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Fonte:
L’Alfiere, pubblicazione napoletana tradizionalista, Fascicolo XXII Ottobre 1997

Le sette giornate di Palermo

16 - 22 settembre 1866 - Il no siciliano alla piemontesizzazione
di Orazio Ferrara

Gli anni immediatamente successivi alla cosiddetta "Unità d'Italia" videro la Sicilia solo marginalmente interessata da quel fenomeno di massa della resistenza armata contro i "Piemontesi", che, sotto la guida dei legittimisti, divampava, con accenti epici, in tutte le altre regioni meridionali. Ciò perché ancora bruciava ai Siciliani la mancata comprensione della loro "specificità" da parte dei passati governi borbonici. Però, man mano che cadevano ad una ad una tutte le illusioni sorte con la venuta delle rosse camicie di don Peppino Garibaldi, montava la collera degli strati popolari. E così anche la Sicilia non mancò a quel tragico appuntamento con la Storia, pagando il suo non lieve contributo di sangue alla Resistenza meridionale. .


Le sette giornate della rivolta di Palermo del settembre 1866 furono la testimonianza tangibile di una cosiddetta "unità nazionale", malamente perseguita e peggio attuata. Manco a farlo apposta i più decisi tra i rivoltosi furono proprio i "picciotti", che sei anni prima avevano permesso le "strepitose" vittorie di Garibaldi. Essi furono i più determinati nella lotta perché erano stati traditi nel peggiore dei modi: nella loro buona fede. La politica perseguita in Sicilia dal governo italiano, o per meglio dire sabaudo, fu in quegli anni veramente miope, sciocca e, non ultima, violenta. La verità è che, come scrive Paolo Alatri (Lotte politiche in Sicilia, Torino 1954): "I funzionari, per lo più settentrionali... consideravano spesso le popolazioni affidate alle loro cure come non ancora pervenute al loro stesso grado di civiltà, come barbari o semibarbari... Questo estremo disprezzo, intollerabile per un popolo d'antica civiltà come quello siciliano, unitamente a molte altre cause tra cui, non secondarie, la crescente miseria, l'introduzione di misure poliziesche inutilmente vessatorie e di nuovi e gravosi balzelli, provocò l'impossibile: l'alleanza tattica dei gruppi filoborbonici con i circoli del radicalismo democratico, cioè l'ala oltranzista del vecchio partito filogaribaldino, e di questi due con gli autonomisti e gli indipendentisti, componenti politiche quest'ultime perennemente presenti nella storia dell'isola".


L'originalità di questa alleanza, che fuoriesce da tutti gli schematismi abituali, la dice lunga su quale laboratorio politico di prim'ordine fosse in funzione in quel momento in Sicilia.


Ed è in questa originalità che vanno ricercati sia il principale punto di forza della rivoluzione (perché di vera e propria rivoluzione si trattò, anche se limitata a Palermo e al suo circondario) per la partecipazione corale, senza divisioni, dell'intera popolazione, sia il principale punto di debolezza per l'intrinseca mancanza, per ovvi motivi, di un'unica e coerente direzione politica e quindi di idonei quadri, cosa che determinò alla fine la sconfitta generale di tutti i rivoluzionari.


La repressione che seguì fu talmente barbara da far registrare un numero di vittime di gran lunga maggiore di quello avutosi nella fatidica guerra di "liberazione" garibaldina del 1860. Ma la cosa peggiore fu come al solito il tentativo, riuscito perfettamente per l'imperante servilismo della storiografia ufficiale, di infangare la memoria storica degli sconfitti. Vecchio male nazionale. Così se i combattenti legittimisti del Napoletano, della Lucania, delle Calabrie e delle Puglie non erano stati altro che briganti e banditi da strada; per i Siciliani del '66 ci si inventò l'accusa di essere stati parte integrante di un più vasto disegno criminoso, ordito dall'onnipresente Mafia. Fervida fantasia quella dei politicanti dell'Italia post-unitaria! Ed è così che quel1e tragiche giornate del settembre 1866, che avevano visto versare tanto generoso sangue siciliano, passarono nei libri di testo, fino in tempi a noi recenti, come " un episodio di malandrinaggio collettivo". Ci sono voluti storici seri, non corrivi alla solita retorica patriottarda, affinché ultimamente si facesse un po' di luce.


