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Fonte:
http://www.ilbrigante.com - Il Brigante, febbraio 2005

Terza lezione sull’uso dell’arma televisiva per i nuovi briganti

di Luca Di Ciaccio

«Pensavamo che sarebbero venuti ad arrestarci entro un mese, invece non successe niente». È così che la nascita di Orfeo Tv a Bologna – prima telestreet italiana con l’intenzione di “disgregare il potere monopolistico applicando il principio di libertà di comunicazione” – viene spesso raccontata dai suoi stessi fondatori (anche nel libro “Telestreet” di Berardi – Jacquemet – Vitali). Infatti così è stato: dal 2002 le emittenti di strada hanno proliferato liberamente, a parte pochi casi specifici di repressione (Discovolante di Senigallia tra tutti) e nonostante qualche attacco esterno, come i velenosi strali dell’Aeranti-Corallo, ovvero la confcommercio delle tv locali, qualche frase poco conciliante del ministro Gasparri o le incredibili accuse svelate dall’ultimo Rapporto del ministero degli Interni, che classificava le telestreet nel capitolo dedicato a “terrorismo ed eversione”.


A parte questo, le tv di strada (almeno quelle rimaste attive) vivono e lottano insieme a noi, mentre il monopolio o “regime” mediatico è più forte che mai. I due elementi forse si condizionano a vicenda. Come osservava Leo Strauss “l’altra faccia della libertà illimitata è l’irrilevanza della facoltà di scegliere”. Un osservatore cinico farebbe notare: perché prendersi il fastidio di proibire ciò che comunque ha scarsissima rilevanza?


Mettere in piedi una telestreet richiede degli sforzi tecnici che si traducono in responsabilità politiche e anche legali. Al di là di tutte le considerazioni sull’immagine e sui linguaggio, questo resta un capitolo fondamentale. Come è noto, la legislazione italiana in tema di emittenza televisiva e libertà di comunicazione è estremamente confusa e carente.


È necessario individuare «strumenti per ampliare il nostro spazio di azione, per trovare incrinature, fessure in cui inserire i cunei che ci permettano di scardinare il regime di dittatura mediatica che si è instaurato nel nostro paese» come ha scritto Valerio Minnella, ex di Radio Alice e ora nel gruppo di Orfeo Tv occupandosi dell’area legale.


Innanzitutto, in base all’articolo 21 della Costituzione, “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.


Tuttavia la legislazione in materia radiotelevisiva (Mammì 1990 con le sue “concessioni-truffa” e il piano di assegnazione mai realizzato, Maccanico 1997 che tentò maldestramente di metterci una pezza) e le varie sentenze della Corte Costituzionale rendono la situazione molto più complicata e, a nostro avviso, anche incostituzionale.


Inoltre, volendo attenersi a un’interpretazione rigorosa della Mammì, tutte le concessioni televisive attualmente in vigore possono essere considerate prive di validità, in quanto manca il previsto piano nazionale delle frequenze. Vabbe’: cosa aspettarsi dal governo che ha salvato Rete4 per opera del suo proprietario?


 In quanto alle sanzioni e ai rischi: la Mammì (modificando l'art. 195 del codice postale) prevedeva multe e/o arresto anche per il solo possesso di un apparecchio trasmettitore, ma di fatto (fino a poco tempo fa) sono sempre state applicate solo le multe e il sequestro delle attrezzature e solo in casi di disturbi ad altre emissioni. In molti pensano che gli Odg approvati nell’ottobre 2003 dalla Camera (nati come proposta di legge dell’on. Grignaffini dei Ds e di altri 98 deputati del centrosinistra) rappresentino un’implicita garanzia per le tv già esistenti, ma non è detto.


Certo, basta pensare all’attuale panorama italiano di concentrazioni e interessi nel settore televisivo tra i più protervi delle democrazie occidentali, per riflettere davvero sul concetto di illegalità. Come dice Antonio Ciano di TMO Gaeta: «Vedete in che situazione stiamo in Italia? E qualcuno mi verrebbe a dire che siamo illegali? Cosa è la legalità e l’illegalità? Attendo spiegazioni... Qui si parla di federalismo, ma per chi? Perché non dovrei prendermi ciò che è mio? Che è nostro?


