria. Imperocché

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la umanità e la cristianità, sotto il cui supremo ed irresistibile impero egli milita, ha tanti adoratori e cultori quanti sono gli uomini d'ingegno e di cuore sparsi sulla superficie della terra, e se l'animo suo è preso da disdegno in vedendo, com'ei presume, poco riverita la maestà delle prime leggi di natura e di società, questo suo nobile sentimento non può non esser comune a molte anime generose. Ma in tanta civiltà, in tanta diffusione di lumi, e nel tempo del decantato progresso, si prova gran pena a credere che uomini appartenenti ad una nazione, com'ei stesso dice, sede dell'antica civiltà di Europa, e doppiamente illuminata dalla filosofia, ch'ebbe pur ivi tanti maestri e cultori, e dal cattolicismo, che vi s'innalza maestoso e riverito, possano essere sì crudeli e perversi, secondo li reputa l'autore, e che pongano ogni cura nel martoriare i loro consimili. E questo dubbio diviene tragrande ove si voglia por mente alle vedute oblique, che taluni giornali scrutatori delle intenzioni hanno apposto all'umanitario scrittore l. Il perché potrebbe credersi anche per lui scritta l'arguta sentenza che quel politico dell'antichità lasciò registrata nelle sue istorie: Sovente libertà e speciosi nomi >(la umanità) si

1 V. le lettere dei signori MacFarlane nella Patrie>, e Gondon nell'Univers.

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spacciano: e niuno bramò mai tanto l'altrui schiavitù>, e la propria signoria che queste voci medesime non usurpasse 1>.

La cognizione che abbiamo dello stato economico e politico del Reame delta due Sicilie, e l'attenzione con la quale abbiamo seguito la polemica impegnatasi sulle lettere dell'onorevole Gladstone, ci porge il destro di ben valutare il carattere di questa sua recente pubblicazione, e di seguire col sussidio della storia contemporanea, e col lume della critica il metodo stesso da lui adottato nella sua disamina. Così sarà agevole difendere la verità da' nuovi errori di lui, investigando dove egli siasi impaniato nei tranelli di oscure o false notizie, dove abbia ricalcato le orme degli antichi errori, e dove senza ritegno abbia apprestato nuove armi alla maldicenza ed alla calunnia.

Nella sommaria esposizione della materia conserveremo il disegno e l'esplicamento dell'opera a costo di non serbare altr'ordine che quello di cui l'autore si mostra poco curante, sol che ci è paruto pregio del nostro lavoro ridurre a capi quanto egli nella foga della sua dicerìa ha schiccherato di errori, di cortesie e di fallacie. Né ometteremo di rilevare qualche verità che a quando a

1 V. le parole di Tacito messe per epigrafe della presente opera.

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quando balena nel buio di molti fatti erronei. Per non travisare alcun concetto dell'autore, parleremo ove occorra colle stesse sue parole recate in italiano il meglio che per noi si è potuto, citando, la pagina correlativa. Faremo talora alcune brevi intramesse che gioveranno a rompere la monotonia del dettato, ed a riposare il lettore nell'ingrato cammino.

Che se l'onorevole Gladstone ha scritto per rilevare l'umanità, com'ei dice, supponendola oppressa, noi crediamo compiere un dovere di cosmopolita facendo omaggio alla verità che crediamo a mille doppi oltraggiata. Egli ha potuto incontrare delle simpatie, raccogliere dei plausi e richiamar su lui la generale attenzione, ma i suoi panegiristi non sono che tra il numero di coloro i quali per sistema maledicono alle leggi ed alle autorità tutelatrici della società, ovvero cordialmente odiano la tranquillità e prosperità cui il Reame delle due Sicilie è subitamente tornato colle proprie sue forze, ed innanzi che quietassero gli altri stati, sconvolti dalla procella politica del 1848. Noi saremo paghi se questa qualsiasi opera, cotnechè di autore sconosciuto, possa incontrare il suffragio di coloro, i quali bramano che laddove gli errori celeramente si diffondano ed avidamente si accolgano, non manchi chi sia pronto a combatterli, ed additi agl'illusi il fatai disinganno. Fu detto che la verità è

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zoppa, ed arriva sempre: abbandonata a sé stessa, arriverà sì, ma alquanto tardi, ed intanto le ipocrisie, le astuzie e le grandi bugie si moltiplicano e prendono forza dal tempo 1. Scoprire l'errore, smascherare la calunnia, riporre nel suo seggio la verità è opera degna di un filosofo 2: noi osiamo tentarlo, comechè non presumiamo aver diritto a siffatto titolo; abbiamo però la coscienza dei fatti che saremo per esporre.

1 Obtrectatio et livor pronis auribus accipiuntur.

Tacto. Hist. I. i. e. i.

2 Hominis est propria veri inquisitio atque investigano >M. T. Cicer. de offic. lib 1 e. ìv.

CAPITOLO I

CONSIDERAZIONI GENERALI SULLA NATURA DELLE ACCUSE E DELLE DIFESE.

1.°-Non una confutazione, e neppure un saggio di confutazione sembra all'onorevole Gladstone la Rassegna de' suoi errori e delle sue fallacie. >Ei duolsi del titolo di siffatto opuscolo che, secondo lui, promette più di quello che dimostra nel corso dell'opera, perocché molte cose sonosi passate in silenzio, il che vale, come a noi pare, che sieno state condannate al disprezzo,. e molte altre appena toccate. Ei crede che sarebbe stato più convenevole intitolare l'opuscolo - una tacita ammessione dell'accuratezza dei nove decimi delle asserzioni contenute in due lettere al Conte di Aberdeen >(pag. 6). Oh! il bel trovato, degno della fantasia dello scrittore, che conoscevamo dalla fama di pubblicista, e cui non vorremmo si aggiugnesse quella di sofista. Niente mostrerebbe meglio la convenienza del titolo - Rassegna degli errori e delle fallacie dell'onorevole Gladstone >- che le dichiarazioni

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stesse da lui messe in luce con questo secondo libercolo. Vi hanno talune pagine in cui egli nobilmente ritratta le sue prime inconsiderate asserzioni, altre in cui si dichiara ingannato, altre ove va mendicando scuse e pretesti alla improntitudine con la quale ha discorso di ciò che meno conosceva. E comechè siffatte pagine sieno poche al riscontro dei molti errori in cui egli persiste, sono pepò tali da mostrare che l'autore della Rassegna >colpiva al segno quando la intitolava dagli errori e dalle fallacie che poneva in luce. Che se dessa non si soffermò a tutte le disquisizioni contenute nelle lettere, parve all'autore, come noi pensiamo, che molte non meritavano poi l'onore di una speciale confutazione, e che di altre poteasi ben dire:

Non ragioniam di lor, ma guarda e passa 1.

Parve altresì ch'essendosi lo scrittore inglese proposto di alleviare i mali degl'imputati e dei condannati politici senza impegnarsi in altra disamina, la Rassegna >non dovea trascendere tali confini. Né poi dessa veniva in sembianza, o prendeva attitudine di far lunga contenzione, dove bastava accennare uno o due errori per giudicare di tutti gli altri «ab uno disce omnes. >Altri aveva fatta

1 Dante -Divina commedia.

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più ampia giustizia delle cose tutte divulgate dal Gladstone, ed era anche risalito alle origini prime, alle celate influenze che sull'animo di lui avean tanto imperato; onde la Rassegna, >che lo scrittore pretende sapere ch'emani da sorgente ufficiale, non dovea improntare il linguaggio veemente ed astioso delle altre confutazioni, e dovea contentarsi di persuadere colla invincibile potenza dei fatti.

2.° - E qui l'autore vinto dalla moderazione che presedè alla compilazione della Rassegna, >non può negarle questo pregio. Egli stesso ne trova cortese e benevolo il linguaggio, e significatissimo e scelto a proposito il motto >che ci va in fronte: Errare, nescire, decipi et malum et turpe ducimus. >Egli ne riconosce così la generale verità >che la particolare applicazione, >se non che trova che l'autore non potea far giustizia al suo caso senza dichiarare che l'essere male informato, ed il divulgare errori, o ingannarsi sono nientemeno che delitto e viltà da parte di chi intraprese di accusare sopra punti così gravi e con linguaggio sì veemente il procedere di un Governo >(pag. 6). - Del rimanente ei protesta che lanciato da venti anni nella vita pubblica, non può allegare a scusa od a difesa della sua temerità il pretesto di esser novizio, né può cedere ad altri la più piccola parte di

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responsabilità per quanto concerne quella sua pubblicazione all'epoca e nelle condizioni in cui venne fatta. L'appello ch'egli fece al mondo nel mese di luglio passato >>. sebbene fosse congiunto al nome del Conte di Aberdeen, fu suo atto individuale >(pag. 6).

Sia pur cosi come l'autore con queste ed altre parole va protestando nella sua nuova pubblicazione; ma non è tanto agevole rimuovere la profonda impressione lasciata in moltissimi dalle sinistre interpetrazioni della stampa. La quale ha cercato di sollevare il velo delle riposte cagioni che hanno ispirato quelle lettere, ed in tanti modi ha combattuto lo scopo cui egli accennava mirando a tutt'altro obbietto. Chi ha affermato ch'egli siasi condotto, ad un passo così inconsiderato per procacciarsi suffragi radicali 't Chi gli ha pubblicamente detto di aver egli

1 Des personnes dignes de foi assurent que M. Gladstone craignant de ne pas être réélu par l'Université d'Oxford, et prévoyant une prochaine dissolution du parlement, el des élections générales, cherche à se ménager les suffrages populaires. Pour captiver, ajoutent elles, les suffrages des radicaux, il a adressé à voire seigneuric ces deux lettres singulières, par les quelles il calomnie un Roi et un gouvernement qui ont arrété la marche de la révolution, et de l'anarchie dans le midi de l'Italie, et par là même ont assume sur eux la haine du parti soi-disant liberal de l'Europe- Lettre de Macfarlane au Comte d'Aberdeen - Patrie 16, 17 Aout 1851. - n° 228 et 229.

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rinnegato tutta la sua vita politica, e di aver disertato dal partito conservatore per farsi campione della rivoluzione Italiana 1. E vi ha altresì chi gli appone di aver servito maravigliosaraente ad alcuni disegni politici, ed alle mire di un'antica ed inonesta cupidigia 2. Noi non

1 Le parti conservateur ne peut voir en vous qu'un transfuge depuis que vous vous êtes fait le champion de la révolution italienne, le traducteur de ses oeuvrcs (l'Histoire des États pontificaux par L. C. Farini) l'>endosseur de ses calomnies, le colporteur de ses plus odieuses accusations - Vos deux lettres a lord Aberdeen ne sont qu'un réquisitoire dans le quel vous avez soigneusement groupé tous les griefs des anarchistes Napolitains contre un gouvernement qui, plus ferme et plus intelligent que d'autres, a la gloire d'avoir su vaincre la révolution- La terreur dans le royaume de Naples >par Jules Gondon -L'Univers du 16 et 17 Aout 1851. n.° 223 19 année.

8 Pour notre compte, nous reconnaissons que la brochure - Gladstone, adressée par le Foreign office à tous les agents diplomatiques de l'Angleterre, ne fera que rendre plus transparente encore la manœuvre politique a la quelle lord Palmerston a eu recours, il l'a quelques jours, quand, interpellé par un membre évidemment chargé de l'appeler à la tribune, il est venu si bénévolement confirmer les allégations contenues dans un factum, que s'il n'était pas commandé par sa seigneurie, servait du moins merveilleusement ses desseins, et justifait la longue convoitise de l'Angleterre a l'endroit de la Sicile. Pour enlever la Sicile au Roi Ferdinand, il faut, c'est naturel, révolutionner son peuple, et

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vogliamo entrare mallevadori di siffatte opinioni, ma è un fatto non rivocato in dubbio da alcuno che le due lettere dell'onorevole Gladstone furono dirette dal Foreign office a tutti gli agenti diplomatici della Inghilterra, comentate ed ingrandite dalla stampa rivoluzionaria, e che Lord Palmerston si prevalse di tali denunzie per attaccare il Governo napoletano, e sinanco per indrizzare una nota al Conte di Thun, Presidente della Dieta Germanica, invitando espressamente quell'alto consesso a fare pratica presso il Governo napoletano affin di ottenere dal medesimo che rinunzii alla politica che sino a questo momento ha seguita. >Si sa la impressione prodotta da quella nota, cui furono accompagnate le famose lettere, e si conosce la decisione presa dalla Dieta nella seduta del 20 settembre del caduto anno. La quale avendo trovato che il contenuto nella nota era insolito e che urtava i rapporti internazionali... respinse e riprovò la pratica che Lord Palmerston le avea proposto in nome del Governo della Gran Brettagna 1.

Or dopo tutto quello che è intervenuto, difficile è ammettere le proteste e le cagioni che pone innanzi lo scrittore

dépopulariser son gouvernement; or qui désaffectionne mieux un peuple, et déconsidère mieux un Souverain que la calomnie?

La Patrie du 16 et 17 Aoùt 1851 n.° 228 et 229.

1 V. il Journal des Débats >dell'11 ottobre 1851.

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inglese per assumere egli solo la responsabilità del libello lanciato contro il Governo delle due Sicilie.

3.° - Appresso alle accennate disquisizioni, ed a bene altre di simil natura, 1*anzidetto scrittore colpito dalle investigazioni della stampa e dalle tacce appostegli prorompe in queste parole: Del resto tutte queste accuse di leggerezza, d'ignoranza, di accordo con repubblicani e malfattori, non sono degne di discussione. Tutta la disputa cade su di un punto: sono le allegazioni vere o sono esse false? >(pag. 7). Oh s'egli avesse limitato la sua opera alla soluzione di siffatta quistione! Oh s'egli avesse unicamente ragionato dei creduti mali degl'imputati politici! Indulgente la stampa avrebbe forse creduto che un sentimento di compassione avealo illuso, e fatto gemere sulle altrui calamità, ma non gli avrebbe apposto tante sinistre mire in veggendolo trascorrere audacissimamente in sì basse menzogne, in sì atroci accuse, delle quali non che il Governo napoletano, ma qualunque altro men giusto o civile avrebbe raccapricciato. Risalire alle origini egli è scoprire le fonti impure cui si sono attinte le spacciate notizie: indagare l'animo dello scrittore, e le condizioni in cui egli si è messo all'opera è addimostrare al lettore la fede che si debbe aggiustare alle favole che annunzia come fatti, alle fantasie ch'egli imprime del suggello di

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concetti logici. Non vi sarebbe critica senza siffatte investigazioni, ovvero il lettore dovrebbe condannarsi a ripetere servilmente l'ipse dixit >di quella vecchia scuola che al senno anteponeva l'autorità dello scrittore.

4.° - L'onorevole Gladstone sente il debito di purgarsi della censura fattagli di aver cioè trascurato di vedere i Ministri del Re delle due Sicilie nel tempo in che dimorò in Napoli, ed il Re medesimo, il quale sì eminentemente cortese non tralascia occasione di onorare di ogni maniera gl'illustri stranieri che se gli presentano. Oh quanto meglio a lui cosi intelligente e pietoso avrebbe potuto scoprire da vicino il quadro dei dolori ond'ei dice essere stato colpito, e ben tosto sarebbesi dissipata ogni sua illusione ed errore!

Si tratta di cortesia e di delicatezza di sentire >(pag. 8) ed ecco come se ne scagiona. Il Principe di Castelcicala, allora Ministro napolitano a Londra, lo avea gentilmente fornito di una lettera d'introduzione presso il capo del Ministero in Napoli. Egli consegnolla nei modi di uso il giorno dopo quello del suo arrivo in tal città. Si rivolse pure al Ministro inglese Sir W. Temple perché avesse la cortesia di procurargli la opportunità di porgere alla prima occasione i suoi umili omaggi al Sovrano, Nessuna occasione di tal genere si, presentò

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per lo spazio di parecchie settimane >(pag. 8). Ma in questo mezzo informato della condizione delle cose, che poscia si è studiato descrivere, e colpito di quanto vedea succedere, ne depose il pensiero. Al che si condusse tanto più volentieri dacché si era convinto che la malattia era profonda e dovea esser trattata con espedienti amichevoli e considerati si, ma di peso e di autorità assai diversa da quella ch'egli avrebbe potuto produrre con le sue mere rappresentanze >(pag. 8).

Lode sia alla nobiltà del carattere dell'onorevole Gladstone l'avere pur confessato ch'egli non si diede cura di vedere i Ministri, né d'inchinare il Re, e per conseguente egli non fece alcun passo onde richiamare l'attenzione del Governo sui pretesi orrori delle carceri, sulla crudeltà dei custodi, e ch'è più, sulla iniquità dei giudizii politici. Imperciocché se una parola sola avesse lasciato sfuggirsi, stando così dappresso, oh! come si sarebbe ricreduto di tutte le bugiarde notizie a lui pervenute, ed avrebbe forse toccato con mano che le favole narrategli nella sua dimora in Napoli non erano che parti d'inferma fantasia, o perfide esagerazioni di uomini di partito. Noi non sappiamo persuaderci come uno straniero di molta considerazione, appartenente ad una grande nazione amica del Governo delle due Sicilie, abbia tanto disdegnato di concorrere con la sua voce benevola a procurare l'alleviamento dei mali da lui deplorati.

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Poteva forse supporre che non sarebbe stato udito con interesse dall'augusto Principe, la cui pietà e clemenza i fatti eloquentemente dimostrano non meno ai suoi popoli che alle altre nazioni? Ma egli non ha del tutto torto: pensava che ben altro fosse il rimedio delle calamità da lui contemplate, propriamente quello di divulgarle pel mondo intero, e di richiamarvi sopra la generale riprovazione, come nelle sue lettere si esprime, specifico che non sappiam se sia più atto ad inacerbire o a sanare la malattia ove per disavventura esistesse. Fare onta ad una nazione nel primo sentimento, la umanità, onde i popoli inciviliti distinguonsi dai barbari; reputare che un Governo di cui è moderatore un Re giusto e pio, sia capace di tollerare atti crudeli verso gl'imputati politici, ed i suoi pubblici uffiziali sì abbietti o vili da deliziarsi in tali opere; sconoscere le storielle tradizioni onde la magistratura napoletana è stata sempre altrui di esempio, queste sono maniere ben poco acconce a curare una immaginaria malattia. Né possiamo noi persuaderci come gli stessi supposti infermi, se in loro non è ancora sopito ogni sentimento di un virtuoso amor di patria, non abbiano trattato da farnetico questo nuovo Esculapio, il quale, anziché guarirli, maledice all'onore del paese. Ma continui egli pure nelle sue salutari prescrizioni,


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che noi non vogliamo contendergli la palma di questa sua nuova scienza. Egli stesso ha detto che quando il tempo del regale ricevimento si avvicinava, chiese a Sir W. Temple il permesso di ritirare la dimanda che gli avea fatta; e sieno stati o no esatti i suoi giudizii, non fu di certo mosso da alcun senso d'iniverenza verso l'autorità costituita, né verso la Real persona. Egli non ebbe un tal sentimento sia verso la persona del Re, sia verso il suo Trono. Era ed è tuttavia suo fervente desiderio che quel Trono possa poggiare sulla verità e sulla giustizia >(pag. 8). Oh! questo sì ch'è santo e pietoso voto; ma sappia pur egli che cotal voto fu compiuto come prima l'Augusta Dinastia dei Borboni venne nel Reame delle due Sicilie. La storia, meglio che ogni altro, potrà far fede di questa proposizione. Dalle prammatiche di Carlo III.0, il vincitor di Velletri, sino agli ultimi decreti del glorioso Monarca che ora ne regge i destini, costantemente si vider la giustizia e la religione presedere a tutt'i provvedimenti governativi. Le voci di pochi dannati alla galera, delusi nella loro stolta ambizione, e magnificate per gli artifizii dei loro comproseliti, non potranno mai far dubbia ai suoi devoti popoli una verità che tuttodì veggono co' proprii occhi. Il perché sia pure lieto che il suo voto è per le due Sicilie un fatto compiuto, e che quivi è una verità pratica quel motto sì

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glorioso del grande avo dell'attuale Imperatore di Austria: Justitia regnorum fundamentum.

5.° - Or parrà che P autore dello Esame>, dopo la non breve introduzione, voglia entrare in materia. Oibò! egli ha ancora delle altre particolarità ad esporre quasi preliminari della sua opera; e noi volentieri il seguiremo, perché vogliamo spuntare questo fallace argomento del silenzio ch'egli in tutto il corso dell'Esame >obbietta contro la Rassegna degli errori e delle fallacie. >Fattosi alcun poco scrupolo della leggerezza con cui avea accennate tante menzogne, egli non dubita in questa nuova pubblicazione che abbiamo innanzi agli occhi di dire positivamente quali e quante delle allegazioni contenute nelle due lettere a Lord Aberdeen ha il debito di chiarire>, come e quante di esse siano seriamente confutate >(pag. 9). Si crederà agevolmente, egli aggiunge, che il tempo decorso dalla sua prima pubblicazione non è stato per lui infecondo di nuove informazioni, e senza introdurre nuovi capi di accusa>, è contento della conferma ch'essi hanno ricevuta, e sarà anche parco di nuove illustrazioni sulle accuse già fatte >meno ne' pochi casi ove sono state revocate in dubbio. Si asterrà volentieri dall'enumerare le accuse non confutate, poiché, secondo lui, le passioni sono già deste, né vuoi turbare la serenità del pubblico

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giudizio; >ma non può passarsi dal proclamare questa proposizione: ciò che non è stato contraddetto, è stato ammesso >(pag. 9).

Vi hanno dunque, per quel che dichiara lo stesso onorevole Gladstone, molte cose accennate equivocamente nelle sue lettere che meritano esser chiarite, e questo è non lieve omaggio alla verità. Altre sono seriamente confutate, segno che con molta leggerezza furono raccolte da persone corrive o di partito esaltato: altre da ultimo sono state condannate al silenzio. Ma il silenzio ha ben altre ragioni che, secondo noi, lo rendono più eloquente. L'asprezza del linguaggio serbato dall'autore nelle famose lettere, e la enormità della calunnia indignarono quanti hanno a cuore il decoro del proprio paese, dove tradizionale è la probità della magistratura, antica è la pietà del suo Governo. Mal poteasi tollerare che un libello di tal natura facesse il giro del mondo senza che si fossero pubblicati i fatti che vittoriosamente lo smentivano. La risposta quindi mirava allo scopo precipuo della scritta accusatrice, e se non scendeva in tutt'i particolari, non però li ammetteva. Fallace argomento in logica trarrebbe colui che dal silenzio volesse dedurre l'affermazione; ed in giurisprudenza non sarebbe argomento sicuro di acquiescenza, ma tutto al più darebbe luogo in certi casi ad una presunzione. Un causidico potrebbe

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forse vantaggiarsi in alcun modo della sottile argomentazione dello scrittore inglese, perocché innanzi ai tribunali conviene tutto cribrare, tutto discutere, nulla lasciare senza risposta. Ma un pubblicista che volesse alla maniera stessa difendere le sue opinioni, e ch'è più, le notizie false divulgate sui fatti altrui, muoverebbe a pietà. Basterebbe contrapporre alle molte menzogne pochi fatti veri, e dannare tutte le altre imposture al silenzio, cioè al disprezzo, come innanzi dicemmo. La pubblica opinione cui egli avrebbe fatto appello, verrebbe tosto a giudicare ch'egli erasi troppo grossolanamente ingannato, o che perfidamente si era abusata la sua buona fede per farlo servire d'istrumento a ree passioni. Due o tre dei più flagranti errori messi in luce avrebbero fatto ampia ammenda degli altri, su'quali non sarebbe stato mestieri soffermarsi o perché intuitivamente visibili, o perché in correlazione e dipendenza di altre calunnie già smascherate, o perché di origine manifestamente impura anzi invelenita. Oltre di che è fastidioso insozzar le carte di molte e vituperevoli impudenti calunnie quando il senno di qualunque uomo ragionevole può farne da sé giustizia senza molte parole.

CAPITOLO II

DISDETTE E CHIÒSE DEll'ONOREVOLE 6LADST0NE.

6.° - Compiuti i preamboli stemperati in molte paróle, tra le quali non ne mancano anche di riprovazione contro alcune persone che ne rimarrebbero offese se tali voci non fossero l'eco di gente disperata o raggiunta dalla mano della giustizia, entra lo scrittore in materia. E comincia dallo enumerare le dichiarazioni che la Rassegna >ha mostrate erronee, o ch'egli crede dover ritrattare.

In questa prima categoria lo scrittore pone quello ch'egli affermò della tortura probabilmente >data a Settembrini, uno dei condannati per la setta dell'Unità Italiana. >Egli reputa suo dovere disdire questa allegazione, sebbene pretenda che in ciò non sia stato contraddetto con una negazione solenne (pag. IO). Generosa è la ritrattazione, ma inesatto è il dire che la Rassegna >e gli altri difensori del Governo napolitano non abbiano oppugnata la favolosa invenzione '.

Riconosce di aver errato scrivendo che Settembrini era stato assoggettato a doppi ferri in vita, e confessa che

1 V. la pagina 51 della Rassegna.

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i ferri non aggravano colui ch'è dannato all'ergastolo (pagina 10).

Riconosce l'altro errore intorno alla destituzione di sei giudici in Reggio, ed emendando i suoi detti, afferma che tre furono destituiti, e tre cangiati di residenza (pag. IO) - L'emenda non è completa, ed il tempo trascorso che, come egli dice nella sua introduzione, non era stato infecondo di nuove notizie, avrebbe dovuto fargli conoscere che i tre giudici messi in attenzione di destino, con parte de' loro stipendii, e non destituiti, sono stati poi reintegrati iu magistratura, e gli altri tre semplicemente tramutati di una provincia all'altra, facoltà che il Governo ha sempre legittimamente esercitata con quella prudenza che si addice alla retta amministrazione della giustizia.

Crede anche un errore l'avere allegato che diciassette infermi furono uccisi nel bagno di Procida, allorché le milizie che n' erano alla custodia, dovettero fare uso delle loro armi per infrenare i ribellati servi di pena (pag. 10).

Ritratta anche la falsa notizia a lui pervenuta sulla sorte di coloro che, imputati per la setta dell'Unità Italiana>, furono assoluti dalla Gran Corte speciale di Napoli, ed ammette che i medesimi vennero messi in libertà dopo due soli giorni dalla decisione (pag. 10).

Questa è la somma delle ritrattazioni, troppo breve

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se si ponga a riscontro colla serie degli errori messi in veduta dalla Rassegna, >troppo grande per fare apprezzare all'universale che non si apponeva al vero chi scrivea in fronte alla stessa: errare, nescire, decipi et malum et turpe ducimus, >poiché l'autore medesimo delle lettere confessa di essere caduto in parecchi errori.

7.° - Alle ritrattazioni sieguono le chiose. Sebbene Settembrini non sia stato messo alla tortura, scrive il Gladstone, pure da questo istrumento non sempre rifugge la Polizia napolitana (pag. 11). Nel paese che fu culla dell'immortal Filangieri, dove la voce di lui si unì a quella di altri generosi contro questo avanzo della ignoranza e della barbarie di tempi remoti, comune ad altri popoli di Europa, può credersi praticata tanta crudeltà? Lo scrittore inglese lo afferma, e si appoggia ad un testimonio di autorità tanto irrecusabile quanta può attribuirsene alla famosa Protesta del popolo delle due Sicilie. >Nato questo libello, per chi noi sappia, da mente inferma, educata alle idee di Mazzini, ed elaborato in segreti conciliaboli da cospiratori abituali, d'altro non potrà far fede ai presenti ed ai venturi che delle inique trame con le quali si procurava irretire i popoli sotto la insidiosa idea delle riforme. >Ed un onorevole membro del Parlamento Britannico, appartenente, com'egli

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stesso professa, al gran partito conservatore, si fa scudo di un' opera ove la menzogna e la calunnia sono a larga mano seminate per promuovere il mal contento, ed eccitare i popoli alla ribellione?

Ma Settembrini è confinato con otto altri condannati in una camera sedici palmi quadrata, dalla quale non è permesso di mai uscire: uno di essi chiamasi Cajazzo uomo condannato per assassinio 49 anni fa, che si conta di avere in epoche diverse assassinato trentacinque persone! >(pag. 12) Non sappiamo donde lo scrittore abbia attinto queste notizie così degradanti la specie umana, e per questo stesso abbiamo orrore di supporre che possano trovarsi vere. Un uomo che per trentacinque volte si è lordato le mani di sangue umano debb'essere una iena, o qualche cosa di più mostruoso e feroce in natura. E le leggi sono cosi impotenti a raggiungerlo, quelle leggi che lo scrittore inglese non dubita di proclamare dure >e crudeli >in taluni casi? E non vi ha mezzo di segregare questo cannibale dal consorzio degli altri uomini, cui egli di continuo minaccia la vita? No, non è possibile ammettere queste supposizioni senza far violenza al buon senso; e non ci ha chi a tali favole non risponda col poeta filosofo

«Quodeumque ostendis mihi sic, Incredulus odi 1>»,

1 Q. Hor. Flac. de arte poet.

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8.° - L'onorevole Gladstone facea ammenda de' suoi errori intorno alla destituzione di taluni giudici di Reggio, come innanzi abbiamo veduto, ma per non darsi del tutto vinto, aggiunge una nuova accusa, sebbene egli abbia protestato di non volerne produrre delle altre, e bastargli di ribadire quelle già fatte. Vediamola.