L'insidioso teorema per cui vi era perfetta coincidenza d'intenti tra i cospiratori siciliani e i mafiosi, anzi che si era in presenza di un tutt'uno, fu elaborato e portato avanti con tempestività dal prefetto palermitano del tempo, Gualtiero, in tutta una serie di rapporti al governo, probabilmente su imbeccata di quest'ultimo.


Particolarmente preso di mira, nei citati rapporti, "l'ibrido connubio" tra gli oltranzisti del vecchio partito garibaldino e i filoborbonici.


Il teorema precedé la stessa fase rivoluzionaria, infatti se ne ebbe un primo rozzo abbozzo allorché il Gualtiero cominciò a rendersi conto del1'avvenuta saldatura tra le diverse anime antipiemontesi della Sicilia, dagli indipendentisti ai legittimisti, e di conseguenza dell'ormai inarrestabile onda montante della collera popolare. A nulla valse per il governo l'aver ordito l'infame assassinio del generale Corrao, accusato di tessere i legami tra le diverse componenti, così come a nulla valse l'ulteriore arresto di Giuseppe Badia, succeduto al Corrao. La Sicilia ribolliva sempre più di cospiratori. A questa impotenza si trovò il palliativo di rispondere con nuovi rapporti prefettizi tendenti a rappresentare tutta l'opposizione politica semplicemente come un'organizzazione di tipo malandrinesca. Ecco dunque il partito della mafia avverso ai "piemontesi", che andava combattuto con qualsiasi mezzo, dalla delazione alla tortura, trattandosi di contrastare una truculenta associazione a delinquere.


Se all'inizio questo subdolo teorema fece prendere soltanto delle grosse cantonate al governo italiano (d'altronde ispiratore dello stesso Gualtiero) per cui subì una clamorosa disfatta iniziale in quel di Palermo, dove popolani male armati ebbero per giorni la meglio su una numerosa truppa addestrata, esso si rivelò poi assai utile e prezioso nella fase successiva, a rivoluzione fallita, quando si trattò di imbonire l'opinione pubblica italiana e quella internazionale sulla necessità di una dura e persistente repressione, come se non fosse già bastato, a seguito di vili ordini, il crudele cannoneggiamento della città da parte della flotta italiana. Per molto meno Ferdinando II di Borbone si vide affibbiare l'epiteto di Re Bomba.


La repressione esitò infine nel tristissimo fenomeno dell'emigrazione, dissanguando così la Sicilia dei suoi figli più intraprendenti.


Eppure è stato documentato da storici imparziali che molti di quei capipopolo e gran parte dei picciotti delle squadre armate, fatti passare per mafiosi e manutengoli dei Barbone, avevano un passato di tutto rispetto in nome dell'unità d'Italia. In pratica erano le stesse squadre e i medesimi capi che nel 1860 avevano permesso la tranquilla passeggiata di don Peppino Garibaldi in terra di Sicilia. Senza il loro determinante apporto il rossiccio generale avrebbe certamente assaporato di qual gusto amaro sapessero le salse acque del mare siciliano. Ad essi la parte più stolida della storiografia piemontese riservò la degradazione "da tutti eroi a tutti mafiosi"; dimenticando i veri mafiosi di cui si erano effettivamente serviti i Mille come quel Badalamenti, inteso 'u zu Piddu Ranteri, così descritto da Antonio Cutrera nel suo "La mafia e i mafiosi" (Palermo 1900): "... capraro facinoroso e mafioso, al quale dolevano ancora le piante dei piedi, per le vergate avute dalla polizia borbonica, per costringerlo a confessare certi peccati da lui commessi, tutt'altro che politici". Il Cutrera è scrittore filogovernativo al 100%, tanto che per farsi perdonare il suo piccolo peccato veniale aggiunge subito dopo, nella stessa pagina: "Venne il 1866: la mafia e la feccia della società, spinte dagli elementi sovversivi, repubblicani, borbonici e clericali, sotto pretesto di volere una libertà maggiore, a foggia repubblicana, provocarono una settimana di rivolta civile in Palermo". E' il teorema Gualtiero passato nelle pagine di uno storico.


