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Grazie al professor Giuseppe Tizza, nativo di Niscemi in Sicilia e residente a Düsseldorf dal 1970, che ne sta curando la traduzione in italiano, rivive un interessantissimo libro sulla Sicilia e il Sud-Italia pubblicato nel 1962 in tedesco, che non si trova più in commercio neanche nella versione originale!

La traduzione dell'ottavo capitolo in formato pdf ( enigma1sicilia.pdf - il file in formato pdf è stato creato utilizzando Open Office - firma digitale del file pdf creato con OpenOffice) puo' essere liberamente scaricata e stampata in parte o integralmente per motivi di studio  e per motivi non commerciali.

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L’enigma Sicilia

Friedrich Häusler
Traduzione in italiano di Giuseppe Tizza

L’enigma Sicilia

Premessa
Capitolo primo
Capitolo secondo
Capitolo terzo
Capitolo quarto

Capitolo quinto
Capitolo sesto
Capitolo settimo
Capitolo ottavo


Premessa

Fra il meraviglioso gioco di colori sulla riva del mare amorevolmente soleggiata e gli spaventosi tumulti sotterranei provenienti dalle fauci di fuoco dei vulcani, il fumo delle fumarole, il bollore dei fanghi e delle acque termali e le evaporazioni delle solfatare si sente la tensione della drammaticità delle attività creatrici naturali nelle quotidine ripercussioni che si sfogano in Sicilia. Ad essi le generazioni passate hanno aggiunto quelle opere architettoniche, oggi in rovina, la cui tensione drammatica si estende dalla maiestà dei templi greci fino all’intimo calore dei mosaici del primo periodo del cristianesimo.

L’enigma dell’ effetto sovrapposto di questo mondo di immagini si diffonde oggi tramite esperienze e relazioni di viaggi, e opere fotografiche, in tutto il mondo culturale. L’enigmatica impressione fotografica si è schiarita di poco da quanto ci raccontano i tesori rinvenuti negli archivi e nelle biblioteche. Forse qualche oscurità si è oscurata ancora di più e qualche nebbia si è resa più densa dalla incomprensibilità dalla spenta presa di coscienza che si ricava dai testi ritrovati.

Solo dopo una interiore illuminazione tramite le leggi cosmiche e l’evoluzione umana si può ridare vita alle vecchie immagini. Ma queste leggi devono essere, esse stesse, disponibili in una forma nuova, in modo che siano accessibile alla moderna ragione umana. In forma archetipica ed esemplare le leggi dell’elevoluzione scoperte da Rudolf Steiner si possono trovare nelle sue pubblicazioni di scienze spirituali.

Decenni fa, alla luce dei risultati di Rudolf Stainer riferiti alla globalità del mondo moderno, ho cercato di chiarire la natura precipua della storia siciliana. A causa dell’affievolimento dell’interesse generale per la Sicilia, dovuto a cause esterne, un impegno del genere non ha potuto portare che ad un manoscritto. Oggi sembra che sia diventato di nuovo attuale per il fatto che il suo contenuto, il suo valore e il suo significato in molte rappresentazioni moderne del mondo siciliano che si muovono nell’immaginario potrebbe accrescersi. La pubblicazione viene tentata per i succitati motivi, anche se la presente metodica di rappresentazione può comprensibilmente suscitare critiche.

 

Si è cercato di seguire le linee guida marcate dalle rovine conservate nei vari capitoli del libro. Con ciò agli incroci, in cui si incontrano le fili del tessuto, si ritrovano, su diverse fila, le stesse immagini. Se non si porge attenzione al fatto che queste immagini come le lettere prendono in una parola un significato diverso da un’altra, possono essere percepiti come stucchevoli ripetitivi. Una seconda difficoltà risulta dalla peculiarità della storia siciliana, che scorre in una successione di situazioni assolutamente caotiche e periodi tali, in cui con un sovrumano spiegamento di forze si tende a raggiungere un sociale ordine di benessere. Se si vuole dirigere la prosepettiva dallo sfondo del caos sulla dominazione e sulle forze di ordinamento, si riscontra la necessità di addurre una miriade di particolari, che potrebbe essere vista come un semplice fardello.

I particolari decorsi della evoluzione siciliana hanno la loro motivazione nel fatto che sull’isola, posta al baricentro della regione del Mediterraneo, si irradiano tutti gli avvenimenti che si susseguono sulla costa del Mar Mediterraneo. I riflessi che emamano dal punto di focalizzazione non vengono però trattenuti dalle coste mediterranee, bensì permeano l’intero mondo culturale.

Con ciò viene affermato allo stesso tempo, che lo sviluppo delle attività culturali creatrici in Sicilia si è dovuto limitare ai secoli che vanno dall’VIII a.C, al XV d.C.

Allo stesso tempo viene con ciò accettato, che le strapotenti figure di condottieri che fuoriescono dal processo di divenire, non potevano essere più veicoli di forze eroiche primordiali e neanche rappresentanti di una umana drammaticità moderna. L’incosciente essere compresi in un tessuto storico in cui non è penetrata la coscienza umana prevale e va a coprire i più potenti sforzi di un pensiero e di un volere personali.

Questi sforzi sono, ciononostante, indicativi. Si muovono però sempre fra i pericoli, che si manifestino essi stessi ancora dai postumi fosforescenti del processo storico di allora. Il mago Cagliostro che, alla fine del XVIII secolo brillava alle corti dei Re d’Europa e nei loro istituti scientifici, e i capi dell’odierno sottomondo americano provenienti dalla Sicilia hanno mostrato allo sbigottito mondo contemporaneo, quali effetti rivoluzionari possono avere figure brutali inferiori per la razza umana. Una volta tramite loro venivano chiamate a testimoniare nell’uomo le migliori forze costruttive a possenti sforzi per il futuro.

 

Erlesheim, nel febbraio 1962 Friedrich Häusler 

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SIRACUSA


Altre città di Sicilia e della Magna Grecia hanno conservato ricordi in pietra più grandi e più belli di quelli di Siracusa, ma nessuna dalla grande antichità ci ha tramandato come la pentapoli sul mare ionico-siculo nel senso interiore puro sensibili elementi nella imponderabilità della sua atmosfera.

Quella melanconia tragica, che permea tutta la grecità e quel gelido brivido della morte, che vince ma solo in apparenza la bellezza nelle grandi opere dell’arte greca arrivata al suo culmine, nessun’altra rovina di una città antica prende il viandante in modo così forte come sulle strade della Siracusa di oggi e nelle sale dei suoi modeni  edifici pubblici. Con l’attesa però affiora la consapevolezza che ciò non  si avvererà mai.

Prima di duemila anni fa la più grande nave dell’antichità, il famoso capolavoro di Archimede, lasciava il porto di Siracusa. Per la sua costruzione si era tagliato così tanto legno dall’Etna, che con esso si sarebbe potuta costruire un’intera flotta. L’albero maestro della nave proveniva dalla Bretagna, perché nessun albero in Sicilia era grande abbastanza. Nessun porto della Grecia era adatto per la sua grandezza e per questo venne destinata per la recente Alessandria. Fornita di tutti gli arredamenti più lussuosi di una città colta e carica di ricchi doni, venne inviata in Egitto.

Sembra come se avesse portato lì con se la grandiosità di Siracusa.

Poco dopo la sua partenza arrivarono le numerose piccole imbarcazioni del console romano Marcello, che fece sbarcare un esercito di occupazione e bloccò i porti della città. Il genio di Archimede rimase sì invincibile per il coraggio romano e la loro arte d’assedio, ma non per il tradimento, che alla fine consegno Siracusa ai Romani.

La città che dopo la decadenza di Atene era vista come la prima nel mondo culturale, cedette questa fama alla più giovane Alessandria, quando perdette la sua libertà.

Aretusa, la sorgente sacra di Ortigia, prima veste delle ninfe di Elis e allo stesso tempo del dio Alfio, da quel giorno è salata ...

Di Alfo ultima dimora,

Ortigia, gloriose radici della potenza di Siracusa,

Culla allora di Artmide,

Da te, o sorella di Delos, si innalzi il canto

Addolcendo a prezzo alto ...

Pindaro, inizio della I Nemeïschen Ode

 

Alle altre sacre sorgenti, le kyane, che sgorgano nelle vestibola di Siracusa, dove Plutone con la rapita Persefonia svanì negli inferi, indicano gracidanti ranocchie che hanno preso dimora fra i giunchi e papiri della sorgente.

Ma la testa fumante dell’Etna guarda sempre come allora verso di lui, indifferente al fatto che i pensieri degli uomini su di lui si sono affievoliti. I popoli antichi lo vedevano in perenne disputa con lo Stromboli e quelli di prima ancora riconoscevano in lui il fumo di Hephaistos ‘ Esse e nella sua corona di neve le candide abitazioni dei celesti. Come il suo fuoco interno, così è rimasto proverbiale la fruttuosità del suo mantello reale, anche se non è più così necessario come a quei tempi far sgorgare sangue dalle orecchie delle pecore al pascolo  per salvarle dalla profusione, e il miele non scorre più così copioso.

 

Il più famoso miele dell’antichità però veniva dai monti Iblei. Chi si trova sulle rovine ciclopiche del Castello di Eurialo, il più alto punto delle vecchie mura di Siracusa, vede a occidente la sua cornice azzurra.

 

Quel miele però non era solo ricchezza, ma molto di più: un simbolo della cultura antichissima, che continuava a fiorire accanto a quella molto più giovane greca. Se si guarda verso nord dal Castello di Eurialo, si ha dinnanzi il luccicante arco del golfo megarico. Le sue sponde ospitavano una volta Megara –Hybla, la città in cui l’antica divinità sicula Ibla possedeva un famoso tempio, fino a quando Gelone il tiranno non ne schiacciò gli abitanti. La storia della fondazione di questa città nasconde qualcosa dell’essenza dei tempi passati ed a venire, che vi si incontrarono, e come dice il doppio nome, si coalizzarono.