// giudizio politico, >ei dice, chiamato quello dei pugnalatoti è stato di recente terminato in Napoli. La morte fu la requisitoria del Governo, ma le sentenze furono principalmente di bando. La capitale fu sorpresa dall'arditezza dei giudici, e ne avea ben ragione. D'allora in poi due di essi sono stati destituiti; ciò che debbe succedere, lo mostrerà il tempo avvenire. Ma ciò non fu tutto: il Governo ha di presente nominato una Commissione di revisione ad oggetto di correggere questa, mite sentenza! Io aggiungo a ciò che alla occasione di un altro recente processo, un ufiziale del potere esecutivo fu messo nella stanza dei giudici quando si riunivano a deliberare sulla causa >(pag. 12).

Questo brano dell'opera in disame riboccante di esagerazioni e di menzogne addimostra quanto sia ammirevole la solerzia e la lealtà degli onorevoli corrispondenti dello scrittore, la cui buona fede troppo impudentemente dai medesimi si è abusata.

Il Governo non fa requisitorie nei giudizii penali,

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ma è un magistrato col titolo di Procurator Generale del Re, il quale è destinato a sostenere le parti del fisco. Egli passando a rassegna le pruove raccolte in danno di un accusato, al cospetto del medesimo e del pubblico, e trovandolo reo del tale misfatto, addita alla Gran Corte criminale o speciale la legge da applicarsi, e ne dimanda la punizione. La Corte composta di sei o otto giudici, secondo che procede col rito ordinario o speciale, pronunzia quella decisione di condanna o assoluzione, che nel suo criterio morale crede emergere dalle prove discusse. La decisione cui accenna lo scrittore, pronunziava la condanna di cinque individui all'esilio perpetuo dal regno, e di uno alla reclusione, ed ordinava mettersi in libertà altri otto come quelli a di cui carico non tutt' i giudici avean trovato sufficienti elementi di reità. Cotal sentenza, per le notizie da noi raccolte, non fece quella impressione cui allude lo scrittore, che anzi dopo alquanti giorni venne religiosamente eseguita. É falso che due giudici sieno stati destituiti per la prefata causa, e Soltanto dicesi in Napoli che uno fu tramutato in altra Gran Corte, ed un altro restituito al ramo amministrativo. É del pari falso che il Governo abbia creata una Commissione per emendare la decisione. Forse nessun governo si pregia tanto di rispettare i giudicati quanto quello delle due Sicilie. Memorando in

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quel paese è il caso di una' iniqua decisione di un' alta Corte di giustizia a danno del Marchese di Villanova che veniva spogliato delle sue sostanze. Se ne fece ricorso al Re Ferdinando I. che allora sedeva sul trono; e quel saggio Monarca vedendo da un lato conculcato il diritto di quel suddito, e dall'altro ponderando ch'è d'interesse pubblico osservare i giudicati, comandò che di proprio si rifacesse il danno, ma che il giudicato religiosamente si eseguisse. Anche nei giudizii politici si è serbato l'egual rispetto per le sentenze che han favorito la condizione degl'imputati. Oltre gli esempi recenti, è degno di memoria quello intervenuto nella causa relativa alla famosa cospirazione di Monteforte del 1820. Il Re disapprovò le massime adottate dalla Corte Suprema di giustizia nella decisione del 14 gennaio 1822, ma volendo costantemente che si rispettasse il giudicato, >ne ordinò la esecuzione 1.

Di incredibile impudenza è l'altra favola riferita dallo scrittore sulla fede dei suoi corrispondenti - Un uffiziale del potere esecutivo nella stanza dei giudici! >quando, in quale giudizio, per qual modo, perché? Una così ardita invenzione non poteva essere rivestita di alcuna particolarità,

1 V. il Sovrano Rescritto dell'8 febbraio 1822 nel Giornale delle due Sicilie del 14 d.° n. 38.

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e men comportava qualsiasi dimostrazione; e però come parto d'inferma fantasia debb'essere rilegata nel mondo delle chimere.

CAPITOLO III

SORTE DEGL'IMPUTATI POLITICI ASSOLUTI, E SPEZIALMENTE DI TALUNI PRETI.

9.°-Le leggi e le Corti penali, >dice lo scrittore, sono fondate sul principio che gli uomini debbono trattarsi come innocenti sino a che non sono trovati rei, ed a fortiori debbono trattarsi come innocenti quando sono stati dichiarati tali >(pag. 43) - In Napoli ei suppone che si /verifichi il contrario, perocché una sentenza o decisione favorevole all'accusato rade volte può stabilire la sua innocenza. Tutto quello che può sperarsi da una Corte è la dichiarazione di non essersi trovate sufficienti pruove di reità, e l'accusato ricade nella categoria delle persone sospette, ed è detenuto in prigione a discrezione della Polizia (pag. 13).

Il censore in questa sua pubblicazione, come nella precedente, da pruova della sua perfetta conoscenza delle leggi delle due Sicilie. La Rassegna >non inutilmente avea messo in luce uno schizzo del sistema delle leggi di

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procedimento penale, per le quali voglionsi distinguere tre periodi diversi, quello cioè d'imprigionamento del prevenuto di un reato, quello di sottoposizione ad accusa, e l'ultimo di pubblica discussione delle pruove. Nel primo stadio, senza la flagranza del reato, o la raccolta de' gl'indizii di colpabilità, non può procedersi all'arresto di alcun individuo. Nel secondo, ove le pruove siano già complete sotto il doppio rapporto del genere e della specie, l'imputato è sottoposto all'accusa. Nel terzo ed ultimo stadio si passa alla condanna o all'assoluzione del reo dopo la solenne e pubblica discussione delle pruove, nella quale intervengono così l'accusato che i suoi difensori ed il pubblico, senza eccezione alcuna. Or non debbe sembrare un paradosso quanto afferma lo scrittore, affatto ignaro della saggezza ed umanità delle leggi napolitane? Potrà un innocente per un inesplicabile concorso di circostanze, gemere alcun tempo nelle prigioni, ma questo caso è ben raro, che le statistiche penali non forniscono esempi, dacché si è introdotta la pubblicità dei giudizii, di alcun uomo che sia stato trovato incolpevole del reato attribuitogli, ed in pari tempo di vita irreprensibile integer vitae scelerisque purus. >Oltre di che se pongasi mente alle formole terminative delle decisioni delle Corti penali di Napoli, vedrassi apertamente come il caso dell'assoluta innocenza ricorre assai rade volte.

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La sentenza di condanna è espressa colla formola - consta >(liquet) che Tizio abbia commesso il tal reato, >e per conseguenza è condannato alla pena, a modo di dire, dei ferri. L'assoluzione ha una doppia formola, l'una fondata sulla insufficienza delle pruove e sul dubbio che le medesime promuovono, ed esprimesi così - non consta >(non liquet) che Caio sia colpevole di attentato alla sicurezza interna; >l'altra formola derivante dacché le pruove non pure sono insufficienti alla dimostrazione della reità, ma tutte ponderate, anche quelle fornite dall'accusato, ingenerano la certezza della sua incolpabilità, ed è questa - consta che Caio non abbia commesso il reato suddetto 1.

Dalla diversità di siffatte formole terminative discende come conseguenza legittima che colui il quale riporta la dichiarazione del consta che non, >cioè d'innocenza assoluta, rientra nella condizion primiera, e nessuna macchia rimane su lui impressa; che anzi la legge lo soccorre, ed ove per altrui calunnia sia stato tratto in giudizio, egli può darne querela. Quegli per lo contrario che, per la dubbiezza delle pruove, ottiene la dichiarazione del non constare >della sua reità, non è, né può esser considerato come innocente. Le leggi stesse in

1 V. l'ari. 277 LL. di proc. pen. del Codice delle due Sicilie.

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questo caso mettono in balia della Corte giudicatrice di accordargli la libertà provvisoria, ovvero di ritenerlo in carcere sino a che non si raccolga una più ampia istruzione 1. Non fìa dunque maraviglia se la Polizia, istituita non meno per la prevenzione dei reati che per lo scoprimento di quelli avvenuti, prenda nota di un tale individuo, e lo tenga a sua disposizione per breve altro tempo sino a che non si accerti ch'egli, rientrando nel social consorzio, non venga novellamente a turbare la pubblica tranquillità, se politico agitatore, o ad attentare all'altrui proprietà, se ladro. Sono queste le due classi di delinquenti che più delle altre sia pel numero, sia per l'audacia, sia pel danno che arrecano alla società, richiamano a preferenza le vigili cure dell'autorità pubblica.

10.° - Che se tali sono le prescrizioni generali del codice penale delle due Sicilie, le quali non debbono ignorarsi da chi voglia farsi a scrivere di cotal Reame, che dirà il nuovo Aristarco quando saprà che per una espressa legge è dato alla Polizia ritenere a sua disposizione gl'individui già giudicati dalle Corti? 2 Della

1 Art. 280 LL. dì proc: pen: del Codice testè citato.

2 V. gli ari. ii e 12 del Regolamento del 24 maggio 1826, ed il Sovrano rescritto del 26 settembre 1850.

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qual facoltà gli specchi dei detenuti politici pubblicati dalla Rassegna >han mostrato con quanta temperanza abbia fatto uso il Direttore della Polizia generale sig. Commendator Peccheneda, cosicché tra i molti sottoposti a giudizio, ben pochi degli assoluti sono stati per alcun tempo trattenuti. E ci è grato l'apprendere che ultimamente la clemenza dell'augusto Principe di loro prendevasi cura, e comandava che per ciascuna provincia una Commessione, composta dell'Intendente, del Comandante militare e del Procurator generale, dasse avviso sulla sorte dei prigioni tutti a disposizione della Polizia. Per siffatto umanissimo provvedimento sono stati restituiti alla libertà quasi tutti quelli che al tempo della pubblicazione della Rassegna >(agosto 1851) erano in carcere 1.

1 Dei pochi che rimangono tuttavia in carcere a disposizione della Polizia, ci piace pubblicare il seguente specchietto, che abbiamo ragione a credere sia stato compilato nel decorso aprile su di positive notizie.

Napoli 31 Lecce 1

Caserta 1 Cosenza 14

Salerno 20 Catanzaro »

Avellino » Reggio7

Campobasso 1 Aquila14

Potenza 1 Teramo»

Foggia 2 Chieti1

BariTotale94

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Declami pure a suo talento la demagogia, che già si sa com'essa procede colla calunnia sulle labbra, e col pugnale ascoso, sino a che non è ridotta al silenzio, ed alla impotenza di cospirare. E però il censore del Governo napolitano non si mostri molto tenero delle subdole suggestioni di essa, e sdegni di rimescolare accuse già stantìe, cui niuno farebbe più attenzione. Che s'egli non dubita di associarsi ai pochi detrattori del personaggio poc'anzi mentovato, e lo pone al pari di un altro (pag. 9) bisogna dire che si rende l'eco inconsapevole di biechi divisamenti, e della tristizia degli sciagurati raggiunti dall'antiveggenza e dalla fermezza di lui. Il Peccheneda in ciò ha avuto il torto di secondare le alte vedute del Monarca nel restaurare l'ordine e la calma in quel paese; ma a questo titolo non infamia, >secondo la ributtante espressione dell'autore, ma gloria duratura si ha egli acquistato presso l'immensa maggioranza de' buoni.

11.0- Ma gli esempi di supposta illegalità non mancano, ed eccone uno assai specioso raccolto dall'autore dell'Esame >con quella esattezza ch'è propria di tutte le sue notizie. Nel mese di novembre ultimo stavano nelle prigioni di S. Francesco a Napoli diciassette preti, fra cui parecchi rivestiti di dignità ecclesiastiche o professori... Cinque di essi erano stati giudicati; gli altri dodici

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stavano nelle mani della Polizia senza processo, ed uno o due di essi soltanto, a quanto ei crede, erano stati accusati >(pag. 14). Il perché deplorando la sorte di costoro, molto si duole specialmente per uno che secondo lui avea espiata la pena ed era ancor tenuto in carcere, e per tre altri che quantunque assoluti dalla Gran Corte criminale, non aveano ancora riacquistato la loro libertà. Peccato che l'umanitario scrittore, il quale tutto sa di quanto si passa nelle più recondite prigioni napolitane, non addita i nomi di cotali preti, che più agevole ci sarebbe stato venire in cognizione della loro sorte; ma questa favola non ha neppure il velame de' particolari onde poterlasi accreditare, ed è superfluo altro dirne dopo che si è addimostrato in qual modo si proceda all'imprigionamento di alcuno imputato, e come lo si renda alla libertà. Possiamo però affermare per le notizie avute che niuna dignità ecclesiastica, e nessun professore appartenente al Clero di qualsiasi diocesi del regno ha mai onorato le prigioni di S. Francesco, tranne un Arciprete che fu condannato nella causa della setta l'Unità Italiana. >Gli altri, semplici sacerdoti o frati, che in piccolissimo numero si sono trovati involti nel turbine politico, non erano poi di vita così pura come si addice a coloro che si consacrano a Dio, e taluni dei frati aveano tempo innanzi abbandonato il chiostro, indizio non lieve di animo

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irrequieto, ed amatore di novità funeste al riposo de' popoli. Ma siffatti preti sono chiusi, >prosegue a dire il Gladstone, in una prigione ad uso di ospedale a vantaggio naturalmente della loro salute, >e ricevono ben poco pel loro vitto, avendo il dolore di vivere in un luogo ove sono detenuti de' fanciulli senza cura né disciplina >a cagione di lievi delitti (pag. 15). In un paese eminentemente cattolico, dove non si hanno a deplorare i casi intervenuti in oltraggio de' ministri del santuario e de' loro sacri riti in una regione italianissima>, il Governo si è in ogni tempo mostrato zelante dell'onore della dignità sacerdotale, anche quando sventuratamente ha dovuto far giudicare quelli che ne sono rivestiti. L'onorevole censore, ch'entra in tanti minuti particolari, trasmessigli senza dubbio da uomini aborrenti del vero e del giusto, ignora o finge ignorare quanto gli usi e le leggi concorrano a rispettare anche nel delitto il carattere ecclesiastico, il che non sapremmo dire se si osservi nelle nazioni che diconsi più incivilite 2. Una località separata

1 Con qual diversa misura si giudicano le cose altrui che le proprie!

Nel rapporto del Lord Alto Commissario >delle Isole Ionie Sir E. F. Ward, in proposito delle turbolenze colà avvenute, leggesi a pag. 68 quanto siegue.

«Il Prete Panagli! Gousi ha ricevuto trentasei colpi di frusta alla


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dalle altre, e ch'è meno una prigione quanto un antico monastero, in apposite e separate stanze, accoglie quegli ecclesiastici onde la giustizia si è impossessata. Un trattamento particolare è per essi stabilito, e quando occorre trasferirli alla presenza dei giudici, delle carrozze chiuse loro si apprestano onde torre lo scandalo al pubblico che ministri del Dio di pace, seguaci della più pura morale, siensi addimostrati autori di atti sediziosi o di altri reati. Le decisioni medesime che intervengono nei giudizii a loro carico, quando in casi ben rari pronunziino la condanna all'ultimo supplizio, non si eseguono se pria una Commissione non ne esamini la giustizia, e non si faccia precedere la degradazione ecclesiastica 1. Per altro niuna sentenza capitale è stata profferita nei processi politici contro alcuno ecclesiastico dal 1848 in poi, e quelle che adducono la pena dei ferri non si eseguono, secondo praticasi per gli altri condannati, perché i sacerdoti non trascinano catene né sostengono

presenza de' suoi parrocchiani per essersi reso colpevole di una «condona equivoca, di falsità e negligenza nello adempimento de' suoi doveri. Il Preite Giovanni Copuiaii, Parroco di Chiamata, ha ricevuto dodici colpi di frusta per aver parlalo ai prigionieri, e >per aver diverse volle ricusato d'imporre silenzio» -Civiltà Cattolica an. 3 vol. 8 p. 109 - gennaio 1852.

1 V. la legge del 30 sett. 1839 pi Reame delle due Sicilie.

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ceppi, ma liberi si rimangono nel luogo di pena come prigionieri anziché dannati ai ferri duri.

Né mancano ai preti conforti ed alleviamenti nel tempo della loro prigionia. Sono racconsolati dalle visite non pure dei loro parenti ed amici, ma dagli altri ecclesiastici e religiosi sia regolari che secolari, tra i quali parecchi si mostrano loro co'fatti anziché con le parole informati di quello spirito di carità evangelica, ch'è il fondamento di nostra augusta religione. Vi ha in Napoli una pia Congregazione, la quale in ciascun mese appresta un lauto pranzo a' sacerdoti detenuti. I giornali ci hanno informato che quello ultimamente loro dato fu da' medesimi goduto con grata e riconoscente gioia, talché taluni di essi allietarono il pietoso convito d'improvvisi e geniali versi. Sia questa la più bella risposta agli elegiaci lamenti dello scrittore di oltremare!

CAPITOLO IV

PROCESSO DEGLI AVVENIMENTI DEL 15 MAGGIO: PRETESA AMNISTIA: CAGIONI DEL RITARDO DEL GIUDIZIO.

Infandum, regina, jubes renovare dolorem. Aeneid. II. Virg.

12.° - Così diceva il pietoso Enea, e noi il ripetiamo con le voci stesse toccando di questa pubblica calamità (il 15 maggio 1848) alla quale la dissennatezza, l'audacia, ed il delirio insanabile dei faziosi condusse la città di Napoli. Questo clamoroso e tragico avvenimento ha esercitato le penne di molti, taluni descrivendone i particolari, ed altri procurando investigarne le cagioni, onde chi volesse esserne appieno istruito, non avrebbe che a consultare gli scrittori imparziali, e quei giornali che non furono inspirati dalla demagogia, sconfitta in quella fatale giornata dal valore delle regie milizie 1. Ben sappiamo che

1 In sino a quel di (15 maggio) le sorti della europea demagogia montavano di vittoria in vittoria fin presso all'apice di trionfo

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parecchi libercoli han travisati i fatti che precederono ed accompagnarono la miseranda catastrofe, ma gli autori di essi, che furono ad un tempo terribili attori di quelle luttuose scene, son troppo noti, e ben però sospetti per elevarsi a storici indifferenti. Loro grava sul cuore la disperata memoria delle sciagure che la loro ambizione e cupidigia riversò su tante famiglie: gli agita e commuove la vergogna della patita sconfitta, e li riscalda ed infiamma la furia della vendetta. Con tali disposizioni si può scrivere un romanzo de' più fantastici e bizzarri, una poesia infernale, ma non una storia sincera e spassionata. Non è questo il luogo di narrare le cagioni e le circostanze di tanta calamità, e men di additare alla pubblica esecrazione coloro che o colle arti della più raffinata simulazione, o con pratiche tenebrose, o svelatamente coll'audacia e colla forza materiale cangiarono una città preparata a festa in un lacrimevole teatro di guerra civile, di tutto e di sangue. L'onorevole Gladstone non si versa

universale. Le barricale erano infino allora invitte. Era opra d'eroi il mostrare la prima volta all'Europa spaventala che le barricate eran vincibili, e colla rovina di esse aprir la frana per cui sulla Senna, e sulla Sprea, e su) Danubio, e sull'Olona, e sul Reno di precipizio in precipizio la demagogica fortuna avvallò fin presso il baratro del nulla - Grossi - Orazione funebre del Maresciallo di campo Stockalper-Napoli >- Stamperia del Fibreno >-1832.

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su questa parte d'istoria contemporanea, e noi che ci siamo proposti di seguirlo nella disamina della sua nuova pubblicazione, non vogliamo frammettervi una narrazione ben degna di opera non breve. Di una sola considerazione non possiamo dispensarci, ed è questa. Noi affermiamo, e forse un giorno il dimostreremo, che in quei medesimi libelli scritti per adombrare la verità del fatto, un critico troverebbe ampia materia da confutarli mercé gli argomenti stessi che vi si maneggiano, mercé talune confessioni non si sa come venute fuori a confonderne gli autori, e ch'è più, mercé certi documenti, che pubblicati da essi medesimi nella foga della disperazione e della vendetta, e nei primi momenti della loro vergognosa fuga dalla terra natia, sono la migliore dimostrazione delle tremende loro macchinazioni contro il potere costituito, e l'ordine sociale. Ma proseguiamo il corso dell'opera che ci siamo proposti di esaminare.

13.° - L' autore perviene alla seconda parte del suo Esame, >e tocca delle cose in cui la Rassegna degli errori e delle fallacie >ha combattuto le sue accuse senza ch'egli trovi ragione da recederne. Cosi egli crede potere tuttavia sostenere che nel giudizio concernente gli avvenimenti del 15 maggio, il numero degli accusati sia da quattro a cinquecento, e per rifermare

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una tal proposizione ragiona in modo da maravigliare chiunque conosce il rango distinto, ed il merito letterario di cosiffatto scrittore. Concede che 46 individui, e non 37, secondo annunziava la Rassegna>, sono stati sottoposti a giudizio pei fatti di Napoli, ma pretende che due altri simili giudizii per quelli delle provincie di Salerno e di Terra di Lavoro siensi in pari tempo istituiti, il primo dei quali includeva 54 persone, il secondo 46. - Così dunque >(ei scrive) la cifra di 37 è ad un tratto elevata a 146 persone, ma questa è assai al di sotto di quella da lui allegata; che cosa dunque è avvenuto del resto? Un centinaio >(ei prosegue) fu compreso in altri processi che si fanno nelle provincie, ed egli ha presenti gli atti di accusa e le requisitone della causa di cui si discorre, onde appare che il numero delle persone che sono dal Procurator generale implicate nel processo è di 326. In tal guisa si ha la cifra di 426, la quale sembra bene garentire la sua asserzione che il numero degli accusati era fra quattro o cinquecento. Ma neanche questo è il limite, poiché >(nelle requisitorie) sono giudiziosamente aggiunte al novero degl'imputati le seguenti parole: INSIEME CON ALTRI NON ANCORA ABBASTANZA BEN CONOSCIUTI! ( >pag. 16.)

Già si scorge dalla esposizione stessa delle parole dell'autore quanto studio ei ponga per riuscire vittorioso nella sua intrapresa, e com'egli faccia sforzi d'ingegno

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e ricorra a dei sofismi per sostenersi nella sua posizione. Non è piccola soddisfazione per chi propugna la verità il ridurre a sì disperato partito l'autore di un libello: egli è propriamente averlo colpito nel segno, per dirla colle stesse sue parole: Nelle lettere al Conte Aberdeen egli affermava che nella sola Napoli parecchie centinaia d'individui sono in questo momento accusati di delitto capitale, e che quando egli lasciò quella città, si credeva imminente un processo (detto quello del 15 maggio) in cui il numero degli accusati era fra i quattro o cinquecento 1>. L'autore della Rassegna >lo confutava dimostrando che gli accusati per gli avvenimenti del 15 maggio non erano più che trentasette, perocché non più che tanti la Gran Corte speciale di Napoli con decisione dell'11 luglio 1851 ne traducea in giudizio, quantunque il Procurator generale ne avesse accusato 46. A quei 37 conviene aggiungerne due altri, i quali per posteriore decisione del 18 settembre dello stesso anno venivano accusati dei medesimi reati. Gli speciosi argomenti opposti recentemente dall'onorevole Gladstone per servir di puntello al suo assunto contraddicono alle primiere sue dichiarazioni. Egli ragionava di un processo >che al suo

1 V. la prima lettera dell'11 luglio 1851 sul principio là dove trattasi del numero dei detenuti politici.

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partir da Napoli si credeva imminente (detto quello del 15 maggio) in cui il numero degli accusati era fra quattro o cinquecento. >Dunque non han che fare gl'imputati de'fatti criminosi avvenuti in Terra di Lavoro ed in Salerno, comechè in correlazione cospirativa con quelli di Napoli. Egli quindi ha rinnegato le stesse parole della famosa sua lettera per procacciarsi una giustificazione.

Oltre di che né 54 furono gli accusati di Salerno, né 46 quelli di Terra di Lavoro, ma 41 i primi, 28 i secondi. Dei quali i giudizii a questi giorni compiutisi han dato i seguenti risultamenti. La Gran Corte speciale di Salerno ne ha condannati quattro ali'ultimo supplizio, cui il Re generosamente ha commutato in altre pene, 45 a' ferri con diversa misura di tempo, e 22 ne ha messo in libertà. La G. Corte speciale di Terra di Lavoro ne ha condannati 16 ai ferri con varia proporzione in quanto alla durata, e 12 ne ha messi in libertà provvisoria. Cosi in due cause decise l'una in gennaio e l'altra in marzo del volgente anno, sono stati sopra 69 giudicabili 34 messi in libertà, effetto senza dubbio di quella iniquità di giudizii, di quella intimidazione >e schiavitù >della magistratura, della quale mena tanto scalpore lo scrittore inglese! Oh se nell'Irlanda, nel Ceilan, e nelle Isole Ionie si fosse serbata l'eguale giudicatura, forse non si sarebbe deplorata tanta severità, né

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tante esecuzioni capitali avrebbero contristato quelle contrade! f

14.°-Né meglio istruito dei fatti e delle leggi mostrasi lo scrittore inglese quando dice che il numero delle persone accusate, secondo gli atti e le requisitorie del Procurator generale, ascenda a 326, mentre questa cifra addita tutti coloro che sono nella rubrica del processo, oltre i molti altri non bene liquidati cui accennano le parole della requisitoria innanzi riferite. Tra' quali soli 37 dapprima, e poscia altri due sono stati accusati e tradotti a pubblico dibattimento, che incominciato sin dal 9 dicembre del caduto anno, è tuttavia pendente. Vi ha gran differenza tra imputato >ed accusato, >secondo il codice penale delle Due Sicilie a, e io scrittore non debbe con

1 Sedata l'insurrezione di Cefalonia, Sir Ward Lord Alto Commissario inviava a Lord Palmerston il rapporto di ciò che egli ed i suoi agenti aveano colà operalo: eccone un brano (pag. 69) che mostra la mitezza di quei giudizii!

«Troverà qui annessa la lista di 21 sentenze di morte, le quali sono state tutte eseguile. Sedici altre sono state commutate in pene meno dure. Oltre a ciò 17 case sono state incendiate, non per vendetta, ma per misura di Polizia!!!

Dalla Civiltà Cattolica an. 3 voi. 8.° pag. 109 - gennaio 1852.

2 V. la Rassegna degli errori e delle fallacie >pag. 17 e seguenti.

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fondere queste due qualità ben diverse se vuoi dirittamente parlare delle cose altrui.

Ma furono trentanove solamente quei che presero parte o col consiglio o colla opera agli eccessi, ed allo eccidio di quella luttuosa giornata, oltre gli altri cinquanta individui contro i quali si è incominciato il giudizio in contumacia? Oh quanto l'onorevole Gladstone dovrebb'esser lieto che cosi fosse., e non arrovellarsi e fantasticare per sostenere che un numero maggiore gema sotto l'ansia di un capitale ed inappellabile giudizio! Oltre i 326 individui indiziati nei molti e molti volumi compilatisi per questo deplorabile avvenimento, ben altri 600 ve ne furono che, fatti prigionieri in quel giorno dalle milizie per le case lungo le strade del conflitto, avrebbero incontrato un miserando destino se la clemenza del Re non li avesse salvati in que' supremi momenti di sdegno e di risentimento, e fatti mettere in libertà. A costoro accennano quelle parole delle requisitorie che l'autore trova giudiziosamente aggiunte, >e che ad onore della umanità celano un grande atto di pietà e di prudenza civile 1.

1 Six cents rebelles avaient été faits prisonniers; on les mit sur une frégate dans le port; ils s'attendaient à être jugés, et fusillés. Le Roi Ferdinand leur fit non seulement grâce de la vie, mais leur rendit la liberté. - L'Italie Rouge par le V. d'Arlincourt p. 246.

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15.°- Compiuta la non breve disquisizione sul numero degli accusati per gli avvenimenti del 15 maggio, lo scrittore pone in veduta come tutti quelli messi in rubrica al numero di 326 sieno stati disbrigati in giustizia nel mese di giugno del caduto anno.