Ma torniamo alle tragiche giornate palermitane del settembre 1866.


Tralasciamo i soliti pennivendoli, anche storici di fama, che hanno rivalutato con studi seri i moti palermitani, analizzando ed evidenziando la corale partecipazione popolare, hanno però svilito la cosa, riducendo il tutto ad una mera ribellione delle classi subalterne contro la miseria e contro l'oppressione delle classi dominanti. In quest'ottica va visto il grosso risalto dato, da questi storici, alla componente radicale a sfondo socialistica dei rivoltosi, con un certo spazio anche alla corrente autonomistica, ignorando quasi del tutto quella indipendentista, e ciò la dice già lunga sulla loro reale obiettività. (...)


Sulla reale consistenza della partecipazione dei legittimisti borbonici alla rivolta palermitana è certamente più sincero lo storico inglese Denis Mack Smith, che, nel 3° volume della sua "Storia della Sicilia medievale e moderna" (Bari 1976), scrive al riguardo: "Ancora più pericolosi, all'altro estremo, erano i conservatori nostalgici dei Borboni: nel 1862 alcuni parlamentari siciliani avevano già in corso dei negoziati segreti con l'ex re borbonico... ".


Le scintille, innescanti il fuoco della sommossa, furono come al solito occasionali. Furono le ottuse limitazioni imposte alle popolarissime feste di S. Rosalia, la santa patrona cara al cuore di ogni palermitano, e l'introduzione del monopolio statale del tabacco con la fine dell'esenzione goduta fino allora in Sicilia. Rapidamente divampò la protesta degli strati più popolari e si ebbero i primi disordini. Era ciò, che aspettava da tempo il Comitato rivoluzionario con le sue squadre clandestine già allertate, anche perché i reparti militari di stanza nell'isola erano profondamente demoralizzati per le recentissime disastrose sconfitte subite al nord dall'esercito italiano nella guerra contro l'Austria.


Fin dall'inizio delle operazioni la conduzione dell'ala militare del Comitato fu impeccabile, se a ciò avesse corrisposto un'uguale capacità e sagacia dell'ala politica le cose sarebbero forse andate diversamente. Si cominciò dal controllo del circondario, facendo poi convergere tutte le squadre su Palermo. Si ripeteva la tattica del '60, questa volta però contro "i piemontesi".


Toccò per prima a Monreale, dove un'intera compagnia di granatieri, che spalleggiava l'odiato Delegato di P.S. Rampolla, fu letteralmente fatta a pezzi insieme a quest'ultimo. La scena si ripeté a Boccadifalco con lo sterminio di un reparto di "carabinieri piemontesi". A Misilmeri al termine della giornata campale la truppa si ritirò, lasciando sul terreno ben 27 morti. Infine, come fossero un sol uomo, tutti i centomila contadini della Conca d'Oro insorsero. I più decisi, armati di vecchie scoppette da caccia, si unirono alle squadre e marciarono su Palermo, al loro seguito centinaia di carri carichi di vettovaglie.


Il controllo militare delle campagne circostanti era considerato un primario obiettivo nei disegni strategici del Comitato, in quanto doveva permettere, come in effetti permise, il regolare rifornimento di derrate alla città isolata.


L'adesione ai moti da parte della cittadinanza fu unanime. E fu la guerra civile, come sempre cruentissima, con innumerevoli vittime d'ambo le parti. I circa 30.000 insorti in armi (il Procuratore Generale della Corte d'Appello ne stimerà il numero in 40.000) tennero in scacco i migliori reparti del regio esercito, battendoli ripetutamente, per sette giorni e mezzo in città e per dodici giorni nel circondario. L'esercito arrivò ad impegnare più di 40.000 uomini agli ordini del generale Cadorna, inteso poi "il macellaio", oltre ad ingenti forze di polizia e gran parte della marina da guerra, che bombardò a più riprese la città.


