L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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Il versante cartaceo della lotta sociale

di Nicola Zitara

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Siderno, 20 gennaio 2006

Credo che tutti siano convinti che il comunismo sovietico era un sistema tirannico e anche fallimentare già nelle sue premesse. Questi giudizi corrispondono in gran parte alla verità  dei fatti, e in una parte alquanto consistente siano propaganda. Soprattutto non credo che l’URSS sia crollata per i suoi misfatti ed errori, ma piuttosto perché gli Stati Uniti, dopo averla sfidata sul terreno della modernità degli armamenti e su quello del benessere popolare,  l’hanno portata all’implosione.


Resta comunque il fatto che il popolo russo è stato la cavia “reale” di un bisogno di giustizia sociale che, nelle sue multiformi versioni - fra cui il cristianesimo quando predica l’amore fra gli uomini -  risale almeno a duemila e cinquecento anni addietro.


Quanto sopra non si connette perfettamente con ciò che mi propongo di scrivere. Vale principalmente  come l’affermazione del mio personale convincimento che l’idea di giustizia sociale è connaturata agli uomini, in quanto protagonisti del lavoro e della produzione.


E vale anche in termini politici. Infatti - se le classi subalterne occidentali hanno deposto le armi del comunismo o socialismo, che hanno usato per un secolo e più contro il capitalismo - la stessa cosa non si può dire della classe padronale, che non cessa di opprimere le classi subalterne.   


Un’arma formidabile in mano al dispotismo capitalistico è rappresentata dal governo esclusivo e tirannico della cartamoneta. La cosa è sotto gli occhi di tutti. I parlamenti sono elettivi; in molti paesi sono elettivi anche i presidenti della repubblica e i capi di stato. Dovunque in Occidente, la rappresentanza elettorale coinvolge funzioni e sovranità minori, dai consiglieri regionali a quelli di quartiere. Non tocca mai, però, un potere centralissimo, l’istituto d’emissione e la banca centrale.


E’ cronaca non ancora spenta quella riguardante la pretesa (ineccepibile in base alle leggi del sistema padronale) del governatore Antonio Fazio di rimanere al suo posto e di non essere sindacato nel suo operato. Per rimuoverlo dal piedistallo legale in cui si trovava (e si trova un qualunque banchiere), lo si è dovuto accusare (resta da capire se legittimamente o no) d’interesse privato.


Se la Banca d’Italia è un ente pubblico, perché mai il suo capo non è elettivo a suffragio universale? Perché il suo capo non risponde direttamente ai cittadini?  Cadute le monarchie assolute e per diritto divino, la sovranità è passata al popolo.


Almeno teoricamente. E tuttavia l’epos democratico è stato tenuto fuori dalle sacre stanze delle banche, principalmente della banca centrale. La classe che crea il danaro dalla carta e, attraverso  la cartamoneta, comanda il lavoro degli esseri umani, non ha permesso che la democrazia le entrasse in casa. “Al contadin non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere”.

 

Gli atti del banchiere sono atti pubblici soltanto in quanto atti “sul” pubblico,  decisi privatamente e in modo insindacabile, come erano un tempo le decisioni del signore feudale. Solo per fare un esempio, un mese fa circa la Banca europea ha alzato il tasso di sconto, cioè l’interesse percentuale che percepisce dalle banche private ( ! ? ), a cui dà la carta che essa stessa provvede a stampare. Nessuno ha voluto o potuto opporsi. Né Tremonti né Visco né Berlusconi né Chirac.


Un giudice potrebbe incriminare  il governatore della banca europea per il furto di un posacenere, ma nessun giudice potrebbe sindacarlo se sfascia – di proposito o per errore – la condizione economica delle famiglie. Nessun governo o parlamento può deporlo dal trono. Un eventuale giudizio si svolge segretamente fra un numero ristrettissimo di boss del capitale. La cui decisione non viene comunicata al pubblico. Tutt’al più, i giornali diffonderanno qualche indiscrezione.

    

Il problema sociale incorporato nella  cartamoneta è collegato alla sua quantità in circolazione. Questa quantità determina il lavoro o la disoccupazione, la stagnazione o lo sviluppo, il benessere o la fame nella famiglie.

 

Oggi i giornali economici stanno rimettendo in ballo l’oro che,  uscito di fatto  dalla circolazione alla fine dell’ultima guerra,  fu messo fuori anche giuridicamente trentacinque anni fa,  allorché Nixon annullò anche la teorica convertibilità del dollaro. In effetti la moneta aurea (e ancor di più quella argentea) era un grande impaccio per il comando capitalista.


Quanto più potente era la banca tanto più l’oro gli era d’impaccio.  Infatti l’oro costava  “oro” anche alla banca. Di solito essa lo raccoglieva pagando un interesse ai risparmiatori che glielo affidavano.


Al contrario, alla banca d’emissione,  la carta costa quasi niente in rapporto a quello che vale. Questo niente si trasforma in un valore, quando la banconota entra in circolazione, perché primo o poi bisogna restituirla, e per poterlo fare bisogna   vendere o lavoro o beni. Ciò vale per tutti, anche per le banche commerciali e per i capitalisti.


