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ANNO VIII NUMERO 347 - PAG III IL FOGLIO QUOTIDIANO MERCOLEDÌ 17 DICEMBRE 2003

Il Risorgimento raccontato come una favola da papà Angela

Angela Pellicciari


Quando si dice autorità. In un'epoca di vuoto del Padre, per fortuna c'è ancora, da noi, qualcuno che ne impersona l'autorevolezza. Un Padre buono, condiscendente, suadente, persuasivo, pacato, sorridente.

Un Padre cui credere perché, al di là di ogni ragionevole dubbio, sta dalla parte della Scienza. E, quindi, della verità. L'unico uomo che corrisponde, in Italia, a questi requisiti è, senza ombra di dubbio, Piero Angela. Sono appena andate in onda su Raiuno quattro ore e mezza (divise in due puntate) di Superquark dedicate a Garibaldi:

"Giuseppe Garibaldi - Storia di un eroe".

Grande il dispiego di mezzi: Angela figlio a spasso - come al solito - per il mondo a raccontare di Garibaldi in America Latina, una coreografia da mozzafiato, musiche e interni perfetti.

Tutto è così bello e fila così liscio che è un vero peccato, ma bisogna dirlo: il racconto di Angela ha più a che fare con la fiction che con la storia. La parte più importante del programma era, come ovvio, dedicata all'impresa delle imprese: quella dei Mille in Italia meridionale. Angela non usa mezzi termini e non lesina nell'uso degli aggettivi.

"Straordinaria", "incredibile": le formule roboanti ricorrono ogni piè sospinto. Peccato che, contrariamente a quanto afferma il conduttore, la spedizione dei Mille non sia frutto del fervore rivoluzionario di Garibaldi. L'impresa nasce a tavolino ed è programmata nei dettagli a Torino da Camillo di Cavour e Giuseppe La Farina, siciliano, storico, massone, segretario della Società Nazionale, braccio destro di Cavour nell'organizzazione delle imprese coperte.

Che le cose stiano così lo provano nel modo più inconfutabile le lettere di La Farina e alcuni articoli da lui pubblicati sull'Espero. Leggiamone qualche brano: "Per quattro anni - scrive nel 1862 - vidi quasi tutte le mattine il conte di Cavour, senza che alcuno dei suoi amici intimi lo sapesse, andando sempre due o tre ore prima di giorno, e sortendo spesso da una scaletta segreta, ch'era contigua alla sua camera da letto, quando in anticamera era qualcuno che lo potesse conoscere!

E in uno di questi notturni abboccamenti, nel 1858, fu presentato al conte di Cavour il generale Garibaldi, venuto clandestinamente da Caprera".

Quanto a Garibaldi, specifica La Farina, non solo l'idea della spedizione non era sua, ma esitava anche a partire. Così racconta a Pietro Sbarbaro in una lettera del 14 ottobre 1860: "Ella vedrà che il concetto fu mio; che Garibaldi esitava (e ne ho documenti); e che da ultimo si decise a partire, quando vide che i siciliani sarebbero partiti senza di lui. Le armi e le munizioni furono somministrate a Garibaldi da me: egli non aveva nulla".

Organizzata da La Farina e Cavour, l'impresa aveva comunque, ha ragione Angela a sottolinearlo, poche probabilità di riuscita.

Il rapporto di forze era infatti di circa 1.000 volontari contro 25.000 militari: uno a venticinque. Vittoria miracolosa, verrebbe da pensare. Di miracoloso, però, c'è ben poco. Il miracolo, anche in questo caso, è frutto del genio politico- organizzativo del conte di Cavour.

A raccontarci come è stata possibile la vittoria degli scamiciati contro un esercito di professionisti provvede, involontariamente, l'ammiraglio Persano. Questi, noto soprattutto per il poco valoroso comportamento a Lissa durante la Terza guerra di indipendenza, pubblica il Diario in cui sono contenuti i segreti di Stato in suo possesso. Si viene così a sapere che Cavour lo ha mandato in Sicilia alla testa di una consistente flottiglia per aiutare (e controllare) Garibaldi.

L'ammiraglio avrebbe dovuto organizzare lo sbarco di armi, munizioni e uomini "a tergo" delle truppe borboniche. Per farlo avrebbe fatto ricorso a un ingrediente particolare: il denaro.

Ecco qualche saggio di cosa scrive Persano a Cavour nei suoi dispacci quasi giornalieri: "Noi continuiamo, con la massima segretezza, a sbarcare armi per la rivoluzione, a tergo delle truppe napoletane"; assicuro "gradi e condizioni vantaggiose a coloro che promuovessero un pronunciamento della squadra borbonica in favore della causa italiana"; "L'ufficialità l'abbiamo quasi tutta, pochissime essendo le eccezioni".

E infine: "La casa De La Rue [banchieri amici di Cavour] di Genova aprirà in Napoli, presso il banchiere De Gas, un credito illimitato a mia disposizione"; "Ho dovuto, eccellenza, somministrare altro denaro. Ventimila ducati al Devincenzi, duemila al console Fasciotti e quattromila al comitato. Mi toccò contrastare col Devincenzi, presente il marchese di Villamarina; egli chiedeva più di ventimila ducati; e io non volevo neanche dargliene tanti".

