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Ferdinando II

Un grande Re, ovvero la solitudine di un potente

Zenone di Elea
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RdS, 21 giugno 2010

Abbiamo letto tante pagine su Ferdinando II, in nuovi e vecchi testi (1), alcuni dei quali poco conosciuti, altri per nulla. Siamo, però, rimasti colpiti da una opera che scrisse Davide Galdi nell'anno del trionfo dell'idea risorgimentale: Ferdinando II, Davide Galdi, Torino Unione Tipografico Editrice, 1861.

Si tratta di un testo breve, spietato nei confronti di Ferdinando di Borbone, ma niente affatto ideologico. Considerando l'anno in cui fu dato alle stampe, questo è un grande pregio. Infatti, se si esclude la pubblicistica borbonica clandestina o semiclandestina, nel 1861, anno di proclamazione del Regno d'Italia sotto lo scettro sabaudo, nessuno osava spendere una sola parola a favore della dinastia borbonica.

Galdi non omette i difetti e i limiti di un monarca che reggeva le sorti di una grande regno e per questo si trovò al centro di pressioni e di appetiti che finirono per logorare la dinastia e causarne il crollo, ma descrive anche il contesto in cui si trovava ad operare Ferdinando II.

Dalla sua descrizione del personaggio, emerge la figura di un uomo solo chiamato a reggere un paese sotto attacco, retto all'interno con metodi polizieschi, dovuti a situazioni contingenti, in parte retaggio di eventi storici pregressi ed in parte a questioni geopolitiche che travalicavano il regno napolitano.

Galdi cita solamente le azioni mazziniane più note rivolte contro il regno borbonico, non sappiamo se deliberatamente o perché di altre non ne fosse a conoscenza.

Per chi la conosce. scorrere la cronistoria del decennio che precedette lo sbarco dei Mille è veramente impressionante. Fu uno stillicidio ininterrotto di attentati o di tentativi di attentati, anche nei confronti dello stesso Ferdinando II - basti ricordare il caso poco noto di Filippo Carabi, che spaventato dalla esplosione di prova dell'attentato da compiere contro Ferdinando, nel 1856, rinunciò e per questo fu sottoposto ad uno spietato processo massonico, conclusosi con una feroce esecuzione, alcuni anni dopo ed esattamente nel 1861 a Napoli.

"Giunti a Napoli, e scelti due diversi alberghi, i due si diedero appuntamento per la domenica nelle cave di pietra di Pianura, per fare le prove con la bomba. Disposero la bomba e l'accesero a distanza con una lunga miccia che bruciava lentamente. L'esplosione fu terribile; fu tanto distruttiva, infrangendo un enorme masso, che il giovane Carabi comprese che, gettando la bomba sotto il cocchio reale, egli sarebbe stato fatto a pezzi insieme a Ferdinando II.

Prendendo la scusa di essere l'unico sostegno della sua vecchia madre, egli, dopo aver giurato che avrebbe mantenuto il segreto, consigliò Lemmi di trovarsi un altro esecutore dell'assassinio. Contrariato per questo rifiuto e, anch'egli molto attaccato alla sua preziosa esistenza, per non portare a termine l'assassinio di persona, Lemmi giurò di castigare il siciliano.

Infatti, il povero Filippo Carabi fu assassinato, cinque anni dopo, in una Loggia di Napoli, un giorno che egli vi si era recato senza alcun sospetto. Questo delitto fu commesso con una ferocia e una destrezza inaudita: gli archivi del Direttorio di Napoli ne danno i più minuti particolari: il sequestro di Carabi nel 1861, il suo processo svoltosi davanti a un tribunale segreto, la tortura spaventevole che gli si fece subire, e l'estremo supplizio posto in esecuzione nel più profondo mistero.

