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L’altra faccia della luna ovvero cultura identitaria cercasi

Zenone di Elea
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RdS, 28 Agosto 2010

Chi non conosce Quaderni Padani (rivista nata nell’estate del 1995, su cui scrive da sempre Gilberto Oneto uno degli esponenti più colti della intellighenzia leghista, autore fra l’altro di "Garibaldi l’iperitaliano") e crede che i leghisti siano tutti dei rozzi ignoranti – magari figli di terroni (secondos e terceros, per utilizzare un termine dispregiativo della “civilissima” svizzera) quindi per forza degli ignorantoni sfigati in cerca di rivalsa – non sa di cosa parla o non è informato.

La rivista è ed è stata un vero e proprio laboratorio, con rubriche, come quella “rubrica silenziosa”, imperniata su cartine sociopolitiche, che hanno creato una sorta di zoccolo duro culturale che si è convinto che l’Italia a sud del Tronto sia la summa di tutti i mali della terra, abitata da uomini irrecuperabili ad un vivere civile. Nella rivista si sono esercitati negli anni vari intellettuali anche di matrice cattolica, il cui antirisorgimentalismo andava a braccetto con la critica leghista alla unità dell’Italia fatta sulla pelle del popolo padano – che guarda caso è quello che più ci ha guadagnato da tale unità, ma questo è dettaglio insignificante, per chi abita a nord del Tronto.

Tra richiami a simbologie alchemiche e celtiche, a volte le più improbabili, attacchi al centralismo romano e ricostruzioni storiche revisioniste della storia patria, si è formato un personale politico convinto che la padania sia una nazione con una sua identità, quindi con delle precise prerogative che devono prima o poi trovare accoglimento in una nuova forma di stato, se non addirittura in una secessione che sfoci in una piena indipendenza.

Ed oggi questo personale politico è l’anima della Lega, partito che si trova ad essere ago della bilancia degli equilibri politico-istituzionali da cui non si può prescindere e che condiziona tutta la politica italiana al di à delle manfrine “sulla casa dei fini” che ha alimentato il gossip estivo mettendo un velo sul problema reale di questo paese: il rapporto nord-sud nel federalismo prossimo-venturo

A tutto ciò, noi del sud opponiamo una classe politica avulsa dalla realtà del proprio territorio, che si crogiola in astratti funambolismi culturali del tipo, “noi non crediamo che si possa ridurre il risorgimento ad una tresca tra Cavour e la massoneria” (cito a memoria), affermazione tratta dall’intervento del governatore della Basilicata al dibattito sul federalismo al Meeting di Rimini edizione 2010. Intervento seguito poi da quello di Lombardo, che bacchetta flebilmente il suo collega terroneo ricordandogli che esistono libri che hanno venduto 100mila copie che raccontano un’altra storia.

Un passaggio, quello di Raffaele Lombardo, un pochino più “identitario” rispetto a q1uello dello scorso anno ma ancora lontano anni luce da come dovrebbe essere l’intervento del rappresentante massimo della nazione siciliana.

Noi siamo convinti che la nostra classe politica non sia cialtrona come ha detto Tremonti bensì che viva da cialtrona. Soprattutto perché manca di quella cultura identitaria che lega un politico alla sua terra di origine e lo rende degno rappresentante dei suoi interessi.

Perché questo non avviene?

Perché siamo un popolo sconfitto. Politicamente e militarmente, in una guerra decennale che ci vide soccombere perché non si seppe trovare quella unità di intenti indispensabile per giungere alla vittoria.

Grazie alla prezzolata collaborazione di tanti meridionali, il nemico approfittò delle nostre divisioni tra briganti, borbonici, sanfedisti, cavourristi, mazziniani, chi più ne ha più ne metta. Ci impose il suo stato e le sue leggi, cancellando tutto quanto di buono era sedimentato nei secoli precedenti nelle nostre terre. Poi ci convinse che ci aveva fatto un favore, che prima stavamo peggio, che ci avevano fatto dono della libertà. Una libertà di cui ancora oggi, a pochi mesi dal centocinquanenario, ancora assaporiamo i meravigliosi frutti: emigrazione, criminalità, sottosviluppo.

Cancellati come stato, fummo cancellati anche come nazione, nacquero gli stereotipi del calabrese, del napoletano, del pugliese e così via, si sottolinearono le differenze, sempre negative ovviamente, evitando accuratamente di evidenziare ciò che ci univa e che ci unisce. Basta guardare una carta linguistica dell’Italia per rendersi conto che a sud del Tronto vi sono molte meno differenze di quante ve ne siano a nord dello stesso fiume.

Affermare che ciò non è vero è un’arte che i nostri detrattori adoperano da sempre per tenerci divisi e sottomessi. Per un calabrese dovrebbe essere naturale sentirsi più fratello di un napoletano che di un lombardo. Non credo che la vostra e la nostra esperienza possa farci dire che è così, anzi.

Eravamo una nazione oltreché uno stato, uniti da oltre otto secoli. Ci ritrovammo briganti, emigranti e delinquenti in meno di un ventennio. Lo siamo tuttora. Non si sa fino a quando, di sicuro fino a che non ci sentiremo più in sintonia tra lucani e pugliesi o napoletani o calabresi (o, perché no? siciliani) di quanto lo siamo oggi.

Questa sintonia, questo comune sentire ci potrà venire solamente dalla scoperta dell’altra faccia della luna, la nostra storia, ma lasciamolo dire alle bellissime parole di Bruno Cutrì, un ingegnere calabrese:

“Leggere gli scritti di Nicola ZITARA è come vedere l’altra faccia della Luna. Dalla Terra non si vede, ma c’è ed è diversa da quella usuale. E per vederla bisogna fare uno sforzo titanico, pari a quello compiuto dalla NASA. Soprattutto bisogna eludere la congiura del silenzio che avvolge i suoi scritti ed i suoi pensieri guida.

Io l’ho fatto; avvalendomi dei miei mezzi di produzione tecnologici, ho impegnato la passione intellettuale per ritornare alle origini mediterranee e per ricostruire, in memoria elettronica, quella parte di realtà storica e culturale svanita nel rumore dei tromboni ufficiali.

Nicola Zitara mi ha guidato nei meandri della nazione meridionale, a cavallo della cosiddetta Unità d’Italia, ed ho scoperto l’altra faccia della Luna.”

Ed a proposito dei tanti intellettuali meridionali che schifano la propria terra e ci guadagnano pure:

"Li chiamano Migranti di Successo e li mostrano nelle vetrine risorgimentali ed istituzionali, ma nascondono accuratamente quelli che – dai tanti nomi oscuri – hanno realizzato il loro Successo e della prole loro famelica e sprezzante.

Per acquietare la coscienza convengono da Roma cialtrona a rappresentare, nei teatrini locali e con i soldi pubblici, le lacrimevoli vicende dei Migranti senza successo e senza storia, inebriandosi di mandolino e peperoncino, in fuga codarda, orfani colpevoli della Cultura originaria che hanno tradito."

Per concludere… I nostri politici invece di trincerarsi nei loro ridicoli fortini risorgimentalisti dovrebbero andare a lezione di autonomia da gente come Zaia che al Meeting fra l’altro ha detto :

"La bandiera deve essere assolutamente esposta dappertutto. Chi non espone la bandiera in un luogo pubblico non e' un Veneto e quindi cambi casa".

Ovviamente non si riferiva al tricolore.


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