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http://www.nazionemeridionale.org/

Separati dalla Storia

di Bruno CUTRI’

Dedicato all’opera di Nicola ZITARA, maestro di vita.

Nel corso dell’evoluzione antropologica nostrana, eventi, di cui ormai non c’è più memoria umana, se non rivivono nei libri di storia, sono destinati a svanire nel nulla.

Ed i libri, come si sa, li scrivono i vincitori per magnificare l’immagine e la storia delle loro gesta.

Separati dunque dalla Storia e dalla Civiltà, Calabresi di oggi, ed in genere Meridionali, lo sono ormai da decenni, che contano secoli e molte generazioni.

Oggi, ancor più di una volta, queste popolazioni riprendono al buio il cammino della vita, tra le macerie pretenziose dello Stato italiano, uno e trino.

E tutto avviene in silenzio, dopo che dalla spumeggiante civiltà mediterranea, multiforme, multilingue e multigesta - che li esprimeva da millenni - si ridussero le antiche stirpi italiote alla Unitaria Trinità Tricolore (UTT), in virtù delle libertà dei pensieri ed in forza dei commerci liberi e truffaldini.

Idee ed ideali di lingua patria - dai nobili sentimenti del Foscolo focoso, dai morbidi turbamenti del Manzoni bonario, alle velleitarie omologazioni scolastiche del Tommaseo arrogante – piuttosto che le libere coscienze di tempra dantesca, e tanto meno i proficui e tolleranti scambi di esperienze e di prodotti, hanno promosso e condotto le lotte risorgimentali, fratricide ed inutili ai più.

Dal 1860 ad oggi non trovano equilibrio economico o teoria politica, né antropologi, né sociologi, né ambientalisti, per spiegare le catastrofi evolutive calabresi, vissute nell’apatia dei dotti e nell’indifferenza dei governanti. Presi tutti a faticare di ingegno per arraffare risorse scarse e per compiacersi delle magnifiche sorti e progressive, quando anche i rampolli immemori senza merito raggiungono le vette del successo materiale e le esibiscono nelle danze delle vanità sociali.

A periodi alterni, dal fatidico 1860, ma con flusso continuo, intere popolazioni italiote, meridionali, isolane, calabresi, sono state risucchiate dai buchi neri del sistema politico-economico, che di recente passa per vincente su scala planetaria. Il capitalismo liberista di sapore borghese e di sentore speculativo.

Devastazioni morali, guerre civili, esodi forzati, oggi affiorano dalle mille storie che gli storici coscienti recuperano dall’oblio reticente e dalla falsa coscienza; oggi descrivono realtà remote nel tempo e nello spazio, difficili a comprendersi nel rumore assordante del vuoto ideologico, che promana dagli araldi ufficiali della UTT. Assecondati costoro, ed i loro baroni dominanti, da ascari e lestofanti, per decenni, ormai che volgono a secoli, hanno incensato i potenti di turno, a danno di generazioni di cafoni, senza terra, senza mezzi, senza guide, ma lavoratori ottimi in campi altrui, tra straniere genti.

Negrieri in giacca e cravatta che lucrano ancora sui lavoratori primari – quelli che mettono mano alla terra dura a l’utile materia - che nei libri chiamano Manodopera e che le statistiche riducono a percentuali di Forza Lavoro, in ragione dei conti del profitto e della perdita. Ed oramai anche quelli  che mettono testa alla mobile e fragile conoscenza ed ai muti saperi antichi.

Generazioni di cui non si parla più, la cui memoria sfugge anche ai distratti pronipoti e che solo pochi studiosi hanno conosciuto nei risvolti stropicciati della storia meridionale. Trenta milioni e più di vite umane dislocate in altre terre straniere, dal 1860 ad oggi. Di queste realtà oggi si godono i frutti amari, si rimpiangono le mancate sorti locali e si ignora che furono le cause determinanti dei progressi stranieri. Senza riscatto, senza riconoscenza.

Questo scritto non avrebbe ragione di essere – per non disturbare le sensibili anime degli attuali residenti che sanno viversi i tempi moderni, e non gradiscono distrarsi dai loro giochi e privilegi – se non che la sua genesi ha una motivazione più emotiva e più profonda che una lamentazione di Geremia.

