L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


Una glossa a Costanzo Preve

La globalizzazione e l’eredità storica e teorica del marxismo e del comunismo.
Note di orientamento. "Indipendenza", Gennaio-febbraio 2002

di Nicola Zitara

(scarica l'articolo in formato RTF o in formato PDF)


Siderno, 10 Giugno 2002

1 - A Costanzo Preve bisogna essere grati per il suo insistente riandare al tema interfacciale della teoria sociale e della rivoluzione politica, e per il suo arioso e illuminante impegno critico. Credo però che in Italia ci vorrà ancora parecchio prima che emerga dalle viscere della società un bisogno di cambiamento. Il passaggio delle regioni padane da un assetto prevalentemente agricolo alle glorie del miracolo economico, la non meno gloriosa nuova condizione di paese esportatore di manufatti, dopo cento anni di umilianti importazioni pagate con l’esportazione di anime, hanno ancorato la politica delle classi subalterne – quelle occupate e anche quelle senza alcuna speranza di ottenere un lavoro – a una divertente forma di rivoluzionarismo parolaio, ben assestato su un oggettivo riformismo. Ultimamente, poi, i governi di sinistra, o quasi, ben diretti da un banchiere - nazionale in quanto a inni e global-capitalistico per quel riguarda la sostanza politica - ci hanno accompagnato passo passo dal riformismo all’oblomovismo dalemino. Fortuna vuole che la vittoria elettorale di Berlusconi costituisca una seria insidia per il pacifico godimento delle greppie televisive romane. Dopo la sconfitta, i ruminanti sono partiti alla riscossa sotto l’alta guida di Eugenio Scalfari, il Fondatore di la Repubblica. Nani Moretti s’è incazzato, Cofferati è sceso in campo e, sparando a salve antichi concetti, ha ri-mobilitato le masse. Ciò creerà un pò di casino, qualche ministro già trema, qualche metalmeccanico – autentico uomo delle caverne – s’illuderà che l’Italia pensa a lui, ma nella sostanza tutto resterà in bell’ordine. Conosco la sinistra italiana dal tempo in cui coloro che erano stati i fieri oppositori del regime fascista si sfasciavano delle sedie in testa, a chi dovesse ascendere al remunerativo incarico di Consultore Nazionale. Purtroppo la sinistra storica meridionale è il prolungamento corrotto di una concezione riformatrice di rapporti sociali che al Sud non sono mai esistiti. Personalmente, ciò che accade da Gaeta in su, ormai, mi riguarda soltanto come curiosità, come telenovela raccontata dai telegiornali all’ora di pranzo e di cena. Per il resto - che poi sarebbe la parte importante - non do credito ai rivoluzionari miliardari di Saxa Rubra, né alle intemperanze di Nanni Moretti. Rutelli o Berlusconi sono per me lo stesso folclore che, di diverso, ha soltanto le facce, l’una cinica e l’altra impudente. Troppo poco perché sia politica. D’altra parte nella Padana si sta fin troppo bene perché a qualcuno venga voglia di cambiare le cose. Il resto d’Italia non fa storia. La mobilitazione in atto nella sinistra ci darà al massimo qualche indulgenza a favore dei rivoluzionari televisivi, magari accompagnata dall’assunzione, sempre alla Rai Tv, di un qualche pronipote di Antonio Gramsci, richiamato "dalla Russia con amore".

Spero, invece, dai no-global. Ma non so cosa. E sebbene mi sforzi di cogliere le idee di quelli che stanno a sinistra, riesco a capire soltanto qualcosa del progetto cattolico. Forse la fede non muove le montagne, ma sicuramente muove gli uomini (nel bene e nel male). Adesso la parola è metània. Non so se viene direttamente dal greco classico o se si tratta di un neologismo composto con termini greci. Comunque sia, nei rapporti tra due culture, mi hanno spiegato, significa: io do una cosa a te, e tu dai una cosa a me, non necessariamente di eguale peso o valore. Bene! C’è però da eccepire che quella cattolica è una fede teocratica, prima d’essere una fede morale o politica. Per cui, c’è anche da chiedersi quanto dell’attuale no-globalismo cattolico resterebbe in vita, se per caso il successore di Giovanni Paolo II - che il no-globalismo cattolico l’ha costruito con le sue stesse mani - arrivasse in trono portando idee diverse.

