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Da "Libero" - sabato 28 febbraio 2004


Le italiche glorie?

Inventate da Crispi per sfrattare i Santi

Gianfranco Morra

Siamo diventati nazione dopo gli altri. In Francia, Inghilterra, Spagna, Austria le monarchie nazionali erano potenti proprio quando cominciavano per noi tre secoli dominazione straniera. E quel Papato, ch'era la nostra maggior gloria, divideva col suo Stato la penisola e non poteva consentirne l'unificazione.

Solo Napoleone sollecitò i sentimenti nazionali, tanto che il tricolore nacque proprio durante quella occupazione francese, che ci liberò dal padrone solo per sottometterci ad un altro. Soltanto a metà dell'Ottocento l'unificazione della penisola fu una realtà, dovuta in massima parte a giochi di geopolitica europea che Cavour seppe abilmente sfruttare. Ma il grosso popolo rimase estraneo al processo e l'occupazione piemontese suscitò anche moti di insorgenza nel sud, sbrigativamente definiti "brigantaggio".

Forse l'Italia era fatta ma non gli italiani.

Ciò che più mancava era una coscienza nazionale, legata alla tradizione e alle prese dei grandi del passato. Bisognava creare una "religione civile", capace di sostituire o almeno di affiancarsi a quella cattolica per cementare l'unità morale dei cittadini dei sette stati diversi di venuti Regno d'Italia. Per tale compito si impegnò soprattutto la sinistra, che nel 1876 sostituì al potere la destra storica. Gli esempi non mancavano: tutti i secoli della sto ria moderna avevano visto nascere un po' dovunque una "civil religion", capace di sostituire o almeno di affiancare i vecchi valori delle religioni confessionali per pro durre identità e solidarietà.

L'Italia lo fece in ritardo, anche se alcune anticipazioni vi erano pur state. Ce lo mostra una documentata ricerca di Erminia Irace, 'Itale glorie", da poco edita dal Mulino. Che prende l'avvio dal culto di Dante, Michelangelo, Galilei, per soffermarsi più a lungo sul secolo del Risorgimento.

Due eventi importanti aprono la strada.

Tra i Cinque e il Settecento la chiesa fiorentina di Santa Croce si trasforma in un Panthéon delle glorie nazionali: prima il monumento a Michelangelo, poi quello a Galileo, infine quello a Machiavelli.

Il "giacobino" Foscolo, nel suo carme "Dei sepolcri", mentre esalta i geni e gli eroi, che accendono l'animo a grandi cose, si riferisce proprio a quelle tre tombe.

Questo culto laico delle glorie della nazione sarà completato dal sepolcro del Foscolo e da altri monumenti, fra i quali quelli ad Alfieri, Rossini e Dante. Giovanni Gentile sarà l'ultimo grande italiano sepolto a Santa Croce. i governi della sinistra misero in atto un vero e proprio piano di santificazione del risorgimento, non privo di forti venature polemiche contro la religione e la Chiesa. In cui rientrarono le sta tue erette a Giordano Bruno, Cola da Rienzo, Arnaldo da Brescia.

I luoghi più idonei per questo culto furono le piazze e i giardini. I monumenti ai grandi del risorgimento, quasi sempre opere di scarso livello artistico, si moltiplicarono. I parchi si riempirono di busti di eroi, non prima di 25 anni dopo la morte, si stabilì: ma poi la necessità di nazionalizzare le masse limitò gli anni di attesa a dieci.

La toponomastica venne sconvolta e vecchie denominazioni lasciarono il posto a Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi. Una grande manifestazione patriottica si ebbe nel 1865, nel sesto centenario della nascita di Dante e fortuna volle che in quell'anno la capitale non fosse più Torino, ma Firenze.

Gli eroi del risorgimento consentirono al nuovo Stato di realizzare un diffuso culto delle loro reliquie laiche.

Quando, nel 1872, morì Mazzini, si cercò senza esito di pietrificarlo, come faranno i bolscevichi con Lenin.

Riuscì, invece, l'imbalsamazione per Garìbaldi.

All'esposizione del Valentino del 1884 vennero esposti il poncho di Garibaldi, i calzini da lui indossati ad Aspromonte, il berretto di Emilio Bandiera, il cappello di Cattaneo, il collarino di Gioberti, il fazzoletto di Cavour, la chitarra di Mazzini, le ciocche di capelli di Mameli e la mano imbalsamata di Colomba Antonietti, morta a Roma nel 1849.