Vuole denunciare come può, con sbigottimento ed indignazione, e con forza, l’ulteriore beffa della Storia, che – stavolta nella persona di Nicola ZITARA – colpisce l’intelligenza di molti italioti, i quali, da tempo, hanno rinunciato a sentirsi taliani. Quelli di animo forte, che sono sopravvissuti al marasma savoiardo – piemontese, lombardo, veneto, emiliano o toscano che sia - che si sono svegliati dall’oblio indotto dalle droghe ideologiche dei vincitori dominanti; che, non sentendosi vinti, tanto meno immemori, voglio reagire ai tanti bossisti nordici e sudici dell’ultima ora;  quelli che sanno e vogliono dire a chiare lettere napoletane : Accà nisciun’ è fess 

Ascari e Lestofanti locali e devoluti, ancora una volta, ignorando volutamente – certo una congiura del silenzio – le vicende umane, prima, e le opere e gli scritti e le idee ed il ruolo di Nicola ZITARA, dopo, si riempiono oggi la bocca di proclami sedicenti meridionalisti, pronti domani a riempirsi le tasche di altre e succulente prebende e pensioni di Stato taliano, che continua ad emettere BOT a debito sulle generazioni future.

La UTT si trasmuta ancora una volta e riproduce – miracolo a vedersi – il nuovo ricatto storico. Offrono, lor signori, gratuitamente, risorse territoriali senza averne merito produttivo e lucrano patrimoni sporchi di traffici inconfessabili (umani, armi e droghe) nei salotti buoni della finanza ufficiale; e poi li reinvestono da tutte le parti, meno che nel Meridione. E non puntano alla cultura o alla civiltà, ma vanno diritti in Borsa per profitti e beni materiali, purché godibili in altri lidi, fuori dagli occhi indiscreti ed invidiosi.

Li chiamano Migranti di Successo e li mostrano nelle vetrine risorgimentali ed istituzionali, ma nascondono accuratamente quelli che – dai tanti nomi oscuri – hanno realizzato il loro Successo e della prole loro famelica e sprezzante. Per acquietare la coscienza convengono da Roma cialtrona a rappresentare, nei teatrini locali e con i soldi pubblici, le lacrimevoli vicende dei Migranti senza successo e senza storia, inebriandosi di mandolino e peperoncino, in fuga codarda, orfani colpevoli della Cultura originaria che hanno tradito.

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Potere da spartire. Meridionalismo ascaro

di Bruno CUTRI’

L’opera di Nicola ZITARA, in questi tempi di allarmante interesse all’aggettivo meridionale, da parte soprattutto delle formazioni partitiche nazionali e regionali in trasferta elettorale, richiede un doveroso approfondimento.

Da economista e storico lucido che è, per quanto inascoltato ed emarginato dai circuiti ufficiali, la sua evoluzione intellettuale lo ha portato di recente al romanzo di alto profilo letterario. Suscita l’ammirazione e merita il rispetto dovuti ai Saggi di forte natura magno-greca.

Oltre il simbolismo emblematico e profondo del precedente romanzo “Memorie di quando ero italiano“, va segnalato, ai lettori veramente attenti alle sorti del Meridione autentico, l’ultimo lavoro “O’ Sorece morto“. Romanzo che raggiunge le qualità patriottiche de “Le mie prigioni“, che Silvio Pellico destinò alle sorti italiane trinitarie, ma di cui avrebbero fatto a meno i meridionali dell’esodo finale;  ma di questo dramma epocale ci schiude la memoria il racconto di Nicola Zitara.

In esso si riflettono le amarezze – a volte tragiche – di una intera nazione meridionale, a partire dal  1860 – anno fatidico e falsificante delle sorti sfortunate di una popolazione abbandonata dalla Storia, schiacciata dalla miseria prima, costretta all’esodo dopo, senza più guida ideale in patria, annessa ad una dinastia monarchica codina e rapace. Ma le vicende raccontate coprono un arco più esteso; iniziano quando il Regno delle Due Sicilie – ricostituito dalla dinastie borboniche europee – si avviava ad un proprio sviluppo, nella modernizzazione impressa dal capitalismo borghese, lento ma concreto.

E tuttavia – per chi come me commenta per capire il presente - proseguire è arduo su questa strada sdrucciolevole, fatta di miti falsificanti e di lotte ricorrenti; di passati che sembrano remoti e si ripresentano oggi come fiumi carsici; di valori contrapposti nella Storia dei vincitori e di uomini in lotta nelle storie quotidiane senza orizzonte.