Le carte contro di essi ammontavano a 227 volumi; >segno direm noi che non alla cieca, ma con maturità, se riguardasi il tempo decorso, fu compilata la istruzione. Fu trovato necessario senza dubbio di ridurre il numero delle persone da includersi in unico giudizio; >ragione che se avesse determinato la Gran Corte speciale, non cesserebbe di essere stata utile a molti altri che avrebbero diviso la trista sorte dei compagni. Il Procurator generale dimandò che la Corte incominciasse immantinenti il giudizio per 46 imputati presenti, ed il procedimento per 50 contumaci; desse mandati di arresto contro tre persone, ordinasse ulteriore esame e continuazione della causa per due categorie d'imputali, una di 29, e l'altra di 57; sospendesse le procedure per due altre categorie una di 59 e l'altra di 75; rinviasse due imputati ai giudici locali, estinguesse il procedimento per tre ch'eran morti, e dichiarasse in rispetto a due che non vi era luogo a procedere contro di essi. Queste dimande furono votate dai giudici con alcune variazioni di poco rilievo et. >(pag. 16).

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Noi non vogliamo entrare con lo scrittore in alcuni particolari di poco momento, ch'ei nota sul proposito dei provvedimenti adottati per taluni individui nel giudizio di cui trattasi; perocché sono di pubblica ragione cosi le requisitorie del Procurator generale che le decisioni della Gran Corte, e gli arresti della Corte suprema di giustizia raccolti in un volume, che può ben consultarsi da chi brama addentrarsi in tale disamina, e convincersi con quanta religiosità siasi proceduto. Se non che non possiamo dispensarci dal notare che tanta pubblicità di atti non ha riscontro nel passato della storia napoletana, e forse di altri paesi, ed appresta non lieve argomento d'imparzialità e rettitudine di giudizii. In un Reame ove si promuovono di tali pubblicazioni in fatto di reati di lesa Maestà, che per lo addietro trattavansi con molte riserve ed innanzi a tribunali eccezionali, o commissioni militari, egli è segno che siensi fatti notevoli progressi nell'amministrazione della giustizia, e che nel caso speciale le pruove della reità dei giudicabili non isdegnano la luce del giorno, e voglionsi mostrare ai pubblico non meno a correggimento dei tristi che a far testimonio della santità delle procedure giudiziali.

16.° - Ma tutti questi uomini >(ei ripiglia) accusati per gli avvenimenti del 15 maggio 1848, aveano già ricevuto un'amnistia per quegli atti

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solennemente pubblicata il 24 di quel mese, ma dopo dichiarata nulla da Navarra e da' suoi colleghi! (pag. 16).

Che l'onorevole Gladstone voglia spacciare che il Governo napoletano abbia composto la Corte (1.a Camera) di una maggioranza di giudici, sul rigore dei quali può contare >(pag. 18), può supporsi che vi sia stato scaltramente indotto da uomini perduti e nemici della gloria del proprio paese, o che sia caduto in tale erronea opinione per ignoranza delle qualità morali di quei magistrati, e delle sentenze di assoluzione che i medesimi anche in materia politica han profferito al pari delle condanne. Ma che un pubblicista, un rispettabile membro del Parlamento Inglese parli di amnistia, e la creda annullata dai giudici, questo è supporre un inaudito fenomeno che cioè la magistratura si renda arbitra degli atti più benigni del Governo, della gemma più preziosa della corona di un Monarca, qual'è la clemenza.

Un'amnistia generale pe' fatti criminosi del 15 maggio, secondo le leggi delle due Sicilie, non poteva essere annunziata che con un Decreto Sovrano f; ma né Decreto né Rescritto, né qualsivoglia atto fu mai emanato. L'amnistia nacque nella mente inferma dell'accusato Iacovelli,

1 V. l'art. 635 e scg. LL. di proc. pen. del Codice delle due Sicilie.

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il quale premuroso della sua salvezza, poiché dicesi dai suoi accusatori che avesse preso parte nel conflitto e che vi fosse stato ferito, e non mancando d'ingegnosi trovati proprii d'un forense, venne un bel mattino innanzi alla Gran Corte speciale con una copia alle mani di un Rescritto di grazia. I giudici stupirono dell'insolita audacia, ma non vollero negare in materia di tanta importanza i provvedimenti per la ricerca dell'invocata amnistia. Il Ministro di grazia e giustizia Sig. Cav. Longobardi, ben conto per la luminosa carriera percorsa in magistratura ed in altri eminenti uffizii, si diede tutta la cura di prender conto dell'affare dal Ministro di guerra e marina, dal quale asseriva il Iacovelli che il Rescritto era stato sottoscritto. Il personaggio cui è confidato tal portafoglio, Sig. Principe d'Ischitella, del quale non vi ha chi non apprezzi l'animo nobile, il carattere leale ed il valor militare, rispose così: io non ho memoria che vi sia stato un Sovrano Rescritto di Grazia, e molto meno che io vi abbia apposto la mia sottoscrizione, siccome ha asserito l'imputato Jacovelli. Quello che però è certo si è che in questo Real Ministero non è siffatto Rescritto depositato >r.

1 V. le Ministeriali del 9 luglio e 6 agosto 1851 trascritte in piedi della decisione di ammessione di accusa - Requisitorie ed atti di

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Or vedi nuova dialettica degna di un filosofo poligonale, >e di uno scrittore umanitario: aggiustar fede alle gratuite asserzioni di un accusato troppo interessato a salvare il capo con ogni maniera di argomenti supposti, bugiardi o cavillosi, fare poi lo scettico, o fingere d'ignorare quel che un gentiluomo, un Ministro di lealtà senza pari e di fama europea, ha detto # chiarimento del vero!

47.° - Ma a che disputare di amnistia, e cavillare sulla magnanimità del Re che volle risparmiata la vita di coloro che nel conflitto caddero nelle mani dei suoi soldati, se vi ha un documento storico che ne respinge affatto la idea? La guerra civile combattuta nelle vie della capitale reclamò espedienti straordinarii per la pubblica salvezza. Tale si fu la dichiarazione dello stato di assedio, che al paragone di altre città di Europa ebbe breve durata in Napoli, e non addusse seco alcuno dei rigori altrove, provati, e neppure il bisogno di punizioni inusitate, e men di giudizii statarii, di deportazioni in massa e di patiboli. Uno però de'primi atti dello stato di assedio fu quell'ordinanza del Generale Comandante la Piazza di Napoli del 17 dello stesso mese di maggio 1848, con la quale

accusa nella causa degli avvenimenti politici del 15 maggio 1848- >Napoli- Stamperia del Fibreno (pag. 141).

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nominavasi una Commissione temporanea di pubblica sicurezza >per investigare sulle cagioni che aveano preparato ed ingenerato quella miseranda catastrofe, e per discoprirne gli autori e i complici. Furono membri di tal Gommessione il Direttore di Polizia di quel tempo Signor Abatemarco che vi presedeva, due ragguardevoli magistrati, ed altri funzionarii. Essa dette opera al geloso uffizio, raccogliendo le prime nozioni di tanta calamità, e fu sollecita in udire parecchi dei già deputati, i quali quantunque presenti alle tempestose discussioni intorno alla formola del giuramento da pronunziarsi nella inaugurazione delle camere legislative, si tennero lungi dal partecipare alle idee ed alle pratiche criminose di quei loro colleghi, che il Gladstone medesimo non dubita di qualificare come decisi repubblicani. >Gli onesti deputati palesando quanto erasi passato nei giorni 13 e 14, e nella notte tra questo dì ed il vegnente, e nel funestissimo 15 di maggio, fornirono pruove irrecusabili della esaltazione e del delirio ond'erano invasi coloro che, dentro e fuori di quell'adunanza, avean risoluto di apportare una funesta mutazione allo stato, provocando la guerra civile. Essi medesimi fecero bella e non sospetta testimonianza della magnanimità di un Re, il quale per salvare una seconda volta il paese da maggiori calamità pubbliche (la prima volta fu il 29 gennaio) accondiscen

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deva che le camere si aprissero aggiornandosi la pronunziazione del giuramento. Il saggio Monarca toglieva così di mezzo la quistione elevatasi sulla formola di tale atto, credendo in cuor suo di spegnere il fuoco della sedizione che ascosamente covava; ma ne rimase deluso, che i nuovi rigeneratori voleano ad ogni costo divampasse d'ire cittadine e di guerra fratricida non pure la città capo del reame, ma il paese intero, purché potessero innalzarsi sulle fumanti ruine della società. Iddio stornò i loro empi disegni!

La Commissione innanzi mentovata, in tempi non calmi anzi torbidi, quali correano dopo il 15 maggio e per le due Sicilie, e per molti altri paesi di Europa, ricercava le fila del gran processo che altre mani doveano portare al suo compimento; ed a niuno veniva in mente di opporre l'amnistia, di cui ha poi favoleggiato l'accusato Iacovelli. E pure le occasioni succedevansi propizie: le Calabrie erano agitate, anzi teatro di scontri e di conflitti tra le milizie del Governo ed i faziosi, e la Sicilia non riconquistata; le turbolenze degli altri stati d'Italia teneano ancor viva l'audacia e le speranze dei demagoghi, e la stampa dava opera a pubblicare ogni più strano loro concetto. Ma, mirabile a dirsi! niuno ebbe animo di scrivere e men di parlare di alcuna amnistìa pei fatti del 15 maggio; ed era riserbato all'ingegno fecondo dell'umanitario scrittore inglese affermare,

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senz'alcuna perplessità, che Navarra ed i suoi colleghi l'avean dichiarata nulla. >Però innanzi alle camere legislative apertesi nel 1° luglio, dove nulla di quanto avvenne non ebbe l'onore di una inchiesta, non elevossi una voce sola di violata amnistia tuttocchè la Commessione avesse intrapreso il processo di quei fatti criminosi.

18.° - Ma cotal processo, iniziato quando la impressione del doloroso avvenimento era profonda e generale, perché sì tardi viene alla. luce del pubblico giudizio? Taluni giornali faceano presso a poco una tale domanda quando lamentavano la sorte degl'imputati politici di Napoli, i quali da lungo tempo, com'essi pretendono, gemono nelle prigioni senza essere giudicati. Noi d*altra parte leggevamo nello scorso anno doglianze di periodici, che già si sa con quale intendimento patrocinano la causa dell'umanità, i quali menavano scalpore perché nel giudicarsi degli associati alla setta denominata l'Unità Italiana,> per farsi presto, si era denegato lo esplicamento di una più larga difesa. E pure a quel giudizio avea dato opera la Gran Corte speciale di Napoli per ben otto mesi senza computare il tempo anteriore di oltre un anno impiegato ad istruire il processo; eppure 25 intere tornate erano state consacrate alle aringhe degli avvocati e degli accusati istessi.


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Questo è il far presto >alla maniera di coloro che voglion di tutto sentenziare, ed inveutan favole senza darsi pensiero dei fatti che vittoriosamente gli smentiscono. Or si va adagio, ma per negare la difesa, o per dar campo alla stessa di spaziarsi? Questo problema vorremmo che si disciogliesse, ma col lume della storia contemporanea, e colla impassibilità e freddezza di un onesto scrittore.

Pertanto se dai fatti vuolsi far derivare la soluzione del quesito, è facile darla. Incominciava la istruzione del processo del 15 maggio con le prime indagini raccolte pochi giorni dopo dalla Commessione di cui innanzi abbiam parlato. Trasmettevansi poscia gli atti alla Gran Corte criminale, la quale, tra gli altri provvedimenti adottati con decisione del 12 giugno di quell'anno, debitamente affidava la giudiziale istruzione al magistrato che in quel tempo vi présedeva. Al medesimo succedeva nel novembre dell'anno stesso un altro magistrato che della continuazione delle indagini era incaricato. Allora il processo prendeva le sue vaste proporzioni, proprie di un criminoso e straordinario avvenimento, ^che alla sua preparazione ed attuazione avea necessariamente richiesto il concorso morale e materiale di molti individui. Una parte dei principali attori del fatale dramma veniva per pruove dirette a rivelarsi alla giustizia, mentre altra serie più

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numerosa per indizii assai gravi non sottraevasi alle cure del diligente inquisitore Sig. Giudice Angelillo. Il quale destinato a Procurator generale della stessa Gran Corte nel marzo del 1849, trasmetteva al Presidente Navarra la bene intrapresa istruzione. Nuove inquisizioni nello scopo d'illustrare la verità faceansi da questo ultimo, e nuove pruove si raccoglievano comechè non risguardanti tutti coloro che avean dato mano a quegli attentati. I semi di altre investigazioni erano già in pronto, per le quali di molto sarebbesi slargata la serie dei colpevoli se la premura di giudicar della sorte di quelli già liquidati rei non avesse fatto desistere dalle ulteriori indagini. E pure vedi diligenza e religione dei diversi inquisitori in non piccol spazio di tempo! Ben dugentoventisette volumi, o in quel torno erano già compilati nel novembre del 1849. La sopravvenienza del giudizio intorno agli affiliati alla setta l'Unità Italiana, >che per Faudacia del tentativo avea richiamato la generale indignazione, rivolse ad essa le cure della Gran Corte, la quale se ne disbrigò insieme a molte altre cause politiche nel 1850, e nei primi mesi del 1851. E quando venne il tempo di versare sul processo mostro >parve, secondo noi pensiamo, a colui che dovea perseguire in giudizio i colpevoli, che bastasse tradurre ad un primo e tanto atteso pubblico dibattimento un piccol numero di essi tra quei che dalle prove erano

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più aggravati, e serbare il decidere sulla sorte degli altri a miglior tempo. É questa durezza, desio di prolungare le ansie e le sofferenze delle prigioni, ovvero temperanza di giudizii capitali, brama di rimuovere maggiori dolori, speranza forse di future indulgenze? Noi non sapremmo dire se cotal giudizio attuato appresso alla sconfitta della demagogia, al trionfo dell'ordine sull'anarchia, quando fur palesi i furori di questa e le trame di quella, avrebbe avvolto e trascinato sulla scranna dei rei migliaia d'individui, anziché soli 39, oltre i 50 assenti. La indignazione di una pacifica popolazione, che per loro colpa avea provato gli orrori della guerra civile, non li avrebbe neppure garantiti dai risentimenti di coloro che dolorose perdite patirono in quella miseranda catastrofe.

Sia dunque lode alla mitezza del Governo che disdegnò affrettare il giudizio in momenti di somma esaltazione; lode alla magistratura che con pacatezza ne diresse la istruzione, conforto a ehi si pregia di umanità e di filantropia, che il tempo sovente calma i primi comechè giusti rigori, e adduce seco la pietà.

19.°-Ed ora che l'opera di si lunga e pacata istruzione vien discutendosi alla luce del giorno, in solenni tornate innanzi alla Gran Corte speciale di Napoli,

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presenti gli accusati, >i loro difensori ed il pubblico senza distinzione alcuna, quale sarà l'opinione di coloro che or di celerità, or di lentezza accagionano il Governo delle due Sicilie nella spedizione dei giudizii politici? L' era delle rivoluzioni >per cotal reame può dirsi chiusa col pieno riconquisto della Sicilia operatosi nel 15 maggio 1849, quando entravano vittoriose in Palermo le reali milizie capitanate dal Duca di Taormina, Carlo Filangieri; il quale mostrò all'Europa quanto possa l'esercito napolitano disciplinato dal Re medesimo, ove sia guidato alle battaglie da esperto e valoroso duce. L'autorità governativa che nel cangiamento ministeriale del 7 settembre 1848 avea ripigliata tutta la sua influenza, tosto si rivolse a far compilare gli analoghi processi contro i più famosi agitatori, e nel novembre dello stesso anno parecchi ne fece imprigionare. Ai processi succedevansi i pubblici giudizii non innanzi alle Commessioni militari di un tempo, non presso le Corti supreme pei reati di Stato, non presso i Consigli di guerra, ma innanzi alle stesse Corti ordinarie penali col carattere di Corti speciali 1. Parecchi di siffatti giudizii menavansi a compimento dalla Gran Corte speciale di Napoli, decidendosi della sorte di molti e molti imputati.

1 Si sa che per le leggi delle due Sicilie le stesse Gran Corti criminali composte di sei giudici e di un pubblico ministero si costituiscono in Corti Speciali, >aggiungendovisi due altri giudici.

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Rimanevano i processi concernenti gli avvenimenti più importanti, come i tumulti del 5 e 6 settembre 1848, le turbolenze del 29 gennaio 1849, la espulsione violenta dei PP. Gesuiti con appropriazione di parte delle loro sostanze, l'eccitazioni alla ribellione di taluni della piazza del Mercato di Napoli, la setta di Gragnano con tendenze repubblicane, quella così detta della Società cristiana >con iscopo non dissimile, i numerosi reati di stampa contro i privati, contro le autorità, e contro l'ordine pubblico. Tutti siffatti giudizii ed altri simili venivano espletati intanto che la stessa Gran Corte speciale occupa vasi della famigerata causa della setta l'Unità Italiana. >Decisa questa ed altre cause politiche di minore importanza, davasi principio nel dì 9 dicembre del caduto anno alla discussione pubblica del processo del 15 maggio. Gli impedimenti e gli ostacoli al suo andamento nascevano coll'aprirsi la prima tornata. Cagnazzi carico di anni ed infermo, che dalla generosità del Re avea ottenuto di starsene custodito in propria casa anziché in carcere, facea conoscere di non potersi presentare alla Gran Corte. Si provvedeva sul conto di lui, mentre infermavasi un altro giudicabile Pasquale Conforti. Dopo l'indugio di parecchi giorni, escludeansi l'uno e l'altro dalla pubblica discussione onde proseguirsi questa nell'interesse degli altri 37 accusati. Si ripigliava la causa, ma nel corso

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delle tornate cadeano infermi Leanza, Leopardi e Scialoia, ed era forza sostare di bel nuovo. Distinti medici erano deputati a visitarli, ed a consultare e riferire in ciascun di sullo stato di loro salute. Mentre perduravano le infermità di taluni, e la convalescenza di tale altro, era preso da grave malattia il Presidente della Gran Corte Sig. Navarra, ed aggiugnevasi questo nuovo impedimento agli altri perché si potesse proseguire il giudizio. È questa lentezza o debita riverenza alle leggi che vogliono la pubblicità nei giudizii penali colla presenza di tutti i giudicabili? Non si sarebbe gridato alla violazione di ogni principio di dritto naturale e positivo, se si fosse poco rispettato lo stato degli accusati infermi per la brama di far presto? Parlino adunque i fatti ove le parole sono impotenti a cessare tanta calunnia di premeditato indugio nel recare a compimento un giudizio, ch'è comune desiderio e del Governo e degl'interessati che sia pure una volta definito 1.

1 Mentre questo foglio dell'opera era per mettersi in torchio, ci perviene la notizia che, essendo trapassalo il Presidente Navarra dopo lunga e penosa malattia, e d'altra parte essendosi ristabiliti in salute gli accusali infermi, si è già ripiglialo il giudizio di cui è proposito, e con alacrità procede innanzi.

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CAPITOLO V

ALTRE: PAROLE SUI CONDANNATI PER LA SETTA DELL'UNITÀ ITALIANA.

20.° - Fu un tempo in cui le sentenze dei giudici concepute in brevi parole, e nella energica lingua del Lazio persuadevano forse assai meglio che se avessero arrecato in mezzo lunghi ragionari a dimostrarne la intrinseca giustizia. Beata semplicità di quei tempi! Una legge del 1774 di Re Ferdinando I., illustre avo dell'attuale Monarca delle due Sicilie, impose ai giudici il debito di ragionare le loro sentenze. Essa fu in sul bel principio accolta con disfavore, perché proscrivea il comodo sistema del silenzio, entro cui si avvolgevano gli antichi oracoli. Gaetano Filangieri, giovane ancora, pria che avesse posto mano a quella grande opera per la quale sopravviverà ai secoli, dovè levare la sua voce, e mostrare a quei solenni barbassori che in quel provvedimento racchiudevasi un nuovo atto di giustizia, una efficace garentìa di tutt'i dritti, una barriera alle manifeste infrazioni della legge. Oggidì si ragionano alla lunga le sentenze,

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e forse più di quel che comporti la solennità dei giudizii, se n' espongono i motivi, ma è tutta opera perduta quando il mal talento, il corrivo o la disperazione vogliono giudicare degli atti della giustizia, leggendoli con gli occhiali della demagogia.

Ei sembra che di lenti non dissimili usi l'onorevole Gladstone quando torna ad affermare che Poerio fu condannato in virtù della sola deposizione del testimonio prezzolato Jervolino>, ed aggiunge che ciò fu fatto, sebbene si avesse la prova che egli era pagato, e sebbene per le leggi di Napoli la deposizione di un testimone prezzolato non possa riceversi >(pag. 18). Egli non ha avuto l'opportunità di leggere la decisione di condanna del medesimo, o, ch'è peggio, non l'avrà creduta degna della sua attenzione; ma volendo parlare e scrivere di cose che direttamente la oppugnano, era suo debito farvi attenzione. Che se l'abbia letta, certamente ha dovuto guardarla a traverso il prisma delle passioni, e ciò nondimeno non avrà potuto scorgervi la ideata pruova che Jervolino sia stato prezzolato. >Egli è pur vero che il Poerio nella sua aringa agognava a siffatta pruova; ma vi riuscì egli mai? Tra le speranze e le parole passionate di un accusato e la impassibile decisione di un magistrato vi corre un immenso spazio. Chi volesse col Gladstone aggiustar fede alle prime, farebbe ingiuria al senno delle più culte

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le quali ne' giudicali legalmente pronunziati han sempre riconosciuto una verità civile: Res judiata pro veritate habetur.

24.°-Non è quindi a maravigliare che lo scrittore si compiaccia di annoverare Jervolino nella classe di quegli uomini descritti dal Manzoni che, diventando infami, rimanevano oscuri >(pag. 18). Noi non vogliamo sapere se Jervolino sia un uomo chiaro ovvero oscuro: sappiamo questo di certo che non fu solo ad incriminar Poerio, e che la Polizia non si attenne alle prime sue rivelazioni, ma prudentemente ne attese la conferma per altri fatti, ed allora procede all'arresto di lui. I giudici discutendo maturamente le varie pruove raccolte a suo carico, le trovarono così imponenti che tutti e otto si convinsero ex animi sentenlia >della sua colpabilità, salva la distinzione manifestata dalla Rassegna,> che cioè sei di essi lo giudicarono colpevole di associazione settaria e lo dannarono ai ferri, due lo ritennero colpevole di conoscenza della cospirazione contro lo Stato, e di omessa rivelazione, ed opinarono per la condanna di lui alla reclusione. Chi sa quanti altri nel loro animo non sieno egualmente persuasi della colpabilità del Poerio, ripensando alle cupe sue macchinazioni più volte fatte segno alla giustizia, al dispetto ed al livore con che vedeva ricomposto l'ordine,

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e man mano obliterate le tracce degli ultimi rivolgimenti? Costoro tacciono, ed il loro silenzio è troppo eloquente, mentre leva la voce da rimota contrada uno scrittore che non isdegna farsi l'eco delle menzogne e delle calunnie divulgate dai comproseliti stessi del Poerio. I quali o si sono sottratti alla mano della giustizia riparando in terra straniera, in questo prudenti più di lui che alla sua salvezza non seppe provvedere, o saputisi infingere, lavorano sordamente a spargere semi di malcontento e di disdecoro contro il proprio Governo.

Il perché non saprebbesi ben dire se Jervolino, nell'ipotesi che avesse mentito, il che non è, fosse divenuto più infame di coloro che, sconoscendo la patria, infamano i loro concittadini medesimi per trovare appo lo straniero inonesta compassione o mercar lode ingiusta. Jervolino avrebbe col braccio della giustizia raggiunto un uomo tante volte fatale alla pubblica tranquillità. costoro tradiscono l'onore della terra in cui aprirono gli occhi alla luce, ove crebbero e raccolsero vantaggi ed onori, per l'ambizione di bruciare incensi ad un nome tolto ad insegna nelle passate perturbazioni. Oh strano pervertimento del giudizio umano! oh disprezzo dei più generosi pensieri!

Che se l'opinione del Sig. Gladstone intorno alla reità del Poerio è diversa dagli altri, rimangasi a vagheggiar

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la, ma non faccia più oltraggio all'evidenza dei fatti, ed al criterio dei magistrati che li valutarono, perocché non il solo Jervolino fu l'accusatore del Poerio, ma in modo ineluttabile lo fu Romeo, tipografo e conservatore delle stampe settarie, ed il siciliano Margherita, il quale tante particolari circostanze disvelò a carico non meno suo che degli altri comproseliti. Di queste e di molte altre pruove può leggersi l'esplicamento nella decisione messa a stampa per la discorsa causa della setta l'Unità Italiana>, onde senza aggiungere altre parole rimandiamo i nostri lettori a tale accurato lavoro per aversi un'idea compiuta del processo e della condanna del Poerio. Né debbesi omettere che questa parve assai mite a taluni consapevoli dei suoi precedenti politici, onde egli stesso non avea dubitato di menar iattanza al cospetto dei giudici nel perorare la propria causa; e ad altri arrecò compassione, usi a rimirare in questa specie di grandi colpevoli degli eroi ed anche de' martiri, nomi de'quali l'età presente ha fatto il più strano e vituperevole abuso a.

1 Fu pubblicala in Napoli pei tipi del Fibreno nel 1851.

2 «L'assassino, il ladro, il falsario sono terribili per gl'individili; i delinquenti politici lo sono per una intera società; ed è davvero strano il concetto che non abbia ad aversi riguardo«a chi minaccia ed offende separatamente pochi membri della stessa società; e la pietà, la pubblica universal tutela debba

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22.°-Esaurita la mala intrapresa censura di un giudicato troppo ad essa superiore, lo scrittore inglese ripiglia in altro tuono la malinconica diceria sul trattamento dei condannati per tal causa.

Non ci ha in Napoli ed in altre capitali di Europa chi non conosca ed altamente apprezzi P animo nobile, P indole generosa, e la pietà eminentemente cristiana ond'è dotata S. A. R. il Conte di Aquila. Eppure il molto onorevole Gladstone, mostrandosi ignaro di quanto la fama ha dovuto trasmettergli sulle virtù domestiche e pubbliche di tale inclito Principe, ed obliando quel che la Rassegna >e gli altri opuscoli hanno rilevato su tale proposito, pretende dare a credere che non sia stato neppur confutato quando scrisse che S. A. R. mandò in data epoca l'ordine di adoperare in quella prigione >(Nisita) le doppie catene di ferro >(pag. 49) pei condannati della setta ond'è parola; e si ostina a supporre che il Principe in qualità di Ammiraglio sovraintenda ai forzati ed a tutt'i rami alieni della Real Marina >(ivi).

Quel Principe non ha cuore per dare ordini men che umani, né alcuno potè mai darne nel rincontro, poiché

coprire, riparare, far salvi coloro che la ruina tentano di quegli ordini che la quiete, la sicurezza, i diritti guarantiscono di un'intera nazione - Solaro D. M. Memorandum storico-politico.

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vi ha una legge in Napoli, per la quale i condannati ai ferri dipendono unicamente dal Ministro dei lavori pubblici 1. Il Generale Carascosa, che in quel tempo tenea un tal portafoglio, come lo ritiene di presente, è non pure un valoroso militare, ma un personaggio dotato di molte virtù civili. Se l'onorevole Gladstone si fosse dato in Napoli la pena di vederlo, avrebbe avuto occasione di ammirarne i pregi, e l'indole umanissima. Gli uomini ove sempre si potessero da vicino conoscere, si apprezzerebbero meglio, e finirebbero di essere ingiusti luno verso l'altro.

23.° - L'onorevole membro di Oxford è preso da singolare vaghezza di proseguire nei suoi inconsiderati lamenti sulla tenuta del bagno d'Ischia, ricantando le già dette cose, e spacciando altre pellegrine notizie fornitegli dai suoi ragguardevoli corrispondenti. Luridi e tristi ei ne dice gli aditi quasi spelonche; vigili le sentinelle che vi sono a custodia, tenendo presso di esse delle granate

1 V. il Real Decreto del 17 novembre 1847 che stabilisce le attribuzioni del Ministero dei lavori pubblici.

«Art.° 3. Saranno inoltre anche di attribuzione del detto Ministero la costruzione e la riparazione delle prigioni, e de' luoghi di pena, ed il mantenimento de' detenuti, de' rilegati e dei condannati di qualunque specie».

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a mano per sedare qualche possibile sollevazione: nessuno arnese, e neppure sedie e tavole: di tazze non essere d'uopo, poiché l'acqua ridotta a tre libbre napoletane per ciascuno individuo: non potersi fare uso dei letti che ponendoli sulle selci: non altri abiti e nel verno e nell'està che quei pesanti di lana ordinaria. E passando dalle cose alle persone, parla di una donna malvagia che, secondo lui, regolava la casa del Comandante del bagno, e che insultava alle famiglie dei condannati quando si recavano a visitarli. Ricorda altresì un chirurgo messo in disponibilità per avere attestato la infermità di un condannato, e chiude il doloroso racconto con queste solenni parole: tali sono i ragguagli che ho ricevuti per mezzo di canali che meritano tutto il mio credito! >(pag. 20). Il suo credito! può stare, ma s'egli pubblica un'accusa contro gli atti di un Governo, e vuole farla ammettere, conviene che ne arrechi le pruove? Ma dove esse sono? Chi potrà aggiustar fede a queste e simiglianti favole che lo scrittore inglese non ha dubitato di covrire della sua autorità? A chi entrerà in mente che si rimuova un chirurgo perché riconosca che tra molti vi sia un infermo? e quale scopo avrebbe sì inaudita durezza? Chi si persuaderà che una donna della casa del Comandante del bagno inveisca contro le famiglie degli sciagurati colà rinchiusi, facendo forza a quel sentimento di pietà

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e commiserazione, ch'è proprio della cara metà del genere umano?

