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Ricostruire una coscienza nazionale nelle Provincie Napolitane

Zenone di Elea

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15 Novembre 2010


Il nostro grande limite è di vedere il sud con occhi esterni, nel migliore dei casi, questo riguarda noi meridionali. Con i paraocchi, nel peggiore e questo riguarda i padani, in particolar modo i leghisti. Per crescere dobbiamo uscire da questa perversa logica e sentire e vedere “meridionale”.

Abbiamo cercato, in lungo e in largo per la rete, news sugli "Stati Generali Partito del Sud" e manco Diogene col lanternino ci sarebbe riuscito. I media ci ignorano e non abbiamo ancora la capacità di imporci alla loro attenzione. Per un motivo molto semplice: il nostro potere di contrattazione è prossimo allo zero. Seppur potenzialmente – a mio modesto parere – un partito del sud, a vocazione identitaria, avrebbe in prima battuta un 14-16 per cento di consensi. In seconda battuta sbaraglierebbe il campo mandando a casa tutti i vecchi partiti figli del risorgimento.

Cerca di qua e cerca di là, alla fine in qualcosa di interessante però siamo incappati:

Copio e incollo degli stralci – gli originali li trovate seguendo i link sottostanti al testo riportato:

Chi si aspettava il bagno di folla è rimasto deluso. L’uscita pubblica del partito del Sud, nonostante i buoni propositi e le tante idee innovative, non ha riempito il prestigioso Teatro Biondo di Palermo che in altre occasioni non riusciva a contenere i simpatizzanti politici .

Arrivano tutti alla chetichella. Beppe De Santis coordinatore degli “Stati generali del Sud” e del Partito del Sud insieme ad Antonio Ciano trascorre una prima parte della mattinata a rilasciare le interviste di rito.

Si entra in teatro e i posti sono nella gran parte vuoti.

Tante idee, ma il teatro resta vuoto di Markez

http://palermo.blogsicilia.it/

Oggi al teatro Biondo la convention degli Stati Generali del Sud, fortemente voluta da Beppe de Santis.

Passavo da via Roma e non ho resistito, entro al Biondo e mi travesto da sudista.

La prima impressione: teatro vuoto ed un gruppo musicale che cantava canzoni di un siciliano improponibile; l’inno dei fratelli del sud e per ultimo l’inno di Mameli.

Ho pensato: “se questo è l’inizio, non posso perdermi qualche folle intervento politico”.

Si presentava un “nuovo” partito tutto meridionale: il Partito del Sud.

I sudisti vanno liquidati politicamente di Maurizio Zoppi

http://palermo.blogsicilia.it/

Magari è la stessa persona che scrive i due pezzi utilizzando nomi differenti, ma non è questo il problema: comunque le sue parole sono l’emblema del tipico snobismo meridionale, dell’attendista che pensa siano “tutti uguali”, come alibi comodo per stare seduto sulla riva a vedere che passa.

Una qualunquistica indifferenza che dobbiamo estirpare. Non ci riusciremo certo inneggiando alla repubblica del 1946 o cantando l’inno di Mameli per tema di spaventare il sopito popolo meridionale.

Solo ricostruendo una coscienza nazionale nelle Provincie Napolitane faremo un salto di qualità e diverremmo forti e credibili.

Quella coscienza nazionale che, ad esempio, in Sicilia non è mai venuta meno, seppur male indirizzata, nei vari passaggi cruciali avvenuti negli ultimi 160 a partire dal 1848, quando le sirene dell’autonomismo – a cui non erano estranei gli inglesi per evidentissimi interessi geopolitici – fecero naufragare sul nascere ogni possibilità di rinnovamento in senso costituzionale del regno delle Due Sicilie.

Da lì in poi nacque la leggenda nera del re bomba divenuta di lì a poco negazione di dio. Per forza che dopo ti ritrovi un Vittorio Emanuele, massacratore dei genovesi, passare alla storia come re galantuomo e divenire finanche un padre della patria, mentre un re Ferdinando te lo trovi ridotto a vituperio delle genti e cancellato dalla nostra storia e dalla nostra coscienza, al punto che ci ritroviamo servi sciocchi di poteri forestieri.