 

All’inizio dell’ottavo secolo prescristiano una Schar di Megari arrivò ai piedi dell’Etna nella città di Lentini, da poco fondata. Qui si era già potuto stabilire l’ateniese Teocle con i suoi compagni tramite un contratto, che aveva stipulato con la popolazione che vi aveva trovato. Secondo questo contratto aveva diritto di abitazione e la partegipazione al governo della città, dietro la promessa di rinuncia in futuro a azioni di forza nei confronti dei Siculi. Senza dovere rompere questo giuramento, voleva soddisfare i suoi desideri nascosti con l’aiuto dei nuovi arrivati e chiese loro di scacciare i suoi alleati. Lui stesso aprì loro le porte della città.  

 

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Pag. 9

 

Senza dovere rompere questo giuramento, voleva quindi soddisfare i propri desideri segreti con l’aiuto dei nuovi arrivati e li invitò a schiacciare via i propri alleati. Allorquanto gli sprovveduti le ebbero deposte, scacciò anche loro fuori dalle mura. I Megari girovagarono di nuovo per parecchio tempo, fino a quando arrivarono nella sicula Ibla, i cui re Hyblon non solo li accolse in modo molto ospitale, bensì divise con loro la città e le proprietà.  L’antico santuario di Hyblaia, una divinità vicina nell’essenza a quella greca di Afrodite, rimase il centro della città e i Megari iblei, che conservarono questo culto, rimasero per parecchio famosi per il dono della profezia. Continuarono a vivere nel territorio di Iblon, in cui la sfiducia non aveva ancora nessun potere sull’antica legge fondata dalla divinità. Nel Greco progredito però la ragione e il tranello muovevano e sempre meno i comandamenti divini i pensieri che servivano alla base delle proprie azioni.

Presto nella parte orientale dell’Isola si pose vittoriosa la vergine Atena accanto alla afroditica Ibla. La sua immagine sfavillava sul punto più alto della più potente città della Sicilia, sul suo tempio di Ortigia, l’acropoli di Siracusa. Era l’ultima cosa che le navi che uscivano dal porto potevano vedere. Nel momento in cui si spegneva ai loro occhi la testa di Atena, le offrivano una vittima.

Atene cedette poi alla più potente divinità, il cui principale testimone Paolo aveva già messo piede sul suolo di Siracusa, quando arrivò a Roma. L’odierna cattedrale porta l’orgogliosa scritta:

 

Ecclesia Syracusana prima Divi Petri filia

Et prima post Anteichenam Christo dicata.

 

Noi sappiamo poco di preciso sui primi cristiani di Siracusa. Le leggende contraddicono le tradizioni storiche. Ma le esperienze primordiali cristiane erano così forti che ridisegnarono il potente tempio di Atena. La parete della cella venne messa fuori fra  le colonne di Pericle e al suo posto rimasero solamente delle singole colonne, così interno ed esterno, oriente e occidente vennero scambiati e con ciò il tempio greco venne mutato in una basilica cristiana a tre navate (vedi la parte fotografica).

 

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Nel IX secolo vennero gli Arabi in Sicilia e Siracusa cadde dopo un lungo assedio nelle loro mani, Poiché la città era stata sottomessa con la forza, la messa cristiana poteva essere celebrata solo sotto determinati riguardi nei confronti dei Maomettani e solo dietro il pagamento di una tassa straordinaria da parte dei pochi rimasti all’interno delle mura saccheggiate.

I Normanni riportarono allo stato di allora i rapporti fra cristiani e maomettani. Nel periodo delle guerre di religione si credeva sulla corona nevosa dell’Etna la regione in cui il re Artù abitava il suo castello demantenes. Lì, diceva la leggenda, lo trovò, sofferente ad una ferita di Anfora, un servitore del vescovadi Catania, mentre seguiva il mulo del suo padrone che era scappato. Ancora nel XII secolo a Catania si mostravano regali del re bretone. Poi però il suo Ritterkreis venne del tutto dimenticato e solo le leggende sulla figura di Carlo Magno vivono ancora oggi nel popolo.

Anche nei periodi maomettani e normanni di fioritura dell’Isola Siracusa rimase un’ombra scura della sua grandezza di una volta. E oggi le navi del traffico mondiale che transitano per lo Stretto di Messina, passano senza avere riguardo, tranne che non si tratti di qualche nave da crociera. Il bellissimo porto naturale è diventato privo di significato, da quando gli uomini non si fanno condizionare dalla natura nella gestione del territorio secondo i propri gusti.

I Siracusani non erano stati mai degli eccellenti marinai, anche se ci si sarebbe dovuti aspettare il contrario per i loro due porti eccellenti donati dalla natura e ancor di più per la loro discendenza dai Corinti. La storia primordiale di Siracusa va ricercata a Corinto. Sisifo, il fondatore di Corinto, il più scaltro uomo, che osò tradire addirittura Giove, il re degli dei, di prendersi gioco dell’aldilà e che addirittura ebbe la forza di legare la morte, ebbe sempre, seppur in misura minore, seguaci del suo spirito a Siracusa. Ma anche il ricordo della terribile Medeia, che tramite i suoi sensi era in grado di rimettersi in forze più potenti di quelle di Sisifo – al quale, secondo una vecchia leggenda, aveva dovuto cedere il dominio su Corinto – continuava a vivere sotto nuove sembianze a Siracusa.

La fantastica storia della antica Corinto è come l’ideale o  prova generale della prima fase dello sviluppo storico di Siracusa.

Ai Sisifidi a Corinto successe l’eraclito Alete, che si appoggiava ai Dori che si andavano affermando e con il loro aiuto annientarono la potenza ionica nella città. In tempi successivi un singolo ramo della famiglia reale, i Bacchiadi, rivendica a se il dominio sulla città. In questo periodo Corinto si rivolge in forze verso l’estero. Di tutte le città greche è quella che prende a maggior titolo le pretese di successione dei grandi navigatori fenici e la più accreditata antenata della Venezia a venire. Nell’VIII secolo duecento famiglie si dichiarano pari dignitari e una oligarchia prende il comando. Essa si fonda ancora sul sangue sul culto ad esso connesso.

Un giovane Bachiada, Archias, diviene in questo periodo la causa della morte di un giovane che voleva sottomettere. A causa della sua nobile discendenza i Corinti non si azzardano a rendere giustizia al padre del morto. Questi, uno straniero, ma un grande benefattore di Corinto, durante lo svolgimento dei giochi dell’Istmo, sale sul tetto del tempio di Poseidon e denuncia i Corinti di ingratitudine, maledice i Bacchiadi e si getta giù morendo sul colpo. Subito dopo scoppia la peste in città. Il consulto dell’oracolo rivela che Poseidone toglierà il malanno ai Corinti solo dopo che il delitto sarà punito. Fu così che Archias si separò dal contesto consanguineo con la sua casata andando in esilio.

Archias e allo stesso tempo l’acheo Rhypai consultarono l’oracolo di Delfi per sapere se la fondazione di una città a loro opera avesse avuto i favori delle divinità. La sacerdotessa chiese agli eroi di scegliere prima se avesse dovuto regnare nelle loro di più la ricchezza o la salute. Rhypai si decise per la salute, Archias per la ricchezza. Allora l’oracolo indicò ad entrambi il luogo in cui sarebbe dovuto andare per fondare la propria città. Entrambi andarono nel Suditalia e, quando trovarono il luogo che era stato indicato a Rhypai dalla divinità di Delfi, vi fondò questi Crotone e il suo amico lo aiutò. Successivamente Archias e il suo seguito proseguirono verso la Sicilia, fino a quando trovarono la penisola di Ortigia, che gli era stata descritta dalla sacerdotessa di Delfi. Qui portò a termine il suo compito, cosa che avvenne con molte probabilità attorno all’anno 753 a.C.

Secondo la tradizione Archias ebbe due figlie: Ortigia e Siracusa, cosa ci vuole significare che lui abbia fondato una doppia città - come ci lascia intuire anche il nome Syrakusai – l’una città Ortigia, l’altra sulla terraferma, se la Sicilia si può definire così.  La seconda dovrebbe essersi trovata lungo la costa, là dove più tardi sarebbe sorta la città dormitorio Achr? Dina, oppure ancor più probabilmente sull’Anapos sull’altra fonte sacra, quella delle Kyane, dove furono trovati i resti dell’Olymoieion.

Dopo alcune allusioni che parlano di un re, c’è da concludere che Archias e i suoi primi successori regnarono come re a Siracusa e che nella nuova fondazione si ripeterono per breve tempo i gradi della preistoria eraclidica di Corinto, fino a quando il dominio passò alla oligarchia dei Gamoren o Geomoren, a delle famiglie che erano in possesso degli immobili e delle proprietà terriere. Sotto di essi Siracusa passa alla storia. Questi non sono più una società legata al sangue come i Bakchiadi a Corinto, ma come loro legati dal culto ai loro antenati, le cui tombe rendono sacra la terra e le cui anime, tramite l’osservanza meticolosa del culto della terra viene tenuto in un contesto famigliare e incidono sulla fertilità della terra.

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Enigma Sicilia pag. 12

 

Passando la forza che detta le leggi, e cioè ritrovare leggi sociali, dalle famiglie reali di Corinto alla società consanguinea dei Bacchiadi e da questi a quello dei Gamoren tenuta insieme da possedimenti terrieri, si manifesta una tendenza di quella forza, che ha la tendenza di penetrare in cerchie sempre più ampie e sempre meno legate insieme. Allorquando comprende gli artigiani e altri liberi professionisti i Gamoren devono cedere.

Nelle altre città sicule avevo preso a se altri tiranni la forza su di se. Si trattava di uomini nati all’interno di ceti sociali che avevo comunque rotto con le loro tradizioni e che avevano sottomesso con la loro forza di volontà i ceti inferiori.