Se, però, lasciamo l’Italia alle contese tra il Berlusca e i suoi detrattori, il panorama cambia. Oggi il mondo si è fatto piccolo, come capitò nel triennio 1917-1920. Fuori delle beatitudini occidentali, la guerra in itinere nasce dalle cose – dal diverso grado di sviluppo delle nazioni. Le tensioni di tipo propriamente antimperialistico hanno superato in più di un luogo quella linea, fino alla quale la febbre può essere curata con il chinino. Ciò mi permette di trascurare il teatrino italiano e di badare a quel che succede nel resto del mondo, ben sapendo che, prima o poi, esso rovescerà le sue decisioni sull’antico e dormiente popolo suditaliano, al quale appartengo.

Incalzato dagli argomenti di Preve, provo a mettere ordine nelle mie idee a proposito della prassi mondiale. Lo farò in modo semplice, per non intrappolarmi in concetti che poi non saprei adeguatamente padroneggiare, ma tenendo ben chiaro in mente che il presente è figlio del passato: un passato di eventi e un passato di idee. Con il che voglio dire piattamente che chi da Reggio Calabria vuole andare a Malta deve sapere che il punto da cui si parte è il porto e non l’imbocco dell’autostrada per Milano.

Ciò premesso, procedo alla riflessione.

2 - In secoli, per alcuni lontani, per altri vicini o del tutto vicinissimi, i paesi occidentali sono transitati dal possesso feudale, dalla servitù alla terra, dal tributo signorile allo scambio monetario, alla libertà di spostarsi sul territorio, a quella di vendere le eccedenze agricole e il tempo di lavoro, alla proprietà piena ed esclusiva sui beni mobili e immobili - ivi compreso il danaro - alla mobilità verticale, ai diritti naturali dell’uomo e del cittadino. Nei secoli scorsi, la facoltà giuridicamente riconosciuta e tutelata di vendere il tempo di lavoro e i prodotti del lavoro - ambiguamente accompagnata dall’esazione tributaria di surplus da astinenza, che l’opera degli Stati trasformava in accumulazione primaria a favore della borghesia degli affari - ha valorizzato il capitale e stimolato l’allargamento della riproduzione; cosa che, a sua volta, ha stimolato il progresso tecnologico imprimendogli una velocità crescente. I risultati hanno scavalcato persino l’immaginario di chi è nato prima della grande trasformazione. La divisione del lavoro è pervenuta a livelli molecolari. La produttività pro capite si è elevata in misura esponenziale. I lavoratori si sono liberati dalla fatica muscolare e dalla pesante manualità del lavoro. I costi di produzione si sono vertiginosamente abbassati. L’atavica miseria e la malattia sono state vinte, il tenore di vita medio, oggi, è cento volte migliore che al principio del XX secolo. Questo immane progresso si è sedimentato, diventando un carattere distintivo dell’occidentale, dell’amerikano.

Basta questa sola espressione per fare emerge un primo fatto politico, di cui va tenuto il massimo conto: quasi mezzo miliardo di uomini bianchi, che fino a quindici anni fa vivevano, da rossi, una passabile condizione economica, stanno retrocedendo a meri visi pallidi, a causa della fame capitalisticamente sopravvenuta. Cosicché dobbiamo subito chiederci se questi visi pallidi si sono rassegnati e chiederanno a sé stessi di aspettare a tornare uomini di razza bianca, o se presenteranno il conto a qualche altro corpo sociale. E se lo faranno bussando alla sua porta con le nocche delle dita o sfondandola di nuovo.

Bisogna peraltro precisare che l’espressione "uomo bianco" è giustamente desueta. Conta infatti il benessere materiale di una popolazione, un privilegio che non è più dei soli europei. Altri popoli li hanno copiati con successo. La storia diventa ragione di vita e dovunque la morale corrente assegna al benessere materiale il carattere di valore primario dell’esistenza individuale e collettiva.