Noi per alcuni anni abbiamo, illusoriamente, coltivato l’idea che si dovesse fare fronte unito con i siciliani nei confronti dello stato centrale-padano per approdare ad un federalismo concordato. Dobbiamo riconoscere che la specificità siciliana è un portato della storia che qui non intendiamo e non possiamo analizzare (mentre Napoli visse la esperienza francese a Palermo si rifugiò la monarchia protetta dalle armi inglesi, le ultime leggi sulla eversione della feudalità nell’isola furono emanate da Ferdinando II tra il 1837 e il 1838, l’esercito napoletano era considerato straniero dai siciliani), con cui volenti o nolenti bisogna fare i conti.

Se vogliamo costruire una solida prospettiva politica, non possiamo e non dobbiamo ignorarlo.

Il secondo assunto da cui partire è che anche “Io Sud” e “Forza del Sud” sono nati da una esigenza reale, fosse anche solo quella far concorrenza e liquidare sul nascere i “veri” partiti identitari. Quindi la regola d’oro è porsi in posizione di ascolto e di confronto con tutte quelle formazioni che cercano nuove strade per ridefinire il rapporto fra stato e regioni di qua e di là dal faro.

Inutile massacrarci a vicenda e sparare a zero sull’MPA siciliano, ad essere più chiari. In una prospettiva identitaria c’è posto sia per il partito del Sud che per il movimento di Lombardo.

Se poi Miccichè, per indicare l’ultimo arrivato, bluffa e costruisce un partito servo di poteri padani verrà punito dagli elettori, ne possiamo stare certi. Scorrendo la rete si nota che tanti meridionali hanno buttato i paraocchi alle ortiche e cominciano a fare analisi non convenzionali, come queste...

In tanti, a destra e a ‘sinistra’, hanno criticato e stigmatizzato quei cittadini di Terzigno che hanno in più occasioni bruciato il tricolore. Ma alla luce di quanto denunciato finora da una popolazione alla quale lo Stato ha dichiarato guerra, applicando leggi d’emergenza e trattandoli come talebani di qualche valle dell’Afghanistan, forse il rogo dei tricolori non era altro che una anticipazione di una realtà sempre più incontestabile. Cioè che Terzigno, Boscoreale, Boscotrecase e Trecase non sono più Italia, ma territori occupati...

http://www.radiocittaperta.it

Il governo ha elogiato il valoroso popolo veneto, ma invece il popolo del Vallo in silenzio e senza pubblicità sta combattendo contro l'alluvione. Qui non sentiremo mai nessuno elogiare la dignità di tale popolo. Qui siamo al Sud e i cafoni meridionali devono soffrire in silenzio e se chiedono aiuto sono solo dei piagnoni!! ! Onore ai valorosi cittadini del Vallo del Diano e de Cilento!!! [commento di un navigante]

http://www.infooggi.it

Poche parole, più chiare ed efficaci di un trattato di vecchi tromboni politici e accademici legati al carro tosco-padano – per usare una terminologia cara a Nicola Zitara, maestro insostituibile per la rinascita di una coscienza nazionale meridionale (ascoltatevi il discorso fatto sulla cittadella di Messina su youtube e lo capirete).

La nostra coscienza nazionale all’indomani della unità non è stata inserita né assorbita nel nuovo stato ma è stata da subito calpestata, derisa e umiliata. A partire dalla denigrazione del guerra di resistenza scoppiata nelle provincie meridionali già prima della proclamazione del regno d’Italia. Leggiamo su La Civiltà Cattolica, Volume 5, Parte 1 , pag. 495, pubblicata nel 1862:

Tra le imposture diplomatiche, onde si pretende fare l'apologia della tirannide, sotto cui gemono ora le province del Regno, va innanzi a tutte quella del dipingere le bande di legittimisti come branchi di ladroni e di galeotti scampati dalle catene, che rubano, bruciano, uccidono per mestiere, senza che di politico abbiano altro che il nome o il pretesto. Or ecco che il corrispondente del Times da Napoli scrive, per ismentire i suoi diplomatici, queste precise parole. «Ho meditato lungo tempo se si doveano chiamare briganti coloro che si sono armati contro le autorità costituite. Le loro azioni qualche volta meriterebbero un nome anche più severo; ma, ad onta di questo, non può negarsi che non abbiano uno scopo politico e non si sforzino per raggiungere risultati similmente politici».”