«E se tu vuoi che 'l ver non ti sia ascoso,

«Tutta al contrario l'istoria converti 1.

Né quella donna fu mai così crudele come vuoisi dare a credere, né abusò della sua posizione se non per mostrarsi troppo compassionevole. Noi ci siamo messi nell'impegno di conoscere il vero di questa diceria, e da persone autorevoli abbiamo appreso ch'ella per lo addietro ha procurato ogni maniera di agevolazioni ai condannati. Parecchi di essi mercé la sua cooperazione sono stati lungo tempo all'ospedale per rimanervi più agiatamente; altri han potuto per molte ore al giorno starsene senza catene; e le loro famiglie anziché essere duramente trattate nel recarsi a visitarli, hanno avuto tutta l'opportunità di conversarvi, e non di rado hanno anche con essi pranzato.

Ma tutte queste deliziose descrizioni del bagno d' Ischia, con tanto affetto dette e ridette dall'autor delle lettere, sembra che siano un privilegio proprio del Reame delle due Sicilie preso di mira dall'umanità di lui, e che gli altri Stati possono opporre come modelli di

1 Ariosto - Canto XXXV Si. 37 del Furioso.

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pulitezza, di comodità e di agiatezza i loro luoghi di pena. Noi ricordiamo di aver letta l'orrorosa descrizione dei pontoni di Chatam, >e di quelli di Cadice, >ove giacevano ammassati ed accalcati numerosi prigionieri, e tuttavia abbiamo nell'animo il penoso sentimento in noi destatosi, leggendo gl'ineffabili dolori e le inaudite crudeltà che si esercitavano in quelle bolge infernali, cosicché vorremmo per l'onore dell'umanità credere esagerate quelle terribili narrazioni 1. Ma che che sia di ciò, certo si è che gli orrori di tali prigioni non hanno facile riscontro nella storia di altre nazioni, e che qualunque sia il talento dell'autor delle lettere nel dipingere con foschi colori l'interno del bagno d'Ischia>, non mai può trovarne tanti da farlo più tristo desolante e mortifero degli anzidetti pontoni.

24.°-Né ci ha chi possa condursi ad aggiustar fede all'altra asserzione che lo scrittore stesso protesta avrebbe accolto con incredulità se non avesse pensato che niente debbe sembrare strano in questo sconsolante complesso di notizie, ed è questa. Pironti quantunque afflitto da morbo paralitico>, non ebbe il permesso di andare

1 Histoire criminelle du Gouvernement Anglais depuis les première massacres de l'Irlande jusqu'à l'empoissonnement des Chinois, par Elias Regnatili. - Paris 1841, pag: 309 a 322.

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all'ospedale, ed il Generale Palumbo diede ordini orali perché nell'ospedale non potessero entrare i condannati politici se non tre alla volta! >(pag. 21). Oltre a che queste favole ripugnano alla ben conta umanità di quel Generale, non saprebbe vedersi la ragione di tanta crudeltà. Stiano i condannati nel bagno, o nello spedale, poco importa: interessa solo ch'essi coll'esempio della loro pena preservino gl'incauti dal cader nelle loro medesime colpe, e si rendano innocui alla società che avean messo in grave pericolo colle loro mene, e coi loro criminosi atti.

Lo scrittore chiude questa sua elegìa deplorando che di 17 condannati ai ferri per la setta della Unità Italiana >nel febbraio del 1851, tre nel settembre dello stesso anno erano infermi in Ischia, uno a Piedigrotta, tre a Pescare, mentre tre altri Margherita, Vallo e Vellucci eran trapassati. Egli così richiama l'attenzione sulla statistica >dei risultamenti, ed esclama: in tal guisa è certo che si può fare a meno della forca! >(pag. 21). Noi ci associamo volentieri all'onorevole Gladstone a dolorare la infermità di taluni tra' condannati, la morte di tre altri; ma non possiamo ammettere che questi casi sieno l'effetto della durezza o dei patimenti loro fatti subire. Nell'autunno sono frequenti le malattie pel subito cangiamento di temperatura, che suole di molto variare

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specialmente nelle isole, e però naturali cagioni han potuto ingenerare le deplorate malattie. Margherita poi era infermo sin da che sedeva sulla scranna degli accusati. Un lento morbo si era di lui impossessato in conseguenza di una vita rotta a tutt' i vizii, e grandi rimorsi internamente il travagliavano e consumavano di giorno in giorno. Uno dei più eloquenti avvocati, perorando la causa di un individuo che dalle rivelazioni di lui veniva incriminato, alto levava la voce, e mostrava come la giustizia di Dio visibilmente aggravava la mano sopra quello sciagurato, accusato ad un tempo ed accusatore de' suoi comproseliti. Gli altri due Vellucci e Vallo, meno celebri del Margherita, se hanno innanzi tempo compiuta la mortale loro missione, sono tremenda lezione ai delinquenti e fanatici politici, come obbrobriosamente si lasci trai ceppi una vita che avrebbe potuto serbarsi a migliori destini. Ma sia pace alla loro memoria, e ripigliamo il corso della nostra critica!

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CAPITOLO VI

SISTEMA NELLA ESECUZIONE DELLE LEGGI NAPOLITANE.

25.° - Perviene l'onorevole Gladstone a quella parte della sua scritta dove prende in esame i punti nei quali la contraddizione alle sue asserzioni sembra, a suo dire, fondata, ed egli è naturalmente trovato reo di esageratone e di calunnia. >Afferma però che con molta cura è evitata ogni particolareggiata discussione che potesse chiarire i fatti; poiché la Rassegna >contiene una lunga esposizione del metodo stabilito dalla legge pel trattamento e pel giudizio dei rei, e in tal guisa si è creduto rispondere alle sue accuse, ma si è trasandata quella principale di estrema illegalità >con cui ei pretende che si proceda dal Governo napolitano. Egli è obbligato a confermare tale accusa, ed aggiungere non esservi orda di briganti nel paese che rompa le leggi di Napoli colla stessa arditezza o nella stessa misura come fa il Governo per mano de suoi agenti >(pag. 21).


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Che gentile complimento! che squisito sentire, proprio di chi lungi d'istruirsi dei veri fatti, preferì d'ispirarsi alle più rabbiose declamazioni della demagogia! Potrebbe chiedersi da chi voglia discutere spassionatamente: quali sono queste leggi che si violano ad ogni pie sospinto? Qual'è questa banda di malvagi che pone sua gloria nel calpestare le leggi costituite! Né le leggi sono accennate dallo scrittore inglese, né questa piaga sociale di uomini deliberati a violarle sistematicamente si è saputa indicare. La Rassegna >trovò indispensabile avvertire il pubblicista inglese dei granchi che prendeva nel discorrere delle leggi napolitane, epperò giudicò opportuno presentargliene uno schizzo, perché più non confondesse stato d'imprigionamento di un imputato, sottoposizione dello stesso ad accusa, e pubblico giudizio con sentenza di assoluzione o di condanna. L'arditezza dell'espressioni con cui si pone innanzi la calunniosa violazione delle leggi, non potendo sostenersi sui generali, si restringe allo statuto del 1848, >e gridasi esser questa la legge sistematicamente, continuatamente, ed in tutt'i punti violata dal Governo >(pag.21). Dunque l'autor della Rassegna >non invano ricordava le leggi penali del paese, e se queste non diconsi violate dallo scrittore inglese, egli ha usato di un fallace argomento ponendo innanzi una proposizione che poi ha dovuto restringere. Lo statuto! >Ma che ha che fare un ordinamento politico,

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del quale appresso sarà fatta parola, col codice penale, che raggiunge egualmente i ladri, gli stupratori, i falsarii, gli omicidi, e quelli che sono rei assai più pericolosi, cioè i cospiratori contro l'ordine sociale! Si trova forse scritto nello statuto >di doversi derogare alle leggi della comune sicurezza, e tollerarsi in pace ogni attacco alla proprietà, alla famiglia, allo Stato? 0 da quando in qua non si reputa più misfatto l'attentare alle leggi tutelatrici della comunanza civile?

26.° - Se non che lo scrittore ritornando sui proprii passi ammette che le leggi più dure e crudeli probabilmente >non sono violate, come crede essere il caso della legge di alto tradimento; e di fatto qual bisogno vi sarebbe di violare una legge ta quale, come la Rassegna dice, da facoltà alla Polizia in tutt'i casi di delitto di stato di arrestare e detenere i prigionieri per un tempo illimitato? >(pag. 21).

La Rassegna >che abbiamo consultata, non accennò ad un tempo illimitato, e noi disse. Le sue parole furono le seguenti: «Nei fatti qualificati di alta polizia, come le reità di stato, le riunioni settarie e le fazioni>, la Polizia ordinaria è rivestita ancora delle attribuzioni di polizia giudiziaria, e può procedere all'arresto delle persone prevenute di tali misfatti, anche fuori i casi di

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flagranza, ritenerle a sua disposizione oltre le 24 ore, e compilare essa medesima le istruzioni 1». Grande differenza intercede tra un tempo al di là delle ore 24 ed un tempo illimitato, >e può confonderli sol chi brama studiosamente trovare appicchi e cavilli per fare onta ad un paese, cui altri illustri stranieri tributarono lodi di stretta osservanza delle sue leggi.

Intorno al carattere di durezza >e crudeltà >onde lo scrittore d'oltremare si compiace qualificare siffatte leggi, osserveremo che pessimamente si giudica di quello che non si conosce, che questo è un dettato dell'antica sapienza conforme al buon senso, e che ove si voglia un. autorevole giudizio intorno alla filosofia ed umanità che presederono alla compilazione del codice penale napolitano, non debbesi che consultare l'opera del Dupin 2.

27.° - Protesta lo scrittore non voler ripetere i suoi lamenti sulla poca curanza dei medici nel visitare gl'imputati in carcere, ed intanto va più innanzi, ed afferma che i medici esercitano la loro professione riguardo ai prigionieri di stato con paura e tremando, è che sovente son costretti dal timore d'incontrare il dispiacere del Governo,

1 V. la Rassegna >pag. 18, e l'art. 10 delle Istruzioni del 22 gennaio 1817 in essa citate.

2 Profession d'avocat >- Voi. 2. 2.° ediz.

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e di perdere il loro pane, se fanno una relazione sconvenevole, a consultare i desiderii e lo scopo della Polizia, nell'enunciare le loro opinioni mediche, anziché la salute dei prigionieri >(pag. 22).

Queste parole, se avessero alcun fondamento;sarebbero meno un' ingiuria al Governo che all'onoranda classe dei medici napolitani. Avventurosamente i fatti non corrispondono a queste avventate asserzioni, e debbe dirsi che o lo scrittore ne sia ignaro, o non ne abbia fatto alcun caso. Nella prima ipotesi è temerità parlare di ciò che non si sa; nella seconda è ingiustizia tacere quello che dissipa T illusione e mostra il vero. Non vi ha chi non sappia quali e quanti riguardi si usarono a quei tra gl'imputati della setta dell'Unità Italiana >che caddero infermi, o affettarono malattie nel corso del pubblico dibattimento. Quel giudizio fu prolungato per ben otto mesi, ed il Re ebbe tanta considerazione dello stato di salute dei due giudicabili Nisco e Carafa, i quali nel novembre 1851 erano ammalati, che volle con apposito Sovrano Rescritto prorogare di altri tre mesi il termine assegnato dalle leggi per lo compimento di ogni discussione giudiziale. L'onorevole Gladstone che in quel tempo era in Napoli, o forse di poco n' era partito, ebbe a sentire il suono dei plausi e degli evviva, con che non pure la numerosa udienza, ma gli stessi imputati politici, tra' quali il Poerio,

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salutarono il Rescritto pervenuto in quell'atto alla G. Corte speciale, ed al cospetto di essa pubblicamente letto. E la causa degli avvenimenti del 15 maggio 1848, della quale si è innanzi fatto parola, non è stata ritardata per la infermità di tre fra i giudicabili? E la Corte non escluse dal giudizio l'Arcidiacono Cagnazzi, la cui cagionevole salute non avrebbe potuto, a sentimento dei professori sanitarii, reggere alle diuturne tornate della pubblica discussione, tuttoché in essa della responsabilità dei suoi atti come capo della adunanza in Monteliveto avesse a trattarsi? E la stessa Corte non ha messo fuori del giudizio medesimo un altro imputato dopo del Cagnazzi, cioè Pasquale Conforti, che i medici dicevano travagliato da grave e lunga malattia? Fatti così eloquenti addimostrano la paura sotto il cui influsso esercitano la professione gli onorevoli medici napoletani, o la stima in cui si hanno i loro pareri così dalla Corte penale che dalla Polizia, chiamata ad invigilare ed a dirigere la disciplina delle carceri?

28.o - Stretto lo scrittore inglese dai fatti contrapposti alle asserzioni di lui intorno alla detenzione di Michele Pironti in una supposta cella della Vicaria >di Napoli, sotterranea >e buia, >cerca una giustificazione nel significato delle parole adoperate per esprimere il suo

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concetto. Ei dice che non ebbe in pensiero di far motto che di una cella larga due metri quadrati, e rischiarata soltanto da un cancello situato in alto, dal quale nulla potevasi vedere >(pag. 23).

Noi siamo stati curiosi di consultare i giornali Piemontesi, che ha dovuto tener presenti l'autore della Rassegna >nel confutare le lettere dell'onorevole Gladstone, ed in essi abbiamo propriamente trovato ch'egli accennava ad una cella della superficie di due metri e mezzo sotto il livello del suolo, >secondo le parole trascritte e smentite dalla Rassegna >medesima. Dolgasi adunque non dell'autore di essa, ma dei subalpini suoi traduttori ed ammiratori se per avventura abbiano travisato il suo pensiero.

Ma questa sottile disamina apre il campo ad un nuovo errore, perché il Gladstone non dubita affermare, in onta di quanto dimostrava la Rassegna, >che tuttavia non sono chiuse quelle orrorose prigioni conosciute col nome di criminali, e che in uno di essi stava Porcari senza che gli si facesse il processo nel mese di febbraio, e vi è tuttavia >(pag. 23). Ciò ritrae della imparzialità di uno storico spassionato, e per vederne meglio il concetto, è d'uopo convertire l'istoria tutta al contrario. >Porcari non fu mai nel fantasticato criminale, ideato da coloro che abusarono la credulità dello scrittore. Egli anzi da qual

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che tempo è nel carcere di Cosenza per esser giudicato dalla Gran Corte speciale che colà risiede, come imputato di aver parteggiato per la ribellione calabra nella està del 1818. I criminali, >muti testimoni della barbarie di altri tempi, comuni per altro a quelle che ora diconsi nazioni le più incivilite del mondo, aveano deposto l'orrore di cotal definizione sin dacché in Napoli il sistema delle leggi penali divenne più umano, e furono poi del tutto chiusi, come salì sul trono l'attuale Monarca. Questa opera filantropica, foriera di tante altre che han fatto glorioso il governo di quell'augusto Principe, veniva salutata dalle benedizioni e dai plausi dei popoli, ed era celebrata in prose e versi 1:

29.° - Tra le noie di un minutissimo esame, al quale lo scrittore inglese non sappiamo come siasi condotto, dopo le vittoriose risposte date dai difensori del Governo napolitano, non tralascia di frammettere delle nuove favolette per rendere interessante la recente sua pubblicazione: Circa un anno fa >(ei scrive) un napolitano per

1 «La sua real pietà scende nei tristi

«Alberghi della pena, e ne bandisce

«Le barbariche usanze».

Viaggio al Fucino >del chiarissimo Marchese di Pielracatella - V. gli annali civili del Reame delle due Sicilie.

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nome Morice fuggì dal suo paese. In giugno ultimo la sua famiglia composta esclusivamente di donne fu soggetta ad una di quelle visite notturne della Polizia che io ho descritte. Essa arrestò una delle sorelle del Morice ed una vecchia serva: più tardi poi catturò un parente eh*era il sostegno ed il consiglio della famiglia, e lasciò umanamente alla seconda sorella la facoltà di godere della libertà come meglio le piacesse >(pag. 24).

Che vi è di veridico sotto il velame di questa favoletta? Niente altro che la fuga del Morice, e l'arresto di una sua germana a cagione che si trovarono presso di lei carte criminose, per lo che fu essa condannata alla multa di ducati 300 con sentenza di uno de' Giudici circondariali di Napoli. Cotal pena le fu graziosamente condonata dalla clemenza del Re. Questo è il vere: tutto il dippiù non può essere che fantasia di qualche tristo, il quale ha fornito le pellegrine notizie dell'imprigionamento della vecchia serva e del parente, non che dei pessimi trattamenti dai medesimi sofferti.

CAPITOLO VII

NUMERO DEI DETENUTI POLITICI: ERRORI E SOFISMI: STATISTICHE RECENTI.

30.°- «Chi mi darà la voce e le parole, >onde seguire lo scrittore umanitario in quella ch'ei dice la più importante delle quistioni? >Quella cioè che concerne il numero de' detenuti politici nel Regno delle due Sicilie, la quale è servita di punto di riunione ai difensori del Governo napolitano>, ed è stata la principale sorgente delle invettive scagliate contro di lui >(pag. 24).

L'onorevole Gladstone discende in questa contenzione, ricordando le sue prime dichiarazioni, cioè essere universal credenza che il numero dei prigionieri per delitti politici sia dai quindici o venti ai trentamila; >opinare che la cifra di ventimila sia una giusta enumerazione; non esservi su questo punto alcuna certezza, poiché non si hanno i mezzi di procacciarsi esatte informazioni (pag. 24).

Se si potesse ammettere, come egli opina, che difficile sia addentrarsi nelle prigioni napoletane, ed enumerarne i detenuti,

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mentre sappiamo che sono desse accessibili, e più di uno straniero vi è stato ammesso, la conseguenza irrecusabile sarebbe ch'egli ha dato fuori un suo giudizio senz'altro fondamento che un computo arbitrario sopra una più arbitraria diceria. Quindi è la sua propria opinione che si fa mallevadrice di un' accusa virulenta, e questa opinione fondata su di una presupposta credenza universale. >Ma chi la riferma? o donde mai essa sorge? Né si hanno pruove della immaginata credenza universale, >poiché gli scrittori, ed i giornali, per quel che sappiamo, non hanno così esagerato il numero dei detenuti politici come pel primo ha osato fare il Gladstone.; né la critica si conduce di leggieri ad aggiustar fede alle dicerìe se pria non abbia istituita rigorosa analisi su di esse e sui fonti onde scaturiscono. La pubblica opinione è un nome troppo usurpato a questi tempi: saepe libertas et speciosa nomina praetexuntur. >Essa è sovente invocata e messa a sostegno dei più strani £d inverosimili propositi senza che il pubblico ne sappia nulla. Una mano di scrittori grandi e piccoli, di giornali rivoluzionarii, di cospiratori linguacciuti ed audaci, fatto in certa guisa monopolio delle riputazioni, le giudica e condanna come più loro piace, serbando gli encomii a quelli che partecipano più o meno alle loro idee, i vituperii e le calunnie a chi da esse si dilunga.

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L' onorevole Gladstone non ha neppure il debito di dividere con alcuno i plausi della pellegrina scoperta intorno al numero dei prigionieri politici, perocché nella strana notizia di 15 a 30 mila detenuti di tal classe non è stato preceduto da verun altro cultore della nuova arte di biasimare per sì indegne vie i governi costituiti. A lui dunque tutta la gloria della invenzione; ai difensori della verità più che del Governo napoletano resti la soddisfazione di aver contrapposto a calcoli ipotetici delle cifre reali. I 15 a 30 mila prigionieri non sono più che 2024, o più propriamente ben tanti erano quando la Rassegna >metteva a stampa quella statistica uficiale del 18 giugno 1851. Oggidì il numero è di molto scemato tra perché molti han subito il giudizio e sono passati al luogo della pena, e perché non pochi assoluti dalle Corti, o graziati dal Re sono ritornati in seno alle loro famiglie. Noi ci siamo procacciate le più accurate notizie sul proposito, ed al nostro desiderio di manifestare la verità senz'alcuna reticenza si è generosamente corrisposto, per lo che ci è pervenuto uno stato numerativo de'detenuti politici compilato nel decorso mese. Siamo ben lieti di poterlo pubblicare a conforto del presente lavoro, e teniamo per fermo che qualsivoglia invido o nemico del Governo napolitano non troverebbe a contraddirlo con fatti positivi o con argomenti irrefragabili, rimosse le vane parole ed i sofismi.

Quadro generale numerativo delle cause, e de' detenuti per reali politici rimasi a giudicarsi ne' domimi continentali del Re delle due Sicilie sino alla metà di aprile del volgente anno 1832.

PROVINCIE NUMERO

DELLE CAUSE NUMERO

DEI DETENUTI

Napoli 4 65

Santamaria 10 10

Salerno 20 94

Avellino1 1

Campobasso 2 10

Aquila 1 1

Teramo 1 1

Chieti 2 2

Lucera 1 2

Trani 2 32

Lecce 2 2

Potenza 2 27

Cosenza 15 106

Catanzaro 7 29

Reggio 15 177

Totale. 85 559

OSSERVAZIONI

1. Il numero degli attuali detenuti è ridotto presso che alla quarta parte di quelli che apparivano nel giugno del decorso anno secondo gli stati pubblicati dalla Rassegna, >poiché parecchi sono stati giudicali dalle G. G. speciali, ed inviali ad espiare la pena loro inflitta, molti altri sono stati ammessi a godere delle Sovrane Indulgenze del 30 aprile e 19 maggio 1851 ,ed un numero più esteso ha riacquistalo la libertà per effetto di una classificazione benignamente ordinala a riguardo di talune categorie d'imputati delle provincie di Salerno e di Potenza.

2. I detenuti che appartengono alla provincia di Napoli fanno quasi tutti parte del giudizio relativo agli avvenimenti criminosi del 15 maggio 18^8.Di essi sono stati già accusali 39, e tradotti alla pubblica discussione innanzi alla G. G. speciale: gli altri rimangono io carcere attendendo il compimento della giudiziale istruzione che fu ordinata dalla prefitta Corte nel tempo stesso che ne vennero messi io libertà parecchi, non compresi nel quadro presente.

3. Nelle provincie di Salerno, Cosenza, e Reggio si vede tuttavia un maggior numero d'imputali sottoposti a giudizio, poiché ivi più che nelle altre provincie, se n'eccettui Napoli, la demagogia fece pruova delle terribili sue arti per lo sconvolgimento dell'ordine pubblico.

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31.° - Ma le statistiche pubblicate dalla Rassegna, >ripiglia l'autore, a non volere neppur dubitare della buona fede preseduta alla loro compilazione, lasciano la quistione sullo stesso terreno, perocché presso gl'Inglesi trattandosi di materia controversa ogni statistica incapace di verificazione sarebbe ricevuta come carta inutile >(pag. 25). E qui si pone ad indagare quali sieno le condizioni essenziali di credibilità per documenti di tal fatta, e proclama che senza la responsabilità dei funzionarii pubblici che li hanno elaborati, e senza la libertà della stampa che valga a scoprire la frode o l'errore, le statistiche non possono meritar credenza (ivi).

Nuova e singolare maniera di ragionare è questa! Sarà dato all'accusa spacciare come vere, e covrire della sua autorità le più esagerate e false notizie attinte da una presupposta credenza generale,> o da fonti assai impuri; ed alla difesa non sarà lecito produrre i documenti compilati, secondo le leggi e gli usi del paese, sui registri che si serbano in ciascuna prigione, non occulti, non rinchiusi in luoghi reconditi, ma palesi e tenuti al cospetto di tutti? Qualunque voglia condursi a visitare le carceri, vede nelle prime camere dei grandi libri, ove si annotano in ordine cronologico tutti gl'individui che vi pervengono con la menzione del reato onde sono imputati, e dell'autorità che ve li spedisce. Siffatti registri hanno

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i loro riscontri nelle Procure generali, e nelle Cancellerie delle Corti penali, a misura che ad esse si trasmettono i processi. Se l'è così, avrà maggiore credibilità l'eco della voce elevata dal livore e dal dispetto dei tristi, o la nobile franchezza di un Governo che ha dato sempre pruove di moralità e di giustizia?

Opera noiosa è quella di seguire lo scrittore nei tortuosi sentieri tra' quali si avvolge per procacciar fede alle già smascherate imposture intorno al numero dei detenuti politici; ma giova dare alcun saggio dei suoi paralogismi, e mostrare con quali cattivi argomenti ei difenda una più cattiva causa.

Afferma primamente che gl'imputati descritti nello stato n.° 1 pubblicato dalla Rassegna sono persone sotto accusa, laddove una principal parte dei prigionieri, cui egli accenna, sono delle persone detenute senz' affatto accusa, ma per ordine superiore, secondo la frase, essendo lo scopo essenziale del sistema di creare un' accusa, e non di scoprire un delitto >(pag. 26).

Sostiene in secondo luogo che tal documento non è la statistica di tutt' i detenuti accusati>, ma bensì quella del' detenuti, che essendo già accusati>, si trovano sottoposti ad un processo giudiziario. >E qui, egli dice, giace un gran mistero d'iniquità>, e qualunque sia il difetto di cognizione delle leggi napoletane,

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ei crede averne abbastanza per scoprirlo. Imperocché ammette che innanzi del procedimento presso le Corti penali vi sia una istruzione, o quello ch'ei dice processo preparatorio che può durare in fatti un lungo tempo, >ma durante questo spazio di tempo la faccenda sta tutta nelle mani della Polizia, talvolta in condizioni di aumento, tal'altra di sospensione, o di oblio (pag. 26).

Afferma in terzo luogo che lo stato non comprende neppure i detenuti politici che sono stati accusati e sottomessi a giudizio, ma soltanto quelli che sono stati sottoposti a giudizio dalle Corti speciali; >perocché vi sono numerose categorie di tali detenuti che, secondo egli immagina, non vengono innanzi alle medesime. Così coloro che sono accusati di aver cercato di corrompere i soldati, sono tradotti innanzi ai Consigli di guerra; coloro che commettono reati di stampa, appartengono all'ordinaria giurisdizione delle Corti criminali; e finalmente quelli che commettono reati punibili correzionalmente non criminalmente, come nei casi di adunanze illecite, di parole, di atti o scritti sediziosi, sono giudicati e puniti dai giudici locali (pag. 27).

Ei conchiude supponendo che l'additata statistica non faccia menzione delle discorse categorie d'imputati, e che debba farvisi una vistosa addizione, poiché nei soli dominii continentali del Re delle Due Sicilie non vi sono

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meno di 330 prigioni>, ciascheduna in relazione dei tribunali locali, ed il numero di quelle fra esse in cui non sono prigionieri politici è piccolo. >Ed in conferma delle sue osservazioni egli invoca per legale autorità >(notate la espressione) l'opera del Sig. Massari intitolata - Il Sig. Gladstone ed il Governo Napolitano. Torino 1851 >(pag. 27 e 28).

Di errore in errore, di sofisma in sofisma procede colui che, smarrito il vero, si ostina a battere la stessa via; et erit error novissimus pejor priore. >Lo stato numerativo degl'imputati politici presenti in carcere non accenna a quei soltanto sottoposti ad accusa, ma bensì a tutti quelli ristretti in prigione sia che semplici prevenuti essi sieno, sia che già accusati. Quindi la immaginata distinzione tra imputati accusati >compresi nello stato, e persone detenute senz'accusa,> come dice lo scrittore, addimostra ch'egli tuttavia confonde lo stato d'imprigionamento, quello cioè ch'è preceduto dalla flagranza del reato o dagl'indizii di colpabilità, e lo stato di accusa, che suppone il processo già fatto ed il disame di una Corte penale. In carcere possono trovarsi così i detenuti per mandato di deposito degli uffiziali di polizia ordinaria o di polizia giudiziaria, che quelli i quali dopo l'imprigionamento per la gravezza delle pruove raccolte sono stati sottoposti all'accusa. Similmente stanno in carcere

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così quelli che, secondo l'autore, sono sotto processo giudiziario che quelli imprigionati dalla Polizia, la quale compila l'istruzione anche nei reati comuni, potestà dalle leggi deferita a' soli funzionarii di Polizia della capitale, mentre nelle provincie la istruzione è propria dei giudici locali. E qui il mistero d'iniquità >che l'autore, già si sa, per un puro sentimento di pietà verso la specie umana, vuole scoprire, si lascia vedere nella sua schiettezza e semplicità. La Polizia raccoglie le prime indagini dei reati che si commettono nella capitale per un sapientissimo ordinamento, poiché in una metropoli dove essa ha l'ufizio d'invigilare senza farsi avvertire, dispone di mezzi più estesi onde scoprire e raggiungere i malfattori, ma arrestati che gli abbia, li pone a disposizione dell'autorità giudiziaria, alla quale nel più breve tempo da conto dell'arresto, e dello stato del processo iniziato. Quindi gli arrestati politici per opera della Polizia fan parte del numero dei prigioni indicati nello stato pubblicato dalla Rassegna.