Scoppiata la rivolta in Sicilia, Lemmi si mise in contatto diretto con vari capi massoni napoletani, che lo consigliarono di non far uso di una bomba, ma di un pugnale, e che gli proposero, il 4 dicembre, in casa di un mazziniano a Torre del Greco, due militari affiliati: Giusepe Locuti e Agesilao Milano. L'emissario del Comitato mazziniano di Londra scelse il Milano." (Cfr. Chiesa Viva n° 373)

Alcune tra le pagine più interessanti di Galdi a nostro avviso riguardano il colera del 1837 in Sicilia. Qualche storico fa risalire a quell'evento la rottura tra Ferdinando II e la borghesia liberale che delle speranze nel giovane monarca le riponeva. L'autore non si esprime in tal senso ma addebita ai mazziniani - pronti anche a mentire pur di provocare la caduta della dinastia -, la propagazione delle voci che il colera venisse fatto diffondere ad arte dai Borbone per disfarsi degli oppositori.

Una bufala che si sparse a macchia d'olio, provocò insurrezioni e conseguenti repressioni che furono determinate e feroci e allargarono il fossato fra la Sicilia e la monarchia napoletana.

"La setta della Giovine Italia, a capo della quale era l'operoso ed instancabile Giuseppe Mazzini, con lo scopo di far guerra ai tiranni, avea dichiarato più volte che a tutti i mezzi darebbe ricorso per venirne a capo.

E perché ogni maniera di cospirazione faceva forza di leva per eccitare la rivoltura delle cose italiane, presero quel pretesto per soffiare nel sospettoso animo de' Siciliani la suggestione che i Borboni volessero disfarsi de' liberali e degli uomini ben pensanti, mediante veleni destramente sparsi nel popolo e insinuati nell'igiene delle più alte classi.

La suggestione empia, o certamente non lodevole, per un partito che tutt'i mezzi stimava buoni a raggiungere un fine, s'impadronì tanto degli animi, ed esaltò le menti, che ogni menomo cibo parve avvelenato, ogni menomo torbido a' visceri parve avvelenamento. Fu un timore universale in tutta Sicilia. Si levò Palermo, si levò Messina, Catania, Siracusa, Modica, Augusta, Avola, Sortino, Bagni, Floridia; quasi tutti i così detti valli insorsero con centinaia di Comuni, proclamando morte ai Borboni.

[…] certo quel Re, che giovine si era aperto al suo popolo, ed avea promesso giorni felici, non potea menar vanto di tanto strazio fatto alle sue provincie, e, si può dire, alla sua patria, perché egli era nato in Sicilia; ma l'Austria e le sette italiane lo mettevano nel bivio di scegliere tra la clemenza diseredata ed il rigore vittorioso." (Cfr, Galdi, pag. 30, 37)

Noi oggi, col senno del poi, ci chiediamo per quale motivo i mazziniani nutrissero tanto acredine contro i Borbone e l'unica risposta che ci appare logica è che le centrali massoniche (2) premevano per la caduta di un regno troppo legato alla Chiesa, il cui crollo l'avrebbe di certo indebolita.

Non a caso dieci anni dopo ci fu la breccia di Porta Pia - la fine del potere temporale del papato ci sarebbe stata senz'altro prima, secondo il nostro modesto parere, se il regno sabaudo non fosse stato occupato per così tanti anni nella guerra civile scoppiata nelle provincie napoletane.

Vogliamo però tornare al Galdi. In alcune pagine egli definisce Ferdinando un ignorante, ma in altre scrive:

"Noi ne abbiamo fin a questo punto discorso, e passato a rassegna le cattive qualità, ma non creda nessuno che da noi, per tema di qualche torva occhiata imperiosa, si volesse tacer le buone. Oibò, noi siamo liberi ed indipendenti tanto da non lasciarcene imporre da chicchessia: per noi esiste Dio e la storia; e i favori de' principi, meritati o meritandi, non ci sedussero e non ci seducono ancora.

È una spavalderia, Uno spartanismo codesto? - Punto di ciò. Questo scritto mostrerà agli onesti se mentiamo, o se diffidiamo del vero.