Il più potente di loro, Gelone di Gela, figlio di Deidemonides, venne chiamato in aiuto da parte dei Gamoren nel 485 a.C. che erano stati schiacciati da Siracusa. Riuscì a riportarli nella propria patria, ma non nelle loro funzioni, bensì colse l’occasione per porsi come tiranno di Siracusa, soddisfacendo i desideri seminascosti delle cerchie sottomesse. Le comprese così bene, che poté addirittura osare, dopo la presa del potere, di organizzare un’assemblea degli uomini in armi e di apparire lui stesso disarmato.

Come in terra anche nelle vicende celesti Gelone pensava di potere intervenire con la forza. Della realtà delle divinità non sentiva quasi più  niente, ma osservava e proteggeva le vecchie forme del culto pubblico. Era preoccupato soprattutto della propria immortalità e credeva di poterla imporre tramite l’instaurazione di un culto eroico per la sua persona. A questo scopo fece trasferire la popolazione di diverse città a Siracusa e, considerata così come nuova fondazione pretendeva il culto dai cittadini, che dovevano portare al fondatore della stessa che era stato incaricato agli dei.

Quando Gelone ebbe concluso la sua vita ricca di vicende, gli successe al potere suo fratello Ierone fornito di splendidi doti spirituali. Questi fece della corte di Siracusa un centro di produzione spirituale. I primi filosofi e artisti del mondo di allora erano degli ospiti ben visti. Sotto la guida di Ierone i greci sicilioti si strinsero a se con non mai prima.

Anche Ierone seguì la stessa via verso l’immortalità di suo fratello. Lui fece trasferire i Kataner all’esterno, per potere rifondare la città divenuta spopolata. Alla suo fondazione diede il nome Aitna.

Un ulteriore terzo figlio ancora di Deidmonide, Rhasybulos, prese il potere dopo la morte di Ierone. Questi volle assicurarsi la supremazia, rendendo ridicolo il successore legale, il figlio di Gelone, e quindi incapace di regnare, ma ci riuscì solo a farlo ricadere su se stesso dai Siracusani spaventati fino al ribrezzo, portando a conclusione l’educazione deideminica dei cittadini.

Grazie a questa educazione i Siracusani si ritrovarono maturi a compiere quel passo, che avevano voluto osare molto in anticipo un quarto di secolo prima. In tappe regolari erano stati condotti dal destino fino al punto in cui la guida della città viene preso nelle mani dalla comunità degli uomini liberi e il tiranno viene schiacciato. 

La rivolta dei Siracusani divenne il segnale per liberazione di tutte le altre città siciliote. I tiranni vennero schiacciati dappertutto, le figure di culto dei padri fondatori che erano stati creati ad arte vengono distrutte e le popolazioni trasferite con la forza possono ritornale alle loro vecchie abitazioni.

Ma le grandi vicende dei tiranni furono i primi passi della Sicilia nella storia mondiale esterna ad essa. A conclusione di queste vicende finisce del tutto il periodo antico e nel contempo inizia ad affermarsene con tutta la sua forza uno nuovo.

Gelone non aveva ancora del tutto fondato la su supremazia a Siracusa, quando venne chiamato in aiuto contro Cartagine da suo suocero Theron,  tiranno di Akragas. Nel contempo con l’esercito persiano che si era messo in marcia contro i greci orientali, i punici si erano mossi contro i Sicilioti. Fra i tanti motivi tramandati che si attribuiscono ai cartaginesi per questa campagna, ci potrebbe essere quello non privo di profonda motivazione, che Tiro la città madre di Cartagine, dopo essere caduta sotto il dominio persiano, avrebbe voluto richiedere alla sua colonia africana di attaccare i Greci occidentali. Amilcare secondo i conteggi greci avrebbe fatto sbarcare 300.000 uomini nella parte punica della Sicilia occidentale, dopo che una tempesta durante l’attraversata la cavalleria era andata del tutto distrutta. Il suo primo attacco valse per Imera, una città che era stata sottomessa da Ierone.

Gerone mise insieme un esercito di 50.000 uomini e 5.000 cavalieri e con essi riuscì a vincere con un tranello distruggendo l’esercito punico.

A quando si tramanda, la vittoria di Imera dovrebbe essere avvenuta il giorno di Salamis.

Le imponenti costruzioni religiosi di Akragas e di altre città, una parte delle condutture per l’acqua di Siracusa e altre grandi opere vennero costruite nei tempi successivi con i prigionieri cartaginesi resi schiavi e con le ricchezze dei campi saccheggiati.

Persiani e Punici avevano preso nella morsa il mondo greco e ne avevano ricevuto dei potenti contraccolpi. I Greci erano stati in grado di resistere ai nemici esteni, ma non avevano superato neanche in questo primo periodo le divisioni interne.

 

Enigma Sicilia pag. 14

 

Allorquando i Greci pretesero degli aiuti da Gelone per imprese contro i Persi nell’Asia Minore, li voleva concedere solo se allo stesso tempo gli venisse concesso il comando di tutte le forze in campo o almeno di una parte consistente di esse. Gli Ateniesi però erano del parere che non mancassero dei validi condottieri fra i loro soldati, al che Gelone disse che uno stato con troppi comandanti e troppo pochi soldati è come un anno senza primavera e per questo un appoggio sarebbe privo di frutti. Impiegò piuttosto le proprie forze armate per assicurare il predominio di Siracusa in Sicilia. Tutti i successi in questa direzione gli sembravano più importanti dell’incentivare la pura cultura spirituale.

In ciò si distinse da lui suo fratello Ierone. Anche lui non si faceva tanti pensieri sull’impiego dei mezzi che lo condussero al predominio: a suo fratello Thrasibul affidò un serie di imprese con il rischio di perdere la vita, nella speranza di poterselo togliere dai piedi come fastidioso rivale. La dominazione che spettava a suo nipote di cui era il pupillo la prese a se senza tanti complimenti, ma il suo grande potere lo utilizzò per assicurare la pace, per la ricchezza e per attirare alla sua corte grandi spiriti.

 

Pindaro canta di lui:

 

… mai     io un amico ospitale

che capisce il bello e che nel contempo dominante

fra coloro, che adesso vivono, decorano  con gli inni pieghe esaltate

Una divinità governa premurosa, Ierone, il tuo operato … 

 

Ol. I 103 e seguenti

 

La sua forza era così grande, che una parola di Ierone sarebbe bastata per convincere il tiranno di Rhegion a non dichiarare guerra al  suo vicino Lokroi.  

 

… in cri schierati cantano

davanti alle case delle vergini di Locri

quelli dal grande peso della guerra

da una potente voce liberati,

guardando a destra e a manca liberi …             Pindaro, Pith. II, 18  e. seguenti

 

Il sacerdote Simonie però aveva evitato però una guerra molto più pericolosa, allorché Terone di Akragas e Gerone stesso, i più potenti principio della Grecia occidentale si affrontarono. Il potete, amico di tutti e due, riuscì a distoglierli dall’attacco e a farli arrivare alla pace, allorquando i due eserciti erano schierati l’uno di fronte all’altro.

Ierone aveva un … così alto dei poeti e dei pensatori che addirittura uno come Xenofane poteva vivere tranquillo alla sua corte, nonostante lui dicesse chiaro e tondo in faccia al tiranno fondatore della città di Aitna che tutte le sue più grandi premure per arrivare ai più difficili successi fossero pazzie. Xenofane viveva tutto preso dalla sua saggezza filosofica alla corte del tiranno e si arricchì così poco, che lui più tardi in tarda età dovette vivere della compassione di due suoi amici pitagorici.

Altri invece, come il lirico Simonie, si fecero pagare profumatamente ogni singolo rigo scritto in suo onore. Pindaro disprezzava la cricca dei Simonidi. I ricchi regali che lui stesso riceveva alla corte siciliana, li portava nella sua patria Tebe e con essi vi costruì un tempio. Gli epinici di Pindaro, di cui una gran parte furono scritti per Sicilioti, cinque dei quali per Ierone, ci hanno tramandato in modo insuperabile l’immagine della fioritura della vita siciliota. Il gromme poeta si immedesimava negli sfondi divini di ogni singolo luogo, al quale voleva dedicare un inno, per poi farli rivivere nei versi della lode epica.

Preferiva stare dal mite e grande Terone che da Ierone. Tramite lui possiamo sentire che Terone stesse vicino ai pitagorici e che era sottomesso al loro insegnamento della purificazione ascetica tramite diverse vite terrestri.

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….

 

Pindaro, Ol. II 74 e seguenti

 

Epicarpo, il fondatore della commedia sicula-dorica, un amico di Ierone, dovrebbe essere anche un seguace di Pitagora, insieme a suo padre un importante elemento della comunità pitagorica.

 

 Ai tempi di Ierone tramite Epicarpo la commedia acquisì a Siracusa un’importanza simile a quella della tragedia ad Atene. Cinque scrittori lavoravano a tempo pieno per opere divertenti. C’è da presumere che il tempio di Siracusa che si può ammirare ancora oggi venne fondato a quei tempo e che più tardi, sotto Ierone, venne ingrandito.

Il più famoso amico di Ierone però fu Eschilo, il cui “Perseo” visse con molte probabilità la prima proprio in questo teatro nel 476. Una delle sue opere “Le Aitinerinnen”  si svolge nella nuova fondazione di Ierone Aitna e dovrebbe trattare delle Paliche, le misteriose divinità sicule. Escilo morì in Sicilia, secondo quanto si tramanda tramite un’aquila che lasciò cadere da grande altitudine una tartaruga sulla sua testa clava, schiacciandola con i piedi. Certuni ritengono questa un simbolo della sua vita e, che si svolse nelle sfere dei massimi pensieri e nei suoni sprigionati dalla Kithara che veniva costruita con il guscio di una tartaruga.

 

 

Enigma Sicilia pag. 16

 

 

Tutti e due i tiranni, Terone e Ierone, trovarono del tutto indegno successori che cercavano colmare con azioni di forza la saggezza che mancava loro. Essi furono la causa che fece sì che la borghesia si svegliasse a causa del loro malgoverno e lo splendore e la potenza delle corti dei tiranni scorresse nella collettività.