So che questo approdo della morale universale suscita larghe perplessità e timori forse non infondati. E'tuttavia un fatto evidente, non contestabile. Per un altro verso, il grado di benessere di ciascun popolo determina anche il suo grado di umanità. Anche questo è un fatto evidente, non contestabile. Se un palestinese ammazza un israeliano, è un terrorista, ma se un israeliano ammazza un palestinese, è un soldato. Se dei fondamentalisti islamici buttano giù due moderni grattacieli e ammazzano tremila persone, è obbligatorio che l’ecatombe ci commuova, ma, se delle bombe marca USA ammazzano una quantità imprecisata d’afgani, possiamo anche non commuoverci. Anzi, insaporiamo la notizia con il formaggio finto parmigiano e ingolliamo la quotidiana razione di pasta al pomodoro.

L’unificazione dei livelli umani dipende essenzialmente (o preliminarmente) dalla diffusione del benessere. A sua volta, ciò comporta l’abbattimento alla radice del sistema capitalistico. Cercherò di spiegare il concetto.

Nella prima fase della modernità mercantile (tra i secoli XII e XIV), l’Europa ha restaurato il diritto romano e i suoi vari istituti, principalmente il diritto di proprietà: privato, pieno, alienabile, ricadente sulle cose e sul tempo di lavoro (locatio operis, essendo la locazione di sé stesso l’identica cosa che il darsi in schiavitù, cosa non ammessa dal diritto romano per i cittadini di Roma; servitus in fac endo consistere nequit), nonché il diritto delle obbligazioni. I due antichi istituti giuridici, intrecciati fra loro, conferiscono al capitale la base formale de "il potere di comandare lavoro" (Smith): ovviamente sui diseredati, sui nullatenenti, sui proletari. Ora, questo versante della modernità non è stato valutato positivamente da tutti. Anzi in Europa (più dimessamente in America del Nord) la restaurazione del diritto romano si è scontrata con importanti correnti filosofiche e con la morale popolare, imbevuta delle idealità evangeliche propalate dalla chiesa cristiana ininterrottamente nei secoli, con il fine di legare a sé le masse. Non essendo un elemento essenziale dell’antropologia culturale europea, alcuni filosofi hanno concepito dei sistemi sociali egualitari. Tali prodotti sono delle astrazioni intellettuali, però ancorate a quel che la gran massa della gente avverte. La facoltà giuridica di comandare il lavoro umano, comunque la si rigiri, è una deminutio capitis del subalterno. Per la morale corrente e per la filosofia del diritto naturale, l’uomo non potrebbe essere sottomesso ad un altro uomo, né a un ente, ivi compreso lo Stato allorché assume le sembianze di soggetto privato (gli obblighi del cittadino verso lo Stato sono di natura pubblica, in quanto il cittadino è - o sarebbe in teoria - una frazione indistinta della sovranità nazionale). Il socialismo, il comunismo, l’anarchismo, il populismo russo, e tutte le altre posizioni politiche anticapitalistiche e antiproprietarie dell’ottocento, sono scaturite dalla rivolta morale contro l’ineguaglianza, causa di miseria e illibertà. E però, progetti ben definiti nelle loro articolazioni, come il falansterio, la comunità di villaggio, l’esaltazione libertaria della piccola produzione artigianale e contadina, persino il comunismo che abolisce il valore di scambio, sono proiezioni intellettuali di un mitico passato, effettivamente irripetibile, su un futuro altrettanto mitico. In sostanza l’immaginario collettivo ottocentesco - i piedi ancora affondati nella solidarietà corporativa e nel mutualismo di villaggio, nel cui ambito ogni componente è un uomo - concepisce lo Stato industriale come una fratria. In sostanza si creano forme alternative di società senza individuare il nesso tra l’assetto vigente e la morale corrente. Solo l’antropologia marxiana libera l’uomo astratto, generale, eterno, filosofico, dalla schiavitù giuridica del contratto di lavoro, come duemila anni prima la predicazione evangelica l’aveva liberato dalla ineguaglianza morale.