Rassegneremo quindi tutte le qualità lodevoli di un Re decaduto dalla pubblica opinione e punito da Di0; di un Re che se avesse voluto essere italiano, avrebbe meritato singolar posto nella storia, e portato la palma sugli altri. Come uomo, Ferdinando II avea bella persona ed altezza di re, fisionomia ardita, occhio acuto ed intelligente, traverso il quale una nube di sdegno mostrava talora il Borbone. Memoria unica forse più che rara, per la quale, visto che avesse una sol volta un uomo, noi distaccava più mai dalla sua memoria. I suoi sudditi erano presenti a lui, purch'ei gli avesse intravveduti; nessun uomo, anche del volgo, gli era straniero; pur lo straniero era in lui!

[…] Sono molti e molti quelli che io chiamerei quasi gli adagi di Ferdinando II. Essi mostravano la sua chiarezza di mente nel veder certune cose, la sua ostinazioni nel seguire il proprio partito, deliberatamente e senza ambagi di sorta.

In quanto poi a quella istruzione, della quale egli era si tiepido anzi sì indifferente ausiliario, mettea chiare idee sulla carta; avea bel carattere; speditamente parlava in più lingue, ma oltre certe cognizioni generali e sommario, non volea saper d'altro: pur tuttavia avea l'ingegno facile ad apprendere, e lasciava parlare i periti tanto che gli bastasse e non più. (Cfr, Galdi, pag. 53, 57)

Ci hanno propinato, fra le tante frottole, il luogo comune dei Borbone asserviti allo straniero, Galdi scrive:

"Sappiamo da fonte certa quanto la sua esistenza, come facilmente ei ripetesse le parole: Né rivoluzione, né straniero; e il fatto mostrò sempre ch'egli preferì con le proprie mani imbrigliare e punire i suoi sudditi, anziché permettere che lo straniero, come Francesi e Tedeschi, che avean piede in Italia, lo facessero. E se tenne a' suoi stipendii la gente svizzera, la prese e la tenne per propria elezione, non per imposizione di governo straniero.

Nelle cose della meccanica, come nelle morali, egli solea sempre ripetere: Non muore quadro chi nasce tondo; e da questo la estrema diffidenza che avea ne' liberali e ne' repubblicani, parendogli non potessero mai veracemente a lui affezionarsi." (Cfr, Galdi, pag. 55)

L'anno 1848 mette il regno a dura prova, le sette liberali tirano la corda e, più che preoccuparsi di dare un nuovo governo alle provincie napoletane, si illudono di dare la spallata definitiva alla dinastia. Il Galdi tratteggia così gli avvenimenti di quell'anno capitale:

"L'assunzione al trono del Mastai col nome di Pio IX mutò faccia all'Italia, e Ferdinando II si trovò fra tutti il più compromesso. Avendo spedito gagliarde forze in Sicilia per reprimere la sollevazione scoppiata colà, vide riportarsele indietro battute senza colpo ferire. Come i Lombardi cacciavano gli Austriaci dalla Milano, i Siciliani cacciavano col piombo alle reni i Napolitani da Sicilia. Roberto de Sauget, generale di vaglia, perdeva in quel fatto la sua riputazione guerriera, ma salvava la sua riputazione di uomo leale. Dualità difficile a mantenere intatta.

Ferdinando II vistosi allo stremo, colto alla sprovvista ne' suoi disegni di resistenza, depauperato nel consiglio di pochi buoni, chiamò a se Cesare Dalbono, che stimava onesto giovane, e gli disse: - Tu non mi tradirai. Il regno è sossopra; adoprerò la forza?

La fiducia de' principi è peso enorme: essa grava e schiaccia sovente gli uomini che intende onorare. Il giovane vicesegretario di poche parole rispose: Vostra Maestà raduni un consiglio ed interroghi la coscienza de suoi generali. E fu fatto.

Questi vecchi militari, ch'egli non avea sperimentato in guerra di gran calibro, protestarono di non conoscere né poter guarentire lo spirito della soldatesca e degli uffiziali. Essere corsa una occulta propaganda in tra le file del popolo. Chi potea assicurare non fosse passata tra le file dell'esercito? Essi non avrebber potuto dare al Re che la vita.