Gli esempi della liberazione da parte dei borghesi delle città di Siracusa e di Akragas fecero nascere un ampio movimento democratico che a differenza della vecchia Grecia, venne portato qui a termine anche dai Dori. Inizia un periodo del completo risveglio della Grecia occidentale.

Tutti i tiranni vengono schiacciati. Il potere, le capacità e il sapere, che erano prima appannaggio di pochi uomini straordinari dediti alla cultura generale, si diffusero alla generalità degli uomini liberi. Il Rethor diviene l’uomo più potente nello stato, Ciò che i legislatori di prima avevano ricevuto dalle divinità e gli oligarchi aristocratici dal culto,  lui lo prendeva dalle teste degli uomini riuniti dinnanzi all’altare pubblico della divinità cittadina. Chiarendo in modo complicato e multiforme chiariva con discorsi che spesso potevano durare giornate intere, ciò che era contenuto nascosto nelle teste, diveniva cosciente ad ognuno. Il singolo aveva però in questo modo la sensazione, che le leggi scaturissero dalla sua Einsicht e che lui agisse liberamente, se si adegua ad essa.

 

I Siracusani vissero la meta raggiunta come la manifestazione di un nuovo mistero. Nel loro entusiasmo lodarono il dio Giove Eluterino, con feste che al loro arrivo fecero cadere la testa a 450 tori. Ancora oggi in Sicilia tende tutto al ciclopico. Così anche il petalismo, la forma siracusana del tribunale dei cocci, nonostante l’utilizzo di foglie di ulivo, che, come si potrebbe pensare, dovrebbero favorire una atmosfera pacifica, venne portato ad una funzione così esagerata, che venne introdotta una legge che andava in senso contrario di quelli che ancora rimanevano di quegli uomini eccelsi  per diligenza o ricchezza.

Adesso si capovolgono i colori apportati ai vasi. Il rosso chiaro in mezzo alle figure piene di forze in nero si spegne e in compenso le figure diventano rosse chiare.  Ma non si tratta di un semplice scambio. Le figure che adesso sono portate a stralucere, divise l’una dall’altra dallo spazio divenuto buio, hanno perduto in forza e mobilità; hanno perduto ogni appiglio.

I plastici si avvicinano all’umano. Non sono più divinità superiori a imporre movimento e raggi sorridenti alla pietra, bensì da essi vengono estratti belle immagini di esseri umani.

Il periodo creativo dei grandi poeti è terminato, ma non la loro influenza. Solo adesso diventano di proprietà pubblica.

Rethori, filosofi e storici si sviluppano al posto dei drammatici, dei lirici e degli epici. Il discorso sciolto segue a quello legato ai ritmi della vita. L’uomo intero e non solo quello politico diventa più libero. La figura maestosa della Sicilia di questo periodo è Empedocle, l’amico di Telanges, il figlio di Pitagora. Suo nonno, un eccellente pitagorico, rimasto famoso ai suoi successori per una vittoria ad Olimpia. Poiché lui da pitagorico non mangiava carne, per la festa della vittoria si fece fare un grande biscotto in forma di bue e lo offrì ai suoi ospiti al posto del bue vero. Il padre di Empedocle, Menton era un precursore della democrazia ad Akragas e lui stesso fece il suo primo passo in pubblico scoprendo un attentato della stessa.

Come a tutti i grandi saggi della Grecia antica vengono ascritti anche a lui ulteriori viaggi, di cui però nessuno è dimostrabile tramite documenti. La sua saggezza, ma anche le arti guaritrici e la sua capacità di regolare i venti e le acque, gli portarono una devozione divina da parte del popolo. Aveva l’abitudine di andare per le strade di Akragas decorato con la infula, con un mantello rosso e con rumorosi sandali metallici. Questo e la sua capacità di guarire con la musica, come anche la caratteristica di sapere scrivere in versi tutto, anche le scritture scientifiche, poteva fare nascere l’impressione che Empedocle fosse un forma tardiva di mago sacerdote, come se ne erano conosciuti in tempi antecedenti. Ciò però contraddice il suo insegnamento e il suo comportamento sociale.

Secondo Empedocle tutti e quattro gli elementi insieme formano la materia primordiale del mondo, nei quali agiscono incessantemente le due forze contrastanti dell’amore e dell’odio. Tutto l’universo viene però tenuto insieme da Sphairos, la divinità che tutto comprende, i cui arti mobili sono gi elementi. Ai primordi, insegna Empedocle, tutto era in armonia e tranquillità. Allora si arrabbio l’Odio e provocò una terribile agitazione degli elementi ed un caotico miscuglio degli stessi. È stata la determinazione dell’amore che si è portata al centro   al centro del vortice e a sconfiggere l’odio nel corso delle epoche del mondo. Più spesso questo avviene e sempre di più le figure dell’originaria bruttura perdono forza. L’essere umano deve attraversare diversi stadi e incarnazioni per purificarsi dalla colpa a lui legata:

 

I buoni diventano profeti, cantori sacri,

anche dottori, condottieri di popoli in mezzo a popoli mortali

In  futuro risorgeranno come divinità adorate

Così sono anch’io un esiliato sulla terra

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L’enigma Sicilia pag. 18

 

Il suo insegnamento guarda al futuro e non il passato. Per questo si pone decisamente per il nuovo ordine e non per quello passato ai suoi tempi. Ero un uomo di stato democratico, cofondatore della retorica, quest’arte elementare della democrazia, e si diceva che lui non veniva festeggiato ancor di più perché la sa generale saggezza irradiava tropo tutto, cosa che aveva un effetto maggiore. Gli Agrigentini lo portarono addirittura alla dignità di re, ma è appunto nel suo modo di essere, che lui rinunciasse. Lui non fondò neanche una scuola. Aveva solo amici che, come lui erano dei medici.

È in armonia con queste elevate apparizioni, che compare, allorquando la grecità aveva raggiunto il massimo grado di libertà e anche con il fatto che la libertà siciliana durò tanto quanto l’efficacia di Empedocle. Era iniziata con le sue prime apparizioni in pubblicò e andò verso la fine quando, in tarda vecchiaia, morì. Sulla morte del saggio i suoi amici raccontano che, dopo avere ridato vita a sua moglie Pantheia che era diventata smorta, festeggiò con loro una festa di offerta. Dopo di ciò rimase da solo al buio e non fu mai più visto. Si era allontanato in modo discreto ed era precipitato nell’Etna. I suoi amici, che in un primo momento lo cercavano preoccupati, si tranquillizzarono presto e a chi chiedeva, dicevano che era asceso al rango di divinità.

Il nuovo spirito privo di legami nel periodo del scacciata dei tiranni prese tutta la Sicilia e non solo i Greci. Con esso l’ellenismo entra anche nei in città dei siculi e dei punici, che da essi in poi si appropriano di forme di vita greci. Contro la metà del V secolo l’ellenismo siciliano raggiunge il suo massimo punto di splendore. Ciò portò però nel contempo un movimento di liberazione della popolazione siciliana con se.

I Siculi, spinti da quasi tre secoli sempre di più verso l’interno dell’isola e sottomessi, apparentemente avevano perso qualsiasi forma di volere nella vita pubblica. Adesso però come stimolata dal caotico ritorno delle popolazioni dalle fondazioni forzose dei tiranni, si sollevano, diventando essi stessi Greci, contro gli intrusi Greci. Trovano in Duchezio una guida, che viene sì sconfitto dai Siracusani e può salvare la sua vita solo per scappa nell’altare del mercato di Siracusa. Dopo un breve esilio a Corinto però riacquista il permesso per ritornare ed regna adesso come re dei Siculi per la durata di 23 anni. Fonda tre città, di cui una esiste ancora: Menai (Mineo), in cui erano venerati le antichissime divinità dei Palichi, le misteriose divinità terrestri, che erano ritenuti i figli dell’Etna, alla cui chiamata venivano fatti i più terribili e i più impegnativi giuramenti.

Più pericolosi dei Siculi però per i Greci erano essi stessi. L’antico odio fra le varie tribù che si stava sciogliendo adesso di nuovo, durante la guerra del Peloponneso si trapiantò anche in occidente.

La ionica città di Lentini inviò ad Atene il suo cittadino Gorcias, il più famoso Rethor dell’antichità, per ricevere appoggio per il suo agire contro la dorico-corintica Siracusa. Infatti le capacità di Gorgias e l’odio degli Ateniesi contro Siracusa grande abbastanza da mettere in moto nel 427 una inutile spedizione verso la Sicilia. Queste relazioni ebbero delle conseguenze funeste allorquando Segesta, che era in lite continua con Selinunte, chiese ad Atene di formare una coalizione e degli aiuti. Gli Ateniesi inviarono nel 416 un delegato per studiare le condizioni in Sicilia. Per fare vedere che erano ricchi, si prestavano a vicenda le posate d’oro e d’argento, quando uno di loro aveva gli ospiti a tavola, nel tesoro della città però mostrarono i tesori di Elix presi in prestito. Gli Ateniesi che sono per l’impresa credono veramente alle ricchezze, mentre gli altri rimangono scettici.

Ad Atene il vecchio Aristocratico Nikias va incontro all’ avventato giovane Alcibiade, indicando i pericoli. Vince la avventatezza burrascosa. Nikias insieme con Alcibiade e con l’esperto capitano di flotta Lamaco vengono messi alla guida della spedizione. Ancora una volta Michias cerca con qualche mezzo di evitare la spedizione. Chiede degli armamenti così imponenti, che c’era da prevede che l’avarizia dei cittadini  si sarebbe rivolta contro, ma avviene l’esatto contrario e i comandanti delle singole triremi completano a proprio costo l’equipaggiamento e pagano un soldo supplementare. La flotta parte nella primavera del 415 sotto innumerevoli auspici negativi e viene accolta malamente nella Magna Grecia anche dalle città ioniche.