32.°- Né più felice conoscitore delle leggi e della giurisprudenza napoletana mostrasi colui che all'onorevole Gladstone ha suggerito il terzo ritrovato, inteso ad affermare che nella mentovata statistica non si comprendano molte altre classi di delinquenti punibili con pene correzionali.

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Anche questo è un nuovo errore escogitato a difesa dei precedenti. I delinquenti per adunanze illecite, per parole sediziose e per altrettali reati punibili correzionalmente, non sono mica giudicabili dai giudici locali, ma sibbene dalle Gran Corti speciali. Questa è giurisprudenza oramai ricevuta dalle Corti medesime, e dalla Corte Suprema di giustizia appresso a quei Sovrani decreti che trasfusero nelle Corti speciali la giurisdizione delle Commissioni supreme pe' reati di Stato. Se ne possono riscontrare innumeri esempi nella Gazzetta dei Tribunali che si pubblica in Napoli da una società di avvocati 1. Gl'imputati per reati di stampa, secondo il codice penale, sono soggetti alla competenza delle Corti criminali, come il riconosce lo scrittore medesimo. Quindi questa doppia classe di delinquenti va ristretta nelle carceri dipendenti dall'autorità giudiziaria; e però mal si allega che non è stata considerata nello stato numerativo dappresso allo specioso argomento che sienvi non meno di 530 carceri locali, poche delle quali non contengano prigionieri politici. Se chi ha dato queste notizie, vuole esser leale, debbe dire che quindici sono le grandi prigioni dipendenti dalle Gran Corti criminali risedenti nel capoluogo di ciascuna provincia; che la cifra di altre 530

1 V. i numeri 442, 458, 460 an. V., e 544 an VI. della citata Gazzella dei Tribunali.


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prigioni addita quelle di ogni circondario, dove ha sede un Giudice che conosce de' soli delitti, cioè di quei reati che vanno puniti di prigionia o di altre pene minori; e che nessuna di queste carceri locali ha accolto mai imputati politici, né vi si poteano detenere, perché, come si è dimostrato, costoro soggiacciono tutti al giudizio delle Gran Corti speciali comechè i loro reati sieno punibili correzionalmente.

E gl'imputati di corruzione adoperata verso i soldati non sono essi giudicati dai Consigli di guerra? Egli è pur vero questo ordinamento legislativo, ma non vi è stato che un solo esempio di cosiffatti giudizii presso il Consiglio di guerra della guarnigione di Napoli, dove, per quanto sappiamo, il risultamento addimostrò trattarsi di un vano tentativo di qualche sciagurato, >che venne meno innanzi alla costanza ed alla devozione a tutte pruove di chiunque in quel paese veste l'onorata divisa militare. In altra causa, quella della setta l'Unità Italiana, >ricorse altro esempio di tentata corruzione, ma cotal reato fu giudicato dalla Corte speciale, e gli accusati furono ristretti nelle carceri da essa dipendenti, perché le iniziate pratiche d'insidiosa corruzione aveano servito di mezzo e di preparazione all'ordita cospirazione contro la sicurezza interna dello Stato.

Ma in conferma delle cose sinora discorse non vi ha

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la legale autorità >del signor Massari nell'opera di sopra citata? Massari all'apparire delle famose lettere dell'onorevole Gladstone indirizzò a lui parole di gratitudine. >Questi, non volendosi far vincere in cortesia, nella seconda sua pubblicazione giovasi di un nome e di un'opera a lui tanto cara, e la cita come un nuovo oracolo. Tale sia per lui; ma chi potrebbe, senza perdere il bene dell'intelletto, sottoporsi a codesta nuova specie di autorità 1! >Quali le opinioni politiche del Massari, quale la vita, perché stia fuori la patria, di quanta bile ed odio si pasca nell'amarezza dell'esilio, non vi ha chi noi sappia; né noi il diremo usi a rispettare lo infortunio. Ma non possiamo passarci dal notare che il censore d'oltremare da argomento di poca sana critica, e di una nuova logica quando si appoggia ad uno scrittore, al quale se vuoisi accordare merito letterario, debbesi assolutamente negare qualsiasi fede in materie, dov'egli lungi di essere storico spassionato e sincero, geme sotto l'incubo delle più gravi preoccupazioni morali politiche. Se a provare la natura degli eccessi e delle ribellioni che in diverse epoche han contristato l'Irlanda, noi arrecassimo in mezzo gli scritti degli stessi agitatori, i quali naturalmente dicono giusta e santa la loro causa, crudele ed oppressore quel governo, meriteremmo noi alcuna fede? Quod tibi non vis et alteri ne feceris.

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33.° - La quistione del numero dei detenuti politici non è ancora abbandonata dal sagace scrittore, ed altre sofisticherie viene egli sciorinando per mostrar sé veridico, mendace la Rassegna >nella pubblicazione delle statistiche. Vinto dalla muta eloquenza delle cifre, tenta tutt'i modi per infirmarne il valore, ed or pretende che le statistiche non facciano menzione degl'individui giudicati e condannati, or suppone che sieno stati obliati nel computo quelli assoluti e detenuti tuttavia in carcere, e quegli altri che, espiata la loro pena, non sono stati ancora messi in libertà, ed ora si volge alla remota Sicilia, e si duole che dei detenuti politici di quell'isola non si faccia parola (pag. 28). Ma la Rassegna né potea antivedere questi desiderii, né soddisfare a tante false ipotesi: essa volle unicamente dare una mentita a chi senza elementi di sorta alcuna buccinava credersi generalmente che i prigionieri per reati politici nel Regno delle due Sicilie ammontassero a quindici, venti, trenta mila 1>. Essa rispose che nei domini continentali non vi erano che 2024 detenuti e 79 sottoposti a modo di custodia esteriore. Non fece motto de' condannati, poiché la calunnia cadeva precisamente su quelli che si dicevano imprigionati a furia dalla Polizia e non giudicati.

1 V. la lettera dell'11 luglio 1851 dell'onorevole Gladstone.

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I condannati non sono molti nei domini continentali, pochissimi negl'insulari, ove si rifletta che per Napoli i più notevoli giudizii politici cominciarono nel 1850, e possono numerarsi per ciascuna causa gli assoluti nella proporzione di una metà sopra l'intera cifra \ L'enorme numero di nove a dieci mila condannati per reati di lesa Maestà in tutto il Regno>, stabilita sul calcolo che nella provincia di Teramo popolata di 130 mila abitanti, secondo scrive il Gladstone, vi sieno stati 247 condannati, è una congettura che si appoggia a dati affatto erronei. Da quale documento sorge che nella predetta provincia siensi pronunziate 247 condanne per reati contro lo Stato? E ponghiamo che ciò potesse comprovarsi, sarebbe questa una norma per le altre provincie, chiamate a rassegna le circostanze locali e dell'indole degli abitanti, e delle cause che più o meno li predisposero ad esser sedotti dalla demagogia, e trascinati nella via de' misfatti?

Ma a rimuovere tutte le ipotesi, ed i computi sopra dati o non comprovati o immaginarii, noi invitiamo i nostri lettori a consultare una pregevole opera venuta ultimamente alla luce in Napoli, la quale offre il quadro

1 Di 442 accusati per reali contro lo Stato, tradotti a giudizio nel corso del 1850, furono condannali soli 300, e 142 assoluti. V. la Statistica penale comparata per l'anno 1830 - Napoli >- Stamperia del Fibreno >- 1851 >- pag. XIII.

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statistico generale su l'amministrazione della giustizia penale ne' dominii continentali pel 1850. Da più tempo colà non pubblicavasi un simigliante rendiconto. La profonda pace onde gode vasi innanzi al 1848, e le funeste perturbazioni che poi sopravvennero, aveano distolti gli animi da siffatti studii statistici cotanto utili per più rispetti. Il Cav. Longobardi Ministro della giustizia in quel Reame reputava suo dovere >(sono le sue parole messe in principio dell'opera) ravvivare questo annuale rendiconto onde il Re conoscer potesse periodicamente i salutari effetti dell'azione governativa nel ramo importante della giustizia repressiva. >Questo lavoro che può sostenere il paragone co' più lodati in siffatto genere, oltre non pure il rendiconto per l'anno 1850, ma un quadro comparativo dei risultamenti generali per un decennio dal 1831 al 1838, e dal 1849 al 1850, ed è corredato di tale copia di tavole e di specchietti, che i reati ne' quali talora l'uomo sventuratamente trascorre, vi sono disaminati sotto tutt'i rapporti, in guisa che al giureconsulto ed al legislatore si dischiude un vasto campo di meditazioni morali economiche governative. Nel rinviare a siffatta opera, da noi già citata nella precedente nota, Statistica penale comparata per l'anno 1850,> vogliamo anche arrecare uno stato numerativo dei condannati politici nei dominii continentali, compilato non meno sulle notizie

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apprestate dalla Statistica medesima che su di altre che ci è riuscito procurarne.

STATO INDICATIVO

del numero degl'individui condannati per reati politici nei dominii continentali delle due Sicilie. NEL

1848

1849

18501851 sino a marzo

1852

A morte 618

All'ergastolo 3 8

Ai ferri 150 276

A reclusione 4 29

A relegazione 33 49

All'esilio perpetuo dal Regno1 7

A prigionia 181 217

A confino 2

TOTALE 381 606

Niuna delle condanne capitali è stata mai eseguita, e la clemenza del Re le ha sempre commutate nella pena dell'ergastolo, ovvero dei ferri. Le stesse condanne a' ferri contro taluni meritevoli di alcuna considerazione per circostanze che la giustizia non può valutare, sono state quali

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ridotte ad un numero minore di anni, quali commutate in pene minori. La Statistica >testé cennata ne fa bella e memoranda testimonianza.

Mal poi saprebbesi qualificare se di bizzarrìa, o di aperta menzogna 1'asserzione dell'autore che cioè persone assolute, o le quali hanno espiata la pena, sieno tuttavia in carcere. La notizia non ha potuto venirgli che dai leali suoi corrispondenti, ed è tanto ardita per quanto è priva di ogni giustificazione. Essa rimane smentita dalle cose innanzi discorse, le quali dimostrano altresì che gli altri argomenti che maneggia lo scrittore per riuscir vittorioso nel suo proposito, sono o della istessa tempra di quelli discussi, o elaborati alla scuola dei sofismi, onde superflua si rende ogni altra disquisizione. Solo non possiamo passarci dal considerare che egli ha creduto, in una delle statistiche pubblicate dalla Rassegna, >leggere: Stato nominativo degl'individui che trovami in carcere a disposizione della Polizia; >e con ragione ha fatto le sue maraviglie, non trovando in esso la citazione di alcun nome. Ma la Rassegna >intitolò lo stato come numerativo >e non nominativo, >e nessuno sarebbe stato così balordo da apporvi una qualifica che non avrebbe corrisposto al contenuto. È evidente che questo esser debbe un errore nato dalla interpetrazione men che propria della traduzione francese del citato opuscolo.

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34.°-Dicemmo qui innanzi che i giudizii politici in Sicilia fur pochissimi, e la pruova n'è bella e spedita. Non ci ha chi non sappia, e chi non abbia ammirato la magnanimità e la clemenza con che il Re delle due Sicilie volle diportarsi verso i Siciliani dopo la completa sommissione di quell'isola. Padre più che Re vittorioso deplorò la sorte dei moltissimi sedotti o traviati da perfide suggestioni, e loro perdonò, e ben pochi (intorno a quaranta) escluse dal grande atto di amnistia come capi o promotori di quella stolta insurrezione, la quale offrì l'inaudito spettacolo che mentre cercavano sottrarsi al benefico governo del legittimo Re, non trovavano cui commettere il reggimento dei loro destini. Or se la Sicilia fu del tutto ridotta all'obbedienza nel maggio del 4849, e se d'allora in poi rifiorisce per saggi provvedimenti governativi, e per una prudente fermezza nella direzione delle cose pubbliche, come si vorrebbe avere il crudele desiderio di vederne popolate le prigioni di detenuti politici, e godere del mesto spettacolo di molte condanne? Si lascino pure una volta in pace i suoi abitatori, che nissuno più del loro Re potrebbe avere a cuore d'immegliarne le condizioni. Egli che già tanto fece, dal suo primo salire sul trono avito sino alla funeste perturbazioni del 1848, per promuoverne la prosperità, ora intende con animo paterno e con sapienza civile a

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rimarginarne le piaghe; ed i popoli, fatto il confronto dello stato attuale colle passate tristissime vicende, lui benedicono, e ad una voce il chiamano loro liberatore e padre. Ma queste, le quali non sono che nozioni generali della storia contemporanea, ricevono un fulgidissimo lume dai particolari che ci siamo procurati, perché alle molte parole ed alle invenzioni la critica potesse contrapporre fatti positivi. Osservava il Gladstone che lo stato numerico >pubblicato dalla Rassegna non dava alcuna notizia ne dei prigionieri ne dei condannati dell'isola di Sicilia, quantunque egli avesse espressamente parlato di prigionieri del Regno delle due Sicilie>, ed avesse fatta la distinzione fra l'isola ed il regno di Napoli propriamente detto, >(pag. 28.) Noi siamo in grado di soddisfare a' desiderii di lui, invitandolo a leggere lo stato numerativo >che siegue, e non dubitiamo ch'egli sarà preso di maraviglia e di sdegno ad un tempo in veggendo come siasi abusato della sua buona fede, dandòglisi a intendere come vere le più immaginose favole, e le più basse calunnie.

Stato numeralivo degl'individui che in Sicilia sono stati condannali per reati politici dal 15 maggio 1849 sino al cader di marzo 1832, e di quelli che tuttavia sono in carcere o con modo di custodia esteriore per essere giudicati.

PENA NUMERO

de'

condannati

OSSERVAZIONI

A morte 10 Sei fecer parte della insurrezione a mano armala del 27 gennaio 1850 in Palermo. Gli altri quattro convinti di diversi alternali contro lo Sialo si ebber commutala la pena dalla clemenza del Re in quella de' ferri.

Uno di essi ebbe ridona la pena ad anni 3.

Tra il controscritto numero di condannali ve ne so no 16 della provincia di Catania, i quali parteciparono anche ai saccheggi ed alle stragi consumale nel 1849.

All'ergastolo5

A' ferri 17

Alla reclusione 3

Alla relegazione 1

AH*esilio perpetuo1

Alla prigionia 7

Alla malleverìa 6

Totale 50

Individui che rimangono in carcere con modo

di custodia esteriore

Provincia di Palermo

« di Messina

« di Catania

« di Girgenti

« di Noto

« di Caltanissetta

« di Trapani

Totale

CAPITOLO VIII

DELLA CONFISCA E DEL CASO DI CARDUCCI,

35.°- II Sig. Carlo Macfarlane, uno dei più distinti pubblicisti inglesi, e l'egregio Sig. Gondon, rinomato direttore dell'Univers>, furono siffattamente indignati dalle calunniose accuse che il Sig. Gladstone intentava contro il Governo napolitano, che sursero spontanei a combatterlo. Essi procuraronsi tal copia di notizie che poterono confutare in tutt'i suoi particolari l'accusatrice scritta. La Rassegna>, senza voler riandare le molte cose già bellamente dette, si contentò di rilevare i più grossolani errori, e condannò al disprezzo tutti gli altri. Or di questo silenzio l'onorevole Gladstone prende argomento anche in questo luogo della sua pubblicazione, e lo interpetra quasi a conferma delle sue osservazioni (pag. 30). Ma fu detto innanzi che cosa valga siffatto silenzio, ed è filo troppo debile quello a cui vorrebbe attenersi un accusatore, al quale incumbit onus probandi >per le leggi e per gli usi adottati dalle nazioni incivilite in tutt'i tempi.

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Pertanto sceverando tra' particolari immeritevoli di attenzione, due ve ne sono che ne richiamano alcuna, cioè la pretesa confisca, ed il caso di Carducci.

36.° - L' onorevole Gladstone scrive avere udito che sovente volte oltre l'incarcerazione si procede alla confisca od al sequestro >(pag. 30). È questa una nuova accusa arditamente innalzata sopra un fatto con artifìzio stravolto, e però ben rispondeva il chiaro Macfarlane che non un frammento di proprietà di qualsivoglia genere era stato mai toccato.

La confisca dei beni (non vi ha chi noi sappia) è una pena che le antiche leggi a cominciare dalle romane ammettevano nei reati di lesa Maestà; >che di presente taluni stati di Europa l'applicano con rigore contro i ribelli, ma che l'umanità delle leggi napoletane, che l'A. >si compiace di qualificare come dure >e crudeli>, ha del tutto eliminato 1. Questa legge non è stata mai violata, e ne dovrà rimaner convinto lo stesso accusatore quando sarà istruito della differenza che passa tra confisca e sequestro.

Taluni sequestri di redditi, è vero, furono praticati a

1 Articolo 3 delle leggi penali delle due Sicilie. La pubblicazione dei beni dei condannali, che nelle antiche leggi del Regno era una delle pene per alcuni misfatti, è abolita.

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danno di pochi emigrati napolitani, i quali all'estero abusavano della loro fortuna «per attoscare segretamente(secondo si esprime un periodico napolitano) lo spirito pubblico, e sviarlo dal suo retto cammino... Il Governo alla fine pensò non essere giusto che le rendite dei beni da lui tutelati servissero per alimentare le congiure contro di lui, e le sequestrò dove trovonne, non confiscolle. Il metodo dei sequestri fu semplice ed onesto: si misero quei redditi nella Cassa di ammortizzazione in forma di deposito a pro dei proprietarii che, secondo incontrastabili prove, ne usavano come contributi della propaganda rivoluzionaria: nella quale cassa tali depositi serbansi inviolabili ed intatti. Questi sequestri (noti bene chi legge) non furono mai fatti che su la sola quota delle rendite spettanti agl'incorreggibili emigrati, e sempre con l'intento governativo di far cessare i rigori degli effetti allor che cessasse la criminosità delle cagioni. E notisi pure che a molti tali sequestri non furono imposti o perché figli di famiglia, o perché di regolare condotta, ed a non pochi furono anche tolti, e che in nessun caso le famiglie degli esuli ebbero mai a sentire disagio per siffatto provvedimento 1.

1 L'Ordine >Giornale politico letterario del 9 ottobre 1851, n. 219.

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Noi abbiam sinanco voluto conoscere il numero di siffatti sequestri, ed abbiam trovato che sono intorno a ventitré, e che parecchi di essi sono stati di poi rimossi. Sono però meno sequestri che impedimenti temporanei all'esazione della rendita, la quale versata dai debitori nell'additata cassa pubblica, rimane quivi come un sacro ed inviolabile deposito al pari delle altre somme che colà depongono i privati per contestazioni giudiziarie. Quindi è un errore parlare promiscuamente di confisca e sequestro: è una menzogna quando dìcesi che all'arresto di qualche individuo segua il sequestro de' suoi beni. Nessuno individuo imprigionato è andato mai soggetto a cotal misura: pochi emigrati se l'hanno richiamata sul capo pel loro contegno manifestamente ostile verso il proprio paese, cui pur sarebbe loro interesse portare amore, e loro gloria non disprezzare.

La giustizia del quale provvedimento, come espediente governativo, non potrebbe meglio essere abbozzata che colle seguenti parole: «Mentre i comitati centrali od eccentrici predicano con tanto zelo perché tutt'i radicali del mondo abbiano parole, denari ed armi, pronti pel gran dì della riscossa, la Presse >vorrebbe che i Governi contribuissero pur essi ad accrescere il fomite della sedizione, potendo diminuirlo? Sarebbe dunque lecito far fuoco contro il proprio nemico quando abbia

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spianato lo schioppo, e non impedirgli di caricarlo, non negargli la polvere e la pietra focaia? Ehi andate a sragionare coi gonzi. A voi dunque è lecito declamare, accusare, infamare, dare allarme, dipingere come imminente ed inevitabile la battaglia, descrivere fin l'uso infame che fareste della sognata vittoria: e sarebbe un debito dei governi mettervi in mano, potendo negarveli, i mezzi di accelerare la vostra propria rovina, poiché è una chimera quella che osate minacciare all'Europa? 1

37.°-II caso di Carducci ha affaticato molti cervelli, e non sono mancate menzogne e calunnie da parte di coloro che agognavano far ricadere sul Governo napolitano la responsabilità di un tal fatto. Ma le confutazioni e le difese sono state spontanee e numerose nell'interesse della verità oltraggiata. Nella colta Parigi più di un giornale ha strenuamente pugnato per essa incontro agli attacchi del National >e della Presse. >I Signori Macfarlane >e Gondon >han pure consacrato qualche pagina a chiarire l'avvenimento; e il d'Arlincourt >con quel suo stupendo ingegno ne ha detto poche ma sentenziose parole, delle quali, storicamente parlando, non possiamo ammettere

1 >V. L'Ordine >dianzi citalo.

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quelle che così suonano: La tète du fameux insurgé [ut mise dans un pot de sel>, et ironiquement envoyée à ses coreligionnaires de Naples 1.

Il tempo fa sempre più luogo alla verità, e sedati i timori inspirati dalle minacciose influenze demagogiche, possono meglio raccogliersi le circostanze veridiche dell'avvenimento in disame. Chi fu Costabile Carducci, da quale ambizione l'animo suo irrequieto era preso, e qual parte si ebbe nella insurrezione del Cilento che preludiò allo statuto del gennaio 1848, non vi ha chi noi sappia. Terribili documenti della sua crudeltà e sete di sangue, in quel primo saggio del suo potere rivoluzionario, sono le morti comandate di Rosario Rizzo da Sala, e del Barone Maresca da Ascea. Allorché il Generale Lanza nel luglio del 1848 capitanando alquante milizie regie si avanzava vittorioso per le Calabrie a disperdere i ribelli che si erano colà raccozzati, il Carducci, veduta disperata la loro posizione, studiossi con un' abile mossa di assalire alle spalle la militare spedizione. Ei recossi prestamente in Scalea, paese della Calabria citeriore che siede sul Tirreno; e di là inviati i suoi cavalli a Torraca, e comandato ad un suo fido che spargesse per le terre circostanti la nuova del suo prossimo arrivo,

1L'Italie Rouge, >p. 255.

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onde i satelliti si tenessero pronti in armi, imbarcassi con alquanti compagni su di un piccolo battello, dirizzando la prora verso Sapri. Già le notizie delle vittorie ottenute dalle regie truppe sui faziosi calabro-siculi eransi divulgate; già temeasi che le bande dei rivoltuosi si ripiegassero su' paesetti per metterli a soqquadro, e non ignoravasi che molte migliaia di armati doveano convenire in Torraca, ed attendervi chi li capitanasse per proclamarvi, non sappiamo dire, quale specie di governo, e muovere in soccorso dei fratelli sconfitti.> L'apparizione dell'insolito legno presso Acquafredda, villaggio di Maratea, contiguo alla Calabria, mise in pensiero il prete Vincenzo Peluso di Sapri che colà soggiornava. Ei sempre fedele alla causa dell'ordine e del trono, mosse intrepidamente con alquanti suoi fidi verso il lido, e scorto il temuto Carducci armato e circondato di armati, per accertarsi con quale animo essi ne venissero, intimò loro di gridare viva il Re. >Gli atti e le risposte suonavano ostilità e morte, e però un conflitto impegnossi, in cui Carducci fu ferito in un braccio, ed i suoi furon fatti prigionieri. I quali vennero ben tosto inviati in Maratea, mentre che il Carducci umanamente medicato della sua ferita fu affidato ad una scorta perché il menasse innanzi alla giustizia in Lagonegro. Non si sa in qual modo e per opera di chi sia stato poi costui trovato morto nel cammino,


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sia che i suoi comproseliti si fossero avvanzati a liberarlo dalle mani della scorta, sia che avesse egli cercato di evadere dal mezzo di essa. Noi non diremo quanto siffatto avvenimento abbia contribuito alla pacificazione di quei luoghi, che la storia imparziale già lo ha registrato nelle sue pagine. Questo diremo soltanto che il tempo sempre più rende testimonio da una parte dell'audacia del Carducci, che non pago delle insurrezioni e delle stragi menate in più luoghi, veniva nel Cilento a raccendere la guerra civile, e dall'altra della divozione alla causa dell'ordine, e dell'animo forte del nominato Peluso.

3.8.° - Pertanto le notizie comunicate su tal proposito all'onorevole Gladstone ripugnano a quanto si è sinora conosciuto di più veridico. Menzogna che il Carducci, dopo il 15 maggio rifugiatosi in Malta, di là movea con nove compagni, e pacificamente si recava in Calabria (pag. 32), mentre tutti sanno che quelle provincie erano il teatro della guerra tra i faziosi e le truppe regie recatevisi a restaurare l'ordine pubblico, a scacciare i democratici comitati, ed il sedicente governo provvisorio. Menzogna che Carducci da Calabria dirigevasi alla volta di Napoli (ivi), poiché se tale fosse stato il suo pensiero, poteva battere la diritta via e non la obbliqua. D'altra parte i suoi stessi comproseliti non pongono in dubbio ch'egli,

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vedute a mal partito le bande dei faziosi nelle Calabrie, avea procurato gittarsi nel Cilento, per riunirvi gente e correr di nuovo alle spalle delle regie milizie. Menzogna che Peluso avesse ospitato lui ed i compagni, e poi loro fosse stato sopra con una mano di gente armata (ivi), perocché il fatto avvenne al disbarco di esso Carducci e dei suoi seguaci tutti forniti di armi, e non inermi, come l'A. afferma. Menzogna che Carducci fu portato via dal Peluso, >dacché sopravvenuto uno stuolo di difensori dell'ordine per tutelare la già minacciata quiete s'impossessò di lui, ed il condusse per la via che mena a Lagonegro, capo del distretto di tal nome in Basilicata.

I giudici che si succederono nel Circondario di Maratea, dettero ben tosto opera a istruire il giudiziale processo su questo clamoroso avvenimento. Due petizioni, come scrive il Gladstone, furono presentate alla già camera dei deputati e trasmesse al Ministero, perché si proseguissero le indagini. Gli ordini che emanò il Ministro di giustizia di quel tempo mossero la Gran Corte criminale di Basilicata a prescegliere un magistrato dal suo seno per compiere la istruzione; il quale, recatosi sopra luogo, fece quanto era in suo potere per chiarire il vero.

Tali sono i fatti genuini ben diversi dalle dicerie di piazza, dalle voci di fanatici politici o di agitatori di professione, ed hanno per sé l'appoggio della notorietà

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e dei procedimenti giudiziali. Né debbesi obliare che il conflitto avvenne nel 4 luglio del 1848 quando taceva l'influenza governativa dove non vi erano milizie, ed era pressoché nulla l'opera della polizia. Quindi il fatto fu compiuto senza influssi di sorta alcuna, senza il concorso di alcuna autorità. Erano due avversarii politici che in tempi di perturbazioni s' incontravano: luno veniva coi più fidi suoi compagni a dare il segno dello allarme in quelle contrade; l'altro credè suo debito opporsi ad un tentativo di ribellione. Il disegno, i mezzi, l'esecuzione furono l'opera di pochi momenti; la causa dell'ordine trionfò senz'altri ausilii che quelli del coraggio e della divozione di un solo. Il Governo estraneo ed ignaro dello avvenimento, dopo che n'ebbe contezza, fece quel che la giustizia esigeva: i processi giudiziali sono là per contestarlo a chi tuttora ne volesse dubitare.

CAPITOLO IX

IL CATECHISMO ED IL CLERO.

39.° L'autore delle famose lettere avea in esse invocato come palladio una operetta intitolata - Catechismo filosofico per uso delle scuole inferiori, >impressa dal tipografo Raffaele Miranda nel 1850, e non avea dubitato affermare essere opera di un ecclesiastico ch' è, od era alla testa della Commissione di pubblica istruzione. >Aggiungeva che nelle scuole era obbligo usarne, che vi si trovavano sparse false vili ed immorali dottrine, talvolta ridicole, ma più spesso orribili, >e che vi s'inchiudeva una compiuta filosofia dello spergiuro ridotto a sistema ad uso de' monarchi, >e ch'egli trovava un tal libro per le dottrine che insegnava consentaneo ai fatti della storia napolitana degli ultimi tre anni, e mezzo.

La Rassegna >con imitabile moderazione diceva al molto onorevole Gladstone: i vostri errori riboccano dall'un capo all'altro delle vostre lettere, e non si poteva assumere più meritorio uffizio che quello di venirveli mostrando.