Una dimostrazione in via Toledo accelerò la decisione. Fu repressa da Statella, e n'ebbe stima da tutti. Il ministero cadde.

Il marchese del Carretto, che avea sperato padroneggiare questo movimento, per aver sospeso ogni sevizia a' prigionieri pontificii, fu costretto ad imbarcarsi accettando un sussidio nella reggia alla presenza del suo rivale general Filangieri, che oggi è restato inferiore a lui per condotta politica.

Napoli ebbe una Costituzione: la formolò il Bozzelli, Poerio la promosse. Fu una necessità o un tradimento? Questo è ciò che oggi deve apparire, oggi che del despota non rimangono che le ossa; oggi che del popolo non rimangono che le intenzioni scoperte. La Costituzione napoletana non fu per Ferdinando II che un ripiego politico, ma un abile ripiego, poiché la dimostrazione a fazzoletti eseguita un giorno dovea mutarsi in dimostrazione armata il giorno appresso. Errarono quelli che stimarono la lealtà esser potesse carattere semplice e puro de' re. Pieni de' loro sogni e vani non di altro che di aver conseguito una Carta, non mirarono al punto di partenza, la necessità, e furon gonzi di buon cuore, se non vogliasi loro dir altro.

[…] Ai liberali stava contro la poca esperienza, l'ansia e la smania di salire ad alti posti, la mancanza di vero coraggio civile che valesse a sedare i romori della piazza, la cavillosa esigenza.

Re Ferdinando, che avea contro se la pubblica disfiducia, fece per la causa d'Italia, materialmente parlando, più di quello che altri principi, meno Carlo Alberto, avean fatto. Pur tuttavia è d'uopo considerare che Carlo Alberto, ponendo il piede in Lombardia, era vicino a casa sua; Ferdinando no: Carlo Alberto avea certi acquisti per sé; Ferdinando no, porcile avea il Papa di mezzo allora italianissimo: Carlo difendeva un piccol regno; Ferdinando un gran regno e vulnerabile per lunga costa.

[…] Ma Ferdinando II travide che egli non era fra i pochi eletti, che il suo regno era tenuto di mira in una formazione nuova a costituirsi, che gli sarebbe convenuto cedere, e ceder sempre, ed allora pensò di non esser morto, di volersi tener in guardia, e vivo sostenere le ragioni del suo trono. Pur non di manco, se benigni fossero stati i destini, egli non avrebbe ripreso le vie del sangue. Fra serbato ad uomini corrivi e causidici l'immergere nel lutto il bellissimo nostro paese, trovando ad osservare sopra una forma di giuramento da presentarsi al Re, il 14 maggio. Veri mercanti di parole, senza esperienza di fatti, e credendo che pei Re stesse il detto: Verbo ligant homines, crescono la diffidenza di Ferdinando Borbone, che vede assorbirsi dal Piemonte; fanno che si raddoppii la loro verso di lui; permettono che tra dissensi infiniti si levino in sulla maggior via della città inutili o presontuose barricate; mettono lo sgomento nel paese"

[…] "Ciascun vede dalle nostre parole che non intendiamo di scusare il Re liberticida, che da quel giorno s'ingraziò con l'Austria nel nome di re Bomba; ma non intendiamo neppure di scusare i Conforti, i La Cecilia, gli Spaventa, i Zuppetta, i Parisi, i Romeo, i Plotino e tanti altri, che furon cagione immediata o lontana di quello eccidio funesto" (Cfr, Galdi, pag. 59-67)

Seppur scritto in un momento particolare, il testo di Galdi ha una sua onestà intellettuale, ad esempio è lontano anni luce dallo stile del De Cesare, la cui opera è una lunga sequela di aneddoti sul personaggio, sulle sue pratiche da "bizzuocco" e sulle sue fisime antijettatorie. Opera, quella del De Cesare, assolutamente faziosa e chiamatela pure storiografia obiettiva, se volete!