2 – Giuridicamente il capitalismo non presenta caratteri nuovi e tali che non possano essere fatti rientrare nel diritto di proprietà, quale era stato modellato in età classica. Neanche la grandezza della proprietà costituisce una novità. A Roma, ma anche in Grecia, in Palestina, in Nordafrica, ci furono persone ricche come i Rockefeller, i Venderbilt, i reali d’Inghilterra, i Krupp. Diverso è invece il ritmo con cui cresce il reddito nazionale. Anche un impero esteso, potente, pesantemente fiscale, come quello romano, si appropriava di frutti tendenzialmente ripetitivi, sulla base di un’agricoltura e di una manifattura capaci di dare una riproduzione semplice (in effetti, leggermente allargata). Invece l’economia moderna – nei luoghi in cui si è affermata – riproduce ininterrottamente il prodotto a ritmi crescenti, o crescenti del tutto in modo esponenziale. Il passaggio dalla riproduzione semplice a una forma di riproduzione capace di allargarsi a ogni successivo ciclo ha provocato uno scompenso globale; un fatto di tale portata che, se le scienze sociali, prima di tutto la politica, non trovano la medicina giusta, la malattia diverrà a breve scadenza devastante.

Lo scompenso tra i ricavi totali di un ciclo e la loro distribuzione totale (a vario titolo) ha fatto sorgere il problema degli sbocchi. Anche in un assetto a riproduzione semplice si verificano delle crisi, però, di carattere commerciale. In passato ciò si collegava principalmente all’importazione di derrate da una nuova area geografica. Il super-approvvigionamento poteva far cadere i prezzi e dar luogo a fallimenti commerciali. Attualmente, nei paesi a riproduzione semplice, l’ingresso di merci estere si abbatte non più sul commercio, ma sulla stessa capacità riproduttiva sottosviluppandola in assoluto o anche relativamente, nel rapporto tra crescita interna e crescita del resto del mondo. Il problema degli sbocchi è frutto dell’intreccio tra riproduzione allargata e sistema del profitto, che, nello stato di marasma senile in cui versano, agli economisti sembrano una cosa sola. Esso è cosa ben più ponderosa del fallimento di uno, dieci o centomila capitalisti; più devastante della Crisi del ’29, di quelle che l’hanno preceduta o seguita, o che seguiranno. L’analisi marxiana ha messo in chiaro già 150 anni fa che, se la riproduzione allargata s’intreccia con la logica delle convenienze padronali, le crisi di sovrapproduzione rappresentano un malanno inguaribile. Succede immancabilmente che una quota dei realizzi ciclicamente ottenuti dal padrone viene sterilizzata: o sotto forma di risparmio, o in altre forme. Ciò dà luogo a dell’invenduto. Logicamente i prezzi cadono, segue la paura, il panico del proprietario, che paventa il proprio decesso sociale. In un sistema del genere gli sbocchi rappresentano la medicina che placa la malattia, che allenta i tempi tra una crisi e l’altra (Rosa Luxemburg). La ricerca di sbocchi in aree economiche esterne alla nazione in cui ha luogo il ciclo a riproduzione allargata, è consustanziale ad essa sin dal Ri-nascimento (dopo la barbarie medievale). Infatti gli splendori del Libero Comune non sarebbero stati possibili se l’area della domanda non avesse compreso l’intera Europa, nonché aree dell’Asia e dell’Africa (tutte allora arretrate rispetto all’Italia comunale).

Tuttavia, a una massa crescente di produzione raramente fanno riscontro nuove risorse coloniali. Ho già ricordato che, nei paesi arretrati, le spoliazioni hanno sottosviluppato il ciclo riproduttivo e mortificato la domanda. Le due grandi guerre non ebbero altra, vera causa che l’insufficiente crescita della domanda coloniale. Da qui l’escogitazione della spesa statale in deficit, rivolta a compensare la contrazione della domanda coloniale con una maggiore domanda interna.