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L'opera non è di alcun membro della pubblica Istruzione, ma di autore celatosi sotto le iniziali C. M. L. Non si appartiene a questi ultimi tempi, ma risale al 1837, perché nel 1850 fu soltanto ristampata. Né la istruzione pubblica, né alcuna autorità fu consultata sull'edizione del 1850, venuta fuori quando neppure erasi emanata la legge sulla censura preventiva della stampa. Non é poi conveniente discutere il merito delle dottrine esposte in tal libro, per non trasportare una quistione di procedimenti giudiziali in un campo di materie religiose 1.

L'autore che poneva la base della sua dialettica nell'epoca della pubblicazione del catechismo, si trovò naturalmente sconcertato, e fu spinto suo malgrado a confessare ch'egli non conosceva la data della primitiva pubblicazione di quel libro >(pag. 33). Ma novello Antèo ripiglia forza da questa sua caduta, e con insolita arditezza afferma che ciò non cangia lo stato delle cose, poiché null'altro fa che riportarsi colla memoria ai periodi più antichi della storia napolitana, a cui le dottrine del catechismo sono se non al tutto quasi tanto applicabili quanto al periodo del 1848 >(pag. 33).

Noi se bene intendiamo il senso delle generali parole, vi vediamo un'allusione alle diverse epoche in cui il Reame

1 V. Rassegna degli errori e dette fallacie >p. 60 e 61.

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delle due Sicilie venne funestato da politici rivolgimenti; ma difficile sarebbe il riconoscere a quali di siffatte epoche potessero con verità appropriarsi le censure dello scrittore. Tacciasi del 1799, poiché gli storici più nemici della monarchia gli diranno quale fu la politica che decise degli accordi tra il Cardinale Ruffo, Vicario del Re, e i Comandanti dei castelli di Napoli. Non si volga lo sguardo al 1820, perocché un pubblicista, come l'onorevole Gladstone, ben conosce che la cospirazione, la ribellione armata, il timore d'imminenti calamità pubbliche, la giusta brama d'impedire mali maggiori, e specialmente l'effusione del sangue cittadino, non mai furono sorgenti di acquisto di diritti legittimi, e neppure della osservanza di promesse strappate in circostanze cotanto imperiose. E se l'attenzione vogliasi soffermare al fatale anno 1848, bene intendiamo che questa é la dimanda che fanno tutti gli spasimanti di quel nuovo ordine di cose, i quali cercano un puntello nella religione, mentre non avrebbero ritegno di scalzarne le fondamenta se lor venisse fatto. Leggasi la risposta in un periodico, che di materie religiose ne conosce assai più di noi, e forse a buon dritto anche dell'onorevole Gladstone.

«C interrogava giorni fa il Risorgimento >se noi credevamo essere spergiuro il Re di Napoli per avere col fatto abolita la costituzione che avea giurata, e noi

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abbiamo risposto ricisamente che no. Credevamo che il Risorgimento, >il quale sa un pò di tutto, sapesse anche un pò di teologia morale, e ci passasse buona la nostra risposta, comprendendone le ragioni che allora non esponevamo; ma siamo andati falliti nella nostra credenza. Il Risorgimento >già scandalizzato della nostra ignoranza politica, ora si scandalizza anche più della nostra ignoranza teologica.

«Signor Risorgimento, >voi ed i pari vostri non ci toccate in teologia, altrimenti vi faremo avere un diploma d'impertinenza. Il Cattolico di Genova >in teologia fu sempre inappuntabile.

«Sentite le ragioni del nostro No, ed imparate per quando avrete a discorrere di giuramenti.

«Il giuramento qualora sia giusto e retto obbliga sotto pena di peccato mortale tanto i Re come i sudditi, e si deve osservare da tutti; ma qualora un giuramento non è giusto e non è retto, perché preso a sanzionare ciò che si trova dannoso al prossimo ed alla religione, quel giuramento è per sé stesso di niun valore, e non solo è lecito non osservarlo, ma osservandolo si peccherebbe. Quando poi vi possa essere del dubbio sulla sua giustizia e rettitudine, si rimette la cosa al giudizio di quella formidabile autorità ch'è la suprema in terra, intendete all'autorità della Chiesa, la quale, secondo

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crede bene, scioglie o non scioglie dal giuramento.

« Questa è teologia che si sa fin dai fanciulli se frequentano il catechismo.

«Or dunque bisogna che sappiate che il Re di Napoli, tratto e strascinato dal dolcissimo Risorgimento Italiano, >credendo di non poterne a meno, e non prevedendo tutto il futuro, diede la costituzione ai suoi sudditi e la giurò, perché il dolcissimo la pretendeva giurata. Vedendo poi che mediante le camere della sua costituzione i galantuomini non potevano più passeggiare per le vie, che la Religione e la morale dovevano far valigia, e cercare ricovero piuttosto in terra di Africa, e che non aveva più sicuro il capo in cima al collo Esso e la sua Reale famiglia, e che frattanto doveva prender parte a tutte le turpitudini italianissime; vide chiaro che il suo giuramento si risolveva in una obbligazione imprudente, rovinosa alle anime e ai corpi dei suoi sudditi, e quindi consigliatosi col suo buon senso, dietro i principii della più sana teologia, giudicò di non essere obbligato, anzi di non potere osservare il preso giuramento. Che se per soverchia delicatezza di co scienza avesse avuto qualche scrupolo, avrebbe anche saputo come levarselo, ricorrendo alla competente autorità. Per le quali cose vi ripetiamo recisamente che il Re di Napoli non è spergiuro.

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«E che? avreste detto spergiuro il Re Erode se avesse ricusato di tagliare il capo a S. Giovanni Battista, per che aveva giurato alla sua diletta ballerina di darle quanto gli avesse dimandato in grazia del ballo?

«E poi vi abbiamo dimandato come scusereste voi dallo spergiuro il Re Carlo Alberto, il quale aveva giurato di non dare la costituzione, e ciò non ostante l'ha data? A questa dimanda voi fate il sordo. Rispondete, rispondete, signor Risorgimento>, rispondete!

«Qui si parrà la vostra abilitade 1».

Del merito delle dottrine racchiuse nell'accennato catechismo nessuna sillaba di riprovazione possiamo noi dire, come improvvidamente l'A. avrebbe preteso dalla Rassegna, >e dobbiamo per lo contrario far plauso all'autore delle iniziali C. M. L., che vuolsi essere il Conte Monaldo Leopardi, il quale concepì il pietoso pensiero di premunire la incauta gioventù contro quelle massime liberalesche, che trapassando ogni segno, insidiano sordamente la religione e la pubblica tranquillità. Altri di proposito ha toccato di questo argomento, mostrando quanto vada errato il Gladstone nel censurare gl'insegnamenti di quell'operetta, la quale scritta per giovanetti dovea contemperarsi alla loro

1 Il Cattolico - >Giornale quotidiano di Genova del 13 agosto 1851 n° 596 an. 3.

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capacità, ed adattarsi al loro intendimento '. Basta dire che essa richiamò nel 1837 l'attenzione di Monsignor Angelantonio Scotti, il quale la reputò così acconcia ch'ebbe cura di farla pubblicare per le stampe in Napoli. Questo prelato fu uomo di tanta dottrina e santità di costumi che meritò tra' molti anche l'elogio di uno scrittore più che liberale, Niccola Nisco 1.

40.° - Parole di biasimo e di lode s'incontrano a vicenda in quel luogo della seconda lettera del Gladstone, dov'ei tocca del Clero napolitano, secolare e regolare, di tal che il lettore non sa concepire quale sia il suo giudizio in tanta contraddizione di cose. Di carattere misto >egli dice quel venerando corpo, ma sarebbe ingiustizia renderlo solidario degli atti del Governo: una parte di esso lo è certamente, >poiché gli venne riferito che alcuni tra i preti abusarono del confessionale per servire il Governo, e ne seguirono degli arresti. Ma d'altra banda vi sono membri del Clero anche monaci che sono fra gli oggetti della persecuzione. >Il Cardinale Arcivescovo che presiede la Chiesa di Napoli, è uomo di gran paraggio e

1 La Scienza >e la Fede - >Vol. XXII fase. 128 - Napoli agosto 1851.

2 Questo giovane ardente, nel febbraio del decorso anno, fu condannato a' ferri con molti altri convinti di appartenenza alla società secreta della l'Unità Italiana.

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di maniere semplici, devoto del tutto a' suoi doveri. >L'A. crede ch'egli è lungi dal partecipare od anche dall'approvare degli atti indegni del suo carattere. >Perù non dubita che nel Clero siavi una forte fazione pel Governo, come vi è fra' lazzaroni, ma non vi è prova della complicità di quel corpo, ne chiara prova dell'opposizione di una parte di esso. >(Lettera del 14 luglio 1851).

Non sapremmo ben definire se la lode soverchi il biasimo, o questo quella. Egli è però certo che l'A. non ha nozioni sicure intorno al carattere degli ecclesiastici napolitani, o ne ha di assai false e travolte dalla passione de' suoi onorevoli corrispondenti, ond'è che i suoi giudizii si risentono della incertezza stessa delle nozioni su cui sono fondati, e però lo enimmatico sentenziare di lui sopra cose di cui men conosce, e delle quali avrebbe fatto senno nel tacere. Pertanto nella nuova sua pubblicazione, stretto dalle vittoriose confutazioni che per tal subbietto il Clero medesimo ed altri organi della stampa così italiana che francese han messo alla luce, egli vuoi fare ammenda de' suoi errori, dichiarando che grande è il numero dei personaggi di quel ceto privilegiato che hanno ingrossato le cifre dei detenuti... >e che i fatti speciali dell'abuso >del confessionale per fini politici dei quali egli ebbe contezza in modo non dubbio, non furono più di due >(pag. 34).

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Ma la prima proposizione non è verità storica, e la seconda è una incompleta ritrattazione, e però né l'una né l'altra crediamo noi si potranno accettare da un Clero, del quale non vi ha chi non ammiri la esemplarità dei costumi. Geloso custode della rivelata sapienza, e conservatore dei sani principii, non mai ha deviato dall'osservanza del segreto sacramentale. La Chiesa cattolica insegnatrice della carità e della dilezione verso il prossimo, è fonte inesauribile di ogni maniera di conforti verso i traviati 1; né avvenne mai ch'essi fur traditi nella religiosa loro confidenza quando si rivolsero piangendo a Quei che volentieri perdona 2. >Era riservato ad un protestante accogliere con premura questa nuova calunnia contro il Clero napolitano, e pubblicarla dapprima nei termini più generali e odiosi, poscia restringerla a due soli casi. Ma qual è l'autorità di questi casi? dove almeno intervennero? in qual tempo? quali conseguenze ne seguitarono? se non possiamo saper delle persone, almeno i particolari potrebbero far fede dell'avvenimento. Ma tutto s'ignora, ed intanto non si dubita di riversare tanta infamia su di un intero corpo.

1 Merito, Ecclesia catholica, mater Christianorum verissima,... proximi dilectionem atque charitatem ita complecteris ut variorum morborum quibus pro peccatis suis animae aegrotant, omnis apud te medicina praepolleat. Augvstinvs de mor. Eccl. cath. 1.1. e. 30.

2 Dante - Purg. >m

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Che se a mostrare l'insussistenza di un'accusa non giustificata, basta l'accennare ch'essa manca di pruove, ci piace aggiungere ch'essa si oppone all'ordinario andamento delle cose. 1 rigeneratori dei popoli, gli anarchisti non si dettero mai pensiero di Dio, né delle potestà ordinate da Lui a pubblico vantaggio \ Essi non usano alla Chiesa che rade volte, e se il fanno, lo praticano per meglio illudere le masse, mostrandosi ipocriti e pseudoreligiosi.

41.°-Le quali idee ci conducono naturalmente a respingere quell'altra lode vituperevole, che cioè molti del Clero sieno stati l'oggetto di persecuzioni politiche. Noi informati dei fatti che sono di pubblica ragione, rispondiamo russamente che nissuno del Clero secolare e regolare della popolosa città di Napoli, e che soltanto pochi preti delle diocesi del Reame, e frati disertori dei chiostri preser parte alle mene demagogiche, o s'immischiarono nelle società segrete, e proscritte non meno dalla Chiesa cattolica che dalle antiche e nuove leggi del paese. E qui come storici e critici imparziali ci corre il debito di rilevare che i pochi ecclesiastici travolti nel turbine delle agitazioni politiche, aveano in buona parte dati non lodevoli

1 Qui obsistit potestati, Dei ordinationi obsistit. Dui enim minister est qui potestate fungitur tuo bono. Part. Rom. XIII >r. 2.

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esempi di vita men che onesta, cosicché la violazione delle leggi di sicurezza pubblica venne appresso a quelle della morale e della disciplina ecclesiastica.

Il Clero in generale, non pure si tenne lungi dal partecipare al desiderio delle riforme, >ed alla smodata brama di pericolose innovazioni negli ordini politici, ma altamente disapprovò e col suo contegno ed in iscritto quanto nel breve periodo delle agitazioni del 1848 si tentò ai danni della Chiesa, ora proclamandosi nei giornali la libertà dei culti, ora svillaneggiandosi anzi infamandosi Vescovi e Clero, ora apertamente parlandosi contro il culto e la pompa religiosa delle solennità mei templi, non che contro i frati e le cocolle >\ In mezzo a quel generale ribollimento di ogni passione venner fuori, non sappiamo se dalla piazza comandati, e quel divisamento di un ministro di sottoporsi al sindacato del Governo gli studii di scienze e lettere profane dei Seminarii insieme alla scelta dei professori, e quell'altro disegno di doversi compilare un novello codice ecclesiastico vestito di forme italiane, >e quel!' invito imperioso ai Vescovi ed al Clero perché con preghiere e limosine aiutassero la guerra lombarda, e si udirono persino nella camera dei deputati parole di censura sulla condotta dei Parrochia.

1 Una risposta al sig. Gladstone - Dulia Raccolta religiosa -La Scienza e la Fede >voi. XXII fas. 128 - Napoli -Agosto 1851.

2 Ivi.

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Il Clero Napolitano con un coraggio superiore ai tempi presentò sue rimostranze, vedendo così manomessi i diritti della Chiesa; e come ritornarono giorni di calma, ripigliò la benefica sua missione di adoperarsi per lo immegliamento del pubblico costume. Fu detto che le leggi sono inutili senza i buoni costumi 1, e però Zeleuco e Caronda, ambi discepoli di Pitagora, fecero precedere alla legge per Locri una serie di massime morali. Il legislatore delle due Sicilie vide che di precetti abbondano molti volumi, e che le sue cure doveano massimamente rivolgersi alla pratica, e però non dubitò chiamare i Vescovi ad invigilare sul primario insegnamento, e confidò taluni collegi di adolescenti a quell'Ordine religioso, della cui violenta espulsione nell'effervescenze del 1848 lo stesso onorevole Gladstone ebbe a deplorare la flagrante illegalità e la considerevole durezza 2.

1 Quid leges sine moribus

Vanae proficiunt?

Q. Horat. Flac: od. XXIV. e. 3.

Les bonnes mœurs veillent, pour ainsi dire, come des sentinelles devant les lois ci empêchent qu'on n'ose même songer à les violer: les mauvaises mœurs, au contraire, les font tomber dans l'oubli et dans le mépris - Mablv - Des droits et devoires du cit: >leu: 4, p. 168.

2 V. la lettera del 14 luglio 1851 al Conte Aberdeen.

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Altri salutari provvedimenti il legislatore medesimo ha fatto, o va preparando perché innanzi tempo il cuore del giovinetto, cereus in vitium flecti>, sia imbevuto di buoni morali, e la mente educata agli studii classici, alla sana filosofia, ed alle scienze veramente utili all'uomo. La pubblica istruzione per tal modo ha cominciato a rifiorire,.e copiosi frutti essa impromette per le cure del suo capo immediato il Canonico d'Apuzzo, e per la superiore direzione del Commendatore Scorza, antico magistrato, ora membro del gabinetto, assai reputato per la bontà del cuore e per molta sapienza civile.

Dalle quali cose di slancio toccate vuolsi inferire che il Clero napolitano ha mostrato tutto dì coi fatti quanto abborra da quelle lodi che vorrebbe prodigargli il signor Gladstone, supponendo che alcuni membri di esso sieno stati ravvolti nelle trame e nelle sedizioni che han dato occasione ai giudizii politici, oggetto delle sue lamentevoli scritte. Il Clero brama unicamente, se bene intendiamo i suoi atti, potere essere per tutti un efficace istrumento di civiltà, di moralità, di ravvicinamelo, di pacificazione e di salute.

CAPITOLO X

PASSAGGIO ALLA POLITICA: SCHIZZO DELL'ORGANISMO GOVERNATIVO DELLE DUE SICILIE

42.° - Ecco in complesso il mio rendiconto, >esclama il signor Gladstone pervenuto a questo punto del suo Esame >(pag. 34). Ma non debbesi credere ch'egli dopo sì lunga contenzione vada raccogliendo le sparse vele e riducendosi in porto, che molto altro gli rimane ancora a dire, comechè estraneo al suo principale subbietto. Ei scrivea quelle due sì spesso citate lettere per alleviare i supposti mali dei detenuti politici, e protestava non voler toccare di politica, ma ne discorreva allora taluni punti, e ora più diffusamente ne tratta, comechè ripeta che nell'entrare una seconda volta in campo, intenda conchiudere questa faccenda alla stessa guisa come incominciolla, presentandola cioè per cosa del tutto estranea alla politica >(pag. 35). Per altro tiene per fermo che avrebbe potuto astenersi da qualsivoglia nuova pubblicazione, e riposar tranquillo sul giudizio già dato dalla pubblica

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opinione, e divulgato dalla stampa di tutta Europa >(ivi), E perché darsi tanta pena, e non starsene piuttosto lieto all'ombra dei conquistati umanitarii allori? Se la sentenza fu pronunziata, se la stampa se n'è impossessata, a che la nuova scritta? Ma gli turbano i sogni la stessa gloria mal meritata, e le voci che d'ogni intorno gli gridano non comprarsi a sì buon prezzo un trionfo che svillaneggi un paese altamente cattolico, giusto ed umano al pari di ogni incivilita nazione. Se la stampa invida, e nemica dell'altrui riposo gli ha intuonato un inno di lode, ei non debbe chiudere gli orecchi al biasimo e alla censura della immensa maggioranza dei buoni, e degli stessi governi, che delle sue lettere fecero quel conto che gli usi internazionali, ed il rispetto dell'altrui indipendenza esigevano. Non s'illuda l'onorevole Gladstone; se un vero sentimento di filantropia lo preoccupava, altra via dovea battere: il perseverare in essa giustifica le vedute obblique che alcuni giornali gli hanno apposto.

43.°- Ma se le sue cure non conseguitassero il salutare scopo da lui propostosi, sarebbe un'altra grave aggiunta da farsi all'elenco delle offese arrecate dai governi alla libertà ed alla giustizia: offese che lo spinto di rivoluzione, diffondendosi pel mondo, combina ed esagera, ed alla sua volta rivolge contro i governi, e che

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messo da parie lo spirito di rivoluzione>, la umanità ferita e sanguinante non può non ricordare in questi esempi così evidenti >(pag. 35)-Il catalogo delle offese onde parla lo scrittore è già nel dominio della storia, e se un dì lo si vorrà consultare, non sappiamo quale nazione vi apparirebbe segnata coi più neri caratteri. Non sarà però possibile che in siffatto desolante registro si scrivano i provvedimenti che ogni comunanza civile è nel debito di adottare per la pubblica sicurezza. Che se questi dovessero figurarvi come oltraggi all'umanità, in sì strana ipotesi Napoli avrebbe anche di che menar vanto, e farebbesi ammirare tra le più eque nazioni. Imperocché appresso alle perturbazioni dell'infausto anno 1848, combattuta una guerra civile nelle vie della capitale, sostenuti altri conflitti tra i demagoghi e le reali milizie nelle Calabrie, la Sicilia riconquistata colla forza delle proprie armi, eppure dopo tanta conflagrazione nessuna vendetta mai videsi, nessuna proscrizione, nessun patibolo rizzato, e soltanto pochi, cauti, lenti e solenni giudizii a carico dei più famosi agitatori politici, seguiti sempre da atti d'inesauribile clemenza Sovrana. Questa sarà la nota da scriversi al catalogo, cui le future generazioni leggendo, daranno più giusta sentenza del Governo napolitano che non il contemporaneo scrittore. Esse ripeteranno maravigliate che il Re delle due Sicilie è stato il solo in tutta

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Europa che colle proprie forze ha conquisa l'anarchia, ha rialzato la importanza politica del Reame, ha aumentato la gloria delle sue armi vittoriose, e non ha patito che provvedimenti straordinarii si adottassero per la pacificazione del paese.

44.° - Che se il Governo napolitano non ha disprezzato il pubblico giudizio nella credenza di fatti che il censore ha travisato o falsato, spinto da maligne informazioni, esso ha mostrato un grado d'innoltrata civiltà quando ha veduto con soddisfazione sorgere non pochi difensori a propugnare la verità offuscata dalle dicerie o dalle calunnie di un partito nemico di ogni ordine. Una volta diceasi che bisognava condannare i cattivi libri e gittarli al fuoco: oggidì vai meglio pubblicamente combatterli, perdio la curiosità non sia solleticata dal divieto di venirne in possesso, e di accettare come oro puro tutto quello che di vile metallo vi è frammischiato. Arrogi che appresso al tumulto di passioni politiche non mancano molti che sono avidi di accogliere qualunque falsa notizia, di spargerla come vera, e di servirsene come talismano ad illudere gl'incauti ed acquistar comproseliti. Epperò noi non vogliamo defraudare lo scrittore inglese di una lode, quando dice, che fu al pubblico sentimento che il Governo napoletano accordava deferenza quando si risolveva al valevole atto di una risposta uffiziale;


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ma non possiamo egualmente concedergli, che a quel pubblico sentimento stesso renderà nuova deferenza (egli lo spera e non cura saper come) promuovendo le riforme della sua amministrazione, e di tutt'i futuri suoi affari >(pag. 36).

Le riforme! Già si sa, è questa la parola magica onde il noto Mazzini tanto si valse a danno dei popoli italiani. Le riforme possono esser desiderate ove le leggi sono ancora nell'infanzia, ma nelle due Sicilie chi può contrastare al merito di buone leggi? Del suo codice penale, modello di filosofia ed umanità, già si è discorso. Le sue leggi civili ritraggono molto della sapienza del codice Giustinianeo, e del progresso che la giurisprudenza ha fatto in Francia; che anzi sono lo stesso codice di Napoleone >modificato ed accomodato ai costumi dei popoli di siffatta estrema parte d'Italia. L'amministrazione civile, prima base di tutte le amministrazioni dello Stato>, ha una legge fondamentale, onde attinge i principii e le norme della sua azione sulle persone, e sugli obbietti che formano lo scopo delle sue cure. I municipii per l'organo dei rispettivi decurionati deliberano siill'interna loro amministrazione sotto la tutela del capo della provincia che vien denominato Intendente. Egli ha pure un collaboratore nella persona di un Segretario generale, il quale lo rimpiazza in caso d1 impedimento o di assenza, ed

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invigila immediatamente sulla Segreteria. La condizione degli uffiziali ad essa addetti, i quali languivano senza speranza di promozioni, e di un riposo dopo lunghi servigi, è stata pur rialzata mercé un saggio regolamento ultimamente divisato dal Direttore del ramo interno Signor Commendatore Murena. I grandi stabilimenti di beneficenza, monumento della pietà de' napolitani, del pari che i piccoli, >i quali sono in gran numero, corrispondono per acconci provvedimenti alla benefica e cristiana loro istituzione. La indigenza, le infermità, la pudicizia pericolante, la vecchiezza e sinanche la infanzia bisognosa di tante cure trovano da per tutto ricovero, cibo, vesti ed ogni maniera di conforti morali e religiosi. Il contenzioso amministrativo? separato dal giudiziario, ha collegi e riti distinti. Il Consiglio d'Intendenza, primo tribunale di tal ramo, è pure consultato dall'Intendente nelle materie economiche o che risguardano il benessere de' Comuni. Un eminente corpo consultivo, che prepara le leggi e discute gli affari generali di alta amministrazione dello Stato, riunisce ordinariamente gli uomini più distinti per esperienza acquistata in cariche cospicue, per sapere e per virtù sociali. Le opere pubbliche vi sono in condizioni così favorevoli che a tacer delle molte strade aperte a' commerci, e di altre grandiose opere o già compiute o prossime

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ad esserlo, come il bacino per la costruzione de' navilii, quel Reame è stato il primo nella penisola italiana a costruire i ponti di ferro sospesi su' fiumi, e le strade ferrate. Il Monarca che nella intrapresa delle cose veramente utili a' suoi popoli non si lascia vincere da difficoltà, ha fatto condurre a termine pria del cader dello scorso anno un saggio di telegrafia elettromagnetica tra Caserta e Capua, ed ha pure comandato che si prolungasse da un lato verso Napoli, e dall'altro verso Gaeta. La finanza si regge con leggi determinate, e con uno stato discusso, ch'è> la salvaguardia del religioso uso del danaro pubblico. Oltreachè di presente vi sopraintende un ministro (il Commendatore d'Urso) il quale, senza aggravare di nuovi tributi il paese, pone ogni suo studio in vedute di giusta economia, onde le condizioni prospere del credito pubblico napoletano da più tempo al disopra della pari, il niuno bisogno di carta monetata, gli stipendii ed ogni altro impegno scrupulosamente soddisfatti. Una milizia disciplinata, non di aggravio nella pace, fiera del suo onore nei cimenti della guerra, gareggia colla marinerìa cresciuta d'importanza tra le nazioni che hanno il beneficio di esser circondate dal mare. Né mancano i legittimi mezzi come far giungere ai piedi del Trono i voti dei popoli, e la espressione dei loro veri bisogni. I Consigli provinciali di antica instituzione,

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e ammodernati con la legge del 12 dicembre 4816 si riuniscono in ogni anno nel capo luogo di ciascuna provincia, e quivi consultano intorno agi'interessi delle singole popolazioni e ne rassegnano motivate deliberazioni al Re, il quale, esaminandole nel Consiglio di Stato, da i suoi alti provvedimenti. A questi giorni abbiamo letto sul Giornale uffiziale di quel Reame una lunga serie di decisioni Sovrane sui voti espressi dai Consigli generali riunitisi nel corso del 1851; il che addimostra quanto quella benefica istituzione, restaurata dopo le ultime vicende politiche, conduca alla prosperità del paese 1.

45.° - Tra gli oppositori al signor Gladstone non è mancato chi lo abbia appuntato di principii men che conservatori. La Rassegna >si è astenuta dal ricercare le cagioni e le circostanze che avessero potuto ispirargli le lettere accusataci; ma egli stesso non dissimula che fuori d' Inghilterra si è accolta la sua pubblicazione come un peccalo contro un simbolo politico, ovvero come un indizio di simpatia verso un altro diverso, o come un desiderio di compiacere ad un partito, e raccoglierne i favori senza dividerne la responsabilità >(pag. 37). Epperò si crede in debito di manifestare che siccome non

1 Giornale del Regno delle due Sicilie del 2 aprile 1852 n. 72.

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può reclamare alcun benefìcio o titolo di onore dal liberalismo o repubblicanismo, e dai politici liberali o repubblicani per le testimonianze da lui fatte, così nemmeno può accettare qualunque censura possa essergli apposta come offensore dei principii detti conservatori, o come agente in maniera da indebolire l'opera dei loro campioni >(pag. 37). - II perché onde purgarsi dalle tacce attribuitegli, dopo di aver mostrato che cosa sia il principio di conservazione, che il principio di progresso, >crede che non mai gli toccò la sorte di compiere un uffizio così veramente conservatore come quando ha tentato di separare dalla sacra causa dei governi in generale, e render vano un sistema, che a lui pareva conducesse il nome e l'idea dei governi nella vergogna e nell'odio >(ivi)-Belli e santi propositi in quanto che riconoscono la necessità di un governo, tipo e ministro della Divinità>, come più appresso dice, ed il rispetto dei principii di ordine e di autorità; ma in quanto all'abominazione che si tenta spargere sugli atti del Governo, di cui ragionasi, la conclusione dello scrittore ha il vizio delle premesse. False queste, quella non può esser veridica.

CAPITOLO XI

ORIGINI DELLO STATUTO NAPOLITANO: SUA IMPRATICABILITÀ: ECCESSI E FURORI DELLA DEMAGOGIA.

46.°-Poiché un significato politico >si è dato da talune persone alla pubblicazione dell'onorevole Gladstone, comegli stesso dichiara, gl'incumbe l'obbligo di esporre con brevi parole il giudizio ch'ei reca della posizione politica del regno delle due Sicilie riguardo alle provincie di terra ferma >(pag. 35). Egli ammette che il Re di Napoli, lasciando stare gl'imbarazzi della quistione siciliana, ebbe ad incontrare reali e serie difficoltà nel procedere allo stabilimento delle istituzioni rappresentative. Il principio drammatico, o a dirla più duramente, il principio teatrale ha acquistato un posto nel maneggio degli affari politici d'Italia ad un grado maggiore di quello che può andare a garbo del nostro temperamento più freddo: le idee immature si assumono prestamente ed in gran quantità: la vivacità della immaginazione e del sentimento avanza il lento passo delle più pratiche facoltà>, e la formazione di fisse abitudini mentali:

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si vuole che la spira della nazionalità tocchi il Cielo innanzi che la pietra fondamentale delle libertà locali sia gittata >(pag. 39).

