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Giacinto de Sivo

Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861

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Introduzione

Solendo i popoli tornar sempre agli errori medesimi, le lezioni della storia parrebbero non riuscire a niuno ammaestramento per l'umanità; nondimeno chi studia i fatti avvenuti vi trova in azione verità eterne e imperiture; perché siccome in natura tornan le piante e gli animali stessi riprodotti dal seme primiero, così nell'ordine morale, sendo una l'indole umana, si rinnovellano l'opere ne’ tempi, benché con altri riscontri d'eventi.

Il passato è quello che avverrà. La storia insegna questo vero, quando pinge la seguenza dell'esperienze involontarie che l'uman genere va facendo ne’secoli; laonde ella esercita sua potenza nelle opinioni contemporanee e posteriori, nelle opere governative, nelle sorti delle nazioni; da norme di principii, di modi, di leggi; e mena le genti ver la perfezione sociale.

Giacinto de Sivo

Pertanto chi scrive storia s'alza a giudice delle nazioni e “de’loro reggitori, se ne fa ministro di biasimo e di lode, s'erge quasi a interprete de’santi giudizii di Dio: balda impresa che vuoi magnitudine di mente e coscienza, e animo impavido e forte. Per questo i grandi narratori stan più su de’grandi operatori; e il magno Alessandro invidiò Achille, non per Ettore ucciso, ma pel canto d'Omero. Sebbene il dire sia men del fare, pur sovente il fare nasce da circostanze e fortune che spinsero in atto il valore; laddove il dire è parto di volontà, che, innamorata del vero, lo dichiara a malgrado di tempo avverso e di vendicative passioni. Il fare è più magnifico e lucente ne’suoi perigli; il dire è in bui perigli più gagliardo per intrinseca virtù; il fare abbisogna di speciali condizioni umane; il dire in quantunque tempo può spiegare sua forza. Senza il ratto di Elena non saria stato Achille; ma Omero, pur non cantando l'Iliade, avria dato altro poema divino.

E perché l'arte del narrare è difficilissima sopra tutte, veggiamo pochi scritti antichi trapassare i tempi, e giungere sino a noi; eppure oggidì le difficoltà sono più assai, che la moderna storia ha più impacci. L'antica poco si discostava da’ fatti d'un popolo; dove oggi i fatti s'intrecciano e diramano in tutto il mondo, sicché devi toccarli di tutti. Più semplice era il governamento antico: meno leggi, minor commercio1, non torchi, non telegrafi, non vapore, non eserciti stabili, eran uomini men verbosi, meno infinti, parlavan per manifestare, non per ascondere il pensiero; oggi le vertenze internazionali per numero, per tenebre di dispacci, per bugie premeditate di giornali, per insidie caviliose di ministri e parlamenti, son dure a discifrarle, a confrontarle co’ fatti, a smascherarle; oggi l'analisi opprime la sintesi, e lo scrittore con molto più fatica fa opera d'arte men bella che gli antichi.

Ma s'è ardua impresa far narranza del passato, arduissimo è imprendere a dir fatti recenti, contemporanei,’di personaggi possenti, vivi, o spenti da poco, di famiglie presenti e molte, quando le passioni generatrici dell'opere fremono e infuriano ancora, quando biasimo e lode posson parere odio o adulazione. Lodi virtù e gloria, e hai nemici i viziosi e gl'infami, che se ne sentono ripresi; vituperi un tristo, e non pur lui, ma molti che tristi sono se ne credono rinfacciati. Smascheri certi iniqui potenti, e questi che a fare scelleratezze son pronti, s'indragano a sentirsele rampognare; sveli tradimenti e codardie, e gridan calunnie; encomii i magnanimi percussori di reità, o sofferitori d'ingiusti danni, e ti taccian partigiano. Cotai pericoli son maggiori in questi tempi di sette, le quali han prestabiliti i vanti e i vituperi prima dell'opere; e più son maggiori al giudicar vincitori e perditori; quelli, non che di biasimo, neppur di moderate lodi si contentano, questi vorrian delle patite sventure accagionar altri o fortuna, e sconfessare loro falli.