Cadde in quei giorni, riscattando così in parte il suo discusso passato, quel Salvatore Miceli, già temuto capomafia e poi abile capobanda di picciotti in aiuto a Garibaldi nel '60; cadde dissanguato per le gambe troncate da un colpo di mitraglia mentre dava l'assalto alle mura della Vicaria per liberare Giuseppe Badia, esponente di spicco degli azionisti arrestato precedentemente.


Pur facendo riferimento alla propria parte politica d'appartenenza, vi fu sul terreno una straordinaria unità d'azione delle squadre armate. La diversità si notava soltanto nel grido con cui esse usavano andare all'assalto: "Viva la Sicilia" (i filoborbonici, gli autonomisti e gli indipendentisti), "Viva la Repubblica" (i radicali e gli azionisti), "Viva Santa Rosalia" (i cattolici tradizionalisti).


L'adesione sarà talmente totale che si arriverà al punto che solo una trentina di palermitani in tutto tra cui il sindaco protempore, il marchese di Rudinì, fiancheggerà le "truppe d'occupazione piemontesi". Per questo tradimento il marchese di Rudinì avrà completamente bruciato il suo bel palazzo avito ai Quattro Canti. La numerosa Guardia Nazionale, che aveva rifiutato in massa di sparare sui concittadini, si disciolse come neve al sole e molti elementi passarono con i ribelli. Per ironia della sorte i più irriducibili combattenti delle squadre furono le centinaia di giovani renitenti alla mal sopportata coscrizione obbligatoria, istituita di recente dal governo, e i disertori siciliani del regio esercito.


Eppure malgrado l'evidente capacità di successo dimostrata sul terreno propriamente militare, l'insurrezione cominciò a perdere gradatamente mordente. La verità era che essa risultava praticamente acefala nella guida politica. Certa borghesia, che tante colpe ha nella tormentata storia di questo nostro Sud, si dimostrò come sempre avida e calcolatrice, e pur non ostacolando apertamente la ribellione non fornì i decisivi quadri politici, che in quel momento solo essa d'altronde poteva offrire, essendo l'aristocrazia solo un simulacro dell'orgogliosa casta dirigente di un tempo. Purtuttavia furono elementi appartenenti a quest'ultima, quali il barone Riso e tre principi d'illustri casate, ad assumersi la responsabilità di tentare di costruire una linea politica vincente. Ma la loro visione delle cose, superata dai tempi, agì da freno. Solo Francesco Bonafede, che di fatto era il vero leader carismatico delle squadre armate, consigliò e caldeggiò la costituzione di un governo provvisorio rivoluzionario, ma il suo consiglio restò inascoltato. Da quel momento l'insurrezione si autocondannò all'insuccesso.


Scrive lo storico Rosario Romeo ne "Il Risorgimento in Sicilia" (Bari 1973) che la rivolta palermitana del 1866 "... non divenne insurrezione generale dell'isola e poté essere facilmente domata solo per la mancata collaborazione dei ceti dirigenti... ". La borghesia meridionale, per meri interessi di bottega, aveva tradito ancora una volta la sua terra e la sua gente.


Le sette giornate di Palermo costarono lacrime e sangue a tutti. I reparti del regio esercito e delle forze di polizia contarono tra le proprie fila oltre 200 morti, più un migliaio di feriti gravi e leggeri, circa 2200 uomini fatti prigionieri dagli insorti.


Le perdite dei rivoltosi non furono mai accertate ufficialmente (in verità non si volle), ma gli storici concordano nel calcolarle a molte migliaia durante i combattimenti, a cui occorre aggiungere poi le altre migliaia di popolani arrestati e, senza regolari processi, gettati a marcire nelle patrie galere dopo la fine della rivolta, senza contare infine le numerosissime condanne a morte e all'ergastolo irrogate dai tribunali militari.


Con stupore l'opinione pubblica italiana cominciò a rendersi conto dell'esistenza di un irrisolto "problema siciliano". A molte delle incomprensioni attuali si pose fondamenta in quei giorni da tregenda.


(Questo saggio è uscito anche su L'Alfiere, pubblicazione napoletana tradizionalista, Fascicolo XXII Ottobre 1997).






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