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Mirabello ombelico d’Italia

Zenone di Elea
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6 Settembre 2010

Vedo prevedo stravedo tempi duri per il sudismo. Non vi fate fuorviare dal gossip estivo, quello della casa di Montecarlo è una scemenza utilizzata ad arte per liquidare un “avversario” (=il politico che vuol fare le scarpe al berlusca), ma dietro vi è uno scontro di cui avremo contezza a breve.

Ieri Fini ha dato il LA al vero scontro che sta dietro alla instabilità del nostro sistema politico, che non è neppure la tanto decantata riforma elettorale per correggere il porcellum (La legge nº 270 del 21 dicembre 2005) del dentista di Berghem.

Il vero scontro in atto è quello fra il nord e il sud, tra la forma di stato uscita dal risorgimento e santificata poi dalla costituzione repubblicana del 1948 (leggetevi le illuminanti pagine di Renato Di Giacomo ne “Il Mezzogiorno dinanzi al terzo conflitto mondiale” e la sua spietata disamina del meccanismo elettorale che condannerà le regioni meridionali ad avere una rappresentanza monca e impossibilita a farsi portavoce delle istanze del proprio territorio) e la nuova forma di stato che invocano i padani per continuare a crogiolarsi nel benessere alle spalle del fesso di turno.

Adesso Fini & Company (vedi API di Rutelli, UDC di Casini che propone un esecutivo di responsabilità nazionale e certe aperture del PD tricolorato di Bersani e D’Alema), in nome dell’interesse nazionale e dei festeggiamenti della unità della patria, punteranno sull’antileghismo meridionale e sul contenimento delle intemperanze leghiste (=razzismo) per orchestrare il loro bel ribaltone tecnico.

Una sirena questa che a sud rischia di trovare tanti allocchi che non hanno ancora compreso una verità elementare: la lega è figlia non causa delle storture risorgimentali. Il nostro problema è contrattare sul federalismo e sulla nuova forma di stato, non alzare scudi unitaristi che ci terrebbero nel baratro in cui siamo piombati 150 anni fa.

Se poi sia meglio andarsene piuttosto che restare italiani, questo è una scelta che a noi oggi pare utopica, quindi per ora non l’affrontiamo.

Molti passaggi del discorso di Fini a Mirabello di Ferrara fanno intravvedere in quale direzione stiamo andando:

Il tutto si può condensare in un unico punto: ridimensionare lo strapotere della lega-nord che del metodo Craxi (i voti si pesano) ha fatto un’arte, condizionando tutta l’azione di governo.

In questi anni la lega ha invaso le praterie elettorali degli ex-dicci, degli ex-missini, degli ex-comunisti. Tutti costoro aspettano l’occasione buona per una controffensiva che permetta loro di recuperare almeno parte del consenso perduto. Ridimensionati al nord, a finiani e casiniani son rimaste le riserve elettorali meridionali, con tutta la loro accozzaglia di politici famelici e ingordi e si devono industriare per tenerseli buoni.

Non hanno capito che il tempo delle parole d’ordine – del tipo, nord e sud uniti nella lotta – è finito per sempre, che non esistono più ricette uniche valide a nord e a sud del Tronto. Questo vale soprattutto nel settentrione, dove i padani si sono scrollati di dosso l’ideologia patriottarda da almeno un decennio, ma inizia a valere anche per il meridione, dove sta avanzando a passo spedito il recupero identitario della propria storia.

Non basterà quindi un tricolore (vi invitiamo ad osservare bene i simboli scelti dai vari partiti o movimenti, posti in calce a questo articolo, per capire su che strada stiano marciando questi rottami del passato) per vincere la partita con la lega nord. E con le loro scelte assurde e antistoriche rischiano di far peggiorare la convivenza fra nord e sud, portandola verso un punto di rottura che noi non ci auguriamo affatto. A nostro modesto avviso Berlusca è stato l’ultimo garante della unità nazionale, fuori di scena lui andremo verso l’incognito.

Una ridefinizione della forma di stato è ineludibile, si tratta solo di decidere quale dovrà essere, di sicuro il federalismo dei costi standard se giusto da un punto di vista puramente astratto, non lo è per la dualità reale dell’Italia. Dualità che si potrà e si deve anche imputare alla incapacità progettuale della classe politica meridionale, ma resta il fatto che il sud ha sempre pagato più di quello che ha dato e tutte le scelte adottate dai governi nazionali (destra storica, sinistra storica, giolittismo, fascismo, repubblica antifascista) hanno finito sempre per avvantaggiare il centro-nord.

A noi non serve la solidarietà mielosa invocata da Fini e Casini, a noi serve una coscienza identitaria. Che pretenda una ridiscussione dei parametri federalisti, a partire da ieri. Ed è già tardi.

Alle ultime elezioni comunali di Napoli si stava per concretizzare una candidatura prestigiosa che avrebbe fatto uscire il sudismo dal limbo del velleitarismo e delle pie intenzioni ma per salvaguardare il proprio miserabile orticello taluni contribuirono ad affossarla. Io credo per chissà quali misteriosi motivi, altri ritengono semplicemente per ignavia. E magari hanno ragione. Resta il fatto che si son persi cinque anni.

Mentre i nostri detrattori hanno buttato nella mischia una portaerei tricolorata di nome Gianfranco Fini. Sentiremo ancora parlare di lui.

Il prossimo partito di Fini
Il prossimo partito di Fini

 
Alleanza per l'Italia  di Rutelli
Alleanza per l'Italia di Rutelli
Alleanza per l'Italia di Rutelli

UDC di Casini
UDC di Casini
propone
un esecutivo di
RESPONSABILITÀ
NAZIONALE
UDC di Casini





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