Oggi a spiacere a’ potenti è più periglio che prima; perché i potenti da temere non sono già i reggitori legittimi degli stati; i quali non sogliono percuoter forte, e loro punizioni por-tan sovente certa celebrità che non ispiace a chi fa libri. Chi scrive male de’re legittimi trova celebratori, ed è messo in cielo, guadagna amici, lucri, soldi; ma guai a chi deve disapprovare cotesti Bruti nuovi, cicalatori di libertà! tosto è diffamato, proclamato matto o asino, gli si serra l'avvenire, sottosta a multe, a prigionie, ad. esilii, né di rado a pugnali e veleni. I legittimi re poco apprèzzan gli scrittori, poco premiano, spesso li dimenticano; gl'illegittimi alzan gli scrittori a prefetti, a ministri, a dittatori. Laonde vedi numerose falangi di libelli contro i regnanti nati, che se tutti non son Titi, neppur son Neroni, e te li pingon mostri e tiranni; ma questo offenderli per dritto e per torto, quel dirne false lordure e velenose, non è già risicoso coraggio, ma codardia impunita, voglia di subiti guadagni, facili rinomanze e pronte salite.

Parecchie storie uscite a questi anni fur dettate a tal fine; e furono congiure, non solo condro il vero, ma contro gli stati. Narrando il passato a rovescio, congiuravano a rovesciar l'avvenire. Han dentro un veleno ch'adultera ogni fatto; il vero s'è ostile allo scopo, tacciono o smozzano, se giova allungano e incorniciano. Talvolta lodano il buono, ma con isforzo, e vi gittan di sbieco astiosa bava; talvolta condannano il male, ma con iscusanze speciose; negli onesti notan difetti, ne’ malvagi innestano idee alte; e da ogni caso buono o maio cavano argomenti ali’idea preconcetta. Scrittori sono artifiziosi per ingannar l'avvenire, e far coperchio al presente; han l'assunto di gloriare ogni reo fatto con isplendide parole. Quindi odi uccisioni scusate per necessità, incendii lodati per virilità di comando, fucilazioni a migliaia dette salvatrici della società, insidiosi consigli appellati sapienti, assassinii, e regici-dii alzati ad eroismi; poi aspirazioni di popoli le usurpazioni, fonti di ricchezze gli enormi balzelli, civiltà progrediente gl'immorali costumi, purezza di cristianesimo il negar Cristo e percuoter la Chiesa. Così storta la verità, e il vizio in nugoli di laudazioni, il leggitore si trova immerso in un mondo ch'è negazione d'ogni idea buona ch'avea da bambino succhiata col latte. Ma, la Dio mercé, mai non si giunge a ingannar pienamente la posterità. Lo scrittore di cuor vendereccio, vigliacco o vendicativo non fa opera duratura; sempre il tempo diseppellisce gl'inganni, snuda gl'imbellettati vizii, e finisce col dar giudizio giusto. A che dunque i tristi van comprando celebrazioni ipocrite di poca vita? A che ammantar di porpora l'infamia? A che "te" storico vitupererà la sua penna a prò, di caduchi oppressori? meglio perigliar pel vero eterno, che fruir corte onoranze per menzogne.

Oltre a questi, la storia contemporanea ha pure altri scogli. Sendo molti testimoni e operatori vivi, ciascuno s'avvisa sapere; e quel che legge, se gli è ignoto mette in dubbio, se il sa vi trova mancanza o eccesso, l'operato o il visto da lui crede di momento, e lacera lo scrittore. Ma la storia non può giudicar da ogni parziale fatticello, bensì da tutti insieme; sorvola sulle minuzie, e fonda il pensiero sintetico sulla importanza complessiva. Sono inoltre i recenti fatti per vicinanza difficili a chiarire, siccome un gran monte veduto troppo da presso non bene spiega al guardo suoi contorni; però meglio saria discostarsi col tempo per saperli e giudicarli; meglio lo scrittore con gli anni si spoglierebbe delle idee plateali, e de’loro echi, per ponderar gli avvenimenti nudi, in lance d'eterna giustizia. Gli è grande difficoltà lo smettere i pregiudizii, che la condizione, gl'interessi, le simpatie, e pur le trepidazioni e le speranze, facendogli cerchio all'animo, il posson muovere e annebbiare. La poesia tutta passionata ha pregio dagli affetti vivi, perché ella con finzioni manifesta e abbellisce generali verità ed ideali virtù; ma la storia può aver danno dalle passioni dei narratore, perché ella è soprattutto di verità particolari e di personali opere raccontatrice.