La spedizione si deve rivolgere contro Siracusa, che adesso come anche ai tempi del tiranno la capitale dei dori, si addirittura di tutti i Greci d’occidente. Satana (Catania) dopo avere schiacciato il partito contro si dichiara disposta ad accogliere nel proprio porto gli Ateniesi e di servire come base per l’impresa. Quivi la nave di stato ateniese raggiunge l’esercito con il compito di riportare indietro Alcibiade. Il quale stava sotto l’accusa dell’Hermenfrevel e lo sfottimento dei misteri e doveva dare conto. Alcibiade segue con i suoi amici sulla sua nave fino a Thuria. Qui prosegue per la propria strada e si rende però adesso in modo cosciente in  quello che era già incoscientemente dal momento che era stata decisa la spedizione siciliana: nel più grande nemico della sua patria città. Va a Sparta e ne ottiene una prestazione di soccorso a Siracusa.

A Siracusa stessa si procedeva proprio come ad Atene con la più grande e veramente democratica complicazione e leggerezza. Come ad Atene un avveduto aristocratico aveva mise in guardia inutilmente, così a Siracusa l’aristocratico Ermocrate ammonì inutilmente  consigliando l’armamento. Voleva andare incontro agli Ateniesi con la flotta, ma non riuscì neanche a far sì che le navi fossero tirate fuori dalle stie e fossero calate in mare. Gli Ateniesi erano già nel porto grande, allorquando ci si decise a farlo. Ciò mostra inoltre in modo abbastanza evidente, ciò che si deve ritenere della asserzione, i Siracusani siano stati mai un popolo di marinai.

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L’enigma Sicilia pag. 20

 

Dopo il  loro audace Irruzione nel porto grande gli Ateniesi posero il loro accampamento sull’Anapo accanto all’Olimpeion, sulla vista di Ortigia. I Siracusani accettarono la sfida, ma non erano all’altezza della conduzione della guerra dei avversari.

Per l’inverno gli Ateniesi si ritirano di nuovo a Catania, per mettere in azione un nuovo piano della primavera del 414. Dal golfo megarico conquistano l’altura di Eurialo ad ovest della città di Epipolai non ancora fortificata: Da lì l’intera estensione della pentacoli era controllabile.

Proprio in lontananza ad est, sull’isola di Ortigia, si erigeva l’akropolis, dove c’erano i tempi di Atene e di Artemis. Uno stretto istmo artificiale divideva il porto grande da quello piccolo e univano Ortygia con i quartieri abitativi Achradina, Tyche  Neapolis. Queste si estendevano dal Portofino al golfo megarico. Verso l’Eurialo si estendeva la crescente Epipolai. Ma anche la fertile pianura della foce dell’Apano, ad ovest di Neapolis sul porto grande, era fittamente disseminata di case di campagna in mezzo a giardini di fiori e di frutta. Al centro di questo territorio splendeva il degno santuario dell’olimpico Zeus ai margini di una terrazza rialzata, che guardava agli altri santuari su Ortigia.

Questa città brulicante e splendente di vita riceveva nutrimento solo dal mare da un lato e da una cintura di terra sempre fertile dall’altro. Sarebbe stato necessario una grande esercito per tagliare Siracusa dalle fonti della sua forza. Nikias voleva riuscirci con un muro. Credeva di potere costruire un muro a difesa di una fortezza sull’Eurialo, che da un punto fisso dal Epipolai  dovesse crescer verso sud fino al porto grande e verso nord fino al golfo megarico. Il ramo meridionale venne anche portato a termine, senza che gli assediati avessero potuto evitarlo e Siracusa era sul punto di essere tagliata dalla campagna.

Allora arrivò l’aiuto ottenuto da Alcibiade da parte della città di Sparta sotto la guida dell’esperto Gylippos. Era approdato ad Himera ed aveva raggiunto da terra Siracusa. Tramite un sortita colse di sorpresa la fortezza degli Ateniesi sull’Eurialo e iniziò subito la costruzione di un muro di contrasto verso nord.

Lamaco era già caduta da tempo e Nikias richiese rinforzi e di essere sostituito lui stesso. Atene invio le truppe richieste e soldi e due strateghi, Demosthenes e Eurymedon, senza rimettere dal mandato Nikias. La situazione migliorò ma comunque non per mezzo dei nuovi aiuti. Dopo che gli Ateniesi avevano perduto la penisola di Plemmxrion all’ingresso del porto ed erano stati sottomessi a Demostene in un scontro marittimo, Nikias si dovette decidere ad abbandonare l’assedio dopo due anni di inutili sforzi. Nella primavera del 413 voleva uscire dal porto, allorquando lo spaventò una eclissi di luna. Secondo una vecchia credenza era del parere che l’impresa dovesse essere rimandata tre volte per nove giorni.

Nel frattempo i nemici bloccarono l’ingresso del porto che era largo un migliaio di metri tramite imbarcazioni incatenati l’una all’altra e costrinsero gli Ateniesi ad una battaglia navale nelle stretture del porto. La furba scoperta di un Corinto cancellò di nuovo la supremazia marittima degli Ateniesi, come era riuscito alla genialità dei Corinti in uno scontro precedente. Si erano legate alle navi siracusane lunghe travi fornite di punte di ferro, con le quali venivano affidate le navi nemiche nelle stretture all’interno del porto. La popolazione siracusana e l’esercito degli Ateniesi assistevano alla lotta nel porto grande, da cui dipendeva il destino di ambedue.

La flotta ateniese venne distrutta e con essi anche il predominio ateniese nel mondo greco. Secondo Tucidite questo fu l’evento più significativo della storia.

A Nilias non rimase altro che ritirarsi con i suoi 40.000 uomini all’interno dell’Isola. Sciolti in diversi mucchi, con i bagagli al centro. Venne iniziata la marcia dopo tre giorni. Ma la cavalleria e gli arcieri siracusani disturbavano i poveri fuggiaschi così tanto che non riuscivano ad andare avanti e non potevano procurarsi né cibo né acqua. Il nono giorno erano 33.000 dei 40.000  iniziali erano morti per le fatica, la sete, la fame e gli impietosi persecutori. I rimanenti dovettero arrendersi. Per la pietà Emocrate diede ai comandanti la possibilità di togliersi la vita da soli. Gli altri vennero rinchiusi dopo essere stati segnati a fuoco sulla fronte  nelle tenebre delle latomie e ivi lasciati alla disperazione per settanta giorni con pessime condizioni di cibo, accanto ai cadaveri dei morti e nella sporcizia. Dopo la maggior parte di essi venne venduta come schiavi e i rimanenti vennero lasciati altri due mesi nelle infernali carceri. Alcuni dei prigionieri sembrano essersi potuti liberare facendo conoscere ai Siracusani i canti di Euripede. Così termino l’insensata impresa iniziata nell’anno 413, che ruppe la rigoglio del mondo greco.

La democrazia siciliana in questo momento non sarebbe del tutto terminata se non si fosse eretto un altro vecchio nemico, Cartagine. Di nuovo era Segesta che come città elima-troiana, sempre in mezzo fra Grecità e Punicismo, che portò alla fine della tensione. Nelle sue eterne scaramucce con Selinunte si rivolse adesso a Cartagine. Quivi bolliva ancora nella famiglia dei Magon   la brama di vendetta per Himera e ciò portò alla decisione di intraprendere la spedizione.

 

 

 

 

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Annibale, il nipote dell’imerico Amilcare, approdò nell’anno 409 con un esercito si di grandezze cartaginesi a Morye, ad ovest dell’Isola, assediò Selinunte e la conquistò dopo una resistenza di nove giorni, prima che arrivassero i suoi alleati. Dopo la meticolosamente distruzione e saccheggio si riversò verso nord e preparò all’infelice Imera la stessa sorte. 3000 prigionieri li sacrificò ai suoi antenati caduti. Adesso la sua vendetta era appagata e ritornò a casa, senza mutare i vecchi rapporti. Al siracusano Emocrate provocò un’altra discesa dei Cartaginesi, che non consegnò la Sicilia agli Africani, ma al tiranno.

Rimasto disoccupato in seguito al suo richiamo da parte dei suoi avversari democratici dal suo incarico di condottiero della flotta nell’impresa spartana in Asia Minore, si recò nella Selinunte distrutta. Aiuta nella ricostruzione della città e azzarda un’incursione nel territorio punico.

Nel 406 Annibale ritorna in Sicilia per vendicare lo smacco fatto. La flotta siracusana cerca inutilmente di osteggiare l’approdo. Akragas è la prima vittima. Annibale sul punto in cui   non poggia come tutto il resto delle mura sul margine roccioso della terrazza naturale fa costruire una duna dell’altezza delle mura stesse. Ciò facendo viene distrutta la necropoli. Subito scoppiano delle malattie, per le quali muore lo stesso condottiero. Imilcare, il suo vice, blocca la profanazione delle tombe e fa delle offerte alle divinità, dopodiché le disgrazie cessano. Adesso però i Greci perdono il coraggio; gli alleati e alla fine gli akragentini stessi abbandonano la città. I cartaginesi si accampano per l’inverno nei palazzi reali della ultraricca Akragas. Nella primavera incendiano la città e assediano la città di Gela che era vicina a quella di Siracusa. Con ciò inizia l’ultimo periodo del periodo democratico di Siracusa.

Già Emocrate aveva cercato di porre fine alla democrazia, ma inutilmente. Uno dei suoi aiutanti aveva potuto evitare la propria morte nella congiura solo per il fatto che era stato dato per morto. Era un certo Dionisio, di mestiere scrittore. Adesso questi colse la buona occasione e pretese dai cittadini impauriti che i strateghi, che secondo lui non avevano compiuto il proprio dovere contro Cartagine, fossero puniti senza processo. Dioniso con questa richiesta illegale si procacciò un’ammenda, ma un ricco si prese il compito di pagarla come anche tutto ciò che ne dovesse conseguire. Questo era un segno evidente della decadenza interna della democrazia, la cui determinazione alla punizione era diventata già uno sportello a tariffe.

Passo dopo passo Dioniso si avvicinava sempre di più a diventare un tiranno. L’ultimo era anche il più esercitato, di farsi approvare con l’inganno una guardia del corpo e l’ottenere l’esecuzione sommaria dei nemici più pericolosi. Nominato stratega autocrate, non ebbe sì più successo dei suoi predecessori che  erano stati sostituiti e puniti tramite il suo operare, ma sapeva restare a galla, promettendo al popolino la distribuzione di beni e ai Cartaginesi la pace. Da tutte e due le parti ricevette quindi il titolo di tiranno.

