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Due Sicilie
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Dino Audino, un sogno sidernese presto svanito

di Nicola Zitara

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Siderno, 8 Febbraio 2009

Negli anni che seguirono la guerra d'Africa, anni in cui la guerra era diventata la via per uscire  dalla grande crisi mondiale, Siderno prese a rianimarsi, a farsi più vivace e più accogliente. Si mise in vetrina sul Corso. La nuova chiesa, decentrata rispetto a Piazza Portosalvo, già mezza costruita accanto a quella di età borbonica, si esibiva quasi in segno di una nuova, italianamente ordinata importanza del paese. 

Arrivarono il giradischi e gli altoparlanti che, piazzati sull'architrave degli alti portali del negozio Bava, diffondevano musica leggera sul tratto più frequentato e salottiero del Corso.  Arrivarono anche i coni gelati e il banco frigorifero. L'asta metallica mossa da un motorino  sostituì il lavoro umano nel far ruotare il pozzetto con le creme da gelare. Le donne abbandonarono i monacali abiti della tradizione e misero abiti alla moda. Arrivarono - non in paese, ma a  Reggio e Messina -  le prime merci a prezzo fisso. 

Chi andava a Reggio dedicava qualche tempo a visitare l'Upim e la  Standa. Svagarsi facendo un po' di shopping a poche lire fu una novità assoluta. Il paese giovane è ancora  vecchio, come quando le novità non bastano a vincere la disoccupazione e la miseria. C'era ancora il risparmio sotto il mattone, il litigarsi il soldo, le alici a otto soldi, la famiglia quasi un blocco militare in difesa dell'incerto domani. 

C'erano i vecchi mendichi in giro per il paese ma c'era anche la moda che pretendeva d'entrare in scena. Non che prima la moda non ci fosse, solo che cambiava a ritmi pluridecennali. I massari, che pure qualche soldo da spendere l'avevamo, ed i contadini erano immediatamente riconoscibili da tante cose, ma soprattutto per l'antichità della loro giacchetta e dei loro calzoni fine Ottocento, pre-terremoto e pre-guerra mondiale. In contrasto con costoro erano i vestimenti dei marittimi. Giaccone a scacchi colorati, caldi giacconi di pelle, cappelli a larghe tese (e loro fortunati), d'estate non più la giacca nera di lana, ma leggere giacchette, di un grigio stralucido, che pareva fossero di ferro. 

Certo il  vecchio resisteva anche fra i ricchi. Donna Giuseppina Bello, vedeva del sindaco Campoliti, come dire la prima dama del paese non solo per ricchezza, quanto  maggiormente per essere la nipote del Martire - una donna generosissima e solerte nel mettere mano al portafogli quando si trattava delle patrie glorie. Il monumento ai caduti, opera dell'insigne scultore Guerrisi, fu un suo  dono personale al paese.  

Se non ricordo male la cifra sborsata fu di 500.000 lire del tempo (cinquecento tomolate di oliveto, un latifondo).  Ebbene questa signora, onorata in tutt'Italia, che certamente aveva girato come pochi in paese, vestiva ancora i due pezzi, la gonna e il corpetto, in testa il fazzoletto. 

La sua immagine mi è rimasta fortemente impressa nella memoria per la bellezza della seta nera con cui erano confezionate la sua sottana e la sua camicetta di vedova. Anche la mia nonna, che era della stessa generazione, vestiva i due pezzi. E non era certamente una paesana. Aveva viaggiato in Italia e all'estero sempre con un abbigliamento simile a quello di donna Giuseppina. Unica diversità, non portava il fazzoletto in testa, ma un cappellino con la veletta.      

Il mondo cambiava. Il cambiamento si vedeva nei contrasti. Il vestito da maddamma conviveva con le prime gonne al ginocchio e del tutto con qualche signora in pantaloni. Cambiava soprattutto il modo di costruire le case e i palazzi; cambiavano i percorsi stradali e ferroviari. Il ricordo di questo cambiamento lo lego ad alcune precise vicende. Ogni anno mio padre andava a far incetta di favette per l'alimentazione animale nel Marchesato di Cotrone (come al tempo si chiamava). 

