L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
  Eleaml


Omertà

di Antonia Capria

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Siderno, 7 Marzo 2006

Qualche anno dopo la Rivolta di Reggio, attraverso segreti canali, arrivò ad alcuni esponenti della sinistra extraparlamentare l’invito a una riunione da tenersi semiclandestinamente in un paesino del Pollino, sul versante lucano. Sapevamo che ci sarebbero stati dei compagni provenienti da ogni dove: baschi, catalani, sardi, corsi, altoatesini valdostani, irlandesi, greci, delle Isole Canarie (chiedo scusa, dire canari darebbe luogo a fraintesi), marocchini etc. Sarebbe arrivato persino un profugo cileno.

Racimolammo trentamila lire e io e mio marito partimmo a bordo della nostra ‘500.

Dico la nostra 500, ma la macchina era nostra soltanto di fatto, perché dal punto di vista del registro automobilistico risultava invece intestata a un amico di mio marito. Parecchi anni prima, quest’ultimo aveva subito un dissesto aziendale, i suoi beni immobili furono ipotecati e i beni mobili venduti all’asta. Fra questi, anche l’automobile. Cosicché, paventando un nuovo pignoramento, quando comprò la 500, l’intestò a un cortese amico, suo collega a scuola di nome Alfredo Lo Bianco, da tutti detto, però, Alfredo Lo Duce, e non solo perché di idee fasciste, ma anche perché era spavaldi e parlava a scatti, una proposizione per volta, intercalandola con studiate pause come Mussolini. Lo Duce, di compianta memoria, aveva al tempo sessanta anni circa. In guerra era stato tenente di artiglieria. Preso prigioniero in Tunisia, non aveva optato per il re, per cui era stato due anni in un campo di concentramento nel Texas, da dove era tornato conoscendo la lingua e la letteratura americana, ma disprezzando “quegli assassini con i guanti gialli”.

Partimmo con la macchia a lui intestata, con la superbia di cui dell’Italia conosce soltanto nazionali. I chilometri da percorrere erano parecchie centinaia. Finché la strada rimase in pianura, la valorosa 500 fece il suo dovere. I guai cominciarono quando prendemmo a salire. Non avevamo fatto più di 10 chilometri di tornanti, che si bloccò. “Fermiamoci un po’, facciamo raffreddare il motore, poi, appena troviamo una pompa di benzina, cambiamo l’olio”.

Faceva freddo, piovigginava. Aprimmo il cofano perché il motore fosse a contatto diretto con l’aria. Ci raggomitolammo nell’abitacolo e prendemmo a contare i minuti. Di tanto in tanto, mio marito usciva a controllare la temperatura del motore e lo stato dell’olio. Ma quando tentò di rimettere in moto, il motore rifiutò di avviarsi. Per fortuna cominciarono a sopraggiungere altri convegnisti. Uno, due, tre, quattro, cinque, di tutte le regioni e di tutti i paesi. Immancabilmente esperti di motori. Alla fine si concluse che c’era bisogno di un meccanico. Fummo imbarcati su un’altra macchina. La 500 fu attaccata a una jeep, un giovane rivoluzionario sardo si mise alla sua guida.. Come dio volle, arrivammo al luogo stabilito. Gli organizzatori dell’incontro fecero mettere le macchine nel vasto cortile di un castello in rovina, ma poi non tanto, in quanto tuttora abitabile, e chiusero il portone, un capolavoro di fai da te, fabbricato con tavole inchiodate una sull’altra. Tutte le macchine nascoste, tranne la nostra, la quale, ovviamente, finì dal meccanico.

Il convegno durò due giorni. Inutile raccontare ciò che si decise, perché a tutte le decisioni non seguì un solo fatto nuovo. Dove la lotta di liberazione era in atto, continuò, dove non era ancora iniziata, non iniziò. Una volta si diceva: chi non ha coraggio non vada alla guerra. Un convegno di cui non rimase segno, tranne la conoscenza personale degli intervenuti, le grandi tavolate e le gran bevute in un’osteria e sala convegni realizzata in un magazzino del predetto maniero; vere e indimenticabili realtà tangibili della rivoluzione in marcia fra i popoli oppressi.

Tornammo a Vibo Valentia, dove abitavamo. Riprendemmo a dedicarci al nostro lavoro e alle quotidiane faccende. Era passata una settimana, era già notte allorché Lo Duce bussò alla porta di casa. “Stai bene Alfredo? Stamattina non sei venuto a scuola. Cosa è accaduto? In famiglia…?”

“Mi hanno fermato. Denunciato. Cospirazione…”

“Ma perché? Cosa hai fatto? Con sto cazzo di fascismo dovresti moderare la lingua! Che ti viene? Roba del passato!”

“Ma che fascismo e fascismo! Sono un comunista rivoluzionario, un pericolo pubblico!”

Credemmo a uno scherzo.

“La procura di Potenza ha denunciato me. Hanno preso la targa della 500 e sono risaliti a me.”

“E tu non gli dicevi che la macchina l’avevamo noi?”

“E no! Ti pare che io mi metto a fare l’infame? Non l’ho fatto con il Duce, che vedevo soltanto nei Film-luce e lo facevo con te, che siamo amici? Gli ho detto che ero sul Pollino per vedere i pini loricati, pinus leucodermis ”

“E ti hanno creduto?”

“Per credere, non mi hanno creduto, però la democrazia sono loro a volerla…”




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