I Cartaginesi si ritirano, dopo che il trattato di pace conferma loro le antiche relazioni e vengono riconosciuti loro alcuni nuovi tributi.

Adesso inizia per Siracusa un lungo periodo di tirannia che si va consolidando e inizi a far parte della vita, che ha sì poco da combattere contro resistenze esterne, che però nonostante ciò non si può sentire del tutto al sicuro. Perché gli spiriti liberi spariscono solo poco a poco.

La nuova tirannide era qualcosa di completamente diversa di quella pre-democratica. Questa aveva portato in giusta maniera – poiché il tiranno era ciò che poi sarebbero diventati tutti i cittadini – all’indipendenza di tutti gli uomini liberi, quella però doveva portare coscientemente con ogni mezzo alla distruzione dell’indipendenza. La cittadinanza era abbastanza matura per questo. Le idee, in cui si era ubriacata  in periodo non molto lontano della generazione precedente, non erano più delle forze vitali, bensì causa di stanchezza.

Adesso erano così grandi che senza tanta resistenza si lasciava ad un altro, ciò che si riteneva di impiccio.

La politica generale si abbassò in questo periodo di nuovo di un ulteriore gradino, sia nel singolo cittadino come nell’intero popolo.

Guardando indietro allo sviluppo che vi era stato fino ad allora dell’essere politico nella Grecia Occidentale diviene evidente, che l’allargamento della capacità di creare giustizia a sempre più ampie cerchie non è stata causata solamente dalle proprie forze. Perché ad ogni nuovo gradino raggiunto si mostra non solamente ristretta ed estraniata alle proprie origini divine, bensì nel contempo sempre più legata all’egoismo. Un specie di forza titanica squarcia il dono primordiale in pezzetti che diventano sempre più piccoli, mentre il la muffa titanica risale sempre di più alla superficie.

Nel momento in cui Dionisio attacca, fa uso dell’aiuto di strati delle popolazione, che sono incapaci di formulare essi stessi con i loro pensieri una legge e affidare ad essa le proprie volontà egoistiche. In questo modo inizia la titanica ottusità, a prendere la mano e raggiunge il sopravvento sul quadro d’insieme del vissuto.

Come già nei preparativi della tirannide, così procede a passi Dioniso anche nello rafforzamento e nell’allargamento del suo potere, costruendo l’uno sull’altro. Laddove Ortigia si restringe e si riversa sulla terraferma attraverso l’istmo, raggiunge un castello, in cui si rifugiava dopo ogni fatica per raccogliere nuove forze. Ortigia stessa la fece fortificare come una “città nella città” , nella quale potevano abitare solo i suoi incondizionati seguaci e i suoi assoldati. E alla fine anche Epilopai, la quinta città che faceva parte di Siracusa, venne recinta di mura e venne protetta dal ciclopico castello di Eurialo. Le mura che circondavano Siracusa era lungo adesso ben sette ore di marcia.

   

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L’enigma Sicilia pag. 24

 

Adesso, dopo la fortificazione di Siracusa, il tiranno iniziò a sottomettere la Sicilia greca e quella sicula e dopo anche la Magna Grecia, servendosi nella stessa misura della forza e dell’inganno, e il saccheggio dei tempi doveva sopperire ai costi della guerra ed alle altre spese.

Particolarmente depravate divennero le città dell’Italia  meridionale, come prima quelle siciliane, la sua alleanza con i campani, gli assoldati e i ladri sanniti. Tranne Thurioi e della futura Liburia (Terra di Lavoro), che dovette lasciare ai Campani, aveva conquistato adesso tutta la Grecia Orientale. Si spinse fino all’Etruria e coalizzò con i Galli. Sulla costa Adriatica fondò sulla foce del Po la città di Adria. Anche la città di Ancon viene ascritta ultimamente a lui, mentre è rimasto escluso dalla fondazione di Siracusa.

Ad est rimase sempre un alleato di Sparta e addirittura del re di Persia, cosicché Lisia potè chiamare Dionisio e il re di Persia i corruttori della Grecia e incitò i Greci alla lotta contro tutti e due.

Ad ovest il suo destino era legato fin dall’inizio e fino all’ultimo giorno con Cartagine in uno dei modi più curiosi. Già sette anni dopo questa città, senza volerlo, l’aveva aiutato a salire al potere, trovò favorevole di utilizzare il momento propizio a causa dello scoppio della peste in Africa per sopraffare la Sicilia punica con un potente esercito. Gli riuscì di raggiungere la punta occidentale dell’Isola, distrusse Mozia, viene però respinto dopo da Himilkon e deve ritirare le sue navi per via terrestre, lasciando a bocca aperta i Cartaginesi. I Cartaginesi assediano poi a loro volta Siracusa, ma la guerra finisce, come sempre, con la conferma dei vecchi confini e delle vecchie relazioni. Già quattordici anni dopo scoppia una nuova guerra cartaginese, che si svolge a sfavore dei Greci per tutti i quattro anni della sua durata.

Nel 368 Dionisio pensa che Cartagine sia così indebolita dalla peste da potere rischiare una nuova guerra. Sarà la sua ultima guerra. Poco dopo la sconfitta subita a Lilybaion muore nell’anno 367.

Dionisio aveva vissuto nella perenne paura, così forte, che lui, così si racconta, si lasciava tagliare la barba solo dalle proprie figlie e solo fino a quando erano piccole. Ha eliminato un numero infinito di persone, perché c’era la possibilità che una tentazione pericolosa li potesse fare avvicinare a lui. Un suo scudiero venne immolato perché aveva prestato la lancia al fratello del tiranno, quando questi, per chiarire un dialogo, volle disegnare una figura sulla sabbia.

 

 

L’enigma Sicilia pag. 25

 

Come una pesante tragedia pesa su Dionisio, che lui era capace di entrare come il più audace e il più grande saccheggiatore di tempi della cultura greca dei suoi tempi. Forza, tranelli, velocità  erano il suo forte, inutilmente cercò la saggezza. Nonostante facesse recitare le sue poesie dai migliori Rhapsoden, venivano lo stesso derise. Comunque le sue idee si adattavano così malamente al tiranno che dovette chiedere presto aiuto ai suoi amici. Secondo alcuni lo hanno riscattato dalla schiavitù, secondo altri lo hanno aiuto a fuggire.

Inutilmente Dionisio cercò di ricattare i loro segreti ai Pitagorici. Una volta fece un’imboscata ad un gruppo di loro che tornavano da una riunione. Gli uomini disarmati scapparono, arrivarono però su un campo di piselli e allora si fecero picchiare a morte piuttosto che andare contro i loro principi che vietavano loro di toccare piselli. Un uomo che accompagnava la moglie incinta, venne preso vivo con lei. Alla domanda perché i Pitagorici preferivano morire, piuttosto che toccare dei piselli, rispose: “Preferisco mangiare piselli, piuttosto che dirtelo!” La moglie si morse la lingua per la paura che si potesse fare sfuggire qualche cosa sotto tortura.

Dionisio scrisse commedie e tragedie. In una di esse descrive la tirannide come la madre di tutte le ingiustizie. Secondo le malelingue dei Siracusani, una di esse gli portò la morte. Aveva ricevuto il primo premio alle Lenäen, e dovrebbe aver bevuto così tanto dalla contentezza, che il sessantatreenne, che non c’era abituato e che viveva in modo straordinariamente modesto, morì per le conseguenze. Gli era stato predetto che sarebbe morto dopo la vittoria su un contendente a lui superiore. Poiché il premio gli era stato dato per motivi politici, i Siracusani videro in ciò la conferma del presagio, mentre Dionisio stesso l’aveva collegato sempre a Cartagine.

Dionisio II, figlio del defunto e la sua moglie locride, si vide improvvisamente all’età di 28 anni in possesso del potere, che non aveva potuto conoscere perché suo padre aveva tenuto lui, come tutti gli altri parenti, per paura lo aveva tenuto lontano dai affari di stato. Dion, fratello della moglie siracusana del padre e cognato di Dionisio II, non solo per la parentela, bensì per le sue grandi doti e per la sua cultura, coadiuvò il nuovo sovrano. Come scolaro e amico di Platone si era legato a lui durante le sue permanenze a Siracusa. Adesso organizzò un nuovo invito per il filosofo. Platone venne e il suo essere cambiò tutta  l’atmosfera nella corte siracusana. Il giovane principe sembrò trovarvi piacere, di cercare lo spirito meno nel vino quanto nella chiara disciplina del pensiero. Ma al filosofo Platone ne scaturì un  nemico nello storico ed esperto uomo di stato Filosto, lo stesso che aveva aiutato Dioniso I nell’ascesa al potere, prendendo a se la punizione del povero scrittore. Costui portò di nuovo il giovane Dionisio ai metodi pateni. Dione venne allontanato dalla corte e Platone venne presto licenziato. Nel 361, nuovamente invitato, durò poco fino a quando il filosofo venne costretto ad abitare in un appartamento di Ortigia, in mezzo agli assoldati a lui nemici, cosa che spinse Architas, a mandare in fretta un nave a Siracusa per mandare a prendere il suo amico.

 

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L’enigma Sicilia pag. 26 

 

Dion aspettò inutilmente il permesso di potere ritornare. Quando, invece di questa notizia, ricevette quella dello disponibilità da parte dello stato su sua moglie, contro il consiglio del suo insegnante, decise di ritornare. Dopo un viaggio avventuroso all’alba di una bella giornata, arriva a Siracusa, accolto come un liberatore e onorato come una divinità. Per caso il tiranno è assente, ma i suoi assoldati tengono la fortezza sull’istmo e l’acropoli. Nonostante il ritorno di Dionisio e nonostante la presenza di oppositori demagogici, Dion riesce a liberare la città. Il tiranno fugge nell’interna Lakroi che fa parte dei suoi possedimenti.