Nella competizione tra nazioni industriali, vince quella che ha gli sbocchi più larghi. Esemplare il caso degli USA che, portate al diapason le esportazioni di armi e di derrate durante la Prima Guerra Mondiale, nel giro di tre anni, passarono a una posizione fortemente dominante, poi colossalmente ribadita nel corso della Seconda Guerra Mondiale e nel dopoguerra. Ma neanche sotto l’egida USA gli sbocchi in aree arretrate sono potuti crescere (né potrebbero crescere) allo stesso ritmo della produzione capitalistica. Così anche gli USA sono dovuti ricorrere a San Deficit. L’inflazione del dollaro moneta mondiale e il deficit costante della bilancia commerciale statunitense verso l’Europa, coperto dall’emissione di cartamoneta fiduciaria (dollari inconvertibili), ha la funzione di sostenere la domanda dei consumatori e le aspettative di profitto. Si ha in sostanza un girotondo virtuoso in cui la moneta fiduciaria americana, sparsa all’esterno, crea potere d’acquisto aggiuntivo in Europa e in Giappone. Allo stesso tempo allarga gli sbocchi a favore dell’industria americana. Realizza inoltre un tributo invisibile, che il mondo paga a favore della potenza che lo padroneggia.

Ma neanche questo pare basti. Gli accordi sul commercio mondiale, a favore di scambi internazionali più liberi, vorrebbero essere una strategia fregatoria da affiancare alla funzione keynesiana assolta a livello mondiale dalla Federal Reserve.

Al contrario San Deficit non opera i suoi miracoli nei paesi a riproduzione calante (sottosviluppati). Qui dà luogo semmai a inflazioni crescenti. Ma ci sono altre ragioni che impediscono alla moneta inflazionata di operare da stimolo alla produzione. Ne ricordo qualcuna. Prima di tutto gli USA e l’Unione Europea, costretti a tenere elevati i prezzi delle produzioni agricole nazionali, al fine di mantenere la pace sociale nelle proprie campagne, tengono alte le barriere daziarie sulle derrate straniere. La pur misera crescita delle agricolture periferiche, non trovando sbocchi, non ha stimoli ad allargarsi. In secondo luogo, il sostegno che gli USA danno gratuitamente a paesi terzi, come Israele, l’Egitto, il Pakistan, la Russia, ecc., è solo una sorta di prestito al consumo, che ha come fine quello di sostenere l’industria imperiale, che chiede al governo di essere aiutata a smaltire la produzione. Torniamo cioè alla logica degli sbocchi.

Sotto l’egida del dollaro si svolge anche lo scambio tra i manufatti dei paesi industriali e il petrolio, il quale, essendo una materia prima, entra sotto forma di fattura nei costi di produzione delle aziende occidentali. Qui il gioco si fa grosso e Keynes deve restare chiuso nei sacrali. Un prezzo del petrolio più elevato, che potrebbe innescare lo sviluppo dei paesi produttori, inciderebbe sui consumi interni degli americani e degli europei, i quali ultimi, poi, non avrebbero modo di controbilanciare le maggiori uscite con l’emissione di moneta fiduciaria (anche se molto sperano da un euro, futuro concorrente mondiale del dollaro). E poi un’eventuale crescita dei Paesi Arabi, scriteriatamente sorretta dal petrolio, quale pericolo propriamente militare non sarebbe?

3 – La reazione delle popolazioni assoggettate alla politica coloniale europea, avviata da più di mezzo millennio, può essere classificata con un prima e un dopo l’entrata in scena della politica degli sbocchi. La cosa ha una sua importanza, in quanto i beni che per le potenze europee sono merci da vendere, per le popolazioni soggiogate sono cose utili - il più delle volte meno care, molto migliori e sicuramente più accattivanti dei manufatti locali. L’assenza o la presenza di dette utilità ha dato luogo a due diversi atteggiamenti dei colonizzati: nel primo caso, la repulsione verso gli occidentali e la loro cultura, nel secondo caso la repulsione soltanto del signoraggio bianco, accompagnata da un riconoscimento esplicito o dissimulato della sua cultura pratica. In sostanza, in alcuni casi, come ad esempio la Russia zarista o il Giapppone feudale o ancora la Russia sovietica, il bisogno d’imitazione diventò un concreto progetto politico. Altrove i meccanismi imitativi non si sono innalzati a progetto dello Stato, ma sono stati manovrati dall’iniziativa dei privati. In altri paesi, che pur perseguivano un progetto di modernizzazione, lo Stato non ha espresso la necessaria capacità realizzatrice. Ci sono anche casi in cui il progetto non ha potuto essere realizzato per l’interdizione delle potenze industriali. Esempi classici: il Brasile, l’Argentina, il Cile. Comunque, la cultura dell’imitazione ha fatto egualmente parecchia strada. Mediatore del processo è stato l’uso capitalistico delle risorse coloniali, in particolare lo sfruttamento minerario e le colture di piantagione.