Nulladimeno s'avrebbe per questo a rjnunziare alle storie contemporanee? E se i contemporanei tacessero, potria la posterità sapere e giudicar del passato? saria buon servigio alla verità il lasciarla andar zoppa e guasta dalle impiastrate narrazioni correnti? E morti i viventi operatori e testimoni, come in altre età trovare le segrete cagioni de’ fatti? Rinunzieremmo alle opere classiche di Tucidide, Senofonte, e Cesare contemporanee? e a’ nostri Machiavelli e Guicciardini e a tanti altri sommi?

Né in tutto è vero dover la storia affatto svestirsi di passioni, né pur saria bello averla secca e nuda. Vedesi da’ dettati di tanti ingegni ella pigliar sempre l'indole e il colore del tempo in che è scritta, né aver macchia da tal sua necessaria condizione. Suo ufficio è il muover gli affetti a prò del bene e contro il male, far questo abborrire, quello amare. Buona è l'indignazione all’ingiusto, buono infamarlo, buono difender l'innocenza percossa, e farla simpatica benché infelice. Né solo si deve dire il vero, ma dirlo con tal passione che giovi alla virtù, e dannifichi la colpa. Se così passionata non fosse, la storia non saria degna del suo scettro. Misero lo scrittore che noi senta, più misero il lettore che noi pregi!

Perché il passionarsi non trasmodi, v'è norma sicura, la “drittezza messa da Dio nella coscienza del genere umano; quella drittezza antica che servì per quattromil’anni a giudicar gli umani eventi, cui oggi indarno l'andazzo de’ tempi rinnega. Inspiriamoci nella dritta coscienza, e non erreremo; che se di presente spiacèiremo a’ nequitosi, piaceremo a buoni e a’ posteri. Quando l'età baldanzosa non farà più nebbia agli intelletti, quando il Signore avrà affralite le mani de’ tiranni, resterà il ricordo genuino delle perpetrate tristizie. Oggi è debito nostro dire il vero a chi tocca; e altri si lamenti delle opere sue, piuttosto che di chi verissimamente le narra. Che se guai incontreremo, ne sarà conforto il saper di non meritarli, e '1 poterne nell'animo interno trincerare; s'è vero, come disse Marco Aurelio, che mente libera di passioni sia pari ad altissima rocca.

Io cominciai a scrivere su queste rivoluzioni nel 1849, quando esse teneansi vinte e depresse; e già stesi n'avea sei libri; ma per non parer di percuotere i vinti e inneggiare a’vincitori, non volli pubblicarli; anzi scrittovi su: da stamparsi dopo la mia morte, misili in un nascondiglio alla mia villa di Maddaloni, colà quasi dimenticati. Dopo undici anni, nuovi eventi sconvolsero la patria nostra; la mia casa fu in settembre 1860 invasa di Garibaldeschi; e prima il Bixio, poi l'Avezzana, poi il Carbonelli, detti generali, con molto seguito vi stettero tre mesi, e lasciaronla vuotata d'ogni roba. Frugando da per tutto, quelli ospiti, discoperto il nascondiglio, m'avean pur quei manoscritti presi; e leggicchiandoli con dispetto ne fecero stizzosi discorsi; il che rapportato a me in carcere, ebbi pensiero, e mi venne pur fatto, che per un po’ di mancia uno de’ loro li derubasse a quei derubatori.

Dappoi in questo sforzato esilio me li feci venire, né mi seppi tenere dal correggerli e continuarli; e sì lavorando ad ingrate memorie ingannar la noia della solitudine, e '1 dolore della patria perduta. Qui ebbi opportunità d'aver alle mani documenti uffiziali e singolari, interrogar persone ragguardevoli per età, grado, ingegno, e probità, de’ quali molti furono operatori o testimoni; li ho uditi in disparte e a confronto, ho studiato scritti di tutti i partiti, ho notato quanto ho visto con gli occhi miei; e così de’ fatti e delle loro cagioni parmi essere entrato bene addentro, né aver trascurata investigazione, né fatica, né cosa di momento taciuta.