Però adesso si constata che la libertà che i Platonici cercano di realizzare, non corrisponde a quella che il popolo si attendeva. Il suo spirito regale voleva essere dominatore di un popolo che a quei tempi a Siracusa non c’era ancora. Senza i mezzi abituali della forza, solo con lo splendore delle sue doti voleva dirigere i suoi concittadini verso i suoi scopi e non aveva nessuna disponibilità a fare parlare coloro che non erano in grado di capire i suoi scopi. Il popolo però si aspettava il diritto all’autogoverno e soprattutto la distribuzione dei beni pubblici. Allorquando poté evitare la continua istigazione di congiure nel basso popolino da parte del suo principale contraente Herakleide che poté evitare solo con la sua esecuzione, da lui stesso eseguita, si dimostrò un grande errore. Ciò che da parte di Dionisio si accettava senza tante discussioni, sempre che non riguardasse se stessi, non si sopportava se fatto da Dion. Ne scaturì un tumulto che cercò inutilmente di assodare con grandi discorsi. Kalippos, che con lui era stato allievo del filosofo ateniese, e di cui si dice, sia stato con lui iniziato ai misteri eleusimischen, capì meglio di adattarsi ai tempi. Utilizzò in modo traditore la sua amicizia, fece pugnalare Dion il giorno della festa di Korefest e si fece tiranno lui stesso. Quando cadde anche li in mano omicida, gli succedette Hyparmios, figlio della moglie siracusana del vecchio Dionisio e a questo un altro figlio della stessa madre, Nisaios. Nel 347 Dionisio poté ritornare e nell’ebbrezza dell’atmosfera della corte vivere della disgregazione di ogni ordine.

Anche il caos delle forme di decadenza – come tutto il resto nella Sicilia di allora – nascondeva una certa regolarità, che mostravano le loro forze tramite l’auftreten delle due figure Dion e Dioniso II.

Dion si elevò ad alte vedute, non era però in grado, di realizzarsi nei crudi ingranaggi della politica contemporanea. Dioniso, che viveva nel ebbrezza delle festività, paralizzava nel momento in cui cercava di innalzarsi al di sopra delle loro sfere.

Il vecchio Dionisio aveva unito il Suditalia per mezzo di due legami con la Sicilia –uno tramite la sottomissione politica e poi tramite lo sposalizio con una della Locride, che aveva sposato oltre la moglie siracusana. Da Lokroi con la nuova consorte arrivarono disparati elementi di culto gynaikokrastisches che stava andando in decadimento. Da esso derivano le festività, durante le quali anche gli uomini portavano abiti femminili e anche il culto di Dionisio della corte di Siracusa, estremamente malandato, rimanda a epizephirischen Lokroi.

Però gli effetti di Pitagora e di altri grandi geni erano ancora presenti nel sottofondo e per un bel po’ sembrò che potesse di nuovo sbocciare per mezzo di una figura che ebbe la sua influenza per una decina di anno a Siracusa come un eroe risuscitato dei tempi antichi.

Timoleone, un nobile Corinto, per salvare la libertà della propria patria città, aveva ucciso il proprio fratello. Maledetto da sua madre per avere voluto questo fatto, voleva autopunirsi con la privazione del cibo, però, quando poco dopo i Siracusani chiamarono in aiuto contro il proprio tiranno i Corinti, colse al volo la possibilità che gli si offriva per servire alla libertà. Già dal primo momento aveva avuto una fortuna sfacciata. Si racconta che Kore stesso durante il suo viaggio gli abbia indicato con una fiaccola, come avveniva usualmente nei misteri,  la via per la Sicilia. Inutilmente Ikeras, un amico di vecchi tempi di Dion e attuale tiranno di Leontinoi,  cercò di ostacolare l’impresa insieme ad altri tiranni ed ai Cartaginesi chiamati apposta, in un primo luogo tramite inviati mandati a Corinto, poi dopo la prima stazione di Timoleone, a Taranto e infine per mezzo della forza delle armi. Ma tramite un tranello Timoleone riuscì a prendersi gioco della flotta cartaginese e raggiunse con i suoi 700 uomini Taoromenion, il cui tiranno gli era favorevole. Con il suo azione veloce conquistò anche la città di Hadrainos, in cui un attentato alla sua vita venne evitato con il fatto che l’omicida, nel momento in cui stava per estrarre l’arma cadde lui stesso vittima di una vecchia vendetta. In seguito a simili segni premonitori e successi, parecchi tiranni passarono a lato di Timoleon e lui marciò verso Siracusa che era la controfigura della infinita confusione della Sicilia greca: dalla parte del mare era assediata dai Cartaginesi, Iketas teneva i possedimenti dei quartieri sobborghi e il castello con l’Ortigia di Dionisio. Contro tutti questi erano però contrari i cittadini. Dionisio si decise alla fine per Timoleon e ottenne la libera ritirata con i suoi tesori. I Cartaginese si ritirarono anche inaspettatamente e il tiranno di Leontinoi si vide costretto a fare la stessa cosa. Siracusa che durante i periodi sfortunati si era semideserta, si ripopolò, poiché Timoleon concesse la i diritti civili a tutti coloro che chiedevano la propria protezione.  

 

 

L’enigma Sicilia pag. 28

 

Ma già nell’anno 342 approdarono di nuovo i Cartaginesi con un grande esercito – i motivi sono sconosciuti – e Timoleon li affrontò con un minor forza di un paese esaurito. Dopo che un predone di templi si era diviso da lui portando con se 1000 uomini, si venne alla famosa battaglia di Hiketos, dove Timoleon distrusse una flotta diverse volte più potente. Sorprese gli avamposti nemici mentre cercavano di attraversare il fiume e attaccò dopo la sua distruzione il grosso dell’esercito che nel frattempo era penetrato, che però lo avrebbe schiacciato se nel momento decisivo non ci sarebbe stata un temporale, che sbatté grandine in faccia ai Cartaginesi e preparò il loro affondamento con le acque che andavano ingrossando. La cosa peggiore per Cartagine però fu la perdita di 3000 cittadini che stranamente combattevano con l’esercito. Come sempre la pace venne conclusa con l’usuale conferma dei confini precedenti.

 

Timeleon si ritirò adesso da tutte le funzioni ufficiali. Con l’aiuto di altri due Corinti aveva reintrodotto la costituzione del vecchio legislatore Diokles. Secondo questa la massima carica era rappresentata da un collegio di sacerdoti, gli amphipolia di Geus olimpico, che venivano eletti dai membri di tre famiglie. Ad esso veniva affiancato il consiglio dei seicento che si componeva dai membri della classi superiori, e alla fine dall’assemblea popolare che disponeva dei minori diritti. Le altre città della Sicilia presero ad esempio la costituzione di Siracusa e sembrò che sbocciasse una nuova epoca di libertà. In realtà aveva ripreso vita una vecchia forma di libertà e questa poteva farsi valere solo fino a quando l’onorabile Timoleon, come vivente incarnazione dei vecchi tempi e della vecchia aristocrazia fosse stato presente e potesse chiamato a consulto. Poi però ritornò la realtà.

Come prima il passato, così adesso, essa veniva rappresentata da una singola figura.

Il ceramista Agathokles era figlio di un esiliato dalla Rhegion e di una donna della cartaginese Thermai, vicino a Selinunte. Crebbe in questa regione ed imparò da suo padre l’arte della ceramica. Nel 343, allorquando Timoleon teneva aperte per tutti le porte della città, vi arrivò e divenne una guida del popolino. Come tale dopo una rivolta viene condannato all’esilio e si mette al servizio di Taranto e in seguito di una fila di altre città, fino a quando come condottiero di un esercitò riuscì a prendere possesso di Leontinoi. Adesso tratta con il cartaginese Hamilkar costui impone a Siracusa il permesso per il suo ritorno. Giura nel tempio di Demeter, di non attaccare la costituzione timoleonica. Con una abile colpo di mano con un bagno di sangue ben calcolato si mette in mano il potere e se lo lascia confermare dal popolo. La vecchia costituzione la lascia momentaneamente valida nelle forme e nelle apparenze.

Poiché Hamilkar tratta sempre di nuovo in favore di Agatoklrd, i Siracusano incomiciano ad avere dei presentimenti. Il tiranno vuole prevenire questo presentimento e le richieste di gratitudine che ne verranno da parte di Cartagine e assale e devasta la Sicilia punica.

Non riesce però a porre resistenza ad Hamilkar chiamato in aiuto ed alle città greche che si era fatto nemiche e sconfitto, si deve ritirare a Siracusa. Qui allestisce subito una flotta, tenendone  nascosto anche nella cerchia più intima il suo scopo. I mezzi se li procurò tramite ruberie nei templi e con azioni di forza e di furbizia arrivando anche all’esproprio dei beni degli orfani. Riesce a salpare nel 311 e i Cartaginesi si accorgono troppo tardi che prendi la direzione dell’Africa. Dopo sei giorni approda nelle vicinanze dell’odierno capo Bon e brucia le navi per togliere ai soldati la speranza di potere ritornare.

Subito inizia a fare delle conquiste nelle zone sguarnite da Cartagine e a cercare degli alleati fra i suoi nemici.

In Sicilia nel frattempo gli strateghi del tiranno continuano a seguire le sue intenzioni anche in mancanza della sua presenza, mentre il comandante cartaginese si dimostra il comandante di tutto l’esercito.  Questo va in decadimento e con esso le conquiste fatte fino ad allora, allorquando la parte principale dell’esercito di Hamilkar, fatta prigioniera, viene mandata in Africa.

Ma anche qui Agathokles dovette riconoscer l’utilità delle sue innumerevoli malefatte (Greultaten) in terra straniera e si decise a fuggire.