Serve alla logica del racconto ricordare anche che dove è arrivato il capitalista occidentale, la lusinga del salario ha provocato autentici disastri produttivi, la disarticolazione delle precedenti relazioni sociali e dei vecchi assetti produttivi, senza tuttavia che la modernità s’imponesse. Inoltre, la sopravvivenza dell’agricoltura di sussistenza anche in luoghi in cui era arrivato il lavoro dipendente di tipo capitalistico, ha potuto mantenere basso il tenore di vita e di conseguenza nulla o poco consistente la rivendicazione salariale. Ciò ha dato origine allo scambio disuguale, cioè allo scambio di valori ancorati a due diversi parametri di misurazione. Una situazione che è risultata comoda alle potenze occidentali, le quali hanno fatto e fanno di tutto per conservarla. Dove, invece, il tenore di vita era identico a quello europeo – è il caso delle colonie inglesi in Nordamerica - i valori prodotti si sono confrontati sulla base dello stesso metro, cosicché sin dall’inizio lo scambio è avvenuto fra valori eguali.

4 - La secolare lotta tra artigianato locale e merci industriali ebbe inizio nell’Estremo Oriente. "Le artiglierie dei bassi prezzi" industriali travolsero ogni resistenza. Non furono le armi e i velieri europei a piegare l’economia mondiale e a uniformarla, ma i tessuti, i chiodi, i treni, le automobili. Ancora nel 1920, la cultura europea non s’era imposta al mondo per le speculazioni dei filosofi, il sapere dei giuristi, l’immaginario dei poeti. Il resto del mondo veniva incantato in modo concreto, pratico, per le cose che l’Occidente sapeva produrre e gli altri no. Credo che sia stato principalmente il cinema a fare da battistrada alla penetrazione dello stile occidentale di vita. Poco prima o poco dopo il comunismo offrì anche un progetto concluso, immediatamente chiaro a quei vinti che volevano ribellarsi. L’idea comunista non fu soltanto un modello facilmente adattato al bisogno di liberazione dalla servitù coloniale, è stato anche (e forse è ancora) un veicolo di diffusione della cultura europea. C’è da aggiungere che, accanto alle brutalità a tutti note, la colonizzazione inglese e francese stimolò il sorgere di una borghesia di corrispondenti e di epigoni locali del capitalismo centrale. Certamente il giro commerciale di questa classe, visto con il cannocchiale, appare limitato. Il suo ruolo fu (ed è), però, penetrante, nel senso che ha diffuso un modello di trionfale ascesa economica e sociale del singolo che sa adeguarsi. Gli ufficiali dei presidi fecero il resto, offrendo un modello accattivante alle classi ricche, quelle che avevano la possibilità di mandare i loro giovani in Europa, a vedere e a studiare.

Ed è qui che non dobbiamo farci confondere il giudizio da pregiudizi politici. L’Europa dei decenni che stanno fra le due guerre (1918-1939) non è più l’Europa della regina Elisabetta e del cardinale di Richelieu. Nel corso dell’ottocento si è modernizzata in profondità. E'l’Europa dei cittadini, degli elettori, delle leggi, degli alfabetizzati, del romanzo realistico, della ricerca storica, delle scienze naturali, della canzonetta, della musica classica, dello scontro politico, del riformismo liberale e socialista, della rivoluzione sovietica, della moneta cartacea, delle università, delle case editrici, ecc. Oltre che, ovviamente, assieme agli USA, il luogo della tecnologia moderna.