In questo giudizio sui popoli italiani vuolsi riconoscere che lo scrittore inglese s'incontra ne' pensieri che un grande uomo di stato della Francia scriveva dell'Italia 1.

1 «Gl'italiani hanno ardente la immaginazione e debole il braccio: essi sono troppo corrivi a proclamare idee, ad inalberar vessilli, che poi non sempre han forza di sostenere.

«Il carbonarismo >conserva ancora i suoi vecchi sogni di repubblica unitaria>, e saluta il Pontefice meno pel suo santo e a luminoso carattere che per quella parte che favorir potrebbe i a disegni di sconvolgimento. L'Italia non è mollo inoltrala nelle vie della libertà: è più turbolenta che liberale: la classe media di cui si vorrebbe far capitale non è forte, né numerosa ab«bastanza: la nobiltà cova de' progetti alla Rienzi, e Roma ba già «il suo Lafayette nel Capo della milizia (Corsini). Colà gli eccessi de' patriotti possono rovinare ogni cosa. Vi è un partito esaltato di rivoluzionarii in Roma, nelle Legazioni, e da per tutto in Italia, il quale, se trionferà, avrà dato di scure alla libertà ragionevole e progressiva. L'Austria aspira al giorno in cui il disordine potrà giustificare il suo intervento, e non mancherà, a Napoli possiede il governo più nazionale, dirò anche il più familiare col popolo. L'Inghilterra s'ingegna a turbarlo con una insurrezione ordinata in Malia: il Re la reprime, e fa bene... In nome di ciò che vi ha di più nobile, di più alto nello spirito nazionale,

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delle sue propagande allorché tanto si schiamazzava in privato ed in pubblico per le ambite riforme. Noi desideriamo che gli agitatori ed i fanatici politici vi meditino seriamente, e riconoscano una volta, se di ammenda sono capaci, i danni che hanno arrecato colle loro rinascenti utopie, le vittime che hanno traviato ed immolato. Lo spirito di rivoluzione, che distrugge tutto quello che tocca, volle anche in Napoli spiegare il mortifero suo impero; e lo stesso Gladstone non dubita di proclamare che fra i deputati inviati al parlamento ve n'era una parte>, sebbene in piccol numero, di decisi repubblicani. L'agitazione per un cambiamento nella composizione della camera dei pari; od in alcuni casi per la sua abolizione innanzi che un corpo rappresentativo si fosse riunito, e l'agitazione per una estensione della franchigia elettorale prima che questa fosse stata adoperata una sola volta, erano circostanze che mostravano la necessità di una volontà risoluta e di una mano forte alla guida del paese >(pag. 39). Ma benché egli abbia riconosciuta e la indole vivace dei popoli italiani, e le peculiari agitazioni dei napolitani, istigati da molti repubblicani a procedere più oltre,

io supplico la propaganda di risparmiar l'Italia, e di non perderla come ha fatto della Polonia ecc. ecc.

La Presidence de M. Guizot et la majoritè de 1817. Paris Amiot pag. 54 e seg.

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va ricercando scuse e mendicando ragioni a cotale esaltamento spinto sino ai più flagranti attentati contro quel nuovo ordine di cose. E dice che le passate rimembranze erano scuse a quelle agitazioni >e confuse diffidenze,> come se veramente la condotta del Governo vi avesse data occasione in quei primi mesi del 1848, quando nulla si seppe o si volle negare alle pretensioni della piazza per impedire mali maggiori. Afferma che quando un popolo ha veduto ritrattar promesse solenni, solenni sanzioni, qualunque sia stata la necessità di Stato,> non si può biasimarlo dell'inquieto desiderio di nuove >ed estese guarentigie. >In tal guisa par che l'A. ignori, o finga d'ignorare la storia del 1820, e quella più recente del 1848, reputando solenni promesse >atti strappati dalle mene della propaganda venuta ad aperte ostilità, e nel supremo momento di preservare dalla guerra civile la gran maggioranza dei buoni, estranei alle pratiche criminose. Uno scrittore come lui, da venti anni lanciato nella vita pubblica, ha avuto sovente occasione d'invocare quelle verità morali che il dritto universale insegna, né vorrà ricusarne la pratica applicazione al Governo napolitano. Nel 1820 una mano di militari trascinati ed illusi dalla carboneria >alzò il vessillo della rivolta, ed appoggiandosi alle società segrete, minacciò, intimidi, e colle armi in pugno ottenne in tali congiunture quella passaggiera costituzione che, nata

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per violenza, subitamente morì. Nel 1848 arti più scaltrite preludiarono al nuovo ordine di cose, auspice ed insegnatore il famoso Mazzini. Un nome venerando applaudito e festeggiato per una legge di perdono, >veniva invocato come precursore nelle ambite riforme, >e faceasene il più strano abuso a meglio celare la grande ipocrisia. I nomi di libertà, de' dritti dell'uomo, di eguaglianza e di fraternità >furono evocati dalle tombe di altre straniere rivoluzioni colle quali erano stati sepolti, e riposti man mano in onore con contrapporvisi le parole di dispotismo, >di privilegi>, di tirannia >e di schiavitù. >Le istituzioni Mazziniane furono attuate: da per tutto si profittava di ogni atto governativo, di ogni menoma concessione per simular riconoscenza,> per applaudire, per riunir le masse, e procacciar molti adepti senza far loro conoscere lo scopo mentre il termine della gran rivoluzione dovea rimanere ignoto 1>. Quando venne il tempo, i congiurati si tolsero la maschera, e sembrò che fosse un movimento universale, incapace di esser represso, quello di cui in quel punto non poté vedersi né la estensione, né le forze, e cui dava proporzioni gigantesche la sollevazione di Palermo, e la disastrosa ritirata del Generale Desauget. In quei momenti trepidi, in quella notte (27 a 28 gennaio)

1 Istruzioni di Mazzini a' suoi affiliali in ottobre 1846, inserite nell'Univers >del 26 agosto 1848.

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nella quale tante notizie confuse, o stranamente esagerate giungevano, e le ansie ed i timori di maggiori calamità pubbliche si avvicendavano, quale determinazione potea prendere un Monarca amante dei suoi popoli 1?

Uno dei più cupi cospiratori, il quale sotto spoglia di agnello mostrò poscia istinto di lupo rapace, quando discoprissi, proclamò che lo statuto del 1818 era meno una concessione che una conquista. >1 demagoghi si ostinarono a sostenere nel corso dell'anno stesso che la forza >aveva costretto il Re a concederlo, a giurarlo, e che la forza >stessa lo avrebbe spinto più innanzi; ed una grande pruova se n' ebbe nella giornata del 15 maggio, se Dio non avesse coverto della sua egida un Monarca che tanto avea fatto per risparmiare il sangue dei suoi sudditi. Oltre a ciò era questo il precetto di Mazzini, di doversi guadagnare i Principi italiani chi in un modo, chi in un altro, ed il Re di Napoli con la forza >*. Or se il Re, vedute le tristissime conseguenze delle concessioni strappategli, ha respinto la forza con la forza, ed ha ripigliato i suoi diritti, non debbesi riconoscere ch'egli ha agito secondo i principii della giustizia universale 1?

1 V. l'Italie Rouge >par le V. d'Arlincourt p. 182.

2 V. le citate istruzioni inserite nell'Univers.

3 Communis videtur esse gentium sententia vim ac metum tollere consensum. Ita enim vis ci metus in se justam ignorantiam habere

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La tranquillità e la prosperità de' suoi popoli furono sempre in cima di ogni suo pensiero, ma quando tali condizioni vennero sconosciute e vilmente calpestate, ci si risovvenne esser Re, ed esserci una legge suprema che lo chiamava a salvare il paese da un fatale cataclisma. Il suo valoroso esercito, da lui stesso disciplinato ed ispirato di sensi morali e di onore, fu nelle sue mani un possente istrumento di pacificazione e di ordine pubblico; ed egli mostrò all'Europa come si debelli la terribile idra delle rivoluzioni dopo aver tutto infruttuosamente tentato per ammansirne i furori.

47.°-Tali furono le origini viziose delle concessioni napolitane, ma quale ne fu la pratica attuazione? Di alcuna cosa abbiamo fatto cenno, ma poiché lo scrittore inglese e nelle lettere e nella sua nuova pubblicazione molto si versa su questo subbietto, richiamiamo l'attenzione di lui sul quadro, comechè imperfetto, delle calamità le quali funestarono il paese, e ne avrebbero fatta la totale ruina, se la sapienza e la energia del Re non avesse alfine conquisa la demagogia.

dicitur, propter trepidationem scilicet mentis quae metui conjuncta esse solet.

Hug. Grot, de jure belli ac pacis lib. II. cap. XI de promissis p. 626.

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Dopo il 29 gennaio per alcune settimane fuvvi in Napoli un tripudio da parte di coloro che aveano sollecitato le mal consentite concessioni: le acclamazioni, gl'inni e le feste si succedevano, mentre una immensa maggioranza rimaneva sorpresa ed attonita al repentino cangiamento politico, ed agl'insoliti baccani. Lo statuto improvvisato, copia per altro di una delle tante costituzioni della Francia, la carta di luglio >del Re Luigi Filippo, fu promulgato come monumento duraturo, mentre colà non dovea vivere che altre tre settimane. Il trionfo del comunismo parigino larvato di repubblica ruppe >il guscio >che l'occultava in Italia, giusta la frase di un illustre scrittore vivente \ Anche pria che pervenisse in Napoli la notizia di sì inopinato avvenimento, il carro di Mammone, >così detto dal suo inventore, trascinato con funerea pompa per la grande strada di Toledo nella notte del 25 febbraio, coi simboli e colle immagini che portava dipinte, evocava la memoria de' repubblicani del 1799. Giunta quella macchina sepolcrale innanzi alla Reggia, la detonazione di una bomba dovea essere il segnale di una rivolta, se una pattuglia non se ne fosse subitamente impossessata, terribile mezzo di cui la setta dell'Unità Italiana

1 Delle presenti condizioni d'Italia >- Ragionamento di Cesare della Valle Duca di Ventignano. Napoli 1848.

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più tardi (il 16 settembre 1849) armò il braccio di Salvatore Faucitano per provocare la guerra civile in quella piazza medesima, ove a religiosa ceremonia eran convenuti migliaia di cittadini desiderosi di ricevere la benedizione dal Sommo Pontefice Pio IX. D'allora in poi un crescente tempestar di giornali e libelli precursori della meditata catastrofe: attruppamenti minacciosi, irriverenti verso l'autorità, arrogantisi ogni dritto addimostravano a non dubbii segni che l'epoca delle riforme era finita, che quella della costituzione stava per passare, e che già si vagheggiavano forme del tutto democratiche.

In tali congiunture la immensa città vivace immaginosa e turbolenta, >secondo la dipinse il Botta nel tempo di altra commozione politica, assisteva stupefatta all'espulsione violenta dei PP. Gesuiti: quella de' monaci del Carmine sarebbe anche seguita se tra' popolani ed i fratelli >non vi fosse stato un conflitto, ove parecchi de' primi furono fraternamente >feriti. Vedevansi le strade gremite di agitatori ed infette di stampe licenziose ed invereconde, senz'alcun rispetto neppure all'onor delle famiglie; le autorità legittime tenute in non cale, e talora anche i santuarii della giustizia turbati da incomposte voci di disapprovazione; il più sfrenato abuso nel passare a disamina gli atti governativi, dandovisi ognora le più fosche interpetrazioni; e nulla di grande, di nobile

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e di sacro che non cadesse sotto il dente della maldicenza e della calunnia. Il contagio comunicatosi nelle provincie stimolò le brame dei proletarii, i quali si avventarono su i vasti possedimenti di taluni o già feudatarii o innalzatisi sulle mine di quelli, e parecchi ne invasero e posero a soqquadro; la voce dei buoni si ammutolì, e da per tutto un gridar confuso, un valere, un disvolere, sembrava proprio che avesse rimenata la primitiva confusione delle lingue. Il Re poco innanzi altamente plaudito, e proclamato come primo in Italia a mettersi per quella nuova via, dopo pochi giorni divenne segno alle più basse ed irriverenti parole di una moltitudine dissennata che, tumultuando innanzi alla Reggia, a sua posta imponeva e congedava Ministri, e minacciosa chiedeva questa e quell'altra più strana cosa; le milizie guardate biecamente erano additate come temuto ostacolo a ree intraprese; gli onesti cittadini ricacciati nelle loro case stavansene chiusi per sottrarsi agli eccessi dei furibondi novatori, e taluni fur costretti cercare un asilo in terra straniera; i caffè ed i così detti circoli, grands clubs politiques, >appositamente istituiti eran divenuti sedi delle più veementi declamazioni contro gli atti del Governo, mettendosi fuori le più pazze idee per malignarne le intenzioni. Quindi si vide con istupore la piazza comandare e comandare tirannicamente, pretendere una spedizione in Lombardia,

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dettare programmi ministeriali acconci ad indurre con artifiziose parole altre innovazioni politiche, e più tardi prorompere in dimostrazioni tumultuose come quelle che apparvero il 5 settembre 1818 ed il 29 gennaio 1819; rumoreggiare con armi ed armati presso la Reggia, disselciare le strade, alzare ripari e barricate, tramutare una vasta e nobile capitale in campo di guerra, e sinanco tentare la sorte delle armi nel funestissimo 15 maggio 1848.

Ma la demagogia èrasi già mostrata a viso scoperto, e però dopo la fatale sconfitta di quel giorno, corse spirante vendetta a sollevare le Calabrie, ed il Cilento. Nelle prime adunò gente, le pose in armi, creò comitati, e sinanco un simulacro benché scenico di governo provvisorio. Venne a conflitto colle truppe del Governo, chiese ed ottenne ausilii dall'allor ribelle Sicilia, e pur dové una seconda volta cedere innanzi al diritto, ed alle forze tutelatoci della società minacciata. Stanca al fine di tanto battagliare, ed esecrata dai popoli cui si era fatta conoscere per infruttuosi audacissimi tentativi, ricoverossi nel mistero della setta, evocò le tenebrose arti antiche sotto nuovo e prestigioso nome (la setta dell'Unità Italiana >sostituita all'antica carboneria)>, cominciò a cospirare in secreti conciliaboli, tentò la fedeltà delle milizie a disertare l'onore delle Reali bandiere, e si

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rivolse a diffondere con libelli, e con ogni maniera di stampe quelle abominevoli stoltissime dottrine che allettando gl'incauti, sotto le apparenze del bene del popolo, li sospingono per le vie dell'empietà al comunismo ed al socialismo. A tali tristissime condizioni aveano condotto il paese i nuovi ordinamenti politici! Era questo progredire nell'incivilimento o recedere verso la barbarie? E dovea un Governo saggio e giusto tollerare tanti danni, e posporre ad una carta imposta dalla prepotenza dei tempi, e sì perfidamente abusata, la tranquillità, e la stessa sicurezza pubblica, ch'è legge suprema, alla quale tutte le altre convien che cedano il luogo?

Or ci dica l'onorevole Gladstone, alla vista dei mali di slancio toccati, qual condotta dovea tenere il Re delle due Sicilie per salvare da una fatale dissoluzione la nazione alle sue cure dalla Provvidenza commessa, s'è pur vero, e l'autore non ne disconviene, che il potere dei Re vien da Dio, e ch'essi sono i custodi ed i difensori del riposo dei loro popoli?

48.°-I rimedi però a quelle cupe diffidenze >di cui discorre il prefato scrittore, a quei vaghi sospetti>, a quel desiderio di nuove ed estese guarentigie >potevano esser apprestati, secondo egli giudica, in un modo solamente, con la ferma cioè e perseverante buona fede >(pag. 30).

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Sebbene le nuove concessioni avessero origine si viziosa, e difetto così radicale che per dirla coi giureconsulti, tractu temporis convalescere non poterant, >ciò nondimeno con quanta magnanimità ed abnegazione furono quegli ordinamenti attuati, lo dimostrano gli atti interceduti nei primi mesi del 1848, la costante premura di ottenere che le camere legislative operassero secondo il loro scopo, e che ciascuno si contenesse nella linea segnata da quell'ordine di cose. Ma gl'immodici desiderii, le ardile manifestazioni, anzi le aperte e minacciose dimande per altra forma di ordini rappresentativi, le stampe provocatici che senz'alcun mistero eccitavano i popoli all'abolizione della parìa,> alla estensione delle leggi elettorali, all'adozione della costituzione del 1820, alla creazione di unica camera costituente,> e talora anche alla repubblica, affrettarono la caduta di un sistema che, vizioso nelle sue fondamenta, presto o tardi dovea crollare. Il Parlamento, il quale avrebbe potuto mettere un argine al torrente impetuoso, che tutto minacciava di porre a soqquadro, si lasciò signoreggiare da quella frazione che, al dire dello scrittore medesimo, era composta di decisi repubblicani. >Se poche anime generose e colla voce e con gli scritti predissero la fatai procella che rumoreggiava sui capo dei dissennati, le loro parole furono portate dal vento, o come predicate nel deserto, ed il paese intero,

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che certamente non era repubblicano, >come si esprime l'A., e non ci è chi lo contrasti, rimase spettatore dello scioglimento del dramma, che anzi affrettò coi voti dapprima, e poscia con innumere petizioni il ritorno a quegli ordinamenti politici che tanto l'aveano fatto prosperare nel tempo precedente alle funeste innovazioni.

49.° - Ma il Re, ripiglia lo scrittore, avea detto al mondo nel 10 febbraio 1848, ch'egli accondiscendeva al desiderio unanime de' suoi amatissimi sudditi>, né pel conflitto del 15 maggio fu tolto d'inganno, che anzi nel 24 dello stesso mese dichiarava che la costituzione dovea essere l'ara sacrosanta sulla quale dovevano appoggiarsi le esorti de' suoi amatissimi popoli e della sua corona >(pag. 43).

Già vedemmo quali furono le simulazioni, quali le trame occulte, e quali le minacce di maggiori calamità pubbliche che ingenerarono gli atti del 29 gennaio e del 10 febbraio. La scuola delle discorse arti non erasi del tutto dimessa dopo il 15 maggio; e la tristizia dei tempi correa sempre più funesta, anzi si era estesa sopra altre grandi nazioni. Né alla catastrofe di quel giorno si arrestarono i mali onde le popolazioni furono aggravate. Già si è detto come la demagogia corse a sollevare le Calabrie. Il Governo dové ad un tempo domare quella


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insurrezione, ed intendere al riconquisto della Sicilia, mentre il Parlamento eragli in parte avverso per le Calabrie, taceva per la Sicilia. Aggiungi che le società scerete aveano ricominciato il lavorio contro l'ordine pubblico. Oltre quella denominata l'Unità Italiana, >non degenere figlia del carbonarismo, >di cui sopra abbiam toccato, si agitava la setta dei pugnalatoti,> che si proponeva assassinare i Principi e le autorità costituite, e quella che sotto il mentito nome di società Cristiana >minava nelle, fondamenta la religione ed il potere costituito, conciliaboli infernali, che nel corso del 1849 avevano preparato nuove insidie ed occulti attentati all'ordine che venivasi instaurando, se una vigile Polizia non li avesse scoperli nel bel mezzo delle loro macchinazioni, e denunziati i colpevoli alle Corti penali, non avesse provocato le pene contro di essi stabilite dalle leggi del Reame.

Dalle quali notizie storiche vuolsi dedurre questa innegabile conseguenza, che cioè se le arti dei seguaci di Mazzini, i moti di Palermo, l'esaltazione di molti illusi od esaltati al nome di riforme, >i consigli timidi, le notizie esagerate dei torbidi del Cilento, ed altre perfidie dettero alla luce l'aborto dello statuto; gli eventi posteriori lo dimostrarono impraticabile, mal atto a soddisfare i veri bisogni dei popoli, a conservarne la pace e la prosperità; e la stessa furibonda demagogia

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colle sue macchinazioni, con gli eccessi ed anche coi conflitti l'uccise in culla: nil violentum durabile. >L'Europa poté per alcuni mesi rimanere attonita all'insperato innalzamento di una costituzione in Napoli improvvisata, ma ben tosto ne vide crollato il tempio, e dispersi gl'interpetri pel senno d'un Re che rivendicava i suoi diritti, e col sussidio delle sue valorose milizie spezzava i lacci di una legalità fittizia e rovinosa, sacrificando a' suoi amatissimi sudditi un idolo di carta, per non sacrificare a questo idolo il benessere ed il riposo di tutta la nazione 1.

1 Quare ab injusta actione abstinens Deum veneratur, ut quae ipsi est maxime propria, misericordiam et temerarii iuramenti veniam ei impertiat. Nam dupla eligere mala, cum parte altera exonerari possis, insanabilis est furor et mentis inopia. -Hug. Grot. de jure belli ac pacis I. 2 e. XIII de jureiurando p. 7.

CAPITOLO XII

I VOTI DEI POPOLI, E LE MODERNE COSTITUZIONI SUCCESSIVAMENTE SCROLLATE.

50.° - I fatti sinora rimemorati fan molto dubitare della verità delle parole scritte nell'atto dei 29 gennaio 1848, cioè se in Napoli fu un voto generale quello di aversi delle guarentigie e delle istituzioni rappresentative>, o un desiderio di pochi magnificato dalle arti mazziniane \ La soluzione del dubbio è breve e spedita. Quanti concorsero a' collegi elettorali? ben pochi nelle grandi città, pochissimi e quasi nissuno ne'paesetti. E che pruova questo fatto irrecusabile? Addimostra che la immensa maggioranza era ed è straniera ad ogni novità politica, e che la massima parte degli elettori con una riprovevole infingardaggine avca lasciato riuscire il Parlamento nella rappresentanza

1 Était-ce la volonté nationale ou l'intrigue révolutionnaire qui faisaient arriver a lui des vœux inexpliqués de réformes? >Que lui demandait véritablement la nation? -L'Italie Rouge >par le V. d'Arlincourt, p. 178.

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legale di una fazione, tranne poche onorevoli eccezioni. La generalità degli abitatori del napolitano e siculo paese poco o nulla conosce di forme parlamentarie, e non si cura se taluni, non si sa se prescelti dal voto spontaneo dei concittadini, o dalle influenze e dai rigiri dei circoli>, clubs, >debbano intendere con molte chiacchiere in bigoncia alla formazione delle leggi, ovvero se pochi dotti per molta conoscenza degli uomini e delle cose, le preparino nel segreto di un gabinetto. Essa conosce per pruova che l'attuale prosperità delle due Sicilie è dovuta al senno ed al genio della Dinastia Borbonica, a cominciare da quel Carlo III che da provincie di lontana Monarchia sollevolle ad indipendente e splendido Reame. Sa che non vedrebbe scemati i necessarii balzelli, né rimenati i favoleggiati tempi dell'età dell'oro, e due volte ne ha fatto triste esperimento. E se essa dovesse emettere un voto, che veramente fosse l'espressione della volontà dell'universale, uno ne darebbe, ed è quello comune a tutt'i popoli, di aversi cioè il pane sempre in abbondanza, e la giustizia santamente amministrata. Imperocché è ormai manifesto che ben pochi osarono mentire il mandato della nazione, mossi dall'ambizione o dalla cupidigia, scaturigini troppo sovente esplorate di tutte le rivolture. Essi sperarono, scrollando insidiosamente gli antichi ordini politici, in mezzo allo sbrigliamento di tutte le passioni,

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trovare come innalzarsi sulle mine dei popoli. Gli onesti cittadini mostraronsi intimiditi o non seppero tra loro riunirsi per fare argine al torrente furibondo dell'anarchia, che si avanzava col prestigioso nome di libertà '. I quali come poterono richiamare la loro virtù alla vista dei danni patiti, e di quei maggiori che loro sovrastavano, furono concordi nel dichiarare apertamente che le secolari e temperate forme monarchiche meglio loro convenivano che non le nuove, delle quali avendo già provato gli amarissimi frutti, pregavano il Principe che rientrasse nei suoi pieni diritti, se a concederne alcuno fu tratto in errore da un voto che venne proclamato come universale,> e non era che singolare >2.

51.°-Qui l'onorevole Gladstone non si rimuove dal far suo chiose, informato come sempre da poco leali corrispondenti.

1 Isque habitus animorum fuit ut possimum facinus auderent pauci, plures vellent, omnes paterentur.

Taoit. Hist. xxviii lib. i.

2 Si promissio fundata sii in praesumptione quadam facti, quod non ita se habeat, naturaliter nullam ejus esse vini, quia omnino promissor non consensit in promissum nisi sub quadam conditione quae re ipsa non exsilit, quo referenda osi illa quaestio apud Ciceronem de Oratore i >e. 38 de eo qui filium suum mortuum falso credens, alium instituerat haeredem - H>ug. Croi, de jurebelli ac pacis. Lib. II e. XI de promissis p. 588.

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Oggi si reputa decenza >(ei scrive) ed accorgimento politico dire che l'abolizione dello statuto fu chiesta dal desiderio spontaneo ed unanime del popolo... mentre può affermare che impiegati del Governo di Napoli furono invitati e richiesti dal medesimo a firmar petizioni per l'abolizione dello statuto con minaccia di destituzione ove noi facessero >(pag. 43). Potrebbe alcuno porre a disamina le osservazioni dello scrittore se le petizioni ond'ei ragiona procedessero unicamente dai funzionarii pubblici, ma oltre a che questi non furono richiesti, e molto meno intimiditi, noi sappiamo che non fuvvi paesetto o grande città del Reame che non inviasse sua deputazione al Re per l'annullamento dell'infausto statuto, non municipio che non prendesse in decurionato una solenne deliberazione su di consimili sentimenti dei suoi rappresentanti, non corpo morale che a voce ed in iscritto non si associasse al pensiero medesimo, a tacere dei collegi giudiziarii ed amministrativi, e della numerosa classe degli uffiziali civili che successivamente espressero un simile voto. In questa gara non si rimasero indietro le classi alte e medie della società, in guisa che moltissimi nobili, proprietarii, industriali, commercianti e professori di arti liberali si affrettarono ad apporre le loro firme a numerosi indirizzi; e parve un generale bisogno quello di eliminare anco la memoria di uno statuto

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che lungi dell'apportare i decantati immegliamenti, avea pericolato non che lo Stato, ma la fortuna dei privati, il commercio, le arti, e le scienze medesime bisognose di quiete onde prosperare. Alle quali dimostrazioni spontanee, pacate, tranquille e succedentisi gradatamente come frutto di libera determinazione, voglionsi aggiugnere gl'indirizzi e le petizioni inoltrate da' consigli distrettuali e da quelli generali di ciascuna provincia, organi dalla legge designati ad esprimere i voti ed i bisogni dei popoli \ Laonde si vide emergere un nuovo genere di suffragio universale da vincere forse in numero, spontaneità ed importanza quello che ultimamente ha raffermato il potere nelle mani del capo di una magnanima nazione, e datagli facoltà di salvarla da nuova conflagrazione di tutte le passioni politiche e da funestissima guerra civile.

Appresso a tali manifestazioni non è a dubitare che i Napolitani per tristissima esperienza sien rimasti disingannati, ed abbian veduto pur troppo avverate a loro danno quelle profetiche e severe parole che un grande istoriografo italiano, troppo amico di libertà, sin dal 1830 avea lasciato, scritte:

«Buone anzi ottime furono le riforme desiderate dai generosi spiriti d'Italia, e più o meno eseguite dai

1 V. gli articoli 30 e 47 della L. del 12 dicembre 1816 relativa all'amministrazione civile delle due Sicilie.

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Principi nella parte amministrativa e giudiziale dello Stato, ma pessime sarebbero quelle che taluni vorrebbero fare nella parte politica con introdurre come uno degli elementi sovrani le assemblee popolari, pubbliche e numerose... Esse danno troppo appicco alle ambizioni, agli scandali, ed alle sedizioni... Se poi a queste assemblee fia congiunta una libertà larga di stampa, T elemento democratico come un fiume furibondo, e senza freno porterà via tutto con sé, e nissuna forma di governo buono sarà più possibile... In somma là dove il sole splende con forza, cattivo innesto sono le assemblee di cui si parla. Ei bisogna lasciarle a quei paesi dove il sole, per dirla col Caracciolo, è come la luna di Sicilia 1».