Già una volta si era spostato in Sicilia, ma era stato necessario richiamarlo subito. Allorquando il suo figlio maggiore notò l’intenzione della comune definitiva fuga del padre e del fratello più piccolo, vi si oppose. Allora Agathokles immola i suoi due figli e fugge da solo. L’esercito tradito si vendicò sul fratello e si arrese agli Africani. Il tiranno si vendicò a sua volta trucidando i famigliare dei suoi soldati lasciati in Africa. Un altro grauenhaftes bagno di sangue la fece nell’amica Segesta, con cui riprese le sue attività in Sicilia.

 

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La conclusione di pace con Cartagine confermò secondo un’usanza secolare gli antichi confini dei possedimenti di entrambi.

Timoleon era morto lo stesso anno in cui ad est Alessandro prese la supremazia.

Agathokles iniziò la sua avventurosa carriera, quando i Diadochen riempirono i paesi greci con le loro guerre. Il tiranno siciliano intraprese con loro variegati rapporti e allacciò con loro dei rapporti di parentela in aggiunta a quelli di razza preesistenti. 

Agathokles sottomise a se oltre Agrigento tutta la regione della sfera di predominio di Dionisio.

La conclusione del lungo periodo di predominio della forza in Sicilia, sottomettendosi alla forza del destino, dovette tralasciarlo a colui che fu temporaneamente suo genero, al re Pyrrhos. Durante i preparativi di armamenti contro Cartagine morì nel 289 all’età di 72 anni – alcuni credono avvelenato – altri gli avrebbero concesso una morte naturale. I suoi concittadini diedero sfogo ai loro sentimenti, rendendo a pezzi le sue rappresentazioni e vendendo i suoi averi. Gli eventi messi in moto da lui non poterono essere fermati con essi. I Siracusani si rivolsero nel loro stato di bisogno a Pyrros, che, proprio in quel momento avvinghiato in una serie di battaglie senza frutto, era lieto di potere intraprendere un’impresa che prevedeva più favorevole.

Pyrros trova in Sicilia le città greche disposte a sottomettersi. Nel 277 gli riesce di portare così avanti l’impresa iniziata da Agathokles che Cartagine viene schiacciata fino a Lilybaion. Ma nell’atmosfera presa dai soprusi perse la sua precedente essenza mite e molto cordiale e prese il carattere tirannico del suo predecessore, cosa che i Greci sopportavano molto poco di lui, cosicché preferirono coalizzare con i Cartaginesi. Allora lasciò il campo di battaglia ad altri e ritornò in Italia.

Adesso incomincia un periodo completamente diverso sotto Hieron II. Questi, un ufficiale di provenienze incerte, che aveva combattuto sotto Pirro, diventa stratega contro i Mamertini, assoldati campani, che nel loro modo usuale aveva puntato sul possedimento di Messina  e minacciavano di fondare un regno. Per mezzo di un colpo di mano senza spargimento di sangue si impadronisce del potere e nel 275 si lascia nominare unico stratega.

I Mamertini chiamano in aiuto Cartagine e un partito fra di loro nel contempo Roma. Adesso inizia questa a prendere il sopravvento nelle questioni della Sicilia e prende come erede della continuazione della secolare lotta contro Cartagine. Durante una marcia verso Messina Hieron viene sorpreso da Appius Claudius e costretto alla stipula della pace. Fu la sua unica guerra durante la sua dominazione che durò più di mezzo secolo.

 

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Siracusa sotto Hieron II da un centro di potere passa a diventare un centro di cultura. Dai tempi di Hieron derivano molti dei monumenti che si conservano ancor oggi, e nella corte o sotto la sua protezione vivono molti uomini, il cui nomi hanno ottenuto una fama incancellabile in tutto il mondo culturale, fra di loro il poeta Theokrit – che ebbe una parte importantissima nella costruzione della scuola alessandrina – e il grande matematico e fisico Archimede. Qualcosa dell’essenza del periodo di Hieron I sembrava essere risuscitato.

Hieron era in rapporti amichevoli con Roma, Cartagine e l’Egitto. La sua amministrazione statale era così eccellente, che fu poi ripresa dai Romani. Ma ciò che sotto Hieron si rivelò come benedizione, una volta adattata da Roma si riverserà contro il paese.

Dal 248 Siracusa Siracusa era stata liberata dal dovere di versare un tributo a Roma tramite un nuovo contratto, e Hieron da quel momento in poi venne visto come un alleato. Le condizioni mostrano però che la coalizione era nata dalla furbizia di uno solo e non dal volere dei tempi.

 

Suo figlio, Gelone II, con cui divideva la supremazia, era per Cartagine e solo la sua morte evita la rottura con i Romani, cosa che avvenne alla morte del novantenne Hieron.

 

Suo nipote Hieronymus poté solo intraprendere l’ultima fase della storia siracusana sulla scena mondiale che era iniziata con grande splendore con la vittoria sui Cartaginesi di Gelone I. L’ultimo sovrano si mise in moto aperto a lato di Cartagine e si rivolse contro Roma che era incalzato da Annibale. Un omicidio, la cui matrice si ritiene in Roma, pone fine alla giovane vita. La città resistette, grazie alla macchine di difesa di Archimede, ancora per più di due anni. L’assedio dovette essere interrotto temporaneamente dopo otto mesi di infruttuosi sforzi. Tramite un tradimento cadde poi la città, dopo che le periferie per trascuratezza erano cadute nelle mani del console Marcello. Archimede durante i saccheggi venne ucciso da un soldato romano e con ciò termina la storia di Siracusa.

 

Dopo che Siracusa aveva fatto parte per mezzo millennio dei più importanti luoghi di cultura del mondo ellenico e dopo essere stata per un quarto di millennio un centro della storia mondiale, la sua regione diventa Ager Publicus di Roma e il suo onorevole compito diviene quello di riempire le pance dei Romani. La cultura si spegne in fretta, cosicché già Cicerone dovette riscoprire la tomba di Archimede.

 

Ma è cose se nel buio la  storia, paralizzata alla luce del giorno, fosse continuava lo stesso. Cosicché sotto il dominio romano scoppiarono in Sicilia le più grandi guerra di schiavi dell’antichità che  portarono alla fondazione di veri stati. La prima rivolta scoppiò contemporaneamente ad un’eruzione dell’Etna nel 139 a.C. nel centro dell’Isola, a Enna, il vecchio centro del culto di siciliano di Demeter. Un veggente emago, Ennaios, si elesse a re del stato ben organizzato degli schiavi. Il grande impero romano subì diverse sconfitte, fino a quando dopo sette anni poté essere sconfitto. La seconda rivolta scoppiò nella zona della futura Caltabellotta, nella Triòcola di allora. Anche questa città aveva un famoso veggente e profeta come capo, Salvius,  al quale si alleò l’astrologo Athenios. Il suo esercito era formato da 20.000 soldati e da 2.000 cavalieri. Solo dopo cinque anni si riuscì a conquistare lo Stato degli schiavi facendo loro patire la fame. Migliaia di soldati che si erano arresi con la promessa che sarebbe stata loro risparmiata la vita, furono mandati a Roma per combattere contro animali feroci. Essi volevano morire da uomini però, si misero in fila e uno uccise l’altro fino a quando rimase il capo, Satyrus, che si suicidò.

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Nella Sicilia precristiana si divulgò la forza formatrice e legale dello Stato che traeva le sue origini dalla volontà degli dei annunciato dal loro oracolo su tutti gli strati sociali fino ad arrivare agli schiavi.

Allorquando la cerchia degli uomini liberi, che tramite un legale culto privato aveva un contesto con le forze degli antenati divenne di un numero troppo alto, e il popolo privo di terra e i tiranni ladri di templi usurparono il potere, allora cambiò il carattere e la direzione dello sviluppo avuto fino ad allora.

Fino a questo punto, da un gradino all’altro, si erano sviluppate nuove forme sociali, ma da adesso in poi il tempo lavora all’indietro. Per primo si ripetono esteriormente le forme della tirannide predemocratica e così anche certe forme di vecchi culti non più compresi e per questo profanati. Lo stesso Timoleon non riesce a fare di meglio che far rivivere cose vecchie. Siracusa e tutta la Sicilia ellenica retrogradano a tal punto che con le vecchie forme di culto che si erano conservate di Cartagine si allea con essa contro Roma.

Allorquando appaiono gli schiavi come forza legale, si rifanno alla vecchia magia. Lo spirito che è diventato inattivo retrocede.

Roma che aveva ereditato l’eterna lotta contro cartagine, fu sconfitta da questa legge che vigeva in Sicilia nonostante i suoi successi esteriori.

Gli elleni – tranne forse il mezzo-cartaginese Agatocle – non cercarono nelle discordie con Cartagine la sua distruzione. I loro scopi erano altrove.

Una volta era stato il loro più grande orgoglio, dopo la vittoria di Himera, di avere imposto ai Cartaginesi il divieto del culto delle offerte umane come condizione per la pace. Non appena Roma distrugge Cartagine, iniziano a Roma le offerte umane nella forma più brutale delle lotte di gladiatori, come dimostra il caso delle migliaia di schiavi fatti prigionieri.

Prima che Siracusa divenisse romana, si registrò lo stato di equilibrio fra le forze progressiste e quelle reazionarie e portò ad essere quella malinconica bellezza, quella fioritura della cultura assorta alla magnificenza per mezzo della rassegnazione sotto Hieron II. In essa si consumarono i resti delle forze culturali creatrici della grande città greca.

 

Se si va oggi da Orgia verso Eurialo, si cammina sulla nuova strada per quasi due ore per un paesaggio desolato, costellato di sparse masserie, fino a quando si incontra il vallo di pietre che è scaturito dalle rovine delle vecchie mura. Divide oggi, come allora le mura, la terra fertile dal territorio della vecchia città. Fino ad esso si spingono le sempreverdi piantagioni delle genti operose.

Quando essi la sera ritornano a casa nei loro alti ed esili carri tirati dai muli dal pelo luccicante, ritti sui loro sedili nonostante il duro lavoro compiuto, allora si crede, in questo momento, di vedere di ciò che rimane all’interno del vallo una eterna nostalgia: un pezzo di vita conservata dei gloriosi tempi di Siracusa.


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L’enigma Sicilia

di Friedrich Häusler

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