Nondimeno- avrei bramato tenere ancora altri anni il mio lavoro, per pubblicarlo in meglio accomodati tempi, più terso e compiuto; ma gravi considerazioni m'han sospinto in contrario. Veggo lo strazio del vero che si va facendo da scrittori rivoluzionarii, per inghirlandare loro trionfi e calunniare i depressi, veggo il reame nostro non pure asservito ma condannato a tutte onte da’ suoi saccheggiatori; odo le scelleratezze passar per fatti mirabili, la nazione nostra sfatata, noi pinti al mondo quasi barbari e meritevoli di questa vile sorte che appellano libertà; miro con isforzate luminarie costretti i Napolitani a celebrar loro catene, e a ringraziarne pubblicamente Iddio, e con la patria perduta inneggiare alla patria redenta.

Che più aspettare? La causa della patria nostra è quasi per le dette fattizie cagioni in mala vista; e gli stranieri, avendo poche buone scritture per sapere i fatti napolitani, non sempre ne giudicano male per malignità, ma più spesso per ignoranza del vero; onde mi sembra necessità uscire dal silenzio, e per carità del natìo loco risicar la pace e la salute della mia persona. Adunque risoluto a lanciarmi in quest'onde perigliose, dò a stampa quest'opera, ch'era fatta pe' figli nostri; e presto la dò, perché non paresse dubbiezza, o pusillanimità, o temenza di sfidar le testimonianze degli uomini viventi.

Un'altra spinta m'ebbi considerando i grandi mali non esser duraturi, finire un dì queste ruine, la patria aversi a ricostituire. Allora Dio non voglia si rinnovellin gli errori passati, che, sebben non gravi, pure da' nemici aggravati fur pretesto ed e-sca agl'incendii. Scrutar quelli errori, dichiararli in giusta misura, farne dirò quasi esame di coscienza, e confessarli, sarà bene non punto minore dello smascherar le calunnie; e saria sconcio il tacerli o il coprirli, perché la verità n'esca intatta e piena, e perché lo eccesso né dell'accusa né della difesa non deturpi la imperturbabilità del racconto.

Avvegnaché io narri le rivoluzioni dal 1847 al 1861, pur sendo esse state né spontanee né improvvise, ma partorite da remote insidie, m'è necessità toccar delle precedenti, e inoltre ricordare i principii della setta mondiale; però chi questi tralasciar volesse potria cominciar sua lettura dal secondo libro, e tenere il primo come prolegomeno dell'opera. Compenso tal lunghezza con brevità di dettato.

Contrascrivere a' nostri tanti detrattori non intendo, che non fo polemica, ma storia; a questa non aggiungo documenti in fine, per non aggravarne di molti volumi la mole; de' rari dò chiara notizia, de' comuni ciascuno può far cerca; dicerie lunghe lascio, delle importanti dico il succo. Scrivo semplice e piano, con ingenuità che narri il vero senza ornamenti; appellerò le cose co' loro nomi antichi. Oggi che a turpi fatti si pongon bei nomi, son diventati santi i vizii, sicché a' buoni si fan vituperevoli le soavi parole che già significavan cose oneste e virtuose. Restituiamo noi mondi tai nomi, discostiamoli dalle iniquità; e queste guardiamole in viso nude quali sono, sinché la Provvidenza lor non dica basta!

Forse sarò dispiacevole ad altri, come a me stesso, a non poter passare tante nefandigie d'uomini che parean Catoni; dover parlare talvolta di pecunia data o presa, di disfatte, di tradimenti, di codardie, di doppiezze, d'insidie, con danno di popoli, con ruine di robe, con sangue d'innocenti, con istragi funeste, che il cuore strazieranno e agghiacceranno ad ogni anima bella. Debbo dire trame di più lustri, arti nefande di stranieri, sforzate guerre civili, saccheggi, arsioni, fucilazioni, rapine; un esercito manomesso, non da nemico ma da’ suoi duci, e stremato a sorso a sorso; una flotta rubata, un regno distrutto, carceri piene di onesti, galeotti carceratori, masnadieri trionfatori; chiamarsi patriota il disertore, il patriota brigante, straniero lo indigeno, fratello lo straniero; vantata l'arte della spia, nere colpe premiate per virtù, virtù punite in tutte guise, derisa la Fede, percussata la religione, e sempre sofismi e menzogne, per far perdere sin l'idea del dritto e del vero.