Partivano lui e cinque o se operai a bordo di una vecchia macchina e di un camion 1915 con le ruote piene, il cambio delle marce all'esterno, sulla fiancata, e qualche metro di cellofan come parabrezza. Per raggiungere Cotrone era necessario salire da Mammola verso Fabrizia, da lì scendere verso Catanzaro, da Catanzaro raggiungere Strongoli e quindi ridiscendere. Le favette arrivavano a Siderno per ferrovia, ma il camion per portarle dai campi in stazione era necessario tirarselo dietro da Siderno. 

La questione meridionale era anche questo: lo sviluppo di un sistema ferroviario (sicuramente migliore di quello attuale) per raggiungere rapidamente Napoli, Roma, Milano, e la mancanza di una viabilità stradale per i traffici interni (basti pensare che la galleria della Limina, è arrivata circa 140 dopo la galleria del Fejus e 60 o 70 anni dopo l'inaugurazione del raccordo ferroviario Catanzaro Sant'Eufemia (prima bisognava raggiungere Metaponto, attraversare longitudinalmente  l'intera Lucania, per arrivare a Battipaglia e inserirsi sulla ferrovia per Roma). 

Queste vecchiezze non erano ancora finite  allorché conobbi Dino Audino. Fu come al solito nello studio del prof. Brugnano. Eravamo già in guerra. Io e qualche mio coetaneo stavamo seduti a un tavolo appartato a fare i compiti: lunghe costruzioni dirette dei poemi omerici, lunghe traduzione del  De bello gallico e del De Bello civile, faticose traduzione dall'italiano in latino, le prime traduzioni dal greco. Un martirio. Mentre noi ragazzi zappavamo con la penna, giovanotti forniti già di pantaloni lunghi, si avvicendavano, un'ora dopo l'altra, alla scrivania di Brugnano. Ricordo quasi tutti. In paese era difficile ignorare chi fosse l'altro. 

Dino Audino invece non lo avevo mai incontrato. Era giovane alla moda, fresco di doccia, profumato,  pareva venisse da Torino. Portava dei pantaloni di flanella grigia e una giacca sportiva di pied-de-poule. Una roba del genere in paese l'avevano soltanto il marchese Ramirez e il suo indivisibile compagnone, Ciccio Grande.

In effetti Dino apparteneva alla famiglia più ricca del paese, una ricchezza fresca, fatta con l'industria e il commercio, e andando avanti,  ulteriormente sostanziata con uliveti, agrumeti, vigneti, contanti. Di questa famiglia sapevo parecchio, perché la famiglia di mia madre e la famiglia Audino avevano abitato due appartamenti dello stesso palazzo. Mia madre giovanetta più di una volta aveva accompagnato la signora Audino a Catanzaro, per assistere a una rappresentazione teatrale. Partivano un pomeriggio in treno portandosi dietro lenzuola e cuscini per non doversi scontrare con le cimici che infestavano le stanze d'albergo. E tornavano la mattina successiva. Usanze cittadine. Infatti la mamma di Dino veniva dall'Emilia. 

Non ricordo d'averla  conosciuta, morì prima che crescesse Agostino, l'ultimo dei figli, mio coetaneo. Conoscevo invece don Antonio, rimasto vedovo.  Mio padre andava qualche volta a trovarlo e mi portava con sé. Chiacchieravano per un oretta. Massoneria? Politica? Affari? Non avevo  l'età per capirlo.  Mi è rimasto impresso invece il suo gozzo, molto visibile nelle persona magra. Di don Antonio ricordo anche la calma olimpica, la voce bassa e pacata, la penombra del suo studio, la saracinesca interamente abbassata, la finestra con le tendine, l'enorme silenzio che pervadeva la casa. Lì non c'era il minimo segno di un qualunque lavoro, tranne quello delle registrazioni contabili. Lo stabilimento era lontano forse duecento metri, tutt'intorno al palazzo si elevano alte colline di nozzulu (sanse). 