Veniamo ai garibaldini. Questi, a dire di Angela, si sarebbero uniti a Garibaldi per "motivi ideali". Se però dobbiamo tenere in conto anche l'opinione del generale, le cose starebbero un po' diversamente.

Ecco come Garibaldi descrive i suoi compagni: "Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto". Persino concorda. Se ha una cosa da rimproverare a Cavour, è proprio la scelta degli uomini inviati in Meridione: "Osservo che converrebbe tener gli occhi aperti sulle spedizioni degli individui che da noi si fanno per qui, e di veder modo di ritenere molta gentaglia che muove per queste contrade a nessun altro scopo, se non per quello di pescar nel torbido".

I liberali che non amavano il "liberatore" Garibaldi "liberatore". Anche su questa leggenda non poco ci sarebbe da dire. Limitiamoci a quanto scrive La Farina dalla Sicilia "liberata": "L'altro giorno si discuteva sul serio di ardere la biblioteca pubblica, perché cosa dei gesuiti; si assoldano a Palermo più di 2.000 bambini dagli 8 ai 15 anni e si dà loro 3 tarì al giorno"; "Si manda al tesoro pubblico a prendere migliaia di ducati, senza né anco indicare la destinazione! Si lascia tutta la Sicilia senza tribunali né civili, né penali, né commerciali, essendo stata congedata in massa tutta la magistratura!

Si creano commissioni militari per giudicare di tutto e di tutti, come al tempo degli Unni"; "I bricconi più svergognati, gli usciti di galera per furti e ammazzamenti, compensati con impieghi e con gradi militari. La sventurata Sicilia è caduta in mano di una banda di Vandali".

Forse non sarà male accennare anche a quanto scrive il noto liberale Pier Carlo Boggio nel suo pamphlet "Cavour o Garibaldi?".

Esaltato dal facile successo, Garibaldi licenzia La Farina (obbligato a far ritorno a Torino) e, circondatosi di mazziniani, progetta di continuare la "passeggiata" fino a Roma e Venezia. Se così succede Napoleone III non può non intervenire in favore del Papa e dell'unità d'Italia non si parla più. Per fermare Garibaldi Boggio ricorre al ricatto: rende di pubblico dominio le gesta del generale.

Si viene così a sapere che il governo è in mano a un manipolo di mazziniani che fanno il bello e cattivo tempo a proprio uso e consumo: "L'ufficio dei pro dittatori è nominale e illusorio; dietro e sopra il governo ufficiale, sta un governo segreto, che è il solo padrone vero di tutto e di tutti".

I ministri non contano assolutamente nulla: "Il principe di Torrearsa legge nel foglio ufficiale la propria nomina a presidente del Consiglio dei ministri, della quale è affatto inconsapevole: attende l'annuncio diretto del capo dello Stato. Passa un giorno, passano due, nulla riceve; e intanto escono sulla Gazzetta governativa decreti e provvisioni che appaiono da lui emanate: si presenta tre volte al Dittatore per chiedere una spiegazione: gli dicono che non ha tempo di riceverlo".

A Napoli il giornale ufficiale reca provvedimenti tutti firmati dai rispettivi ministri che non sanno nulla della propria attività di governo: "Accorrono dal Dittatore sdegnatissimi per tanta soperchieria: e là l'imperturbabile Bertani apre un portafogli: 'Ecco, dice loro, ecco che abbiamo lasciato in bianco lo spazio per le firme vostre: potete apporle adesso!'".

Crispi, in Sicilia, va meno per il sottile: "In consiglio il barone Cordova, ministro delle Finanze, non piega, come vorrebbe Crispi, a' costui desideri: gli argomenti non sovvengono a costui spontanei e pronti come il bisogno sarebbe: ed egli, a mo' di conclusione, trae di tasca un revolver e l'appunta al petto dell'indocile collega!".

"Lo sperpero del denaro pubblico è incredibile. Somme ingenti, favolose, scompaiono colla facilità e rapidità stessa colla quale furono agguantate dalle casse borboniche"; "La libertà di stampa, la libertà individuale, la inviolabilità del domicilio, il diritto di associazione sono tutte finzioni".

"Voi dovete ricordarvi che non siete in un paese di conquista", manda a dire Boggio al generale.

Le cose stanno un po' diversamente da come sono state, ancora una volta, raccontate. Se è lecita una domanda: chi ci costringe a parlare del Risorgimento come di una bella favola?

Angela Pellicciari

 

NOTA - Il programma ideato e condotto da Piero Angela, nel primo appuntamento dedicato a Giuseppe Garibaldi ha registrato uno share del 15.94 e un ascolto di 4 milioni 355mila telespettatori

 

Leggi la risposta di Granzotto ad un lettore de "IL GIORNALE":

Garibaldi in tv: un'occasione perduta

 

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