Leggere gli scritti di Nicola ZITARA è come vedere l’altra faccia della Luna. Dalla Terra non si vede, ma c’è ed è diversa da quella usuale. E per vederla bisogna fare uno sforzo titanico, pari a quello compiuto dalla NASA. Soprattutto bisogna eludere la congiura del silenzio che avvolge i suoi scritti ed i suoi pensieri guida.

Io l’ho fatto; avvalendomi dei miei mezzi di produzione tecnologici, ho impegnato la passione intellettuale per ritornare alle origini mediterranee e per ricostruire, in memoria elettronica, quella parte di realtà storica e culturale svanita nel rumore dei tromboni ufficiali.

Nicola Zitara mi ha guidato nei meandri della nazione meridionale, a cavallo della cosiddetta Unità d’Italia, ed ho scoperto l’altra faccia della Luna.

Vi ripropongo pertanto, sul Sito WEB www.nazionemeridionale.org, questo viaggio affascinante e dolente insieme, con l’augurio che possa servire a decifrare il presente e soprattutto a progettare meglio il futuro.

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L’ultima battaglia. Il primo squillo di tromba.

di Bruno CUTRI’

L’idea è semplice, perché geniale, fuori dalla portata intellettuale e decisionale dei politici di professione trinitaria. E Nicola ZITARA, da par suo, economista e storico fedele al nostro meridione, propone ancora una volta il riscatto autonomo – senza furbizie suicide, senza  nazionalismi ipocriti, perché interessati al particulare -; non è l’ultima battaglia utopica, bensì una proposta di legge di iniziativa popolare, che sono pronto a sottoscrivere per primo.

La premessa è lucida; è necessaria – anche per gli scolastici di matrice aristotelica - :

Una spregiudicata valutazione della strana condizione economica del paese meridionale non può escludere che il diffuso ricorso alla violenza ed all’associazionismo mafioso dipenda dalle difficoltà che l’ambiente economico frappone alla mobilità sociale. E’ comunque falso che al Sud non esista una borghesia attiva. Esiste il capitalismo”  possibile “, quello dell’impresa minuscola, il più delle volte incastrata nel ruolo di snodo periferico delle aziende padane, sia nel settore della distribuzione, sia nel comparto dell’artigianato delle riparazioni.

Le difficoltà emergenti – connesse essenzialmente allo sviluppo, nell’Italia toscopadana, delle rendite finanziarie – ripropongono il tema del “ compenso ” all’emigrazione, tema che configura tanto il riconoscimento di un “ diritto “, quanto un intervento politico volto a riequilibrare il sistema sbilanciato. Le popolazioni meridionali giudicano l’esodo come un beneficio economico personale e famigliare, benché accompagnato da una mortificazione degli affetti e dei sentimenti. L’idea di un costo sopportato e non ripagato sfugge non solo alla gente, ma anche alla tematica politica. L’opinione comune si è assuefatta all’idea che il fenomeno migratorio sia colpa dell’avversa natura e/o del ritardo storico che “ gli odiati borboni “ avrebbero imposto al Sud.

E per tutti coloro che desiderano capire i numeri della storia, vista dal Sud sconfitto, è illuminante il volume, edito da Editori Riuniti nel 1968, “ Emigrazione e imperialismo “ di Paolo Cinanni. In esso si trovano i parametri fondamentali della politica economica trinitaria, fuori dalle nebbie della retorica ufficiale, nordista ipocrita e sudista ascara.

La proposta di legge di iniziativa popolare potrebbe restituire dignità a quella popolazione attiva e trasparente, mortificata dalle regole del capitale di rapina, che voglia sottrarsi alle tutele ideologiche di dirigenti politici senza più credito storico; capitani di ventura reversibili sotto ogni insegna;  gerontocrati, che invecchiano sui loro scranni pontificali e pensano che la Storia finisca con loro. A costo di mangiarsi il futuro dei figli. Come Crono fece, prima della rivolta generazionale.

Tuttavia la questione più difficile – nuda e cruda - riguarda l’inerzia di quella parte di popolazione che ha interiorizzato il modello nordico colonialista; quella parte che accetta ancora lo scontro impari e si considera vincente perché ammessa alla spartizione del magro bottino locale, dopo essere stata distolta dal grasso che cola, nelle sedi romane ed europee. E come cani da guardia, s’accontentano degli ossi sotto la tavola.

Non è l’ultima battaglia utopica. Potrebbe essere il primo squillo di tromba.






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