La differenza tra la banca che dava in prestito monete d’oro e la banca di emissione, che dà in prestito carta, è che l’oro era quantitativamente limitato, mentre la stampa di moneta cartacea  non incontra limiti di natura tipografica, ma solo di natura sociale. Storicamente, la svalutazione o la rivalutazione della capacità d’acquisto dell’oro era collegata alla produzione delle miniere. Se questa abbondava, l’oro calava di valore, viceversa se la produzione era scarsa.


Con la carta, le cose sono tremendamente diverse. Da quando la carta ha preso il posto delle monete metalliche, l’inflazione è inarrestabile. Tanto per fare un solo esempio, una lira-oro degli anni dell’unità d’Italia (1859-1860) acquistava quanto diecimila lire-carta nel 2001.


Come dire che in un secolo e mezzo, la lira-carta ha perduto diecimila volte la sua capacità d’acquisto, mentre la lira-oro, perita subito dopo l’unità,  è finita anche ufficialmente con la seconda guerra mondiale.


Chi ha pagato e chi paga la svalutazione della carta? Questo processo a chi conviene? Il prezzo più vistoso della svalutazione lo pagano i creditori, specialmente i creditori dello Stato che hanno investito i loro risparmi in buoni del tesoro e simili. Lo Stato spende e spande, prendendo in prestito il risparmio della gente, ma  restituisce a lunga scadenza, quando la carta si è già svalutata. Per esempio, con 100.000 del 1927 si costruiva un albergo di venti camere. Restituite  nel 1847, con quella somma  si potevano costruire appena tre camere. 


Pagano un prezzo  anche tutti i lavoratori, specialmente i dipendenti pubblici e i pensionati. Apparentemente questo prezzo è meno alto che per i risparmiatori, ma è solo un’ illusione di prospettiva temporale. Infatti la perdita è scaglionata negli anni. Fate voi stessi il conto  di quanto ha perso una famiglia di lavoratori che, nel 1995, faceva la spesa quotidiana con sette/ottomila lire e oggi spende non meno di 50 euro, cioè praticamente 100.000 lire per mettere la stessa roba nel carrello.


Salari e stipendi sono sempre indietro all’inflazione. Il recupero avviene a scatti molto lunghi, e si verifica solo quando  una qualche modernizzazione abbassa  significativamente i costi di produzione. I prezzi relativi, di regola, seguono i costi.  Tra i mille esempi possibili, mi viene in mente quello delle macchine fotografiche, il cui prezzo è crollato in seguito alla messa in produzione di obiettivi in materiale di  sintesi, al posto delle costose lenti di vetro.


Comunque la moneta cartacea mette la banca centrale nella condizione di poter abbassare – volendo – il valore dei salari. Teoricamente basta aumentare la quantità di moneta in circolazione. Ad esempio, le svalutazioni competitive della lira, in cui si esibirono il defunto governatore Guido Carli e l’attuale presidente della Repubblica, Ciampi, non servirono soltanto a vendere di più all’estero ma anche a pagare di meno gli operai. Le svalutazioni competitive ebbero il loro immediato riscontro nella  capacità di acquisto dei lavoratori. Difatti, tra il 1977 e il 1992, i prezzi aumentarono di circa dieci volte.  

    

Oggi, crollato lo spauracchio comunista,  la funzione della banca di emissione nello scontro sociale si è molto raffinata.  Cosa faceva, la banca d’emissione, della carta che stampava?  Certamente non la prestava  a Ciccio o a Cola, ma soltanto alle banche satelliti, e per un interesse, detto tasso di sconto,  che era alto,  se la banca centrale voleva  difendere il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti, ed era  basso quando preferiva invogliare i capitalisti a investire.


Attualmente le banche centrali preferiscono occuparsi di assistere sul mercato internazionale la propria azienda-nazione. Per esempio gli USA non si preoccupano poi tanto, se il dollaro cala, purché le loro merci continuino ad avere larghi sbocchi commerciali (agevolati dal minor valore di cambio del dollaro) o acquistino di meno all’estero (perché le merci straniere costano in dollari più delle merci nazionali). E cosi il Giappone e la Cina.


L’Europa unita preferisce invece  un euro forte, in quanto alimenta segretamente la speranza che la carta che essa stampa venga assorbita nei circuiti internazionali e vi stagni come debito dell’Europa, che gli altri paesi non intendono incassare, in quanto la carta è diventata una moneta da usare correntemente, come oggi il dollaro. 


La  funzione di regolare la distribuzione del reddito prodotto fra le classi sociali, oggi è affidata alle banche commerciali e alle finanziarie.


Con varie procedure, i governi e le varie banche di emissione le hanno imbottite di danaro a costi inferiori al tasso di svalutazione. Il danaro facile a favore dei consumi tiene elevata l’inflazione e, di conseguenza, da una parte finanzia gli sbocchi della produzione e dall’altra erode il livello dei salari, degli stipendi e delle pensioni.


L’operazione andrà avanti fino al punto in cui il tenore di vita calante dei lavoratori occidentali e il tenore di vita crescente dei lavoratori non occidentali si livelleranno.


A questa procedura, il nostro Tremonti ha aggiunto una sua particolare e folle filosofia. Ha lasciato che con l’aumento di  prezzo si arricchisse il settore dei servizi, convinto com’è che chi ha soldi li investe. Caso vuole, però, che in Italia ciò non avvenga, e che commercianti, commercialisti, farmacisti e riparatori preferiscano spendere i loro inconsueti guadagni in crociere e viaggi all’estero.  

    
 Nicola Zitara




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