Questo non lo si trova solamente su Civiltà Cattolica o nei pamphlet dei legittimisti (citiamo Colpo d’occhio sulle condizioni del Reame delle Due Sicilie nel corso dell’anno 1862” per fare un esempio), ma anche nelle opere di autentici liberali come i campani Proto, Cenni e più tardi Michele Scanni o l’abate calabrese Martino. Cenni ad esempio si illudeva che Napoli fosse designata, per la sua storia e per la sua importanza, capitale del nuovo regno. Sarebbe stato un giusto riconoscimento ed un segno di attenzione verso gli abitanti dell’ex Regno delle Due Sicilie. Si preferì la strada della militarizzazione e della vessazione. Scrive Michele Scanni ne “Il mezzogiorno d'Italia”, Napoli, 1883, pag. 108:

A noi bastano i balzelli, le ammonizioni, la miseria, la ingiustizia, la coscrizione. Apriamo gli almanacchi e vedremo, quanti sono i nostri impiegati, i sottoprefetti, i prefetti, i generali, i colonnelli e via via; nos vulgus sumus, noi dobbiamo esser la preda, a noi basta pagare le imposte, delle quali non possiamo neanche rifarci, perché non ridondano a nostro vantaggio; noi siamo come la Lombardia, che pagava i balzelli ed i Viennesi ne profittavano. Se questa è la maggiore sventura dei popoli, quando sono oppressi dallo straniero, che i pesi non rifluiscono su quegli stessi, che li sopportano; noi siamo proprio in questo stato: noi siamo stranieri in Italia.

Ed è inutile che Galli della Loggia argomenti banalmente che se fosse avvenuto come la raccontano i neoborbonici (termine che viene utilizzato semplicisticamente per indicare un mondo variegato, dove vi si trovano le posizioni più diverse), non si capisce perché non ve ne sia traccia nei dibattiti parlamentari. Per prima cosa i resoconti parlamentari il celebre opinionista del Corsera se li deve prima leggere, perché le tracce ci sono eccome. Per seconda cosa la rappresentanza parlamentare meridionale venne accuratamente filtrata favorendo la elezione di elementi filosabaudi e chi non si adeguò venne o deriso e emarginato. Proto diede le dimissioni, Ricciardi ogni volta che accennava a parlare di problemi inerenti le provincie napolitane veniva accolto con risolini beffardi (leggasi Discorsi profferiti nel parlamento italiano di Giuseppe Ricciardi, Napoli 1861). Stiamo parlando di non borbonici sia chiaro.

Il partito borbonico agiva in sede extraparlamentare, con le armi sul campo di battaglia e con dei libri sul piano della propaganda – alla faccia dello statuto albertino garante di quelle libertà borghesi che avrebbero dovuto permettere in tutte le sedi la libera espressione del dissenso politico – anche se ci furono dei tentativi di inserirsi nel gioco parlamentare. Ludovico Bianchini (si tratta del più grande economista napoletano – o italiano se preferite – di tutti i tempi), ad esempio, nel 1866 fu attenzionato dalla polizia italiana perché si vociferava di una sua candidatura nello stesso collegio di Carlo Poerio. Ovviamente non se ne fece nulla, non sappiamo altro, se gli amici della rete hanno informazioni più dettagliate sono invitati a condividerle con noi, indicando le fonti ovviamente. Noi l’informazione l’abbiamo attinta da un testo che tutti dovrebbero conoscere: Nove anni del Regno d'Italia. Ediz. critica di Ludovico Bianchini, Curatore Assunta Esposito, Editore CEDAM, 1996.

Per concludere, gli amici del Pdsud hanno fatto due errori notevoli:

Non ci si può presentare in Sicilia dove è storicamente diffuso il sentimento antiborbonico=antinapoletano chiamando a raccolta tutto il Sud e pretendendo di rappresentare il nuovo che avanza. Proprio in una regione che ha già visto nascere l’esperienza di Lombardo, che pur con tutti i limiti costituisce una rottura col passato risorgimentale. Una rottura che si può giudicare incompleta, informe e limitata quanto si vuole, ma di rottura si tratta – sono di poche settimane fa le polemiche scatenate dalla sua presa di posizione su una possibile secessione della Sicilia dallo stato italiano.

continua




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