52.° - Taluno potrà per avventura fare le maraviglie onde il molto onorevole Gladstone prenda vaghezza di dissertare sulla posizione politica delle due Sicilie, e non si rivolga a molti altri Stati di Europa, dove le stesse perturbazioni civili, conseguenze inevitabili delle moderne costituzioni, sono state seguite dal ritorno ai primieri ordinamenti. Quale sia la cagione di tanta predilezione noi non vogliamo investigare, premurosi di non arrischiare

1 Botta Storia d'Italia >continuata da quella del Guicciardini, lib. 50.

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alcun divisamente che potesse farci cadere in errore, ma non mancano campioni della verità e della giustizia e periodici bene informati, i quali in Francia, in Germania e nella stessa Inghilterra riescono felicemente a scoprire le più occulte intenzioni, ed il più rimoto scopo. Pertanto se ti fai, lettor mio, a percorrere tutta Italia, questa regione sì bella e sì infelice per le mene de' partiti, tu vedi, se ne togli un solo Stato, le moderne costituzioni venute alla luce quasi in un subito, con la stessa celerità scomparse e tornate al nulla; ed i popoli, che sembrava non potessero fare a meno di quelle, ricomporsi all'antica quiete, ed intendere alla loro vera prosperità con quei mezzi che loro largamente apprestano i saggi governi. L'Austria, che sempre fu in Europa il baluardo e la colonna dell'ordine politico e sociale, se chinossi per un momento innanzi all'urto di una inaspettata bufera, fatta sentire la forza delle sue armi, e quella del potente suo alleato, e sconfitta da per tutto la ribellione, mise in esame sin dal 20 agosto del decorso anno se lo statuto costituzionale del 4 marzo 1849 dovesse esser mantenuto e potesse essere eseguito. >Essa considerò che una istituzione qualunque non può esistere che quando è possibile, che il% momento decisivo in ogni oggetto politico è la necessità, e che la legge fondamentale è il bene dello Stato. >Vide che la costituzione

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non era il bisogno né il desiderio dei suoi popoli, cui la saggezza del regime antico avea resi prosperosi e felici, ma che si magnificava artifiziosamente come un orpello da' seguaci delle società segrete. E richiamate alla memoria le condizioni in cui lo statuto fu dato, gli abusi e i mali gravissimi che ne conseguitarono, con patente Sovrana >del 31 dicembre del decorso anno solennemente lo abrogò. Questo grande atto politico non andò perduto per altri Stati della Germania; e la Toscana che dapprima avea soltanto sospesi gli ordini rappresentativi, non ha dubitato ultimamente sopprimerli del tutto '. Il colpo di Stato del 2 dicembre che ha salvata la Francia dal socialismo e dal comunismo, e le ha ridonato quella stabilità di governo che formava il sospiro di una immensa maggioranza, non ha potuto conseguire tale scopo senza spezzare i lacci di una legalità fittizia che vi si opponeva. Questi ed altri esempi della storia contemporanea dovrebbero pur cadere sotto la censura dello scrittore inglese, poiché da per tutto egli scorgerebbe abrogazione di statuti, abolizione di assemblee, proscrizione d'ibride forme governative, e restaurazioni degli antichi

1 Con Decreto del 6 volgente maggio 1852 il Gran Duca di Toscana ha abolito lo statuto promulgato il 15 febbraio 1848 per delle considerazioni che formano il più bell'elogio della prudenza civile con cui procede il suo governo.

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ordini. Napoli adunque trovasi nella stessa condizione di altri Stati della grande famiglia europea, e s'essa ha dovuto porre in oblìo le sue camere, ha pensato che la bontà de' governi non consiste nelle sonore parole, nelle frasi enfatiche, e nei discorsi magniloquenti, ma sta nella maggior somma di beni colla minor somma di aggravii. L'esperienza le ha troppo dolorosamente provato che il movimento del finir del 1847 e quello del 1848, insidioso bugiardo e fraudolento, cominciò dal levare a cielo le riforme >per passare alle carte, >agji statuii >costituzionali, ed abbandonati poi questi, giungere al suo vero scopo, lo sconvolgimento della società, per sostituirvi la repubblica democratica e sociale. Luigi Filippo avea detto ironicamente: je suis un pont à la republique, >e le sue parole furono una profezia. In Italia faceasi lo stesso tristo giuoco con la più nera ingratitudine, ma il senno del Re napolitano seppe innanzi tempo sventare le occulte mene. Il suo Governo quindi rigetta le fallaci accuse di uno scrittore troppo corrivo a ripetere le recriminazioni della demagogia sconfìtta: esso si appoggia con intima convinzione alla massima cui il dritto pubblico europeo ha fatto sempre omaggio esser legge fondamentale>, come proclamavasi dall'Austria, il bene dello Stato,> o secondo la sapienza romana: salus pubblica stimma lex esto.

CAPITOLO XIII

IDEE DI ECONOMIA POLITICA DELLO SCRITTORE INGLESE: SUA OPINIONE DEL GABINETTO NAPOLITANO.

53.° - Si è detto, >scrive l'onorevole Gladstone, che le mie lettere, sebbene non in questo opuscolo >(la Rassegna) non sono se non una parte di un occulto progetto, careggiato dall'Inghilterra, di ottenere cioè acquisti territoiiali nel Mediterraneo a spese del Regno delle due Sicilie >(pag. 47). Or egli vien di proposito a combattere tali supposizioni, ed a mostrare quanto la dignità e gl'interessi di quella magnanima nazione vi si oppongano. Riconosce che la Rassegna >non facea alcuna allusione a siffatta politica, e si restringea nei limiti di una discussione elevatasi sul trattamento più o meno umano de' detenuti politici, e sui giudizii così detti di Stato. >Se taluni han creduto ravvisare nelle lettere accusatrici con tanto studio divulgate una influenza della natura da lui descritta, noi non vogliamo esserne mallevadori. Noi accettiamo le ragioni di economia pubblica per le quali

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lo scrittore dimostra che oggi prevale in Inghilterra,> e con sempre crescente forza la opinione avversa ad ogni ingrandimento territoriale....... La politica dell'Inghilterra >(ei aggiunge) non le permette di trarre un quattrino dalle sue dipendenze coloniali: alcune di esse,specialmente quelle del Mediterraneo tenute con uno scopo che non è propriamente coloniale, le cagionano gravi spese, e nulla sarebbe così incoerente quanto che questa nazione sia presa da passione di aggiungerne altre al loro numero....... Noi cominciamo a sentire ed imparare che la mera possessione territoriale non è il segreto della ricchezza e del potere; che la colonizzazione, la quale in niun tempo come al presente è stata più in favore fra noi, ha ben altri e più nobili fini; e che il desiderio di elevare la nazionale grandezza su la base di ampie denominazioni, è stata fertile sorgente di guerre, di dissidii, di spargimento di sangue, e conseguente mente di debolezza e povertà alle nazioni. Noi siamo entrati in una nuova carriera, quella del libero ed illimitato commercio per quanto è in nostro potere di promuoverlo con tutte le nazioni del mondo. All'anticagara fra le nazioni per acquisti territoriali noi facciamo ogni opera per surrogare la gara pacifica e fratellevole,nobile ed onesta della industria e delle arti. Imperocché alle contese che desolavano la faccia del mondo,

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nelle quali qualunque delle due parti guadagnasse>, l'altra dovea necessariamente perdere, e che comunemente fruttavano ad ambedue le parti combattenti mali ch'eccedevano tutto il valore dell'impresa, l'Inghilterra spera e si adopera a surrogare un altro genere di contese>, in cui i guadagni di uno non sono perdita per l'altro, in cui ogni competitore può essere un conquistatore, in cui ogni successo ottenuto in un paese implica e dimanda maggiori o minori trionfi correlativi in un altro, e che in vece di coprire di desolazione la superficie della terra, la faccia sorridere con le ricchezze e la gloria della natura e dell'arte, e godere di tutta quella copia di doni largiti dalla bontà del Creatore ad uso e vantaggio dell'uomo >(pag. 49 e 50).

Al di sopra delle accennate considerazioni economiche, che noi altamente valutiamo, e ci felicitiamo con lo scrittore che l'abbia messe in sì bella prospettiva, vorrà egli ammettere che vi sono ben altre ragioni di un ordine superiore che quella grande nazione certamente valuta ed apprezza. Ormai la politica internazionale appresso alla profonda cognizione dei diritti e dei doveri reciproci delle nazioni, appresso alla benefica influenza che il Cristianesimo ha esercitato su di esse, ha elevato ad onore e riverenza il principio della giustizia universale, e lo ha anteposto a quello della sola utilità. Niuno più oserebbe

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profferire il detto di Eufemo, legato degli Ateniesi, presso Tucidide: nihil injustum quod utile. >Il rispetto degli altrui diritti è una massima dall'universale riconosciuta e praticata. Il 'jura negat sibi nata >è una proposizione degna della ferocia di Achille, ormai relegata nei secoli di barbarie, e l'Europa civile si è sempre guardata dall'invocarla. Gli Stati sono fra loro indipendenti, essendo altrettanti individui morali, e la indipendenza vuoi dire questo appunto, avere cioè una esistenza tutta propria, e costituire una perfetta individualità politica. Una grande potenza può raggiungere il maggior grado di considerazione morale e di gloria, dando l'esempio di osservare scrupolosamente anche verso le piccole nazioni quegli usi e quei diritti che vorrebbe per sé medesima inviolati, di non immischiarsi nei loro interni affari, e men di tollerare dal canto suo quelle occulte propagande che tanto han contribuito ultimamente a turbare la pace di sì gran parte di Europa. Un tale spettacolo di temperanza ed insieme di giustizia è più fruttifero al mondo ed a lei medesima che non qualsivoglia cupidigia d'ingrandimento territoriale. Siamo lieti nello scorgere come le nostre idee sul proposito rispondano alla generosa ed equa politica dell'attuale Ministero inglese. Le parole dette dal Conte Derbv nella Camera dei Lord il 27 febbraio ultimo meritano un luogo distinto in questo lavoro.

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«Oggi, debbo colla più gran franchezza, senza il minimo mascheramento, esporre alle vostre Signorie l'andamento che fo conto di seguire».

«In ciò che riguarda la politica straniera, sono convinto che non vi è alcuno in questa nobile assemblea che non sia di accordo con me sulla necessità di man«tenere la pace universale (applausi).

«Io credo che il miglior modo di mantener la pace, è di seguire verso tutte le potenze straniere una conti dotta pacata e moderata, non solo mercé i nostri atti, ma ancora nelle nostre parole e nel nostro linguaggio; di attenerci colla più scrupolosa fedeltà alla lettera delle obbligazioni che c'impongono i trattati; e di rispettare al più alto grado 1'indipendenza di tutte le nazioni grandi o piccole, ed il dritto che hanno di dirigere come l'intendono esse i loro affari interni (applausi).

«>Io credo che la costituzione sotto la quale abbiamo la felicità di vivere sia la migliore che si possa immaginare per assicurare la libertà e la prosperità del maggior numero; e benché io sia contentissimo di vedere altre nazioni godere dei beneficii delle nostre istituzioni, io proclamerò sempre che non abbiamo il dritto, come nazione, di criticare la forma di governo adottata da un altro paese, o che sia il dispotismo assoluto,

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la Monarchia illimitata, o una repubblica costituzionale. Io sono del parere del nobile Lord, ultimo Segretario degli affari stranieri, che le nazioni debbono agire fra loro con dignità e moderazione, e che, ad esempio dei privati, vi ha per esse onore ed utile nell'accordare ampia soddisfazione con premura e sollecitudine alle lagnanze di una nazione straniera o di sudditi stranieri, quando queste lagnanze son fondate (applausi fragorosi) >- Patrie»>.

54.° - Ma di una in altra cosa trapassando il censore del Governo napolitano, non può non cangiare la censura ed il biasimo in parole di ammirazione verso alcune persone altamente collocate.

Nel Ministero napoletano >(ei scrive) vi sono uomini di vita molto religiosa, uomini di conosciuta onoratezza privata e pubblica: torna quindi a conforto il credere che essi medesimi siano vittime ed ingannati dal sistema di cui sono in pari tempo gl'istrumenti. È poscia maggiore il dovere e la soddisfazione di presumere umilmente del Monarca..>.. Per quanto concerne i crudeli patimenti che illegalmente si fanno soffrire, io credo si mostrerebbe grande ingiustizia verso il Sovrano di Napoli qualora non si supponesse che un denso velo

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nasconda quel mesto spettacolo tanto all'occhio della sua mente quanto a quello del suo corpo >(pag. 47).. Noi troviamo in questa parca lode che lo scrittore dica assai men del vero quando accenna alle virtù onde il Re delle due Sicilie è adorno, ed ai pregi che decorano i personaggi da lui prescelti come suoi Ministri. Il Re, scrivea ultimamente il d'Arlincourt, est un des plus beaux caractères de l'époque. J'ai acquis la preuve incontestable de sa bonté paternelle et de ses rares vertus. Ah! quels que soient les efforts de ses injustes détracteurs, la vérité tòt ou tard se fera jour 1> -Le biografie dei suoi Ministri, e dei Direttori delle sue Reali Segreterie sono ben note all'universale. Essi sono pervenuti a quegli alti seggi per luminose pruove di capacità e devozione all'ordine che hanno su loro richiamato gli sguardi del Monarca. Se l'onorevole Gladstone riconosce che di elementi così favorevoli è composto il gabinetto napoletano, non possiamo ammettere che i membri di esso sieno indifferenti a quei crudeli patimenti >che avrebbero interessato il cuore di lui. Qui debb'esservi o una ben congegnata calunnia, o una iperbolica esagerazione spacciata dagli stessi prigionieri e condannati politici, e dai loro aderenti.

1 L'Italie Rouge - Paris 1850 p. >X.

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Noi abbiamo esposto a dovizia fatti e argomenti che respingono 1'una e 1'altra ipotesi. Degli uomini virtuosi, come lo scrittore descrive i Ministri napolitani, non potrebbero ignorare ciò che formar debbe una delle prime loro cure. La umanità, la pietà sono delle qualità che non si possono negare a coloro che menano vita religiosa: è questo uno dei grandi precetti del Vangelo che forma il bello, il sublime, l'incomparabile della religione Cristiana.

1 Mandatum novum do vobis ut diligatis invicem sicut dilexi vos, dicit Dominus?. Io: 1$. >Ubi charitas el amor, Deus ibi est. Io: 2, 34.

CAPITOLO XIV

TIMORI E SPERANZE DEL CENSORE: SUA E NOSTRA CONCLUSIONE.

55.° - È vero, >confessa l'onorevole Gladstone, che se noi seguiamo la storia, troviamo che concessioni non sagge sono state la causa di molti mali, ma la resistenza non saggia è causa di mali maggiori, anzi è troppo frequentemente la primaria sorgente dei mali che poscia derivano dal sistema opposto di politica, poiché la resistenza non saggia è appunto d' ordinario la cagione che ingrassa il torrente, e lascia accumulare le acque al segno che quando arriva il giorno del loro irrompere l'è assolutamente impossibile di contenerle fra gli argini >(pag. 42).

Con queste ed altri simiglianti parole esordisce l'umanitario scrittore nella serie dei suoi timori, e dei suoi tetri vaticinii. Del che non è a maravigliare, poiché oggidì molti si arrogano la facoltà di leggere nei misteriosi libri dell'avvenire. Noi colla corta nostra vista,


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guardando al presente, diciamo senza tema di esser confutati che quando la pruova delle non sagge concessioni >è fatta, ed i mali sono avvenuti, è della più comunal prudenza l'impedire che si rinnovino. In tal caso l'autorità governativa non può non sentire il debito di ritrarre quegli ordinamenti che una funesta esperienza ha mostrato danne voli ai popoli. Il timore che s'ingrossi il torrente >rassomiglia a quello aspettare del male ch'è mal peggiore. Un sapiente ordinatore civile, se si arresta ai lontani timori di una futura commozione, e non provvede ai mali presenti, agisce contro logica, e contro il ben essere de' suoi popoli; perocché i mali presenti cresceranno a dismisura per ovviarsi ah" eventualità 'di un tristo avvenire. Se nel mondo morale esser vi debbono vicende or di bene or di male, come nel mondo fisico mutazioni e rivolgimenti, sarà sempre prudente estimato colui che procuri la maggior somma di beni, ed eviti studiosamente i mali. Oltre di che i buoni provvedimenti, quando sono acconciamente scelti, han questo di singolare che non pure rimuovono i danni nel presente, ma provvedono ai casi futuri. Che se mal si può signoreggiare a lungo tempo, secondo pretende il censore, quello aggregato misto ed eterogeneo d'influenze, di sentimenti, e di opinioni sotto il nome di rivoluzione, >i governi avranno fatto il loro debito premunendo i popoli di buone

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leggi, e ch'è più, di una religiosa e morale educazione per allontanarne il ritorno. Al Governo di Napoli pertanto è riuscito risospingere nel caos gli elementi di tanta agitazione; né gli uomini di Stato sono ambiziosi, al dire del censore medesimo, di procacciarsi credito presso il mondo per il perentorio esercizio del loro potere, e per avere schiacciata l'idra della rivoluzione >(pag. 43); poiché la loro vera gloria è riposta nell'aver secondato l'alto senno e gl'impulsi magnanimi di un Monarca, che primo fra tutti seppe fare argine al torrente furibondo dell'anarchia, e soffermarlo nel suo precipitoso irrompere.

56.°.- Ma lo scrittore avvicinandosi alla conclusione mitre speranza che gli esecrabili mezzi >(graziosa sua espressione) praticati da' membri e dagli agenti del Governo napolitano, s'erano prima ignoti a' loro capi, debbano ora almeno esser venuti alla cognizione dei medesimi, i quali debbono in pari tempo aver qualche contezza del genere di sentimenti con che l'Europa ha accolto quella narrazione >(pag. 50). Noi diciamo che non mai la calunnia ha tanto fruttato al calunnialo. Il sistema penale del Reame delle Due Sicilie, il modo come vi si amministra la giustizia verso gl'imputati politici, le sentenze rendute a carico dei più famosi cospiratori, gli atti di clemenza Sovrana che ne hanno temperato il giusto

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rigore, erano cose di cui pochi aveano un'esatta nozione, molti le ignoravano del tutto. Alla voce accusatrice dello scrittore inglese i campioni della verità si sono levati, ed han fatto conoscere all'Europa quanto di falso e di esagerato si racchiudeva in quell'accusa. Così non vi ha chi non possa far giudizio degli atti del Governo napolitano, e porli a riscontro di quelli degli altri Stati europei, e rilevare dove l'umanità, la giustizia e la causa della ristorazione dell'ordine pubblico hanno ottenuto maggiori successi con minori mezzi e sempre legali. Imperocché non potrà mai contrastarsi che senza stato di assedio, senza consigli di guerra, senza corti statarie, come in Francia, in Austria, e nel Lombardo Veneto, e seni >alcuno di quegli straordinarii provvedimenti che la salvezza dello Stato altrove ha reclamato, in Napoli si è mari mano ricomposto l'ordine pubblico sulle basi già riconosciute salde, facendosi anche grazia della vita ai ribelli più colpevoli. Quivi per soli reati politici, con esempio unico in Europa, non si è veduto innalzare alcun patibolo. Che se tali fatti sono innegabili, malagevole è il persuadersi come l'umanitario scrittore abbia prescelto a teatro dei suoi flebili lamenti Napoli, la quale non è stata nella trista necessità di ricorrere a leggi eccezionali, a colpi di Stato, a misure di deportazione, e di proscrizioni.

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Maravigliosa cosa è che mentre i più celebri statisti di Europa ammettono la legge suprema della salvezza pubblica, cui tutte le altre sono subordinate, il pubblicista inglese venga dissertando sugli atti di un Governo che meno degli altri ha dovuto invocarla. Taluno sarebbe propriamente tentato di sconoscere i generosi sentimenti onde lo scrittore si dice inspirato, mentre se di tanta compassione è presa 1'anima sua alla vista dei patimenti che il disprezzo di tutte le leggi sociali richiama sul capo de' violatori di esse, è d'uopo che o proclami potersi quelle impunemente infrangere, o che intuoni un lugubre canto su tutti coloro che dal 1848 ne' varii Stati di Europa hanno sconvolta la società, portando in essa la strage e la guerra civile, e creda martiri gli anarchici, colpevoli i pacifici cittadini traditi o barbaramente sgozzati. A questo inconcepibile risultamento conducono le recriminazioni dello scrittore, e non mica all'alternativa ch'egli intima al Governo napolitano: o che si separi da quelle sozze iniquità, o che sorgerà la quistione se giusto e savio sia appoggiare e sorreggere la dottrina di coloro che insegnano i Re ed i loro governi essere nemici naturali dell'uomo >(pagina 50). La prima parte del dilemma è falsa; la seconda accenna ad una teorica desolante ed empia che lo scrittore medesimo rigetta e condanna in varii luoghi delle famose lettere e della recente sua pubblicazione.

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L'universale riconosce volentieri che l'autorità dei Re vien da. Dio, e ch'è ordinata al bene dei popoli '.

57.° - Ed ora egli ha terminato, e spera di aver pronunciate le sue parole di conclusione..>. Ha scritto quelle pagine con la speranza che rispondendo, com' era suo debito, per via della stampa anziché in altra guisa al Governo napolitano, potesse per quanto slava in facoltà sua mantenere la quistione ne suoi veri termini.... Spera che non sia per diventare una dura necessità tener viva questa controversia finché non raggiunga la sola sua risoluzione possibile, la quale nessun potere di uomo potrà impedire; poiché ha speranza che mentre è ancor tempo, mentre vi è pace, mentre la dignità può esser salvata mostrando mitezza e dando opera alla benedetta impresa di ristorar la giustizia, il Governo di Napoli darà mano a riforme tranquille e senz'ostentazione, ma reali ed efficaci; affinché non divenga inevitabile di reiterare gli appelli dalla mano del potere al cuore comune del genere umano >ecc. (pag. 51).

1 Dei enim minister est qui potestate fungitur luo bono... Qua propter necesse est subiici non solum propter iram sed et propter conscientiam - Paul. Rom. Xlll. v. 2 et seq.

Generale pactum est societatis humanae Regibus obedire- Aug. Conress. l. Iti. 68.

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E noi diremo altresì le nostre parole di conclusione, cementando quest'ultimo brano dell'opera dell'onorevole Gladstone. Le sue speranze sarebbero degne di considerazione s'ei non cercasse rimedio a mali immaginarii, ma egli sventuratamente le alterna con tali timori, che questi soverchiano quelle, e fanno dello scrittore un terribile ed ingiusto profeta. Ei sembra che la scienza dei vaticinii politici sia in onore nei tempi che diconsi del progresso. Vi sono degli uomini ispirati che tutto sanno, tutto pronosticano, ed al contrario dell'antica Cassandra che prediceva il vero e non era creduta J, i vaticina tori di calamità pubbliche annunziano il falso, e spesso riescono ad acquistar credenza. La tremenda riscossa del 1852 è per ora fallita, grazie all'antiveggenza, ed al coraggio del Principe Presidente. Nel buio avvenire chi può leggere le sorti del genere umano? Fu grande provvidenza Divina il celare all'uomo l'avvenire sia prospero sia tristo. Ciò nondimeno se la sapienza umana può talvolta scorgere da lungi gli eventi, ei lice dire che le grandi lezioni del fatale anno 1848 non saranno senza frutto per tutte le nazioni, e varranno a preservarle per lungo tempo dal ritorno di simili calamità. L'idolatrato

1 Tunc etiam fatis aperit Cassandra futuris

Ora, Dei jussu, non unquam credita Teucris.

Virg. Aeneid. u.

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scrittore del Primato, >in un suo recentissimo libro Del rinnovamento civile d'Italia, >non ne giudica diversamente. Altri ha fatto con maravigliosa dialettica una disamina compiuta di questa opera, e ben l'ha definita un rinnovamento di vecchie utopie. >Noi la citiamo unicamente per addimostrare che anche questo autore, di cui i buoni lamentano lo strano abuso del felice ingegno, non crede probabile il trionfo della democrazia che dopo alcune generazioni >\ Ogni dì la opinione pubblica in Europa si rischiara, e non indaga mai abbastanza la miseria profonda, e la immensa demoralizzazione prodotta da simigliami perturbamenti. Le conseguenze fisiche e morali delle rivoluzioni sono incalcolabili, ed arrecano maggiori danni che non le guerre esterne. L'agricoltura, la industria, le scienze e le arti profondamente se ne risentono. Lo Stato vede aumentare i suoi pesi, e stremare le sue entrate. 1 cittadini pacifici del pari che i turbolenti han perdite a lamentare, anziché vantaggi a raccogliere, e cessato il delirio febbrile, gli uni e gli altri partecipano chi d'un modo chi d'un altro alle sventure onde fu contristato il paese.

Questo desolante stato di cose al Ciel non piaccia che mai più ritorni né per Napoli, né per alcun altro pae,

1 V. la Civiltà Cattolica >an. 3 voi. 8 [>. 9 p. 162 e seguenti.

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e ne sono garanti l'alto senno e la energia con cui i Principi di Europa conducono i loro popoli per quelle vie che le tristi esperienze del passato hanno addimostrato più sicure e prosperose. Nessun sinistro vaticinio venga a turbare la confidenza che si è già ridestata nella speranza di un riposato avvenire; e se lo scrittore inglese vuole spargere timori sulle sorti del Reame delle due Sicilie perché non vede raddolciti quei ch'ei reputa rigori >e crudeltà>, mentre non sono che misure della più comunal prudenza governativa, noi speriamo che il nero presagio si dilegui come nebbia al vento, e ripiombi nel nulla, e nella impotenza di chi lo profferì. Napoli ha in sua salvaguardia la prudenza civile ed il fermo volere d'un Sovrano che l'Europa saluta come primo restauratore dell'ordine, l'affezione de' suoi sudditi che dopo le passate sventure il considerano come padre più che Re, l'antica e santa fede tradizionale del popolo. Su quella terra benedetta da Dio e dal suo Vicario, il quale la prescelse anche a sua dimora nel tempo degl'immeritati dolori, il soffio impuro di dottrine antisociali ed irreligiose non ha potuto mai scuotere l'augusta Religione dei padri nostri. Il protestantesimo, che nell'alta Italia tenta

1 Dedit ei Deus sapientiam, et prudentiam multam et latitudinem cordis (III. Reg. IV. 29).

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di presente trovar proseliti, nella meridionale se osasse avanzarsi, incontrerebbe porte di bronzo che gliene contenderebbero T entrata, ed anime generose pronte a respingerlo e rincacciarlo nei geli e nelle nebbie donde muove circospetto ed avido di signoreggiare. Napoli ha gli sguardi rivolti a Roma cattolica, alla Roma de' Papi; la croce che di là s' innalza maestosa e riverita da tanti Principi e da tanti popoli, la salverà sempre nelle vie che Iddio, negl'imprescriitabili consigli, ha segnato ai suoi futuri destini.

Il dì 22 maggio 1852.

C. INN. RIDAMAS


INDICE

Prefazione.....................................................pag.

3

Capitolo I


Considerazioni generali sulla natura delle accuse e delle difese

12

Capitolo II


Disdette e chiose dell'onorevole Gladstone

26

Capitolo III


Sorte degl'imputali politici assoluti, e spezialmente di taluni preti

34

Capitolo IV


Processo degli avvenimenti del 15 maggio: pretesa amnistia: cagioni del ritardo del giudizio

44


184 —


Capitolo V



Altre parole su i condannati per la setta dell'Unità Italiana.........................................pag.


66

Capitolo VI


Sistema nella esecuzione delle leggi napolitane

78

Capitolo VII


Numero dei detenuti politici: errori e sofismi: statistiche recenti

87

Capitolo VIII


Della confisca e del caso di Carducci

107

Capitolo IX


II Catechismo ed il Clero

117

Capitolo X


Passaggio alla politica: schizzo dell'organismo governativo delle due Sicilie

130

Capitolo XI


Origini dello statuto napolitano: sua impraticabilità:eccessi e furori della demagogia

139


185 —


Capitolo XII


I voti dei popoli, e le moderne costituzioni successivamente scrollate............................pag.


155

Capitolo XIII


Idee di economia politica dello scrittore inglese; sua opinione del gabinetto napolitano

164

Capitolo XIV


Timori e speranze del censore: sua e nostra conclusione

172


AVVERTENZA

Nella pag. 38 di questo lavoro abbiamo riportato lo specchietto dei detenuti politici che nell'aprile del volgente anno rimanevano a disposizione della Polizia di Napoli, e delle sue provincie continentali. Ci è ora grato il rendere di pubblica ragione aver di poi ricevuto le notizie più recenti per le quali si è certo che di quei novantaquattro detenuti in progresso di tempo ne sono stati messi in libertà ben sessantasei, in guisa che non ne rimangono in carcere che soli ventotto! Il Governo napolitano risponde con la muta eloquenza de' numeri alle calunniose accuse di oltraggio alla religione, alla civiltà, all'umanità, parole delle quali gli ammiratori del Gladstone menavano tanto scalpore nel decorso anno, pubblicando in Italia la sua prima lettera. Cessino pure una volta l'enfatiche frasi, ove non evvi penuria di fatti a mostrarle bugiarde ed insidiose.




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