Quando il fascismo andò al potere, il culto delle itale glorie fu accentuato ed esteso ad epoche remote come l'impero romano.

Nel 1926 le celebrazioni del VII centenario della morte di San Francesco d'Assisi, che D'Annunzio aveva chiamato "il più italiano dei santi e il più santo degli italiani", videro insieme, a tre anni dalla Conciliazione, lo Stato e la Chiesa.

Il fascismo celebrò poi con grande retorica, tra il 1930 e il 1937, i bimillenari delle morti di Virgilio, Orazio e Augusto, mentre l'atteso bimillenario di Livio fu celebrato sotto tono nel 194 1, in piena guerra.

Ma il vero big delle itale glorie fu Garibaldi.

Mazzini, del quale si celebrava l'austerità quasi mistica dimenticando la sua fiorente attività di playboy delle "britanne vergini", era troppo aristocratico e, per giunta, repubblicano.

Gioberti, anche se ce l'aveva coi gesuiti, era troppo cattolico. Non così Garibaldi, che aveva tutti i caratteri per piacere al popolo. Marinaio, avventuriero, dongiovanni, biondo, generoso, altruista, massone, socialista, forse un po' bandito, ma disinteressatamente e per amore di Patria.
Innamorato, il popolo, soprattutto dei suoi "occhi azzurri", che in realtà erano castani, e del suo volto, così simile a quello di Cristo.

Nell'immaginario collettivo il "biondo e con la sua camicia rossa e coi suoi pantaloni turchini, aveva sostituito il culto di San Michele Arcangelo. Ancora nelle difficili elezioni del 1948, le sinistre del Fronte Popolare avranno come stemma Garibaldi e sembra che non poche suore abbiano votato per lui scambiandolo per S. Giuseppe, del quale aveva anche il nome.

L'oratore garibaldino più gettonato era il Carducci, che definì l'immagine mitica dell'Eroe nel discorso tenuto a Bologna, al teatro Brunetti, il 4 giugno 1882, due giorni dopo la morte: "Quella bionda testa con la chioma di leone e il fulgore dell'arcangelo, che passò, risvegliando le vittorie romane e gittando lo sgomento e lo stupore negli stranieri, quella testa giace immobile e fredda sul capezzale di morte".

Giovanni Pascoli scomoderà per lui i versi di Dante su Manfredi: "Giovane e bello egli era".

Nel 1915 D'Annunzio, nel discorso per l'inaugurazione del monumento allo scoglio di Quarto, invocherà in suo nome l'ingresso dell'Italia in guerra.

Di questo santo laico, che sì poteva già venerare nei primi dagherrotipi, abbiamo sparsi per la penisola più di 300 monumenti e circa 400 busti e lapidi.

Alcune piene di quella pietà religiosa, che vede la potenza del santo in ogni sua azione, anche banale: "Qui sostò Garibaldi per ore 60", "Reduce da Aspromonte, in questo camerino Garibaldi fece il bagno", "In questa camera dormì l'Eroe Biondo".

Segno massimo della fama e della venerazione per lui fu un fatto insolito, accaduto nel 1870: la Banca Nazionale italiana emise una serie di banconote con i ritratti di quattro itale glorie: Dante, Colombo, Cavour, defunti, e Garibaldi, ancora in vita.

Queste celebrazioni non debbono apparire strane. Esse rientravano in quel progetto di far nascere una religione laica della patria, che soprattutto Crispi cercò di realizzare, anche a sostegno della sua politica coloniale: "Noi abbiamo bisogno (scriveva nel 1882 in memoria di Garibaldi) di dare a questa religione della Patria la massima solennità, la popolarità massima. Abbiamo poco a poco distrutta una fede che per secoli era bastata al nostro popolo. Cosa abbiamo messo al suo posto?

Dobbiamo sostituire alle leggende e ai miracoli la storia patria; ai santi, alle madonne i martiri e gli eroi; alle congregazioni le associazioni".

Forse l'intenzione era buona, eppure ancor oggi, nono stante la religione della patria di Crispi, l'educazione nazionale di Mussolini, l'antifascismo e la resistenza, non siamo certo fra i popoli più dotati di coscienza nazionale.


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