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Cacche di dinosauro

di Zenone di Elea

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2 Ottobre 2011

Dopo aver fatto una disamina delle inconcludenze e dei guasti provocati dalla politica leghista, oggi 2 ottobre 2011 – in basso, sulla prima pagina del quotidiano “il Manifesto” – Alessandro Robecchi chiude così il suo pezzo intitolato “La Padania esiste e ho le prove”:

“Sono solo alcuni casi, ma forse bastano per dire che il popolo padano, i suoi politici, i suoi ministri, esistono. Purtroppo. Per fortuna, invece, si stanno estinguendo da soli e speriamo facciano in fretta. Solo, una volta estinti i padani, dovremmo affrettarci a cancellare anche i segni che hanno lasciato tra noi. Andiamo, chi vivrebbe in un posto dove i dinosauri sono spariti ma restano a terra enormi, gigantesche, cacche di dinosauro?”

Non sappiamo dove viva Robecchi e non ci interessa, noi viviamo in Padania, quindi proviamo a farci la domandina che tutti si pongono dopo la sfuriata del Colle.

La Padania esiste?

Se si immagina qualcosa di storicamente tangibile ovviamente non esiste e non è mai esistita. Se, invece, la si vede per quel che in effetti è, essa esiste eccome e costituisce l'altra faccia del leghismo (1).

Ogni volta che la Lega perde voti, dagli analisti politici e dagli opinionisti nostrani viene dipinta come un partito di plastica, che prima o poi si scioglierà come la neve di marzo (facciamo notare che son discorsi vecchi di decenni ormai e la lega ha portato a casa il federalismo). Sempre quelle belle anime di analisti e opinionisti-doc tornano a blandirla e a corteggiarla quando i flussi elettorali la premiano di nuovo.

Un partito di plastica non porta un paese ad un referendum su una complessa riforma istituzionale (2), non mette i ministri nei posti chiave come il ministero dell'interno e non fa passare una legge sul federalismo dei costi standard, con la benedizione del presidente della repubblica che poi una mattina si sveglia e grida al lupo al lupo. Dimenticandosi gli anni in cui il giornalista Enzo Biagi si interrogava sul perché l'allora ministro dell'Interno sottovalutasse le piazzate leghiste.

Si invoca la costituzione quando proprio da sinistra sono arrivati stravolgimenti sostanziali. Scrive Stella Marcazzan:

“Tuttavia, si può affermare che la legge n. 59/1997 (legge Bassanini), frutto dell’attività della Bicamerale, costituisca un vero e proprio punto di svolta per la ristrutturazione territoriale «a Costituzione invariata», quale quella imposta al legislatore.” (3)

Qualche anno più tardi sempre da sinistra giunge una modifica della stessa costituzione, quella del Titolo V parte Seconda (4).

A questo punto invece di parlare di Lega Nord (i cui voti ondeggiano negli anni) sarebbe meglio parlare del leghismo padano.

Il leghismo è intangibile ma esiste. Una veste dell'anima, a volte si mostra trasparente e a volte si presenta con colori violenti che vanno dal rosso al nero. Veste che i padani dismettono e reindossano con la spocchia di chi sa di avere nelle mani i cordoni della borsa.

Il leghismo, lo ribadiamo, è un vestito trasversale che riguarda tutti i partiti nazionali siano essi destra o di sinistra (magari un giorno pure Robecchi si scoprirà leghista!).

Secondo noi, esso dominerà direttamente o indirettamente la scena politica di questo paese, fino a quando nelle provincie napolitane l'odore acre e il fumo denso di una guerra persa ottunderà le coscienze e impedirà loro di porre sul piatto della bilancia i propri interessi territoriali.

_____________

(1) Informiamo i nostri lettori più giovani che anche Bocca votava per la Lega, come ammise egli stesso a Enzo Biagi in un articolo, a pagina 4 del Corriere della Sera, dell'11 maggio 1992, nel quale leggiamo: "I leghisti sono di diversi tipi, se si sta al voto: uno come me incazzato col sistema che vota Bossi pensando che sia il grimaldello che fa saltare questo sistema immobile. Oppure può essere uno dei ceti medio bassi, un piccolo borghese che sa, anche se non ha fatto grandi letture, che il reddito delle regioni padane e superiore a quello della Germania, della Francia e dell'Inghilterra, ma che messo insieme a quello dell'Italia meridionale ci fa retrocedere al decimo posto. E hanno un bel dire i meridionalisti che questo e egoismo, ma che cosa fanno tutti i popoli della terra? Mi pare che anche i Paesi dell'Est ricchi tentino di liberarsi del fardello dei poveri. Quello a cui si sta assistendo nell'Italia del Sud non e tanto un calo economico, quanto un ritorno all'indietro della condizione civile: le regole del gioco sono peggiorate rispetto a dieci anni fa, e non mi si dirà che e opera del Nord".

(2) Grazie ad una intensa e decisiva opposizione del centrosinistra (si stilò un “Manifesto per il no” con Leopoldo Elia primo firmatario - L'Unità, 17 giugno 2006; su La Repubblica del 18 giugno 2006, Eugenio Scalfari tuonava “Referendum, se vince il "Sì lo Stato andrà allo sfascio”; "Il sì sbanca lo Stato" titolava l'Unità del 21 giugno 2006 un articolo scritto da Ferdinando Targetti) il no alla riforma costituzionale (che prevedeva una Camera dei deputati e un Senato federale della Repubblica) nel referendum del 25 giugno 2006 ottenne il 61,7%: il no prevalse in quasi tutte le regioni, con le sole eccezioni di Lombardia e Veneto.

(3) Cfr. pag. 4 “La riforma del Titolo V della Costituzione: il nuovo ruolo delle regioni nei rapporti con lo stato e con l’unione europea” di Stella Marcazzan - Collegio europeo di Bruges

(4) Legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, «Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione» in G. U. n. 248 del 24 ottobre 2001. Ai sensi dell'art. 114 della Costituzione, Regioni, Province e Comuni non sono più in un rapporto di gerarchico di cui lo Stato occupa il vertice, bensì in un rapporto di parità, di separazione delle competenze e di soggezione ai medesimi limiti.



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