I carri arrivavano ai corridoi viari lasciati aperti, la sansa veniva insaccata, gli operai si caricavano i sacchi sulle spalle e risalivano la collina che loro stessi avevano eretto. Giunti in cima vuotavano il sacco, poi  si sedevano sul bordo della terrazza e si lasciavano scivolare giù. Erano dello stesso colore del nozzulu e conditi  come un otre d'olio sballottata dall'asino che lo trasporta.   

Gli stabilimenti per l'estrazione dell'olio dalle sanse destinato alla saponificazione, in questa zona erano due, entrambi ubicati a Siderno. Quello Gaslini e quello Audino. Ciò dava al paese una centralità commerciale che, poi, chiusi i due stabilimenti, andò diminuendo velocemente (una caduta bene o male tamponata dall'ospedale) per essere riconquistata soltanto di recente con l'apertura della strada della Limina.  

Siderno è nata in funzione della domanda esterna di olio ed è vissuta di questo per oltre due secoli. Prima la domanda francese di olio per le lucerne e come lubrificante, poi, unificata l'Italia, la domanda genovese di olio alimentare e di olio per la saponificazione.

I due stabilimenti chiusero battenti allorché la guerra interruppe le comunicazioni ferroviarie con Genova. Quando i bombardamenti si fecero più pesanti, gli Audino scapparono da Siderno, con che mezzo non so o non ricordo, e approdarono in Emilia presso i parenti della signora scomparsa. Non tutti però. 

Dino restò qui a curare gli interessi familiari. Il capitale liquido della Ditta si accumulava inoperoso in banca, le cisterne erano colme d'olio lampante, siccome in famiglia il paternalismo padronale era una regola da rispettare, gli operai, quantomeno quelli più legati alla fabbrica, continuavano a essere pagati. Arrivati gli angloamericani, pacificato il Sud fino a Napoli, Dino, ancora un ragazzo, ebbe il lampo di genio che distingue il "Cavaliere d'industria" dagli altri uomini. Mise su un saponificio, chi disse raccattando i pezzi da saponifici bombardati, chi disse comprando dalle Ferrovie un intero impianto diretto in Sicilia ma rimasto bloccato in Calabria dall'interruzione dei binari, chi suggerì altro. 

Con questo impianto prese a valorizzare l'olio giacente nelle cisterne. Per la prima volta nella storia moderna, Siderno chiudeva in loco tutto il ciclo dell'olio e realizzava  l'intero valore aggiunto. Dalla Sicilia e credo da altri luoghi giungevano le paranze a caricare. Calavano l'ancora, e come in antico, le barche da pesca facevano la spola tra la riva e il bordo del vascello portando cassette di sapone.

Gli Audino partiti tornarono che la guerra non era ancora finita, non so attraverso quale via. Infatti rividi il mio coetaneo Agostino a scuola. Non ci amavamo con Agostino. In fondo neanche ci conoscevamo. L'antica guerra tra le rughe Portosalvo e Stazione, la successive guerre calcistiche. Facevamo la stessa classe ma in due diverse sezioni. 

La notizia che don Antonio era morto lontano dal suo paese fece dimenticare precedenti avversioni. Divenimmo amici. Amici anche con Dino. Il quale, come insegnate di guida, ebbe molto più successo con me che con Agostino. "Caterina" la vecchia balilla, era divenuta uno strumento per la diffusione dell'automobilismo pre-maggiore età. Poi il fratello maggiore, Carlo, s'incazzò, e ce la tolse dalle mani.  Ormai gli Audino erano molto più ricchi di prima.

Ma non andò avanti come tutto lasciava immaginare. Carlo mise sul fuoco più pentole di quante il fuoco potesse far bollire. Bisognava acquistare macchine più moderne, avere un prodotto competitivo, ma non lo si fece. Improvvisante Dino morì. Il sogno sidernese tornò al suo posto: tra le nuvole, dove abitano le speranze senza uomini capaci e volenterosi.













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