Non mancano elogiatori a tanti mali; ma son come chi, nulla tenente, ha saputo nella universale ruina trovare una pietra per adagiarsi; o chi al calore immenso d'un incendio scalda sua vivanda. Costoro il cristiano commisera, lo storico maledice. Me certo diranno partigiano; ma partigiano è chi per sette con venduta penna sconvolge e mistica la verità; non chi libero difende l'umana ragione dalla tirannide del mendacio, e rivendica la ragion dell'eterno dritto universale, insozzata da serpentina bava, sbranata da leonini artigli.

Io da’ legittimi governi non ebbi favori mai, né alto uffizio; ebbi anzi note ingiustizie, e sin negata la mercede a mie fatiche; però niun interesse me spinge a dispogliarli dalle calunnie, o a coprirne gli errori. Spiacerò agli uomini delle rivoluzioni, e a quei pure del dritto; perché gli uni e gli altri, sebben con misura e modo diverso, fallarono. Ma la lode e '1 vituperio vengon da’ fatti. Io libero da odio e da amicizie, narrerò imparziale, con animo franco da paure e da speranze; anzi con ferma speranza di non aver paura. Che se mio malgrado erri per ignoranza o debolezza, non ne vada tutta la colpa alla peccabile natura umana, ma anche alla presunzione di chi osando levarsi a giudice de’ suoi tempi, ha mestieri esso stesso di giudizio e di condanna.

Roma, 1. ottobre 1863.


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Giacinto De Sivo

Note biografiche di Gabriele Marzocco


Giacinto de' Sivo nacque a Maddaloni il 29 novembre 1814, da Aniello, valoroso ufficiale dell'esercito napoletano, e da Maria Rosa Di Lucia. Lo zio, Antonio, aveva fatto parte dell'armata del Cardinale Ruffo. Lì de' Sivo visse i primi anni, nei possedimenti la Torre maggiore, il Castello e la Torre piccola, acquistati dai Carafa, antichi signori di Maddaloni. Frequentò poi, a Napoli, la scuola del marchese Basilio Puoti, maestro di lingua e di elocuzione italiana.

Nel 1840, a 26 anni, compose la prima delle sue otto tragedie, dedicata a Costantino Dracosa, ultimo imperatore di Costantinopoli. Nel 1844 sposò la contessa Costanza Gaetani dell'Aquila d'Aragona dei Duchi di Laurenzana, figlia del conte Luigi, maresciallo di campo e aiutante generale del re, dalla quale ebbe tre figli.

Nel 1847 de' Sivo pubblica il Corrado Capece, che Antonio Tari giudicò il migliore romanzo storico di quell'epoca, eccettuati I Promessi Sposi. Nel 1848 Giacinto de' Sivo, dopo essere stato componente della Commissione per l'istruzione pubblica, fu nominato Consigliere d'Intendenza della provincia di Terra di Lavoro, con settecento uomini ai propri ordini, e dal gennaio al maggio 1849, fu comandante di una delle quattro compagnie della Guardia Nazionale.

Scrive un'opera sulla rivoluzione del 1848-49, ma, "per non parer di percuotere i vinti e inneggiare ai vincitori", non la pubblica e ripone il manoscritto in un nascondiglio della sua villa di Maddaloni. Scrive un'opera sulla rivoluzione del 1848-49, ma, "per non parer di percuotere i vinti e inneggiare ai vincitori", non la pubblica e ripone il manoscritto in un nascondiglio della sua villa di Maddaloni.

Nel 1860 Giacinto de' Sivo deve lasciare le sue tragedie storiche (l'ultima è Belisario, proprio del 1860). Una tragedia storica di proporzioni e conseguenze crudelissime si svolge sotto i suoi occhi, lo travolge: la fine di un Regno che vanta otto secoli di esistenza, la fine dell'indipendenza della Patria napoletana.

Nell'intraprendere la narrazione delle vicende che portarono alla caduta del Regno delle Due Sicilie, de' Sivo confessa: II cuore sanguina, la mente si prostra, e l'animo angosciato quasi quasi rilutta contro la volontà del Signore, che tanta ignominia e infelicità permise che insozzasse la già lieta patria nostra"'.

Segue, per quasi cinquecento pagine, un lungo elenco di vergognosi tradimenti, incomprensibili indecisioni, scelte funeste, eroismi dimenticati, anzi ignorati, paesi grandi e piccoli messi a ferro e a fuoco per essere rimasti fedeli al loro Re.