L'etere della nostra città, quello ci appartiene». D’altronde la scelta originaria di contravvenire alla legge Mammì è assolutamente politica. E tutto sommato la tv di strada nasce politica tanto quanto la televisione “vera” nasce commerciale (ovvero politica anche lei, ma ben dissimulata). Nella consulenza tecnica redatta dell’ing. Carlo Gubitosa in difesa della tv sequestrata Discovolante vengono sottolineati i mutamenti sociali e tecnologici intervenuti nel settore televisivo, a cui le attuali leggi non sono più adeguate: ormai apparecchiature per la trasmissione di segnali tv in ambito ristretto sono disponibili sul mercato a basso costo (circa mille euro), e allo stesso tempo si sono abbattuto i costi per le attrezzature di ripresa, di montaggio, di distribuzione. Inoltre il segnale emesso dai trasmettitori è così debole da essere paragonato a quello di un walkie talkie. Le microtv di strada e di quartiere, dunque, sono a tutti gli effetti un nuovo medium che esige nuove regole.


Prendiamo il famoso caso gaetano di Tele Monte Orlando: gli ispettori della polizia postale hanno concluso che non ci sono problemi se non si disturbano altre frequenze o non arrivano segnalazioni, il sindaco della città (pure di Forza Italia) si fa intervistare in diretta e autorizza le riprese in consiglio comunale, se ne parla sui giornali e gli studenti ci fanno tesi universitarie, il segnale ripetuto da Monte Orlando su un canale libero copre una buona parte del centro città, un bacino pari almeno a diecimila spettatori. Come scrive Zygmunt Bauman nel suo fondamentale saggio “Modernità liquida” di fronte alla progressiva colonizzazione dello spazio pubblico da parte del privato c’è bisogno di “riprogettare e ripopolare l’agorà”: “apparirà chiaro come la consapevolezza sia l’inizio della libertà”.


Una delle soluzioni future è quella di arrivare alla creazione di “tv comunitarie”, sul modello di esperienze già esistenti all’estero. Ambrogio Vitali  è tra gli autori di “un nuovo progetto di apertura legalizzata di spazi pubblici per la comunicazione con il coinvolgimento delle Pubbliche Amministrazioni”, attraverso le T.CAP, televisioni comunitarie ad accesso pubblico, basandosi su modelli già esistenti in molti Paesi nordeuropei, negli Usa, in Canada.


Ulteriori opportunità in questo senso possono arrivare anche dalla novità del digitale terrestre, se e come prenderà piede, dopo le pastoie della legge Gasparri. Ma su come le modalità di pratica mediattivista della tv di strada possano essere collegabili a questi nuovi modelli da qualcuno ribattezzati “tv dei sindaci” il confronto è tutto aperto e solo agli inizi. Il mediattivista olandese David Garcia, direttamente dalla patria più feconda di open channel e tv comunitarie, afferma che «il trionfo della libera trasmissione finanziata con fondi statali, insieme ad una televisione di contenuti ricchi di diversità però ha ricreato nel tempo le condizioni precedenti nel rapporto tra produttori e fruitori. Questa integrazione istituzionale ha progressivamente determinato una qualità sempre più scadente, togliendo energia alla necessità di comunicare e di inventare altri mondi possibili».


In finale, il concetto a cui bisogna arrivare è unico e semplice: l’etere è un bene pubblico, e in quanto tale va tutelato. Insomma, di cosa si parla quando si parla di etere? Di cosa si parla quando si parla di televisione?


Di cosa abbiamo parlato finora su queste colonne e altrove? Ebbene, ancora una volta si parla di colonizzazione e dominio. Ancora una volta si parla di rapporti di produzione e relazioni politiche. «L’audience in quanto maggioranza si rivela una macchina per produrre maggioranza attraverso l’abbattimento di ogni differenziazione» dice Carlo Freccero.


Drizzate le orecchie (e le antenne): «In questo modo si crea il meccanismo dello sfruttamento non più nella sfera della produzione, ma nella sfera del consumo. Lo spettatore è un lavoratore che non sa di lavorare e non  viene retribuito. La televisione commerciale rappresenta un mezzo per fare del nostro tempo libero una forma di mercato».


In questo senso – e sarà bene che gli aspiranti briganti del terzo millennio lo tengano a mente – la svolta economica e televisiva degli ultimi venticinque anni, la colonizzazione delle menti e dei desideri, la logica della maggioranza che ha finito per assoggettare la politica, rappresenta un trauma decisivo per la nostra vita sociale. Una nuova colonizzazione, e peraltro molto seducente. E ora c’è bisogno, ancora, di nuovi briganti.


(www.tmowatch.splinder.com)

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Vogliamo riongraziare Nino Gernone per averci segnalato le due "lezioni" sull'uso delle tv di strada e Luca di Ciaccio per averci informato che i suoi interventi cadono sotto le Creative Commons e che quindi potevamo tranquillamente riprodurli.

Prima lezione sull’uso dell’arma televisiva per i nuovi briganti (Luca di Ciaccio)

Seconda lezione sull’uso dell’arma televisiva per i nuovi briganti (Luca di Ciaccio)

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