Trenta anni dopo, nella fase di de-colonizzazione, mentre i prodotti dell’industria occidentale continuavano ad annientare l’artigianato locale, lo smercio di medicine occidentali ha disarticolato la funzione malthusiana della malattia. La crescita demografica diviene una modernità subita e accettata, a cui una riproduzione sottosviluppata non poteva e non può dare una risposta pagante in termini di sussistenze. Oggi, enormi masse umane, svincolate dalla servitù al sistema della rendita agraria, verticalmente crollata, e persino dalla stessa terra – che, coltivata con metodi scarsamente riproduttivi, non riesce a sfamare tutti - si offrono sul mercato per un misero salario e invocano da Dio l’arrivo di un padrone che gli compri la giornata lavorativa. Il capitalismo ha prodotto il proletariato mondiale, senza produrre contemporaneamente una fioritura mondiale di capitalisti.

Se qualcuno mi domandasse dove, secondo me, il capitalismo sta portando il mondo, io non saprei dare altra risposta che il genocidio di miliardi di uomini. Chi non produce non ha soldi per comprare, e chi non può comprarsi il vitto muore. Non basta: chi non produce neppure può riprodurre. E non c’è dio che tenga, se, almeno in agricoltura, non si ha una riproduzione allargata, non esiste una sola possibilità che il sud del mondo si salvi.

Se i popoli poveri del mondo si salveranno, io non so dire se abbandoneranno le loro antiche fedi e adotteranno anch’essi il Dio dei cristiani, se i loro giovani studieranno a scuola Omero e Shakespeare, ma sono certo che dopo la televisione e il frigorifero, che già usano, adopereranno anche la pentola a pressione e il condizionatore d’aria. La rivoluzione a cui aspira il sud del mondo consiste nell’avere i soldi per comprare queste cose.

5 – Da una decina d’anni è sopravvenuta una novità, che la gente come Le Pen cerca di esorcizzare: la snazionalizzazione delle fabbriche. I ricchi, si sa, amano ottenere il lavoro dei poveri al più basso prezzo possibile, tanto più che la concorrenza tra le aziende, e le aziende-nazioni di cui fanno parte, è stata sempre accanita. Fra due venditori di tempo di lavoro con lo stesso standard di produttività, preferiscono ingaggiare quello che costa di meno. La cosa è evidente. Il venditore di tempo di lavoro che costa meno, lo si alletta e lo si fa immigrare dove sorge la fabbrica, magari fingendo di non volerlo ricevere. O si porta la fabbrica a Formosa, a Hong Kong, in Romania, a Istanbul. Meno evidente – perché meno pubblicizzato – è che per effetto della globalizzazione dell’offerta di lavoro, il livello dei salari occidentali ha esaurito da un decennio la corsa verso l’alto. Anzi credo si possa affermare senza tema di smentite che è cominciata dovunque una dura discesa dei salari reali. O forse uno scivolone, come ben si può vedere qui in Calabria. La centralità operaia è tramontata non perché nelle fabbriche il numero dei lavoratori si è ridotto e va ulteriormente riducendosi – cosa che è una mezza favoletta, in quanto il più delle volte quel lavoro viene fatto fuori dai cancelli – ma perché l’Europa è piena di extracomunitari e gli USA sono zeppi di latinoamericani disposti a fare lo stesso lavoro dell’operaio nazionale per un terzo della paga.

Se i salari industriali cadono, prima o poi cadrà anche la condizione degli agricoltori, e così pure quella dei pubblici impiegati, pilastro dello Stato capitalistico. L’attuale benessere non deve ingannarci. Si tratta del trascinamento di diritti acquisti nei decenni passati, per esempio la pensione di vecchiaia. Nel vano tentativo trattenere in patria le fabbriche in partenza, i governanti occidentali vorrebbero che tali diritti non pesassero più oltre sulle imprese sotto forma di oneri, cosicché vanno smantellando il sistema pensionistico. Crollata l’URSS, venuto meno il pericolo comunista, anche i capitalisti vanno speditamente abbandonando ogni amore ancillare, ogni espansività sindacale. Sta esaurendosi un’entente cordiale durata un secolo.

Aristocrazie operaie, sempre meno aristocratiche quanto a salari, e i poveri del Sud del mondo s’incontreranno politicamente per abbattere il capitalismo?