"Si voleva usurpare la monarchia, e s'è percossa la nazione; si voleva abbattere un re, e si sono spenti 100 mila sudditi".

Il 6 settembre Francesco II lascia Napoli, "perché non le fosse arrecato danno... " II 14 dello stesso mese una brigata garibaldina entra in Maddaloni. De' Sivo si rifiuta di andare a Napoli a rendere omaggio a Garibaldi e viene destituito dalla carica di Consigliere.

La sera del 14, dopo che la sua villa è stata circondata da centinaia di uomini armati, viene condotto a Napoli con apposito convoglio ferroviario. Mentre il pericoloso letterato è tenuto prigioniero a Napoli, la sua casa è occupata per tre mesi da Bixio, poi da Avezzana, infine da Carbonella Rovistano dappertutto, i liberatori, tanto che trovano il manoscritto sul 1848-49, e gli lasciano la villa "guasta e vuota di roba".

Viene scarcerato, ma il 1° gennaio 1861 è imprigionato di nuovo: il pericoloso scrittore viene portato via di casa di notte, senza nessun motivo, e rinchiuso per due mesi. Scarcerato di nuovo, vuole sperimentare "la vantata libertà della parola" e pubblica La Tragicommedia, giornale soppresso al terzo numero.

Gli fanno capire che gli conviene andar via da Napoli, se non vuole finire dentro per la terza volta. E così, nella notte fra il 14 e il 15 settembre 1861, s'imbarca sul bastimento Quirinale e si rifugia a Roma. Si lascia alle spalle una Patria conquistata che, nel solo 1861, ha visto ben 15.665 suoi figli fucilati dai fraterni liberatori piemontesi. Una Patria dove i gigli, simbolo della giustizia e della sovranità, vengono scalpellati via da tutti i monumenti; dove dilaga la caccia ai borbonici.

La camorra e la mafia si erano alleate col nuovo potere contro quello legittimo. "Il passato è quello che avverrà": di nuovo la mafia si schiererà col nemico, per facilitare la conquista della Sicilia e oggi la camorra spadroneggia nel Sud.

Eppure si dice: "retaggio borbonico". In quello stesso 1861 de' Sivo pubblica L'Italia e il suo dramma politico nel 1861 e I Napolitani al cospetto delle nazioni civili.

Incaricato dal capo del governo borbonico in esilio, marchese Pietro Ulloa, di scrivere un libro sulla Storia delle Due Sicilie, nell'estate del 1862, ad Albano, ne legge alcuni capitoli al re, il quale "ascolta con entusiasmo; fornisce chiarimenti e documenti".

Ma uno speciale Consiglio convocato per chiedere se si dovesse permettere la pubblicazione di una storia contemporanea del Regno delle Due Sicilie, da al sovrano parere sfavorevole, temendo la violenza delle dottrine dell'autore.

Lo stesso Ulloa non mette a disposizione di de' Sivo la documentazione che gli aveva promesso, tanto che lo storico di Maddaloni, in una lettera a Cesare Cantù, scriverà: "ho stimato troncare con lui le relazioni di amicizia".

Ciò nonostante De' Sivo continua il duro lavoro. Nel 1863 esce il primo volume, l'anno dopo il secondo. L'opera procura gioia agli onesti, ma provoca proteste violente da parte dei responsabili di dubbi e doppiezze. Il re gli assegna la croce costantiniana ma, delle 400 copie che aveva prenotato, ne ritira solo alcune decine.

Il terzo volume della Storia de' Sivo è costretto a stamparlo, nel 1865, a Verona. Nel 1866 il Veneto è annesso al Regno d'Italia: il tipografo ha paura di pubblicargli gli ultimi due volumi e non gli restituisce nemmeno il manoscritto!

De' Sivo è costretto a riscriverli dai suoi appunti: una fatica a cui accenna nella prefazione al quarto volume, uscito col quinto nel 1867: "se dovessi raccontare la storia di questa Storia!..".

Muore il 19 novembre 1867, nelle tarde ore della sera. Fu sepolto nel cimitero del Verano. Sulla sua lapide queste semplici parole: "Salute, o Giacinto, vivi in Dio".











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