"Gli scrupoli religiosi del re divennero addirittura puerili negli ultimi tempi. Se, guidando un phaeton, s'incontrava nel viatico egli, fermata la vettura, ne discendeva e a capo scoperto, devotamente, si genufletteva con entrambi i ginocchi, sino a che il viatico non fosse passato. Questo avveniva più di frequente, traversando i sobborghi di Napoli per recarsi ai Camaldoli di Torre del Greco; accadeva a San Giovanni, a Portici, a Resina, alle due Torri, dove era seguito dai ragazzi di quei paesi, che correvano appresso alla carrozza reale, gridando Viva il re. Negli ultimi due anni si sviluppò in lui una più esagerata tendenza alle pratiche religiose, che non era tutto bigottismo, ma forse bisogno d'ingraziarsi la divinità, perché gli restituisse la perduta pace dello spirito.

[…] Ascoltava la messa ogni giorno; si confessava di frequente, tanto che monsignor De Simone non si allontanava mai da lui; diceva tutte le sere il rosario con la regina e i figliuoli, e invariabilmente, prima di andare a letto, con un seguo della mano baciava le immagini sacre, che popolavano la camera nuziale. E prima di coricarsi, inginocchiato innanzi a un piccolo crocifisso, recitava le ultime preci.

[…] Benché devotissimo, i frati in genere e i cappuccini in ispecie, i gobbi, i calvi, i guerci, gli uomini dai capelli rossi, le vecchie con la bazza, erano per lui segni di mal augurio o minacce di sventura, in quel modo stesso che di venerdì non compiva nulla, che avesse apparenza festiva o gioiosa, ne viaggiava. Riteneva il numero 13, come ogni buon napoletano, di tristo presagio. Lasciando Caserta il giorno della sua partenza per le Puglie, visto due cappuccini presso il cancello della reggia, si turbò e non nascose il suo turbamento alla regina. Nel duomo di Brindisi, nel poco tempo che vi stette, vide un calvo che lo guardava e ordinò che lo allontanassero.

Durante la malattia, i pregiudizii contro la jettatura crebbero in maniera inverosimile. Riteneva la malattia effetto di quella e nel parossismo dei dolori lo sentivano esclamare: m'anno jettato!... e passava in rassegna gl'incidenti del viaggio, l'incontro dei due cappuccini a Caserta; certe facce vedute in Ariano, a Foggia e ad Andria, il calvo di Brindisi e cosi via via.

[…] Le inaugurazioni degli uffici telegrafici erano fatti con pompa. V'intervenivano le autorità civili, le religiose e le militari; il clero benediceva le macchine, mettendole sotto la protezione della Madonna o di un santo. Il primo telegramma era un doveroso evviva al re. Si sceglievano occasioni solenni per le inaugurazioni, come gli onomastici di principi della famiglia reale, o feste di Stato, o solennità religiose, e le cerimonie si somigliavano tutte. 271

[…] Il re, ch'era onesto personalmente e parsimonioso, come si è veduto, la famiglia sua, più che non convenisse al suo grado, avrebbe desiderato che l'amministrazione dello Stato fosse rigida, ma la corruttela regnava intorno a lui ed egli lasciava correre, vendicandosi coi motteggi, e dei proprii istinti morali facendosi un titolo di superiorità agli occhi dei sudditi e dei governi stranieri. (Cfr. La fine di un regno, Raffaele De Cesare, pag. 234, 236, 238, 271, 276)

L'insistenza del Galdi su alcune cattive qualità di Ferdinando che non avrebbe, ad esempio, lasciato spazio ad uomini di cultura non collimano con quanto affermato da liberali eletti al parlamento subalpino, come il Ranieri che nei suoi discorsi non può fare a meno di ammettere che nonostante i Borboni - " alla barba dei Borboni " scrive il nostro - la cultura del regno non era seconda a nessuno in Europa. Ci viene ironicamente da sottolineare, nonostante la "feroce tirannia" ferdinandea!