Il giurista sa che la parola Stato è sinonimo di " sistema di regole condiviso", cioè fissato dalla classe dominante ma capace di cointeressare - effettivamente o fintamente - altre classi ai risultati della sua gestione. In base a tale visione, sono incline a credere che, dopo l’internazionalizzazione della fabbrica, il comando del capitalismo industriale sia meno condiviso che in passato, e che sempre meno sarà condiviso. Nel momento in cui sarà apertamente rifiutato, la violenza delle leggi, le manette, i poliziotti, i giudici togati, le carceri non basteranno a salvarlo.

Solo il consenso delle masse occidentali ha potuto tenere in piedi un sistema ingiusto e inefficiente a livello globale. Oggi la classe dei capitalisti il consenso non lo ha più. Non lo ha perché s’è messa nella condizione di non poterlo più pagare e perché gli stessi mass media, che essa paga, hanno mostrato all’universo mondo che è composta da una manica di furfanti.

La mia idea è che, oggi, il socialismo debba, per prima cosa, puntare alla fondazione della nazione Mondo, globalizzando ciò che fece Mirabeau in Francia. Il capitalismo ha fondato l’ONU degli Stati (alcuni generali, altri soltanto caporali), il compito dei socialisti dovrebbe consistere nella trasformazione dell’ONU in un vero parlamento della Nazione Mondo, eletto a suffragio universale mondiale e composto dalle classiche due camere, la camera delle nazioni e la camera dei rappresentanti. La globalizzazione non sarà la cosa negativa che oggi s’intende, ma all’opposto un evento politico postivo: il governo visibile delle cose del mondo. Certamente non sarà il paradiso, forse sarà soltanto un purgatorio per i più, e (speriamo) non l’inferno un cui vivono oggi miliardi di uomini. Quanto poi agli Stati nazionali, essi dovranno godere un’autonomia sufficiente per assicurare un lavoro a tutti, regolando, e se necessario impedendo, l’ingresso di merci più evolute che potrebbero improvvisamente emarginare i produttori locali. Infatti ci vorranno secoli prima che il problema della ineguaglianza delle nazioni, causa prima della non occupazione, abbia una soddisfacente soluzione.

C’è poi il problema delle nazionalità Dovunque i confini degli Stati sono stati disegnati con i fucili e i cannoni. Nei casi in cui le popolazioni lo richiedessero, lo Stato mondiale disporrà dei referendum, o altre forme di manifestazione della volontà popolare, al fine di dare a ogni nazionalità dei confini corrispondenti all’antropologia culturale e produttiva.

Il parlamento mondiale e il governo da esso espresso regoleranno gli investimenti mondiali e i flussi di ricchezza fra le nazioni e i popoli, secondo le ragioni della vita umana, della massima utilità comune e del minimo costo comune. Contemporaneamente le leggi dovranno assecondare il moto millenario verso la massima libertà possibile di ciascuno abolendo il commercio del (tempo di) lavoro umano. Se in un’istituzione come la famiglia patriarcale, così antica che è persino difficile immaginare quando e dove è nata, il potere del capo è finalmente finito e i componenti della famiglia sono perfettamente uguali fra loro sia per l’etica corrente sia per il diritto, sembra veramente un non senso che, pagando del danaro, si possa acquistare ancora la subordinazione di un uomo. Quando, un giorno, questo retaggio del passato greco-romano sarà eliminato dalle nostre leggi, il produttore libero coordinerà la propria attività in società con altri. Forse, poi, arriverà il giorno che l’uomo presterà la sua fatica per la sola gioia che dà il produrre oggetti utili o articoli di giornale, e la società metterà a sua disposizione ciò di cui ha bisogno, non diversamente da come, oggi, gli Stati europei forniscono gli antibiotici e le cure ospedaliere a chi ne ha bisogno.

Certo, anche l’esercizio dell’uguaglianza avrà le sue regole, e alla libertà bisognerà accompagnare l’educazione al suo corretto uso. Ma questi sono altri discorsi, e per giunta prematuri.

Nicola Zitara

 

Torna su

 

Ai sensi della legge n.62 del 7 marzo 2001 il presente sito non costituisce testata giornalistica.
Eleaml viene aggiornato secondo la disponibilità del materiale e del [email protected].