"Le Due Sicilie non erano Costantinopoli o Giava: ma erano la patria di Vico e di Filangieri; e di Natale che precorse Beccaria. La loro legislazione, salvo in quella poca parte che ritraeva da' Borboni, era delle migliori, se non la migliore, d'Europa; e la tirannide dei Borboni in tanto era più nefanda e più scellerata, in quanto era un fatto isolato, materiale e, per cosi dire, dinamico, il quale invadeva, percoteva, sforzava e straziava un bell'ordine ed una bella connessione di dritti e di doveri, che filosofi e giureconsulti grandissimi avevano lavorato da otto secoli.

[…] "E l'istruzione pubblica?.. Signori! I Borboni avevano rovinato quel che potevano, le Università, le Biblioteche pubbliche, tutto, in somma, quell'insegnamento che si chiama uffiziale. Ma Dio è grande! E la sua invincibile Provvidenza pone sempre ai grandi mali un qualche grande e inosservato rimediò. Alla barbarie delle scuole uffiziali, Egli aveva posto, nelle Due Sicilie, il grande ed inosservato rimedio d'un tradizionale libero insegnamento: e tutte le tirannie, anche quella dei Borboni, si rompono contra le tradizioni. Nelle Due Sicilie erano migliaia di onesti e valenti uomini, che, senza fatuità di esami e di lauree, assisi in umili sgabelli, insegnavano (dalle più rimesse insino alle più sublimi discipline) quel che appena ho udito insegnare nelle più perfette scuole primarie e secondarie, e nelle più nobili cattedre di tutta Europa. Molti ne perivano fra le catene dei Campagna e degli Aiossa. Molti ancora ne scampavano. E tutti, senza strepito o appariscenza veruna, formavano, alla barba dei Borboni, il perenne semenzaio di quegli innumerevoli professori, di cui l'Italia Meridionale ha popolata, da tempo immemorabile, l'Europa." (Cfr. Antonio Ranieri, Discorsi, 1862 - Pag. 45, 49)

Se volete conoscere le realizzazioni di Re Ferdinando II, vi consigliamo di leggere le opere di Hervey, di Pagano, di Del Pozzo e di Durelli.

Oggi questo Re, la cui reputazione fu distrutta dalla propaganda liberal-massonica a partire dalle famose lettere del Gladstone pubblicate nel 1851 a Londra e a New York (e a Torino da Giuseppe Massari, che ritroveremo un decennio dopo come relatore della commissione d'inchiesta sul brigantaggio!), viene riabilitato da una corrente storiografica ancora minoritaria che però sta facendo breccia nella montagna di falsità risorgimentali.

Alcune settimane fa, in Campania gli hanno intitolato finanche una scuola primaria.

Riabilitando lui i meridionali hanno iniziato a riabilitare se stessi. Di fronte alla storia e agli altri italiani.

NOTE

(1) Un re Ferdinando II, king of the two Sicilies di Leone D'Hervey-Saint-Denis  Tipografia D. Passigli 1851;
Storia di Ferdinando II: re del regno delle due Sicilie dal 1830 al 1850 di Giovanni Pagano - Tipografia Di B. Cannavaccioli 1853;
Cronaca civile e militare delle due Sicilie sotto la dinastia Borbonica di Luigi del Pozzo - Stamperia Reale 1857;
Cenno storico di Ferdinando II re del Regno delle Due Sicilie per Francesco Durelli  - Stamperia Reale 1859;
Ferdinando II per Davide Galdi - Torino Unione Tipografico Editrice, 1861;
La fine di un regno, Raffaele de Cesare - Tipografico Editrice S. Lapi  1908;
Il Re Bomba. Ferdinando II, il Borbone di Napoli che per primo lottò contro l'unità d'Italia di Campolieti Giuseppe, Mondadori 2001
(2) Sull’affiliazione di Mazzini alla massoneria, Gian Mario Cazzaniga  ha dichiarato recentemente ad Affaritaliani.it: “Le discussioni sull'appartenenza alla massoneria di Giuseppe Mazzini sono un falso problema.  Mazzini fu dapprima dirigente carbonaro e, mentre era in carcere, gli furono conferiti gradi massonici da Passano, un capo della massoneria, in modo che potesse comunicare all’esterno con dirigenti di logge e, anche successivamente, si avvalse di massoni che simpatizzavano con il suo programma politico."

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